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Francesco Simoncellihttp://www.blogger.com/profile/[email protected]
Aggiornato: 7 ore 4 min fa

Euroclear: la linea che l'Europa non può oltrepassare senza infrangere la fiducia globale

Mer, 31/12/2025 - 11:02

L'insistenza sempre più stridente degli eurocrati sulla necessità di sequestrare gli asset russi tradisce qualcosa di molto più rivelatore dell'isteria, o della risolutezza: lo smascheramento di un progetto sostenuto da illusioni e dogmi russofobi, in cui la certezza morale non nasceva dalla convinzione, ma fungeva da meccanismo per gestire la dissonanza cognitiva, un mezzo per evitare realtà che qualsiasi strategia seria avrebbe già dovuto affrontare. Un sequestro degli asset russi parcheggiati in Europa avrebbe accelerato in modo permanente la diversificazione delle riserve monetarie internazionali dall'euro (già adesso superato dal renminbi negli scambi transfrontalieri), ampliato i regolamenti bilaterali, accelerato il rimpatrio dell'oro e incentivato i sistemi di compensazione non occidentali, e l'avrebbe fatto immediatamente. Ciò che viene messo in luce qui non è la vulnerabilità russa, ma l'esaurimento europeo. Quando le economie non riescono più a competere attraverso la produzione, l'innovazione, o la crescita, si rivolgono al banditismo. Il sequestro degli asset russi non sarebbe stato un segno di forza, ma il comportamento terminale di un sistema che ha esaurito i soldi dello “zio ricco” e ha iniziato a consumare le proprie fondamenta. Alla luce dei nuovi sviluppi, possiamo affermare che il sequestro degli asset russi era la proposta “ridicola” dell'UE. In questo modo ha ottenuto la giustificazione per “ridimensionare” le sue richieste e continuare con l'esperimento delle obbligazioni SURE. Ricordate: senza debito comune e unione fiscale l'UE è morta domani. Se ottiene entrambe, allora poi avrà ciò che le serve per sottoporre gli allocchi che comprano i bond comuni a un haircut e successivamente prolungare la propria vita coi “perpetual bond”. Il Digital Services Act, l'intimidazione delle piattaforme e il controllo del dissenso sono tutti finalizzati al controllo preventivo dei danni. Le élite europee sanno che le conseguenze di questa linea di politica ricadranno direttamente sulle famiglie europee. Chi pagherà per tutto questo non siede nei palazzi della Commissione, ma è rappresentato da coloro le cui pensioni, valute e tenore di vita vengono e verranno silenziosamente sacrificati per preservare un'illusione di potere in declino. Ecco perché il dissenso deve essere neutralizzato prima che si possa tentare la confisca. Non dopo. La critica è stata preventivamente riclassificata come disinformazione; il dibattito pubblico è stato ricodificato come pericolo esistenziale; la libertà di parola stessa è stata riformulata come una minaccia alla sicurezza. Gli imperi non crollano perché vengono sfidati; crollano perché cannibalizzano i sistemi che un tempo li rendevano legittimi.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/euroclear-la-linea-che-leuropa-non)

L'alleanza che finanzia la guerra in Ucraina si trova ad affrontare un nuovo problema: sette membri dell'Unione Europea vogliono bloccare l'espropriazione degli asset della banca centrale russa detenuti presso Euroclear. Ciò mette a rischio la continuazione del finanziamento della guerra in Europa dell'est. Allo stesso tempo incombe lo spettro di una crisi finanziaria, la quale lascerebbe, ancora una volta, i contribuenti a dover pagare il conto.

La maratona negoziale tra i rappresentanti di Ucraina, UE e Regno Unito, con una delegazione statunitense in qualità di mediatrice, prosegue a Berlino. Come di consueto è accompagnata dalle classiche frasi sui “progressi” lungo la strada della pace e dalle rassicurazioni che circa il 90% dell'obiettivo è già stato raggiunto.

Quanto peso meriti effettivamente questo risultato provvisorio diventerà chiaro nelle prossime settimane. Aspettatevi un'intensificazione frenetica della macchina della propaganda, droni sugli aeroporti (e sulla residenza di Wolfram Weimer) e una crescente pressione sul presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. La situazione militarmente precaria delle forze armate ucraine si scontra ora con una situazione finanziaria quasi altrettanto drammatica tra i creditori di Kiev.

Tutto fa pensare che la pressione per recidere il nodo gordiano sia crescente, azione da effettuare il prima possibile, mentre i costi della guerra da entrambe le parti minacciano di sfuggire al controllo.

Ciò riporta in primo piano gli ultimi sviluppi nel dibattito sull'espropriazione della banca centrale russa e dei suoi asset parcheggiati presso Euroclear.


Una linea di demarcazione critica

Euroclear potrebbe trasformarsi in una Waterloo per la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Sta lavorando a pieno ritmo per trasformare l'attuale crisi in una massiccia espansione di potere per Bruxelles e, di conseguenza, per la sua Commissione.

A Ungheria, Slovacchia e Belgio, già apertamente critici dell'espropriazione dei beni russi, si sono ora aggiunti Italia, Bulgaria, Malta e Cipro. La resistenza all'escalation di Bruxelles cresce di giorno in giorno.

In particolare questa resistenza coincide con un netto cambiamento di tempistica. Da quando gli Stati Uniti si sono di fatto ritirati dal finanziare l'Ucraina, la realtà finanziaria dell'Europa è emersa prorompente: senza l'accesso a circa €210 miliardi di asset russi – di cui circa €25 miliardi distribuiti tra vari stati dell'UE – continuare a finanziare questa guerra di logoramento sarà arduo.

Tutti i principali creditori – Germania, Francia e Regno Unito – hanno da tempo sforato i propri bilanci e stanno accumulando nuovi livelli di debito tra il 4 e il 6%. Il progetto ucraino è sull'orlo del collasso fiscale.


L'illusione dell'espropriazione come ancora di salvezza

Ciò che si sta tentando di fare è tanto semplice quanto pericoloso. Questi asset – in parte titoli di stato, in parte obbligazioni scadute in valuta estera – saranno utilizzati come garanzia per ulteriori prestiti. L'Europa è già intrappolata in una spirale di debito e sta attingendo a ogni fonte di finanziamento rimanente. Persino il nemico non è più off-limits per il duo Londra-Bruxelles.

Gli osservatori sensibili alla fraseologia politica e alla grandiosità politica avevano capito già nell'aprile 2022 cosa si sarebbe verificato: in uno stato di euforica ed eccessiva sicurezza, i policymaker avevano commesso un errore di calcolo catastrofico e costruito uno scenario in cui una Russia sconfitta sarebbe stata costretta a pagare tutte le riparazioni di guerra. Ciò avrebbe permesso all'Europa di escludere agevolmente le proprie banche, profondamente coinvolte nei finanziamenti all'Ucraina.

La storia offre uno schema familiare: banchieri e politici che lavorano fianco a fianco, questa volta a Kiev. Molti attendevano già il giorno della sottomissione di Putin, seguito dal cambio di regime a Mosca e dall'avvio dell'estrazione su larga scala dell'immensa ricchezza di materie prime russe. Il sistema bancario europeo sarebbe stato ricapitalizzato e il problema energetico risolto una volta per tutte.

Quel calcolo è chiaramente fallito. Invece sarà il contribuente europeo a sopportare le perdite.


L'Ucraina come rischio sistemico

Senza garanzie di credito l'Ucraina sarebbe già insolvente. Un suo crollo disordinato colpirebbe il sistema bancario europeo come una detonazione nucleare. Non esiste un modo realistico per evitare che il settore pubblico assorba alla fine queste ingenti passività creditizie.

Ciò riporta inevitabilmente al centro della scena il dibattito sull'espansione degli eurobond, formalmente vietati dalla legislazione dell'UE, che potrebbero essere reintrodotti direttamente come obbligazioni di guerra europee.

Con il programma “NextGenerationEU” questa strada apparentemente proibita è già diventata di fatto realtà. Bruxelles ha raccolto €800 miliardi sui mercati dei capitali attraverso questo meccanismo. Questi fondi alimentano la smisurata macchina dei sussidi dell'UE e sono ora strutturalmente integrati nella sua architettura di potere, sempre sostenuti dalla BCE.

Bruxelles sta già agendo come emittente di obbligazioni sovrane a pieno titolo, aumentando ulteriormente l'esposizione al rischio di debito e i livelli di debito degli stati membri. L'Europa si è infilata in un vicolo cieco sia geopolitico che finanziario, un esito prevedibile da anni.


Euroclear e la violazione della fiducia

La cronica negazione della realtà e l'incompetenza radicata della leadership politica dell'UE e del Regno Unito sfidano ogni spiegazione razionale. Ancor più degna di nota è la crescente resistenza attorno a Euroclear, nonostante Bruxelles cerchi di imporre la decisione a maggioranza semplice, se necessario.

Vi è motivo di un cauto ottimismo sul fatto che Paesi come l'Italia comprendano cosa significherebbe l'espropriazione degli asset della banca centrale russa presso Euroclear per la stabilità finanziaria dell'Eurozona. L'iniziativa del Primo Ministro italiano, Giorgia Meloni, di salvaguardare con discrezione l'oro della banca centrale italiana in gestione alla BCE sottolinea che Roma sa esattamente cosa c'è in gioco. L'Italia sarebbe ben posizionata per un potenziale rilancio di una moneta sovrana.

Il danno causato dall'espropriazione dei beni russi sarebbe massimo: una perdita totale di credibilità e dei principi del diritto commerciale indispensabili per le transazioni bancarie e internazionali. L'intero sistema finanziario globale – tra saldo delle transazioni e custodia dei beni – si basa sulla fiducia: sull'assoluta stabilità dei suoi pilastri fondamentali.

Istituzioni come Euroclear sono tra questi pilastri. Non si limitano a salvaguardare i flussi di transazioni internazionali, ma li rendono possibili. Una volta che questo fondamento viene danneggiato, a rischio c'è molto più di un semplice segnale politico: c'è in gioco la stabilità dell'intero Eurosistema.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La Francia sull'orlo del baratro: spirale del debito e paralisi politica

Mar, 30/12/2025 - 11:08
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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-francia-sullorlo-del-baratro-spirale)

La Francia rimane paralizzata anche dopo l'ultimo rimpasto di governo. Il tempo stringe per consolidare le finanze pubbliche prima che i mercati obbligazionari si rivoltino contro Parigi.

La carica di Primo Ministro è diventata una porta girevole. In soli tre anni, il Presidente Emmanuel Macron ha bruciato cinque governi senza risultati visibili. Il Paese è intrappolato in uno shock politico, in una situazione di stallo parlamentare che sembra del tutto insanabile.


Emerge il super stato

Il 9 settembre, Sébastien Lecornu, del partito Rinascimento di Macron, ha ricevuto l'ennesimo calice politico avvelenato dal suo predecessore fallito François Bayrou. Come quelli prima di lui Bayrou era distrutto dall'incapacità strutturale della Francia di riformarsi. Il Paese sostiene uno dei sistemi di welfare più smisurati al mondo, con una spesa pubblica pari al 57% del PIL. Questo Stato sociale sovradimensionato agisce da sedativo per una società invasa dalle migrazioni, la quale si è trasformata in una gestione dell'economia di stampo socialista e che ora non riesce a trovare una via d'uscita.

La Francia compra la pace sociale con somme di denaro prese in prestito sempre più ingenti. Questa strategia lascia profondi buchi nei conti pubblici e nasconde a malapena le fratture di una società frammentata, dove il conflitto di classe si fa più aggressivo e le sottoculture islamiste prosperano. Con nuovi prestiti al 5,6% del PIL quest'anno e un debito totale al 114%, la Francia si trova di fronte al classico dilemma Ponzi: una volta che il vecchio debito non può più essere convertito in nuove emissioni, l'intero sistema crolla.


I mercati si concentrano sulle attività, non solo sui rapporti di debito

Tali crisi di solito iniziano con una perdita di fiducia, dovuta a un crollo politico, o alla consapevolezza che uno stato debitore non dispone delle risorse necessarie per coprire i propri debiti. Molti commentatori sottolineano il peso del debito americano, ma il paragone è fuorviante. Gli Stati Uniti sono la più grande economia del mondo, indipendenti dal punto di vista energetico e con una supremazia tecnologica senza pari. I futuri guadagni di produttività offrono a Washington un margine di manovra per stabilizzare il proprio debito. L'Europa, e in particolare la Francia, non possono fare lo stesso.

Pertanto uno dei pilastri fondamentali dell'UE si avvia verso uno scontro diretto con gli investitori. E, come sempre, la Banca Centrale Europea sarà costretta a intervenire come ultima linea di difesa per scongiurare il collasso sistemico.


Vigili del fuoco della BCE: ritorna il “Whatever It Takes”

La BCE ha sviluppato una serie di strumenti formidabili: acquisti di obbligazioni sovrane sui mercati secondari (SMP/OMT), massicce campagne propagandistiche sui media, iniezioni di liquidità nelle banche e manovre sui tassi di interesse. Ufficialmente tali interventi sono vincolati a requisiti di austerità, o riforme sotto la supervisione dell'UE o dell'FMI. In pratica tali condizioni vengono annacquate fino a diventare banalità. Il consolidamento fiscale è diventato un costrutto teorico, una dichiarazione rituale ai vertici, pensata per mascherare la realtà della perdita di controllo.

La BCE può anche tagliare i tassi di interesse ufficiali, o inondare le banche di liquidità a breve termine per prevenire crisi del credito e contagi, ma questo crea una trappola più profonda: ogni intervento erode ulteriormente la stabilità monetaria e la disciplina fiscale. L'Eurozona ora sopravvive solo in una permanente anestesia monetaria.


Il calice politico avvelenato

Dall'estate del 2024 la Francia è sottoposta a procedura di deficit da parte dell'UE, unendosi ad altri sei Paesi che hanno violato le regole di Maastricht. Ma la procedura è inefficace. Nessuno a Bruxelles, o a Parigi, finge più che il vecchio patto di stabilità conti. L'UE è diventata un'unione del debito. La sua classe politica dà per scontato che la stampante monetaria della BCE coprirà i loro deficit a tempo indeterminato.

Le “riforme” sono sempre le stesse: aumenti delle tasse invece di cambiamenti strutturali. Il governo francese prevede di ridurre il deficit dal 5,4% nel 2025 a meno del 3% entro il 2029. Per raggiungere questo obiettivo Parigi punta a €44-50 miliardi di “risparmi”: €30 miliardi di contenimento della spesa e €20 miliardi di nuove imposte. L'abrogazione delle imposte sulle società è stata prorogata fino al 2030. Un'imposta speciale colpirà i redditi più alti (€250.000 per i single, €500.000 per le coppie). I consumatori di energia dovranno affrontare costi più elevati per elettricità, gas e viaggi aerei. Anche le multinazionali dovranno affrontare nuove sovrattasse.

Questo è il “consolidamento” in senso europeo: maggiore estrazione di entrate, non una vera riforma. La strategia mira a ottenere la calma sociale rassicurando al contempo i mercati obbligazionari: un gioco di equilibrismi impossibile.


I mercati stanno già segnalando problemi

È a dir poco improbabile che una tale strategia possa dare risultati politici. I mercati obbligazionari stanno già votando: i rendimenti dei titoli decennali francesi, negativi fino al 2020, ora si aggirano intorno al 3,57%, il livello più alto degli ultimi dieci anni. Gli spread rispetto ai Bund tedeschi sono schizzati a 75-80 punti base, da meno di 30 di pochi anni fa. Gli investitori vedono un rischio crescente nei titoli francesi, riflesso del caos fiscale e della paralisi politica.

Escludendo l'inflazione (ufficialmente circa il 3%, ma realisticamente più alta), l'Eurozona si trova ora ad affrontare tassi reali positivi dopo anni di politica monetaria pari a zero o negativa. Ciò mette a nudo la zombificazione delle sue economie. Anni di sostegno monetario artificiale hanno lasciato i settori pubblico e privato troppo deboli per sostenere il debito in condizioni di mercato reali.


Economia zombi senza futuro

Il modello dell'Eurozona – controllo centralizzato, debito infinito, intervento permanente della BCE – sta raggiungendo il suo limite. La Francia ne è l'esempio lampante: uno Stato sociale ipetrofico, una competitività al collasso e un debito che può essere rinnovato solo finché i mercati non diranno “basta”.

Non aspettatevi che Washington salvi l'Europa. Le linee di swap in dollari della FED sono riservate ad alleati chiave come il Giappone. L'Europa non è più vista come un partner privilegiato, soprattutto dopo l'ostilità di Bruxelles nei confronti degli USA col Digital Services Act e il Digital Markets Act. A Washington, Bruxelles sembra più un mendicante che un alleato.

Il comportamento europeo è semplice: ignorare i rischi reali per un tempo sufficiente, mascherarli con la morfina monetaria e garantire un'esplosione spettacolare. La Francia sembra il punto di innesco più probabile: una crisi sistemica che si diffonderà a macchia d'olio in tutta l'Eurozona.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Neofeudalesimo europeo: come le tasse di espatrio incatenano i cittadini a un sistema fallimentare

Lun, 29/12/2025 - 11:00

Il sistema finanziario mondiale moderno si basa su un unico principio: i beni statali detenuti in giurisdizioni straniere sono legalmente immuni da confisca politica. Questo principio copre le valute di riserva, il sistema bancario, i mercati del debito sovrano e gli investimenti transfrontalieri. È il motivo per cui banche centrali come quella russa (un tempo) accettavano euro invece di lingotti d'oro. È il motivo per cui sistemi di saldo come Euroclear esistono. Una volta infranta questa regola, il capitale non discute: rivaluta istantaneamente il rischio e se ne va. La confisca invia un messaggio a tutti i Paesi al di fuori dell'orbita politica occidentale: i vostri risparmi sono al sicuro solo finché rimanete politicamente conformi. Questo non è un “ordine basato sulle regole”, è uno in cui esse vengono applicate selettivamente, e cambiano nel momento in cui emerge uno scopo politico diverso. Ciò che abbiamo è un cartello di conformità che applica la legge verso l'alto e le pene verso il basso, a seconda di chi obbedisce e chi resiste. Il timore del Belgio non è giuridico, è attuariale. Ospitare Euroclear significa ospitare un rischio sistemico. Se la Russia o qualsiasi altro futuro obiettivo riuscisse a contestare il sequestro, il Belgio potrebbe essere esposto a richieste di risarcimento che faranno impallidire le somme in discussione. Il Belgio ha quindi ragione a essere scettico sulla promessa dell'Europa di assumersi un rischio così colossale, data la credibilità ormai in frantumi dell'UE. Nessun attore finanziario serio considererebbe affidabili tali garanzie. L'esitazione dell'Italia non è ideologica, è matematica. Con uno dei più pesanti debiti d'Europa, Roma capisce cosa succede quando i mercati iniziano a mettere in discussione la neutralità delle valute di riserva e dei depositari. Nessuno dei due Paesi ha improvvisamente sviluppato simpatia per Mosca: hanno semplicemente fatto i calcoli prima degli slogan. Parigi e Londra, nel frattempo, tuonano pubblicamente mentre isolano di nascosto l'esposizione delle proprie banche commerciali agli asset sovrani russi, un'esposizione misurata non con la retorica, ma in decine di miliardi di euro. Le sole istituzioni finanziarie francesi detengono circa €15-20 miliardi, mentre le banche e le strutture di custodia collegate al Regno Unito rappresentano circa £20-25 miliardi, gran parte delle quali transitano attraverso l'ecosistema di compensazione e custodia di Londra anziché depositarsi nei bilanci governativi. Questa ipocrisia e codardia non sono casuali. Parigi e Londra sono al centro del sistema bancario di custodia globale, della compensazione dei derivati ​​e del saldo dei cambi, nodi profondamente radicati nel sistema idraulico della finanza mondiale. Sequestri di ritorsione o fughe di capitali non sarebbero simbolici per loro; sarebbero catastrofici. Quindi l'onere viene spostato all'esterno. Ci si aspetta che gli stati più piccoli assorbano il rischio sistemico, mentre i centri finanziari principali mantengano la possibilità di negare, si ergano a difensori dello Stato di diritto, facciano il doppio gioco e si spaccino per virtuosi. Questa è tutt'altro che “solidarietà europea”: è difesa di privilegi acquisiti con la frode e il furto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/neofeudalesimo-europeo-come-le-tasse)

Sempre più persone stanno voltando le spalle all'Unione Europea. Con esse anche gli stati stanno perdendo sostanza economica. Le tasse di espatrio vengono utilizzate per contrastare questo fenomeno.

Gli stati dell'Unione Europea stanno vivendo un vero e proprio esodo: circa 1,4 milioni di cittadini dell'UE hanno lasciato i loro Paesi d'origine nel 2023, tra cui 265.000 tedeschi. Tra le destinazioni preferite ci sono, oltre a Svizzera e Stati Uniti, regioni in forte espansione come il Qatar o Dubai.


Buone ragioni

L'elenco dei Paesi di destinazione è dirompente dal punto di vista politico, perché rivela molto sui retroscena di questo movimento migratorio. Un numero crescente di lavoratori di successo cerca di sfuggire a livelli di tassazione che in molti luoghi sono predatori. Inoltre accademici, ricercatori, liberi professionisti come i cosiddetti “nomadi digitali” e imprenditori trovano migliori prospettive economiche altrove rispetto all'Europa, economicamente depressa.

Non di rado i cittadini dell'UE vengono schiacciati da un carico fiscale del 45%. Lo sappiamo dalla Germania: non è nemmeno necessario essere tra i redditi più alti in assoluto per dover cedere quasi la metà del proprio reddito al fisco. In sostanza si tratta di uno scandalo, di cui non si parla più apertamente.

A Dubai, ad esempio, non esiste alcuna imposta sul reddito. Negli Stati Uniti il governo federale grava i suoi cittadini con circa il 27% del peso fiscale. Chiunque sappia calcolare, sia istruito e abbia una buona mobilità, ne trae le conseguenze. Oltre al carico fiscale entrano sempre più in gioco le crisi sociali: migrazioni incontrollate, il degrado delle grandi città e il clima visibilmente ostile di burocrazie in continua espansione. Per molte persone ambiziose, la vita nell'Europa dell'UE è semplicemente troppo costosa e l'essenza della burocrazia troppo opprimente.


Emigrazione costosa

Ogni emigrante lascia dietro di sé un vuoto economico nella sua patria. Quando un tedesco con un reddito elevato lascia il Paese, lo stato non perde solo un contribuente, ma anche il suo capitale e il suo know-how. Nel corso della vita di un accademico circa €1,5 milioni tra tasse e contributi sociali sfuggono alle casse dello stato. A ciò si aggiunge l'enorme perdita di capitale. Le stime presuppongono che la ricchezza media pro capite dei tedeschi sia di €106.000. Con l'emigrazione di 265.000 tedeschi e il ritorno di 191.000 persone – dove per semplicità ipotizziamo lo stesso livello di ricchezza – circa €7,8 miliardi in capitali fluiscono all'estero.

L'economista Bernd Raffelhüschen calcola la perdita fiscale annuale dovuta all'emigrazione scontando la differenza tra i futuri pagamenti di imposte, i contributi sociali e i trasferimenti statali di un accademico medio al suo valore attuale. Arriva a una perdita di circa €30.000 per ogni accademico emigrato.

La fuga di persone altamente performanti funziona come un'erosione economica in tempo reale. Persone altamente qualificate lasciano il Paese. Persone che, con maggiore probabilità, avrebbero spostato capitali di rischio e fondato aziende stanno aprendo un divario fiscale. Circa il 56% delle entrate fiscali è fornito dal 10% dei contribuenti più ricchi: la classe politica farebbe bene a stendere il tappeto rosso per queste persone invece di imbrigliarle al carro dei loro ambiziosi progetti sociali.


Il feudalesimo come risposta

La risposta dell'Unione Europea alla fuga dei ricchi e degli ambiziosi in termini economici è di stampo neofeudale. Attraverso tasse punitive, i costi della fuga dall'esattore delle tasse e dallo stato sempre più invadente devono essere aumentati a tal punto da soffocare l'impulso a emigrare. Formulata in modo alquanto esagerato, questa linea di politica richiama le antiche condizioni feudali europee che un tempo portarono alla migrazione di massa degli europei verso il Nord America.

Oltre a Francia, Spagna, Italia e Paesi Bassi, anche la Repubblica Federale di Germania ha introdotto una tassa di espatrio.

Chiunque, in qualità di imprenditore, detenga almeno l'1% di una società di capitali (incluso il capitale azionario) e abbandoni la Germania, è soggetto a tassazione di espatrio, anche se non è stato realizzato alcun ricavato dalla vendita. In questo caso lo stato presume una vendita fittizia delle azioni e tassa la plusvalenza teorica. Determinante è la differenza tra il prezzo di acquisto originale e il valore di mercato attuale. Il 60% di questa plusvalenza viene aggiunto al reddito imponibile e tassato fino al 45%, a seconda dell'aliquota IRPEF. A ciò si aggiungono il contributo di solidarietà e un'eventuale imposta ecclesiastica.

Questa norma si applica se l'interessato è stato soggetto a tassazione illimitata in Germania per almeno sette degli ultimi dodici anni, e si applica anche in caso di emigrazione in Paesi terzi o di trasferimento all'interno dell'UE. Dal 2022 i trasferimenti all'interno dell'UE non sono più automaticamente privilegiati ai fini fiscali: chi desidera andarsene deve pagare, a meno che non richieda un differimento di sette anni e fornisca garanzie. La soglia di €150.000, spesso menzionata, non è una franchigia fiscale, ma un indicatore di valutazione.

In sintesi, ciò equivale a garantire l'accesso dello stato ai guadagni futuri, vincolando gli imprenditori alla loro patria e, tramite legacci fiscali, rendere più difficile la loro partenza.


L'Europa farà affidamento sulle barriere di capitale

Finora la tassazione sull'espatrio si riferiva alle partecipazioni societarie e non copriva i privati ​​che desideravano emigrare con i propri capitali. Tuttavia, alla luce dell'emergenza fiscale di numerosi stati membri dell'UE, dobbiamo presumere che la situazione cambierà a medio termine e che anche altri gruppi di persone saranno inclusi nell'ambito di applicazione della tassazione di espatrio.

Il fatto che gli stati dell'UE con ogni probabilità ricorreranno a barriere alla mobilità anziché riformare il loro costoso apparato statale dimostra la portata dell'intero problema. Le persone stanno letteralmente votando con i piedi contro il burocratismo e il super stato tentacolare.

La risposta è rappresentata da ulteriori barriere al capitale, come il previsto euro digitale. Ciò rappresenterebbe una barriera al capitale quasi insormontabile. E allo stesso tempo invierebbe il segnale al capitale mondiale di tenersi alla larga dall'Eurozona.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Euforia degli investitori e anatomia di un crollo dei mercati

Mer, 24/12/2025 - 11:02

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Brent Johnson

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/euforia-degli-investitori-e-anatomia)

I mercati si muovono in cicli di innovazione e speculazione e l'attuale impennata per quanto riguarda l'intelligenza artificiale non fa eccezione.

L'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale presenta quasi tutte le caratteristiche che hanno caratterizzato le bolle speculative del passato: valutazioni alle stelle, flussi di capitale concentrati, sentiment euforico degli investitori e narrazioni mediatiche che rafforzano le aspettative di una crescita inarrestabile. Sotto molti aspetti i parallelismi vanno oltre la semplice somiglianza: il fervore speculativo attorno ai rivali dell'intelligenza artificiale supera per molti versi la bolla South Sea, la mania per le ferrovie degli anni '40 dell'Ottocento, il boom degli anni '20, l'era delle dot-com e la frenesia dei mutui subprime.

Al centro della tempesta si trova un mix infiammabile di autentiche promesse tecnologiche, abbondante liquidità e psicologia umana. Gli investitori intravedono il potenziale per una trasformazione che cambierà il mondo, il credito rimane sufficientemente accessibile da alimentare l'assunzione di rischi e la paura di perdere un'occasione spinge i comportamenti verso estremi.

Il risultato è un ambiente in cui sia le startup che le aziende consolidate vengono valutate come se un'esecuzione impeccabile, una crescita esponenziale e un'adozione di massa immediata fossero inevitabili.

Tali presupposti sono insostenibili.

Ogni bolla speculativa storica ha messo in luce il pericolo di aspettative troppo distanti dalla realtà. Alla fine degli anni '90 il mantra era che i profitti non contavano più; oggi molte aziende nel settore dell'intelligenza artificiale proiettano ricavi e margini sulla base di scenari non comprovati.

Quando il divario tra proiezioni e risultati effettivi si amplia, i rischi si aggravano. Le perdite finanziarie sono il risultato più evidente, ma la storia dimostra che spesso seguono comportamenti scorretti. Dal boom per le ferrovie del XIX secolo a Enron, WorldCom e ai più recenti eccessi sui mutui, periodi di estremo ottimismo hanno creato terreno fertile per contabilità creativa, false dichiarazioni e frodi.

I segnali d'allarme sono ben noti.

Valutazioni estreme rispetto agli utili tangibili, un'elevata concentrazione di capitale in una manciata di vincitori celebrati e la facile reperibilità di finanziamenti, o la leva finanziaria, aumentano il rischio sistemico. La proliferazione di prodotti finanziari complessi amplifica la fragilità, trasformando piccole interruzioni in eventi di stress a cascata.

E come sempre l'insistenza sul fatto che “questa volta è diverso” riecheggia forte sullo sfondo, incoraggiando il comportamento del gregge e scoraggiando un'analisi sobria.

Quando sia gli investitori al dettaglio che quelli istituzionali inseguono le dinamiche di mercato anziché i fondamentali, il sistema si avvicina sempre di più al punto di rottura.

Anche la storia offre una guida per orientarsi in questi ambienti.

Gli investitori che desiderano partecipare all'innovazione senza esserne travolti dagli eccessi devono applicare un quadro di riferimento disciplinato e storicamente fondato. Ciò significa mettere in discussione le ipotesi alla base delle valutazioni, analizzare attentamente le proiezioni di profitto, monitorare le condizioni di leva finanziaria e liquidità, e verificare se i modelli di business siano sufficientemente solidi da resistere agli shock.

Significa anche coltivare la consapevolezza comportamentale, riconoscendo che la paura di perdersi qualcosa, gli istinti del gregge e l'intossicazione narrativa possono sopraffare anche i decisori più esperti.

La cosa più importante di tutte: è essenziale vigilare contro una contabilità aggressiva o una guida irrealistica, poiché gli incentivi all'abbellimento diventano più forti nei picchi speculativi.

Questo studio non è scritto da una posizione di pessimismo. Si tratta di un'esplorazione generale dell'anatomia dei crolli del mercato, concepita per fornire un quadro di riferimento per comprendere perché si formano i cicli speculativi e come si esauriscono.

Allo stesso tempo è tempestivo. Le condizioni che osserviamo oggi suggeriscono che una brusca correzione non è una possibilità remota, ma un rischio a breve termine.

E il nostro obiettivo non è predicare la paura.

Piuttosto si tratta di aiutare a preparare i lettori alle onde anomale che la storia ci insegna si presentano proprio quando le acque sembrano più calme. Crediamo che emergeranno opportunità straordinarie una volta che gli eccessi saranno eliminati dal sistema, ma per coglierle, gli investitori devono prima sopravvivere alla volatilità che li attende.

Le sezioni che seguono si basano su queste fondamenta, a partire dal boom dell'intelligenza artificiale stessa. In quanto esempio attuale più vivido di innovazione che si scontra con la speculazione, fornisce un caso di studio concreto di come opportunità e rischio si intreccino, preparando il terreno sia per un crollo doloroso che per un rinnovamento duraturo.


Lo sfondo

I mercati finanziari hanno sempre oscillato tra paura e avidità, momenti di stabilità ed episodi di mania.

I crolli sono raramente il risultato di shock davvero imprevisti; spesso sono l'inevitabile risultato di lunghi periodi di euforia degli investitori. Queste fasi euforiche sono caratterizzate da un mix inebriante di estremo ottimismo, valutazioni in forte crescita, facile disponibilità di credito e la convinzione che un nuovo paradigma tecnologico, o economico, giustifichi l'abbandono delle lezioni della storia.

Col senno di poi i segnali di eccesso appaiono solitamente evidenti, ma sul momento investitori, istituzioni e persino autorità di regolamentazione si lasciano cullare da narrazioni persuasive e dall'apparente affidabilità di prezzi in costante aumento.

Questo saggio esamina l'anatomia di questi cicli euforici. Esplora le condizioni che permettono all'ottimismo di crescere incontrollato, i segnali che possono essere visti in tempo reale, le distorsioni che si rivelano solo dopo il crollo e gli insegnamenti duraturi che gli investitori possono trarre.

Esempi storici che spaziano dalla mania dei tulipani al boom delle dot-com fino alla frenesia delle SPAC del 2021, abbinati a dati su valutazioni, leva finanziaria, IPO e liquidità forniscono la lente attraverso cui analizzare come si sviluppano le manie, perché si esauriscono e come gli investitori disciplinati possono prepararsi alle loro conseguenze.

Condizioni che generano euforia

L'euforia tende ad essere alimentata da tre elementi principali:

  1. Valutazioni gonfiate;
  2. Credito abbondante;
  3. Una narrazione avvincente del progresso.

La valutazione è il segnale più immediato. Il CAPE ratio di Robert Shiller offre una panoramica lunga un secolo su come i multipli degli utili si espandono durante le ere speculative.

Nel 1929 il CAPE salì sopra quota 32 prima di crollare a 5 nel pieno della Grande Depressione. Nel 2000, al culmine della bolla delle dot-com, toccò quota 44, un record che resistette fino ai giorni nostri, quando il CAPE è tornato a superare quota 30.

Ogni picco fu seguito da anni, persino decenni, di rendimenti modesti.

Le valutazioni elevate potrebbero non innescare un crollo immediato, ma comprimono i rendimenti futuri a lungo termine, lasciando i mercati vulnerabili a improvvisi cambiamenti di sentiment.

La disponibilità di credito costituisce il secondo elemento motore.

La liquidità fornita da banche, istituti di credito ombra, o banche centrali, amplifica la speculazione. Il debito marginale ne è un esempio lampante: ha raggiunto i $278 miliardi nel marzo 2000, i $381 miliardi nel luglio 2007 e i $935 miliardi nell'ottobre 2021, prima di superare quota $1.000 miliardi nel ciclo attuale. Ogni impennata ha coinciso con un'ondata di assunzione di rischi; ogni ritracciamento ha amplificato le perdite, mentre le vendite forzate si sono riversate a cascata nel sistema.

Il terzo elemento motore è la narrazione.

Le bolle speculative raramente si costruiscono sul nulla; sono ancorate a cambiamenti concreti. Le ferrovie nel diciannovesimo secolo, l'elettrificazione e le automobili all'inizio del ventesimo, Internet negli anni Novanta e l'intelligenza artificiale e le crittovalute negli anni Venti del XX secolo hanno tutti offerto visioni credibili di crescita illimitata. Eppure i mercati hanno costantemente prezzato queste innovazioni con una velocità e una portata irrealistiche.

La frase “questa volta è diverso” riecheggia in ogni episodio euforico, utilizzata per razionalizzare valutazioni e livelli di leva finanziaria che in tempi più calmi sarebbero liquidati come sconsiderati.

Segnali visibili in tempo reale

Anche al culmine della mania, i segnali d'allarme sono visibili a chi è disposto a guardare.

L'impennata degli investitori al dettaglio è un indicatore comune. Negli anni '20 le famiglie speculavano nei bucket shop con scommesse a leva sulle azioni. Gli anni '90 hanno visto i day trader armati di broker online e consigli nelle chat room. Negli anni 2020 le app senza commissioni hanno alimentato la frenesia dei meme azionari, con milioni di persone che si sono riversate su GameStop, AMC e altre società speculative.

Quando l'investimento si trasforma in intrattenimento culturale, i mercati sono già immersi nella fase euforica.

L'emissione è un altro segnale.

Nel 1999 quasi 500 IPO hanno inondato i mercati, molte delle quali da parte di aziende non redditizie. Nel 2021 oltre 1.000 quotazioni, dominate dalle SPAC, hanno eclissato persino quell'ondata. Tali ondate dimostrano non solo l'interesse degli investitori, ma anche l'opportunismo di chi emette titoli che sfruttano valutazioni gonfiate.

Gli andamenti dei prezzi spesso forniscono una conferma. I movimenti parabolici, in cui i prezzi accelerano oltre la sostenibilità, sono il classico segnale. Il NASDAQ tra il 1998 e il 2000, Bitcoin nel 2017 e nel 2021, e alcuni titoli legati all'intelligenza artificiale nel 2023-2025 hanno tutti mostrato questo comportamento. La copertura mediatica, poi, segue l'esempio, spostandosi verso un'incessante positività, con storie di milionari dall'oggi al domani e testimonial di celebrità che rafforzano la frenesia.

La mania speculativa raggiunge il suo apice quando entra nella coscienza culturale dominante.

Le misure di liquidità aggiungono ulteriori prove.

Nel 2020 M2 degli Stati Uniti è aumentata di quasi il 25% su base annua, il ritmo più rapido sin dalla Seconda guerra mondiale, alimentato dagli stimoli fiscali, dai tassi di interesse bassissimi e dagli acquisti massicci di asset. Quell'impennata ha alimentato il boom di azioni, crittovalute e oggetti da collezione. Quando M2 si è contratto nel 2022, gli asset rischiosi sono crollati, rivelando quanto l'euforia dipenda dall'ondata di liquidità.

Segnali più chiari solo col senno di poi

Altre distorsioni emergono solo dopo il crollo.

Il capitale a basso costo favorisce investimenti sbagliati: le aziende dot-com bruciano denaro in marketing alla fine degli anni '90, le startup SPAC del 2020-2021 crollano una volta evaporati i finanziamenti facili. La leva finanziaria nascosta è un'altra rivelazione. Nel 2008 i titoli garantiti da ipoteca e i CDO nascondevano esposizioni sistemiche; nel 2022 i prestatori di crittovalute falliscono per ragioni simili.
Anche le narrazioni subiscono una svolta radicale.

Durante i periodi di boom l'attenzione è rivolta alla crescita senza limiti; dopo i crolli l'attenzione si sposta sulla governance, sull'economia di mercato e sulla sostenibilità. Il passaggio da “quanto può diventare grande?” a “può sopravvivere?” è il segno distintivo di un'inversione di tendenza.

Un altro problema è la falsa rappresentazione contabile.

Enron rimane l'archetipo: il finanziamento da parte dei fornitori, il riconoscimento anticipato dei ricavi e altri espedienti hanno prolungato l'illusione, fino a rendere il crollo inevitabile. Il crollo di Enron ha trascinato con sé anche Arthur Andersen, uno degli studi di revisione contabile più prestigiosi al mondo, a dimostrazione di quanto il danno possa estendersi.

Dinamiche comportamentali

Dietro questi modelli finanziari si celano forze psicologiche ricorrenti.

L'atteggiamento gregario spinge gli investitori a seguire la massa, rafforzando lo slancio. L'eccessiva sicurezza convince i trader che usciranno prima della recessione, anche se l'esposizione aumenta. Il pregiudizio narrativo attribuisce alle storie di trasformazione il primato sull'analisi sobria. La percezione del rischio si erode man mano che pratiche un tempo considerate sconsiderate diventano normali.

Questo ciclo di comportamento si ripete con una coerenza inquietante.


Casi di studio riguardo l'euforia

Le manie speculative nascono quando ottimismo, innovazione e ricchezza improvvisa convergono per accendere l'immaginario collettivo e quando il credito facile fornisce a tutti i mezzi per partecipare.

Ogni caso ha i suoi marcatori culturali: i tulipani nell'Olanda del XVII secolo, i progetti della South Sea in Inghilterra durante l'Illuminismo, la radio e le automobili nell'America degli anni '20, le startup di Internet all'inizio del millennio, i mutui cartolarizzati negli anni 2000 e le azioni meme durante l'era della pandemia.

Dietro queste differenze superficiali si nasconde un ciclo emotivo comune: eccitazione, entusiasmo, avidità e, infine, panico.

Tulipanomania (1637)

La mania dei tulipani del 1637 è spesso ricordata come la prima grande bolla finanziaria.

Non si è mai trattato semplicemente di un fiore. Nel Secolo d'Oro olandese Amsterdam era diventata il centro del commercio mondiale e mercanti, artigiani e artisti si arricchivano grazie al commercio mondiale. I tulipani, appena importati dall'Impero Ottomano, erano considerati beni di lusso, i loro colori vivaci e i motivi sorprendenti erano dovuti al virus del mosaico.

Possedere bulbi rari significava dimostrare sia il proprio gusto che la propria posizione sociale.

La domanda trasformò presto i tulipani da status symbol a beni speculativi. Ciò che rese l'episodio straordinario fu la sua profonda penetrazione nella società olandese. Agricoltori, artigiani e piccoli commercianti specularono, spesso attraverso contratti futures che consentivano di scommettere su bulbi mai effettivamente scambiati.

Nel periodo di massimo splendore, un singolo bulbo poteva essere venduto a un prezzo dieci volte superiore al salario annuo di un operaio specializzato, con aneddoti sui prezzi che rivaleggiavano con quelli delle ville in riva al canale.

Quando un'asta ordinaria non riuscì ad attrarre le offerte attese, la fiducia svanì quasi all'istante. I prezzi crollarono, i contratti persero valore e, mentre l'economia olandese assorbiva lo shock, l'episodio lasciò una lezione duratura: quando prestigio e speculazione si fondono, i mercati possono staccarsi dalla realtà.

Bolla della South Sea (1720)

La bolla South Sea del 1720 seguì una traiettoria simile, ma con un peso istituzionale maggiore.

All'inizio del XVIII secolo l'Inghilterra era gravata da debiti di guerra e la South Sea Company propose una soluzione elegante: si sarebbe fatta carico del debito nazionale in cambio di azioni e diritti di monopolio sul commercio con il Sud America spagnolo. Promosso dai politici e approvato come praticamente privo di rischi, il piano fece impennare le azioni.

Gli investitori spaziavano dall'aristocrazia ai cittadini comuni, con la partecipazione persino della famiglia reale. L'ottimismo dell'età dell'Illuminismo incoraggiava la fiducia in opportunità illimitate e gli opportunisti lanciarono decine di iniziative imitatrici, alcune delle quali ridicolmente vaghe, come “una società per realizzare un'impresa di grande vantaggio, ma nessuno che sappesse di cosa si trattasse”.

Quando divenne chiaro che le prospettive commerciali della South Sea erano illusorie e il suo modello di conversione del debito insostenibile, la bolla scoppiò.

Le famiglie persero le loro fortune, la rabbia pubblica divampò e il Parlamento fu costretto a indagare.

La lezione era più ampia della speculazione: sottolineava la pericolosa interazione tra appoggio statale, finanza e fiducia pubblica, un momento formativo nella storia finanziaria britannica.

Crollo del 1929

Il crollo di Wall Street del 1929 catturò l'euforico mix di innovazione tecnologica, esuberanza culturale e leva finanziaria.

Gli anni '20 furono un periodo di trasformazione: le automobili ampliarono la mobilità, le radio collegarono le case e gli elettrodomestici rivoluzionarono la vita quotidiana. Il jazz, il cinema e l'energia culturale del decennio rafforzarono la sensazione che una nuova era di prosperità fosse permanente. Gli utili aziendali aumentarono, la proprietà azionaria si ampliò e i prestiti al margine permisero agli investitori di acquistare azioni con fondi presi in prestito.

Giornali e personalità radiofoniche celebravano il mercato come un biglietto di sola andata verso la ricchezza.

Nel 1929 le valutazioni erano spinte all'estremo, ma la convinzione culturale nel progresso soffocò lo scetticismo. Con l'arrivo della recessione, le richieste di margine si trasformarono in vendite dettate dal panico. Il crollo segnò la brusca fine dei ruggenti Anni Venti, infranse la fiducia nei mercati e aprì la strada alle difficoltà della Grande Depressione.

Bolla delle dot-com (1999-2000)

La bolla delle dot-com della fine degli anni '90 e dell'inizio degli anni 2000 rappresenta uno dei parallelismi moderni più evidenti.

Internet rappresentò una vera e propria rivoluzione tecnologica, ma come in epoche precedenti, fu mitizzato come fondamento di una “nuova economia” in cui le vecchie regole di valutazione non erano più valide. Le startup divennero icone culturali, investite da capitali di rischio e introdotte sul mercato attraverso un'ondata di IPO.

Gli investitori al dettaglio, favoriti dalle società di intermediazione online, si unirono alla corsa. Tra i reperti culturali dell'epoca figuravano le pubblicità al Super Bowl di aziende non redditizie e le copertine di riviste che proclamavano la fine delle attività commerciali tradizionali. Gli analisti sostenevano che “gli occhi” e i “clic” contassero più dei profitti.

Il rapporto CAPE Shiller salì a 44, un valore storico estremo. Quando la bolla scoppiò, il NASDAQ perse quasi l'80% del suo valore in due anni, cancellando fortune e carriere. Eppure, come nel 1929, le innovazioni di base hanno resistito: Amazon, Google ed eBay alla fine hanno prosperato, proprio come avevano fatto prima di loro automobili e radio.

La lezione non è che l'innovazione non abbia valore, ma che la speculazione accelera le aspettative ben oltre ciò che la realtà può offrire.

Crisi finanziaria globale (2008)

La crisi finanziaria globale del 2008 ha esteso il modello di euforia ai mercati del credito.

A differenza del boom delle dot-com, non si trattò di una mania di famiglie che acquistavano azioni di internet, ma di istituzioni che costruivano torri di leva finanziaria sulle fondamenta del mercato immobiliare. Il contesto culturale era la convinzione che la proprietà della casa fosse il fondamento del sogno americano, unita alla convinzione che i prezzi delle case non sarebbero mai diminuiti a livello nazionale.

Le banche concedevano credito a mutuatari sempre meno qualificati.

Wall Street confezionò i mutui in titoli e obbligazioni garantite da garanzie reali, che le agenzie di rating premiavano con lo status di investment grade. Gli investitori istituzionali, avidi di rendimento, li acquistavano con entusiasmo.

Quando i prezzi delle case cominciarono a scendere nel 2006 e nel 2007, l'illusione crollò.

Bear Stearns, Lehman Brothers e altri colossi crollarono, i mercati del credito si bloccarono e la crisi sfociò nella peggiore recessione globale sin dagli anni '30. La narrazione di stabilità e sicurezza cedette il passo alla fragilità sistemica e alla sfiducia.

Boom delle SPAC e delle azioni Meme (2020-2021)

Il boom delle SPAC e delle azioni meme del 2020-2021 ha dimostrato la rapidità con cui l'euforia si adatta ai nuovi ambienti.

La pandemia ha inizialmente scatenato il panico, ma uno stimolo monetario e fiscale senza precedenti ha presto invertito la rotta. Con tassi di interesse prossimi allo zero, migliaia di miliardi di dollari in trasferimenti governativi e risparmi delle famiglie da record, gli investitori al dettaglio si sono ritrovati con capitali da investire.

Piattaforme come Robinhood hanno reso il trading gratuito e ludico, mentre le comunità online su Reddit e Twitter hanno forgiato una cultura di speculazione collettiva. Titoli meme come GameStop e AMC sono diventati simboli culturali, celebrati meno per i fondamentali che per il ruolo di veicoli di ribellione contro Wall Street. Allo stesso tempo le SPAC si sono moltiplicate, offrendo quotazioni rapide per aziende non ancora testate.

Solo nel 2021 oltre 600 SPAC hanno raccolto capitali, riflettendo sia l'entusiasmo degli investitori sia la convinzione culturale che il cambiamento fosse possibile. Nel 2022 l'inasprimento della politica monetaria e l'inflazione hanno smorzato il boom.

Le azioni meme, le SPAC e persino le crittovalute sono crollati, lasciandosi alle spalle un'altra lezione: liquidità, psicologia e cultura possono generare illusioni di permanenza che si dissolvono da un giorno all'altro.

Nel loro insieme questi vari episodi mostrano come le società si convincano ripetutamente di essere sull'orlo della trasformazione, che si tratti di fiori, commercio globale, industria, tecnologia, o piattaforme digitali.

L'espansione del credito, la narrazione culturale e la partecipazione di massa forniscono il carburante.

Il crollo porta distruzione, riforma e riflessione, ma anche resilienza.

In quasi tutti i casi, l'innovazione al centro della bolla – tulipani a parte – è sopravvissuta al crollo.

Ciò che resta è sia un racconto ammonitore che una base per il futuro.


Lezioni per gli investitori: un esame più approfondito

La lunga storia delle manie euforiche offre una serie coerente di insegnamenti per gli investitori disposti a guardare oltre i guadagni a breve termine e a concentrarsi sulla conservazione del capitale attraverso i cicli.

Questi insegnamenti non sono principi astratti, si basano su secoli di modelli ripetuti, dalla speculazione sui tulipani nel XVII secolo alle crittovalute fino alle meme stock del XXI.

Studiando queste dinamiche ricorrenti, gli investitori possono elaborare un quadro pratico che funzioni sia come sistema di allarme che come guida per un processo decisionale disciplinato.

La disciplina nelle valutazioni è importante 

Il segnale più chiaro di un eccesso speculativo è la valutazione. Quando i multipli prezzo/utili, il CAPE Shiller, o le allocazioni azionarie delle famiglie raggiungono estremi storici, gli investitori pagano premi straordinari per la promessa di rendimenti futuri. La storia dimostra costantemente che tali momenti raramente finiscono bene.

Alla fine degli anni '20 le valutazioni dei titoli industriali salirono ben oltre i valori storici. Alla fine degli anni '90 il CAPE ratio raggiunse quota 44, il livello più alto nella storia degli Stati Uniti. In tali momenti i rendimenti futuri si riducono drasticamente, mentre aumenta la probabilità di dolorosi drawdown.

Le valutazioni non possono individuare con precisione i tempi – i mercati possono sfidare la gravità per anni – ma stabiliscono i limiti di ciò che è possibile. Gli alberi non crescono fino al cielo e i mercati non possono sostenere multipli in continua crescita indefinitamente. La sensibilità ai segnali di valutazione consente agli investitori di moderare le aspettative ed evitare l'illusione di stabilità nei guadagni esponenziali dei prezzi.

La leva finanziaria amplifica la fragilità 

Se la valutazione si evidenzia quando le condizioni sono tese, la leva finanziaria determina la violenza del risultato. Il denaro preso in prestito amplifica sia i profitti che le perdite, trasformando quelle che avrebbero potuto essere correzioni ordinate in crisi a cascata.

Negli anni '20 l'uso diffuso di prestiti al margine consentiva agli investitori di controllare posizioni ingenti con un capitale minimo. Una volta che i prezzi scesero, le richieste di margine costrinsero le liquidazioni, accelerando il crollo fino al 1929. Nel 2008 il carburante per la crisi arrivò dal credito ipotecario. Famiglie, banche e istituzioni accumularono debiti su fondamenta deboli, mentre i titoli garantiti da ipoteca e le obbligazioni garantite da debito distribuivano l'esposizione in tutto il sistema. Con il calo dei prezzi delle case, la leva finanziaria esplose nei bilanci, minacciando lo stesso sistema bancario globale.

Più di recente l'implosione di Archegos Capital nel 2021 ha dimostrato come la leva finanziaria nascosta possa destabilizzare i mercati. Utilizzando i total return swap, Archegos ha costruito posizioni opache e altamente concentrate, invisibili alle autorità di regolamentazione e alle controparti... almeno fino al suo crollo.

La lezione è chiara: il debito marginale, la crescita del credito e i coefficienti di leva finanziaria devono essere monitorati sia a livello micro che sistemico. La leva finanziaria agisce come un moltiplicatore di forza, accelerando i guadagni nei periodi di congiuntura favorevole, ma garantendo che le recessioni siano più acute e distruttive.

Innovazione e speculazione devono essere separate 

Le bolle spesso coincidono con l'innovazione autentica.

La bolla della South Sea era legata alla promessa del commercio globale. Il boom degli anni '20 si dispiegò mentre radio, automobili ed elettricità rimodellavano la vita. Internet negli anni '90, le ferrovie negli anni '40 dell'Ottocento, la fibra ottica negli anni '90, le crittovalute e l'intelligenza artificiale più di recente – tutte tecnologie trasformative.

Ma i mercati confondono ripetutamente l'innovazione con il successo garantito degli investimenti.

Alla fine degli anni '90 le startup di Internet senza un percorso di profitto registravano valutazioni multimiliardarie. Negli anni '40 dell'Ottocento le azioni ferroviarie salirono alle stelle, solo per poi essere rovinate dalla sovraccapacità e dall'inganno degli investitori. In entrambi i casi le infrastrutture costruite nella frenesia – linee ferroviarie e reti digitali – sopravvissero e alla fine alimentarono decenni di crescita.

Il paradosso è chiaro: l'innovazione resiste, ma la speculazione distorce.

I vincitori di domani spesso emergono solo dopo che la mania si è placata, mentre chi ha acquistato durante i picchi di euforia si ritrova con delle perdite.

La lezione è la pazienza.

Gli investitori devono distinguere l'entusiasmo dalla durevolezza, riconoscendo che i reali benefici sociali dell'innovazione richiedono più tempo per materializzarsi di quanto i mercati siano disposti ad aspettare. Il pregiudizio della recenza e l'invidia spingono le persone a inseguire i rendimenti, ma una separazione disciplinata tra promessa e prezzo è fondamentale.

La consapevolezza comportamentale è fondamentale 

Charlie Munger ha spesso sottolineato che gli investitori devono riprogrammare i propri istinti, passando dalle reazioni alimentate dalle emozioni alla pazienza e alla razionalità. Valutazione e leva finanziaria sono importanti, ma senza consapevolezza della psicologia, gli investitori rimangono vulnerabili.

Pregiudizi come la paura di perdere un'occasione, la mentalità del gregge e l'eccessiva sicurezza allontanano ripetutamente i mercati dai fondamentali. Il boom delle dot-com rese popolare la frase “i profitti non contano”. La bolla immobiliare statunitense si basava sulla convinzione che i prezzi delle case non potessero scendere a livello nazionale. Il fenomeno delle meme-stock del 2020-21 si basava sulla convinzione che gli investitori al dettaglio potessero costantemente superare in astuzia Wall Street.

In ogni caso le narrazioni hanno prevalso sull'analisi dei fondamentali finché il crollo non ha messo in luce le debolezze.

Gli investitori possono contrastare questo fenomeno con l'umiltà e la struttura. Sviluppare una disciplina anticonformista, resistere alla mania quando l'ottimismo è estremo e prepararsi ad agire quando la disperazione domina. Stabilire limiti predefiniti, diversificare e creare sistemi per prevenire decisioni emotive.

La consapevolezza comportamentale non è solo difensiva, è un vantaggio offensivo. Ignorando il 20% massimo e minimo degli estremi di mercato, come suggerì una volta J. P. Morgan, gli investitori possono concentrarsi sul 60% intermedio, dove risiedono opportunità razionali.

Riconoscere e contrastare i pregiudizi fornisce un vantaggio duraturo nei mercati che invece prosperano sulla distorsione psicologica.

La liquidità alimenta i cicli 

La liquidità è la mano invisibile dietro i boom e le crisi del mercato.

Denaro facile, tassi bassi, credito abbondante e allentamento quantitativo influenzano i prezzi degli asset incoraggiando l'assunzione di rischi. La stretta monetaria inverte il processo, innescando liquidazioni forzate e correzioni improvvise.

Alla fine degli anni '20 il credito debole alimentò la speculazione azionaria fino a quando la Federal Reserve non adottò una stretta monetaria nel 1928-29, prosciugando la liquidità e innescando il crollo. Negli anni 2000 il lassismo nei prestiti e i tassi bassi alimentarono le bolle immobiliari e del credito, finché l'aumento dei default e l'inasprimento delle politiche monetarie non misero in luce la fragilità sistemica.

Il paragone di Warren Butett è appropriato: la liquidità è come l'ossigeno, passa inosservata quando è abbondante ma è l'unica cosa che conta quando scompare.

La “Greenspan Put”, introdotta nel 1987, aggiunse una nuova dimensione: la percezione che le banche centrali sarebbero sempre intervenute per attutire i ribassi. Questo azzardo morale incoraggiò l'assunzione di rischi, contribuendo alla bolla delle dot-com e all'impennata del mercato immobiliare. La liquidità dell'era pandemica mostrò la stessa dinamica: iniezioni straordinarie nel 2020-21 inflazionarono asset in ambito tecnologico, crittovalute e altro ancora.

Quando l'inflazione aumentò, un'aggressiva stretta monetaria nel 2022 stroncò il boom.

Per gli investitori monitorare la liquidità è indispensabile. La crescita dell'offerta di moneta, gli spread creditizi, i tassi reali e la comunicazione con le banche centrali forniscono indicatori anticipatori di rischio. La liquidità determina quando l'ottimismo prospera e quando le correzioni diventano inevitabili.

Segnali di illeciti contabili 

Ogni mania genera frodi. Quando il capitale è abbondante e lo scetticismo svanisce, l'inganno diventa sistemico. La frode non è un caso dei boom, è una caratteristica.

• La South Sea Company esagerava i privilegi per mantenere vivo l'entusiasmo, mentre gli opportunisti sponsorizzavano iniziative prive di significato.

• La mania ferroviaria degli anni '40 dell'Ottocento era costellata di proiezioni inflazionate e falsi bilanci.

• Negli anni '20 i fondi di investimento piramidavano gli asset per dare l'illusione di crescita.

• Enron e WorldCom alla fine degli anni '90 incarnarono l'interconnessione tra clamore dell'innovazione e abusi contabili. Enron contabilizzò profitti immaginari come reddito corrente e nascose debiti in entità speciali.

• WorldCom capitalizzò miliardi di dollari in spese di routine per falsificare i guadagni.

• La crisi finanziaria globale ripetè il ciclo su larga scala: dati sui redditi falsificati, titoli con valutazioni errate, strutture di bilancio fuori scala e rischi nascosti imperversarono fino al crollo del mercato immobiliare.

• Più di recente Wirecard ha falsificato €1,9 miliardi in contanti.

• FTX ha sottratto fondi ai clienti dietro una facciata di trasparenza.

• Nikola ha fatto rotolare un camion giù per una collina per simulare la sua funzionalità.

• Theranos ha ingannato pazienti e investitori con false promesse.

Le forme si ripetono: manipolazione dei bilanci, ricavi falsificati, passività nascoste, proiezioni esagerate, vere e proprie bugie e fallimenti da parte di revisori, autorità di regolamentazione e agenzie di rating.

Ogni volta la frode amplifica le perdite e mina la fiducia nei mercati stessi.

Gli investitori devono presumere che la frode sia presente durante le fasi di mania e proteggersi attraverso lo scetticismo, l'analisi forense e la resistenza alle narrazioni che scoraggiano il dubbio.

Sintesi: un quadro di riferimento per la disciplina

Le lezioni di valutazione, leva finanziaria, innovazione, psicologia, liquidità e frode sono importanti.

Nel loro insieme formano un quadro di riferimento duraturo per investimenti disciplinati.

Le valutazioni forniscono la bussola, segnalando aspettative eccessive. La leva finanziaria mostra dove la fragilità è maggiore. L'innovazione evidenzia le promesse, ma mette in guardia contro la contaminazione dei prezzi. La psicologia spiega perché i mercati oscillano troppo in entrambe le direzioni. La liquidità rappresenta il carburante per i cicli, mentre la frode rappresenta l'inevitabile ombra dell'esuberanza.

Integrare queste intuizioni consente agli investitori di costruire un sistema interno di allerta precoce.

Questo quadro di riferimento non richiede di evitare completamente il rischio: le bolle sono imprevedibili e partecipare all'innovazione è necessario per la crescita.

Al contrario, promuove la disciplina: ridurre le perdite quando valutazioni e leva finanziaria sono elevate, mettere in discussione le narrazioni ottimistiche, monitorare la liquidità e rimanere vigili sulle frodi.

La storia conferma la necessità di tutto questo.

Dallo schema South Sea all'eccesso delle dot-com, dal crollo del mercato immobiliare all'intelligenza artificiale e agli asset digitali di oggi, gli stessi fattori si ripetono. La tecnologia e i mercati si evolvono, ma la paura, l'avidità e l'istinto rimangono costanti. Interiorizzando queste lezioni, gli investitori acquisiscono la capacità di evitare le trappole dell'euforia, posizionandosi al contempo per cogliere le opportunità che si presenteranno in seguito.

Pazienza, adattabilità e pensiero anticonformista sono gli ingredienti finali. I mercati sono ciclici, spesso irrazionali e punteggiati da eccessi.

Un quadro di riferimento radicato nella storia e rafforzato dalla disciplina fornisce non solo protezione dalle turbolenze, ma anche la resilienza necessaria per sfruttare le riprese. Gli investitori che abbracciano questa mentalità trasformano la volatilità dei cicli da una minaccia in una piattaforma per la ricchezza a lungo termine.


Un nuovo fattore: la gestione passiva

Mentre la storia insegna che valutazioni, leva finanziaria, liquidità, innovazione, psicologia e frode hanno costantemente guidato i cicli euforici, l'era moderna ha introdotto una forza strutturale senza un vero precedente storico: l'ascesa esplosiva delle strategie di investimento passive.

A differenza delle dinamiche nei tulipani, nelle ferrovie, nelle dot-com, o nei mutui subprime, il predominio dei fondi indicizzati e degli exchange-traded fund (ETF) ha il potenziale per rimodellare radicalmente l'anatomia dei futuri crolli dei mercati.

La gestione passiva, per sua natura, non discrimina.

I flussi di capitale negli indici generali vengono allocati in base alle ponderazioni della capitalizzazione di mercato piuttosto che a giudizi su valutazione, qualità, o sostenibilità. Con il passaggio di migliaia di miliardi di dollari dalla selezione attiva dei titoli ai fondi indicizzati, si è creato un nuovo circolo vizioso: le società più grandi dell'indice ricevono i maggiori flussi di investimento spingendo i loro prezzi al rialzo, il che aumenta ulteriormente le loro ponderazioni nell'indice attraendo ulteriori flussi di investimento.

Questo meccanismo ha creato una tendenza strutturale alla concentrazione in una manciata di società a grande capitalizzazione.

E l'entità dei flussi passivi è senza precedenti.

Negli anni '80 le strategie passive rappresentavano una quota trascurabile dell'attività di mercato.

A metà degli anni '90 avevano acquisito una modesta trazione. Oggi oltre il 50% del patrimonio dei fondi azionari statunitensi è gestito passivamente, con i soli ETF che detengono migliaia di miliardi di dollari. Alcune stime suggeriscono che nei settori chiave degli indici, le negoziazioni giornaliere siano dominate da veicoli passivi. Questo cambiamento strutturale solleva interrogativi cruciali sul comportamento dei mercati in periodi di stress.

Una conseguenza è la riduzione della determinazione dei prezzi.

Storicamente i gestori attivi competevano per valutare utili, bilanci e flussi di cassa, premiando le società efficienti e penalizzando quelle deboli. In un mercato dominato dai flussi passivi, questo processo è attenuato.

L'allocazione del capitale non è guidata dall'analisi dei fondamentali, ma dall'inclusione in un indice. Le aziende deboli possono essere sostenute semplicemente dall'appartenenza a un benchmark, mentre le aziende forti possono essere sproporzionatamente incentivate, poiché i flussi passivi inseguono le dimensioni piuttosto che il valore.

Questa distorsione può esacerbare l'accumulo di fragilità durante le fasi euforiche.

Il vero pericolo emerge durante i periodi di inversione.

I fondi passivi sono strutturati per fornire liquidità su richiesta – gli investitori possono riscattare le quote dell'ETF in qualsiasi momento – ma gli asset sottostanti potrebbero non essere altrettanto liquidi. In mercati calmi questo disallineamento è nascosto.

In mercati stressati i riscatti dai veicoli passivi potrebbero innescare vendite indiscriminate su interi settori, o classi di asset. A differenza dei gestori attivi, che potrebbero quantomeno scaglionare le vendite o tentare liquidazioni selettive, le strutture passive possono liquidare ingenti panieri di titoli contemporaneamente, amplificando la spinta al ribasso.

E prendete in considerazione anche le implicazioni della concentrazione.

I titoli più grandi nell'indice S&P 500 – i cosiddetti “Magnificent Seven” nel 2020 – dominano le ponderazioni dell'indice. Se gli investitori escono dai fondi passivi durante una correzione, queste società potrebbero subire un'enorme pressione di vendita simultanea, non a causa dei loro fondamentali, bensì a causa della loro dimensione all'interno dei benchmark.

Di fatto i flussi passivi potrebbero trasformare i leader di mercato in acceleratori di flessioni più ampie. Gli stessi titoli che in passato hanno stabilizzato i portafogli potrebbero diventare motori di volatilità in futuro.

Le strategie passive possono anche rafforzare il comportamento gregario.

Quando gli investitori si riversano nei fondi indicizzati durante le fasi di boom, detengono tutti lo stesso insieme di titoli. Quando il sentiment cambia, escono altrettanto insieme.

Questo comportamento sincronizzato rischia di trasformare quelle che avrebbero potuto essere correzioni localizzate in eventi sistemici. In epoche precedenti la diversità delle strategie degli investitori e degli orizzonti temporali forniva alcune forze stabilizzatrici. Oggi l'omogeneità dei flussi potrebbe indebolire tale resilienza.

Un ulteriore livello di rischio risiede nell'ascesa degli ETF tematici e con leva finanziaria.

Questi strumenti offrono agli investitori un'esposizione a ristrette fette di mercato, dall'energia pulita all'intelligenza artificiale, spesso utilizzando derivati ​​per amplificare i rendimenti. Pur essendo commercializzati come strumenti efficienti per ottenere un'esposizione mirata, rappresentano anche punti di fragilità strutturali. In una fase di vendita le liquidazioni dei derivati ​​e le esposizioni concentrate potrebbero aggravare la volatilità, creando circoli viziosi che si estendono ben oltre i settori di nicchia che monitorano.

Gli scettici sostengono che i fondi passivi siano semplicemente un involucro, che detengono gli stessi titoli sottostanti dei gestori attivi e che quindi non possono modificare radicalmente le dinamiche di mercato.

Tuttavia questa visione sottovaluta l'importanza dei flussi e degli incentivi. I gestori attivi possono scegliere di trattenere il capitale, evitare asset sopravvalutati, o spostare l'esposizione verso titoli più sicuri. I veicoli passivi non possono. La loro rigidità è la loro caratteristica distintiva e, nei momenti di stress, la rigidità può essere pericolosa.

L'ascesa della gestione passiva non invalida i fattori eterni delle bolle. Le valutazioni continueranno ad aumentare, la leva finanziaria continuerà ad accumularsi, la liquidità continuerà a dettare i cicli e le frodi continueranno a emergere.

Ciò che è cambiato è l'idraulica dei mercati.

Poiché i fondi passivi detengono una quota dominante di asset, i meccanismi con cui il capitale entra ed esce dai mercati potrebbe esacerbare sia l'ascesa delle bolle sia la violenza del loro scoppio.

Per gli investitori la lezione non è quella di evitare del tutto le strategie passive. Offrono un'esposizione a basso costo, un'ampia diversificazione e benefici a lungo termine.

Piuttosto è importante comprendere i rischi sistemici insiti nella loro portata. Monitorare i flussi in entrata e in uscita dai veicoli passivi, riconoscere i rischi di concentrazione nei titoli fortemente indicizzati e tenere conto del disallineamento di liquidità tra gli ETF e i loro asset sottostanti sarà fondamentale per prevedere come potrebbero evolversi le future vendite.

In sintesi, gli investimenti passivi introducono un fattore strutturale che non esisteva nelle bolle del passato.

E questo ha cambiato l'architettura stessa dei mercati.

Mentre la storia insegna che ogni mania finisce allo stesso modo – ottimismo vanificato da leva finanziaria, liquidità e psicologia – il prossimo crollo potrebbe essere caratterizzato dal ruolo dei flussi passivi. La portata del loro impatto non sarà messa alla prova in una crisi conclamata.

Ciò che è chiaro è che la gestione passiva, nonostante la sua efficienza, ha creato nuove vulnerabilità che potrebbero rendere le future recessioni più brusche, rapide e sincronizzate rispetto a quelle del passato.

 

Parallelismi nell'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale

La rapida ascesa dell'intelligenza artificiale ha acceso l'entusiasmo degli investitori a livelli mai più visti sin dal boom delle dot-com della fine degli anni '90.

I capitali si stanno riversando nelle aziende dell'intelligenza artificiale e tecnologiche, molte delle quali vantano valutazioni elevate, svincolate dai tradizionali parametri di redditività o flussi di cassa.

La storia del potenziale trasformativo ha messo in ombra l'analisi dei fondamentali, mentre ingenti somme di denaro alimentano la convinzione che l'intelligenza artificiale rimodellerà interi settori dall'oggi al domani. Le impronte delle bolle del passato sono di nuovo visibili: valutazioni esorbitanti, credito abbondante, narrazioni seducenti, pratiche contabili discutibili e, ora, la forza aggiuntiva delle strutture di mercato passive.

Valutazioni e condizioni del credito 

Le valutazioni delle aziende legate all'intelligenza artificiale riflettono ipotesi pressoché perfette di adozione, redditività ed esecuzione.

Proprio come le aziende Internet alla fine degli anni '90 erano quotate in base a “occhi” e “clic” piuttosto che in base ai profitti, oggi le azioni nel settore dell'intelligenza artificiale sono spesso valutate in base a proiezioni di dominio totale nel settore stesso. Le valutazioni del mercato privato riflettono la stessa esuberanza, con miliardi di dollari raccolti fino a multipli disgiunti dai fondamentali.

Questi prezzi sono sostenuti non solo dall'ottimismo, ma anche da un'abbondante liquidità. Il capitale di rischio, i mercati del debito societario e i pool globali di capitali hanno reso il finanziamento straordinariamente facile, consentendo sia alle startup che agli operatori storici di espandersi in modo aggressivo.

Il ruolo del credito nell'amplificare la fragilità rimane centrale come lo era nel 1929, nel 2000, o nel 2008.

Narrazioni come acceleranti

Ogni mania storica è stata accompagnata da una grande storia di trasformazione.

Le ferrovie promettevano di unire intere nazioni: la South Sea Company prometteva ricchezze dal commercio, le dot-com promettevano di riscrivere le regole del business; l'intelligenza artificiale ora indossa la corona dell'inevitabilità, ovvero una tecnologia così potente che cambierà il commercio, la logistica, l'assistenza sanitaria, la finanza e persino la sicurezza nazionale.

Questa narrazione è stata amplificata dalla copertura mediatica, dai leader aziendali e dagli investitori desiderosi di non rimanere indietro. Lo scetticismo viene bollato come cecità verso il futuro, mentre la frase “questa volta è diverso” è implicita anche quando non pronunciata.

Pratiche contabili discutibili nel settore dell'intelligenza artificiale e tecnologico 

La storia ci insegna che quando le valutazioni si discostano dalla realtà, spesso le pratiche contabili seguono la stessa tendenza.

Per sostenere la crescita, le aziende adottano strategie finanziarie aggressive che estendono gli standard e minano la trasparenza. Le aziende odierne che operano nel campo dell'intelligenza artificiale e della tecnologia non fanno eccezione. Si distinguono diversi modelli:

  1. Riconoscimento aggressivo dei ricavi – Registrazione dei ricavi su contratti a lungo termine, o contingenti, che potrebbero non concretizzarsi mai.
  2. Capitalizzazione delle spese – Spostamento di ingenti costi di ricerca/sviluppo e infrastrutturali a bilancio, influendo negativamente sulla redditività a breve termine.
  3. Distorsione della remunerazione basata sulle azioni – Trattamento delle concessioni di capitale come irrilevanti, escludendole dagli utili rettificati.
  4. Abuso di metriche contabili non-GAAP – Eliminazione dei costi ricorrenti con il pretesto di rettifiche “una tantum”.
  5. Indebitamento di canale e integrazione di partnership – Registrazione dei ricavi derivanti da accordi con parti correlate o accordi non sostenibili.

Queste tattiche potrebbero non sempre costituire una vera e propria frode, ma creano un quadro distorto della salute finanziaria. Generano inoltre pressione sui concorrenti affinché adottino pratiche simili, diffondendo fragilità in tutto il settore.

I parallelismi storici sono inequivocabili: gli utili “pro forma” delle dot-com, le entità fuori bilancio di Enron, la capitalizzazione delle spese di WorldCom e il famigerato “EBITDA rettificato per la comunità” di WeWork. In ogni caso una contabilità discutibile riflette e alimenta la mania, finché la realtà non impone una resa dei conti.

Il ruolo delle strutture di mercato passive 

Come accennato in precedenza, ciò che rende unico il ciclo attuale è il predominio degli investimenti passivi.

Fondi indicizzati ed ETF ora indirizzano migliaia di miliardi di dollari nelle aziende più grandi semplicemente per il loro peso nei benchmark, non per la forza dei fondamentali.

Questo crea un circolo vizioso: i leader nel settore dell'intelligenza artificiale ricevono flussi di ingresso sproporzionati, i quali aumentano la loro capitalizzazione di mercato, che a sua volta attrae ancora più capitale passivo. Il risultato è un rischio di concentrazione e un rafforzamento automatico delle stesse valutazioni già tese dall'ottimismo.

Questa rigidità diventa pericolosa al contrario.

Quando il sentiment cambia, i riscatti dai veicoli passivi innescano vendite indiscriminate su interi indici. Le aziende più grandi, che hanno beneficiato maggiormente dei flussi passivi, possono diventare motori di volatilità nelle fasi di ribasso.

I meccanismi degli investimenti passivi, assenti nelle bolle precedenti, possono accelerare e sincronizzare le vendite future in modi che la storia non ha ancora testato.

Perché queste dinamiche preannunciano crolli

Il modello ricorrente è chiaro.

Valutazioni elevate creano fragilità, un credito abbondante amplifica il rischio, le narrazioni sospendono l'incredulità, contabilità discutibile alimenta illusioni di redditività, i ​​flussi passivi rafforzano la concentrazione.

E finché prevale l'ottimismo, queste condizioni persistono.

Ma quando la liquidità si restringe, i tassi di interesse salgono, o emerge uno scandalo di alto profilo, il cambiamento di sentiment è improvviso e implacabile. La fiducia si erode non solo in una singola azienda, ma in un intero settore, diffondendo il contagio tra i mercati.

La storia dimostra che lo smantellamento di queste illusioni non è mai graduale.

Il crollo di Enron gettò diffidenza nel settore energetico, i fallimenti delle dot-com screditarono la tecnologia in senso più ampio, lo scoppio della bolla immobiliare scosse la fiducia nell'intero sistema finanziario. L'intelligenza artificiale, ora integrata al centro degli indici di mercato, potrebbe innescare un simile shock sistemico se rivelazioni contabili, variazioni di liquidità, o azzeramenti delle valutazioni dovessero convergere.

Implicazioni per investitori e autorità di regolamentazione 

Per gli investitori, la lezione è la vigilanza.

I numeri riportati devono essere analizzati, con particolare attenzione ai flussi di cassa, all'integrità del bilancio e all'affidamento a rettifiche contabili non-GAAP. Le narrazioni dovrebbero essere soppesate rispetto ai fondamentali e i flussi passivi dovrebbero essere riconosciuti sia come fonte di stabilità nelle fasi di espansione che di fragilità nelle fasi di contrazione.

Per le autorità di regolamentazione, la sfida è far rispettare la disciplina contabile prima che i mercati la impongano.

La trasparenza nella rendicontazione e il controllo delle pratiche aggressive sono essenziali per preservare la fiducia.

Riepilogo 

Il boom nel settore dell'intelligenza artificiale non è un caso unico nella sua psicologia.

Segue il percorso ben collaudato delle manie speculative: valutazioni oltre ogni ragionevolezza, credito che scorre liberamente, narrazioni di crescita illimitata e pratiche contabili che offuscano la realtà.

La novità è la struttura dei mercati odierni, dove gli investimenti passivi amplificano la concentrazione e accelerano le inversioni di tendenza. Insieme, queste forze preparano il terreno per una fragilità su una scala non ancora testata. La storia ci suggerisce che ignorare questi segnali non farà scomparire il potenziale botto successivo.

Il crollo, quando arriverà, seguirà la consueta anatomia.

Solo che questa volta c'è un nuovo accelerante incorporato nel sistema stesso.


Perché è importante ORA 

Lo slancio è andato perso

Lo slancio nei principali indici e nei principali titoli tecnologici ha iniziato a cedere, nonostante i prezzi appaiano resilienti. Questa perdita di forza interna sia nei benchmark che nelle loro componenti principali è un segnale precoce che le basi del rally si stanno indebolendo.

Questo è importante perché il rally azionario dell'ultimo anno si è basato su una leadership sempre più ristretta.

Il Dow Jones, l'indice S&P 500 e il Nasdaq si trovano tutti vicino ai massimi del ciclo in termini di prezzo, ma sotto la superficie la situazione è meno rassicurante. Gli indicatori di forza relativa (RSI) per ciascun indice hanno raggiunto il picco più di un mese fa e sono poi tornati indietro, mentre lo slancio stocastico ha già iniziato a segnalare un esaurimento.

Questa divergenza, con il momentum che si indebolisce mentre i prezzi si muovono lentamente verso l'alto, è uno dei classici indicatori di un mercato in difficoltà.

La fragilità degli indici è ulteriormente aggravata dal visibile deterioramento delle principali componenti del mercato, i cosiddetti “Magnificent Seven”.

Nvidia (NVDA) ha già ceduto i massimi, con l'RSI che precipita in territorio di ipervenduto.

Microsoft (MSFT), un altro pilastro sia dell'indice S&P 500 che del Nasdaq, mostra una decisa perdita di momentum, con il prezzo che scivola sotto la media mobile a 50 giorni e la forza relativa in calo.

Tesla (TSLA) non è riuscita a recuperare i massimi di fine 2024, muovendosi invece lateralmente con momentum in calo. Persino Apple (AAPL), da tempo un barometro del sentiment generale, mostra segni di stanchezza nonostante il recente rimbalzo. L'RSI è elevato ma in calo, il che suggerisce che la forza dei prezzi non è confermata da convinzioni interne.

I semiconduttori, principali beneficiari del boom dell'intelligenza artificiale, mostrano un andamento simile: i prezzi rimangono elevati, ma il momentum si è interrotto.

Nel complesso questi andamenti suggeriscono che gli indici più ampi siano appesi a un filo.

I prezzi rimangono ai massimi o quasi, ma i titoli leader che hanno trainato i guadagni mostrano crepe visibili. Storicamente, quando i generali cadono, l'esercito li segue.

Con gli indici fortemente concentrati su questi pochi titoli, il crollo del momentum nei titoli MAG7 non è solo una curiosità tecnica. È un segnale di allarme di una potenziale debolezza sistemica del mercato.

Strutture passive: amplificatori del rischio 

La vulnerabilità è amplificata dall'attuale struttura del mercato. Le strategie passive – fondi indicizzati ed ETF – dominano la proprietà azionaria a un livello senza precedenti nella storia. Per come sono strutturati, questi veicoli allocano il capitale in base alla capitalizzazione di mercato.

Ciò significa che i titoli più grandi, in particolare le MAG7, hanno ricevuto una quota sproporzionata di flussi in entrata durante la fase di rialzo. Nvidia, Microsoft, Apple e Tesla non sono solo singole aziende; sono i pilastri su cui poggiano migliaia di miliardi di risparmi passivi.

Questa struttura funziona in modo riflessivo.

Con l'aumento dei prezzi, i flussi passivi li hanno spinti al rialzo, aumentando ulteriormente le valutazioni e rafforzando il loro predominio nei benchmark.

Ma lo stesso meccanismo funziona al contrario. Quando il momentum si interrompe e gli investitori escono dai veicoli passivi, questi ultimi sono costretti a vendere in proporzione al peso dell'indice. La pressione di vendita su Nvidia o Apple non rimane limitata a quei titoli; si riversa sull'intero indice, trascinando al ribasso ogni fondo e portafoglio legato al benchmark.

Ciò che rende critico il momento attuale è la convergenza di fragilità tecnica e strutturale.

Il momentum negli indici ha già raggiunto il picco, suggerendo un esaurimento interno. Le MAG7 nell'indice stanno capitolando una dopo l'altra, con NVDA e MSFT che mostrano un netto deterioramento del momentum.

L'allocazione passiva implica che la debolezza di questi titoli non sarà isolata, ma si propagherà all'intero sistema. Di fatto, il mercato ha creato un circolo vizioso in cui le vendite generano altre vendite, non perché i fondamentali siano cambiati, ma perché la struttura del mercato ora lo richiede.

Il rischio è che quella che inizia come una correzione tecnica in una manciata di titoli possa trasformarsi in un declino più ampio del mercato. Con valutazioni elevate, liquidità in calo e resoconti contabili discutibili già sotto esame, i flussi passivi che un tempo stabilizzavano i mercati ora minacciano di accelerare la volatilità.

Questo ci fa riflettere ulteriormente quando analizziamo le valutazioni attuali nel contesto storico più ampio.

Per non parlare del posizionamento. Dopotutto, se le strategie che seguono il trend sono all-in, cosa ci dice questo di quelle che invece si limitano a seguire ciecamente suddette strategie?

Per gli investitori l'implicazione è chiara: l'apparente stabilità del mercato è più fragile di quanto sembri e il crollo dei titoli leader potrebbe essere il catalizzatore che trasforma la forza passiva in una vulnerabilità sistemica.

Riepilogo 

Nessuna di queste analisi garantisce che un crollo sia imminente. I mercati possono rimanere sotto pressione più a lungo di quanto suggerisca la logica, e i periodi di divergenza tra prezzo e momentum possono durare settimane.

Ciò che i dati dimostrano è che il tavolo è perfettamente pronto per tutto questo.

E stiamo entrando in una stagione in cui i mercati tendono a diventare più instabili e il contesto di quest'anno include una serie di potenziali catalizzatori in vista: dati sull'inflazione che potrebbero sorprendere, riunioni delle banche centrali che potrebbero acuire le divisioni politiche e tensioni geopolitiche che possono verificarsi senza preavviso.

Politiche monetarie divergenti nelle principali economie aggiungono un ulteriore livello di incertezza. O forse non c'è affatto bisogno di uno shock esterno. A volte i mercati inciampano semplicemente perché non si presentano nuovi acquirenti.

Nel frattempo l'indice di volatilità si attesta a livelli insolitamente bassi, segno che gli investitori sono diventati compiacenti. Una bassa volatilità significa anche che il costo delle assicurazioni è basso.

In un contesto in cui la leadership vacilla, le dinamiche interne si stanno indebolendo e i potenziali catalizzatori incombono, la possibilità di assicurarsi una protezione a prezzi convenienti è un'opportunità che pochi cicli hanno offerto.

L'attuale situazione suggerisce che è improbabile che queste coperture rimangano a basso costo a lungo e, quando daranno i loro frutti, potrebbero farlo in modo spettacolare.

In ogni caso, le lezioni del passato sono molto chiare e in questo momento stanno urlando.

Ricordate, il momento migliore per prepararsi è prima della pioggia. Prima della pioggia


Conclusione 

Il boom alimentato dall'intelligenza artificiale dimostra perché le lezioni della storia finanziaria rimangono indispensabili.

Le forze che alimentano le bolle – ottimismo, credito, liquidità e psicologia – sono senza tempo. Ciò che cambia sono le forme che assumono. Proprio come i tulipani, le ferrovie, le startup dot-com e i mutui subprime un tempo indossavano il mantello del progresso, l'IA ora combina un potenziale trasformativo con straordinari flussi di capitale, fervore speculativo e slancio narrativo.

Il risultato di questo cocktail raramente è la stabilità.

A differenza delle precedenti bolle confinate a un settore, l'intelligenza artificiale promette di trasformare simultaneamente tanti settori: software e cloud computing, produzione e logistica, sanità e finanza. Questa ampia applicabilità attrae sia il capitale istituzionale in cerca di esposizione alla “prossima tecnologia multiuso”, sia gli investitori al dettaglio attratti da storie di adozione esponenziale.

La velocità del progresso tecnologico, abbinata a livelli di investimento senza precedenti, comprime gli orizzonti temporali, aumentando la probabilità che le valutazioni si stacchino rapidamente dalla realtà e si correggano con violenza.

I parallelismi storici sono evidenti.

Alla fine degli anni '90 le reti digitali furono annunciate come una rivoluzione istantanea, giustificando valutazioni estreme per aziende senza profitti. Negli anni 2000 il settore immobiliare era considerato permanentemente sicuro, consentendo un'enorme leva finanziaria nel sistema finanziario. Oggi le aziende basate sull'intelligenza artificiale sono quotate in base a proiezioni di esecuzione impeccabili, scalabilità immediata e rapida redditività. Quando queste ipotesi inevitabilmente vacillano, il divario tra aspettative e realtà può innescare brusche inversioni di tendenza, amplificate dalla leva finanziaria e dal calo dello slancio.

La psicologia amplifica questi rischi. Il comportamento umano – la FOMO, l'istinto di gregge, l'eccessiva sicurezza e la convinzione immutabile che “questa volta è diverso” – rimane più potente che mai. Gli investitori sono portati a inseguire storie di crescita illimitata, anche quando la disciplina avverte del contrario.

Il pericolo non è solo un ottimismo fuori luogo, ma anche l'inganno. La storia dimostra che i periodi di euforia invitano ad abbellimenti contabili, false dichiarazioni e frodi, mentre i team di gestione e i promotori si sforzano di soddisfare aspettative impossibili. L'ambiente motivato dall'hype riguardo l'intelligenza artificiale, con le sue promesse di rivoluzione in ogni settore, è terreno fertile per simili tentazioni.

Eppure, al di là di queste forze familiari, si cela qualcosa di nuovo: il predominio strutturale delle strategie di investimento passive. Nelle prime bolle speculative il capitale veniva allocato in gran parte da investitori attivi che esprimevano giudizi, per quanto consolidati, su valutazione, rischio e potenziale.

Oggi migliaia di miliardi di dollari affluiscono in fondi indicizzati ed ETF che li allocano automaticamente, premiando le dimensioni piuttosto che i fondamentali. Questo circolo vizioso, in cui le aziende più grandi attraggono la maggior parte dei flussi di investimento, semplicemente perché sono grandi, ha concentrato il rischio in una manciata di mega-cap.

Questi flussi passivi creano ora vulnerabilità uniche nelle fasi di recessione.

Quando gli investitori riscattano gli ETF in caso di eventi di stress, le vendite avvengono indiscriminatamente su tutti gli indici, indipendentemente dai fondamentali. Gli stessi colossi che hanno ancorato i portafogli potrebbero diventare acceleranti di volatilità, non a causa della debolezza del business, ma a causa delle loro ponderazioni negli indici. Gli squilibri di liquidità tra gli ETF e gli asset sottostanti aumentano ulteriormente il rischio di vendite forzate, in particolare nei settori meno liquidi. Gli ETF tematici e a leva aggravano la fragilità, amplificando le inversioni di tendenza in aree di nicchia e trasmettendo stress ai mercati.

Questo cambiamento strutturale, assente nelle precedenti manie, potrebbe accelerare la velocità e la sincronizzazione dei crolli futuri. I mercati sono più omogenei, poiché le strategie passive concentrano gli investitori sugli stessi titoli.

In una correzione i flussi provenienti dai veicoli passivi potrebbero creare un nuovo e potente ciclo di feedback, amplificando i fattori ciclici che la storia ha sempre mostrato. L'assetto dei mercati è cambiato e, con esso, il modo in cui le bolle si gonfiano e si sgonfiano.

Nel complesso le lezioni durature della storia e le nuove realtà degli investimenti passivi forniscono un quadro per la sopravvivenza.

Le valutazioni continuano a metterci in guardia quando le aspettative superano gli utili; la leva finanziaria determina ancora la violenza dei ribassi; la liquidità alimenta ancora i cicli e la psicologia distorce ancora il giudizio; le frodi emergono ancora quando l'analisi si affievolisce. Però, ora, l'architettura dei flussi passivi deve essere aggiunta al calcolo. Ignorare questo fattore moderno rischia di far sottovalutare la rapidità con cui le inversioni di tendenza possono intensificarsi.

Per gli investitori il quadro è chiaro: la storia ci prepara a riconoscere segnali familiari come valutazioni elevate, credito abbondante, narrazioni euforiche e frodi striscianti. La moderna struttura del mercato richiede di aggiungere i flussi passivi alla watchlist, monitorare come il capitale entra ed esce dagli indici e comprendere i rischi di concentrazione insiti nei benchmark.

Insieme queste intuizioni consentono un approccio disciplinato: ridimensionare l'esposizione quando l'esuberanza raggiunge il picco, ridurre la leva finanziaria in condizioni di turbolenza, analizzare narrazioni e dati finanziari e prepararsi ad agire quando i crolli creano opportunità generazionali.

I cicli di ottimismo e crollo sono vecchi quanto i mercati. Le tecnologie si evolvono, ma il comportamento umano e le dinamiche finanziarie rimangono costanti.

Ciò che è nuovo è l'infrastruttura attraverso cui si muove il capitale. L'intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi trasformativa, proprio come lo sono state le ferrovie, l'elettricità e Internet. L'investimento passivo può rimanere uno strumento a basso costo per i risparmiatori a lungo termine. Ma entrambi i fenomeni contengono anche i semi dell'instabilità.

Integrando le lezioni senza tempo della storia con la consapevolezza del cambiamento strutturale, gli investitori possono preservare il capitale durante le turbolenze e posizionarsi per cogliere le opportunità che inevitabilmente emergono quando la polvere della battaglia si posa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il calendario delle vaccinazioni finalmente finisce sotto accusa

Mar, 23/12/2025 - 11:06

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-calendario-delle-vaccinazioni)

Ebbene Donald Trump l'ha fatto: ha programmato una conferenza stampa sulla scienza dell'autismo, su ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, e l'ha gestita in modo magistrale. È profondamente consapevole che, come genitore e presidente degli Stati Uniti, può esprimere argomentazioni che invece i suoi consulenti scientifici non possono esternare per ragioni politiche, sociologiche e scientifiche.

Trump, tuttavia, sa che le future mamme e le famiglie devono ancora prendere delle decisioni e queste decisioni potrebbero influire sulla salute e il benessere dei loro figli per il resto della loro vita. Niente è più importante. Nel frattempo l'autismo è un'epidemia e qualcosa sta causando tutto questo.

Non esiste un'epidemia genetica, né è riconducibile a una diversa definizione del termine, altrimenti assisteremmo a una crescente diffusione anche tra gli adulti, cosa che non accade. Il direttore della FDA, Marty Makary, solitamente molto cauto nelle sue dichiarazioni, ha affermato una cosa semplice che nessuno ha mai affermato con altrettanta chiarezza: l'autismo è prevenibile.

Sebbene Robert F. Kennedy Jr., Jay Bhattacharya e Mehmet Oz fossero presenti e intervenuti, è stato Trump ad assumersi coraggiosamente l'onere di dire ciò che un gran numero di genitori e medici sospettano e sanno, ma che fino ad allora l'avevano relegato nel regno del pensiero proibito. Ha individuato due principali colpevoli: il Tylenol per le puerpere e i neonati e il fitto programma di vaccinazioni che colpisce i neonati con un cocktail di dosi i cui effetti combinati non sono mai stati studiati.

Trump è stato estremamente chiaro.

Non assumere Tylenol. Inoltre il calendario delle vaccinazioni dovrebbe essere modificato in modo che ogni iniezione sia un vaccino separato, distribuito su più anni. Inoltre alcune vaccinazioni, come quella contro l'epatite B, dovrebbero essere somministrate solo dopo i 12 anni, semmai dovessero essere effettuate. Questo significherebbe niente più vaccino MPR e tanto meno un vaccino MPRV che aggiunge la varicella al cocktail. Significherebbe una sola iniezione per il morbillo, una per la parotite, una per la rosolia e così via.

Al momento i prodotti non esistono in tale forma. L'intero percorso è stato quello di produrli in grandi quantità e questo è accaduto contemporaneamente a un'esplosione dei casi di autismo. Non è affatto azzardato ipotizzare una correlazione e Trump ha spiegato le storie di tante madri, più della metà di quelle citate, che segnalano cambiamenti comportamentali e cognitivi drammatici e immediati in seguito a un vaccino.

Queste persone sono state manipolate per 40 anni; sono state apostrofate con ogni sorta di epiteti orribili. Gli scienziati che hanno preso a cuore la loro causa sono stati esclusi dal mondo accademico, dalle associazioni professionali, dalle riviste e dichiarati non-persone, ma non hanno mai ceduto. Trump è personalmente d'accordo con loro da 20 anni; lui e Kennedy ne hanno a lungo discusso in privato.

L'intero campo è una mina vagante piena di pericoli, sia culturali che industriali. A un certo punto Trump si è reso conto che se qualcuno avesse potuto sbloccare la situazione su questo argomento, quello sarebbe stato lui. E così lo ha fatto, spingendosi molto più in là di quanto chiunque – e dico chiunque! – si aspettasse.

Ha sottolineato le folli aggiunte al programma delle vaccinazioni sin dal 1980. Da allora sono stati aggiunti i seguenti vaccini: HepB, Hib, PCV, RV, HepA, HPV, MenACWY, MenB e COVID-19. Questo porta le dosi da 12 a 35 e da 7 a 15 malattie. È una sorta di corsa all'oro innescata dallo scudo a livello di responsabilità civile introdotto nel 1986. Nel frattempo Trump ha fatto riferimento a “certi gruppi che non prendono vaccini o pillole e non hanno l'autismo”. Si è poi rivolto a Kennedy il quale ha detto tra i denti che alcuni studi hanno riguardato gli amish. Sì, ha detto Trump, “gli amish fondamentalmente non soffrono di autismo”.

Assistere a tutto questo in tempo reale è stata un'esperienza davvero incredibile. Sono tutti temi discussi in piccoli gruppi e organizzazioni di genitori di bambini autistici; essi hanno combattuto contro i produttori, ma con scarsi risultati a causa di tutte le tutele legali che circondano le aziende farmaceutiche.

Da una prospettiva più ampia, l'idea dei vaccini è presumibilmente quella di renderci più sani. È accaduto il contrario e questo ha sollevato una seria questione sulla complessità del sistema immunitario. Va bene debellare una malattia con un induttore immunitario, lo facciamo da centinaia di anni con gloriosi successi in particolare contro il vaiolo, ma questo successo ha anche dato origine a un'arroganza sconsiderata che ha immaginato che l'intero sistema immunitario potesse essere sostituito da esperimenti di laboratorio per superare in astuzia l'intero regno microbico.

L'industria farmaceutica è diventata così grande e potente da esercitare un enorme potere sul mondo accademico, sull'editoria accademica, sui governi e sui media generalisti attraverso il potere della pubblicità. La portata e l'influenza dell'industria delle vaccinazioni sono diventate così vaste che nel marzo 2020 hanno avuto un peso tale da spingere 195 governi in tutto il mondo a sospendere l'attività economica fino a quando non fosse stato possibile produrre e distribuire un antidoto per il COVID.

Il problema avrebbe dovuto essere ovvio anche per un lettore occasionale della letteratura medica. L'induzione dell'immunità tramite un'iniezione può avere un effetto sterilizzante su patogeni stabili come il vaiolo e il morbillo.

Diverso è il discorso per i virus respiratori, i quali mutano e si adattano in continuazione e possiedono anche un serbatoio zoonotico. Se un mammifero può essere portatore del nuovo ceppo, la vaccinazione sarà come un gioco di “Colpisci la talpa” senza fine. Nel frattempo la vaccinazione stessa può riprogrammare il sistema immunitario per resistere a un ceppo deprecato, esponendolo al contempo a nuove vulnerabilità provenienti da fonti inaspettate.

Tutto questo poteva essere previsto ed era noto. Hanno comunque proceduto. Poi c'è il problema di una nuova tecnologia chiamata mRNA modificata, somministrata tramite nanoparticelle che non controllano né il dosaggio né la distribuzione. Queste iniezioni sono state associate a quello che molti esperti definiscono un numero di lesioni e decessi senza precedenti, eppure le coperture di responsabilità civile hanno impedito qualsiasi contenzioso per il risarcimento dei danni.

Considerando questa situazione, sembra piuttosto ovvio che un momento di verità e responsabilità dovesse arrivare, in un modo o nell'altro. Trump rimane molto orgoglioso dell'Operazione Warp Speed, ma è profondamente incredulo riguardo al resto del programma per l'infanzia. La sua soluzione si articola in quattro punti:

  1. posticipare l'epatite B al dodicesimo anno;
  2. vaccinarsi contro una malattia alla volta;
  3. una dose per visita;
  4. niente mercurio nelle dosi dei vaccini.

Toby Rogers, il principale studioso di vaccini e autismo, afferma che queste misure porrebbero fine a tale epidemia.

Se avete qualche dubbio sul fatto che abbia ragione a essere scettico nei confronti del programma attuale, vi invito a leggere un nuovo libro dell'avvocato Aaron Siri intitolato, Vaccines, Amen. Di tutti i libri che ho letto sull'argomento, questo è il più avvincente e il più convincente. Documenta deposizioni, dati sulla sicurezza, se e in che misura queste pozioni siano mai state sottoposte a studi clinici controllati con placebo, e la vasta letteratura che è stata soppressa. Il libro vi stupirà, soprattutto per la sua ampia documentazione su come tutte le malattie contro cui ci vacciniamo fossero state ampiamente controllate prima ancora che il prodotto venisse immesso sul mercato.

Vorrei concludere con una nota personale, se mi è consentito: scrivo di pianificazione pandemica da 20 anni e in tutto questo lasso di tempo non sono riuscito a vedere, né tanto meno a comprendere, il ruolo dell'industria farmaceutica come mano nascosta dietro le quinte. Quando sono stati rilasciati i vaccini contro il COVID, non ho mai creduto che avrebbero funzionato nel senso normale del termine, ma non ero consapevole dei pericoli per la salute. Non avevo mai sentito il termine “no-vax” fino al 2021 e di certo non riuscivo ad articolare una giustificazione logica per questa opinione.

Non avrei mai immaginato di assistere e applaudire una conferenza stampa presidenziale che avrebbe sostanzialmente fatto saltare l'intera ortodossia che circondava il programma di studi per l'infanzia. Chiaramente la risposta alla pandemia di cinque anni fa ha aperto nuovi modi di pensare. I media generalisti stanno già urlando come se fosse la fine del mondo. Non lo è; invece è l'inizio della fine dell'indiscusso potere farmaceutico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La burocrazia tedesca divora il 3% del PIL

Lun, 22/12/2025 - 11:09

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-burocrazia-tedesca-divora-il-3)

La giungla burocratica in Germania si sta espandendo senza freni. Secondo l'Ufficio federale di statistica tedesco, il numero di oneri per le imprese ha raggiunto quest'anno un nuovo record.

Nella vita privata la burocrazia è onnipresente. Che si tratti di presentare la dichiarazione dei redditi o di gestire le pratiche burocratiche dei proprietari di casa, lo stato arruola regolarmente i propri cittadini per svolgere il proprio lavoro amministrativo. In sostanza il cittadino svolge un lungo anno di servizio sociale nell'amministrazione pubblica, senza alcun compenso, sempre sotto la minaccia incombente di coercizioni giuridiche.


Burocrazia kafkiana

In economia la pubblica amministrazione ha assunto tratti kafkiani. Non è più necessario vagare per infiniti corridoi scarsamente illuminati per sopravvivere a una maratona amministrativa. La burocrazia moderna è ormai digitale, ma mantiene un carattere invasivo, lavorando a stretto contatto con la politica per ritagliarsi continuamente nuove aree di controllo.

I costi di questo sistema possono essere calcolati con una certa precisione in termini di ore che le aziende sono costrette a dedicare per conformarsi.

Secondo dati recenti dell'Ufficio Federale di Statistica, il “contributo” imposto alle aziende da parte dell'amministrazione pubblica tedesca ammonta ora a €64,2 miliardi all'anno. Questa cifra include obblighi di rendicontazione e comunicazione, documentazione e requisiti di conformità, che vanno dai report ambientali e dai fogli presenze dei dipendenti ai protocolli di sicurezza delle macchine e alle dichiarazioni obbligatorie presso le associazioni di categoria. La burocrazia sovraccarica il lavoro effettivo delle aziende in misura palesemente sproporzionata.

Gli statistici di Wiesbaden hanno fornito dettagli specifici: al 30 giugno 2025 le aziende tedesche erano soggette a 12.427 obblighi distinti di rendicontazione e documentazione, a seconda delle dimensioni e del settore. Solo nella prima metà del 2025 sono stati aggiunti altri 37 obblighi; dal 2018 sono state introdotte quasi mille nuove norme.


BSW come iniziatore

Sorprendentemente è stato il Sahra Wagenknecht Alliance (BSW), un partito di chiara impronta socialista, a criticare il sovraccarico di richieste amministrative obbligatorie sulle piccole e medie imprese. Ironicamente è stato proprio lo Stato sociale, questa macchina di redistribuzione fondamentalmente socialista, ad alimentare gran parte dell'espansione della burocrazia.

Imprenditori, liberi professionisti e lavoratori autonomi non hanno praticamente sostenitori politici. Nonostante una prolungata crisi economica e un'evidente ed eccessiva regolamentazione, la Germania rimane intrappolata in una mentalità statalista che alimenta indirettamente la burocrazia. Le imprese sono gravate da una palla la piede, mentre la burocrazia si sostiene espandendo la propria portata e i propri bilanci.

In Germania – e in generale nell'Unione Europea – questa espansione incontra scarsa resistenza politica; al contrario, si è fusa con la politica in un'unica struttura di potere.

Programmi come la “trasformazione verde” generano montagne di requisiti di documentazione, scaricati sulle aziende fino a far scoppiare gli schedari. Rasenta il grottesco che un'ideologia avulsa dalla realtà economica converta quasi il 2% del PIL in oneri burocratici, solo per forzare visioni sociali e politiche nel processo economico.


L'evergreen della “riduzione della burocrazia”

La burocrazia definisce con precisione il rapporto tra stato e cittadino e qui siamo bloccati in un vicolo cieco.

“Riduzione della burocrazia” è uno di quegli slogan politici ricorrenti durante le campagne elettorali per distogliere l'attenzione dal problema centrale. I politici di tutto lo spettro partitico – che da tempo hanno trasformato lo Stato amministrativo in un'estensione del proprio potere – proiettano un'immagine di attivismo e reattività, assicurandosi al contempo che non si verifichi mai una vera riforma.

È assurdo supporre, sullo sfondo di un mercato del lavoro in peggioramento, che i politici taglierebbero il settore pubblico. Oggi 5,5 milioni di persone sono impiegate nella pubblica amministrazione tedesca, 420.000 in più rispetto a prima dei lockdown. La burocrazia funge anche da cuscinetto politico per l'occupazione, isolando da un'imminente crisi occupazionale. Ironicamente questa espansione aggrava proprio la crisi che si cerca di nascondere. Il risultato: l'economia tedesca non registra alcuna crescita della produttività da anni.


Una svolta negli Stati Uniti

Nel frattempo, negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump è riuscito a invertire la rotta. A livello federale sono stati tagliati circa 100.000 posti di lavoro nel settore pubblico, un chiaro successo per una politica basata sulla deregolamentazione e sul libero mercato. Un risultato simile si può osservare in Argentina sotto la presidenza di Javier Milei, il quale ha innescato un boom economico attraverso la deregolamentazione e lo scatenamento delle forze di mercato.

I dati dell'Ufficio federale di statistica riflettono questa tendenza politica, sebbene rilevino solo i costi diretti derivanti dagli adempimenti amministrativi; i cosiddetti costi di opportunità – mancati profitti, investimenti persi e opportunità di mercato perse – rimangono fuori dal bilancio. Lo scorso anno l'istituto tedesco Ifo ha stimato questi costi indiretti in altri €80 miliardi. Con gli oneri amministrativi di base fissati a circa €66 miliardi, vi è consenso sulla loro entità.

Nel complesso la Germania deve affrontare circa €146 miliardi di costi burocratici diretti e indiretti. Di fatto lo stato brucia circa il 3% del PIL, a dimostrazione di una profonda cattiva gestione politica e amministrativa. Soprattutto è Bruxelles che continua a fare pressione sui legislatori nazionali con regimi normativi sempre più rigidi, imponendo ulteriori strati di burocrazia interna.


Debito e ancora debito

I crescenti costi della burocrazia vanno di pari passo con l'aumento del debito nazionale tedesco, che si prevede salirà dal 63% del PIL al 95% nei prossimi anni, sempre che Berlino riesca a collocare programmi di debito così ingenti sui mercati obbligazionari.

L'economia tedesca ha perso il suo vantaggio competitivo internazionale, spinta da un'ideologia politica che si traduce direttamente in costi normativi. A questo dirigismo si aggiunge una crisi energetica autoinflitta che sta paralizzando la base industriale tedesca.

Il declino dell'economia tedesca è l'inevitabile risultato di decenni trascorsi a rilanciare le idee socialiste – in questo caso il controllo eco-dirigista su settori chiave come l'energia e la mobilità. Il fallimento di questo esperimento avrebbe dovuto essere ovvio a chiunque avesse familiarità con la storia dei sistemi centralizzati, eppure, per molti tedeschi, questo fallimento sembra ancora una scoperta del tutto nuova.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La prigione delle certezze

Ven, 19/12/2025 - 11:02

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prigione-delle-certezze)

Nel saggio, La società degli algoritmi, ho esplorato come l'ordinamento algoritmico e la manipolazione delle informazioni abbiano creato realtà frammentate in cui non condividiamo più una comprensione comune dei fatti. Oggi approfondirò il rovescio della medaglia: perché le nostre menti si aggrappano alle convinzioni nonostante le prove di manipolazione.

Un detto, attribuito a Mark Twain, recita: “È più facile ingannare le persone che convincerle di essere state ingannate”. Vero o no, racchiude in sé una realtà psicologica: una volta che ci siamo affezionati a una convinzione, abbandonarla può sembrare quasi impossibile.

Nei miei lavori precedenti ho esplorato come il nostro panorama informativo sia sistematicamente progettato attraverso la divisione algoritmica (Ingegnerizzare la realtà), le narrazioni istituzionali (Leggere tra le bugie) e il rifiuto sistematico del riconoscimento degli schemi (Non può essere vero). Comprendere questi sistemi esterni è solo la prima metà dell'equazione, l'altra è dentro di noi: i meccanismi psicologici che ci rendono restii a cambiare idea anche di fronte a prove schiaccianti.


Perché sbagliare fa male

Di recente parlavo con un amico di eventi storici che non tornano. Quando gli ho suggerito di prendere in considerazione alcune prove che mettessero in dubbio la narrazione ufficiale sull'11 settembre, si è subito zittito, non perché sia ​​poco intelligente o poco curioso, ma perché “ha perso un amico quel giorno”. Il suo legame emotivo con l'evento ha creato una fortezza psicologica che nessuna prova può penetrare. Allo stesso modo molti di coloro che hanno difeso con zelo le politiche anti-COVID ora riconoscono che “sono stati commessi degli errori”, ma insistono sul fatto che “gli esperti avevano buone intenzioni”. Questa non è una resa dei conti; è una razionalizzazione.

Un articolo dell'Atlantic che ho appena letto, intitolato Perché il giudizio sul COVID è così unilaterale (versione non a pagamento), illustra perfettamente questa resistenza psicologica al cambiamento di convinzioni. Jonathan Chait, l'autore, critica i conservatori, dimostrando al contempo la stessa cecità cognitiva che sto descrivendo: liquidando gli “errori” dei progressisti come semplici errori in buona fede piuttosto che come fallimenti sistematici che hanno devastato vite umane. Da nessuna parte riconosce la censura che ha schiacciato il dissenso.

Questo si collega direttamente a quanto ho scritto sulle realtà parallele. La mia esperienza personale illustra questa divisione: quando mi sono espresso contro gli obblighi di vaccinazione, molti nella mia cerchia personale e professionale non sono riusciti a difendere le proprie posizioni con la scienza o la logica. Invece di impegnarsi hanno smesso di comunicare con me. Ora viviamo in linee temporali separate che ho descritto nel saggio citato all'inizio di questo pezzo. Non sono amareggiato, solo confuso dalla facilità con cui i legami umani si sono fratturati quando le convinzioni sono state messe in discussione. Provo compassione nel cuore, ma non dimenticherò la rapidità con cui le persone hanno rivelato le loro vere priorità quando il conformismo sociale è entrato in conflitto con l'indagine aperta.

Queste reazioni rivelano qualcosa di profondo sulla psicologia umana: ammettere di essere stati manipolati non è semplicemente una questione di elaborazione di nuove informazioni. Richiede di affrontare la possibilità che la nostra comprensione della realtà – e forse la nostra stessa identità – sia stata costruita sulla falsità.


Il costo dell'ammissione 

Si pensi ai vaccini a mRNA. Per i genitori che si sono precipitati a far vaccinare i propri figli, o per i medici che li hanno promossi con entusiasmo ai pazienti, riconoscere i potenziali danni non significa semplicemente aggiornare la propria valutazione del rischio; significherebbe affrontare l'insopportabile possibilità di aver danneggiato le persone che più amavano.

Gli operatori sanitari hanno avuto la priorità nella vaccinazione, coinvolgendoli fin da subito nella narrazione. Una volta somministrata l'iniezione e imposto il vaccino ai pazienti, la vostra identità – giudizio professionale, etica, immagine di voi stessi come medico – dipende dalla sua certezza. Il costo dell'ammissione di un errore diventa psicologicamente proibitivo.

Il costo diventa di gran lunga personale. Diversi amici ora portano i loro figli dai cardiologi per problemi sviluppati dopo la vaccinazione. Solo uno ha confidato in privato di credere che quelle iniezioni abbiano causato la condizione di suo figlio. Per gli altri, riconoscere questa possibilità significherebbe affrontare un senso di colpa insopportabile: quello di aver potuto danneggiare il proprio figlio seguendo quello che ritenevano essere un consiglio medico presumibilmente responsabile.

Questo spiega perché alcuni dei più convinti sostenitori di questi interventi siano spesso gli operatori sanitari che li hanno somministrati. Come hanno dimostrato lo psicologo Leon Festinger e i suoi colleghi nel loro studio del 1957, When Prophecy Fails, quando le prove contraddicono una convinzione fondamentale, molte persone non abbandonano la convinzione, ma la rafforzano, ignorando le prove.


La trappola dell'identità

Gli stessi meccanismi psicologici operano nel dibattito sui giovani transgender. I genitori che hanno supportato la transizione medica dei propri figli si trovano ad affrontare un ostacolo psicologico insormontabile al riconsiderare la propria decisione, indipendentemente dalle prove emergenti sui rischi o sui tassi di rimpianto.

Osservando gli amici che affrontano questo terreno con i propri figli, sono colpito dai parallelismi con altre forme di radicamento delle proprie convinzioni. I genitori che hanno dato il via libera alla transizione dei propri figli si trovano nella stessa trappola: riconsiderare il percorso rischia di comportare l'ammissione di una potenziale catastrofe.

Più pubblico è il loro sostegno, più alta è la posta in gioco. Una volta che avete annunciato con orgoglio la transizione di vostro figlio sui social, testimoniato davanti ai consigli scolastici sull'importanza dell'assistenza che conferma il genere, o siete stati celebrati come un “genitore modello”, la trappola dell'identità si chiude. Cambiare idea non significa semplicemente adattarsi a nuove informazioni: è una forma di suicidio sociale e psicologico.

L'aspetto del contagio sociale è impressionante. Un'amica mi ha di recente raccontato che nella classe di terza media di sua figlia, in un'esclusiva scuola privata di New York, quasi il 50% delle ragazze si identifica ora in qualcosa di diverso dal genere femminile. Ai miei tempi molte di quelle ragazze si sarebbero semplicemente laccate le unghie di nero e avrebbero detto di essere goth.

Prendendo le distanze dalla narrazione attuale, credo che ciò a cui stiamo assistendo sia una moda passeggera piuttosto che una rivelazione sulla natura umana, rimasta in qualche modo nascosta nel corso della storia fino ad oggi. Questa prospettiva non nega l'esperienza di nessuno, ma la colloca semplicemente nel contesto di come gli adolescenti hanno sempre navigato nelle acque turbolente della scoperta di sé.

Ciò che mi spezza il cuore è vedere questi ragazzi affrontare l'adolescenza, già di per sé difficile, con autentico dolore e confusione. Le loro difficoltà meritano di essere prese sul serio, ma temo che, invece di aiutarli a esplorare l'identità in modi che preservino le opzioni future, ci siamo affrettati a medicalizzare quelle che potrebbero essere fasi di sviluppo normali, spesso portando a interventi irreversibili prima che abbiano pienamente sviluppato il loro senso di sé.

Naturalmente la disforia di genere esiste, e chi ne soffre merita non solo compassione e dignità, ma anche il nostro incrollabile sostegno. La mia preoccupazione non riguarda l'affermazione delle identità, ma la tempistica e la permanenza delle decisioni mediche. Non permettiamo ai ragazzini di farsi tatuaggi, di arruolarsi nell'esercito, o di fare altre scelte che cambiano la vita proprio perché comprendiamo la psicologia dello sviluppo. Eppure, in questo ambito, la cautela ponderata viene etichettata come odio, rendendo quasi impossibili conversazioni significative.


Quando l'autorità acceca

Oltre all'identità, c'è anche la nostra fiducia nell'autorità: si pensi agli esperimenti di Milgram a Yale negli anni '60, i quali rivelarono la preoccupante tendenza dell'umanità a obbedire all'autorità anche quando ciò viola la nostra bussola morale. I partecipanti a quegli esperimenti continuarono a somministrare quelle che ritenevano essere dolorose scosse elettriche perché un tizio in camice da laboratorio li aveva rassicurati che era necessario.

Il nostro parallelo moderno è sorprendente: professionisti istruiti hanno sospeso il loro giudizio e le loro preoccupazioni etiche perché i funzionari della sanità pubblica in posizioni di autorità li hanno rassicurati sulla necessità di misure senza precedenti. Quando gli esperti hanno raccomandato politiche senza precedenti storici, o prove a supporto, molte persone istruite hanno aderito istintivamente, non per attenta valutazione, ma per rispetto verso l'autorità.

“Fidatevi della Scienza™” è diventato l'equivalente moderno de “L'esperimento deve continuare” di Milgram: una frase che mette fine al pensiero, concepita per annullare il giudizio individuale. Questa deferenza non era un segno di comprensione scientifica, ma il suo opposto: la sostituzione dell'autorità alle prove.


Lo scudo dello status

Nel saggio, L'illusione degli esperti, ho esplorato come la nostra classe di professionisti spesso confonda le credenziali con la saggezza. Questa dinamica crea un altro ostacolo al cambiamento delle convinzioni: la protezione dello status.

Per molti professionisti istruiti, il loro status sociale dipende dall'essere percepiti come informati e razionali. Ammettere di essersi sbagliati su questioni importanti minaccia non solo le loro convinzioni, ma anche il loro status. Se avete costruito la vostra identità basandovi sulle “prove”, o sul “seguire la scienza”, riconoscere di essere stati fuorviati mette in discussione il vostro concetto di voi stessi.

Questo spiega la veemenza con cui molti hanno difeso le politiche relative al COVID sempre più incoerenti. Il loro forte attaccamento non era alle politiche in sé, ma alla loro immagine di seguaci razionali di una guida esperta. Cambiare posizione non è stato semplicemente un aggiornamento dei fatti: ha significato perdere la faccia.


Come il nostro cervello combatte la verità

La ricerca in neuroscienze cognitive suggerisce un'intuizione intrigante: il nostro cervello elabora le sfide riguardo le nostre convinzioni fondamentali in modo simile a come elabora le minacce. Quando ci vengono presentate prove che contraddicono opinioni profondamente radicate, le persone spesso sperimentano una risposta fisiologica allo stress, non solo un disaccordo intellettuale. I nostri circuiti neurali sono progettati per proteggere la nostra visione del mondo con la stessa vigilanza della nostra sicurezza fisica.

Questo spiega perché presentare i fatti raramente cambia l'opinione pubblica su questioni cariche di emotività. Quando qualcuno risponde a prove contrarie con rabbia o rifiuto, non è testardo, ma sta vivendo una risposta neurologica di minaccia.

Il nostro cervello si è evoluto per dare priorità all'accettazione sociale rispetto alla verità oggettiva – un vantaggio per la sopravvivenza in contesti tribali, dove il rifiuto poteva significare la morte. Questo crea una vulnerabilità critica: siamo programmati per conformarci alle credenze del nostro gruppo sociale anche quando le prove suggeriscono che sono sbagliate.

Come possiamo quindi superare questo problema primordiale di cablaggio?


Spezzare l'incantesimo 

Se la psicologia umana crea una resistenza così forte al cambiamento delle convinzioni, come possiamo sperare di superarle? Il primo passo è la compassione: capire che questi meccanismi non sono segno di stupidità, ma di umanità.

Quando qualcuno si rifiuta di riconoscere anche prove schiaccianti che contraddicono le sue convinzioni, non è necessariamente disonesto o irrazionale. Si sta proteggendo da un danno psicologico che sembra reale quanto un pericolo fisico.

Per superare queste barriere è necessario:

Creare spazi sicuri per il dubbio: le persone hanno bisogno di ambienti in cui mettere in discussione non significhi un rifiuto immediato. Quanto più è socialmente costoso esprimere dubbi, tanto più le convinzioni diventano radicate.

Preservare la dignità: il cambiamento diventa possibile quando le persone riescono a salvare la faccia. Ciò significa concentrarsi sui sistemi piuttosto che sui fallimenti personali, consentendo alle persone di aggiornare le proprie convinzioni senza sentirsi stupide.

Costruire fiducia attraverso valori condivisi: prima di mettere in discussione le convinzioni di qualcuno, stabilite un terreno comune. Le persone sono più ricettive alle verità difficili provenienti da coloro che percepiscono che possano condividere i loro valori fondamentali.

Pazienza nel processo: il cambiamento di convinzione avviene in genere gradualmente, non con conversioni drastiche. Una persona potrebbe porsi domande in privato molto prima di cambiare posizione pubblicamente.

Iniziare con domande, non con affermazioni: il metodo socratico rimane il più efficace. Le domande che stimolano la riflessione spesso hanno successo laddove le sfide dirette falliscono.


Cosa c'è in gioco

Non si tratta solo di vincere le discussioni politiche o di avere ragione. I meccanismi psicologici che ci impediscono di aggiornare le false credenze creano vulnerabilità che si estendono a ogni aspetto della società.

Una popolazione incapace di riconoscere la manipolazione diventa sempre più suscettibile. Quando non riusciamo ad ammettere di aver sbagliato sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq, siamo vulnerabili alla prossima narrazione sulla guerra. Quando non riusciamo a riconsiderare i danni del lockdown, siamo pronti per la prossima risposta alle emergenze. Quando non riusciamo a mettere in discussione l'influenza dell'industria farmaceutica, siamo indifesi contro il prossimo intervento a loro vantaggio.

Come ho esplorato nel saggio, Gesti vuoti, questa resistenza psicologica è all'origine di alcuni dei nostri momenti più bui, periodi in cui persone altrimenti buone partecipano alla persecuzione, perché riconoscere la verità significherebbe confrontarsi con la propria complicità.


La mente compartimentata

L'ostacolo più profondo al cambiamento delle convinzioni potrebbe essere quello che ho descritto come la frammentazione della mente, ovvero la nostra capacità di compartimentare le informazioni in modo così efficace che le contraddizioni possono coesistere senza creare la dissonanza che potrebbe indurre a riconsiderare le cose.

La vera crescita richiede quella che ho definito “mente integra”: la capacità di gestire la complessità senza rifugiarsi in narrazioni semplicistiche, di riconoscere schemi senza soccombere alla paranoia, di mantenere i principi senza demonizzare chi non è d'accordo.

Questa integrità non è solo intellettuale, ma anche emotiva: imparare a tollerare il disagio dell'incertezza e il dolore di ammettere un errore. È una forma di maturità psicologica che il nostro attuale contesto informativo scoraggia attivamente.


Il coraggio di riconsiderare le cose

La questione non è se voi o io siamo stati manipolati: lo siamo stati tutti, in vari modi. Ho sicuramente creduto a narrazioni che poi si sono rivelate false e ho dovuto affrontare lo scomodo processo di riconsiderare posizioni profondamente radicate. La differenza non sta nella nostra immunità all'inganno, ma nella nostra volontà di riconoscerlo quando emergono le prove. Un segno di vera intelligenza non sono le credenziali che si possiedono, o la conoscenza che si possiede, ma la volontà di riconsiderare i propri punti di vista quando nuove informazioni vengono alla luce.

Coloro che sembrano più restii a cambiare idea sono spesso quelli che hanno investito di più nello status quo, sia a livello professionale, sociale, o psicologico. La loro resistenza non è prova di un'intelligenza inferiore, ma di un più profondo investimento nei sistemi che hanno plasmato il loro successo.

Nel frattempo coloro che hanno meno da perdere dal cambiamento del sistema – la classe operaia, gli emarginati, coloro che hanno assistito in prima persona al fallimento del sistema – spesso mostrano uno scetticismo più radicato nei confronti delle narrazioni istituzionali.

Comprendere queste barriere psicologiche non significa abbandonare la ricerca della verità; significa piuttosto avvicinarsi ad essa con maggiore compassione, riconoscendo che dietro ogni strenua difesa di una falsa narrazione si cela una paura profondamente umana di ciò che potrebbe costare cambiare idea.

Siamo stati tutti manipolati: è universale. La differenza sta nel saperci fare i conti. Una società che non ci riesce diventa sempre più vulnerabile. La verità richiede non solo sistemi migliori, ma anche consapevolezza di sé, rendendo la riconsiderazione delle cose un atto di coraggio, non di sconfitta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


Cosa succederebbe se il prezzo di Bitcoin salisse all'infinito?

Gio, 18/12/2025 - 11:02

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joakim Book

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/cosa-succederebbe-se-il-prezzo-di)

C'è chi ce l'ha con Bitcoin.

Non hanno affatto apprezzato questa nuova moneta quando ne hanno sentito parlare per la prima volta. Più la studiano, meno apprezzano il modo in cui sta sfidando i monopoli della moneta fiat e, paradossalmente, ciò peggiora la loro prospettiva. E se siete un economista affermato presso una banca centrale, il vostro evidente conflitto di interessi offusca ancora di più il vostro giudizio.

Nel novembre 2022 Ulrich Bindseil e Jürgen Schaaf della Banca Centrale Europea si sono affrettati a gioire per il calo di Bitcoin. Dal suo massimo storico dell'anno precedente, Bitcoin ha subito quello che ha subito ogni altra classe di asset a causa dell'inasprimento delle condizioni monetarie. Se si aggiungono le esplosioni settoriali degli exchange e degli hedge fund legati alle crittovalute (FTX, Celsius, Three Arrows Capital ecc.), Bitcoin perse il 75% del suo valore rispetto al suo massimo in dollari. Bindseil e Schaaf dichiararono con sicurezza che quella era la fine di Bitcoin, la sua “ultima resistenza”. Era sempre stata una bolla e ora era scoppiata.

Due anni dopo, sono tornati, non con delle scuse, dato che Bitcoin ha raggiunto nuovi massimi storici e ha superato i prezzi pre-FTX, ma con un documento che indaga Le conseguenze distributive di Bitcoin.

Negli ultimi giorni l'articolo ha ricevuto molte critiche immeritate, soprattutto, credo, da parte di persone che hanno letto il titolo, letto velocemente l'abstract e, secondo il datore di lavoro di questi autori (la BCE), hanno concluso che doveva essere spazzatura.

Può anche essere spazzatura, ma non per le ragioni ipotizzate dai commentatori online.

5/ In all the years I've been monitoring the bitcoin space, this is by far the most aggressive paper to come from authorities. The gloves are off. It's clear that these central bank economists now see bitcoin as an existential threat, to be attacked with any means possible.

— Tuur Demeester (@TuurDemeester) October 19, 2024

 

Buttate le prime due sezioni fuori dalla finestra

Gli autori tentano – in modo orribile e senza successo – di descrivere cosa sia e cosa faccia Bitcoin. Giocano con i primi scritti di Satoshi Nakamoto e ridefiniscono i termini per discutere della mediazione nelle transazioni PayPal (?!). Citano importanti sostenitori di Bitcoin e cercano di collegarli alle campagne elettorali americane. Il saggio è pieno di errori e puzza di qualcuno che non ha mai effettuato una transazione Bitcoin.

Con aria seria, questi altrimenti stimati studiosi della moneta affermano: “Anche 16 anni dopo la sua nascita, i veri pagamenti in Bitcoin, ovvero ‘on chain’, sono ancora macchinosi, lenti e costosi”.

Una rapida occhiata a mempool.space mentre scrivo (5 sat/vbyte, ovvero circa $0,30 per una transazione standard) – o in qualsiasi momento negli ultimi mesi – avrebbe dissipato questa idea (per non parlare della rete Lightning che consente comodi pagamenti al dettaglio). Nessuno di questi metodi di trasferimento di valore può essere considerato “lento” o “macchinoso” rispetto al vecchio mosaico di pagamenti fiat: $5-25 per i pagamenti Automated Clearing House? Commissioni di bonifico internazionale? Avete provato a inviare denaro dalla banca durante il fine settimana?


Di cosa parla realmente il documento

Bindseil e Schaaf hanno scritto un'ottima panoramica dello stato della letteratura economica sulle bolle speculative. Ci viene anche offerto un interessante riassunto di due pagine del dibattito “lean” contro “clean” nella politica macroprudenziale.

Ma non è questo il punto. Quello che offrono è un modello semplice e facilmente comprensibile di ciò che accade alla distribuzione dei beni reali quando un asset si apprezza in modo indefinito.

Iniziano col presupporre che Bitcoin sia un asset in continua crescita senza apportare miglioramenti produttivi alla società, ovvero che la sua esistenza e il suo utilizzo non arricchiscano l'economia. In base a questa ipotesi – che ritengono “ragionevole”, a quanto pare insieme alla “maggior parte degli economisti” – un mondo basato su Bitcoin non migliora la situazione economica.

Diversamente dai lettori più attenti che non si erano lasciati scoraggiare dalle obiezioni errate nella prima metà dell'articolo, la maggior parte aveva ormai già smesso di leggere. Dopo anni di cattiva gestione monetaria da parte delle banche centrali, eccessi fiscali, tentativi di censura/de-banking e stampa di moneta che hanno portato l'“inflazione” in cima alle preoccupazioni dei consumatori, liquidare un sistema di politica monetaria non discrezionale e di moneta a offerta fissa e non censurabile come privo di qualsiasi scopo produttivo è un elaborato esercizio di giustificazione del ridicolo.

E basare l'intera tesi su questo presupposto, fa diventare banale anche la conclusione:

• Se il valore (reale) di un asset aumenta in modo permanente;

• se tale asset non migliora in qualche modo il funzionamento produttivo dell'economia;

• se l’autorità monetaria si oppone al vento per mitigare il consumo aggiuntivo alimentato dall’effetto ricchezza mediante il restringimento delle condizioni monetarie (“crowding in”).

La conclusione è chiara: la società ridistribuisce beni e servizi reali dai ritardatari e dai non possessori a coloro che hanno acquisito il bene per primi. Alcune persone vivono una vita agiata a spese di tutti gli altri.

Non abbiamo bisogno di modelli, affiliazioni alla BCE e nemmeno di un diploma di scuola superiore per capirlo. Se queste condizioni valgono per Bitcoin, allora l'apprezzamento del suo tasso di cambio equivale solo a una ridistribuzione della ricchezza.

Naturalmente questa ipotesi non regge: Bitcoin ha sicuramente un impatto positivo e concreto sulla produttività, ovunque, dalla sovranità del consumatore alla gestione della rete elettrica, dall'eliminazione degli addebiti all'eliminazione delle commissioni sulle carte di credito e dei trasferimenti bancari internazionali. Una moneta unificata a livello globale e istantaneamente liquidata che scavalca il mercato più antico del mondo, limita gli eccessi fiscali ed elimina praticamente la cattiva gestione monetaria.

Anche se chiudessi gli occhi, non riuscirei a vedere come tutto ciò non possa avere un impatto produttivo positivo sull'economia mondiale.

Inoltre la logica di questo modello giocattolo è un po' sospetta: come potrebbe, ad esempio, un asset aumentare di valore per sempre senza miglioramenti produttivi nel nostro modo di fare le cose? I ritardatari e i non detentori trasferiscono valore economico acquistando volontariamente l'asset o ricevendolo in pagamento, quindi epistemologicamente devono vedervi una qualche virtù – come minimo servizi monetari.

Cosa questo abbia a che fare specificamente con Bitcoin è un mistero. Gli autori hanno violato esplicitamente quella che ho definito la regola n°4 su come non attaccare Bitcoin (“assicuratevi che la proprietà di Bitcoin che state attaccando non sia peggiore nel sistema attuale”). Se un banchiere centrale ritiene che Bitcoin sia dannoso perché il suo apprezzamento viene ridistribuito da chi non lo possiede ancora a chi lo possiede – senza in qualche modo arricchire produttivamente il resto di noi – il sistema monetario fiat lo fa già su una base di mille miliardi di dollari.

Esempio: i mercati immobiliari disfunzionali nella maggior parte dei Paesi occidentali. Una combinazione di tendenze sociali, stampa di moneta, trattamento fiscale dei debiti e calo dei tassi di interesse sui mutui ha trasformato gli immobili in conti di risparmio della maggior parte delle famiglie. Eppure, per citare una frase di Bindseil e Schaaf su Bitcoin, il mercato immobiliare non “aumenta il potenziale produttivo dell'economia; le conseguenze del continuo aumento di valore sono essenzialmente ridistributive”.

Chi ha ottenuto prestiti a basso costo per accedere in anticipo al mercato immobiliare in continua espansione ha ricevuto un beneficio patrimoniale pagato da chi è arrivato dopo. Nella misura in cui regimi monetari infinitamente elastici e una popolazione mondiale in crescita possono mantenere in vita e in espansione questo premio monetario, ci troviamo ora nella stessa situazione da cui gli autori avevano temerariamente messo in guardia, con la loro ipotetica versione di uno standard Bitcoin.

Se, come sembrano insinuare gli autori, un Bitcoin dal valore reale in costante aumento è moralmente ingiusta – “problematica da una prospettiva sociale” – dovrebbero basarsi su argomentazioni morali anziché economiche. Anche partendo da presupposti inadeguati sul ruolo di Bitcoin nel sistema finanziario attuale e futuro, è difficile capire dove stia il “problema”.

Ciò che Bindseil e Schaaf non includono nella loro analisi è che lo status quo non è neutrale in termini di valore né, per quanto si possa immaginare, ideale. È un peccato che trascurino il caso più interessante (accurato, reale?) in cui Bitcoin ha implicazioni produttive per l'economia.

Capisco che sarebbe difficile per due ricercatori di una banca centrale, comprati e pagati dalla stampante monetaria, guardare oltre la magnificenza di quella creazione orribile.

Se qualcosa aumenta di valore senza migliorare la situazione di tutti noi, la società “cede” beni e servizi reali ai loro proprietari. Questo è banale. Ma se il bene migliora effettivamente il funzionamento delle nostre economie, i primi a beneficiarne sono coloro che c'hanno creduto per primi qualunque sia l'oggetto d'investimento in discussione.

Questa è una buona cosa e, in un certo senso, è così che dovrebbero funzionare le economie di mercato (finanziarie).


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Come l'UE paga i media generalisti per promuovere le sue narrazioni

Mer, 17/12/2025 - 11:11

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Robert Williams

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-lue-paga-i-media-generalisti)

La leadership non eletta dell'Unione Europea (UE), palesemente corrotta, sta ora pagando i media generalisti per promuovere i programmi delle sue “élite”. Secondo una relazione recente intitolata, Brusells' media machine: European media funding and the shaping of public discourse, di Thomas Fazi e pubblicata sul think tank europeo MCC Brussels, l'UE ha speso fino a €1 miliardo solo nell'ultimo decennio in questo processo.

Presentando i progetti come “lotta alla disinformazione” e “promozione dell'integrazione europea”, l'UE ha stanziato denaro dei contribuenti, stimato in modo prudente a €80 milioni all'anno, per “progetti mediatici”, senza includere i finanziamenti indiretti, come i contratti pubblicitari.

La relazione dimostra inoltre che l'UE gestisce un “complesso mediatico europeo” altamente sofisticato, attraverso il quale riesce a plasmare le narrazioni mediatiche su sé stessa e sui suoi programmi.

Secondo la relazione di Fazi:

La Commissione europea, solo attraverso il suo programma “Partnerariati giornalistici”, con un bilancio cumulativo che ad oggi si avvicina ai €50 milioni, supervisiona un vasto ecosistema di collaborazioni mediatiche nell'UE. Nel corso degli anni queste hanno incluso centinaia di progetti, che spaziano da campagne promozionali pro-UE a discutibili iniziative di “giornalismo investigativo” e ampi sforzi di “anti-fake news”. E questo si aggiunge alle campagne pubbliredazionali finanziate attraverso il programma “Misure di informazione per la politica di coesione dell'UE”, per un totale di €40 milioni finora [...].

Ancora più preoccupante è il ruolo centrale svolto dalle principali emittenti pubbliche europee in questo processo. Questi progetti dimostrano che non si tratta di collaborazioni isolate, ma piuttosto di un rapporto semi-strutturale in evoluzione tra le istituzioni dell'UE e le reti di media pubblici.

A quanto pare la Commissione europea ha letteralmente pagato quasi tutto e tutti nel mondo dei media, il che significa che tutti, dalle agenzie di stampa ai media generalisti, dalle emittenti pubbliche alle altre organizzazioni mediatiche, sono nelle mani della Commissione europea, in misura maggiore o minore.

Alcuni esempi.

Tra le agenzie di stampa, da cui dipendono praticamente tutti i mezzi di informazione per i loro servizi, la Commissione europea ha investito denaro in:

L'Agence France-Presse ha ricevuto €7 milioni dall'UE, l'ANSA (Italia) €5,6 milioni, la Deutsche Presse-Agentur (Germania) €3,2 milioni, l'Agencia EFE (Spagna) €2 milioni, l'Associated Press (AP) €1 milione, l'agenzia di stampa Lusa (Portogallo) €200.000, l'agenzia di stampa polacca €500.000 e l'agenzia di stampa di Atene €600.000.

Anche una selezione di organi di informazione è stata pagata dalla Commissione europea:

Euronews (paneuropeo) €230 milioni, ARTE (Francia) €26 milioni, Euractiv (paneuropeo) €6 milioni, Gazeta Wyborcza (Polonia) €105.000, 444.hu (Ungheria) €1,1 milioni, France TV (Francia) €400.000, GEDI Gruppo Editoriale (Italia) €190.000, ZDF (Germania) €500.000 e Bayerischer Rundfunk (Germania) €600.000.

Le emittenti pubbliche hanno ricevuto quanto segue:

Deutsche Welle (Germania) €35 milioni, France Médias Monde €16,5 milioni, France Télévisions €1 milione, RAI Radiotelevisione italiana (Italia) €2 milioni, RTBF (Belgio) €675.000, RTP (Portogallo) €1,5 milioni, Radiodiffusione pubblica estone ERR €1 milione, RTVE (Spagna) €770.000 e TV2 (Danimarca) €900.000.

Organizzazioni mediatiche come Reporters Without Borders (Francia) e Journalismfund Europe (Belgio) hanno ricevuto rispettivamente €5,7 milioni e €2,6 milioni. Un'organizzazione olandese che si definisce indipendente, Bellingcat, ha ricevuto €440.000.

Questi numerosi esempi di media e organizzazioni giornalistiche sono solo quelli interni all'UE. Quest'ultima, tuttavia, sta conducendo un'operazione di influenza su larga scala anche al di fuori dell'UE, ovviamente sotto la benevola formulazione propagandistica di “sostegno alla libertà e al pluralismo dei media” – come se l'UE sapesse tutto di libertà e pluralismo. I progetti si sono concentrati in particolare sui media in Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Russia, Bielorussia e nei Balcani occidentali.

Non c'è nulla di trasparente in nessuno di questi finanziamenti.

Secondo la relazione sono opachi e difficili da scoprire.

È logico, tuttavia, che l'UE cerchi di nascondere il più possibile la propria influenza.

La relazione conclude:

Il sistema di finanziamento dei media nell'UE [...] crea dipendenze finanziarie, incentiva il conformismo narrativo e promuove un ecosistema in cui le voci dissenzienti vengono emarginate, il tutto sotto le virtuose insegne di “combattere la disinformazione”, “promuovere i valori europei” e “costruire una sfera pubblica europea”.

La portata dell'interconnessione istituzionale tra gli organi dell'UE e i principali attori nei media – dalle emittenti pubbliche alle agenzie di stampa fino ai canali online – non può essere liquidata come innocua o accidentale. Costituisce un conflitto di interessi sistemico che compromette la capacità dei media di funzionare come pilastro indipendente della democrazia. Anche in assenza di un'interferenza editoriale diretta, la dipendenza strutturale da sovvenzioni e contratti dell'UE è sufficiente a esercitare un effetto dissuasivo sul giornalismo critico e a incoraggiare un allineamento di riflesso con le posizioni ufficiali dell'UE.

Purtroppo l'UE appare come un regime profondamente corrotto e antidemocratico, che si aggrappa disperatamente al potere attraverso il traffico di influenze e l'imposizione di una censura pesante.

Centinaia di milioni di europei continuano a subire queste tattiche. Quando si sveglieranno finalmente?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Trump potrebbe finire per innescare il “Grande Reset”?

Mar, 16/12/2025 - 11:06

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Brandon Smith

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-potrebbe-finire-per-innescare)

I notiziari sono stati in fermento durante l'incontro tra Russia, Cina e India nella città portuale cinese di Tianjin. Vladimir Putin, Xi Jinping e Narendra Modi si sono assicurati di presentare un fronte unito all'evento, almeno in termini economici, ed è chiaro che i legami militari tra Cina e Russia si stanno consolidando. Lo Shanghai Cooperation Gathering viene trattato dai media come un monito agli Stati Uniti di fronte all'acuirsi delle tensioni commerciali.

I giornalisti occidentali sembrano piuttosto euforici di fronte alla notizia, insinuando che le politiche tariffarie di Donald Trump stiano unendo i nemici dell'America e formando un asse anti-USA. La sinistra odia Trump a tal punto che non mi sorprenderei di vederla tifare per Putin e i BRICS tra un anno o due.

Notizia dell'ultimo minuto per chi non lo sapesse: i BRICS hanno formato la loro alleanza fin dall'era Obama. Non è una novità e non ha nulla a che fare con Trump.

Ho seguito la formazione dell'alleanza BRICS sin dal 2009 e la motivazione principale del blocco economico (in apparenza) è sempre stata quella di rompere con il dollaro come valuta di riserva mondiale. I leader dei BRICS chiedono da anni la fine del dollaro e l'introduzione di un nuovo sistema monetario globale. Tuttavia il piano non è incentrato sull'Oriente come molti pensano. In altre parole, se sperate che i BRICS “pongano fine alla globalizzazione” vi sbagliate di grosso.

Infatti nel 2009 sia la Russia che la Cina hanno proposto l'idea di una moneta globale gestita dall'FMI, un'organizzazione che molti ritengono controllata dagli Stati Uniti. La realtà è che è controllata dai globalisti e i globalisti non hanno alcuna lealtà verso alcuno stato nazionale; sono fedeli solo ai propri interessi.

Qualcuno potrebbe sostenere che la situazione sia cambiata radicalmente dal 2009, ma non sono d'accordo. La Cina è ormai inesorabilmente legata al paniere DSP dell'FMI e la Russia rimane un membro attivo dell'FMI nonostante la guerra in Ucraina. È importante capire che ci sono sempre due linee temporali diverse quando si tratta di eventi mondiali: c'è il teatro internazionale più pubblicizzato e poi ci sono le operazioni delle istituzioni globaliste che esistono al di fuori della geopolitica.

A mio avviso, i globalisti non sono necessariamente gli “ingegneri” dietro ogni conflitto o crisi, ma si posizionano per trarne vantaggio ogni volta che è possibile. E giocano su entrambi i fronti di ogni conflitto per trarne il massimo beneficio. In altre parole, gruppi come l'FMI, la Banca Mondiale, la BRI, il WEF e conglomerati da migliaia di miliardi di dollari come BlackRock e Vanguard corteggeranno i BRICS tanto quanto corteggiano l'Occidente quando si tratta di realizzare un'economia mondiale centralizzata.

Non è un segreto come dovrebbe apparire questo “nuovo ordine mondiale”. I partecipanti a Davos hanno discusso apertamente delle loro visioni per anni e durante la pandemia si sono tolti la maschera e si sono crogiolati nell'“inevitabile” attuazione del loro “Grande Reset”. In sintesi, ecco cosa vogliono le élite per l'economia futura: un sistema globale senza denaro contante; una valuta digitale mondiale costruita attorno a un paniere di CBDC; monitoraggio con l'IA di tutti i registri finanziari; una “sharing economy” in cui ogni proprietà privata è abolita; l'uso del “de-banking” per controllare il dibattito pubblico – il che significa che potete dire quello che volete, ma potreste perdere l'accesso ai vostri conti e forse persino al mercato del lavoro; controllo e riduzione della popolazione; neo-feudalesimo in cui le nazioni pagano tasse ai globalisti per “fermare il cambiamento climatico causato dall'essere umano” (che non esiste).

Queste tasse vengono poi ridistribuite tra le varie nazioni per incentivarne la cooperazione. E, in ultima analisi, l'introduzione del Reddito di Cittadinanza Universale come mezzo per rendere ogni individuo dipendente dal governo centralizzato per il proprio sostentamento, in modo che non pensiate mai di ribellarvi.

Questo è ciò che l'élite di Davos intende quando parla di “Grande Reset”. Tuttavia in articoli recenti ho notato che i globalisti sono rimasti stranamente in silenzio nell'ultimo anno. Non sono più così audaci nei loro discorsi come lo erano durante la pandemia e i loro piani sembrano davvero arenarsi.

Ho visto i media, diversi banchieri centrali e leader politici riferirsi a questo problema come al “reset economico” di Donald Trump e trovo questa narrazione intrigante. Di cosa stanno parlando esattamente? Sono in atto reset concorrenti e, in tal caso, significa che l'agenda globalista è stata fatta deragliare?


Il reset di Trump e la fine di Bretton Woods

Il reset di Trump, se così possiamo chiamarlo, sembra affondare le sue radici nell'inversione di tendenza degli accordi di Bretton Woods del secondo dopoguerra, in base ai quali gli Stati Uniti divennero di fatto il motore finanziario dell'economia globale. Fu allora che si consolidò lo status del dollaro come valuta di riserva mondiale, che l'America divenne il polo dei consumi per l'Occidente e che fu fondata la NATO.

Sembrava un affare allettante per gli americani, ma ricoprire questo ruolo è costoso. Sta lentamente ma inesorabilmente distruggendo la nostra economia attraverso debito e inflazione.

Molti presidenti hanno utilizzato dazi mirati sin dalla Seconda guerra mondiale, ma nessuno ha imposto dazi drastici come Trump. Spesso paragonati ai dazi Smoot-Hawley di Herbert Hoover, erroneamente attribuiti all'innesco della Grande Depressione (in realtà furono le banche internazionali e la Federal Reserve a causarla), i dazi sulle importazioni di Trump mettono i bastoni tra le ruote al commercio post-Bretton Woods e soffocano il globalismo, costringendo le grandi aziende a ridurre le esternalizzazioni all'estero.

Come ho già sottolineato più volte, le multinazionali NON sono entità di libero mercato, ma entità socialiste, costituite dai governi e protette da speciali privilegi giuridici ed economici. Se un'azienda è “troppo grande per fallire” e ha quindi diritto al denaro dei contribuenti attraverso salvataggi e QE, allora non è un meccanismo di libero mercato. Pertanto non dovremmo preoccuparci se vengono tassate tramite dazi.

Francamente, penso che il globalismo aziendale e l'interdipendenza economica dovrebbero essere aboliti, anche con la forza, se necessario.


Decentralizzazione legittima o caos controllato?

I dazi di Trump, insieme ai tagli ai sussidi esteri e ad altre politiche economiche, potrebbero, nel giro di pochi anni, sconvolgere completamente il globalismo così come lo conosciamo. Quindi, in un certo senso, si tratta effettivamente di una sorta di “reset economico”. Ma ecco il problema: gli sforzi di Trump potrebbero finire per accelerare il reset globalista anziché contrastarlo?

Come accennato in precedenza, la creazione di stretti legami tra i Paesi BRICS è in corso sin dal 2009 e il loro obiettivo principale è stato quello di porre fine alle strutture create dagli accordi di Bretton Woods. In passato hanno dichiarato di volere un nuovo sistema monetario gestito dall'FMI. Che i BRICS ne siano consapevoli o meno, i loro sforzi per sviluppare le CBDC e spodestare gli Stati Uniti si inseriscono direttamente nel piano globalista.

L'FMI e la BRI hanno lavorato diligentemente (e silenziosamente) per costruire un quadro transfrontaliero per le CBDC e l'FMI ha pianificato la propria valuta digitale globale basata sul paniere dei DSP. La BRI a volte si riferisce a questo sistema come “registro unificato”.

Le élite bancarie stanno elaborando un'alternativa al dollaro in preparazione di un imminente scontro tra Stati Uniti e BRICS? E il “reset” di Trump è un catalizzatore di questa crisi?

Sostengo i dazi di Trump per una serie di ragioni. Credo che il globalismo debba finire; credo che la produzione nazionale debba tornare negli Stati Uniti e che le aziende debbano pagare un prezzo per la loro esternalizzazione. Non credo che gli americani debbano fungere da principale polo di consumo per il mondo intero e non credo che sia nostro compito sovvenzionare il pianeta. Credo anche che nulla cambierà se non verranno adottate misure drastiche nel breve termine.

Ma comprendo anche la realtà: se gli Stati Uniti smettessero di svolgere il ruolo che hanno svolto sin dalla Seconda Guerra Mondiale, la maggior parte delle nazioni del pianeta si troverebbe ad affrontare una sconvolgente crisi. Gli Stati Uniti rappresentano circa il 30% del consumo globale, forniamo la stragrande maggioranza degli aiuti esteri globali (circa $70-100 miliardi all'anno), su cui molti Paesi hanno imparato a fare affidamento, siamo il principale mercato di esportazione per il mondo e non esiste un sostituto realistico, il dollaro e il sistema SWIFT sono i principali motori del commercio globale.

Il reset di Trump costringerebbe davvero la maggior parte delle nazioni a una situazione disperata? Una situazione che le costringerebbe a cercare una soluzione alternativa che altrimenti non accetterebbero? I globalisti sono in agguato per offrire quella soluzione sotto forma di un loro “Grande Reset” e di un sistema monetario digitale mondiale?

In un modo o nell'altro l'attuale interdipendenza economica deve scomparire. Le multinazionali devono fare i conti dopo decenni di protezione e trattamento speciale, la produzione deve tornare negli Stati Uniti, gli americani devono smettere di pagare per il resto del mondo attraverso gli aiuti esteri. Ma se intendiamo intraprendere questa strada, dobbiamo anche smantellare tutte le organizzazioni globaliste.

Credo che queste istituzioni intendano sfruttare l'instabilità causata dalla rottura degli Stati Uniti con gli accordi di Bretton Woods; credo che si siano posizionate, come sempre, per trarre vantaggio da qualsiasi potenziale conflitto che potrebbe derivarne. Non si può permettere loro di usare le nostre necessarie riforme come trampolino di lancio per realizzare i mali del loro Grande Reset.

Un vero “reset” richiederà che la distruzione delle istituzioni globaliste diventi una priorità. Altrimenti qualsiasi azione economica da noi intrapresa potrebbe in ultima analisi favorire la loro agenda.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il caos nel governo francese segnala un crescente rischio per l'Eurozona

Lun, 15/12/2025 - 11:10

L'oro che sale di prezzo non è solo il ripudio del dollaro come valuta fiat. Per anni non è stato in un bull market primario perché faceva nuovi massimi in rapporto alla rupia, al rublo, al dong, al pèso... ma non alla valuta di riferimento mondiale. Quando l'oro rompe al rialzo rispetto al dollaro e a tutte le altre valute allora è una cosa diversa; in questo scenario possiamo avere sia l'oro che il DXY che salgono in tandem. Quindi, sì, il mondo sta correndo verso l'oro e i motivi, a mio giudizio, sono due. Sicuramente non è per l'inflazione, visto che gli USA si trovano in un ambiente in cui il credito si sta contraendo (l'IA non compenserà questo assetto). No, si tratta di rischio geopolitico e istituzionale. Le valute fiat stanno mostrando crepe strutturali, i mercati obbligazionari stanno mostrando crepe strutturali, la capacità di emettere nuovo debito in base al bacino fiscale sta mostrando crepe strutturali. Ci stiamo allontanando da un mondo globalizzato dove il commercio sarà propriamente valutato, scevro dalle distorsioni protezionistiche e monetarie alimentate da un sistema estorsivo/estrattivo piuttosto che produttivo. Più in profondità, lo spostamento dalla “consensus politics” di matrice anglo-francese alla “power politics” di matrice sino-russa-statunitense. Lo Stato profondo italiano è di gran lunga peggiore di quello americano dato che è più vecchio. La mera sopravvivenza politica della Meloni in questo ambiente, con colpi al cerchio e alle botte, è di per sé una vittoria. In questo caso particolare potremmo dire che l'Italia è un proxy di quello che si potrà vedere negli USA dove l'oro verrà rivalutato ai prezzi correnti (inizialmente) spostando finalmente il cartellino del prezzo dai ridicoli $42 l'oncia. Infatti così come Milei e l'Argentina sono stati un esperimento anticipato per quanto riguarda tagli e ridimensionamento dello stato nell'economia, la Meloni e l'Italia potrebbero essere l'esperimento in materia di aumento dell'equity. Per l'UE e la BCE è un anatema: sia dal punto di vista di bilancio che di credibilità dell'unione (a livello di facciata). L'incalzante censura europea altro non è che l'anticamera di un processo più ampio volto a impedire che i capitali (rimanenti) in Europa lascino il continente, soprattutto quando dovrà arrivare l'haircut sui debiti insostenibili europei. Potremmo definire la mossa sull'oro della Meloni come un messaggio mafioso indiretto degli USA all'UE. Soprattutto in chiave risolutiva del conflitto tra Russia e Ucraina. Comunque non bisogna farsi illusioni: sia l'amministrazione Trump che di riflesso quella Meloni non riusciranno a risolvere decenni di sconquassi durante i loro attuali termini di governo. Siamo ancora sulla soglia di una trasformazione, la quale richiederà come minimo 10 anni per essere portata a termine. E comunque meglio questa di prospettiva che il mondo distopico e tirannico della cricca di Davos & Co.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-caos-nel-governo-francese-segnala)

Il Primo Ministro francese François Bayrou non ha ottenuto la fiducia del Parlamento a settembre, ponendo fine al suo governo. Sebbene i mercati siano rimasti sostanzialmente calmi, ciò non significa che la crisi del debito francese sia stata rinviata.

Dopo soli nove mesi di mandato, il quarto governo del presidente Emmanuel Macron è crollato. Il Primo ministro, François Bayrou, ha perso il voto di fiducia sul suo bilancio incentrato sull'austerità con 364 voti a favore e 194 contrari. Bayrou ha poi annunciato le sue dimissioni.


Bayrou ha riconosciuto la gravità della situazione

Bayrou si era assunto la responsabilità della grave situazione delle finanze pubbliche francesi e ha tentato di imporre un programma di risanamento fiscale. Con un debito pubblico al 114% del PIL e una previsione di indebitamento netto del 5,4% per quest'anno, il piano includeva tagli alla spesa per €44 miliardi, il congelamento delle pensioni e la riduzione di due festività nazionali: misure pensate come un'ancora di salvezza per l'economia in difficoltà.

Sia la maggioranza parlamentare che ampi settori della società francese si sono opposti al programma di riforme. Gli scioperi generali sono fioccati.

Con le dimissioni di Bayrou, l'indeciso Emmanuel Macron si è ritrovato ad affrontare il compito di nominare un quinto Primo ministro in due anni. Fino alle prossime elezioni dell'aprile 2027 qualsiasi governo, indipendentemente dalla sua composizione, si troverà ad affrontare gli stessi problemi. Qualsiasi forma di consolidamento fiscale sarà affossata da fazioni politiche radicate. La Francia è bloccata in una situazione di stallo politico, cosa che rende il consolidamento del debito apparentemente impossibile.

 

La strada verso il disastro 

Questa bizzarra situazione rivela che l'élite politica francese – e sempre più in tutti gli stati dell'UE sotto pressione dei propri debiti – non riesce più a far prevalere le necessità economiche sulle divisioni ideologiche. Il mancato voto di fiducia è stato l'ennesimo chiodo nella bara dell'UE e presto si manifesterà sui mercati come un problema per l'Eurozona, man mano che gli investitori si renderanno conto dell'impotenza politica della Francia.

Prima delle sue dimissioni Bayrou ha apertamente criticato lo stile di vita francese, individuando nello Stato sociale un problema critico. Ora sperimenta in prima persona che chiunque metta in discussione i numerosi privilegi del sistema di welfare viene punito senza pietà dal punto di vista politico. La Francia difende la sua società fondata ormai sui trasferimenti sociali come una vacca sacra, anche se questa posizione conduce direttamente alla catastrofe fiscale.


Il rischio di contagio in Europa

Per i mercati finanziari gli eventi di Parigi non sono una buona notizia. Gli “OAT” francesi, i titoli del Tesoro, hanno mostrato scarsa reazione immediata al crollo del governo. Poi, però, sono stati sottoposti a crescenti pressioni a causa della crisi sovrana incombente. I rendimenti sono aumentati e lo spread rispetto ai Bund tedeschi, il benchmark europeo, si è ampliato fino a 90 punti base, segnalando un rischio crescente.

I titoli di Stato francesi sono ora scambiati con un premio di rischio significativo, molto simile al debito britannico. Il rischio di contagio incombe sull'Eurozona se i mercati si rivolgessero ad altre nazioni ad alto debito come Spagna, Italia, o Grecia, innescando una reazione a catena che ricorderebbe la precedente crisi del debito sovrano.

La Francia rimane in subbuglio e la attende un altro test cruciale: Fitch pubblicherà la sua valutazione del rating creditizio.

Sebbene un declassamento immediato sia improbabile – la Francia si attesta già su AA- con outlook negativo – un rientro nella categoria A è ora una possibilità concreta. Ciò costringerebbe gli investitori istituzionali a vendere obbligazioni francesi, aumentando ulteriormente i costi di rifinanziamento e aggravando la spirale del debito francese. Il Paese perderebbe gradualmente il suo status di benchmark “quasi privo di rischio” nell'Euroarea.

 

Valutazione dei rischi

Un andamento simile è emerso sui mercati monetari, dove l'euro ha addirittura guadagnato leggermente rispetto al dollaro. Segnali dell'imminente crisi del debito sovrano potrebbero provenire anche dai metalli preziosi: oro e argento hanno temporaneamente raggiunto massimi storici, confermando una costante tendenza al rialzo sostenuta dalla domanda delle banche centrali in tutto il mondo.

Gli investitori privati ​​e gli operatori istituzionali dovrebbero prendere nota: la consapevolezza delle imminenti crisi sovrane è aumentata dopo i gravi shock di mercato diciotto mesi fa. L'oro offre un rifugio sicuro senza rischio di controparte.

La BCE si trova di fronte a un difficile equilibrio: in caso di un nuovo intervento, dovrà bilanciare il controllo dell'inflazione con la stabilità finanziaria. L'aumento degli spread può distorcere la trasmissione della politica monetaria, costringendo a misure mirate di liquidità senza abbandonare del tutto la stretta monetaria. I commentatori di mercato avvertono di un “inverno nervoso” per gli spread dell'Eurozona.


Scontro inevitabile

La Banca Centrale Europea, ultimo baluardo dell'Eurozona in caso di vendite obbligazionarie dettate dal panico, è rimasta invisibile durante il caos francese. La calma degli scambi dopo il fallimento del voto di fiducia e i rendimenti stabili dei titoli di stato francesi e dell'euro suggeriscono che la BCE potrebbe essere intervenuta silenziosamente con acquisti di supporto selettivi. La conferma arriverà con il prossimo rapporto del TCI, che rivelerà le transazioni delle banche centrali.

Fino ad allora, le speculazioni continueranno, a meno che le fughe di notizie non vengano a galla prematuramente.

I cinici potrebbero sostenere che i mercati si sono abituati al dramma francese e stanno semplicemente aspettando il capitolo successivo, cosa che potrebbe riguardare problemi di liquidità. Nel complesso la graduale svendita del debito pubblico a lungo termine sui mercati globali continua. La Francia rimane sotto stretta osservazione a causa delle continue turbolenze politiche e delle sfide fiscali irrisolte.

La grande resa dei conti sul mercato obbligazionario incombe come una nube oscura e l'incessante accumulo di debito pubblico scatenerà prima o poi violente tempeste. L'architettura finanziaria globale poggia su fondamenta fragili: un sistema monetario fiat basato su debito sovrano che per essere “gestito” ha bisogno di dosi crescenti di inflazione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il drenaggio della LBMA e la ricapitalizzazione della classe media americana (Parte #2)

Ven, 12/12/2025 - 11:02

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-drenaggio-della-lbma-e-la-ricapitalizzazione-c3b)

Dall'anno scorso l'oro è salito del 100%. Le attenzioni sul metallo giallo abbracciano tutto lo spettro degli investimenti: dalle figure istituzionali fino giù ai semplici investitori al dettaglio. Per motivi di bilancio, certo, ricapitalizzare economie disastrate ha bisogno di collaterale credibile. Ma in particolar modo per motivi geopolitici, dato che dal 2022, come documentato nel mio ultimo libro Il Grande Default, gli Stati Uniti stanno iniziando a mettere ordine in uno dei mercati ombra più velenosi per la loro sopravvivenza in quanto nazione indipendente: quello degli eurodollari. L'assorbimento di tutta la leva finanziaria che negli anni è stata accumulata, ed è pronta a far nuotare nude le persone tanto per parafrasare Warren Buffett, richiede una facciata di credibilità e affidabilità con cui portare avanti un tal processo. A tal proposito l'amministrazione Trump ha un piano fattibile e inaugurare una nuova era di prosperità per l'America. La prima cosa che ha fatto è stata innescare una corsa agli sportelli della LBMA. Trump il debito lo conosce e sa come ristrutturare per uscire dalla bancarotta, l'ha fatto una mezza dozzina di volte nella sua vita. Sa cosa lo aspetta e ha un piano per rivedere il ruolo del dollaro nel commercio mondiale. Sarà di gran lunga la cosa più importante che accadrà al sistema monetario dal 15 agosto 1971, ma questa in realtà non è una storia sull'oro: è un segnale che qualcosa di enorme sta arrivando ed è molto più grande del semplice oro o del denaro.

L'oro non è un asset qualsiasi, il suo valore reale va oltre il mondo finanziario: è l'unico asset su cui tutti i governi concordano quando l'incertezza sistemica scuote i mercati mondiali. Come descritto nel mio libro un cambiamento epocale è in atto e le autorità hanno bisogno di placare possibili eruzioni di panico. E quello a Londra è significativo. A partire dallo scorso novembre, subito dopo la vittoria di Trump, l'oro ha iniziato a volare da Londra verso gli Stati Uniti. L'enorme quantità di oro richiesto in forma fisica ha fatto sì che la LBMA (London Bullion Market Association) dilatasse i tempi delle consegne, facendoli passare da due giorni a due mesi. E c'è un'altra cosa: quasi tutto l'oro che lasciava Londra era diretto a New York. Ciò significa che qualcuno ai vertici di Wall Street e del governo statunitense ha preso una decisione sulla politica economica di Trump.

Il grande acquirente statunitense ha preso in consegna quasi 30 milioni di once, ovvero oltre il 10% di tutto l'oro che si dice possiedano gli Stati Uniti. Ma ecco il punto: altre banche centrali stanno prendendo in consegna da anni ormai, come quella cinese ad esempio. Tra l'altro, l'acronimo per il futuro prossimo è ARC, ovvero partnership commerciale tra America, Russia e Cina. Schermaglie e attriti che leggete sui canali d'informazione principali non sono altro che rumore di fondo; è il trend primario quello che conta. Il fatto che l'UE non figuri in questo assetto in divenire è dovuto a una cosa sola: non esisterà più, tra l'altro già adesso non esiste più a livello informale per quanto voglia affermare la sua presenza attraverso una normazione socio-economica a raffica. L'amministrazione Trump non sta monetizzando l'oro solo perché altre banche centrali lo stanno acquistando, ha un piano per collateralizzare tutto e riportare gli Stati Uniti sulla strada della prosperità attraverso la produttività.

È una visione colossale e ambiziosa, tanto che i commentatori a tutti i livelli hanno dato per scontato che la politica monetaria e commerciale americana siano problemi irrisolvibili. È per questo che gli sprechi portati a galla dal DOGE ed Elon Musk sono solo la punta dell'iceberg. La differenza tra le amministrazioni precedenti e questa è che Trump ha un piano concreto per risanare il debito, cambiare la natura del denaro speso e riportare posti di lavoro in patria. Se ho ragione l'obiettivo finale di questo piano è ridisegnare la mappa delle catene di approvvigionamento statunitensi, il che sarà fantastico per gli investitori in un settore in difficoltà da 5 anni a questa parte. Senza contare che avrà un impatto enorme su chiunque abbia risparmi in dollari. Infatti il piano di Trump va oltre l'oro e affronta:

• L'insostenibile debito pubblico statunitense;

• La ricchezza strategica degli Stati Uniti;

• La mancanza di posti di lavoro buoni nel settore manifatturiero negli Stati Uniti;

• Gli elevati squilibri commerciali;

• Il difetto fatale del dollaro ancorato all'estero.

Rivalutare l'oro ai prezzi reali è solo la prima mossa e questo mi porta alle menti dietro questo riassetto degli Stati Uniti. Bessent è un uomo riservato, un miliardario che si è fatto da sé e non ha nulla da guadagnare dall'essere chiamato a ricoprire una carica pubblica. Per ora gli credo quando dice di voler sistemare qualcosa di profondamente imperfetto nel sistema americano. Forse Bessent si rivelerà l'ennesimo burocrate “chiacchiere e distintivo”, ma per ora sembra che sia sincero nel suo piano di sistemare gli Stati Uniti ed evitare che precipitino nell'abisso.

Se si vuole capire cosa sta succedendo, perché l'oro sta fuggendo da Londra e come tutto questo si collega, bisogna tornare a questo pezzo della Reuters dello scorso febbraio. Bessent non è uno stupido, sa che il modo più veloce per “monetizzare il lato degli attivi nel bilancio degli Stati Uniti” è rivalutare l'oro. Questa è la prima mossa del grande gioco a cui sta giocando l'amministrazione Trump. L'oro, che già fuggiva da Londra da novembre, ha iniziato a lasciare Londra per New York a un ritmo ancora più frenetico. Così tanto oro ha lasciato Londra e così velocemente che la gente si è spaventata, e i ritardi sono passati da due giorni a due mesi. Non ci sono dubbi: quando le nazioni richiedono la consegna fisica di oro tutto in una volta significa che sta succedendo qualcosa di grosso.

L'osservazione di Bessent, però, di “mettere a frutto gli asset” non riguarda solo l'oro, sta progettando un nuovo sistema monetario, qualcosa di simile a una Bretton Woods 3.0. Se il piano avrà successo, non solo “monetizzerà il lato degli attivi nel bilancio degli Stati Uniti”, libererà anche gli Stati Uniti dall'onere di detenere la valuta di riserva mondiale. Per avere successo Trump dovrà anche creare un Fondo Sovrano degli Stati Uniti. In una recente intervista Lutnik descrive esattamente cosa intende fare Trump con questo Fondo Sovrano.

In veste di amministratore delegato di Cantor Fitzgerald, Lutnik è un insider di Wall Street. Se c'è qualcuno che sa come monetizzare gli asset, sono Lutnik e i suoi collaboratori. Questo Fondo Sovrano monetizzerà non solo l'oro, ma ogni asset legato agli Stati Uniti: terreni, petrolio, diritti minerari... tutto. Tutto questo verrà aggiunto al bilancio statunitense nella colonna degli attivi. Il Fondo Sovrano cambia l'intero concetto di protezione del patrimonio nazionale statunitense.

Ecco come funzionerebbe.

Il giacimento petrolifero ANWAR è una sezione al largo della costa dell'Alaska, ha più riserve petrolifere comprovate dell'Arabia Saudita. Entra in gioco il Fondo Sovrano e produce royalties. Pensate se il governo degli Stati Uniti riscuotesse royalties su quel petrolio per sempre. Tra le innumerevoli altre risorse inutilizzate negli Stati Uniti c'è la miniera di Pebble nella baia di Bristol, in Alaska. Ci sono 80 miliardi di libbre di rame, 107 milioni di once d'oro e molti altri minerali importanti in attesa di essere messi in produzione. A questa grande risorsa americana è stata negata l'autorizzazione per timore che un fiume a 20 miglia di distanza, che alimenta una pesca al salmone, potesse essere influenzato dalle attività minerarie. E se, invece di concedere licenze minerarie, gli Stati Uniti si limitassero a percepire una percentuale sui profitti sui territori statunitensi? È un modello che non è mai stato sperimentato in America, ma che funziona già in altre parti del mondo per Paesi come l'Arabia Saudita, la Norvegia e la Cina.

Negli Stati Uniti c'è una quantità sorprendente di ricchezza disponibile, se si pensa a un modello in cui la burocrazia scompare e gli asset americani vengono finalmente sbloccati e messi a frutto. Al momento ci vogliono dieci anni o più per ottenere le licenze e i permessi necessari per estrarre o trivellare su terreni statunitensi. E se ci volessero poche settimane o mesi? Milioni di acri di terra negli Stati Uniti, un'abbondanza di ogni risorsa immaginabile, confluiranno nel Fondo Sovrano e saranno messi a frutto per gli americani. L'oro che esce da Londra è la prova che questo piano è già in atto.

Non è altro che un “riallineamento delle linee di politica” per gli Stati Uniti e il resto del mondo, un'iniziativa che ha il potenziale di scatenare una prosperità e una ricchezza inimmaginabili...m a non senza dolore. L'obiettivo finale del piano di Trump è quello di eliminare il peso che gli Stati Uniti hanno per avere la valuta di riserva mondiale. Ci viene sempre detto che avere la valuta di riserva mondiale è un privilegio esorbitante, ma quasi nessuno ne comprende il lato oscuro. Già nel 1959 Triffin affermò pubblicamente che l'unico modo in cui gli Stati Uniti avrebbero potuto continuare a godere di uno status di valuta di riserva mondiale sarebbe stato quello di accumulare deficit commerciali sempre maggiori. Questo è il grave peso che deriva dalla sua emissione. Qualunque Paese si trovi ad affrontarlo è destinato ad avere una valuta innaturalmente forte, il che può sembrare positivo, ma in realtà non lo è.

Qualunque vantaggio gli Stati Uniti abbiano ottenuto dall'emissione della valuta di riserva mondiale è ormai in gran parte svanito. Trump lo sa meglio della maggior parte dei politici: se non riuscite a produrre nulla da esportare, la vostra sicurezza e prosperità sono un'illusione. Stephen Miran, in A User's Guide to Restructuring the Global Trading System, individua il vero difetto che ha condotto gli Stati Uniti verso l'abisso.

• La domanda di asset di riserva denominati in dollari

• Porta a inevitabili squilibri commerciali e a un ambiente manifatturiero statunitense debole.

In altre parole, avere la valuta di riserva mondiale non è solo una benedizione è anche una maledizione. La domanda artificiale di dollari li mantiene perennemente e innaturalmente alti in valore rispetto a tutte le altre valute. Il motivo per cui questo è un problema per gli americani è che non possono produrre negli Stati Uniti beni che siano competitivi con altri Paesi. Un dollaro forte rende le esportazioni statunitensi incredibilmente costose, e non competitive. Questo è il vero problema che Trump sta cercando di risolvere. È la vera motivazione dietro l'arrivo dell'oro a New York, l'imminente cambio di sistema monetario, il Fondo Sovrano e le minacce di dazi.

Se volete una prova di questo svantaggio, guardate la Cina negli ultimi 30 anni e più... poi guardate gli Stati Uniti. La Cina ha compiuto il più grande miracolo nella storia economica, facendo uscire 800 milioni di cinesi dalla povertà in una sola generazione. Nel frattempo gli Stati Uniti sono stati devastati. Ci sono altre ragioni, ma una delle principali è che è diventato più economico inviare valuta fiat all'estero e far produrre beni altrove. Così posti di lavoro e macchinari industriali hanno lasciato gli Stati Uniti. Miran identifica il motore della rovina: ciò che deve essere smantellato affinché gli Stati Uniti possano riprendersi e riacquistare lustro e gloria attraverso la produttività. L'obiettivo è riportare posti di lavoro e capacità produttiva negli Stati Uniti, ma non si tratta solo di questo: il piano di Trump offre agli Stati Uniti anche una nuova ricchezza nel campo delle materie prime, ovvero le risorse necessarie per ricostruire le catene di approvvigionamento statunitensi. Ecco perché si parla tanto di Groenlandia.

Gli Stati Uniti devono quindi ricostruire le catene di approvvigionamento, ma ci sono delle conseguenze, una delle quali è un periodo di dolorosi aggiustamenti. Trump non vuole solo un dollaro più debole, vuole un dollaro radicalmente svalutato rispetto a tutte le altre valute del mondo; ma questio significa ri-dollarizzazione, non de-dollarizzazione. Una volta completata questa svalutazione, l'oro potrebbe addirittura superare i $20.000 l'oncia, il che equivarrebbe a una svalutazione del dollaro del 90%. Può sembrare orribile, ma è solo di poco inferiore alla svalutazione degli anni '70, quando il dollaro perse il 75% del suo potere d'acquisto. Tra l'altro è quello che sarebbe dovuto accadere all'indomani della Brexit affinché le esportazioni inglesi divenissero più economiche. Invece la sterlina è stata tenuta innaturalmente alta affinché l'UE non perisse sotto i colpi di uno svantaggio economico. Gli infiltrati della cricca di Davos non hanno lavorato solamente contro gli USA, ma anche contro Londra punendo la proverbiale “Little Britain” per aver scelto di schierarsi con le élite inglesi che vedevano un futuro diverso da quello di Bruxelles.

Con l'oro già in pancia e quello dreanto dalla LBMA, il debito pubblico statunitense verrebbe abbattuto drasticamente.

Questa tattica ha già funzionato due volte in passato: negli ultimi due cambi di sistema monetario. Nel 1985 il mondo si riunì per firmare gli Accordi del Plaza per svalutare un dollaro innaturalmente forte. All'epoca il Giappone era “il cattivo”. Leggete qualsiasi cosa di quell'epoca e vedrete le stesse accuse di concorrenza sleale rivolte al Giappone che oggi sentite rivolte alla Cina. Sotto la minaccia di dazi, il Giappone e gli altri partner commerciali degli USA si sedettero al tavolo delle trattative e accettarono di collaborare alla svalutazione del dollaro. Prima di allora c'era stato lo shock di Nixon e gli Accordi Smithsonian. Ora sarà il turno degli Accordi di Mar-a-Lago.

Trump non è stupido, vuole più di una semplice valuta debole: vuole cambiare la natura dell'economia statunitense copiando la Cina. La vera sfida è la necessità di una valuta che reindirizzi le catene di approvvigionamento. L'essenza del “miracolo cinese” non sta solo nel fatto che la Cina ha assorbito i posti di lavoro manifatturieri mondiali negli ultimi 30 anni: ha un modello di investimenti sostenuti dallo stato. È la politica industriale cinese che Trump desidera maggiormente emulare. In Cina le grandi aziende redditizie sono obbligate a reinvestire nel Paese, non possono delocalizzare tutti i loro profitti e pagare poche o nessuna tassa come fanno le élite e le corporazioni negli Stati Uniti. Il piano di Trump richiederà lo stesso alle aziende statunitensi ed è già in atto: Apple ha annunciato un investimento da $500 miliardi in America a fine febbraio. Non si tratta solo di tecnologia: due giorni dopo Lilly ha annunciato un piano da $27 miliardi per riportare la produzione farmaceutica negli Stati Uniti. Aspettatevi di vedere molti annunci come questi man mano che le aziende aderiranno al piano di Trump.

Per la prima volta da decenni le aziende hanno un incentivo a investire di nuovo nella produzione produttiva di beni reali, all'interno degli Stati Uniti. Qualsiasi vantaggio gli Stati Uniti abbiano ottenuto dall'esportazione di valuta fiat all'estero in cambio di elettronica e BMW... è finito. Non perché Trump voglia che finisca, ma perché deve finire; l'economia americana non può più permettersi questo privilegio. Per decenni la principale esportazione degli Stati Uniti è stata la valuta fiat. Questo debito insostenibile è in definitiva il risultato di uno squilibrio commerciale insostenibile con altre nazioni. Miran chiarisce che nulla di buono può accadere finché l'onere di avere la valuta di riserva non sarà condiviso con gli altri partner commerciali. Significa che il dollaro perderà il suo status? Probabilmente. Quindi cosa c'entra questo con la Cina, il prezzo dell'oro e il Fondo Sovrano?

I cinesi hanno risolto lo stesso problema creando essenzialmente un sistema monetario a due livelli: una valuta che circola all'esterno e una all'interno. La Cina considera le sue risorse naturali un bene da sfruttare a beneficio della nazione. Il governo cinese agisce come una società di venture capital, effettuando investimenti industriali chiave e concentrando il settore privato sulle priorità nazionali. Con il suo Fondo Sovrano l'America farà lo stesso. Amate il sistema cinese o odiatelo, non si può discutere sui progressi cinesi. Nel 1978 l'America produceva 18 milioni di auto all'anno, mentre la Cina solo 5.000-10.000. Facciamo un salto al 2024: la produzione automobilistica americana è scesa a soli 10 milioni di veicoli. E la Cina? È ora il più grande produttore di veicoli al mondo, con 30 milioni di auto prodotte l'anno scorso.

Anche l'industria automobilistica giapponese ha iniziato con debolezza, ma poi si è evoluta verso l'alta qualità con marchi noti per l'affidabilità come Toyota. Anche la Cina si è evoluta e ora produce ottime auto. Sono così buone e così economiche che probabilmente non le sarà mai permesso di venderle negli Stati Uniti; distruggerebbero qualsiasi industria automobilistica rimasta.

Il piano di Trump sfrutterà tutte le strategie efficaci che riuscirà a trovare per trasformare l'America di nuovo in un motore di creazione di ricchezza, soprattutto quelle che i suoi avversari hanno già dimostrato essere valide. Il Fondo Sovrano Americano è il luogo in cui migliaia di miliardi di dollari di valore saranno conservati e utilizzati internamente negli Stati Uniti. Ci sarà anche un sistema monetario statunitense a due livelli? Potete scommeterci: stablecoin interne emesse dalle banche commerciali e con riserve decise da istituto a istituto, e Tether che si interfaccerà con l'estero. È questo il motivo per cui si parla tanto della Groenlandia, del Canada come 51° stato e del Canale di Panama.


CONCLUSIONE

L'attuale sistema monetario mondiale ha bisogno di una correzione. Gli Stati Uniti si ritrovano un debito pubblico da $38.000 miliardi, centinaia di migliaia di dollari di altre passività e non possono più mantenere il sistema post-1971. Il lavoro costa troppo, tutto costa troppo. Quindi se gli Stati Uniti non riescono a riportare posti di lavoro in patria e a smettere di stampare/spendere denaro che non hanno, nulla cambierà. Ecco perché Trump sta prendendo una decisione drastica: sta agendo in previsione di ciò che il mondo intero sa che deve arrivare: un nuovo accordo monetario.

Che si tratti di un'ironia della storia o altro, Trump è il candidato ideale per il compito in questione, dato che ha più “esperienza” di qualsiasi altro leader mondiale nella ristrutturazione dopo una bancarotta. Ora userà la sua esperienza per creare un nuovo ruolo per il dollaro e porre fine al peso di essere la valuta di riserva mondiale, riportando gli Stati Uniti al vertice della piramide geopolitica per gli anni a venire. Ma la cosa più importante è lo smantellamento della finanziarizzazione dal mercato delle commodity di Londra, punto focale della strategia di drenaggio della LBMA. Infatti tale strategia mira al pieno controllo del mercato dei futures sulle commodity da parte di Washington affinché esso sia incentrato sulla consegna degli asset sottostanti dai produttori ai consumatori. Il modo più veloce per ricostruire le catene di approvvigionamento e intermediare in modo appropriato produzione, domanda e offerta nel tempo, creando altresì una curva affidabile dei prezzi nel tempo.

Per anni il COMEX e la LBMA hanno soppresso i prezzi di oro e argento tramite la creazione di offerta sintetica e hanno applicato lo stesso metodo anche ad altre commodity. Perché? L'oro ha visto crearsi attorno a sé un mercato dei futures per due motivi principalmente: per la sua funzione di coordinatore tra produzione/consumo nel tempo, per la sua funzione di speculazione sulle valute. L'introduzione di offerta sintetica nel metallo giallo ha scardinato la funzione primaria del mercato dei futures dal trading effettivo dell'oro: l'oro sintetico avrebbe impostato al margine il prezzo dell'oro fisico. Affinché si possa invertire questa deformazione non basta solo il COMEX che inverte la rotta, ma anche lo Shanghai Gold Exchange ad esempio. Infatti l'istituzione di questa entità ha creato nel tempo un arbitraggio che s'è rifiutato di chiudersi tra Londra e New York: l'oro fisico, mal prezzato in Occidente, è fluito verso Est. Poi sono entrati in gioco l'amministrazione Trump e Bessent che hanno iniziato a fare la stessa cosa nei confronti della LBMA, cambiando il ruolo del COMEX: esso si occuperà della consegna fisica, come lo Shanghai Gold Exchange, tornando a intermediare in modo corretto produzione/consumo nel tempo tramite i futures, mentre GLD e SLV si occuperanno della speculazione tra i metalli e le valute fiat.

Chi rimane col cerino in mano? Londra.

Ecco, sostanzialmente, cosa è successo al prezzo dell'oro finora e il motivo per cui continua a salire: è stata innescata una corsa alla consegna di metallo fisico, cosa che ha sconquassato il meccanismo di prestito/leasing di rivendicazioni sull'oro intermediato da Londra. Qui la verità è una sola: non è Washington a essere a corto di oro fisico, bensì Londra. Poi, con Trump che imposta un sistema di dazi nei confronti del resto del mondo, ciò rinforza ulteriormente la necessità delle altre nazioni di acquisire oro con cui garantire e pagare i propri deficit/avanzi commerciali. Ecco perché le banche centrali stanno continuando ad acquistare oro, perché era il momento esatto per scatenare un attacco contro la LBMA da parte di Bessent/Trump e perché il loro potenziale proxy nel cuore dell'UE, l'Italia, può far leva sul metallo giallo in presunto possesso della BCE per aggiungere ulteriore pressione su Londra, la cricca di Davos e Bruxelles.

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Lo Stato profondo italiano è di gran lunga peggiore di quello americano dato che è più vecchio. La mera sopravvivenza politica della Meloni in questo ambiente, con colpi al cerchio e alle botte, è di per sé una vittoria.https://t.co/Su9ojWwyfY

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 1, 2025

Ora passiamo all'argento. Questo metallo attualmente è in backwardation, ovvero il prezzo spot è più alto di quello tra un mese (cosa che non dovrebbe accadere in situazioni normali, infatti dovrebbe essere il contrario dato che esiste un costo per conservare l'asset fisico). Quando si viene a creare questo fenomeno significa che c'è un'enorme domanda nel presente, tale da far arrivare la backwardation al record di quasi $3. Attualmente abbiamo una backwardation di $1.50 fino al dicembre 2026/inizio 2027. Questa situazione ci suggerisce che la separazione tra funzione di coordinamento produzione/consumi e funzione di speculazione si sta ulteriormente diversificando tra oro e argento: oro che si prende la parte legata alla speculazione sulle valute fiat e l'argento che si prende, invece, quella legata al coordinamento della produzione/consumi. Infatti l'argento rimarrà sostanzialmente un metallo industriale; il rame sarà il prossimo sulla lista, seguito successivamente da alluminio, piombo, zinco, nickel e cobalto... tutti metalli trattati sulla London Metals Exchange. Anche perché se non si smantella la finanziarizzazione delle commodity a Londra, come possono pensare gli Stati Uniti di re-industrializzarsi se ne hanno il controllo tramite i futures?

Chiaramente non è possibile pronosticare ex-ante dove andranno i prezzi delle commodity, però ciò che conta davvero qui è che il meccanismo con cui si viene a formare il prezzo di asset strategici sta cambiando. Questo a sua volta comporterà lo sgonfiamento della finanziarizzazione degli asset e della leva monetaria e l'inflazione (dei prezzi) di quella porzione dell'economia globale influenzata dalle commodity; chiamatela anche l'evoluzione della stagflazione. In breve, deflazione di quegli asset basati sul credito e inflazione di quegli asset legati alle commodity in termini di prezzi di clearing.

Affinché si possa impedire al resto del mondo di andare nel panico, però, i prezzi degli asset finanziari (asset basati sul credito) devono rimanere ragionevolmente stabili. Ecco perché, a livello globale, un nuovo sistema commerciale sta emergendo tra America, Russia e Cina. I russi comprano yuan ed emettono bond denominati in yuan. I cinesi comprano dollari ed emettono bond denominati in dollari. Gli americani emetteranno un nuovo bond sovrano coperto dall'oro. All'improvviso avremo un sistema collateralizzato in cui tutti e tre i tipi di obbligazioni saranno coperte dall'oro. Tether è l'avanscoperta in questo senso, rappresentando l'interfaccia monetaria estera degli Stati Uniti con cui si dovranno confrontare tutti coloro che vorranno esporsi al biglietto verde. E il suo sarà un sistema alternativo all'eurodollaro collateralizzato dall'oro. A differenza dell'euro e di potenziali versioni digitali dello stesso...

Tutto bello... apparentemente... ma manca la parte più importante: qual è il collaterale? https://t.co/CIS16XJFpU

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 2, 2025

E indovinate un po' chi rimane, ancora una volta, col cerino in mano?

Negli Stati Uniti, nel frattempo, s'incanalano le risorse liberate verso la classe produttiva. Come discusso nella Prima Parte di questo saggio abbiamo:

• la IPO di Fannie/Freddie e il cambio di passo nella gestione dei mutui americani;

• le leggi sulle stablecoin che permettono alle banche regionali di tokenizzare i depositi e sovvenzionare i mutui a livello locale in modo che i profitti di tali prestiti rimangano sul posto e non vengano riciclati tramite il sistema del debito finendo nelle mani di creditori all'estero.

Ma come hanno fatto finora Londra e Bruxelles a rimanere a galla? La risposta è nel grafico qui sotto: comprando i titoli di stato più affidabili al mondo, ovvero quelli americani. Solo il mese scorso la Spagna ha aumentato del 15% le sue riserve di bond americani, mettendosi in testa alla carovana di coloro che devono comprare tale asset “alla luce del giorno” e possono usare molto meno i sotterfugi del mercato dell'eurodollaro o del sistema bancario ombra. Infatti il punto di raccordo per tenere in qualche modo vivi questi due meccanismi di accesso “facilitato” ai bond americani è il Canada. Sin dallo scorso marzo, e dall'insediamento di Carney, vi avevo messo in guardia che sarebbe stato svuotato della propria ricchezza per sostenere i suoi referenti all'estero: Londra e Bruxelles. Ogni mese le percentuali di possedimenti di titoli di stato americani posseduti dal Canada oscillano, perché se un mese compra quello successivo vende a Londra (e succursali) e Bruxelles a sconto tramite accordi di swap. Nel processo il Canada viene distrutto e liquidato.

L'oro che sale di prezzo e la backwardation dell'argento stanno segnalando che tutti gli attacchi scagliati da Londra e Bruxelles nei confronti degli USA e del SOFR, tramite il mercato obbligazionario americano, sono falliti. Presto si aggiungerà anche un altro barometro a segnalare questo e altri fallimenti: il rame. Freeport McMoRan, uno dei più grandi produttori di rame al mondo, ha fatto sapere che smetterà di seguire il meccanismo d'impostazione mondiale per il rame. Un altro modo per dire che hanno deciso di mandare al diavolo i futures sul rame sulla London Metals Exchange. Ma la vera rottura del giocattolo noto come finanziarizzazione si avrà quando anche il petrolio, l'asset fondamentale su cui gira la società moderna e che non può muoversi con una volatilità settimanale del 7% come accade ora, verrà depennato dalla lista dei futures intermediati a Londra. Il Brent Crude, il riferimento per eccellenza oggi quando si tratta di impostare un prezzo per l'asset fisico sottostante, è un contratto completamente finanziarizzato. Non esiste neanche un solo barile di petrolio consegnato come saldo del contratto. È solo speculazione finanziaria rispetto, invece, a Shanghai o al WTI presso il COMEX.

Gli inglesi ovviamente non sono stupidi e hanno un “Piano B” nel caso in cui non riuscissero nel loro intento di “dissuadere” la colonia scappata e ribelle. Il processo di liquidazione del Regno Unito altro non è che lo spostamento della City di Londra in un altro luogo, probabilmente Dubai. Anche l'amministrazione Trump l'ha capito ed è per questo che continua a pacificare quelle aree nel mondo in cui gli inglesi avevano forte ascendente (l'ultima in ordine cronologico il Rwanda). In questo modo li fa rimanere laddove stanno creando devastazione e li costringe, loro malgrado, a “godersi” i frutti velenosi del loro operato, erigendo al contempo un muro finanziario e commerciale intorno all'Europa intera, trasformandola nell'ultimo film di Soi Cheang e lasciando che chi è all'interno si scanni tra di loro.


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???? Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2025/12/il-drenaggio-della-lbma-e-la.html


Come i trader e i miner aggirano il divieto cinese su Bitcoin e le altre crittovalute

Gio, 11/12/2025 - 11:03

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da CoinTelegraph

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-i-trader-e-i-miner-aggirano)

Nonostante il divieto imposto da Pechino al trading di crittovalute, gli investitori cinesi stanno trovando modi innovativi per entrare nei mercati degli asset digitali.

Il governo cinese ha messo divieti alle crittovalute numerose volte, tra cui il divieto del 2013 per le banche che operavano in crittovalute, il divieto del 2017 sulle ICO e sugli exchange, seguito dal divieto di trading e mining di Bitcoin nel 2021.

Nonostante ciò accedere alle crittovalute in Cina continentale non è poi così difficile, ha dichiarato a Cointelegraph l'investitore pseudoanonimo Lowell.

Lowell è una neolaureata che si descrive come una trader di crittovalute a tempo pieno. Avrebbe potuto intraprendere una carriera nel suo campo di studi, ma afferma che un lavoro “normale” non può eguagliare i profitti che può ottenere con le crittovalute.

I divieti imposti dalla Cina non sono sempre chiari ed efficaci. Sebbene il trading e le attività commerciali in crittovalute siano vietati, esistono canali attraverso cui gli investitori possono entrare nel mercato globale.

I trader locali affermano di acquistare e vendere le loro crittovalute ad altri investitori tramite trading peer-to-peer su exchange centralizzati come OKX e Binance. Sebbene il Great Firewall cinese ne impedisca l'accesso, gli utenti esperti dotati di VPN possono accedere ai siti web e alle app di cui hanno bisogno.

Gli investitori cercano anche opportunità redditizie nella DeFi, come l'utilizzo di bot o l'assunzione di studenti per la distribuzione di airdrop, che per alcuni è diventata una quasi-industria.


Le crittovalute non sono totalmente illegali in Cina

In realtà i token crittografici non sono di per sé illegali in Cina, ha spiegato a Cointelegraph Robin Hui Huang, professore di diritto presso l'Università Cinese di Hong Kong. Anche il loro scambio rientra in una zona grigia.

“In Cina le persone possono detenere crittovalute. Possono anche scambiarle con altri beni, ma tali scambi non sono protetti dalla legge, ovvero se la controparte viola il contratto, non è disponibile alcuna tutela legale”.

Sebbene la legge non protegga queste transazioni non le vieta nemmeno, pertanto i privati possono scambiare crittovalute con altri beni se concordano reciprocamente di farlo e rispettano i propri impegni, ha aggiunto Huang.

Fuori dalla Cina continentale, circolano voci alimentate da importanti opinion leader della comunità delle criptovalute, tra cui il miliardario fondatore di Galaxy Digital, Mike Novogratz, che suggeriscono che Pechino potrebbe prendere in considerazione l'idea di revocare il divieto sulle crittovalute.

Tuttavia gli esperti hanno dichiarato a Cointelegraph che le probabilità che questa voce sia vera sono piuttosto basse.

Fanno riferimento ai recenti sviluppi riguardanti la valuta digitale della banca centrale cinese, lo yuan digitale, evidenziati durante il terzo Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, presieduto dal presidente Xi Jinping.


Il divieto al mining di Bitcoin in Cina non riesce a vietarlo all'atto pratico

Sebbene il divieto al mining di Bitcoin in Cina sia stato ampiamente riportato da quasi tutti i principali organi di informazione nel 2021, non è riuscito a impedirlo nel Paese.

Secondo Daniel Batten, ricercatore ESG di Bitcoin, ciò è dovuto al fatto che il divieto è stato erroneamente presentato come più severo di quanto non fosse in realtà. Egli sostiene che un'analisi più approfondita della sua formulazione suggerisce che la legge in realtà proibisce l'apertura di nuove mining farm e contiene semplicemente una “dichiarazione d'intenti” secondo cui l'attività di mining avrebbe dovuto essere gradualmente eliminata a causa del consumo di elettricità, degli obiettivi climatici e dell'associazione col riciclaggio di denaro sporco.

Non è facile reperire cifre precise e molte sembrano obsolete, ma la maggior parte delle stime suggerisce che la Cina rappresenti ancora almeno un quinto dell'hashrate globale.

Secondo i dati del Center for Alternative Finance dell'Università di Cambridge e della World Population Review, la Cina rappresenta circa il 21,1% del totale, mentre il fondatore di CryptoQuant, Ki Young Ju, ha pubblicato un grafico che mostra che le mining pool cinesi rappresentano il 54% dell'hashrate globale. Non tutti i miner di una pool si trovano in Cina, ha sottolineato, ma ha anche aggiunto: “Alcune mining farm potrebbero ancora operare in segreto in Cina, con le autorità che potrebbero nascondere i dati”.

Despite China's ban on #Bitcoin mining, Chinese mining pools still hold nearly 54% market share.

While not all participants in these pools are Chinese, some mining farms might still be operating covertly in China, with authorities possibly concealing data. https://t.co/OqEYB5R69w pic.twitter.com/JKCvcj2R3X

— Ki Young Ju (@ki_young_ju) July 1, 2024


VPN e app di trading rendono le crittovalute disponibili in Cina

Gli utenti di crittovalute in Cina sono ovviamente a conoscenza dei divieti sul trading, ma trovano modi creativi per aggirarli senza attirare l'attenzione delle autorità.

“La maggior parte dei trader di crittovalute in Cina non parla di queste cose perché sa che la Cina è fatta così”, ha affermato Lowell.

Oggigiorno i canali di trading P2P sono disponibili sui social media o sugli exchange, consentendo agli utenti di acquistare crittovalute con lo yuan tramite bonifici bancari, WeChat Pay, o Alipay, due dei principali sistemi di pagamento del Paese.

OKX e Binance sono due degli exchange più popolari nella rete di Lowell, anche se personalmente preferisce il primo. Come potete vedere nell'immagine qui sotto, Binance offre vendite P2P in yuan nella regione cinese. I due exchange non hanno risposto alla richiesta di commento di Cointelegraph.

Gli utenti hanno la possibilità di selezionare la valuta yuan e la regione cinese nel mercato P2P di Binance.

“Posso accedere a queste due app. Uso un iPhone e posso scaricarle dallo store di Hong Kong, o da quello di altri Paesi”, ha affermato Lowell, aggiungendo che le app non sono disponibili sull'App Store continentale di Apple.

L'accesso alle app in Cina è regolato da un ambiente internet più restrittivo rispetto a quello sperimentato dagli utenti al di fuori del Paese. Questo sistema, noto come “Great Firewall”, blocca l'accesso a domini popolari come Google e Facebook, tra molti altri.

Cointelegraph ha contattato una fonte nella Cina continentale per testare l'accesso agli exchange di crittovalute. Il test ha confermato che gli utenti non possono accedere ai siti web di Binance e OKX senza utilizzare VPN. Le applicazioni mobile per questi exchange sono accessibili senza VPN.

Alcuni progetti come MakerDAO impediscono agli utenti di accedere al protocollo tramite VPN, ma ciò avviene principalmente per paura di essere citati in giudizio dalle autorità di regolamentazione statunitensi anziché da quelle cinesi.

Ricerche su VPN in Cina nel tempo. (Google Trends)

Wayne Zhao, ex-amministratore delegato della società di analisi TokenInsight con sede a Pechino, si è trasferito a Singapore per avviare il suo progetto DeFi BitU. Afferma che l'utilizzo di una VPN è quasi una seconda natura per gli utenti di Internet della Cina continentale.

“Utilizzare una VPN è una scelta di buon senso per chi vuole visitare Google o YouTube”, afferma Zhao. Lo stesso vale per le piattaforme DeFi.

Per le piattaforme fornire agli utenti l'accesso P2P rappresenta una “zona grigia” che rischia di portare gli enti regolatori a colpirle e a colpire i loro dirigenti, ha dichiarato a Cointelegraph Joshua Chu, co-presidente dell'associazione Hong Kong Web3.

“Ciò potrebbe comportare ingenti spese legali, anche se non sempre si giunge a un procedimento penale, soprattutto una volta entrati in Cina”, ha affermato Chu, citando come esempio la recente detenzione di un dirigente di Binance in Nigeria.


Caccia agli airdrop in Cina

Le negoziazioni di crittovalute in Cina sono limitate alle opzioni P2P, ma non è l'unico modo per ottenere token.

Lowell ha tratto notevoli profitti dagli airdrop, tra cui $50.000 dalla campagna ENA di Ethena e $40.000 da StarkNet.

Secondo almeno tre fonti locali, in Cina la caccia agli airdrop ha raggiunto un livello industriale.

Proprio come il mining di Bitcoin era un tempo accessibile ai privati che utilizzavano i computer portatili nelle loro camere da letto, ma col tempo è diventato un'attività redditizia con aziende che investono in attrezzature professionali e riempiono i magazzini, i cacciatori di airdrop stanno ora investendo in tecnologie e attrezzature avanzate per massimizzare la loro redditività.

La Cina è terza dopo Corea del Sud e Giappone, seguita da Taiwan e Hong Kong. Prima del divieto del 2021, la Cina era leader nel settore per valore ricevuto dalle crittovalute. (Chainalysis)

Zhao attribuisce l'aumento degli airdrop all'era del move-to-earn durante la pandemia, resa popolare da StepN, un progetto basato su Solana che premia gli utenti con i suoi token GST per gli spostamenti.

“Quando le persone hanno iniziato a scoprire che è possibile guadagnare soldi con il cellulare, è stato naturale pensare di poterlo fare con centinaia di cellulari contemporaneamente”, ha raccontato Zhao a Cointelegraph

I cacciatori di airdrop automatizzano le transazioni con bot su protocolli emergenti che ritengono possano pianificare un futuro airdrop, o addirittura le registrano manualmente con più dispositivi.

I protocolli sono a conoscenza del fatto che gli utenti utilizzano bot per automatizzare le transazioni per ottenere i loro airdrop e adottano misure per limitarli.

Ma i cacciatori di airdrop adottano soluzioni creative per aggirare gli ostacoli. Alcuni di essi assumono addirittura studenti per condurre transazioni che replicano i comportamenti organici onchain.

“Il mio amico ha guadagnato molto più di me con gli airdrop perché ha assunto degli studenti universitari per effettuare transazioni per lui”, ci ha raccontato Lowell.

“Avevo circa 30 o 40 account, ma loro ne hanno circa 200”, ha aggiunto.


I trader e le aziende di crittovalute esistono ancora, ma c'è sempre un rischio

Qualsiasi attività nel settore delle crittovalute in Cina comporta sempre il rischio di una chiusura improvvisa.

“È già successo a un mio caro amico”, ci ha raccontato Zhao.

“Ha ricevuto solo un avviso che diceva: ‘Spiacenti, non potete più farlo. Dovete chiudere’, e questo era tutto. Pochi giorni dopo ha dovuto chiudere bottega”.

I trader P2P corrono dei rischi poiché non esiste un intermediario affidabile.

Acquistano crittovalute direttamente da sconosciuti, spesso senza conoscere l'origine degli asset. Questo comporta il rischio di partecipare inconsapevolmente al riciclaggio di denaro sporco, o di essere ritenuti colpevoli per associazione con altre attività illegali.

A causa di tali rischi, Lowell afferma di preferire rivolgersi a conoscenti personali, sebbene questa opzione sia limitata.

“Quando vendo ai miei amici, so che non faranno cose illegali e non verrò arrestata”, ci ha detto.

“Quindi sono disposta a vendere i miei USDT a persone che conosco, ma potrebbero non avere sempre così tanti soldi, quindi devo anche usare gli exchange”.


I piani per la CBDC smentiscono le voci sull'inversione del divieto sulle crittovalute

Winston Ma, professore associato di giurisprudenza alla New York University, ha dichiarato a Cointelegraph che è improbabile che Pechino revochi il divieto alle crittovalute, in quanto intende puntare tutto su una CBDC.

L'anno scorso Pechino ha tenuto la sua terza sessione plenaria, un incontro di alti funzionari del Partito Comunista. L'incontro ha deciso di promuovere il renminbi a livello internazionale, con particolare attenzione allo yuan digitale, come riportato dall'agenzia stampa statale Xinhua.

La Cina considera la sua CBDC l'unica moneta digitale legale, rendendo illegali tutte le altre valute digitali, incluso Bitcoin, come mezzo di pagamento.

“Ci si può aspettare che la banca centrale agisca a pieno ritmo, perché il mandato arriva dal Comitato Centrale. Più autorevole di così non si può”, ha affermato Ma.

Ma afferma anche che il rinnovato slancio per la CBDC cinese punta verso la direzione “completamente opposta” di un'inversione al divieto sulle crittovalute.


I trader locali hanno tutto ciò di cui hanno bisogno

Zhao di BitU ritiene che, nonostante le negoziazioni continuino, la domanda di crittovalute in Cina sia attualmente bassa e poi parla delle performance di trading dei fondi negoziati in borsa (ETF) sulle crittovalute lanciati di recente a Hong Kong.

Ai cittadini cinesi è vietato accedere agli ETF, a meno che non siano in possesso di un permesso di soggiorno temporaneo o permanente.

“Abbiamo visto tutti cosa è successo all'ETF di Hong Kong. Il volume degli scambi è pessimo”, ha affermato Zhao.

“Il motivo è che la maggior parte delle persone nella Cina continentale, o a Hong Kong, che sono disposte ad acquistare Bitcoin, o altre crittovalute, lo hanno già fatto”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Perché le teorie economiche di Keynes hanno fallito all'atto pratico

Mer, 10/12/2025 - 11:11

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-le-teorie-economiche-di-keynes)

Un recente post di Daniel Lacalle, intitolato I keynesiani si sono sbagliati sull'economia statunitense... di nuovo, ha evidenziato il crescente divario tra la teoria economica di John Maynard Keynes e la realtà. Nonostante le previsioni fiduciose dei principali economisti keynesiani, l'economia statunitense nel 2025 continua a sfidare le aspettative. Il ciclo di tightening della Federal Reserve non ha innescato il tanto sbandierato  “atterraggio duro” e la crescita si è dimostrata più resiliente. Allo stesso tempo l'inflazione rimane piuttosto rigida, ma comunque in calo, e l'economia si rifiuta di seguire i percorsi lineari e ordinati suggeriti dai modelli dei libri di testo.

Quest'ultimo imbarazzo per l'ortodossia di Keynes è parte di una storia molto più ampia. I fallimenti non sono isolati errori di calcolo, ma il risultato prevedibile di un quadro imperfetto a cui i policymaker si sono aggrappati per decenni. L'economia keynesiana non solo ha “sbagliato” nell'inquadrare il 2025, ma ha ripetutamente fallito nel mantenere le sue promesse per oltre quarant'anni. E le conseguenze stanno diventando impossibili da ignorare.

In sostanza, l'economia keynesiana è ingannevolmente semplice: quando la domanda del settore privato diminuisce, lo stato dovrebbe indebitarsi e spendere per colmare il divario. L'idea è che iniezioni temporanee di stimoli fiscali possano attenuare i cicli economici, ridurre la disoccupazione e riportare rapidamente l'economia alla piena capacità.

Ma la parola chiave qui è “temporaneo”. John Maynard Keynes era chiaro: gli stati dovrebbero avere deficit durante le recessioni e surplus durante le espansioni. Il debito contratto per salvare l'economia dovrebbe essere ripagato una volta che le condizioni si saranno normalizzate.

Tuttavia, nella pratica, questa disciplina non si è mai concretizzata. I politici hanno scoperto che gli elettori apprezzavano gli stimoli ma detestavano l'austerità. Dagli anni '70 i deficit sono diventati una caratteristica permanente della politica fiscale statunitense, indipendentemente dal ciclo economico. I risultati sono preoccupanti: il debito pubblico statunitense supera ora il 120% del PIL, i programmi di welfare sono strutturalmente sottofinanziati e ogni crisi richiede interventi più ampi con benefici economici decrescenti.

La pandemia di COVID-19 è stata l'esperimento keynesiano per eccellenza. Tra il 2020 e il 2022 il governo federale ha iniettato oltre $5.000 miliardi in stimoli fiscali nell'economia, integrati dalla Federal Reserve che ha tagliato i tassi di interesse a zero e ha ampliato il proprio bilancio di $120 miliardi al mese. Secondo il modello keynesiano, questo stimolo monetario e fiscale senza precedenti avrebbe dovuto inaugurare un boom economico duraturo.


Il fallimento della crescita artificiale

Tuttavia, come abbiamo osservato nel pezzo MMT Was Tried And Failed, l’enorme flusso di stimoli ha temporaneamente stimolato la crescita economica “portando nel presente” la domanda futura, ma ha anche creato diversi problemi.

Il problema più evidente è stato l'impatto di una domanda in forte aumento su un'economia colpita nell'offerta. Con l'economia “ferma” a causa delle restrizioni imposte dallo stato, l'ondata degli stimoli ha portato a un aumento della domanda. Dato il principio economico di base della differenza tra domanda e offerta, i prezzi sono aumentati. Come previsto, ciò ha portato a un'impennata massiccia dell'inflazione (dato che la maggior parte degli americani ha pagamenti fissi per l'assistenza sanitaria e gli immobili, la terza misura nel grafico qui sotto mostra qual è il costo della vita per la maggior parte ogni mese.)

Fondamentalmente l'inflazione, escludendo i settori immobiliare e sanitario, è salita a quasi il 12% durante l'ondata di spesa alimentata dagli stimoli fiscali. Tuttavia, oggi, con il rallentamento dell'economia e il progressivo indebolimento di tali stimoli, il tasso di inflazione è sceso ad appena l'1,61%.

In secondo luogo il “boom economico” creato dallo stimolo della domanda continua a svanire, mentre l'economia si normalizza lentamente tornando a circa $3,50 di debito per generare $1 di attività economica. Dopo i lockdown l'economia ha raggiunto livelli senza precedenti, avvicinandosi al 17,5% di crescita nominale. In un'economia bloccata il sottoprodotto di tutta quella domanda è stato un'impennata dell'inflazione ai massimi degli ultimi 40 anni, con un picco superiore al 9% nel 2022. Cinque anni dopo l'inflazione continua a scendere verso l'obiettivo del 2% della FED, ma rimane stabile poiché i residui degli stimoli monetari e fiscali continuano a fluire attraverso il sistema.


La trasmissione interrotta della politica monetaria

Un ulteriore fallimento della politica keynesiana moderna è la sua eccessiva dipendenza dalle banche centrali. Attraverso tagli dei tassi e allentamento quantitativo (QE), lo stimolo monetario è diventato la soluzione ideale per qualsiasi rallentamento economico. Ciononostante il meccanismo di trasmissione tra politica monetaria e attività economica reale si è rotto. Gli interventi artificiali e la MMT non hanno funzionato nella realtà perché il sistema di trasmissione sottostante non funzionava.

La promessa di qualcosa in cambio di niente non perderà mai il suo fascino, quindi la MMT dovrebbe essere vista come una forma di propaganda politica piuttosto che come una vera linea di politica economica o pubblica. E come ogni propaganda, dobbiamo combatterla con appelli alla realtà. La MMT, dove i deficit non contano, è un luogo irreale.

Nel frattempo la velocità della moneta, ovvero il ritmo al quale il denaro passa di mano nell'economia, pur riprendendosi in parte dalla crisi economica, continua a mostrare un andamento decrescente. In altre parole la FED può iniettare liquidità, ma non riesce a farla circolare in modo produttivo. L'andamento della velocità non offre prospettive incoraggianti per la crescita del PIL.

Se prendiamo in considerazione l'indebolimento dei tassi di crescita economica e il conseguente calo dell'inflazione, riflesso diretto dell'indebolimento della domanda dei consumatori, le banche hanno pochi incentivi ad ampliare i prestiti ai tassi attuali, soprattutto in un contesto di normative più severe e scarsa qualità del credito.

Un problema fondamentale è che i modelli keynesiani presuppongono una relazione lineare di causa-effetto tra spesa pubblica e produzione economica. Si concentrano quasi esclusivamente sulla domanda aggregata, trascurando dinamiche critiche come la saturazione del debito, le fragilità delle catene di approvvigionamento e i circuiti di feedback dei mercati dei capitali globali.

Nell'economia odierna, altamente finanziarizzata, la spesa pubblica non circola in modo efficiente. Come già notato, gran parte di essa rimane intrappolata nei mercati finanziari, gonfiando i prezzi degli asset anziché stimolare gli investimenti produttivi. I tassi di interesse estremamente bassi, un altro segno distintivo della politica keynesiana, scoraggiano il risparmio e incoraggiano la speculazione alimentata dal debito. Ciò distorce l'allocazione del capitale, causando investimenti impropri in asset improduttivi come azioni meme, immobili speculativi e iniziative tecnologiche non redditizie. La maggior parte dei benefici rimane intrappolata nel 10% più ricco dell'economia, il quale detiene circa l'88% degli asset finanziari al netto dell'inflazione.

In altre parole i ricchi trattengono le iniezioni monetarie, mentre l'inflazione tassa i poveri.

Lacalle ha evidenziato questa discrepanza tra le teorie di Keynes e la realtà economica: molti economisti mainstream hanno ripetutamente previsto una recessione nel 2023-2024 che non si è mai verificata, hanno sottovalutato la persistenza dell'inflazione e hanno interpretato male l'impatto della stretta fiscale. Questi errori di previsione mettono in luce difetti più profondi nel modo in cui i keynesiani modellano l'economia moderna.


Gli avvertimenti di Hayek si sono rivelati profetici

La Scuola economica Austriaca, in particolare le idee di Friedrich Hayek, contrastano nettamente con il pensiero keynesiano. Gli economisti Austriaci ritengono che un periodo prolungato di  bassi tassi di interesse e di eccessiva creazione di credito crei un pericoloso squilibrio tra risparmio e investimento.  In altre parole i bassi tassi di interesse tendono a stimolare l'indebitamento presso il sistema bancario, il che porta, come ci si aspetterebbe, all'espansione del credito. Questa espansione del credito, a sua volta, aumenta l'offerta di moneta.

Pertanto, come ci si aspetterebbe in ultima analisi, il boom generato dal credito artificiale diventa insostenibile, poiché l'indebitamento stimolato artificialmente cerca opportunità di investimento in diminuzione. Infine il boom generato dal credito artificiale si traduce in investimenti improduttivi. Quando la creazione esponenziale di credito artificiale non è più sostenibile, si verifica una “contrazione del credito”, che in ultima analisi riduce l'offerta di moneta. I mercati alla fine “si svuotano”, il che determina una riallocazione delle risorse verso impieghi più efficienti.

I politici moderni si rifiutano di consentire questo processo naturale. Ogni recessione si traduce in stimoli più aggressivi, i quali non fanno altro che ritardare le necessarie correzioni. Il risultato è stato un inarrestabile accumulo di squilibri economici. Le imprese inefficienti sopravvivono grazie al debito a basso costo, le aziende zombi proliferano e l'innovazione ne risente. Ogni espansione economica è più debole della precedente e ogni ripresa dipende da interventi più incisivi per restare in atto.

Forse il più grande equivoco perpetuato dagli economisti keynesiani è che gli stimoli finanziati dal debito siano un pasto gratis. In realtà il servizio del debito e l'aumento dei costi di servizio del debito diventano un significativo ostacolo economico. Il Congressional Budget Office prevede che il pagamento degli interessi negli Stati Uniti supererà la spesa per la difesa nazionale nei prossimi anni e si avvicinerà a $1.500 miliardi all'anno entro il 2030. Naturalmente questo presuppone che i tassi rimangano ai livelli attuali. La prossima crisi, che è diventata più comune dall'inizio del secolo, abbasserà significativamente i tassi. Come già mostrato, una riduzione dei tassi dell'1% avrebbe un impatto significativo sulle passività future.

Non si tratta solo di una questione fiscale, ma di un freno macroeconomico. Spendere dollari per pagare gli interessi li devia da infrastrutture, istruzione, o investimenti produttivi. Peggio ancora, l'aumento del debito spiazza gli investimenti privati, distorce i mercati dei capitali e riduce la flessibilità necessaria per rispondere a crisi future.


Conclusione: la teoria economica di Keynes ha fallito

Negli ultimi 40 anni ciascuna amministrazione e la Federal Reserve hanno continuato ad operare secondo le politiche monetarie e fiscali di Keynes, convinti che il modello funzionasse. La realtà, tuttavia, è che la maggior parte della crescita aggregata dell'economia è finanziata dalla spesa in deficit, dall'espansione del credito e dalla riduzione del risparmio. 

Ciò ha ridotto gli investimenti produttivi e ha rallentato la produzione economica. Con il rallentamento dell'economia e la diminuzione dei salari, i consumatori hanno contratto maggiore indebitamento, riducendo i risparmi. Il risultato dell'aumento dell'indebitamento ha richiesto un reddito maggiore per onorare i debiti, anziché alimentare un aumento dei consumi.

In secondo luogo, la maggior parte dei programmi di spesa pubblica ridistribuisce il reddito dai lavoratori ai disoccupati. Gli economisti keynesiani sostengono che ciò aumenta il benessere di molti colpiti dalla recessione, ma i loro modelli ignorano che la riduzione della produttività genera uno spostamento di risorse verso la redistribuzione e lontano dagli investimenti produttivi.

Tutti questi problemi hanno pesato sulla prosperità complessiva dell'economia. Ciò che è più significativo è l'incapacità degli attuali economisti, che ancora sostengono le politiche monetarie e fiscali sopraccitate, di rendersi conto del guaio quando cercano di  “risolvere un problema di debito con altro debito”.

Ecco perché le politiche economiche di Keynes hanno fallito, dal “Cash for clunkers” al “Quantitative easing”. Ogni intervento ha portato nel presente i consumi futuri o stimolato i mercati finanziari. Promuovere i consumi futuri lascia un “vuoto” nel futuro che deve essere continuamente colmato. Tuttavia creare un effetto ricchezza artificiale riduce i risparmi, che invece potrebbero essere utilizzati per investimenti produttivi.

È tempo di svegliarci e di renderci conto che siamo sulla stessa barca.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Adam Smith sul senso del dovere e “la grande divisione” dello spirito umano

Mar, 09/12/2025 - 11:10

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Barry Brownstein

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/adam-smith-sul-senso-del-dovere-e)

Ichiro Suzuki è stato inserito nella Baseball Hall of Fame quest'estate. Con il suo controllo di mazza pressoché ineguagliabile, Ichiro ha collezionato dieci stagioni consecutive con più di 200 hit validi e il record stagionale di 262 hit validi.

Il discorso di accettazione di Ichiro nella Baseball Hall of Fame era incentrato sul suo dovere nei confronti dei tifosi e dei compagni di squadra: “Quando i tifosi usano il loro tempo prezioso per venire a vederti giocare, hai la responsabilità di dare il massimo per loro, che vinciamo o perdiamo con 10 punti di scarto”.

Se si ascolta la maggior parte degli atleti moderni, si notano subito cliché facilmente falsificabili sulla fiducia in sé stessi come chiave del successo. Meno persone parlano dei propri doveri e responsabilità.

Ichiro sottolineava che le sue “abilità” non erano “migliori di quelle degli altri”. Al contrario, era sul palco perché “la pratica e la preparazione quotidiane”, insieme alla volontà di prestare attenzione ai “piccoli dettagli”, sono state il “fondamento” del suo “successo”. Ichiro incarnava non solo la ricerca moderna sul ruolo della pratica, ma anche ciò che Adam Smith, nel suo The Theory of Moral Sentimets, identificava come il desiderio di “lode” rispetto al mero desiderio di “lode”.

Smith sosteneva che, mentre un applauso immeritato può deliziare una persona debole, una persona saggia cerca di guadagnarselo. La lode falsa, scriveva Smith, “dovrebbe essere più mortificante di qualsiasi censura e dovrebbe evocare perpetuamente nella nostra mente la più umiliante di tutte le riflessioni, il riflesso di ciò che dovremmo essere, ma di ciò che non siamo”. Se pensate che influencer, figli nepo, o persone che hanno ottenuto il loro lavoro grazie ai criteri DEI, abbiano una vita felice, Smith potrebbe non essere d'accordo: “Solo i più deboli e superficiali tra gli uomini possono essere deliziati da quella lode che loro stessi sanno essere del tutto immeritata”.

Il miglior consiglio di Ichiro era di non attribuire mai il controllo di sé stessi a forze esterne. I lanciatori non ti battono, piuttosto, pensava, “è perché c'era qualcosa che avresti potuto fare meglio assumendoti le tue responsabilità”. Questa convinzione ha portato Ichiro al costante impegno di migliorare; ha concluso la sua carriera come uno dei soli 33 giocatori nella storia con oltre 3.000 hit validi.

Adam Smith vorrebbe farci sapere che la stessa mentalità che Ichiro ha applicato alla sua carriera vale per tutti gli individui. Smith ci ha lasciato una guida per diventare più rispettosi del senso del dovere e meno influenzati dalle nostre emozioni. Possiamo scegliere attivamente di uscire dalla narrativa distorta che si agita nella nostra testa, che giustifica sempre ciò che facciamo.

Smith ci ha consigliato di rivolgerci allo “spettatore imparziale” che è in noi: “Non potremo mai esaminare i nostri sentimenti e le nostre motivazioni, non potremo mai formulare alcun giudizio su di essi, a meno che non ci allontaniamo, per così dire, dalla nostra posizione naturale e non ci sforziamo di vederli a una certa distanza da noi”.

Non si trattava di un mero esercizio accademico; Smith voleva che fossimo in trincea, a mettere in pratica ciò che contempliamo: “La speculazione più sublime del filosofo contemplativo difficilmente può compensare la negligenza del più piccolo senso del dovere”.

Il senso del dovere ci garantisce di poter lavorare tutti insieme in modo stabile e prevedibile, anche quando i nostri sentimenti personali prendono il sopravvento. Possiamo rispettare le regole morali generali, anche quando sentimenti personali che migliorano la vita, come l'onestà, la gratitudine o la gentilezza, sembrano essere assenti.

Se pensate che Adam Smith sostenesse l'idea di un individuo che rivendica il proprio interesse personale, definito dalle proprie passioni, contro il resto del mondo, probabilmente non l'avete mai letto. Smith era chiaro: “La grande divisione dei nostri affetti è tra egoismo e benevolenza”, e dobbiamo domare il nostro lato egoistico.

L'idea di senso del dovere di Smith era convincente e diretta. In primo luogo ci spiegava che l'umanità “è fatta per l'azione [...] per promuovere, attraverso l'esercizio delle [nostre] facoltà [...] cambiamenti nelle circostanze esterne, sia [nostre] che degli altri”.

Poi ci chiedeva di onorare il nostro scopo in modo da “poter evocare tutto il vigore della [nostra] anima e tendere ogni nervo, al fine di produrre quegli obiettivi che sono lo scopo del [nostro] essere”.

Smith ci spiegava che diventiamo degni di lode seguendo “regole generali di condotta” che chiamava “un senso del dovere, un principio di massima importanza nella vita umana e l’unico principio in base al quale la maggior parte dell’umanità è in grado di dirigere le proprie azioni”.

Le nostre buone intenzioni sono insufficienti e non adempiono al nostro senso del dovere. Smith scrisse che alla persona “che non ha compiuto alcuna azione importante”, ma che esprime “i sentimenti più giusti, più nobili e più generosi”, non è dovuto nulla.

Smith ci forniva una scheda di valutazione per distinguere coloro che sono degni della nostra ammirazione da coloro che, per mancanza di autocontrollo, sono “inutili”.

Quando scegliamo di essere persone senza valore, siamo in balia dei nostri sentimenti. Non credo che questo prevalga sul nostro senso del dovere. Smith scrisse che la persona affidabile e di sani principi “aderisce, in ogni occasione, con fermezza e risolutezza alle sue massime”. Ichiro l'ha vissuto in prima persona, senza mai vacillare fino all'ultima stagione. Questa adesione al proprio senso del dovere è esattamente ciò che, secondo Smith, distingue una persona d'onore da chi “agisce in modo vario e casuale, a seconda che l'umore, l'inclinazione o l'interesse prevalgano”.

Potete guardare il football per otto ore in una splendida giornata autunnale invece di lanciare la palla a vostro figlio; potete provare soddisfazione nel rimproverare un collega perché non la vede come voi; potete pensare che Curb Your Enthusiasm sia una guida alla vita e serbare rancore perché qualcuno ha violato una regola che vi siete inventati; potete guardare l'ennesima serie TV ininterrottamente invece di coltivare la vostra mente per preservare la libertà. Con tali azioni Smith direbbe che avete scelto di essere inutili e vorrebbe che prendeste in considerazione una scelta diversa.

È l'“autocontrollo” che ci permette di dedicarci al nostro senso del dovere e di non scegliere la via dell'inutilità. Smith sapeva che siamo “argilla grezza” che non potrà mai raggiungere la perfezione, ciononostante definisce la persona di “perfetta virtù”, “l'oggetto del nostro più alto amore e ammirazione” come “colui che unisce, al più perfetto controllo dei propri sentimenti originali ed egoistici, la più squisita sensibilità sia per i sentimenti suoi che per quelli altrui”.

Invito il lettore a fare proprio questo: prendetevi un momento e riflettete su un problema attuale che sta creando ansia e conflitto; prestate attenzione alla narrazione interiore che spiega il problema dal vostro punto di vista. Se riuscite a notarla, potete anche distogliere l'attenzione dalle vostre autogiustificazioni. Mentre lo fate, notate se emerge un'altra prospettiva che vi richiama al vostro dovere.

Probabilmente Ichiro non ha mai letto Adam Smith, ma capiva che la sua vita non consisteva semplicemente nel mettersi a proprio agio. Nella performance di Ichiro, vediamo le possibilità di migliorare le nostre prestazioni nelle imprese della vita quando diamo retta al nostro senso del dovere. L'assenza di scopo che molti hanno adottato, sostiene il filosofo Bernardo Kastrup, è un modo per “liberarci da qualsiasi spiacevole sensazione di responsabilità o dovere”. Per coloro che non hanno uno scopo, il senso del dovere migliorerebbe immediatamente la loro vita.

C'è in gioco più di quanto possiamo immaginare. Smith ci aiutava a comprendere che la civiltà progredisce, o regredisce, a seconda della nostra adesione al senso del dovere e della nostra volontà di ignorare i sentimenti transitori, allontanandoci dalle passioni che distruggono la società: “L'esistenza stessa della società umana [...] crollerebbe” se perdessimo il senso del dovere e scivolassimo nell'inutilità come impostazione predefinita della nostra vita.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Perché la diversificazione sta fallendo nell'era degli investimenti passivi

Lun, 08/12/2025 - 11:13

La notizia del superamento della soglia dei $38.000 miliardi di debito pubblico americano è stata oscurata dalla pessima situazione fiscale francese, dalla pessima situazione fiscale tedesca, dalla pessima situazione fiscale inglese, ecc. Chiedetevi: perché? Perché Trump sta superando le forche caudine di cambiare il modo in cui gli Stati Uniti si finanziano cestinando il vecchio sistema inglese tasse/debito con quello basato sui dazi. Ormai è un anno, da quando ho pubblicato il mio libro Il Grande Default, che dico che l'UE non sopravvive se gli Stati Uniti decidono di difendersi dal punto di vista monetario, politico e fiscale. In questo ambiente l'Europa si trasforma in un cumulo di macerie fumanti: il capitale globale resterà in un abisso come quello della Germania o preferirà spostarsi in un Paese che vedrà $5.000 miliardi in investimenti nei prossimi 10 anni? Nel processo il debito sovrano dell'Europa rimane esposto, mentre invece quello americano no. Se voi faceste parte della compagine inglese/europea, quale storia spingereste di più sui canali d'informazione e sui social? Ovviamente che gli Stati Uniti hanno un debito insostenibile, che non riescono a equilibrare il bilancio, che sono prossimi all'implosione, che Trump non sa quello che sta facendo, ecc. Vi accorgete di essere raggirati dai venditori di fumo quando si punta il dito esclusivamente sugli aspetti negativi di una faccenda, “scordandosi” quelli positivi. Quando bisogna saggiare la salute di un'azienda, si procede attraverso l'analisi SWOT: tutte le lettere devono essere analizzate, non solo alcune. Allo stesso modo i passivi di una nazione non raccontano tutta la storia.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-la-diversificazione-sta-fallendo)

La diversificazione è stata la spina dorsale delle  strategie “buy and hold” negli ultimi decenni. È stata una manna per i consulenti finanziari che non potevano gestire attivamente i portafogli e ha creato un'enorme industria di Exchange-Traded Fund (ETF) che ha permesso un'ulteriore semplificazione degli investimenti. Il messaggio era semplice: “Acquistate un paniere di asset, valutati al costo medio del dollaro, e col tempo aumenterete il vostro patrimonio”.

Ma dove è nata questa rivoluzione del marketing? Basata sul presupposto dell'investimento indicizzato, ha creato grandi aziende come Vanguard, Fidelity, BlackRock e altre. Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare indietro nel tempo, al 1952. Allora Harry Markowitz rivoluzionò le strategie di investimento con la sua teoria della scelta nei portafogli. Il suo lavoro, per il quale ricevette il premio Nobel, diede origine a quella che oggi conosciamo come Modern Portfolio Theory (MPT), secondo cui i portafogli migliori non si concentrano sui singoli titoli, ma sull'interazione tra gruppi di asset.

L'obiettivo era combinare asset non correlati per ridurre la volatilità complessiva, ottimizzando al contempo i rendimenti. Questo modello incoraggiava gli investitori a distribuire il rischio attraverso la diversificazione. Fondamentalmente presupponeva che gli asset non si sarebbero mossi tutti insieme in periodi di stress. Questa teoria ha costituito il fondamento della costruzione dei portafogli per decenni, soprattutto per gli investitori istituzionali. La sua strategia ha funzionato ben prima dell'inizio del secolo, quando i settori cambiavano la loro leadership e gli asset si muovevano in modo indipendente in base a driver economici distinti. All'epoca la diversificazione tra classi di asset, settori e aree geografiche era un modo affidabile per ridurre il rischio nei portafogli.

Tuttavia, negli ultimi 15 anni, a seguito della crisi finanziaria, il contesto di investimento è cambiato. Interventi monetari e fiscali, politiche sui tassi di interesse delle banche centrali, la maturità delle strategie di trading algoritmiche e computerizzate, e la concentrazione hanno ridotto il valore della diversificazione. Come mostrato, qualsiasi portafoglio “diversificato” tra azioni a grande, media e piccola capitalizzazione, mercati internazionali ed emergenti, immobili e oro ha fatto registrare una performance significativamente inferiore rispetto a un portafoglio investito esclusivamente nell'indice S&P 500. Inoltre, in periodi di crisi, come il 2020, la diversificazione non è riuscita a proteggere gli investitori dalla recessione, poiché le correlazioni sono scese a  “1”.

La realtà è che i mercati sono cambiati.

I presupposti che sostenevano la Modern Portfolio Theory, la non correlazione tra asset, le relazioni stabili e il comportamento razionale dei prezzi si sono erosi. Le banche centrali hanno iniettato liquidità, distorto i rendimenti e soppresso la volatilità. Nel frattempo gli investimenti passivi hanno rimodellato il modo in cui il denaro fluisce verso le azioni.

Il presupposto fondamentale della diversificazione è la pressione esercitata da cambiamenti strutturali che Markowitz non avrebbe potuto prevedere.


L'impatto degli investimenti passivi sulla struttura del mercato

L'investimento passivo si è evoluto da strategia di nicchia a forza dominante nei mercati azionari. Fondi indicizzati ed ETF rappresentano ora oltre la metà del capitale azionario statunitense. Questi veicoli allocano il capitale in base alla capitalizzazione di mercato, non alla valutazione, ai fondamentali, o alla qualità aziendale. Con l'aumentare del flusso di denaro in questi fondi, le aziende più grandi ricevono la quota maggiore di nuovo capitale. Questo ha creato un potente circolo vizioso, in cui il prezzo guida i flussi e i flussi guidano il prezzo.

Questo cambiamento ha radicalmente modificato l'efficacia della diversificazione. Gli investitori che pensano di avere una diversificazione su più ETF spesso hanno esposizioni sovrapposte agli stessi pochi titoli a grande capitalizzazione. Ad esempio, Apple, Microsoft e Nvidia sono le principali partecipazioni negli ETF tecnologici, nei fondi a dividendi e nei portafogli a grande capitalizzazione. Negli Stati Uniti ci sono circa 4.000 ETF e 771, circa il 20%, detengono Apple. Pertanto se si possiede un fondo indicizzato S&P, un ETF indicizzato Nasdaq e un ETF focalizzato sul comparto tecnologico, si hanno più partecipazioni nelle stesse società. Questa sovrapposizione aumenta il rischio e la concentrazione nei portafogli. Ciò che sembra diversificazione è spesso solo un'esposizione duplice mascherata da equilibrio.

Come evidenziato nel pezzo, The Bull Market Is Alive And Well, i primi 10 titoli azionari hanno un peso considerevole nell'indice S&P 500, il quale assorbe $0,36 per ogni dollaro investito. Inoltre i primi 10 titoli azionari hanno un impatto sull'indice S&P 500 pari a quello dei 440 titoli peggiori messi insieme.

Inoltre i primi dieci titoli dell'indice S&P 500 rappresentano ora oltre il 70% del rendimento dell'intero indice. Questi titoli dominano la performance della maggior parte dei portafogli, anche quelli che in superficie appaiono ampi. Poiché i flussi passivi continuano a distorcere i meccanismi di mercato, la capacità della diversificazione tradizionale di ridurre il rischio è diminuita. Asset che un tempo si comportavano in modo indipendente ora salgono e scendono insieme, rendendo i portafogli più vulnerabili in caso di correzione dei mercati.

Ma è qui che si verifica il declino della Modern Portfolio Theory, la quale presuppone che le classi di asset non si muovano all'unisono. Storicamente, questo era vero. Le correlazioni settoriali variavano tipicamente tra 0,3 e 0,6, consentendo alla diversificazione di attenuare i rendimenti. Quando una parte del mercato scendeva, le altre potevano salire, o rimanere stabili. Questa dinamica conferiva resilienza ai portafogli. Oggi, però, quelle correlazioni si stanno rompendo. Durante periodi di stress nei mercati, le correlazioni raggiungono picchi fino a 0,9. Quasi tutte le classi di asset subiscono vendite contemporaneamente, annullando il beneficio protettivo della diversificazione.

Questo cambiamento è guidato dall'aumento della proprietà passiva, la quale ha accresciuto il legame tra azioni, settori e persino classi di asset. Ricerche accademiche di INSEAD e UC Irvine confermano che le aziende con un elevato tasso di proprietà passiva diventano più volatili e mostrano un maggiore co-movimento, soprattutto durante le fasi di vendita. Gli interventi delle banche centrali hanno aggiunto un ulteriore livello di distorsione, sopprimendo la determinazione dei prezzi e gonfiando indiscriminatamente i prezzi degli asset. Sono i flussi di liquidità, non i fondamentali, a guidare gran parte del comportamento dei mercati.

Persino i portafogli concepiti per essere “per tutte le stagioni” o “a parità di rischio” non sono riusciti a fornire protezione durante le brusche recessioni. La diversificazione fallisce quando tutto è legato agli stessi flussi e alle stesse narrative. L'illusione di equilibrio si rompe proprio quando è più necessaria. Questo contesto ha reso più difficile affidarsi alle strategie tradizionali di allocazione degli asset.

Pertanto, dato questo cambiamento nelle dinamiche di mercato, gli investitori devono ora pensare in modo diverso alla gestione del rischio.


Nuovi approcci alla diversificazione in un mercato concentrato

Sì, la diversificazione è ancora importante. Anzi, ora è più importante che mai. Sebbene i tradizionali vantaggi della diversificazione si siano indeboliti a causa delle elevate correlazioni e della concentrazione nei mercati, la necessità di ridurre il rischio rimane invariata. L'obiettivo non è eliminare la volatilità, ma gestirla in modo intelligente. Ciò significa garantire che i portafogli possano resistere alle flessioni del mercato, pur continuando a partecipare ai rialzi quando cambiano i vertici aziendali o emergono nuove tendenze.

La diversificazione superficiale non è più sufficiente in un mercato sempre più guidato da flussi passivi e dominato da pochi titoli a grande capitalizzazione. Possedere più fondi o classi di asset non garantisce protezione se le esposizioni sottostanti si sovrappongono. Gli investitori devono andare più a fondo e guardare oltre le etichette, analizzando i veri fattori di rischio e rendimento. Ecco sette strategie per ottenere una diversificazione più efficace nel contesto attuale:

  1. Limitare la sovrapposizione tra le partecipazioni: per ridurre il rischio di concentrazione nel vostro portafoglio, assicuratevi di limitare le posizioni duplicate tra i vostri fondi.

  2. Dare priorità a titoli di alta qualità: ridurre l'esposizione ampia a favore di aziende con utili costanti, basso debito e vantaggi competitivi duraturi. I titoli di qualità tendono a essere più resilienti nei cicli di mercato.

  3. Allocare in base a fattori di investimento, non solo settoriali: diversificare in base a fattori come valore, dimensione, momentum e bassa volatilità. Queste caratteristiche rispondono in modo diverso alle condizioni economiche, creando una diversificazione più efficace rispetto ai soli spread settoriali.

  4. Non dimenticare la liquidità: quando arrivano mercati incerti, ricordate il valore della liquidità come copertura contro il rischio di volatilità.

  5. Utilizzare la gestione attiva laddove aggiunge valore: i fondi tattici o i gestori attivi possono destreggiarsi tra operazioni affollate ed evitare le esposizioni sistematiche insite negli indici passivi.

  6. Incorporare modelli di allocazione alternativi: esplorare strategie basate sul rischio come la parità gerarchica del rischio (HRP), che si adattano alle correlazioni mutevoli e distribuiscono il rischio in modo più uniforme rispetto agli approcci tradizionali media-varianza.

  7. Monitorare le correlazioni nel tempo: le correlazioni sono dinamiche, soprattutto nei periodi di stress. Rivedere regolarmente il portafoglio per assicurarsi che i propri investimenti non si muovano in sincronia nei momenti più critici.

Ciascuno di questi passaggi è progettato per ripristinare lo scopo principale della diversificazione: il controllo del rischio senza sacrificare l'opportunità di rendimento.

In un mercato in cui la proprietà diffusa non garantisce più sicurezza, la disciplina e un'analisi più approfondita fanno la differenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il drenaggio della LBMA e la ricapitalizzazione della classe media americana (Parte #1)

Ven, 05/12/2025 - 11:05

 


di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-drenaggio-della-lbma-e-la-ricapitalizzazione)

La “eco chamber” della propaganda europea/inglese è andata in modalità “berserk” nell'ultima settimana sventolando una crisi della liquidità negli USA a causa dell'impennata del SOFR e dell'uso del Repo facility da parte della FED. Come fare a non finire vittime del rumore di fondo? Leggete Il Grande Default. In questo modo vi sarà più facile capire la fondamentale differenza tra mondo finanziario pre-LIBOR e post-LIBOR, l'intervento della FED nell'esclusivo caso in cui il mercato dei titoli del Tesoro americani diventi bidless e che il malato per eccellenza è il sistema bancario europeo. Gli stress attuali nel SOFR possono essere sfruttati al rialzo solo direttamente (vendita di titoli del Tesoro americani di cui inglesi ed europei sono gonfi, ma sanno che è una misura temporanea dato che rappresentano la principale garanzia collaterale credibile attualmente); quelli al ribasso indirettamente, tramite “l'effetto fionda” e la scommessa che la leva finanziaria verrà di nuovo abusata.

Il caso specifico della prima settimana di novembre è stato un attacco esterno agli USA solo a livello mediatico. Infatti il mercato dei pronti contro termine è stato in subbuglio poiché le pressioni sulla liquidità di fine mese si sono scontrate con lo shutdown, che ha causato l'accumulo di liquidità non erogata sul Treasury General Account presso la FED. Nel giro di un paio di settimane ha assorbito $200 miliardi di liquidità dai mercati monetari e i rendimenti del mercato dei pronti contro termine hanno iniziato a salire. Le banche sono intervenute prendendo in prestito fondi dal Repo facility e prestandoli per trarre profitto dallo spread. Si trattava di pronti contro termine overnight che si estinguono il giorno lavorativo successivo, quando la FED recupera i suoi fondi e le banche recuperano le loro garanzie.

Il lunedì suddetti fondi sono stati liquidati e le banche hanno incassato gli interessi. Il mercoledì non sono stati effettuati nuovi pronti contro termine e il saldo era pari a zero, poiché a quel punto i tassi del mercato dei pronti contro termine erano scesi ben al di sotto di quello del Repo facility e ieri il saldo era pari a zero. E il mercato dei pronti contro termine si è calmato; il Repo facility della FED ha fatto il suo lavoro. Quindi prima di seguire gli “starnazzamenti” sui social e diventare “utili idioti” della propaganda europea/inglese, è bene sapere quali sono le nuove basi su cui operano gli Stati Uniti e chi sono i loro avversari. “Stranamente”, però, nessuno si è chiesto a quanto fossero arrivati invece quelli inglesi.

Ma non mancano anche altri gli attacchi da parte della cricca di Davos: sintomi di stress nei mercati del credito, SOFR che schizza in alto, dichiarazioni di gente come Bailey e Carney che parlano di crisi finanziaria negli USA. E la grancassa di utili idioti sui social amplifica questo messaggio fraudolento. Questa è una guerra e si usano i mezzi della guerra per combattere. Affinché Trump possa avere successo deve confondere gli avversari e mostrare al mondo chi sono. Powell sta mostrando al mondo che uno dei nemici è Blackrock. Semmai la FED dovesse tornare al QE, il mercato immobiliare andrebbe su di giri e Blackrock guadagnerebbe senza doverlo manipolare, perché l'offerta di case è esigua. I prezzi schizzerebbero alle stelle e nessuno vuole questo esito. Blackrock, sin dal Build Back Better, non ha fatto altro che acquistare proprietà immobiliari e venderle a un tasso manipolato per intascare dalle tasse sugli immobili e uccidere la classe media americana. Se però Powell tiene i tassi laddove sono adesso o li abbassa per un'altra volta ancora, il mercato immobiliare rimane dove è adesso, le espulsioni continuano e il mercato del lavoro continua a migliorare (come sta accadendo già adesso), l'offerta di case verrà ampliata tramite lo stimolo del settore delle costruzioni. Il valore delle case esistenti calerà, e sarà un bene, e cambierà il tipo di casa (e il prezzo) a cui possono accedere le nuove famiglie. Istituti come Blackrock subiranno un haircut pesante e finalmente finirà il mito della finanziarizzazione del settore immobiliare. Questo circolo virtuoso, coadiuvato dalla IPO di Fannie/Freddie, darà slancio e sostenibilità ai mutui a 30 anni.

La formula “tutte le strade conducono a Londra” rappresenta il modo in cui i vecchi interessi bancari hanno gestito il loro impero mercantilista per centinaia di anni. Oltremanica, ovviamente, perché erano in competizione con gli olandesi. Nel corso del tempo hanno costruito una immensa rete di persone e relazioni finanziarie in tutto il mondo. C'è un intero universo di persone che non è coperto da Wikipedia e di cui non sappiamo niente, ma ai fini della comprensione di come funzionano le meccaniche è più importante la rete e le relazioni piuttosto che le singole persone o i singoli gruppi. Questa rete/relazioni si manifesta attraverso le linee di politica: arrivano le proverbiali telefonate dall'alto e vengono prese da chi deve mettere in atto gli ordini... e così ci ritroviamo roba come lo Steele Dossier, l'MI6 infiltrato nella CIA, conflitti settari che scoppiano improvvisamente (es. India-Pakistan, Azerbaijan-Armenia, ecc.).

Alla domanda perché l'abbiano fatto e lo facciano tuttora, la risposta è: non hanno collaterale. L'Europa ha da sempre costruito imperi coloniali perché non ha abbastanza risorse naturali da poter restare nel cosiddetto “Primo mondo” e quindi le deve prendere da qualcun altro. In un certo senso questa è la sua storia degli ultimi 500 anni. In quest'ottica Londra ha sparso “gaslighting” cucendo addosso agli USA l'etichetta di “impero del male”: gli americani hanno adottato la politica estera inglese, il sistema bancario centrale inglese, policy di tasse e spese inglesi, un maggiore centralizzazione della società in stile inglese. Va bene essere critici del passato degli Stati Uniti, anche del presente sotto certi aspetti, ma quest'ultimo è di certo tutt'altra cosa rispetto a quando c'erano Condoleezza Rice, Paul Wolfowitz, Donald Rumsfeld, Dick Cheney.

“Tutte le strade portano a Londra” perché adesso l'Europa è il giocatore più debole al tavolo della geopolitica (inclusa la City di Londra ed escluso il Vaticano). Qual è un ulteriore elemento di “gaslighting” sparso dagli inglesi? Il mito dell'onnipotenza degli ebrei. Mettere gli uni contro gli altri serve solo al miglior interessi della City di Londra in modo da disinnescare eventuali minacce.

The Great Dragon or London Money Power, è uno dei tanti libri dimenticati dalla storia (o volutamente fatti sparire dal radar pubblico) che disegnano meglio la mappa di come “tutte le strade conducono a Londra”. Uno degli aspetti principali discussi è la nascita dei cosiddetti Board of Trade negli Stati Uniti, quelli che oggi sono i mercati dei futures. Quando ne veniva creato uno, ad esempio sul mais, sul frumento, sul grano, ecc., finivano sempre per distruggere gli agricoltori. Inizialmente avrebbero emesso un sacco di credito nei confronti degli agricoltori, questi ultimi avrebbero creato fattorie sulle loro terre, coltivato i campi, curato i raccolti e infine avrebbero portato i prodotti risultanti nei mercati diretti dai Board of Trade. Essi si sarebbero arrogati il diritto di regolamentare i mercati, saldare  gli scambi, stipulare i termini dei contratti. Il libro ci mostra come questo “diritto” di regolamentazione si sarebbe sempre concluso con la depressione dei prezzi agricoli, la bancarotta degli agricoltori e l'acquisizione di tutti gli asset liquidati per saldare i loro debiti. La fonte dei capitali dati in prestito? La City di Londra. L'evoluzione dei futures altro non è che la finanziarizzazione selvaggia delle commodity che negli ultimi 50 anni non hanno fatto altro che scendere rispetto a una valuta fiat che invece s'è deprezzata costantemente. Il ciclo di manipolazione unidirezionale è stato interrotto 3 anni fa con l'emancipazione della FED dalla cosiddetta “coordinated central banks policy”. Ecco perché, ad esempio, la LBMA viene drenata di oro dai suoi caveau. La cavalcata dei prezzi dei metalli preziosi segna una nuova era per le commodity, sostituendo la mano onnipresente dalla City di Londra con qualcosa di più sostenibile e in linea con la realtà.

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L'elefante nella stanza: il drenaggio delle riserve della LBMA. Questo campo di battaglia fa parte della strategia dei NY Boys di ridimensionare la leva nel mercato degli eurodollari e l'influenza degli inglesi sugli USA. pic.twitter.com/lyuBM1Pvk1

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) September 21, 2025

Prima di passare a trattare il tema dell'articolo di oggi, però, ecco un promemoria di come funziona la geopolitica inglese. Prima dello scoppio della Prima guerra mondiale Kuwait e Iraq erano un solo stato. Poi sono arrivati gli inglesi e “hanno separato” il Kuwait dall'Iraq, affinché quest'ultimo non avesse più uno sbocco sul mare. Come hanno fatto “ad arrivare”? Si sono inseriti all'interno delle linee etniche stressando una fazione affinché ne attaccasse un'altra, in modo da tenere in perenne divisione l'intera nazione ed esercitando così con estrema facilità il potere. Saddam Hussein aveva lo scopo di riunificare ciò che era stato diviso tramite trame sotterranee inglesi nel sottobosco della società. I neocon americani, trotskisti fino al midollo, sono stati facilmente raggirati dagli inglesi affinché facessero il “lavoro sporco” al posto loro. Stesso discorso si può farlo per India e Pakistan.

Lo schema è sempre lo stesso. C'è una maggioranza al controllo di un Paese, e se prendiamo un Paese musulmano ad esempio, diciamo che siano gli sciiti. Un 80% sciita, quindi, e un 20% sunnita. Allora gli inglesi prendono contatti con la minoranza del 20% e la armano, creando i presupposti affinché ci sia una guerra civile. L'obiettivo di armare la minoranza affinché sfidi la maggioranza è quello di alimentare il malumore. La stessa cosa l'hanno fatta al Sud degli Stati Uniti: hanno nutrito l'odio del Sud nei confronti del Nord, quest'ultimo ha imposto dazi al primo, hanno amplificato il movimento abolizionista e, in sostanza, hanno agitato entrambi gli animi affinché arrivassero allo scontro.

E la stessa cosa l'hanno fatta tra Stati Uniti e Canada all'indomani della Guerra d'indipendenza. I lealisti del Nord-est si spostarono più a Nord e presero l'area di Toronto. Trent'anni dopo ci fu la guerra del 1812. I canadesi si credono una potenza militare solo perché sono un'appendice dell'Impero britannico ed ecco perché ancora oggi obbediscono ai dettami del “padrone”.

NOW - Canada PM Carney says AI data centres must be carbon neutral, by paying carbon credits, "We need a price on carbon, I salute my neighbor, the European Union, in pricing carbon and putting in place a CBAM." pic.twitter.com/u8Sja2deT9

— Disclose.tv (@disclosetv) November 22, 2025

Ma quella spiegata qui altro non è che la filosofia del “divide et impera”. Se ci spostiamo poi a livello finanziario, vediamo le stesse impronte digitali: sono le succursali della Banca d'Inghilterra, inclusa la Banca del Canada, e la BoE stessa che stanno cercando di manipolare il mercato obbligazionario americano per scatenare una crisi tale da spingere la FED a inondare i mercati di dollari. Non essendoci più il LIBOR un tale compito non è più semplice come una volta. Per avere un indizio che punta in questa direzione basta guardare le relazioni del TIC: Banca d' Inghilterra e Banca del Canada si avvicendano nel ruolo di posizionamento short e long dei titoli del Tesoro americani. Stanno giocando nello spazio dei decennali e trentennali, fingendo un'inversione nel front-end della curva dei rendimenti; solo che a questo giro non c'è una Janet Yellen che vende il front-end e compra il back-end per semplificare la vita a gente come la Lagarde e Bailey: ci sono i capitali della BCE e della BoE in prima linea adesso. Infatti Bessent non sta amplificando l'inversione della curva dei rendimenti americani tra i 6 mesi e i 3 anni. Ma, soprattutto, non c'è fuga di capitali dagli Stati Uniti, anzi...

Attenzione, però, perché non si tratta solo del mercato obbligazionario americano: tramite rehypothecation e leva finanziaria gli inglesi e le relative succursali hanno gonfiato l'importanza delle cosiddette MAG7 rispetto alle 493 voci restanti nell'indice S&P. Questo significa che quando vogliono ingegnerizzare il panico finanziario, come hanno fatto la penultima settimana di novembre, basta solo vendere un po' di azioni MAG7, vendere un po' di trentennali, vendere un po' di Bitcoin e usare i proventi per soffocare l'ascesa dell'oro. Quest'ultima è una variante dell'attacco al SOFR della scorsa primavera, quando tutti sventolavano il feticcio del “basis trade” senza capire che gli spike violenti che si vedevano lungo la curva dei tassi SOFR era un preciso assalto alla sua tenuta. Powell sta facendo esattamente quello che deve fare, ovvero, drenare liquidità dal mercato dell'eurodollaro. Uno degli “effetti collaterali” dello shutwodn era che il Dipartimento del Tesoro ha riempito il suo conto presso la FED (TGA) e la cosa ha fatto schizzare in alto il SOFR. Nessuna crisi di liquidità nei pronti contro termine, ma semplicemente denaro che non scorreva nel sistema. Ma chi è che è stato danneggiato e ha ottenuto un “free ride” sui social e sui canali d'informazione principali? La Banca d'Inghilterra, l'uso del proprio Repo facility è stato 3 volte superiore a quello della FED. La BoE, insieme alla Banca del Canada, ha attaccato il SOFR all'indomani del termine dell'ultimo contratto saldato col LIBOR lo scorso marzo. Migliaia di miliardi di (euro)dollari a leva gettati per attaccare le curve dei futures del SOFR, ma il tentativo è fallito soprattutto perché Bessent, tramite il sopraccitato TGA, ha iniziato a drenare d'oro fisico la LBMA e successivamente s'è spostato sul rame. Un lasso di tempo di 6 mesi.

Quali altri eventi hanno mostrato lo stesso lasso temporale? Crisi nei pronti contro termine nel settembre 2019 e il successivo intervento della FED a marzo 2020, crisi nei pronti contro termine nel settembre 2007 e successivo crollo di Bear Sterns a marzo 2008. La FED doveva sempre intervenire per stabilizzare i mercati, giocare in difesa. Il gigantesco cambiamento che ancora pochi riescono a percepire è questo: mentre la FED gioca in difesa, il Dipartimento del Tesoro va all'attacco. Sono coordinati adesso nell'intenzione di difendere gli Stati Uniti, mentre invece in passato il coordinamento verteva sulla loro spoliazione. Lo shutdown (ricordiamolo, voluto dai Dem) doveva spingere il drenaggio di liquidità dai pronti contro termine e creare lo stesso tipo di crisi vista nel passato. Cosa ha fatto desistere Londra dal perseguire questo tentativo? Il Dipartimento del Tesoro americano (aiutato dai cinesi tra l'altro) all'assalto del mercato dell'argento fisico, di gran lunga più importante per gli inglesi, e la FED che ha fatto uscire una relazione in cui smascherava le Isole Cayman per le succursali della BoE che sono e le minacciava indirettamente.

La ciliegina sulla torta di tutta questa storia è che se ci sarà un nuovo giro di stimoli fiscali agli americani, non avverrà allo stesso modo di quello del 2021 causando un boom al consumo. Stavolta ci sarà un boom del ripagamento di debiti ed ecco perché le grandi aziende continuano a sfoltire personale. Sarà un problema? No. Facciamo una digressione su questo tema. Lo shutdown voluto dai Dem aveva lo scopo di frenare l'uscita dalla conservatorship da parte di Fannie/Freddie, frenare l'approvazione del Clarity Act e frenare la ripartenza dei mutui a 30 anni (potenzialmente a 50 adesso). La FED è ancora stracolma di titoli garantiti da ipoteca, ma se si cambia il modo in cui funziona il mercato dei mutui negli Stati Uniti allora i titoli sopraccitati potrebbero avere di nuovo un mercato. La FED potrebbe vendere questi titoli, contrarre con decisione il proprio bilancio e non avrebbe più bisogno del quantitative tightening. A spese di chi? Private equity.

La ricapitalizzazione della classe media e la re-industrializzazione del Paese passa dalla capacità degli americani di accendere un mutuo a tassi sostenibili e in un ambiente economico che permetta loro di abbassare l'incertezza. I colletti blu, quindi, devono essere in grado di potersi permettere una casa da $200.000 a un tasso del 3% da estinguere in 50 anni. Questo tasso sarebbe fisso e al di sotto dell'ottimale di mercato, la cui sostenibilità verrebbe scaricata sul private equity che invece si vedrebbe aumentare le proprie commissioni. Il denaro rubato durante la demolizione controllata degli Stati Uniti, sponsorizzata dalle amministrazioni Obama, verrebbe re-investito nella crescita delle industrie manifatturiere e nel sostentamento finanziario di giovani famiglie. Realtà come Blacorock e Blackstone vedrebbero invertiti quei privilegi finanziari che hanno caratterizzato i loro affari immobiliari a spese della classe media americana: si vedrebbero caricato un costo del capitale più alto per le loro proprietà in affitto e i loro spazi immobiliari nella sfera commerciale, pagherebbero più tasse che verrebbero canalizzate per finanziare l'industria dei mutui per la classe media, gli agenti ICE che buttano fuori dal Paese tutti gli H1-B farlocchi potrebbero accendere un mutuo a tasso agevolato e... sentite questa, perché è grossa e la sentirete dapprima qui... esportare un tale modello a livello internazionale tramite Tether.

Vediamo di spiegare ancora meglio la questione immobiliare e mutui. Siamo d'accordo che l'idea di un mutuo a 50 anni, sulla carta, sia tutt'altro che l'inizio di un processo di deleveraging, anzi probabilmente un modo per calciare ulteriormente il barattolo lungo la strada. La questione rimane: come si fa a ricostruire la classe media? Dando loro una possibilità. E non è tanto diverso da quanto fece Roosevelt coi mutui a 30 anni. Durante la Grande depressione non c'erano mutui, permettersi una casa era un lusso per pochi e la povertà dilagava. Il governo federale avviò il programma dei mutui iniziando da quelli a 1 e 2 anni, passando poi a 5 e infine a 30. L'idea dei titoli garantiti da ipoteca nacque allora: venne creato un mercato dei mutui per aiutare la classe media, permettergli di trovare un lavoro, dargli la capacità di poter avere accesso a tutta una serie di beni  che avrebbe agevolato la loro vita. E la cosa funzionò abbastanza rapidamente. Quale fu il meccanismo di base: togliere il denaro dagli “oligarchi” e darlo alla classe media, creando la “proprietà sulla casa” e altresì il motore di un'economia.

Oggi ci si lamenta che passare dai mutui a 30 a quelli a 50 anni fa risparmiare molto poco, i dati sono pessimisti, ecc. Ma se lo si fa mettendo in prima linea il denaro del private equity, “persuadendolo” che adesso deve pagare per il salvataggio ottenuto sulla scia della crisi del 2008, allora le cose cambiano: subirà un haircut sugli MBS esistenti e in questo modo il denaro “risparmiato” sarà dirottato sulla classe media che usufruirà di tassi per i mutui al di sotto di quelli di mercato.

Il sistema fiscale americano è stato costruito dagli inglesi per estrarre quanta più ricchezza possibile dalla loro colonia, soprattutto dalle generazioni più giovani. Circa il 12% delle tasse pagate dai contribuenti va a finire in uno dei peggiori veicoli d'investimento possibili: la previdenza sociale. Senza contare poi i premi dell'assicurazione schizzati in alto a causa dell'Obamacare e i mutui trentennali ibridi (5 anni di tasso fisso, 25 anni di tasso variabile che richiedono giocoforza un rifinanziamento lungo il percorso e rata finale cospicua; in alternativa c'è il mutuo a 30 anni classico a tasso fisso che richiede però un anticipo del 20% della somma totale) che sono una trappola per aragoste piuttosto che la possibilità di comprarsi una casa. Guarda il caso, poi, allo scadere esatto di ogni 5 anni abbiamo assistito a una crisi importante che ha inevitabilmente ritoccato i tassi variabili a livelli più alti. Uno, quindi, parte all'1% e si ritrova dopo 5 anni all'8%. C'è stata letteralmente una flessione economica ogni 4.7 anni sin dal 1971 a causa dell'instabilità crescente del mercato degli eurodollari. E questo spiega anche perché le banche sono reticenti a prestare denaro oltre l'arco temporale dei 5 anni.

Ecco perché, in base all'assetto qui descritto, i mutui a 30 anni con tasse agevolate dal governo federale sono un compromesso pratico percorribile: il mutuatario pone un piccolo anticipo e il rischio viene diluito attraverso i titoli garantiti da ipoteca. Si passa quindi da un modello bancario 3-9-3, a uno 3-6-3 o 3-5-3. La necessità di mutui a 50 anni rappresenta quanto gli Stati Uniti siano stati devastati dagli infiltrati nelle precedenti amministrazioni e quanto siano sbilanciati salari e prezzi degli asset. Certo, si può lasciare che questi ultimi calino del 50% e poi vedere quanto indietro regrediamo all'era della pietra, oppure invece di perorare l'ulteriore implosione della società si può cercare una certa stabilizzazione della stessa e ripartire da lì. Sì, il livello dei prezzi fa schifo, ma due delle principali caratteristiche dell'azione umana sono l'inventiva e l'ingegno... soprattutto in un ambiente che permette la loro piena espressione.

Ripartire dal settore immobiliare, conosciuto molto bene da Trump, ha i suoi vantaggi per ricostituire comunità solide che rimangono in un posto e lo fanno prosperare. Pensate alla Florida dove le tasse sulla proprietà sono state fortemente abbattute e potrebbero addirittura essere portate a 0. Chi avvierà un progetto edilizio avrà la possibilità di incanalare tutte le risorse in quello che sta costruendo, senza dover pensare a mettere una parte dei suoi fondi per pagare burocrati e roba del genere. L'incentivo sarà quello di costruire qualcosa che dura, col tempo necessario e anche bello; non più qualcosa di rassomigliante a una casa nel minor tempo possibile. I materiali saranno più longevi perché l'incentivo è quello di costruire qualcosa di bello e che dura piuttosto che funzionale e conveniente. È questa distinzione che ha permesso di far entrare nell'immaginario collettivo il semplice fatto che le case erano un investimento per le generazioni, facendone aumentare il valore nel tempo. Adesso quest'ultimo cala e la casa si deprezza. Con la IPO di Fannie/Freddie e un mutuo a 50 anni, con una rata inferiore a quello di 30 anni e tassi meglio definiti/prevedibili, le cose cambierebbero. Ma non è finita qui, perché togliere le tasse sulla proprietà oltre ad agevolare la vita a chi costruisce e a chi compra, e avere più asset il cui valore è dettato da materiali solidi alla base, renderebbe più credibili strumenti finanziari come i titoli garantiti da ipoteca (MBS). Un circolo virtuoso tra Fannie/Freddie, compagnie d'assicurazione/fondi pensione e classe media: listare gli MBS costerà una commissione (anche dello 0.1% e Fannie/Freddie passeranno dall'essere una compagnia da $600 miliardi a $3.000 miliardi con utile netto raddoppiato rispetto a quello attuale), ciò permetterà di finanziare i mutui degli americani, gli investitori istituzionali opereranno con derivati coperti dalla solvibilità dei mutuatari e di solidi immobili.

Ciò che davvero conta qui è la prevedibilità, a differenza dell'incertezza seminata dagli inglesi. Infatti anche se le persone si muovessero da un posto all'altro, e vendessero casa, i termini precedenti se li porterebbero dietro attraverso la cosiddetta “portabilità dei mutui”. Infatti qual è il super potere degli inglesi? Manipolare il costo del denaro attraverso l'arbitraggio delle valute e manipolazione del mercato obbligazionario. Se si permette agli americani di impostare un mutuo a 50 anni a tasso fisso e portabile vengono schermati da tali manipolazioni. Niente più finanziarizzazione della classe media: essa ha un flusso di cassa stabile, le compagnie d'assicurazione hanno flussi di cassa stabili e il modello delle agenzie di credito per impostare i tassi dei mutui può essere mandato al diavolo perché non ce n'è più bisogno. E perché Bessent parla di Bitcoin? Perché l'amministrazione Trump ha aperto a Bitcoin? Perché potrà essere usato come collaterale per i prestiti, così come oro e argento (cosa che non si poteva fare prima). Il Dodd-Frank Act precludeva anche questo, soprattutto per le piccole-medie imprese, impedendo di porre flussi di cassa e margini di profitto come base per ottenere prestiti.

Questo è ciò su cui sta lavorando l'amministrazione Trump.


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???? Qui il link alla Seconda Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2025/12/il-drenaggio-della-lbma-e-la_01527781360.html


In difesa della cultura Bitcoin

Gio, 04/12/2025 - 11:10

Se c'è una cosa che da sempre ha caratterizzato le mie analisi è il focus sui fatti fondamentali, sulle linee di tendenza sottostanti piuttosto che quelle superficiali. Eccone una: la FED è un asset in rapido deprezzamento e le sue “mansioni” riguardo il Dipartimento del Tesoro americano saranno sostituite dalle stablecoin (in particolare Tether), permettendole di ritornare a essere ciò che era prima del 1935, ovvero il “guardiano” del commercial paper market americano, e impostare il valore del dollaro all'estero. In questo modo la tokenizzazione del dollaro gli permetterebbe di avere una copertura indiretta costituita da Bitcoin, oro, argento e titoli di stato americani. In sintesi, un dollaro per l'estero e uno interno. Quest'ultimo verrebbe emesso e coperto in base a ciò che le singole banche decideranno debba essere posto a riserva per sostenerlo, iniziando un processo di decentralizzazione che invertirebbe finalmente l'accentramento attuato dall'ascesa dell'eurodollaro e l'incapacità della FED di impostare una politica monetaria coerente col Paese. Non solo, ma ciò restituirebbe la capacità al sistema bancario commerciale di ritornare ad avere un tasso d'interesse netto marginale (3-6-3) con cui generare profitti per esse e prestiti per la comunità.  Il sistema bancario è diventato assurdamente complicato perché le banche centrali sono state dirottate nel tempo affinché assomigliassero alla struttura e alla policy della Banca d'Inghilterra. Sia chiaro, questa non è una difesa della FED, ma in base a come opera il mondo oggi, e finché non opererà diversamente, essa è la migliore carta per marginalizzare chi ha distrutto Main Street e vorrebbe vedere il mondo bruciare prima di ricostruirlo. Il più grande “peccato” che gli USA devono espiare è essersi lasciati trascinare a gestire la politica monetaria e fiscale del mondo intero. Non solo è stato un danno per gli americani, ma anche per il resto del mondo... avvantaggiando invece una ristretta cerchia di individui. Essere solamente critici di un sistema che è ingiusto non è sufficiente, però: bisogna avere un piano per uscire dallo stallo economico attuale. Certo, sarebbe possibile tornare già da domani a un gold standard, ad esempio. Facciamolo, poniamo questo tipo di disciplina nel mondo finanziario odierno e sbarazziamoci con uno schiocco di dita di tutta la leva presente in esso: di colpo Frank Miller avrebbe materiale per girare un nuovo capitolo della saga di Mad Max, dato che la gente accumulerebbe proiettili, carta igienica e cibo in scatola. Esistono solo due strade perseguibili, quindi. La prima: permettere una deflazione mite dei prezzi degli asset (forchetta dal 5% al 15%), oppure tenere i valori nominali alti e permettere agli stipendi di crescere. Come? Tenendo, ad esempio, i salari piatti e tagliando le tasse, la burocrazia, la selva di norme che ingessa le imprese, oltre a incentivare le banche a investire a livello locale, in modo da ricostruire Main Street. Se quindi gli USA riescono a mettere ordine nel loro bilancio fiscale riusciranno a imporre, indirettamente, la disciplina fiscale al resto del mondo essendo essi il mercato più liquido, affidabile e credibile. Questo significa cambiamenti epocali dal basso e per chi, come l'Unione Europea, ha vissuto finora manipolandoli dall'alto è un anatema.

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di Joakim Book

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/in-difesa-della-cultura-bitcoin)

Bitcoin cambia le nostre vite.

È un'osservazione quasi spirituale che tutti abbiamo visto dentro di noi. Dopo averne acquisito un po', aver capito come funziona e, a vari livelli, aver approfondito cos'è questa moneta decentralizzata, non censurabile e basata sulla proof-of-work, abbiamo visto le nostre vite cambiare. Rispecchia la storia. Alcuni addirittura ci vedono Dio in esso.

I bitcoiner hanno visto le loro vite stravolte, le loro prospettive modificate e i loro sistemi di valori alterati. Vediamo come il nostro comportamento è cambiato rispetto a prima di Bitcoin, la nostra enfasi ora è rivolta alle cose reali, alle cose difficili, al lungo termine e al locale. Guardiamo al nostro io interiore e ci prendiamo cura di noi stessi; ci prendiamo cura delle nostre famiglie; mettiamo ordine in casa nostra prima di criticare il mondo.

Bitcoin incoraggia un pensiero di livello superiore, del tipo dinamico che un tempo caratterizzava la buona economia. Una volta diventati bitcoiner, diventiamo meno inclini a credere alle storie comunemente accettate, più scettici e interessati a verificare piuttosto che a fidarci.

Chiunque abbia lavorato su Bitcoin per un po' può citare innumerevoli esempi simili nella propria vita. È innegabile, quindi, che Bitcoin stesso abbia una sua cultura. Influisce sul cambiamento delle persone che accoglie; non siete voi a cambiare Bitcoin, è esso a cambiare voi.

I valori in esso contenuti sono regole che chi abbraccia questa rivoluzione monetaria non può fare a meno di interiorizzare. Che lo capiscano o meno non ha importanza. Bitcoin è per tutti, certo, ma non si rimane la stessa persona dopo che ha cambiato la vostra vita; si è un “chiunque” diverso da quando si aprono per la prima volta gli occhi sulla natura della moneta fiat.

Bitcoin ci ha permesso di vedere gran parte della stupidità nelle illusioni collettive alla base dello stato, della democrazia, delle banche centrali, della sanità pubblica, della scuola pubblica – di qualsiasi cosa riguardi la sfera pubblica, in realtà. È la stessa consapevolezza che ci fa porre enormi interrogativi sulle preoccupazioni relative al cambiamento climatico o sull'ideologia trans.

Nel mondo della moneta fiat, tutto è lecito. Ci si può sentire oppressi senza che nessuno lo sappia, un uomo può essere una donna senza che nessuno lo sappia, chiunque sia triste o distratto può sentirsi autistico o depresso senza che nessuno lo sappia. Se i signori della stampante monetaria ritengono che non ci siano abbastanza soldi in giro, ne fanno di più. Estorcere denaro con violenza ai membri produttivi della società è considerato moralmente giusto e addirittura celebrato. Gli esperti e le voci nei media generalisti affermano che il mondo finirà tra dodici (o cinque) anni, e se non ci credete o chiedete una verifica, siete alla pari con i nazisti.

Con Bitcoin questo schema non funziona più. Identificarsi come beneficiario di una ricompensa di un blocco non serve a nulla, i voti politici diventano irrilevanti, i complessi di colpa vengono azzerati e barare diventa più difficile. Gli UTXO non hanno sesso. Tutto va a farsi benedire, svelato e smascherato per l'assurdità che è sempre stata.

Quindi c'è qualcosa che non torna nel recente articolo di Margot Paez che critica duramente la cultura Bitcoin:

[...] influencer popolari, spesso uomini della generazione Y che passano molto tempo a scattare foto di sé stessi mentre mostrano i muscoli davanti allo specchio. Mi chiedo davvero quanto debbano diventare grandi quei muscoli per proteggere il fragile ego sepolto sotto quelle fibre muscolari.

I muscoli più grandi sono flessibili perché non sono falsificabili, come un hash sotto il livello di difficoltà. Una transazione è valida e confermata, oppure non lo è. È lì, oggettiva e verificabile per chiunque voglia guardare.

Le trazioni sono esercizi di flessione perché mostrano la verità, indipendentemente da ciò che chiunque altro pensi dell'ego invisibile che si cela dietro. Potete farle o non potete farle; sono verificabili e innegabili. Un muscle-up non chiede il permesso, né cerca di confondervi sulle sfumature di una realtà immaginaria.

Ciò è in netto contrasto con il mondo fiat, ereditato dal passato – di cui l'ideologia trans è solo uno degli esempi meno concreti ma oggettivamente stupidi – dove le parole sono violenza, le identità invisibili e non verificabili governano, le scuole fiat non possono insegnare a leggere o contare, Uber non ha auto e le banche non hanno i vostri soldi. È una cultura corrotta, dove l'unica cosa che fugge più velocemente delle morti per disperazione sono i deficit di governi dissoluti, per sempre costretti a inviare assegni di assistenza sociale a chi cerca rendite.

Uber has no cars.
Airbnb has no hotels.
Banks don’t have your money.

— Daniel Sempere Pico (@BTCGandalf) March 12, 2023

È una cultura dominata dalla sensibilità anziché dalla verità, che celebra la debolezza anziché la forza, la responsabilità e l'auto-miglioramento; che incoraggia la terapia anche se funziona a malapena e vi rifila farmaci e iniezioni al primo segno di difficoltà.

Ecco perché non mi convince questa filosofia del “bitcoiner progressista” che circola tanto. I progressisti sono arrivati a Bitcoin e si sono ritagliati una nicchia, e per ora funziona bene come ponte tra il mondo dei pagliacci iper-sinistrorsi e il nostro mondo. Ma non sarete mai dei bitcoiner e rimarrete solo dei poveri progressisti; sono idee per lo più incompatibili.

Il progressismo è arrivato su Bitcoin come una ventata di aria fresca, ma alla fine è destinato a scomparire.

Bitcoin priva uno stato del controllo sulle transazioni e sul valore economico. Un progressista ha bisogno di uno stato ampio e invasivo per sostenere e attuare le tante cose che desidera. Se desiderate ancora quelle cose, ma non la violenta organizzazione criminale che chiamiamo stato, siete semplicemente dei libertari con una forte etica sociale. Congratulazioni. L'ho già detto in merito al pezzo A Progressive's Case for Bitcoin di Jason Maier e lo ripeto: col tempo Bitcoin cambierà anche lui, come ha fatto con il resto di noi.

Prima o poi Bitcoin vi costringe a vedere il mondo della verità e ad agire in modo inconfondibile, guardando a ciò che è piuttosto che a ciò che viene detto o raccomandato dagli “esperti”. Lungo il cammino di solito ci si lamenta a gran voce dei sostenitori di Bitcoin “poco ortodossi” perché non vedono il mondo come lo vedete voi.

Non è un caso che tanti bitcoiner consumano con orgoglio e diligenza le bistecche. Abbiamo visto che le linee guida nutrizionali erano pessime (alcuni potrebbero persino dire corrotte) e le persone che le promuovevano erano obese, malate e brutte. Abbiamo mangiato un sacco di carne e ci siamo sentiti meglio. “Vi sembriamo poco in salute?”, chiediamo sommessamente.

Le bandiere LGBTQ che Paez difende sono accanto a quelle con la scritta “Palestina Libera” – anche se i palestinesi non sono esattamente noti per i loro valori pro-gay – e “Slava Ukraini”, che celebra un Paese che si colloca tra i peggiori nell'indice Rainbow Europe e che viene regolarmente considerato il secondo Paese più corrotto d'Europa (dopo la Russia). Queste non sono persone serie. Si capisce che qualcosa non va quando i pacifisti di sinistra celebrano proprio i guerrafondai che dovrebbero detestare.

La prova del nove è lo spettacolo del mondo dei pagliacci, non la cultura dei bitcoiner. Anzi, la verità e l'onestà nella cultura Bitcoin sono l'antidoto.

Smettetela di lamentarvi e andate a fare qualche trazione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La BCE si prepara alla prossima crisi del debito sovrano europeo

Mer, 03/12/2025 - 11:05

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-bce-si-prepara-alla-prossima-crisi)

Tredici anni fa Mario Draghi, allora Presidente della Banca Centrale Europea, aprì le porte alla liquidità per impedire il collasso dell'Eurozona. Da allora i problemi strutturali sono rimasti irrisolti. Ora ci troviamo di fronte al prossimo capitolo della crisi del debito, che è stata solo in parte risolta. È tempo che la BCE prepari il suo kit di strumenti di emergenza.

Da qualche tempo sui mercati finanziari mondiali si sta delineando un trend preoccupante: i titoli di stato a lungo termine stanno subendo pressioni di vendita, persino quelli di economie leader come Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e, in misura significativa, Francia. Di conseguenza i rendimenti stanno aumentando, insieme ai costi di rifinanziamento per nazioni già fortemente indebitate.


Architettura finanziaria gravemente danneggiata

È il cosiddetto segmento lungo della curva dei rendimenti ad allarmare sia i policymaker che le banche centrali. La stabilità dell'architettura finanziaria globale si basa sui titoli obbligazionari a lungo termine di Stati Uniti, Giappone ed Eurozona. Banche, fondi pensione sovrani e sistemi assicurativi hanno già pagato un pesante tributo a causa delle vendite in questo segmento. La struttura è stata gravemente indebolita e l'Europa si trova ora ad affrontare la prossima crisi del debito.

È una cosa che non si può più ignorare: i titoli di stato a lungo termine, un tempo considerati sicuri e con rendimenti reali positivi, hanno perso una notevole fiducia. Uno sguardo alle turbolenze politiche della Francia e al declino del Regno Unito sottolinea che uscire dalla spirale del debito – con deficit annuali in continua crescita e sistemi sociali al collasso in una società europea che invecchia e soffre di migrazioni – sembra altamente irrealistico.

La conseguenza: chiunque non sia obbligato a detenere questi titoli li scarica, rifugiandosi nei cosiddetti porti sicuri, come metalli preziosi o contanti, spesso in dollari o franchi svizzeri; uno schema collaudato quando i tempi si fanno duri.


L'Europa nel mirino

Mentre il rendimento dei decennali britannici è salito oltre il 5,7% – il livello più alto dal 2009 – la crisi in Francia si sta intensificando drasticamente. Il Paese è nel caos politico e la società è frammentata e colpita dall'immigrazione, cosa che rischia di sfociare in violenti scontri di piazza nelle Banlieue.

La Francia è diventata da tempo uno stato ingovernabile e ora rischia di essere il punto di partenza della prossima crisi del debito nell'Eurozona.

Nuvole nere si addensano sull'Europa e la Germania non sarà risparmiata. Un tempo elogiata per la sua politica fiscale conservatrice, il Paese ha aperto la porta a gravi perturbazioni nei mercati con un programma di debito da mille miliardi di euro. Se la Germania sacrificasse la propria affidabilità creditizia solo per guadagnare tempo e avere una soluzione temporanea alla crisi del suo sistema sociale, trascinerebbe i suoi partner dell'UE nel baratro. Dall'inizio dell'unione monetaria i mercati hanno collegato l'affidabilità creditizia della comunità a quella della Germania.

Nessuna delle crisi europee – né l'eccessiva regolamentazione, né la crisi energetica, né il caos migratorio – è mai stata risolta e il continente è ora esposto alla prossima.


BCE in azione

La prossima crisi del debito seguirà probabilmente lo schema della precedente, avvenuta 15 anni fa: il contagio si diffonderà da un Paese all'altro, ognuno messo alla prova da ondate di vendite obbligazionarie a fronte di stabilità e resilienza. Ciò che potrebbe avere origine in Francia raggiungerà prima o poi la Germania attraverso gli stati dell'Europa meridionale fortemente indebitati. La domanda è: la BCE riuscirà a stabilizzare la situazione, come fece allora con il suo kit di emergenza?

Ogni crisi del debito sovrano è anche una crisi bancaria. Una quota significativa dei titoli di stato è detenuta nei bilanci delle banche commerciali e un brusco calo del loro valore di mercato rischia di provocare un pericoloso sovraindebitamento nel settore finanziario. Per mitigare questo fenomeno la BCE ha sviluppato un arsenale di misure di liquidità e stabilizzazione che costituiscono il cuore del suo kit di strumenti di emergenza. Tra queste figurano le operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO) e le operazioni di rifinanziamento mirate a lungo termine (TLTRO), le quali forniscono alle banche prestiti a lungo termine a basso tasso di interesse per garantire liquidità e mantenere il flusso di credito a imprese e famiglie.


Credito fiat sottoposto a una leva molto alta

Esiste anche l'Emergency Liquidity Assistance (ELA), una sorta di valvola di sicurezza per le istituzioni sottoposte a forti pressioni, solitamente garantita da titoli di stato o altri cosiddetti “asset di alta qualità”. Il kit di strumenti è completato da indicazioni prospettiche e politiche sui tassi di interesse, volte a orientare le aspettative e stabilizzare i mercati dei tassi di interesse, spesso più a livello psicologico che materiale.

Qui risiede un difetto centrale e un'incoerenza logica nelle banche centrali: proprio gli asset considerati “di alta qualità” hanno contribuito alla crisi. Il credito fiat sottoposto a forte leva finanziaria e praticamente scoperto – senza copertura in oro o energia – ha trasformato il sistema finanziario in uno schema di Ponzi, determinando inevitabilmente una massiccia espansione del credito.

In questo contesto rientrano anche l'imponente programma di indebitamento della Germania e, secondo i funzionari politici dell'UE, la guerra per procura in corso in Ucraina. Se il rubinetto del credito viene chiuso, il castello di carte crolla.


Concentrarsi sulla manipolazione dei tassi di interesse

L'obiettivo principale della BCE rimane la stabilizzazione dei mercati obbligazionari governativi, il settore più vulnerabile in caso di crisi. Profondamente legata al centro di potere dell'UE a Bruxelles, la banca centrale agisce quasi come un dipartimento di liquidità. Quando il panico colpisce il mercato obbligazionario, essa inizia a manipolare i rendimenti e a riequilibrare il mercato, come fece 15 anni fa.

I programmi di emergenza includono il Programma di acquisti nel settore pubblico (PSPP), col quale si acquisiscono titoli di stato per aumentare la liquidità, e le Transazioni monetarie definitive (OMT), attivate solo se i Paesi interessati si impegnano ad attuare riforme. Di recente introduzione è il Transmission Protection Instrument (TPI), il quale consente alla BCE di acquistare titoli per ridurre le differenze di rendimento tra gli stati membri e garantire la trasmissione della politica monetaria. Questo strumento opera in gran parte in modo clandestino: gli interventi di mercato non sono sempre immediatamente visibili e possono essere effettuati gradualmente, anche tramite attori delegati, per evitare il panico sui mercati.

La politica della BCE può essere riassunta in modo semplice: in vista dell'imminente crollo del debito, il suo compito è manipolare l'intera curva dei rendimenti al ribasso per mantenere l'illusione di un debito pubblico sotto controllo e impedire agli investitori privati ​​di farsi prendere dal panico. La perseveranza della BCE è evidente nei corridoi di rendimento che i titoli di stato a lungo termine seguono da tempo.

Trasparenza? Praticamente inesistente. I rapporti segreti tra la BCE e i principali gruppi di capitali sono all'ordine del giorno. I mercati sono gestiti e manipolati attivamente: il libero mercato e la forza disciplinare dell'aumento dei tassi di interesse (i cosiddetti bond vigilantes) sono solo uno sbiadito ricordo del passato.


Cerotti di emergenza e pillole lenitive

In definitiva i nomi degli strumenti della BCE sono irrilevanti. La loro funzione principale è quella di attenuare le fluttuazioni di mercato a breve termine e di fornire ai policymaker un margine di manovra continuo per una burocrazia europea in continua espansione. La BCE stessa è diventata una forza maligna all'interno dell'Eurosistema: le riforme basate sul mercato sono impossibili finché i policymaker possono contare sul suo sostegno, che si tratti di programmi per il clima, di potenziamenti militari, o di altri progetti di dubbia natura.

La Commissione europea e la BCE mirano a istituire un meccanismo unificato per il debito, consolidare i debiti nazionali sotto l'egida della Commissione stessa e integrare la BCE come riserva di liquidità per stabilizzare i mercati. L'Europa si sta quindi orientando verso un socialismo centralizzato, con la BCE come fattore chiave.

In una crisi sistemica i principali pilastri dell'Eurozona – Francia, Italia e Germania – verrebbero trascinati in quella che possiamo definire spirale discendente. Sarebbe ingenuo credere che la situazione possa essere stabilizzata solo attraverso iniezioni di credito della BCE e misure di liquidità a breve termine.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Le scuole fanno uscire fuori di testa i giovani

Mar, 02/12/2025 - 11:03

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di James Bovard

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/le-scuole-fanno-uscire-fuori-di-testa)

Quasi un terzo delle scuole pubbliche a livello nazionale sta ora monitorando la salute mentale degli studenti. Il governatore dell'Illinois, J. B. Pritzker, ha di recente firmato un disegno di legge per estendere lo “screening universale per la salute mentale” a due milioni di studenti dell'Illinois nell'ambito della sua Children's Behavioral Health Transformation Initiative. Ma questo sforzo di salvataggio devasterà molti studenti e rappresenta un avvertimento per i genitori di tutto il Paese. Abigail Shrier, membro del Manhattan Institute, ha avvertito che la nuova legge dell'Illinois significherà che “decine di migliaia di giovani dell'Illinois saranno spinti nell'imbuto della salute mentale e convinti di essere malati. Molti, o la maggior parte, saranno falsi positivi”.

Se i politici vogliono aiutare i giovani, devono riconoscere come le scuole pubbliche compromettano sistematicamente la salute mentale degli studenti.

I lockdown dovuti al Covid hanno distrutto la salute mentale di milioni di giovani americani. Un'indagine del 2024 del JAMA ha rilevato che tra il 2018 e il 2021, i giovani hanno visto un aumento di quasi il 300% del numero di accessi al pronto soccorso per disturbi alimentari e idee suicide. I tentativi di suicidio sono aumentati del 250% durante quel periodo. Depressione e ansia sono aumentate vertiginosamente tra i giovani dall'inizio della pandemia, ma politici e decisori politici hanno ignorato la carneficina mentale inflitta dalle linee di politica anti-Covid.

Un sondaggio del 2021 dei Centers for Disease Control and Prevention ha rilevato che il 44% degli studenti delle scuole superiori ha dichiarato di “sentirsi persistentemente triste o senza speranza nell'ultimo anno”. Le ragazze avevano quasi il doppio delle probabilità di essere depresse, con il 57% che “si sentiva persistentemente triste e senza speranza” rispetto al 31% degli studenti maschi. La chiusura delle scuole non è riuscita a contrastare la diffusione del Covid. Dopo la loro riapertura, gli studenti sono stati incalzati a rispettare obblighi assurdi sull'uso delle mascherine che non hanno fatto altro che moltiplicare l'ansia.

Le scuole stanno sovvertendo la salute mentale degli studenti, incitandoli senza sosta a dubitare o disprezzare il proprio corpo. Queste buffonate hanno raggiunto livelli epidemici anche prima dell'inizio della pandemia di Covid. Nel 2019 lo stato del Maryland emanò regolamenti per promuovere la “considerazione dell'identità e dell'espressione di genere” di ogni studente, reputandola un “valore”. Funzionari governativi e personalità politiche si sono arrogati la prerogativa di ridefinire il genere nello stato del Maryland. La contea di Montgomery, il più grande sistema scolastico dello stato, annunciò che avrebbe scelto i libri per il curriculum “attraverso una ‘lente LGBTQ+’ e si sarebbe chiesto se i libri ‘rinforzassero o interrompessero’ gli ‘stereotipi’, la ‘cisnormalità’ e le ‘gerarchie di potere’”, secondo una memoria depositata alla Corte Suprema dai genitori che hanno contestato con successo il sistema scolastico. In tale documento si sottolineava anche che “agli insegnanti viene detto di inquadrare il disaccordo con le idee [pro-LGBTQ] come ‘offensivo’ e di rispondere con esempi di ‘uomini che si smaltano le unghie’ o ‘indossano abiti eleganti’”. L'obiettivo è quello di instillare nei giovani “una nuova prospettiva che non venga facilmente contravvenuta dai loro genitori”, come ha ammesso il consiglio scolastico della contea.

L'indottrinamento ha prodotto un aumento del 582% del numero di giovani che si identificano come “non binari” nelle scuole della contea di Montgomery. “Disturbare il pensiero dei ragazzini” ha avuto un tale successo che quasi la metà degli studenti si è identificata come non binaria ed essi hanno molte più probabilità di soffrire di disturbi mentali. Un sondaggio ha rilevato che nel 2022 più della metà dei giovani transgender e non binari ha preso in considerazione il suicidio. Ciò non ha impedito ad altri sistemi scolastici di condurre campagne, aperte o nascoste, per convincere i giovani a pentirsi o a ribellarsi alle proprie origini.

Per decenni le scuole hanno bombardato i giovani con la propaganda ambientalista. Il risultato, secondo l'American Psychological Association, è che il 58% dei giovani americani è “molto o estremamente preoccupato per il cambiamento climatico” e il 43% ha affermato che “il cambiamento climatico ha avuto un impatto sulla loro salute mentale”. L'Harvard Medical Magazine riporta che per molti giovani “la preoccupazione per le minacce del futuro cambiamento climatico si traduce in attacchi di panico, insonnia, pensieri ossessivi e altri sintomi”.

Le scuole propongono come modello Greta Thunberg, l'adolescente svedese squilibrata i cui deliri incoerenti contro il mondo moderno l'hanno resa una santa. Per i cervelli giovani è irrilevante che molti degli allarmi ambientali si siano rivelati falsi o esagerati. Ai ragazzini è stato insegnato ad avere paura e a implorare i politici di salvarli: due conseguenze molto negative per la salute mentale. I sondaggi di Eco-America indicano che tra il 57% e il 70% degli adolescenti di età compresa tra 13 e 17 anni “riporta sintomi di ansia legati al clima”. Ella Emhoff, figliastra dell'ex-vicepresidente Kamala Harris, si è di recente lamentata su TikTok: “Penso che tutto ciò che riguarda l'ambiente mi stia davvero dando fastidio, ed è così: provo molta ansia per il clima, come tutti noi”. Trasformare l'ansia per il clima in una virtù non fa altro che diffondere ancor più l'angoscia.

Le scuole stanno anche sovvertendo la salute mentale esagerando enormemente altri pericoli che gli studenti affrontano, come ad esempio bizzarre esercitazioni contro eventuali sparatorie nelle scuole. In Indiana gli insegnanti di una scuola elementare sono stati colpiti da colpi di arma da fuoco nell'ambito di un programma di formazione per “scuole sicure”. Secondo l'Associazione degli Insegnanti dello Stato dell'Indiana, gli sceriffi hanno ordinato agli insegnanti di “entrare in un'aula quattro alla volta, poi hanno detto loro di accovacciarsi e hanno sparato loro con pallini in rapida successione, come in un'esecuzione”, lasciandone diversi insanguinati e molti in preda alle urla. Il sindacato si è lamentato: “Gli insegnanti erano terrorizzati, ma è stato detto loro di non dire a nessuno cosa fosse successo. Gli insegnanti che aspettavano fuori e che avevano sentito le urla sono stati portati in aula quattro alla volta e l'esercitazione è stata ripetuta”.

Le scuole stanno “trasformando sempre più i loro corridoi in imitazioni di vere sparatorie di massa, con tanto di poliziotti che sparano con pistole ad aria compressa e studenti di teatro arruolati per impersonare vittime, truccate con sangue finto e fori di proiettile. Occasionalmente insegnanti e studenti vengono sottoposti a esercitazioni a sorpresa senza preavviso”, come ha osservato un giornale studentesco di Great Neck, New York. Un'insegnante della Pennsylvania ha commentato di essere rimasta “più traumatizzata che preparata” dopo che alcuni dei suoi colleghi sono stati colpiti con pistole ad aria compressa da un finto tiratore. “Ci sono stati colleghi che sparavano ai colleghi, persone colpite da pallini [...]. La gente urlava, cercava di scappare, inciampava l'una sull'altra; è stato orribile”, ha ricordato Elizabeth Yanelli.

Tra i principali beneficiari di queste buffonate ci sono le aziende farmaceutiche che promuovono farmaci ansiolitici per i bambini. L'ex-poliziotto Raeford Davis ha commentato così queste esercitazioni: “Rituali del genere, di esecuzioni simulate, vengono condotti per scopi di controllo sociale basati sulla paura, per traumatizzare, instillare paura, disperazione, impotenza personale e dipendenza da figure autoritarie affinché si chieda di essere salvati e protetti”. Uno studio del 2021 condotto dai ricercatori del Georgia Institute of Technology “ha rilevato che ansia, depressione e stress aumentano di circa il 40% dopo le esercitazioni [per le sparatorie nelle scuole]”. Un simile danno psichico collaterale è particolarmente deplorevole, poiché le esercitazioni che le scuole costringono gli studenti a svolgere sono per lo più inutili in una crisi reale.

Molti studenti sono delusi perché riconoscono di non avere praticamente via di scampo dalla sorveglianza. Le scuole si vantano di dare ai giovani computer portatili gratuiti, ma questo equivale a indossare un braccialetto elettronico alla caviglia per monitorare tutto ciò che una persona scrive o ogni passo che fa online. Uno studio recente ha rilevato che la stragrande maggioranza delle aziende che le scuole assumono per sorvegliare gli studenti durante la navigazione online, in realtà li monitora 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, utilizzando dispositivi forniti dalle scuole stesse. Lo studio ha rilevato che il 29% delle aziende “genera ‘punteggi di rischio’ degli studenti in base al comportamento online”. Il Center for Democracy and Technology ha riferito nel 2023: “Il monitoraggio delle attività studentesche continua a danneggiare molti degli studenti che afferma di aiutare: azioni disciplinari, messe alla berlina e contatti con le forze dell'ordine sono ancora conseguenze regolari” della sorveglianza attiva online sugli studenti.

Un recente cambiamento nella linea di politica federale in materia di sovvenzioni lascia intendere quanto danno gli interventi di Washington per la salute mentale abbiano già inflitto agli studenti. A luglio il Dipartimento dell'Istruzione degli Stati Uniti ha proposto di rivedere le linee guida per vietare che le sovvenzioni federali per la salute mentale “promuovano o sostengano ideologie di genere, attivismo politico, stereotipi razziali, o ambienti ostili per studenti di determinate etnie”.

Il fatto che sia necessaria una nuova linea guida per queste cose è indicativo delle follie precedentemente propagate dai burocrati. Sarà necessaria un'altra modifica normativa per smettere di usare i finanziamenti pubblici per incutere timore nei giovani?

Politici, psichiatri e scuole pubbliche sono gli ultimi a cui affidarsi per salvaguardare la salute mentale. I giovani americani stanno già soffrendo una spirale politico-psicologica discendente a causa di decenni di linee di politica abusive e repressive. Limitare il potere politico e burocratico, come sta facendo adesso il Dipartimento dell'Istruzione, è un primo passo fondamentale per riportare l'America alla normalità.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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