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Il policentrismo legale, il problema della circolarità e il teorema di regressione dello sviluppo istituzionale

Von Mises Italia - Lun, 30/03/2015 - 08:09

Volume 17, Nr. 4 (Inverno 2014)

Il policentrismo legale è la visione secondo la quale la legge e la difesa non sono, nei loro aspetti rilevanti, diversi dagli altri beni e servizi normalmente forniti dal mercato e che, nella prospettiva delle riconosciute superiori capacità del mercato nell’allocazione delle risorse, le agenzie di protezione e di arbitrato in libera competizione fornirebbero questi beni a un livello di qualità molto superiore rispetto a quel che fanno i monopoli territoriali della forza.

(Tannehill and Tannehill, 1970; Rothbard, 1973; Molinari, [1849] 1977; Fielding, 1978; Friedman, 1989; Hoppe, 1999; Murphy, 2002; Stringham, 2007; Hasnas, 2008; Long, 2008).

Il monocentrismo legale dall’altra parte è il termine che uso per indicare l’opinione comunemente accettata secondo cui la legge e la difesa sono i tipici beni pubblici, che possono essere, solo, forniti, se proprio devono essere forniti da qualcuno, da un monopolio territoriale della forza (altrimenti detto ‘stato’).

La prima visione si è sviluppata in dialettica con quella successiva, e essendo uno dei più recenti sviluppi nel campo della economia politica, è comparativamente raro trovare delle critiche validamente formulate su di essa. Quella che ritengo di maggior interesse e che vorrei trattare in questo scritto è centrata sul cosiddetto ‘problema della circolarità’ (Morris, 1998; Lee, 2008; Buchanan, 2011), che evidenzia le presunte intrinseche lacune nel policentrismo legale. Tale problema si può riassumere brevemente così: per poter constatare che la competizione tra agenzie di protezione avrebbe effetti positivi, i policentristi spesso citano i risultati della teoria dei prezzi nella competizione di mercato. Questo comporterebbe dunque un problema di circolarità: il mercato infatti presuppone un quadro legale; perciò, prima che i policentristi possano usare, a proposito, gli argomenti teorici dei prezzi in regime concorrenziale di mercato, devono dimostrare che i requisiti legali necessari al funzionamento del mercato siano soddisfatti, il che è come dire che i diritti di proprietà e i contratti, siano fatti rispettare. Se questi requisiti non risultano soddisfatti, utilizzare la competizione di mercato come argomento in favore del policentrismo legale è una contraddizione circolare nel ragionamento. (Wiebe, 2012, p. 1)

La preoccupazione implicita  qui è che gli argomenti di discussione basati sulla teoria dei prezzi in un mercato concorrenziale e altre caratteristiche del sistema istituzionale competitivo che migliorano l’efficienza, dipendano dall’esistenza di uno stabile quadro di riferimento legale in un ambiente privo di stato, ma non se ne possa dimostrare l’esistenza in quel caso.

Per rispondere a questa obiezione, deve essere sottolineato che le difficoltà che scaturiscono dall’argomento della circolarità, non sono in nessun modo caratteristica esclusiva di un sistema legale policentrico. Lo stesso argomento infatti, o del tutto simile, può essere svolto ad esempio contro la spiegazione ‘contrattuale’ del monocentrismo governativo legale: si deve infatti affermare che, se il cosiddetto contratto sociale può essere stipulato in presenza dello ‘stato di natura’, ciò significa che lo stato (visto come un garante nella applicazione e rispetto dei contratti) è superfluo, e se al contrario il contratto sociale non può essere creato in uno stato di natura, lo stato stesso risulta impossibile da creare. Tirando le somme, o la posizione del ‘contratto sociale’ è viziata dalla circolarità o in alternativa il contratto sociale, non avendo bisogno di uno stato che lo faccia rispettare, diventerebbe esso stesso una anomalia che si autorealizza.

La ragione per cui illustro questo parallelo è che sono convinto che evidenzi il fatto che la contraddizione della circolarità che si affaccia nel contesto di entrambi i sistemi legali menzionati sopra non porta a nessuna invalidità di base in nessuno dei due. Per rendere ancora più chiaro questo fatto, mi baserò sulle gerarchie dei livelli di analisi sociali proposti da Williamson (1998, 2000), il quale distingue tra istituzioni ‘morbide’ – costumi, tradizioni, norme e religioni – che emergono in modo largamente spontaneo e si sviluppano attraverso una evoluzione continua, e istituzioni ‘dure’ il cui scopo è di codificare le ‘regole formali del gioco’ (ibid. p.597) cioè quelle che si riferiscono ai diritti di proprietà e alle leggi per il rispetto dei contratti.

Laddove un sostenitore del policentrismo legale afferma che ‘un mercato funzionante e un ordine legale sorgono insieme’ (Long, 2008, p. 141), un sostenitore del monopolio coercitivo legale può affermare in modo altrettanto giustificato che uno stato funzionante e un ordine legale funzionante nascono insieme. Il parallelo tra le due discussioni per me mostra che gli ordini legali, indipendentemente dalle loro specifiche caratteristiche e singolarità, come l’essere mono o policentrici, sono necessariamente radicati nelle loro sottostanti istituzioni ‘morbide’ (costumi tradizioni, norme sociali generali, etc ): in altre parole, se per ‘stato di natura’ uno intende una situazione in cui non ci sono istituzioni legali più rigide ciò significa ritenere che i sistemi legali sorgano in modo diretto da uno ‘stato di natura’.

Questo è illustrato, per esempio, dal fatto  che i ‘criminali nomadi’ (Olson, 2000) si possono basare sulle morbide istituzioni informali della fiducia e ostracismo per risolvere il loro personale dilemma del prigioniero,per  organizzare, con successo, una propria polizia, eliminare i cani sciolti o “irregolari” ed eventualmente trasformarsi in banditi sedentari. Lo stesso principio si applica alle comunità anarchiche che cercano di sopravvivere per qualche tempo senza essere soggiocati dai banditi nomadi divenuti sedentari ma che generano abbastanza ricchezza da essere appetibili.

Quindi quel che conta alla fine per la stabilità ed efficacia di ogni tipo di istituzioni legali ‘dure’  (che siano monocentriche o policentriche, coercitive o volontarie, monopolistiche o competitive) è l’insieme corrispondente di istituzioni legali ‘morbide’, cioè quelle radicate negli usi costumi e tradizioni, religioni o per parlare in modo più generale, tutte quelle basate sulle preferenze o sugli incentivi volontari. Quindi queste sono, in modo importante e per tutti gli usi pratici, un dato ultimo, perché vengono generate con una evoluzione che si sviluppa in lunghi periodi in un modo endogeno. Il messaggio familiare di Mises, De la Boetie, Hume e i loro successori nell’era moderna è che qualunque monopolio territoriale della forza che fallisca nel reggersi sopra queste istituzioni o almeno non ci vengano a patti, sono destinate a collassare. (Hume, [1742] 1971; Higgs, 1987; Mises, [1949] 1996, pp. 188–191; de la Boetie, 1997). Secondo la teoria del policentrismo legale, lo stesso può dirsi per ogni agenzia di protezione o di arbitrato, cioè per ogni ente il cui modo di operare fallisca nel riflettere fedelmente i valori  condivisi e le aspettative della società che si propone di assistere con servizi legali e di protezione (Boettke, Coyne, and Leeson, 2008).

Una delle specificità più caratterizzanti di ogni ordine legale policentrico e contrattuale è che il ruolo che assegna alle istituzioni formalizzate è meramente di rendere operanti in modo più efficace le regole basate sulle istituzioni informali presenti nella società.

In altre parole, in un tale ordine le istituzioni ‘dure’ non stabiliscono le regole della cooperazione sociale, bensì ne permettono il processo di applicazione per beneficiare della divisione del lavoro, del calcolo economico, dell’accumulazione di capitale, di un maggiore incentivo alla compatibilità e altre caratteristiche di crescente efficienza e benessere fornite dalle transazioni delle libere imprese.

Per come la vedo io, l’affermazione principale, sulla non circolarità del policentrismo legale, è che la competizione di mercato nel campo della legge e della difesa della sicurezza generi precisamente queste caratteristiche benefiche, mentre il monopolio statale in questi campi impedisce il loro emergere. Questo è tanto più verosimile perché l’idea, che sta dietro la coercizione del monocentrismo legale, è essenzialmente di scavalcare le suddette istituzioni informali e ‘morbide’ piuttosto che consultarle, il che porta a una impossibilità di fare una distinzione logicamente significativa tra la applicazione della legge del monopolio coercitivo e una mera affermazione di poterla applicare. Questo, a sua volta, rende il concetto stesso di legge vuoto o arbitrario. (Wisniewski, 2013).

Esistono numerosi esempi storici dei suddetti processi di sviluppo delle istituzioni ‘dure’e formali a partire dalle loro controparti ‘morbide’ e informali, alcune delle quali portano a risultati monocentrici e altre a risultati policentrici.

La lista di esempi appartenenti alla prima categoria è sicuramente più lunga, ma questo non dovrebbe sorprendere, visto che è un fatto noto e consolidato che scavalcare i problemi di gestione della azione collettiva è molto più facile per dei banditi nomadi che per degli aspiranti imprenditori di mercato. (Olson, [1965] 1971).

L’efficienza istituzionale è una funzione della sottostante struttura di incentivi, che a sua volta è ampiamente funzione delle sottostanti condizioni ideologiche. Come succede, le caratteristiche prasseologiche della azione collettiva, implicano che la minoranza possa intraprenderla molto più facilmente della maggioranza, visto che all’interno di piccoli gruppi i benefici che se ne ricavano sono molto più concentrati, gli interessi sono molto più uniformi e il controllo degli “irregolari” è molto più facile. Ciò, abbinato con le ferree leggi dell’oligarchia (Mosca, 1939; Michels, [1915] 1959), comporta che sia molto più facile per le bande nomadi generare delle strutture di incentivi che favoriscano l’intrapresa di azioni collettive, piuttosto di quanto non lo sia per i pacifici membri di gruppi sociali più estesi. In altre parole, è molto più facile stabilire un  monopolio territoriale della forza di quanto sia creare una rete di agenzie private che competano nel fornire protezione e arbitrati che possano salvaguardare una data società dalle depredazioni di un monopolio.

Tuttavia, la difficoltà della seconda opzione non comporta in nessun modo la sua impossibilità- bensì porta dritto al collegamento cruciale tra gli incentivi e le preferenze, e al fatto fondamentale che modificare con successo questa ultima realtà può alleviare sostanzialmente il problema della azione collettiva. (Hummel, 2001; Stringham and Hummel, 2010). Quindi possiamo ricavare quello che potrebbe essere il teorema della regressione dello sviluppo istituzionale, dove il sorgere delle istituzioni più altamente formalizzate (dure) è condizionato dallo sviluppo delle istituzioni meno formalizzate (morbide). Nessuna presunta circolarità sembra poter inficiare questo processo.

In risposta a questo, i sostenitori della obiezione della circolarità potrebbero suggerire che la soluzione suddetta sia di scarso valore, perché le “istituzioni informali sono limitate nella loro scalabilità”, cioè nella capacità di funzionare efficacemente al crescere della popolazione. Per esempio il meccanismo della reputazione in grandi gruppi anonimi potrebbe rompersi, perché comunicarsi informazioni sugli imbroglioni diventa insostenibilmente costoso.” (Wiebe, 2012, p. 8). Io penso che questa ipotesi si basi su un fraintendimento del ruolo delle istituzioni informali nel costruire un sistema di governo policentrico. L’obiezione della scalabilità sarebbe valida se il ruolo delle istituzioni informali fosse quello di sostituire le corrispondenti controparti formali, invece di costituirne le fondamenta perché possano sorgere. Questo, tuttavia, non è il caso – infatti non appena delle istituzioni formali emergono sullo sfondo delle loro controparti informali, la scalabilità di queste ultime (o la non scalabilità) diventa irrilevante.Questo è meglio spiegato dalla famosa descrizione di Menger del processo di evoluzione dal basso verso l’alto ([1871] 1976), per cui la merce di più facile commerciabilità assume il ruolo di mezzo universale di scambio, superando nella competizione tutte le sue rivali meno commerciabili, trasformando quindi una economia di baratto in una economia monetaria. Ora, mentre gli accordi iniziali di baratto sono necessari per l’inizio del processo citato che culmina nell’emergere di una moneta, insieme al quadro istituzionale complesso e formalizzato che permette la sua operatività reale, la scalabilità del primo contesto (quello di baratto) non è in nessun modo equivalente o proporzionale a quello del secondo (quello monetario). Una economia di baratto è chiaramente limitata nella sua capacità di applicarsi su larga scala, ma una economia monetaria non lo è. Analogamente, i meccanismi ‘morbidi’ reputazionali potrebbero essere limitati nella possibilità di creare un contesto di istituzioni legali e di protezione su larga scala, ma lo stesso problema potrebbe non sussistere per le istituzioni ‘dure’che su quelle si fondano. Una conclusione diversa si potrebbe raggiungere solo se erroneamente si pensasse alle istituzioni formali e informali come reciprocamente sostitutive e non complementari. In sostanza, non sembrano esserci, analizzando la posizione del policentrismo legale, problemi insormontabili di circolarità.Ricadendo nella gerarchia dei livelli di analisi sociale descritto nella nuova letteratura istituzionalista (Williamson, 1998, 2000) possiamo generare un teorema della regressione dello sviluppo istituzionale che gestisce ogni problema di circolarità in questo contesto. Anche il problema della scalabilità non sembra un problema soverchiante. La ragione per cui delle istituzioni volontarie e competitive nel campo della legge e della sua difesa hanno bisogno di un tempo più lungo per raggiungere dimensioni sufficienti rispetto a quelle coercitive e centralizzate derivano dalle caratteristiche prasseologiche della azione collettiva, ma questa è una osservazione ben conosciuta, valutata a lungo dai teorici del policentrismo legale, che riconoscono chiaramente il ruolo indispensabile dell’ideologia e delle preferenze nel correggere l’asimmetria sopracitata. (Hummel, 2001; Stringham and Hummel, 2010). Quindi per come la vedo io, il problema della circolarità fallisce nell’invalidare il policentrismo legale:

1.         A questo punto si potrebbe dedurre che l’affermazione che il contratto sociale sia vulnerabile al problema della circolarità non sia vera. Il ragionamento è questo: l’argomento del contratto sociale afferma che l’autorità dello stato si poggi su un accordo concluso in uno “stato di natura”. Questo non dice che tale accordo possa applicarsi nello stato di natura e in tal senso questa è la via attraverso cui si esce dal circolo vizioso: il contratto sociale può essere stipulato ma non può essere applicato in assenza di uno stato. Tuttavia, dal momento che il contratto sociale non può istituire lo stato prima che sia concretamente applicato e, per definizione, nulla può concretizzarlo nello stato di natura, la supposta capacità dell’ipotesi dello stato di natura di evitare l’obiezione della circolarità, non sembra ancora capace di raggiungere i suoi obiettivi.

2.         La possibilità che un sistema legale sia imposto per conquista sugli abitanti di un dato territorio e che sopravviva nel lungo termine dipende dall’abilità dei conquistatori di integrarlo con le locali istituzioni ‘morbide’ a un livello sufficiente.

3.         Va posto l’accento sul fatto che queste osservazioni non contraddicono la mia precedente affermazione che qualunque monopolio territoriale della forza che fallisca nell’attingere dalle locali istituzioni informali esistenti in una società o che almeno con esse non giunga a una pace, è destinato al collasso. Questo succede per 2 motivi:  primo perché scavalcare tali istituzioni non equivale a ignorarle del tutto, secondo perchè appena i monopoli territoriali della forza consolidano il loro potere nel tempo, la loro dipendenza da tali istituzioni si può allentare.

4.         Un soluzione simile viene suggerita da Friedman (1996), il quale afferma che gli accordi formali di un ordine legale e di difesa policentrico può galleggiare sul preesistente equilibrio generato sulla base di una serie passata di pericolosi giochi reciproci. Io penso che la narrativa descritta in questo scritto sia complementare e migliorativa della proposta di Friedman nella misura in cui essa sia radicata nella distinzione e nella relazione reciproca tra incentivi e preferenze, così come tra diversi tipi di istituzioni qualitativamente differenti.

5.         In chiusura, porterebbe valore aggiunto dire che anche se l’argomento della circolarità fosse risultato corretto, l’affermazione che i vantaggi della competizione di mercato rendono un sistema legale policentrico preferibile a uno monocentrico non sarebbe stata confutata. L’argomento della circolarità in quel caso avrebbe mostrato solo lo stato come necessario per istituire un sistema legale. Non mostrerebbe che, una volta che un sistema legale esista, il sistema monocentrico debba essere mantenuto.

Articolo di  su Mises.org

Traduzione di Andrea Coletta

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

Riferimenti bibliografici:

Boetie, E. de la. 1576. The Politics of Obedience: The Discourse of Voluntary Servitude. Montrèal/New York/London: Black Rose Books, 1997.

Boettke, Peter J., Christopher J. Coyne, and Peter T. Leeson. 2008. “Institutional Stickiness and the New Development Economics,” American Journal of Economics and Sociology 67, no. 2: 331–358.

Buchanan, James M. 2011. “The Limits of Market Efficiency,” Rationality, Markets, and Morals 2, no. 38: 1–7.

Fielding, Karl T. 1978. “The Role of Personal Justice in Anarcho-Capitalism,” Journal of Libertarian Studies 2, no. 3: 239–241.

Friedman, David D. 1989. The Machinery of Freedom: Guide to a Radical Capitalism, 2nd ed., La Salle, Ill.: Open Court.

——. 1996. “Anarchy and Efficient Law.” In J. Sanders and J. Narveson, eds., For and Against the State. Lanham, Md.: Rowman and Littlefield.

Hasnas, John. 2008. “The Obviousness of Anarchy.” In Roderick T. Long and Tibor R. Machan, eds., Anarchism/Minarchism: Is a Government Part of a Free Country? Burlington, Vt: Ashgate. 111–132.

Higgs, Robert. 1987. Crisis and Leviathan: Critical Episodes in the Growth of American Government. New York: Oxford University Press.

Hoppe, Hans-Hermann. 1999. “The Private Production of Defense,” Journal of Libertarian Studies 14, no. 1: 27–52.

Hume, David. 1742. “On the First Principles of Government.” In Essays: Moral, Political and Literary. Oxford: Oxford University Press, 1971.

Hummel, Jeffrey R. 2001. “The Will to Be Free: The Role of Ideology in National Defense,” Independent Review 5, no. 4: 523–537.

Lee, John R. 2008. ”Libertarianism, Limited Government, and Anarchy.” In Roderick T. Long and Tibor R. Machan, eds., Anarchism/Minarchism: Is a Government Part of a Free Country? Burlington, Vt.: Ashgate. 15–20.

Long, Roderick T. 2008. “Market Anarchism as Constitutionalism.” In Roderick T. Long and Tibor R. Machan, eds., Anarchism/Minarchism: Is a Government Part of a Free Country? Burlington, Vt.: Ashgate. 133–151.

Menger, Carl. 1871. Principles of Economics. New York: New York University Press, 1976.

Michels, Robert. 1915. Political Parties. New York: Dover, 1959.

Mises, Ludwig. 1949. Human Action. 4th edition, revised. San Francisco: Fox and Wilkes, 1996.

Molinari, Gustave de. 1849. The Production of Security. New York: Center for Libertarian Studies, 1977.

Morris, Christopher W. 1998. An Essay on the Modern State. Cambridge: Cambridge University Press.

Mosca, Gaetano. 1939. The Ruling Class. New York: McGraw-Hill.

Murphy, Robert P. 2002. Chaos Theory. New York: RJ Communications.

Olson, Mancur. 1965. The Logic of Collective Action: Public Goods and the Theory of Groups. Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1971.

——. 2000. Power and Prosperity. New York: Basic Books.

Rothbard, Murray N. 1973. For a New Liberty: The Libertarian Manifesto. New York: Macmillan.

Stringham, Edward P. 2007, ed., Anarchy and the Law: The Political Economy of Choice. Somerset, N.J.: Transaction Publishers.

Stringham, Edward P. and Jeffrey R. Hummel. 2010. “If a Pure Market Economy Is So Good, Why Doesn’t It Exist? The Importance of Changing Preferences vs. Incentives in Social Change,” Quarterly Journal of Austrian Economics 13, no. 2: 31–52.

Tannehill, Morris and Linda Tannehill. 1970. The Market For Liberty. Lansing, Mich.: self-published.

Wiebe, Michael A. 2012. “Legal Polycentrism and the Circularity Problem,” unpublished manuscript.

Williamson, Oliver E. 1998. “Transaction Cost Economics: How It Works; Where It Is Headed,” De Economist 146, no. 1: 23–58.

——. 2000. “The New Institutional Economics: Taking Stock, Looking Ahead,” Journal of Economic Literature 38, no. 3: 595–613.

Wiśniewski, Jakub B. 2013. “Legal Monocentrism and the Paradox of Government,” Quarterly Journal of Austrian Economics 16, no. 4: 459–478.

Articoli citati:

Wiśniewski, Jakub Bożydar. “Legal Polycentrism, the Circularity Problem, and the Regression Theorem of Institutional Development.” The Quarterly Journal of Austrian Economics 17, No. 4 (Winter 2014): 510–518.

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Commenti liberi

Luogocomune.net - Dom, 29/03/2015 - 21:00
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

[Avviso per chi segue la questione Moohoax: ho aperto questo forum per chiedere aiuto durante le ricerche del film sulla Luna].

Assolti. No, colpevoli. Anzi, innocenti.

Luogocomune.net - Sab, 28/03/2015 - 11:30
La giustizia italiana è qualcosa di fantastico: prima Amanda e Raffaele vengono condannati per omicidio, e si fanno 4 anni di galera. Poi in appello vengono assolti. Poi la Cassazione annulla l'assoluzione, e chiede il rinvio a giudizio. Il secondo appello stabilisce che sono colpevoli, ma in seguito la stessa Cassazione stabilisce non solo che siano innocenti, ma che non si debba più tornare a ripetere il processo.

Giocarsi la propria vita al totocalcio comporterebbe sicuramente meno rischi che non mettersi nelle mani della giustizia italiana.

Sia chiaro, qui non è in discussione la colpevolezza o innocenza di Amanda e Raffaele: quella è una verità che conoscono soltanto loro. Qui si mette in discussione un sistema di giustizia che riesce a consegnare quattro sentenze diverse, ciascuna l'esatto opposto della precedente, per lo stesso evento criminale.

E poi i giudici si ribellano quando si vuole introdurre la responsabilità civile dei magistrati.

Massimo Mazzucco

Avviso agli utenti

Luogocomune.net - Sab, 28/03/2015 - 09:40
Visto che nelle discussioni su argomenti controversi ci sono utenti che non riescono in alcun modo a non litigare fra loro, da oggi adotterò una nuova linea di condotta: chi si rende responsabile di scontri personali nei thread in home verrà sospeso da quel thread. (Per i recidivi ci saranno sempre la sospensione dal sito oppure l'espulsione). Rimangono inalterate le regole per i forum, che non ho la possibilità di seguire personalmente: 'ndo cojo cojo. Chi sceglie di litigare lo fa a suo rischio e pericolo.

Anche se dovrebbe ormai essere superfluo, rivolgo nuovamente un appello a tutti gli utenti che partecipano alle discussioni: è molto più importante, per tutti, l'esito di una buona discussione che non il vostro orgoglio personale (del quale in realtà non frega niente a nessuno, se non a voi stessi).

Cerchiamo di crescere tutti insieme, una volta per tutte.

Grazie.

M.M.

Cronache da Bretton Woods (parte prima)

Von Mises Italia - Ven, 27/03/2015 - 09:00

Nel 1984, un Henry Hazlitt novantenne, ma ancora in piena attività, ha pubblicato From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences, una raccolta di pezzi vari – per lo più articoli – sul sistema monetario internazionale che include, tra l’altro, gli editoriali da lui scritti per il New York Times proprio mentre si svolgevano i lavori preparatori degli accordi istitutivi di FMI e Banca Mondiale;1 siccome egli è stato l’unico, tra i giornalisti economici di grido, a criticare fieramente prima le bozze2 e, poi, i testi definitivi dei trattati, mi è parso quanto mai opportuno tradurre quegli editoriali. E, dal momento che ciascuno affronta un aspetto diverso, pur con qualche inevitabile ripetizione, ho dato loro una veste e un titolo comuni: “Cronache da Bretton Woods”, appunto.

Molti pronosticano, per il FMI, un ruolo di banca centrale planetaria nel prossimo futuro, dati i rischi di collasso delle principali monete-segno e del relativo cartello; il teorema dell’unificazione politica spinge indubbiamente in tal senso e, a meno di un ritorno, davvero miracoloso, ai princìpi di un sistema monetario sano, indubbiamente prima o poi arriveremmo all’accentramento del potere di emettere mezzi fiduciari su scala planetaria. Superfluo aggiungere che ogni istituzione del genere sarebbe rovinosa in sé e per sé; ma nient’affatto superfluo, a mio parere, notare fino a che punto il FMI, principale candidato a tale ruolo, sia inflazionista fin dalla nascita. E, a tal fine, ho voluto chiosare gli articoli di Hazlitt, inserendo rimandi al testo vigente degli Articles of Agreement of the International Monetary Fund.

“Anziché rimarcare la necessità, per ciascun Paese, di preservare la forza della propria moneta mantenendo la convertibilità, conservando un bilancio in pareggio ed evitando inflazione, ostacoli al commercio e restrizioni agli scambi, l’accordo di Bretton Woods propose che le valute forti dovessero sussidiare le deboli. Perse di vista il fatto che il principale dovere degli Stati Uniti era mantenere l’integrità del dollaro.”

Per la stabilità nei cambi valutari

1 giugno 1944

La Conferenza Monetaria e Finanziaria delle Nazioni Unite convocata dal Presidente si riunirà a un mese da oggi. Persegue lo scopo, altamente desiderabile, di assicurare la stabilità dei tassi di cambio nel mondo del dopoguerra. Ma la recente proposta per un Fondo di Stabilizzazione Internazionale da otto miliardi di dollari fraintende la natura del problema e lo affronta dalla parte sbagliata. Essenzialmente, essa cerca di fissare il valore della valuta di ogni Paese rispetto alle altre prevedendo che il fondo compri le valute deboli e venda le valute forti alle parità fissate. E’ ovvio che una valuta debole scenderà al suo vero valore di mercato nell’esatto momento in cui tali acquisti cesseranno. Ma, fintantoché gli acquisti continueranno, le nazioni con valute forti staranno sussidiando le nazioni con valute deboli (o almeno i privati che tali valute detengono) e sussidiando, per questa via, anche le politiche economiche interne, quali che possano essere, delle nazioni con valuta debole. Gli Stati Uniti, come contribuenti principali del fondo, sarebbero i principali perdenti; ma il denaro erogato in questo modo non solopotrebbe non riuscire ad aiutare la ripresa mondiale, ma, protraendo politiche non sane all’interno delle nazioni le cui valute non possono essere sostenute che da tali acquisti, potrebbe addirittura nuocere.

La soluzione vera di questo problema comincerebbe all’altro estremo. Cercherebbe di rendere sane le valute all’interno di ciascun Paese. Se ogni nazione può mantenere l’integrità della propria valuta, se ogni nazione tiene la sua unità monetaria alla parità, allora il problema di conservare una relazione stabile tra balte diverse risolverà sé stesso. Il vero compito della conferenza monetaria imminente, pertanto, dovrebbe essere stabilire i princìpi e ricercare i metodi attraverso cui si possa fare ciò.

I principi generali non dovrebbero essere difficili a formularsi. Il primo requisito per una valuta stabile è che sia convertibile in qualcosa che sia fisso e definito di per sé: a tutti i fini pratici, questo significa un ritorno al sistema aureo storico. Un altro requisito per una valuta stabile è un bilancio in equilibrio. Un terzo requisito è che i Governi si astengano dall’inflazione della valuta e del credito. Un quarto è l’eliminazione, o almeno una riduzione notevole, delle barriere d’anteguerra al commercio internazionale: tariffe, quote, restrizioni al cambio valutario, e tutto il resto.

Questi requisiti ornano un’unità. Se uno di essi viene violato sarà difficile, se non impossibile, soddisfare gli altri. Così, se il bilancio di una nazione è in rosso cronico, essa è praticamente costretta a ricorrere a prestiti, tramite inflazione valutaria o creditizia, per colmare la differenza. Quando fa ciò, mina la fiducia nella propria unità monetaria e non può continuare i pagamenti in oro. Allora, gli esponenti del Governo dicono che il sistema aureo “è andato in pezzi”, quando in realtà intendono che le loro stesse politiche lo hanno mandato in pezzi.

Dopo la guerra, ci saranno problemi seri quasi per ogni nazione che fissi una nuova parità valutaria ad un livello dove possa essere mantenuta. Ma a convinzione che solo nazioni ricche possano permettersi un sistema aureo è erronea. Come disse in un’occasione il Visconte Goschen, uno dei più capaci Cancellieri dello Scacchiere d’Inghilterra: “Le nostre possibilità di ottenere oro sarebbero esaurite soltanto nel momento in cui al Paese non rimanesse più nulla da vendere.”.

Il maggior contributo che gli Stati Uniti, da soli, potrebbero offrire alla stabilità valutaria mondiale nel dopoguerra è annunciare la decisione di stabilizzare la propria valuta. Incidentalmente ci aiuterebbe, com’è ovvio, se anche altre nazioni tornassero al sistema aureo. Ma lo faranno solo nella misura in cui riconosceranno che lo stanno facendo non, anzitutto, come un favore a noi, ma a sé stesse.

Articolo di Henry Hazlitt in From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences

Tradotto da Guido Ferro Canale

Note

1 Nel volume, ogni editoriale è preceduto da un commento in corsivo, anch’esso tradotto in questa sede (qui è virgolettato, per distinguerlo dal mio corsivo, che precede immediatamente).

2 Anche se meno fieramente di quanto avrebbe voluto: nell’introduzione, a pag. 10, egli scrive che “In my editorials for The New York Times, the understatement of the case against the defects of the Bretton Woods agreements was deliberate, because I had always to bear in mind that I was writing not in my own name but that of the newspaper. For one example: in the effort not to seem ‘extreme’, I looked for mitigating merits, and was far too kind to the proposed International Bank, simply because, unlike the Fund, it was not called upon to make enormous loans automatically, but allowed to exercise some discretion. The article setting it up even went so far as to stipulate that a committee selected by the Bank mustlearn whether a would-be borrower was ‘in a position to meet its obligations!’.

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Airbus - la tragedia "impensabile"

Luogocomune.net - Gio, 26/03/2015 - 19:10
Adesso nemmeno più dei piloti ci possiamo fidare.

Grazie alle norme di sicurezza introdotte dopo l'11 settembre, abbiamo scoperto che l'ingresso in cabina degli aerei commerciali può avvenire soltanto con il consenso dei piloti che si trovano al suo interno. E se per caso uno dei piloti rimane da solo in cabina, quello fuori non può più rientrare a meno che il primo glielo consenta.

Chi ha progettato questo sistema non è stato così stupido da non prevedere che il pilota rimasto in cabina possa improvvisamente sentirsi male, per cui hanno lasciato a chi si trova fuori la possibilità di intervenire in caso di emergenza, con un codice numerico segreto. Ma a sua volta, se il pilota all'interno lo desidera, può disabilitare l'intervento con il codice numerico, e quindi restarsene chiuso dentro fino a quando pare e piace a lui.

Geniali davvero, gli "addetti alla sicurezza" che hanno concepito questo sistema di chiusure per le cabine di pilotaggio: hanno pensato a tutto, ma non hanno previsto che un pazzoide desideri improvvisamente prendere il controllo dell'aereo, e farne quello che vuole lui.

Pensate soltanto che cosa succederà nella mente di un qualunque capitano, da oggi in avanti, quando si alza dal suo posto di comando per andare in bagno a fare la pipì: ...

Attenzione, l'ISIS ci circonda!

Luogocomune.net - Mer, 25/03/2015 - 21:00
Chiunque abbia visto un telegiornale nelle ultime 24 ore, avrà sicuramente notato il "video dell'ISIS" che riportiamo di seguito.



Tralasciamo ogni commento sulla comicità di questo video, nel quale si vedono dei ragazzini che vengono addestrati alla Jihad prendendo dei violenti calcioni nello stomaco, mentre altri imbecilli si esercitano a saltare la sbarra di un parcheggio, e veniamo al sodo: questo video, curtiosamentee, porta il logo della polizia di Stato, ed è stato regolarmente messo in onda dalle reti tv mentre davano la notizia che "è stata sgominata in Italia una cellula dell'ISIS", nell'ambito della cosiddetta operazione "Balkan Connection".

Ad uno spettatore poco attento - e quindi praticamente all'intero pubblico televisivo - sarà quindi apparso che quelle immagini si riferiscono in qualche modo all'attività della "cellula" sgominata di recente.

Niente di più falso naturalmente, ...

Austriaci e monetaristi

Von Mises Italia - Mer, 25/03/2015 - 09:00

Di seguito vengono esaminate, in maniera schematica e per punti, le differenze fra le due Scuole[1].

1) Metodologia

  1. a) La Scuola di Chicago è positivista, preferisce l’analisi storica, quantitativa, basata sull’equilibrio; le teorie devono essere testate empiricamente e, se i risultati le contraddicono, devono essere respinte o riviste. Gli austriaci sono per un’analisi deduttiva, soggettiva, qualitativa, basata sul processo di mercato in squilibrio; l’economia dev’essere basata su assiomi autoevidenti; i dati empirici non possono provare o confutare alcuna teoria. Le relazioni interpersonali che si manifestano nello scambio non possono essere misurate, in quanto espressione di preferenze soggettive e mutevoli, non suscettibili di previsione econometrica e non imprigionabili in costanti quantitative.

Skousen ha fatto notare che anche il modello di Friedman a volte ha sbagliato le previsioni: ad es. negli anni ‘70 non previde l’aumento del prezzo del petrolio e negli anni ‘80 sottostimò la disinflazione[2].

  1. b) I Chicago sono per un modello di concorrenza pura “sempre in equilibrio”, che assume che vi sia informazione perfetta e senza costi. Gli austriaci per un modello più dinamico, che enfatizza il funzionamento del mercato come un “processo”, che inevitabilmente è basato sulla creazione di “squilibri” creativi.

La Scuola di Chicago ammette sul piano teorico il concetto di “concorrenza perfetta” (ogni produttore è piccolo in misura sufficiente a non poter influenzare il prezzo del proprio prodotto), migliore della concorrenza imperfetta esistente nel mondo reale; e quindi accoglie la necessità di normative antitrust (ma successivamente ha modificato tale posizione in una direzione più liberista, rimanendo a favore di interventi solo nei confronti delle fusioni orizzontali, giudicate nella maggior parte dei casi collusive e dannose per i consumatori)[3].

2) La moneta

Entrambi sono favorevoli alla riserva del 100%, in quanto sistema di stabilizzazione. Tuttavia la differenza è sul tipo di moneta che funge da copertura: i Chicago sono per la fiat money, gli Austriaci per l’oro o la merce pregiata scelta dal mercato.

Friedman è stato favorevole all’eliminazione di qualsiasi legame delle valute con l’oro, e a un sistema cartaceo inconvertibile sotto il controllo completo del sistema della Riserva federale; ogni Stato ha il potere e il monopolio assoluto di stampare la propria moneta fiat. Gli argomenti sono i seguenti: il più importante è lo spreco di risorse necessario a estrarre, lavorare e conservare l’oro (per lasciarlo poi immobilizzato nei forzieri di Fort Knox); per Friedman il costo sarebbe pari al 4% del pil ogni anno, imparagonabile con il costo trascurabile della produzione della moneta fiat. Il secondo motivo è che le variazioni della quantità di moneta in conseguenza di scoperte di oro sarebbero considerevoli e improvvise, determinando inflazione dei prezzi e instabilità ciclica.

Gli Austriaci sono favorevoli a un sistema aureo completo o al free banking. Per quanto riguarda il costo di produrre oro, R. Garrison ha risposto a Friedman che oggi si continua a estrarre e lavorare oro, dunque i costi ci sono comunque, non lieviterebbero in misura particolare se si tornasse al gold standard; anzi, è proprio la presenza della moneta cartacea ad accentuare i costi dell’estrazione-lavorazione dell’oro, perché il sistema cartaceo fa salire il prezzo dell’oro, e dunque incentiva la sua produzione. Per quanto riguarda le variazioni di potere d’acquisto a seguito di scoperte d’oro, Rothbard ha replicato che, qualunque bene venga scelto come moneta, le variazioni del valore di scambio sono inevitabili; e comunque, davanti alla pessima prova fornita dalla moneta cartacea nel corso del Novecento (inflazioni elevate), i rischi paventati per l’oro sono poca cosa.

Friedman, come I. Fisher, opera una separazione fra la sfera “micro” e la sfera “macro”. Da un lato vi è il mondo in cui si formano i singoli prezzi, sulla base della domanda e dell’offerta; da un altro lato esiste un “livello dei prezzi” aggregato, determinato dalla quantità di moneta e dalla sua velocità di circolazione; e questi due mondi non si incontrano. La sfera macro è tipicamente l’oggetto dell’intervento statale, che si ritiene non interferisca con i singoli prezzi. Lo Stato deve mantenere il livello dei prezzi stabile.

Gli Austriaci hanno integrato sfera micro e macro. I prezzi devono fluttuare liberamente. I monetaristi pongono come un dogma indimostrato la positività di un livello dei prezzi stabile; ma, ad esempio, nella prima metà dell’Ottocento il livello dei prezzi è stato costantemente in diminuzione; perché questo evento dovrebbe essere ritenuto negativo? Tutt’altro. Dunque nel settore monetario gli esponenti della Scuola di Chicago non sono free-marketers.

Nei rapporti fra monete Friedman è a favore di cambi flessibili, in quanto in tal modo i tassi di cambio rifletterebbero le variazioni della domanda e dell’offerta di monete, come avviene agli altri prezzi nel libero mercato. Gli Austriaci obiettano che in questo campo il libero mercato è chiamato in causa a sproposito, in quanto oggi le monete sono prodotte ed emesse dagli Stati. Inoltre, le monete oggi esistenti, se si risale indietro nel tempo, non erano altro che unità di peso dell’oro: ad es., prima del 1914 un dollaro era 1/20 di un’oncia d’oro, la sterlina ¼. Esse dunque differivano solo nel nome, in quanto erano differenti unità di peso dello stesso bene, l’oro. Una volta stabilita inizialmente quale unità di peso d’oro ogni singola valuta rappresentasse, i rapporti di scambio fra di loro erano automaticamente fissati: 1 sterlina pari a 5 dollari. Dunque gli stati non potevano “fissare arbitrariamente” alcunché: cambiare arbitrariamente i tassi di cambio sarebbe come cambiare arbitrariamente le unità di misura, cioè come dire che 1 metro non è composto da 100 centimetri ma da 105, il che è un’assurdità.

Ancora: perché non andare oltre e consentire monete diverse all’interno degli stati americani, liberamente oscillanti fra di loro; e poi monete a livello di contea, città, quartiere e così via? Ma a questo punto i commerci entrerebbero in una condizione caotica, perché verrebbe meno la principale funzione della moneta, l’essere mezzo di scambio generale, e con essa la possibilità del calcolo economico[4].

Neutralità o non neutralità della moneta – Per i monetaristi la moneta è neutrale nel lungo periodo. Per gli Austriaci non è neutrale né nel breve né nel lungo periodo, modifica l’economia reale, cioè la struttura produttiva, la distribuzione del reddito e i prezzi relativi. La conclusione monetarista è l’esito della summenzionata separazione fra sfera macro e sfera micro. In conseguenza di questa, per i monetaristi è possibile e utile concepire un “livello dei prezzi”, misurabile attraverso un indice; mentre per gli Austriaci tale aggregazione nasconde i mutamenti dei prezzi relativi, e la sua misurazione è fuorviante e poco significativa, perché ogni individuo ha proprio un paniere di beni, dunque un proprio indice dei prezzi, e amalgamarli non ha senso[5].

3) La teoria del ciclo economico

In generale i Chicago ritengono che l’aspetto più debole, anzi completamente sbagliato, della teoria Austriaca sia la teoria del ciclo, e la (connessa) teoria del capitale.

La teoria friedmaniana è puramente monetaria e aggregata. Aderendo all’ipotesi dei mercati efficienti (attori razionali e mercati che si aggiustano rapidamente), una recessione può essere causata solo da shock improvvisi. Il ciclo è fondamentalmente una serie casuale di aumenti e riduzioni nel tempo del livello dei prezzi. Non viene proposta una teoria sulla relazione causale fra i boom e le depressioni. Si registra solo statisticamente che il mercato è sottoposto a questa “danza della moneta”. Secondo il Plucking Model di Friedman, esiste una stretta correlazione fra l’ampiezza della contrazione e l’espansione successiva, ma non viceversa. Cioè, non è detto che se si verifica un periodo di grande boom, sicuramente successivamente si verifica una recessione altrettanto grande (critica della teoria del ciclo austriaca), mentre è sempre vero che a una recessione segue una ripresa della stessa consistenza (e successivamente una crescita più lenta ma stabile).

Se le autorità monetarie eccedono nell’aumentare la quantità di moneta, in base al meccanismo di trasmissione l’effetto è prevalentemente nominale (inflazione dei prezzi), non vi sono squilibri strutturali di lungo periodo nell’economia. La moneta addizionale introdotta si diffonde in maniera uniforme per tutto il sistema economico, e dunque altera i prezzi assoluti ma non i prezzi relativi e i processi produttivi; nel lungo periodo dunque è neutrale (il motivo di questo rifiuto a considerare più realisticamente gli effetti “parziali” della moneta risiede nella difesa del libero mercato: un sistema liberamente competitivo aggiusta rapidamente le distorsioni).  L’obiettivo dunque è che il governo controlli l’offerta di moneta per mantenere stabile il livello dei prezzi.

Teoria austriaca del ciclo: l’inflazione (o la riduzione del tasso di interesse al di sotto di quello di mercato) provocata dalle autorità monetarie determina distorsioni nel settore reale, in particolare sovrainvestimenti; la depressione è l’aggiustamento degli eccessi[6].

Il punto di vista dei monetaristi è puramente macroeconomico e ignora i mutamenti micro, cioè le modificazioni nella struttura produttiva, in particolare nel settore dei beni capitali, che fanno seguito all’aumento della moneta. Questo limite dipende anche dalla mancanza di una teoria del capitale (o di aver assunto la teoria del capitale à la Clark). I dati (USA anni ‘70, Giappone fine ‘80 e ‘90, USA 1995-2003) confermerebbero la tesi austriaca: nei periodi inflazionistici l’economia è molto più volatile.

Lettura della depressione del 1929: per Friedman la Federal Reserve erroneamente non aveva aumentato l’offerta di moneta durante la recessione, anzi l’aveva ridotta di un terzo (aumento dei tassi, sterilizzazione delle importazioni di oro, chiusura del credito alle banche) trasformando una recessione in una depressione. Per gli Austriaci l’errore era stato di inflazionare (aumento dell’offerta di moneta e del credito) durante gli anni ‘20, creando un boom da sovrainvestimento, artificiale; la depressione non fu che l’inevitabile aggiustamento di una struttura produttiva distorta. Inflazionare la quantità di moneta avrebbe solo aggravato la situazione e posposto la ripresa sana. La controversia dunque si sposta sull’evidenza empirica: Friedman mostra che nel periodo 1921-’29 la quantità di moneta M2 è cresciuta del 46%, meno della crescita del pil (4% contro 5,2% all’anno). Inoltre i prezzi negli anni ‘20 erano rimasti stabili (ma non quelli del mercato azionario); dunque la politica monetaria era stata corretta. Rothbard obietta sul tipo di aggregati finanziari da considerare: a M2 aggiunge le azioni delle società cooperative che erogavano mutui ai soci (savings and loans), i depositi presso le unioni di credito e i valori di riscatto delle assicurazioni sulla vita, tutti sostituti della moneta che potevano essere facilmente convertiti in moneta al loro valore nominale. Considerando anche questi aggregati l’incremento della quantità di moneta sarebbe del 61,7% e non del 46%. Economisti anche austriaci hanno detto che non c’era bisogno di forzare così tanto la definizione di moneta (i riscatti delle assicurazioni sulla vita in genere non sono trattati come attività liquide), perché per dimostrare una politica di credito facile bastava far riferimento alla riduzione artificiale del tasso di interesse al di sotto di quello naturale, che potrebbe aver determinato il boom dei beni capitali.

4) Politiche fiscali

  1. a) Friedman preferisce le imposte sul reddito. Prelevate attraverso la ritenuta alla fonte, da Friedman proposta durante la seconda guerra mondiale quando era al dipartimento del Tesoro.

Molti Austriaci non anarcocapitalisti preferiscono le imposte indirette, perché lasciano un margine di libertà in più.

  1. b) L’imposta negativa sul reddito, forma di assistenza ai più poveri. Per gli Austriaci disincentiva il lavoro e grava sui contribuenti.

5) Esternalità e servizi pubblici

Oltre a giustizia, ordine pubblico e difesa, Friedman ammette per l’istruzione e i parchi la mano pubblica, perché sono due casi in cui gli individui traggono benefici che non pagano; dunque bisogna essere costretti a pagare attraverso le imposte. Per gli Austriaci questo schema può essere applicato a quasi tutte le situazioni della vita umana, dunque in tal modo si statalizzerebbe quasi tutto[7].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Friedman, M., Riformulazione della teoria quantitativa della moneta (1956), in Metodo, consumo e moneta, il Mulino, Bologna, 1996, pp. 215-239; ed. or. The Quantity Theory of Money: a Restatement, in M. Friedman (a cura di), Studies in the Quantity Theory of Money, University of Chicago Press, Chicago, 1956, pp. 3-21.

- La metodologia dell’economia positiva (1953), in Metodo, consumo e moneta, il Mulino, Bologna, 1996, pp. 93-136; ed. or. The Methodology of Positive Economics, in Essays in Positive Economics, University of Chicago Press, Chicago, 1953.

Rothbard, M. N., Milton Friedman svelato, in http://gongoro.blogspot.com/2008/06/milton-friedman-svelato.html, 10 giugno 2008. Ed. or. Milton Friedman Unraveled, in «Individualist», febbraio 1971, pp. 3–7.

Skousen, M., Vienna and Chicago, Friends or Foes?, Capital Press, Washington DC, 2005.

 Note

[1] Per un’illustrazione della teoria di Milton Friedman, v. P. Vernaglione, La Scuola di Chicago – il Monetarismo, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teorie-economiche/monetarismo.doc, 31 luglio 2009.

[2] Per un esame più approfondito delle differenze fra il metodo Austriaco e quello positivista, v. P. Vernaglione, Differenze epistemologiche, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/differenze-epistemologiche.doc, 31 luglio 2009.

[3] La Scuola di Chicago ha offerto un contributo decisivo anche alla tradizione di ricerca di Law and Economics. Per un’illustrazione di tale approccio e delle critiche degli Austriaci v. P. Vernaglione, Austriaci e Analisi economica del diritto, in http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-aed.doc, 31 luglio 2009.

[4] M.N. Rothbard, Gold vs. Fluctuating Fiat Exchange Rates, in H. F. Sennholz (a cura di), Gold is Money, Greenwood Press, Westport, Conn., 1975, pp. 24-40; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 350-363; The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4.

[5] Su questo ultimo aspetto, v. M.N. Rothbard, Timberlake on the Austrian Theory of Money: A Comment, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 179-187.

[6] Per un’illustrazione più approfondita della teoria del ciclo Austriaca v. P. Vernaglione, Ciclo economico, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/ciclo.doc, 31 luglio 2009.

[7] Per la critica degli Austriaci alla teoria dei beni pubblici v. P. Vernaglione, Interferenze coercitive. L’intervento dello Stato, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/intervento-stato.doc, 31 luglio 2009, pp. 8-12.

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Euterpi

Tra cielo e terra - Mar, 24/03/2015 - 17:33

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Boom petrolifero e overdose di stato

Von Mises Italia - Lun, 23/03/2015 - 08:00

Fa di certo piacere quando lo stato acquista enormi quantità del tuo prodotto. Mentre il prezzo del petrolio continua a registrare  record negativi, gli automobilisti festeggiano ed i dirigenti delle compagnie pretrolifere sudano freddo. Niente paura: lo stato sta correndo in soccorso… dell’industria petrolifera. Il Department of Energy sta programmando un intervento tramite l’acquisto di 5 milioni di barili: è indispensabile per la sicurezza nazionale, che credevi?

Con un andamento che ha sorpreso ogni previsione, il prezzo del petrolio è crollato del 55% nell’ultimo anno apportando enormi benefici ad automobilisti, imprenditori e consumatori. E’ un impressionante esempio di quanto efficacemente i prezzi rivelino informazioni sulla realtà sottostante le risorse di mercato. La tecnologia ha spazzato via le paure selvagge ed infondate di carenze petrolifere: la produzione è ai massimi storici in risposta ad una domanda record. Gli incredibili eventi recenti sono un grande beneficio per i consumatori poiché le spinte al ribasso stanno tenendo a freno i prezzi al distributore. Il mercato ci offre petrolio come mai prima: non sta fallendo, sta invece registrando un successo oltre ogni aspettativa.

Gli “esperti” continuano ad ammonirci su come tale andamento sia solo temporaneo, ma nessuno può dirlo con esattezza: entro la fine dell’anno  potremmo anche vedere il petrolio a 20 $/barile. Il piano di acquisto di stato prevede il conferimento dei nuovi barili presso la Strategic Petroleum Reserve, un’eredità del passsato dalla presidenza Ford. Nelle parole del Department of Energy, essa fa incetta della produzione delle compagnie petrolifere “per proteggere gli Stati Uniti dal rischio di gravi interruzioni nell’approvvigionamento petrolifero tramite l’acquisto, deposito, distribuzione e gestione di scorte petrolifere d’emergenza”. Tuttavia, lungi dal notare un’interruzione nel servizio, stiamo assistendo ad un’offerta petrolifera  maggiore e migliore. Puoi capire dal gergo usato sopra quanto quel programma di stato sia invece tra i più arretrati immaginabili: esso dimostra la più totale incomprensione del funzionamento del sistema di prezzi, cioè del meccanismo che segnala carenze o surplus di mercato. I prezzi coordinano l’interesse di acquirenti e venditori trasmettendo informazioni reali sulla scarsità delle risorse sottostanti a un dato prodotto. Prezzi in aumento inviano informazioni sulla domanda e sull’offeta, disincentivando il consumo e promuovendo la produzione. Prezzi in calo a propria volta incoraggiano il consumatori all’acquisto, ed i produttori a diminuire la produzione.

Il sistema dei prezzi funziona davvero, nonostante certi penosi tentativi di pianificazione centralizzata. Il piano di acquisti di stato rappresenta inoltre solo mezza giornata di produzione petrolifera negli Stati Uniti, come se un intervento tanto minuscolo potesse fare la differenza tra prosperità e disastro. Se fosse davvero necessario detenere una riserva strategica di petrolio, non dovremmo allora averne una anche per le carote, la carne di manzo, gli iPad, le scarpe da tennis o l’uva passa? Tenetevi forte: per quest’ultima ne esiste davvero una: la National Raisin Reserve, anacronismo altrettanto bizzarro ereditato dall’era della Grande Depressione e che impone ai produttori di uva passa di destinare allo stato metà del proprio raccolto, al fine di mantenerne alto il prezzo.

La Strategic Petroleum Reserve detiene riserve totali pari a due mesi di produzione petrolifera degli USA, la quale rappresenta solo il 10% della produzione mondiale. Perché non portarla a sei mesi, o un anno? E perché mai solo mezza giornata di produzione? Non vi è alcun criterio razionale dietro a questa decisione. Poniamo che accada davvero una qualche sorta di catastrofe che provochi un blocco della produzione: i prezzi schizzerebbero alle stelle attivando un notevole aumento di produzione petrolifera in tutto il mondo. Poniamo anche che, per ragioni di politica estera, gli USA blocchino qualunque importazione petrolifera ed inizino ad attingere alle proprie riserve: non sarebbe di certo il consumatore a beneficiarne ma lo stato, il quale si preoccuperebbe di inviarle all’esercito ed a tutte le proprie agenzie ritenute essenziali.

In altre parole, questo programma non ha nulla a che fare con te e me, nemmeno in teoria. Per comprendere come una creatura come la SPR possa mai esistere basterà guardare a chi ne beneficia di più: l’industria petrolifera. E’ un mercato protetto, un sussidio alla grande industria proprio come i buoni alimentari lo sono per il settore agricolo. Forse è questo il motivo per cui una simile proposta viene rispolverata proprio ora che i prezzi petroliferi sono in forte discesa: per assistenzialismo di stato all’industria, per altro ben poco velato.

Il programma di sussidio della SPR fu introdotto quando i prezzi del petrolio erano controllati dallo stato e sull’industria petrolifera gravavano forti pressioni finanziarie: la riserva contribuì ad alleviare tale pressione, classico caso di come un intervento di stato ne richieda poi un altro fino a che una certa categoria privilegiata resti soddisfatta del nuovo equilibrio. La SPR fu la classica toppa sopra un “buco del mercato” creato dallo stato. Non si ha più un controllo sui prezzi petroliferi sin dagli ultimi anni ’70, il che rimuove ogni necessità oggettiva di una riserva. Il solo periodo in cui si sono registrate code ai distributori fu quando era presente uno zar che ordinava alle persone quanta benzina acquistare ed a quale prezzo. Le code sparirono dopo la rimozione di tale controllo.

Qual è il danno provocato dalla Strategic Petroleum Reserve? Innanzitutto quello di uno scriteriato spreco di soldi del contribuente. Qualora l’offerta di petrolio fosse davvero carente, il fatto di iniettarne altro proveniente da una riserva di stato attiverebbe nel mercato pressioni al ribasso dei prezzi, riducendo l’incentivo dei produttori ad aumentare la produzione proprio quando ce ne sarebbe più bisogno.

La SPR è un perfetto esempio del pericolo di un qualunque programma di governo: una volta avviato è estemamente difficle liberarsene, indipendentemente da quanto irrilevante il motivo iniziale sia diventato. Eccoci dunque quarant’anni dopo, con significativi aumenti della produzione petrolifera e dell’innovazione nel campo della raffinazione e distribuzione, ma stiamo ancora pagando caro per un piano di accumulo privo di alcun senso dal punto di vista economico. Lo si dovrebbe abolire del tutto, come suggerì Ronald Reagan nel 1980 (prima di cambiare idea e dirsi favorevole ad una sua espansione). In conclusione, si può dire che la SPR assomigli molto al Servizio Postale: esiste solo grazie ad una magica combinazione di ingoranza economca e privilegi di casta.

(Originale: Oil Boom and Governemnt Glut)

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Intervista a Mauro Biglino

Luogocomune.net - Lun, 23/03/2015 - 00:00


Vaticano e avvoltoi

Tra cielo e terra - Sab, 21/03/2015 - 18:02

(I Gargoyles) sono i mostri che dovrebbero esorcizzare, e pertanto proteggere la costruzione.
[…] non sono solo raffigurazioni grottesche adatte a eccitare l’immaginazione, ma svolgono una funzione specifica, che consiste nel mandare un messaggio e un avvertimento (per questo devono essere visibili).

Il messaggio, che è espresso in un linguaggio fantasioso e diretto, avverte che la santa cittadella è assediata e minacciata da quegli stessi che dovrebbero guardarla e custodirla, ossia dalle gerarchie del clero secolare nelle loro collusioni con il potere politico.
Ciò significa che gli spiriti maligni si sono impadroniti della copertura, poiché all’interno non possono penetrare, e là risiedono come avvoltoi in attesa della preda.
I segreti delle cattedrali, Antonella Roversi Monaco

Agli occhi dei profani non è concesso conoscere le profonde e contrastanti spinte che animano una istituzione tanto vasta e complessa quanto la secolare Chiesa Cattolica Romana.
Custodi della parola del Cristo, Figlio di Dio, nei secoli l’immagine e l’operato del clero sono più volte finiti in contrasto con l’insegnamento del loro ispiratore, ed ancora ai nostri giorni al semplice fedele viene richiesto un grande sforzo di fede per conciliare l’immagine della istituzione madre con il messaggio su cui la sua religione si basa.
Dopo il culmine della depravazione che la Chiesa Cattolica sperimentò nel periodo rinascimentale, per mezzo di grandi e piccoli cambiamenti di rotta il Vaticano ha potuto rivedere le sue priorità e la sua immagine, fino al giungere agli ultimi anni del XX secolo e i primi del XXI in cui la spinta del rinnovamento è parsa assumere connotati ancora più marcati, a partire dal Concilio Vaticano II fino ad arrivare a Papa Francesco, un pontefice che ha fatto della semplicità il suo segno distintivo.

Ma se questi aspetti esteriori, per quanto essi stessi ampiamente dibattuti, presentano comunque il desiderio di offrire una immagine della chiesa finalmente cristiana, il Vaticano rimane pur sempre una istituzione globale e potente, in grado di gestire risorse economiche senza paragoni.
E dove esistono poteri enormi e risorse economiche senza fondo, là convergono anche uomini dalle ambizioni enormi e dalle anime senza fondo, mossi dalle motivazioni più grezze e terrene.
Lo scandalo dello IOR e del Cardinal Marcinkus fa parte della storia recente della Chiesa, così come i tristi casi delle coperture dei preti pedofili.

E lo IOR, la banca vaticana che gestisce enormi capitali in tutto il globo, esiste tutt’ora, e il semplice fedele a volte non può non interrogarsi sul come la gestione di una tale potenza economica possa trovare un compromesso con il messaggio di povertà di Cristo.
Papa Francesco, dal canto suo, pare essere deciso a ripristinare l’ideale cristico al meglio delle sue forze, rifiutando l’ostentazione dei simboli di potere e di ricchezza, presentandosi con una immagine umile e ribadendo a più riprese il messaggio originario di Gesù fatto di amore e comprensione.
Per quanto anche all’interno del mondo cattolico il suo operato venga criticato, in particolar modo da chi gli rimprovera una banalizzazione del ruolo che è stato chiamato a ricoprire, la sua figura pare ispirare responsi più che positivi anche nel mondo laico che registra con soddisfazione una apertura di grande portata verso temi spinosi come l’accoglienza del diverso, o la questione stessa della povertà all’interno delle istituzioni cattoliche.
C’è anche chi criticamente si domanda fino anche punto la figura dell’attuale papa sia sincera e quanto invece rappresenti una sorta di operazione di marketing, volta a rinfrescare l’immagine obsoleta e sempre sotto attacco di una Chiesa che ha da tempo smarrito la sua vocazione cristiana.

In ogni caso, qualunque siano le reali spinte che animano l’operato di Francesco, quel che è certo è che all’interno del mondo vaticano vi sono diverse correnti, e i reali centri del potere potrebbero rimanere nell’ombra.
Si era ipotizzato all’epoca delle dimissioni di Benedetto XVI di una sua incapacità nel giungere a dei compromessi con questi poteri nascosti, impossibilità che lo ha condotto alla decisione straordinaria del suo ritiro, ma ancora una volta si è costretti a muoversi nel campo delle ipotesi.

Casina Pio VI in Vaticano

Nel frattempo, dalle stanze del sacro colle giungono di tanto in tanto notizie curiose, di importanza sicuramente secondaria, al limite del gossip, ma che nel loro piccolo sono indice di processi ben più profondi, e a volte si fanno portatrici di significati simbolici che vanno ben al di là del loro impatto reale.
Uno di questi casi fu sicuramente l’occasione della festa di compleanno del Cardinal Bertone, ex Segretario di Stato e Camerlengo di Santa Romana Chiesa, una delle figure più potenti all’interno del mondo cattolico.
Per il festeggiamento del suo compleanno, il cardinale Bertone non si fece problemi ad organizzare una sontuosa festa, con tanto di degustazioni pregiate con un menù a base di tartufo d’alba accompagnato da vini costosi di grande pregio.
Ed è l’ostentazione ciò che maggiormente colpisce in un evento simile, come se cardinali affini non cogliessero la minima contraddizione tra uno sfarzo simile e il ruolo che sono chiamati a ricoprire.
La festa ebbe luogo nella casina Pio VI, nei giardini vaticani, e questo perchè l’abitazione del Cardinal Bertone, un attico di 700 metri quadrati sul palazzo San Carlo in Vaticano era in ristrutturazione.
Curioso come Bertone risieda in cima ad un palazzo, sulla copertura, proprio come i gargoyles, che là risiedono come in attesa della preda.

Commenti liberi

Luogocomune.net - Sab, 21/03/2015 - 09:24
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

Eventi pubblici

Luogocomune.net - Ven, 20/03/2015 - 20:50
Domenica 22 marzo - Resana (TV) - Convegno sui poteri forti. Partecipano Massimo Mazzucco, Diego Marin, Paolo Franceschetti, Mauro Biglino. Locandina.

************

Domenica 29 marzo - Portici (NA) - 11 settembre - Strage o complotto - You Decide. Spettacolo teatrale di Fernando Maddaloni. Locandina.

Quando sognavano l’Unione Sovietica

Von Mises Italia - Ven, 20/03/2015 - 09:00

The Austrian School: Past and Present, scritto da Randall G. Holcombe come introduzione alla raccolta di saggi da lui curata, 15 Great Austrian Economists (Ludwig von Mises Institute, 1999), è un saggio molto ricco di informazioni e di spunti. Ho scelto di tradurne alcuni brani significativi, perché è opportuno non dimenticare, oggi, quali siano stati, in un passato ancora prossimo, miti e modelli dei macroeconomisti. Sperando che quel passato non ritorni, in versione anche peggiore, come futuro distopico, visto che tutto fa pensare che il mainstream dei simil-economisti continui a lavorare in quello stesso senso…

Un altro fattore che ha allontanato l’economia Austriaca dal mainstream è stato il dibattito sul calcolo socialista. Nel 1919, poco dopo la formazione dell’Unione Sovietica, Ludwig von Mises, ad un convegno della professione, presentò un articolo dove sosteneva la tesi che le economie a panificazione centrale fossero condannate al fallimento. Mises ha sviluppato la propria idea in opere successi e e ha continuato a difendere la sua tesi fino alla morte, nel 1973. Hayek si è unito al dibattito al fianco di Mises, un’aggiunta di peso; ma la maggior parte degli altri economisti si è ammassata sull’altro fronte, dando vita a quello che è stato chiamato il dibattito sul calcolo economico socialista. L’opinione comune degli economisti di professione era che Mises avesse torto e che la pianificazione centrale non solo fosse praticabile, [ma] che fosse superiore al mercato come metodo di allocazione delle risorse economiche. Mises, il principale portavoce della Scuola Austriaca, è stato identificato con la sua posizione nel dibattito sul calcolo socialista in modo tanto stretto che ha gettato un’ombra su tutta quanta la teoria economica Austriaca. Entro il 1950, qualsiasi economista esprimesse sostegno alla Scuola Austriaca si stava, implicitamente, schierando su quella che era generalmente considerata la posizione perdente nel dibattito. Pochi economisti dell’ambiente accademico erano disposti a farlo.

Entro la metà del ventesimo secolo, la teoria economica si è concentrata sulle condizioni matematiche per l’equilibrio economico, e la politica economica si è concentrata sui modi in cui l’intervento del Governo nell’economia può favorire la prosperità. La teoria Austriaca, con la sua enfasi sui processi di mercato anziché le condizioni di equilibrio, con la sua attenzione per l’attività d’impresa, anziché l’equilibrio concorrenziale sui merci a zero profitti, e con la sua attenzione per l’allocazione delle risorse prodotta dal mercato anziché per la pianificazione governativa, si era spostata ai margini della scienza economica, da una delle forze principali al centro del pensiero economico, qual era stata.

Giunti al 1950, tutto ciò che restava della Scuola Austriaca era Ludwig von Mises, e i suoi studenti alla New York University. Mises e Hayek, i due Austriaci più in vista, erano sempre identificati con la loro ostinazione a credere che le economie socialiste fossero condannate a fallire, la quale li screditava agli occhi della maggior parte dei professori di economia.

[…]

Dal suo nadir a metà del ventesimo secolo, la teoria Austriaca ha continuato a guadagnare visibilità, sia dentro l’accademia sia fuori. F.A. Hayek ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 1974, dando alla Scuola Austriaca attenzione e rispettabilità. A quel punto, un piccolo movimento i rinascita Austriaca, condotto da Kirzner e Rothbard, era già in corso, e il Premio Nobel di Hayek gli ha fornito una spinta in più. Tuttavia, la Scuola Austriaca era sempre banded dal fatto di trovarsi sulla posizione perdente nel dibattito sul calcolo socialista. Nel 1973, l’anno della morte di Mises, Paul Samuelson, altro Premio Nobel per l’economia e uno dei più importanti professori di economia della corrente dominante, sosteneva, nel proprio manuale introduttivo, che, a dispetto del fatto che l’Unione Sovietica aveva circa metà del reddito pro capite USA, il suo sistema economico superiore, basato sulla pianificazione centrale, le assicurava una crescita più rapida. Basandosi su quest’assunto, Samuelson prevedeva che il reddito pro capite nell’URSS potesse raggiungere quello degli Stati Uniti già nel 1990, e quasi certamente entro il 2015.1 Tenete presente che la previsione di Samuelson si trovava in un best-seller, il suo manuale istituzionale per matricole, e che era la linea standard che si insegnava nelle aule universitarie in quel tempo. Chiaramente, il mainstream non aveva accettato le idee della teoria Austriaca.

Ironicamente, il dibattito sul calcolo socialista, che tanto aveva macchiar la reputazione della Scuola Austriaca perché Mises e Hayek rifiutavano di cedere, divenne una delle maggiori vittorie della teoria economica Austriaca dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, seguito dal collasso dell’Unione Sovietica nel 1991. Saltò fuori che Mises aveva ragione, e i ritmici della Scuola Austriaca, che un tempo ne avevano respinte le tesi come fuori del mondo, vennero convertiti, se non in fan, almeno in esploratori curiosi. Economisti che, in un altro momento, avevano scartato la Scuola Austriaca volevano scoprire quali intuizioni avessero portato Mises e una misera manciata di altri ad essere così certo delle loro idee, a dispetto della disapprovazione pressoché unanime degli economisti di cattedra e di carriera.

Mentre il ventesimo secolo si avvicina al termine, molte delle idee che un tempo distinguevano la teoria Austriaca dal mainstream sono, ora, oggetto di indagine da parte degli economisti mainstream. Decenni or sono, i macroeconomisti hanno riconosciuto a necessità di disaggregare le proprie elaborazioni teoriche, scendendo al lavello del comportamento individuale, e gli economisti riconoscono sempre più l’importanza dell’incertezza e dell’informazione imperfetta per il modo in cui gli individui prendono decisioni e i mercati operano. Tuttavia, resta una divisione netta in molte aree; la più ovvia è, forse, la persistente concentrazione del mainstream sulle proprietà matematiche dell’equilibrio, rispetto alla concentrazione degli Austriaci sul processo di mercato.

NOTE

1 Paul A. Samuelson, Economics, New York 1973 (IX ed.), pag. 883.

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Israele e la voglia di atomica

Luogocomune.net - Gio, 19/03/2015 - 17:40
L'attentato di Tunisi ha fatto passare sotto silenzio un'altra notizia, forse ancora più importante: il risultato elettorale in Israele.

La vittoria del Likud infatti non rappresenta soltanto la quarta volta in cui Netanyahu diventa primo ministro, ma introduce una linea di demarcazione molto netta dalla quale sarà molto difficile ormai tornare indietro. In difficoltà nei sondaggi, infatti, Netanyahu ha dovuto dichiarare apertamente che, se avesse vinto lui, "non ci sarebbe mai stato uno Stato palestinese". Netanyahu ha inoltre promesso, in caso di vittoria, "nuovi insediamenti per i coloni israeliani nei territori occupati".

Grazie a queste dichiarazioni fatte in extremis, Netanyahu è riuscito a spostare a proprio favore quella manciata di voti dell'estrema destra che gli ha permesso di vincere le elezioni, ma ha anche dovuto gettare definitivamente la maschera su quali siano le sue vere intenzioni nei rapporti con i palestinesi.

Da oggi quindi, non possiamo che aspettarci una nuova escalation di violenza, che ci porterà prima o poi a nuovi massacri come quelli di Ramallah e di Gaza.

Ma il problema non si limita a questo: ieri il "Times of Israel" ha riportato le dichiarazioni di un rappresentante dell'estrema destra, Ben-Eliyahu, il quale ha affermato che "solo con una distruzione nucleare dell'Iran e della Germania, con 20 o 30 bombe nucleari a testa, gli israeliani possono evitare la distruzione del proprio Stato." [...]

Attentato a Tunisi

Luogocomune.net - Mer, 18/03/2015 - 18:20
Commenti liberi sull'attentato di oggi a Tunisi.

Quando è lo stato a seminare malattie.

Von Mises Italia - Mer, 18/03/2015 - 08:00

Conoscete quel vecchio mito sull’industria del confezionamento carni? Nel 1906 Upton Sinclair pubblicò il proprio libro, dal titolo The Jungle, e scandalizzò il paese intero descrivendo gli orrori di quel settore. Esseri umani bolliti in tinozze e spediti al macello; parti di roditori mescolate alla carne, e così via. Di conseguenza, il Federal Meat Inspection Act fu approvato in parlamento ed i consumatori furono salvati da tremende infezioni. La lezione fu che lo stato è necessario per impedire alle imprese alimentari private di avvelenarci tutti coi loro prodotti.

Non solo, ma questo mito è oggi responsabile del largo sostegno all’intervento statale per contrastare l’ebola e dell’attività di ispezione alimentare del Ministero dell’Agricoltura satunitense, della regolamentazione dei medicinali da parte della FDA, della pianificazione centrale sulla produzione alimentare, del Centro per la Prevenzione e Controllo delle malattie e delle legioni di burocrati che ispezionano e certificano le imprese ad ogni piè sospinto. Questo mito è a fondamento della giustificazione addotta dallo stato per intromettersi in ciò che mangiamo e nel modo in cui ci occupiamo della nostra salute.

Tutto si basa sull’assunto implausibile che le persone impegnate nel confezionamento e vendita di un prodotto alimentare non abbiano alcun interesse a che quest’ultimo possa farci male. Basta un solo secondo, tuttavia, per comprendere come una simile idea sia del tutto falsa: in un libero mercato basato sul consumatore, l’attenzione verso il cliente è il miglior criterio di regolazione (il che presumibilmente comprende anche il non volerti uccidere); la reputazione del produttore è un potente strumento di profitto e l’igiene lo è per la reputazione, da molto prima dell’arrivo di Yelp.

Lawrence Reed si è occupato di altri miti sull’industria del confezionamento carni; l’opera di Sinclair non era intesa come resoconto fedele dei fatti: era più una fantasia in forma di sermone socialista. Provocò una levata di voci in favore di una maggiore regolamentazione, ma il vero motivo per cui la relativa norma fu approvata sta nel fatto che i maggiori produttori di carni di Chicago compresero come essa avrebbe messo al tappeto i loro concorrenti. Infatti, le ispezioni sulle carni imposero a questi ultimi costi tali da trasformare quel settore in un oligopolio. Ecco perché i principali sostenitori del disegno di legge furono proprio i maggiori produttori: la normativa ebbe più a che fare col proteggere una elite che col difendere il consumatore.

A proposito di questi retroscena storici, c’è molto altro da sapere sulle giustificazioni addotte dallo stato per intromettersi nel settore sanitario. La norma imponeva ispezioni federali in loco a qualunque ora ed in qualunque impianto produttivo. A quel tempo, i legislatori escogitarono un metodo inaffidabile per l’individuazione di carne guasta: infilzare il campione con una sonda e poi annusarla. Se l’odore era di fresco, l’ispettore avrebbe infilzato la sonda in un altro campione, per poi annusarla di nuovo. Questa procedura era attuata su ciascun campione selezionato all’interno di un impianto.

Nel suo libro The Food-Safety Fallacy: More Regulation Doesn’t Necessarily Make Food Safer (Northeastern University Law Journal, vol. 4, no. 1), Baylen J. Linnekin sottolinea quanto questo metodo ispettivo fosse fondamentalmente difettoso: innanzitutto i patogeni della carne non sono necessariamente rilevabili all’olfatto; si richiede infatti del tempo affinché inizino a far puzzare la carne. Inoltre, essi possono diffondere malattie anche attraverso il contatto: la sonda infilzata nel campione può entrare in contatto con dei batteri e passarli al campione successivo senza che l’ispettore se ne accorga. Tale metodo di ispezione fu certamente responsabile della rasmissione di patogeni da campioni guasti a campioni sani e facendo sì che l’intero stabilimento diventi un ricettacolo di patogeni, invece di isolarli all’interno di un solo campione. Come spiega Linnkin:

In un innumerevole quantità di casi gli ispettori della USDA senza alcun dubbio trasmisero batteri dannosi da campioni di carne contaminati ad altri sani e, di conseguenza, furono direttamente responsabili dell’insorgenza di malattie in un numero imprecisato di statunitensi.

In termini di efficacia nel trasmettere patogeni da carni infette a carni sane, il metodo “pungi e annusa” fulcro del sistema di ispezione carni della USDA fino alla fine degli anni ’90 del XX secolo, fu senza dubbio lo strumento ideale. A ciò si aggiunga il fatto che gli stessi ispettori USDA sin dall’inizio furono critici del protocollo e che la USDA mancò al proprio ruolo di controllore presso centinaia di stabilimenti per quasi tre decenni. Diviene allora piuttosto chiaro come, invece di aumentare la sicurezza alimentare, tale metodo rese il cibo meno sano ed i consumatori meno sicuri.

Sì, hai letto bene: il metodo “pungi e annusa” fu inaugurato nel 1906 e restò in vigore fino agli anni ’90. Lo stesso sito della USDA pubblica il resoconto di un ispettore che suggerì l’abbandono di una pratica, quella realtiva all’ispezione carni, durata più a lungo del regime sovietico.

Quando in ambiente scolastico si parla di sicurezza alimentare, di solito vengono elencati alcuni episodi di scandali alimentari per poi concludere con l’approvazione della normativa in materia. Sembra esserci una generale carenza di curiosità riguardo a quanto avvenne dopo: i legislatori ottennero il risultato cercato? La situazione migliorò? Se sì, fu questo miglioramento dovuto alla normativa in materia, oppure alle innovazioni introdotte dai privati? Oppure la situazione è peggiorata e, in caso sia accaduto proprio questo, possiamo attribuirne la responsabilità agli stessi legislatori? Queste sono le domande che dobbiamo chiederci.

Il motivo per cui pessime pratiche durano nel tempo senza essere rimpiazzate tramite una più efficace sperimentazione è direttamente connesso all’immobilismo della macchina pubblica. Una volta che una norma è in pratica, nessuno può fermarla indipendentemente dal fatto che possa essere assolutamente priva di senso. Ne avete una prova ogni volta in cui vi mettete in coda per i controlli di sicurezza all’aeroporto: l’irrazionalità è tale da lasciare ogni volta a bocca aperta… me e pure gli addetti alla sicurezza! Requisiscono bottiglie di shampoo ma fan passare accendini; a volte sequestrano i cavatappi, altre no. Ti analizzano le mani per verificare che tu non abbia manipolato esplosivi, ma l’improbabilità di un evento simile fa sì che l’addetto stesso riesca a stento a mantenere una faccia seria.

Ogni qualvolta lo stato impone delle regole opera come se avesso impostato il pilota automatico; non ha importanza quanto idiote, dannose, irrazionali o obsolete siano: quelle regole finiscono col surclassare la capacità di ragionamento umana. Quando si parla di sanità, una simile pratica diviene assai problematica: in questo settore della vita nessuno vuole un supervisore impermeabile alle innovazioni ed al progresso, nessuno vuole trovarsi sottoposto ad un regime specializzato nel seguire protocolli indipendentemente dalla loro efficacia, invece di migliorarsi avendo un fine concreto in mente.

Questo è il motivo per cui nelle società dominate dallo stato tutto scivola in ibernazione. A esempio, la Cuba di oggi ricorda ancora le illustrazioni degli anni ’50 e la Germania dell’Est dopo il crollo del muro, così come l’Unione Sovietica, ci ha presentato una società tato arretrata. E’ il motivo per cui il servizio postale non riesce a rinnovarsi e la scuola pubblica è ferma agli anni ’70. Una volta introdotto un piano di stato, non lo si schioda più manco quando è evidente il suo fallimento.

La vicenda del metodo “pungi e annusa” nell’industria del confezionamento carni serva da monito contro ogni forma di regolamentazione statale intesa a proteggerci da infezioni, a portarci maggior sicurezza o ad ogni altra cosa. Viviamo in un mondo di continuo cambiamento ed aumentata conoscenza: le nostre vite ed il nostro benessere dipendono da sistemi economici capaci di adattarsi al primo, elaborare la seconda e renderla utile al servizio di bisogni umani. Un’economia di mercato competitiva svolge esattamente questa funzione.

 

(Originale: When the Governement Spreads Diseses: the 1906 Meat Inspection Act)

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France about to ban "conspiracy theories"

Deep Politics Monitor - Mer, 18/03/2015 - 04:51
by Thierry Meyssan — Voltairenet.com March 13, 2015 At the request of President François Hollande, the French Socialist Party has published a note on the international “conspiracy theorist" movement. His goal: to prepare new legislation prohibiting it to express itself. In the US, the September 11, 2001 coup established a "permanent state of emergency" (Patriot Act), launching a series of

Un finale hollywoodiano – ovvero come ti fabbrico il terrorista

Luogocomune.net - Mar, 17/03/2015 - 20:40
Un “finale hollywoodiano” era quello che ci si aspettava dal piano terroristico del ventisettenne di origine kosovara, instabile mentalmente, che avrebbe dovuto farsi saltare in aria in un affollatissimo Casinò di Tampa in Florida.



di Piero Cammerinesi

Nel corso degli otto minuti del “video da martire”, girato nel Days Inn di Tampa, il giovane, Sami Osmakac, promette, infatti, di vendicare le uccisioni di fratelli musulmani in Afghanistan, Iraq, Pakistan e in ogni altra parte del mondo.

“Occhio per occhio, dente per dente, una donna per ogni donna, un bambino per ogni bambino”.

Registrato il video, Sami aveva in programma di recarsi all’Irish bar di Tampa e poi al Casinò locale, dove avrebbe preso degli ostaggi prima di farsi esplodere all’arrivo della polizia.

Per questo piano, peraltro non portato mai a termine, oltre che per possesso di armi di distruzione di massa – un’auto-bomba, sei granate, un giubbotto esplosivo e varie armi tra cui un AK-47 - il giovane è stato condannato, il 26 Novembre scorso, a 40 anni di carcere dalla corte di Tampa(1).

Fin qui nulla di strano.

Solo che oggi emerge – da un clamoroso scoop di The Intercept, il nuovo giornale di Glenn Greenwald, meglio noto come colui che realizzò le prime interviste ed il ‘lancio’ di Edward Snowden - che il giovane squilibrato kosovaro era stato irretito, condizionato, finanziato e armato niente meno che da una rete di agenti FBI sotto copertura. [...]
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