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Perché la presunta “prosperità di Clinton” degli anni '90 è un mito ridicolo

Freedonia - Lun, 29/08/2016 - 10:13




di David Stockman


Che Hillary Clinton sia rimasta — inspiegabilmente — vicina al suo uomo per 40 anni sono fatti suoi. Ma ora lei vuole che anche 320 milioni di americani stiano dalla sua parte eleggendola presidente, in modo che possa fare di Bill lo zar economico della nazione:

Nel corso di un discorso in Kentucky ha detto: "Mio marito, che metterò a capo della rivitalizzazione dell'economia perché lui sa quello che sta facendo."
A dire il vero, no invece.

In realtà la presunta prosperità degli anni '90 è stata elargita da Alan Greenspan, e non in senso buono.

L'era della prosperità tecnologica s'è dimostrata in realtà il solito crack-up boom. Cioè, un simulacro di prosperità; un artefatto dell'inflazione monetaria e della speculazione finanziaria. Non solo era insostenibile; ma era sicuro che si sarebbe ritorto contro la nostra economia, e l'ha fatto col doppio dell'intensità prevedibile.

Il Boom di Greenspan era la fonte delle tossine finanziarie che hanno afflitto questo secolo. Vale a dire, le implosioni immobiliari e del credito dopo il 2007, il crollo del mercato azionario e il crollo delle bische clandestine a Wall Street nel 2008-2009, l'economia di Main Street in stallo dopo la crisi, gli indicibili guadagni inattesi per l'élite finanziaria abilitati dalla NIRP e dal QE, e la disperazione dell'entroterra statunitense che ha dato carburante alla campagna elettorale di Donald Trump — tutte queste cose hanno le loro radici nelle perfidie monetarie dello zio Al durante gli anni '90.

Nessuno degli "economisti" di Wall Street o di Washington è in grado di esporre il mito della Prosperità di Clinton. Ecco perché sono allineati alle parole presenti nel vangelo keynesiano.

Di conseguenza, pensano che l'intervento politico — soprattutto lo stimolo della banca centrale — possa fare la differenza. Cioè, possa innescare la crescita economica, migliorare gli standard di vita e la ricchezza rispetto a quello che accadrebbe se si lasciassero agire indisturbate le forze recessive e correttive dei mercati.

A dire il vero, perché dovrebbero pensarla diversamente? Anche quelli che fanno la danza della pioggia credono nella propria magia.

Ma una giusta lettura degli ultimi 25 anni suggerisce che non c'è stata affatto magia. Infatti la massiccia intrusione monetaria avviata da Greenspan dopo il Black Monday dell'ottobre 1987, non ha disinnescato il ciclo economico, ma l'ha sostituito temporaneamente con cicli sempre più furiosi di boom e bust. In tal modo ha distorto e deformato l'attività economica, non l'ha espansa; e la falsificazione dei prezzi finanziari e l'inflazionamento dei valori patrimoniali, non ha migliorato in modo permanente la ricchezza economica.

Di conseguenza ciò che viene esposto dai keynesiani come prova del successo economico del periodo Clinton, è in realtà il suo esatto contrario. Infatti la crescita media del PIL reale del 3.8% l'anno tra il quarto trimestre 1992 e il quarto trimestre 2000, è esattamente il motivo per cui la crescita è drasticamente rallentata all'1.2% annuo nel corso degli ultimi otto anni.

La presunta magia monetaria di Greenspan non ha fatto altro che rubare dal futuro in modo da pompare gli anni '90. Così facendo, ha lasciato il futuro profondamente e permanentemente compromesso. I posti di lavoro buoni della classe media sono andati persi, i redditi reali delle famiglie sono stagnanti, e il grande debito pubblico e privato sono la sua eredità.

Al centro della questione c'è l'esplosione del debito, e soprattutto dopo la cosiddetta rivolta dei bond vigilantes nel 1994. Da allora in poi, i mercati monetari sono stati ultra-allentati e il credito è diventato troppo a buon mercato.

Ma, come spiegato di seguito, la conversione dello zio Al alla dissolutezza monetaria non poteva arrivare in un momento peggiore, dato il contesto finanziario ed economico globale. Quello che il libero mercato avrebbe generato a fronte della massiccia eruzione del mercantilismo in Cina e nel resto dei mercati emergenti asiatici, sarebbe stato esattamente l'opposto del boom Greenspan/Clinton.

Cioè, al fine di adattarsi al drastico spostamento verso il basso della curva del lavoro e della produzione globale promulgato dal "made in China", l'economia degli Stati Uniti sarebbe dovuta tornare a tassi d'interesse elevati, risparmi elevati, crescita dei consumi tiepida, basso debito interno e mercati finanziari austeri.

Invece il tasso di risparmio delle famiglie è sceso dal 10% alla fine del 1992 al 4% alla fine del 2000. Allo stesso tempo, il debito totale nel mercato del credito è salito da $15,800 miliardi a $28,600 miliardi, o ad un tasso annuo del 7.7%.

Questa crescita del debito di famiglie, imprese e settore finanziario ha di gran lunga superato la crescita del PIL nominale, il quale è cresciuto invece ad un tasso annuo del 5.5%.

Vale a dire, durante la presidenza Clinton il debito nei mercati del credito è salito di quasi $13,000 miliardi, o del 3.4X rispetto ai $3,700 miliardi di crescita del PIL nominale nel corso del suddetto periodo.




Da questa equazione deformata è seguito tutto il resto. Ancora più importante, la spesa per i consumi ha cominciato a correre più veloce dei salari, il che significa che il processo di saturare i bilanci al fine di consentire alle famiglie di vivere oltre i propri mezzi, ha avuto pesanti ritorsioni. Non ha raggiunto il punto di rottura fino al 2007, quando infine i nodi sono venuti al pettine.




Più volte su queste pagine abbiamo sottolineato l'enorme crescita dei rapporti di leva delle famiglie, trucco da salotto una tantum della FED di Greenspan. Le banche centrali possono far crescere più rapidamente il PIL nominale, soppiantando temporaneamente la legge di Say.

Cioè, se viene aumentata la fonte naturale dei consumi e della spesa per investimenti (es. salari delle famiglie e flusso di cassa delle aziende) con finanziamenti incrementali rispetto alla capacità di bilancio, la spesa totale o il PIL si gonfieranno. Ma questo trucco funziona solo fino a quando il rubinetto della leva finanziaria raggiunge il punto di saturazione, o ciò che altrimenti potrebbe essere chiamato Picco del Debito.

Inutile dire che tale condizione è stata raggiunta nel 2007-2008, e sin da allora l'economia della nazione è rimasta in stallo. Ma i frutti del boom sono stati raccolti durante gli anni '90. I Clinton si sono semplicemente goduti il viaggio.

Poi è successo che a poco a poco la bolla monetaria di Greenspan ha perso la sua efficacia, mentre il sistema finanziario è diventato più saturo di debiti e speculazioni. Così, dopo un'espansione ad un ritmo del 3.8% durante il periodo 1992-2000, la crescita del PIL in termini reali è rallentata al 2.4% nel corso dei sette anni successivi fino al picco ciclico nel quarto trimestre del 2007. E poi durante gli otto anni successivi è scesa all'1.2% l'anno.

Ecco il punto. Non esiste alcun arco di otto anni nella storia moderna in cui la crescita economica s'è minimamente avvicinata a questa misura. Lo stato miserabile in cui si trova l'economia della nazione, rappresenta essenzialmente il giorno dopo la sbornia offerta da Bill e Hillary.

Detto in modo diverso, la massiccia speculazione finanziaria che ha alimentato il boom immobiliare e il boom del credito post-2000, e quindi il relativo bust, era parte integrante della deformazione finanziaria che nel corso degli anni '90 ha messo tutti questi grandi numeri sul tabellone. Contrariamente alla narrativa keynesiana, il 15 settembre 2008 non siamo stati colpiti da una sorta di "contagio" alieno arrivato su una cometa e la tiepida "ripresa" sin da allora non è stata causata da una sorta di battuta d'arresto una tantum. Era tutto opera delle intrusioni distruttive delle banche centrali.

Quindi l'essenza della prosperità di Clinton deriva da errori nella politica di Greenspan — un errore fatale che ha lasciato le famiglie sepolte sotto montagne di debiti e con redditi reali stagnanti.

È accaduto perché quando all'inizio degli anni '90 Deng lanciò la grande macchina cinese dell'esportazione mercantilista, Alan Greenspan era più interessato a coccolare Washington piuttosto che a tener fede alle convinzioni di una vita riguardo una moneta sonante.

Infatti quando entrò nell'Eccles Building nell'agosto 1987, lasciò alla reception il suo cappello colmo di principi sul gold standard. Non solo non l'ha mai richiesto indietro, ma, invece, ha abbracciato l'anti-deflazionismo istituzionale della banca centrale.

Questo tradimento ha provocato un mix letale culminato con lo svuotamento dell'economia americana, perché ha impedito al capitalismo americano di adattarsi allo tsunami di manufatti a basso costo provenienti dalla Cina e dalla sua catena di approvvigionamento nell'est asiatico.

Come abbiamo spiegato molte volte su queste pagine, l'unica politica compatibile con il regime monetario inflazionistico di Greenspan è stata il ritorno ad un commercio completamente manipolato e il passaggio a dazi elevati sui beni e servizi importati.

Ciò ha notevolmente rallentato la produzione estera, rimanendo fedele all'economia del Grande Pensatore. Dopo tutto, nel 1931 Keynes si trasformò in un protezionista e scrisse addirittura un'ode alle virtù dei "beni tessuti a mano".

Ahimè, nemmeno l'inflazione in un paese barricato dietro barriere commerciali funziona, come abbiamo visto durante la spirale inflazionistica tra la fine degli anni '60 e '70. Questo perché in un'economia chiusa l'allentamento monetario conduce ad un aumento di salari e prezzi interni a causa di troppa spesa alimentata dal credito facile; e questa spirale va fuori controllo in assenza della disciplina imposta dai beni e servizi esteri a basso prezzo.

Al contrario, l'impennata del debito nazionale in un'economia aperta — come in quella durante l'amministrazione Clinton — non ha come risultato la salita dell'IPC, ma la salita del costo delle importazioni. Infatti l'esplosione dei prestiti alle famiglie stimolata dalla FED nei primi anni '90, ha provocato un crescente indebitamento delle famiglie e un'impennata dei costi dei manufatti cinesi a basso costo.




Detto in modo diverso, se il rapporto della leva finanziaria delle famiglie non fosse stato fatto levitare, il debito totale delle famiglie al momento della crisi finanziaria sarebbe stato di $6,000 miliardi, e non di $14,000 miliardi. E questo significa, a sua volta, che negli anni '90 l'economia nazionale sarebbe stata messa sotto torchio dalla deflazione.

Non ci sarebbe stata alcuna prosperità sotto l'egida di Clinton. L'interazione tra denaro sonante e il sistema dei prezzi avrebbe ripristinato la posizione competitiva dell'economia degli Stati Uniti. I prezzi nominali, i livelli salariali e i costi sarebbero stati di gran lunga inferiori a quelli che abbiamo visto durante il Boom di Greenspan. Di conseguenza meno imprese avrebbero delocalizzato.

A quest'ora la crescita competitiva dell'economia nazionale sarebbe stata rigenerata. La sbornia di Main Street a causa della festa finanziaria 1992-2007, non sarebbe affatto esistita.

Allo stesso modo, Wall Street non si starebbe crogiolano nei suoi guadagni imprevisti da migliaia di miliardi, provenienti da sopravvalutazioni di bond, azioni e immobili; né le élite starebbero banchettando sugli zampilli di crescita nella Silicon Valley e altrove.

Le politiche inflazionistiche della FED di Greenspan e dei suoi successori hanno creato un buco gigante nel lato dell'offerta dell'economia degli Stati Uniti, e poi l'hanno riempito con $8,000 miliardi di debito incrementale che ha aspirato lo tsunami delle importazioni mostrato qui sopra. Ciononostante rappresenta ancora un avvoltoio sull'economia di Main Street.

Sotto la rosea superficie dei conti del PIL durante l'era Clinton e dopo, è sorta un'economia "panem et circenses". Le importazioni illimitate hanno massicciamente spostato la produzione nazionale e i redditi — nonostante abbiano imposto un limite massimo alla salita dell'IPC.

Il "made in Cina" su lato dei beni e il "made in India" sul lato dei servizi, hanno strozzato l'inflazione interna e hanno impedito una spirale inflazionistica. La domanda sempre crescente (alimentata dal debito) delle famiglie degli Stati Uniti per beni e servizi è stata incanalata nelle importazioni, le quali hanno svuotato le risaie e i campi agricoli nelle economie emergenti a favore delle fabbriche.

In una parola, l'inflazione monetaria della FED è stata esportata e con essa un pezzo enorme della produzione nazionale. Infatti il grafico qui sotto rappresenta la proverbiale pistola fumante. Il profondo rosso nelle partite correnti degli Stati Uniti durante il periodo 1992-2008, non sarebbe mai potuto accadere in un sistema con una moneta sonante.




Gli stampatori keynesiani e i presunti liberali dicono di passare oltre a queste cose. Secondo loro gli americani scelgono di prendere in prestito sempre di più dai loro fornitori esteri al fine d'importare beni e servizi meno costosi.

E invece no, non hanno "scelto" di tumularsi nel debito; sono stati indotti, incentivati ​​e sovvenzionati dal credito a basso costo. Il libero mercato non ruba dal futuro per vivere alla grande oggi, perché i tassi d'interesse onesti ripuliscono il mercato prima che le bolle del debito sfuggano di mano.

Il presunto libero commercio ha anche permesso a molte aziende d'ingrassare i propri profitti tramite l'arbitraggio tra salari gonfiati negli Stati Uniti e salari nei mercati emergenti. Infatti l'alleanza tra grandi imprese e FED a favore di denaro gratuito e presunto libero commercio, è uno dei patti più distruttivi della storia economica.

In ogni caso, il grafico qui sotto centra il punto. Durante i 29 anni da quando Greenspan è diventato presidente, sono aumentati i salari nominali dei lavoratori nazionali, passando dai $9.22 l'ora nell'agosto 1987 ai $21.26 l'ora di oggi. È stata questa crescita del 2.3X nei salari nominali che ha reso attraente il mondo del lavoro in Cina, India e nel resto dei mercati emergenti.

Allo stesso tempo, i salari aggiustati all'inflazione dei lavoratori nazionali non sono andati da nessuna parte.

Proprio così. Sono state create decine di milioni di posti di lavoro all'estero, ma in dollari costanti di potere d'acquisto, il salario medio dell'operaio nel 1987 era di $383 la settimana e 29 anni dopo è di $380 la settimana.




Durante l'arco di suddetti 29 anni, il bilancio della FED è cresciuto da $200 miliardi a $4,500 miliardi. Si tratta di una salita del 23X in un lasso di tempo decisamente breve. Greenspan ha sostenuto di essere il salvatore della nazione per aver portato il tasso d'inflazione fino a circa il 2% durante il suo mandato; e Bernanke e la Yellen si sono anch'essi presentati come aspiranti salvatori, pompando denaro per evitare che suddetto target scendesse al di sotto del parametro di riferimento.

Ma il 2% d'inflazione è un errore keynesiano fondamentale, e la massiccia esplosione del bilancio della banca centrale è la più grande farsa monetaria nella storia.

La presidenza Clinton s'è ritrovata in mezzo a questa fase, ma non si trattava di prosperità — e in modo particolare per quanto riguarda la bolla del mercato azionario e il boom di Wall Street alimentati dalla stampante monetaria della FED.

Infatti è stato da quest'ultimo che la Fondazione Clinton ha raccolto i suoi miliardi. Di conseguenza ciò di cui ha davvero bisogno l'America, non è una nuova presidenza Clinton, ma una resa dei conti per le bolle che sono spuntate fuori quando Bill era alla Casa Bianca.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 1

Von Mises Italia - Lun, 29/08/2016 - 08:19
  1. I livelli del conflitto: intersoggettivo, sociale, planetario

Analizziamo tre casi di conflitto a diversi livelli.

Innanzitutto le opinioni discordanti su problematiche bioetiche: con l’espressione sintetizzante “la vita è sacra” declamata – spesso in tono monitorio – ad ermetica chiusura di ogni possibile apertura ad un dibattito su questioni sensibili attinenti a vari argomenti riguardanti la disponibilità dell’inizio e fine vita, come l’eutanasia o le direttive avanzate, si intende affermare assertivamente che l’argomento non è negoziabile e non può essere oggetto di compromesso tra correnti di pensiero differenti. Ciò perché costituisce un valore fondamentale di una determinata cultura. Quando si invoca la sacralità di qualcosa siamo in presenza di qualcosa di non sorpassabile, un tabù.

Poi un caso di organizzazione politica su base nazionale: i partiti maoisti in Nepal, nel processo di negoziazione della nuova costituzione ancora in corso ad inizio 2015 dopo secoli di monarchia indù (la costituente va avanti invano dal 2007) hanno insistito per l’introduzione di un federalismo su base etnica, il cui disconoscimento e mancata previsione nel progetto di costituzione a loro avviso nega l’identità ed il rispetto di decine di gruppi minoritari. Dal suo canto il presidente dell’UML, la maggioranza di governo, replica che un federalismo su base etnica non è sostenibile, poiché una simile suddivisione sarebbe foriera di conflitti disastrosi.

Paradossalmente dal punto di vista assiologico, e probabilmente con spirito ecumenico finalizzato ad evitare che il conflitto esploda, i vertici della chiesa cattolica nepalese spingono verso un compromesso laico (Sharma, 2015). Il vicario apostolico mons. Paul Simick afferma che tutta la comunità prega perché sia presto promulgata una costituzione laica e democratica. Il vescovo evangelico Narayan Sharma si augura che siano rispettate tutte le fedi e tutti i gruppi, e che ogni cittadino possa godere dei diritti umani e civili riconosciuti sul piano internazionale. Laicità e democrazia, dunque, difesi del clero. Ma tra laicità e radici etniche vi è un ambiguo legame da chiarire. E la democrazia non è utilizzabile quale criterio risolutore del conflitto tra unità statuale e federalismo. Quanto ai diritti umani riconosciuti, sul piano internazionale ci stanno differenziazioni sulla loro identificazione ed ancora maggiori per quel che riguarda l’interpretazione. E’ noto che l’idea dei diritti umani è cambiata nel tempo, e che anche nel presente non v’è concordanza su quali essi siano precisamente. Pletorico poi parlare della loro pratica attuazione. Di tale differenziazione di vedute costituisce lampante esempio il fatto che i paesi musulmani non hanno aderito alla dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, producendo a loro volta la dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, proclamata il 19811. Insomma, la buona volontà e le belle parole aiutano; ma non bastano in assenza di idee chiare.

Infine uno sguardo, ancora più ampio, a casi di conflitto a livello transnazionale. Preferisco quest’ultimo termine ad “internazionale” perché i conflitti internazionali non costituiscono più l’essenza del conflitto planetario: mentre una volta le nazioni erano i soggetti del potere, detentrici assolute della sovranità, attualmente esse sono i luoghi in cui la sovranità, che è divenuta sempre più fenomeno extraterritoriale, si organizza e si manifesta. Ma i soggetti detentori del potere sono legati tra loro ed agiscono transnazionalmente, anche tramite istituzioni sovranazionali. Questo significa che i conflitti internazionali stanno diventando con maggiore evidenza conflitti tra gruppi di potere ed ideologie che dominano alcuni territori nazionali verso altre ideologie che ne dominano altri. E se ciò è, in parte, sempre stato, questo tratto ha trovato all’inizio del secolo XXI una più ampia caratterizzazione, con la diffusione (in specie in occidente) del potere come rete globale. Mentre dapprima dunque la sovranità era precipuamente controllo del territorio, oggi la sovranità è essenzialmente controllo dello scambio economico planetario, delle sue regole e del suo mezzo: il denaro. Ed il controllo del territorio ne è strumento attuativo, livello di governo delegato e demandato a rappresentanti territoriali del potere sovranazionale. I sudditi delle nazioni sono dunque – a ben vedere – sudditi di quelle ideologie planetarie che governano in quelle nazioni. Questo non deve indurre all’errore di ritenere che la sovranità territoriale non sia rilevante: il potere agisce coercitivamente sempre su base territoriale, e trova pur sempre pratica attuazione tramite il suo controllo, sempre più forte e pervasivo. D’altra parte sarebbe anche errato e semplicistico credere che vi sia un gruppo di persone onnipotente: il fenomeno è molto più complesso, denso di molteplici contaminazioni; e coloro che guidano il processo di globalizzazione non costituiscono un insieme monolitico privo di conflitti al proprio interno2.

Si assiste però indubbiamente ad un mutamento di paradigma avvenuto con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia. Con nuovi vantaggi e nuovi pericoli.

Questa breve digressione è funzionale all’introduzione del terzo esempio, il successivo livello di conflitto: nel nuovo scenario del mondo globalizzato, dopo gli orrori del nazismo e del comunismo, non può destare sorpresa che la teoria della sovranità nazionale e della non interferenza sia andata in crisi e si sia affacciata la più recente dottrina della responsability to protect (R2P). Ma anche di questa si è cominciato presto a dubitare non appena ci si è resi conto che l’esportazione della democrazia non solo ha mostrato di non essere capace di raggiungere i suoi intenti, ma addirittura è sembrata atteggiarsi come una nuova forma di colonialismo, macchiata di ambiguità, strumentalità, commistione con ragioni economiche, di conquista e potere.

Quanto a questa ultima osservazione, è palese che i conflitti non hanno solo matrice ideologica, ma in questa sede proprio su questa ci si concentrerà. In quanto se si trovasse un principio di riferimento adatto a neutralizzare il coinvolgimento e l’utilizzo dell’ideologia nella genesi e nella gestione dei conflitti, allora di sicuro molti re resterebbero nudi.

Premetto sin d’ora, al fine di poter indirizzare il discorso già secondo il senso del criterio adottato, che qui propongo il principio della libertà individuale come sacro principio primo invalicabile.

  1. Le ragioni del conflitto: appartenenze, scelte assiologiche, identità

Le tre questioni evidenziate sembrano distanti tra loro, tuttavia hanno in comune molto più di quello che appare a prima vista. Alla base di tutte infatti, dalla più piccola alla più grande (rispettivamente, nell’area delle scelte individuali, in quella della politica nazionale, in quella della politica mondiale) stanno infatti due argomenti, a loro volta tra loro profondamente collegati: la difficoltà di conciliare differenze profonde su valori in regole di coesistenza condivise; e la questione del proxy: chi può decidere per conto di altri, in quali casi, e quando è lecito intervenire a tutela di terzi. Il tutto è, come dicevo, indissolubilmente legato ad interessi economici e sorretto da propaganda mediatica la cui funzione è confondere molto più che spiegare. Insomma, alla base dei conflitti ci sta sempre l’occuparsi degli affari propri (ideologici od economici) tramite l’occuparsi degli affari altrui, laddove non è chiaro l’esatto confine tra “noi” e gli “altri” in quanto sono ambigue le attribuzioni proprietarie (le titolarità) dei diritti.

La mission impossible delle moderne società è proprio la pretesa, invero perorata con alternanza in maniera più o meno convinta in base alla convenienza ed alla contingenza, di unificare tutte le differenze identitarie senza veti – anzi con espliciti riconoscimenti reciproci – ed al contempo garantire le differenze che si vuole unire; negando che talune premesse valoriali del vivere insieme siano dotate di superiorità rispetto ad altre. Il problema è però che le differenze alla base delle varie identità vertono proprio su quei valori fondanti che ne costituiscono da secoli il collante sociale. E’ proprio su quei valori che si definisce – almeno relativamente – l’appartenenza. Perciò se si vuole unire non può essere riconosciuta ad ogni differenza eguale legittimità morale, altrimenti si resta separati. Dei limiti vanno posti, e devono innanzitutto avere due caratteristiche: essere chiaramente riconoscibili ed essere coerenti. Il che invece non avviene affatto. Sia perché la storia ed i valori sono in eterno divenire, sia per l’oggettiva difficoltà, sia perché l’eguaglianza di trattamento, come ha insegnato Orwell, non esclude che alcuni siano più uguali degli altri in dipendenza della scelta delle qualità soggettive di volta in volta prese come giustificazione della diversità di trattamento. Il potere è in ultima analisi questo: maggiore eguaglianza.

Ho scritto che l’appartenenza si definisce solo “relativamente” sui valori fondanti perché il quadro è in effetti molto complicato. Innanzitutto in quanto un’appartenenza, per quanto forte, ed a meno che non sia totalitaria e totalizzante, identifica un individuo a determinati fini e dentro determinati contesti; ma non lo risolve completamente. E poi perché ognuno è titolare di più appartenenze, e pur se una di queste è sovente considerata primaria, anche le altre, qui parlandosi ovviamente comunque solo di appartenenze “forti” e tralasciando quelle secondarie, hanno un loro peso.

L’appartenenza primaria è quella relativa ai tratti comuni essenziali, spesso originari, nel tempo e nello spazio. Ma osserviamo che appartenenti alla medesima appartenenza, anche primaria, non necessariamente condividono egualmente anche l’adesione a valori diversi da quello core: vi sono dei valori collaterali che magari sono maggiormente condivisi con soggetti facenti parte di comunità diverse. Talvolta, anche in ragione dei valori collaterali, accade persino che il valore core venga interpretato e vissuto differentemente tra i membri di una medesima comunità.

Questi valori collaterali sono molto forti, perché derivano da preferenze soggettive e possono anche divenire preponderanti in caso di aut-aut. Le preferenze soggettive si relazionano con l’appartenenza “madre” in senso evolutivo, rappresentando il cambiamento di quella in itinere. Mentre il valore fondante è più che altro storico, parte di un inconscio culturale collettivo. Questo è di norma di ascendenza religiosa, se non altro perché la religione – indipendentemente dal suo aspetto trascendentale – è stata per secoli il fattore culturale e morale che ha regolato la vita delle popolazioni.

In quanto connotato da sacralità, e da una certa resilienza stratificata nell’inconscio collettivo, il valore originario, se non sufficientemente elaborato, può talora subitaneamente ed inaspettatamente riemergere in caso di extrema ratio. E non è dato sapere prima quale parte del sé prevarrà nelle scelte e nelle azioni concrete di un individuo all’interno del quale agiscono forze complesse, anche contraddittorie.

  1. Il pluralismo conflittuale e la scissione del sé. La gestione del conflitto.

Tale il quadro, sono evidenti le ragioni per cui i conflitti non sussistono solo tra gruppi ma anche all’interno dei gruppi. Più dettagliatamente, sia trasversalmente a livello di gruppi sia a livello individuale infragruppo e magari – sempre a livello individuale – in relazione ad altri conflitti individuali all’interno di un altro gruppo.

Trasversalmente tra gruppi nel senso che ogni consesso identitario, può ritrovarsi in un altro, ad intermittenza. Avremo allora un legame provvisorio tra gruppo A e gruppo B su una determinata tematica. Mentre su di un’altra il legame provvisorio si instaurerà tra gruppo A con il gruppo C. Tuttavia, davanti ad un ulteriore tema ancora, il gruppo B potrà trovarsi d’accordo col gruppo C.

Sul piano individuale il conflitto può presentarsi infragruppo o può assumere la stessa mobilità di cui sopra attraverso interazioni individuali, od anche di sottogruppo, tra appartenenti ai diversi gruppi. Questo avviene in quanto, come prima accennato, l’adesione ai valori del gruppo non è quasi mai totale – a parte i casi di estremismi, per definizione totalizzanti – in virtù del fatto che le individualità sono insopprimibili. Non solo l’adesione non riguarda la globalità dei valori rappresentati dal proprio gruppo, ma esclusivamente quelli fondamentali, ma persino gli stessi valori fondamentali sono sovente diversamente interpretati, così che infine ne viene mutato non poco il pratico significato. Così potremmo avere, sempre su determinate singole questioni, alleanze tra uno o più membri di gruppi di appartenenza differenti; eventualmente alcuni (o tutti) in contrasto con gli altri membri del proprio stesso gruppo di appartenenza principale.

Se poi consideriamo infine che le appartenenze sono molteplici (nazionalità, religione, cultura, status, attività lavorativa, ricchezza etc.) si capisce come il fenomeno sia praticamente ingovernabile.

Assistiamo costantemente al sorgere di alleanze assiologiche liquide (prendo qui in prestito la terminologia di Bauman, utile a rendere l’idea) e mutevoli. Talora queste alleanze diverranno strategiche, in virtù di un terreno comune che, almeno in quel momento, sembra potenzialmente unificante.

Persino gli incontri tra leader religiosi dei grandi monoteismi possono essere interpretati, in questa ottica, oltre che ovviamente come speranza di pace e di riconoscimento dell’alterità, anche come un’unificazione basata su principi comuni escludenti “altri”. Insomma, dicendolo apertis verbis , come accordi di spartizione del potere. In effetti le religioni sono sovente state oggetto di persecuzioni; da parte di altre religioni (comprese quelle laiche, come nel caso del comunismo) od addirittura da parte di correligionari in seguito a scismi. È dunque tale l’abitudine alla violenza del sacro (Barrington Moore jr., 2002) che quando i rappresentanti di differenti religioni si incontrano in pace, ebbene questo fatto diventa una notizia. Tuttavia anche in questi casi l’unione collettiva, se non fondata su un valore universale di pace e libertà che sia più forte delle religioni stesse e dei loro dogmi, ha necessariamente un “altro” cui contrapporsi: il laico, l’agnostico, altri credi non presenti all’incontro. I popoli del libro sono uniti infatti in opposizione alle religione politei- ste (per quanto ci sarebbe molto da dire su questa opposizione, talora più parziale di quel che sembra). Ma poi un predicatore ambiguo, populista e demagogo come Zakir Naik detta l’agenda di come ricondurre ad unità l’islamismo e l’induismo, indicando (egli, islamista) come quest’ultima religione debba venire correttamente interpretata. E se correttamente interpretata, si vedrà che la riunificazione è possi- bile: «la principale differenza tra gli Indù ed i Musulmani è quella relazione d’appartenenza. L’Indù afferma: “Tutto è Dio.” Il Musulmano dichiara: “Tutto è di Dio”, Dio preceduto dalla preposizione “di.” Se riusciremo a risolvere la differenza costituita da quel “di”, gli Indù e i Musulmani saranno uniti» (Naik, 2015).

Sotto quale bandiera egli intenda debba avvenire l’unione non è difficile intuirlo.

Altre volte ci si troverà di fronte ad alleanze tattiche attraverso le quali ci si coalizza temporaneamente per il raggiungimento di specifici obbiettivi. Altre volte ancora, più limitatamente, ci si unisce solo per medesima contrarietà agli obbiettivi di altri gruppi, in attesa di un successivo redde rationem.

Ci si muove sempre in una dialettica tra “noi” ed “altri”, esautorando il singolo, la sua individualità, la sua libera scelta. In ciò, proprio nell’appartenenza collettiva, nel non considerare l’unica appartenenza rilevante quella di appartenere al genere umano, risiede in fondo il problema della violenza sociale su base ideologica.

Questa difficoltà di stabilizzazione della struttura sociale, questa mancanza di orizzonte condiviso, la difficile interpretazione della relazione “io-noi-altri” – cui deve aggiungersi l’azzardo morale da parte di gruppi di potere e la forte propaganda ideologica e mediatica al servizio di quelli – può non difficilmente condurre alla frammentazione del sé ed ad una soggettività frammentata di difficile composizione. A causa della complessità e della contraddittorietà delle interazioni sociali, l’individuo nel mondo globale è in crisi nevrotica identitaria. E quando non si riesce a conoscere, gestire o contenere la complessità, ecco che il conflitto esplode. Prima il conflitto intrapsichico e poi, dopo una riunificazione fittizia dell’io (che diviene magari succube di un super-io eccessivamente rigido. O che, non trovando un proprio spazio, per bisogno di semplificazione si ritira in appartenenze estromesse e borderline) esso viene estroiettato diventando conflitto con gli altri: il conflitto sociale. Questo è fino ad un certo punto un tratto normale della dimensione sociale dell’essere umano. Ma è più o meno forte a seconda del grado nevrotico od, addirittura, psicotico raggiunto.

Il tentativo di regolamentazione del conflitto sociale si può manifestare con diverse modalità. Ai fini dell’analisi ne ho categorizzate due: l’una, prevaricatrice, cerca – pur anche con la ragione ed il dialogo, ma senza remore in modo sempre più autoritario e violento man mano che si passa dal conflitto ordinario a quello più estremo – di far prevalere i propri valori su quelli altrui. L’altra, unificatrice, cerca un centro di valori comuni per la costruzione di un’identità che di quel conflitto possa rivelarsi sintesi dialettica.

Anche questa seconda modalità può atteggiarsi con diversa forza: alla sintesi può giungersi col dialogo, la tolleranza e la mediazione, ma anche con l’imposizione della soggezione ad un nuovo fine superiore da condividersi cogentemente.

La prima modalità, quella prevaricatrice, tipica dei processi di colonizzazione (in primis militare, ma anche culturale) si propone in modalità oppositiva verso il diverso, ed in posizione di priorità valoriale; e lo fa sulla base di ragioni storiche, geografiche, culturali. Ma nelle sue versioni maggiormente positive e proprio in ragione di una forte consapevolezza del sé potrà dimostrare una propensione al riconoscimento ed al rispetto dell’altrui diversità. Tuttavia è necessario precisare che questo rispetto sarà in ogni caso limitato a quegli spazi che sono al di fuori dei valori core, non negoziabili. A meno che non ci si riconosca reciproca preminenza nei diversi ambiti territoriali di sovranità: ogni luogo ha le sue regole, ognuno è padrone in casa propria. Siamo di fronte alla concezione della sovranità della prima modernità: quella dello stato nazione, legata al territorio (nel mentre quella transnazionale può definirsi postmoderna). Proprio in ragione di una visione del mondo che sembra sorpassata storicamente, questa concezione della gestione del conflitto viene definita oggi “di destra”: in quanto reazionaria rispetto alla postmodernità planetaria.

Seppure la seconda modalità, unificatrice, sembra presentarsi almeno formalmente come più costruttiva, al contempo potrebbe, per difetto di chiarezza, essere accusata di maggiore ipocrisia.

Note

1 Dichiarazione adottata dal consiglio islamico a Parigi. Ad essa sono seguite la dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’islam ad opera dell’organizzazione della conferenza islamica, nel 1990 e la carta araba dei diritti dell’uomo adottata nel 1994 dalla Lega degli stati arabi. Quest’ultima rappresenta, almeno tra le grandi dichiarazioni istituzionali nell’ambito musulmano, il massimo sforzo verso una posizione affine alla laicità sul tema dei diritti umani.

2 Questa analisi si ricollega principalmente alla prospettazione offerta da David Rothkopf nel suo libro Superclass.

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Who Pays for Dinner?

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

You’ve reached the end of a delicious meal shared with a group of close companions. The waiter glides by and drops the bill for dinner right in the middle of the table. At that moment, everyone glances around and makes gestures towards reaching for the check. Who should pay? You? Is someone else responsible?

Going out to eat, whether for simple socializing or to celebrate a special occasion, can be an enjoyable experience and tradition. But there’s often a tad of anxiety built in when people in a party aren’t sure who should be paying for what.

In truth, there are no absolute hard and fast rules on this question; much depends on the dynamics of the group breaking bread, the is single, as it’s easy for their tab to get split amongst the group.

If the birthday person is part of a couple, it’s a little murkier, but what is typically done is that the meals of both members of the couple are picked up by their friends, rather than trying to split them up into individual bills, and only treating the birthday person.

Of course, some folks on their birthday gregariously insist on treating their entire group. If you’re celebrating your birthday with a dinner out with friends, you might consider offering to pay for the group, especially as you get older and everyone has established careers. If this is your intention, invite them with wording that makes it clear — something like, “I’d love to take our friends out to eat,” or “Let’s go out for my birthday — my treat!”

A third option is that everyone goes Dutch and pays their own way.

As with most of these situations, you just have to have the awareness to read the room and to know the dynamics of your friend group.

Finally, if your income doesn’t afford you the option to buy or chip in on a friend’s birthday meal, don’t worry about it. They surely understand and appreciate your company for their celebration.

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How Jim Rogers Is Preparing

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

One week after RealVision brought us the latest Jeff Gundlach interview, in which the DoubleLine bond king explained why he is now “100% net short”, on Friday Grant Williams interviewed Jim Rogers, in which George Soros’ former partner (the two co-founded the Quantum Fund in 1973), is about as gloomy, warning “the next time the world comes to an end, it’s going to be a bigger shock than we expect.”

Nonetheless, since an interview talking about canned foods, radioactive fallout shelter and guns would be relatively brief, Rogers presents several non-traditional ideas, most notably as relates to various frontier markets he is looking at currently, as well as Russia, a market where he has notoriously been invested since the start of 2015 when he went long Russian stocks, and which recently – and very much under the radar – hit all-time highs. So Rogers takes a well-deserved victory lap.

The investing legend, who doesn’t belong to any economic school of thought, also touches on China and reminds RealVision subscribers that “Beijing has said we’re going to let people go bankrupt, which I hope they do.”  He then emphasized, “they don’t do that in the West. The communist Chinese are going to let people go bankrupt because they’re good capitalists.” China has amassed debt and will not be able to help countries as they did the last time the world fell apart in 2008. “The next time the world comes to an end it’s going to be a bigger shock than we expect,” says Rogers. Still, while China will face problems, Rogers assures it “will be the most important country in the 21st century.”

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Throughout the interview, Rogers describes unconventional investments including government bonds in Russia, where he proclaims, “the yields are astonishing.”

My three shareholdings are all making all-time highs. I own shares of Aeroflot, going through the roof. Moscow Stock Exchange, going through the roof. PhosAgro, big fertilizer. I’m a director. Big fertilizer. Making all-time highs. I mean, how can this be? A country which is a disaster, which everybody hates.

I own Russian government bonds in rubles. The yields are astonishing. And as long as the ruble doesn’t collapse or disappear, which it’s not doing, at least not at the moment. The yields are beyond  comprehension. If I could just have those yields for the rest of my life, I’d be in hog heaven.

To be sure, Rogers’ extreme investing is not for the faint-hearted, as he predicts a bear market and bankruptcy for the US, waxes lyrical on the decline in Western Europe and forecasts more pains for China, which is still his greatest hope for global growth.

For profitable investing, Rogers is advocating Russia and the astonishing yields he’s getting there while opening the debate on putting money to work in North Korea, which now has 15 free trade zones. With Rwanda, also up for discussion – which resources wise could be the Singapore of Africa in time – and even Zimbabwe considered, there are trading ideas here you won’t see anywhere else.

Some of the bigger picture highlights from the interview:

First, on Rogers’ current take on China, he does not see a simple solution to China’s debt problem, as the country will have to let companies go bankrupt, and a shock will be the ultimate outcome.

China is going to have problems too. It’s just the way the world works. In 2008, when the world fell apart, China had a lot money saved for a rainy day, and they started spending it when it started raining. This time, China has a lot of debt themselves. It’s amazing how much debt has built up in China in just a few years. And so this time, while China’s in better shape, or less bad shape than most of us, China’s got a lot of debt, and they’re not going to be able to help us like they did before.

Beijing has said we’re going to let people go bankrupt, which I hope they do. They don’t do that in the West. The red Chinese, the communist Chinese are going to let people go bankrupt, because they’re good capitalists. Americans won’t let anybody– and the Europeans won’t let anybody go bankrupt so they can save the world.

But China has said they will let people go bankrupt. It’ll be a shock for the people who go bankrupt. It’ll be a shock for the world. But it will certainly be good for China, and for the world, if they do let mistakes get cleaned up. But it will mean that they will not be able to save us as much as they did before. So the next time the world comes to an end, it’s going to be a bigger shock than we expect.

While explaining his view on the fate of currencies, Rogers thinks “safe haven” FX such as the US dollar, the Japanese yen and the Swiss Franc, will continue rising as most other currencies fall:

the US dollar is strong and will continue to be strong, because everybody’s panicked about the world. And when there’s panic, people look for a safe haven… [People] think the US dollar is a safe haven. It’s not. It is certainly not. I own a lot of US dollars, though. Not because it’s a safe haven, but because people think it’s a safe haven. And when the world falls apart, people will put their money into the dollar. That’s going to mean the dollar’s going to go up, so that means a lot of currencies will go down, including the Chinese currency, including the European currency, the British currency. Many other currencies will go down. The dollar is going to get overpriced, and the dollar might even turn into a bubble, depending on how bad the turmoil is. If there’s no place to go– at the moment, people are also going into the Swiss franc and the Japanese yen.

On the dollar and gold rising together:

There have been times in the past when the dollar and gold have gone up together. So it can happen and it will happen. People looking for a safe haven. They think the US dollar’s a safe haven. They don’t know what else. They think gold is a safe haven. Therefore neither are a safe– nothing is a safe haven. But that’s what’s going on. I’m not the only person who knows there’s turmoil coming. And people are looking for ways to protect themselves. I am not buying gold at the moment. I’m not buying dollars, either, but I own plenty of both.

On which other investors he follows and what he thinks of others agreeing with him:

Q. You’re one of the early guys talking about this. But we’ve had Stan Druckenmiller come out recently and say get out of stocks. We’ve heard Jeff Gundlach come out and say sell everything. A lot of people watch for what you say about these things. Are there any guys that you watch for, that you think are good?

Rogers: I wouldn’t even watch me, much less somebody else. No, I certainly read the same press you do. I see when people, lots of people are thinking like I do. I usually don’t like it when I see other people thinking like I do, even if they’re smart people. But no, I see it.

On how bear markets emerge:

The way bear markets work is something happens. It’s a shock. People get over it. Then something else, and you know. In 2007, Iceland went bankrupt.  Iceland? Who’s Iceland? What do you– who cares? Then Ireland went bankrupt and the next thing you know, Lehman’s going bankrupt. But that’s the way these things always work. They start on an outlier, a marginal company, marginal country, and then it leads, and then everybody says, oh, well, we knew that. We knew it was a bear market coming. Well, they usually don’t. They shake it off until it’s too late.

Why very few are concerned about the approaching bear market:

Given that this bear market is approaching, and I think a lot of people now can see it, but they’re still hoping that they can make a little bit more, because yields and returns are so low, they kind of want to stay in the game a little bit longer just to squeeze a little bit extra out of it. How are you preparing for this bear market? What steps you taking time to get yourself ready for what you see coming?

On the Russian market, whose rebound he famously called nearly two years ago:

My three shareholdings are all making all-time highs. I own shares of Aeroflot, going through the roof. Moscow Stock Exchange, going through the roof. PhosAgro, big fertilizer. I’m a director. Big fertilizer. Making all-time highs. I mean, how can this be? A country which is a disaster, which everybody hates. I own Russian government bonds in rubles. The yields are astonishing. And as long as the ruble doesn’t collapse or disappear, which it’s not doing, at least not at the moment. The yields are beyond comprehension. If I could just have those yields for the rest of my life, I’d be in hog heaven.

Some even more extreme frontier market

I opened an account in Nigeria, but I haven’t done anything, which I’ve never, ever, ever in my whole life thought about investing in Nigeria. I’ve opened an account in Kazakhstan. I’m trying to open an account in Rwanda…. Rwanda wants to be the Singapore of Africa, and it could well be. It could even be better than the Singapore of Africa down the road. I don’t know why. I finally, after thinking about  Rwanda for many years, two weeks ago I said let’s get the account open. I’m not sure what clicked, except something clicked.

On trading versus investing, Rogers says he is a hopeless trader, is early at most things, and so he “holds”:

I’m a hopeless trader, fortunately, I’m not going to worry about margin calls, because I’m not rushing out and buying a lot of sugar on 5% margin or something. There was a time in my life when I did that, but that was a long, long time ago. Now I’m doing other things. The fundamentals continue to get worse, but as I think you and I spoke about last time, I’m the single worst market timer in the world. I’m the worst trader. I know that about myself. I’ve learned it over the years that when I say, now’s the time, I should wait another year or two. The problem is I do. I wait another year or two and I should wait another year or two, because I’m so hopeless and so early at most things. But fortunately, as I say, I’m not so leveraged or in such margin that I have to worry about most things.

Unlike Gundlach, Rogers does not seem to be a fan of Trump’s proposed economic policies:

If Mr. Trump does what he says– I’m just saying what he says– if he does, it means bankruptcy and war. I mean, trade wars. He is determined, he says, to have lots of trade wars. If he does that, that’s always, always led to bankruptcy. One of the, I guess, the main lesson of history is that nobody knows the lessons of history.

However, that does not mean he is a fan of Hillary either:

Now, if Mrs. Clinton wins, same thing, it just takes longer. She doesn’t have a clue what she’s doing, absolutely, no clue what she’s doing. And she’ll bank– she’ll tax us all and bankruptcy us all, sooner or later, sooner probably. Maybe a little later than if Mr. Trump wins. But either way, there’s a bear market in your future. And the two people on the horizon, which apparently one of will win– it’s as I said before, these things start slowly, a marginal country, marginal companies, and the next thing you know we’re in the midst of a bear market.

So “you have to be short”

You have to be short and most markets are already down. There are very few markets that aren’t down already in the world, except the averages in New York. Now, you can certainly short Europe, because it’s going to get worse. You can certainly short the UK, because it’s going to get worse. But the things that are still high, I’m sure your parents taught you to buy low and sell high. Well, the things that are high still happen to be the US, more than anything else….  You should be short the US. That’s the market that’s still the highest. It hasn’t gone down yet. One can have shorts in any place you want, but the Japanese market is down 70%, 75% from its all-time. The Russian market –  who wants to short Russia? I’m long Russia. I mean, where are you going to short? Everything’s collapsed. I’m not buying India. There was a recent remarkable development in India, but it’s not enough to make me buy India.

On the lessons of investing and history:

I’ve learned over my career, not just my career, but reading about the world, the stranger it sounds, the more you should say, wait a minute. That sounds really strange. Let me look at it. Let me hear what’s going on. Because I have certainly learned that over my life, not just my life. You read history. You read anything. As I said before, the lesson of history is that most people don’t learn the lesson of history. They ignore the lesson of history. Now, we all know that if we’d invested in China 1981, we’d be the richest people in the room right now. And yet, in 1981, including me, we would have said what’s wrong with you? Don’t you know about Mao Zedong? Doesn’t he know about the Great Leap Forward? Doesn’t he know about all this stuff, what “Chinese” is?

Or Japan: Don’t you know about the disaster of what this country was? If you’d said Japan, don’t you know about Hiroshima? The atomic bomb? You don’t know about the dictator, the emperor? How could you  invest there? They’re little, bitty yellow people who must be dishonest and cruel. But those are the lessons of history.

Finally, on the cyclicality of history, how in 15 years everything we know has changed:

The lessons of history are very, very, very clear. Pick any year in history, whatever we think is true, that year, 1900, 15 years later, it’s a whole entirely different world. And we all know in 1900 how the world is, and we should be saying to ourselves, find me a weird guy. Find me a strange guy to tell me how this is going to change. 1950, 15 years later, everything we knew, everything we knew was totally wrong.

So I, at least, have learned that, that lesson of history. And perhaps that’s why I’m more– not interested, more I’m excited when I start looking at the way the world is today and what we all know. Because I know what we all know is not going to be true in 15 years, no matter what it is. And my problem is how do I figure it out. How do I figure it out? Whatever we know today, no matter what it is is not going to be true in 15 years.

* * *

Selected excerpts from the interview:


Reprinted with permission from Zero Hedge.

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Now Harley

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

Now Harley’s being nailed to the cross.

For “cheating” Uncle’s emissions rigmarole, like VW was accused of doing (and admitted to doing).

This being like “cheating” speed traps by using a radar detector.

In each case, there being no evidence of tangible harm caused to anyone. Except, of course, an aggrieved Uncle. And he’s not even real, just shorthand for the collection of apparatchiks who, collectively, comprise this entity called the government.

But if they can’t produce a victim, what’s the evidence of harm? And if there’s no evidence of harm caused, how can there be a crime?

Harley’s “crime” – despite the lack of a victim – is that it sold kits over the counter that owners could use to tune their bikes for better performance and mileage. As in the VW case, the adjustments are claimed to have – and probably did – slightly increase exhaust emissions.

Emphasis on slightly.

In the VW case, fractionally higher (less than 1 percent of the “affected” car’s total exhaust output) emissions of a compound called oxides of nitrogen (NOx) for the sake of significantly better fuel economy and performance (as well as lower vehicle cost to the buyer) resulted in a spittle-spewing concatenation of EPA outrage that will probably destroy VW eventually ($50-plus billion in estimated total liabilities tends to accomplish that, even for a company as large as VW).

In Harley’s case, it’s even more absurd.

Current Prices on popular forms of Silver Bullion

First, we are talking about motorcycles. Most of them are used for pleasure – that is, occasionally. Probably not one out of ten of them are “daily drivers.”

Second, there are not many of them. Motorcycles are a tiny percentage of the “vehicles” on the road – about 3 percent, according to Uncle’s own data.They constitute 0.7 percent of all vehicle miles traveled (VMT).

This is all motorcycles – not just Harleys.

Isolate the Harleys – and then whittle it down to the ones modified with the jet/tuning kit that has EPA’s knickers all bunched up and it amounts to … nothing, as far as any tangible harm caused.

“This settlement immediately stops the sale of illegal aftermarket defeat devices used on public roads that threaten the air we breathe,” hyperventilates a creature named Cynthia Giles, who is head of enforcement at the EPA. 

Please.

Take an Ambien, maybe.

But the $15 million fine EPA socked Harley with is very tangible. This is a bunch of money, even for a company like Harley. Which isn’t anywhere near the size of a company like VW.

Where will the money come from?

Why from you!

If you own Harley stock, your dividends will likely be diminished. If you work for Harley, there goes your raise. Maybe your job. If want to buy a Harley, expect to pay more for it.

The money’s got to come from somewhere.

It will come from productive people and productive work to pay for unproductive make-work. To wit:

$3 million of the $15 million will be spent – that is, wasted – on “mitigating” the air pollution alleged to have been caused by Harley’s tune kits. Note once again that no actual evidence of a tangible harm caused by the installation of these kits was put forward.

It was enough to prove that the kits “affected” the modified bikes’ exhaust.

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Horrors Ahead

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

Remember how a couple of days ago the German government advised its citizens to start stockpiling food and water? Well, today they have announced that they are considering reintroducing conscription…the draft, to ‘help with any future disaster’.

And Germany isn’t alone. There are increasing hints in countries around the world that something big is on its way…and it won’t be pretty.

Do they know something we don’t?

The German government will discuss their emergency plans Wednesday. The BBC reports:

Germany may reintroduce a form of national service for civilians to help the army deal with a future disaster.Extra Cash

There’s something very suspicious about all of these unsettling events happening in such close succession.

We shouldn’t be waiting for governments to tell us to prepare. We should be doing it of our own volition. We should be taking responsibility for the safety of our families.

And we should be doing it now.

Reprinted with permission from DaisyLuther.com.

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Who Still Speaks for Conservatism?

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

Listening to George Will pontificate recently on Fox News about his “conservative” principles, I had to ask for the millionth time what Mr. Will and his like-minded friends mean by “conservative.” And I don’t ask this question as a neophyte, having published more on the subject of conservatism than probably anyone else on the planet. But every time I hear the term used to describe a GOP position on just about anything, I have to wonder what makes that position “conservative.” Why for example is nation-building abroad, which involves imposing the latest model of American democracy on populations that are culturally quite different from the present American ruling class, a “conservative” position? And why is letting American working communities languish while our jobs are outsourced a “conservative” policy? The obvious answer is such stands are talking points deployed by the Republican Party as it works to hold on to certain constituents. These stands also happen to be those of the GOP donor base.

What also muddies the meaning of “conservative” is that establishment conservative pundits and theorists sound more often than not like the cultural and social Left. Popular “conservative” journalists Jonah Goldberg and John Podhoretz are high on gay marriage, which they argue promotes family values.National Review‘s rising star Jillian Kay Melchior wishes to see the United States become more fully engaged in Ukraine against Vladimir Putin, lest transgendered Ukrainians come under reactionary Russian sway. Other conservative journalists have berated the Russian president for not allowing gay pride parades in Russian cities. National Review Online has featured a long panegyric to Leon Trotsky, a co-founder of the Soviet dictatorship for opposing fascism and anti-Semitism. The same fortnightly that once celebrated Joseph McCarthy now denounces him as a dangerous right-wing demagogue, while its former leftist bête noire Martin Luther King is now treated by the same publication as a towering conservative figure and traditionalist theologian. Finally, when it comes to going after the Confederate Battle Flag and removing Confederate heroes’ names from any public site or street in this country, theHuffington Post has nothing on such stellar “conservatives” as Max Boot and Jeff Jacobi.

Despite my distaste for his “conservative” critics, I don’t believe any more than they that The Donald is a man of the Right. Mr. Trump assumed this role late in life, and he doesn’t play it especially well. Recently he discussed how he would make Muslims entering the United States undergo “extreme vetting,” which would include making sure they had favorable attitudes toward gays and affirmed full gender equality. I’ve no idea why this test is something associated with the Right.  It looks like something that came from the editorial board of the New York Times or from some other publication that is now attacking Mr. Trump as a fascist. Wouldn’t it suffice to find evidence that the person we were letting in would abide by the existing laws? Why must he or she prove fealty to the very Political Correctness that Mr. Trump professes to despise?

In this case as in so many others, one learns quickly that the enemies of one’s enemies may not be one’s ideal ally. Equally disappointing in Mr. Trump’s case is that he often confuses rudeness for fighting Political Correctness. One might have been more impressed if in the primaries he attacked the academic and media efforts to close off discussion on a wide range of “insensitive” subjects instead of the appearance of a female opponent. It would also have been more effective if he had criticized Judge Curiel, Khazar Khan, and other antagonists he’s faced by offering reasoned arguments instead of blurting out something incoherent and apparently insulting. What may separate me in the matter of Mr. Trump from the GOP-neocon establishment is that unlike them, I like much of what I think is Mr. Trump’s message. Too bad he says it so ineptly!

Reprinted with the author’s permission.

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The CIA Killed Kennedy

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

The assassination of John F Kennedy in 1963 was an inside job, according to a deathbed confession given to the veteran film director Oliver Stone.

After making his acclaimed film JFK – which was sympathetic to conspiracy theories about the murder – Stone was contacted by a man claiming to have been a former member of the presidential security team.

Dying of cancer, the man wanted to share a secret that he had until then only told his son – that ‘somebody from his own team… had fired on the President’.

He gave only a code name ‘Ron’, in reaching out through a series of mysterious letters before the two men eventually met.

He decided to reveal the man’s confession for the first time to Matt Zoller Seitz, who is the author of a forthcoming book on Stone, the Oscar–winning screenwriter and director whose classics include Platoon, about the trauma of the Vietnam War.

Asked why Stone waited until now, Seitz says: ‘I think it was because he trusted me, and also because both the father and the son have been dead for a while.

‘Nobody has ever heard this story. I’m the first person.’

Stone’s co-operated with the book by making himself available for interview giving Seitz free access to his extensive archive without any editorial control.

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Health and Wellness from the Elderberry

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

Elderberry, scientific nameSambucus nigra, comes from the elder tree, which is native to Europe and parts of Asia and Africa. It also grows across the United States and Canada. Many cultures have appreciated and relied on the elder tree for everything from musical instruments to food and medicine. In medieval Europe, the elder tree was revered as holy and reputed to have health-preserving and restorative properties.[1] For centuries, folk remedies in the form of teas, poultices, creams, and salves have all been produced from the elderberry and used to encourage good health, alleviate respiratory distress, and soothe irritated skin.

Alternatively called the “tree of music,” the wood from the elder tree is hard and well-suited for making instruments. The genus name, Sambucus, actually comes from the flutes the ancient Greeks carved from hollowed elder tree stems. The Sambuca, a large triangular harp from Europe, was also named after the tree from which it came.[2] Woven baskets are another common use for elder wood; twigs are soaked in elderberry dye, dried, and then woven into designs with other twigs of contrasting colors. Other uses for elderberry wood include blowguns, combs, pegs, arrow shafts, and spindles for spinning yarn.[1] rigorous research is necessary to verify these claims. Scientists have noticed a decrease in congestion and symptom duration when conventional therapies are supplemented with elderberry. The compounds in elderberries and elderflowers may reduce mucosal membrane inflammation and help alleviate congestion.[9]

In one study, subjects suffering from influenza-like symptoms were given elderberry syrup. Those who consumed the elderberry noticed significant symptom relief about 4 days earlier than the subjects given a placebo.[7] A similar study found that subjects given elderberry extract improved within a 48-hour period. More than a quarter of all subject were completely void of symptoms, and over half showed significant improvement. Only 16% of the placebo group reported improvements and none experienced a complete recovery.[14]

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Mexico Calls for Disarming Gringos

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

Originally published by AmmoLand.com.

USA – “Mexico’s Foreign Minister Claudia Ruiz Massieu on Monday asked the U.S. Congress to restrict the sale of assault weapons as ‘they cause harm on both sides of the border,” China’s Xinhua News Agency reports. “Ruiz Massieu made this call at the Second Conference of States Parties to the Arms Trade Treaty of the United Nations in Geneva, Switzerland.”

Citing the “news” arm of the PRC…? The government that has called U.S. gun ownership a “human rights violation”…?*  What gives?

U.S. establishment networks and the major papers, evidently don’t consider this “newsworthy.” And with their exhaustively documented sins of commission and omission, especially when it comes to guns, what makes them different from state-run propaganda efforts,

It’s no surprise that Clinton’s political incentive is to keep the border porous, and to usher in more new “pathway to citizenship” Democrats. If she wins the presidency, federal and Supreme Court appointments will be hers to make, and you’d better believe an upheld “assault weapon” ban, along with a reversal of Heller and McDonald, will be tops on her agenda.

*  Note asterisked links may load very slowly — they are originally from the now-discontinued Examiner.com site, and are now only available via the Internet Archive/Wayback Machine.

Reprinted with permission from AmmoLand.com.

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The Fat Lady Sings

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

There are those in positions of power and authority – call them the elite – who desire that the United States government changes course;  no more global hegemon, as this path has led to the reality of global nuclear superpower confrontation.  I have written words to this effect more times than I can count over the last several years.

Of course, just because of this subset of the elite desire this does not mean they can make it so.  The elite doesn’t speak with one voice; there are likely also those in “the elite” that desire to continue in the current direction.

Even if the elite spoke with one voice, the elite doesn’t “control” the government and politicians in a direct manner; they have “programmed” politicians and other tools to act in certain manners, and once the virus has been let loose…well, the elite cannot change the direction of a 1300 foot-long cargo ship on a dime.

The building of an Anglo empire has roots that go back hundreds of years.  The shifting of the tool as a focal point, from Great Britain to the United States, began over 100 years ago and culminated at the end of World War II.  Churchill’s biggest success might very well be as the one British politician holding positions of power throughout this transition from the turn of the last century to the end of that war – and in being instrumental in ensuring the transition.  In other words, Churchill’s most important achievement was in destroying the British Empire in exchange for securing the continuation of the Anglo Empire.

Physical Gold & Silver in your IRA. Get the Facts.

The elite work through others – hundreds of thousands of others – trained in proper universities, trained in proper methods of diplomacy, manipulation, and control.  They work through others who are trained to react to incentives – money and power.

These hundreds of thousands of people are programmed to act in a certain way.  Hillary Clinton is a perfect – and relevant for this time – example.  She cannot be and cannot act in any way other than how she has been programmed.  The person who gloated at the sodomizing of Kaddafi is what we know her to be.

And this is why I have argued that there are those within this thing we call “the elite” that are supporting Trump for president.  Hillary will bomb because that’s what she knows; Trump will negotiate, because that’s what he knows.

While not the first elite mouthpiece to say or write such a thing (I recall Kissinger and many others), thanks to a commentary written by Mike Whitney we have a summary from an article written by one of the most formidable voices to add his to the chorus of “the US must change course”:

The main architect of Washington’s plan to rule the world has abandoned the scheme and called for the forging of ties with Russia and China. While Zbigniew Brzezinski’s article in The American Interest titled “Toward a Global Realignment” has largely been ignored by the media, it shows that powerful members of the policymaking establishment no longer believe that Washington will prevail in its quest to extend US hegemony across the Middle East and Asia.

Whitney’s piece is worth reading, the line for line.

In 1997, Brzezinski wrote the book that outlined the blueprint for US global hegemony,The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives.  To make a long story short, it was nothing more than a continuation of the geopolitical realities identified by Sir Halford Mackinder in 1904 – control the Eurasian landmass and you control the world.  Because of Brzezinski’s association with this disastrous strategy, the fact that he now writes the opposite is rather notable.

This strikes me as more notable than even Kissinger writing such things; Kissinger, despite his horrendous crimes, was an architect of rapprochement with China and worked to build relations with the Soviet Union.  In other words, Kissinger is walking a line similar to that which he has walked over the decades.  Brzezinski, on the other hand, has done what in some ways is to be considered an about face.

Brzezinski’s article is entitled “Toward a Global Realignment.”   While Whitney doesn’t cite this portion of the article from Brzezinski, I find it rather telling:

A comprehensive U.S. pullout from the Muslim world favored by domestic isolationists, could give rise to new wars (for example, Israel vs. Iran, Saudi Arabia vs. Iran, a major Egyptian intervention in Libya) and would generate an even deeper crisis of confidence in America’s globally stabilizing role.

Clearly, Brzezinski is not embracing an isolationist position.  He is advocating for the only position that might allow the US government to remain a relevant player on the world stage.

Brzezinski sees both the growing weakness of the United States government and the increasing strength of Russia and China.  Barely hidden under the surface, Brzezinski’s message to the United States government is: start forming partnerships or become irrelevant…or worse.  Again, from his article:

The alternative to a constructive vision, and especially the quest for a one-sided militarily and ideologically imposed outcome, can only result in prolonged and self-destructive futility. For America, that could entail enduring conflict, fatigue, and conceivably even a demoralizing withdrawal to its pre-20th century isolationism.

This is Brzezinski’s fear.

Consider: the US was offered this possibility of global domination only with the fall of the Soviet Union – a short 25 years ago.  A short 25 years ago, the US stood as the sole global power.

Fifteen years ago, the US government was handed (or created or allowed) the best gift it could ask for if one wanted excuses to surround Russia and China with war and turmoil. That “gift,” it turns out, also sowed the seeds of ultimate destruction – the likely outcome that Brzezinski now warns against.

Twenty-five years and all of that political capital spent and wasted.  What a drastic fall in such a short time.

Returning to Whitney:

…Clinton is still fully committed to expanding US hegemony across Asia. She doesn’t understand the risks this poses for the country or the world. She’s going to persist with the interventions until the US war-making juggernaut is stopped dead-in-its-tracks which, judging by her hyperbolic rhetoric, will probably happen some time in her first term.

Brzezinski presents a rational but self-serving plan to climb-down, minimize future conflicts, avoid a nuclear conflagration and preserve the global order. (aka — The “dollar system”) But will bloodthirsty Hillary follow his advice?

Not a chance.

For some reason, Whitney never mentions Trump as the alternative – as one who comes closer to Brzezinski’s new position.

Yet, Trump is that alternative.  And this is why Trump has survived his many blunders to win the Republican nomination.  And this is why I place better-than-even odds that he will win in November.

Reprinted with permission from Bionic Mosquito.

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Feminist Witch Hunts

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

Another week, another comedian prosecuted for rape in the courts of social media. This time, it’s even more extreme because a comedian who dared question the witch hunt is also being pilloried. I obviously don’t have a problem with a rapist having his life ruined. Nobody does. The left told us Roosh V was pro-rape, but he merely suggested that if women couldn’t claim rape after inviting a man into their bedroom, they would be a lot more careful about who they invited into their bedroom. This is a hate fact. Rape apologists are a myth.

This week, UCB performer Aaron Glaser was anonymously accused of rape by several women in a private Facebook group. UCB heard about the accusations and banned him from working there immediately. He contested this kangaroo-court ruling but, according to Glaser, was told he must defend himself without being told who was accusing him or when these instances occurred. In other words, he has to prove beyond a shadow of a doubt that he’s never raped anyone, ever. It’s Kafkaesque.

Physical Gold & Silver in your IRA. Get the Facts.

This is becoming a pattern in comedy. Last year, fledgling comedian Beth Stelling claimed she was “verbally, physically abused and raped” by her ex. The internet quickly sussed out she was talking about Cale Hartmann and within a matter of weeks he lost his job, his apartment, and his friends, and was on a plane to Philly to go live in his parent’s basement. Many of his friends thought he was innocent but weren’t willing to risk the scarlet letter awarded to anyone standing by him, so they turned their backs as he was banished from comedy village. He couldn’t sue her because she never named him and he couldn’t defend himself in court because she never charged him. The defense from her camp is that these girls are forced to use social media because “police are notorious for failing to take rape and domestic violence seriously.” Comedian Kurt Metzger saw all this happen but didn’t speak up because he didn’t know Cale. When he saw it happening to Glaser he said:

Don’t fucking complain about the police not helping if you didn’t bother going to the police at all. “Why aren’t the rape kits being tested??” Because instead of actually educating women with useful information on what to do if they are victimized, you blather nonsense about “culture” and then tell them being weak is being strong. There should be 24-hour pressure every day on cops to investigate every rape. Btw, in NYC, the real svu takes that shit real seriously. If you think they don’t you don’t know wtf you are talking about.

Metzger wasn’t defending Glaser. He was defending the judicial process we’ve spent centuries perfecting. Whether Cale and Aaron are innocent is totally immaterial. This is about a new Sharia court the feminists have invented, and for no good reason. America is very tough on rape. For example, if a neighbor assumes you’re beating your wife and he calls the cops, nobody can stop that case from going forward. Your wife can plead with the authorities and insist it’s not what it sounded like, but it’s too late. He’s going to court. The police are only notorious for failing to take fake rape cases seriously. When Mattress Girl Emma Sulkowicz went to the NYPD to complain about Paul Nungesser raping her, insiders tell me the cops questioned her about the long line of text and direct messages she sent Paul after the attack. Her side’s argument is that “they thought she was making it all up.” Later, when Emma’s post-rape flirting was made public to everyone, we were told there are no perfect victims and the police remained the bad guys. Nungesser has brought the case to court.

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Clinton, Pay-to-Play, and Google

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

The big story on Drudge’s site on the evening of August 23 was this one: the records of Hillary Clinton’s meetings as Secretary of State reveal that half of the non-government people she met with gave donations to the Clinton Foundation.

Here is what the Associated Press article announced:

WASHINGTON (AP) — More than half the people outside the government who met with Hillary Clinton while she was secretary of state gave money — either personally or through companies or groups — to the Clinton Foundation. It’s an extraordinary proportion indicating her possible ethics challenges if elected president.

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The Secret History of the EU

Lew Rockwell Institute - Lun, 29/08/2016 - 06:01

As we know, the great dream that has been shaping the political integration of Europe for 60 years is today facing what is called an “existential crisis” – one so profound as to call into question its continued existence.

The seemingly insoluble problems the European Union has brought upon itself crowd in from all directions: the slow-motion catastrophe of the euro, the unending flood of refugees; the deadly plague of terrorism; the approaching energy crunch. And now, amid that growing resentment right across Europe of all the EU stands for, it is also faced with the vote of one of its largest members to leave it altogether.

As a measure of just how desperately the EU has lost its way, it is worth taking a closer look at the symbolism of the venue chosen for last week’s meeting of the leaders of Germany, France, and Italy, to discuss what they can do next to it all.

We were coyly told that the little island of Ventotene off Naples was where, in 1941, a prisoner of Mussolini’s had written the visionary manifesto that looked forward to building, after the war, a “United States of Europe”. What somehow got omitted was that Altiero Spinelli was a Communist (the Today programme merely described him on air as a “Fascist prisoner”, although, lest this be misunderstood, that was edited out of their online report).

Myths, Misunderstandings and Outright lies about owning Gold. Are you at risk?

We were not told that Spinelli’s Ventotene Manifesto proposed that his future government of Europe should be quietly assembled by its supporters over many years; and that only when all its pieces were in place would those supporters summon a convention to draw up a “Constitution for Europe”, which would finally reveal to the European people just what they had been up to.

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"Money Smuggling", "Money Laundering", And What Is Yours, Is Theirs

Deep Politics Monitor - Dom, 28/08/2016 - 19:18
by Martin Armstrong, via Armstrong Economics I have warned that when I am traveling these days, the question always posed is – “How much cash do you have?”Even traveling to Warsaw, there are big signs saying you may not have more than €10,000 in “value” on your person. In Italy, if it looks like you have a lot of jewelry, they weight it. The hunt for money by governments is

Is This Hillary Clinton's Roadmap For America?

Deep Politics Monitor - Dom, 28/08/2016 - 16:37
From Zerohedge, Aug 27, 2016  As Conservative Review's Jen Kuznicki explains, in 1993, the president of Wellesley College approved a new rule upon being contacted by Bill Clinton’s White House. The rule stated that all senior theses written by a president or first lady of the United States would be kept under lock and key. The rule was meant to keep the public ignorant about the radical ties

Chart: Clinton Foundation Donations Linked to State Department Favors

Deep Politics Monitor - Sab, 27/08/2016 - 12:10
From Patriotrising, 08/18/2016 Coordination between Clinton Foundation and State Dept. revealed The recent release of additional private emails from former Secretary of State Hillary Clinton’s private email servers based at her New York home provide a clearer picture of the “pay-to-play” connections between Clinton’s State Department, her and her husband’s and daughter’s Clinton

The Yankee Empire

Lew Rockwell Institute - Sab, 27/08/2016 - 06:01

Every society has a segment of its population that obsesses over totalitarian control of others.  They are called “politicians” or “political activists.”  (There are one or two exceptions, every now and then, such as former Congressman Ron Paul).  These are people who just cannot stand the fact that many others prefer to live their own lives, abiding by the basic laws protecting life, liberty and property, and the moral codes that help to enforce such behavior.  They just cannot stand the fact that so many others prefer to plan their own lives instead of having the political authorities plan their lives for them.  They are often more than willing to use the coercive forces of government – including deadly force, including war – to get their way.  They think of themselves as Our Superiors, God’s chosen people, or just plain smarter and more moral than everyone else.   Or they are con-men and con-women out to plunder their fellow citizens to enrich themselves under the phony guise of “public service,” “democracy,” and myriad other grandiose-sounding scams.

In a lecture on institutionalized lying by government delivered at the Mises Institute, Judge Andrew Napolitano introduced his audience to the Latin phrase “libido dominande” that describes such attitudes.  In Latin, it means “lust to dominate.”  Now along comes Clyde Wilson with his new book, The Yankee Problem: An American Dilemma, that describes in great detail the peculiar American version of “libido dominande” that has plagued America (and the world) ever since the Pilgrims landed. realistic causes of the war were “an impulse toward national greatness”; “the rise of an aggressive class of industrial and banking moguls” in the North; the “arrival in the Midwest of radical, power-worshipping Germans fleeing the failed revolutions of 1848” in Europe; and “Lincoln’s clever manipulation of a phony but powerful issue: the ‘extension of slavery.’”

Crony capitalism run amok has been the end game of the Yankee way of government ever since 1865.   This involves not only the millions of secret (and not-so-secret) corrupt political deals that enrich the politically-connected at the expense of everyone else (i.e., protectionist tariffs, bailouts of billionaire investment bankers, etc.) but also aggressive, imperialistic wars that have the exact same purpose and effect.  This all began with the Lincoln administration’s introduction of corporate welfare for railroad corporations, and is of course many orders of magnitude larger today with bankster bailouts, the never-ending explosion of spending on the military/industrial complex, and myriad other examples of government of the crony capitalists, by the crony capitalists, for the crony capitalists.  There is no better example of this today than that “museum-quality” specimen of a Yankee, Hillary Rodham Clinton, and her pay-to-play Clinton Foundation.  Read Clyde Wilson’s new book if you wish to learn the real problem with government in America today.

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Speakeasies

Lew Rockwell Institute - Sab, 27/08/2016 - 06:01

In 1920, postmenopausal women with chips on their shoulders took to the streets to rejoice in the passing of the Prohibition amendment. Those who opposed the constitutional ban went underground, seeking a respite in speakeasies that provided bootlegged alcohol, gambling, pretty ladies, and the popular tunes of jazz music. The following list takes us back in time, detailing how speakeasies operated and transformed a nation.

10 Birth Of Jazz

In fact, the musicians’ first audience members were gangsters. Not only did the gangsters provide steady income and employment that was once denied to these black musicians in the South, but the gangsters also became the musicians’ defenders and supporters.

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This new entertainment, which gangsters marketed as “fun and exciting,” attracted more clientele, thus allowing some whites to hear jazz for the first time. Jazz immediately became a sensation throughout the Midwest and East Coast, transforming cities such as Chicago and New York into a bustling center of black entertainment.

9 Code Of Entry

Photo credit: The Stork Club

Given the illicit activity that occurred in speakeasies, it was understandable that not everyone was allowed admittance. To gain entry, a patron needed to know a secret password, handshake or knock. More often than not, word of mouth was the catalyst that brought business to the speakeasies. Most establishments had a bouncer at the door who allowed admittance based on personal recognition and a person’s acquaintances.

However, as the industry and popularity of speakeasies grew, so did law enforcement’s watchful eye and need to crack down. It became necessary to be extra cautious, so establishments began distributing a “speakeasy card” which served as a certificate of membership and admission. This new form of portable identification was the golden ticket to illegally indulge in one’s guilty pleasures in the confines of a police-free, secure environment.

8 The Boom Of Speakeasies

The intention of Prohibition was to make America dry, but it didn’t take into account people’s free will and the neighboring nations that remained wet. The law backfired in proportions unimaginable to those who enforced and preached for the sobriety of a nation. Following the amendment, New Jersey claimed that there were 10 times as many watering holes as before. In fact, it was thought that New York had as many as 100,000 speakeasies, twice the number prior to Prohibition.

Supposedly, for every bar that closed down, another three opened in its place. Without the need to adhere to previous standards imposed on bar owners, such as trading and licensing agreements, men flocked to their basements, garages, and storerooms to open their own bars and cash in. The police force was powerless, so much so that there were four recorded speakeasies on the same street as the Boston Police Department.

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