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Francesco Simoncellihttp://www.blogger.com/profile/[email protected]
Aggiornato: 16 ore 55 min fa

Il progetto tecnocratico

Ven, 29/08/2025 - 10:00

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-progetto-tecnocratico)

“L'umanità tenterà di superare i propri limiti e di giungere a una più piena realizzazione”, dichiarò Julian Huxley nel 1957, coniando il termine “transumanesimo”. Nel 2022 Yuval Noah Harari ne avrebbe annunciato l'oscuro compimento: “Gli esseri umani sono ora animali hackerabili. L'intera idea del libero arbitrio [...] è finita. Oggi disponiamo della tecnologia per hackerare gli esseri umani su larga scala. Tutto viene digitalizzato, tutto viene monitorato. In questo periodo di crisi, bisogna seguire la scienza. Si dice spesso che non si dovrebbe mai permettere che una buona crisi vada sprecata, perché una crisi è un'opportunità per attuare anche delle ‘buone’ riforme che in tempi normali le persone non accetterebbero mai. Ma in una crisi non si ha alcuna possibilità, quindi è meglio fare ciò che noi, le persone che capiscono, vi diciamo di fare”.

Come Truman Burbank nel film The Truman Show, viviamo in un mondo in cui la realtà stessa è sempre più manipolata. E come Truman, la maggior parte delle persone rimane ignara della portata di questa manipolazione finché non ne vengono mostrati gli schemi. Ma a differenza della cupola fisica di Truman, con le sue telecamere e i suoi set artificiali, il nostro ambiente opera attraverso sofisticati sistemi tecnologici e vincoli digitali invisibili. I meccanismi di questa ingegneria della realtà – dalla manipolazione dei media alla programmazione sociale – sono stati esplorati in dettaglio in una precedente analisi. Ora ci concentreremo sulla forza trainante di questo mondo artificiale: la tecnocrazia, il sistema di controllo che rende possibile tale ingegneria della realtà su scala globale.

L'architettura tecnocratica non è stata semplicemente tramandata attraverso le istituzioni, ma è fluita attraverso le linee di sangue. Al centro di questa rete dinastica si trova Thomas Henry Huxley, noto come “il Bulldog di Darwin”, che contribuì a stabilire il materialismo scientifico come nuova religione mentre faceva parte dell'influente Tavola Rotonda di Rodi. Suo figlio Leonard portò avanti questa fiaccola, mentre i nipoti Aldous e Julian divennero architetti chiave dell'ordine mondiale moderno. Non si trattava di connessioni casuali, ma piuttosto dell'attenta coltivazione di reti di potere multigenerazionali.

I legami si approfondiscono attraverso il matrimonio e l'associazione. Charles Galton Darwin, nipote di Charles Darwin, scrisse The Next Million Years nel 1952, delineando il controllo della popolazione attraverso mezzi tecnologici. Suo figlio si sarebbe poi sposato con un membro della linea Huxley, creando un potente nesso di influenza che abbracciava scienza, cultura e governance.

Questo progetto intergenerazionale si è evoluto con la capacità tecnologica. Laddove Rockefeller una volta dichiarò “abbiamo bisogno di una nazione di lavoratori, non di pensatori” mentre costruiva la sua industria dell'informazione, oggi i tecnocrati si trovano ad affrontare un'equazione diversa. Con l'intelligenza artificiale che elimina la necessità del lavoro umano, l'attenzione si sposta dalla creazione di lavoratori obbedienti alla gestione della riduzione della popolazione, non attraverso la forza aperta, ma attraverso una sofisticata ingegneria sociale.

L'amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, ha di recente reso esplicito questo cambiamento, spiegando come l'intelligenza artificiale e l'automazione rimodelleranno le dinamiche demografiche: “Nei Paesi sviluppati con una popolazione in calo [...] questi Paesi svilupperanno rapidamente la robotica e la tecnologia dell'intelligenza artificiale [...] i problemi sociali che si avranno nel sostituire gli esseri umani alle macchine saranno molto più facili in quei Paesi con una popolazione in calo”. La sua schietta valutazione rivela come la capacità tecnologica guidi i programmi delle élite: man mano che il lavoro umano diventa meno necessario, la riduzione della popolazione diventa più auspicabile.

I messaggi sul cambiamento climatico, il calo delle nascite e la normalizzazione dell'eutanasia non sono sviluppi casuali, ma estensioni logiche di questo programma in evoluzione.


Dal cervello mondiale alla mente alveare digitale

Nel 1937 uno scrittore di fantascienza britannico immaginò un futuro in cui tutta la conoscenza umana sarebbe stata accessibile a tutti. Oggi lo chiamiamo Internet. H. G. Wells vide molto più della semplice tecnologia. “Il mondo ha un Cervello Mondiale a cui, in ultima analisi, tutta la conoscenza deve essere indirizzata”, scrisse, “e ha un sistema nervoso di comunicazioni stradali, ferroviarie e aeree che sta già iniziando a unire l'umanità in un tutt'uno”. La sua visione andava oltre la mera condivisione di informazioni. Attraverso The Open Conspiracy invocava “un movimento di tutto ciò che è intelligente nel mondo”, sostenendo esplicitamente la governance tecnocratica di un'élite scientifica che avrebbe gradualmente assunto il controllo della società. “La Cospirazione Aperta deve essere un movimento mondiale e non un movimento inglese o occidentale. Deve essere un movimento di tutto ciò che è intelligente nel mondo”. Wells delineò il suo schema per una classe di individui istruiti e razionali che avrebbero guidato questa trasformazione globale. Persino nella sua opera di narrativa, Shape of Things to Come, si legge di un progetto, in particolare nella descrizione di come una pandemia potrebbe facilitare la governance globale.

Questo piano ha trovato la sua espressione istituzionale attraverso Julian Huxley all'UNESCO. “La filosofia generale dell'UNESCO dovrebbe essere quella di un umanesimo scientifico di portata mondiale e di matrice evolutiva”, dichiarò in qualità di primo Direttore Generale. Attraverso opere come Religion Without Revelation (1927), Huxley non si limitò a suggerire la sostituzione della fede tradizionale, ma delineò una nuova ortodossia religiosa con la Scienza come divinità e gli esperti come sacerdozio. Questa devozione quasi religiosa all'autorità scientifica sarebbe diventata il quadro di riferimento per l'odierna accettazione incondizionata delle affermazioni degli esperti su tutto, dagli obblighi di vaccinazione alle linee di politica sul clima. La maggior parte dei civili non possiede le conoscenze specialistiche per valutare queste questioni tecniche complesse, eppure ci si aspetta che le accolgano con fervore religioso: “fidarsi della scienza” diventa l'equivalente moderno di “fidarsi della fede”. Questa cieca deferenza nei confronti dell'autorità scientifica, esattamente come immaginava Huxley, ha trasformato la scienza da metodo di indagine a sistema di credenze.

La famiglia Huxley fornì l'architettura intellettuale per questa trasformazione. “L'umanesimo scientifico mondiale” di Julian Huxley presso l'UNESCO stabilì il quadro istituzionale, mentre suo fratello Aldous ne rivelò la metodologia psicologica. Nella sua intervista del 1958 con Mike Wallace, Aldous Huxley spiegò come il rapido cambiamento tecnologico potesse sopraffare le popolazioni, facendole “perdere la capacità di analisi critica”. La sua descrizione del “controllo attraverso la sopraffazione” descrive perfettamente il nostro attuale stato di costante sconvolgimento tecnologico, in cui le persone sono troppo disorientate dai rapidi cambiamenti per resistere efficacemente ai nuovi sistemi di controllo.

Ancora più importante, Huxley sottolineò l'importanza di un'implementazione “graduale”, suggerendo che, calibrando attentamente i cambiamenti tecnologici e sociali, la resistenza potesse essere gestita e i nuovi sistemi di controllo normalizzati nel tempo. Questa strategia graduale, che rispecchia l'approccio della Fabian Society, è riscontrabile in ogni aspetto, dalla lenta erosione dei diritti alla privacy all'implementazione incrementale dei sistemi di sorveglianza digitale. Il suo monito sul condizionamento psicologico attraverso i media prefigurava gli attuali algoritmi dei social media e la modifica del comportamento digitale.

Between Two Ages di Zbigniew Brzezinski ampliò questo quadro, descrivendo un'imminente “era tecnetronica” caratterizzata dalla sorveglianza dei cittadini, dal controllo attraverso la tecnologia, dalla manipolazione del comportamento e dalle reti di informazione globali. Fu straordinariamente esplicito riguardo a questo progetto: “L'era tecnetronica comporta la graduale comparsa di una società più controllata. Una tale società sarebbe dominata da un'élite, libera dai valori tradizionali [...]. Presto sarà possibile esercitare una sorveglianza pressoché continua su ogni cittadino e mantenere archivi completi e aggiornati contenenti anche le informazioni più personali. Questi archivi saranno soggetti a un recupero immediato da parte delle autorità”. Oggi molti potrebbero ricordare sua figlia Mika Brzezinski come co-conduttrice di “Morning Joe” su MSNBC: mentre suo padre plasmava la teoria geopolitica, lei avrebbe continuato a influenzare l'opinione pubblica attraverso i media, dimostrando come l'influenza dell'establishment si adatti attraverso le generazioni.

Il concetto di “Cervello Mondiale” di Wells – una rete di informazioni globale interconnessa – è diventato realtà grazie all'ascesa dell'intelligenza artificiale e di Internet. Questa centralizzazione della conoscenza e dei dati rispecchia l'ambizione tecnocratica di una società globale basata sull'intelligenza artificiale, come esemplificato da iniziative come l'AI World Society (AIWS).

Le previsioni di George Orwell sono diventate la nostra realtà quotidiana: i teleschermi che tracciano i nostri movimenti sono diventati dispositivi intelligenti con telecamere e microfoni sempre accesi; la neolingua, che limita il linguaggio accettabile, è emersa come moderazione dei contenuti e correttezza politica; il buco della memoria che cancella i fatti scomodi opera attraverso la censura digitale e il “fact-checking”; il crimine di pensiero che punisce le opinioni sbagliate si manifesta come sistemi di credito sociale e punteggi di reputazione digitale; la guerra perpetua che mantiene il controllo continua attraverso conflitti infiniti e la “guerra al terrorismo”.

Si consideri come le principali pubblicazioni prevedano sistematicamente le imminenti trasformazioni tecnologiche: la promozione da parte dei media generalisti della mentalità del “mai offline” ha preceduto l'adozione diffusa di dispositivi di sorveglianza indossabili che ora convergono biologia umana e tecnologia digitale – quello che oggi viene chiamato “Internet dei corpi”.

Queste non sono previsioni casuali: rappresentano sforzi coordinati per abituare la popolazione a tecnologie sempre più invasive che confondono i confini tra il mondo fisico e quello digitale. Questo schema di anticipazione dei sistemi di controllo attraverso i media generalisti ha un duplice scopo: normalizza la sorveglianza e al contempo presenta la resistenza come futile o retrograda. Quando questi sistemi saranno pienamente implementati, la popolazione sarà già stata condizionata ad accettarli come un progresso inevitabile.

Se Orwell ci ha mostrato il bastone, Huxley ci ha rivelato la carota. Mentre Orwell metteva in guardia dal controllo attraverso il dolore, Huxley predisse il controllo attraverso il piacere. La sua distopia fatta di caste genetiche, diffusione di droghe che alterano l'umore e un intrattenimento senza fine corre parallela al nostro mondo di tecnologia CRISPR, farmaci psichiatrici e dipendenza digitale.

Sebbene le basi teoriche siano state gettate da visionari come Wells e Huxley, l'implementazione delle loro idee ha richiesto quadri istituzionali. La trasformazione da concetti astratti a sistemi di controllo mondiali sarebbe emersa attraverso reti di influenza attentamente elaborate.


Dalle Tavole Rotonde alla governance mondiale

Quando Cecil Rhodes morì nel 1902, lasciò molto più di una semplice fortuna in diamanti. Il suo testamento delineava la strada per un nuovo tipo di impero, costruito non attraverso la conquista militare, ma attraverso l'attenta formazione di futuri leader che avrebbero pensato e agito come tali. Carroll Quigley, nella sua influente opera Tragedy and Hope, fornì spunti di riflessione privilegiati sulle strutture di potere da lui osservate, scrivendo di come “i poteri del capitalismo finanziario avessero un altro obiettivo di vasta portata, nientemeno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, in grado di dominare il sistema politico di ogni Paese e l'economia mondiale nel suo complesso. Questo sistema sarebbe stato controllato in modo feudale dalle banche centrali mondiali, che agivano di concerto, attraverso accordi segreti stipulati in frequenti incontri e conferenze private”.

Ciò si sarebbe manifestato attraverso una rete basata sui contatti umani e sull'influenza istituzionale. Rhodes immaginava la creazione di una rete d'élite che avrebbe esteso l'influenza britannica a livello globale, promuovendo al contempo la “cooperazione” anglo-americana. La sua dottrina non riguardava solo il potere politico, ma anche la definizione dei meccanismi attraverso i quali i leader del futuro avrebbero pensato e operato.

I meccanismi del controllo globale hanno subito una profonda trasformazione dai tempi di Rhodes. Il modello 1.0 del globalismo operava attraverso gli stati nazionali, il colonialismo e le strutture esplicite dell'Impero britannico. L'attuale Globalismo 2.0 opera attraverso istituzioni aziendali e finanziarie, indirizzando il potere verso una governance globale centralizzata senza la necessità di un impero formale. Organizzazioni come il Gruppo Bilderberg, il Council on Foreign Relations, la Commissione Trilaterale e il Tavistock Institute hanno trascorso dai 50 ai 100 anni a guidare programmi e linee di politica globali, centralizzando gradualmente potere, influenza e risorse tra un'élite sempre più concentrata. Il Gruppo Bilderberg, in particolare, ha facilitato discussioni private tra influenti leader politici e imprenditoriali, plasmando a porte chiuse i processi decisionali di alto livello.

Le borse di studio Rhodes sono state più di un semplice programma educativo: hanno creato un canale per identificare e coltivare i futuri leader che avrebbero portato avanti questo programma tecnocratico. Il Movimento della Tavola Rotonda, emerso dal progetto di Rhodes, avrebbe creato gruppi influenti in Paesi chiave, creando reti informali che avrebbero plasmato la politica globale per generazioni.

Da queste Tavole Rotonde sono emerse istituzioni chiave per la governance globale: il Royal Institute of International Affairs (Chatham House) di Londra e il Council on Foreign Relations negli Stati Uniti. Queste organizzazioni non si sarebbero limitate a discutere di politica, ma avrebbero creato il quadro intellettuale attraverso il quale la politica poteva essere concepita. I loro membri avrebbero poi fondato la Società delle Nazioni, le Nazioni Unite e il sistema di Bretton Woods.

La visione di Alice Bailey, articolata attraverso la Lucis Trust (fondata nel 1922 come Lucifer Publishing Company prima di essere rinominata nel 1925), prefigurava e contribuiva a plasmare aspetti delle istituzioni globali odierne. Pur non avendo fondato direttamente le Nazioni Unite, l'influenza della Lucis Trust è visibile nei fondamenti spirituali e filosofici dell'organizzazione, tra cui la Sala di Meditazione presso la sede centrale delle Nazioni Unite. Nel libro The Externalization of the Hierarchy, scritto nell'arco di diversi decenni e pubblicato nel 1957, la Bailey delineò una visione di trasformazione globale che si avvicina a molte iniziative attuali delle Nazioni Unite. I suoi scritti descrivevano i cambiamenti che ora vediamo manifestarsi: sistemi di istruzione che promuovono la cittadinanza globale, programmi ambientali che ristrutturano la società, istituzioni spirituali che si fondono con credenze universali e sistemi economici sempre più integrati. In particolare indicò il 2025 come data obiettivo per questa “esteriorizzazione della gerarchia”, una tempistica in linea con molte iniziative globali attuali, tra cui l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Oggi questo piano d'azione si manifesta attraverso il World Economic Forum, dove Klaus Schwab, sotto la guida di Henry Kissinger, mette in pratica queste storiche guide tecnocratiche. Come affermò Kissinger nel 1992: “Un Nuovo Ordine Mondiale emergerà. L'unica domanda è se nascerà da intuizioni intellettuali e morali, e intenzionalmente, o se sarà imposto all'umanità da una serie di catastrofi”. Il WEF di Klaus Schwab plasma attivamente questo ordine “penetrando nei governi” attraverso il suo programma Young Global Leaders. Come si vantava lo stesso Schwab: “Ciò di cui siamo molto orgogliosi è che riusciamo a penetrare nei governi di diversi Paesi”, un'affermazione dimostrata dal fatto che diversi membri del governo di Paesi come Canada, Francia, Germania e Nuova Zelanda, così come politici statunitensi come Gavin Newsom, Pete Buttigieg e Huma Abedin, hanno partecipato alle iniziative di leadership del WEF.


Programmare il futuro: vendere la gabbia

Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud, sviluppò il quadro psicologico che sarebbe diventato il marketing moderno e la manipolazione dei social media. Questa connessione familiare non fu una coincidenza: le intuizioni psicologiche di Freud sulla natura umana sarebbero state trasformate da suo nipote in strumenti di manipolazione di massa. Questo modello di influenza continua ancora oggi: il co-fondatore di Netflix, Marc Bernays Randolph, è pronipote di Edward Bernays, a dimostrazione di come queste linee di sangue continuino a plasmare il nostro consumo culturale. Le tecniche di “ingegneria del consenso” e di gestione dell'opinione pubblica, sperimentate da Edward Bernays, operano ora attraverso piattaforme digitali su una scala senza precedenti, preparando il terreno per il fenomeno della programmazione predittiva.

La programmazione predittiva opera presentando i sistemi di controllo futuri come intrattenimento, normalizzandoli prima della loro implementazione. Quando la realtà rispecchia la finzione, il pubblico è stato precondizionato ad accettarla. Non si tratta di una mera coincidenza: queste narrazioni preparano sistematicamente le popolazioni a trasformazioni pianificate.

Come spiega il teorico Alan Watt: “La programmazione predittiva agisce creando un condizionamento psicologico nelle nostre menti attraverso un processo di tipo pavloviano. Esponendo ripetutamente le persone a eventi futuri, o sistemi di controllo attraverso i media di intrattenimento, le risposte diventano familiari e quegli eventi vengono quindi accettati come eventi naturali quando si manifestano nella realtà”.

Hollywood funge da veicolo principale per la normalizzazione delle idee tecnocratiche. Film e programmi TV presentano costantemente scenari futuri che poi diventano realtà:

• Minority Report (2002) prevedeva pubblicità personalizzata e interfacce controllate dai gesti → Ora abbiamo annunci mirati e controlli touchless;

 Iron Man (2008) ha normalizzato le interfacce cervello-computer per l'uso quotidiano → Ora vediamo Neuralink e altre iniziative di impianti neurali ottenere l'accettazione del pubblico;

• Black Mirror (2011-) episodi sui punteggi di credito sociale → La Cina ha implementato sistemi simili;

• Contagion (2011) ha previsto in modo inquietante le risposte alla pandemia → Molte delle sue scene si sono svolte nella vita reale;

• The Social Network (2010) ha descritto la rivoluzione tecnologica come inevitabile e i leader come brillanti outsider → Portando a una diffusa venerazione dei tecnocrati;

• Person of Interest (2011) ha descritto la sorveglianza di massa tramite l'intelligenza artificiale → Ora abbiamo un riconoscimento facciale diffuso e una polizia predittiva;

• Her (2013) ha descritto un'intima relazione tra un essere umano e un assistente AI, presagendo l'erosione dei legami umani tradizionali;

• Elysium (2013) ha descritto la divisione tecnologica di classe → Ora assistiamo a un crescente dibattito sul potenziamento transumano limitato alle élite;

• Transcendence (2014) ha esplorato la fusione della coscienza umana con l'IA → Ora assistiamo a un rapido progresso di Neuralink e altre iniziative di interfaccia cervello-computer;

• Ready Player One (2018) ha normalizzato l'immersione digitale completa e l'economia virtuale → Ora assistiamo a iniziative di metaverso e mercati di asset digitali.

Anche l'intrattenimento per bambini gioca un ruolo. Film come WALL•E predicono il collasso ambientale, mentre film per bambini come Big Hero 6 della Disney/Pixar mostrano la tecnologia che “salva” l'umanità. Il messaggio rimane coerente: la tecnologia risolverà i nostri problemi, ma a scapito delle relazioni umane tradizionali e delle libertà. Questo condizionamento sistematico attraverso i media richiederebbe un quadro istituzionale altrettanto sistematico per essere implementato su larga scala.

Mentre Bernays e i suoi successori svilupparono il quadro psicologico per l'influenza di massa, l'implementazione di queste idee su larga scala richiese una solida architettura istituzionale. La traduzione di queste tecniche di manipolazione dalla teoria alla pratica sarebbe emersa attraverso reti di influenza attentamente costruite, ciascuna basata sul lavoro delle altre. Queste reti non si sarebbero limitate a condividere idee, ma avrebbero attivamente plasmato i meccanismi attraverso i quali le generazioni future avrebbero compreso e interagito con il mondo.


La rete istituzionale

La mappa tecnocratica richiedeva istituzioni specifiche per la sua attuazione. La Fabian Society, il cui stemma raffigura un lupo travestito da agnello e un logo a forma di tartaruga a rappresentare il loro motto “quando colpisco, colpisco duro” e “cambiamento lento e costante”, stabilì meccanismi per una graduale trasformazione sociale. Questo approccio gradualista sarebbe diventato un modello per l'attuazione del cambiamento istituzionale senza innescare resistenze.

La traduzione della teoria tecnocratica in linee di politica globali richiedeva la forza delle istituzioni. Organizzazioni come le Fondazioni Rockefeller e Ford non si limitarono a sostenere queste iniziative, ma ristrutturarono sistematicamente la società attraverso finanziamenti strategici e l'attuazione delle relative linee di politica. L'influenza della Fondazione Rockefeller sulla medicina rispecchiava la riorganizzazione dell'istruzione da parte di quella Ford, creando meccanismi interconnessi di controllo sulla salute e sulla conoscenza. Queste fondazioni erano più che semplici organizzazioni filantropiche: fungevano da incubatori per la governance tecnocratica, coltivando attentamente reti di influenza attraverso sovvenzioni, borse di studio e supporto istituzionale. Il loro lavoro dimostrò come una beneficenza di facciata potesse mascherare una profonda ingegneria sociale, un modello che continua con i filantropi di oggi nel mondo della tecnologia.

Bill Gates esemplifica questa evoluzione: la sua fondazione esercita un'influenza senza precedenti sulle linee di politica sanitarie globali, investendo contemporaneamente in sistemi di identificazione digitale, alimenti sintetici e tecnologie di sorveglianza. L'acquisizione di vaste proprietà agricole, che lo ha reso il più grande proprietario terriero privato d'America, corre parallela al suo controllo sui sistemi globali di conservazione e distribuzione dei semi. Come Rockefeller prima di lui, Gates utilizza le donazioni filantropiche per plasmare molteplici ambiti, dalla sanità pubblica al mondo dell'istruzione, dall'agricoltura all'identità digitale. La sua visione transumanista si estende alla brevettazione di interfacce uomo-computer, posizionandosi per influenzare non solo i nostri sistemi alimentari e sanitari, ma potenzialmente la biologia umana stessa attraverso l'integrazione tecnologica. Attraverso investimenti strategici nei media e pubbliche relazioni attentamente gestite, queste attività sono tipicamente presentate come iniziative benefiche piuttosto che come esercizi di controllo. Il suo lavoro dimostra come i filantropi moderni abbiano perfezionato i metodi dei loro predecessori nell'utilizzare le donazioni benefiche per progettare la trasformazione sociale.

La trasformazione della medicina offre un esempio lampante di come si siano evoluti i sistemi di controllo. Jonas Salk, celebrato come filantropo per il suo lavoro sui vaccini, rivelò motivazioni più oscure in libri come The Survival of the Wisest e World Population and Human Values: A New Reality, che sostenevano esplicitamente l'eugenetica e i programmi di spopolamento. Questo schema di apparente filantropia che maschera il controllo demografico si è ripetuto per tutto il secolo scorso, costringendoci a riconsiderare molti dei nostri presunti eroi del progresso.

La strumentalizzazione della divisione sociale è emersa attraverso un attento studio accademico. Il lavoro di Margaret Mead e Gregory Bateson in Papua Nuova Guinea, in particolare il loro concetto di schismogenesi (la creazione di fratture sociali), ha fornito il quadro teorico per l'ingegneria sociale moderna. Pur essendo presentati come una ricerca antropologica neutrale, i loro studi hanno di fatto creato un manuale per la manipolazione sociale attraverso lo sfruttamento dei conflitti interni. Steps to an Ecology of Mind di Bateson ha rivelato come i modelli di comunicazione e i circuiti di feedback possano plasmare il comportamento sia individuale che collettivo. Il concetto di schismogenesi descriveva come le separazioni iniziali potessero amplificarsi in cicli di opposizione auto-rinforzanti, un processo che oggi vediamo deliberatamente implementato attraverso gli algoritmi dei social media e i programmi di informazione mainstream.

Hate Inc. di Matt Taibbi offre una potente analisi contemporanea di come questi principi operino nella nostra era digitale. Ciò che Bateson osservò nelle culture tribali, Taibbi documenta nell'ecosistema mediatico odierno: lo sfruttamento sistematico della divisione attraverso la distribuzione algoritmica di contenuti e metriche di coinvolgimento, creando una forma industrializzata di schismogenesi che alimenta il controllo sociale attraverso conflitti artificiali, anche quando l'establishment “monopartitico” converge su questioni chiave come la politica estera.

Il Royal Institute of International Affairs e il Council on Foreign Relations hanno plasmato i quadri politici internazionali, mentre il Tavistock Institute ha sviluppato e perfezionato tecniche di operazioni psicologiche. La Scuola di Francoforte ha rimodellato la critica culturale e la Commissione Trilaterale ha guidato l'integrazione economica. Ognuna di queste organizzazioni svolge molteplici ruoli: incubare idee tecnocratiche, formare i futuri leader, creare reti di influencer chiave, sviluppare quadri politici e progettare il cambiamento sociale.

The Impact of Science on Society di Bertrand Russell fornì il modello per il controllo dell'istruzione moderno. “La materia che avrà maggiore importanza politica è la psicologia di massa”, scrisse. “La sua importanza è stata enormemente accresciuta dallo sviluppo dei metodi di propaganda moderni. Tra questi il più influente è quello che viene chiamato ‘istruzione’”. Le sue schiette esplorazioni del controllo demografico e della governance scientifica trovano espressione nei dibattiti contemporanei sul governo degli esperti e sul “seguire la scienza”. Queste idee si manifestano ora in sistemi educativi digitali standardizzati e piattaforme di apprendimento basate sull'intelligenza artificiale.

Limits to Growth del Club di Roma merita un'attenzione particolare per aver stabilito il quadro intellettuale alla base delle attuali iniziative di controllo ambientale e demografico. La loro dichiarazione secondo cui “il nemico comune dell'umanità è l'essere umano” ha rivelato il loro vero programma. Come affermarono esplicitamente in The First Global Revolution (1991): “Nella ricerca di un nuovo nemico che ci unisse, abbiamo concepito l'idea che l'inquinamento, la minaccia del riscaldamento globale, la scarsità d'acqua, la carestia e simili sarebbero stati adatti [...]. Tutti questi pericoli sono causati dall'intervento umano ed è solo attraverso un cambiamento di atteggiamenti e comportamenti che possono essere superati. Il vero nemico, quindi, è l'umanità stessa”. Le loro previsioni sulla scarsità di risorse non riguardavano solo le preoccupazioni ambientali, ma fornivano le basi per le attuali iniziative di comunicazione sul cambiamento climatico e di controllo demografico, abilitando il controllo sia attraverso l'allocazione delle risorse che attraverso l'ingegneria demografica.

Queste strutture istituzionali non sono rimaste statiche, ma si sono evolute con la capacità tecnologica. Ciò che è iniziato come un sistema fisico di controllo avrebbe trovato la sua massima espressione nell'infrastruttura digitale, raggiungendo un livello di sorveglianza e modifica comportamentale che i tecnocrati del passato potevano solo immaginare.


Implementazione moderna: la convergenza dei sistemi di controllo

L'architettura di sorveglianza moderna pervade ogni aspetto della vita quotidiana. Dispositivi intelligenti monitorano i ritmi del sonno e i parametri vitali di milioni di persone, mentre assistenti AI guidano le nostre routine quotidiane con il pretesto della comodità. Proprio come il mondo di Truman era controllato da telecamere nascoste e interazioni organizzate, il nostro ambiente digitale monitora e modella il nostro comportamento attraverso dispositivi che accettiamo volentieri. Notizie e informazioni fluiscono attraverso filtri algoritmici attentamente selezionati che plasmano la nostra visione del mondo, mentre la sorveglianza e l'automazione sul posto di lavoro definiscono sempre più i nostri ambienti professionali. Il nostro intrattenimento arriva attraverso sistemi di raccomandazione, le nostre interazioni sociali sono mediate da piattaforme digitali e i nostri acquisti sono monitorati e influenzati da pubblicità mirate. Laddove il mondo di Truman era controllato da un singolo produttore e da un team di produzione, la nostra realtà ingegnerizzata opera attraverso quadri integrati di tecnologie di controllo. L'infrastruttura della tecnocrazia – dalla sorveglianza digitale agli algoritmi di modificazione comportamentale – fornisce i mezzi pratici per implementare questo controllo su larga scala, ben oltre qualsiasi cosa raffigurata nel mondo artificiale di Truman.

Come l'ambiente attentamente controllato di Truman, il nostro mondo digitale crea un'illusione di scelta mentre ogni interazione è monitorata e plasmata. Ma a differenza delle telecamere fisiche di Truman, il nostro sistema di sorveglianza è invisibile, integrato nei dispositivi e nelle piattaforme che adottiamo volontariamente. Persino le nostre decisioni in materia di salute sono sempre più guidate da algoritmi “esperti”, l'istruzione dei nostri figli viene standardizzata attraverso piattaforme digitali e i nostri viaggi sono costantemente monitorati tramite biglietti digitali e GPS. Ancora più insidioso, il denaro stesso si sta trasformando in valuta digitale tracciabile, completando il circuito di sorveglianza. Proprio come ogni acquisto e movimento di Truman era attentamente tracciato nel suo mondo artificiale, le nostre transazioni finanziarie e i nostri movimenti fisici sono sempre più monitorati e controllati attraverso sistemi digitali, ma con una precisione e una portata ben maggiori di qualsiasi cosa possibile nella realtà artificiale di Truman.

I programmi storici si sono manifestati con notevole precisione nei nostri sistemi attuali. Il Cervello Mondiale di Wells è diventato il nostro Internet, mentre il soma di Huxley assume la forma di SSRI diffusi. I sogni di governance globale della Bailey emergono attraverso le Nazioni Unite e il WEF, mentre l'era tecnetronica di Brzezinski si afferma come capitalismo della sorveglianza. Il modello educativo di Russell si manifesta nelle piattaforme di apprendimento digitale, le tecniche di manipolazione di Bernays alimentano i social media e le preoccupazioni ambientali del Club di Roma guidano le linee di politica sui cambiamenti climatici. Ogni modello storico trova la sua implementazione moderna, creando reti di controllo convergenti.

La fase successiva dei sistemi di controllo sta già emergendo. Le valute digitali delle banche centrali (CBDC) stanno creando quello che equivale a un gulag digitale, dove ogni transazione richiede approvazione e può essere monitorata o impedita. I punteggi ambientali, sociali e di governance (ESG) estendono questo controllo al comportamento aziendale, mentre la governance basata sull'intelligenza artificiale automatizza sempre più i processi decisionali. Questo nuovo paradigma codifica efficacemente la “cancel culture”, oltre alle iniziative di diversità, equità e inclusione, nel sistema monetario, creando un sistema completo di controllo finanziario.

Iniziative come Internet dei Corpi e lo sviluppo di città intelligenti supervisionate da enti governativi come la rete C40 dimostrano ulteriormente come la visione tecnocratica venga implementata oggi. Questi sforzi per fondere la biologia umana con la tecnologia digitale e per centralizzare le infrastrutture urbane sotto il controllo tecnocratico rappresentano la logica estensione del modello storico delineato in questo saggio.


Comprendere per resistere

Il futuro tecnocratico non è in arrivo: è già qui. Ogni giorno viviamo le previsioni che questi pensatori fecero decenni fa, ma comprendere la loro visione ci dà potere.

Proprio come Truman Burbank salpa infine verso i confini del suo mondo artificiale, riconoscendo l'illusione che lo aveva limitato, anche noi dobbiamo trovare il coraggio di spingerci oltre i confini della nostra realtà imposta digitalmente. Ma a differenza della cupola fisica di Truman, i nostri vincoli sono sempre più biologici e psicologici, intrecciati nel tessuto stesso della vita moderna attraverso sistemi di controllo tecnocratici. La domanda non è se viviamo in un sistema simile a quello di Truman: è dimostrato che è così. La domanda è se riconosceremo la nostra cupola digitale prima che diventi biologica e se avremo il coraggio di navigare verso i suoi confini come fece Truman.

Azioni individuali

• Implementare solide pratiche di privacy: crittografia, minimizzazione dei dati, comunicazioni sicure;

• Sviluppare competenze critiche di alfabetizzazione mediatica;

• Mantenere alternative analogiche ai sistemi digitali;

• Praticare periodi sabbatici tecnologici.

 

Costruzione di famiglie e comunità

• Creare reti di supporto locali indipendenti dalle piattaforme digitali;

• Insegnare ai bambini il pensiero critico e il riconoscimento di schemi;

• Creare alternative economiche basate sulla comunità;

• Costruire relazioni faccia a faccia e incontri regolari.


Approcci sistemici

• Supportare e sviluppare tecnologie decentralizzate;

• Creare sistemi paralleli per l'istruzione e la condivisione delle informazioni;

• Costruire strutture economiche alternative;

• Sviluppare l'indipendenza alimentare ed energetica locale.

La nostra resistenza quotidiana deve avvenire attraverso un impegno consapevole: utilizzare la tecnologia senza essere utilizzati da essa, consumare intrattenimento comprendendone la programmazione e partecipare alle piattaforme digitali mantenendo la privacy. Dobbiamo imparare ad accettare la comodità senza rinunciare all'autonomia, seguire gli esperti mantenendo il pensiero critico e abbracciare il progresso preservando i valori umani. Ogni scelta diventa un atto di resistenza consapevole.

Anche questa analisi segue il modello che descrive. Ogni sistema di controllo è emerso attraverso uno schema coerente: prima una tabella di marcia articolata da pensatori chiave, poi un quadro sviluppato attraverso le istituzioni, infine un'implementazione che appare inevitabile una volta completata. Proprio come Wells immaginò il Cervello Mondiale prima di Internet e Rhodes progettò i sistemi di borse di studio prima della governance globale, il progetto diventa visibile solo dopo averne compreso i componenti.


La scelta futura

Come con il graduale risveglio di Truman a fronte dell'artificialità del suo mondo, la nostra consapevolezza di questi sistemi di controllo si sviluppa attraverso il riconoscimento di schemi. E proprio come Truman deve superare le sue paure programmate per navigare verso i confini del mondo a lui noto, anche noi dobbiamo superare i nostri comodi vincoli tecnologici per preservare la nostra umanità.

La convergenza di questi sistemi di controllo – dal fisico allo psicologico, dal locale al globale, dal meccanico al digitale – rappresenta il culmine di un progetto di ingegneria sociale durato un secolo. Ciò che ebbe inizio con i monopoli hardware di Edison e il Cervello Mondiale di Wells si è evoluto in un sistema onnicomprensivo di controllo tecnologico, creando un Truman Show digitale su scala globale.

Tuttavia la conoscenza di questi sistemi rappresenta il primo passo verso la resistenza. Comprendendone lo sviluppo e riconoscendone l'implementazione, possiamo compiere scelte consapevoli sul nostro coinvolgimento con essi. Sebbene non possiamo sfuggire completamente dalla griglia tecnocratica, possiamo preservare la nostra umanità al suo interno attraverso azioni consapevoli e connessioni locali.

Il futuro rimane non scritto. Attraverso la comprensione e l'azione consapevole, possiamo contribuire a plasmare un mondo che preservi l'agire umano all'interno della rete tecnologica che definisce sempre più la nostra realtà.

Questa scala metaforica, che si eleva sempre più verso un'ascesa apparentemente divina, riflette la visione tecnocratica della trascendenza dell'umanità attraverso mezzi tecnologici. Malgrado ciò la vera liberazione non risiede nello scalare questa gerarchia costruita, ma nello scoprire la libertà che esiste oltre i suoi confini: la libertà di plasmare il nostro destino piuttosto che lasciarlo dettare da una mano invisibile. La scelta che ci attende è chiara: rimarremo Truman accettando i limiti del nostro mondo costruito? O faremo quel passo finale, salpando verso un futuro incerto ma in definitiva autodeterminato?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il futuro delle cartolarizzazioni in un mondo popolato da crittovalute

Gio, 28/08/2025 - 10:15

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Omid Malekan

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-futuro-delle-cartolarizzazioni)

Le società nell'elenco Bitcoin Treasury come Strategy sono di gran moda in questo momento. Non passa giorno senza che venga annunciato l'ennesimo veicolo pubblico il cui scopo principale è quello di offrire esposizione alle crittovalute all'interno di un involucro azionario. Sebbene questa soluzione abbia i suoi vantaggi, alcune di queste società non hanno una proposta di valore unica e sono indistinguibili l'una dall'altra. Le loro azioni potrebbero non generare un premio durante un mercato ribassista.

Un approccio migliore è quello di offrire un'azienda che si occupi di ecosistema, che offra un'esposizione completa alle diverse sfaccettature di una specifica blockchain, combinando attività operative con investimenti mirati e fluidi. Mentre le società nell'elenco Bitcoin Treasury sono in definitiva poco più che una beta, un'azienda che si occupa di ecosistema può fornire l'alfa.


Quadro di riferimento

Col senno di poi, i mercati azionari e le crittovalute sono sempre stati destinati l'uno per l'altra. Il mercato azionario è ampio, liquido e ampiamente accessibile; le crittovalute non sono niente di tutto questo, ma una nuova ed entusiasmante classe di asset con un maggiore potenziale di rialzo. Da qui l'interesse di inserire una strategia long sulle crittovalute all'interno di un portafoglio di società quotate, in particolare nei mercati senza ETF sulle crittovalute.

Strategy (ex-MicroStrategy) ha eseguito il piano con successo. Attualmente detiene quasi il 3% di tutti i bitcoin e viene trattato oltre 1,5 volte il valore dei suoi bitcoin. Essendo la prima, e di gran lunga la più grande, società Bitcoin Treasury, ha goduto di un significativo vantaggio da pioniere. Le sue azioni sono altamente liquide, accessibili a investitori istituzionali e retail su innumerevoli piattaforme e ora fanno parte del prestigioso NASDAQ 100. Questa liquidità, insieme al premio sul suo NAV (valore del patrimonio netto), le consente di continuare a emettere più azioni per acquistare più bitcoin. Strategy è stata anche pioniera nell'uso di obbligazioni convertibili per estendere la sua portata (e l'esposizione a Bitcoin) nel mercato del debito.

Rispetto al possesso diretto di bitcoin, i vantaggi di investire in una società Bitcoin Treasury includono:

• Semplificazione della gestione della custodia delle crittovalute, del trattamento fiscale e della rendicontazione;

• Ottenere esposizione alle crittovalute tramite infrastrutture del mercato azionario (custodi, prime broker, ecc.);

• Accessibilità da parte di un'ampia gamma di conti e tipologie di investitori (piani pensionistici, RIA, ecc.);

• Miglior trattamento fiscale delle azioni rispetto alle crittovalute in alcuni Paesi;

• Accesso a un mercato di opzioni più liquido rispetto a quello spot BTC;

• Arbitraggio del mandato di investimento tramite emissione di obbligazioni senior convertibili;

• Monetizzazione di stack di capitale flessibili per la leva finanziaria.

Molti di questi vantaggi sono offerti anche dagli ETF spot su Bitcoin, con l'ulteriore vantaggio di commissioni più basse e strutture di pass-through più pulite. Altri saranno eliminati dalla maggiore maturazione dei mercati spot su Bitcoin, o da nuove leggi che elimineranno le scappatoie normative.

Il fattore più probabile che determina il premio di Strategy rispetto al NAV è la percezione che mercati obbligazionari favorevoli consentiranno di continuare ad acquisire più bitcoin senza diluizione. Tuttavia non vi è alcuna garanzia che la domanda di debito continuerà e può sempre invertirsi a causa della saturazione del mercato, o di un mercato ribassista. L'impossibilità di un rifinanziamento potrebbe portare i detentori di debito esistenti a essere rimborsati tramite azioni di nuova emissione, forzando la diluizione nel momento peggiore possibile.

Ciò non significa che gli sconti sul NAV siano imminenti, o che le aziende non dovrebbero ricorrere alla leva finanziaria, ma piuttosto che le sole operazioni di tesoreria non determineranno necessariamente premi sul NAV, pertanto le crittovalute dovrebbero cercare ulteriori proposte di valore.


Un approccio più sostenibile

Un modo per fare distinzioni è concentrarsi su altcoin che non hanno ETF. Un titolo di questo tipo sarebbe particolarmente interessante se l'asset sottostante non ha ancora un mercato spot liquido. Se si tratta di una coin che può essere investita in staking, la società potrebbe seguire tale strategia per ottenere un rendimento con un rischio di controparte minimo.

Tuttavia il semplice acquisto e detenzione di una coin del genere potrebbe non essere sufficiente per fare la differenza, dato che sempre più ETF stanno emergendo online, compresi quelli che offrono lo staking. I vantaggi di accesso diminuiscono con l'aumento dell'accesso complessivo.

Una strategia più duratura è quella di trasformarsi in un ecosistema: una scommessa onnicomprensiva su un'intera blockchain e su tutte le opportunità di rendimento che presenta, ora e in futuro.

Le aziende basate su ecosistemi possono essere impiegate per qualsiasi crittovaluta, incluso Bitcoin. Possono offrire un'esposizione più completa e diversificata a una piattaforma e gestire la complessità operativa dell'impiego di capitale su una nuova catena. La più ampia superficie di attività consente inoltre ai manager di distinguersi dai concorrenti che si concentrano sullo stesso ecosistema.

Altri vantaggi dell'essere un'azienda ecosistemica includono:

• Gestire attività operative dedicate a una singola catena, come l'esecuzione di validatori, l'offerta di staking delegato e il lancio di un L2;

• Andare oltre il semplice staking per rendere più liquidi quest'ultimo e il restaking;

• Partecipare a opportunità di DeFi e yield farming;

• Utilizzare la leva finanziaria per aumentare i rendimenti su DeFi/yield farming;

• Ottenere un trattamento preferenziale dai team di sviluppo del protocollo;

• Investimenti di rischio in nuove dApp sviluppate in quell'ecosistema;

• Fornire uno sportello unico per accedere a tutte le opportunità che ruotano attorno a una moneta nativa;

• Offrire agli investitori la possibilità di spostare senza problemi il capitale investito da un ecosistema all'altro, senza ritardi o complessità e al minimo costo.

Le aziende ecosistemiche sono progettate per massimizzare i vantaggi delle strutture finanziarie permissionless, in cui il capitale può fluire senza soluzione di continuità da un'opportunità di rendimento all'altra. Le opportunità offerte dalle piattaforme di smart contract come Ethereum e Solana sono innumerevoli, e altre ne emergeranno negli anni a venire.

I mercati azionari potrebbero trovare questa caratteristica delle crittovalute particolarmente interessante, data l'assenza di un equivalente TradFi. Tuttavia sfruttare questa fluidità – e gestirne i rischi – richiede competenza e attenzione costante, soprattutto per le blockchain più recenti. Chi applica la strategia in modo efficace può attenuare gli inevitabili cicli di mercato.

I rendimenti derivanti dall'indebitamento finanziario delle società di tesoreria pura sono decrescenti e non vi è alcuna garanzia di riuscire a raccogliere debito e capitale proprio, soprattutto in mercati difficili. Inoltre è improbabile che persistano ostacoli fiscali e di accesso.

Tuttavia le aziende che sviluppano ecosistemi presentano caratteristiche che offrono qualcosa di più prezioso (e sostenibile) della semplice esposizione al prezzo o della leva finanziaria. Offrono convessità ecosistemica. Se ben gestito, questo è un servizio per cui il mercato sarebbe giustificato a pagare un sovrapprezzo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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“Tirannia sotto mentite spoglie”: la democrazia sopravviverà in Europa?

Mer, 27/08/2025 - 10:04

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Guy Milliére

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tirannia-sotto-mentite-spoglie-la)

14 febbraio 2025. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, tiene un discorso in Germania alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Il pubblico si aspetta che parli di politica estera, geopolitica e minacce che gravano sul mondo.

Afferma invece che la minaccia più preoccupante oggi è “la minaccia interna, il ritiro dell'Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali”.

Aggiunge che i Paesi e le istituzioni europee stanno minando la democrazia e la libertà di parola, e ne fornisce degli esempi.

“Un ex-commissario europeo”, afferma Vance, “è apparso di recente in televisione e si è detto entusiasta del fatto che il governo rumeno avesse appena annullato un'intera elezione”.

Infatti Thierry Breton, ex-commissario europeo per il mercato interno, ha ammesso in un'intervista per un'emittente televisiva francese che la Corte costituzionale rumena si è piegata alle pressioni dell'UE e ha annullato le elezioni presidenziali del Paese perché il candidato di destra, Călin Georgescu, aveva buone probabilità di vincere. “Lo abbiamo fatto in Romania”, ha detto Breton, “e ovviamente dovremo farlo, se necessario, anche in Germania”.

Il 26 febbraio, quando Georgescu si è presentato per registrarsi come candidato per la ripetizione delle elezioni presidenziali, organizzata pochi mesi dopo le elezioni annullate, è stato arrestato dalla polizia e accusato di “tentativo di sovvertire l'ordine costituzionale”. Ad oggi le autorità rumene non hanno fornito  alcuna prova a sostegno di tale accusa.

“La stessa cosa potrebbe accadere anche in Germania”, ha affermato Vance nel suo discorso di Monaco.

Il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD), che ha partecipato alle elezioni parlamentari tedesche del 23 febbraio, è arrivato secondo con il 20,8% dei voti. L'Unione Cristiano-Democratica (CDU), di centro-destra, che ha ottenuto la maggioranza dei voti (28,5%), ha invece scelto di boicottare AfD e di formare un governo con il Partito Socialdemocratico (SPD), di centro-sinistra, che aveva formato il precedente governo e che i tedeschi avevano appena respinto, ottenendo solo il 16,4% dei voti.

Il nuovo cancelliere tedesco, il leader della CDU Friedrich Merz, aveva dichiarato durante la campagna elettorale: “Non collaboreremo con il partito che si definisce Alternativa per la Germania, né prima [delle elezioni], né dopo, mai”.

Merz ha mantenuto la parola data. Subito dopo le elezioni l'intelligence interna tedesca ha definito AfD “organizzazione estremista” e “minaccia per la democrazia”. La motivazione addotta è stata che AfD è “anti-immigrazione e anti-musulmana”. Potrebbe addirittura essere messa al bando dal governo.

Vance ha continuato:

Guardo a Bruxelles, dove i commissari dell'UE avvertono i cittadini che intendono chiudere i social media in periodi di disordini civili, nel momento in cui individuano ciò che ritengono essere un “contenuto d'odio”.

Infatti, nel 2022, l'Unione Europea ha adottato il Digital Services Act (DSA) che dovrebbe “proteggere i diritti degli utenti dei social media” e “fornire un ambiente online più sicuro” “limitando la diffusione di  contenuti illegali e dannosi”. Non è stato definito cosa costituisca “contenuto illegale e dannoso” e potrebbe essere qualsiasi cosa la Commissione Europea definisca come tale, insieme al diritto di imporre multe e chiudere i siti web.

Sebbene le affermazioni di Vance fossero inconfutabili, i funzionari presenti hanno immediatamente espresso il loro sgomento.

L'ex-cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha affermato che le osservazioni di Vance “non erano appropriate”,  aggiungendo:

Mai più fascismo, mai più razzismo, mai più guerra d'aggressione [...]. Le democrazie odierne in Germania e in Europa si fondano sulla consapevolezza storica che le democrazie possono essere distrutte da antidemocratici radicali [...] abbiamo creato istituzioni che garantiscono che le nostre democrazie possano difendersi dai loro nemici e regole che non restringono o limitano la nostra libertà, ma la proteggono.

Il Ministro degli esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha dichiarato che “la libertà di parola è garantita in Europa”.

Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha osservato:

Nel Regno Unito abbiamo avuto libertà di parola per moltissimo tempo e durerà per moltissimo tempo [...] per quanto riguarda la libertà di parola nel Regno Unito ne sono davvero orgoglioso.

Christoph Heusgen, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, al termine della stessa  ha affermato che le osservazioni di Vance avevano raffigurato l'Europa come “un incubo a occhi aperti [...]. Dobbiamo temere che la nostra base comune di valori non sia più comune”. Poi è scoppiato a piangere.

È possibile che la “base comune di valori” che un tempo legava Europa e Stati Uniti non sia più comune. Se ciò è vero, è per le ragioni elencate da Vance: i leader e i governi europei si sono allontanati da ciò che un tempo legava Europa e Stati Uniti, come la libertà di parola e le elezioni libere ed eque, i cui risultati vengono effettivamente sanciti ad hoc.

L'argomentazione di Scholz sul fascismo, il razzismo e la minaccia alla democrazia è infondata, se non addirittura un'inversione dei fatti. Georgescu non ha rilasciato dichiarazioni fasciste o razziste e non ha mai minacciato la democrazia. Al contrario, ha affermato la sua volontà di difendere la sovranità nazionale e la civiltà occidentale, e si è dichiarato vicino alle posizioni dell'amministrazione Trump che non sono né fasciste né razziste.

Nel 2018 il politico dell'AfD, Alexander Gauland, affermò che “Hitler e i nazisti sono solo un granello di polvere in più di 1.000 anni di storia tedesca”.

Nel 2017 Björn Höcke, leader dell'AfD nel Land tedesco della Turingia, definì il Memoriale dell'Olocausto di Berlino un “memoriale della vergogna”.

Ma le parole di Gauland e Höcke non rappresentano la linea del partito AfD. Gauland chiarì le sue osservazioni solo pochi giorni dopo, affermando:

Molti hanno visto l'espressione come una banalizzazione inappropriata [...] niente potrebbe essere più lontano dalla realtà e mi rammarico si sia creata una simile impressione [...]. Mi rammarico dell'impressione che ne è derivata. Non è mai stata mia intenzione banalizzare o deridere le vittime di quel sistema criminale.

La motivazione fornita dall'intelligence interna tedesca per definire l'AfD come “organizzazione estremista” non è né fascismo né razzismo. Infatti nessun leader dell'AfD sostiene posizioni fasciste o razziste e, ciò che in realtà potrebbe risultare discutibile per molti europei, è che l'AfD è “il partito più filo-israeliano e filo-semita” in Germania.

“Questa non è democrazia”, ha affermato il Segretario di Stato Marco Rubio a proposito della decisione dell'agenzia di intelligence interna tedesca, “è tirannia mascherata”.

Ironia della sorte negli Stati Uniti il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha annullato l'elezione di David Hogg e Malcolm Kenyatta come vicepresidenti del DNC, apparentemente per “motivi procedurali”. Dopo la sua elezione Hogg ha dichiarato di voler raccogliere fondi per sostenere gli sfidanti alle primarie dei democratici in carica. A giugno il DNC prenderà  in considerazione una ripetizione delle elezioni, presumibilmente nella speranza di ottenere un risultato predeterminato. Nel frattempo molti democratici criticano senza sosta il Partito Repubblicano per “aver distrutto la democrazia”.

Contrariamente a quanto affermato dal ministro degli Esteri francese, la libertà di parola è in declino in Europa, in particolare in Francia. L'ex-giornalista e candidato alla presidenza, Éric Zemmour, è stato  condannato innumerevoli volte e multato pesantemente per aver criticato l'Islam e l'immigrazione musulmana. La sua condanna più recente è stata emessa il 26 marzo 2025. Dopo l'omicidio di un giovane francese da parte di una banda di musulmani, Zemmour ha parlato della presenza in Francia di criminali che sono “feccia arabo-musulmana”. È stato riconosciuto colpevole di aver pronunciato un “insulto razzista”.

Nel 2014 lo scrittore Renaud Camus è stato condannato per incitamento all'odio per aver affermato che la Francia era stata “invasa” da immigrati musulmani.

Il canale televisivo francese C8 è stato chiuso dall'Autorità di regolamentazione dell'audiovisivo e della comunicazione digitale (Arcom) per “mancanza di diversità e pluralismo”. CNews, un altro canale televisivo francese, è stato multato pesantemente dall'Arcom per lo stesso “reato” e continua a rischiare la chiusura. Qualsiasi canale televisivo simile all'americana Fox News non sarebbe autorizzato a esistere in Francia.

La libertà di parola nel Regno Unito, contrariamente a quanto affermato da Starmer, è seriamente in pericolo. Negli ultimi mesi cittadini britannici sono stati condannati al carcere per aver pubblicato  messaggi critici nei confronti dell'Islam sui social media e persino per aver pregato vicino a una clinica per l'aborto.

Questa deriva antidemocratica ha preso piede in diversi Paesi europei. Politici e partiti che non condividono la visione del mondo dei funzionari al potere vengono sempre più esclusi da ogni possibilità di candidarsi a una carica ufficiale.

In Germania, come detto, Merz ha scelto di escludere l'AfD.

In Francia Marine Le Pen, che secondo i sondaggi è in testa alle elezioni presidenziali del 2027, è stata  condannata a cinque anni di ineleggibilità e quattro anni di carcere per presunta appropriazione indebita di fondi pubblici. La sentenza avrebbe dovuto entrare in vigore immediatamente, senza una sospensione temporanea della condanna in attesa dell'appello. Dopo che la decisione ha suscitato scandalo, la Corte d'Appello di Parigi ha dichiarato che avrebbe esaminato il caso e avrebbe emesso una sentenza definitiva nell'estate del 2026.

La Le Pen non si è appropriata indebitamente di fondi pubblici. Il giudice ha definito reato il fatto che gli assistenti dei deputati europei di Rassemblement National che lavoravano a Strasburgo lavorassero anche a Parigi per il partito. Il Movimento Democratico, un partito centrista guidato dal Primo Ministro francese François Bayrou, ha fatto esattamente la stessa cosa con gli assistenti dei suoi deputati europei, ma Bayrou è stato assolto.

Nei Paesi Bassi, quando il Partito per la Libertà (PVV) ha vinto con la maggioranza dei voti alle elezioni parlamentari del novembre 2023 e il suo leader, Geert Wilders, ha tentato di formare un governo, tutti gli altri partiti politici hanno unito le forze per impedirglielo, finché non è stato costretto a ritirarsi.

In Austria, nel settembre 2024, il Partito della Libertà d'Austria (FPÖ) ha vinto con la maggioranza dei voti alle elezioni parlamentari e al suo leader, Herbert Kickl, è stato impedito di formare un governo.

In Italia, invece, quando Fratelli d'Italia (FdI) – un partito con politiche simili a quelle di Rassemblement National, del PVV olandese e dell'FPÖ austriaco – ha vinto alle elezioni parlamentari italiane del 2022, la sua leader, Giorgia Meloni, è riuscita a formare un governo ed è ora Primo ministro. Il motivo? FdI faceva parte di un'alleanza con altri partiti di centro-destra. Ora la Meloni è l'unico politico etichettato in modo sprezzante dai media generalisti europei come “estrema destra” e in grado di godere del risultato della sua elezione.

La maggior parte dei leader europei oggi si riferisce ai partiti e ai politici che desidera escludere come “estrema destra”. Il termine è usato per riferirsi a partiti razzisti, xenofobi e autoritari. Nessuno di quelli sopra menzionati mostra la minima tendenza al razzismo, alla xenofobia e all'autoritarismo, nemmeno la metà di quanto facciano i loro avversari. I partiti estromessi, secondo lo storico e scrittore Daniel Pipes, non sono “nazionalisti”, ma patriottici, “difensivi, non aggressivi”. Pipes li descrive come “civilizzazionisti”:

Hanno a cuore la cultura tradizionale dell'Europa e dell'Occidente, e vogliono difenderla dagli attacchi degli immigrati aiutati dalla sinistra [...]. I partiti civilizzatori sono populisti, anti-immigrazione e anti-islamizzazione. Populista significa nutrire rancori contro il sistema e nutrire sospetti nei confronti di un'élite che ignora o denigra tali preoccupazioni.

Gli attacchi alla libertà di parola prendono di mira dichiarazioni che avvertono che un'immigrazione di massa e non controllata potrebbe portare a una “grande sostituzione” demografica degli europei nativi, i cui valori sono giudaico-cristiani, con migranti provenienti dal Medio Oriente, i cui valori sono fondamentalmente islamici. La generale apprensione circa la possibilità che i valori islamici finiscano per sopraffare quelli europei è un'opinione condannata dalla maggior parte dei politici, dei media e della magistratura in Europa, nonostante il tasso di natalità musulmano sia di gran lunga superiore a quello europeo. Questa apprensione deriva anche dal fatto che la maggior parte dei musulmani che vive in Europa non si integra né sembra desiderarlo, e che la percentuale di musulmani tra i criminali in Europa oggi è di gran lunga superiore alla loro quota nella popolazione generale.

Molti leader europei oggi sembrano ciechi di fronte alle conseguenze dell'immigrazione in continua crescita e della crescente presenza musulmana in Europa. Minimizzano la continua migrazione di massa dei musulmani, l'entusiastico tasso di natalità e rimangono ostinatamente sordi di fronte alle preoccupazioni espresse a gran voce dai loro cittadini non musulmani.

Questi leader sembrano rifiutarsi di vedere che è in atto un profondo cambiamento demografico, sebbene sia ampiamente visibile. Sembrano anche rifiutarsi di vedere che questo cambiamento demografico sta rapidamente erodendo le culture tradizionali europee.

L'immigrazione incontrollata dal mondo musulmano continua anno dopo anno in tutta l'Europa occidentale, mentre il tasso di natalità in Germania è di 1,35 per donna. Il dato per l'Austria è di 1,58; per  l'Italia è di 1,31; per la Spagna è di 1,41. Il dato per la Francia è di 1,85. Tutti questi valori sono significativamente lontani dal livello di sostituzione, che è di 2,1 per donna.

In tutti i Paesi dell'Europa occidentale il tasso di natalità dei musulmani è significativamente più alto rispetto a quello della popolazione generale.

Anche se molti europei non sono a conoscenza dei dati statistici, possono vedere con i loro occhi che è in atto un cambiamento demografico, insieme alla distruzione dei loro valori e delle loro tradizioni. Votare per i partiti “civilizzazionisti”, ha detto Zemmour, è la “reazione di persone che non vogliono morire”.

La domanda chiave per il futuro dell'Europa è: i partiti “civilizzazionisti” rimarranno esclusi da qualsiasi accesso al potere, o riusciranno a superare gli ostacoli che si frappongono sul loro cammino?

In Romania George Simion, candidato alla presidenza le cui idee sono vicine a quelle di Georgescu, ha ottenuto oltre il 40% dei voti al primo turno delle elezioni presidenziali e aveva ottime possibilità di essere eletto il 18 maggio. Inaspettatamente ha perso. Il vincitore, che godeva del pieno sostegno dell'Unione Europea, è passato dal 21% al primo turno al 53,6% al secondo turno, una performance straordinaria che probabilmente merita di essere analizzata.

In Germania AfD è ormai diventato il partito più popolare del Paese. L'agenzia di intelligence tedesca ha misteriosamente deciso di ritirare l'etichetta di estremista attribuita ad AfD. In Francia i sondaggi mostrano che se Marine Le Pen non potrà candidarsi, Jordan Bardella, il presidente di Rassemblement National, ha buone probabilità di essere eletto nel 2027 nonostante abbia solo 29 anni. Nel Regno Unito il partito Reform UK di Nigel Farage ha di recente ottenuto ampi consensi alle elezioni locali inglesi. Se le elezioni generali britanniche si tenessero presto, probabilmente vincerebbe.

La domanda al centro di queste questioni è: è possibile fermare la deriva antidemocratica che ha attanagliato diversi grandi Paesi europei?

“Le élite europee”, ha scritto il giornalista americano Michael Barone, “sembrano essersi convinte di dover distruggere la democrazia per salvarla”.

Sarà possibile salvare la democrazia in Europa?

In un recente articolo Heather Mac Donald, membro del Manhattan Institute, ha scritto:

In tutto l'Occidente i cittadini si stanno ribellando al ricambio demografico. È in corso una battaglia tra la loro volontà e quella delle élite. Se i leader tedeschi continuano a dire a un quarto della popolazione tedesca – individui perbene e rispettosi della legge – che sono, nella migliore delle ipotesi, sostenitori di Hitler e, nella peggiore, adoratori di Hitler, perché vogliono preservare l'identità culturale tedesca, se questi leader continuano a reprimere voci e voti, o ci sarà un enorme sconvolgimento nei palazzi del potere e il popolo verrà liberato, oppure i meccanismi di repressione diventeranno più radicali.

Gli americani dovrebbero sperare nella prima soluzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Forgiare la classe degli spettatori

Mar, 26/08/2025 - 10:00

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/forgiare-la-classe-degli-spettatori)

Mio padre sapeva smontare e rimontare il motore di un'auto nel nostro garage. Io, come molti della mia generazione, sono stato indirizzato verso la strada “civilizzata”: lavoro d'ufficio, uffici climatizzati e un crescente distacco dal mondo fisico. Mentre sono cresciuto amando lo sport, memorizzando le statistiche del baseball con devozione religiosa e trovando una gioia genuina nelle partite, qualcosa di fondamentale è cambiato nel modo in cui gli uomini oggi si rapportano allo sport.

In stanze scarsamente illuminate in tutta la nazione, milioni di uomini si riuniscono ogni fine settimana, adornati con maglie con i nomi di altri uomini. Ci siamo trasformati da una nazione di giocatori a una nazione di spettatori. Come il panem et circenses di Roma, questo consumo passivo serve a pacificare piuttosto che a ispirare. Le partite in sé non sono il problema: possono forgiare il carattere, insegnare la disciplina e offrire un vero intrattenimento. Amo ancora lo sport, trovandovi una gioia autentica proprio come facevo da bambino memorizzando quelle statistiche del baseball. Ma a un certo punto sono cresciuto e ho capito che dovrebbero completare i successi della vita, non sostituirli. Il pericolo sta in ciò che accade quando gli uomini adulti non compiono mai questa transizione.

Un segmento crescente di giovani uomini si trova ad affrontare una forma ancora più insidiosa di cultura dello spettatore. Mentre i loro padri almeno guardavano veri atleti raggiungere traguardi concreti, molti giovani ora idolatrano personaggi dei social media e creatori di contenuti, diventando osservatori passivi di personaggi creati ad arte che hanno raggiunto la fama principalmente grazie al loro sguardo. Conoscono ogni dettaglio del dramma degli influencer e dei successi nel gaming, eppure non hanno mai incontrato Solženicyn né costruito qualcosa con le proprie mani. Il virtuale ha sostituito il viscerale; il parasociale ha sostituito il personale.

La storia ci mostra un ciclo ricorrente: i tempi difficili creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi buoni, i tempi buoni creano uomini deboli e gli uomini deboli creano tempi difficili. Ci troviamo ora nelle fasi finali di questo ciclo, dove il comfort e la comodità hanno generato una generazione di osservatori piuttosto che di costruttori. Il nostro intrattenimento funge da oppiaceo digitale, mantenendo le masse soddisfatte mentre la loro capacità di azioni significative si atrofizza.

Questa trasformazione non è casuale. Come ho scritto nella serie, Ingegnerizzare la realtà, la riformulazione sistematica dell'attività fisica come problematica rappresenta un tentativo calcolato di indebolire la resilienza della società. Importanti organi di stampa come The Atlantic e MSNBC hanno pubblicato articoli che collegano l'attività fisica all'estremismo di destra, mentre le istituzioni accademiche inquadrano sempre più la cultura dell'allenamento come problematica. Persino la proprietà di una palestra è stata definita un potenziale indicatore di radicalizzazione. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: la forza individuale, sia letterale che metaforica, minaccia l'ordine prestabilito.

Questa erosione dell'autosufficienza si estende ben oltre la forma fisica. Un amico che ha trascorso decenni come meccanico mi ha confidato di recente di essere grato di essere prossimo alla pensione. “Queste Tesla”, mi ha detto, “non sono nemmeno più auto: sono computer su ruote. Quando qualcosa va storto, non lo aggiusti; sostituisci solo interi moduli”. Quello che un tempo era un mestiere che qualsiasi persona dedita a esso poteva imparare è diventato un esercizio di dipendenza supervisionata. Persino Klaus Schwab prevede apertamente che entro il 2030 Los Angeles sarà “libera dalle auto private” - solo una flotta di Uber a guida autonoma. Con il devastante incendio di questa settimana in un tunnel di Los Angeles che ha lasciato migliaia di persone bloccate, viene da chiedersi se questi momenti di “ricostruzione migliore” siano esattamente le opportunità necessarie per accelerare queste trasformazioni. Il messaggio diventa ancora più chiaro: non riparerai più le cose perché non le possiederai più.

La risposta al COVID ha rivelato questo programma con sorprendente chiarezza. Mentre i negozi di alcolici sono rimasti “attività essenziali”, le autorità hanno chiuso spiagge, parchi e palestre, proprio i luoghi in cui le persone potevano mantenere la propria salute fisica e mentale. Hanno promosso l'isolamento a scapito della comunità, l'aderenza alla legge a scapito della resilienza e la dipendenza dai farmaci a scapito dell'immunità naturale. Non si è trattato solo di una linea di politica di sanità pubblica; è stata una prova generale della dipendenza dallo stato. Le stesse istituzioni che hanno scoraggiato le pratiche sanitarie di base ora promuovono linee di politica che sostituiscono l'autorità familiare con la supervisione burocratica. Dai consigli scolastici che usurpano i diritti dei genitori ai servizi sociali che intervengono nelle decisioni familiari, stiamo assistendo alla sostituzione sistematica della figura paterna capace con uno Stato-paternalistico in continua espansione.

Ma la vera mascolinità non è mai stata solo una questione di forza fisica. I più grandi esempi di virtù maschile della storia non erano solo uomini d'azione: erano uomini di principi, saggezza e coraggio morale. Da Marco Aurelio a Omar Little, come ho esplorato nei miei scritti precedenti, il filo conduttore era avere un codice incrollabile: la volontà di restare saldi nelle proprie convinzioni anche quando ciò comporta un costo personale.

Pensate a quanti uomini oggi acconsentono silenziosamente a linee di politica che sanno essere sbagliate, abbracciano narrazioni di cui dubitano in privato, o si sottomettono a pressioni istituzionali che violano la loro coscienza. Durante il COVID abbiamo visto uomini che comprendevano l'importanza dell'immunità naturale, dell'esercizio fisico all'aria aperta e dei legami comunitari, tuttavia hanno imposto linee di politica che danneggiavano i loro quartieri e le loro famiglie. Hanno preferito l'adesione alle istituzioni al coraggio morale, la sicurezza professionale al dovere civico, l'approvazione della maggioranza alla convinzione personale.

La vera forza non si trova nell'aggressività anonima o nell'atteggiamento digitale. L'ho imparato in prima persona durante il COVID, quando mi sono espresso contro l'obbligo di vaccinazione e sono diventato un emarginato per aver difeso la scelta personale e l'autonomia corporea. Mentre tanti “leoni da tastiera” mi hanno attaccato online, un episodio mi è rimasto impresso. Un amico mi ha inoltrato un thread di Reddit in cui qualcuno aveva pubblicato informazioni personali sulla mia famiglia e su di me, sperando di incitare all'odio nei miei confronti, tutto perché difendevo l'autonomia corporea e mi opponevo alla segregazione biomedica arbitraria. Le iniziali lo hanno tradito: era il mio vicino, qualcuno che conoscevo da anni.

Quando l'ho affrontato di persona, si è trasformato all'istante in un topo spaventato. Lo stesso uomo che aveva audacemente invocato la mia distruzione da dietro il suo schermo, credendo di essere anonimo, ora stava tremando davanti a me, con le mani sudate, la voce tremula, incapace persino di incrociare il mio sguardo.

Questa debolezza spirituale e intellettuale rappresenta una minaccia ben più grande di qualsiasi declino delle capacità fisiche. Una società di uomini fisicamente forti, ma moralmente conformi, è vulnerabile tanto quanto una di uomini fisicamente deboli. La vera forza maschile richiede il coraggio di pensare in modo indipendente, di mettere in discussione l'autorità quando necessario, di proteggere coloro che dipendono da voi anche quando ciò comporta un rischio. Richiede la saggezza di distinguere tra autorità legittima e consenso artificiale, tra competenza genuina e controllo istituzionale.

La storia ci offre una lezione: le civiltà prosperano quando diverse virtù lavorano in sinergia, ovvero costruttori e nutrici, protettori e guaritori, forza in equilibrio con l'empatia. L'attuale erosione sistematica di entrambe non è casuale, ma calcolata. Mentre gli uomini vengono spinti verso un consumo passivo e le donne lontano dalla loro saggezza intuitiva, entrambi vengono sostituiti dall'autorità istituzionale: uno Stato-paternalistico che cerca di ricoprire entrambi i ruoli senza raggiungere nessuno dei due.

Prendiamo in considerazione il meccanismo in atto: i programmi statali separano sempre più i bambini dall'influenza della famiglia in età precoce, mentre i programmi scolastici promuovono ideologie che offuscano deliberatamente la realtà biologica. Dalla scuola materna all'università, le istituzioni allontanano sistematicamente i figli dai valori dei genitori. Come la moneta fiat che ha sostituito il denaro reale, ora abbiamo relazioni fiat attraverso i social media, successi fiat attraverso i giochi ed esperienze fiat attraverso il metaverso. Ogni sostituzione ci allontana sempre di più dall'autentica esperienza umana verso una dipendenza progettata. Quando i figli non capiscono più cosa significhi essere maschi o femmine, quando viene loro insegnato a guardare alle istituzioni piuttosto che ai genitori per una guida, la vittoria dello stato è quasi completa.

Il risultato è una società di spettatori piuttosto che di costruttori, di consumatori piuttosto che di creatori, di seguaci piuttosto che di leader. Una società in cui gli uomini barattano i veri successi con l'intrattenimento virtuale e il coraggio da tastiera, mentre la saggezza femminile genuina è sostituita da stereotipi approvati dalle aziende.

Lo stato può espandersi solo nel vuoto lasciato da uomini indeboliti e donne isolate. Si nutre della nostra impotenza progettata, rafforzandosi man mano che diventiamo più dipendenti. Chi riconosce questo schema si trova di fronte a una scelta semplice: rimanere comodi spettatori del proprio declino, o rivendicare quelle virtù autentiche che ci rendono umani.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Perché i baby boomer francesi rimanderanno a tempo indeterminato la riduzione del deficit

Lun, 25/08/2025 - 10:08

Visto che mi ritrovo a dover commentare diversi “europeisti” a cui piace infilare la testa sotto la sabbia, mettiamo le cose in chiaro: cosa sta cercando di fare l'UE? Manipolare gli eventi attuali, oltre allo spazio politico ed economico, per permetterle di condensare un'integrazione politica, fiscale e militare a livello di continente sotto l'egida di una serie di istituzioni: la Commissione europea, la BCE, la Corte di Giustizia europea, l'euro digitale (con l'aiuto dell'ONU, tra l'altro). In questo modo, con l'unione fiscale soprattutto, verrebbero a crearsi gli “Stati Uniti d'Europa”... ma con la struttura politica dell'URSS. Per questo l'UE vorrebbe muovere il centro finanziario del mondo dagli USA all'Europa. Ma sapete una cosa? Si è trattato di un prestito, si è sempre trattato di un prestito sin dalla Seconda guerra mondiale. È così che la famigerata cricca di Davos, l'élite colonialista europea, ha conquistato i territori: inondare quei Paesi “interessanti” per loro con capitali, farli sviluppare finanziariamente senza una base di capitale costruita solidamente nel tempo, derubarli delle risorse a ogni livello, richiamare i capitali prestati. L'UE avrebbe voluto fare lo stesso sia con gli USA che con la Cina (in Russia non è riuscita a penetrare invece). Entrambe, però, hanno alzato il dito medio. Ora si sta mettendo davvero fine al colonialismo finanziario (versione “aggiornata” di quello territoriale).

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-i-baby-boomer-francesi-rimanderanno)

La Francia continua a non riuscire a risanare i conti pubblici. Dati recenti dell'Insee suggeriscono che la forte dipendenza dai trasferimenti diretti da parte di alcuni gruppi sociali, in particolare i pensionati, unita al loro crescente peso elettorale, potrebbe rappresentare un ostacolo fondamentale. Questi fattori rendono più difficile per il governo intraprendere significativi aggiustamenti di bilancio senza correre il rischio di instabilità politica.

Sulla base di questi risultati e data la vicinanza alle elezioni locali (1° trimestre 2026) e presidenziali (2° trimestre 2027), continuiamo a ritenere che vi siano buone probabilità che il pacchetto di risanamento di circa €44 miliardi recentemente annunciato sia destinato ai servizi pubblici piuttosto che ai trasferimenti diretti. Non possiamo escludere la possibilità che venga sostanzialmente annacquato.


Forze che ostacolano il consolidamento fiscale

La Francia, dal punto di vista storico, ha faticato a ridurre il proprio deficit fiscale. Una delle ragioni principali è che i tagli alla spesa tendono a colpire i gruppi con maggiore influenza elettorale. Ciò è stato illustrato alla fine del 2024, quando l'allora Primo ministro, Michel Barnier, propose di rinviare l'indicizzazione dei prezzi delle pensioni nel bilancio 2025. L'obiettivo era di risparmiare fino a €4 miliardi, ma il suo governo fu infine fatto cadere da una mozione di sfiducia sostenuta dalla maggioranza dei partiti che dichiaravano di difendere i pensionati.

In un working paper del 1989, gli autori (Alesina e Drazen) osservarono che i gruppi sociali possono posticipare strategicamente un risanamento fiscale necessario. Questi gruppi ritardano le misure nella speranza che i costi associati vengano infine sostenuti da un altro gruppo. In tali contesti gli aggiustamenti fiscali si basano su gruppi sociali meno attivi, o sono innescati da una crisi o da uno shock esterno, come la perdita di fiducia degli investitori.


Un aggiustamento fiscale davvero necessario

Il peggioramento dei conti pubblici e le prospettive di crescita stagnanti hanno reso la riduzione del deficit in Francia sempre più urgente. Il saldo primario necessario per stabilizzare il rapporto debito/PIL tra il 2026 e il 2030 è stimato a -0,7%. Tuttavia i risultati della Francia sono deboli: il saldo primario medio dal 2002 al 2019 ha raggiunto -1,9% e si prevede che raggiungerà in media -2,3% nel periodo 2026-2030.

Nel frattempo la popolazione rimane profondamente divisa su come ridurre la spesa, nonostante la crescente consapevolezza delle rischiose prospettive fiscali del Paese. Il debito pubblico è una delle cinque principali preoccupazioni nei sondaggi d'opinione.


Mappare i gruppi interessati

Per comprendere perché i risanamenti fiscali basati sulla spesa pubblica siano così difficili da realizzare, utilizziamo un recente set di dati fornito dall'Insee per stimare il potenziale costo dell'austerità per diversi gruppi sociali. Questo set di dati offre informazioni sul reddito totale delle famiglie, al lordo e al netto dei trasferimenti pubblici diretti e indiretti.

I trasferimenti diretti includono tutti i trasferimenti monetari come pensioni, indennità di disoccupazione e sussidi. I trasferimenti indiretti rilevano il valore imputato dei servizi pubblici ricevuti, tra cui assistenza sanitaria, istruzione o assistenza abitativa.

Sulla base di questi dati, costruiamo due metriche di esposizione:

  1. esposizione diretta, definita come il rapporto tra trasferimenti diretti e reddito totale;
  2. esposizione indiretta, definita analogamente per i trasferimenti indiretti.

Maggiore è l'esposizione di un gruppo, più costosi sarebbero per esso i tagli alla spesa.

Visualizziamo queste relazioni utilizzando un grafico a bolle (si veda il primo grafico), in cui la posizione di ciascun gruppo sociale riflette la sua esposizione e la dimensione di ciascuna bolla corrisponde alla sua quota nella popolazione totale. Questi gruppi sociali non si escludono a vicenda. Il grafico evidenzia quali gruppi dipendono maggiormente dalla redistribuzione pubblica e sono quindi più propensi a resistere o ritardare un aggiustamento fiscale.


Vulnerabilità agli shock esterni

In questo quadro i pensionati emergono come il gruppo sociale che sosterrebbe il costo diretto più elevato derivante da qualsiasi riduzione dei trasferimenti diretti, i quali rappresentano quasi il 60% del loro reddito totale. Seguono i diplomati della scuola secondaria di primo grado, per i quali i trasferimenti diretti, e in particolare le indennità di disoccupazione, rappresentano quasi il 40% del loro reddito.

Entrambi i gruppi presentano anche elevati livelli di esposizione indiretta, con trasferimenti indiretti che rappresentano circa il 40% del loro reddito iniziale (al lordo della ridistribuzione). Tuttavia, nella popolazione, il livello di esposizione indiretta è inferiore e distribuito in modo più uniforme.

Questi risultati confermano che il risanamento fiscale attraverso tagli ai servizi pubblici potrebbe incontrare una minore opposizione politica, poiché una quota minore della popolazione presenta un'elevata esposizione indiretta. D'altro canto è probabile che i trasferimenti diretti (come le pensioni) incontrino una forte resistenza, dato che i baby boomer sono tra i più colpiti e ora rappresentano oltre il 50% dell'elettorato.

Tutto ciò ostacola la capacità del governo di prevenire lo sbilanciamento fiscale e rende il Paese vulnerabile a shock esterni, come la perdita di fiducia degli investitori. Tuttavia sussiste un rischio elevato che le misure di risanamento del Primo ministro, François Bayrou, vengano vanificate da concessioni politiche durante i dibattiti parlamentari autunnali.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La seconda Matrix

Ven, 22/08/2025 - 10:04

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-seconda-matrix)

Nell'articolo Leggere tra le bugie abbiamo esplorato come riconoscere i modelli di inganno istituzionale: le narrazioni accuratamente elaborate che tengono l'umanità intrappolata in una matrice di percezioni.

Theodore Dalrymple identificò il funzionamento di questa prima matrice di controllo nei regimi totalitari: “Nel mio studio sulle società comuniste, sono giunto alla conclusione che lo scopo della propaganda comunista non era persuadere o convincere, non informare, ma umiliare; e quindi, meno corrispondeva alla realtà, meglio era. Quando le persone sono costrette a tacere quando vengono raccontate loro le bugie più evidenti, o peggio ancora quando sono costrette a ripetere le bugie stesse, perdono una volta per tutte il loro senso di probità. Acconsentire a bugie evidenti significa, in un certo senso, diventare malvagi a loro volta. La propria capacità di resistere a qualsiasi cosa viene così erosa, e persino distrutta. Una società di bugiardi evirati è facile da controllare”.

Questo principio di partecipazione forzata non è scomparso, si è evoluto. Il sistema odierno non esige solo il silenzio, ma anche la complicità attiva per quanto riguarda le sue narrazioni, trasformando la resistenza stessa in un'arma di influenza. Osservare voci autorevoli denunciare la vera corruzione, solo per poi reindirizzarla verso soluzioni accuratamente preselezionate, rivela uno schema ancora più profondo: il sistema non si limita a creare propaganda, ma crea percorsi riservati per coloro che la vedono. Liberarsi dalla programmazione mainstream è solo il primo passo; ciò che segue è più sottile e altrettanto inquietante. Svincolarsi dalle narrazioni istituzionali crea un'immediata vulnerabilità: la necessità di nuove risposte, nuovi leader, una nuova direzione. Chi governa la prima matrice non lascerebbe le rampe di uscita senza supervisione.

Ciò chiarisce i meccanismi più profondi della seconda matrice: catturare il risveglio attraverso canali sofisticati di opposizione non autentica.


La meccanica dell'opposizione controllata

Lo schema diventa chiaro quando esaminiamo come viene gestita la critica sistemica: a chi denuncia la corruzione è permesso parlare, ma solo entro limiti rigorosi. Prendiamo ad esempio il settore bancario: anche chi denuncia la natura predatoria delle banche centrali raramente ne chiede l'abolizione. La crisi del 2008 ha portato le frodi finanziarie all'attenzione del grande pubblico attraverso denunce popolari come il film, La grande scommessa. Ciononostante la comprensione ha generato solo sfiducia: nessuna responsabilità, solo salvataggi per i responsabili dell'accaduto e un sistema più fragile per tutti gli altri. Come ogni sofisticato gioco di fiducia, funziona per fasi: prima si guadagna la fiducia attraverso rivelazioni reali, poi si crea dipendenza attraverso conoscenze esclusive “dall'interno”, infine si reindirizza quella fiducia verso risultati limitati. Osservate come le piattaforme mediatiche alternative seguono questo schema: denunciano la corruzione autentica, costruiscono un seguito devoto, quindi spostano sottilmente l'attenzione narrativa dalla responsabilità sistemica. Ogni rivelazione sembra condurre più in profondità in un labirinto di risveglio coordinato. Nota: evito deliberatamente di nominare obiettivi specifici, questa analisi non riguarda la creazione di nuovi eroi o antagonisti, ma il riconoscimento di modelli che trascendono i singoli individui.

Ciò che rende questo modello così efficace è che le stesse istituzioni che hanno trasformato il denaro da oro a carta trasformano anche la resistenza genuina in opposizione gestita. Come ho scritto in Tutto svuotato, proprio come la moneta sintetica sostituisce il valore reale, i movimenti di opposizione fiat offrono versioni sintetiche di risveglio indipendente, contenenti solo la verità sufficiente per sembrare reali, mantenendo al contempo l'opposizione entro limiti sicuri.

Comprendere questi schemi di opposizione controllata può sembrare opprimente. Ogni rivelazione sembra portare a un ulteriore livello di inganno. È come scoprire di essere in un labirinto solo per rendersi conto che ci sono labirinti dentro labirinti. Alcuni si perdono a documentare ogni svolta, discutendo di dettagli del sistema finanziario, discutendo di protocolli medici, analizzando mosse di scacchi geopolitiche. Oppure, nei “circoli del complotto”: il virus è stato isolato? Come sono crollate davvero le Torri? Cosa c'è veramente in Antartide? Sebbene queste domande siano importanti, rimanere bloccati in un'infinita mappatura di labirinti ha come risultato la perdita totale del focus. Un sano dibattito e un sano disaccordo sono naturali, e persino salutari, nei movimenti che cercano la verità, ma quando questi dibattiti assorbono tutta l'energia e l'attenzione, impediscono un'azione efficace verso gli obiettivi fondamentali.


Il viaggio della ricerca

Negli ultimi anni mi sono immerso profondamente nella scoperta dei meccanismi di controllo, non come un esercizio astratto, ma insieme a un team che include alcuni dei miei amici più cari, seguendo percorsi che sembravano condurre alla verità. Le rivelazioni sono state sconvolgenti: “fatti” fondamentali con cui siamo cresciuti si sono rivelati delle vere e proprie invenzioni. Siamo stati umiliati due volte: prima disimparando ciò che pensavamo di sapere, poi scoprendo che le nostre certezze su nuovi percorsi erano sbagliate. Percorsi che sembravano rivoluzionari hanno portato a vicoli ciechi; comunità che sembravano autentiche si sono rivelate canali progettati ad arte.

La verità più dura non è solo riconoscere l'inganno, ma accettare che potremmo non conoscere mai la storia completa, pur dovendo comunque agire in base a ciò che possiamo verificare. Ciò che è iniziato come una ricerca su specifici inganni ha rivelato qualcosa di molto più profondo: mentre devastanti guerre fisiche infuriano in diverse regioni, un conflitto più profondo si dispiega silenziosamente in tutto il pianeta... una guerra per la libertà della coscienza umana stessa. Ecco come si presenta la Terza guerra mondiale: non solo bombe e proiettili, ma l'ingegneria sistematica della percezione umana.

Questo modello di costruzione della fiducia prima del riorientamento riflette un sistema di controllo più profondo, che opera secondo l'antico principio alchemico di Solve et Coagula: prima dissolvere (rompere), poi coagulare (riformare sotto controllo). Il processo è preciso: quando le persone iniziano a riconoscere l'inganno istituzionale, si formano coalizioni naturali al di là delle divisioni tradizionali. I lavoratori si uniscono contro le politiche delle banche centrali; i genitori si organizzano contro gli obblighi sanitari; le comunità si oppongono all'accaparramento di terreni da parte delle multinazionali.

Ma guardate cosa succede dopo: questi movimenti unificati si dissolvono sistematicamente. Pensate alla rapidità con cui la resistenza unitaria si è frammentata dopo il 7 ottobre e a come le proteste dei camionisti si sono dissolte in narrazioni di parte. Ogni frammento si frammenta ulteriormente: dalla messa in discussione dell'autorità alle teorie contrastanti, dall'azione unitaria alle lotte intestine tribali.

Questa non è una frammentazione casuale, è una dissoluzione calcolata. Una volta scomposti, questi frammenti possono essere riformati (coagulati) in canali dialettici controllati, man mano che le persone tornano alla programmazione precedente su questioni che superano la loro unità.

Osservate come funziona il gioco della fiducia nei movimenti per la verità: prima arriva la rivelazione legittima (es. documenti autentici, informatori autentici, prove inconfutabili). La fiducia si costruisce attraverso intuizioni autentiche, poi inizia un sottile reindirizzamento. Proprio come la società viene smembrata in frammenti sempre più piccoli lungo varie linee di politica, razziali e culturali, i movimenti per la verità vengono smembrati in campi concorrenti. L'unità diventa divisione; l'azione diventa dibattito; la resistenza diventa contenuto.

Questa frammentazione sistematica dei movimenti di risveglio riflette un modello storico più profondo, che traccia l'evoluzione del controllo della percezione di massa dalla propaganda rozza alla sofisticata manipolazione biodigitale.


Dalla propaganda alla programmazione

La prima matrice ha plasmato i pensieri attraverso la programmazione diretta. Il percorso da Bernays alla supervisione biodigitale segue una progressione chiara: prima manipolare la psicologia di massa, poi digitalizzare il comportamento, infine fondersi con la biologia stessa. Ogni fase si basa sulla precedente: dallo studio della natura umana, al suo monitoraggio, fino alla sua ingegnerizzazione diretta. Da Bernays che scopre come manipolare la psicologia di massa attraverso desideri inconsci, al Tavistock che perfeziona l'ingegneria sociale, alla modifica algoritmica del comportamento, ogni fase introduce strumenti più sofisticati per la manipolazione della realtà. La tecnologia digitale ha accelerato questa evoluzione: gli algoritmi dei social media perfezionano la cattura dell'attenzione, gli smartphone consentono un monitoraggio comportamentale costante, i sistemi di intelligenza artificiale prevedono e modellano le risposte.

Mentre questi strumenti digitali si fondono con interventi biologici – dai farmaci che alterano l'umore alle interfacce cervello-computer – si avvicinano al controllo completo della percezione umana stessa. Ciò che è iniziato con una rozza propaganda si è evoluto in una precisa manipolazione digitale dell'attenzione e del comportamento. La seconda matrice crea canali approvati per coloro che si liberano – un ecosistema ingegnerizzato di alternative controllate. Proprio come le narrazioni mediatiche coordinate hanno addestrato la classe degli esperti a esternalizzare il proprio pensiero a “fonti autorevoli”, la matrice biodigitale ora si offre di esternalizzare la propria sensibilità, promettendo una cognizione migliorata e offrendo al contempo una programmazione più profonda. Questa rappresenta l'ultima evoluzione nella gestione della percezione: all'inizio si negava l'esistenza delle cospirazioni, quando poi ciò è diventato impossibile a causa di prove inconfutabili, sono stati creati canali ad hoc per le menti in via di risveglio.

Il processo a O.J. Simpson ha segnato un cambiamento cruciale in questa strategia: ha addestrato la società a elaborare indagini serie come uno spettacolo di intrattenimento. Come osservò Marshall McLuhan, “il mezzo è il messaggio”: il formato stesso dell'intrattenimento mediatico rimodella il modo in cui elaboriamo la verità, indipendentemente dal contenuto. Ciò che è iniziato come legittime domande sulla corruzione della polizia e sui pregiudizi istituzionali è diventato una soap opera alimentata dagli ascolti. Lo stesso schema continua ancora oggi: i crimini di Jeffrey Epstein diventano intrattenimento mentre i suoi clienti rimangono liberi, i crimini di Mangione generano molteplici produzioni in streaming a pochi giorni dall'evento, ancor prima della conclusione delle indagini (le vicende di Garlasco trasformate in intrattenimento per nascondere la corruzione dei giudici, ndT). Gli incidenti di Las Vegas e New Orleans ne sono una dimostrazione lampante: nel giro di poche ore eventi potenzialmente destabilizzanti vengono incanalati in narrazioni concorrenti, mentre l'apparato dell'intrattenimento è pronto a trasformare qualsiasi indagine seria in contenuto fruibile.

Le rivelazioni vere sulle reti di trafficanti e sulla criminalità organizzata sono diventate contenuti da guardare ininterrottamente. Le gole profonde diventano influencer; i documenti declassificati diventano trend su TikTok. Con una capacità di attenzione limitata e contenuti infiniti, la ricerca della verità diventa un'altra forma di consumo che pacifica anziché rafforzare. Osservate come passa il tempo e le “teorie del complotto” diventano luoghi di ritrovo limitati: la morte di JFK viene attribuita alla “mafia”, un comodo escamotage per le forze istituzionali che sostengono tale tesi. Modelli simili emergono con le rivelazioni sull'11 settembre.

Ecco la mia posizione, per quanto estrema possa sembrare ai miei amici ancora immersi in narrazioni convenzionali: dobbiamo considerare la possibilità che la struttura di potere controlli entrambi i lati della maggior parte dei dibattiti più importanti. Ogni narrazione mainstream ha la sua opposizione approvata; ogni risveglio ha i suoi leader sanzionati; ogni rivelazione conduce a canali amministrati. Comprendere questo schema potrebbe portare alla paralisi, ma non dovrebbe: significa invece riconoscere che abbiamo bisogno di nuovi modi di pensare e di organizzarci.

Come ha osservato la ricercatrice Whitney Webb su X:

Now that the people who fearmongered about "Russians" infiltrating and being to blame for everything are leaving power, now we have people on the other side fearmongering about "Islamists" infiltrating and being to blame for everything.

Oh, how the pendulum swings and how the…

— Whitney Webb (@_whitneywebb) January 2, 2025

Cambia solo il nemico designato: la spinta verso una maggiore sorveglianza e controllo rimane costante. Ogni “parte” ha il suo turno di alimentare la paura nella propria base, mentre le stesse istituzioni espandono il loro potere.

Nixon aprì le porte alla Cina; Clinton promosse il NAFTA; Trump accelerò l'Operazione Warp Speed. Sto osservando uno schema ricorrente, non sto accusando nessuno di cospirazione, ma sto notando come le figure politiche spesso agiscano in modo contrario alla loro immagine pubblica: Nixon, l'anticomunista, aprì le porte alla Cina; Clinton, che fece campagna elettorale per la protezione dei lavoratori americani, fece approvare il più grande accordo di libero scambio internazionale; Trump, l'outsider populista, promosse l'agenda di Big Pharma. Che siano pressioni istituzionali, realtà politiche o altre forze, queste contraddizioni rivelano uno schema sofisticato: il sistema pianifica entrambi i lati delle principali trasformazioni politiche, garantendo risultati controllati indipendentemente da chi sembra detenere il potere. Molte di queste figure potrebbero esse stesse rispondere a forze che a malapena comprendono: attori utili, o manipolati, piuttosto che orchestratori consapevoli.

Questa dinamica non si limita ai politici. Si pensi a Twitter/X che negli ultimi due anni si è autoproclamato baluardo della libertà di parola, mentre proprio questa settimana ha introdotto algoritmi per amplificare la “positività”. Inquadrato come un mezzo per promuovere un dialogo costruttivo, rispecchia le stesse linee di politica di moderazione un tempo criticate come censura.

Questo schema di opposizione controllata si estende a ogni livello dei movimenti di risveglio. Pensate a quanti dei miei amici, ancora intrappolati nella prima matrice, liquidano i seguaci di QAnon come dei perfetti idioti, prendendoli in giro come personaggi dei cartoni animati e ignorando la documentata corruzione istituzionale che il movimento ha denunciato. Ciò che non capiscono è che sotto gli elementi teatrali si nascondono prove significative di criminalità sistemica. Rimango aperto all'esame di queste affermazioni: dopotutto, il riconoscimento di schemi richiede di prendere in considerazione le prove senza pregiudizi. Ma il messaggio centrale del movimento, “fidatevi del piano”, rivela come il risveglio venga reindirizzato. Trasforma la resistenza attiva in un gruppo di spettatori passivi, in attesa che i “personaggi dietro le quinte” li salvino invece di intraprendere azioni significative.

È qui che traccio il limite. Non posso delegare il benessere della mia famiglia a entità sconosciute o piani segreti. Ciò richiede una vigilanza costante, attenta sia alle minacce evidenti che ai sottili depistaggi. L'aspetto più pericoloso dell'opposizione gestita non sono le informazioni che condivide, ma il modo in cui insegna un'impotenza mascherata da speranza.


La cattura dei movimenti autentici

Ogni nuova teoria e movimento aggiunge un ulteriore livello di complessità, allontanando ulteriormente chi la cerca tramite l'azione significativa. La controcultura degli anni '60 passò dal mettere in discussione la guerra e l'autorità alla passività del “sintonizzatevi, abbandonatevi”. Negli anni '80 gli ex-hippy divennero yuppie, la loro consapevolezza rivoluzionaria incanalata ordinatamente nel capitalismo consumistico. Ancora oggi il movimento contro la guerra mostra questo schema: una parte politica si oppone alla guerra in Ucraina mentre la sostiene a Gaza, l'altra ribalta queste posizioni. Ciascuna parte si dichiara contraria alla guerra quando non è il conflitto che preferisce. Occupy Wall Street ha seguito lo stesso schema: partendo da una potente denuncia della corruzione finanziaria, si è frammentata in cause di giustizia sociale concorrenti che hanno lasciato intatto il sistema bancario.

La seduzione sta nel contenuto di verità. I movimenti ambientalisti denunciano l'inquinamento aziendale, ma promuovono crediti sull'anidride carbonica e sensi di colpa individuali. I movimenti per la giustizia sociale denunciano le disuguaglianze, ma reindirizzano verso criteri DEI a livello aziendale. La rivoluzione del cibo biologico è iniziata come resistenza all'agricoltura industriale, ma è diventata una categoria di prodotti premium, reindirizzando preoccupazioni reali verso scelte di shopping esclusive. Ogni movimento contiene abbastanza verità da attrarre menti consapevoli, ponendo al contempo attente barriere su soluzioni accettabili, identificando problemi reali ma sostenendo soluzioni che espandono il potere istituzionale.

Questo schema si ripete a ogni livello. Nel corso della storia le strutture di potere hanno compreso il principio di fornire una leadership controllata ai movimenti emergenti. Questo schema continua ancora oggi in ogni movimento di risveglio.

Il modello è coerente:

• Un politico mette “coraggiosamente” in discussione i vaccini mentre accetta soldi dall'industria farmaceutica;

• Un esperto “smaschera” la corruzione dello Stato profondo mentre difende le agenzie di intelligence;

• Una celebrità “combatte la cancel culture” promuovendo i Green pass;

• Un guru della finanza “mette in guardia” dal collasso bancario mentre vende CBDC.

Questi modelli di riorientamento si manifestano vividamente oggi. Il movimento per la libertà medica dimostra questa dinamica: le preoccupazioni fondate sui danni causati dai vaccini rischiano di essere reindirizzate verso teorie contrastanti e dibattiti circolari, mentre la responsabilità rimane sfuggente. La recente controversia sul MAHA dimostra come anche le preoccupazioni fondate sulla sovranità alimentare possano potenzialmente distogliere l'attenzione da questa urgente crisi degli effetti collaterali causati dai vaccini e dalla relativa responsabilità.

Anche il mondo delle crittovalute illustra questo schema: le critiche valide alle banche centrali si trasformano in guerre tribali tra comunità di token. Ognuna rivendica la propria verità esclusiva, estendendo potenzialmente la portata del sistema. Persino i dibattiti ragionevoli sulle soluzioni monetarie diventano una devozione religiosa verso monete concorrenti. Nel frattempo la promessa originale di Bitcoin – la prima crittovaluta e la sua visione di autonomia finanziaria – rischia di essere cooptata, mentre la tecnologia blockchain viene riproposta per le valute digitali delle banche centrali (CBDC), le identità digitali e la conformità automatizzata. Gli stessi strumenti pensati per liberarci dalla sorveglianza bancaria vengono riproposti per perfezionarla, ma la fusione del controllo finanziario con l'identità digitale crea qualcosa di molto più insidioso: un sistema in grado di imporre la conformità sociale attraverso l'accesso alle risorse di base, monitorare i pensieri attraverso modelli di transazione e, in ultima analisi, fondersi con la nostra stessa esistenza biologica. Questa architettura non riguarda solo il controllo del denaro, ma anche la programmazione delle menti.


La convergenza biodigitale: progettare la realtà umana

La fusione tra controllo digitale e biologico non sta solo cambiando il nostro modo di interagire, ma sta anche ridisegnando la percezione umana stessa. Man mano che le connessioni sociali si spostano sempre più online, la consapevolezza umana autentica viene sostituita sistematicamente da esperienze ingegnerizzate. Oltre al dirottamento dell'attenzione e alla manipolazione emotiva, il costo più profondo ci colpisce dove fa più male: nelle nostre relazioni umane. Ogni giorno vediamo persone insieme fisicamente ma separate da schermi, perdendo momenti di vera connessione mentre scorriamo realtà artificiali. Questa costruzione artificiale è destinata a rafforzarsi ulteriormente: Meta ha annunciato l'intenzione di popolare i feed di Facebook con contenuti generati dall'intelligenza artificiale e interazioni con bot entro il 2025, sollevando interrogativi sulla connessione umana autentica su queste piattaforme.

Le grandi aziende farmaceutiche hanno introdotto la capacità di alterare chimicamente la cognizione; le grandi aziende tecnologiche hanno perfezionato la capacità di indirizzare digitalmente l'attenzione e modellare il comportamento. La loro fusione non riguarda la quota di mercato, ma il dominio completo dello spettro cognitivo umano stesso. Quelle aziende che hanno promosso le pillole per anestetizzare una generazione, ora collaborano con piattaforme che ci rendono dipendenti dalla stimolazione digitale. Le aziende che hanno tratto profitto dai farmaci per l'ADHD collaborano con i giganti dei social media che manipolano deliberatamente i deficit di attenzione. Le aziende che hanno commercializzato antidepressivi uniscono le forze con i creatori di algoritmi che manipolano scientificamente le risposte emotive.

Come ha osservato Whitney Webb a proposito del passaggio dalla narrativa del nemico “russo” a quella degli “islamisti”, la minaccia designata cambia mentre l'espansione della sorveglianza rimane costante. L'agenda dell'identità digitale segue questo schema: mentre il World Economic Forum la presenta come un aiuto umanitario per l'inclusione finanziaria, costruisce l'architettura per un monitoraggio e una supervisione comportamentali completi. Ogni crisi, che sia sanitaria, di sicurezza o finanziaria, aggiunge nuovi requisiti che uniscono identità, servizi bancari, cartelle cliniche e tracciamento sociale in un unico sistema unificato. Ciò che inizia come partecipazione volontaria diventa inevitabilmente obbligatorio man mano che la sorveglianza digitale si estende al monitoraggio e alla definizione del comportamento umano stesso: il terreno di gioco perfetto per le valute digitali delle banche centrali.

Questa architettura di sorveglianza rappresenta la fusione di due pilastri fondamentali. Ciò che è iniziato con alterazioni chimiche dell'umore e del pensiero, e si è poi evoluto nella manipolazione digitale dell'attenzione e del comportamento, si sta ora fondendo in un'unica architettura per la gestione dell'esperienza umana. Osservate come le app per la salute mentale raccolgono dati comportamentali promuovendo al contempo la terapia farmacologica. Il punteggio di credito sociale si fonde con il monitoraggio della salute. Le stesse aziende che sviluppano sistemi di identità digitale collaborano con i giganti farmaceutici. Non si tratta di ipotesi future: sta accadendo ora. Mentre discutiamo dell'etica dell'intelligenza artificiale, loro stanno silenziosamente costruendo l'infrastruttura per fondere la cognizione umana con i sistemi digitali. La promessa transumanista di una maggiore consapevolezza attraverso la tecnologia maschera una realtà più oscura: ogni integrazione diminuisce la percezione umana naturale, sostituendo la coscienza genuina con una simulazione ingegnerizzata. Questa colonizzazione tecnologica del cervello umano cerca di recidere la nostra connessione con la consapevolezza naturale e la sovranità spirituale.

In una delle sue ultime lezioni, Aldous Huxley, il celebre autore del libro Il mondo nuovo, fece una previsione agghiacciante sul futuro del controllo sociale: “Nella prossima generazione o giù di lì, ci sarà un metodo farmacologico per far sì che le persone amino la loro servitù e per produrre una dittatura senza lacrime, per così dire, creando una specie di campo di concentramento indolore per intere società, cosicché le persone si vedranno togliere le loro libertà e ne godranno”.

Siamo a un punto cruciale in cui la cattura tecnologica della coscienza umana sta diventando irreversibile. Ogni nuova generazione nasce in una più profonda integrazione digitale, con una realtà di base sempre più sintetica. Ma riconoscere questo schema rivela sia la minaccia che la debolezza: pur perfezionando gli strumenti tecnologici per il controllo, non riescono a replicare appieno il potere della connessione umana diretta. Ogni istanza di interazione autentica, ogni momento di presenza immediata, dimostra ciò che il loro sistema non riesce a catturare. La risposta non è solo smascherare le bugie, ma creare spazi di connessione umana che esistano al di fuori della loro architettura di controllo. Ciò che rende questo momento senza precedenti non è solo la sofisticatezza del controllo, ma il suo metodo di attuazione: non attraverso la forza, ma attraverso la seduzione e la convenienza. Ogni convenienza che abbracciamo, ogni miglioramento digitale che accettiamo, ci avvicina alla loro visione di consapevolezza manipolata.


Liberare la coscienza, recuperare la connessione

Comprendere questi meccanismi non significa rifiutare la tecnologia o rifugiarsi in un isolamento paranoico: significa riconoscere che il vero potere inizia con l'autonomia e imparare a relazionarsi con la modernità alle nostre condizioni.

La battaglia per la nostra mente richiede consapevolezza e azione autentica. Mentre loro cercano di manipolare il comportamento attraverso sostanze chimiche e algoritmi, il nostro potere risiede innanzitutto nella liberazione di noi stessi, per poi estenderci attraverso la connessione umana diretta.

Il loro obiettivo finale – il dominio assoluto sulla percezione e la cognizione umana – rivela una debolezza fondamentale: non possono contenere pienamente menti liberate e relazioni umane autentiche che esistono al di fuori dei loro canali mediati. Questo sistema onnicomprensivo richiede un'opposizione gestita a ogni livello, allontanandoci da un autentico risveglio e da un coinvolgimento diretto.

L'intuizione cruciale è questa: l'opposto del globalismo non è il nazionalismo o i movimenti politici, ma la libertà individuale espressa attraverso l'azione locale. Il vero risveglio non può essere programmato. Emerge attraverso un chiaro riconoscimento e si diffonde attraverso una connessione autentica. Quando gli intellettuali nei think tank come il Brownstone Institute hanno trovato una causa comune con i vigili del fuoco, il sistema ha riconosciuto un precedente pericoloso. L'unità al di là delle tradizionali divisioni sociali – tra intellettuali, professionisti e lavoratori – dimostra come le persone veramente libere possano colmare le divisioni artificiali. Mentre le reti digitali possono facilitare l'organizzazione, il vero potere si manifesta nella comunità fisica.

Parlando per esperienza, queste reti digitali sono state inestimabili nel mio percorso: ho trovato anime gemelle, condiviso intuizioni e costruito amicizie durature attraverso le comunità online. Queste connessioni mi hanno aiutato a comprendere modelli che forse non avrei mai notato da solo. Ma la condivisione di informazioni è solo il primo passo. La vera trasformazione avviene quando portiamo queste intuizioni condivise fuori dallo schermo e nelle nostre comunità, trasformando le connessioni digitali in relazioni concrete e azioni locali condivise.

Ciò significa:

• Liberare le nostre menti mentre loro spingono il pensiero programmato (creando circoli di apprendimento locali per contrastare la loro ingegneria digitale-farmaceutica del pensiero);

• Creare connessioni mantenendo la componente individuale (creando vere e proprie comunità per resistere ai loro sistemi di credito sociale);

• Agire senza attendere il consenso (aggirando i canali di opposizione concordati);

• Coltivare cibo mentre si promuovono alternative sintetiche (mantenendo l'autonomia biologica mentre si promuovono dipendenze create in laboratorio);

• Costruire una comunità mentre vendono tribù digitali (creando una connessione genuina come antidoto all'isolamento tecnologico);

• Guarire noi stessi mentre loro commercializzano le dipendenze (sviluppare una resilienza naturale contro la loro convergenza biodigitale).

La verità più potente non è una rivelazione: è il riconoscimento che la coscienza può trascendere completamente i confini da essa costruiti. La via d'uscita richiede di andare oltre le sue infinite distrazioni e di rivendicare un'azione radicata e autentica. La convergenza biodigitale può catturare solo le anime che seguono i suoi percorsi prestabiliti; la nostra essenza non è mai stata veramente vincolata dai suoi confini.

Rimanete vigili, mettete in discussione tutto, liberate la mente e agite con intenzione. La rivoluzione inizia con spiriti sovrani e cresce attraverso una connessione autentica. Costruite dove loro distruggono, create mentre loro ingannano, connettetevi mentre loro dividono. La via d'uscita dalla loro Matrix è con gli occhi ben aperti e i piedi ben piantati nel terreno locale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Perché sempre più aziende, come MicroStrategy, stanno finendo nell'elenco Bitcoin Treasury

Gio, 21/08/2025 - 10:12

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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da Forbes

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-sempre-piu-aziende-come-microstrategy)

MicroStrategy, pioniere del modello Bitcoin Treasury, ha ribadito la sua convinzione con un nuovo acquisto di 7.390 bitcoin per un valore di $764,9 milioni tra il 12 e il 18 maggio, portando il suo patrimonio totale a 576.230 BTC, stando a quanto riporta The Defiant. Con Bitcoin trattato sopra i $100.000, un numero crescente di aziende sta seguendo il suo esempio, implementando la strategia Bitcoin Treasury come modello di business.

Un tempo considerato un esperimento, questo approccio si sta ora affermando come un vantaggio competitivo per le aziende lungimiranti. Cosa sta guidando questa adozione e come possono sfruttarla gli investitori? È tempo di scoprire perché l'iniziativa Bitcoin Treasury sta diventando il nuovo gold standard e cosa significa per il futuro della conservazione del proprio patrimonio.

In quanto asset scambiato a livello globale, Bitcoin è ormai ampiamente riconosciuto sia come merce che come valuta. In quanto tale, potrebbe rivelarsi vantaggioso non solo per gli investitori al dettaglio, ma anche per le istituzioni. L'amministratore delegato di MicroStrategy, Michael Saylor, ha compiuto il primo passo nel 2020, inserendo Bitcoin nel bilancio della sua azienda, e ora altri stanno seguendo l'esempio.


La mossa audace di MicroStrategy: dal software alla strategia incentrata su Bitcoin

Nell'agosto 2020, quando MicroStrategy annunciò l'acquisizione di 21.454 bitcoin per $250 milioni, Saylor riconobbe le qualità distintive di questa nuova commodity digitale e andò all-in, trasformando la sua azienda in un veicolo di acquisizione di Bitcoin. Questa strategia si rivelò un grande successo. Secondo il suo rapporto sugli utili del primo trimestre 2025, l'azienda ha ottenuto un guadagno di $5,8 miliardi dalle partecipazioni in Bitcoin, raggiungendo il 58% del suo obiettivo annuale.

Di fatto le azioni di MicroStrategy (MSTR) sono diventate un intermediario tra TradFi e crittovalute: hanno dimostrato come investire legittimamente in Bitcoin (in precedenza, a volte era l'unico modo, insieme al fondo GBTC). Oltre a questo esisteva il mercato delle opzioni MSTR più liquido e più grande, e altri strumenti per incanalare capitali dalla TradFi a Bitcoin, come STRK, STRF e obbligazioni convertibili. Senza dimenticarci anche di MSTU, MSTY e MSTX.

L'ex-attività di MicroStrategy è stata abbandonata, quindi il cambio di nome è arrivato giusto in tempo: l'azienda non è più “micro” in alcun modo. È un colosso gigantesco che apre la strada ad altre aziende. La loro tesi è semplice: “Se si guarda alla performance di questo asset, si vede che Bitcoin è cresciuto del 60% all'anno negli ultimi quattro anni. Prendiamo le obbligazioni (con rendimenti annuali a una sola cifra nello stesso periodo). Stiamo parlando di un arbitraggio tra (quasi) lo 0% e il 60%”, ha dichiarato Michael Saylor in un'intervista del novembre 2024 su Barron's.

Pertanto se un'azienda detiene bitcoin, nel tempo può superare i suoi concorrenti gestendo la propria tesoreria aziendale in modo molto più efficiente. Comporta dei rischi? Certo. Anche Bitcoin può scendere. Ma se si è un operatore a lungo termine (tenete a mente i cicli quadriennali) e soprattutto se si acquista bitcoin allo stesso modo di Strategy (con debito non garantito), si è sostanzialmente al sicuro, poiché non può verificarsi un evento di margin call anche se Bitcoin scendesse ai minimi.


HODLing come tendenza in crescita

A oggi ci sono 101 tra le società quotate in borsa che hanno aderito all'iniziativa BTC Treasury, per un totale di 765.805 BTC. Tra queste figurano MARA Holdings, Tesla, Riot Platforms e Metaplanet, le quali hanno annunciato l'intenzione di raccogliere altri $250 milioni per espandere la propria strategia Bitcoin, secondo un post del 1° maggio su X.

Bitcointreasuries.net illustra vividamente l'evoluzione del trend negli ultimi anni. È facile osservare che la crescita esponenziale è iniziata all'inizio di novembre, subito dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali, segnalando un allentamento normativo e il via libera alle crittovalute. Anche a marzo e febbraio il trend è rimasto rialzista nonostante la correzione di BTC sotto gli $80.000.

E che dire dell'andamento delle azioni degli acquirenti? È troppo presto per giudicare, ma i nuovi arrivati – Cantor Equity Partners (CEP) e Asset Entities (ASST) – hanno registrato un'impennata dopo i loro annunci: CEP è salita di circa il 200% da inizio maggio, secondo Benzinga, mentre ASST è salita di oltre il 1.000% dal 6 maggio, come riportato da TheStreet.

Impressionante? Sicuramente.

Continuerà? Secondo la teoria dei giochi qualsiasi comportamento specifico che conferisca un vantaggio competitivo sarà ampiamente adottato. Quindi è molto probabile. Questa ondata è appena iniziata, quindi possiamo aspettarci ulteriori notizie sulle aziende che aderiranno allo standard Bitcoin. Ma i maggiori vantaggi andranno a chi si muoverà per primo.


Bitcoin Treasury potrebbe fungere da porta d'accesso per gli investitori individuali

Come può un singolo investitore capitalizzare su questa tendenza? È una buona domanda. Per chi è pronto ad assumersi il rischio, potrebbe essere saggio tenere d'occhio le aziende con solide attività quotate in borsa che investono parte della propria liquidità in Bitcoin. Un simile approccio offre il potenziale di rialzo di Bitcoin mantenendo un rischio moderato, perché gli oggetti d'investimento sono aziende solide, non solo il “denaro magico di Internet”. Secondo Blockworks, tra ottobre 2020 e novembre 2021, il titolo MicroStrategy è salito da $165 a quasi $900, con un guadagno del 440% trainato dall'aumento di Bitcoin da $11.000 a $69.000 nello stesso periodo.

L'ultimo mercato rialzista ha dimostrato che le aziende nell'elenco Bitcoin Treasury tendono a sovraperformare i propri concorrenti, e quello attuale potrebbe essere lo stesso. Con la sua comprovata esperienza di performance superiori agli investimenti tradizionali, Bitcoin offre una valida copertura contro l'inflazione e un percorso per la conservazione del proprio patrimonio a lungo termine, nonostante la sua intrinseca volatilità (cosa che sta cambiando anch'essa, ndT).

L'ondata di adozione di Bitcoin è solo all'inizio e chi ne riconosce il potenziale oggi potrebbe raccogliere i frutti più grandi domani. Che siate un'azienda o un investitore individuale, il messaggio è chiaro: l'iniziativa Bitcoin Treasury sta ridefinendo il futuro della finanza... ed è meglio farne parte.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Lo tsunami di insolvenze in Germania: crollo strutturale in corso

Mer, 20/08/2025 - 10:15

La creazione e la proliferazione delle banche centrali nel corso dell'ultimo secolo hanno promesso una maggiore stabilità finanziaria. Tuttavia, come dimostrano continuamente la storia e gli eventi attuali, non hanno impedito le crisi finanziarie. La loro frequenza e gravità hanno oscillato, ma non sono diminuite da quando le banche centrali sono diventate il principale soggetto nella regolamentazione dei mercati finanziari e negli interventi monetari. Al contrario, hanno introdotto nuove fragilità e modificato la natura, ma non la ricorrenza, delle turbolenze finanziarie. L'evidenza empirica sfata il mito secondo cui le banche centrali abbiano posto fine all'era delle crisi finanziarie frequenti. Indipendentemente dalla loro supervisione, un boom del credito ha preceduto una crisi bancaria su tre. Chi lo ha creato? Le banche centrali attraverso la manipolazione dei tassi d'interesse. Secondo documenti di lavoro dell'FMI, ci son ostate 147 crisi bancarie solo tra il 1970 e il 2011, in un'epoca di predominio delle banche centrali. Le crisi finanziarie rimangono un fenomeno globale persistente, che si verifica in cicli che coincidono con episodi di espansione del credito. Le banche centrali hanno spesso prolungato periodi di espansione con tassi bassi e acquisti di asset, e hanno creato bruschi momenti di crisi dopo aver commesso errori in materia di inflazione e rischi di credito. Tuttavia, a ogni crisi successiva, la soluzione è sempre stata la stessa: programmi di acquisto di asset più ampi, e aggressivi, e tassi reali negativi. Ciò significa che le banche centrali sono gradualmente passate dall'essere prestatori di ultima istanza a prestatori di prima istanza, un ruolo che ha amplificato le vulnerabilità economiche. A causa della globalizzazione e delle innovazioni finanziarie, le crisi tendono ad avere dimensioni più ampie e complesse, colpendo la maggior parte delle nazioni. Il profondo coinvolgimento delle banche centrali nei mercati fa sì che le loro linee di politica, come la liquidità di emergenza o gli acquisti di asset, mascherino i rischi sistemici, portando a fallimenti ritardati ma più impattanti. In molte economie avanzate le recenti crisi sono state innescate dall'accumulo di debito e dalle distorsioni di mercato, spesso con il pretesto di mantenere la stabilità. La Banca Mondiale afferma che circa la metà degli episodi di accumulo di debito nei mercati emergenti sin dal 1970 ha coinvolto crisi finanziarie, e gli episodi associati a esse sono stati caratterizzati da una maggiore crescita del debito e un'economia stagnante. Le principali crisi degli ultimi decenni hanno evidenziato che le banche centrali non le prevengono, spesso i loro interventi hanno solo ritardato la resa dei conti, aggravando gli squilibri sottostanti, in particolare il debito pubblico. Le banche centrali usano il loro enorme potere per mascherarne l'insolvenza e aumentarne il prezzo, il che porta a un'eccessiva assunzione di rischi e a un'inflazione dei prezzi degli asset. L'espansione monetaria e la NIRP del 2020, perpetuate fino al 2022 nonostante l'impennata dell'inflazione, ne sono un chiaro esempio. Gli stati hanno beneficiato del periodo di espansione consentendo loro di far lievitare spesa pubblica e debito. Nel frattempo cittadini e piccole imprese hanno sofferto di un'inflazione elevata. Quando le banche centrali hanno infine riconosciuto il problema che avevano contribuito a creare, hanno mantenuto linee di politica accomodanti, dando priorità alla liquidità, alimentando una maggiore irresponsabilità da parte degli stati, e l'aumento dei tassi ha danneggiato le finanze delle famiglie e delle piccole imprese che in precedenza avevano subito l'esplosione dell'inflazione. Gli stati non si sono preoccupati degli aumenti dei tassi perché hanno aumentato le tasse. La Banca d'Inghilterra, ad esempio, così come la BCE, continua a tagliare i tassi e ad allentare la politica monetaria nonostante l'aumento dell'inflazione. La controtendenza degli USA non è un caso, invece, visto che mirano a riformare il sistema e stanno già mettendo in cantiere le basi di questa riforma.

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lo-tsunami-di-insolvenze-in-germania)

La Germania è investita da un'ondata di insolvenze. Ora, nel terzo anno di una prolungata recessione, la situazione economica è più allarmante rispetto alla crisi finanziaria del 2009.

La spirale di morte delle imprese tedesche ha raggiunto proporzioni drammatiche. Secondo il Leibniz Institute for Economic Research di Halle (IWH), il secondo trimestre del 2025 ha fatto registrare il numero più alto di insolvenze tra società di persone e società di capitali degli ultimi 20 anni. Nonostante un leggero calo a giugno, la tendenza persiste: la sostanza economica della Germania si sta erodendo e, con essa, la nazione sta silenziosamente dicendo addio alla sua prosperità.


Estinzione di massa delle aziende tedesche

Solo a giugno gli economisti dell'IWH hanno contato 1.420 fallimenti aziendali, in calo del 4% rispetto a maggio, ma i confronti su base annua rivelano l'intera portata della crisi: un aumento del 23% rispetto a giugno 2024. Le cifre sono anche superiori, di oltre il 50%, rispetto alla media pre-lockdown. Particolarmente degno di nota: in stati economicamente forti come la Baviera e l'Assia, le insolvenze sono aumentate in modo sproporzionato, rispettivamente dell'80% e del 79%.

Nel complesso, nel secondo trimestre sono state registrate 4.524 insolvenze aziendali, con un aumento del 7% rispetto al primo trimestre del 2025.

Gli economisti citano non solo la recessione in corso, ma anche una correzione di mercato attesa da tempo, dopo anni di tassi di interesse bassissimi imposti dalla Banca Centrale Europea. Come afferma Steffen Müller, responsabile della ricerca sull'insolvenza presso l'IWH: “Per molti anni i tassi di interesse estremamente bassi hanno impedito i fallimenti e, durante la pandemia, gli aiuti di Stato hanno mantenuto in vita aziende già deboli”. Ora il mercato sta reclamando il suo potere di pulizia.


Evitare l'analisi della causa principale

Ma questa rottura strutturale si scontra con un vuoto nella politica economica.

Sebbene l'analisi dell'IWH eviti di affrontare le debolezze strutturali più profonde e i danni politici autoinflitti, questi rimangono i fattori decisivi alla base dell'isolamento economico della Germania. Gli elevati costi energetici, l'eccessiva regolamentazione e la pressione fiscale – per gli standard internazionali – stanno spingendo le aziende al fallimento o alla fuga all'estero. I lavoratori ne stanno ora risentendo sempre di più.

Secondo la società di consulenza Ernst & Young, nel 2025 saranno probabilmente tagliati oltre 100.000 posti di lavoro, soprattutto nel settore industriale, la principale vittima della crisi energetica e normativa. Dal periodo pre-COVID l'industria tedesca ha perso circa il 10% del suo volume di produzione. Considerato isolatamente, il settore è finito più in una depressione che in una recessione. Nelle condizioni attuali, un ritorno a un percorso di crescita sostenibile è improbabile.

Anche il settore edile, duramente colpito, sta soffrendo. Un tempo elemento stabilizzante nel 2020-21, l'attività edilizia è crollata sin dal 2022. La produzione edilizia reale è diminuita del 4% nel 2024, con un ulteriore calo previsto del 2,5-3% per il 2025. Nel complesso il volume reale delle costruzioni nel 2025 sarà inferiore del 10-12% rispetto ai livelli del 2019.


False speranze di salvataggio

Il governo tedesco prevede un piano di stimolo economico da €847 miliardi, finanziato tramite debito, nell'arco di quattro anni, destinato principalmente al potenziamento delle infrastrutture e dell'apparato militare. Tuttavia la maggior parte dei fondi sarà probabilmente destinata a colmare le lacune del sistema previdenziale tedesco, ormai in piena emorragia.

Solo nel 2025 si prevede un deficit previdenziale di almeno €140 miliardi. Il governo federale deve colmare questa lacuna per evitare un aumento vertiginoso dei costi secondari. In caso contrario gli ambiziosi piani di investimento dell'amministrazione Merz crolleranno.

La Germania è diventata un caso socioeconomico problematico e i suoi leader si aggrappano all'ormai sorpassato copione keynesiano. Si prevede che la spesa pubblica, finanziata attraverso il debito e sostenuta dalla soppressione dei tassi d'interesse da parte della BCE, darà una spinta all'economia.

Ma questo non accadrà. Solo il mercato può allocare in modo efficiente il capitale scarso verso usi produttivi che creino prosperità. Berlino ancora deve comprendere questa realtà.

Il recente accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea costerà alla Germania circa €6,5 miliardi in dazi solo nel primo anno, ma ben più dannoso sarà l'esodo delle aziende che trasferiscono le proprie attività negli Stati Uniti per evitare i dazi, a meno che il sistema tariffario tedesco non cambi.

L'ondata di debiti del governo Merz potrebbe ritardare brevemente l'ondata di insolvenze inondando i mercati di capitale artificiale, ma questo non farà che rinviare l'inevitabile resa dei conti: un'epurazione delle aziende zombi che prosperavano grazie al credito a basso costo o ai sussidi del Green Deal europeo.


Stato ipertrofico, ideologia verde

A poche settimane dall'insediamento di Friedrich Merz come cancelliere, una cosa è chiara: non si tornerà a una politica economica basata sul mercato. Merz si è rivelato un sostenitore del big government, dell'interventismo e dell'ortodossia della trasformazione verde.

La Germania detiene ancora il peso politico necessario per far fallire il programma di trasformazione di Bruxelles e forzare un ritorno alla razionalità economica. Tuttavia, finora, la rapida deindustrializzazione del Paese e la prolungata recessione non hanno innescato una rivalutazione critica del suo percorso politico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Lo scandalo Russiagate supera il Watergate per crimini e tradimento

Mar, 19/08/2025 - 10:07

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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da Strategic Culture

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lo-scandalo-russiagate-supera-il)

Quindi la bufala è finalmente riconosciuta come tale anche a livello ufficiale. Il “Russiagate” – ovvero la narrazione mainstream – è ora descritto dai capi dell'intelligence americana come una montatura architettata per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016.

Tulsi Gabbard, l'attuale Direttrice dell'Intelligence Nazionale (DNI), e il direttore della CIA, John Ratcliffe, hanno entrambi accusato l'ex-Presidente Barack Obama di aver partecipato a una “cospirazione” per sovvertire il processo costituzionale. Non è solo Obama a essere implicato in questo grave crimine, anche altri ex-alti funzionari della sua amministrazione 2013-17, tra cui l'ex-DNI James Clapper, il direttore della CIA John Brennan e il capo dell'FBI James Comey. Se giustizia sarà fatta, le ripercussioni politiche saranno davvero sconvolgenti.

Il potenziale impatto non si limita alla sola violazione delle leggi statunitensi e del processo democratico – già di per sé gravi. Lo scandalo Russiagate, iniziato nel 2016, ha avuto un effetto duraturo e dannoso sulle relazioni tra Stati Uniti ed Europa e la Russia.

La pericolosa guerra per procura della NATO scatenata in Ucraina, che minaccia di degenerare in una guerra mondiale su vasta scala, è stata alimentata in gran parte dall'ostilità generata dalle false accuse di ingerenza russa nelle elezioni statunitensi.

Le accuse secondo cui il presidente russo Vladimir Putin avrebbe supervisionato una campagna sovversiva contro le elezioni americane del 2016 e avrebbe colluso con Donald Trump per farlo eleggere sono sempre state pretestuose. Lo scandalo si basava su informazioni di intelligence scadenti, volte a spiegare presumibilmente come Trump avesse sconfitto la sua rivale, Hillary Clinton. Successivamente lo scandalo è stato gonfiato fino a trasformarlo in una narrazione apparentemente credibile dai capi dell'intelligence statunitense, su indicazione dell'allora presidente Barack Obama, per delegittimare il primo mandato presidenziale di Trump.

Anni prima delle recenti rivelazioni di intelligence, molti giornalisti indipendenti, tra cui Aaron Maté, ed ex-analisti di intelligence come Ray MacGovern e William Binney, avevano confutato in modo convincente le affermazioni ufficiali sul Russiagate. Non solo queste affermazioni erano false, ma erano consapevolmente false. Vale a dire, bugie e distorsioni deliberate. La Russia non ha hackerato le email appartenenti al Comitato Nazionale Democratico per screditare la Clinton. La sua corruzione è stata svelata da una fuga di notizie interna al DNC e date in pasto a Wikileaks. Questo è stato in parte il motivo per cui Assange è stato perseguitato con anni di carcere.

Un numero sufficientemente ampio di elettori disprezzava la Clinton e la sua psicopatia guerrafondaia, così come il suo tradimento della classe operaia americana in cambio della generosità di Wall Street.

Inoltre Mosca ha costantemente negato qualsiasi coinvolgimento nel tentativo di influenzare le elezioni statunitensi del 2016 o di favorire Trump. Putin ha affermato più di una volta che la Russia non ha preferenze su chi diventerà presidente degli Stati Uniti, sottintendendo che siano tutti uguali e controllati da forze statali più profonde. È ridicolo, inoltre, che mentre Washington abbia accusato Mosca di interferenze elettorali, i fatti dimostrano che gli Stati Uniti hanno abitualmente interferito in decine di elezioni straniere per molti decenni, comprese quelle russe. Nessun'altra nazione si avvicina agli Stati Uniti – l'autoproclamato “leader del mondo libero” – nel sabotare le elezioni straniere.

In ogni caso, è istruttivo paragonare la farsa del Russiagate allo scandalo Watergate.

Il Watergate fu un caso di spionaggio da parte della Casa Bianca di Nixon ai danni di un rivale democratico durante le elezioni del 1972. La crisi politica che ne seguì portò alle sue dimissioni in disgrazia nel 1974. Gli Stati Uniti rimasero scioccati da questi sporchi trucchi. Diversi alti funzionari della Casa Bianca furono in seguito condannati e scontarono una pena detentiva per crimini legati alla vicenda. Nixon fu poi graziato dal suo successore, Gerald Ford, ed evitò il processo. Ciononostante il Watergate disonorò in modo indelebile la politica statunitense e, all'epoca, fu descritto come “il peggior scandalo politico del XX secolo”.

I successivi casi di corruzione e illeciti vengono spesso definiti con il suffisso “-gate”, in omaggio al Watergate, considerato un'epocale rovina politica. Da qui il nome “Russiagate”.

Tuttavia ci sono differenze estremamente importanti.

Mentre il Watergate fu uno scandalo basato su crimini e illeciti concreti, il Russiagate è stato sempre un inganno propagandistico artificioso.

Il vero scandalo dietro il Russiagate non sono stati i presunti misfatti di Trump o quelli della Russia, ma la cospirazione criminale di Obama e della sua amministrazione per sabotare le elezioni del 2016 e successivamente rovesciare la presidenza Trump e la volontà del popolo americano. Tulsi Gabbard, il capo dell'intelligence di grado più alto del Paese, ha affermato che questo equivale a “tradimento” e ha chiesto il perseguimento di Obama e di altri ex-alti funzionari.

Probabilmente il vero scandalo Russiagate è molto più devastante nelle sue implicazioni politiche rispetto al Watergate. Quest'ultimo riguardava spionaggio illegale e trucchetti, mentre il Russiagate coinvolgeva un presidente e i suoi capi dell'intelligence che cercavano di sovvertire l'intero processo democratico. Non solo, ma anche i media generalisti statunitensi sono ora stati smascherati per aver perpetrato un furto propagandistico ai danni del popolo americano. Tutti i principali media statunitensi hanno amplificato le informazioni di intelligence orchestrate dall'amministrazione Obama, sostenendo che la Russia avesse interferito nelle elezioni e che Trump fosse un “fantoccio del Cremlino”. La bufala è diventata un'ossessione per i media statunitensi per anni e ha accumulato gravi danni nelle relazioni internazionali, un'eredità nefasta con cui conviviamo ancora oggi.

Il New York Times e il Washington Post, considerati due dei massimi esponenti del giornalismo americano, hanno vinto congiuntamente il Premio Pulitzer nel 2018 per il loro reportage sul Russiagate, ovvero la versione ufficiale, che ha dato credibilità alla bufala. Alla luce di ciò che sappiamo ora, questi giornali dovrebbero vergognarsi di aver condotto una campagna di menzogne in stile Goebbels non solo per ingannare l'opinione pubblica statunitense, ma anche per sovvertire il processo democratico e avvelenare le relazioni internazionali. La loro reputazione è stata distrutta, così come quella di altri importanti media, tra cui ABC, CBS, CNN e NBC.

Ironia della sorte il Washington Post vinse il Premio Pulitzer nel 1973 per il suo reportage sullo scandalo Watergate. La storia fu trasposta in un best-seller, “Tutti gli uomini del presidente”, e in un film di successo con Robert Redford e Dustin Hoffman, nei ruoli degli intrepidi giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein. Woodward, Bernstein e il Washington Post furono acclamati come il meglio del giornalismo statunitense per aver smascherato il Watergate e aver assicurato alla giustizia un presidente corrotto.

Quanto è vergognoso e assurdo che un attacco ancora più grave alla democrazia americana e alle relazioni internazionali, sotto forma del Russiagate, venga ignorato e insabbiato dai “migliori d'America”! Che lo scandalo venga ignorato e insabbiato non dovrebbe sorprendere, perché rivelarlo in modo appropriato manderebbe in frantumi le fondamenta dell'establishment politico statunitense e il ruolo sinistro dello Stato profondo e del suo sistema di propaganda mediatica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Accordo o crollo: i termini dell'accordo UE-USA erano l'unica alternativa realistica

Lun, 18/08/2025 - 10:11

Il panorama mondiale è cambiato. Gli anni '90 e i primi anni 2000 sono stati caratterizzati dall'ottimismo riguardo al globalismo, alla governance sovranazionale e all'integrazione senza confini: una finestra di opportunità per il “progetto europeo”. Il mondo di oggi è più frammentato, più conflittuale e più concentrato sulla sovranità nazionale. Dalla Brexit a Trump, dall'Europa orientale all'Asia, cittadini e leader stanno rivendicando l'autonomia nazionale. L'integrazione, un tempo considerata il futuro, è ora messa in discussione. Una riorganizzazione coraggiosa richiede non solo trattati, ma anche persuasione, da parte dei cittadini, non solo delle élite. E in questo clima i sistemi che non riescono a muoversi finiscono per essere lasciati indietro. Questa è la vera storia dietro l'accordo commerciale UE-USA: non si tratta solo di dazi, si tratta della differenza tra avere peso e avere forza. La “Power politics” ha sostituito la “Consensus politics”. Si continua a minimizzare la strategia di Trump, ma è un fatto che la sua comunicazione sia volutamente camaleontica e ricca di sotterfugi. Sa con che tipo di stampa ha a che fare. Ciononostante esiste un piano e può essere valutato oggettivamente su più livelli: diplomatico (accordi con i Paesi mediorientali, i “leader” delle altre nazioni che vanno alla Casa Bianca o che si recano dove sta giocando a golf e non il contrario), economico (accordo col Giappone, Apple che investe nella manifattura americana, maggiori entrate dal commercio mondiale), militare (spartiacque tra Iran-Israele, spartiacque in Siria, spartiacque tra Ucraina- Russia, lotta ai cartelli della droga). Come ha avuto modo di ricordare la Gabbard, la linea di politica di voler mettere in primo piano gli Stati Uniti non deve essere confusa con un ritiro della nazione dalle scene mondiali. Gli USA si stanno semplicemente riorganizzando e lo stanno facendo ai loro termini rispetto al passato in cui, invece, erano infiltrati da player ostili che facevano il bene di altre nazioni. Se davvero anche l'UE avesse intenzione di percorrere lo stesso percorso, in modo da resistere alla prova del tempo, dovrebbe, come minimo, seguire due indicazioni fondamentali iniziali. 1. Ricreare un flusso di capitale dinamico: non può esserci “capitalismo” senza capitale, senza fondi di venture capital. Quando NVIDIA, TSMC e altri investono centinaia di miliardi di dollari, quei fondi devono essere stati prima accumulati senza essere confiscati dallo stato a ogni passo, e i loro investitori devono credere che il loro investimento produrrà a un certo punto un profitto soddisfacente. Le moderne innovazioni tecnologiche richiedono ingenti somme di denaro, non più disponibili per la maggior parte degli europei. I risparmi europei esistono, ma confluiscono in immobili, polizze assicurative sulla vita, o nei mercati degli investimenti statunitensi. Un passaggio a sistemi pensionistici privati invece dell'attuale sistema pensionistico pubblico spingerebbe il continente nella giusta direzione. 2. Smantellare il Green Deal europeo: l'energia europea costa già cinque volte di più di quella americana. Questa singola variabile è sufficiente a giustificare l'esodo dell'industria europea verso mercati energetici più favorevoli, in particolare gli Stati Uniti. Rispetto alla crisi energetica autoinflitta dal Green Deal europeo, i dazi di Donald Trump sono solo una piccola nota a piè di pagina.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/accordo-o-crollo-i-termini-dellaccordo)

Gli accordi che gli Stati Uniti hanno firmato con i loro principali partner commerciali sono positivi e realistici.

Dimostrano che, nel 2024, il mondo non era un paradiso commerciale di cooperazione spontanea tra aziende in un libero mercato, come auspicato da David Ricardo, bensì un sistema statalista pieno di barriere contro le imprese statunitensi e di sforzi politici per scegliere vincitori e vinti.

La controversia che circonda l'accordo tra Stati Uniti e Unione Europea può essere spiegata in tre motivi: l'animosità verso qualsiasi risultato dell'amministrazione Trump, l'ignoranza riguardo all'unica alternativa realistica, o il fatto che i critici dell'accordo erano sinceramente soddisfatti del protezionismo e delle barriere europee in vigore nel 2024.

I critici dell'accordo devono rispondere a due domande:

Qual era l'unica vera alternativa?

L'unica vera alternativa era il crollo delle esportazioni europee, la perdita di competitività rispetto a Giappone, Regno Unito, Corea del Sud e altri partner, una maggiore delocalizzazione delle aziende e, soprattutto, il mantenimento delle attuali barriere commerciali europee.

Cosa avrebbero fatto i critici?

I critici devono spiegare come avrebbero potuto raggiungere accordi presumibilmente migliori quando i leader mondiali dell'export hanno firmato accordi come quello dell'Unione Europea. Devono condividere con noi quelle informazioni in loro possesso che i negoziatori dell'UE non hanno, permettendo quindi a questi ultimi di ottenere condizioni migliori rispetto a Giappone, Regno Unito, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam, Filippine, Arabia Saudita, Qatar, Australia, Cina e altri. È ragionevole pensare che i negoziatori dell'UE siano stati stupidi, o imprudenti, e non abbiano valutato tutte le opzioni per raggiungere un accordo vantaggioso?

Affermare che l'accordo con gli Stati Uniti sia dannoso equivale a difendere le barriere commerciali del suo principale partner globale, come se fossero meravigliose e dovessero essere preservate. Ciò deriva anche da una visione fantasiosa del commercio globale, che immagina che il mercato statunitense possa essere sostituito da altri.

Quel che è peggio è che alcuni credono che tutto questo sia colpa di Trump – una delle posizioni preferite nelle analisi economiche odierne – e che tra quattro anni un presidente democratico o uno repubblicano più moderato riporteranno tutto come era nel 2024. Questa è una visione errata. Biden ha mantenuto tutti i dazi delle amministrazioni Trump e Obama, e ne ha aumentati diversi.

Perché non si è levato lo stesso polverone quando l'UE ha introdotto barriere commerciali, o quando i presidenti democratici hanno introdotto dazi? L'indignazione spesso nasconde pregiudizi contro Trump e trascura opportunamente la persistente imposizione di nuove barriere da parte dell'Europa sui prodotti statunitensi. Perché non si è levato un clamore per i dazi dell'UE su prodotti chimici, agricoltura, bestiame, automobili e attrezzature manifatturiere statunitensi, o per l'Agenda 2030, il New Green Deal, la tassa sulla CO₂ e tutta la costante regolamentazione europea? C'è voluto Draghi per ricordarci che l'UE impone più dazi nascosti di quanti ne impongano gli Stati Uniti.

Molti sostengono che se l'UE e altri Paesi istituissero barriere commerciali, la risposta degli Stati Uniti dovrebbe essere quella di rimuovere, non aggiungere, dazi. Ciò sembra vantaggioso in teoria, ma non prende in considerazione il quadro geopolitico, monetario e commerciale completo. Gli Stati Uniti non solo perderebbero in termini di produzione e di ruolo del dollaro con deficit commerciali eccessivi, ma finirebbero anche per assorbire la sovracapacità produttiva e sovvenzionare i problemi di capitale circolante di altri Paesi. Il deficit commerciale americano non deriva dalla cooperazione di libero mercato, ma in gran parte dalle barriere imposte politicamente alle aziende statunitensi. Per questo motivo molti Paesi preferirebbero un dazio del 15% alla rimozione di tutte le barriere non tariffarie.

Non possiamo ignorare le barriere tariffarie e non tariffarie che sono state esplicitamente istituite per escludere i prodotti statunitensi, le quali vengono poi utilizzate a vantaggio di Paesi politicamente collegati, come la Turchia o il Marocco, nei confronti dell'UE, o persino la Cina.

Il numero di settori a dazi zero è chiaramente positivo e si prevede che l'elenco aumenterà nel tempo. Anche l'eliminazione di alcune barriere non tariffarie dell'UE è un risultato positivo e in linea con le raccomandazioni della relazione Draghi.

Accettando un dazio del 15% invece di eliminare tutte le barriere non tariffarie, i partner commerciali degli Stati Uniti ammettono che preferirebbero pagarne il costo piuttosto che rinunciare al potere normativo e riconoscono che non esiste un modo semplice per sostituire il consumatore statunitense.

È anche disonesto affermare che acquistare energia americana sia più costoso che acquistare energia russa. Tali argomentazioni rivelano l'enorme parzialità e contraddizione, soprattutto considerando le importazioni europee record di GNL russo nel 2024. Questo accordo contribuisce a diversificare l'approvvigionamento e garantisce la sicurezza durante i periodi di crisi.

Alcuni organi di stampa hanno travisato la componente relativa agli equipaggiamenti militari dell'accordo. È falso che esso imponga all'UE di acquistare solo equipaggiamenti militari statunitensi. Si tratta di due argomenti distinti ed esso non riduce gli investimenti nelle aziende europee. L'impegno è positivo per i piani di riarmo dell'UE e non compromette i progetti di investimento nazionali.

Gli analisti keynesiani europei, che hanno osservato silenziosamente massicci aumenti delle tasse e aumenti dei costi del lavoro di oltre il 50%, non possono affermare che un dazio del 15% sia devastante quando solo di recente hanno insistito sul fatto che dazi del 30% avrebbero avuto un impatto minimo. Le stime di consenso indicavano che l'impatto per l'UE sarebbe stato solo tra lo 0,3% e lo 0,5% in tre anni. La BCE e altre istituzioni hanno descritto gli effetti come “gestibili”, “sopportabili” e con un impatto limitato sull'inflazione.

Il consenso keynesiano non può, da un lato, affermare che un dazio del 30% avrebbe un impatto limitato e sopportabile e un effetto inflazionistico minimo, e poi, qualche mese dopo, insistere che un dazio del 15% sarebbe disastroso. Questo non fa che rafforzare la narrazione secondo cui qualsiasi accordo raggiunto da Trump sarebbe necessariamente dannoso.

L'UE avrebbe potuto negoziare l'azzeramento dei dazi se avesse accettato di eliminare tutte le barriere non tariffarie; invece ha scelto un compromesso per mantenere gran parte del suo quadro normativo. In ogni caso, questo risultato è molto più favorevole rispetto alla perdita del surplus commerciale e dell'accesso al mercato statunitense. Pertanto l'UE non “ci perde”; accetta invece un dazio modesto, simile a quello di Giappone, Regno Unito e Corea del Sud, perché preferisce mantenere la maggior parte delle sue barriere non tariffarie.

L'alternativa davvero devastante sarebbe stata quella di perdere quote di mercato a favore di altri Paesi e di mantenere barriere che perpetuano la stagnazione economica europea, per non parlare della perdita di un accordo chiave per la difesa, la tecnologia e l'energia.

Tutti traggono vantaggio dagli accordi che stabiliscono un quadro commerciale più equo e aperto rispetto a quello esistente nel 2024. Stime prudenti stimano il beneficio per l'UE a circa €150 miliardi all'anno, supponendo il rispetto degli impegni.

Sia gli Stati Uniti che l'Unione Europea traggono vantaggio da un accordo che rafforza i legami commerciali, corregge un deficit commerciale ingiusto, rimuove le barriere e aumenta il numero di settori a dazi zero. Inoltre entrambe le parti ottengono un'alleanza cruciale nei settori della difesa, dell'energia e della tecnologia, il tutto senza limitare gli investimenti nelle rispettive industrie nazionali.

L'unica vera alternativa era la mancanza di un accordo, che avrebbe rovinato l'economia e il commercio dell'UE. I negoziatori europei e americani hanno riconosciuto questa situazione e hanno raggiunto con successo un accordo significativo che ha portato benefici a entrambe le parti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Come ha fatto Satoshi a pensare a Bitcoin?

Gio, 14/08/2025 - 10:06

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-ha-fatto-satoshi-a-pensare-a)

Bitcoin viene spesso paragonato a Internet negli anni '90, ma credo che l'analogia migliore sia con il telegrafo degli anni '40 dell'Ottocento.[1]

Il telegrafo è stata la prima tecnologia a trasmettere dati codificati a velocità prossime a quella della luce su lunghe distanze. Ha segnato la nascita dell'industria delle telecomunicazioni. Internet, sebbene sia più grande in termini di dimensioni, più ricco di contenuti e molti-a-molti anziché uno-a-uno, è fondamentalmente una tecnologia di telecomunicazione.

Sia il telegrafo che Internet si basano su modelli di business in cui le aziende investono capitali per costruire una rete fisica e poi addebitano agli utenti l'invio di messaggi attraverso questa rete. La rete di AT&T ha storicamente trasmesso telegrammi, telefonate, pacchetti TCP/IP, messaggi di testo e ora TikTok.

La trasformazione della società attraverso le telecomunicazioni ha portato a maggiori libertà, ma anche a una maggiore centralizzazione. Internet ha ampliato la portata di milioni di creatori di contenuti e piccole imprese, ma ha anche rafforzato la presa di aziende, stati e altre istituzioni sufficientemente ben posizionate per monitorare e manipolare l'attività online.

Ma Bitcoin non è la fine di alcuna trasformazione: ne è l'inizio. Come le telecomunicazioni, Bitcoin cambierà sia la società umana che la vita quotidiana. Prevedere l'intera portata di questo cambiamento oggi è come immaginare Internet vivendo nell'era del telegrafo.

Questo saggio cerca di immaginare un tale futuro partendo dal passato. Inizieremo ripercorrendo la storia delle valute digitali prima di Bitcoin. Solo comprendendo i fallimenti dei progetti precedenti possiamo comprendere cosa determinerà il successo di Bitcoin e suggerire una metodologia per costruire i sistemi decentralizzati del futuro.


Sintesi

I. I sistemi decentralizzati sono i mercati

II. I mercati decentralizzati richiedono beni decentralizzati

III. In che modo i sistemi decentralizzati possono calcolare i prezzi?

IV. Gli obiettivi della politica monetaria di Satoshi hanno portato a Bitcoin

V. Conclusione

Un'affermazione centrale di questo articolo è che Bitcoin può essere considerato un adattamento del progetto b-money di Dai, il quale eliminava la libertà di creare denaro. Poche settimane dopo la pubblicazione di questo saggio, sono emerse nuove email in cui Satoshi affermava di non avere familiarità con b-money, pur ammettendo che Bitcoin inizia “esattamente da quel punto”. Alla luce di queste nuove prove, crediamo che questa affermazione, sebbene non storicamente accurata, sia comunque un modo utile per riflettere sull'origine di Bitcoin.


Come ha fatto Satoshi a pensare a Bitcoin?

Satoshi era brillante, ma Bitcoin non è nato dal nulla.

Bitcoin ha reiterato lavori esistenti in crittografia, sistemi distribuiti, economia e filosofia politica. Il concetto di Proof-of-work esisteva molto prima del suo utilizzo nel campo monetario e cypherpunk dato che Nick Szabo, Wei Dai e Hal Finney hanno anticipato e influenzato la progettazione di Bitcoin con progetti come Bit Gold, B-Money e RPOW. Si consideri che, nel 2008, quando Satoshi scrisse il white paper di Bitcoin, molte delle idee importanti per Bitcoin erano già state proposte e/o implementate:

• Le valute digitali dovevano essere su reti P2P

• La Proof-of-work è la base della creazione del denaro

• Il denaro viene creato tramite un'asta

• La crittografia a chiave pubblica viene utilizzata per definire la proprietà e il trasferimento delle monete

• Le transazioni vengono raggruppate in blocchi

• I blocchi vengono concatenati tramite Proof-of-work

• Tutti i blocchi vengono archiviati da tutti i partecipanti alla rete

Bitcoin sfrutta tutti questi concetti, ma Satoshi non ne ha ideato nessuno. Per comprendere meglio il suo contributo, dovremmo determinare quali principi di Bitcoin mancano dall'elenco.

Alcuni candidati ovvi sono l'offerta limitata, il consenso di Nakamoto e l'algoritmo di aggiustamento della difficoltà. Ma cosa ha apportato Satoshi a queste idee in primo luogo?

Questo saggio esplora la storia delle valute digitali e sostiene che l'attenzione di Satoshi per una sana politica monetaria è ciò che ha portato Bitcoin a superare le sfide che hanno vanificato progetti precedenti come Bit Gold e B-money.


I. I sistemi decentralizzati sono i mercati

Bitcoin è spesso descritto come un sistema decentralizzato o distribuito. Sfortunatamente i termini “decentralizzato” e “distribuito” vengono spesso confusi. Quando applicati ai sistemi digitali, entrambi i termini si riferiscono a modi in cui un'applicazione monolitica può essere scomposta in una rete di elementi comunicanti.

Ai nostri fini, la principale differenza tra sistemi decentralizzati e distribuiti non è la topologia dei loro diagrammi di rete, ma il modo in cui applicano le regole. Nella sezione seguente ci prenderemo del tempo per confrontare i sistemi distribuiti e decentralizzati e per motivare l'idea che i sistemi decentralizzati robusti siano i mercati.


I sistemi distribuiti si basano su autorità centrali

In questo lavoro per “distribuito” intendiamo qualsiasi sistema suddiviso in più parti (spesso chiamate “nodi”) che devono comunicare, tipicamente tramite una rete.

Gli ingegneri del software sono diventati esperti nella creazione di sistemi distribuiti a livello globale. Internet è composto da sistemi distribuiti che contengono collettivamente miliardi di nodi. Ognuno di noi ha un nodo in tasca che partecipa e si affida a questi sistemi.

Ma quasi tutti i sistemi distribuiti che utilizziamo oggi sono governati da un'autorità centrale, in genere un amministratore di sistema, un'azienda o uno stato, che gode della fiducia reciproca di tutti i nodi del sistema.

Le autorità centrali garantiscono che tutti i nodi aderiscano alle regole del sistema e rimuovono, riparano, o puniscono i nodi che non lo fanno. Sono affidabili per fornire coordinamento, risolvere i conflitti e allocare risorse condivise. Nel tempo le autorità centrali gestiscono le modifiche al sistema, aggiornandolo o aggiungendo funzionalità e assicurandosi che i nodi partecipanti si conformino alle modifiche.

I vantaggi che un sistema distribuito ottiene affidandosi a un'autorità centrale hanno dei costi. Sebbene il sistema sia robusto contro i guasti dei suoi nodi, un guasto della sua autorità centrale può causare l'interruzione complessiva del funzionamento. La capacità dell'autorità centrale di prendere decisioni unilateralmente implica che sovvertirla o eliminarla sia sufficiente per controllare o distruggere l'intero sistema.

Nonostante questi compromessi, se esiste il requisito che un singolo partito o una coalizione debba mantenere l'autorità centrale, o se i partecipanti al sistema si accontentano di affidarsi a un'autorità centrale, allora un sistema distribuito tradizionale è la soluzione migliore. Non sono richieste blockchain, token o simili accorgimenti decentralizzati.

In particolare, il caso di una crittovaluta supportata da venture capitalist o dallo stato, con requisiti che impongono a un singolo partito di monitorare o limitare i pagamenti e congelare i conti, è il caso d'uso perfetto per un sistema distribuito tradizionale.


I sistemi decentralizzati non hanno autorità centrali

Consideriamo “decentralizzato” un significato più forte di “distribuito”: i sistemi decentralizzati sono un sottoinsieme dei sistemi distribuiti privi di autorità centrale. Un sinonimo stretto di “decentralizzato” è “peer-to-peer” (P2P).

L'eliminazione dell'autorità centrale conferisce diversi vantaggi. Sistemi decentralizzati:

• Crescono rapidamente perché non presentano barriere all'ingresso: chiunque può espandere il sistema eseguendo un nuovo nodo e non è richiesta alcuna registrazione o approvazione da parte dell'autorità centrale.

• Sono robusti perché non esiste un'autorità centrale il cui fallimento possa compromettere il funzionamento del sistema. Tutti i nodi sono uguali quindi i fallimenti sono locali e la rete evita i danni.

• Sono difficili da catturare, regolamentare, tassare, o sorvegliare perché mancano punti di controllo centralizzati che gli stati possano sovvertire.

Questi punti di forza sono il motivo per cui Satoshi ha scelto un design decentralizzato e peer-to-peer per Bitcoin:

«Gli stati sono bravi a tagliare la testa a [...] reti controllate centralmente come Napster, ma le reti P2P pure come Gnutella e Tor reggono il confronto.» ~ Nakamoto, 2008

Tuttavia questi punti di forza presentano anche delle debolezze. I sistemi decentralizzati possono essere meno efficienti, poiché ogni nodo deve inoltre assumersi responsabilità di coordinamento precedentemente assunte dall'autorità centrale.

Anche i sistemi decentralizzati sono afflitti da comportamenti fraudolenti e ostili. Nonostante il riferimento di Satoshi a Gnutella, chiunque abbia utilizzato un programma di condivisione file P2P per scaricare un file che poi si è rivelato essere qualcosa di disgustoso, o dannoso, comprende i motivi per cui la condivisione file P2P non è mai diventata il modello di riferimento principale per il trasferimento di dati online.

Satoshi non l'ha menzionato esplicitamente, ma la posta elettronica è un altro sistema decentralizzato che è sfuggito ai controlli statali. E la posta elettronica è altrettanto nota per lo spam.


I sistemi decentralizzati sono governati da incentivi

Il problema di fondo, in tutti questi casi, è che il comportamento ostile (seminare file dannosi, inviare email di spam) non viene punito, mentre il comportamento cooperativo (seminare file validi, inviare solo email utili) non viene premiato. I sistemi decentralizzati che fanno affidamento sui loro partecipanti affinché siano buoni attori non riescono a scalare, perché non possono impedire ai cattivi attori di partecipare.

Senza imporre un'autorità centrale, l'unico modo per risolvere questo problema è utilizzare incentivi economici. I buoni attori, per definizione, rispettano le regole perché sono intrinsecamente motivati a farlo. I cattivi attori sono, per definizione, egoisti e antagonisti, ma adeguati incentivi economici possono reindirizzare i loro comportamenti scorretti verso il bene comune. I sistemi decentralizzati scalabili lo fanno garantendo che il comportamento cooperativo sia redditizio e quello antagonistico sia costoso.

Il modo migliore per implementare servizi decentralizzati robusti è creare mercati in cui tutti gli attori, buoni e cattivi, siano pagati per fornire quel servizio. L'assenza di barriere all'ingresso per acquirenti e venditori in un mercato decentralizzato incoraggia la scalabilità e l'efficienza. Se i protocolli di mercato possono proteggere i partecipanti da frodi, furti e abusi, allora i cattivi attori troveranno più redditizio rispettare le regole o attaccare un sistema diverso.


II. Decentralizzazione

I mercati decentralizzati richiedono beni decentralizzati

Ma i mercati sono complessi. Devono offrire ad acquirenti e venditori la possibilità di pubblicare offerte e richieste, nonché di individuare, abbinare e regolare gli ordini. Devono essere equi, garantire una forte coerenza e mantenere la disponibilità nonostante i periodi di volatilità.

Oggi i mercati globali sono estremamente capaci e sofisticati, ma utilizzare beni tradizionali e reti di pagamento per implementare incentivi in un mercato decentralizzato è un'impresa impossibile. Qualsiasi associazione tra un sistema decentralizzato e moneta fiat, asset tradizionali, o beni fisici reintrodurrebbe la dipendenza dalle autorità centrali che controllano chi processa i pagamenti, ovvero le banche e gli exchange.

Ciò significa che i sistemi decentralizzati non possono eseguire pagamenti denominati in beni tradizionali. Non possono nemmeno determinare i saldi dei conti dominati da moneta fiat, o la proprietà di immobili o beni fisici. L'intera economia tradizionale è completamente illeggibile all'interno dei sistemi decentralizzati.

La creazione di mercati decentralizzati richiede lo scambio di nuovi tipi di beni decentralizzati, leggibili e trasferibili all'interno di sistemi decentralizzati.


Il calcolo è il primo bene decentralizzato

Il primo esempio di “bene decentralizzato” è una classe speciale di calcoli proposta per la prima volta nel 1993 da Cynthia Dwork e Moni Naor.

A causa delle profonde connessioni tra matematica, fisica e informatica questi calcoli richiedono energia e risorse hardware reali: non possono essere falsificati. Poiché le risorse reali sono scarse, anche questi calcoli sono scarsi.

L'input per questi calcoli può essere qualsiasi tipo di dato. L'output risultante è una “prova” digitale che i calcoli sono stati eseguiti sui dati di input forniti. Le prove contengono una data “difficoltà” che è la prova (statistica) di una certa quantità di lavoro computazionale. Ancora più importante, la relazione tra i dati di input, la prova e il lavoro computazionale originale eseguito può essere verificata in modo indipendente senza ricorrere ad alcuna autorità centrale.

L'idea di trasmettere dati di input insieme a una prova digitale come prova del lavoro computazionale svolto nel mondo reale su tale input è ora chiamata “Proof-of-work”.[2] Essa è, per usare l'espressione di Nick Szabo, “costosa e non falsificabile”. Poiché la Proof-of-work è verificabile da chiunque, rappresenta una risorsa economica accessibile a tutti i partecipanti a un sistema decentralizzato. La Proof-of-work trasforma i calcoli sui dati in beni decentralizzati. Dwork e Naor hanno proposto di utilizzare i calcoli per limitare l'abuso di una risorsa condivisa, costringendo i partecipanti a fornire Proof-of-work con una certa difficoltà minima prima di potervi accedere:

«In questo documento di lavoro suggeriamo un approccio computazionale per contrastare la proliferazione della posta elettronica. Più in generale, abbiamo progettato un meccanismo di controllo degli accessi che può essere utilizzato ogni volta che è opportuno limitare, ma non proibire, l'accesso a una risorsa.» ~ Dwoak & Naor, 1993

Nella proposta di Dwork & Naor un amministratore di sistema di posta elettronica avrebbe impostato una difficoltà minima di Proof-of-work per la consegna delle email. Gli utenti che desideravano inviare email avrebbero dovuto eseguire un numero corrispondente di calcoli utilizzando quell'email come dati di input. La prova risultante sarebbe stata inviata al server insieme a qualsiasi richiesta di consegna dell'email.

Dwork & Naor si riferivano alla difficoltà di una Proof-of-work come a una “funzione di prezzo” perché, regolando la difficoltà, una “autorità di prezzo” avrebbe potuto garantire che la risorsa condivisa rimanesse economica da utilizzare per gli utenti onesti e medi, ma costosa per gli utenti che cercavano di sfruttarla. Nel mercato della consegna delle email, gli amministratori dei server sono le autorità di prezzo; devono scegliere un “prezzo” per la consegna delle email che sia sufficientemente basso per l'utilizzo normale ma troppo alto per lo spam.

Sebbene Dwork e Naor abbiano inquadrato la Proof-of-work come un disincentivo economico per combattere l'abuso di risorse, la terminologia “funzione di prezzo” e “autorità di prezzo” supporta un'interpretazione diversa, basata sul mercato: gli utenti acquistano l'accesso a una risorsa in cambio di calcoli a un prezzo stabilito dal controllore della risorsa.

In questa interpretazione una rete di distribuzione di posta elettronica è in realtà un mercato decentralizzato che scambia la consegna di posta elettronica con i calcoli. La difficoltà minima di una Proof-of-work è il prezzo richiesto per la consegna di posta elettronica denominato nella valuta dei calcoli.


La valuta è il secondo bene decentralizzato

Ma i calcoli non sono una buona valuta.

La Proof-of-work utilizzata per “scambiare” calcoli è valida solo per l'input utilizzato in quei calcoli. Questo legame indissolubile tra una Proof-of-work specifica e un input specifico significa che la Proof-of-work per un determinato input non può essere riutilizzata per uno diverso.

Questo vincolo è utile: può essere utilizzato per impedire che il lavoro svolto da un acquirente sul mercato venga riutilizzato da un altro. Ad esempio, HashCash, la prima vera implementazione del mercato per la consegna di email, includeva metadati come timestamp corrente e indirizzo email del mittente nei dati di input per i calcoli della Proof-of-work. Le prove prodotte da un dato utente per una data email non possono essere riutilizzate per l'invio di un'email diversa.

Ma questo significa anche che i calcoli della Proof-of-work sono beni su misura. Non sono fungibili, non possono essere riutilizzati[3] e non risolvono il problema della coincidenza dei desideri. Queste proprietà monetarie mancanti impediscono ai calcoli di essere considerati valuta. Nonostante il nome, non vi è alcun incentivo per un fornitore di servizi di posta elettronica ad accumulare HashCash, come ci sarebbe invece per il denaro reale.

Adam Back, inventore di HashCash, ha compreso questi problemi:

«HashCash non è direttamente trasferibile perché, per distribuirlo, ogni fornitore di servizi accetta pagamenti solo in contanti creati appositamente per sé. Si potrebbe forse creare una zecca in stile digicash (con ecash chaumiano) e far sì che la banca coniasse denaro solo al ricevimento di collisioni di hash a essa indirizzate. Tuttavia questo significa che bisogna fidarsi che la banca non conierà quantità illimitate di denaro per il proprio uso interno.» ~ Adam Back, 1997

Non vogliamo scambiare calcoli personalizzati per ogni singolo bene o servizio venduto in un'economia decentralizzata; vogliamo una valuta digitale di uso generale che possa essere utilizzata direttamente per coordinare gli scambi di valore in qualsiasi mercato.

Costruire una valuta digitale funzionante pur rimanendo decentralizzata è una sfida ardua. Una valuta richiede unità fungibili di pari valore che possano essere trasferite tra gli utenti. Ciò richiede modelli di emissione, definizioni crittografiche di proprietà e trasferimento, un processo di scoperta e regolamento delle transazioni e un registro storico. Nessuna di queste infrastrutture è necessaria se si considera la Proof-of-work come un mero “meccanismo di controllo degli accessi”.

Inoltre i sistemi decentralizzati sono i mercati, quindi tutte queste funzioni di base di una valuta devono in qualche modo essere fornite tramite fornitori di servizi a pagamento... nelle unità della valuta che viene creata!

Come la compilazione del primo compilatore, un black-start della rete elettrica, o l'evoluzione della vita stessa, i creatori di valute digitali si sono trovati di fronte a un problema di bootstrapping: come definire gli incentivi economici alla base di una valuta funzionante senza avere una valuta funzionante in cui denominare o pagare tali incentivi.


Il primo mercato decentralizzato deve scambiare calcoli in cambio di valuta

Il progresso su questo problema di bootstrapping deriva dalla corretta definizione dei suoi vincoli.

I sistemi decentralizzati devono essere i mercati; essi sono costituiti da acquirenti e venditori che si scambiano beni; il mercato decentralizzato di una valuta digitale ha solo due beni leggibili al suo interno:

• Calcoli tramite Proof-of-work

• Unità della valuta che stiamo cercando di costruire

L'unico scambio di mercato possibile deve quindi essere tra questi due beni. I calcoli devono essere venduti per unità di valuta o, in modo equivalente, unità di valuta devono essere vendute per calcoli. Affermare questo è facile: la parte difficile è strutturare questo mercato in modo che il semplice scambio di valuta per calcoli attivi tutte le capacità della valuta stessa!

L'intera storia delle valute digitali, culminata nel white paper di Satoshi del 2008, è stata una serie di tentativi sempre più sofisticati di strutturare questo mercato. La sezione seguente esaminerà progetti come bit-gold di Nick Szabo e b-money di Wei Dai. Comprendere come questi progetti abbiano strutturato i loro mercati e perché hanno fallito ci aiuterà a comprendere perché Satoshi e Bitcoin hanno avuto successo.


III. In che modo i sistemi decentralizzati possono prezzare i calcoli?

Una delle funzioni principali dei mercati è la determinazione del prezzo. Un mercato che scambia calcoli per valuta deve quindi determinare il prezzo del calcolo stesso, espresso in unità di quella valuta.

In genere non attribuiamo un valore monetario ai calcoli. In genere diamo valore alla capacità di eseguire calcoli perché diamo valore all'output dei calcoli, non ai calcoli stessi. Se lo stesso output può essere eseguito in modo più efficiente, con meno calcoli, questo viene solitamente definito “progresso”.

La Proof-of-Work rappresenta calcoli specifici il cui unico output è la prova che sono stati eseguiti. Produrre la stessa prova eseguendo meno calcoli e meno lavoro non sarebbe un progresso, ma un bug. I calcoli associati alla Proof-of-Work sono quindi un bene insolito e nuovo da valutare.

Quando la Proof-of-Work è considerata un disincentivo contro l'abuso di risorse, non è necessario valutarla in modo preciso o coerente. Ciò che conta è che il fornitore di servizi di posta elettronica imposti difficoltà sufficientemente basse da essere impercettibili per gli utenti legittimi, ma sufficientemente alte da essere proibitive per gli spammer. Esiste quindi un'ampia gamma di “prezzi” accettabili e ogni partecipante agisce come propria autorità di determinazione dei prezzi, applicando una funzione di prezzo locale.

Tuttavia le unità di una valuta sono concepite per essere fungibili, avendo ciascuna lo stesso valore. A causa dei cambiamenti tecnologici nel tempo, due unità di valuta create con la stessa difficoltà di Proof-of-work – misurata dal numero di calcoli corrispondenti – possono avere costi di produzione reali radicalmente diversi, misurati in termini di tempo, energia e/o capitale necessari per eseguire tali calcoli. Quando i calcoli vengono venduti in cambio di valuta e il costo di produzione sottostante è variabile, come può il mercato garantire un prezzo costante?

Nick Szabo ha identificato chiaramente questo problema di prezzo descrivendo bit gold:

«Il problema principale [...] è che gli schemi di Proof-of-work dipendono dall'architettura del computer, non solo da una matematica astratta basata su un “ciclo di calcolo” astratto. [...] Quindi, potrebbe essere possibile essere un produttore a bassissimo costo (di diversi ordini di grandezza) e inondare il mercato di bit gold.» ~ Szabo, 2005

Le prime valute digitali tentavano di prezzare i calcoli cercando di misurare collettivamente il “costo del calcolo”. Wei Dai, ad esempio, propose la seguente soluzione approssimativa con b-money:

«Il numero di unità monetarie create è pari al costo dello sforzo di calcolo in termini di un paniere standard di beni. Ad esempio, se un problema richiede 100 ore per essere risolto sul computer che lo risolve nel modo più economico, e ci vogliono 3 panieri standard per acquistare 100 ore di tempo di calcolo su quel computer sul mercato libero, allora, al momento della diffusione della soluzione di quel problema, tutti accreditano 3 unità sul conto di chi lo ha diffuso.» – Dai, 1998

Purtroppo Dai non spiegò come gli utenti di un sistema presumibilmente decentralizzato dovrebbero concordare sulla definizione di un “paniere standard”, su quale computer risolva un dato problema “nel modo più economico”, o sul costo di elaborazione sul “mercato aperto”. Raggiungere il consenso tra tutti gli utenti su un set di dati condiviso variabile nel tempo è il problema essenziale dei sistemi decentralizzati!

Per essere onesti con Dai, anche lui stesso lo capì:

«Uno degli aspetti più problematici del protocollo b-money è la creazione di moneta. Questa parte del protocollo richiede che tutti [gli utenti] decidano e concordino sul costo di particolari elaborazioni. Sfortunatamente, poiché la tecnologia informatica tende a progredire rapidamente e non sempre pubblicamente, queste informazioni potrebbero non essere disponibili, inaccurate o obsolete, il che causerebbe seri problemi al protocollo.» – Dai, 1998

Dai avrebbe poi proposto un meccanismo di determinazione dei prezzi basato su aste più sofisticato, che Satoshi avrebbe poi definito il punto di partenza delle sue idee. Torneremo su questo schema d'asta più avanti, ma prima passiamo a bit gold e consideriamo le intuizioni di Szabo sul problema.


Utilizzare i mercati esterni

Szabo sosteneva che la Proof-of-work doveva essere “datata in modo sicuro”:

«La Proof-of-work è datata in modo sicuro. Dovrebbe funzionare in modo distribuito, con diversi servizi di marcatura temporale, in modo che non sia necessario fare affidamento su alcun servizio di marcatura temporale in particolare.» ~ Szabo, 2005

Szabo rimandava a una pagina di risorse sui protocolli di marcatura temporale sicura, ma non descriveva alcun algoritmo specifico per la marcatura temporale sicura. Le espressioni “in modo sicuro” e “in modo distribuito” hanno un peso notevole in questo contesto, eludendo le complessità dell'affidarsi a uno (o più) servizi “esterni al sistema” per la marcatura temporale.[4]

A prescindere dalla vaghezza dell'implementazione, Szabo aveva ragione: il momento in cui viene creata una Proof-of-work è un fattore importante nella determinazione del prezzo, perché è correlato al costo di elaborazione:

«[...] Poiché bit gold ha una marcatura temporale, il momento in cui è stato creato e la difficoltà matematica del lavoro possono essere automaticamente dimostrati. Da ciò si può dedurre quale sia stato il costo di produzione durante quel periodo di tempo[...].» ~ Szabo, 2005

“Dedurre” il costo di produzione era importante perché bit gold non aveva alcun meccanismo per limitarne la creazione. Chiunque poteva creare bit gold eseguendo i calcoli appropriati. Senza la possibilità di regolamentarne l'emissione, era simile a un oggetto da collezione:

«[...] A differenza degli atomi d'oro fungibili, ma come per gli oggetti da collezione, un'ampia disponibilità in un dato periodo di tempo ne farà diminuire il valore. In questo senso bit gold si comporta più come un oggetto da collezione che come l'oro [...].» ~ Szabo, 2005

Bit gold richiedeva un ulteriore processo esterno per creare unità di valuta fungibili:

«[...] [Bit gold] non sarà fungibile in base a una semplice funzione, ad esempio, della lunghezza della stringa. Invece, per creare unità fungibili, i commercianti dovranno combinare pezzi di bit gold di diverso valore in unità più grandi di valore approssimativamente uguale. Questo è analogo a ciò che molti commercianti di materie prime fanno oggi per rendere possibili tali mercati. La fiducia è ancora distribuita, perché i valori stimati di tali pacchetti possono essere verificati in modo indipendente da molte altre parti in modo ampiamente o completamente automatizzato.» ~ Szabo, 2005

Parafrasando Szabo: “Per valutare il valore di [...] bit gold, un commerciante controlla e verifica la difficoltà, l'input e il timestamp”. I commercianti che definiscono le “unità più grandi di valore approssimativamente uguale” forniscono una funzione di determinazione del prezzo simile al “paniere standard di materie prime” di Dai. Le unità fungibili non vengono create in bit gold quando vengono prodotte le Proof-of-work, ma solo in seguito, quando queste ultime vengono combinate in “unità più grandi di valore approssimativamente uguale” da commercianti in mercati esterni alla rete.

A suo merito, Szabo riconobbe questo difetto:

«[...] Il potenziale di eccessi di offerta inizialmente nascosti, dovuti a innovazioni nascoste nell'architettura delle macchine, è un potenziale difetto di bit gold, o almeno un'imperfezione che le aste iniziali e gli scambi ex post dovranno affrontare.» ~ Szabo, 2005

Ancora una volta, pur non essendo arrivato a quella che oggi conosciamo come la soluzione, Szabo ce la stava indicando: poiché il costo del calcolo cambia nel tempo, la rete deve rispondere alle variazioni dell'offerta di calcolo aggiustando il prezzo del denaro.


Utilizzare mercati interni

I commercianti di Szabo avrebbero costituito un mercato esterno che definiva il prezzo di (pacchetti di) bit gold dopo la sua creazione. Era possibile implementare questo mercato all'interno del sistema invece che al suo esterno?

Torniamo a Wei Dai e a b-money. Come accennato in precedenza, Dai propose un modello alternativo basato su aste per la creazione di b-money. Il progetto di Satoshi per Bitcoin migliora direttamente il modello d'asta di bmoney:

«Quindi propongo un sottoprotocollo alternativo per la creazione di moneta, in cui [gli utenti] [...] decidono e concordano la quantità di b-money da creare in ogni periodo, con il costo di creazione determinato da un'asta. Ogni periodo di creazione di moneta è suddiviso in quattro fasi, come segue.

Pianificazione. Gli [utenti] calcolano e negoziano tra loro per determinare un aumento ottimale dell'offerta di moneta per il periodo successivo. Indipendentemente dal fatto che la [rete] riesca o meno a raggiungere un consenso, ognuno di loro trasmette la propria quota di creazione di moneta e qualsiasi calcolo macroeconomico effettuato a supporto di tali cifre.

Offerta. Chiunque voglia creare b-money trasmette un'offerta nella forma in cui X è la quantità di b-money che desidera creare e Y è un problema irrisolto di una classe di problemi predeterminata. Ogni problema in questa classe dovrebbe avere un costo nominale (ad esempio, in MIPS-anni) che viene concordato pubblicamente.

Calcolo. Dopo aver visto le offerte, coloro che le hanno presentate possono risolvere i problemi a esse allegati e diffondere le soluzioni.

Creazione di denaro. Ogni [utente] accetta le offerte più alte (tra coloro che hanno diffuso le soluzioni) in termini di costo nominale per unità di denaro creato e le accredita sui conti degli offerenti.» ~ Dai, 1998

B-money compì passi significativi verso la corretta struttura di mercato per una valuta digitale. Cercò di eliminare i commercianti esterni di Szabo e consentì agli utenti di impegnarsi nella determinazione del prezzo facendo offerte dirette tra loro.

Ma implementare la proposta di Dai così come era stata formulata sarebbe stato impegnativo:

• Nella fase di “Pianificazione”, gli utenti avevano l'onere di negoziare “l'aumento ottimale dell'offerta di moneta per il periodo successivo”. Non viene descritto come debba essere definito “ottimale”, come gli utenti debbano negoziare tra loro e come vengano condivisi i risultati di tali negoziazioni.

• Indipendentemente da quanto pianificato, la fase di “Offerta” consentiva a chiunque di presentare un'offerta per creare b-money. Le offerte includevano sia una quantità di b-money da creare sia una quantità corrispondente di Proof-of-work, quindi ogni offerta rappresenta un prezzo, ovvero il numero di calcoli che un determinato offerente era disposto a eseguire per acquistare una determinata quantità di b-money.

• Una volta presentate le offerte, la fase di “Calcolo” consisteva negli offerenti che eseguivano la Proof-of-work per la quale presentavano la propria offerta e trasmettevano le soluzioni. Non era previsto alcun meccanismo per abbinare gli offerenti alle soluzioni. Ancora più problematico, non era chiaro come gli utenti potessero sapere che tutte le offerte erano state presentate: quando terminava la fase di “offerta” e iniziava la fase di “calcolo”?

• Questi problemi si ripresentavano nella fase “Creazione di denaro”. Data la natura della Proof-of-work, gli utenti potevano verificare che le prove ricevute nelle soluzioni fossero reali. Ma come potevano concordare collettivamente sull'insieme delle “offerte più alte”? Cosa succedeva se utenti diversi sceglievano insiemi diversi, per preferenza o per latenza di rete?

I sistemi decentralizzati faticano a tracciare i dati e a fare scelte coerenti, eppure b-money richiedeva il tracciamento delle offerte di molti utenti e la scelta consensuale tra di loro. Questa complessità ne impedì l'implementazione.

La radice di questa complessità era la convinzione di Dai che il tasso “ottimale” di creazione di b-money dovesse fluttuare nel tempo in base ai “calcoli macroeconomici” dei suoi utenti. Come Bit Gold, B-money non aveva alcun meccanismo per limitare la creazione di denaro. Chiunque poteva creare unità di B-money trasmettendo un'offerta e quindi eseguendo la corrispondente Proof-of-work.

Sia Szabo che Dai proposero di utilizzare un mercato per lo scambio di valuta digitale per i calcoli, ma né Bit Gold né B-money definirono una politica monetaria per regolare l'offerta di valuta all'interno di quel mercato.


IV. Gli obiettivi della politica monetaria di Satoshi hanno portato a Bitcoin

Al contrario, una solida politica monetaria era uno degli obiettivi principali di Satoshi per il progetto Bitcoin. Nel primissimo post della mailing list in cui fu annunciato Bitcoin, Satoshi scrisse:

«Il problema di fondo della valuta convenzionale è tutta la fiducia necessaria per farla funzionare. Bisogna fidarsi della banca centrale affinché non svaluti la valuta, ma la storia delle valute fiat è piena di violazioni di tale fiducia.» ~ Satoshi, 2009

Satoshi avrebbe poi descritto altri problemi delle valute fiat, come il rischioso sistema bancario a riserva frazionaria, la mancanza di privacy, i furti e le frodi dilaganti e l'impossibilità di effettuare micropagamenti; ma partì dal problema della svalutazione da parte delle banche centrali, con una preoccupazione per la politica monetaria.

Voleva che Bitcoin raggiungesse un'offerta circolante finita, non diluibile nel tempo. Il tasso “ottimale” di creazione di bitcoin, per Satoshi, avrebbe quindi dovuto essere pari a zero.

Questo obiettivo di politica monetaria, più di qualsiasi altra caratteristica che possedeva personalmente (o collettivamente!), fu la ragione per cui Satoshi “scoprì” Bitcoin, la blockchain, il consenso di Nakamoto, ecc., e non qualcun altro. È la risposta breve alla domanda posta nel titolo di questo articolo: Satoshi pensò a Bitcoin perché era concentrato sulla creazione di una valuta digitale con un'offerta finita.

Un'offerta finita di Bitcoin non è solo un obiettivo di politica monetaria, o un meme. È la semplificazione tecnica essenziale che ha permesso a Satoshi di creare una valuta digitale funzionale, mentre b-money di Dai è rimasto solo un affascinante post sul web.

Bitcoin è b-money con l'ulteriore requisito di una politica monetaria predeterminata. Come molte semplificazioni tecniche, vincolare la politica monetaria consente il progresso riducendo l'ambito. Vediamo come ciascuna delle fasi della creazione di b-money viene semplificata imponendo questo vincolo.


Tutti i 21 milioni di bitcoin esistono già

In b-money ogni “periodo di creazione di moneta” includeva una fase di “Pianificazione” in cui gli utenti dovevano condividere i loro “calcoli macroeconomici” giustificando la quantità che desideravano creare in quel momento. Gli obiettivi di politica monetaria di Satoshi, ovvero un'offerta finita e zero emissioni di coda, erano incompatibili con la libertà concessa da b-money ai singoli utenti. Il primo passo nel percorso da b-money a Bitcoin è stato quindi quello di eliminare questa libertà. I singoli utenti non possono creare bitcoin. Solo la rete può crearli e lo ha fatto esattamente una volta, nel 2009, quando Satoshi inaugurò il progetto Bitcoin.

Satoshi riuscì a sostituire le ricorrenti fasi di “Pianificazione” di b-money in un unico programma predeterminato in base al quale i 21 milioni di bitcoin creati nel 2009 sarebbero stati immessi in circolazione. Gli utenti sottoscrivono volontariamente la politica monetaria di Satoshi scaricando ed eseguendo il software Bitcoin Core, in cui tale politica monetaria è codificata.

Questo cambia la semantica del mercato per i calcoli: i bitcoin pagati ai miner non sono di nuova emissione, vengono invece emessi da una riserva esistente.

Questa inquadratura è radicalmente diversa dall'ingenua affermazione secondo cui “i miner creano bitcoin”. I miner non creano bitcoin, li acquistano. Bitcoin non ha valore perché “i bitcoin sono fatti di energia”: il valore è dimostrato dal fatto che viene venduto in cambio di energia.

Ripetiamolo ancora una volta: Bitcoin non viene creato tramite Proof-of-work, Bitcoin viene creato tramite consenso.

 

Il prezzo di Bitcoin viene determinato tramite consenso

La libertà concessa agli utenti di creare denaro si traduceva in un corrispondente onere per la rete b-money. Durante la fase di “Offerta", essa doveva raccogliere e condividere le “offerte” di creazione di denaro da molti utenti diversi.

Eliminare la libertà di creare denaro alleggerisce la rete Bitcoin da questo onere. Poiché tutti i 21 milioni di bitcoin esistono già, la rete non ha bisogno di raccogliere le offerte degli utenti per creare denaro, deve semplicemente venderli secondo il programma prestabilito da Satoshi.

La rete Bitcoin offre quindi un prezzo di richiesta consensuale per i bitcoin che vende in ogni blocco. Questo prezzo unico viene calcolato da ciascun nodo in modo indipendente utilizzando la propria copia della blockchain. Se i nodi hanno il consenso sulla stessa blockchain (un punto su cui torneremo più avanti), offriranno tutti un prezzo di richiesta identico a ogni blocco.[5]

La prima metà del calcolo del prezzo di consenso determina quanti bitcoin vendere ed è stabilito dal programma di rilascio prestabilito da Satoshi. Tutti i nodi Bitcoin nella rete calcolano lo stesso importo per un dato blocco:

La seconda metà del prezzo richiesto è il numero di calcoli per cui viene venduto il sussidio attuale. Anche in questo caso tutti i nodi Bitcoin nella rete calcolano lo stesso valore (riprenderemo questo calcolo della difficoltà nella prossima sezione):

Insieme il sussidio e la difficoltà della rete definiscono l'attuale richiesta di bitcoin denominata in calcoli. Poiché la blockchain è basata sul consenso, questo prezzo è un prezzo di consenso.

Si presumeva anche che gli utenti di b-money avessero una “blockchain” di consenso contenente la cronologia di tutte le transazioni, ma Dai non pensò mai alla semplice soluzione di un prezzo di richiesta univoco e consensuale per la creazione di nuovi b-money, determinato esclusivamente dai dati presenti in quella blockchain.

Dai diede invece per scontato che la creazione di moneta dovesse continuare all'infinito. I singoli utenti avrebbero quindi dovuto avere il potere di influenzare la politica monetaria, proprio come nelle valute fiat. Questa esigenza portò Dai a progettare un sistema di offerte che impedì l'implementazione stessa di b-money.

Questa ulteriore complessità è stata eliminata dal requisito di Satoshi di una politica monetaria predeterminata.


Il tempo chiude tutti gli spread

Nella fase di “Calcolo” di b-money, i singoli utenti avrebbero eseguito i calcoli che si erano impegnati a fare nelle loro offerte precedenti. In Bitcoin l'intera rete è il venditore, ma chi è l'acquirente?

Nel mercato dell'invio delle email, gli acquirenti erano individui che desideravano inviarne una. L'autorità di determinazione dei prezzi, il fornitore di servizi di posta elettronica, avrebbe fissato un prezzo considerato economico per gli individui ma costoso per gli spammer. Ma se il numero di utenti legittimi aumentasse, il prezzo potrebbe comunque rimanere invariato perché la potenza di calcolo dei singoli utenti rimarrebbe invariata.

Nel sistema b-money, ogni utente che contribuiva alla creazione di moneta avrebbe dovuto successivamente eseguire autonomamente il numero corrispondente di calcoli. Ogni utente agiva come autorità di determinazione dei prezzi in base alla propria conoscenza delle proprie capacità di calcolo.

La rete Bitcoin offre un unico prezzo richiesto in termini di calcoli per l'attuale sussidio. Tuttavia nessun singolo miner che trova un blocco ha eseguito questo numero di calcoli.[6] Il blocco vincente del singolo miner è la prova che tutti i miner hanno eseguito collettivamente il numero richiesto di calcoli. L'acquirente è quindi l'industria globale del mining.

Una volta raggiunto un prezzo richiesto consensuale, la rete Bitcoin non modificherà tale prezzo finché non verranno prodotti altri blocchi. Questi blocchi devono contenere Proof-of-work al prezzo richiesto corrente. L'industria del mining non ha quindi altra scelta se vuole “eseguire una transazione” se non pagare il prezzo richiesto corrente in calcoli.

L'unica variabile che l'industria del mining può controllare è quanto tempo ci vorrà per produrre il blocco successivo. Proprio come la rete Bitcoin offre un unico prezzo di richiesta, l'industria del mining offre quindi un'unica offerta: il tempo necessario per produrre il blocco successivo che soddisfi il prezzo di richiesta corrente della rete.

«Per compensare la crescente velocità dell'hardware e il diverso interesse nel gestire i nodi nel tempo, la difficoltà della Proof-of-work è determinata da una media mobile che punta a un numero medio di blocchi all'ora. Se vengono generati troppo velocemente, la difficoltà aumenta.» ~ Nakamoto, 2008

Satoshi sta descrivendo con modestia l'algoritmo di regolazione della difficoltà, spesso citato come una delle idee più originali nell'implementazione di Bitcoin. Questo è vero, ma invece di concentrarci sull'inventiva della soluzione, concentriamoci sul motivo per cui risolvere il problema era importante per Satoshi in primo luogo.

Progetti come Bit Gold e B-Money non avevano bisogno di limitare il ritmo di creazione di moneta, perché non avevano un'offerta fissa o una politica monetaria predeterminata. I periodi di creazione di moneta più rapida o più lenta potevano essere compensati con altri mezzi, ad esempio commercianti esterni che inserivano token di Bit Gold in bundler più o meno grandi o utenti di B-money che modificavano le loro offerte.

Ma gli obiettivi di politica monetaria di Satoshi richiedono che Bitcoin abbia una frequenza predeterminata con cui i token vengono immessi in circolazione. Limitare la frequenza (statistica) di produzione dei blocchi nel tempo è naturale in Bitcoin, perché la frequenza di produzione dei blocchi è la frequenza con cui la fornitura iniziale di bitcoin viene venduta. Venderne 21 milioni in 140 anni è una proposta diversa dal consentirne la vendita in 3 mesi.

Inoltre Bitcoin può implementare questa limitazione perché la blockchain è il “protocollo di marcatura temporale sicura” di Szabo. Satoshi descrive Bitcoin prima di tutto come un “server di marcatura temporale distribuito su base peer-to-peer” e le prime implementazioni del codice sorgente di Bitcoin utilizzano il termine “timechain” anziché “blockchain” per descrivere la struttura dati condivisa che implementa il mercato Proof-of-work di Bitcoin.

L'algoritmo di riaggiustamento della difficoltà di Bitcoin sfrutta questa capacità. La blockchain di consenso viene utilizzata dai partecipanti per enumerare le offerte storiche effettuate dall'industria del mining e riaggiustare la difficoltà per avvicinarsi al tempo di blocco target.


Un ordine permanente crea consenso

La catena di semplificazioni causata dalla richiesta di una politica monetaria forte si estende alla fase di “Creazione di moneta” di b-money.

Le offerte inviate dagli utenti in b-money soffrivano del problema del “nulla in gioco”. Non esisteva un meccanismo che impedisse agli utenti di inviare offerte con un'enorme quantità di b-money con pochissimo sforzo. Ciò richiedeva che la rete tenesse traccia delle offerte completate e accettasse solo le “offerte più alte [...] in termini di costo nominale per unità di b-money create” in modo da evitare le offerte indesiderate. Ogni partecipante a b-money doveva tenere traccia di un intero portafoglio di ordini di offerte, abbinarle ai propri calcoli successivi e liquidare solo gli ordini completati con i prezzi più alti.

Questo problema era un esempio del problema più generale del consenso nei sistemi decentralizzati, noto anche come “Generali bizantini”, o talvolta problema della “doppia spesa” nel contesto delle valute digitali. La condivisione di una sequenza identica di dati tra tutti i partecipanti è complessa all'interno di una rete decentralizzata e avversaria. Le soluzioni esistenti a questo problema, i cosiddetti “algoritmi di consenso Byzantine-fault tolerant” (BFT), richiedono un coordinamento preventivo tra i partecipanti o una maggioranza qualificata (>67%) dei partecipanti per evitare comportamenti avversari.

Bitcoin non deve gestire un ampio portafoglio ordini di offerte, perché la sua rete offre un unico prezzo di richiesta di consenso. Ciò significa che i nodi Bitcoin possono accettare il primo blocco (valido) che vedono che soddisfa il prezzo di richiesta corrente della rete: le offerte di disturbo possono essere facilmente ignorate e rappresentano uno spreco di risorse per un miner.

La determinazione del prezzo consensuale dei calcoli consente di abbinare rapidamente gli ordini di acquisto/vendita in Bitcoin, in base al principio “primo arrivato, primo servito”. A differenza di b-money, questo abbinamento di ordini significa che il mercato di Bitcoin non ha fasi: funziona ininterrottamente, con un nuovo prezzo di consenso calcolato dopo ogni singolo ordine abbinato (blocco trovato). Per evitare biforcazioni causate da latenza di rete, o comportamento avversario, i nodi devono anche seguire la regola della catena più pesante. Questa regola garantisce che solo le offerte più alte vengano accettate dalla rete.

Questo algoritmo, in cui i nodi accettano il primo blocco valido che vedono e seguono anche la catena più pesante, è un nuovo algoritmo BFT che converge rapidamente sul consenso sulla sequenza dei blocchi. Satoshi dedica il 25% del white paper di Bitcoin a dimostrare questa affermazione.[7]

Abbiamo stabilito nelle sezioni precedenti che il prezzo di richiesta di consenso di Bitcoin dipende dal fatto che la blockchain sia in consenso, ma a quanto pare l'esistenza di un singolo prezzo di richiesta di consenso è ciò che consente al mercato di abbinare prontamente gli ordini, che è ciò che porta al consenso in primo luogo!

Inoltre questo nuovo “consenso di Nakamoto” richiede solo che il 50% dei partecipanti non sia avversario, un miglioramento significativo rispetto allo stato dell'arte precedente. Un cypherpunk come Satoshi ha compiuto questa svolta teorica nell'informatica, al posto di un tradizionale ricercatore accademico o industriale, grazie alla sua focalizzazione sull'implementazione di una moneta sana/onesta piuttosto che su un generico algoritmo di consenso per il calcolo distribuito.


V. Conclusione

B-money era un framework potente per la creazione di una valuta digitale, ma era incompleto perché privo di una politica monetaria. Vincolare B-money a un programma di rilascio predeterminato ha ridotto la portata e semplificato l'implementazione, eliminando l'obbligo di tracciare e scegliere tra le offerte di creazione di moneta inviate dagli utenti. Preservare il ritmo temporale del programma di rilascio ha portato all'algoritmo di aggiustamento della difficoltà e ha reso possibile il consenso di Nakamoto, ampiamente riconosciuto come uno degli aspetti più innovativi dell'implementazione di Bitcoin.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Il titolo di questo saggio è stato ispirato dal primo messaggio col telegrafo della storia, inviato da Samuel Morse nel 1844: “Cosa ha fatto Dio?”.

[2] Nonostante l'idea iniziale Dwork & Naor non inventarono la “proof-of-work”, termine che fu coniato più tardi, nel 1999, da Markus Jakobsson e Ari Juels.

[3] Il progetto RPOW di Hal Finney è stato un tentativo di creare una Proof-of-work trasferibile, ma Bitcoin non utilizza questo concetto perché non tratta i calcoli come valuta. Come vedremo più avanti, quando esamineremo bit-gold e b-money, i calcoli non possono essere valuta perché il valore dei calcoli cambia nel tempo, mentre le unità di valuta devono avere lo stesso valore. Bitcoin non è calcoli, è valuta venduta in cambio di calcoli.

[4] A questo punto alcuni lettori potrebbero credere che io disprezzi i contributi di Dai o Szabo perché sono stati poco articolati o vaghi su alcuni punti. La mia opinione è esattamente l'opposto: Dai e Szabo avevano sostanzialmente ragione e il fatto che non abbiano articolato ogni dettaglio come ha fatto successivamente Satoshi non sminuisce il loro contributo. Anzi dovrebbe accrescere il nostro apprezzamento nei loro confronti, poiché rivela quanto sia stato impegnativo l'avvento della valuta digitale, anche per i suoi migliori esperti.

[5] Qui vengono fatte due semplificazioni:

  1. Il numero di bitcoin venduti in ogni blocco è influenzato anche dal mercato delle commissioni di transazione, il quale esula dall'ambito di questo saggio, ma si rimanda a lavori successivi.
  2. La difficoltà segnalata da Bitcoin non è esattamente il numero di calcoli previsti; bisogna moltiplicarlo per un fattore di proporzionalità.

[6] Almeno non dai vecchi tempi in cui Satoshi era l'unico miner sulla rete.

[7] Satoshi ha commesso un errore sia nella sua analisi nel white paper, sia nella successiva implementazione iniziale di Bitcoin, utilizzando la regola della “catena più lunga” invece della “catena più pesante”.

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Gli europei lamentosi si lagnano per l'accordo commerciale

Mer, 13/08/2025 - 10:08

Il GENIUS Act così come la Big Beautiful Bill non sono leggi perfette, ma il loro scopo è quello di fermare il sanguinamento affinché poi si possa davvero intervenire con l'intervento chirurgico vero e proprio. Ecco perché in questo frangente storico ritengo che criticare sia appropriato, ma lo sia di più costruire. L'evoluzione di Tether a tal proposito è quanto di meglio ci si potesse auspicare per ottenere un cambiamento a livello di denaro e sistema bancario centrale: collateralizzazione delle proprie emissioni + decentralizzazione delle operazioni di mercato aperto. L'architettura che sta costruendo Tether è una in cui se si vuole accedere al mercato statunitense (consumo, investimenti, finanziamenti) bisognerà avere un “biglietto d'ingresso” (titoli di stato americani) e solo dopo si otterranno i dollari digitali al pari. Chi invece viene etichettato come “nemico” (a questo serve, sostanzialmente, la politica dei dazi), otterrà lo stesso i dollari di cui HA BISOGNO ma al di sopra della parità: pagherà una commissione (5%?) per avere il privilegio di usare il biglietto verde. Il ruolo della FED, in futuro, sarà di arbitro di chi dovrà pagare questa “commissione”, oltre a badare esclusivamente al commercial paper market americano e non più nel mercato dei titoli sovrani americani. Ruolo interno, non più esterno. Inoltre al primo sintomo di incertezza il decennale americano si dimostra nuovamente scelta privilegiata dagli investitori mondiali. Non quelli europei ovviamente. Il decennale tedesco, rispetto al mese scorso, è salito di 10 punti base, quello americano è sceso di 10 punti base. Questo a sua volta aiuta a spiegare come mai l'asticella del debito americano è stata alzata: oltre a dover tenere ancora in conto la legge di bilancio della precedente amministrazione, gli USA si stanno preparando ad accogliere grandi quantità di capitali. Non è una questione di spesa in deficit, è una questione di domanda estera che si appresta a essere rilasciata sul suolo americano e poi impiegata nell'industria americana. Una scommessa azzardata, vero, ma finora interpretata correttamente in base ai numeri del mercato obbligazionario americano. Quindi, sì, come con la teoria quantitativa della moneta, l'offerta conta, ma conta anche la domanda. Un conto sarebbe se la FED inondasse i mercati americani di liquidità che finirebbe per essere rigettata dai mercati stessi poiché foriera di distorsioni della struttura del capitale e di malinvestment; un altro è un ambiente in cui la FED prosciuga il mondo di dollari offshore man mano che strumenti denominati in dollari a livello internazionale raggiungono la data di scadenza e devono essere saldati. Il lato dell'equazione della domanda dei titoli di stato americani sta cambiando ed è qualcosa che gli USA non avevano mai sperimentato finora in questi termini.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/gli-europei-lamentosi-si-lagnano)

Lo shock si trasforma in indignazione. Gli europei si sentono ingannati da Donald Trump, ma l'accordo commerciale non fa che mettere a nudo la crescente perdita di potere dell'UE.

Chiunque abbia familiarità con la politica tedesca sa da tempo che Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, non è un peso massimo della politica. Il suo curriculum come Ministro della Famiglia e della Difesa tedesco parla da solo: le mancano le capacità intellettuali e strategiche per orientarsi o riformare sistemi complessi.

Sì, è stata surclassata da Trump durante i negoziati commerciali, come previsto, ma questo non coglie il punto. Ciò che gli europei lamentano a gran voce non è solo un cattivo accordo, ma l'espressione della loro debolezza geopolitica. La Von der Leyen è andata in Scozia a mani vuote e non ha avuto altra scelta che andarsene a mani vuote.


L'ora della lamentela in Europa

È tempo di postumi da sbornia nel mondo fantasioso europeo. Accuse di sottomissione, negoziati disastrosi e catastrofe economica dominano i titoli dei giornali. L'ex-cancelliere tedesco Scholz mette in guardia dalle enormi sfide che attendono l'economia tedesca.

Guy Verhofstadt, ex-Primo Ministro belga e beniamino dei media generalisti, lo definisce un negoziato scandaloso e una catastrofe per l'Europa. Il Primo Ministro francese, François Bayrou, lo descrive come un giorno buio, un giorno in cui un'unione di popoli liberi ha scelto la sottomissione.

L'Europa è sbalordita dalle dure tattiche negoziali di Trump e dal modo spietato in cui gli Stati Uniti cercano di risolvere il deficit commerciale e il problema della deindustrializzazione.


Benvenuti nel mondo della realpolitik

In questo mondo non ci sono amici, solo interessi strategici. E nessuno continuerà a sottomettersi ai mandati climatici dell'Europa, ora che gli Stati Uniti, attraverso questo accordo commerciale, hanno di fatto dichiarato una seconda indipendenza da Bruxelles.

Ciò che è accaduto in Scozia è stato esattamente questo: l'emancipazione dell'America dal controllo eurocratico.

La drammatica reazione dell'UE rivela che finalmente la verità è chiara ed è giunto il momento di dissipare alcune illusioni di vecchia data sulle relazioni transatlantiche.


Due idee sbagliate

Primo: l'idea che l'America abbia a lungo dominato l'Europa attraverso politiche imperialiste. Al contrario, le amministrazioni statunitensi Biden e Obama hanno seguito un'agenda globalista in salsa europea.

Insieme ai loro alleati a Bruxelles, Londra e Davos, hanno attuato programmi climatici distruttivi, hanno perseguito una politica monetaria inflazionistica e hanno creato Stati sociali modellati sull'Europa.

Le radici di tutto questo risalgono a 100 anni fa, al New Deal di Roosevelt. L'America non è mai stata completamente libera dall'influenza europea.

Secondo: la convinzione che l'UE sia un progetto di libertà legato ai principi di mercato e alla proprietà privata. L'UE è stata fondata come baluardo contro l'impero sovietico, ma fin dall'inizio ha avuto una natura statalista, soprattutto sotto la guida franco-tedesca.

Le critiche alla sua traiettoria socialista sono ancora bollate come teorie del complotto, ma i fatti parlano chiaro: indici di spesa pubblica superiori al 50%, la guerra di Bruxelles alla libertà di parola, la nazionalizzazione del settore energetico, una regolamentazione soffocante; l'Europa sta correndo verso un nuovo socialismo.

Il motivo per cui questo fenomeno non è ampiamente riconosciuto? I media generalisti hanno fatto un lavoro magistrale nel nasconderlo.

Agiscono come sostenitori dell'agenda socialista-climatica verde, mascherando il collasso dell'Europa con pennellate idealistiche.


L'America prende una strada diversa

Eleggendo Donald Trump, gli Stati Uniti hanno scelto un'altra strada. Ciò è particolarmente evidente nella tanto discussa Big Beautiful Bill, un pacchetto di deregolamentazione e tagli fiscali.

I media europei si sono avventati come un branco di lupi ubriachi sulle critiche di Elon Musk secondo cui non avrebbe effettuato tagli significativi alla spesa.

Ma questo non coglie il punto. Il disegno di legge fa molto di più: dalla sicurezza delle frontiere alla deregolamentazione energetica, rimodella la politica statunitense per gli anni a venire.

I tagli al bilancio saranno visibili a partire da ottobre, con il nuovo anno fiscale. La spesa sociale sta già diminuendo in modo significativo.

Con una crescita economica del 3%, le entrate fiscali si stanno stabilizzando. Con grande costernazione dei funzionari dell'UE, la narrazione del collasso fiscale degli Stati Uniti non reggerà.

Gli Stati Uniti non sono in bancarotta. La domanda di titoli del Tesoro rimane forte. Bruxelles, Berlino e Londra avranno bisogno di una nuova scusa per le loro crisi del debito. Il default degli Stati Uniti non le salverà.


Un mercato dei capitali indipendente

Mentre la Germania sprofonda sempre più nel debito, gli Stati Uniti stanno creando un mercato di capitali sovrani.

Mentre l'Europa si aggrappa al suo euro digitale per arginare la fuga dei capitali, gli Stati Uniti vanno avanti con stablecoin private, un sistema di tassi rigoroso e un mercato interbancario collateralizzato (SOFR).

Il credito in dollari ha ora un prezzo definito dagli Stati Uniti. Il mercato dell'eurodollaro, un tempo utilizzato per abbassare artificialmente i costi del credito, è ormai tramontato.

Questo cambiamento darà i suoi frutti in caso di crisi. La FED detiene tutte le leve: fissa i prezzi delle linee di swap e usa il dollaro come arma geopolitica. Tassi di interesse pari a zero, QE e denaro a basso costo per capricci politici sono storia passata. Così come il Green Deal.


Il Green Deal è morto

Il direttore dell'EPA, Lee Zeldin, ha appena annunciato che la CO2 verrà rimossa dall'elenco degli inquinanti pericolosi, sfatando la narrativa del “cambiamento climatico provocato dall'essere umano” e aprendo spazio al dibattito.

Come prevedibile, i fanatici del clima in Europa hanno avuto un crollo, ma la mossa di Zeldin apre la strada a una massiccia deregolamentazione e a investimenti nel settore energetico, annullando i danni degli anni Obama-Biden.

Gli Stati Uniti, già il maggiore esportatore mondiale di petrolio, diventano una superpotenza energetica, spingendo l'Europa, che ne è dipendente, ancora più in difficoltà. L'uranio africano della Francia, i legami dell'Europa con il Medio Oriente: tutto questo sta svanendo.


Un colpo alla macchina mediatica

Poi è arrivata un'altra bomba: l'amministrazione Trump ha tagliato i finanziamenti pubblici alla USAID, lo sponsor globale dei media di sinistra e delle ONG.

Bruxelles sa cosa è in gioco: perdere il sostegno dei media statunitensi e perdere il controllo della narrazione.

L'America sta tornando al suo tradizionale ruolo di paladina della libertà di parola.

Questa è una buona notizia per i cittadini dell'UE che si oppongono alla macchina della censura di Bruxelles. Con il Digital Services Act e le misure repressive del Regno Unito, la libertà di espressione è sotto assedio. Ogni aiuto è benvenuto.


Crepe nell'edificio europeo

Il firewall multimediale è ancora in piedi, ma si stanno formando delle crepe.

L'Eurozona perde ogni anno €110 miliardi in investimenti diretti che invece volano negli Stati Uniti.

E mentre Francia, Germania e l'Europa meridionale si indebitano sempre di più, centinaia di migliaia di  giovani europei fuggono. La Germania, un tempo fulcro dei mercati dei capitali dell'UE, ora sta annegando nei debiti.

Si tratta di qualcosa di più di un fallimento interno: è una minaccia all'intera struttura di finanziamento del debito dell'UE.

Incolpare gli Stati Uniti per il declino dell'Europa è disonesto. È un diversivo e non dobbiamo lasciargliela passare liscia.

È tempo di una vera riforma.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Lo Smoot-Hawley ha causato la Grande Depressione?

Mar, 12/08/2025 - 10:13

Nell'economia mondiale c'è ancora una quantità importante di malinvestment. Per quanto tempo le varie economie del mondo hanno implementato la ZIRP e la NIRP? Di quanto è aumentata la spesa pubblica durante la “pandemia”? Bisogna fare i conti con l'inflazione di quei giorni, ed essa è qui e non andrà via tanto presto; non torneremo mai ai prezzi del 2019, quei risparmi ormai sono stati rubati. Quello che adesso si può fare è minimizzare i danni da qui in poi. Più la FED riuscirà a rimanere a un tasso dei Fed Fund alto, più sarà salutare per la correzione degli errori economici passati. E finora i mercati americani non hanno dato manifestazione di segnali di stress. Segnali di deterioramento? Sì. Segnali di riorganizzazione? Sì. Ma tutti gli altri? Beh sono in una condizione peggiore perché necessitano di dollari per i loro debiti esterni. Ecco perché “stimolano” le loro economie tramite tagli dei tassi per “paura della deflazione”. Lo scopo, in questa fase, della cricca di Davos è quello di diffondere quanta più incertezza possibile sull'economia statunitense in modo che i mercati dei capitali si irrigidiscano e non sappiano cosa fare. Da qui la campagna mediatica contro i dazi e la Big Beautiful Bill. Trump sta cambiando il modo in cui i capitali entrano ed escono dagli Stati Uniti tramite i dazi: i produttori non sono sovrani, i consumatori lo sono, e questo a sua volta significa che sono i consumatori a determinare i prezzi mentre i produttori sperano di aver anticipato correttamente la domanda potenziale. Essendo gli USA il più grande mercato dei consumi al mondo essi stanno chiedendo quello che chiederebbe qualsiasi consumatore a livello individuale: prezzi migliori. Questa narrativa viene contrastata dalla cricca di Davos facendo passare Trump come un “folle”, come chi non sa cosa sta facendo, alimentando di conseguenza l'incertezza sulla politica commerciale e monetaria. Infatti durante una crisi della valuta, essa dapprima sale rispetto a tutte le altre come sta facendo l'euro nei confronti del dollaro. È una questione di percezioni e la cricca di Davos sa come giocare con esse, perché sa altresì che Trump ha potere di contrattazione: il mercato del dollaro offshore è determinato internamente, non più esternamente come fino al 2022, e questo vuol dire a sua volta un accesso non più automatico al biglietto verde. Le esportazioni verso gli USA sono l'unico modo per accedere ai dollari, l'asset più liquido al mondo e il primo che viene venduto in caso di emergenza per mantenere in piedi una parvenza di solvibilità... o almeno finché non finiscono le riserve. Infatti il surplus commerciale dell'Europa nei confronti degli USA si sta assottigliando e la capacità dell'UE di riciclare suddetto surplus nei titoli del Tesoro americani terminerà, impedendo alla cricca di Davos di continuare a manipolare la curva dei rendimenti americana tramite la vendita del front-end per dare l'idea che gli USA finiranno in recessione nel breve-medio periodo. Ecco perché, nel contempo, gli USA stanno costruendo tutta un'altra infrastruttura per monetizzare e tokenizzare i titoli di stato americani tramite le stablecoin ad esempio. È una stretta lenta e inesorabile, ma infine mortale per l'UE.

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di Christopher Whalen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lo-smoot-hawley-ha-causato-la-grande)

Agli americani viene insegnato a scuola che lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 aggravò notevolmente la Grande Depressione e spinse il mondo in un decennio di deflazione da debito e contrazione economica. Tutto questo ha senso finché non ricordiamo che la storia degli Stati Uniti nell'ultimo secolo è stata scritta in gran parte dai progressisti. Infatti la Grande Depressione iniziò nel 1920 con un decennio di calo dei prezzi dei prodotti agricoli, un'ondata deflazionistica che alla fine travolse il settore immobiliare e l'intera economia statunitense.

Ciò che sfugge a molte discussioni sullo Smoot-Hawley durante e dopo quel periodo è il fatto che il crollo economico degli anni '30 era già scontato, con o senza la nuova legge sui dazi. L'impulso alla base della decisione politica di aumentarli fu una reazione sbagliata al crollo dei prezzi agricoli, ma la forza di suddetta ondata deflazionistica fu principalmente costituita da fattori “positivi” come le nuove tecnologie e l'innovazione. La deflazione iniziata dopo la Prima Guerra Mondiale decimò le comunità agricole e alla fine portò al crollo dei prezzi immobiliari, in particolare quelli della Florida.

Il sostegno al protezionismo fu il ritornello costante delle lobby aziendali e agricole a Washington nel XIX e all'inizio del XX secolo, e fu sostenuto da esponenti di entrambi i partiti politici. Ma la vera causa della potente spinta politica ad aumentare ulteriormente i dazi doganali esistenti alla fine del 1929 la possiamo ricercare nei sostanziali cambiamenti che stavano avvenendo nell'economia americana.

Molti storici ed economisti attribuiscono al livello dei dazi doganali imposti dopo la Prima Guerra Mondiale, e in particolare durante la Grande Depressione, la responsabilità di aver aggravato la contrazione economica e la disoccupazione seguite al crollo del mercato azionario del 1929. L'approvazione del Fordney-McCumber Tariff Act nel 1922 simboleggiava la particolare inclinazione repubblicana al protezionismo commerciale – e all'inflazione della valuta – che risaliva a decenni prima, fino alla fondazione del partito negli anni '50 dell'Ottocento.

Nel suo libro del 2005, Making Sense of Smoot Hawley, Bernard Beaudreau sostiene che l'imposizione di dazi doganali per l'industria statunitense nel 1930 non fosse altro che la continuazione delle linee di politica attuate dal Partito Repubblicano dopo il suo ritorno al potere nel 1920. Beaudreau cita la crescente produttività delle fabbriche statunitensi, la diffusione dell'elettrificazione in tutta l'America e il continuo afflusso di prodotti alimentari e manufatti esteri a basso costo come cause principali della deflazione durante quel periodo. La produzione del pane, ad esempio, divenne automatizzata negli anni '20, contribuendo al relativo calo dei prezzi.

Le importazioni erano ancora percepite come una minaccia dai produttori americani dell'epoca, nonostante i dazi doganali già elevati. La sottoccupazione fu il risultato della mancanza di domanda e del conseguente calo dei prezzi dei prodotti che si verificò negli anni '30. L'industria americana divenne troppo efficiente troppo rapidamente, con conseguente surplus globale di beni e una altrettanto pericolosa mancanza di domanda. L'aria condizionata e il miglioramento dei trasporti contribuirono a trasformare il valore futuro delle paludi della Florida in una gigantesca bolla speculativa che scoppiò due anni prima del Grande Crash del 1929.

Un secolo prima dell'invenzione di cose come l'“intelligenza artificiale”, i lavoratori americani temevano che la tecnologia potesse privarli dei loro mezzi di sussistenza. Il senatore Reed Smoot (1862-1941), repubblicano dello Utah, disse dello Smoot-Hawley: “Ritenere la linea di politica dei dazi americana, o qualsiasi altra linea di politica del nostro governo, responsabile di questa gigantesca ondata deflazionistica significa solo dimostrare la propria ignoranza riguardo il suo carattere universale. Il mondo sta pagando per la sua spietata distruzione di vite e proprietà durante la Seconda Guerra Mondiale e per la sua incapacità di adattare il potere d'acquisto alla capacità produttiva durante la rivoluzione industriale del decennio successivo alla guerra”.

L'inizio della Grande Depressione, a partire dall'estate del 1929, portò il tasso di disoccupazione dal 4,6% nel 1929 all'8,9% nel 1930. Il Congresso cercò di correggere questo squilibrio limitando le importazioni attraverso lo Smoot-Hawley. Sebbene vi siano pochi dubbi sul fatto che l'aumento dei dazi abbia aggravato la Grande Depressione, l'aumento delle imposte sulle importazioni potrebbe non essere stato il fattore principale. Infatti l'introduzione dell'elettricità e di altre innovazioni determinò una forte crescita in molti settori dell'economia, ma non in quello agricolo.

Questa visione alternativa del ruolo dello Smoot-Hawley nel trasformare il crollo del mercato del 1929 nella Grande Depressione degli anni '30 è importante per comprendere la narrazione degli anni '20. Dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, la posizione degli Stati Uniti in merito ai dazi cambiò radicalmente, in parte perché gran parte della capacità industriale di Europa e Asia fu distrutta dal conflitto.

Con l'obiettivo di ricostruire il mondo del dopoguerra, l'America adottò una linea di politica fatta di mercati aperti e libero scambio. Essa creò enorme ricchezza e prosperità nei primi decenni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. In seguito sacrificò posti di lavoro e capacità industriale americani a favore di altre nazioni. Con l'elezione del presidente Donald Trump nel 2024, gli Stati Uniti hanno intrapreso una politica esplicita di riequilibrio delle relazioni commerciali con il mondo, utilizzando la minaccia dei dazi per forzare i negoziati.

Lungi dall'essere un danno per gli americani, la minaccia di dazi esercitata dal Presidente Trump è un meccanismo per garantire che altre nazioni adottino la reciprocità – il “fair dealing” in termini americani – per garantire che il comportamento predatorio dei moderni Superstati mercantilisti, come la Cina, non danneggi i lavoratori e le industrie americane. In questo senso il Presidente Trump sta ereditando il tradizionale atteggiamento politico pro-lavoro del Partito Democratico dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La storiografia tradizionale di quel periodo fa sembrare che i dazi dello Smoot-Hawley fossero il fattore primario del peggioramento dell'economia, ma la svalutazione della moneta da parte di Roosevelt e il suo rifiuto di abbassare i dazi, già in vigore dopo decenni di governo repubblicano, furono più significativi. I ricercatori progressisti sostengono che la svalutazione del dollaro e dei titoli garantiti dall'oro abbiano in qualche modo portato a un aumento del reddito e della domanda, ma queste affermazioni ignorano la massiccia liquidazione di debito e azioni avvenuta negli anni '30. È più corretto affermare che i dazi non aiutarono, ma il sequestro dell'oro e la svalutazione del dollaro furono eventi sistemici orchestrati da Roosevelt e dai suoi sostenitori del New Deal, e che rappresentarono il principale fattore negativo per l'economia.

Nelle sue memorie il presidente Herbert Hoover osservò che la svalutazione del dollaro da parte di Roosevelt rappresentò di fatto un aumento dei dazi dal punto di vista del costo per gli acquirenti americani: “I Democratici hanno fatto un gran parlare dei disastri che avevano previsto sarebbero derivati dai modesti aumenti dei dazi Smoot-Hawley (principalmente prodotti agricoli). Il fatto era che il 65% dei beni importati soggetti a dazio era esente da essi, e che la legislazione li aveva aumentati di circa il 10%. Ma il più grande aumento dei dazi in tutta la nostra storia venne dalla svalutazione di Roosevelt”. Hoover proseguì illustrando che sia le importazioni che le esportazioni pro capite diminuirono negli Stati Uniti tra il 1935 e il 1938 a causa delle linee di politica regressive e anti-business del New Deal.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La malattia europea: la Germania entra nella spirale del debito

Lun, 11/08/2025 - 10:10

Quello che secondo me sta succedendo adesso in URSSE è una demolizione controllata. La stessa che è andata avanti in Regno Unito sin da quando gli elettori hanno votato per la Brexit. Tra 5 anni parleremo delle macerie risultanti. La classe dirigente europea sa benissimo che ciò che l'aspetta è una crisi del debito sovrano; sa benissimo che il debito pubblico dei vari stati membri è “overpriced”, una base di capitale in diminuzione, economie stagnanti, sta perdendo la guerra in Ucraina, la Francia perde i pezzi in Africa, ecc. L'unica salvezza, o almeno così ritiene la classe dirigente europea, è convogliare tutti gli stati membri in un unico super stato con sede a Bruxelles e renderlo equivalente alle altre 3 città stato (es. Città del Vaticano, Washington D.C., City di Londra). In questo modo Bruxelles esisterebbe come stato amministrativo a parte, con sistema legale e giurisdizionale diverso. Rimedi estremi richiedono situazioni estreme, e ciò significa una popolazione europea disperata... e forse più. Oltre che in Italia, la disperazione crescente la si nota anche a Londra (es. nella cosiddetta “Little Britain”). La loro unica scialuppa di salvataggio è l'unità politica e di emissione di obbligazioni europee sovrane. Da questo punto di vista il “Russiagate” acquisisce un'importanza più dirimente rispetto al “caso Epstein”. L'incriminazione di Obama va a colpire il cuore dello Stato profondo americano, colui che in qualche modo fornisce ancora speranza alla “cricca di Davos” che Trump possa essere ostacolato e che il Congresso possa essere riconquistato alle midterm. Il gioco dell'Europa è quello di guadagnare tempo in base a questa configurazione, nel frattempo costruire quell'architettura tramite la quale centralizzare maggiormente il potere e canalizzare i risparmi degli europei verso la sua sussistenza. L'euro digitale ostacolerà la fuga di capitali e la Savings and Investments Union servirà per andare in default sul vecchio debito e transitare i capitali (rimanenti) sul suolo europeo su quello nuovo. Si tratta comunque di un'accelerazione di piani che sarebbero dovuti arrivare con un certo gradiente di gradualità. Invece Powell, Trump e i “New York Boys” stanno forzando la mano alla “cricca di Davos”. Ed è questa fretta che, secondo me, rappresenterà la disfatta dei loro piani presumibilmente ben congegnati. Bitcoin e stablecoin stanno rendendo obsoleti già adesso questi piani, senza contare che gli USA si libereranno del tutto della “capital gain tax” (adesso non c'è solo per le transazioni al di sotto dei $600) sulle crittovalute. In questo conteso l'euro digitale è già storia, è già obsoleto. La classe dirigente europea si muoverà di editti in editti, proprio perché non ha consensi; non ha avuto il tempo materiale per costruirli. L'abbattimento di leader carismatici in Europa andava in questa direzione, ciononostante il disprezzo per l'UE è talmente grande che qualsiasi soluzione verrebbe accettata. Questo ha significato, in passato, lanciarsi nelle braccia di personaggi politici di dubbia qualità tecnica e morale che avevano presumibilmente una soluzione, ma che invece si sono dimostrati solo dei semplici burattini. Le popolazione d'Europa sono delle galline senza testa ormai che corrono grondando sangue in tutta l'aia. Alla fine muoiono stremate. Ecco perché dicevo 5 anni. La soluzione è quella Argentina, e non c'è bisogno di ritornare alla Lira con Tether in circolazione. Stavolta gli USA non salveranno nessuno. Forniranno solo gli strumenti per chi ha davvero intenzione di salvarsi da sé.

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-malattia-europea-la-germania-entra)

La Germania sta perdendo la sua reputazione di stato fiscalmente responsabile. Attraverso una spesa incontrollata il governo federale sta trascinando il Paese in acque tempestose.

Germany has just greenlighted the "largest sustained deficit in post-war history." What is the Polymarket on the next ECB QE? pic.twitter.com/kIfS4E78AV

— zerohedge (@zerohedge) March 5, 2025

L'Handelsblatt ha segnalato un nuovo deficit di bilancio. Entro il 2029 si prevede che i debiti aggiuntivi precedentemente non finanziati aumenteranno da €144 miliardi a €150 miliardi, secondo diverse fonti governative. Non fanno parte del debito federale pianificato, ma si aggiungono a esso. Più di recente la coalizione ha concordato di anticipare al 2027 un'integrazione pensionistica prevista per le madri, aggiungendo altri €4,5 miliardi di spesa.

Bisogna dirlo chiaramente: sotto la guida del Cancelliere Friedrich Merz la Germania ha abbandonato gli ultimi tentativi di rigore fiscale e di un bilancio conservativo. I costi del consenso politico di una coalizione instabile, progettata per evitare conflitti, vengono scaricati sui contribuenti.


Un crollo prevedibile

Questi numeri sono già allarmanti, ma siamo ancora nella quiete prima della tempesta. Nel 2025 si prevede che il rapporto debito/PIL netto raggiungerà il 3,2%. Questo include circa €82 miliardi di nuovo debito federale, €15 miliardi di prestiti aggiuntivi da stati e comuni e circa €37 miliardi di “fondi speciali” federali, ovvero debito ombra fuori bilancio.

Questa previsione crollerà nel momento in cui l'economia tedesca sprofonderà ulteriormente in recessione. L'aumento della disoccupazione e il calo delle entrate fiscali metteranno ulteriormente a dura prova il bilancio federale e i fondi della previdenza sociale. Mentre i politici si sentono ancora tranquilli con un debito pubblico al 63% del PIL, includendo il programma di spesa da €1.000 miliardi del governo Merz, i livelli di debito potrebbero superare il 90% del PIL entro la fine di questo decennio.

La Germania sta ora praticando una politica fiscale sconosciuta alla maggior parte dei suoi cittadini. Le abitudini dei PIIGS sono arrivate, ma non sotto forma di clima soleggiato, bensì di cattiva gestione delle finanze pubbliche.


Le entrate fiscali non possono più colmare i divari

In una dimostrazione di arroganza senza precedenti, nell'ultimo decennio la politica tedesca ha lasciato il suo Stato sociale completamente esposto alla povertà causata dall'immigrazione, cosa che ha generato non solo disordini fiscali, ma anche culturali ed economici. A ciò si aggiungono l'invecchiamento della popolazione e una crisi economica autoinflitta. Tutti i segnali nel sistema di welfare ora puntano verso il disastro.

Alla fine di quest'anno si prevede un deficit complessivo di oltre €55 miliardi, in particolare per l'assicurazione sanitaria pubblica che farà registrare un deficit record di quasi €47 miliardi. L'assicurazione per l'assistenza a lungo termine aggiunge ulteriori €1,6 miliardi di perdite e il fondo pensione si troverà ad affrontare un deficit di circa €7 miliardi.

Un tempo pubblicizzato come un sistema “adatto alle generazioni future”, il modello di welfare tedesco si è trasformato in un pozzo senza fondo. Salvataggi federali, prestiti di emergenza e contributi sempre più elevati caratterizzano ora uno Stato sociale che sta entrando nella fase iniziale del suo collasso.

Vae victis  – guai ai vinti – e benedetti coloro che hanno previsto questa discesa e hanno avuto i mezzi per sfuggire alla trappola dello Stato sociale. Il conto ora viene pagato dalla forza lavoro che soffre silenziosamente – gli eroi che assorbono le conseguenze delle linee di politica debitorie sconsiderate attraverso il loro lavoro e il tempo perso.

Oggi la politica sociale è principalmente un'officina per riparare i danni causati dall'interventismo politico. Nel tentativo di fondere un collante sociale artificiale nella società, la quota di PIL dello stato è salita al 50%. Nonostante i massicci aumenti delle tasse – si pensi alle imposte sulle emissioni di CO2, ai pedaggi stradali, alle imposte sulla proprietà e alla progressione a freddo – il divario tra spesa pubblica ed entrate fiscali effettive continua ad aumentare.

Rispetto al periodo precedente al lockdown, la spesa pubblica è aumentata di circa un terzo, mentre le entrate fiscali reali sono aumentate solo del 14%. Anche un analfabeta in economia dedurrebbe che questo squilibrio richiede una correzione strutturale urgente.


Il bivio più avanti

Ma a Berlino non c'è alcun segno di arretramento. La competizione politica tra i partiti statalisti, tra cui la CDU, produce un solo risultato: bilanci sociali più consistenti, infinite promesse di sussidi e una maggiore ingerenza nell'economia.

Con una fedeltà dogmatica nella politica climatica e nell'ideologia delle frontiere aperte, lo stato tedesco procede ciecamente verso un bivio. Le crisi di bilancio non possono essere programmate: si verificano quando gli stati perdono la capacità di indebitarsi sui mercati dei capitali. Come disse una volta Hemingway a proposito della bancarotta: “Prima lentamente, poi improvvisamente”.

Una volta giunto tal momento – quando i mercati obbligazionari dicono di no – una società si trova di fronte a due strade: lo statalismo totale, o il liberismo economico radicale. Nel primo caso sia i mercati dell'energia che quelli dei capitali cadono sotto il controllo statale, mentre la gestione economica diventa autoritaria. Questa è la strada che sta attualmente percorrendo la Germania.

L'alternativa è quella scelta dall'Argentina sotto la presidenza di Javier Milei, simboleggiata dalla sua ormai famosa motosega. Quella strada riporta a una civiltà basata su uno stato minimo, limitato alla tutela della sicurezza interna ed esterna.


L'Europa come laboratorio

Che ci piaccia o no, siamo tutti parte di un vasto esperimento sociale. La domanda è: l'Europa riuscirà a liberarsi del suo socialismo degenerativo – un'ideologia che ha inflitto tanti danni al continente e al mondo – o ricadremo in schemi infantili, rifiutando le riforme per paura e sentimentalismo?

Il dibattito sul bilancio e la paralisi politica della Francia offrono un'anteprima del nostro futuro. La quota di partecipazione statale francese è salita al 57%. Le sue politiche di apertura delle frontiere sono fallite. Il suo Stato sociale smisurato ha reso il Paese ingovernabile.

Tutto ciò culmina in uno stato permanente di crisi di governo, che si traduce in un crollo della fiducia pubblica. La volatilità economica, a lungo repressa dallo Stato sociale, sta ora esplodendo sotto forma di disordini sociali nelle strade.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Come gli inglesi hanno scatenato la guerra civile americana

Ven, 08/08/2025 - 10:05

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Richard Poe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-gli-inglesi-hanno-scatenato)

“Sono l'ultimo presidente degli Stati Uniti”, disse James Buchanan il 20 dicembre 1860.

La Carolina del Sud si era appena separata dall'Unione; altri dieci stati l'avrebbero seguita.

Se Buchanan fosse rimasto in carica, non c'è dubbio che avrebbe lasciato andare il Sud. Gli Stati Uniti avrebbero cessato di esistere 160 anni fa.

“E allora?” potrebbero ribattere alcuni lettori. “Buchanan aveva ragione. Non c'è nulla di sacro nell'Unione. Se gli stati vogliono separarsi, che lo facciano”.

Un recente sondaggio del Center for Politics dell'Università della Virginia afferma che il 41% dei sostenitori di Biden e il 52% dei sostenitori di Trump sono a favore della secessione.

Sebbene questi numeri possano essere esagerati, la tendenza è chiara.

Con l'aumento delle tensioni tra stati “rossi” e “blu”, molti americani sono giunti alla conclusione che convivere con i nostri litigiosi connazionali non valga più la pena. Molti sperano che una separazione pacifica – il “divorzio nazionale”, come lo chiamano – possa permettere agli americani di separarsi amichevolmente, senza spargimento di sangue.

Ma sarà così? La storia suggerisce il contrario.


Storia dimenticata

Nel 1861 la secessione non portò la pace, portò direttamente alla guerra civile.

La guerra scoppiò per lo stesso motivo di sempre, perché gli uomini potenti la volevano e ne traevano vantaggio.

Un vecchio detto recita: “Quando due cani litigano, un terzo cane si prende l'osso”.

Nel 1861 il terzo cane era la Gran Bretagna.

La Gran Bretagna aveva un forte interesse a disgregare l'Unione, che considerava un concorrente per il predominio globale. Il piano della Gran Bretagna era quello di spartire gli Stati Uniti in sfere di influenza coloniali, da distribuire tra le grandi potenze europee.

Se gli inglesi avessero avuto successo, sia il Nord che il Sud avrebbero perso la loro indipendenza.

Questo fatto – un tempo ampiamente noto agli americani – è stato cancellato dai nostri libri di storia.

Prima di precipitare a capofitto nella Guerra Civile 2.0, potrebbe essere saggio riscoprire la storia dimenticata della lotta di Lincoln contro l'intervento straniero.

Sarebbe sciocco cadere nella stessa trappola due volte.


L'appello di Seward per la guerra

Il 1° aprile 1861 la Guerra Civile non era ancora iniziata. Quel giorno il Segretario di Stato, William Seward, redasse un memorandum a Lincoln chiedendogli di agire contro “l'intervento europeo”.

“Chiederei immediatamente spiegazioni categoriche a Francia e Spagna”, scrisse Seward. “Chiederei spiegazioni a Gran Bretagna e Russia [...] e se non si ricevessero spiegazioni soddisfacenti da Spagna e Francia, convocherei il Congresso e dichiarerei loro guerra”.

Le preoccupazioni di Seward erano legittime.

Constatando la debolezza dell'America, le potenze straniere avevano iniziato a mettere in discussione la Dottrina Monroe, che proibiva l'intervento europeo nelle Americhe.

La Spagna aveva annesso la sua ex-colonia di Santo Domingo il 18 marzo, aumentando deliberatamente la guarnigione cubana a 25.000 uomini. La Francia stava agitando le armi per Haiti e altre colonie perdute.

Nel frattempo i diplomatici britannici si stavano impegnando a fondo per riunire Spagna, Francia e Russia in una coalizione abbastanza forte da costringere Lincoln a riconoscere la Confederazione.

Questi intrighi violavano palesemente la Dottrina Monroe, ma a nessuno importava più cosa pensasse l'America. Gli Stati Uniti stavano andando in pezzi.

“I nostri dissensi interni stanno producendo i loro frutti”, scrisse il New York Times il 30 marzo 1861. “Il terrore del nome americano è svanito e le potenze del Vecchio Mondo stanno accorrendo al banchetto da cui il grido della nostra aquila le aveva finora spaventate. Stiamo iniziando a subire le conseguenze di essere una potenza debole e disprezzata”.

Quando Seward scrisse il suo promemoria a Lincoln, l'attacco a Fort Sumter sarebbe arrivato entro undici giorni. Il primo colpo della nostra Guerra Civile non era ancora stato sparato.

Ciononosante le potenze d'Europa erano già pronte a combattere.


La Gran Bretagna era la capofila

La Gran Bretagna era la forza trainante di questi complotti. Gli inglesi pianificavano la caduta dell'America da anni.

L'Inghilterra non fece mistero delle sue ambizioni in Nord America.

Il 3 gennaio 1860 il londinese Morning Post chiese senza mezzi termini il ripristino del dominio britannico in America.

Il Post era noto per essere il portavoce di Lord Palmerston, Primo Ministro britannico. Infatti si vociferava che lo stesso Palmerston scrivesse di tanto in tanto editoriali non firmati per il giornale.

Se Nord e Sud si fossero separati, affermava il Morning Post il 3 gennaio 1860, le colonie del Nord America britannico (in seguito unite nel Dominion del Canada) avrebbero “detenuto l'equilibrio di potere sul continente”. Il Canada si sarebbe trovato in una posizione di forza per annettere le contese frazioni degli ex-Stati Uniti.

Il primo obiettivo avrebbe dovuto essere Portland, nel Maine, suggeriva il Post. Strategicamente situato al capolinea della Grand Trunk Railway canadese, il porto di Portland forniva al Canada l'accesso all'Atlantico durante i mesi invernali, quando tutti i porti sul fiume San Lorenzo erano ghiacciati.

Perché lasciare una risorsa così vitale in mani americane?

“Per motivi militari, oltre che commerciali, è ovviamente necessario”, sosteneva il Morning Post, “che il Nord America britannico disponga sull'Atlantico di un porto aperto tutto l'anno [...]”.

Il quotidiano raccomandava che lo stato del Maine si unisse volontariamente all'Impero britannico, una volta crollata l'Unione. “Il popolo di quello Stato, in vista del profitto commerciale, dovrebbe offrirsi di essere annesso al Canada”, suggeriva.

Il Post prevedeva che il crescente potere del Canada in un mondo post-americano avrebbe presto portato a ulteriori annessioni, culminando in quello che il giornale definiva “il ripristino di quell'influenza che più di ottant'anni fa l'Inghilterra non avrebbe dovuto perdere”.

Con queste parole il Morning Post chiarì di essere favorevole al ritorno del dominio britannico in America, esattamente del tipo di cui l'Inghilterra aveva goduto “più di ottant'anni fa” (prima del 1780, ovviamente).


Il piano britannico per una guerra per procura

La minaccia di riconquista sul Morning Post non era vana.

Infatti quel piano ebbe quasi successo.

Sappiamo da altre fonti, tra cui la corrispondenza diplomatica, che l'Inghilterra progettava di utilizzare la Confederazione per combattere una guerra per procura contro gli Stati Uniti.

Una volta esaurite le forze americane, la Gran Bretagna e i suoi alleati europei intendevano chiedere una mediazione internazionale per porre fine alla guerra.

Se Lincoln avesse rifiutato, la Marina britannica avrebbe rotto il blocco dell'Unione e liberato il Sud, costringendo così Lincoln al tavolo delle trattative, che gli piacesse o no.

Gli arbitri avrebbero diviso gli Stati Uniti in due Paesi separati, il Nord e il Sud.

In seguito progettarono di frammentare ulteriormente gli Stati Uniti in quattro o più mini-stati, troppo deboli per resistere alla ricolonizzazione.


Supporto militare britannico alla Confederazione

Il primo passo del piano britannico fu quello di esaurire le forze americane attraverso la guerra civile. Per raggiungere questo obiettivo, la Gran Bretagna divenne il principale fornitore di armi e rifornimenti per i ribelli del Sud.

Il 13 maggio 1861 la regina Vittoria emanò un proclama che concedeva lo status di belligerante alla Confederazione: ciò significava che le navi da guerra ribelli potevano ora operare legalmente dai porti britannici.

I costruttori navali britannici fornirono ai Confederati una marina moderna. Molte delle migliori navi da guerra ribelli furono assemblate nei cantieri navali britannici, finanziate da obbligazionisti britannici e, in alcuni casi, con equipaggi britannici.

I predoni confederati paralizzarono la navigazione unionista, affondandone quasi un migliaio. Un predone, la CSS Alabama, costruita in Gran Bretagna, distrusse 65 navi mercantili e da guerra unioniste in due anni, fino al suo definitivo affondamento nel giugno del 1864. L'equipaggio dell'Alabama era composto per lo più da britannici.

Il supporto tecnico britannico si rivelò fondamentale anche nella costruzione di una fabbrica di polvere da sparo ad Augusta, in Georgia, nel 1861. Era l'unica struttura del genere nel Sud; senza di essa i Confederati non avrebbero avuto polvere da sparo.


Schieramento delle truppe in Canada

L'Inghilterra fornì più di un semplice supporto logistico al Sud: minacciò anche il Nord con schieramenti di truppe e minacce di guerra.

Ad esempio, nel dicembre del 1861, la Gran Bretagna dispiegò 11.000 soldati in Canada, richiamò la milizia canadese e pianificò un blocco navale del nord-est degli Stati Uniti, come descritto nel libro One War at a Time: The International Dimensions of the American Civil War (1999) di Dean B. Mahin.

La ragione ufficiale di questi preparativi era quella di difendere il Canada da un possibile attacco statunitense, nel caso in cui la Gran Bretagna avesse dichiarato guerra per l'Affare Trent, un incidente in cui una nave della Marina statunitense aveva abbordato un pacco postale britannico nei Caraibi, arrestando due inviati confederati.

Tuttavia l'Affare Trent fornì solo una scusa per attuare i piani britannici esistenti.

Mahin scrisse che una delle mosse difensive proposte dagli strateghi britannici nel dicembre del 1861 fu la conquista di Portland, nel Maine, per impedire alle forze dell'Unione di tagliare l'accesso britannico al porto.

Tuttavia, come accennato in precedenza, la conquista di Portland era un obiettivo bellico britannico già esistente, annunciato sul London Morning Post quasi due anni prima.


Schieramento delle truppe in Messico

Mentre la Gran Bretagna rinforzava il Canada, si unì a essa anche Francia e Spagna in un'invasione congiunta del Messico. Tutti e tre i Paesi sbarcarono truppe a Veracruz l'8 dicembre 1861, innescando una guerra civile messicana che infuriò fino al 1866.

Il pretesto per l'invasione era quello di imporre il pagamento del debito pubblico messicano; il suo vero scopo era quello di garantire al Messico un'area di appoggio per l'intervento nella guerra civile americana, un fatto che presto sarebbe diventato evidente.

L'imperatore francese Luigi Napoleone Bonaparte III era il più stretto alleato della Gran Bretagna, legato all'Inghilterra per il suo trono.

Nipote di Napoleone I, Luigi Napoleone prese il potere con un colpo di stato il 2 dicembre 1851, rovesciando la Seconda Repubblica francese, con l'appoggio e l'approvazione di Lord Palmerston.

Napoleone III si unì poi ai suoi protettori britannici in una serie di avventure militari, tra cui la Guerra di Crimea (1853-1856) e l'invasione del Messico del 1861.


“Una guerra alla volta”

L'enormità delle provocazioni francesi e britanniche giustificava chiaramente una risposta militare da parte del Nord. Eppure la mano ferma di Lincoln al timone impedì che la Guerra Civile si trasformasse in una conflagrazione globale.

Nel suo libro, One War at a Time, Mahin suggerì che Lincoln avesse deliberatamente giocato a fare il poliziotto buono e il poliziotto cattivo, permettendo al suo Segretario di Stato, William Seward, di lanciare minacce sconsiderate contro le potenze straniere, mentre Lincoln forniva la voce rassicurante della ragione.

Il 4 aprile 1861, ad esempio, Seward dichiarò al Times di Londra di essere “pronto, se necessario, a minacciare di guerra la Gran Bretagna” se avesse osato riconoscere il governo ribelle.

Probabilmente in risposta alla minaccia di Seward, il Proclama della Regina del 13 maggio non concesse il riconoscimento diplomatico al Sud. Ciononostante la Regina Vittoria concesse diritti di belligeranza alle navi da guerra confederate, il che fece infuriare Seward.

Elaborò prontamente istruzioni per Charles Francis Adams Sr., ambasciatore degli Stati Uniti a Londra, ordinandogli di avvertire la Gran Bretagna che il riconoscimento della Confederazione sarebbe stato un atto di guerra.

“Una guerra alla volta”, consigliò Lincoln a Seward, dopo aver rivisto una bozza della sua lettera il 21 maggio 1861. Lincoln modificò il documento di suo pugno per addolcirne il tono.

Durante la guerra, questo tipo di interazioni private tra Lincoln e Seward tendevano a trapelare. In una certa misura sembra probabile che i due stessero recitando, mettendo in scena uno spettacolo per diplomatici stranieri e giornalisti.

Se la routine del poliziotto buono e del poliziotto cattivo di Lincoln fosse davvero una strategia deliberata, allora ebbe successo. Mantenne gli inglesi nervosi, sbilanciati e indecisi per i primi tre anni di guerra.

Se la Gran Bretagna e i suoi alleati avessero agito tempestivamente e con coraggio – rompendo il blocco unionista del Sud, sigillando le coste unioniste e conquistando i porti del New England, come avevano inizialmente pianificato – un'America divisa sarebbe stata troppo debole per resistere.

Lincoln avrebbe perso il sostegno pubblico e, con esso, la guerra.


Motivare i Confederati

Le continue minacce di Seward intimidivano gli inglesi, rendendoli timorosi di un'azione diretta, ma non esitarono mai a spendere sangue confederato nella loro guerra per procura contro il Nord.

Per motivare i loro clienti del Sud, gli inglesi fecero un uso accorto di carota e bastone.

Offrirono continuamente la carota del riconoscimento britannico.

I Confederati sapevano che, una volta che la Gran Bretagna avesse riconosciuto la Confederazione, altre potenze europee avrebbero seguito il loro esempio. Lincoln si sarebbe trovato isolato nel mondo occidentale, sarebbe stato costretto a sedersi al tavolo delle trattative.

Ma c'era anche un bastone.

Gli inglesi chiarirono che non avrebbero rischiato una guerra con l'Unione finché la Confederazione non avesse dimostrato di poter far valere il suo peso sul campo di battaglia.

Il 14 agosto 1861 il Ministro degli Esteri britannico, John Russell, incontrò tre inviati confederati a Londra, informandoli che l'Inghilterra avrebbe preso in considerazione il riconoscimento del loro governo solo quando “la fortuna delle armi [...] avrebbe determinato chiaramente la posizione dei due belligeranti”.

Lord Palmerston riecheggiò questa opinione in una lettera del 20 ottobre 1861, in cui simpatizzava per l'indipendenza del Sud, ma avvertiva che “le operazioni belliche sono state finora troppo indecise per giustificare un riconoscimento dell'Unione del Sud”.


Il motore della guerra

La promessa di un intervento britannico, fatta privatamente e ripetutamente ai leader confederati, fu il motore trainante della ribellione. Senza queste promesse, vi sono seri dubbi sul fatto che i leader confederati avrebbero osato entrare in guerra.

Già nella primavera del 1860, quando Lincoln era ancora in campagna elettorale per la presidenza, i consoli britannici negli stati del sud informarono Londra che erano in corso piani di secessione e che i ribelli contavano sul sostegno britannico.

Due anni dopo l'allora Segretario di Stato per la Confederazione, Judah Benjamin, sperava ancora che il riconoscimento britannico potesse avere successo laddove l'esercito confederato aveva fino a quel momento fallito.

In una lettera del 12 aprile 1862 Benjamin scrisse: “Poche parole provenienti da Sua Maestà Britannica porrebbero di fatto fine a una lotta che così desola il nostro Paese”.

Ma gli inglesi non si lasciarono impressionare dalle lamentele confederate, solo un'azione sanguinosa sul campo di battaglia li avrebbe soddisfatti.

E così i Confederati continuarono a combattere, sempre fiduciosi che la loro vittoria successiva avrebbe potuto convincere i loro protettori britannici ad agire.


Il tentativo dell'Inghilterra di forzare la mediazione

La seconda battaglia di Manassas si rivelò un punto di svolta. Dopo la vittoria confederata del 30 agosto 1862, i leader britannici decisero che i tempi erano maturi.

Lord Palmerston scrisse a Russell il 14 settembre 1862, facendo notare che le forze dell'Unione avevano “subito una disfatta” a Manassas.

“Non sarebbe giunto il momento per noi di valutare se, in una tale situazione, Inghilterra e Francia non potrebbero rivolgersi alle parti in conflitto e raccomandare un accordo basato sulla separazione?”, suggerì Palmerston.

Stipulando che la mediazione proposta dovesse essere “basata sulla separazione”, Palmerston ammise che i colloqui di pace sarebbero stati una farsa. L'esito era già stato deciso: Nord e Sud dovevano separarsi.

Russell rispose il 17 settembre: “Sono d'accordo con lei sul fatto che sia giunto il momento di offrire una mediazione al governo degli Stati Uniti, in vista del riconoscimento dell'indipendenza dei Confederati. Concordo inoltre sul fatto che, in caso di fallimento, dovremmo riconoscere noi stessi gli Stati del Sud come Stato indipendente. [...] Dovremmo, quindi, se concordiamo su un tale passo, proporlo prima alla Francia e poi, da parte di Inghilterra e Francia, alla Russia e ad altre potenze, come misura da noi decisa”.


L'obiettivo nascosto dell'Inghilterra

Se l'obiettivo della Gran Bretagna nella nostra Guerra Civile fosse stato semplicemente quello di cercare una separazione pacifica tra Nord e Sud, le sue azioni avrebbero potuto essere giustificate come ingenue ma ben intenzionate.

Tuttavia gli obiettivi nascosti della Gran Bretagna divergevano nettamente da quelli ufficiali.

La corrispondenza diplomatica pubblicata nel Parliamentary Blue Book britannico tende a fornire una versione edulcorata delle intenzioni britanniche, in quanto tali dispacci furono scritti con la piena consapevolezza che sarebbero stati pubblicati.

Una versione meno edulcorata delle intenzioni britanniche può essere ricavata da fonti non ufficiali, come articoli di giornale, osservazioni di diplomatici stranieri e dalle azioni dello stesso governo britannico.

Un attento studio di tali fonti rivela che la Gran Bretagna non mirava tanto a una separazione pacifica tra Nord e Sud quanto alla completa distruzione degli Stati Uniti, che sperava di ottenere frammentando il Paese in più parti.


Dividi et impera

Come discuteremo anche più avanti, Napoleone III nutriva un “Grande Disegno” per lo smembramento degli Stati Uniti, il quale avrebbe lasciato il Texas, la Louisiana, la Florida e altri territori statunitensi sotto il controllo francese.

Gli inglesi avevano piani simili, che senza dubbio coordinarono con i loro alleati francesi.

Il 25 settembre 1861, dopo una lunga serie di sconfitte dell'Unione, Sir Edward Bulwer-Lytton, un importante statista britannico e membro del Parlamento, predisse con gioia lo smembramento dell'America in quattro o più parti, “con felici risultati per la sicurezza dell'Europa”.

“La separazione tra Nord e Sud degli Stati Uniti, che ora è causata dalla guerra civile, l'ho da tempo prevista e predetta come inevitabile”, affermò Bulwer-Lytton in un discorso.

Prevedette che gli Stati Uniti si sarebbero divisi non in “due, ma almeno quattro, e probabilmente più di quattro Commonwealth separati e sovrani”.

Questa era una buona notizia per l'Europa, dichiarò Bulwer-Lytton: finché gli Stati Uniti fossero rimasti uniti, “incombevano sull'Europa come una nube temporalesca. Ma nella misura in cui l'America si sarebbe suddivisa in diversi Stati [...] la sua ambizione sarebbe stata meno temibile per il resto del mondo”.


“Vi spezzerete in frammenti”

Bulwer-Lytton non stava semplicemente esprimendo la sua opinione personale. Altre fonti confermano che alti statisti britannici erano favorevoli alla spartizione dell'America in più parti, non solo in due.

Il ministro degli Esteri russo, il principe Alexander Gorchakov, avvertì Lincoln di questo piano.

“Una separazione sarà seguita da un'altra; verrete spezzati in frammenti”, disse Gorchakov, in un incontro del 27 ottobre 1862 con Bayard Taylor, l'incaricato d'affari americano a San Pietroburgo.

L'ambasciatore statunitense in Gran Bretagna, Charles Francis Adams Sr., trasse una conclusione simile.

“La passione predominante qui [in Inghilterra] è il desiderio di una suddivisione definitiva dell'America in molti stati separati che si neutralizzeranno a vicenda”, scrisse Adams a Seward l'8 agosto 1862.


L'Inghilterra si avvia verso la guerra

Tutte le prove suggeriscono che i pianificatori britannici sapessero fin dall'inizio che i loro obiettivi in America non sarebbero mai stati raggiunti senza spargimento di sangue.

Anche il primo passo per separare il Nord dal Sud avrebbe richiesto un intervento militare.

Come accennato in precedenza, Seward aveva chiarito il 4 aprile 1861 che l'Unione avrebbe dichiarato guerra alla Gran Bretagna se avesse riconosciuto il Sud. In tal caso gli inglesi pianificarono di utilizzare la Royal Navy per rompere il blocco dell'Unione, pienamente consapevoli che il Nord avrebbe risposto invadendo il Canada.

Per questo motivo, quando Lord Palmerston approvò il piano di mediazione, sottolineò, in una lettera a Russell del 17 settembre 1862, che “dovremmo metterci al sicuro in Canada, non inviandovi più truppe [oltre alle 11.000 già schierate l'anno precedente], ma concentrando quelle che abbiamo in pochi avamposti difendibili prima dell'arrivo dell'inverno”.

Il Primo Ministro ammise quindi che la sua proposta di “mediazione” avrebbe probabilmente portato a una guerra di terra tra Gran Bretagna e Stati Uniti.

Palmerston scelse comunque di procedere.

Una riunione del gabinetto della regina Vittoria era prevista per il 23 ottobre 1862: in essa si sarebbero discussi i piani per un intervento congiunto di Francia, Russia e Gran Bretagna.


“Hanno creato una nazione”

Due settimane prima della riunione del gabinetto della Regina, il Cancelliere dello Scacchiere William Gladstone preparò il terreno per il riconoscimento del Sud in un discorso tenuto a Newcastle il 7 ottobre 1862. Gladstone disse: “Jefferson Davis e gli altri leader hanno creato un esercito; stanno creando, a quanto pare, una marina; e hanno creato qualcosa di più di entrambe le cose: hanno creato una nazione. [...] [Possiamo] prevedere con certezza il successo degli Stati del Sud per quanto riguarda la loro separazione dal Nord”.

Nel suo discorso Gladstone arrivò pericolosamente vicino a riconoscere il Sud come nazione sovrana.

Nonostante la spavalderia di Gladstone, i leader britannici erano nervosi, esitanti a procedere senza il sostegno delle altre potenze europee.

Il 17 novembre 1862 l'Incaricato d'Affari russo a Washington, Edouard de Stoeckl, riferì al suo governo che un attacco franco-britannico all'Unione era imminente. Poiché né i francesi né gli inglesi nutrivano “alcuna illusione che la loro offerta di mediazione venisse accettata [...] il passo successivo sarà il riconoscimento del Sud [...] [e] l'apertura forzata dei porti meridionali [...]”.

Prima di compiere questo passo gli inglesi cercarono di ottenere il sostegno di tutte le grandi potenze europee.

De Stoeckl riferì che Lord Lyons, ambasciatore britannico a Washington, voleva che “il tentativo [di mediazione] [...] venisse non solo da Francia e Inghilterra, ma da tutto il mondo civilizzato”.


La questione russa

Per tutte queste ragioni, gli inglesi desideravano ottenere il sostegno russo per la loro mossa contro Lincoln.

Sapevano che la Russia era il più forte sostenitore di Lincoln in Europa, ma speravano di poter rompere l'amicizia se avessero esercitato la giusta pressione.

In realtà lo zar Alessandro II stava facendo il doppio gioco con gli inglesi. Pur fingendo di ascoltare i loro piani di mediazione, i diplomatici russi riferirono prontamente tutto. Torniamo agli americani.

Gli inglesi cercarono di convincere la Russia a collaborare con loro, offrendo concessioni in altre parti del mondo.

Ad esempio, una rivolta polacca contro la Russia era in fermento dal 1861, fornendo a Francia e Gran Bretagna una scusa per minacciare la Russia di intervenire. Inoltre Inghilterra, Francia e Russia stavano negoziando per decidere chi sarebbe diventato il prossimo re di Grecia.

Voci di corridoio raggiungero Seward secondo cui i russi avrebbero potuto sostenere l'intervento nella guerra civile americana, in cambio di concessioni in Grecia da parte di Inghilterra e Francia. Seward era sufficientemente preoccupato da convocare de Stoeckl al Dipartimento di Stato all'inizio del 1863 per chiedere spiegazioni.


L'appello di Lincoln allo Zar

Con l'imminente intervento francese e britannico e la posizione della Russia ancora incerta, Lincoln rivolse un appello segreto direttamente allo Zar.

Una mossa astuta.

La Russia era l'unica potenza europea con eserciti terrestri in Asia sufficienti a sfidare il dominio britannico sull'India e sul Medio Oriente. Per questo motivo Inghilterra e Russia erano acerrime e perenni nemiche.

A peggiorare queste tensioni Inghilterra, Francia e i loro alleati ottomani avevano di recente sconfitto la Russia nella guerra di Crimea del 1853-1856. I russi bramavano vendetta.

Lincoln sapeva che la politica russa di mettere l'America contro l'Inghilterra era una strategia consolidata fin dalla Guerra d'Indipendenza, quando l'imperatrice russa Caterina la Grande aveva sostenuto il diritto dei coloni americani a chiedere l'indipendenza.

Nel 1839 lo zar Nicola I aveva detto a George Mifflin Dallas, all'epoca ministro degli Stati Uniti a San Pietroburgo: “Non solo i nostri interessi sono simili, ma anche i nostri nemici sono gli stessi”.

L'“imminente dissoluzione dell'Unione Americana” avrebbe rappresentato una minaccia per gli interessi russi, avvertì de Stoeckl al principe Gorchakov in una lettera del 4 gennaio 1860, poiché la rivalità della Gran Bretagna con l'America era stata in precedenza “la migliore garanzia contro i progetti ambiziosi e l'egoismo politico della razza anglosassone”.

Meglio mantenere gli anglosassoni divisi!

Lo zar concordò sul fatto che preservare l'Unione Americana fosse “essenziale per l'equilibrio politico universale”.

Esisteva quindi una base per la cooperazione russo-americana.


La promessa dello zar a Lincoln

All'inizio del 1862 Lincoln ordinò al nuovo ambasciatore statunitense a San Pietroburgo, il generale Simon Cameron, di interrogare segretamente lo zar su cosa avrebbe fatto se Francia e Gran Bretagna fossero intervenute nella nostra guerra civile.

Lo zar promise a Lincoln che, in caso di intervento straniero, “o al manifestarsi di un reale pericolo, l'amicizia della Russia per gli Stati Uniti sarebbe stata riconosciuta in modo decisivo, tale che nessun'altra nazione avrebbe potuto fraintendere”.

Dopo aver ricevuto questa rassicurazione, Seward si impegnò a diffondere la voce che esistesse un'intesa segreta tra Stati Uniti e Russia.

“Sarebbe bene che in Europa si sapesse che non siamo più allarmati dalle dimostrazioni di interferenza europea”, scrisse Seward al console americano a Parigi, John Bigelow, il 25 giugno 1862.

D'ora in poi, scrisse Seward, qualsiasi stato europeo “che si impegni a intervenire in qualsiasi parte del Nord America, prima o poi finirà tra le braccia di un nativo di un Paese orientale non particolarmente distinto per gentilezza di modi o carattere [...]”.

Quando parlava di un “Paese orientale” non “distinto per gentilezza”, Seward si riferiva chiaramente alla Russia.


Debolezza dell'Unione

La primavera del 1863 vide le speranze dell'Unione al loro punto più basso. Nel suo libro, Czars and Presidents, Alexandre Tarsaïdzé descrisse la situazione in questo modo: “Gli eserciti del Nord non avevano nulla da mostrare dopo due anni di spargimenti di sangue [...]. Quando Lee minacciò di invadere gli Stati del Nord, Baltimora era esultante, Filadelfia paralizzata e New York pronta alla secessione. [...] Nel luglio del 1863 scoppiarono rivolte a New York City per le leggi sulla coscrizione e nel giro di due giorni un migliaio di soldati e civili [...] giacevano morti per le strade. Il Segretario Seward fu informato che le truppe francesi in Messico stavano avanzando verso nord. Più o meno nello stesso periodo giunse la notizia che un reggimento britannico, sulle note vivaci di Dixie, era sbarcato in Canada”.

Nel frattempo Harper's Weekly riportava che due nuove corazzate ribelli sarebbero state varate dai porti britannici a settembre, la cui missione era quella di contribuire a rompere il blocco navale dell'Unione.

La notte del 26 giugno 1863 un gruppo di incursori confederati entrò nel porto di Portland, nel Maine, con l'intenzione di sabotarlo. Le navi della Marina statunitense attaccarono e catturarono i Confederati, ma la Battaglia di Portland, come venne chiamata, sollevò inquietanti interrogativi sul consolidamento delle truppe britanniche in Canada.

Conquistare Portland era un noto obiettivo bellico britannico. Il raid su quel porto prefigurava forse un'imminente azione britannica?


I francesi fanno la loro mossa

Le truppe francesi presero Città del Messico il 10 giugno 1863, deponendo il presidente Benito Juárez, il quale fuggì sulle montagne per organizzare una guerriglia di resistenza.

Un mese dopo il nuovo governo messicano controllato dai francesi invitò l'arciduca austriaco Massimiliano a formare un regime fantoccio e accettare il titolo di Imperatore del Messico.

Nell'ottobre del 1863 circa 40.000 soldati francesi combattevano in Messico.

Con l'intensificarsi del coinvolgimento francese in Messico, i funzionari confederati si affrettarono a ingraziarsi Luigi Napoleone. Circolarono voci di un'alleanza segreta tra la Confederazione e il nuovo regime francese in Messico.

“Gli Stati Confederati saranno nostri alleati e ci difenderanno contro gli attacchi del Nord”, dichiarava un opuscolo di propaganda francese del 1863.

Lord Palmerston aveva già espresso approvazione per il cambio di governo sponsorizzato dalla Francia, dichiarando al ministro degli Esteri John Russell, il 19 gennaio 1862, che i piani francesi di istituire una monarchia in Messico avrebbero scoraggiato un'ulteriore espansione verso sud da parte degli Stati Uniti.


I piani di Napoleone III sul territorio del Sud

Tuttavia i francesi si rivelarono alleati problematici per il Sud, poiché Luigi Napoleone progettava di annettere ampi tratti del territorio meridionale.

Anni prima Luigi Napoleone aveva ammesso con noncuranza di voler “stabilire una Gibilterra francese a Key West, impadronirsi della Florida, della Louisiana e della costa del Golfo e portare l'Impero messicano sotto il dominio francese”, secondo Alexandre Tarsaïdzé in Czars and Presidents (1958).

Sembrava in quel momento che Luigi Napoleone potesse ottenere ciò che desiderava.

Nel gennaio del 1863 i consoli francesi a Galveston e Richmond furono colti in flagrante mentre cercavano di organizzare una ribellione in Texas contro Jefferson Davis.

Contemporaneamente un importante quotidiano viennese riportò la voce secondo cui i funzionari confederati avevano accettato di cedere volontariamente il Texas al regime francese in Messico. Se l'Unione avesse osato bloccare questo trasferimento, avvertiva il giornale, Luigi Napoleone avrebbe probabilmente “interferito con la forza armata a favore del Sud”.

L'interesse di Luigi Napoleone per il Texas faceva parte di un piano più ampio che lui chiamava il suo “Grande Disegno”. Come documentato nel libro, Blue and Gray Diplomacy (2010) di Howard Jones, il “Grande Disegno” mirava a frammentare gli Stati Uniti in tre nazioni diverse, Nord, Sud e Ovest, annettendo al contempo il Texas, la Louisiana e altri territori del Sud all'Impero messicano.

Lincoln fu sufficientemente allarmato dalle notizie sul “Grande Disegno” di Luigi Napoleone da distogliere le truppe dalle operazioni del generale Grant in Mississippi per invadere il Texas quattro volte tra il 1863 e il 1864, nel tentativo di stabilire un “punto d'appoggio” statunitense in Texas per scoraggiare l'occupazione francese.


Intervento russo

Con il generale Lee all'offensiva in Pennsylvania e 40.000 soldati francesi a minacciare il Texas, i timori di un intervento anglo-francese si intensificarono.

Tre miracoli salvarono l'Unione.

Il primo fu la vittoria a Gettysburg il 3 luglio 1863.

Il secondo fu la caduta di Vicksburg il giorno successivo, il 4 luglio 1863.

Il terzo miracolo fu l'arrivo di due flotte russe a New York e San Francisco, rispettivamente a settembre e ottobre 1863.

La flotta russa del Baltico arrivò improvvisamente a New York tra l'11 e il 24 settembre 1863, al comando del contrammiraglio Stepan Lisovsky.

Il 12 ottobre la flotta russa dell'Estremo Oriente gettò l'ancora nella baia di San Francisco, al comando del contrammiraglio Andrei Popov.

La Marina russa rimase in acque statunitensi per sette mesi. Quando se ne andarono, la guerra si era decisamente orientata a favore di Lincoln. Il pericolo di un intervento straniero era ormai passato.


Mistero e segretezza

Ancora oggi mistero, controversie e segretezza circondano lo schieramento navale russo del 1863.

Gli storici accademici sostengono da tempo che lo spiegamento russo non avesse nulla a che fare con la Guerra Civile Americana. I documenti che suggeriscono il contrario vengono minimizzati o screditati.

La versione ufficiale è che lo Zar avesse bisogno di mettere la sua flotta al sicuro. Se francesi e inglesi fossero entrati in guerra per la questione polacca, i russi temevano che le loro navi potessero rimanere intrappolate nei loro porti.

Ma c'erano posti più sicuri in cui lo Zar avrebbe potuto inviarle; l'America era una zona di guerra all'epoca.

Chiaramente lo Zar non stava cercando di fuggire da francesi e inglesi, ma piuttosto cercava il posto migliore per combatterli. Decise di schierarsi in America.

Sembra ragionevole concludere che, qualunque fossero le altre motivazioni che lo Zar potesse avere per schierare la sua flotta in America, almeno una era quella di mostrare solidarietà agli americani, scoraggiando Inghilterra e Francia dall'attaccare entrambi i Paesi.


Prove delle intenzioni russe

Alcune dichiarazioni attribuite al Principe Gorchakov, Ministro degli Esteri russo, possono aiutare a far luce sulle ragioni del dispiegamento russo.

Nel febbraio 1862 il Principe Gorchakov chiese al diplomatico statunitense, Charles A. De Arnaud, se l'Unione avesse navi sufficienti per mantenere il blocco navale. De Arnaud ammise di non esserne sicuro, al che il Principe Gorchakov rispose (secondo le memorie di De Arnaud): “Verificherò se hanno navi sufficienti per mantenere il blocco navale, e se non le hanno loro, le abbiamo noi! L'Imperatore, mio Augusto Signore, non permetterà a nessuno di interferire con questo blocco navale, anche a costo di rischiare un'altra guerra alleata!”.

Otto mesi dopo, nell'ottobre del 1862, lo stesso principe Gorchakov rispose a una lettera del presidente Lincoln offrendo queste assicurazioni a Bayard Taylor, incaricato d'affari americano a San Pietroburgo: “Solo la Russia vi ha sostenuto fin dall'inizio e continuerà a sostenervi. [...] Desideriamo la sopravvivenza dell'Unione americana come nazione indivisibile. [...] Verranno avanzate proposte alla Russia per aderire a un piano di interferenza; essa rifiuterà qualsiasi invito del genere. [...] Potete contare su questo”.

Così, dieci mesi prima dello schieramento della flotta russa, il principe Gorchakov aveva avvertito Lincoln di aspettarsi un ultimo tentativo di intervento da parte di Francia e Inghilterra, un tentativo che tutti sapevano avrebbe comportato un'azione navale per rompere il blocco dell'Unione.

Alla luce di questi fatti non sembra azzardato concludere che lo zar avesse inviato la sua flotta, almeno in parte, per scoraggiare Francia e Gran Bretagna dal loro piano.

Lo zar mantenne la promessa fatta a Lincoln: “L'amicizia della Russia per gli Stati Uniti sarà riconosciuta in modo decisivo, tale che nessun'altra nazione potrà mai sbagliarsi”.

Potremmo essere in debito con la Russia per aver difeso l'Unione in un momento cruciale.


Come la Gran Bretagna causò la Guerra Civile

Il resoconto precedente ha convinto, si spera, i lettori a chiedersi se la Gran Bretagna fosse davvero “neutrale” nella nostra Guerra Civile, come sostengono molti storici.

L'ingerenza della Gran Bretagna stiracchia la definizione di “neutralità” oltre ogni limite.

E c'è di più.

Alcune prove suggeriscono che l'Inghilterra potrebbe aver effettivamente causato la Guerra Civile.

Il principale consigliere economico di Lincoln, Henry Charles Carey (1793-1879), ne era convinto. Accusò la Gran Bretagna di aver istigato la guerra per il proprio tornaconto.

Nel suo opuscolo del 1867, Reconstruction: Industrial, Financial and Political, Carey accusò la Gran Bretagna di alimentare passioni secessioniste attraverso una rete di “agenti britannici” che operavano “in stretta alleanza con l'aristocrazia schiavista del Sud [...]”.

L'economia del Sud dipendeva dalla Gran Bretagna, la quale ne acquistava ogni anno il 70% delle esportazioni di cotone. Secondo Carey, la Gran Bretagna usava la sua influenza per spingere i leader del Sud verso la secessione.

Gli inglesi sapevano che un Sud indipendente sarebbe stato libero di ridurre i dazi e di utilizzare manodopera schiavizzata, mantenendo bassi i prezzi del cotone.

Se non si fosse affrontato il problema di fondo dell'influenza britannica, Carey predisse che gli sforzi dell'Unione per “ricostruire” il Sud sarebbero falliti.

“Il libero scambio britannico, il monopolio industriale e la schiavitù umana vanno di pari passo”, concluse Carey, “e chi intraprende l'opera di ricostruzione senza essersi prima accertato che tale sia la realtà, scoprirà di aver costruito su basi instabili e non riuscirà a costruire un edificio che sia permanente”.


“Sistema britannico” & “Sistema americano”

Carey credeva che due sistemi economici rivali si stessero contendendo il predominio nel XIX secolo: il “Sistema britannico” e il “Sistema americano”.

Sosteneva che la nostra Guerra Civile fosse stata combattuta, in gran parte, per determinare quale di questi due sistemi avrebbe prevalso.

Il Sistema britannico mirava a fare dell'Inghilterra l'“officina del mondo”, con un monopolio globale sulla produzione industriale. Altri Paesi avrebbero dovuto fornire cibo e materie prime in cambio dei prodotti manifatturieri britannici.

Al contrario, il Sistema americano incoraggiava l'autosufficienza nazionale. Gli americani erano spinti a produrre tutto ciò di cui avevano bisogno nel proprio Paese, inclusi cibo, materie prime e prodotti manifatturieri.

I due sistemi erano incompatibili e destinati a scontrarsi.

L'America era l'arena naturale per questa contesa, poiché il Nord industrializzato seguiva il Sistema americano, mentre il Sud agricolo seguiva il Sistema britannico.


Perché l'Inghilterra sostenne la Confederazione

Gli inglesi avevano molto da perdere se il Nord avesse prevalso.

Il Nord stava costruendo le proprie fabbriche tessili e cercando di sostituire l'Inghilterra come principale partner commerciale del Sud. Se ciò fosse accaduto, il sistema britannico avrebbe potuto potenzialmente crollare.

La Gran Bretagna avrebbe perso la sua fornitura di cotone a basso costo, avrebbe perso il suo monopolio tessile globale e avrebbe perso il Sud degli Stati Uniti come mercato per i prodotti manifatturieri inglesi. Da quel momento in poi i sudisti avrebbero acquistato manufatti dal Nord.

Il 7 marzo 1862 Lord Robert Cecil si rivolse al Parlamento britannico con queste parole: “Gli Stati del Nord d'America non potranno mai essere nostri amici sicuri [...] perché siamo rivali, politicamente, commercialmente. Aspiriamo alla stessa posizione. Entrambi aspiriamo al governo dei mari. Siamo entrambi un popolo manifatturiero, e in ogni porto, così come in ogni corte, siamo rivali l'uno dell'altro. [...] Per quanto riguarda gli Stati del Sud, la tesi è completamente invertita. La popolazione si basa sull'agricoltura. Fornisce la materia prima della nostra industria e consuma i prodotti che ne ricaviamo. Con loro, quindi, ogni interesse deve portarci a coltivare relazioni amichevoli, e abbiamo visto che, allo scoppio della guerra, si sono subito rivolti all'Inghilterra come loro alleato naturale”.

Con queste parole Lord Cecil chiarì che il rapporto che la Gran Bretagna desiderava con l'America era un rapporto coloniale, in cui le “colonie” avrebbero esportato cibo e materie prime alla madrepatria, mentre quest'ultima forniva in cambio i manufatti.

La Gran Bretagna favoriva il Sud proprio perché i sudisti non avevano mai rotto il legame coloniale; il Sud rimaneva economicamente dipendente dalla madrepatria.

Il Nord, dall'altra parte, aveva cercato di migliorare la propria situazione industrializzandosi e costruendo una propria flotta mercantile, entrando così in competizione con la Gran Bretagna. Così facendo il Nord divenne il rivale dell'Inghilterra e, in definitiva, il suo nemico mortale.


“Libero scambio” & “Protezionismo”

Molti storici sostengono che il sistema britannico incoraggiasse il “libero scambio”, mentre il sistema americano promuovesse il “protezionismo”. Questo è fuorviante.

In realtà entrambi i sistemi erano protezionistici.

La confusione nasce dai propagandisti britannici che impararono presto a camuffare le loro politiche protezionistiche sotto la retorica del “libero scambio”.

Nel suo libro del 1776, La ricchezza delle nazioni, l'economista britannico Adam Smith sosteneva che tutti i Paesi avrebbero dovuto commerciare liberamente tra loro, senza dazi o altre restrizioni. La “mano invisibile” dei mercati avrebbe garantito a ciascun Paese la ricezione dei beni di cui aveva bisogno al miglior prezzo.

L'idea di Smith poteva essere stata praticabile o meno, ma non fu mai sperimentata nell'effetivo.

Al contrario la Gran Bretagna applicò il libero scambio in modo selettivo, solo nei mercati in cui deteneva un monopolio sicuro o qualche altro vantaggio.

L'accordo commerciale del 1810 tra la Gran Bretagna e il Brasile illustra questo punto.


La silenziosa conquista del Brasile

Nel 1807 la Marina britannica salvò i Braganza, la famiglia reale portoghese, trasportandoli nella colonia portoghese del Brasile, fuori dalla portata delle truppe d'invasione di Napoleone.

In cambio di questo favore, i Braganza accettarono di aprire i porti brasiliani al “libero scambio”.

Era un inganno. Il dominio britannico sui mari garantiva che i porti brasiliani appena aperti avrebbero avvantaggiato principalmente la Gran Bretagna. Gli inglesi si appropriarono della maggior parte del commercio estero brasiliano.

Alcuni consiglieri reali misero in guardia i Braganza da ulteriori concessioni, ma una fazione “liberale” all'interno della burocrazia si oppose. Rodrigo de Souza Coutinho e José da Silva Lisboa avevano studiato La ricchezza delle nazioni di Adam Smith e avevano esortato i Braganza a fidarsi della “mano invisibile” del libero mercato.

Nel 1810 gli inglesi erano sufficientemente trincerati a Rio de Janeiro da costringere il Brasile a firmare un nuovo trattato che garantiva privilegi speciali alla Gran Bretagna, tra cui un dazio preferenziale che tassava le merci britanniche solo al 15%, rispetto al 24% delle altre nazioni. Persino la madrepatria, il Portogallo, era tassata al 16%.

Così, con il pretesto del “libero scambio”, la Gran Bretagna di fatto sostituì il Portogallo come madrepatria del Brasile, riducendolo a uno stato cliente.


La guerra commerciale del 1783

Come i liberali portoghesi, i Padri Fondatori americani erano ideologicamente inclini al libero scambio.

Alcuni, come Thomas Jefferson, temevano che i dazi protezionistici avrebbero trasformato l'America da una nazione rurale a una urbana, in cui banchieri e industriali avrebbero detenuto tutto il potere.

Altri ricordavano che la Dichiarazione d'Indipendenza aveva condannato Re Giorgio per “aver interrotto il nostro commercio con tutte le parti del mondo”, un riferimento alle restrizioni imposte dal Trade and Navigation Act britannico.

Nonostante questi scrupoli, la dura realtà della guerra commerciale britannica costrinse presto i Padri Fondatori a riesaminare i loro presupposti sul libero scambio.

Il campanello d'allarme arrivò nel 1783. Subito dopo la firma del trattato di pace che pose fine alla Guerra d'Indipendenza, la Gran Bretagna iniziò a immettere enormi quantità di prodotti manifatturieri a basso costo sul mercato statunitense, vendendoli a prezzi molto inferiori a quelli inglesi e, in molti casi, sottocosto.

I produttori americani alle prime armi non riuscirono a sostenere tali prezzi e fallirono. L'economia crollò; i debitori persero le loro case.

Dal 1786 al 1787 scoppiò una rivolta armata nel Massachusetts, nota come Ribellione di Shay, per chiedere sollievo dai debiti, dagli sfratti e dal dumping britannico.

Molti stati chiesero a gran voce la secessione; la Repubblica era sull'orlo della dissoluzione.


Indipendenza politica & indipendenza economica

Attraverso questa esperienza la generazione rivoluzionaria imparò che l'indipendenza politica è inutile senza indipendenza economica.

Finché gli inglesi controllavano i cordoni della borsa americana, controllavano l'America.

La guerra commerciale del 1783 rese chiaro che la Gran Bretagna non avrebbe rinunciato al suo monopolio sui prodotti manifatturieri in America.

All'atto pratico l'America rimaneva una colonia britannica.

L'essenza di un rapporto coloniale è che la colonia produce cibo e materie prime, mentre la madrepatria produce manufatti. Poiché le materie prime sono economiche e i prodotti manifatturieri costosi, i profitti affluiscono costantemente alla madrepatria.

Prima della Rivoluzione la Gran Bretagna mantenne uno stretto controllo sul commercio americano attraverso i Trade and Navigation Act del 1660, 1663 e 1672.

Ai coloni era proibito dedicarsi all'industria manifatturiera. Inoltre tutte le navi che trasportavano merci da e per le colonie erano tenute a fare scalo nei porti inglesi per pagare dazi e altre spese di trasporto, indipendentemente dalla loro destinazione finale o dal punto di origine. Persino una nave che andava da Boston al Rhode Island e ritorno doveva attraversare l'oceano due volte, fermandosi due volte nei porti inglesi, per pagare dazi e altre spese di trasporto.

Come risultato di queste leggi, nel 1677 la Gran Bretagna godeva di uno squilibrio commerciale di dieci a uno con le sue colonie americane, un rapporto che rimase costante fino alla Rivoluzione.

Nel suo libro, The Unity of Law (1872), Henry Carey calcolò che le normative commerciali coloniali consentivano alla Gran Bretagna di tassare “tre quarti del prodotto del lavoro americano” ogni anno.


Indipendenza: “Un pezzo di pergamena”

Durante la Guerra d'Indipendenza gli americani dovettero cavarsela da soli. Impararono a produrre i propri vestiti, corde, carta, ferro e altri beni essenziali. Molti speravano che queste nuove industrie locali avrebbero dato vita a un'economia prospera e indipendente.

Ma il dumping britannico pose fine a quel sogno nel 1783.

Edward Everett, fervente sostenitore del sistema americano, ricordò nel 1831: “Si presentò così lo straordinario e disastroso spettacolo di una rivoluzione vittoriosa, che fallì completamente nel suo obiettivo finale. Il popolo americano era andato in guerra non per i nomi, ma per le cose. Non si trattava semplicemente di cambiare un governo amministrato da re, principi e ministri, con un governo amministrato da presidenti, segretari e membri del Congresso. Si trattava di riparare i propri torti, di migliorare la propria condizione, di liberarsi del peso che il sistema coloniale imponeva alla propria industria. Per raggiungere questi obiettivi, sopportarono difficoltà incredibili; sopportarono e soffrirono in modo quasi inimmaginabile. E quando ottennero la loro indipendenza, scoprirono che era ormai un pezzo di pergamena”.

Gli americani impararono che una guerra commerciale può devastare una nazione con la stessa crudeltà del ferro e del fuoco. Impararono anche che l'unico modo per combattere una guerra commerciale è vendicarsi con la stessa moneta.

Gli Articoli della Confederazione, allora in vigore, non offrivano alcun mezzo di ritorsione. I singoli stati potevano imporre dazi, ma non il governo nazionale.

In risposta alla crisi alcuni stati istituirono le proprie dogane e imposero dazi, ma questo portò solo a guerre commerciali tra stati, dividendo ulteriormente il Paese.

Nei quattro anni successivi alla battaglia di Yorktown, dal 1781 al 1785, la bilancia commerciale tra Gran Bretagna e Stati Uniti rimase più di tre a uno a favore della Gran Bretagna.


Combattere il fuoco con il fuoco

Quando la Costituzione fu firmata nel 1787, praticamente tutti i Padri Fondatori erano giunti a concordare sulla necessità di dazi protettivi per contrastare la guerra commerciale britannica.

In un discorso del 9 aprile 1789, James Madison disse al Congresso che “il commercio dovrebbe essere libero”. Osservò, tuttavia, che questo principio funzionava solo quando tutti seguivano le stesse regole: “Se l'America lasciasse i suoi porti perfettamente liberi e non facesse alcuna discriminazione tra le navi di proprietà dei suoi cittadini e quelle di proprietà straniera, mentre altre nazioni facessero questa discriminazione, è ovvio che tale linea di politica finirebbe per escludere del tutto la navigazione americana dai porti stranieri, e l'America ne subirebbe le conseguenze materiali in uno dei suoi interessi più importanti”.

Quindi l'unica difesa contro il protezionismo britannico era il protezionismo americano. Gli americani avrebbero dovuto combattere il fuoco con il fuoco.

“Washington e i suoi segretari, Hamilton e Jefferson, approvarono questa linea d'azione”, scrisse Carey, “e, così facendo, furono seguiti da tutti i successori di Washington, fino al generale Jackson”.


La Costituzione

Molti americani hanno dimenticato che la nostra Costituzione è nata dall'urgente necessità di difendere l'industria statunitense dalla guerra commerciale britannica.

Fisher Ames, che prese parte alla Convenzione, affermò che “l'attuale Costituzione è stata dettata da necessità commerciali più che da qualsiasi altra causa. La mancanza di un governo efficiente per tutelare gli interessi manifatturieri e promuovere il nostro commercio è stata a lungo avvertita da uomini di giudizio e sottolineata da patrioti desiderosi di promuovere il nostro benessere generale”.

Firmata il 17 settembre 1787, la nuova Costituzione conferiva al Congresso il potere di imporre dazi doganali.

“Il potere di regolamentare sia il commercio estero che quello tra gli stati era attribuito chiaramente al governo nazionale adesso, per sempre sottratto agli stati stessi”, scrisse Robert Ellis Thompson in Political Economy with Special Reference to the Industrial History of Nations (1882).

Per il suo insediamento George Washington indossò un abito di stoffa tessuta in casa, per dimostrare la sua solidarietà agli industriali americani in difficoltà.


Guerra economica

Se posso permettermi una digressione personale, alcuni lettori potrebbero essere interessati a sapere che difendere il protezionismo non mi viene né facile né naturale. Ero uno studente universitario diciannovenne quando lessi per la prima volta Per una nuova libertà di Murray Rothbard, e da allora mi definisco un libertario.

Tuttavia, dopo aver studiato il sistema coloniale britannico e le sue numerose guerre commerciali contro gli Stati Uniti, non riesco a trovare altra difesa contro questi mali se non quella che i nostri Padri Fondatori alla fine decisero: i dazi protettivi.

La Gran Bretagna aveva chiaramente sia la volontà che il potere di schiacciare l'industria manifatturiera statunitense, e lo fece ripetutamente nei primi anni della nostra Repubblica.

Nel 1816, mentre la Gran Bretagna attaccava nuovamente le industrie statunitensi con una campagna di dumping, il signor (e in seguito Lord) Brougham dichiarò alla Camera dei Comuni che “vale la pena subire una perdita [...] per soffocare nella culla quelle giovani industrie manifatturiere degli Stati Uniti che la guerra ha costretto alla nascita”.

David Syme, un tempo liberoscambista inglese, emigrò in Australia e vide con i propri occhi gli effetti distruttivi del dumping britannico.

Nel suo libro, Outlines of an Industrial Science (1876), Syme descrisse come la Gran Bretagna mantenesse i suoi monopoli attraverso la guerra economica: “Il modo in cui il capitale inglese viene utilizzato per conservare la supremazia manifatturiera dell'Inghilterra è ben noto all'estero. In qualsiasi parte del mondo si presenti un concorrente che potrebbe interferire con il suo monopolio, il capitale dei suoi produttori si concentra immediatamente in quella particolare parte e le merci vengono esportate in grandi quantità e vendute a prezzi tali da schiacciare di fatto la concorrenza esterna. È noto che per anni i produttori inglesi hanno esportato merci in mercati lontani e le hanno vendute a prezzo di costo, con l'obiettivo di riprendere il controllo di quei mercati”.


Il sistema britannico di libero scambio

Nei suoi scritti Henry Carey racchiudeva abitualmente il termine “libero scambio” tra virgolette per ricordare ai lettori che era semplicemente un rebranding della tradizionale linea di politica coloniale britannica.

Mentre autoproclamati discepoli di Adam Smith evangelizzavano il mondo attraverso gruppi come la British Free-Trade League, la Gran Bretagna stessa continuava a governare i suoi mercati con la forza bruta.

A titolo di esempio, Carey citò le Guerre dell'Oppio del 1839-42 e del 1856-60 in cui la Gran Bretagna usò la forza militare per costringere la Cina ad acquistare oppio da produttori autorizzati dagli stessi inglesi nell'India britannica.

Carey osservò che azioni militari, crisi finanziarie orchestrate, dazi proibitivi e campagne di dumping erano solo alcuni degli interventi diretti e sovvenzionati dallo stato che i “principi mercanti” britannici usavano abitualmente per proteggere i loro monopoli, spingendo nel contempo il “libero scambio” verso le loro vittime designate.

Un membro del Parlamento, mister Robertson, confermò l'opinione di Carey quando dichiarò alla Camera dei Comuni, il 22 ottobre 1831: “Era inutile da parte nostra cercare di persuadere altre nazioni ad unirsi a noi nell'adottare i principi di quello che veniva chiamato 'libero scambio'. Altre nazioni sapevano, così come il nobile Lord di fronte a noi e coloro che agivano con lui, che ciò che intendevamo per 'libero scambio' non era altro che, grazie ai grandi vantaggi di cui godevamo, ottenere il monopolio di tutti i loro mercati per i nostri produttori e impedire loro, tutti quanti, di diventare nazioni manifatturiere”.


Monopolio britannico nel Sud degli Stati Uniti

Nel 1860 la Gran Bretagna era diventata il principale produttore mondiale di tessuti e fili di cotone, importando l'80% del suo cotone grezzo dall'America.

Il cotone divenne così la principale esportazione del Sud e la Gran Bretagna il suo principale cliente. In sintesi, il Sud dipendeva dalla Gran Bretagna per il suo sostentamento.

Quando, nel 1824, i protezionisti cercarono di incoraggiare la produzione tessile statunitense imponendo dazi sulle importazioni straniere, i membri del Congresso del Sud li contrastarono. Il Nord non avrebbe mai potuto sperare di sostituire l'Inghilterra come partner commerciale del Sud, sostenevano, perché non sarebbe mai stato in grado di acquistare tanto cotone quanto l'Inghilterra.

Quest'ultima forniva prodotti di cotone al mondo, sostenevano, mentre le fabbriche del Nord rifornivano solo l'America, e solo una piccola parte di essa.

Cotton is King (1856) di David Christy – una polemica anti-protezionista che contribuì a ispirare la ribellione del Sud – sosteneva che le fabbriche statunitensi nel Nord non avevano la capacità di lavorare più di un quarto della resa totale. Inoltre la popolazione statunitense dell'epoca non poteva consumare più di un terzo della produzione del Sud, anche se le fabbriche statunitensi fossero riuscite a sfornare abbastanza indumenti di cotone per tutti. L'Inghilterra era quindi l'unico cliente valido, concluse Christy.

La lealtà del Sud degli Stati Uniti verso i suoi partner commerciali britannici era impressionante, ma non era ricambiata. La Gran Bretagna non cessò mai di cercare fonti alternative di cotone per sostituirlo, cercandole in Egitto, Brasile, India e altrove.


Come il sistema britannico incoraggiò la schiavitù

L'instancabile ricerca da parte dell'Inghilterra di cotone a prezzi più bassi spinse gli agricoltori del Sud degli Stati Uniti a offrire i prezzi più bassi possibili, cosa che riuscirono a fare solo utilizzando manodopera schiava.

Una delle principali critiche di Carey al sistema britannico era che incoraggiasse la schiavitù abbassando il prezzo del lavoro – cioè i salari – in tutto il mondo.

Sotto il sistema britannico, ogni Paese era costretto a fare affidamento sul commercio estero; a nessuno era permesso di diventare autosufficiente.

Così, ogni acquirente, in ogni Paese, setacciava costantemente il pianeta alla ricerca dei beni più economici. Allo stesso modo ogni venditore in tutto il mondo era in competizione per attrarre quegli acquirenti globali fornendo i beni più economici.

Il modo più semplice per produrre beni a basso costo era pagare meno i lavoratori.

Pertanto il sistema britannico premiava costantemente coloro che pagavano meno i lavoratori. I prodotti più economici, realizzati dai lavoratori meno pagati, ottenevano inevitabilmente la distribuzione più ampia.

Il lavoro da schiavi era il più economico di tutti e per questo motivo i beni prodotti dagli schiavi godevano di un vantaggio naturale nel sistema britannico.

“Qualsiasi sistema basato sull'idea di abbassare il prezzo delle materie prime manifatturiere [e] dei prodotti grezzi del lavoro agricolo e minerario, tende necessariamente alla schiavitù [...]”, concluse Carey nel suo opuscolo del 1867, Reconstruction: Industrial, Financial and Political.


“L'imperialismo del libero scambio”

Il sistema britannico esercitò un'ulteriore pressione sul Sud degli Stati Uniti.

Poiché quest'ultimo non aveva industrie interne, era costretto ad acquistare tutto ciò di cui aveva bisogno altrove, principalmente dall'Inghilterra.

Se il Sud avesse aumentato troppo i prezzi del cotone, gli inglesi l'avrebbero acquistato altrove; il reddito del Sud si sarebbe prosciugato.

I consumatori del Sud si sarebbero quindi trovati nell'impossibilità di permettersi i beni importati da cui dipendevano. In una crisi del genere, il sistema delle piantagioni stesso avrebbe potuto facilmente crollare.

I sudisti vivevano nel timore di un simile crollo e avrebbero fatto qualsiasi cosa per impedirlo.

Per questo motivo gli storici John Gallagher e Ronald Robinson definirono il Sud anteguerra un'“economia coloniale” della Gran Bretagna, nel loro articolo del 1953 intitolato The Imperialism of Free Trade.

La dipendenza dal commercio britannico non lasciò altra scelta ai sudisti se non quella di accontentare e cooperare con la Gran Bretagna in ogni questione: la definizione stessa di dipendenza coloniale.


L'impero Dixie britannico

“Le imprese commerciali britanniche trasformarono il cotone sudista in un'economia coloniale e gli investitori britannici speravano di fare lo stesso con il Midwest”, scrissero Gallagher e Robinson, “ma la forza politica del Paese [gli Stati Uniti] si oppose loro”.

Con queste parole Gallagher e Robinson svelarono le origini del conflitto che portò alla Guerra Civile Americana.

Dopo essere riusciti a stabilire un'“economia coloniale” nel Sud, gli inglesi si opposero a qualsiasi tentativo del Nord di interferire con il loro monopolio. In particolare si opposero a qualsiasi suo tentativo di sostituire la Gran Bretagna come principale partner commerciale del Sud, cosa che il Nord cercò continuamente di fare imponendo dazi doganali proibitivi sui prodotti britannici.

Nel loro articolo, The Imperialism of Free Trade, Gallagher e Robinson ammettevano che la Gran Bretagna considerava le industrie nascenti del Nord una minaccia al loro controllo coloniale sul Sud.

“Era impossibile fermare l'industrializzazione americana”, scrissero, “e le sezioni industrializzate [del Nord] fecero campagna propagandistica per ottenere dazi doganali nonostante l'opposizione di quelle sezioni [il Sud] che dipendevano dai rapporti commerciali britannici”.

Qui risiedeva la causa della Guerra Civile Americana.


Perché i Confederati inserirono una clausola di “libero scambio” nella loro Costituzione

Uno dei modi in cui i sudisti cercarono di compiacere e collaborare con la Gran Bretagna fu l'inserimento di una clausola di “libero scambio” nella Costituzione confederata adottata l'11 marzo 1861.

L'Articolo I, Sezione 8(1), stabiliva che “nessun dazio o tassa sulle importazioni da nazioni straniere [sarà] imposto per promuovere o favorire alcun ramo dell'industria [...]”.

Con queste parole i Confederati assicurarono ai loro protettori britannici di non avere alcuna ambizione di costruire industrie nazionali. Erano contenti di rimanere produttori a basso costo di alimenti e materie prime.

I diplomatici confederati usarono questa clausola di “libero scambio” nei loro negoziati con la Gran Bretagna.

Ad esempio, quando gli inviati confederati incontrarono John Russell, il Ministro degli Esteri britannico, il 4 maggio 1861, lo allettarono con la visione di un nuovo Sud indipendente, che non avrebbe mai più permesso a Washington di limitare il commercio britannico.

Russell reagì favorevolmente.

In seguito a questa conversazione gli inviati riferirono all'allora Segretario di Stato confederato, Robert Toombs, la lieta notizia che “l'Inghilterra non è in realtà contraria alla disintegrazione degli Stati Uniti e [Inghilterra e Francia] agiranno favorevolmente nei nostri confronti al primo successo [militare] decisivo che otterremo”.


La dipendenza economica porta alla dipendenza politica

Imponendo il “libero scambio” al Brasile, la Gran Bretagna aveva di fatto stabilito quello che Gallagher e Robinson chiamavano un dominio “informale” sul Paese.

Allo stesso modo la Costituzione del “libero scambio” della Confederazione ratificava il dominio “informale” della Gran Bretagna sul Sud degli Stati Uniti.

Nel loro articolo del 1953 Gallagher e Robinson sostenevano che esistessero in realtà due imperi britannici: uno “formale” e uno “informale”.

L'impero “formale” comprendeva quei Paesi su cui la Gran Bretagna esercitava un controllo diretto, solitamente indicati in rosso o rosa sulle vecchie mappe. L'impero “informale” comprendeva quei Paesi che la Gran Bretagna controllava attraverso accordi economici.

La differenza tra governo “formale” e “informale” era in realtà irrilevante, sostenevano gli autori, poiché la Gran Bretagna manteneva il controllo politico in entrambi i casi. “L'impero formale e quello informale sono essenzialmente interconnessi e in una certa misura intercambiabili”, concludevano.


I limiti sfumati del potere britannico

Cercare di determinare i limiti del potere britannico in base all'estensione del territorio “colorato in rosso sulle mappe” era “come giudicare le dimensioni e le caratteristiche degli iceberg basandosi esclusivamente sulle parti che emergono dalla linea di galleggiamento”, sostenevano Gallagher e Robinson.

Quei Paesi che in vari periodi sono stati sottoposti al dominio britannico “informale” erano parte integrante dell'Impero britannico, insistevano Gallagher e Robinson, nonostante non siano mai stati “colorati in rosso sulle mappe”.

I nomi di alcune di queste dipendenze “informali” sorprenderanno alcuni lettori.

L'India, che aveva apparentemente ottenuto la sua “indipendenza” nel 1947, era ancora sotto il dominio britannico “informale” all'epoca in cui gli autori scrivevano (1953), o almeno così sostenevano.

“L'India è passata da un'associazione informale a una formale con il Regno Unito e, dalla Seconda Guerra Mondiale, è tornata a una connessione informale”, scrissero.

Altri esempi di passate dipendenze britanniche – secondo Gallagher e Robinson – includevano Cina, Brasile, Argentina e il Sud degli Stati Uniti anteguerra.


L'élite coloniale del Sud

Gallagher e Robinson osservarono che, una volta che la Gran Bretagna avesse instaurato un sistema di “libero scambio” in un Paese, le élite locali avrebbero cercato di perpetuare quel sistema: “Una volta che le loro economie erano diventate sufficientemente dipendenti dal commercio estero, le classi la cui prosperità derivava da esso, si impegnavano nella politica locale per preservarne le condizioni necessarie”.

In altre parole i locali che traevano profitto dal commercio con la Gran Bretagna fungevano da rappresentanti locali per gli inglesi, facendo valere gli interessi britannici sul territorio.

Questo è ciò che intendeva Carey quando scrisse che “gli agenti britannici sono sempre stati in stretta alleanza con l'aristocrazia schiavista del Sud”.

L'“aristocrazia schiavista” pronunciata da Carey formò un'élite coloniale nel Sud, dello stesso tipo descritto da Gallagher e Robinson, “la cui prosperità derivava” dal “commercio estero” e su cui si poteva quindi contare per “impegnarsi nella politica locale” e preservare il potere britannico e il relativo progresso del programma di “libero scambio” britannico.

Era questa classe di persone, scrisse Carey, che cercava costantemente di annacquare i dazi doganali americani al punto che erano troppo bassi per influenzare i monopoli britannici.

Uno di questi dazi annacquato, la Walker Tariff del 1846, portò direttamente alle crisi finanziarie che intensificarono la nostra Guerra Civile, secondo Carey.

Nel 1867 scrisse: “Dalla data del ripristino del sistema monopolistico britannico nel 1846 [attraverso la Walker Tariff] siamo andati costantemente avanti distruggendo il commercio interno, aumentando la nostra dipendenza da Liverpool come luogo di scambi con tutto il mondo e aumentando il nostro debito estero, fino a raggiungere all'improvviso l'inevitabile risultato: lo scioglimento dell'Unione”.


Conclusione

A più di 156 anni dalla resa di Lee ad Appomattox, gli americani rimangono profondamente divisi sulla Guerra Civile.

Nessun evento nella nostra storia suscita risentimenti più profondi, né altro tema genera controversie più sconcertanti e difficili da risolvere.

Né questo articolo, né altri ancora da scrivere, riusciranno probabilmente a portare gli americani a un accordo sul perché abbiamo combattuto la Guerra Civile.

Spero che, raccogliendo questi fatti dimenticati, ciò abbia acceso la curiosità dei lettori, i quali potrebbero rendersi conto che la nostra storia è incompleta, che eventi vitali sono stati cancellati dalla nostra memoria e che dobbiamo impegnarci per recuperare ciò che è andato perduto.

Come possiamo affrontare il futuro senza la guida del passato?

Come dice il vecchio proverbio, tra i due litiganti il terzo gode.

La Gran Bretagna era il proverbiale terzo nel 1861.

Ma chi è il terzo oggi?

E cosa vuole?

Rispondere a queste domande non risolverà tutti i nostri problemi, ma potrebbe almeno consentirci di iniziare a discutere il tema del “divorzio nazionale” in modo costruttivo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Solo Bitcoin e oro possono impedire agli stati di distruggere la loro valuta

Gio, 07/08/2025 - 10:14

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/solo-bitcoin-e-oro-possono-impedire)

Permettetemi di ricordarvi alcune scomode verità.

La spesa pubblica è fuori controllo nei Paesi sviluppati. Inoltre, nessun governo interventista vuole tagliare la spesa o pareggiare il bilancio. La spesa pubblica conferisce potere ai politici e ridurla significa perdere il controllo sull'economia.

I governi interventisti non si preoccupano di debiti, deficit o inflazione. Quest'ultima è una linea di politica deliberata e i governi interventisti cercano di nazionalizzare l'economia imponendo il controllo totale sui settori produttivi attraverso l'emissione di valute costantemente svalutate.

La spesa pubblica equivale a stampare denaro. I politici sono felici di promettere più cose gratis spendendo all'infinito, perché sanno che non saranno loro a pagarle e che ciò renderà cittadini e imprese più dipendenti e sottomessi al potere politico. Nessuno stato può davvero ridurre il debito senza tagliare la spesa.

L'inflazione è la prova della perdita di solvibilità di chi emette denaro. Si tratta di un default lento e di fatto. L'inflazione funge da linea di politica che giustifica e perpetua squilibri importanti, spostando l'onere finanziario sui salari reali e sui risparmiatori.

L'errore di pareggiare il bilancio attraverso tasse più elevate porta alla stagnazione economica e a un aumento del debito. L'aumento delle tasse non è uno strumento per ridurre il debito, ma per giustificare un elevato indebitamento. Le entrate fiscali sono cicliche, mentre la spesa pubblica è consolidata e annua.

Nessun governo interventista agirà volontariamente per ridurre il debito e la spesa pubblica, perché può sempre aumentare le tasse e dare la colpa ad altri per i propri problemi. Inoltre le banche centrali hanno smesso di svolgere il ruolo di contenere gli eccessi fiscali, diventando fattori scatenanti di crescenti squilibri fiscali.

Le banche centrali svolgono un ruolo cruciale nel mondo fiat a causa dell'interconnessione tra politica monetaria e fiscale. Il sistema è destinato a collassare gradualmente se le banche centrali non bloccheranno la crescita degli squilibri fiscali dei relativi governi.

Tuttavia l'indipendenza delle banche centrali diminuisce ogni giorno e le loro linee di politica tendono a nascondere l'eccesso di spesa pubblica e di debito. Nel frattempo gli stati ignorano di aver superato i tre limiti del debito pubblico: economico, fiscale e inflazionistico. Un debito pubblico maggiore significa una crescita inferiore, più tasse generano entrate più basse e una maggiore spesa pubblica perpetua l'inflazione.

Ora che le banche centrali non rappresentano più il limite essenziale agli eccessi dello stato, restano solo due alternative: oro e Bitcoin.

L'oro ha già superato l'euro diventando il secondo asset più importante dopo il dollaro per le banche centrali globali. Tra pochi mesi diventerà l'asset più importante. Le banche centrali globali hanno perso fiducia nel debito sovrano dei Paesi sviluppati come asset di riserva, di conseguenza i rendimenti obbligazionari a lungo termine dei Paesi sviluppati supereranno le aspettative sul tasso d'inflazione.

Bitcoin, dall'altra parte, ha dimostrato a investitori e cittadini che una valuta decentralizzata può gradualmente trasformarsi in un asset di riserva a bassa volatilità, un mezzo di pagamento generalizzato e un'unità di misura. Poiché i cittadini di tutto il mondo vedono Bitcoin come un'alternativa sempre più valida alla moneta fiat, sempre più persone lo utilizzano per accumulare valore e proteggersi dall'inflazione.

Gli investitori non si fidano delle economie sviluppate per quanto riguarda il mantenimento della loro solvibilità. Oro e Bitcoin stanno ora svolgendo il ruolo che le banche centrali hanno abbandonato: ricordare agli stati che non possono spendere e stampare moneta per sempre. Bitcoin sarà anche un adolescente e più volatile, ma il messaggio potente al mondo è chiaro: gli anni della spesa pubblica incontrollata e della stampa di moneta sono finiti.

Ovviamente agli stati questo non piace e le banche centrali che hanno smesso di essere indipendenti come invece dovrebbero, come la BCE, stanno cercando di eliminare il rischio che le valute indipendenti eliminino il monopolio del denaro emettendo una CBDC imposta per legge. È interessante notare che l'amministrazione statunitense stia facendo il contrario, vietando le CBDC e abbracciando le crittovalute come la prossima rivoluzione monetaria.

La BCE, presa dal panico ormai, ha ammesso l'enorme perdita di utilizzo dell'euro nelle transazioni mondiali nel momento in cui ha annunciato di voler emettere uno strumento di sorveglianza camuffato da moneta: l'euro digitale. L'amministrazione statunitense vuole consolidare lo status di riserva del dollaro attraendo investimenti globali in crittovalute.

Bitcoin e oro stanno ora svolgendo il ruolo essenziale che le banche centrali indipendenti dovrebbero far rispettare. Esse sono inutilmente accomodanti e continuano a mascherare gli squilibri statali. Oro e Bitcoin sono componenti essenziali della risposta alle tentazioni inflazionistiche degli stati. Le uniche cose che ci salveranno dagli eccessi statali, infatti, sono la decentralizzazione e la moneta indipendente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il ruolo della plastica nella lotta alla povertà

Mer, 06/08/2025 - 10:06

Un altro settore ricco di miti e povero di riscontri con la realtà è quello delle energie rinnovabili. Se si guarda all'Unione Europea, vi sembrerà che la produzione di elettricità sia un caso di attività di libero mercato, con i burocrati di Bruxelles che si limitano a stabilire le regole generali che consentono al tutto di funzionare. Purtroppo, nonostante la propaganda, le cose non stanno così. Sebbene esista un mercato europeo dell'elettricità, ha ben poco a che fare con ciò che di solito consideriamo scambi di libero mercato. I player nel mercato elettrico devono seguire un cosiddetto ordine di merito, o meccanismo di pagamento, in base al principio “pay-as-clear”. I fornitori presentano le loro offerte in base ai costi di produzione e i richiedenti devono acquistare prima dalle fonti più economiche, fino a quando la domanda non viene soddisfatta completamente. A tutti i fornitori viene quindi pagato il prezzo marginale. Sebbene questo ricordi il modo in cui funziona la determinazione dei prezzi nel libero mercato, è tutt'altro. I richiedenti sono costretti ad accettare le offerte dei fornitori più economici. Le energie rinnovabili sono le più economiche, poiché in senso stretto i loro costi di produzione sono pari a zero: non serve carburante per le pale eoliche. Di conseguenza i burocrati hanno costruito un sistema che porta a enormi guadagni per gli investitori nelle energie rinnovabili, quindi non è un mistero che la capacità di tal settore si sia espansa enormemente in Europa, poiché qualsiasi prezzo positivo (o qualsiasi prezzo che copra i costi di capitale e manutenzione) sarà redditizio per coloro che ci hanno investito. Dato che l'elettricità prodotta dalle energie rinnovabili ha un prezzo pari a zero, si potrebbe sostenere che l'operatore, agendo nell'interesse del consumatore finale, sceglierebbe comunque di acquistarne la maggior quantità possibile, quindi non importa che sia tecnicamente costretto a farlo. Tuttavia l'operatore è interessato non solo a operare ai minimi costi di input, ma anche a mantenere la propria rete nel modo più economico ed efficiente possibile, rendendola al contempo il più resiliente possibile. Purtroppo l'energia rinnovabile è incompatibile con questi obiettivi, data la sua imprevedibilità. La mancanza di resilienza è il problema più rilevante emerso durante il recente blackout spagnolo. Il mercato elettrico europeo è strutturato in modo tale che non ci sarà mai capacità libera da impianti eolici e solari. Poiché l'operatore è costretto a ricorrere alle energie rinnovabili, e poiché i fornitori traggono profitto praticamente da qualsiasi prezzo positivo, funzioneranno quasi sempre a piena capacità. In caso di crisi, quindi, non saranno disponibili come riserva e, poiché le centrali a carbone e nucleari non possono aumentare la produzione con sufficiente rapidità, rimane solo il gas. Quest'ultimo, tuttavia, è una delle fonti di energia elettrica più costose, non da ultimo dopo la “guerra di aggressione russa contro l'Ucraina”, come la chiamano come un mantra i burocrati e i politici dell'UE, e l'aumento della dipendenza europea dal GNL. Cosa succede alla produzione di gas quando per un periodo di tempo prevedibile le energie rinnovabili dominano il mercato, come è successo in Spagna fino al blackout? Poiché le energie rinnovabili hanno fatto scendere il prezzo dell'elettricità, le centrali a gas spagnole hanno smesso di fornire elettricità e, prevedendo che questa situazione si protraesse per un po', hanno chiuso i loro impianti. Quando si è verificato il disastro, e un'importante fonte di approvvigionamento è stata improvvisamente rimossa dal mercato, non c'era praticamente alcuna riserva disponibile. Diverse fonti del settore hanno dichiarato alla Reuters che la mancanza di fonti di energia stabili e sincrone era un problema chiave. L'interventismo statale rende l'elettricità non solo molto costosa in tutta Europa, ma rende anche le reti elettriche in tutta Europa molto fragili. Quello che è successo in Spagna potrebbe essere un caso estremo, ma non c'è motivo di non aspettarsi molti altri casi simili in futuro, finché le energie rinnovabili saranno forzate sul sistema in questo modo.

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di Vladimir Snurenco

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-ruolo-della-plastica-nella-lotta)

È raro sentire parlare della plastica in modo positivo. I titoli dei giornali traboccano di statistiche allarmanti sulla contaminazione da microplastiche e di immagini inquietanti dell'inquinamento degli oceani. Eppure la plastica ha silenziosamente svolto un ruolo essenziale nel ridurre la povertà, migliorare gli standard di vita globali e persino salvare vite umane. Come potrebbe la plastica, tossica e soffocante, combattere la povertà in tutto il mondo?

In recenti articoli intitolati “Elogio della plastica” e “La plastica è più verde di quanto sembri”, The Economist evidenzia come la plastica riduca il peso e i costi di trasporto. Ad esempio, una bottiglia di plastica da un litro pesa solo il cinque percento del suo equivalente in vetro, il che la rende 20 volte più leggera e molto più facile da trasportare! Mentre gli articoli originali si concentravano principalmente sull'efficienza, il mio punto è che un imballaggio più leggero non solo riduce i costi, ma aumenta drasticamente l'accesso dei poveri del mondo ai beni di prima necessità.

Gli alimenti confezionati in plastica durano molto più a lungo: una grande vittoria per il miliardo di persone più povere. I contenitori di plastica ermetici mantengono alimenti di base come farina di mais, riso e olio da cucina più freschi, più convenienti e più facili da conservare. Inoltre gli imballaggi in plastica consentono al cibo di percorrere distanze maggiori e di raggiungere più facilmente le aree remote. Questo è particolarmente importante nelle regioni povere, dove le infrastrutture stradali sono carenti e la refrigerazione è rara.

In ambito sanitario, siringhe di plastica e dispositivi di protezione come guanti e mascherine hanno fatto una grande differenza. I dispositivi monouso in plastica contribuiscono a ridurre i tassi di infezione e hanno svolto un ruolo fondamentale nella distribuzione dei vaccini. I dispositivi medici in plastica sono fondamentali per proteggere le persone più vulnerabili al mondo da malattie e morte.

Un esempio specifico, ma tristemente trascurato, è il ruolo che la plastica ha svolto nel dimezzare i decessi annuali per malaria a livello globale. Nel 2000 la malaria ha ucciso quasi un milione di persone in tutto il mondo, ma le siringhe di plastica monouso hanno garantito un trattamento sicuro contro di essa, prevenendo al contempo la trasmissione dovuta ad aghi contaminati. Le zanzariere, spesso realizzate in fibre di plastica, hanno fornito barriere fisiche contro le zanzare portatrici di malaria. Un altro brillante prodotto in plastica sono i teli di plastica trattati con insetticidi (ITPS), i quali vengono utilizzati nella costruzione di case e rifugi, e uccidono le zanzare al contatto. Negli ultimi 25 anni questi prodotti in plastica hanno ridotto significativamente i tassi di infezione da malaria in tutto il mondo, soprattutto in Africa, e hanno dimezzato i decessi annuali per malaria.

Ecco il quadro generale degli ultimi 25 anni: con l'aumento della produzione di plastica in tutto il mondo, i tassi di mortalità per malaria sono diminuiti e la povertà è diminuita drasticamente. Secondo The Economist, la produzione globale di plastica è raddoppiata tra il 2000 e il 2021, passando da 234 milioni di tonnellate a quasi 460 milioni. Nello stesso periodo la povertà estrema (definita come vivere con meno di $2,15 al giorno) è scesa da circa il 28% della popolazione mondiale ad appena l'8,5%, secondo i dati della Banca Mondiale. Il FMI prevede che i tassi di povertà scenderanno ulteriormente a circa il 7% entro la fine del 2025.

Il legame tra l'aumento dell'uso della plastica, la riduzione della povertà e il calo dei decessi per malaria è impressionante. La plastica potrebbe essere l'eroe sconosciuto ai più nella lotta contro la povertà e le malattie? E se lo è, dobbiamo anche affrontare una domanda difficile: l'inquinamento da plastica è un compromesso accettabile, o addirittura inevitabile, per ridurre la sofferenza umana?

Il modo di pensare economico richiede di riconoscere i compromessi. In un mondo fatto di scarsità, non ci sono soluzioni perfette. Risolvere un problema spesso ne crea, o ne aggrava, un altro. La contaminazione da plastica è senza dubbio allarmante. Mentre scrivo queste parole, non posso fare a meno di ragionare sul pensiero inquietante che frammenti microscopici di plastica potrebbero circolare nel mio cervello proprio in questo momento. Ma qual è l'alternativa? Se smettessimo di usare la plastica domani, le catene di approvvigionamento globali collasserebbero, il cibo non raggiungerebbe le persone che ne hanno bisogno nelle aree remote e milioni di persone perderebbero l'accesso a forniture mediche salvavita. Siamo disposti ad accettare questo aumento della sofferenza umana per vivere in un mondo senza plastica? Io no.

Il ruolo della plastica nella riduzione della povertà è immenso. La plastica permette ai poveri di migliorare la propria salute e di accedere più facilmente al cibo e ad altri beni. Per il miliardo più povero del pianeta, i benefici della plastica superano di gran lunga i suoi svantaggi ambientali.

Ovviamente dobbiamo cercare di gestire i rifiuti di plastica in modo responsabile. I nostri attuali tassi di riciclaggio si attestano intorno al nove percento, una percentuale ancora troppo bassa. Altre importanti priorità associate all'uso della plastica sono l'innovazione nelle tecnologie di riciclaggio, il miglioramento delle infrastrutture di raccolta dei rifiuti e una gestione più sicura delle discariche. Infine, ma non meno importante, dovremmo cercare di utilizzare meno plastica ogni volta che è superfluo.

La domanda globale di plastica continuerà ad aumentare, mentre i tassi di povertà mondiale continueranno a diminuire. Forse accettare entrambe le tendenze è il miglior compromesso che l'umanità possa realisticamente raggiungere in questo momento: il mondo di domani sarà un mondo con meno povertà e più plastica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Fuori di testa per la Georgia

Mar, 05/08/2025 - 10:09

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, Il Grande Default : https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non pu avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorit . Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di David Stockman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/fuori-di-testa-per-la-georgia)

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il “Mobilizing and Enhancing Georgia's Options for Building Accountability, Resilience, and Independence Act” (MEGOBARI Act) con 349 voti a favore e 42 contrari. Questi ultimi hanno visto la partecipazione di 34 Repubblicani non interventisti, sostenitori di America First, e di soli 8 Democratici dell'ala AOC. Il resto della massa bipartisan dell'Unipartito ha votato a favore della più stupida legge ficcanaso che si intromette in questioni che non riguardano assolutamente l'America.

La Georgia in questione è un piccolo Paese situato in un angolo remoto del Caucaso meridionale. Ciò che la legge fa è mobilitare l'intero governo di Washington – comprese sanzioni, aiuti esteri e persino la potenza militare – per punire il suo principale partito politico, “Sogno Georgiano”, per non essere sufficientemente antirusso e filo-atlantista.

Vediamo. Per quanto ne sappiamo, il piccolo puntino rosso sulla mappa qui sotto non potrebbe essere individuato da uno su cento membri del Congresso senza una freccia colorata. È ovvio che la Georgia sia circondata dall'Orso Russo e, di fatto, è stata una parte integrante dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche per oltre 70 anni, avendo notoriamente dato i natali persino a Joseph Stalin in persona. E 120 anni prima era stata parte integrante della Russia zarista dopo l'annessione di un regno precedente nel 1801.

Allo stesso tempo la sua capitale, Tbilisi, si trova a 3.500 chilometri in linea d'aria dal punto più vicino all'Atlantico, altrimenti noto come Canale della Manica. Mai, in tutta la storia, prima delle agitazioni neoconservatrici degli ultimi due decenni, nessuno al mondo aveva associato la Georgia al mondo atlantico.

Allora perché diavolo qualcuno può pensare che questo Paese non abbia il diritto – nella sua saggezza o meno – di ignorare le richieste di adesione alla NATO e non debba avere buoni rapporti con il suo grande vicino di casa, e parente storico, che è stata la linea di politica del partito Sogno Georgiano fin dalla sua ascesa al potere nel 2012?

I 3,8 milioni di abitanti della Georgia sono appena quelli di Los Angeles; il suo PIL di $34 miliardi equivale a circa 8 ore di produzione statunitense; il suo anemico reddito nazionale pro capite di $9.150 è all'incirca uguale a quello della Repubblica Dominicana.

Quindi, cosa diavolo c'entra questo con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti? E perché mai il Congresso insiste affinché la Georgia entri nella NATO, che a sua volta avrebbe dovuto essere sciolta 34 anni fa, quando l'Impero Sovietico scomparve nel dimenticatoio della storia? Inoltre la minuscola forza armata della Georgia, composta da 20.000 uomini, non è nemmeno la metà dei 53.000 dipendenti del dipartimento di polizia di New York.

Tuttavia il MEGOBARI Act insiste sul fatto che la Georgia è fondamentale per gli interessi nazionali degli Stati Uniti e che deve diventare un alleato nella battaglia contro la presunta aggressione russa:

Il consolidamento della democrazia in Georgia è fondamentale per la stabilità regionale e gli interessi nazionali degli Stati Uniti [...] (quindi) la linea di politica degli Stati Uniti è quella di sostenere le aspirazioni costituzionalmente dichiarate della Georgia di diventare membro dell’Unione Europea e della NATO, di continuare a sostenere la capacità del governo della Georgia di proteggere la propria sovranità e integrità territoriale [...] (e) di combattere l’aggressione russa, anche attraverso sanzioni sul commercio contro di essa e l’attuazione e l’applicazione di sanzioni mondiali contro la Russia.

Ebbene, dopo la calamità di una sequenza infinita delle Guerre Infinite e il catastrofico spreco di $160 miliardi di risparmi americani nella guerra per procura del tutto inutile contro la Russia nella vicina Ucraina, è quasi impossibile immaginare cosa stiano pensando questi idioti di Capitol Hill.

La verità è che alla sicurezza nazionale americana non importa un fico secco di chi governa la Georgia e se la sua politica estera sia filo-russa, anti-russa, o puntigliosamente neutrale come quella della Svizzera. E l'ultima cosa che Washington dovrebbe fare è tentare di mettere un altro cavallo di Troia della NATO alle porte della Russia, quando il fatto è che quest'ultima non rappresenta alcuna minaccia per la sicurezza nazionale americana.

Tanto per ricordarlo: il PIL russo da $2.000 miliardi rappresenta solo il 7% dei $29.000 miliardi dell'economia americana; il suo bilancio ordinario per la difesa, pari a $70 miliardi, rappresenta solo il 7% del mostro da $1.000 miliardi del Pentagono; la sua forza nucleare è orientata alla deterrenza proprio come la nostra, senza nulla che si avvicini minimamente a una capacità di primo attacco; la sua capacità di trasporto aereo e marittimo convenzionale è così scarsa che non riuscirebbe a far arrivare nemmeno un battaglione sulla sua portaerei degli anni '80 prima che venisse relegata a far compagnia allo scrigno di Davy Jones dalle formidabili difese costiere americane.

In altre parole, tutta questa baraonda legislativa per conto di un “alleato” di cui non abbiamo bisogno, e che in ogni caso non desidera esserlo, mira a indebolire ulteriormente la Russia, che non rappresenta in alcun modo una minaccia per la sicurezza nazionale americana. Eppure questi legislatori dell'Unipartito, ossessionati dalla guerra, intendono fare tutto il possibile per spingere l'Impero statunitense nel profondo dell'Eurasia.

Subito dopo aver dichiarato che la linea di politica degli Stati Uniti è quella di imporre la propria volontà alla Georgia e degradare la Russia, il disegno di legge impone la consegna alle commissioni del Congresso di una relazione classificata appositamente preparata “che esamini la penetrazione di elementi dell'intelligence russa e delle loro risorse in Georgia; include un allegato che esamina l'influenza cinese e la potenziale intersezione della cooperazione russo-cinese in Georgia”.

Cosa?! Non sono affari di Washington se il governo eletto di Sogno Georgiano di un remoto micro-Paese irrilevante per la sicurezza nazionale americana sceglie di tollerare, o ignorare, la presenza nel suo Paese di presunti agenti dell'intelligence straniera. Per l'amor del cielo, con questo standard gli Stati Uniti dovrebbero chiudere metà delle loro 200 ambasciate in tutto il mondo perché pullulano di agenti della CIA che operano sotto copertura diplomatica e di agenti di NED, USAID, International Broadcasting Agency e altri il cui compiuto è cambiare i governi.

Infatti l'assoluta arroganza di questa parte del disegno di legge in particolare non può essere negata. L'implicazione nella relativa sezione del MEGOBARI Act sulle sanzioni è che Washington intraprenderebbe una guerra economica contro un Paese che non ha mai fatto alcun male all'America, e non ha la capacità di farlo, nonostante alcuni idioti ideologici e ficcanaso a Washington sostengano il contrario.

Il disegno di legge autorizza inoltre il Presidente a iniziare a usare l'arma interventista per eccellenza, le sanzioni, contro i membri del Parlamento georgiano e i funzionari dei partiti politici che “si sono consapevolmente macchiati di significativi atti di corruzione, violenza, o intimidazione in relazione al blocco dell'integrazione euro-atlantica in Georgia”.

Ecco fatto: il Congresso degli Stati Uniti afferma di avere giurisdizione sulla politica estera di quasi ogni nazione del pianeta. E se ci fossero dubbi su questa intenzione, un ulteriore testo statutario chiarisce che, se necessario, la Georgia verrebbe arruolata per un servizio militare contro la Russia, come disposto da Washington:

[...] in consultazione con il Segretario alla Difesa [...] per espandere la cooperazione militare con la Georgia, anche fornendo ulteriori equipaggiamenti di sicurezza e difesa ideali per la difesa territoriale contro l’aggressione russa e relativi elementi di addestramento, manutenzione e supporto alle operazioni.

Se il passaggio qui sopra sembra un'altra Ucraina in divenire, la somiglianza è in realtà ancora più sorprendente. Questo perché quello che abbiamo qui è un altro problema di adattamento territoriale ed etnico, scaturito dalla disgregazione dell'Unione Sovietica. E come nel caso dell'Ucraina, i neoconservatori e i mercanti d'armi di Washington l'hanno trasformato in una questione di “Stato di diritto” e di sovranità di confine, che, come nel caso dell'Ucraina, non lo è affatto.

Infatti, come il colpo di stato a Kiev del febbraio 2014 sponsorizzato da Washington, la Rivoluzione delle Rose in Georgia del 2003, che rovesciò il presidente sovietico e filo-russo, Eduard Shevardnadze, ebbe non poco sostegno dai soliti noti di Washington: NED, USAID, Dipartimento di Stato e CIA. Proteste diffuse, guidate da Mikheil Saakashvili, un provocatore addestrato da ONG sponsorizzate da Washington, culminarono con l'assalto dei dimostranti al parlamento con rose rosse, chiedendo le dimissioni di Shevardnadze. Queste ultime si verificarono nel novembre 2003, seguite da nuove elezioni.

Sostenuto dall'appoggio statunitense ed europeo, inclusi milioni di dollari stanziati dall'USAID per la mobilitazione elettorale e dall'Open Society Institute di George Soros, Saakashvili vinse le elezioni presidenziali del gennaio 2004. Questo, a sua volta, diede inizio a un programma filo-occidentale che mirava all'integrazione nella NATO e nell'UE e al ripristino dell'integrità territoriale della Georgia sulle province separatiste dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. Di conseguenza il suo governo aumentò massicciamente la spesa militare (dallo 0,8% del PIL nel 2003 all'8% nel 2008) e condusse operazioni per riaffermare il controllo su queste regioni separatiste, che portarono agli scontri del 2004 in Ossezia del Sud e all'operazione delle Gole di Kodori in Abkhazia nel 2006.

Queste regioni separatiste, raffigurate nella mappa qui sotto, erano enclave etniche distinte che parlavano un dialetto iraniano diverso da quello della popolazione principale della Georgia. Durante il periodo sovietico, infatti, queste due province erano state amministrate indipendentemente dalla Repubblica Georgiana, perché persino i comunisti si rendevano conto che le popolazioni non erano compatibili. Così, alla caduta dell'Unione Sovietica, entrambe le province dichiararono la propria indipendenza e da allora in poi operarono su base separatista di fatto.

Tuttavia l'escalation delle tensioni in Ossezia del Sud tra la grande maggioranza osseta e i villaggi georgiani minoritari spinse Saakashvili a lanciare un'offensiva militare nell'agosto 2008, prendendo di mira Tskhinvali, la capitale dell'Ossezia del Sud. Un successivo rapporto dell'UE sul conflitto condannò il “bombardamento indiscriminato con fuoco di artiglieria” della Georgia come causa dello scoppio della guerra.

Infatti nell'Ossezia settentrionale era presente anche una consistente popolazione osseta, rimasta in territorio russo dopo la dissoluzione dell'URSS nel 1991. Di conseguenza la Russia rispose all'offensiva georgiana con un massiccio contrattacco che respinse l'esercito georgiano dall'Ossezia meridionale e portò a una tregua mediata dalla Francia, che lasciò l'Ossezia meridionale e l'Abkhazia occupate dalle forze russe.

Successivamente queste due regioni separatiste furono riconosciute da Mosca come stati indipendenti e da allora sono rimaste fuori dal controllo georgiano. L'errore di calcolo di Saakashvili nello scatenare la guerra contro l'Ossezia del Sud nel 2008 e i continui fallimenti economici in Georgia portarono alla sua caduta nel 2012. Nell'ottobre di quell'anno il partito filorusso Sogno Georgiano, guidato dal miliardario Bidzina Ivanishvili, salì al potere con una vittoria democratica alle elezioni parlamentari, ottenendo il 55% dei voti e sconfiggendo il Movimento Nazionale Unito di Mikheil Saakashvili.

Tuttavia la disputa etnica locale del 2008, in aree così piccole da essere appena paragonabili a un puntino nel riquadro nero che raffigura la Georgia nell'angolo in alto a destra della mappa, è diventata la base per l'affermazione neoconservatrice secondo cui la Russia è una pericolosa potenza espansionista che deve essere fermata a ogni costo.

Ed è semplicemente assurdo. Nel panorama globale della storia recente, il conflitto dell'Ossezia del Sud del 2008, in questo angolo sperduto del pianeta, e che ha causato solo 228 vittime civili e 169 morti tra i militari, è stato un nulla di fatto. L'ennesima frittata tra “nazionalità” frammentate sparse lungo i confini russi quando l'Unione Sovietica è caduta e secoli di espansione territoriale zarista e comunista sono stati improvvisamente, e spesso, violentemente annullati.

In altri termini, non c'erano principi universali in gioco nel modo in cui i frammenti dell'Impero sovietico furono sistemati dopo il 1991. Si è trattato solo di un episodio isolato della storia e che non ha alcuna attinenza con la sicurezza nazionale americana.

Di conseguenza è stata solo l'aggressione ideologica del Partito della Guerra a Washington e dei suoi finanziatori nel complesso militare-industriale a causarne la diffusione. E ciò è avvenuto soprattutto attraverso istituzioni obsolete come la NATO e la cosiddetta Commissione di Helsinki del Congresso degli Stati Uniti – quest'ultima la vera istigatrice di questa assurda legislazione ficcanaso.

Washington non ha smesso di impegnarsi per provocare un atteggiamento anti-russo a Tbilisi, anche quando il suo stesso governo, dal 2012, ha scelto di rimanere amichevole con il vicino russo e di astenersi da qualsiasi tentativo di adesione alla NATO.

Tutto questo è abbastanza chiaro. Il MEGOBARI Act è una sciocchezza sfacciata. Nulla di ciò che è accaduto negli ultimi trent'anni sulla mappa qui sopra riguarda la sicurezza nazionale dell'America, a 10.000 chilometri di distanza, dall'altra parte del fossato atlantico.

Il fatto che una schiacciante maggioranza della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti abbia ritenuto opportuno promulgare questa follia dimostra che Washington è la capitale mondiale della guerra. Invece di concentrarsi sul vero problema – tamponare l'enorme flusso di deficit di bilancio della nazione attraverso una radicale riforma dei sussidi e tagliare del 50% il bilancio militare americano da $1.000 miliardi – la maggioranza dell'Unipartito si aggrappa alle illusioni di un Impero al collasso.

Inoltre, non c'è mistero sul perché. Dopo decenni di dominio del complesso militare-industriale a Capitol Hill sono rimasti pochi funzionari eletti che abbiano vissuto la vera Guerra Fredda prima del 1991. Quindi si aggrappano a istituzioni ormai del tutto residuali, come la NATO e alleanze globali, quando nel mondo multipolare di oggi non ce n'è più bisogno.

Infatti un esame delle carriere dei quattro principali sostenitori (Steve Cohen, Joe Wilson, Richard Hudson, Marc Veasey) dell'Unipartito di questa legge assolutamente assurda vi dirà tutto ciò che c'è da sapere. Sono politici arrivisti che complessivamente hanno servito al Congresso per 65 anni e hanno trascorso complessivamente 128 anni al servizio della comunità.

Naturalmente i profittatori arrivisti sono sempre alla ricerca di missioni e progetti per giustificare la propria esistenza e per trovare l'occasione di far sentire la propria voce. Ma tentare di arruolare la Georgia, uno stato senza potere decisionale, contro la volontà del suo stesso elettorato, nell'assurda crociata di Washington contro Putin e la Russia si riduce sicuramente a un livello di menzogna a dir poco imbarazzante.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Epstein & Russiagate

Lun, 04/08/2025 - 10:03

Lo scandalo Russiagate è di proporzioni epiche. Le conseguenze giudiziarie dello stesso rappresenteranno la pietra tombale sulle infiltrazioni europee nelle stanze dei bottoni americane. La presidenza Obama, infatti, è stata il simbolo di questa infiltrazione: dal Dodd-Frank Act al JCPOA, il suo mandato è stato caratterizzato dalla demolizione della credibilità americana a più livelli. Il primo ingessava a tal punto il sistema bancario commerciale da far proliferare quello ombra e alimentare il mercato degli eurodollari; il secondo aiutava l'Europa a ottenere energia a basso costo, teneva aperta una porta sul retro in Iran e perpetuava il gioco “divide et impera” nella regione affinché la si potesse controllare senza disturbi (chi ci perdeva erano gli USA perché cani da guardia della situazione, la quale se fosse degenerata li avrebbe risucchiati e impantanati in un'ennesima guerra inutile). “Cui prodest”? Europa e Inghilterra. La prima presidenza Trump ha rappresentato una rottura col passato, materializzatasi formalmente nel 2019 quando JP-Morgan fece saltare consapevolmente il mercato dei pronti contro termine rifiutandosi di accettare come collaterale titoli europei a copertura dei finanziamenti in suddetto mercato. Ma questa è una storia che trovate nel mio ultimo libro, “Il Grande Default”. Di conseguenza i documenti declassificati da Tulsi Gabbard e riguardanti le nefandezze di Obama aprono la porta a uno scandalo superiore rispetto a quello di Epstein. Quest'ultimo potremmo definirlo “l'uomo delle connessioni”, lo scandalo sessuale è solo un paravento e uno specchietto per le allodole se confrontato a tale aspetto più profondo. Quello che penso è che Trump, avendo cavalcato il caso durante la campagna elettorale di fronte a una parte della sua base elettorale, si è accorto, una volta in carica, che non esisteva nessuna lista. Quello che dovrebbe importare del caso Epstein dovrebbe essere la pletora di ONG che ha contribuito a creare (tra cui la Clinton Foundation) e che sappiamo hanno rappresentato uno dei volani per eccellenza con cui far volare dollari all'estero e infiltrati ostili internamente (es. USAID docet). Detto ciò, la bufala del Russiagate, però, è ordini di grandezza superiori più grave rispetto al caso Epstein. Non solo ha il potenziale di mandare in prigione uno dei fautori principali del declino americano, ovvero Obama, ma di smantellare quella rete sotterranea di influenze che hanno i Dem. I tentacoli di questa piovra non finiscono negli Stati Uniti, ma si estendono al mondo intero.

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di Peder Zane

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/epstein-and-russiagate)

Stiamo parlando di due storie diverse e di portata diversa.

La prima riguarda la marcia indietro del presidente Trump sulle promesse di pubblicare i documenti governativi collegati al defunto Jeffrey Epstein.

La seconda riguarda le prove che il presidente Obama e i suoi alti funzionari hanno diffuso la falsa narrazione che dipingeva Trump come un agente traditore al soldo della Russia, cosa che ne ha ostacolato, e non poco, il primo mandato.

Mentre la saga di Epstein è una squallida baraonda priva di significato profondo, le nuove rivelazioni sulla bufala russa forniscono dettagli scottanti su uno degli scandali politici più grandi della storia americana.

Indovinate quale stanno usando i media generalisti? Quale stanno cercando di seppellire?

La risposta è ovvia. Se solo affermarlo fosse sufficiente, potremmo ridere della copertura prevedibile e faziosa dei media generalisti. Non è gente seria, purtroppo è gente tremendamente noiosa nei suoi continui tentativi di diffamare Trump, nascondendo al contempo i propri illeciti. La copertura contrastante delle storie di Epstein e del Russiagate è solo l'ultimo esempio di un mondo mediatico che ha perso la bussola.

Innanzitutto, Epstein. Nelle ultime settimane i media generalisti hanno trattato la vicenda come se si trattasse del Watergate. Il New York Times, ad esempio, ha pubblicato più di 50 articoli e pezzi d'opinione su Epstein e Trump tra il 16 e il 23 luglio.

Gran parte del resto dei media generalisti ha seguito l'esempio. A parte una storia salace, seppur insignificante, propinata al Wall Street Journal – secondo cui Trump potrebbe aver contribuito con una lettera scurrile a un libro di auguri per Epstein 23 anni fa – nessuno di loro ha diffuso la notizia, o l'ha fatta avanzare.

L'ultimo articolo di grande successo scritto su Epstein è stato quello di Lee Fang del 21 maggio per RealClearInvestigations, in cui rivelava come i funzionari delle Isole Vergini americane, tra cui la deputata democratica Stacey Plaskett, avrebbero tratto vantaggio da Epstein e lo proteggevano, il quale portava delle ragazzine su un'isola privata di sua proprietà.

Sì, la saga di Epstein è una storia vera. Nonostante le affermazioni contrarie dei media generalisti, c'era una cricca di uomini ricchi e influenti che si divertivano con Epstein – e quasi certamente alcuni di loro facevano sesso con giovani ragazze. Ma è improbabile che le prove di tali atti criminali siano dettagliate nel materiale in possesso del governo federale. Ciononostante l'amministrazione Trump dovrebbe rendere pubblico ciò che ha e lasciare che le cose vadano come devono per queste persone amorali che si sono legate a una persona disgustosa; oppure Trump dovrebbe spiegare apertamente perché questa è una cattiva idea. Un resoconto completo potrebbe essere difficile, data la sentenza recente di un giudice federale della Florida secondo cui la legge “non consente” la divulgazione della testimonianza segreta del Gran Giurì su Epstein, come richiesto dal Dipartimento di Giustizia.

È significativo che la recente copertura mediatica si concentri così tanto su Trump. L'ironia è che sembra essere uno dei pochi uomini onesti nella storia di Epstein. I due erano apparentemente amici un tempo, anche se probabilmente non così vicini, data la mancanza di articoli che li collegassero prima che Trump si candidasse. Sappiamo che Trump è stata una delle poche persone a prendere le distanze da Epstein molto prima che quest'ultimo si dichiarasse colpevole di crimini sessuali nel 2008. Trump ha bandito Epstein da Mar-a-Lago prima del suo arresto, presumibilmente a causa del suo comportamento inquietante nei confronti di una minorenne. Ci sono anche segnalazioni secondo cui Trump potrebbe essere stato colui che ha allertato le autorità sulle predazioni di Epstein, forse non per coscienza ma probabilmente a causa di una controversia immobiliare.

Mentre le testate giornalistiche mainstream si concentrano sulla storia di Epstein, minimizzano le recenti rivelazioni che descrivono dettagliatamente gli sforzi dell'amministrazione Obama per promuovere la bufala Trump/Russia. Secondo i media generalisti la sua amministrazione avrebbe declassificato una serie di nuovi documenti per distogliere l'attenzione dallo scandalo Epstein e per vendicarsi dei suoi presunti nemici.

Qualunque siano le motivazioni di Trump, i documenti appena divulgati sono significativi. Come ha riportato Aaron Maté questa settimana per RealClearInvestigations, essi sono la “conferma” ufficiale della bufala del Russiagate – la Valutazione della Comunità di Intelligence completata nel gennaio 2017 e i rapporti del Procuratore Speciale Robert Mueller e della Commissione del Senato che indaga sulla questione – “hanno tutti escluso i dubbi e le lacune probatorie segretamente individuati dalla stessa comunità di intelligence sull'accusa principale di ingerenza russa”.

La complessa cronologia degli eventi descritta da Maté rende questo punto chiaro: i sospetti che la Russia avesse interferito nelle elezioni del 2016 sono stati riconfezionati come presunti fatti dopo la sorprendente vittoria di Trump nel 2016.

Sappiamo che Wikileaks pubblicò email rubate dal Comitato Nazionale Democratico nell'estate e nell'autunno del 2016. Tuttavia, osserva Maté, una valutazione dell'intelligence del settembre 2016 “non conteneva prove concrete che Putin avesse ordinato il furto di materiale del Partito Democratico nell'ambito di una campagna di influenza a favore di Trump”. Anche i precedenti reportage di Maté per RCI hanno dimostrato che non ci sono prove che la Russia abbia rimosso email dai server del Comitato Nazionale Democratico o le abbia trasmesse a qualcun altro.

Tale valutazione venne ignorata dopo la vittoria di Trump a novembre del 2016. È altrettanto chiaro che il presidente Obama abbia avuto un ruolo chiave nel promuovere la falsa narrazione dell'interferenza russa. Obama – che quell'estate era stato informato dei piani di Hillary Clinton di presentare Trump come un burattino del Cremlino per distogliere l'attenzione dallo scandalo delle sue email – richiese una nuova valutazione di intelligence nel dicembre 2016. Doveva essere un lavoro frettoloso che voleva portare a termine prima di lasciare l'incarico. Quella relazione, redatta in gran parte dall'allora direttore della CIA, John Brennan, soppresse i dubbi di FBI e NSA sulla presunta interferenza russa.

Obama andò oltre. Il 5 gennaio 2017 tenne un incontro nello Studio Ovale con diverse personalità, tra cui il direttore dell'allora FBI, James Comey. Due giorni dopo Comey informò il presidente eletto Trump del dossier Steele – una ricerca, falsa e approssimativa, finanziata dalla campagna elettorale della Clinton, che suggeriva che Trump e i suoi collaboratori fossero stati compromessi dai russi. Quel briefing divenne l'esca di cui i media anti-Trump avevano bisogno per dare rapidamente notizia del dossier fasullo, dando il via alle indagini sul Russiagate.

Due punti: in primo luogo, la Russia probabilmente ha tentato di interferire nelle elezioni del 2016, ma i fatti concreti che conosciamo – che abbiano acquistato una manciata di annunci pubblicitari sui social media e che abbiano probabilmente hackerato i server del DNC, sebbene senza prove di aver rimosso le email pubblicate da Wikileaks – non supportano la famosa affermazione della Relazione Mueller riguardo a un'azione “rampicante e sistematica”.

Ancora più importante, i Democratici e i media generalisti stanno cercando di far finta che abbiamo passato tre anni a discutere dell'ingerenza russa. In realtà, i loro sforzi miravano a dipingere Trump e i suoi soci come alleati traditori di un nemico straniero. Non si è mai trattato di interferenza, ma di collusione.

Credo che questo sia il peggior scandalo della storia americana, perché, a differenza del Watergate – i cui illeciti erano in gran parte confinati alla Casa Bianca – il cancro del Russiagate si è diffuso dalla Casa Bianca alla CIA, all'FBI e ai media generalisti. La mancanza di responsabilità per queste azioni ha dato ai Democratici e ai loro alleati nel mondo del giornalismo un senso di impunità. È per questo che si sono sentiti liberi di mentire sfacciatamente su altre cose, tra cui il portatile di Hunter Biden e la presunta acutezza mentale di Joe Biden.

Queste forze sono così impegnate a nascondere la propria doppiezza che non riescono mai ad ammettere la verità. Mentre le storie del Russiagate e di Epstein sono chiaramente di ordine diverso, i Democratici e i media generalisti continuano a diffondere insistentemente un'immagine speculare delle notizie, sostenendo che le nuove rivelazioni sulla corruzione ai vertici del governo federale siano semplicemente il tentativo di Trump di “deviare” l'attenzione dal caso Epstein.

È un'affermazione talmente ridicola da essere assurda, a meno che non lo facciano loro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Leggere tra le bugie

Ven, 01/08/2025 - 10:01

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, Il Grande Default : https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non pu avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorit . Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leggere-tra-le-bugie)

Quando Avril Haines, Direttrice dell'Intelligence Nazionale, annunciò durante l'esercitazione pandemica Event 201 nel 2019 che avrebbero “inondato la zona di fonti attendibili”, pochi compresero questo anticipo di controllo coordinato delle narrazioni. Nel giro di pochi mesi lo abbiamo visto dispiegarsi in tempo reale: messaggistica unificata su tutte le piattaforme, soppressione del dissenso e controllo coordinato della narrazione che ha ingannato gran parte del mondo.

Ma non tutti sono rimasti ingannati. Alcuni hanno capito subito, mettendo in discussione ogni aspetto fin dal primo giorno; altri hanno pensato che si trattasse semplicemente di un governo incompetente che cercava di proteggerci. Molti inizialmente hanno accettato il principio di precauzione: meglio prevenire che curare. Ma poiché ogni fallimento politico puntava nella stessa direzione – verso un maggiore controllo e una minore azione umana – il modello è diventato impossibile da ignorare. Chiunque non fosse completamente assorbito dal sistema ha dovuto alla fine confrontarsi con il suo vero scopo: non proteggere la salute o la sicurezza, ma espandere il controllo.

Una volta riconosciuto questo schema di inganno, due domande dovrebbero sorgere immediatamente nella mente di ogni persona ogni volta che le notizie più importanti dominano i titoli dei giornali: “Su cosa stanno mentendo?” e “Da cosa ci stanno distraendo?”. Lo schema di inganno coordinato diventa inequivocabile. Basti pensare a come i media abbiano trascorso tre anni a promuovere le cospirazioni del Russiagate, alimentando una divisione sociale senza precedenti e gettando le basi per quella che sarebbe diventata la più grande operazione psicologica della storia. Oggi, mentre i media ci inondano di notizie sull'Ucraina, BlackRock si posiziona per trarre profitto sia dalla distruzione che dalla ricostruzione. Lo schema diventa inequivocabile una volta che lo si vede: crisi create ad arte che chiedono “soluzioni” pianificate in anticipo che espandono sempre il controllo istituzionale.

I media generalisti operano su un doppio inganno: depistaggio e manipolazione. Gli stessi conduttori che ci hanno venduto le armi di distruzione di massa in Iraq durante i telegiornali della sera, promosso la “collusione con la Russia” e insistito sul fatto che il portatile di Hunter Biden fosse “disinformazione russa” occupano ancora le fasce orarie di punta. Proprio come accade con la nomina di RFK Jr. all'HHS, lo schema è costante: attacchi coordinati sostituiscono il dibattito concreto, punti di discussione identici compaiono su tutte le reti e domande legittime vengono liquidate con la diffamazione anziché con le prove. Sbagliare sistematicamente non è un caso, è voluto. Il loro ruolo non è informare, ma fabbricare il consenso.

Il modello è chiaro: saturare i media con spettacoli emotivi, promuovendo al contempo i programmi istituzionali con un controllo minimo. Come si impara a riconoscere un sorriso falso, o a percepire una stonatura in un brano musicale, allo stesso modo si sviluppa un istinto per il tempismo.

Denaro e potere:

• Mentre i media erano concentrati sul 6 gennaio, BlackRock e Vanguard hanno silenziosamente rafforzato la loro presa sul mercato immobiliare residenziale.

• Mentre la stampa era ossessionata dal ban di Trump su Twitter, il Congresso ha approvato il più grande trasferimento di ricchezza con la scusa degli “aiuti Covid”.

• Mentre un’informazione senza fiato seguiva ogni mossa del processo a Johnny Depp, la FED ha stampato più denaro che in tutto il secolo precedente.

• Mentre i media ci inondavano di notizie sull’Ucraina, restrizioni senza precedenti sulla produzione di energia hanno rimodellato l’economia globale.

• Mentre i giornalisti seguivano con il fiato sospeso le accuse a Trump, le banche centrali acceleravano i piani per una valuta digitale programmabile.

Controllo sanitario:

• Mentre i media si concentravano sulla promozione del vaccino tramite le celebrità, un numero senza precedenti di giovani atleti è crollato in campo.

• Mentre le reti televisive trasmettevano ininterrottamente le sparatorie nelle scuole, i documenti rivelavano che Pfizer era a conoscenza di centinaia di effetti collaterali.

• Mentre la copertura mediatica si concentrava sulla “disinformazione” anti-vax, i dati delle assicurazioni mostravano tassi di mortalità in eccesso allarmanti.

Controllo digitale: 

• Mentre i media erano ossessionati dalla moderazione dei contenuti di Twitter, l’infrastruttura dell’ID digitale veniva costruita silenziosamente in tutto il mondo.

• Mentre la copertura mediatica si concentrava sulle preoccupazioni relative alla privacy di TikTok, le banche centrali hanno accelerato lo sviluppo delle valute digitali.

• Mentre gli infiniti dibattiti sui chatbot AI dominavano i titoli dei giornali, i sistemi di sorveglianza biometrica si espandevano a livello globale.

Man mano che questi inganni diventano più evidenti, emergono diverse forme di resistenza. La ricerca della verità assume forme diverse. Alcuni diventano esperti di inganni specifici: documentando i primi successi terapeutici con farmaci riadattati, scoprendo fallimenti nei protocolli ospedalieri, o esplorando l'impatto dei danni da vaccino. Altri sviluppano una prospettiva più ampia per comprendere come le narrazioni stesse vengano costruite.

La brillante capacità di Walter Kirn di riconoscere schemi ricorrenti colpisce il cuore della nostra realtà artificiale. I suoi tweet, che analizzano la copertura mediatica dell'omicidio dell'amministratore delegato di United, rivelano come persino i crimini violenti vengano ormai confezionati come spettacoli di intrattenimento, completi di archi narrativi e colpi di scena. Il lavoro di Kirn evidenzia una dimensione critica del controllo mediatico: trasformando ogni crisi in una narrazione di intrattenimento, l'attenzione viene deviata da questioni più profonde. Invece di chiedersi perché le tutele istituzionali falliscano, o chi ne tragga beneficio, il pubblico viene catturato da un'indignazione attentamente sceneggiata. Questa distrazione deliberata garantisce che i programmi istituzionali procedano senza controlli.

Il suo lavoro rivela come il confezionamento dell'intrattenimento sia al servizio del più ampio sistema di controllo. Mentre ogni indagine richiede una competenza specifica, questo schema di manipolazione narrativa si collega a una rete più ampia di inganni. Come scritto nei pezzi L'industria dell'informazione e Ingegnerizzare la realtà, tutto, dall'istruzione alla medicina, fino alla valuta stessa, è stato catturato da sistemi progettati per plasmare non solo le nostre scelte, ma la percezione stessa della realtà.

La cosa più rivelatrice è ciò che non coprono. Notate la rapidità con cui le notizie scompaiono quando minacciano interessi istituzionali. Ricordate la lista dei clienti di Epstein? L'accaparramento di terreni a Maui? I crescenti danni da vaccino? Il silenzio la dice lunga. Considerate le recenti testimonianze di informatori che rivelano preoccupazioni represse sulla sicurezza presso Boeing, un'azienda da tempo coinvolta con agenzie di regolamentazione e appalti governativi. Due informatori – entrambi ex-dipendenti che avevano lanciato l'allarme su problemi di sicurezza – sono morti in circostanze sospette. La copertura mediatica delle loro morti è scomparsa quasi da un giorno all'altro, nonostante le profonde implicazioni per la sicurezza pubblica e la responsabilità aziendale. Questo schema si ripete in innumerevoli casi in cui la responsabilità sconvolgerebbe strutture di potere radicate, lasciando domande cruciali senza risposta e narrazioni strettamente controllate.

Queste decisioni non sono casuali: sono il risultato delle caratteristiche dei media moderni, dell'influenza degli inserzionisti e della pressione dei governi, garantendo che la narrazione resti strettamente controllata.

Ma forse la cosa più sorprendente non è l'inganno dei media in sé, ma quanto profondamente plasmano la realtà dei loro consumatori. Osservate con quanta sicurezza ripetono frasi chiaramente elaborate nei think tank. Ascoltate come ripetono a pappagallo punti di vista con convinzione religiosa: “Il 6 gennaio è stato peggio dell'11 settembre”, “Fidatevi della scienza ™”, “C'è in gioco la democrazia” e, forse la menzogna più infame della storia moderna, “Sicuro ed efficace”.

La classe dei sedicenti esperti si dimostra particolarmente suscettibile a questa programmazione. La loro competenza diventa una prigione di status: più investono nell'approvazione istituzionale, più difendono con fervore le narrazioni istituzionali. Guardate con quanta rapidità un medico che mette in dubbio la sicurezza dei vaccini perde la licenza, con quanta rapidità un professore che mette in discussione l'ideologia di genere affronta una revisione, con quanta rapidità un giornalista che esce dai ranghi viene inserito nella lista nera.

Il sistema garantisce il rispetto delle regole attraverso la cattura economica: il mutuo diventa il vostro guinzaglio, il vostro status professionale la vostra guardia carceraria. Lo stesso avvocato che si vanta del suo pensiero critico bloccherà aggressivamente qualsiasi messa in discussione delle narrazioni ufficiali. Il professore che insegna a “mettere in discussione le strutture di potere” diventa furioso quando gli studenti mettono in discussione le aziende farmaceutiche.

La validazione circolare rende la programmazione quasi impenetrabile:

• I media citano gli “esperti”

• Gli esperti citano studi sottoposti a revisione paritaria

• Gli studi sono finanziati dall'industria

• L'industria plasma la copertura mediatica

• I “fact-checker” citano il consenso dei media

• Il mondo accademico fa rispettare le conclusioni approvate

Questo circolo vizioso forma un perfetto circuito chiuso.

Ogni componente convalida gli altri, escludendo al contempo informazioni esterne. Provate a trovare il punto di accesso alla verità in questo sistema chiuso. L'orgoglio della classe degli esperti per il proprio pensiero critico diventa ironico: esternalizzano le proprie opinioni a “fonti autorevoli”.

La cosa più inquietante è la loro spontanea volontà di rinunciare alla sovranità. Guardateli mentre si arrendono:

• “Seguo la scienza” (traduzione: aspetto conclusioni approvate)

• “Secondo gli esperti...” (traduzione: non penso con la mia testa)

• “I fact-checker dicono...” (traduzione: lascio che siano gli altri a stabilire la verità)

• “Il consenso è...” (traduzione: mi allineo con il potere)

La loro empatia diventa un'arma usata contro di loro. Mettere in discussione i lockdown? Stai uccidendo la nonna. Dubitare della chirurgia di transizione per i minori? Stai causando suicidi. Resistere alle iniziative di equità? Stai perpetuando l'oppressione. La programmazione funziona facendo percepire la resistenza come crudeltà.

Qualcosa di straordinario sta accadendo sotto il rumore di superficie, però: un autentico risveglio che sfida i tradizionali confini politici. Lo si vede nei sottili scambi tra colleghi quando le narrazioni ufficiali mettono a dura prova la credibilità; nel silenzio crescente alle cene, mentre i discorsi propagandistici cadono nel vuoto; negli sguardi complici tra sconosciuti quando il teatro della salute pubblica raggiunge nuove vette di assurdità.

Questo non è un movimento in senso tradizionale – non può esserlo, poiché le strutture dei movimenti tradizionali sono vulnerabili a infiltrazioni, sovversioni e cattura – è più simile a un'emergenza spontanea, un risveglio distribuito senza una leadership centrale o un'organizzazione formale. Chi vede attraverso gli schemi riconosce la formazione di massa per quello che è, mentre i suoi soggetti proiettano la propria programmazione sugli altri liquidando gli schemi sopraccitati come “teorie del complotto”, “antiscienza”, o altre etichette progettate per impedire un'analisi autentica.

La verità più difficile da accettare non è riconoscere la programmazione, ma confrontarsi con il suo significato per la coscienza umana e per la società stessa. Stiamo assistendo a prove in tempo reale che dimostrano come la maggior parte delle menti umane possa essere catturata e reindirizzata attraverso sofisticate operazioni psicologiche. I loro pensieri non sono i loro, eppure morirebbero per difendere ciò in cui sono stati programmati per credere.

Non si tratta più solo di critica: è una questione esistenziale sulla coscienza umana e sul libero arbitrio. Cosa significa quando la capacità di pensiero indipendente di una specie può essere così dirottata? Quando l'empatia naturale e gli istinti morali diventano armi di controllo? Quando l'istruzione e la competenza riducono la resistenza alla programmazione?

Quest'ultima funziona perché dirotta le pulsioni umane fondamentali:

• Il bisogno di accettazione sociale (ad esempio, mascherarsi come simbolo visibile di conformismo);

• Il desiderio di essere visti come buoni/morali (ad esempio, adottare certe posizioni su questioni sociali senza una comprensione più profonda);

• L'istinto di fidarsi dell'autorità (ad esempio, la fiducia nei funzionari della sanità pubblica nonostante i ripetuti cambiamenti di politica);

• La paura dell'ostracismo (ad esempio, evitare il dissenso per mantenere l'armonia sociale);

• Il conforto del conformismo (ad esempio, ripetere a pappagallo le narrazioni per evitare la dissonanza cognitiva);

• La dipendenza dallo status (ad esempio, segnalare la conformità per mantenere la posizione professionale o sociale).

Ogni tratto umano naturale diventa una vulnerabilità da sfruttare. I più istruiti diventano i più programmabili perché la loro dipendenza dallo status è più profonda. Il loro “pensiero critico” diventa un copione in esecuzione su un hardware corrotto.

Questa è la sfida più importante del nostro tempo: la coscienza umana può evolversi più velocemente dei sistemi progettati per dirottarla? Il riconoscimento di schemi e la consapevolezza possono diffondersi più velocemente del consenso artificiale? Un numero sufficiente di persone può imparare a leggere tra le bugie prima che la programmazione sia completa?

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Non si tratta solo di politica o di alfabetizzazione mediatica: si tratta del futuro della coscienza umana stessa. Se la nostra specie manterrà la capacità di pensiero indipendente potrebbe dipendere da coloro che ancora vi riescono ad accedere, aiutando gli altri a liberarsi dall'incantesimo.

La matrice del controllo si intensifica ogni giorno che passa, ma lo stesso vale per il risveglio. La domanda è: cosa si diffonde più velocemente, la programmazione o la consapevolezza? Il nostro futuro come specie potrebbe dipendere da questa risposta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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