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Perché i keynesiani si sono ridotti a consigliare la pura e semplice stampa di denaro

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[Nota dell’editore: questo articolo è un adattamento dal saggio del 2003 pubblicato sul “Quarterly Journal of Austrian economics” intitolato “Nuove visioni keynesiana nell’economia monetaria: un commento”. Nel momento esatto in cui tutti gli economisti hanno abbandonato le loro convinzioni secondo cui le risorse vadano allocate secondo metodi di mercato in favore di politiche di “stimolo”, in questo saggio Hülsmann ci fornisce un riassunto breve e allo stesso completo circa i problemi sottostanti le moderne teorie sulla moneta].

La fallacia essenziale di John Maynard Keynes e dei suoi primi discepoli, era quella di pretendere di fornire l’equivalente monetario delle pratiche alchimiste. Costoro credevano che la moneta cartacea fosse un giusto mezzo mediante il quale sarebbe stato possibile alleviare il dato fondamentale economico della scarsità. La stampante monetaria, insomma, era considerata – a qualsiasi tasso e sotto certe condizioni (non importa quanto forzate) – un buon sostituto di quelle che una volta erano considerate virtù, come il duro lavoro, la capacità di risparmiare e della capacità del mercato di abbassare i prezzi (Hazlitt 1959, 1960).

Quelli che si autodefiniscono “neokeynesiani” non hanno abbandonato del tutto questa fallacia, e di conseguenza non differiscono in nulla – sotto questo aspetto – dalle loro controparti più vecchie. La raccomandazione dei neokeynesiani odierni circa la funzione delle politiche monetarie è quella di “stabilizzare il tasso di crescita della domanda aggregata” o – in un linguaggio più semplice – ciò significa che le autorità monetarie non possono permettersi di far cessare l’inondazione dei mercati con la loro moneta fiat. Questo non è altro che il molto facilmente riconoscibile principio monetario dei keynesiani della “vecchia scuola”, che in se stesso non è altro che la riproposizione in salsa “aggregata” di errori e fallacie che vanno in giro da secoli.

Sotto molti aspetti, le visioni circa la teoria monetaria dei neokeynesiani sembrano essere addirittura più fallaci rispetto a quelle dei loro predecessori. Mentre Keynes ed i suoi primi seguaci erano ancora capaci di compiere dei ragionamenti economici secondo le vecchie modalità, i neokeynesiani non sono altro che dei “purosangue” macroeconomici1. La loro esperienza consiste in gran parte nell’essere capaci di elaborare dei modelli economici e nel fare ciò, come sempre accade quando si parla della macroeconomia in termini generali, essi adottano una metodologia spiccatamente positivistica (investendo quindi tutte le loro energie nel trovare delle relazioni quantitative tra le azioni umane, piuttosto che cercare di analizzare l’azione umana in sé e per sé). Senza alcuna sorpresa, quindi, la loro “scienza” macroeconomica assomiglia ad un miscuglio di congetture, convenzioni e simboli che sono tutte indirizzare a consentire un’analisi delle questioni economiche da un punto di vista quantitativo. Ad un certo punto della sua trattazione, Zimmermann conclude brevemente che il tasso di inflazione ottimale dovrebbe essere zero; inoltre aggiunge che: “c’è un diffuso consenso circa il fatto che un tasso di inflazione ottimale si trovi nell’intervallo tra gli zero ed i due punti percentuali, consentendo una certa elasticità per gli errori di misurazione” (Zimmermann, 2003 p.7).Coloro i quali sono meravigliati da questo cambio improvviso di opinioni possono anche immaginarsi la correttezza di come una raccomandazione di politica economica derivata dal solo consenso di personalità economiche del mondo accademico possa avere qualcosa a che vedere con la scienza. Dei problemi di natura simile nascono con il repentino cambiamento di prospettiva tra enunciazione di verità di fatto e pronuncia di giudizi di valore e, per usare le espressioni dei neokeynesiani, tra i “principi” e i “principi primi” e così via. Negli scritti degli economisti di scuola Austriaca, questi termini hanno dei significati completamente diversi.

I più onesti tra i neokeynesiani hanno la decenza di ammettere che i loro modelli non sono una rappresentazione realistica di quello che avviene nel mondo reale; ammettono che il loro ragionamento è basato su convenzioni e compromessi stabiliti a tavolino circa la natura più o meno realistica di un carattere, che dunque è puramente arbitrario. Ma credono, inoltre, che la scienza economica non possa fare meglio di così, laddove gli Austriaci pensano di avere un miglior approccio alle questioni economiche. Di conseguenza, da una prospettiva austriaca, le politiche neokeynesiane non possono essere considerate il risultato di una scienza a tutti gli effetti. Per esempio, è vero che i banchieri centrali possono essere considerati degli “zar economici” armati delle migliori intenzioni? Ed è realmente vero che i banchieri centrali possano e debbano minimizzare la distanza dell’output effettivo da quello potenziale? Ancor più importante, anche se noi assumessimo (per amor di discussione) che entrambe queste domande possano trovare una risposta affermativa, non abbiamo ancora illustrato i problemi centrali dell’analisi delle varie politiche monetarie; dei problemi – questi – che richiedono un’analisi estremamente lucida prima che si possa essere in grado di fornire delle raccomandazioni di politica economica ai vari policymakers. Uno ad esempio può essere questo: come riuscirebbero i banchieri centrali, e – se è per questo – qualsiasi altra persona, conoscere la quantità esatta dell’output potenziale di una data economia in un certo punto del tempo? E in oltre: può la politica monetaria essere un metodo efficace per  “chiudere il gap” tra l’output potenziale e quello corrente? Ancora una volta, l’osservatore più lucido non potrà sbagliare nell’osservare che gli economisti neokeynesiani non hanno alcuna risposta seria ed argomentata a queste domande, alle quali costoro rispondono (in modo affermativo) semplicemente con simboli e convenzioni.

Inoltre,  gli economisti austriaci sono certamente d'accordo con l'idea comune che la moneta non sia neutrale nel breve periodo. Ma aggiungerebbero che essa non è mai neutrale, né nel breve né nel lungo periodo, a causa degli effetti di ricchezza che vanno di pari passo con qualsiasi cambiamento nell'offerta di moneta. Pertanto, la politica monetaria ha sempre un impatto sull'economia, indipendentemente dal fatto che la politica sia stata anticipata2. Il suo impatto sui prezzi non è necessariamente proporzionale, ma in ogni caso altera in modo permanente la distribuzione della ricchezza tra i membri della società e influisce quindi sui prezzi pagati per i vari beni di consumo e beni capitali. Rende alcune iniziative redditizie e rende altre attività non redditizie. Crea fortune e posizioni sociali elevate da un lato e distrugge ricchezza e reddito dall'altro.

La questione fondamentale che dobbiamo affrontare nella teoria della politica monetaria non è quindi se il denaro influisca sull'economia reale - sì, lo fa sia nel breve che nel lungo periodo - ma se i cambiamenti dell'offerta di moneta possono migliorare la società considerata nel suo insieme. Gli economisti austriaci che seguono l'approccio di Mises e Rothbard credono che non possa farlo. Non solo: sl contrario, l'edificio intellettuale del keynesismo - sia vecchio che nuovo - si basa esattamente sull'idea che il denaro allevia il problema della scarsità per la società nel suo insieme. L'intera argomentazione a favore della politica monetaria espansiva si basa sull'idea che "una diminuzione dell'inflazione è seguita da perdite temporanee di produzione" (Zimmermann 2003, p. 6).

Almeno nel breve periodo, c'è un trade-off tra inflazione e disoccupazione.

Ma perché dovremmo credere che un tale compromesso sia qualcosa di più di un caso; cioè perché non dovremmo credere che una diminuzione dell'inflazione potrebbe con pari probabilità portare a guadagni temporanei nella produzione? A questo punto i neokeynesiani essenzialmente ripetono le argomentazioni dei loro predecessori, facendo riferimento ai prezzi vischiosi, alla curva di Phillips e alla fissazione discontinua dei prezzi. Ma la curva di Phillips nella migliore delle ipotesi è la rappresentazione statistica di dati storici contingenti (Phillips 1958; Fisher 1973). E anche se concediamo per motivi di discussione che rappresenta fedelmente determinati dati storicamente contingenti, resta il fatto che la viscosità dei prezzi non è un fatto naturale come il tempo piovoso o il sole, ma una variabile che dipende da fattori politici e culturali. Su un libero mercato, la vischiosità dei prezzi è sempre più bassa ai livelli che può essere umanamente tollerata, e nessuna politica monetaria può ridurla ulteriormente - fintanto che i sindacati possono assumere economisti formati nel framework teorico della vecchia economia keynesiana, in ogni caso (Mises 1931 , 1958; Friedman 1968).

Allo stesso modo, non vi è motivo di ritenere che la fissazione dei prezzi nominali sfalsati di per sé induca squilibri come le cosiddette "fluttuazioni della produzione" o le "inefficienze macroeconomiche". I contratti vengono sempre stipulati per determinati periodi di tempo. In molti casi, una delle parti contraenti può scoprire dopo il fatto che il prezzo stipulato nel contratto non era adeguato dal suo punto di vista. Ma come si può dire che ciò si tratti di un problema sociale generale? Dopotutto, l'altra parte di solito guadagna in una situazione del genere, e quindi non vi è alcun problema generale. Ancora più importante, tuttavia, non è affatto chiaro come tali problemi possano essere eventualmente evitati o ridotti attraverso delle manipolazioni dell'offerta di moneta. È davvero necessario ripetere tutte le intuizioni sulle aspettative e sui pericoli del rischio morale indotto dall'inflazione, intuizioni che sembrano aver raggiunto gran parte del mondo accademico mainstream negli ultimi trent'anni?

Un'ultima parola va spesa sul principio di Taylor: questo non esclude le spirali inflazionistiche. In determinate condizioni non è sufficiente aumentare i tassi di interesse in modo eccessivamente proporzionale, poiché anche un aumento di tale proporzione potrebbe non essere sufficiente per compensare gli altri fattori che causano un aumento del livello dei prezzi. Queste condizioni sembrano verificarsi in molti casi (Orphanides 2000). Inoltre, e ancora più importante, l'intera attenzione al targeting dell’inflazione e in particolare al tasso di interesse è fuorviante, come sostengono da tempo gli austriaci, perché le bolle possono accumularsi anche a prezzi e tassi di interesse stabili.

Si consiglia ai teorici monetari di riacquistare l'abitudine di discutere questioni politiche a un livello istituzionale fondamentale. È pertinente e utile sollevare la questione se abbiamo assolutamente bisogno delle banche centrali e perché. Ed è pertinente e utile confrontare il denaro del mercato libero con il denaro fiat. L'esclusione di tali domande fin dall'inizio potrebbe essere conveniente per coloro che traggono reddito dalle istituzioni attuali. Ma è un dissenso per la scienza e per la società nel suo insieme.

 

Bibliografia

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Traduzione per il Portico Dipinto a cura di Giordano Felici. Articolo originale di Jorg Guido Hulsmann.