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Francesco Simoncellihttp://www.blogger.com/profile/[email protected]
Aggiornato: 2 ore 57 min fa

Chi governa gli Stati Uniti?

Lun, 22/07/2024 - 10:04

 

 

di Daniel Greenfield

Le elezioni presidenziali del 2016 si sarebbero dovute disputare tra due candidati, ovvero, Jeb Bush e Hillary Clinton, i cui “turni” erano arrivati.

E poi Donald Trump è sceso da una scala mobile, ha preso il suo “turno” e da allora l'establishment non è più stato lo stesso, proprio perché era il loro di “turno”.

Nel 2020 è stato il “turno” di Joe Biden, un uomo la cui unica credenziale politica era quella di essere rimasto in giro abbastanza a lungo da restare fedele a cose come il Senato e la Vicepresidenza.

Ora, nel 2024, è di nuovo il “turno” di Joe Biden. Nessuno nel suo partito aveva l'impressione che fosse il miglior candidato, il miglior attivista o il miglior presidente, ma dannazione, era il suo di “turno”.

E ora i democratici sono nel panico perché il candidato che sta prendendo il suo “turno” in realtà sta implodendo.

Il crollo pubblico di Biden ha spaventato i democratici, ma non hanno ancora una risposta su come fermare il disastro che tutti gli altri potevano vedere arrivare da chilometri di distanza; e non esiste una buona strategia se non quella di convincere i leader del partito a confrontarsi con il loro candidato e chiedergli di dimettersi. Ma come si fa a togliere il “turno” a Biden quando esso rappresenta la cosa più sacra in politica?

Non è un problema esclusivamente democratico. Il Partito repubblicano mise Bob Dole contro Bill Clinton e John McCain contro Barack Obama, perché era il loro “turno”; lasciarono che Mitt Romney si scontrasse con Obama una seconda volta perché era il suo “turno” e dopo che i repubblicani persero due elezioni presidenziali consecutive, perché presentavano candidati dell’establishment al loro “turno”, gli elettori ne erano così stufi che fecero quello che non avrebbero mai fatto prima e scelsero Trump.

Perché, infatti, non era il suo di “turno”.

La politica del “turno” è quella che continua a imperare.

I candidati alla presidenza concorrono perché hanno le reti più grandi di colleghi politici, donatori e attivisti di partito. È come se la Major League di Baseball favorisse i giocatori sulla base dell'anzianità e della loro capacità di creare reti, non sulla base di quanto bene sanno lanciare o colpire.

Ma a differenza dello sport, la politica non è una meritocrazia, non è nemmeno una democrazia, è un'oligarchia.

Gli elettori pensano con presunzione alle elezioni come a una grande competizione politica, ma è come giudicare le aziende in base ai discorsi principali dei loro amministratori delegati. Le elezioni sono la parte meno importante della politica, tutti gli aspetti veramente importanti si svolgono a porte chiuse. Ciò che fanno i politici non è candidarsi, ma creare reti, stringere accordi e pianificare la propria carriera.

Tale rete, che a volte chiamiamo con nomi del tutto inadeguati come “establishment” o “addetti ai lavori”, è la ragione per cui Biden è di nuovo attivo nel 2024: perché non è possibile liberarsene.

Le persone che pensano ingenuamente che Obama stia segretamente guidando l’amministrazione Biden non capiscono suddetta rete o come funziona. Obama affrontò Hillary quando fu il suo “turno” nel 2008, vinse e strinse un accordo che avrebbe spostato la rete democratica più a sinistra. Fece di nuovo la stessa cosa nel 2020 coinvolgendo la gente di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren in modo che l’amministrazione Biden fosse ancora più radicale ed estrema della sua.

Ma da dove viene Obama? Proviene da quella rete di attivisti radicali, donatori e personale governativo che ora governa il Paese. Obama non è un genio o un uomo brillante, è solamente un avvocato come tanti e per giunta poco originale; uno delle decine di migliaia usciti dalla Ivy League che si uniscono al lato politico della rete e che vogliono massimizzare le proprie ambizioni.

E le reti di sinistra gli hanno dato l’opportunità di farlo in cambio di una diffusione più profonda del Partito Democratico nel governo e nel Paese. E poi è arrivato il suo “turno”.

Obama non voleva che Biden gli succedesse. Lo scartò a favore di Hillary, e poi cercò di portare un candidato a sorpresa contro di lui nel 2020. Ma alcune cose sono sacre e nemmeno Obama, soprattutto una volta uscito dalla Casa Bianca, potrebbe togliere il “turno” a Biden due volte.

Ma, a dirla tutta, non è proprio il “turno” di Biden: è il turno degli strateghi, dei lobbisti, dei membri dello staff, dei donatori, degli alleati e delle figure più nebulose conosciute come “ammanicati” che hanno accumulato potere nel corso degli anni. Hanno investito nel suo successo, ne vogliono trarre profitto e non si arrenderanno facilmente.

Cercare di sostituire Biden con Gavin Newsom (a parte le questioni legali e logistiche) sarebbe uno scontro tra due reti che richiederebbe o attente trattative o una vera e propria guerra civile. Questa è una cosa che si fa sempre con i principali rivali che difatti diventano vicepresidenti o membri del gabinetto, ma sostituire un presidente in carica che ha anche vinto la nomina e ha raccolto/speso un'enorme fortuna richiederebbe un livello di trattative delicate come quelle necessarie a portare la pace in una guerra civile africana.

Soprattutto se quel presidente è instabile, incline ad attacchi di rabbia ed è isolato dagli stessi alleati politici la cui ricchezza e potere dipendono dalla vittoria di Biden per un secondo mandato.

Non si tratta solo di Jill e Hunter Biden: Joe Biden ha decine di migliaia di bocche politiche da sfamare. È stato raccolto denaro, promessi favori, la gente ha acquistato case nelle comunità dormitorio di Washington, i lobbisti si sono assicurati grossi contratti e i donatori hanno aperto i loro portafogli.

Sostituire Biden con un altro candidato sconvolgerebbe gran parte di Washington, manderebbe in fumo decine di miliardi di dollari e creerebbe una massiccia instabilità in questa corrotta economia locale. Gran parte di Washington preferirebbe affrontare la tempesta (dal momento che una nuova campagna elettorale richiederà tanti soldi quanti quelli già spesi) e preservare l'integrità delle reti e i giuramenti legati al mignolo che consentono agli “interessi speciali” di acquistare influenza.

Questo è ciò che significa veramente “è il suo turno”.

Non è impossibile per i democratici sostituire Biden, ma nonostante tutto l’allarmismo su Trump, che è il loro unico slogan elettorale, nessuno di loro lo vede come una minaccia esistenziale sufficiente a sconvolgere uno stile di vita politico che ha permesso a un truffatore mediocre come Biden di arrivare fin qui.

Le persone che non capiscono tutto ciò erano sconcertate dal fatto che Biden si sarebbe candidato e che avrebbe ottenuto la nomination. Dopo l'ultimo dibattito, gran parte del partito si è lasciato prendere dal panico e gli outsider hanno pensato che Biden sarebbe stato scaricato. La verità è che i democratici vorrebbero poterlo fare.

La corruzione del “turno” minaccia ancora una volta la sopravvivenza del partito e tuttavia non riescono a staccarsene perché i partiti sono veicoli di carrierismo e denaro.

Le reti attorno ai politici costruiscono carriere e muovono denaro, e tali reti governano il Paese.

Quando le persone si sono domandate “chi governa il Paese” dopo il dibattito Trump-Biden, la risposta è che sono le stesse persone che l'hanno sempre governato, ovvero, il circolo di insider a Washington.

I politici in uno stato di evidente declino mentale come Biden, o la senatrice Dianne Feinstein, che continuano a presentare bozze di legge, approvarle, twittare ed esprimere opinioni forti su questioni nei loro comunicati stampa non sono aberrazioni, sono sintomi di un problema molto più grande.

Non solo Biden, ma molti, se non la maggior parte, dei funzionari eletti sono prestanome che esistono per mediare accordi favorevoli tra le loro reti di donatori e membri dello staff, quelle di altri funzionari eletti e quelle della burocrazia che fanno la politica nell'effettivo. La porta girevole tra dipendenti, personale, incaricati e lobbisti che si spostano tra amministrazioni, uffici, consigli di amministrazione, aziende, think tank e aziende governative è la vera forza che governa il Paese. I politici fanno la loro parte, incontrandosi, salutando e approvando ciò che viene detto loro sarà positivo per la loro carriera all'interno delle reti di cui fanno parte. In breve, sono dei semplici addetti alle relazioni pubbliche.

E se accumulano abbastanza cachet, un giorno toccherà anche a loro “il turno” di essere al vertice.

Ecco perché i democratici non riescono a risolvere la grana Biden: il problema non è il declino di un uomo, ma una crisi sistemica. Biden incarna ciò che i democratici, il sistema e la politica sono realmente) e, sebbene sostituirlo potrebbe risolvere il problema nell'immediato, non aggiusterà l'intero sistema.

Biden è un test di quanto il sistema sia disposto a rischiare e quanto è alta l’implosione pubblica che è disposto a tollerare per proteggere il sacro diritto del “turno”. I democratici lasceranno cadere il loro partito per proteggere il sistema? Continueranno a mentire ai loro elettori e ai loro donatori? I media generalisti, che per breve tempo si sono allontanati dalle bugie dopo il dibattito, riprenderanno a sostenere la truffa?

Altri “Biden”, alcuni anziani, confusi e inetti come Joe, altri di mezza età, confusi e inetti come Kamala, e alcuni addirittura giovani, confusi e inetti come Alexandra Ocasio Cortez, riempiono il sistema perché è così che funziona. Non è una meritocrazia che eleva i migliori, una democrazia scelta dal popolo, ma un'oligarchia che gestisce il sistema ed è anche IL sistema.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Una crisi prevedibile e prevista

Ven, 19/07/2024 - 10:10

 

 

di Francesco Simoncelli

I leader militari sono spesso degli invasati, così come i leader civili, e quando si riuniscono ciò che segue è un disastro. L'Unione Europea continua ad avanzare verso quella che promette di essere la crisi più attesa e più facilmente evitabile della sua storia. Se prendiamo come esempio l'Italia, essa ha un debito pubblico invalidante e – date le previsioni attuali – continuerà a crescere fagocitando tutti quegli altri settori che finora l'hanno reso, non senza difficoltà, sopportabile. Nessuna nazione è mai sopravvissuta a un carico di debito così enorme – non senza bancarotte, depressione, grave inflazione, sommosse popolari, o guerre… a volte tutte queste cose. Infatti secondo le ultime notizie c'è bisogno dell'intervento di ulteriore finanza creativa per permettere alle cose di non scollarsi improvvisamente, soprattutto per mantenere un paravento di sostenibilità agli occhi del mondo. Malgrado ciò basta poco per far crollare questo castello di carte, in particolar modo nelle condizioni di stress finanziario di oggi. Quanto detto, quindi, è il motivo per cui l'Unione Europea non farà eccezione.


IL COMPLESSO MILITARE-INDUTRIALE-MEDIATICO

Heinz Guderian inventò il Blitzkrieg: l'uso di carri armati senza supporto di fanteria per interrompere le comunicazioni dei nemici e creare panico tra le truppe. Nacque in quella che oggi è conosciuta come Chelmno, in Polonia, ma quando venne al mondo era territorio prussiano e i prussiani l'avevano conquistata secoli prima. Duri a morire, intelligenti, erano la spina dorsale degli ufficiali della Wehrmacht ed erano anche quelli che avevano più da perdere nella guerra di Hitler contro i sovietici.

La famiglia di Guderian perse la sua casa quando la Polonia riprese il controllo dell’area dopo la prima guerra mondiale, poi, nel 1939, prese il comando del 19° corpo d’armata, guidò un’offensiva in Polonia e “liberò” la sua casa d’infanzia. Sin dalla nascita delle società civilizzate, uno dei problemi principali è stato come tenere sotto controllo persone come Heinz Guderian. Per definizione le (nostre) società civili preferiscono risolvere i propri affari senza violenza; si basano su “regole consensuali”, non sulla forza bruta. Le persone concordano su quali leggi e regolamenti seguire: guidano a destra, o a sinistra; le donne possono apparire in pubblico senza velo, oppure no; votano per i loro leader, oppure no, ecc. Gli eserciti hanno lo scopo di proiettare violenza, non la civiltà. Sono i muscoli dello stato, ci si aspetta che uccidano o siano uccisi per promuovere l’agenda del governo in carica. Ma nel mondo moderno le loro tendenze all’omicidio e al caos dovrebbero essere tenute sotto controllo dai leader civili.

Questo è ciò che non accadde nella Germania nazista. Il potere militare e quello civile si unirono nella persona di Adolf Hitler, che indossò un'uniforme nel settembre 1939 e fu così che il generale Heinz Guderian si ritrovò subordinato all'ex-caporale ora Fuhrer. Nel 1943 Hitler insistette affinché i suoi carri armati attaccassero i sovietici a Kursk. Guderian si oppose alla campagna e dopo mesi di preparazione ed esitazione c’erano poche speranze di successo. I sovietici avevano già i piani di battaglia dei tedeschi e si erano preparati: potevano lasciare che i tedeschi si esaurissero contro le loro difese, e poi, con più carri armati e più uomini di quelli che la Wehrmacht avrebbe potuto mettere in campo, avrebbero contrattaccato. E questo è quello che è successo.

A quel punto i nazisti stavano perdendo la guerra. Gli Alleati stavano avanzando attraverso la Sicilia e l'Italia vacillava, preparandosi a impiccare Mussolini e ad accogliere le truppe americane d'invasione. Le uniche vere domande erano quando e come sarebbe arrivata la fine. Hitler rappresentava chiaramente un ostacolo a qualsiasi soluzione decente, non solo con i suoi comandi militari dilettantistici, ma anche in termini di negoziati. Nel gennaio del 1943 Roosevelt annunciò che gli Alleati avrebbero accettato solo una “resa incondizionata”. Tuttavia se la Germania si fosse sbarazzata del Fuhrer, avesse riportato le sue truppe in Germania e avesse promesso di non scendere mai più sul sentiero di guerra, forse sarebbe stato possibile evitare la resa totale e l’occupazione.

Imperatori, re e parlamenti hanno sempre lottato per mantenere in riga i loro soldati: erano costosi da tenere sul campo e pericolosi da tenere troppo vicino in patria. Un potente generale avrebbe potuto condurre un colpo di stato contro le autorità civili. Ecco perché Cesare non doveva marciare su Roma alla testa del suo esercito e le truppe dovevano rimanere dall'altra parte del fiume Rubicone. Cesare era popolare tra le sue truppe, ma anche lui dovette affrontare un ammutinamento, che però riuscì a gestire senza problemi. Dopo che Guglielmo il Conquistatore prese il controllo di gran parte dell'Inghilterra, tornò in Normandia, lasciando il suo nuovo regno a subordinati fidati. L’esercito si scatenò: stupri e saccheggi in gran parte del sud dell’Inghilterra. Guglielmo tornò per rimetterli in riga, ma a quel punto gli inglesi erano così infuriati che si ribellarono, portando a un'ulteriore guerra costosa. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero nel 1527, era forse un comandante meno abile e le sue truppe facevano ciò che volevano. Non aiutò il fatto che trascurò di pagarle: attaccarono Roma saccheggiando, stuprando e uccidendo. Papa Clemente VII fuggì a Castel Sant'Angelo e sopravvisse pagando un riscatto alle truppe ammutinate, ma le sue guardie svizzere furono annientate.

Cosa consente a un governo civile di controllare le sue forze armate? Il denaro... quello reale. Gli stati in genere controllano le entrate fiscali e le usano per tenere i loro combattenti al guinzaglio, ma quando siamo passati al denaro “fasullo” – stampabile in quantità apparentemente illimitate – sono stati scatenati i proverbiali mastini della guerra. I budget militari sono saliti, anche dopo il 1991, quando l’Unione Sovietica è finita nella pattumiera della storia e ciò ha messo nelle tasche del complesso militare-industriale miliardi di fondi “in eccesso”, utilizzati per corrompere i parlamenti e oliare gli ingranaggi di media, think tank e università.

Quella di Eisenhower non era una “teoria del complotto” quando avvertì che l’industria della potenza di fuoco avrebbe presto esercitato una “influenza ingiustificata” sul governo civile; stava semplicemente osservando una tendenza. I gruppi di potere ne vogliono di più e a meno che non siano ostacolati, lo otterranno.


UN DISASTRO PREVEDIBILE ED EVITABILE

Non che io sappia qualcosa a livello di insider e che quindi abbia notizie certe sui avari temi affrontati, ma miro a evitare la Grande Perdita ed è qui che penso che possa derivare: dal mondo della megapolitica, dalle forze più profonde e nascoste dietro i titoli dei giornali. Donald Trump ha avvertito l’Europa che farebbe meglio a pagare di più per la propria difesa, ma difesa da cosa? Dopo tre anni di guerra, la Russia ha dimostrato di riuscire a malapena a conquistare un’area, proprio al suo fianco, di russofoni che vogliono far parte della Federazione Russa e che chiamavano il loro Paese Nuova Russia. L’idea che la Russia, con un PIL inferiore al valore di Nvidia, rappresenti una minaccia per Germania e Francia, con un PIL tre volte più grande, è una fantasia. Perché allora gli europei dovrebbero sprecare soldi per acquistare più armi?

L'Europa si sta dirigendo verso un disastro prevedibile ed evitabile: il classico epilogo di un coacervo di popoli e culture. Ma non è ancora il presente, più immediata e inevitabile è una crisi del debito, fallimenti, depressione, inflazione, ecc. Perché allora i policymaker “non fanno qualcosa al riguardo”, qualcosa di talmente ovvio e facile come tagliare la spesa? Perché? Perché questo è un problema megapolitico, non un problema politico. Gli interessi di chi decide e gli interessi dela popolazione sono in conflitto. Ridurre i deficit richiederebbe tagli nell’unica area di spesa discrezionale che potrebbe effettivamente fare la differenza, ma è anche l’area che non può essere controllata. I mastini della guerra hanno tolto il guinzaglio e l’industria militare – compreso l’intero “bilancio dell’impero” costituito da aiuti esteri, spie, sovvenzioni universitarie e a think tank, contratti con fornitori di “difesa” – è la più grande e potente attività al mondo. È così grande e così ricca che non può più essere messa in ginocchio.

Quando gli europei spendono di più per la “difesa”, acquistano armi dall’industria statunitense. Quando l’Ucraina ottiene più soldi, i suoi leader corrotti ne prendono una parte; il resto va ad acquistare forniture dall’industria americana della potenza di fuoco e dai lobbisti che ne chiedono di più. Questa non è una previsione, è solo matematica. Gli interessi sui debiti sono soverchianti e gran parte di essi è stato contratto a tassi d'interesse tra i più bassi della storia economica. Man mano che tali obbligazioni verranno rinnovate, verranno rifinanziate a tassi più elevati. Ciò significherà che porzioni crescenti di tutte le entrate fiscali dovrà essere destinato al servizio del debito.

Cosa faranno i pianificatori centrali? Smetteranno di inviare gli assegni della previdenza sociale? Fregheranno i creditori e andranno in default sul debito? Spegneranno le luci dei monumenti e serviranno solo pasti freddi nei ristoranti dei parlamenti? Ciò che non faranno è tagliare le spese “militari”. È una lobby talmente radicata che è impossibile da sradicare, e poiché ciò che vuole più di ogni altra cosa è più potere e più denaro, la spesa per la potenza di fuoco non può essere tagliata, i bilanci non possono essere equilibrati e il disastro non può essere evitato.


LEZIONI DAL PASSATO

Alla fine degli anni ’80 quasi tutti erano convinti che il Giappone avrebbe conquistato una crescente gloria economica. Le business school statunitensi insegnavano tecniche di management giapponesi, termini giapponesi (come kaizen, miglioramento continuo) furono inseriti nei rapporti degli analisti di Wall Street, le scuole superiori alla moda sostituirono il latino e il francese con il “nihongo” (giapponese). Alla fine degli anni ’80 il Nikkei veniva trattato con un P/E superiore a 70; le singole società solo occasionalmente meritano prezzi così elevati, ma per un intero mercato azionario si trattava... beh... di un'esuberanza irrazionale. E la logica di tale fantasia era che il Giappone aveva più pianificatori centrali degli Stati Uniti, con l'MCII (Ministero del Commercio Internazionale e dell’Industria) accreditato a guidare l’economia verso il successo strategico.

Per quanto uno possa conoscere poco delle dinamiche future dei mercati, un P/E superiore a 20 è probabilmente una bolla in formazione; oltre i 70 è ora di andarsene a gambe levate.

Una cosa importante da sottolineare è che l'MCII non fu responsabile del successo del Giappone. I principali esportatori (aziende automobilistiche) ignorarono il consiglio dell'istituzione quando entrarono nel mercato statunitense e il coinvolgimento dei pianificatori centrali, non importa dove si trovino o quale lingua parlino, causa sempre problemi. Infatti i pianificatori centrali che causarono i maggiori danni furono negli Stati Uniti, non in Giappone: fecero pressioni sul Giappone affinché limitasse il numero di automobili che poteva importare negli Stati Uniti. Di conseguenza Honda e Toyota passarono a modelli più costosi e di qualità superiore, e presto dominarono l'intero mercato automobilistico mondiale.

Allora, come oggi, il ritornello popolare era: “Buy the dip!”. I giapponesi erano dei geni, si dicevano gli investitori, e si riprenderanno rapidamente. Poi, però, non si sono ripresi affatto: i gestori degli investimenti dovettero scusarsi con i loro clienti per i successivi 34 anni. Il Giappone non sarebbe più riuscito a sostenere un rally: sei volte il Nikkei ha tentato di rialzarsi e sei volte è stato rispedito al mittente. Nel 2012 – ventidue anni dopo il crollo – il mercato era ancora in calo di oltre l’80%.

Peccato per i poveri investitori! Distrutti i loro risparmi, ogni mattina si spostavano davanti allo schermo del computer, controllando i loro portafogli, solo per masticare amaro ancora e ancora. Piani per le vacanze, seconde case, pensione... tutti rimandati a data da destinarsi. Sono andati in rovina e sono impazziti. Gli investitori over 60 al momento del crollo hanno detto addio ai loro soldi e non li hanno più rivisti. Molti sono morti senza un soldo, maledicendo il giorno in cui avevano deciso di acquistare azioni.

E ora che le azioni del Nikkei sono tornate al futuro nel 1989, finalmente stanno dando i loro frutti... o forse no. I vecchi investitori sono stati risanati? No, subiscono ancora una perdita di circa il 20% al netto dell’inflazione e dopo un’intera generazione di perdite.

Questa è una Grande Perdita.


CONCLUSIONE

I pianificatori centrali hanno sempre sostenuto la natura anti-ciclica dell'industria bellica: in caso di recessione fare ricorso a tensioni geopolitiche per sistemare le cose. Il problema è che lo spazio di manovra s'è esaurito per quante volte si è fatto ricorso a questo espediente: bacino della ricchezza reale stagnante. Troppa torta economica è stata data in pasto a questa lobby. Almeno il nutrimento dato ai mastini di guerra avrà un risvolto positivo, tutto sommato: i piani del WEF sono andati in frantumi. Almeno in questa generazione non vedremo un governo unico mondiale... dal punto di vista politico. Infatti i sentieri perseguiti sono quelli battuti dal nazionalismo e dal protezionismo, in un contesto del genere è praticamente impossibile unire. Occhio, però, questo sviluppo non coincide con sovranità. A livello finanziario il discorso acquisisce una diversa accezione, invece, visto che sta emergendo sempre di più la possibilità di avere un registro contabile unico per tutte le valute con sede in Svizzera. Inutile dirlo, è un sistema di matrice cinese e la collaborazione tra Cina e Svizzera non si ferma qui, dato che va a toccare altri settori e sta irritando gli Stati Uniti. Infatti la piattaforma in evoluzione si prefigge di sostituire in un futuro prossimo il dollaro, inglobando invece l'euro; malgrado ciò stiamo parlando di una contabilità internazionale centralizzata e la creazione di un governo mondiale ombra alimentato tramite sistemi di regolamentazione finanziaria e restrizioni sull'uso del denaro.

Una severa correzione economica/finanziaria è incombente, una che farà a brandelli l'Europa in particolar modo: la Francia è ingovernabile ormai e il comparto industriale, soprattutto il settore automobilistico, è in caduta libera; la Germania condivide lo stesso fato ma su scala maggiore, senza contare l'assenza di un governo che decida per conto del popolo tedesco; l'Italia ha talmente tanti guai impilati l'uno sull'altro che è impossibile elencari tutti in serie e molti di essi sono anche emersi sulla scia della sciagurata regolamentazione europea; ecc. Stiamo, quindi, assistendo allo sgretolamento di un sistema globale che non sta più in piedi e l'epicentro è proprio l'Europa. La guerra, così come tutte le “emergenze”, maschera il passaggio da un sistema obsoleto a uno nuovo. Infatti non saranno risparmiate nemmeno le banche centrali: non è più possibile controllare un mondo finanziario diventato una giungla di derivati e tenuto insieme, fino al 2022, col nastro isolante attraverso l'eurodollaro.

Da qui la necessità di allargare ancora di più la platea di coloro che parteciperanno alla sopraccitata contabilità finanziaria centralizzata per cercare di tenere a bada le schegge impazzite che schizzeranno fuori da suddetta correzione. Nel frattempo il dollaro continuerà a essere predominante e si aiuterà a contrastare questa ondata di centralizzazione anche con Bitcoin. C'è un ricambio nel cosiddetto Deep State statunitense, con nuovi player che prendono il posto di alcuni di quelli precedenti. L'industria della tecnologia è una di questi, soprattutto il comparto legato all'intelligenza artificiale e, chissà, forse anche il mining.


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Trump è la scelta migliore per Bitcoin

Gio, 18/07/2024 - 10:08

 

 

da Bitcoin Magazine

Un americano su quattro possiede bitcoin.

La maggior parte sono americani di età superiore ai 65 anni, ma quanto spesso avete sentito i candidati alle elezioni rivolgersi ai proprietari di criptovalute?

Donald Trump ha compiuto un grande sforzo durante la sua campagna elettorale per attirare i bitcoiner.

Alla recente Libertarian National Convention, Trump ha promesso di “fermare la crociata di Joe Biden per schiacciare le criptovalute” e ha assicurato specificamente ai possessori di bitcoin che sostiene il diritto all’autocustodia.

“Con il vostro voto terrò Elizabeth Warren e i suoi scagnozzi lontani dai vostri bitcoin e non permetterò mai la creazione di una valuta digitale da parte della banca centrale”, ha detto Trump.

È chiaro quale candidato il prossimo novembre sarà la scelta migliore per i possessori di bitcoin e per l’intero settore. Trump sembra comprendere la saggezza delle posizioni pro-Bitcoin assunte da leader popolari in tutto il mondo, come i presidenti Javier Milei dell'Argentina e Nayib Bukele di El Salvador.

Di conseguenza sta prendendo una posizione chiara.

Trump riconosce il diritto all’auto-sovranità e forse nessuno comprende meglio di lui il valore della decentralizzazione, dal momento che le persone hanno perso fiducia in istituzioni come il governo e le banche. Trump è stato il bersaglio di un’azione legale senza precedenti che ha politicizzato il sistema giudiziario e le organizzazioni affiliate a lui sono state attaccate e ostracizzate sia dal punto di vista sociale che finanziario.

Il presidente Biden, nel frattempo, ha posto il veto alla legislazione che avrebbe garantito il diritto del cliente di far custodire i propri bitcoin, o altri asset digitali, al proprio istituto finanziario regolamentato, il tutto in nome della “protezione del consumatore”.

L’amministrazione Biden è stata straordinariamente ostile a Bitcoin e all’ecosistema più ampio delle criptovalute. Ha approvato l'Operazione Choke Point 2.0 in base alla quale i regolatori hanno di fatto istituito nuove regole tramite un comunicato stampa che ordina alle banche di smettere di fare affari con le aziende nel settore degli asset digitali. Inoltre la Casa Bianca ha proposto una tassa del 30% sull’energia utilizzata per minare Bitcoin, il che renderebbe non redditizio e del tutto antieconomico per il settore fare affari negli Stati Uniti. Il Dipartimento per l'Energia ha anche tentato di raccogliere informazioni riguardanti i contratti energetici dei miner Bitcoin per cercare di mandarli fuori mercato. Il Dipartimento di Giustizia ha addirittura rotto con le linee guida di lunga data del Dipartimento del Tesoro quando ha tentato di regolamentare, tramite istanza giudiziaria, i wallet self-hosted, secondo cui dovrebbero essere trattati come attività di trasmissione di denaro. Tutte queste cose sono state fatte di proposito, visto che si vuole bandire l’industria delle criptovalute.

Tutto inizia ad avere senso se si considera che l’amministrazione Biden ha anche gettato le basi per una valuta digitale della banca centrale.

Alcuni politici sostengono la creazione di una CBDC, perché desiderano il controllo completo. Vogliono essere in grado di monitorare le nostre transazioni e dirci come possiamo e non possiamo spendere i nostri soldi. Bitcoin rappresenta l’esatto opposto: la libertà dal collettivismo alimentato dallo stato e l’emancipazione dell’individuo.

Per essere chiari, ci sono molti leader pro-Bitcoin nel partito democratico, come il senatore Kirsten Gillibrand e i rappresentanti Ritchie Torres e Wiley Nickel, solo per citarne alcuni. Oltre 70 democratici alla Camera dei Rappresentanti hanno votato di recente a favore di una legislazione sulla struttura del mercato. Ma ce ne vogliono molti altri.

Il presidente Biden ha ceduto su questi temi di fronte all’autoproclamata senatrice “anti-criptovalute” Elizabeth Warren e ai suoi accoliti. Ciò ha portato a linee di politica che rispecchiano l’approccio del Partito Comunista Cinese nei confronti di Bitcoin: tagliare fuori i servizi finanziari, tentare di interrompere l’accesso all’energia in nome dell’ambientalismo, imporre regolamentazioni di mercato impossibili e fare tutto ciò che si può per ostacolare la rete Bitcoin mentre lavora allo strumento definitivo di controllo sulla popolazione, ovvero una CBDC.

La stessa senatrice Warren ha persino proposto una legislazione che vieterebbe di fatto il mining di Bitcoin negli Stati Uniti, trattando i miner alla stregua delle istituzioni finanziarie e richiedendo standard antiriciclaggio nonostante il fatto che essi non custodiscano alcun patrimonio dei clienti. Come ben sa, se non ci sono miner Bitcoin, non ci sono transazioni Bitcoin, e il percorso verso una CBDC sarebbe molto più semplice.

La buona notizia per i bitcoiner è che hanno un’alternativa chiara. Questo è fondamentale, perché un terzo degli elettori afferma di valutare le opinioni dei candidati sugli asset digitali.

La scelta è chiara: Trump proteggerà il diritto degli americani a possedere Bitcoin, a minare Bitcoin, a effettuare transazioni con Bitcoin e, per molti di noi, a lavorare nel settore Bitcoin. Ritengo che sosterrà la capacità dei miner di contribuire a rivoluzionare i settori finanziario ed energetico negli Stati Uniti e a mantenere la leadership economica americana per il futuro. E vieterà una CBDC, proteggerà l’autocustodia e impedirà ai regolatori fuori controllo di mandarci fuori mercato. Se siete dei bitcoiner, Trump è il miglior candidato quest’anno per, oserei dire, far tornare Bitcoin a essere una cosa grandiosa agli occhi del governo degli Stati Uniti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Eppure si continua a usare il termine “autoritario”

Mer, 17/07/2024 - 10:02

 

 

di Jeffrey Tucker

Conoscete il termine “autoritario” e pensate di sapere cosa significhi.

Un padre, un capo, o un governo autoritario dice: o questa minestra, oppure la finestra. Abbaiano continuamente ordini e vedono la conformità come la risposta a tutti i problemi umani. Non c’è spazio per l’incertezza, l’adattamento al tempo e al luogo, o la negoziazione. Non viene tollerato alcun dissenso.

Essere autoritari significa essere disumani, governare con imposizioni arbitrarie e capricciose. Può anche significare essere governati impersonalmente da una macchina, a prescindere dal costo.

Sembra proprio una burocrazia governativa convenzionale, giusto? Infatti basti pensare al Dipartimento della Motorizzazione Civile, all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e al Dipartimento dell’Energia che stanno emanando proprio adesso degli editti che permetteranno alla vostra lavatrice di lavare i vestiti e alla vostra auto di andare lontano.

Ci fanno questo da molti decenni, con o senza il permesso del Congresso o del presidente. Le agenzie governative sono letteralmente fuori dal controllo, nel senso che nessuno può controllarle.

Qualsiasi società gestita da un apparato burocratico ampio e invadente è necessariamente autoritaria. Un governo che non sia autoritario è necessariamente limitato in termini di dimensioni e portata del suo potere.

Diciamo che c'è un leader politico che regolarmente chiede di poter mettere un freno all'autoritarismo delle burocrazie. Intende utilizzare tutto il potere di cui dispone per frenare il governo autonomo delle burocrazie amministrative e sottometterle ai desideri delle persone, che idealmente dovrebbero essere responsabili del sistema nel quale vivono.

Un leader del genere non sarebbe definito autoritario, verrebbe definito il contrario: un emancipatore che cerca di smantellare le strutture autoritarie.

Se tutto quanto sopra ha senso per voi, provate a dare un senso a questa notizia del New York Times, dove si parla degli sforzi di molti attivisti per resistere a un secondo mandato di Donald Trump.

L’articolo dice: “Se tornasse Trump imporrebbe cambiamenti radicali, molti dei quali con sfumature autoritarie”, tra cui “rendere più facile licenziare i dipendenti pubblici”.

Si aggiunge, poi, che intende sostituire i dipendenti licenziati con “lealisti”. Forse... Ma prendete in considerazione l'alternativa: il presidente dovrebbe essere apparentemente responsabile di oltre 2 milioni di burocrati impiegati da oltre 400 agenzie nel ramo esecutivo, ma in realtà non sono tenute a portare avanti le linee di politica del presidente eletto. Possono infatti ignorarle completamente.

Com'è compatibile tutto questo con la democrazia o con la libertà? Non lo è infatti. Non c’è nulla nella Costituzione che parli di un vasto esercito di burocrati che governano dietro le quinte e che non sia in alcun modo raggiungibile o gestibile dai rappresentanti eletti.

Il tentativo di tirarsi indietro, frenare o fare qualcosa per risolvere questo problema non è da autoritari. Anzi è proprio il contrario. Anche se i “lealisti” sostituissero i dipendenti licenziati, ciò rappresenterebbe un miglioramento rispetto a un sistema di governo in cui le persone non hanno davvero alcun controllo.

A due anni dal primo mandato di Trump, la sua amministrazione capì che questo era un problema. Prevedeva alcune svolte cruciali nella linea di politica in una serie di settori e tutto ciò che ha ottenuto, invece, è stata la tenace resistenza da parte di persone che credevano che fossero loro a comandare e non il presidente eletto. Nei due anni successivi sono stati compiuti molti sforzi per risolvere almeno questo problema: il presidente dovrebbe essere responsabile del governo che rientra nella sua giurisdizione.

Ciò ha senso. Immaginate di essere l'amministratore delegato di un'azienda e scoprite che le divisioni principali che di fatto gestiscono l'azienda non si preoccupano di ciò che dite e non possono essere licenziate anche se lo ritenete opportuno: eppure siete ritenuti personalmente responsabile di tutto ciò che fanno quelle divisioni. Che cosa fareste?

Non è da “autoritari” spodestare o tentare in altro modo di ottenere il controllo su ciò di cui si è ritenuti responsabili, a livello professionale o politico. Questo è tutto ciò che suggeriscono i sostenitori di Trump e non è altro che un sistema costituzionale: dovremmo avere un governo da e per il popolo. Ciò significa che il popolo elegge l’amministratore del potere esecutivo e, come minimo, il vincitore delle elezioni deve essere in grado di avere una certa influenza su ciò che fanno le agenzie del ramo esecutivo.

E per aver suggerito questa linea d'azione e aver cercato di perseguirla, Trump viene definito autoritario. Preparatevi: verrà detto milioni di volte da qui a novembre. Possono i media generalisti cambiare completamente il significato di un termine? Certo che possono, ma ci sono anche tutte le ragioni per impedire che ciò accada.

Il linguaggio è un costrutto umano. Più la società è vivace e in rapido movimento, più il linguaggio cambia. Può essere una cosa meravigliosa e infatti uno dei miei libri preferiti è The American Language di H. L. Mencken, scritto da questo genio quando veniva censurato per le sue opinioni in tempo di guerra.

È una meravigliosa cronaca dell'evoluzione degli usi/costumi americani, pubblicata nel 1919, ma stranamente pertinente anche oggi, applicabile al numero sempre minore di persone che riescono ancora a formare frasi coerenti.

Quando si tratta di vocabolario, ci sono due scuole di pensiero in generale: prescrittivista e descrittivista. La visione prescrittivista è che le parole hanno significati intrinseci che si possono rintracciare da altre lingue e dovrebbero essere usate come previsto. L’approccio descrittivista vede il linguaggio più come un’esperienza viva, uno strumento utile per rendere possibile la comunicazione, nel qual caso tutto va bene.

Come americani, accettiamo per lo più la prospettiva descrittivista, ma questa può spingersi ben oltre. Le parole non possono significare letteralmente nulla, tanto meno il contrario, ed è esattamente ciò che sta accadendo. Lo stesso vale per la parola “democrazia”, che dovrebbe significare la scelta del popolo, non qualunque cosa le élite ci propongano. Se Trump è la scelta, così sia; rappresenterebbe lo sviluppo della democrazia.

Se vogliamo che il presidente sia l’amministratore delegato del ramo esecutivo del governo – e questa è una descrizione abbastanza buona di ciò che stabilisce la Costituzione degli Stati Uniti – allora l’amministrazione dovrebbe avere quell’autorità gestionale. Se non vi piace, parlatene coi Padri Fondatori.

Ricordate: qualsiasi società gestita da un apparato burocratico ampio e invadente è necessariamente autoritaria. Un governo che non sia autoritario è necessariamente limitato in termini di dimensioni e portata del potere.

Qualunque presidente che agisca per frenare il potere e la portata dell’autorità arbitraria non è un autoritario, bensì uno che cerca di restituire autorità al popolo. Un essere umano simile sarebbe un emancipatore, anche se tutti dovessero dire il contrario.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La Federal Reserve, ieri

Mar, 16/07/2024 - 10:11

Il pezzo di oggi non deve essere inteso come un mero esercizio di critica fine a sé stesso. Il pezzo di oggi vuole portare all'attenzione del lettore l'obiettivo finale dell'attuale strategia d'uscita da parte di Powell: ritorno della politica monetaria statunitense nelle mani della Federal Reserve e contrazione di quell'interventismo della banca centrale americana che, negli ultimi 20 anni in particolar modo, è diventato onnipresente. È importante notare il momento in cui questo treno è deragliato e, “guarda caso”, è coinciso con l'espansione incontrollata del mercato degli eurodollari. Non solo, tale degenerazione era diventata una manna per i mercati finanziari ogni volta che finivano nei guai. L'abbattimento selettivo dei livelli di leva finanziaria che si sono accumulati nel sistema bancario ombra, cosa che ha fatto schizzare alle stelle le masse monetarie ombra, rappresenta un gigantesco spartiacque nella linea di politica della Federal Reserve, la quale mira a togliersi di dosso l'aura di “ente salvatore del mondo”, obtorto collo, nei momenti di stress economico/finanziario. Per quanto i mercati mondiali abbiano testato la volontà di Powell nel voler perseguire questa strada dopo tutto il 2022 e 2023, la sua campagna “higher for longer” sta sortendo gli effetti desiderati e, soprattutto, sta ridonando credibilità ai mercati dei capitali statunitensi. Detto in parole povere, il ritorno del cosiddetto “tocco leggero” o “guardiano passivo” è il ruolo che Powell vuole ricucire sul vestito sfilacciato della FED a causa di decenni di interventismo progressivo e manipolazione/distorsione/deformazione innaturale dei mercati attraverso gli eurodollari.

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di David Stockman

L’economia americana del dopoguerra se la cavò bene tutto sommato, senza alcun obiettivo riguardo i tasso d'interesse, acquisto di obbligazioni, o aiuto generale nella gestione macroeconomica da parte della FED. L'onnipresente dominio del sistema bancario centrale sul sistema finanziario ed economico era inesistente all'epoca.

Sto parlando dell’intero decennio compreso tra il quarto trimestre del 1951 e il terzo trimestre del 1962, quando il bilancio della FED rimase piatto a soli $51 miliardi (linea nera), ciononostante l’economia statunitense non vacillò per la mancanza di ossigeno monetario. Durante quel periodo il PIL crebbe da $356 miliardi a $609 miliardi, ovvero del 71% (linea viola), una crescita nominale del 5,1% annuo e la maggior parte di essa rappresentava guadagni di produzione reale, non inflazione.

Variazione del bilancio della Federal Reserve rispetto al PIL, dal quarto trimestre del 1951 al terzo trimestre del 1962

Si dà il caso che il sopraccitato arco temporale abbracciasse il periodo immediatamente successivo al cosiddetto Accordo Tesoro-FED del marzo 1951, il quale pose fine all’espediente della Seconda Guerra Mondiale che aveva fissato i titoli del Tesoro statunitensi a breve termine allo 0,375% e quelli a lungo termine al 2,50% al fine di finanziare il flusso di debiti di guerra.

L’effetto di questi ancoraggi fu che la FED fu obbligata ad assorbire tutta l’offerta di titoli del Tesoro statunitensi che il mercato non riequilibrava ai rendimenti target. Non sorprende che il bilancio della FED, $12 miliardi nel 1937, fosse aumentato di 4,3 volte arrivando a $51 miliardi al momento di suddetto Accordo, riflettendo quella che equivaleva a una monetizzazione del debito pubblico giustificata dalla  esigenze della guerra.

Nel periodo post-ancoraggio mostrato di seguito, la FED permise ai tassi d'interesse di trovare i propri livelli di compensazione di mercato. Diversamente da quello che accade oggi, a Wall Street non ci furono continue ipotesi riguardo al livello a cui la FED avrebbe fissato i tassi d'interesse a breve termine. Allora era chiaro che le forze della domanda e dell’offerta nei mercati obbligazionari erano pienamente in grado di scoprire i giusti tassi d'interesse.

La combinazione di crescita elevata, investimenti robusti, salari forti e reddito familiare reale in forte aumento, da un lato, e inflazione ai minimi dall’altro, costituisce la regola aurea di performance per una moderna economia capitalista.

Il tutto avvenne in un sistema “tocco leggero” delle banche centrali che presupponeva che il capitalismo di libero mercato avrebbe trovato la propria strada verso una crescita economica, occupazione, investimenti e prosperità ottimali. Non era necessario nessuno sherpa monetario all'Eccles Building.

Non era nemmeno necessaria alcuna stampa di denaro. I risultati economici descritti di seguito si sono verificati durante un periodo di 11 anni in cui la FED non acquistò un centesimo di debito del Tesoro statunitense!

Variazione annua, dal quarto trimestre del 1951 al terzo trimestre del 1962

• Vendite finali reali: +3,8%

• Investimenti reali interni: +4,1%

• Crescita della produttività non agricola: +2,5%

• Salario orario reale: +3%

• Reddito familiare medio reale: +2,3%

• Aumento dell’IPC: +1,3%

Passività della Federal Reserve, dal 1937 al 1962

Non c’è assolutamente nulla in tal periodo che renda la performance macroeconomica sopra riassunta aberrante, casuale, o irreplicabile. Infatti il presidente Eisenhower tagliò drasticamente le spese per la difesa ed eliminò completamente il deficit fiscale durante il suo secondo mandato, pertanto l’aumento cumulativo del debito pubblico durante quel periodo di 11 anni fu di appena $30 miliardi, ovvero un esiguo 0,6% del PIL, a causa dei prestiti contratti durante la Guerra di Corea.

Ma anche questo modesto aumento del debito non fu monetizzato dall’acquisto di obbligazioni da parte della FED, invece fu finanziato con i risparmi privati. I rendimenti obbligazionari a lungo termine, quindi, salirono dal livello fissato al 2,5% mostrato di seguito fino al 4%, come dettato dalla domanda e dall’offerta. Tuttavia nel periodo 1959-1962 l’IPC si attestò in media solo all’1,2%, il che significa che i rendimenti reali sfiorarono il +3,0% durante i primi anni ’60.

All’epoca la FED non aveva visto la necessità di spingere i tassi reali a zero e addirittura in territorio negativo, come è avvenuto per gran parte degli ultimi due decenni. Il fatto è che l’economia di Main Street prosperò enormemente e i tassi aggiustati all’inflazione fornirono un solido rendimento a risparmiatori e investitori.

Rendimento dei titoli del Tesoro USA a lungo termine, dal 1942 al 1962

Ciò che pose fine all’economia favorevole dal 1951 al 1962 fu il flagello della finanza di guerra. LBJ (Lyndon B. Johnson) intensificò la guerra del Vietnam dopo il 1963, provocando un’impennata del debito e un aumento del decennale statunitense fino a quasi il 6% all’inizio del 1968. Ma Johnson non era disposto a lasciare che i tassi d'interesse di compensazione finanziassero la sua miserabile impresa di portare la Great Society nel Sud-est asiatico.

Così “persuase” il presidente della FED nel suo ranch in Texas e ordinò di tagliare il tasso di riferimento per far fronte al crescente deficit federale. Quest’ultimo era cresciuto da $4,8 miliardi e -0,8% del PIL nel 1963 a $25,2 miliardi e -2,8% del PIL nel 1968.

Sfortunatamente, dopo aver aumentato costantemente il tasso di riferimento dal 2,9% nel dicembre 1962 al 5,75% nel novembre 1966, mentre crescevano anche i deficit di Johnson, la FED abbassò suddetto tasso di riferimento al 3,8% nel luglio 1967. A sua volta ciò scatenò un’ondata di speculazione e inflazione, con l’indice dei prezzi al consumo che salì dall’1% annuo nell’agosto 1964 a un picco di +6,4% nel febbraio 1970.

Non vi è alcun mistero sul motivo per cui il genio dell’inflazione fosse ormai uscito dalla lampada: tra il terzo trimestre del 1962 e il quarto trimestre del 1970, il bilancio fino ad allora piatto della FED (linea nera) salì alle stelle, passando da $52 miliardi a $85 miliardi nel corso di un periodo di otto anni. Ciò equivaleva a un aumento del 6% annuo, il che significava che il precedente di un’espansione aggressiva del bilancio era ormai saldamente stabilito.

Rendimento del decennale statunitense aggiustato all’inflazione & crescita del bilancio della FED, dal 1962 al 1970

La prima vittima, ovviamente, sono stati i rendimenti obbligazionari aggiustati all’inflazione (linea viola). Come mostrato sopra, il sano rendimento reale al +3% del 1962 scese ad appena il +1% alla fine del 1970.

La FED non fu spinta a questo primo giro di stampa di denaro e monetizzazione del debito sin dal dopoguerra perché l’economia privata era entrata in un misterioso svenimento o modalità di fallimento, e quindi aveva bisogno dell’aiuto della banca centrale.

Al contrario, si trattò di un allontanamento, guidato da Washington, da una sana attività bancaria centrale; da lì in poi si è partiti per la tangente.

Una volta uscito dalla lampada il genio dell’inflazione, con l’indice dei prezzi al consumo che raggiunse il 6% nell’autunno del 1970, la FED lottò per più di un decennio per riportarlo dentro. Di conseguenza qualsiasi attenzione allo stimolo della crescita, dell’occupazione, dell’edilizia abitativa e degli investimenti fu rara e decisamente secondaria rispetto alla lotta all’inflazione.

È importante notare che, nonostante quattro recessioni (1970, 1975, 1980 e 1981) e pochissimo aiuto a favore della crescita da parte di quella che era ormai diventata una FED ossessionata dall’inflazione, l’economia statunitense si espanse a un ritmo decente durante l’intervallo tra il quarto trimestre del 1969 e il secondo trimestre del 1987.

Il tasso di crescita economica (base reale delle vendite finali) fu in media di un solido +3,1% annuo, ma ciò avvenne grazie alle propensioni alla crescita insite nel capitalismo e nonostante gli ostacoli periodici durante le contrazioni monetaria. Infatti tre presidenti della FED prestarono servizio durante quell’intervallo di 17,5 anni – Burns, Miller e Volcker – e con vari gradi di successo il loro obiettivo fu prevalentemente quello di sopprimere l’inflazione, non di stimolare la crescita.

I tassi di crescita dell’occupazione, della produttività e del reddito familiare medio reale durante suddetto periodo non furono particolarmente eccezionali, malgrado ciò questi stessi parametri non sprofondarono nemmeno in un buco nero.

Questi risultati furono opera del capitalismo di mercato, non del sistema bancario centrale. Quest’ultimo si oppose fortemente all’inflazione per gran parte di quel periodo, quindi l'assenza di “aiuto” da parte della banca centrale fu solo un’ulteriore prova del fatto che lo stimolo monetario non è necessario per una crescita solida e la prosperità.

Variazione annua, dal quarto trimestre 1969 al secondo trimestre 1987

• Vendite finali reali del prodotto interno: +3,1%

• Ore lavoro impiegate: +1,5%

• Produttività non agricola: +1,8%

• Reddito familiare medio reale: +1,2%

A scanso di equivoci, ecco il percorso del tasso di riferimento mentre si stava svolgendo la performance macroeconomica di cui sopra. In altre parole, le ricorrenti iniziative anti-inflazione della FED fecero sì che suddetto tasso saltasse in alto come una sorta di fagiolo saltatore. Nel periodo precedente a ciascuna delle quattro recessioni indicate dalle aree ombreggiate nel grafico, l’aumento del tasso di riferimento della FED è stato il seguente:

• 1970: +340 punti base

• 1974: +960 punti base

• 1980: +1290 punti base

• 1981: +440 punti base

Inutile dire che queste successive campagne di rialzo dei tassi ammontarono a colpi di martello per l’economia di Main Street. Non è possibile che queste violente oscillazioni dei tassi d'interesse e il conseguente avvio e arresto dei cicli economici – quattro recessioni in soli 17 anni – siano stati un tonico per la crescita durante quest’era di inflazione elevata.

Infatti la performance macroeconomica ragionevolmente solida sopra quantificata rappresenta una sorta di minimo del libero mercato. Riflette la spinta incessante di lavoratori, consumatori, imprenditori, uomini d’affari, investitori, risparmiatori e speculatori a migliorare la propria situazione economica, anche di fronte agli ostacoli inflazionistici e alla manipolazione finanziaria anti-inflazione da parte della banca centrale.

Tasso di riferimento, da agosto 1968 a giugno 1987

Naturalmente, gli ostacoli all’inflazione erano enormi e ben al di là di qualsiasi precedente esperienza in tempo di pace. Rispetto all’inflazione media dell’1,3% nel periodo 1951-1962, l’IPC salì al 5,6% nel periodo quarto trimestre del 1969 e secondo trimestre del 1987.

E ciò includeva il beneficio del forte calo dell’inflazione progettato da Paul Volcker durante gli ultimi quattro anni di suddetto periodo. Pertanto durante il decennio degli anni ’70, fino al picco di inflazione annuo del 14,6% nell’aprile 1980, l’IPC salì in media del 7,7% annuo.

A sua volta ciò introdusse per la prima volta le classi salariate nella routine dei tassi salariali nominali in forte aumento, quasi interamente consumati dal forte aumento dei prezzi al consumo. Pertanto durante il decennio terminato con il picco inflazionistico nel secondo trimestre del 1980, la retribuzione oraria media in termini nominali salì del 7,6% annuo, ma, ahimè, ciò che rimase impresso sui conti bancari dei lavoratori fu un guadagno di solo l’1,1% annuo nello stesso periodo. Tutto il resto fu divorato dall’inflazione.

Variazione annua dell'indice dei prezzi al consumo, dal 1960 al 1987

Se l’effetto tapis roulant salari/prezzi introdotto dopo il 1969 fosse tutto, l’impatto avremmo potuto considerarlo tollerabile. La resilienza del capitalismo di mercato si è dimostrata sufficientemente forte da superare gran parte degli ostacoli inflazionistici, insieme ai cicli punitivi di stretta anti-inflazione della FED.

Sfortunatamente, però, ciò che si materializzò negli anni ’70 furono due corollari estremamente dannosi.

Il primo era l’idea che il compito della banca centrale fosse quello di gestire il tasso di variazione del livello generale dei prezzi piuttosto che il mandato originario, molto più modesto. Quest’ultimo presupponeva la presenza di una moneta non inflazionistica coperta dall’oro, quindi la gestione dell’inflazione sarebbe stata un ossimoro. Di conseguenza il mandato statutario della FED era semplicemente quello di fornire liquidità e riserve al sistema bancario sulla base dei tassi d'interesse di mercato. I capi della FED non avevano bisogno di conoscere l'IPC, il deflatore PCE, o qualsiasi altro metro di misurazione moderno dell'inflazione che ancora non era stato inventato.

In realtà, la gestione del ritmo di breve periodo con cui il livello generale dei prezzi sale ha rappresentato un passaggio fatale verso il sistema bancario centrale statalista e la gestione plenaria della macroeconomia in cui gli indici dell'inflazione sono inestricabilmente integrati. Alla fine il figlio bastardo di questa apertura a un potere statale ampliato si è materializzato come il feticcio dell’inflazione al 2%.

Ecco il punto: fino a quando il dollaro coperto dall’oro non fu stroncato da Nixon nell’agosto del 1971 e la possibilità di un’inflazione crescente e persistente in tempo di pace non si materializzò negli anni ’70, l’idea di una gestione del tasso d'inflazione da parte della banca centrale non era neanche lontanamente contemplata. Questo perché la stabilità dei prezzi in tempo di pace era la condizione predefinita del mondo durante il gold standard. Infatti dalle guerre napoleoniche in poi “inflazione” e tempo di guerra furono praticamente sinonimi, perché la moneta fiat era quasi invariabilmente un espediente temporaneo in tempo di guerra.

L’altra eredità degli anni ’70 è stata l’esplosione dei costi unitari del lavoro nell’economia statunitense. Questa deformazione economica inutile, ma pervasiva, alla fine ha portato alla massiccia delocalizzazione dell’economia industriale statunitense.

L’implicazione in tutto ciò è che sarebbe stato molto meglio restare fedeli all’epoca d’oro di William McChesney Martin, caratterizzata da una crescita elevata, una bassa inflazione, un bilancio piatto della Federal Reserve e tassi d'interesse guidati dalle forze della domanda e dell’offerta nei mercati finanziari. Purtroppo il bilancio della FED durante il decennio di alta inflazione era tutt’altro che piatto.

Durante la presidenza dei tre governatori successivi a Martin, il bilancio della FED crebbe ai seguenti ritmi annuali composti:

• Arthur Burns (dal febbraio 1970 al marzo 1978): +6,9%

• William Miller (dal marzo 1978 ad agosto 1979): +9,5%

• Paul Volcker (dall'agosto 1979 ad agosto 1987): +6,8%

Crescita del bilancio della Federal Reserve, dal primo trimestre del 1970 al secondo trimestre del 1987

In poche parole, Volcker rallentò bruscamente la crescita travolgente del bilancio della FED che si era verificata sotto la presidenza di William Miller, lo sfortunato ex-amministratore delegato di un conglomerato che produceva golf cart, motoslitte e aerei Cessna. Ma alla fine anche Volcker continuò a pompare nuova moneta nell’economia a un ritmo appena inferiore a quello di Arthur Burns. E Burns, ovviamente, era lo smidollato che aveva ignominiosamente ceduto alle suppliche di Nixon a sostegno della sua campagna di rielezione nel 1972.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Panico da petrodollaro: separare la realtà dalla finzione

Lun, 15/07/2024 - 10:09

 


di Michael Lebowitz

Di recente i media generalisti hanno avvertito dell’imminente fine dell’accordo sul petrodollaro, comunemente chiamato petrodollaro. Con tali narrazioni arriva l’ansia degli investitori soprattutto se si prendono in considerazione i seguenti titoli sull'argomento.

• L’OPEC interromperà il legame con il dollaro per la determinazione del prezzo del petrolio – The New York Times

• Il petrodollaro è morto e questo è un grosso problema – FX Street

• Dopo 50 anni la morte del petrodollaro segnerà la fine dell'egemonia statunitense – The Street Pro

Prima di saltare alle conclusioni, discutiamo di cosa è e cosa non è il petrodollaro. Con questa consapevolezza potremo poi affrontare le preoccupazioni sulla sua presunta morte. Inoltre possiamo screditare titoli minacciosi come: L'accordo sul petrodollaro scade: perché questo potrebbe innescare il “collasso di tutto”.

Prima di iniziare è necessario fare un disclaimer: l'articolo del New York Times di cui abbiamo parlato sopra non è recente, l'ho aggiunto per dimostrare che questa non è una storia nuova. L’articolo del giugno 1975 inizia così:

LIBREVILLE, Gabon, 9 giugno — I Paesi produttori di petrolio hanno concordato oggi di recidere il legame tra i prezzi del petrolio e il dollaro e di iniziare a quotare i prezzi in Diritti Speciali di Prelievo, ha detto il governatore della banca nazionale iraniana, Mohammed Yeganeh.


Cos'è il petrodollaro?

Nel 1974, in seguito all’embargo petrolifero in cui il prezzo del petrolio greggio al barile aumentò di quattro volte, provocando quindi un’impennata dell’inflazione dei prezzi e indebolendo l’economia, gli Stati Uniti cercarono disperatamente di evitare un altro embargo a tutti i costi. I politici statunitensi teorizzavano che un rapporto più forte con l’Arabia Saudita avrebbe contribuito notevolmente al raggiungimento del loro obiettivo.

Fortunatamente anche i sauditi speravano in una relazione vantaggiosa con gli Stati Uniti e avevano bisogno di investimenti affidabili per le loro nuove ricchezze; desideravano anche un migliore equipaggiamento militare. All’epoca l’Arabia Saudita fece registrare un enorme surplus di bilancio a causa dei guadagni derivanti dagli alti prezzi del petrolio e dalle esigenze di spesa relativamente minori provenienti dall’interno del Paese.

Sebbene non sia mai esistito un patto formale sul petrodollaro, è opinione diffusa che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita abbiano stipulato un accordo sottobanco per soddisfare i reciproci bisogni. L’Arabia Saudita fu incoraggiata a investire il proprio surplus in titoli del Tesoro statunitensi, in cambio gli Stati Uniti avrebbero venduto attrezzatura militare all’Arabia Saudita. Entrambi speravano che una relazione migliore sarebbe stata un sottoprodotto di questo accordo.


Il petrodollaro non riguardava realmente il dollaro

Ritengo che le discussioni sul petrodollaro riguardassero principalmente l’Arabia Saudita che necessitava di un luogo sicuro per i propri surplus e gli Stati Uniti che cercavano dollari per finanziare i propri deficit fiscali. Anche se il dollaro sarebbe stata la valuta per tali transazioni, probabilmente non era il fulcro dei colloqui.

Nell’affrontare gli immensi costi della guerra in Vietnam e l’ambiziosa spesa sociale per pacificare i disordini sociali, l’America cercò finanziamenti in deficit; l’Arabia Saudita aveva bisogno di investire le sue eccedenze. Considerata la liquidità e la sicurezza senza precedenti del mercato dei titoli del Tesoro statunitense rispetto ad altre opzioni, l’“accordo” aveva molto senso per entrambe le parti. Inoltre, poiché i proventi petroliferi sauditi sarebbero stati utilizzati per acquistare titoli del Tesoro statunitensi, era logico che l’Arabia Saudita richiedesse ad altri acquirenti di petrolio di pagare in dollari.

Condivido due grafici per apprezzare meglio il deterioramento della posizione fiscale statunitense in quel momento. Il primo grafico qui sotto evidenzia i deficit durante la metà degli anni ’70. Oggi molti considererebbero ridicolo un deficit di $50 o $60 miliardi; d’altra parte i deficit rappresentavano un netto allontanamento dalla norma.

Il secondo grafico fornisce il contesto adeguato: la nazione stava sperimentando deficit federali più significativi tra la metà e la fine degli anni ’70 rispetto a quelli affrontati durante la seconda guerra mondiale. Considerata l’immensa spesa per quest'ultima, tale fatto fu sorprendente per molte persone all’epoca.


L'Arabia Saudita non ha dollari da investire

Oggi la situazione è diversa. L’America ha ancora un disperato bisogno di finanziamenti, ma l’Arabia Saudita non ha surplus di bilancio da investire. Secondo un articolo di Bloomberg intitolato Il petrodollaro è morto, lunga vita al petrodollaro:

Avanti veloce fino ad oggi e l'Arabia Saudita non ha affatto un surplus da riciclare. Invece il Paese si sta indebitando pesantemente sul mercato del debito sovrano e sta vendendo asset, comprese parti della sua compagnia petrolifera nazionale, per finanziare i suoi piani economici. È vero, Riyadh detiene ancora importanti riserve in valuta forte, alcune delle quali investite in titoli del Tesoro statunitensi, ma non li accumula più. La Cina e il Giappone hanno molto più denaro immobilizzato sul mercato del debito americano rispetto ai sauditi.


Il monopolio sulle riserve

Molti credono che il governo degli Stati Uniti costringa i Paesi stranieri a utilizzare il dollaro, forzandoli così ad avere riserve in dollari. Ciò sembra logico in quanto le riserve devono essere investite e possono contribuire a finanziare i nostri deficit.

Non sappiamo cosa dicono i nostri politici agli altri Paesi a porte chiuse, ma presumiamo che una certa “persuasione” spinga altri Paesi a utilizzare il dollaro. Indipendentemente da ciò, non ci sono molte opzioni oltre al dollaro.

Gli Stati Uniti offrono ad altre nazioni il posto migliore in cui investire per quattro ragioni principali:

Le quattro ragioni, lo stato di diritto, la liquidità dei mercati finanziari e la potenza economica e militare, garantiscono che la morte del dollaro non avverrà in tempi brevi.

Nessun altro Paese possiede tutte e quattro queste caratteristiche. Cina e Russia non dispongono dello stato di diritto e di mercati finanziari liquidi; inoltre la Russia ha un’economia piccola e fragile. L’Europa non ha mercati dei capitali sufficientemente liquidi, né potenza militare.

Si dice spesso che l’oro e Bitcoin siano candidati a usurpare il dollaro. Tanto per cominciare, non guadagnano un ritorno sull’investimento e i loro prezzi sono incredibilmente volatili. Ci sono molte altre difficoltà che impediscono loro di ottenere lo status di valuta a pieno titolo, che tratterremo però in un altro articolo.


Riepilogo

Anche se ci fosse stato un accordo formale, il petrodollaro non andrà da nessuna parte. Anche se l’Arabia Saudita accetta rubli, yuan, pesos, od oro per il suo petrolio, dovrà convertire quelle valute in dollari in quasi tutti i casi.

L’Arabia Saudita mantiene ancora il suo valore valutario ancorato al dollaro, come mostrato nel grafico qui sotto. Detengono inoltre circa $135 miliardi in titoli del Tesoro statunitensi, il massimo degli ultimi tre anni. Sembra davvero che l’Arabia Saudita stia cercando di dissociarsi dal dollaro e dai mercati finanziari statunitensi?

Storie come quella sul petrodollaro e sulla sua morte “imminente” del dollaro circolano da decenni. Un giorno avranno ragione e il dollaro seguirà la strada delle precedenti valute di riserva mondiali, ma affinché ciò accada è necessario che ci sia un’alternativa migliore e ad oggi non esiste nulla che ci si avvicini.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La follia della guerra dei confini in Ucraina

Ven, 12/07/2024 - 10:08

 

 

di David Stockman

Qualcuno dovrebbe dire alle élite europee di darsi una calmata, le loro infinite lamentele sui russi e su Putin sono semplicemente patetiche perché:

• Non sono giustificate: la Russia non porta i tratti distintivi di una potenza imperiale espansionista;

• Il conflitto Russia-Ucraina non è affare dell’Europa occidentale, dal momento che è essenzialmente una guerra territoriale e civile entro i confini della Russia storica;

• Se i funzionari dell’UE sono davvero preoccupati per la presunta minaccia russa, perché spendono solo una miseria del loro PIL nella difesa?

Eppure abbiamo una Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ex-ministro della difesa tedesco e falco guerrafondaio, che dice solo assurdità:

Il presidente russo, Vladimir Putin, vuole vedere il ritorno di imperi e autocrazie in Europa, ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al Congresso economico europeo di Katowice.

Parlando al fianco del primo ministro polacco Donald Tusk, la von der Leyen ha insistito sul fatto di sostenere un’Unione Europea pronta a fare tutto il necessario per proteggere l’Europa, e in particolare l’Ucraina.

La guerra di Putin consiste nel ridisegnare la mappa dell'Europa, ma è anche una guerra contro la nostra Unione e contro l'intero sistema globale basato sulle regole”, ha affermato.

Beh, questa è solo spazzatura. L'unica volta in cui i confini dell'Ucraina sono stati ridisegnati con la canna di un fucile è stato quando lo fecero Lenin, Stalin e Krusciov tra il 1922 e il 1954. Esatto, questa idiota vuole coinvolgere il mondo nella Terza Guerra Mondiale per far rispettare i confini disegnati da un trio di tiranni tra i più assetati di sangue della storia.

Non è mai esistito un Paese che somigliasse anche lontanamente alla moderna Ucraina finché i comunisti sovietici non ne decretarono l’esistenza. Prima di ciò pezzi e parti della storia di suddetto Paese risalgono al 1650, quando uno dei sovrani più potenti e brutali dell'etmanato cosacco che occupava una piccola parte dell'odierna Ucraina centrale abbandonò la storica fedeltà della sua tribù ai re polacchi e si rivolse ai russi. Successivamente le “terre di confine” (cioè Ucraina in russo) furono tutte legate al vassallaggio nei confronti dell’impero russo e di quello sovietico che ne seguì.

Durante questo arco di 375 anni i confini si spostarono ovunque e viceversa, mentre gli imperi mongolo, turco e polacco-lituano si ritiravano e quelli russo e comunista si espandevano. Cosa c'è di così sacrosanto, quindi, nell'ultima versione delle mappe, quella che ha ospitato sia il regime omicida di Stalin che la Wehrmacht di Hitler?

Infatti l’Europa è piena di confini ridisegnati più e più volte. Mentre la von der Leyen era in Polonia a predicare le guerre di confine in Ucraina, ci si potrebbe chiedere quali sacrosanti confini polacchi aveva in mente?

Per 700 anni la “Polonia” ha saltellato lungo i fiumi, le pianure e le foreste dell’Europa centrale come uno spettacolo di menestrelli itineranti. Ciò include la sua scomparsa per mano di Prussiani, Russi, Asburgo e altre potenze minori scomparse da tempo durante gli ultimi anni del XVIII secolo e l’intero XIX secolo. Fu resuscitata solo nel 1919, in parte nelle terre tedesche a Versailles, perché Woodrow Wilson si rese conto che c’erano voti da ottenere tra quei polacchi che erano emigrati a Chicago e nel Midwest industriale.

Poi Hitler e Stalin ridisegnarono nuovamente i confini della Polonia sotto il famigerato patto Molotov-Ribbentrop del 1938, annullando il lavoro di Wilson e restituendo il corridoio tedesco di Danzica al suo precedente proprietario. E poi, sette anni dopo, un diverso gruppo di vincitori lo ridisegnò nuovamente, fissando i confini per la “Polonia” che soddisfacevano l’obiettivo di Stalin di recuperare le terre orientali perse dai sovietici nella guerra civile post-1918.

La foto qui sotto ricorda non solo come sono stati tracciati gli ultimi confini della “Polonia”, ma come nel corso degli ultimi secoli di storia si sono formati la maggior parte degli attuali confini dell'Europa. Non sono stati tracciati dai delegati di Dio sulla Terra e nemmeno dagli statisti del momento, ma dai vincitori delle guerre più recenti.

Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Joseph Stalin all'inizio della Conferenza delle potenze alleate a Yalta, Crimea, 4 febbraio 1945

Inoltre anche uno sguardo alla mappa odierna ricorda che il lavoro di tracciamento dei confini di generali e politici, e occasionalmente di statisti, è sempre stato soggetto a revisione senza necessariamente fare una guerra al riguardo.

A Versailles nel 1919 si decretò l'esistenza della Cecoslovacchia come un pot-pourri di nazioni comprendenti molti slovacchi, cechi, ungheresi, rom, slesiani, ruteni, ucraini, polacchi, ebrei e soprattutto milioni di tedeschi. Fu successivamente smembrata da Hitler per riportare a casa i tedeschi dei Sudeti, poi venne riassemblata dai vincitori di Yalta e infine divisa pacificamente tra Slovacchia e Repubblica Ceca nel 1993.

Oppure prendiamo il caso dei confini tortuosi delle sei repubbliche autonome dello scomparso Stato della Jugoslavia e in particolare della Serbia. Wikipedia ci spiega il processo di creazione di quei confini:

(La Serbia) ottenne l'indipendenza de facto nel 1867 e ottenne il pieno riconoscimento da parte delle Grandi Potenze al Congresso di Berlino del 1878. Come vincitrice nelle guerre balcaniche del 1912-1913, la Serbia riconquistò la Macedonia di Vardar, il Kosovo, Metochia e Raška (Antica Serbia). Alla fine del 1918, con la sconfitta dell'impero austro-ungarico, la Serbia si espanse fino a includere le regioni dell'ex-Vojvodina serba. La Serbia fu unita con altre province austro-ungariche in uno Stato panslavo di sloveni, croati e serbi; il Regno di Serbia aderì all'unione il 1° dicembre 1918 e il Paese prese il nome di Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

La Serbia raggiunse i suoi confini attuali alla fine della seconda guerra mondiale, quando divenne un'unità federale all'interno della Repubblica popolare federale di Jugoslavia (proclamata nel novembre 1945). Dopo la dissoluzione della Jugoslavia in una serie di guerre negli anni '90, la Serbia è diventata nuovamente uno stato indipendente il 5 giugno 2006, in seguito alla rottura di un'unione di breve durata con il Montenegro.

Va però menzionata anche l'ex-provincia serba del Kosovo. Washington e i suoi servitori della NATO ne hanno decretato l’indipendenza dopo 75 giorni di persuasione con i serbi. I messaggi erano scritti sulle bombe sganciate da una serie di aerei della NATO che includevano quasi tutto ciò che poteva volare:

Una parte importante dell'operazione è stata costituita dalle forze aeree della NATO, le quali facevano affidamento sull'aeronautica e sulla marina statunitense utilizzando F-16, F-15, F-117, F-14, F/A-18, EA-6B, B-52, KC-135, KC-10, AWACS e JSTARS dalle basi in tutta Europa e dalle portaerei nella regione.

La Marina e l'Aeronautica francese avevano il Super Etendard e il Mirage 2000. L'Aeronautica militare italiana operò con 34 Tornado, 12 F-104, 12 AMX, 2 B-707; la Marina militare operò con gli Harrier II. La Royal Air Force del Regno Unito utilizzava i jet da attacco al suolo Harrier GR7 e Tornado, nonché una serie di aerei di supporto. L'Aeronautica militare belga, danese, olandese, norvegese, portoghese e turca utilizzavano gli F-16. L'Aeronautica militare spagnola schierò EF-18 e KC-130. L'Aeronautica canadese schierò un totale di 18 CF-18, responsabili del 10% di tutte le bombe sganciate nell'operazione.

I combattenti erano armati con munizioni sia guidate che non guidate, inclusa la serie Paveway di bombe a guida laser. La campagna di bombardamenti segnò la prima volta che l’Aeronautica tedesca attaccò attivamente obiettivi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il bombardiere stealth statunitense B-2 Spirit vide il suo primo ruolo di combattimento nell'Operazione Allied Force, colpendo dalla sua base negli Stati Uniti.

Alla fine i confini serbi furono ridisegnati!

Nel processo il suo presidente fu catturato come criminale di guerra. Quando morì prima del processo in una prigione della NATO per “cause naturali”, senza dubbio non considerò questo particolare incidente di tracciamento dei confini come un esercizio di stato di diritto.

In ogni caso, nonostante la storica fluidità dei confini, non si può dire che l'invasione della Russia sia stata immotivata e non collegata alle provocazioni della NATO nella regione. I dettagli sono elencati di seguito, ma è necessario affrontare prima il problema più grande: c’è qualche motivo per credere che la Russia sia una potenza espansionista che cerca di fagocitare i vicini che non sono stati parte integrante della sua stessa evoluzione storica, come nel caso dell’Ucraina?

La risposta è NO e si basa su quella che dovrebbe essere chiamata la regola della doppia cifra. I veri Paesi egemoni espansionistici della storia moderna hanno speso enormi parti del loro PIL nella difesa, perché è ciò che serve per sostenere le infrastrutture militari e la logistica necessarie per l’invasione e l’occupazione di terre straniere.

Ad esempio, ecco le cifre relative alla spesa militare della Germania nazista dal 1935 al 1944 espresse in percentuale del PIL. Questo è l’aspetto di un egemone aggressivo nella fase iniziale di una guerra e nella conduzione effettiva di una campagna militare di invasione e occupazione.

Non sorprende che lo stesso tipo di rivendicazione sulle risorse si sia verificata quando gli Stati Uniti si sono presi la responsabilità di contrastare l’aggressione di Germania e Giappone su base globale. Nel 1944 la spesa per la difesa era pari al 40% del PIL americano e sarebbe ammontata a più di $2.000 miliardi in dollari attuali di potere d'acquisto.

Spesa militare in percentuale del PIL nella Germania nazista

• 1935: 8%

• 1936: 13%

• 1937: 13%

• 1938: 17%

• 1939: 23%

• 1940: 38%

• 1941: 47%

• 1942: 55%

• 1943: 61%

• 1944: 75%

Al contrario, durante l’ultimo anno prima dello scoppio della guerra per procura in Ucraina nel 2021, il budget militare russo era di $65 miliardi, pari ad appena il 3,5% del suo PIL. Inoltre gli anni precedenti non hanno mostrato alcun tipo di accumulo del tipo che ha sempre accompagnato le azioni degli aggressori. Per il periodo dal 1992 al 2022, ad esempio, la spesa militare media della Russia è stata pari al 3,8% del PIL, con un minimo del 2,7% nel 1998 e un massimo del 5,4% nel 2016.

Spesa militare russa in percentuale del PIL

Inutile dire che non si invadono i Paesi Baltici o la Polonia – per non parlare di Germania, Francia, Benelux e dell’attraversamento della Manica – con il 3,5% del PIL. Dallo scoppio della guerra su vasta scala nel 2022, la spesa militare russa è aumentata in modo significativo fino al 6% del PIL, ma anche ai livelli attuali non è stata in grado di sottomettere i propri confini storici.

Quindi, se la Russia non ha la capacità economica e militare per conquistare i suoi vicini non ucraini, per non parlare dell’Europa vera e propria, a cosa serve veramente la guerra?

In breve, affonda le sue radici nelle controversie territoriali e nei conflitti civili in terre che sono state vassalle o parti integranti della Grande Russia per diversi secoli. Ucraina in realtà significa “terra di confine” in lingua russa. Come abbiamo visto, ora comprende uno Stato che non esisteva nemmeno finché Lenin, Stalin e Krusciov non lo costruirono con la forza delle armi dopo il 1920.

Infatti, prima della presa del potere da parte dei comunisti in Russia, non era mai esistito nessun Paese che assomigliasse anche solo lontanamente agli odierni confini ucraini. Ciò a cui equivale in realtà la guerra per procura della NATO è un orribile tentativo di far credere che esista una presunta e neonata minaccia sovietica.

A scanso di equivoci, ecco le mappe che raccontano la storia e che fanno a polpette la sacralità dei confini della von der Leyen. La prima di queste è una mappa di 220 anni fa, dove l’area gialla raffigura il territorio approssimativo delle quattro regioni separatiste – Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia più Crimea – che ora sono presumibilmente sotto “occupazione” russa, ma che di fatto hanno votato a stragrande maggioranza durante i referendum del 2023 e del 2014, rispettivamente, a favore della separazione dall’Ucraina e per un’affiliazione con la Russia.

Collettivamente le cinque regioni erano storicamente conosciute come Novorossiya, o “Nuova Russia”, ed erano state acquisite dai governanti russi, tra cui Caterina la Grande tra il 1734 e il 1791.

Come si evince dai segni rossi sulla cartina che indicano l'anno di acquisizione, l'Impero russo aveva progressivamente acquisito il controllo di questa vasta area, firmando trattati di pace con l'Etmanato cosacco (1734) e con l'Impero Ottomano al termine delle varie guerre Guerre russo-turche del XVIII secolo.

In seguito a questa spinta espansionistica – che comprendeva massicci investimenti russi e l’immigrazione di grandi popolazioni russe nella regione – la Russia istituì il governatorato di Novorossiysk nel 1764. Quest'ultima doveva originariamente prendere il nome dall'imperatrice Caterina, ma lei decretò che si chiamasse invece “Nuova Russia”.

Le province separatiste dell’Ucraina facevano parte della Russia prima ancora che la Costituzione degli Stati Uniti fosse scritta

Completando l'assemblaggio della Nuova Russia, Caterina liquidò con la forza il già citato alleato cosacco noto come Zaporizhian Sich (l'attuale Zaporizhzhia) nel 1775 e annesse il suo territorio alla Novorossiya, eliminando così il dominio indipendente dei cosacchi ucraini. Più tardi, nel 1783, acquistò la Crimea dai turchi, che fu annessa anche alla Novorossiya, come mostrato nell'area gialla della mappa sopra.

Durante questo periodo formativo, il famigerato sovrano ombra sotto Caterina, il principe Grigori Potemkin, diresse il vasto insediamento e la russificazione di quelle terre. Infatti Caterina gli aveva concesso i poteri di sovrano assoluto sulla zona dal 1774 in poi.

Lo spirito e l’importanza della “Nuova Russia” in quel momento sono giustamente catturati dallo storico Willard Sunderland:

L'antica steppa era asiatica e apolide, quella attuale è stato determinata e rivendicata per la civiltà europeo-russa. Il mondo di paragone era quello degli imperi occidentali. Di conseguenza era chiaro che l'impero russo meritava che la propria Nuova Russia andasse d'accordo con la Nuova Spagna, la Nuova Francia e la Nuova Inghilterra. L'adozione del nome di Nuova Russia fu infatti la dichiarazione più potente che si potesse immaginare nel raggiungimento della maggiore età della Russia.

Infatti il passare del tempo ha consolidato ancora più saldamente i confini della Novorossiya. Un secolo dopo l’area giallo chiaro nella mappa qui sotto, 1897, veicola un messaggio inequivocabile: nel tardo impero russo non c’erano dubbi sulla paternità delle terre adiacenti al Mar d’Azov e al Mar Nero, erano parte della “Nuova Russia” che esiste da 125 anni.

Dov'è l'Ucraina su questa mappa?

Dopo la rivoluzione russa i pezzi e le parti di questa regione del vecchio impero zarista furono raggruppati in un'entità amministrativa dai nuovi governanti rossi di Mosca, che la battezzarono “Repubblica socialista sovietica ucraina”. Allo stesso modo crearono entità amministrative simili in Bielorussia, Georgia, Moldavia, Turkmenistan ecc., creando alla fine 15 “repubbliche” di questo tipo.

Ecco come e quando questi brutali tiranni attaccarono ogni pezzo dell'odierna mappa ucraina ai territori acquisiti o conquistati dagli zar russi nel periodo 1654-1917 (area gialla):

• La vecchia Novorossiya del Donbass e del Mar Nero fu aggiunta da Lenin nel 1922 (area viola);

• Il territorio occidentale intorno a Leopoli (area blu), noto come Piccola Polonia o Galizia, fu conquistato da Stalin nel 1939 e successivamente quando lui e Hitler si spartirono la Polonia;

• Alla morte del sanguinario Stalin nel 1954, Krusciov fece un accordo con i suoi alleati del Presidium per trasferire la Crimea (zona rossa) dalla Repubblica socialista sovietica russa a quella ucraina in cambio del loro sostegno nella battaglia per la successione.

In una parola, l’Ucraina è nata nel sangue e nel ferro comunista. Eppure ora la NATO e gli eurofalchi come la von der Leyen vogliono spendere altri miliardi di dollari per garantire che l’opera degli zar e dei commissari autocratici rimanga intatta nel XXI secolo e presumibilmente oltre.

Ucraina moderna: nata nel sangue e nel ferro comunisti

Naturalmente se il suddetto trio comunista del XX secolo fosse stato un benefattore dell’umanità, forse il suo successivo lavoro di cartografia e riassegnazione della Novorossiya avrebbero potuto essere giustificati: avrebbero combinato popoli con una storia etnica, linguistica, religiosa e politico-culturale simile in un sistema politico e uno stato naturale coeso; una nazione che vale la pena perpetuare, difendere e forse anche per cui vale la pena di morire.

Ahimè, era vero proprio il contrario. Dal 1922 al 1991 l’Ucraina moderna è stata tenuta insieme dal monopolio della violenza dei suoi governanti brutalmente totalitari. E ciò divenne più che evidente quando il Cremlino perse temporaneamente il controllo dell’Ucraina durante le battaglie militari della Seconda Guerra Mondiale: durante quell’intervallo particolarmente sanguinoso, l’entità amministrativa comunista chiamata Ucraina andò in pezzi.

I nazionalisti ucraini si unirono alla Wehrmacht di Hitler nelle sue depredazioni contro ebrei, polacchi, rom e russi quando invase il Paese da ovest nel suo cammino verso Stalingrado; e poi, a loro volta, le popolazioni russe del Donbass e del sud fecero una campagna con l’Armata Rossa durante il suo ritorno vendicativo dall’est dopo aver vinto la sanguinosa battaglia che cambiò il corso della Seconda Guerra Mondiale.

Non sorprende, quindi, che dal momento in cui è uscita dal giogo comunista quando l’Unione Sovietica è stata spazzata nella pattumiera della storia nel 1991, l’Ucraina è stata inghiottita da una guerra civile. Le elezioni che si svolsero ebbero come risultato un 50/50 a livello nazionale, ma rispecchiarono duelli di voti 80/20 all'interno delle regioni: i candidati nazionalisti ucraini tendevano ad ottenere margini di voto di oltre l’80% nelle aree centro-occidentali, mentre i candidati simpatizzanti per la Russia ottennero una maggioranza simile nelle aree orientale/meridionale prevalentemente russofone.

Questo modello emerse perché una volta terminato il pugno di ferro del regime totalitario nel 1991, vennero alla luce il conflitto storicamente radicato tra il nazionalismo ucraino, la lingua e la politica delle regioni centrali e occidentali del Paese e la lingua russa e le affinità storiche religiose e politiche nel Donbass e nel Sud. La cosiddetta democrazia è sopravvissuta a malapena a queste sfide fino al febbraio 2014, quando una delle “rivoluzioni colorate” di Washington ebbe successo: il colpo di stato  guidato dai nazionalisti, fomentato e finanziato da Washington, pose fine al fragile equilibrio post-comunista.

Questo è il vero significato del colpo di stato di piazza Maidan: pose fine alla tenue coesione che mantenne intatto lo stato artificiale dell’Ucraina per appena due decenni dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Salvo l’intervento distruttivo di Washington, si sarebbe infine materializzata la spartizione di uno stato invaso dai comunisti che non era mai stato costruito per durare.

La prova che il colpo di stato di piazza Maidan fu il colpo di grazia per lo stato improvvisato ucraino è evidente nelle mappe sottostanti. Vi dicono tutto quello che dovete sapere sul perché questa è una guerra civile, non l’invasione di un vicino da parte di un altro.

La prima mappa è quella delle elezioni presidenziali del 2004, vinte dal candidato nazionalista ucraino Yushchenko. Quest’ultimo prevalse nelle zone arancioni della mappa sul filo-russo Yanukovich, che invece fece incetta di voti nelle regioni blu a Est e a Sud.

Risultati delle elezioni ucraine nel 2004: divorzio nazionale in divenire

La seconda mappa è quella delle elezioni del 2010, la quale mostra la stessa netta divisione regionale ma con una vittoria del candidato filo-russo Yanukovich.

Nella mappa qui sotto, le parti blu scuro nell'estremo oriente (Donbass) indicano un voto dell'80% o superiore per Viktor Yanukovich nelle elezioni del 2010. Al contrario, le aree rosso scuro a occidente votarono per l’80% o più per la nazionalista ucraina Yulie Tymoshenko. La separazione dell’elettorato ucraino fu così estrema da far sembrare l’attuale divisione tra stati americani rossi e blu difficilmente degna di nota al confronto.

Infatti la somma della divisione pro-Yanukovich a Est e a Sud (Donbass e Crimea) ammontava a 12,48 milioni di voti e al 48,95% del totale, mentre la somma delle divisioni al centro e a Ovest (terre dell'antica Galizia orientale e della Polonia) ammontavano a 11,59 milioni di voti e al 45,47% del totale.

Detto diversamente, è difficile immaginare un elettorato più nettamente diviso su base regionale/etnica/linguistica. Eppure si è trattato di qualcosa che ha comunque prodotto un margine di vittoria sufficiente (3,6 punti percentuali) per Yanukovich – tanto da essere accettato con riluttanza da tutti i partiti. Ciò divenne particolarmente chiaro quando Tymoshenko, che era il primo ministro in carica, ritirò la sua sfida elettorale poche settimane dopo il ballottaggio del febbraio 2010.

A quel punto la Russia non aveva alcun problema con il governo di Kiev, perché essenzialmente il “Partito delle Regioni” di Yanukovich era basato sulle parti filo-russe (aree blu) dell’elettorato ucraino. Ma quando Washington incaricò le regioni anti-russe di governare l’Ucraina orchestrando, finanziando e riconoscendo immediatamente il colpo di stato di piazza Maidan, tutto cambiò in un attimo. Ciò fu particolarmente vero quando il nuovo governo illegale sancì nella sua costituzione l’obbligo di aderire alla NATO il prima possibile.

Infatti il colpo di stato di Washington nel 2014 fu l’equivalente del posizionamento missilistico di Krusciov a Cuba nel 1962.

In poche parole, non c’è stata alcuna “invasione” immotivata da parte di Mosca dell’artefatto transitorio noto come Stato ucraino; quest’ultimo di fatto iniziò e finì con l’Unione Sovietica.

Inoltre rispetto alla reale ragione di fondo dell’intervento in Ucraina – la guerra per procura della NATO contro la Russia – ricorre una semplice domanda: oltre a rifornire gli arsenali NATO, qual è il motivo di questa guerra?

Ahimè, la domanda si risponde da sola: la capitale mondiale della guerra sulle rive del Potomac insiste su questo punto e i suoi vassalli in Europa, come Ursula von der Leyen, annuiscono con uno jawohl!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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L'effetto Bitcoin: in avanti e all'insù dopo l'halving

Gio, 11/07/2024 - 10:02

 

 

di Mark Jeftovic

Sono passati poco più di due mesi dal quarto halving, con il prezzo di Bitcoin più o meno in flessione e il sentiment piuttosto sottotono nonostante il fatto che in termini di periodi immediatamente successivi all'halving siamo completamente in linea con i cicli precedenti.

Come osserva Ecoinometrics:

Bitcoin sta andando bene. Nessun calo pazzesco, nessun salto pazzesco; e ciò non sorprende. Solo in termini di modelli, la crescita reale di solito non inizia prima di sei mesi. Se la situazione macro lo consente e BTC segue una traiettoria all'interno del range storico, un bitcoin varrà sei cifre nel 2024. Vediamo come andrà a finire.

Confrontando i movimenti precedenti post-halving con il punto in cui ci troviamo ora, siamo ancora sulla buona strada per un tipico rialzo che durerà 12-24 mesi.

Quanto in alto?

È sempre inutile anche solo fare ipotesi quando si tratta di Bitcoin: ho detto che a questo punto un prezzo a sei cifre è più o meno definito; arriveremo a sette in questo ciclo? È davvero difficile da dire.

Ecoinometrics lo colloca tra $140.000 e $4.500.000 – è una fascia così ampia da sembrare inutile a prima vista, ma quello che penso che sia lui che io stiamo dicendo è che con ogni probabilità raggiungeremo le sei cifre (e probabilmente otterremo un buon calo dal 20% al 30% nel momento in cui ci arriverà), e poi è nell'ambito delle possibilità raggiungere la settima entro la fine del ciclo, cosa che cercherò di capire nel terzo-quarto trimestre del 2025.

I fattori trainanti di questo ciclo sono le istituzioni e gli operatori non al dettaglio che entrano in un mercato in cui c’è sempre meno BTC.

L'halving, infatti, ha ridotto la nuova emissione di bitcoin da 900 al giorno a 450. Inoltre la percentuale di bitcoin già esistenti che è stata trattenuta nei wallet per oltre tre anni è in costante aumento da più di tre anni.

Infatti se guardate il grafico delle onde HODL (pubblicato da HIVE), noterete che il numero di trattenute a lungo termine sta aumentando in tutti gli intervalli di tempo a lungo termine:

• 3 – 5 anni

• 5 – 7 anni

• dai 7 ai 10 anni

• Anche gli HODLer da più di dieci anni stanno HODLando forte

L’ultimo inverno delle criptovalute ha avuto luogo durante una rara contrazione dell’offerta di denaro M2 e un relativo calo del suo ritmo di crescita. Bitcoin ha poi toccato il fondo ed è tornato al rialzo, con M2 ancora in calo.

È stato di buon auspicio, perché in genere è la narrativa della “stampante monetaria fuori giri” che per certi versi semplifica il processo decisionale di acquisto di molte persone. Con Bitcoin che ha addirittura raggiunto nuovi massimi storici prima del quarto halving, sembra che siamo pronti per una mossa esplosiva verso l'alto una volta che le cose finalmente prenderanno il via.

E ora il tasso di crescita di M2 si è invertito e sta tornando indietro – con Mark Wilson di Goldman che si chiede se siamo in una “congiuntura monetaria simile al 1995 o al 2011”.

Ciò che apparentemente spinge i prezzi degli asset più in alto dell’inflazione monetaria vera e propria è la liquidità.

E sembra che ci siano tutte le condizioni affinché la liquidità possa risalire.

Il ciclo del debito, il ciclo elettorale e tutti i tipi di pressioni sistemiche sul sistema finanziario si stanno allineando per fornire un’ulteriore spinta a questo ciclo (e potrebbe essere la madre di tutte le spinte).

La conseguenza di primo ordine del ciclo della liquidità (o forse, più precisamente, il suo elemento motore) sono i bilanci delle banche centrali, che continuano a espandersi e, per quanto ne so, non torneranno mai ai livelli pre-pandemia, per non parlare di dove erano prima della crisi finanziaria globale.

Raoul Pal sostiene spesso che durante la crisi finanziaria globale, le banche centrali del mondo abbiano stretto un accordo per assorbire tutto il debito inesigibile nei propri bilanci e, da quel momento in poi, questi ultimi hanno continuato ad assorbire eventuali oscillazioni di velocità nell'economia globale.

Ecco perché i multipli PE delle azioni rimangono a livelli vertiginosi e perché cose come il value investing non funzionano più.

Zoltan Pozsar è giunto alla stessa conclusione, anche se da un punto di vista diverso, affermando che il value investing è morto “perché le obbligazioni non offrono più valore”.

Secondo lui, finché gli investitori obbligazionari non imporranno la disciplina sui mercati obbligazionari (richiedendo una sorta di “margine di sicurezza”) – e quindi finché le banche centrali non garantiranno il sostegno ai mercati del debito (vedi discorso sul bilancio sopra) – i prezzi degli asset continueranno a salire. Nessuno sconto, nessuna valutazione errata del valore, nessun margine di sicurezza: solo premi per il rischio, sempre, mentre la disciplina viene gettata a mare.

(Sì, spesso mi descrivo come un value investor, ma alla fine ho iniziato a capire che “il sistema” non permetterà mai più che i mercati finanziari si sfilaccino al punto in cui non esiste più valore. Succede, ma è raro – e degno di nota è anche che l’unico posto in cui sembra trovarlo, di tanto in tanto, è nelle criptovalute, quando scopriamo azioni trattate al di sotto del valore mark-to-market rispetto agl iasset digitali.)


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il discorso globalista di Draghi all’UE invita una maggiore concentrazione del potere

Mer, 10/07/2024 - 10:08

 

 

di Finn Andreen

Un discorso piuttosto rivelatore sul futuro dell’Unione Europea è stato tenuto a Bruxelles lo scorso 16 aprile da Mario Draghi, che un tempo era in lizza per diventare presidente della Commissione europea, in sostituzione della scandalosa Ursula von der Leyen e a cui invece è stato confermato un altro mandato. Draghi, l’ex-primo ministro italiano ed ex-capo della Banca Centrale Europea, ha fornito raccomandazioni per il futuro direttamente ai membri della Commissione Europea. Alla luce delle elezioni di quest'anno per il Parlamento europeo, il contenuto di questo discorso dovrebbe essere rimarcato perché esemplifica gran parte di ciò che oggi c'è di sbagliato nella linea di politica dell'Unione Europea.

Il discorso si intitolava “Un cambiamento radicale: è ciò che serve”, una dichiarazione d'intenti considerando il triste percorso che sta attualmente percorrendo l’UE. Sarebbe infatti un “cambiamento radicale” nell’attuale contesto politico consentire più libertà, meno regolamentazione, meno ridistribuzione e meno tassazione per far ripartire l’Europa dal punto di vista economico. Non sorprende che questo non sia affatto ciò che Draghi avesse in mente dal momento che è uno statalista in tutto e per tutto. Ciò che invece propone è ancora più interventismo.


Soluzioni sbagliate alla mancanza di competitività

Draghi lamenta le difficoltà incontrate dall’UE nel gestire la concorrenza, nonostante quella che definisce una “strategia deliberata volta ad abbassare i costi salariali l’uno rispetto all’altro”. I risultati non sono convincenti poiché anche le statistiche dell’UE concludono che “all’interno dell’area Euro il costo orario del lavoro è aumentato in tutti gli stati membri dell’UE”. Va ricordato che un libero mercato (cioè, non l'UE) tende a cancellare le differenze salariali e di prezzo nel tempo attraverso il flusso di capitale e lavoro; quando lo stato cerca di forzare questo processo, ciò porta solo a costi aggiuntivi.

Draghi si lamenta inoltre della terribile situazione della competitività dell’UE nelle tecnologie all’avanguardia, ma sono le condizioni normative e fiscali dell’UE a soffocare l’innovazione. Per quanto sbagliasse a generalizzare, ci sono grandi differenze regionali all’interno dell’UE proprio per questi motivi. Le aree con ambienti di start-up fiorenti dovrebbero essere premiate consentendo loro di attrarre capitali e talenti secondo i principi del libero mercato.

Invece di collegare l’innovazione e gli investimenti con il libero mercato, dice Draghi

l’UE dispone di risparmi privati ​​molto elevati, ma sono per lo più incanalati nei depositi bancari e non finiscono per finanziare la crescita come invece accadrebbe in un mercato dei capitali più ampio. Questo è il motivo per cui il progresso dell’Unione dei mercati e dei capitali (UMC) è una parte indispensabile della strategia complessiva per la competitività.

Secondo l’UE l’unione dei mercati e dei capitali è “un’iniziativa per creare un mercato unico dei capitali in tutta l’UE” e che deve essere utilizzato, secondo l’ex-primo ministro italiano Enrico Letta, “per tirare migliaia di miliardi fuori dai materassi del blocco europeo offrendo ai risparmiatori un modo più semplice per investire in azioni”.

Questa proposta non sorprende, poiché le attuali istituzioni europee che spendono e stampano denaro stanno spudoratamente cercando modi per accedere ai risparmi personali in tutta l’UE. L’ufficio del presidente francese Emmanuel Macron, pienamente allineato con l’UE, ha dichiarato che “il risparmio delle famiglie dovrebbe finanziare più direttamente gli investimenti di cui abbiamo bisogno per rilanciare la nostra competitività”. Inoltre, come ha anche affermato un think tank favorevole all’UE: “L’Unione Europea dispone di €33.500 miliardi in risparmi delle famiglie, ovvero un quarto del suo PIL collettivo, ma gran parte di questo denaro è bloccato nelle banche perché le famiglie preferiscono i contanti rispetto agli investimenti”. Le parole “seduto” e “bloccato” parlano di istituzioni che non solo vogliono prima o poi sbarazzarsi del denaro contante per un maggiore controllo, ma che vogliono soprattutto utilizzare i risparmi delle famiglie per compensare le rigide e fallimentari linee di politica dell’UE che per decenni hanno soffocato investimenti e competitività.

Persino il Financial Times ha riconosciuto che “la competitività e l’unione dei mercati e dei capitali sono il logoro standard dei comunicati dell’UE. L’enfasi sulla competitività è un riflesso del difficile contesto geoeconomico. Promettere l’unione dei mercati e dei capitali elude la questione del prestito comune dell’UE”.

A causa della sua agenda politica a favore della concentrazione del potere a Bruxelles, Draghi ignora il fatto che, come scrisse Ludwig von Mises: “Il denaro non è mai inattivo”. I depositi non solo riflettono le inclinazioni naturali e variabili degli individui al risparmio, ma “se il singolo risparmiatore impiega i risparmi per aumentare la sua liquidità perché questa è ai suoi occhi la modalità più vantaggiosa di utilizzarli, stimola un calo dei prezzi delle materie prime e un aumento del potere d’acquisto dell’unità monetaria”. Pertanto in una società libera (cioè non nell'Unione Europea) il risparmio svolge un ruolo importante e non dovrebbe essere compito di alcuna istituzione governativa manipolarlo o disincentivarlo.


Incolpare il resto del mondo

Queste proposte per migliorare la competitività sono state formulate da Draghi nel contesto di una grande lotta di potere a tre, tra Stati Uniti, UE e Cina. Tuttavia una tale competizione geopolitica non può essere nell’interesse dei consumatori europei, i quali vedrebbero ulteriori restrizioni al libero scambio con le aziende delle altre due nazioni. L’unica competizione naturale è economica – non politica – ed esiste tra imprese e individui nel libero mercato. L’obiettivo dell’UE è quello di entrare in una grande rivalità contro Stati Uniti e Cina, o è quello di consentire agli europei di prosperare in pace? Sembra chiaro che per Draghi e la Commissione Europea sia la prima.

Lo status del progetto europeo, sempre più moribondo, viene quindi implicitamente attribuito da Draghi a forze esterne, in particolare alla Cina, ma sempre più anche agli Stati Uniti. È invece il dilagante interventismo statalista in quasi tutti i settori della vita economica e sociale dell’UE a essere alla radice di tutti i suoi problemi. Draghi afferma che “altre regioni non rispettano più le regole e stanno elaborando linee di politica per migliorare la loro posizione competitiva”. Infatti per molti decenni il sostegno statale alle industrie nazionali è stato uno strumento politico primario dai governi occidentali, per non parlare del fatto che l’UE non è per nulla innocente quando si tratta di fare uno strappo alle “regole”.


L’obiettivo è concentrare il potere politico

L’agenda globalista dell’Unione Europea, costantemente sostenuta dall’idea hegeliana dello “Stato universale omogeneo”, è palesemente evidente nel discorso di Draghi. Segni di questa agenda sono ovunque, come quando sollecita “la standardizzazione dei dati dei pazienti dell’UE” o “ad accettare un approccio comune” nel settore energetico, o quando spinge sulla “capacità di prestito comune dell’UE”. Le sue proposte tendono tutte alla centralizzazione del potere nell’UE e all’ulteriore indebolimento della sovranità degli stati membri. Ciò è chiaro quando parla della necessità di “abilitare la scalabilità” e quando si lamenta della “mancanza di scalabilità” e del fatto che “la frammentazione ci impedisce di progredire”. Queste e altre proposte vengono utilizzate da Draghi per giustificare la concentrazione di maggiore potere nelle mani dei burocrati a Bruxelles.

Il successo dell’Europa non dipende da tali linee di politica. Al contrario, non faranno altro che stimolare la spesa pubblica e gonfiare l’amministrazione statale, mentre faranno poco per i veri imprenditori che sono la spina dorsale delle economie europee. C’è davvero bisogno di maggiore competitività in Europa, ma ciò può essere raggiunto solo se l’UE e gli stati nazionali iniziano ad allentare la loro stretta mortale sull’economia europea.

È ovvio che l’UE è andata oltre il suo obiettivo originario di garantire le quattro libertà nelle nazioni europee. Oggi, dopo le ratifiche antidemocratiche del trattato di Maastricht del 1992 e del trattato di Lisbona del 2008, Draghi conferma che l’UE sta portando avanti la sua agenda di controllo globalista. Questo era il vero scopo delle elezioni parlamentari europee del mese scorso.

Il progetto dell’UE e i governi europei che lo hanno sostenuto hanno devastato l’intera civiltà europea attraverso decenni di linee di politica coercitive. Se si vuole che l’Europa risorga economicamente, scientificamente e culturalmente, è necessario prima rimuovere i pesi politici che ne soffocano l’economia.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Come uno stato minimo diventa uno stato amministrativo senza limiti

Mar, 09/07/2024 - 10:05

Di recente una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha intaccato i poteri amministrativi della burocrazia federale. Il caso Loper Bright Ent. contro Raimondo ha in gran parte ribaltato la sentenza Chevron del 1984, la quale aveva consolidato il potere della burocrazia di interpretare le leggi a suo piacimento. Invece di necessitare di sentenze di giudici federali, la Corte Suprema allora stabilì che i burocrati federali potessero decidere da soli come avrebbero dovuto essere interpretate le leggi del Congresso. Ovviamente ciò non ha fatto altro che creare nuovi e vasti poteri per la burocrazia e ha anche cancellato il confine tra il potere esecutivo e quello giudiziario. Cioè, se un ente amministrativo poteva interpretare le leggi da sé, allora si arrogava i poteri riservati al potere giudiziario. Naturalmente la sentenza nel caso Loper è solo un piccolo passo in un compito molto più grande di tenere a freno il potere amministrativo. Lo stato amministrativo è ben lungi dall'essere privato della maggior parte delle sue innumerevoli e pericolose prerogative. Il pericolo rappresentato dai poteri dello stato amministrativo era prevedibile ed è dimostrato dal seguente estratto dal libro, The People's Pottge. Garrett, un acuto saggista della “Old Right”, sottolinea come lo stato amministrativo, creato durante il New Deal di Roosevelt, abbia distrutto la “separazione dei poteri” che riservava l'autorità legislativa al ramo legislativo. Lo stato amministrativo americano, attraverso i suoi poteri di “regolamentazione”, scrive leggi de facto e interpreta statuti, tutti limiti una volta imposti dalla Costituzione. Questa è ciò che Garrett chiama una “rivoluzione nella forma” in cui la realtà di un governo repubblicano limitato viene abolita mentre rimane un guscio vuoto, ovvero il testo della Costituzione americana.

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di Garet Garrett

In The Grandeur That Was Rome Stobart dice che per molto tempo dopo che la Repubblica era diventata un Impero, un repubblicano poteva ancora credere di essere governato dal Senato; a poco a poco, però, con lo sviluppo di una burocrazia imperiale, il Senato diventò insignificante. Fu proprio la burocrazia a governare il mondo romano e a strangolarlo partendo dalle buone intenzioni. Il suo ampliamento fu allo stesso tempo sintomo e causa del crescente potere esecutivo. Il trionfo di questo sistema fu l'Editto dei Prezzi, emanato da Diocleziano, che fissava i prezzi per ogni tipo di merce e i salari per ogni tipo di lavoro.

La cosa triste del lavoro della Commissione Hoover era che si doveva dare per scontato la necessità di un governo esecutivo di questa stessa portata. Ciò significa che la Commissione non aveva il mandato di criticare l'estensione del governo esecutivo o di suggerire che una qualsiasi delle sue attività potesse essere interrotta, il limite del suo compito era dire come avrebbero potuto essere organizzati per una maggiore efficienza. Uno stato più efficiente; non meno stato. Una burocrazia efficiente, anche se può costare meno, è ovviamente più pericolosa per la libertà rispetto a una burocrazia pasticciata; inoltre si può supporre che qualsiasi burocrazia, concedendole tempo ed esperienza, tenderà a diventare più efficiente.

L’esaltazione del principio esecutivo dello stato avviene in diversi modi, principalmente questi:

  1. Per delega. È così che il Congresso delega uno o più dei suoi poteri costituzionali al Presidente e lo autorizza a esercitarli. Tale procedura toccò un culmine durante il lungo regime di Roosevelt, quando un compiacente Congresso delegò al Presidente, tra gli altri poteri, quello più cruciale di tutti, cioè il potere sulle finanze pubbliche, che fino ad allora era appartenuto esclusivamente alla Camera dei Rappresentanti, come dice la Costituzione.

  2. Per reinterpretazione del linguaggio della Costituzione. Ciò viene fatto dalla Corte Suprema.

  3. Per innovazione. È cosìa che, in questo mondo che cambia, il Presidente fa cose che non sono espressamente vietate dalla Costituzione perché i Padri fondatori non ci avevano mai pensato.

  4. Per comparsa nell'ambito del governo esecutivo di quelle che vengono chiamate agenzie amministrative, con il potere di emanare norme e regolamenti che hanno forza di legge. Questa procedura toccò un punto culminante anche nel regime di Roosevelt. Si tratta di una delega diretta del potere legislativo da parte del Congresso. Queste agenzie hanno creato un ampio corpus di leggi amministrative a cui le persone sono obbligate a obbedire. E non solo fanno le proprie leggi, le applicano agendo come pubblico ministero, giudice e giuria; e l'appello contro le loro decisioni ai tribunali ordinari è difficile, perché essi sono obbligati a considerare definitive le loro conclusioni sui fatti. In tal modo viene completamente persa la separazione costituzionale dei tre poteri governativi, vale a dire il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario.

  5. Per usurpazione. Questo avviene quando il Presidente mette di fronte il Congresso a quello che in politica viene chiamato il fatto compiuto – una cosa già fatta – e che il Congresso non può ripudiare senza esporre il governo americano al pubblico ludibrio. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di un accordo esecutivo con Paesi stranieri dove si crea un organismo internazionale per governare il commercio, come il Trattato dell’Organizzazione internazionale del commercio che il Senato probabilmente non avrebbe mai approvato. Questo utilizzo di accordi esecutivi, che entrano in vigore quando il Presidente li firma, al posto dei trattati, che invece richiedono un voto di due terzi del Senato, è un modo per aggirare il Senato. Ciò solleva una serie di questioni giuridiche che non sono mai state risolte. Il punto è che la Costituzione non vieta espressamente al Presidente di stipulare accordi esecutivi con nazioni straniere; prevede solo i trattati. In ogni caso, una volta firmato un accordo esecutivo il Congresso è restio a umiliare il Presidente davanti al mondo ripudiandone la firma. O potrebbe trattarsi di entrare in guerra in Corea in accordo con le Nazioni Unite senza il consenso del Congresso, o inviare truppe per unirsi a un esercito internazionale in Europa in accordo con l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico.

  6. Infine i poteri del governo esecutivo sono destinati ad aumentare man mano che il Paese è sempre più coinvolto negli affari esteri. Ciò è vero perché, sia tradizionalmente che secondo i termini della Costituzione, la competenza degli affari esteri appartiene in un senso molto speciale al Presidente. In questo campo agisce con grande libertà. Solo il Presidente può ricevere gli ambasciatori stranieri; è solo il Presidente che può negoziare i trattati. Le limitazioni sono due. La prima: quando ha firmato un trattato questo deve essere approvato con i due terzi dei voti del Senato. Questo ostacolo, come abbiamo visto, può talvolta essere evitato stipulando con l’estero accordi esecutivi in ​​luogo dei trattati. La seconda: quando il Presidente nomina ambasciatori all'estero questi devono essere approvati dal Senato; può inviare rappresentanti personali per commissioni all'estero. La forza frenante di queste due limitazioni è importante solo nelle mani di un Congresso forte e ostile. Il fatto determinante è che sia il potere di stipulare trattati che la responsabilità di condurre le relazioni estere del Paese appartengono esclusivamente al Presidente; inoltre, sia in pace che in guerra, è il comandante in capo delle forze armate degli Stati Uniti. Lo scopo di inserirlo nella Costituzione era quello di rendere l’autorità civile suprema rispetto al potere militare.

Questo per quanto riguarda l’ascesa del potere esecutivo a una dimensione colossale, tutta nel nostro tempo. Non è più un potere co-eguale; è la potenza dominante nel Paese, come richiede un Impero.


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La depressione inflazionistica è già qui?

Lun, 08/07/2024 - 10:05

 

 

di Jeffrey Tucker & Peter St. Onge

C’era un messaggio indiretto sepolto in un articolo del New York Times sulla crisi degli immobili commerciali nelle città. Sì, questo è esattamente il tipo di articolo che le persone trascurano perché a prima vista sembra che non abbia un impatto diffuso nella vita reale. E invece sì, influisce su questioni come l'orizzonte delle nostre città, il modo in cui pensiamo all’urbanistica e al progresso, dove andiamo in vacanza e lavoriamo, e se le grandi città sono fattori trainanti o drenano la produttività nazionale.

L'articolo menziona “un’emergenza che si annida nel mercato immobiliare commerciale, il quale sta soffrendo a causa dei tassi d'interesse alti, che rendono più difficile il rifinanziamento dei prestiti, e dei tassi di occupazione bassi degli edifici adibiti a uffici – un risultato della pandemia”.

Siamo abituati a questo tipo di linguaggio che incolpa la crisi sanitaria per i risultati dei lockdown. Naturalmente è stata una decisione presa dagli esseri umani quella di trasformare un virus in una scusa per chiudere il mondo. I lockdown hanno fatto saltare in aria tutti i dati economici, generando grafici altalenanti su ogni indicatore mai visti nella storia industriale. Inoltre hanno reso estremamente difficile il confronto prima/dopo.

Le conseguenze avranno un’eco a lungo nel futuro. I tassi d'interesse alti sono il risultato del tentativo di rallentare il rubinetto monetario aperto nel marzo 2020, in cui più di $6.000 miliardi in nuova liquidità sono apparsi dal nulla e sono stati distribuiti dai proverbiali elicotteri.

Che fine ha fatto l’iniezione di denaro? Ha generato inflazione. Quanto? Purtroppo non lo sappiamo. Il Bureau of Labor Statistics non riesce a tenere il passo, in parte perché l’indice dei prezzi al consumo non calcola quanto segue: interessi su qualsiasi cosa, tasse, affitti, assicurazione sanitaria (accuratamente), assicurazione per i proprietari di case, assicurazione automobilistica, servizi governativi come scuole pubbliche, calo della quantità di prodotto a prezzi invariati, cali di qualità, sostituzioni dovute al prezzo o costi di servizio aggiuntivi.

Tutte queste sono sole alcune delle cose che sono salite di prezzo ed è per questo che i dati su particolari settori mostrano un enorme divario (generi alimentari in aumento del 35% in quattro anni) e perché ShadowStats stima un'inflazione a doppia cifra da due anni a questa parte, avendo raggiunto il picco del 17%. Se si aggiungono gli interessi, un documento dell'NBER stima l’inflazione del 2023 al 19%.

Vari studi hanno dimostrato che dal 2019 i prezzi dei fast food – uno standard di riferimento nei mercati finanziari per misurare l’inflazione reale – hanno superato l’IPC ufficiale tra il 25% e il 50%.

Sbagliare i dati sull’inflazione è solo l’inizio del problema. Siamo fortunati se qualche dato governativo si adegua anche ai numeri sbagliati. Prendiamo in considerazione le vendite al dettaglio. Supponiamo che abbiate comprato un hamburger l'anno scorso a $10 e ne avete comprato uno questa settimana a $15. Direste che la vostra spesa al dettaglio è aumentata del 50%? No, avete semplicemente speso di più per la stessa cosa. Beh, indovinate un po'? Tutte le vendite al dettaglio vengono calcolate in questo modo.

È lo stesso con gli ordini di fabbrica. Siete voi a dover effettuare gli aggiustamenti all'inflazione. Anche l’utilizzo dei dati convenzionali, che sono ampiamente sottostimati, cancellano tutti i progressi degli ultimi anni. EJ Antoni è uno dei pochi economisti che tiene il passo con queste cose e ha costruito i due grafici seguenti.

“Si tratta di ordini di fabbrica prima e dopo l'aggiustamento all'inflazione: quello che sembra un aumento del 21,1% da gennaio '21 a marzo '24 è solo un aumento dell'1,8% – il resto è solo prezzi più alti, non più cose fisiche; peggio ancora, gli ordini reali sono diminuiti del 6,9% rispetto al picco raggiunto nel giugno '22”.

Immaginate gli stessi grafici ma con aggiustamenti più realistici. Avete capito? I dati diffusi quotidianamente dalla stampa generalista sono falsi. E immaginate gli stessi grafici sopra aggiustati all’inflazione a doppia cifra come dovrebbe essere. Abbiamo un problema serio.

I guai con i dati sull’occupazione stanno diventando sempre più noti. In sostanza, i dati che vengono normalmente riportati sono conteggiati due volte o semplicemente imprecisi, e c’è un’enorme divergenza con l’altro metodo di conteggio dei lavori tramite indagini sulle famiglie. EJ offre ancora una volta il suo commento su questo aspetto.

Inoltre né il rapporto lavoratori/popolazione, né il tasso di partecipazione al lavoro sono tornati ai livelli pre-lockdown.

Prendiamo ora in considerazione il PIL. Nella vecchia formula elaborata negli anni ’30 la spesa pubblica aumenta il PIL, mentre i tagli a essa lo fanno diminuire, proprio come le esportazioni ne gonfiano i numeri e le importazioni li sgonfiano. Perché? È una vecchia teoria radicata in una sorta di keynesiano/mercantilismo che nessuno sembra mai cambiare, ma la distorsione è profonda in questi giorni con una spesa pubblica fuori controllo.

Per calcolare se e in che misura siamo in recessione, guardiamo non al PIL nominale ma al PIL reale; cioè aggiustato all'inflazione. Due trimestri in ribasso sono considerati recessione. Cosa accadrebbe se aggiustassimo i numeri della produzione, erroneamente stimati, attraverso una comprensione realistica dell’inflazione negli ultimi anni?

Non abbiamo i numeri precisi, ma calcoli a spanne suggeriscono che non siamo mai usciti dalla recessione del marzo 2020 e che tutto è andato gradualmente peggiorando.

Ciò si adatta a ogni singolo sondaggio sulla fiducia dei consumatori, soprattutto perché le persone stesse sono osservatori della realtà migliori rispetto ai raccoglitori di dati e agli statistici del governo.

Finora ci siamo occupati brevemente di inflazione, produzione, vendite e produzione, e abbiamo scoperto che nessuno dei dati ufficiali è affidabile. Un errore si ripercuote negativamente sugli altri, come aggiustare la produzione all’inflazione o le vendite all’aumento dei prezzi. I dati sull'occupazione sono particolarmente problematici a causa del problema del doppio conteggio.

Che dire sulle finanze delle famiglie? L’inversione dei tassi di risparmio e del debito delle carte di credito vi dice tutto quello che dovete sapere.

Quando sommate tutto, avete la strana sensazione che nulla di ciò che ci viene detto è reale. Secondo i dati ufficiali negli ultimi quattro anni il dollaro ha perso circa 23 centesimi in potere d'acquisto. A questo non ci crede assolutamente nessuno. A seconda di cosa spendete effettivamente, la risposta reale è più vicina a 35 centesimi, o 50 centesimi, o anche 75 centesimi... se non di più. Non sappiamo ciò che non possiamo sapere.

Non ci resta che fare ipotesi. E questo si combina con la realtà che non è solo un problema degli Stati Uniti. L’aumento dell’inflazione e il calo della produzione sono globali. Potremmo chiamarla recessione inflazionistica, o depressione inflazionistica, in tutto il mondo.

La maggior parte dei modelli economici utilizzati negli anni ’70, e ancora oggi, postulano che esiste un compromesso permanente tra la produzione (con l’occupazione come proxy) e l’inflazione, in modo tale che quando uno è al rialzo, l’altro è al ribasso (Curva di Phillips).

Ora ci troviamo di fronte a una situazione in cui i dati sull’occupazione sono profondamente influenzati da sondaggi inadeguati e dall’abbandono del lavoro, i dati sulla produzione sono distorti da livelli fuori scala di spesa pubblica e di debito, e nessuno tenta nemmeno più di fornire una contabilità realistica dell’inflazione.

Cosa diavolo sta succedendo veramente? Viviamo in tempi ossessionati dai dati con capacità apparentemente magiche di far conoscere e calcolare tutto. Eppure anche adesso sembriamo più ciechi che mai. La differenza è che oggigiorno dovremmo fidarci di dati che nessuno crede nemmeno siano reali.

Tornando alla crisi immobiliare commerciale citata nell’articolo del New York Times, le grandi banche non avrebbero nemmeno parlato con i giornalisti che stavano scrivendo la storia. Questo dovrebbe suggerirvi qualcosa...

Viviamo in un’economia “non chiedere, non dire”. Nessuno vuole parlare di inflazione elevata, nessuno vuole parlare di depressione economica. Soprattutto nessuno vuole ammettere mai la verità: il punto di svolta nelle nostre vite e l’evento che ha fatto precipitare le cose è stato il lockdown. Tutto il resto è stato una conseguenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Una vagonata di guai

Ven, 05/07/2024 - 10:02

 

 

di Francesco Simoncelli

John Hussman è uno di quegli analisti che quando compila una sua relazione sui mercati è molto analitico, matematico, storico e statistico. Le sue tesi sono avvalorate da una tonnellata di dati e grafici che supportano in modo convincente le idee alla base di suddette relazioni. Prende dannatamente sul serio le sue analisi e crede che negli echi del passato si possa sentire un po' del futuro. Ecco cosa scrive in una delle sue ultime relazioni:

Sulla base di dozzine di misure che includono valutazioni, fattori interni, sindromi di sovraestensione e numerosi indicatori tecnici, fondamentali e ciclici che abbiamo sviluppato nel tempo, stimiamo che le attuali condizioni di mercato possono essere “raggruppate” tra i peggiori casi di 0,1% della storia – simili ai principali picchi di mercato e dissimili dai principali minimi di mercato rispetto al 99,9% di tutti i periodi del dopoguerra.

Non per esagerare, ma ai picchi di mercato i prezzi scendono; ai minimi salgono. Il mio obiettivo su queste pagine è permettere ai lettori di evitare la “Grande Perdita” ed è quello che si ottiene ai massimi dei mercati; ai minimi, invece, c'è la “Grande Opportunità”. Hussman ci ribadisce che la minaccia della “Grande Perdita” oggi è insita nel mercato azionario e in particolare nei “Magnifici 7” che li dominano. Secondo tutte le sue misurazioni, solo nello 0,1% dei casi il mercato azionario di oggi sembra un minimo; nel restante 99,9% i parametri di oggi segnalano un massimo. Quanto sarà grande la perdita? Hussman ci aiuta anche qui:

Lo definisco il “Cluster di Guai” perché una manciata di casi altrettanto estremi (in particolare nel 1972, 1987, 1998, 2000, 2018, 2020 e 2022) sono stati tipicamente seguiti da improvvise perdite di mercato del 10%-30% nelle 6-10 settimane successive (in media -12,5%), con perdite nella parte più piccola di tale intervallo che spesso vedono un ribasso più profondo in seguito.

La cosa sorprendente è che le perdite non sono poi così GRANDI; i giai non sono poi così dolorosi. Secondo i suoi dati la perdita media è appena del 12,5% e infatti potreste dire: “Tutto qui? Può starci, soprattutto se avrò la possibilità di raddoppiare o triplicare i miei soldi con Nvidia”.

Il mercato azionario è estremamente gonfio, tre titoli – Meta, Microsoft e Nvidia – rappresentano la metà dei guadagni quest’anno. Nvidia veniva trattata a $8 per azione quando venne eletto Donald Trump; adesso costa $128. È un creatore di sogni, trasformare un investimento da $10.000 in quasi $1 milione; solo quest'anno Nvidia è balzata in su del 50%. Ma quali erano le probabilità di identificare Nvidia 8 anni fa? E quali sono le probabilità che Nvidia, il resto dei “Magnifici 7” e l'intero mercato azionario crolli adesso? Secondo Hussman il rischio è del 99,9%. Dove penso che possa aver commesso un errore non è nel calcolo delle probabilità, ma nella misurazione del danno: potrebbe essere molto più grande di quanto suppongono le sue cifre. Ciò che dobbiamo affrontare – forse – non è solo un “Cluster di guai”, ma una vagonata di guai: calo dei prezzi degli asset, aumento dell’inflazione, corruzione e incompetenza politica mai viste prima e un forte calo della ricchezza reale.

Cominciamo dal lasso di tempo descritto dal “Cluster di Guai” descritto da Hussman. È stato unico nella storia. Tutto ebbe inizio nel 1972, un anno dopo che gli Stati Uniti avevano introdotto il nuovo sistema monetario basato sul denaro scoperto e successivamente iniziò la corsa per tutti gli asset finanziari: azioni, obbligazioni, immobili, ecc. Perché? Perché la nuova forma di denaro era basata sul credito, non sugli asset reali. Ogni nuovo dollaro era un “pagherò” del Tesoro degli Stati Uniti ed entrava nel sistema finanziario attraverso le banche, preso in prestito dai consumatori, dalle imprese o dallo stesso governo federale. Prendendo come base il 1972, accaddero cose a dir poco incredibili per chi visse in precedenza. In primo luogo, il bilancio degli Stati Uniti non sarebbe stato mai più in pareggio (tranne che per tre anni durante i quali le entrate fiscali hanno superato la spesa, senza contare i “contributi” della previdenza sociale). Il 1975 è stato anche l’ultimo anno in cui gli Stati Uniti hanno registrato una bilancia commerciale positiva, infatti per i successivi 49 anni è stata in deficit e uno dei più grandi mai registrati c'è stato nel 2022, pari a $951 miliardi.

Il denaro fasullo ha mandato tutto all'aria. Il salario orario reale raggiunse il suo massimo nel 1972. Il prezzo dei beni alimentari è aumentato di 10 volte; il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti è aumentato di 3 volte. Sì, è stato un periodo strano. Cina, Indonesia, Vietnam, Messico, India e molte altre nazioni “in via di sviluppo” avrebbero cercato di migliorare le loro sorti esportando prodotti a basso costo – sia materie prime che prodotti finiti – contribuendo a mantenere bassi i prezzi in Occidente.

E la cosa più strana erano i soldi stessi. Alla fine degli anni ’70 Paul Volcker riuscì a far scendere l’inflazione e inaugurò il più grande boom del mercato azionario di tutti i tempi. Questo è il periodo che Hussman utilizza per la sua base ed è stato un periodo in cui i prezzi delle azioni erano stati gravemente distorti dal denaro fasullo. Negli anni ’90 ogni volta che il mercato azionario tentava di introdurre una correzione, le banche centrali abbassavano artificialmente i tassi d'interesse per incoraggiare più prestiti, più liquidità e prezzi delle azioni più alti.

Ma quel periodo è finito. La FED, in particolare, non può e, soprattutto, non vuole ripetere quel “trucco magico”. Il ciclo economico è stato talmente spinto fino agli estremi che ogni tentativo ulteriore verso un tale obiettivo risulterebbe in un rischio d'inflazione più persistente, pervasivo e distruttivo. Infatti il periodo odierno è costituito sostanzialmente da una contrazione della liquidità e con essa arrivano anche i movimenti “a convulsione” che si notano sui mercati, dove salite e discese sono dettati da picchi improvvisi e discese ripide. La crisi di liquidità è una funzione della percezione del rischio, in particolar modo adesso che la Federal Rserve ha deciso di mettere ordine nei bilanci interni della nazione. Le banche commerciali, inutile dirlo, devono tirare i remi del credito in barca, e questo a sua volta si ripercuote sul settore industriale che, sebbene nel breve termine possa dover sostenere una correzione, nel medio-lungo termine selezionerà quelle aziende meritevoli davvero di credito. In questo stesso lasso di tempo i salari rimarranno stagnanti a livello nominale (e caleranno a livello reale), portandosi dietro anche i prezzi delle case. Chiamatelo anche un “ritorno alla media” dopo i bagordi degli ultimi 40 anni.

Azioni e immobili subiranno una correzione, quindi, mentre invece le obbligazioni statunitensi continueranno a vedere una domanda sostenuta proprio in virtù del loro uso come strumento per accedere alla liquidità. Il mercato dei pronti contro termine statunitense è il più liquido al mondo e senza garanzie adeguate non vi si può accedere, cosa che ha appreso l'Europa dal 2019 in poi. L'alternativa per minimizzare il rischio è quella di rivolgersi ai metalli preziosi. La race to the bottom è una guerra di logoramento e in prima linea c'è il bacino della ricchezza reale: quello più resiliente vince. Se diamo uno sguardo all'ultimo sondaggio della Lloyd Register Foundation riguardo il World Resilience Index, che sostanzialmente misura qual è la capacità di una certa comunità e Paese di resistere senza reddito, notiamo un peggioramento dell'area Euro (soprattutto i Paesi del cosiddetto Club Med). Di conseguenza il bacino della ricchezza reale in Europa non solo deve resistere agli “attacchi” esterni, ma anche da quelli interni: tragedia dei beni comuni. E questo vi fa capire come sia possibile che i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente stiano attualmente superando l'Europa e sono destinati a sostituirla in termini di prestigio, affidabilità finanziaria e ricchezza reale.


CONCLUSIONE

John Hussman prevede, con una certezza del 99,9%, un forte calo dei prezzi delle azioni, in particolare in quelli dei “Magnifici 7”. Le sue cifre, però, suggeriscono un calo medio di solo il 12% e lo basa su un’analisi del periodo 1972-2023. Quest'ultimo, tuttavia, vide il più grande boom nel mercato azionario della storia, alimentato dal sistema monetario “fasullo” di maggior successo mai inventato.

Ritengo che abbia ragione riguardo alla probabilità di un calo delle azioni, ma potrebbe sbagliarsi riguardo al danno che causerà. Nel 1990 il mercato giapponese crollò dell’80% e, quasi un quarto di secolo dopo, non si è ancora ripreso. Negli Stati Uniti l'indice Dow Jones raggiunse il picco nel 1929, crollò dell’88% e non si riprese veramente fino al 1961. E se fate i calcoli in termini di oro, 18 once d’oro avrebbero comprato tutte le 30 azioni del Dow del 1929. Nel 1980 erano necessarie solo 2 once d’oro; vent’anni dopo erano più di 40.

Tutto ciò per dire che le azioni oscillano su e giù, a volte molto più del 12%. Questo è il motivo per cui, secondo i ricercatori accademici, il tasso di rendimento delle azioni dovrebbe essere più elevato di quello delle obbligazioni. Esiste un “premio di rischio” che si ottiene dalle azioni, in teoria, per compensare i grandi ribassi episodici. Oggi potete prendere 18 once d'oro e riacquistare tutte le 30 azioni del Dow Jones, proprio come nel 1929. Quindi il valore reale delle migliori azioni sul mercato non è aumentato negli ultimi 95 anni.

I prossimi 40 anni probabilmente non saranno così felici come gli ultimi 40: il rapporto Dow/oro è più probabile che si diriga a 2 piuttosto che a 40. È questa la vera “Vagonata di guai”.


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Gli organi di stampa di sinistra amplificano il loro pregiudizio anti-Bitcoin in seguito all'appoggio di Trump

Gio, 04/07/2024 - 10:09

 

 

da Bitcoin Magazine

I media generalisti parlano della recente approvazione di Bitcoin da parte di Trump.

Osservando i dati di Bitcoin Perception la copertura mediatica di Bitcoin insieme a Trump è aumentata di mese in mese sin dall'inizio dell'anno, ma la scorsa settimana ha suscitato molto scalpore dal momento che l'approvazione di quest'ultimo sembra amplificare un già esistente pregiudizio anti-Bitcoin tra alcuni organi di stampa.

Forbes, Fox e CNBC hanno descritto la mossa di Trump come un passo positivo per la sicurezza energetica e la forza economica degli Stati Uniti. Hanno sottolineato come il mining di Bitcoin potrebbe aumentare il dominio energetico e fungere da difesa contro le valute digitali delle banche centrali.

Fox News e Forbes, in particolare, hanno evidenziato i vantaggi strategici di Bitcoin, allineandosi ai valori libertari e conservatori.

Dall’altro lato The Independent e il Washington Post sono scettici.

Suggeriscono che il sostegno di Trump a Bitcoin sia uno stratagemma per ottenere approvazione politica e finanziaria. Questi organi di stampa sottolineano che Trump, che una volta respingeva Bitcoin, ora lo sostiene, considerandolo un’inversione di marcia opportunistica.

Il panorama polarizzato dei media generalisti rende difficile per la popolazione ottenere una visione equilibrata. I pro-Trump si concentrano sui vantaggi di Bitcoin, mentre quelli anti-Trump mirano a minare le sue motivazioni, riflettendo il divario politico più ampio.

In passato i media generalisti di sinistra hanno criticato Bitcoin principalmente per motivi ambientali, sostenendo che il mining consumasse troppa energia e danneggiasse il pianeta.

Ma ora Trump è diventato il loro obiettivo principale e questi organi di stampa stanno mettendo in dubbio le sue motivazioni, vedendo la sua posizione pro-Bitcoin come una mossa politica calcolata piuttosto che come un sostegno genuino.

È come se non si fossero presi la briga di guardare più in profondità in ciò che Bitcoin rappresenta, oltre al loro solito mantra “consumo di energia = MALE”.

Ora si sono semplicemente spostati su “Trump = MALE” senza un esame dei potenziali benefici di Bitcoin per le persone che rappresentano o del suo ruolo nell’innovazione tecnologica.

La posizione di Trump sul mining di Bitcoin è una mossa strategica o una tattica politica?

In realtà dipende da quale testata scegliete come dieta per i vostri contenuti, perché vi diranno cose diverse.

Ma percezione dei media generalisti – o anche della politica – a parte, l’approvazione di Trump ha sicuramente innescato un dibattito più profondo sul ruolo di Bitcoin nella politica energetica e nell’innovazione tecnologica degli Stati Uniti, e ciò potrebbe spostare l’ago culturale, che è, a pensarci bene, una cosa potenzialmente più efficace di una vittoria elettorale.

Quindi, mentre ci avviciniamo alle elezioni di novembre, aspettiamoci dibattiti più accesi sui media generalisti riguardo il ruolo di Bitcoin.

Perché è chiaro: non si tratta di Bitcoin in quanto tale, è solo un altro fronte nelle battaglie politiche in corso per influenzarvi verso un lato politico o l'altro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La sconfitta di Macron non è la fine, è solo l'inizio

Mer, 03/07/2024 - 10:07

Il socialismo ignora sempre il calcolo economico e la necessità di promuovere una crescita economica e una ricchezza reali. Quando il mantenimento di uno stato ipertrofico e la ridistribuzione diventano gli unici obiettivi, l’economia ristagna e tutti finiscono in una spirale di povertà. La Francia è in stagnazione economica da decenni; non ha avuto un bilancio in pareggio dalla fine degli anni ’70 e il malcontento è ormai la norma. Le imprese e i contribuenti si sono stancati del progressivo drenaggio fiscale e il sistema di sussidi statali non ha fatto altro che generare gruppi di persone dipendenti e arrabbiati che si sentono abbandonati e faticano a comprendere la propria situazione. Il tanto acclamato stato sociale ha fallito perché i sussidi e la spesa pubblica hanno ignorato il calcolo economico, rendendo il Paese un incubo per i creatori di ricchezza reale e per coloro che cercano una rete sociale che offra opportunità. La Francia ha dimostrato che la promessa di una redistribuzione socialista crea solo stagnazione economica. La lezione che possiamo imparare qui è che il socialismo non funziona mai e una volta che i risultati disastrosi sono evidenti, è quasi impossibile correggere il problema di fondo. La Francia, infatti, rappresenta un enorme problema nell’Eurozona e la BCE non può nasconderlo, ma non è la sola in questa condizione. È solo la punta dell’iceberg, visto che il Fondo Next Generation EU e la Commissione europea stanno attualmente nascondendo guai strutturali ben peggiori in Spagna, Italia e in altri Paesi dell’area Euro.

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di Tom Luongo

Dire che ho aspettato sulle spine per l'ultimo anno o giù di lì è un eufemismo. Sono sicuro di non essere l'unico.

Questo finto mondo della cricca di Davos in cui il grasso è bello, l’accidia è una virtù e la pedofilia è l’apice dell’amore umano, dovrebbe rendervi un po’ preoccupati.

Quando alziamo lo sguardo e vediamo che tutto ciò che è bello viene sistematicamente sovvertito, sminuito o semplicemente vandalizzato, è difficile mantenere viva la propria compassione, anche se fosse giustificata... cosa che non è.

Oggi torno a scrivere dopo più di un mese e siamo a un paio di giorni dalla sconfitta dell'acerrimo globalista Emmanuel Macron da parte sia di Marine Le Pen che da una litigiosa coalizione di sinistra.

In vista del ballottaggio di questo fine settimana è abbastanza ovvio che il partito di Macron, En Marche, sarà relegato nella pattumiera della storia. Macron era un finto populista vendutoci dalla cricca di Davos quasi dieci anni fa per smorzare l’ascesa della Le Pen.

E questa volta non importa davvero quale barriera politica mettano in campo i vari comunisti in Francia per congelare la maggioranza del Fronte Nazionale nel Parlamento francese. La marea si è rivoltata contro di loro.

Proprio come è successo nel Regno Unito, negli Stati Uniti, nei Paesi Bassi, in Italia e nel resto del cosiddetto Occidente post-illuminista.

Tale idea, il “post-illuminismo”, secondo cui abbiamo iniziato a rifiutare Dio a favore della modernità e della supremazia della ragione umana in base alla vastità della nostra ignoranza su come funziona l’Universo, è la chiave per capire ciò che sta accadendo.

E nel momento in cui ho iniziato a scrivere di Macron sono rimasto colpito dal ricordo di Notre Dame in fiamme.

La chiesa era in fiamme e gli sciacalli ragliavano per quanto fosse bello.

Ciò è accaduto sotto il governo di Macron e per questo ha pianto lacrime di coccodrillo, come fanno tutti i furfanti marxisti come lui.

Anche perché non possono che avere il facsimile delle emozioni, visto che secondo loro viviamo tutti in una simulazione.

All’epoca lo definivo “Simbolo di una cultura fallimentare”, ma è molto più di questo. L'incendio di Notre Dame, deliberato o meno, è stato emblematico di quanto i nostri custodi fossero negligenti nel preservare il nostro passato.

Talmente ossessionati dalla loro patetica modernità che per decenni hanno espropriato quasi tutta la ricchezza della Francia per elevare l’indolenza e trascurare la bellezza, diventando allo stesso tempo apertamente ostili alla propria storia. Il loro disprezzo per quest'ultima era plateale, mentre la loro rabbia verso la religione sopraffaceva la loro umanità.

C'è di peggio: i discendenti di coloro che costruirono Notre Dame stanno applaudendo perché è stato inculcato loro, tramite l'istruzione marxista, l'odio per la religione in tutte le sue forme.

Sono stati immunizzati contro qualsiasi sentimento che non sia disprezzo per sé stessi e la propria storia.

La storia è storia. Non ha un ordine del giorno. Esiste, nel bene e nel male, per ricordarci che chi siamo oggi è la somma totale di chi eravamo allora.

I marxisti credono nella creazione di un uomo senza storia, senza connessione con il suo passato per trasformarlo nel Nuovo Uomo Sovietico.

Discutete con me su questi temi per tutto il tempo che volete cari accoliti di Bernie, Corbyn e Richard Wolff , questo è il punto di questa assurdità postmoderna francese secondo cui “la vita è una simulazione”. È semplicemente una scusa per giustificare l'invidia intrinseca al centro di tutto il pensiero marxista.

Significava qualcosa per milioni di persone, se non miliardi.

Quell'incendio è stato davvero un momento in cui hanno distrutto qualcosa di bello, anche se l'incendio fosse stato un incidente.

Notre Dame era sicuramente una cosa da invidiare. Un luogo di straordinaria bellezza e realizzazione; una cosa che vale la pena preservare attraverso i secoli. Ovviamente doveva essere distrutto.

Il disprezzo di Macron e dei suoi compagni di viaggio nei confronti di chiunque non fosse d’accordo con il Commintern era palese allora.

Anche se pensano che non dovremmo avere una storia, dimenticano che abbiamo ricordi.

Quindi oggi non dovremmo essere sorpresi se guardiamo a quanto accaduto alle urne francesi.

Macron e la cricca di Davos faranno tutto il possibile per far finta di avere ancora il controllo in Francia. Potrebbe addirittura riuscire a salvarsi. Così facendo potrebbe anche distruggere ciò che resta della Francia, sacrificandola sull'altare dell'Unione Europea, ma per cosa?

Un’alleanza instabile tenuta insieme dai rimproveri di una vampira tedesca come Ursula Von der Leyen? Per quanto tempo pensate che i francesi passeranno dai gilet gialli alla ghigliottina?

L'ultima volta che ho controllato questa è una parte della loro storia che anche Macron sta cercando di negare.


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La proprietà privata deriva dalla scarsità, non dalla legge

Mar, 02/07/2024 - 10:06

 

 

di Joakim Book

La proprietà è un principio economico chiave affinché i mercati possano funzionare e gli attori di mercato possano vivere in armonia tra di essi. Ma come per tante cose nell’era moderna, si applica la  scena (e il meme che l'accompagna) del film del 1987, La storia fantastica: “Continui a usare quella parola; non penso che significhi quello che tu pensi significhi”.

Per il marxista proprietà significa accaparramento ingiusto di risorse. La maggior parte degli americani pensa alle proprie case. Per Murray Rothbard e molti altri libertari che riflettevano profondamente sulla natura della società, la proprietà significa civiltà e “implica il diritto di trovare e trasformare le risorse: produrre ciò che sussiste e fa avanzare la vita”.

I diritti di proprietà mediano la decisione sociale su come utilizzare le risorse per le quali esistono fini concorrenti. In altre parole, gli esseri umani utilizzano l’uso dei diritti di proprietà per determinare quale pezzo di terra od oggetto può essere utilizzato da chi, in quale momento e per quale scopo. Invece di avere un sistema elaborato per individuare il fine collettivo più vitale e quali mezzi possono essere utilizzati per raggiungerlo, decentralizziamo la decisione lasciando che ciascun proprietario di arance, case o macchinari decida come e quando maneggiarli. Dato che alcune risorse hanno usi rivali e concorrenti, la società utilizza la “proprietà” come meccanismo per esternalizzare il processo decisionale su tali risorse.

La scarsità, come sosteneva Lionel Robbins, è il problema fondamentale da cui nasce l’economia.

Tutto questo mi viene in mente mentre guardo la miniserie The Playlist, un documentario sull'ascesa del servizio di streaming musicale Spotify. Si basa sul libro Spotify Inifrån e contiene numerose riflessioni di alto livello sul valore economico, sulla scarsità e sulla proprietà. Il conflitto centrale che attraversa la miniserie (e l’industria che Spotify ha sconvolto) riguarda la natura della proprietà, vale a dire la proprietà intellettuale. Valutare come essa non sia proprietà ci informa quindi su cosa comporta il concetto.

Una scena è particolarmente rivelatrice. Il personaggio del programmatore Andreas si lamenta della monetizzazione del suo software; ciò che lui e il suo team avevano costruito avrebbe dovuto essere diverso, offrire musica a chiunque gratuitamente, invece di diventare l'ennesimo business capitalistico con pagamenti e altri ostacoli finanziari.

Poi, dopo una svolta tecnica, esclama con orgoglio che “abbiamo presentato la domanda di brevetto questa mattina”, senza rendersi conto che così finì per giocare secondo le stesse regole economicamente analfabete che aveva denunciato in precedenza.

I brevetti sono un modo di usare la legge per monopolizzare una risorsa altrimenti gratuita e replicabile. La tecnica dei file audio MP3 ha scardinato l’industria del diritto d’autore, scrive Knut Svanholm, un bitcoiner con un profondo fascino per l’economia Austriaca (di cui vale la pena leggere il libro sulla prasseologia). In, Bitcoin: Everything Divided by 21 Million, scrive:

I file audio sono diventati improvvisamente condivisibili tra gli utenti di Internet perché erano diventati piccoli. Era caduto un domino che presto avrebbe reso obsoleta l’intera industria discografica. E non solo quest'ultima, ma l’intera industria dell’intrattenimento. Qualsiasi file informatico poteva essere condiviso gratuitamente con chiunque sulla Terra tramite Internet.

I file informatici, come la musica registrata, sono diventati non rivali e – a parte alcuni colossi aziendali e i loro sforzi di lobbying – infinitamente copiabili e non escludibili. I file, quindi, non sono proprietà poiché non sono scarsi.

L’incapacità fisica ed economica (ma non legale!) di escludere gli utenti da parte dei creatori di ricette, di invenzioni, di musica o di altre cose rese non scarse dalla tecnologia, è il principio stesso che rende la proprietà intellettuale una non proprietà.

Ludwig von Mises, sebbene un po’ ambivalente sull’argomento, capì che l'erronea etichetta di suddetto termine riguardava la mancata comprensione della “inesauribilità dei servizi, i quali non sono scarsi e non c’è bisogno di economizzarne l'impiego”. Innovazioni e altre ricette, scrisse in Human Action

sono beni gratuiti in quanto la loro capacità di produrre effetti definiti è illimitata. Possono diventare beni economici solo se sono monopolizzati e il loro utilizzo è limitato [...]. [I brevetti] sono considerati privilegi, vestigia del periodo rudimentale della loro evoluzione, quando la tutela giuridica veniva accordata agli autori e agli inventori solo in virtù di un privilegio eccezionale concesso dalle autorità. Sono ambigui, perché sono redditizi solo se consentono di vendere a prezzi di monopolio.

Se pensate ancora che ci siano dei meriti nelle leggi sulla proprietà intellettuale, per analogia, immaginate un contesto diverso. Un'insegnante di matematica inizia a spiegare ai suoi alunni di quinta elementare che esiste una relazione universale tra la lunghezza della base, l'altezza e l'ipotenusa di un triangolo rettangolo. Dopo la lezione, mentre gli studenti annoiati escono dall'aula, l'insegnante si dirige all'ufficio amministrativo, compila il modulo standard sui diritti d'autore e chiede il bonifico scolastico alla Fondazione Pitagorica.

Ciò non può che sembrare assurdo per la maggior parte degli osservatori. Nessuno può possedere il Teorema di Pitagora nello stesso modo in cui possediamo camicie, case o vigneti. Anche se ci fosse un creatore conosciuto (non Pitagora), è ben oltre ogni ragionevole scadenza affinché il materiale protetto da diritto d'autore diventi di pubblico dominio. Ma perché no? Qual è la differenza tra il Teorema di Pitagora e, ad esempio, la musica di Taylor Swift?

Solitamente vengono avanzate due argomentazioni. In primo luogo, se non premiamo i creatori, sia nel campo della musica, dell'arte o dell'innovazione, smetteranno di creare. Osservando qualsiasi creatore al lavoro, ciò è errato; inoltre non vi è alcuna prova che i brevetti aumentino le innovazioni o la produttività. La maggior parte delle opere d'arte storiche, della narrativa, delle innovazioni o della musica sono state realizzate da lavoratori comuni o da appassionati, a volte con il sostegno di ricchi mecenati.

In secondo luogo, diversi personaggi dell’industria musicale nella saga di Spotify invocano ripetutamente l’appello a una giustizia compensativa per il proprio lavoro: perché non dovrei avere il diritto a un compenso per il mio lavoro, proprio come tutti gli altri che lavorano e ricevono uno stipendio? Per una mera questione economica: no, non dovresti. Le transazioni economiche e i diritti di proprietà che utilizziamo sono intrinsecamente legati alla scarsità. Non valutiamo né scambiamo ossigeno, complimenti o la ricetta dello stufato di carne di vostra nonna, non perché non siano preziosi ma perché non sono scarsi. Il vostro “lavoro” musicale è più simile a queste cose piuttosto che ai contratti di lavoro. L'uso di beni immateriali non escludibili e non rivali da parte di una persona non impedisce a un'altra di usarli. Non meritate un compenso finanziario per il vostro duro lavoro respiratorio, né per essere una brava persona con gli altri; meritate un compenso economico quando utilizzate risorse scarse per generare valore per gli altri (per quanto riguarda la generosità e i doni – e l’interessante adozione da parte dei bitcoiner del rapporto “valore per un valore” – ci sono molti altri trattati economici che affrontano questi temi).

La proprietà è legata alla fisicità del mondo, derivante direttamente dalla scarsità delle cose. L’umanità starebbe meglio se si astenesse dall’imporre pagamenti artificiali e finalizzati alla ricerca di rendita su idee non rivali e intangibili.


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La fallacia di Montaigne

Lun, 01/07/2024 - 10:04

 

 

di Mark Thornton

Con il mondo che si muove sempre più nella direzione del protezionismo commerciale e della guerra, vale la pena ricordare l’origine degli errori su cui si basano questi movimenti.

A Michel Montaigne, politico e scrittore del XVI secolo, viene attribuita la visione illogica secondo cui il commercio e lo scambio fanno sì che una persona vinca e l’altra perda. Oggi questa visione è chiamata “pensiero a somma zero”. L’errore è alla base delle linee di politica commerciali protezionistiche dell’ex-presidente Donald Trump e delle linee di politica commerciali protezionistiche del presidente Joe Biden, nonché di tutta una serie di linee di politica governative irrazionali, dalla “protezione dei posti di lavoro” alla guerra.

Montaigne visse ai tempi d’oro del re Luigi XIV, del ministro dell’economia francese Jean Baptiste Colbert e del periodo d’oro del mercantilismo, un miscuglio di protezionismo, colonialismo, schiavitù e ascesa del potere statale centrale. In quanto “filosofo”, Montaigne era uno scettico che non credeva nel potere della ragione e della logica umana, nella possibilità della verità, nella bontà della natura o nell’esistenza di qualsiasi tipo di Dio. Nonostante la sua “filosofia”, credeva nelle apparenze della religione e nel monopolio della Chiesa cattolica, nonché nel potere completo e illimitato dello stato.

Senza accesso alla ragione umana e senza speranza di scoprire la verità sulla natura dell'essere umano, come ci si potrebbe opporre a qualcosa nell'ordine esistente delle cose? L'obbedienza cieca era la sua regola. A quanto pare lo status quo è sempre perfetto e non potremmo mai sapere nient’altro.

Non sorprende che fosse anche un convinto machiavellico. Mentre tutti possiamo vedere che la menzogna e l’inganno sono una parte normale e deplorevole della politica e dello stato, Montaigne vedeva tali vizi in una luce positiva come “il filo che tiene insieme la nostra società” e come “veleni per preservare la nostra salute”.

Considerava le interazioni volontarie quotidiane delle persone come battaglie mortali e morali, e il commercio tra le nazioni come atti di guerra. Il suo scritto più famoso, il Saggio numero 22, è provocatoriamente intitolato “La situazione difficile di un essere umano è il vantaggio di un altro”. Non importa se la conclusione filosofica più ovvia e più generalizzabile sia quella in cui dallo scambio emergono vantaggi e benefici reciproci.

Nell'errore di Montaigne l'impresario di pompe funebri trae un vantaggio a spese delle persone che muoiono, il contadino trae vantaggio dagli affamati, i medici traggono vantaggio dai malati e i sarti traggono vantaggio da coloro che sono nudi.

Montaigne e il suo errore fanno un grande salto illogico rispetto a due fatti: nessuno di questi uomini d’affari crea problemi come la fame e la morte, e invece aiutano le persone ad affrontare o risolverli. Non è una somma zero tra vincitori e vinti; entrambe le parti traggono beneficio, guadagno, profitto e sono soddisfatte da tali scambi.

Il mondo “cane mangia cane” di Montaigne è in realtà un mondo di cooperazione diffusa e di reciproco vantaggio.

Al grande economista austriaco Ludwig von Mises viene spesso attribuito il merito di aver etichettato il pensiero a somma zero come il “dogma o errore di Montaigne”. Egli spiegò l’errore in termini “non filosofici” in modo che tutti potessero facilmente comprenderlo:

Ciò che produce il profitto di un essere umano nel corso degli affari all'interno di una società di mercato senza ostacoli, non è la condizione e l'angoscia del suo concittadino bensì il fatto che egli allevia o rimuove completamente ciò che causa il sentimento di disagio in quest'ultimo. Ciò che fa male al malato è la peste, non il medico che cura la malattia. Il guadagno del medico non è il risultato delle epidemie, ma dell'aiuto che offre alle persone colpite. La fonte ultima dei profitti è sempre la previsione delle condizioni future. Coloro che riescono meglio degli altri ad anticipare gli eventi futuri e ad adattare le proprie attività alla futura situazione del mercato ne traggono profitto, perché sono in grado di soddisfare i bisogni più urgenti della popolazione.

La sua logica è molto convincente in termini di rapporti quotidiani, ciononostante è importante ricordare che Mises era più preoccupato per l’errore di Montaigne a livello internazionale, dove le parole illogiche possono rapidamente trasformarsi in guerre.

Rimproverando Voltaire, Mises scrisse: “L'affermazione secondo cui il vantaggio di un essere umano è il danno di un altro è valida per quanto riguarda la rapina, la guerra e il saccheggio. Il bottino del ladro è il danno della vittima derubata, ma la guerra e il commercio sono due cose diverse”.

Lo spirito di conquista applicato al commercio è stato abbracciato dai leader politici e i loro sostenitori hanno impedito un ordine mondiale veramente pacifico e prospero. “È mostruoso che l'imperatore Napoleone III abbia scritto: 'La quantità di merci che un Paese esporta è sempre direttamente proporzionale al numero di proiettili che può scaricare sui suoi nemici ogni volta che il suo onore e la sua dignità lo richiedono'”. Le argomentazioni a favore del protezionismo di vario tipo sono spesso allettanti, infatti l’inganno e l’offuscamento sono risultati telefonati quando c'è da guadagnarci per coloro che sfruttano una posizione di privilegio governativa. Le allusioni al patriottismo, ai lavori ben pagati e agli stranieri che fanno il doppio gioco possono essere subdoli, ciononostante efficaci nel convincere e fuorviare le persone.

La soluzione inizia con il nostro impegno personale nei confronti dell’ideologia liberale della pace e di un libero mercato.

Con entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti saldamente attaccati al dogma di Montaigne, non dobbiamo illuderci riguardo al risultato, ma piuttosto dovremmo prepararci a seguire il consiglio di Mises: “Svelare le fonti della popolarità di questa (fallacia) e altre illusioni ed errori simili”.


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Teoria Austriaca del ciclo economico e geopolitico

Ven, 28/06/2024 - 10:05

 

 

di Francesco Simoncelli

Quando si parla di teoria Austriaca del ciclo economico, non si tratta solo di un esercizio accademico, ma è anche uno strumento pratico che ci aiuta ad anticipare e a prepararci alle fluttuazioni economiche e geopolitiche. Non solo si possono navigare meglio i mercati finanziari e riconoscere i segnali di un’imminente recessione, ma è anche possibile intuire quale sarà la risposta dei governi in ambito nazionale e internazionale. La Scuola Austriaca è l’unica scuola di pensiero che fornisce una spiegazione reale ai bust: presuppone che i cicli economici siano dovuti a una manipolazione dei tassi d'interesse combinata a un aumento dell’offerta di denaro, situazione che porta a un’errata allocazione delle risorse economiche scarse. Questo gioco non avviene solo alla luce del sole, ovvero nelle linee di politica ufficiali delle banche centrali, ma anche nell'ombra laddove gli effetti si camuffano e pare non abbiano una chiara spiegazione. Inutile dire, quindi, che tutto ciò ha un'enorme importanza a livello geopolitico, non solo economico.

Quando i tassi d'interesse vengono abbassati artificialmente, gli investitori sono indotti in errore effettuando investimenti insostenibili. Il boom risultante non si basa su una reale domanda dei consumatori o sulla disponibilità di risorse, cosa che porta a un inevitabile crollo. Tassi d'interesse artificialmente bassi, combinati con la stampa di denaro, distorcono il ritmo naturale del mercato, provocando un effetto a catena che incide sull’occupazione, sulla produzione e sul risparmio.


LE ORIGINI DELLA TEORIA AUSTRIACA DEL CICLO ECONOMICO

Le origini della teoria Austriaca del ciclo economico risalgono all’inizio del XX secolo, con gli economisti Ludwig von Mises e Friedrich Hayek in prima linea a sfidare le teorie economiche prevalenti del loro tempo sostenendo che la pianificazione centrale e l’interventismo fossero i colpevoli dell’instabilità economica. Il loro lavoro gettò le basi per quella che sarebbe diventata una critica all’economia keynesiana. Mentre i loro contemporanei seguivano in gran parte un approccio collettivista, l’enfasi della Scuola Austriaca sulla scelta individuale e sulle dinamiche di mercato offriva un approccio alternativo. Mises e Hayek furono in realtà alcuni dei pochi economisti a prevedere la Grande Depressione americana prima che accadesse; trent’anni dopo Murray Rothbard spiegò in dettaglio come ebbe origine: le politiche interventiste di Herbert Hoover furono responsabili della sua lunga durata e della sua intensità. Sebbene da allora queste idee abbiano influenzato alcuni economisti e politici in tutto il mondo, sono a malapena menzionate nelle attuali discussioni sul ciclo economico. Tutti sanno cosa è andato storto e dove lo stato deve intervenire in modo più proattivo, pochissimi esprimono l’idea di ridimensionare tale intervento.

Alimentare cicli economici immettendo denaro nell’economia e mantenendo i tassi d'interesse artificialmente bassi impoverisce le società. Si potrebbe dire che noi, come genere umano, abbiamo compiuto progressi incredibili su molti fronti negli ultimi cinquant’anni, tuttavia confrontare le condizioni attuali con quelle di cinquant’anni fa è errato; confrontarle come sono adesso con le condizioni come avrebbero potuto essere è il modo corretto. I mercati hanno migliorato il benessere anche con tali pressioni negative, ciononostante alcuni aspetti significativi della vita sono stati compromessi: i nostri nonni, ad esempio, erano in grado di acquistare una casa od ottenere un'istruzione universitaria senza contrarre debiti impagabili. Finché la popolazione verrà influenzate affinché continui a orientarsi al breve termine, i pianificatori centrali continueranno a stampare denaro. Nonostante ci siano rare eccezioni, essi non guardano oltre il prossimo ciclo elettorale e le persone con un’alta preferenza temporale sono rese felici concentrandosi sul presente e ignorando il futuro. Quando, però, si manifestano inevitabilmente le conseguenze a lungo termine, vengono attribuite ad altri eventi e oscurate da problemi che richiedono soluzioni con priorità più elevate.

Come si applica la teoria Austriaca del ciclo economico alla vita di tutti i giorni? Ci insegna a essere scettici nei confronti delle situazioni economiche “troppo belle per essere vere”. Incoraggia decisioni finanziarie prudenti, evitando le insidie ​​di una spesa sfrenata alimentata dal credito facile, situazione che porta a crisi finanziarie personali che rispecchiano i crolli economici su scala superiore. Inoltre questa consapevolezza può essere applicata alla vita in generale: abbassare la propria preferenza temporale e iniziare a prestare maggiore attenzione alle conseguenze a lungo termine. Anche dal punto di vista finanziario ci sono modi per trarre profitto dalla comprensione della teoria Austriaca del ciclo economico: se i boom sono artificiali allora bisogna investire di conseguenza, gestendo il rischio e disinvestendo da asset sopravvalutati. Investire strategicamente e a lungo termine invece di comportarsi come un trader principiante e iperattivo.

In sintesi la teoria Austriaca del ciclo economico offre un promemoria che fa riflettere sui pericoli dell’interventismo economico; comprendendo e applicando i suoi principi, si può sperare in un futuro economico più stabile, sia a livello personale che mondiale.


LA GARANZIA COLLATERALE PER LE CONDIZIONI DI “QUASI BOOM”

Comprendere le meccaniche di base riguardo ai cicli economici non basta, perché poi la realtà presenta una situazione diversa in cui i pianificatori centrali si affannano per tenere in piedi quell'architettura fatta di interventismo la quale scricchiola sempre di più man mano che gli errori economici si accumulano nel tempo. Ovviamente non sono stupidi, ci sono vantaggi nel perorare questa linea di politica: è un gioco a somma zero dove i contribuenti perdono e i pianificatori centrali vincono. Dal punto di vista teorico viene chiamata condizione di “quasi boom”, dove vengono messi in piedi stimoli fiscali e/o monetari per impedire una correzione severa dei mercati. Sono le proverbiale politiche anti-cicliche per “salvaguardare” la salute dell'economia nel suo complesso e non sprofondare in una depressione. Come ci ricorda lo stesso Rothbard nel libro summenzionato, la semantica in economia venne cambiata sulla scia della Grande Depressione per creare uno spauracchio ad hoc e giustificare il continuo intervento dello stato. Infatti, nel caso in cui si dovesse sperimentare una recessione, allora si accendono tutte le sirene per chiamare in causa i pianificatori centrali affinché intervengano e impediscano che la recessione peggiori e diventi una depressione.

In realtà la “gravità” di una recessione è data dalla quantità di errori economici accumulati nel tempo e quanto essi siano stati ignoranti in precedenza. Chiaramente non è una condizione che si protrae all'infinito, visto che finisce per erodere qualsiasi tipo di crescita latente. Più si rimanda la correzione, più essa sarà pervasiva e dura. Questa, ad esempio, è la lezione della depressione dimenticata del 1920. Fu Keynes a coniare il termine “quasi boom” proprio per fornire credito alla sua teoria intenta a giustificare un intervento “eccezionale” quando necessario: lo stimolo fiscale diventava una necessità in caso di recessione, cosa da controbilanciare una volta passata la tempesta, ma ovviamente oggi questa parte è stata comodamente dimenticata dati i livelli di imbastardimento economico che abbiamo raggiunto. L'interventismo ormai è perenne, pervasivo e onnipresente. Non può essere altrimenti, dato che l'impalcatura clientelare che è stata costruita nel tempo rischia di crollare in caso di inversione anche minima. Sulla scia di questi fatti, la proverbiale torta economica non cresce più e, per quanto le autorità blaterino di volerla aumentare e quindi di crescita economica, in realtà l'unica cosa che possono fare è ridistribuire quella esistente.

Inutile dire che la burocrazia, la macchina dei consensi per eccellenza, è quella che ne deve inglobare di più e visto che non è in grado di creare nuova ricchezza reale, il consumo di quella esistente non ha sostituzione. Ne rimane sempre di meno e la “percezione” di povertà aumenta. Questo, in sostanza, è ciò che alimenta il debito pubblico e, in Italia in particolare, è ormai fuori controllo. Parlerò delle strategie d'uscita da questo caos pianificato nella prossima sezione, ora è importante focalizzare l'attenzione su quali spalle ricade l'onere di sostenere questo peso crescente. Sì, sulla classe media.

La strategia (psicologica) del prezzo medio da esporre è un furbata per innescare una ricerca del prezzo (relativo) più basso, mentre si devia l'attenzione dal fattore più importante: sedimentazione dei costi dell'energia in fasce di prezzo più alte.https://t.co/sdGQpIsND3

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 19, 2024

Oltre a procrastinare la correzione degli errori economici, cosa che richiederebbe un ridimensionamento delle capacità e della pervasività delle azioni dei pianificatori centrali, deviare ricchezza reale da chi la produce serve a creare un ambiente economico sottomesso al controllo. E più è necessario capillarizzare tale controllo, più risorse devono essere sottratte. Ecco che, ad esempio, l'aumento delle temperature può rappresentare un “pericolo” non solo per la salute umana ma anche per la democrazia, di conseguenza bisogna spendere in tecnologie acerbe anche se ciò rappresenta uno spreco e chiunque metta in discussione questa linea d'azione diventa esso stesso un “pericolo” per la democrazia. È straordinario, poi, assistere alla pantomima europea dell'apertura del processo d'infrazione per spese eccessive. Ma questi cortocircuiti sono naturali visto che il fine ultimo è il saccheggio della ricchezza reale latente nel continente e la spoliazione di ciò che rimane dell'industria europea. Infatti quando è in gioco il destino stesso delle élite, allora tutto è lecito affinché esse possano combattere una guerra contro fazioni avverse e possano continuare a essere finanziate. È un delicato equilibrio tra mantenere in piedi lo status quo e perseguire la propria causa.

Pensate all'articolo di Bloomberg sull'idrogeno in Germania: funziona solo su carta. Un esperimento simile nel Regno Unito è stato annullato quando sono emersi malumori tra le persone dopo aver appreso che avrebbero dovuto sostituire forni e stufe con nuovi apparecchi a idrogeno. Senza contare il processo di combustione dell'idrogeno per produrre elettricità: vi è una perdita di energia del 70% nella conversione dall’idrogeno in ammoniaca e poi nuovamente in idrogeno per bruciarlo. Non ha alcun senso pratico, ciononostante la Germania sta spendendo $20 miliardi per rendere le centrali elettriche “pronte per l’idrogeno”. Ma questi soldi in realtà non sono buttati, bensì “investiti” nella narrativa e nell'architettura più grande del controllo capillare... a scapito, però, della creazione della ricchezza reale e in particolar modo dell'industria europea che è stata praticamente smantellata. Non c'è da sorprendersi, altresì, che la produttività è al palo così come gli stipendi.

Oltre al patetico "preservare i valori occidentali violandoli", in Europa è svanito pure il know-how; tanto che bisogna ricattare i cinesi, quelli sbeffeggiati negli anni passati perché "bravi solo a copiare", per sostenere l'industria automobilistica.https://t.co/uZbTo1G5XM

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 19, 2024

"[...] If it is found in breach of DMA rules, Apple could face fines of up to 10% of the company’s total worldwide annual turnover."

Chiunque blateri di valori europei da difendere, sta parlando chiaramente di furto e rapina.https://t.co/vozqxDXOTi

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 18, 2024

Per quanto possa essere difficile definire la “classe media”, è relativamente facile inquadrare chi è accomunato da cosa se prendiamo come parametro di riferimento lo sbarcare il lunario:

Sempre più italiani hanno le tasche vuote. E le spese ne risentono

I risparmi degli italiani? Finiscono in spese impreviste. E la metà non riesce a mettere niente da parte

Affitti più cari, sale il peso sui redditi dei dipendenti: fino al 46% nei capoluoghi

I salari in Italia sono fermi da 20 anni

In un Paese prospero il successo della classe media e di quella alta corre parallelo: se la ricchezza della classe superiore crescesse del 10%, allora quella della classe media cresce all’incirca della stessa quantità. Distribuita su una porzione molto più ampia della popolazione, certo, infatti si tratta di un aumento pro capite minore, ciononostante rappresenta una quantità di ricchezza simile. La cosiddetta torta economica cresce... cosa succede invece quando quest'ultima non cresce più e vengono ridistribuiti i pezzi esistenti? In primo luogo i prezzi (soprattutto quelli delle case) aumentano ben oltre la capacità della maggior parte degli italiani di diventare proprietari. Ma non si tratta solo delle case: come abbiamo visto ci sono anche l’affitto, le bollette, il cibo, la benzina, l’assicurazione auto, l’assistenza all’infanzia, ecc. che oggi costano dal 15% al ​​40% in più rispetto a tre anni fa. In secondo luogo i tassi d'interesse più alti hanno reso il debito sempre più costoso, soprattutto i debiti a tasso variabile (come carte di credito e mutui). Basti dire che un’economia in crescita e un’economia prospera non sono la stessa cosa, infatti su queste pagine è già stata spiegata la differenza tra PIL e crescita economica reale. E la contrazione dell’offerta di buoni posti di lavoro è un perfetto esempio della differenza. Se si considera anche la crescita economica anemica, si ottiene la ricetta per il secondo peggiore scenario economico: la stagflazione. Credetemi, una recessione è una buona notizia quando l’altra scelta è un “decennio perduto” tra inflazione persistente, stagnazione economica e alta disoccupazione.


LA LEGGE DI GRESHAM APPLICATA ALL'IMPRENDITORIA

La Legge di Gresham afferma che la moneta cattiva scaccia quella buona e funziona più o meno così: in un’economia di mercato circola una moneta sopravvalutata che ha un valore reale inferiore, mentre quella sottovalutata con lo stesso valore nominale, ma il cui metallo ha più valore, viene accumulata e quindi scompare dalla circolazione. Le persone spostano la moneta buona fuori da un’economia per un uso futuro, mentre quella cattiva circola e diventa un bene economico comune. Cosa c’entra la Legge di Gresham con l’imprenditorialità e la cattiva politica economica? Cosa succede quando quest'ultima scaccia gli imprenditori che creano valore? Diventa impossibile scoprire nuovi processi, prodotti e servizi in grado di costruire l’offerta e consentire alla tecnologia di servire le persone, evoluzioni che possono realizzarsi solo in un’economia non ostacolata. Sappiamo che i buoni imprenditori prosperano quando sono liberi di usare il proprio intelletto e le proprie risorse personali; i cattivi imprenditori entrano in scena quando emergono cattive linee di politica, andando a scacciare coloro che creano più valore, i quali se ne andranno altrove.

Senza la libertà giuridica di contrarre e utilizzare la proprietà personale in quanto tale, l’essenza stessa dell’individualità della persona viene distrutta. Ciò allontana quegli imprenditori che altrimenti avrebbero cercato di usare il proprio intelletto per fare del bene ad altre persone.

I costi economici derivanti dall’espulsione dei buoni imprenditori faranno lievitare i prezzi dei prodotti, dei servizi e dei costi di produzione; faranno poi diminuire il valore e la soddisfazione del consumatore e produrranno invariabilmente cose di qualità inferiore. A causa del sentimento anti-libero mercato e delle regolamentazioni soffocanti, i consumatori danno involontariamente carta bianca ai cattivi imprenditori e a tutto ciò che ne consegue; si abituano a offerte poco brillanti e i bravi imprenditori vengono allontanati.

Cacciare questi ultimi con cattive politiche economiche crea un beneficio concentrato per pochi e costi per molti. Ma chi sono i cattivi imprenditori? Sono quelle persone che decidono di non essere più imprenditori, che non calcolano più profitti o perdite in base alle condizioni di mercato e che non hanno empatia o attenzione per il consumatore. Cercheranno i favori dello stato o lo useranno per creare condizioni di monopolio per sé stessi, scaricando costi aggiuntivi sui potenziali concorrenti e scacciando così i buoni imprenditori.

Questa erosione, lenta ma inesorabile, serve sostanzialmente a canalizzare le risorse economiche in alto, creando quindi una netta spaccatura a livello di scala sociale: povertà diffusa e ammanicati in crescita. Il mercato diventa una lotta drawiniana, ma non perché esso è intrinsecamente prono a questo esito, bensì perché c'è una guerra in atto e le fazioni in lotta implementano diverse strategie per cercare di prevalere. Quella europea, in particolar modo, schiera i risparmi dei contribuenti europei come modo per resistere al logoramento che arriva sia da Est che da Ovest. E qui si inserisce il contesto geopolitico che si evolve in tandem con il contesto economico.


LA TEORIA AUSTRIACA DEL CICLO GEOPOLITICO

Quando le condizione economiche si deteriorano, ciò coinvolge tutti gli attori di mercato compresi i pianificatori centrali. “Dove non passano le merci, passano gli eserciti” sosteneva Bastiat e da quando il mondo ha visto invertire il processo di globalizzazione, espansosi fino al 2017, a deteriorarsi sono stati anche i rapporti bilaterali tra nazioni. La guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, in particolar modo, sta sfociando in una serie di escalation il cui esito che si profila all'orizzonte assume sempre di più quello di un conflitto armato. Anche l'Europa non è da meno.

Oltre al patetico "preservare i valori occidentali violandoli", in Europa è svanito pure il know-how; tanto che bisogna ricattare i cinesi, quelli sbeffeggiati negli anni passati perché "bravi solo a copiare", per sostenere l'industria automobilistica.https://t.co/uZbTo1G5XM

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 19, 2024

Il "piano" consisterebbe in più dazi e più sussidi pubblici. In sintesi, una cinesizzazione dell'Europa. Se Deng a suo tempo copiò il modello occidentale per prosperare, oggi l'UE crede di poter fare lo stesso ma al contrario. Eccoli i nuovi valori europeihttps://t.co/PSOBD5C24E

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 21, 2024

Ma l'analisi di queste evoluzioni, per quanto interessanti, non arrivano al nocciolo della questione. E qual è? La manipolazione coordinata dei tassi d'interesse nei tredici anni dal 2009 al 2022. Qual era l'obiettivo? Mantenere liquido il mercato dell'eurodollaro a scapito degli Stati Uniti. Anche qui, finché il bacino della ricchezza reale era in espansione e ha permesso agli Stati Uniti di reggere il colpo, nessuno ha prestato attenzione alla trasformazione di suddetto mercato: da cinghia di trasmissione per gli affari internazionali a strumento per sifonare ricchezza reale dagli Stati Uniti. Senza eurodollaro non esisterebbe alcuna City di Londra, dato che è stato suddetto mercato a farla esplodere, in senso positivo, negli anni '60. Così come ha permesso all'Europa di riprendersi in fretta e, soprattutto, meglio dal secondo dopoguerra. Il lato negativo della medaglia è che l'eurodollaro ha finito per impedire agli Stati Uniti di perseguire la propria politica monetaria, dato che la percezione che la FED fosse la banca centrale del mondo non era dovuto tanto al dollaro in quanto valuta di riserva mondiale quanto all'indicizzazione dei debiti globali al LIBOR. Ogni volta, quindi, che la FED doveva abbassare o rialzare i tassi doveva farlo cercando d'intuire come andasse il mercato dell'eurodollaro, rischiando di scatenare crisi per niente dovute a fattori interni. È così che il resto del mondo godeva di un pasto gratis a scapito degli USA.

Dal 2022, però, le cose sono cambiate visto che è entrato pienamente in vigore il SOFR e il LIBOR verrà definitivamente dismesso il prossimo settembre. Adesso sul mercato del SOFR vengono trattati i futures relativi a tal mercato, non più i futures sull'eurodollaro; ora il costo del dollaro a livello internazionale dipende dal suo costo interno, negli Stati Uniti, non più da come veniva trattato a livello di mercati globali attraverso la City di Londra. Questo a sua volta significava che qualora fossero emerse crisi dall'altra parte del globo (a Singapore, in Germania, a Londra, a Bruxellese, ecc.), le ripercussioni si sarebbero riverberate sul LIBOR e per estensione sul mercato statunitense, anche se quest'ultimo poteva non essere la fonte di guai economici. Di conseguenza se la FED avesse voluto tenere alti i tassi per lasciare che una correzione dagli errori economici facesse il suo corso, le sarebbe stato impedito da questo meccanismo infernale: i tassi dei mutui, delle carte di credito e di tutti gli altri debiti indicizzati attraverso il LIBOR sarebbero schizzati ben più in alto rispetto al livello statunitense, forzando quindi la mano alla FED a operare un taglio dei tassi nonostante non ce n'era bisogno a livello interno.

In sintesi, è stato questo stesso meccanismo che ha portato alla crisi del 2008 e ai successivi 10 anni di tassi d'interesse a zero. Addirittura in Europa abbiamo avuto tassi negativi, con asset per l'ammontare di $15.000 miliardi con cedole negative. La finzione che l'euro fosse una valuta più stabile del dollaro è tutta qui. E per quanto i differenziali obbligazionari europei siano ancora superiori a quelli statunitensi, con lo spread treasuries/bund a +185 punti base circa, bisogna tenere a mente che questi asset fino a due anni fa erano trattati sotto lo zero e questo significa che hanno creato degli enormi buchi di bilancio in quelle banche che li hanno usati per sfruttare la leva e fornire liquidità al sistema finanziario. Ovviamente non bisogna intendere questa situazione come un bene assoluto per il sistema bancario statunitense e un male assoluto per quello europeo, anche il primo ha i suoi guai da risolvere e non è esente da pesanti correzioni; ciononostante ha dalla sua la Federal Reserve, il cui meccanismo d'azione è diverso da quello della BCE ad esempio.

La leva finanziaria che aveva caratterizzato il mercato degli eurodollari si sta invertendo e lo sta facendo rapidamente, e senza la capacità di costringere, come in passato, la FED ad abbassare fino a zero i tassi l'Europa non avrà altra scelta se non andare in default. La domanda successiva è: come? Il default può essere dichiarato apertamente, con la concreta possibilità che nessuno più si fidi di te, oppure si può scatenare una guerra contro la Russia o il Medio Oriente, tirarci dentro, obtorto collo, gli Stati Uniti affinché spendano talmente tanto da continuare a pompare liquidità nei mercati e scaricare gran parte degli oneri del default sui perdenti. In quest'ultimo caso il default sarebbe parziale, con successiva emissione di Consol di britannica memoria per compensare coloro che subiranno l'haircut sul debito sovrano. Ecco perché entrambe le parti nella guerra in Ucraina parlano di minaccia esistenziale quando sono chiamati a commentare le azioni dei rivali e parlano di un assetto mondiale che sta cambiando. Ecco perché non ci sarà de-escalation.

"Nell'intervista Stoltenberg [...] ha difeso nuovi piani per la consegna di armi all'Ucraina a prova di Donald Trump."

Cos'è questo se non un colpo di stato? Chi si riempie la bocca di "democrazia" e stato di diritto è il primo a violarli.https://t.co/7tAm81oMKP

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 17, 2024

Ed ecco perché si insisterà sulla cosiddetta integrazione fiscale. Oltre alle obbligazioni SURE, ricordate che il PNRR prevede che la parte definita “a fondo perduto” (per lo stato) venga rimborsata tramite tassazione diretta della Commissione europea sull'Italia.

L'esperimento è iniziato con le obbligazioni SURE durante la pandemia, sta continuando con le obbligazioni europee della stessa matrice per finanziare/alimentare la guerra e, potete scommetterci, sarà sedimentato con bond a supporto di questa iniziativa.https://t.co/FhgPWejn4P

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 12, 2024

I disperati qui sono gli europei, i quali sono più esposti al mercato ombra statunitense rispetto ai player americani stessi dato che, dovendo navigare in mercati con rendimenti ridicoli, dovevano pur sempre generare come minimo un 8% netto sugli investimenti (es. fondi pensione) e l'unico modo per farlo era gozzovigliare con la leva finanziaria. Inoltre è questo lo stesso motivo per cui, nel 2021, Powell ha dovuto affrontare enormi difficoltà prima di poter essere rieletto come governatore della Federal Reserve. Francia, Germania, Olanda e soprattutto Inghilterra, insieme a tutti gli altri colonialisti europei, considerano e hanno sempre considerato gli USA come una colonia europea, di conseguenza non si sono mai fatti scrupoli a influenzare pesantemente le politiche oltreoceano. I mercati finanziari erano il guinzaglio e più precisamente il LIBOR; ora che è stato staccato si può parlare di vera indipendenza statunitense dalle vecchie colonie. Senza contare che suddetti colonialisti hanno sempre disprezzato tutte quelle altre nazioni che hanno resistito al loro ficcanasare, in particolare la Russia. Sono le élite europee quelle che influenzano la politica americana e lo fanno da 200 anni a questa parte; le cosiddette “influenze cinesi”, per quanto possano esserci, sono trascurabili se paragonate a quelle europee. Obama ad esempio è sempre stato un loro pupazzo, così come l'attuale presidente americano è un pupazzo di Obama.

“Wait wait.. I’m the president” pic.twitter.com/R1UYyfLoBo

— Historic Vids (@historyinmemes) May 16, 2024

La storia è testimone di molte volte in cui il rapporto di sudditanza di Stati Uniti nei confronti dell'Inghilterra s'è palesato: Woodrow Wilson che di colpo ricalca la politica estera inglese, il governatore Strong che para le spalle a Norman nel 1925 ricalcando la politica monetaria inglese aprendo le porte alla successiva Grande Depressione degli anni '30, ecc. La conseguenza inintezionale con questo assetto: il dollaro è stato reso critico per il funzionamento della finanza globale e adesso che il LIBOR viene smantellato l'unica fonte di garanzie collaterali credibili e liquide è rappresentato dall'offerta di titoli di stato statunitensi. I titoli europei, tra l'altro buttati fuori dal mercato pronti contro termine degli Stati Uniti già nel 2019, non li vuole nessuno e non sono considerati affatto liquidi; a tutti gli effetti sono i titoli di stato americani a essere la vera valuta al giorno d'oggi, la cinghia di trasmissione grazie alla quale si può accedere alle varie strutture che ancora permettono la leva, o accendere prestiti, oppure porre suddetti asset come garanzia per creare poi altri strumenti derivati (es. CDO). L'unica garanzia collaterale su cui l'Europa poteva contare era l'energia a basso costo proveniente dalla Russia, ma data la semplicità con cui vi ha rinunciato è sintomatico di quanto sia preoccupante la propria situazione finanziaria, soprattutto a livello di credibilità di un debito pubblico impagabile, invendibile e spogliato di ogni credibilità. È un caso, quindi, che sia proprio l'Europa a spingere per un futuro privo di idrocarburi? Un tentativo maldestro di mettere una toppa alla sua mancanza di energia a basso costo.

Il lavoro tassato, in realtà, è solo la seconda derivata, in termini matematici, rispetto alla prima derivata che è il costo dell'energia quando si parla di garanzie collaterali e oggi l'Europa ha perso la sua capacità di avere a disposizione la possibilità di esercitare influenza sul costo di questa classe di asset critica.

Unite i puntini...

1) "Il Niger annulla la licenza di una società francese per la gestione di un'importante miniera di uranio" https://t.co/9hmXjoqvDC

2) "Russia Is Said to Seek French-Held Uranium Assets in Niger"https://t.co/P1eGd2vPhT

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) June 22, 2024

Il disaccoppiamento della Russia è proceduto a passi sempre più spediti sin dal 2015 e ha raggiunto picchi alti durante l'operazione di sabotaggio del Nord Stream da parte dell'intelligence inglese e polacca, coadiuvata dai neoconservatori americani che hanno una visione mackinderiana della geopolitica. Ricordatevi sempre un punto importante: i confini nazionali sono un'illusione, servono solamente a tenere “unito” il bestiame da tassare. Sono un recinto, mentre gli allevatori stipulano contratti (o per usare un linguaggio più formale “costituzioni”) per appaltarne l'uso e, durante periodi di conflitto come questo, scremarne un po' per inviare messaggi. Si tratta di fazioni che lottano tra di loro oppure trovano accordi tra di loro, ciclicamente. Il ciclo economico, in questo contesto, è solo un altro strumento attraverso il quale esercitare una leva sugli avversari. Questo , a sua volta, significa che un'elezioni di Trump potrebbe essere un modo per ritrovare uno spiraglio di ordine e prosperità anche per il resto del mondo? Non lo so, le possibilità sono buone che possa accadere ma non ho una risposta migliore di questa. Chiaramente staremmo parlando sempre di una fazione che persegue il controllo del bestiame sottostante, ciononostante sarebbe una situazione di gran lunga migliore rispetto a quella attuale con l'accoppiata Biden-Obama.

Come minimo è conscio, lui insieme al gruppo di cui è promotore, della minaccia rappresentata dai globalisti in Europa e all'ONU, di conseguenza non mi sorprenderebbe se, qualora eletto, appoggiasse figure come Orban o altri leader di nazioni desiderose di lasciare l'UE. Infatti negli Stati Uniti è stata avviata una contro-rivoluzione ed è iniziata con la FED nel 2022.

L'unico modo in cui l'UE può avere ancora possibilità di vittoria è il caso in cui gli Stati Uniti vengano impantanati in nuova guerra. Il progetto originale di questi narcisisti era quello di scalare gli USA e poi muovere tutti i soldi in Cina. Sono come delle locuste: infestano un campo e lo ripuliscono fino all'osso; nella realtà scaricano vagonate di soldi in un posto, s'insediano in posizioni chiave, divorano gli asset principali e poi si spostano in nuovo posto. Stesso copione visto in Africa, Medio Oriente. Perché ora, potreste chiedere? Perché non nel 2010 sulla scia della Grande crisi finanziaria? Perché lo spazio di manovra nel bilancio delle banche centrali è finito, la leva finanziaria è stata talmente tanto sfruttata d'aver saturato i bilanci di tutte le entità finanziarie. Da qui la necessità della FED di ridurla e contrarre il proprio bilancio, a differenza della BCE, che sfruttando una presunta superiorità dell'euro, avrebbe potuto approfittare di una situazione in cui una linea di politica coordinata tra le banche centrali avrebbe optato per un default parziale. Infatti è esattamente questo il potere unico degli Stati Uniti: aver onorato ogni singola cedola obbligazionaria negli ultimi 50 anni. Rompere questa fiducia avrebbe significato “Game over” per lo zio Sam.

Per quanto le riserve di liquidità estere abbiano disinvestito dal dollaro, i titoli di stato americani rappresentano ancora una classe di asset credibile e liquida in virtù di suddetto fatto storico. A Powell e alla fazione dietro di lui sta bene che il dollaro smetta di essere la valuta di riserva mondiale, dato che ha portato solo guai alla nazione. Ecco perché gli Stati Uniti stanno anche attivamente promuovendo Bitcoin: una potenziale valute di saldo internazionale non controllata da nessuno. Ciononostante l'euro non è in grado di ricoprire questo ruolo: non ha collaterale e ha praticamente devastato il proprio mercato obbligazionario con i tassi negativi. Nel frattempo la Cina rimane a guardare, cercando di gestire al meglio possibile la sua bolla immobiliare e resistere ai venti contrari che si sprigionano da Ovest. Infatti, come ricordato spesso, i BRICS non hanno niente a che fare con una nuova valuta di saldo internazionale, bensì hanno tutto a che fare con alleanze strategiche e zone d'influenza ridisegnate. La cinesizzazione del resto del mondo dipende tutto da un singolo e cruciale fattore: la capacità degli Stati Uniti di cosnervare la loro credibilità finanziaria e creditizia. Per quanto possa essere paradossale, anche la Russia spera che le cose vadano così perché non credo voglia essere per sempre la “pompa di benzina” della Cina, un rapporto di sudditanza forzato dalla circostanze.

È una race to the bottom e l'Europa spera di finire ultima, così quando tutto sarà distrutto essa possa ricostruire più veloce degli altri, attirando capitali finanziari e umani, in modo da poter dettare le regole.


CONCLUSIONE

La teoria Austriaca del ciclo economico è una bussola per orientarsi negli aspetti economici che riguardano la propria vita sociale e finanziaria; la teoria Austriaca del ciclo geopolitico è invece una bussola più grande posizionata sulla precedente. In sintesi, è questo il copione: collassare un sistema arrivato alla data di scadenza e conservare denaro e influenza sulle altre fazioni concorrenti. Non pensiate che i pianificatori centrali siano stupidi o facciano cose stupide. La domanda corretta da porsi è la seguente: hanno un piano? Per quanto vetusto è lo stesso di quello già visto durante la Seconda guerra mondiale: distruggere e ricostruire per ricreare nuovo spazio di manovra nei bilanci. Allora andò così: l'Europa spostò i proprio capitali negli USA, venne pompata l'industria bellica con la quale distruggere le città europee e falciare la popolazione mondiale, e infine venne pompata l'industria della ricostruzione attraverso il Piano Marshall da cui vennero gettate le basi dell'eurodollaro e della scalata agli Stati Uniti. Stesso copione era pronto per la Cina, solo che Xi, una volta ricevuti i capitali, ha alzato il dito medio: “Grazie per i soldi, adesso quella è la porta”. Ecco perché solo di recente Xi e la Cina sono diventati “il male” agli occhi della stampa generalista e, ad esempio, l'Italia è uscita dalla Belt & Road Initiative.



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La vicenda di Tornado Cash: gli stati odiano quei software che potenziano la privacy

Gio, 27/06/2024 - 10:10

 

 

di Andrea Togni

Il 14 maggio Alexey Pertsev, uno degli sviluppatori principali di Tornado Cash, è stato giudicato  colpevole di riciclaggio di denaro da un tribunale olandese e condannato a sessantaquattro mesi di prigione. Tornado Cash è un protocollo di tutela della privacy sviluppato per la blockchain di Ethereum: consente agli utenti di depositare fondi in una pool e ritirarli asu un indirizzo diverso, rendendo così impossibile per gli osservatori esterni monitorare l'attività finanziaria. È completamente no custodial, il che significa che gli utenti hanno il controllo del proprio denaro in ogni fase del processo. In altre parole, gli sviluppatori non dispongono di alcun mezzo tecnico per controllare il modo in cui gli individui interagiscono con gli smart contract di Tornado Cash.

A causa delle sue caratteristiche di tutela della privacy, Tornado Cash è stato sanzionato dall'Office of Foreign Assets Control nell'agosto 2022: citando preoccupazioni relative al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, il governo degli Stati Uniti ne ha reso illegale l'utilizzo per i cittadini statunitensi. Subito dopo questo inserimento nella lista nera dell'OFAC, Pertsev è stato arrestato nei Paesi Bassi; Roman Storm e Roman Semenov, gli altri sviluppatori principali di Tornado Cash, sono stati arrestati dalle autorità statunitensi nell'agosto 2023 e accusati di riciclaggio di denaro e violazione delle sanzioni. La sentenza contro Pertsev crea un precedente che minaccia non solo la libertà degli sviluppatori di scrivere codice open source, ma anche la capacità degli utenti di effettuare transazioni senza essere tracciati da terze parti indesiderate, compresi i ficcanaso dello stato. La guerra alla privacy intrapresa dai regolatori occidentali è in pieno svolgimento.


Una sentenza davvero senza precedenti

Mentre una banca tradizionale è tecnicamente in grado di impedire ai clienti di spostare fondi se ritiene il trasferimento sospetto, ciò non può accadere con Tornado Cash: gli utenti possono interagire con gli smart contract come desiderano senza chiedere il permesso a nessuno, compreso Pertsev. Anche ora, con Pertsev, Storm e Semenov in prigione e nonostante le sanzioni dell'Office of Foreign Assets Control, gli smart contract su Tornado Cash sono disponibili sulla blockchain di Ethereum e possono essere utilizzati da tutti.

Nonostante ciò il giudice ritiene che Pertsev sia colpevole di riciclaggio di denaro perché Tornado Cash può essere sfruttato da altri per riciclare denaro; vale a dire, il semplice fatto che i criminali possano utilizzare il software sviluppato da Pertsev è sufficiente per fare di quest'ultimo un criminale. Se questo principio viene applicato in modo coerente, gli sviluppatori di browser che preservano la privacy, come Tor, o di app di messaggistica, come Signal, potrebbero essere messi in prigione perché nulla impedisce ai criminali di utilizzarli per comunicare.

La Corte incalza che è risaputo che gli strumenti finanziari che tutelano la privacy possono essere sfruttati da chi ricicla denaro, ma è anche risaputo che le automobili possono essere utilizzate da conducenti spericolati: la BMW dovrebbe, quindi, essere trattata come un'organizzazione criminale? Il CEO di Nokia dovrebbe essere messo in prigione perché potrei usare il mio telefono per colpire violentemente uno sconosciuto che cammina per strada?

Il giudice sostiene che Pertsev avrebbe dovuto scrivere un software più conforme alla legge. Tuttavia Tornado Cash consente agli utenti di dimostrare che i loro fondi provengono da attività legali; inoltre la sua interfaccia utente impedisce il deposito di fondi da indirizzi sanzionati noti. Tutto questo, però, non è stato sufficiente per il tribunale perché gli attori tecnicamente esperti possono aggirare l’interfaccia utente e interagire direttamente con lo smart contract. La sentenza riconosce la natura decentralizzata e inarrestabile di Tornado Cash e spiega che ciò peggiora la situazione di Pertsev: la resistenza alla censura garantisce la libertà sia ai cittadini rispettosi della legge che ai criminali, cosa che lo stato è determinato a non consentire.

Alla fine i regolatori vogliono che gli sviluppatori open source scrivano software che piaccia allo stato ed evitino di scrivere quel software che non gli piace. Dato che il codice informatico è una forma di comunicazione, i governi occidentali stanno conducendo un attacco a tutti gli effetti contro la libertà di espressione. L'Inquisizione perseguiva gli intellettuali per aver scritto libri non conformi alla dottrina della Chiesa cattolica romana: dopo tutto, i libri sono pericolosi perché le idee eretiche possono essere sfruttate per sconvolgere l'ordine sociale stabilito. I nazisti distrussero “l’arte degenerata” perché non era compatibile con la loro ideologia; dopo tutto, l’arte può plasmare la mente degli individui, il che è un privilegio che solo lo stato deve avere.

Al giorno d’oggi i regolatori occidentali mettono le persone in prigione perché scrivono software che non piace loro; dopo tutto, il software open source può essere utilizzato per aumentare la libertà e sfuggire alla sorveglianza finanziaria, il che è chiaramente inaccettabile per i governi occidentali ossessionati dal controllo sociale.

È interessante notare che la sentenza menziona le linee guida sul riciclaggio di denaro e sulle criptovalute della Financial Action Task Force, un’organizzazione intergovernativa che “stabilisce standard internazionali che mirano a prevenire attività illegali e il danno che causano alla società. In quanto organismo decisionale, lavoriamo per generare la volontà politica necessaria per realizzare riforme legislative e normative nazionali in questi settori”.

In altre parole, la FATF è un organismo di burocrati non eletti che esercita una grande influenza sui governi e sui tribunali di tutto il mondo emettendo “raccomandazioni” che i Paesi non possono fare a meno di attuare, a meno che non vogliano essere inclusi nella sua lista nera e quindi essere sanzionati dal sistema finanziario occidentale. Inutile dire che le “raccomandazioni” della FATF vanno sempre nella direzione della sorveglianza finanziaria: il suo approccio basato sul rischio si basa sulla premessa che la privacy e la libertà finanziaria sono un rischio per la stabilità del sistema finanziario, il che significa che ogni transazione è sospetta per impostazione predefinita e che gli individui debbano dimostrare la propria innocenza se le autorità lo richiedono.

Se tutto è un rischio, allora scrivere software open source, decentralizzato e che tuteli la privacy rappresenta un enorme rischio per la capacità delle autorità di regolamentazione di sorvegliare e controllare il sistema finanziario. Ciò spiega perché il significato del termine “riciclaggio di denaro” viene ampliato in modo che sviluppatori come Pertsev possano essere messi in prigione anche se non hanno fatto altro che scrivere software che altri possono utilizzare autonomamente.


La necessità di continuare a utilizzare software di tutela della privacy

La teoria della divisione dei poteri afferma che i rami esecutivo, legislativo e giudiziario devono essere mantenuti separati in modo da poter creare un sistema di controlli ed equilibri. Tuttavia la sentenza contro Pertsev dimostra che alla fine il sistema giudiziario tende a mettere in pratica qualunque assurdità venga presentata dagli altri due poteri. Non a caso il Bank Secrecy Act ha stabilito la maggior parte della legislazione antiriciclaggio nel 1970, un anno prima della chiusura della finestra dell’oro e dell’inizio dell’era contemporanea del denaro fiat.

In un sistema monetario fiat, il valore del denaro non è supportato da nient’altro che dalla fiducia delle persone nelle istituzioni politiche. Dato che gli stati sono sempre sul punto di violarla, l’unico modo per far durare un sistema monetario fiat è impedire agli individui di sfuggirgli. Senza la sorveglianza finanziaria, il castello di carte del sistema contemporaneo sarebbe già crollato, come spesso accadeva prima del 1971.

L'arresto di Pertsev non mira a contrastare la criminalità, ma a fare di lui un esempio. Il metodo adottato dalla corte olandese ricorda quello adottato dall'Inquisizione romana. Secondo il Directorium Inquisitorum del 1578 “la punizione non avviene primariamente e di per sé per la correzione e il bene del punito, ma per il bene pubblico, affinché gli altri si spaventino e si distolgano dai mali che commetterebbero”. Condannando Pertsev a più di cinque anni di prigione, lo stato vuole creare un effetto a cascata che allontani le persone dallo scrivere e dall'utilizzare software che preserva la privacy. D'altro canto le azioni degli stati dimostrano che hanno paura della privacy e che sanno che una popolazione attenta ad essa è uno dei maggiori ostacoli al loro potere. L'unica risposta possibile al loro comportamento tirannico è normalizzare la privacy continuando a utilizzare software che impedisca a terze parti indesiderate d'interferire con la vita privata di un individuo.

Alla fine la libertà non deve mai essere data per scontata: gli individui che agiscono devono lottare per essa. La lotta inizia con il sostegno agli sviluppatori open source che scrivono codice informatico che preserva la privacy e la protegge senza chiedere il permesso a nessuno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il ritorno dello stato-persona

Mer, 26/06/2024 - 10:02

 

 

di Jeffrey Tucker

Nella sua infinita ricerca di creare tassonomie di ogni cosa, Aristotele guardò ai tipi di sistemi politici. Il suo libro, Politica, costituisce uno studio affascinante ancora oggi. Eppure esiste un modello più pulito che rivela molto sul mondo in cui viviamo e la prima volta che l'ho incontrato è stato in Ascesa e declino dello stato di Martin van Creveld. Egli distingue tra stato personale e stato nazionale e tale distinzione è sia storica che teorica.

Perché è importante? Perché rivela una lotta di fondo nella nostra epoca: lo stato-nazione sta fallendo. La crescente pressione populista sta spingendo affinché venga convertito in uno stato-persona con un’ideologia di destra o di sinistra, ma un tale stato è al tempo stesso anacronistico e destinato a fallire in modo ben peggiore. Entrambe le forme di stato rappresentano una minaccia alla libertà, ma ciascuna presenta pericoli particolari.

Prendiamo innanzitutto in considerazione lo stato-persona. Pensate ai faraoni, ai Cesari, ai capi tribù, agli imperatori e ai re dell'antichità. In qualunque modo avessero ottenuto il controllo – graduale acquiescenza alle qualità di leadership, attaccamento religioso, o vera e propria conquista militare – lo stato-persona esalta il grande uomo come incarnazione dello spirito di un popolo. I successi delle persone sotto il suo controllo sono i successi del leader, mentre i fallimenti sono sempre dovuti a persone esterne. È una fonte di salvezza del mondo e talvolta di immortalità trascendente.

Nello stato-persona coloro che combattono nell'esercito sono alle dipendenze di un solo uomo; lo stesso vale per gli esattori delle tasse, i censori e le forze di sicurezza. Anche la classe clericale è sussunta sotto il capo dello stato. Non c'è limite al potere dello stato-persona, cioè al potere del singolo uomo.

E veniamo ora al test cruciale: cosa succede allo stato quando muore il grande uomo? Se lo stato muore con lui, allora è davvero uno stato-persona. Se viene passato per le armi, lo stato stesso crolla con lui; questo perché lo stato lavora direttamente per lui e in sua assenza diventa disancorato e privo di qualsiasi legittimità. Il risultato è instabilità politica, con fazioni che gareggiano per prenderne il posto, a meno che, ad esempio, non vi sia una tradizione di chiara successione: i poteri del re passano al figlio, e così via.

Gli stati-persona iniziarono a uscire dalla fase storica nel Medioevo, per essere gradualmente sostituiti nel contesto europeo da una nuova creazione chiamata stato-nazione. In parte il motivo era la convenienza: il potere non aveva più un singolo punto di fallimento. Con la costruzione dello stato-nazione, il libero scambio sostituì il mercantilismo; vantaggi e privilegi della classe dirigente si estesero dal centro alle classi inferiori; i capi amministrativi sostituirono i dittatori.

Lo stato-nazione ha una struttura completamente diversa. È ancora potente, ma non tutto il potere risiede in un solo uomo; ha una burocrazia con legittimità esistenziale separata dall’esecutivo. In base alla progettazione dovrebbe essere immortale: il re muore, ma la burocrazia sopravvive. I monarchi passano, ma l’esercito di burocrati continua a governare; il principe cade, ma la riscossione delle tasse continua. Il potere dello stato-nazione è disperso tra una classe dirigente che condivide i poteri pur impiegando un portavoce o un esecutivo, ma il potere non dipende dalla vita dell'esecutivo. È immortale.

Uno stato-nazione dipende da una codifica del potere al di fuori della volontà dell’esecutivo. Potrebbe essere una Costituzione, una tradizione radicata, o semplicemente un corpo di legge. Potrebbe essere un codice normativo. Qualunque cosa sia, lo scopo è quello di distaccare la capacità della burocrazia di gestire la società con o senza il capo attorno. Nel modello di stato-nazione ogni funzionario eletto o nominato potrebbe salire su una nave per la Cina e le tasse continuerebbero a essere riscosse, gli editti applicati, le pene detentive emesse e le guerre continuerebbero a essere combattute.

L’innovazione dello stato-nazione è stata la creazione di uno “stato profondo” che opera al di fuori del controllo dell’esecutivo. Non c'è nulla di scioccante in questo; è la sua progettazione, un metodo per limitare la centralizzazione del potere. Lo stato profondo non è nulla che sia necessario portare alla luce con una teoria della cospirazione; è proprio davanti a voi nelle strutture concrete che ospitano il settore pubblico e sono popolate da infiniti lavoratori che non sono né eletti né nominati da coloro che invece sono eletti.

Si noti che decentralizzare il potere all’interno dello stato non significa ridurlo. Gli stati-persona sono in qualche modo limitati, semplicemente perché nessun uomo può controllare tutte le cose. Il tentativo, nelle parole di Nikita Krusciov, significa provare a modellare un pentola di pasta. Le dittature sono spesso limitate dalla volontà dei sudditi: non resteranno per sempre ingabbiate sotto il controllo di un'unica volontà. Inoltre gli stati-nazione sviluppano burocrazie oppressive, esasperanti sistemi di cambiamento, reti di corruzione ed eserciti di sostenitori di coloro che sono lì solo per vivere del sistema senza assumersi alcuna responsabilità per i risultati.

La modernità ha conosciuto per lo più solo stati-nazione, ma con alcune eccezioni. Ogni leader sovietico cercò gradualmente di trasformare lo stato-nazione in un’estensione della propria volontà, ma nessun leader ci riuscì. L’apparato più profondo del regime reagì sempre. Lo stesso valse per Hitler sotto il nazismo: nemmeno lui, malgrado ogni tentativo, riuscì a controllare tutto sotto il suo controllo. Gli altri famosi teppisti di quel periodo fecero del loro meglio per creare stati-persona, ma alla fine non riuscirono mai a ricreare ciò che era passato da tempo.

Tenendo presente questo modello, come comprendiamo il momento attuale? Lo stato-nazione con la sua litania di meschine oppressioni è fortemente sotto pressione a causa delle proteste pubbliche in tutto il mondo. Provate ad aumentare la tassa sul gas e Parigi esplode; aumentate le tariffe della metropolitana in Cile e la gente scenderà in strada; minacciano l'estradizione a Hong Kong e la popolazione grida no; provate a tassare le telefonate in Libano e la folla impazzirà e chiederà che tutto venga fermato. Dietro tutte queste proteste si nascondono frustrazioni più profonde legate alla corruzione, al radicamento della classe dirigente, ai favoritismi e alla stagnazione economica.

Tutto questo è relativamente nuovo, sono segni del superamento di un paradigma, le tensioni di una vecchia ortodossia diventano qualcosa di nuovo. Il problema è che nessuno è d’accordo su cosa dovrebbe essere questo qualcosa di nuovo.

Ci sono tutte le opportunità affinché nasca l'aspirante capo di nuovi stati-persona: prometterebbero la fine della corruzione e l'emergere di un nuovo sistema sotto il loro totale controllo. Pensate a Commodo nel film Il Gladiatore quando si lamenta della corruzione del Senato, o a Bane in Batman che dice cose vere sui fallimenti del sistema attuale. I fallimenti incredibilmente evidenti dello stato-nazione stanno aprendo la strada a nuovi stati-persona sia da sinistra che da destra.

Questa è la direzione in cui ci sta portando la politica. Grandi leader, grandi visioni, piani imposti personalmente. Alla fine il nostro ruolo come elettori è quello di scegliere tra due forme di potere che depotenziano il resto di noi.

È la resurrezione dello stato-persona per sostituire lo stato-nazione fallito, ma sarà sicuramente seguito da uno stato-persona fallito che sarà sostituito da uno stato-nazione rinato, e così via.

Dobbiamo uscire da questo ciclo di abusi. Ci sono caratteristiche terribili in tutte le forme di stato e non dovremmo limitare i nostri desideri a una selezione di tipi di oppressione. La migliore idea di modernità non era né lo stato-persona né lo stato-nazione, ma l’idea della libertà, la convinzione che le società e le economie prosperano di più quando vengono lasciate in pace da burocrazie e dittatori. Ancora meglio, eliminare le strutture del potere; l'unica cosa immortale dovrebbe essere il diritto di ciascuno a vivere una vita dignitosa e libera.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Costo della vita fuori controllo e bias di conferma sull'inflazione (dei prezzi)

Mar, 25/06/2024 - 10:04

 

 

di David Stockman

L’economia statunitense ha bisogno di un sollievo maggiore di fronte al recente impatto inflazionistico rispetto al tasso di rallentamento stimato dalla FED nell’aumento del livello dei prezzi nell’anno a venire. Dopo tutto, ecco l’aumento del costo principale dei beni di consumo da gennaio 2017.

Variazione delle componenti fondamentali del costo della vita da gennaio 2017:

• Cibo: +32%

• Immobili: +34%

• Energia: +35%

• Servizi di trasporto: +36%

Nel caso dei risparmiatori, dei pensionati e dei lavoratori dipendenti i cui i salari non hanno tenuto il passo con l’indice dei prezzi al consumo, la punizione di cui sopra non è sufficiente? Non si tratta, in realtà, di un’espropriazione da parte dello stato del loro tenore di vita e della modesta ricchezza da loro accumulata?

In ogni caso, cosa diavolo c’è di così urgente nei tagli dei tassi quando l’economia è ancora in rapida crescita e l’inflazione cumulativa degli ultimi sette anni non è stata minimamente alleviata?

Aumento delle principali componenti del costo della vita nell’IPC da gennaio 2017

L’affermazione secondo cui i tagli dei tassi aumenteranno il tasso di crescita della produzione, dell’occupazione, degli investimenti e della spesa per Main Street non regge. Tassi d'interesse artificialmente bassi alimentano l’indebitamento per la speculazione e l’ingegneria finanziaria (ad esempio, riacquisti di azioni proprie) a Wall Street, non l’indebitamento per investimenti produttivi o anche per un maggiore “consumo” da parte del settore delle famiglie, che ora è sepolto nel debito dopo decenni di denaro facile.

Infatti l’unico modo in cui quest'ultimo induce le famiglie a spendere più del tasso di crescita dei loro redditi è se queste aumentano costantemente il loro rapporto debito/reddito. Ciò alimenta prestiti incrementali, che a loro volta possono integrare la spesa derivante dal reddito corrente.

E questo è esattamente quello che è successo nel mezzo secolo che ha preceduto la grande crisi finanziaria. Il rapporto debito/reddito delle famiglie era pari al 70% nel 1960, ma da allora in poi è schizzato alle stelle, soprattutto dopo che Greenspan ha aperto i rubinetti della FED dopo il 1987. Nel primo trimestre del 2009 il rapporto di leva delle famiglie era pari al 227% (area viola) ed è stato proprio questo massiccio aumento a incidere sulla spesa delle famiglie durante l'intervallo di tempo.

Dal primo trimestre del 2009 il settore delle famiglie ha registrato una lenta ma costante riduzione dell’indebitamento, con un rapporto ora sceso al 166% a partire dal quarto trimestre del 2023. Ciò significa che il magico elisir dello “stimolo monetario” non funziona più in questo settore.

Esplosione dell’indebitamento delle famiglie nel periodo 1960-2009 e deleveraging sin da allora

Per quanto riguarda la fandonia della crescita dal lato dell’offerta, non si può negare che la quantità di stimoli monetari sia stata fuori scala rispetto a tutta la storia precedente. Infatti il bilancio della FED, pari a $7.500 miliardi, è ancora più di 8 volte il livello pre-crisi del quarto trimestre del 2007.

Tuttavia, quando si tratta della crescita reale della produzione a valore aggiunto durante il periodo di sei anni dal primo trimestre del 2018 al quarto trimestre del 2023, il grafico seguente vi dice tutto ciò che dovete sapere. In altre parole, la produzione a valore aggiunto reale nel settore sanitario, dell’istruzione e dell'assistenza sociale è cresciuta a un tasso annuo del 2,71%, pari a 3 volte il tasso di crescita reale dello 0,90% del settore della produzione di beni non durevoli.

Tale settore non ha bisogno di soldi facili o di tassi d'interesse ultra bassi per crescere. La domanda nel settore della sanità, dell’istruzione e dell'assistenza sociale è finanziata in larga parte da trasferimenti fiscali governativi, compresi i sussidi impliciti nelle detrazioni e nelle preferenze per l’assistenza medica del codice IRS.

Infatti la linea rossa nel grafico qui sotto rappresenta il settore in più rapida crescita dell’economia statunitense durante suddetto periodo di sei anni, ma oserei dire che non è dipeso dai bassi tassi d'interesse bensì dai diritti legali e da disposizioni del codice fiscale di lunga data, i quali generano essenzialmente lo stesso livello di domanda e di produzione indipendentemente dal fatto che il tasso di riferimento statunitense sia all’1% o al 7%.

Allo stesso tempo è altamente improbabile che un ritorno a tassi bassi possa fare molto per i tassi di crescita moribondi dell’economia industriale, come qui rappresentato dal valore aggiunto reale nei settori dei beni non durevoli. Molto tempo fa gran parte della produzione statunitense di scarpe, camicie, lenzuola, articoli per la casa e simili veniva delocalizzata all’estero in luoghi a basso costo. E bloccare gli attuali livelli gonfiati dei costi interni più un altro 2-3% annuo in futuro non li riporterà indietro.

In sintesi, il modo in cui la FED giocherella con i tassi d'interesse è in gran parte irrilevante per il percorso dal lato dell’offerta dei due settori mostrati di seguito e di innumerevoli altri proprio come loro.

Valore aggiunto reale: il settore dell’istruzione, della sanità e dei servizi rispetto ai beni durevoli, dal 2018 al 2023

Infine è ridicolo affermare che la FED debba tagliare i tassi per stabilizzare i mercati finanziari e compensare la presunta volatilità intrinseca del libero mercato

Ma per favore!

Ognuna delle principali recessioni e crisi nei mercati finanziari degli ultimi sessant’anni è stata causata dallo stato e dalle macchinazioni della sua banca centrale. L’idea stessa che esista un terzo mandato implicito chiamato “stabilità finanziaria” (dopo il controllo dell’inflazione e la piena occupazione) è ridicola. Mi fa venire in mente il giovane che uccide entrambi i genitori e poi si affida alla clemenza della corte perché è orfano!

Tagliare drasticamente i tassi in qualsiasi momento quest’anno, o in futuro, equivarrebbe a un crimine finanziario. Dopo solo una breve permanenza di circa otto mesi a malapena in territorio positivo (area viola) dal luglio 2023, i tassi reali o aggiustati all’inflazione tornerebbero al di sotto dello zero, dove sono rimasti in modo distruttivo per gran parte degli ultimi decenni.

Naturalmente questo sviluppo sarebbe accolto con grande favore sia dagli speculatori di Wall Street che dai guerrafondai e dagli spendaccioni di Washington. Ed è proprio questo il motivo per cui non dovrebbe essere fatto.

Tasso di riferimento statunitense aggiustato all’inflazione, dal 2001 al 2024

Una volta che scoppia un’inflazione elevata in tempo di pace, gli economisti mainstream, sconcertati, abbracciano l’idea che la banca centrale debba promuovere una cura delicata e graduale “accomodando” una parte significativa del crescente livello dei prezzi per timore che una crescita troppo tirata del credito farebbe salire i tassi d'interesse reali e metterebbe in ginocchio l’economia.

L’effetto di questa sfortunata ipotesi è stata l’introduzione della gestione del tasso d'inflazione nel mandato, negli strumenti e nel vocabolario della FED. Anche se l’“obiettivo” ufficiale al 2% non si è concretizzato se non decenni dopo, è entrato in vigore de facto durante la presidenza Volcker e dei suoi successori. Alla fine l’idea che la FED non gestisse le riserve bancarie e il credito, ma fosse responsabile della performance dell’intero PIL, compreso il tasso di aumento del livello generale dei prezzi, è diventata profondamente radicata nell’istituzione.

A dire il vero Paul Volcker era estremamente cauto nel gestire l’inflazione e nel ridurre deliberatamente il tasso di aumento dei prezzi, ma in fondo era anche un buon uomo d’affari. Era disposto ad accogliere l’inflazione solo in misura limitata ed era pronto a rischiare una contrazione economica se ciò fosse stato necessario per spezzare la schiena alla speculazione finanziaria e alla spirale salari/prezzi/costi che si era instaurata durante gli anni ’70.

Infatti questo è ciò che è accaduto e la profonda recessione del 1981-1982 accelerò il ritmo della disinflazione. Dal picco annuo del 14,6% nel marzo 1980, l’aumento dell’IPC rallentò bruscamente fino ad appena il 2,36% nel luglio 1983.

A quel punto Volcker era riluttante a perorare la causa del concetto di stabilità dei prezzi, anche se era costretto a fare i conti con il cowboy texano (cioè James Baker) che aveva preso il comando del Tesoro durante il secondo mandato di Reagan. Questi ultimi imposero l’abominio degli Accordi del Plaza nel 1985, una manovra “coordinata” e/o imposta a livello globale per distruggere il dollaro forte, importando così nuovamente pressioni inflazionistiche nell’economia statunitense.

In ogni caso, il tasso di inflazione annuo toccò il minimo all’1,91% nel febbraio 1987 e quello stesso mese Howard Baker divenne capo dello staff della Casa Bianca. Da quel momento in poi i due Baker – James e Howard, entrambi amanti del denaro facile – gestirono di fatto una reggenza del Partito rpubblicano alla Casa Bianca. Così facendo non avrebbero permesso che l’indipendente Volcker ostacolasse il successo elettorale repubblicano.

Una volta fuori Paul Volcker, il suo successore, Alan Greenspan, si trovò presto ad affrontare il famigerato crollo del mercato azionario il 19 ottobre 1987. Successivamente l'ex-sostenitore del gold standard e discepolo di Ayn Rand aprì i rubinetti monetari della FED avviando così una nuova ondata di pressione inflazionistica durante gli ultimi anni degli anni ’80.

Come risulta evidente dal grafico qui sotto, la vittoria parziale di Volcker sull’inflazione ebbe un cortocircuito dopo la metà del 1983. Nel complesso il livello dei prezzi aumentò del 71%, o del 3,3% annuo, durante il successivo crollo del mercato azionario, quando il NASDAQ crollò del 33% durante 30 giorni di negoziazione nel marzo/aprile 2000.

Variazione IPC annua, dal marzo 1980 al marzo 2000

Questa capitolazione verso un’inflazione permanente e residua nella zona del 2-4% è stato un enorme errore storico. Ha aperto la strada agli “effetti ricchezza” greenspaniani e alle conseguenti aberrazioni economiche: un’economia malconcia che ha dato il via alla massiccia delocalizzazione dell’industria americana, oltre all’implacabile inflazione degli asset finanziari che ha inondato Wall Street con enormi quantità di ricchezza immeritata.

Il fattore scatenante di questo inaspettato crollo è stato l’errore fondamentale di Greenspan: ha inventato l’argomentazione spuria secondo cui un’inflazione al 2-3% era sufficiente, quando l’esigenza effettiva era quella di eliminare la struttura inflazionistica dei costi che era già radicata nell’economia statunitense a causa della follia inflazionistica degli anni ’70.

L'eredità di Greenspan non è stato altro che un gigantesco disastro inflazionistico: pianificazione monetaria centrale e obiettivi pro-inflazione da parte della banca centrale. Basti ricordare perché un’enorme quota delle merci americane proviene ora dalla Cina e da altre parti della catena di fornitura globale a basso salario. In altre parole, la FED ha semplicemente inflazionato i costi unitari dei lavoratori americani, i quali sono diventati sempre meno competitivi sui mercati globali.

Crescita del costo unitario del lavoro negli Stati Uniti, dal 1970 al 2024


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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