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In Svezia dipendenti con microchip. Marcati come i cani

Luogocomune.net - Gio, 05/03/2015 - 19:30
di Edoardo Capuano

Un’azienda svedese ha innestato microchip ai propri dipendenti



I dipendenti ora entrano in ufficio tramite questo microchip solo passando la mano davanti ai sensori e utilizzano pure l’ascensore e la fotocopiatrice cosi. Il circuito integrato è grosso poco più di un chicco di riso e, innestato nella mano tra pollice e indice.

La procedura è rapida, ma non del tutto indolore. E i dirigenti dell’Epicenter si vogliono spingere oltre, avendo annunciato che vogliono per permettere al proprio personale di pagare il caffè con una semplice alzata di mano. [...]

Hegel ed il Romanticismo

Von Mises Italia - Mer, 04/03/2015 - 08:30

[Questo articolo è un estratto dal secondo volume, capitolo 11, di An Austrian Perspective on the History of Economic Thought (1995). Un file audio MP3 di questo capitolo, letto (in inglese) da Jeff Riggenbach, è disponibile a questo indirizzo.]

* * *

G.W.F. Hegel, purtroppo, non fu un’aberrante e bizzarra forza nel pensiero europeo, ma soltanto  il contorto e ipertrofico esempio, forse il più influente, di ciò che deve essere considerato il paradigma dominante della sua epoca: il tanto celebrato Romanticismo. In diverse varianti ed in modi differenti gli scrittori romantici della prima metà del XIX secolo, specialmente in Germania e Gran Bretagna, tanto i poeti e  romanzieri quanto i filosofi, erano dominati da un simile creazionismo e da una simile escatologia. Potremmo appellarci ad essa come al mito “dell’alienazione e del ritorno” o “del riassorbimento”.

Dio creò l’universo dall’imperfezione e dalla necessità, separando così l’uomo e le specie organiche dalla precedente unità con sè. Mentre questa trascendenza della creazione, questo Aufhebung [a], ha permesso a Dio e all’uomo, o Dio-uomo, di sviluppare le loro (sue?) capacità e di progredire, una tragica alienazione continuerà fino al giorno in cui, in modo inevitabile e risoluto, Dio e l’uomo si fonderanno in un’unica cosmica massa informe. O piuttosto, se fossimo panteisti come era Hegel, fino a che l’uomo non scoprirà che egli stesso è l’uomo-Dio e l’alienazione dell’uomo dall’uomo, dell’uomo dalla natura e dell’uomo da Dio finiranno mentre tutto viene fuso in un unico grande ammasso senza forma: la scoperta della realtà dell’Armonia cosmica e dunque l’unione con essa. La Storia, che in modo predeterminato  tende verso questo fine, giungerà quindi ad un termine. Nella metafora romantica l’uomo, ovviamente inteso come generico “organismo” e non come individuo, tornerà infine “a casa”. La Storia è quindi una “spirale verso l’alto” che punta alla meta stabilita per l’Uomo, un viaggio di ritorno verso casa ma ad un livello di gran lunga più elevato dell’unità originale con Dio nell’epoca precedente alla creazione.

Il fatto che gli scrittori romantici fossero dominati da questo paradigma è stato brillantemente esposto da uno dei massimi critici letterari del Romanticismo, M.H. Abrams, il quale segnala questa tensione guida nella letteratura inglese che va da Wordsworth a D.H. Lawrence. Abrams enfatizza come Wordsworth abbia virtualmente dedicato la propria intera produzione ad un “argomento eroico” o “altamente romantico”, ad un tentativo di controbattere e trascendere l’epocale poema di Milton incentrato su una visione cristiano-ortodossa dell’uomo e di Dio. In opposizione alla visione cristiana di Milton del Paradiso e dell’Inferno come alternative per ciascuna singola anima, e al secondo avvento di Cristo come momento in cui si porrà fine alla Storia e ci sarà il ritorno dell’uomo in paradiso, l’ideale di Wordsworth mette in campo una propria visione panteistica della spirale verso l’alto della Storia, confluente in una cosmica unificazione e nel conseguente ritorno a casa dell’uomo dall’alienazione.[1] La conclusiva fine del mondo, l’avvento del Regno di Dio, è allontanata dalla  collocazione che la tradizione Cristiana assegna al paradiso per essere invece portata sulla Terra; in tal modo, come tutte le volte in cui la fine del mondo è resa immanente, si creano problemi ideologici, sociali e politici spettacolarmente gravi. O, per usare un concetto di Abrams, la visione romantica costituisce la secolarizzazione della teologia.

I romanzi epici dei greci e dei romani, dice Wordsworth, cantavano delle “armi e degli uomini”, “finora l’unico Argomento ritenuto eroico”. Al contrario, all’inizio del suo grande Paradaise Lost, Milton dichiara: [b]

Onde sorgendo a par del tema eccelso,
Svelare all’uom la Provvidenza eterna
Io possa, e scioglier d’ogni dubbio gli alti
Di Dio consigli e le ragioni arcane.

Wordsworth ora asserisce che il suo tema, che sorpassa quello di Milton in importanza, è stato instillato in lui dai “sacri poteri e facoltà” di Dio, rendendolo capace (presagendo i desideri di Marx) di creare un mondo tutto suo, nonostante egli comprenda, in un inusitato lampo di realismo, che “qualcuno potrebbe definirla pazzia” poiché “passarono in” lui “Genio, Potere, Creazione e la stessa Divinità”. Wordsworth conclude: “Questo è, in realtà, argomento eroico,” un “più sublime tema/Di quel furor che per tre volte intorno/Spinse ai muri di Troia il fero Achille”. Anche altri inglesi come Coleridge, Shelley, Keats e persino Blake, il quale tuttavia cercò di mescolare cristianesimo e panteismo, da fedeli seguaci erano immersi nel paradigma di Wordsworth.

Tutti questi scrittori erano stati immersi nella dottrina cristiana, da cui poterono attingere per creare senza volerlo la loro propria versione eretica e panteistica del millenarismo. Lo stesso Wordsworth era stato educato per diventare un prete anglicano. Coleridge era filosofo e predicatore laico, oltre ad essere stato lì lì per diventare ministro del culto unitario; era un neo-platonico così come seguace dei lavori di Jacob Boehme. Keats era un discepolo dichiarato del programma di Wordsworth, che definiva come il mezzo verso la salvezza secolare. Infine Shelley, sebbene fosse un ateo dichiarato, idolatrava il “sacro” Milton sopra ongi altro poeta ed era costantemente immerso nello studio della Bibbia.
Si dovrebbe inoltre notare che Wordswsorth, al pari di Hegel, era un precoce entusiasta della rivoluzione francese e dei suoi ideali liberali, per poi trasformarsi, una volta disilluso, in uno statalista conservatore ed abbracciare una versione panteista dell’inevitabile redenzione attraverso la Storia.

I romantici tedeschi erano addirittura più immersi nella religione e nel misticismo di quanto lo fossero le controparti inglesi. Hegel, Friedrich von Schelling, Friedrich von Schiller, Friedrich Hölderlin e Johann Gottlieb Fichte erano tutti studenti di teologia, molti dei quali insieme ad Hegel all’Università di Tubinga. Tutti loro tentarono esplicitamente di applicare una dottrina religiosa alle loro filosofie. Novalis era avido lettore della Bibbia, mentre Hegel, dal canto suo, nelle Lezioni di Storia e Filosofia dedicò gran parte delle proprie attenzioni a Boehme, definito da Schelling quale “fenomeno miracoloso nella storia dell’umanità”.

Fu inoltre Friedrich Schiller, mentore di Hegel, a subire l’influenza dello scozzese Adam Ferguson nel denunciare la specializzazione e la divisione del lavoro come forme di alienazione e di frammentazione dell’uomo, e fu ancora Schiller colui il quale, coniando l’esplicito concetto di Aufhebung e la dialettica, influenzò Hegel negli anni ’90 del XVIII secolo.[2]

In Inghilterra, diverse decadi più tardi, il tempestoso scrittore statalista e conservatore Thomas Carlyle rese omaggio a Friedrich Schiller scrivendone la biografia nel 1825. Da allora, gli scritti di Carlyle sono stati permeati da una visione Hegeliana: l’unità è bene e la diversità, o  separazione, è maligna e malata; le scienze, al pari dell’individualismo, sono divisione e smembramento. L’individualità, sbraitava Carlyle, equivale ad alienazione dalla natura, dagli altri e da se stessi; tuttavia, un giorno verrà la svolta, la rinascita spirituale portata da figure che saranno degne di essere ricordate (“grandi uomini”) per cui l’uomo tornerà a casa, ad un mondo amichevole, per mezzo della completa cancellazione,  “l’annichilimento di se stessi” (Selbst-todtung).

Infine, in Passato e Presente (1843), Carlyle applicò la propria visione profondamente anti individualistica (e, si potrebbe anche dire, anti umana) agli affari economici: egli denunciò l’egoismo, l’avidità materiale e il laissez-faire i quali, incoraggiando l’allontanamento reciproco tra gli uomini, avevano condotto ad un mondo “divenuto un qualcosa di inanimato” ed estraneo persino agli altri esseri umani parte di un ordine sociale nel quale “il pagamento in contanti è […] l’unico nesso tra un uomo e l’altro”. In contrapposizione a questo “nesso monetario” metafisicamente malvagio egli pone invece il nesso intimo con la natura e gli altri esseri umani, la relazione dell’”amore”. La scena era pronta per l’avvento di Karl Marx.[3]

 

NOTE:

[a] Aufhebung: sostantivo ted. dal verbo aufheben, che ha duplice significato di «togliere via, eliminare» e di «sollevare, conservare». Con questo termine Hegel esprime il carattere peculiare del processo dialettico, il quale «nega», «supera» un momento, una categoria, ecc. e al tempo stesso lo «eleva» e «conserva» in un ulteriore momento, in un’ulteriore categoria, che quindi ne è l’inveramento e il completamento. La negazione dialettica di un momento ne annulla dunque soltanto l’immediatezza, e in effetti lo riafferma e lo compie in un grado superiore di svolgimento. [Tratto da Treccani, ultimo accesso 30 dicembre 2014] – NdT.

[b] Traduzione da Il Paradiso Perduto, ultimo accesso 30 dicembre 2014 – NdT.

[1] M.H. Abrams, Natural Supernaturalism: Tradition and Revolution in Romantic Literature (New York: Norton, 1971). La rappresentazione di Milton della Caduta e la Seconda Venuta è veramente eloquente e commovente. Sulla perdita dell’Eden: “Addio, felici campi; addio soggiorno/D’eterna gioia.” (traduzione da Il Paradiso Perduto, ultimo accesso 30 dicembre 2014 – NdT). E, sulla Seconda Venuta: “Il tempo tornerà indietro e ci riporterà all’età dell’oro”, “E così alla fine la nostra gioia/Sarà piena e perfetta,/Ma ora comincia …” (traduzione di Adriano Gualandi, dall’ode On the Morning of Christ’s Nativity – NdT).

[2] Riguardo all’influenza esercitata da Schiller su Hegel, Marx e i successivi sociologi in merito all’organicismo e all’alienazione, vedi Leon Bramson, The Political Context of Sociology (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1961), p. 30.

[3] Vedi Abrams, op. cit., nota 17, p. 311.

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La spiegazione scientifica sulla pericolosità dei vaccini

Luogocomune.net - Mar, 03/03/2015 - 12:20
Ore 21.30 HRN Live (Tema: l'informazione).

***

I 12 punti del Dottor Gava. Questo è ciò che il pediatra e il Ministero della Salute dovrebbero dire ai genitori.

A Padova c’è un dottore, uno di quelli che in poche parole, poco tecniche, riesce a spiegare ciò che invece dovrebbe spiegare il Ministero della Sanità ai genitori prima della vaccinazione dei loro figli. In un suo recente articolo ha elencato in 12 motivazioni la causa della pericolosità dei vaccini. Il suo nome è Dott. Roberto Gava, laureato in Medicina all’Università di Padova, specializzato in Cardiologia, Farmacologia Clinica e Tossicologia Medica. Dopo dieci anni di lavoro in ambiente universitario ed essere stato autore di libri di Farmacologia e moltissime pubblicazioni scientifiche (www.robertogava.it), da una quindicina di anni sta cercando di studiare gli approcci medici non convenzionali, rivedendoli anche alla luce delle attuali conoscenze scientifiche.Di seguito pubblichiamo per intero le 12 motivazioni sulla pericolosità dei vaccini, sperando che l’informazione venga diffusa quanto più possibile sul territorio italiano.

I vaccini sono sicuri e anche utili?

“Consideriamo solo questi aspetti principali:

1) Il sistema immunitario di un bambino di pochi mesi è totalmente immaturo e quindi facilmente squilibrabile.

2) Oggi i bambini sono più deboli di una volta per innumerevoli motivi (madri più stressate, alimentazione meno equilibrata, ambiente inquinato, facili trattamenti farmacologici sia alla madre che al neonato, ecc.).[...]

Cosa c’è di così preoccupante nella deflazione?

Von Mises Italia - Lun, 02/03/2015 - 09:00

Quando si parla di deflazione, l’economia tradizionale non è più la scienza del senso comune, ma diventa la scienza dell’insensato. La maggior parte degli economisti oggi dice a cuor leggero che “un po’ di inflazione fa bene” e si preoccupano della deflazione. Di certo, nella loro vita personale, questi stessi economisti danno la caccia sui giornali agli ultimi sconti.

Colui che impersona al meglio questa paura di deflazione è Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve. La sua interpretazione della grande depressione ha largamente influenzato il suo pregiudizio contro la deflazione. È vero che la grande depressione e la deflazione andarono mano nella mano in alcuni paesi; ma, dobbiamo stare attenti a distinguere tra associazione e causa, e a valutare correttamente l’influenza della causa. Un recente studio di Atkeson e Kehoe che prende in considerazione un periodo di 180 anni per 17 paesi, non ha trovato alcuna relazione tra deflazione e depressione. Lo studio ha in realtà trovato un maggior numero di episodi di depressione correlati all’ inflazione che alla deflazione. In questo arco di tempo, 65 episodi di deflazione su 73 non erano correlati alla depressione e 21 depressioni su 29 non erano correlate alla deflazione.

Il principale argomento contro la deflazione è che quando i prezzi cadono, i consumatori rimandano i loro acquisti per approfittare di prezzi ancora più bassi in futuro. Certamente si presume che questo riduca la domanda, il che causerà una caduta dei prezzi ancora maggiore e così via, fino a che si avrà una spirale di deflazione-depressione dell’economia. La direzione della causa è chiara: la deflazione causa la depressione. Si può trovare questo ragionamento in quasi tutte le introduzioni ai libri di testo economici.  La Fed di St. Louis ha recentemente scritto:

Mentre l’idea di prezzi più bassi può sembrare attraente, la deflazione è una seria preoccupazione per diverse ragioni. La deflazione scoraggia la spesa e l’investimento perché i consumatori, che credono che i prezzi scenderanno ancora di più, rimandano gli acquisti, preferendo invece risparmiare e aspettare prezzi ancora più bassi. Una diminuzione della spesa, a sua volta, diminuisce le vendite e i profitti delle imprese, aumentando così la disoccupazione”.

Ci sono diversi problemi in questo ragionamento. Il primo è che, indipendentemente da quanto basso sia il livello dei prezzi dei beni di consumo previsto, la gente continuerà a consumare una certa quantità nel presente e per fare questo ha bisogno di spendere nel presente in investimenti per assicurarsi il flusso di beni di consumo nel futuro. Come si può notare, diversi prodotti tecnologici hanno avuto una domanda notevole, nonostante vivessero in un ambiente deflazionistico. Apple è stata in grado di vendere la sua ultima versione dell’iPhone, nonostante molte persone si aspettassero che lo stesso telefono sarebbe diventato molto più economico in sei mesi.

Il secondo errore di questo ragionamento consiste nel presupporre che noi basiamo le nostre aspettative solo sul passato. I prezzi che calano fanno sì che noi anticipiamo la loro continua caduta. Certo, le nostre aspettative sono basate su una moltitudine di fattori, tra cui i prezzi del passato sono solo unici. Sono sicuro che gli economisti della Fed sono sorpresi che non abbiamo reagito ai tassi d’interesse più bassi, come facemmo dopo la bolla delle dot-com del 2001. Le azioni umane non possono essere semplicemente modellate come si fa con le reazioni delle cavie da laboratorio negli esperimenti di biologia.

Un terzo errore è quello di ignorare che se consumiamo di meno, dobbiamo risparmiare di più. Gli investimenti devono quindi essere più alti. Dunque, l’aumento del risparmio che può portare alla deflazione non riduce la domanda aggregata, ma semplicemente ne altera la composizione. La domanda per il consumo di beni calerà, per essere rimpiazzata dalla domanda per i beni di capitale. Al massimo, questo porterà a crescita e a più beni di consumo nel futuro, siccome l’economia ha più capitale con cui lavorare.

La crescita diminuisce i prezzi: questa è una buona cosa. Il periodo di massima crescita negli Stati Uniti durante il XIX secolo, dal 1820 al 1850 e dal 1865 al 1900, fu associato ad una deflazione significativa. In questi due casi, i prezzi si dimezzarono.

Mi si lasci spiegare questo punto attraverso un esempio molto semplice. Supponiamo di avere 10 matite e 10$. Qual è il prezzo di una matita? Non può essere 2$ dal momento che avremmo matite che rimangono invendute, così il prezzo tenderà a scendere. Non può essere 50 centesimi, poiché le persone avrebbero soldi e niente da comprare. I prezzi ritornerebbero su. Questo porterebbe a un equilibrio in cui le matite verrebbero vendute per 1$ l’una. Ora supponiamo di raddoppiare il numero di matite, così da averne 20 e 10$. Il prezzo scenderà da 1$ a 50 centesimi. Mantenendo il resto inalterato, incluso il denaro a disposizione, il prezzo verrà dimezzato; il calo dei prezzi qui è molto positivo, dato che i nostri dollari ora ci permettono di avere più beni e servizi. Questo riflette la capacità della società di espandere i confini della scarsità. Non potremmo mai conquistare la scarsità, altrimenti tutti i prezzi sarebbero zero, ma i prezzi in caduta mostrano che stiamo vincendo questa battaglia cruciale. Più beni e servizi per tutti è una buona cosa e la deflazione riflette questa abbondanza aggiuntiva.

Ora parliamo della deflazione che causa certe paure in così tanti economisti. Supponiamo che il costo di produzione di una matita sia 80 centesimi. Il tasso di rendimento è del 25 percento. Ora supponiamo che le persone mettano da parte 5$ e conservino il denaro sotto il materasso invece di risparmiarlo. Il prezzo di una matita sarà nuovamente dimezzato, calando da 1$ a 50 centesimi. Se anche il costo di produzione cala a 40 centesimi per matita, allora non c’è problema siccome il tasso di rendimento rimane 25 percento. Quello che gli economisti temono è che i costi di produzione siano vischiosi e non si aggiustino coi prezzi di vendita, così che le aziende producano a 80 centesimi e vendano a 50 centesimi. Questo porta a bancarotta, disoccupazione, e diminuzione delle uscite, così ora produrremmo solo 8 matite, il che causa una maggior accumulo di denaro, più fallimenti e così via. Si capisce il quadro. Per evitare questo, molti economisti raccomandano che il governo stampi 5$, mantenendo il prezzo delle matite immutato a 1$, ed evitando una spirale di deflazione-depressione nell’economia.

Certo, ci sono anche dei grossi problemi in questa breve storia. C’è sempre un certo grado di vischiosità sia nei prezzi di entrata che in quelli di uscita. Non si vorrebbe dover costantemente rinegoziare il proprio salario, né si vorrebbe costantemente controllare il prezzo del biglietto dell’ultimo film. Quindi, ciò che è importante è il ritardo esistente tra i cambiamenti nei prezzi d’uscita e nei prezzi d’entrata. Se il ritardo non è lungo, allora la politica risolutiva descritta sopra potrebbe essere non necessaria e controproduttiva. In più, gli imprenditori sopravvivono attraverso le previsioni del prezzo finale e poi decidendo la quantità di input per essere in grado di trarne profitto. Questo suggerirebbe che il ritardo è probabilmente relativamente breve.

In aggiunta, l’emissione di moneta è distorsiva. Quando la banca centrale aggiunge 5$ al sistema economico, non è neutrale. Inizialmente avvantaggia coloro che ricevono i soldi per primi, il governo e le banche, e penalizza coloro che ricevono i soldi per ultimi, gli stipendiati e i poveri. La stampa di moneta e l’effetto sui prezzi, a questa associato, è l’opposto di quello di Robin Hood, prendere dai poveri per dare ai ricchi. Questi ricevitori iniziali, i ricchi, spenderanno i soldi in una certa maniera, alterando i prezzi relativi nell’economia.

Ora, cosa succede quando l’economia migliora e le persone invertono la loro accumulazione di denaro? Abbiamo adesso 10 matite e 15$. Mantenendo il resto invariato, i prezzi cresceranno da 1$ a 1,50$, a meno che il governo non ritiri i 5$ che ha immesso nel sistema. Se lo fa, questo creerà un altro periodo di prezzi relativi alterati. La cura potrebbe essere peggiore della malattia.

In un mondo con più prodotti, l’inflazione (includendo anche i prezzi degli asset) derivata da un’eccessiva crescita di credito causa cambiamenti nei prezzi relativi che inducono investimenti insostenibili, come quello immobiliare dal 2001 al 2007. La deflazione, nella fase d’assestamento, è un parziale riallineamento di questi prezzi relativi verso quello che la società vuole sia prodotto. La stampa di denaro interferisce semplicemente con questo essenziale processo di pulizia. La soluzione reale è di eliminare la riserva frazionaria e le banche centrali.

L’inflazione è molto peggio della deflazione perché deruba gli stipendiati e i poveri. Le banche centrali sono la causa primaria dell’inflazione e sono la ragione principale dell’aumento delle differenze di reddito, dal momento che i ricchi diventano più ricchi e la classe media sprofonda verso la povertà. Questo andamento è ovvio e crescente dalla scomparsa del sistema Bretton Woods nel 1971 e la sua sostituzione con le valute legali. Il potere della banca centrale dipende dall’abilità di generare inflazione.

Questo è il motivo per cui le banche centrali hanno così generosamente supportato la ricerca economica in così tanti istituti accademici per giustificare le politiche inflazionistiche attuali della banca centrale. La falsa credenza comune che “un po’ di inflazione è cosa buona” è stata presentata dai media e dagli economisti per una ragione. L’inflazione è un furto durante il sonno, siccome dilapida il valore del denaro nei portafogli. Un’inflazione del due percento per 35 anni riduce il valore della moneta nelle tasche di chi la possiede del 50 percento. Almeno il male ha una faccia. Si chiama banca centrale.

Molte volte la deflazione segue un periodo di inflazione causata dalla banca centrale. La deflazione è parte del processo di leva contrario che è necessario dopo una così eccessiva politica della banca centrale. Come gli economisti Austriaci hanno sempre detto, “temete le esplosioni, non l’arresto”. Ritardare la deflazione estendendo una bolla o creando nuove bolle stampando più denaro, ritarda solamente l’aggiustamento, rendendolo molto più doloroso.

La soluzione reale è di porre fine alla riserva frazionaria e alle banche centrali. Un mondo senza riserva frazionaria e banche centrali sarebbe un mondo di dolce deflazione, che sarebbe da accogliere come l’indice di una delle più grandi conquiste dell’umanità: l’aumento degli standard di vita per tutti.

Articolo di Franck Hollenbeck su Mises.org

Traduzione di Filippo Massari

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Luna: le ombre divergenti

Luogocomune.net - Dom, 01/03/2015 - 20:10

Commenti liberi

Luogocomune.net - Sab, 28/02/2015 - 09:15
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

(Lunedì un nuovo video sulla Luna).

</p> <p>&#160;</p> <p>&#160;</p> <p>Di s

Von Mises Italia - Sab, 28/02/2015 - 09:15

 

 

Di seguito, una lista dei titoli digitali che da oggi i soci Bastiat e Rothbard del Mises Italia potranno richiedere mensilmente come parte dei loro benefici. La lista completa degli e-book scaricabili è disponibile presso questa pagina.

 

1. Liberty.me Books

J. Tucker – Bit by Bit
G. Reisman – Piketty’s Capital
S. Patterson – What’s the Big Deal About Bitcoin?
I. Morehouse – Better off Free
k. Hess – Death of Politics
C. Watner – The Essential Voluntaryist
M. DiBaggio – House of Refuge
M. Villeneuve – The Third Way

2. Liberty Guides 3. Member Books 4. Other Books

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Iraq - Distruzione del patrimonio artistico

Luogocomune.net - Ven, 27/02/2015 - 09:50
Ieri i telegiornali ci hanno mostrato la cinica distruzione da parte dell'ISIS di opere d'arte millenarie a Ninive, in Iraq. Ma non è soltanto l'ISIS a comportarsi come un'orda di barbari di fronte ai patrimoni artistici delle altre nazioni. Gli americani hanno fatto ben di peggio, durante l'invasione in Iraq del 2003.



Due facce della stessa moneta svilita

Von Mises Italia - Ven, 27/02/2015 - 09:00

All’inizio della Teoria Generale, Keynes dice che le sue idee verranno senz’altro respinte, perché sono così nuove e rivoluzionarie. Verso la fine dello stesso libro, sembra che se ne sia dimenticato, perché ora dice che sta rivitalizzando le stesse idee vecchie di secoli che, un tempo, aveva scartato, considerandole come gli errori più assurdi. Perlomeno, egli riconosce di star cambiando la propria posizione, benché non spieghi come le sue idee possano essere nuove, rivoluzionarie, e anche vecchie di secoli. Questo viaggia di conserva con la sua descrizione di sé stesso come un membro del “coraggioso esercito di ribelli ed eretici attraverso i secoli”, proprio mentre raccomanda politiche che fanno appello agli istinti più vili – e più rivolti al vantaggio proprio – degli uomini politici; e proprio mentre si gode tutti gli enormi privilegi che derivano dal trovarsi in vetta all’establishment finanziario e politico del tempo. Anche se potrebbe essere vero che, come ha detto lo stoico dell’arte Kenneth Clark, Keynes “non ha mai abbassato la luce dei suoi fari”, non si può certo dire che sapesse guidare su un solo lato della strada. Keynes sarebbe diventato il principale difensore del “capitalismo clientelare”, che è probabilmente l’espressione migliore per descrivere il nostro sistema attuale. Come probabilmente sapete, molti degli scritti di Keynes sono intenzionalmente oscuri, anche se la trama sottostante può essere svelata e disfatta, come ha dimostrato, in maniera così brillante, Henry Hazlitt in The Failure of ‘The New Economics’.

Qual è la vera e propria essenza del keynesismo? Possiamo descriverla nei termini più concisi e semplici, in modo che ognuno possa capire cosa vi sia di sbagliato, e così dissipare la nebbia intellettuale che circonda e protegge il capitalismo clientelare?

A prima vista, potrebbe sembrare che l’essenza del keynesismo sia semplicemente l’infinito contraddire sé stessi cui ho già fatto riferimento. Keynes non è mai stato in un posto solo, né in senso intellettuale né in altro, per lungo tempo.

Per esempio, si scagliava contro l’amore per il denaro. Lo chiamava “il verme… che rode le viscere della civiltà moderna”. Si scagliava contro la speculazione finanziaria, ma speculava avidamente in prima persona. Ad un certo punto, è stato completamente spazzato via e ha dovuto chiedere aiuto a suo padre, un insegnante. Altre due volte, sarebbe potuto essere spazzato via: una di queste è il ’29, che non aveva previsto, l’altra il ’37, che – di nuovo – non aveva previsto.

Il rapporto di Keynes con l’oro è un buon esempio del suo perenne contraddire sé stesso. Nel 1922, ha scritto sul Manchester Guardian: “Se il sistema aureo potesse essere reintrodotto… siamo tutti convinti che la riforma promuoverebbe il commercio e la produzione come nient’altro”. Poco tempo dopo ha descritto l’oro come la “barbara reliquia”. Eppure, proprio mentre chiamava l’oro la “barbara reliquia”, in privato continuava a raccomandarlo come un mezzo per diversificare gli investimenti.

Quando passiamo alla teoria economica di Keynes, forse la più surreale contraddizione in termini era che un asserito eccesso di risparmio – troppa liquidità inattiva, in ipotesi – potesse essere curato inondando l’economia con nuova liquidità, stampata di fresco dal governo. In modo forse ancor più bizzarro, Keynes sostiene che dovremmo chiamare questa nuova liquidità “risparmio”, perché rappresenta un “risparmio” genuino tanto quanto il “risparmio tradizionale”. Vale a dire, il denaro che esce dai torchi governativi non è affatto diverso dal denaro che noi guadagniamo e decidiamo di non spendere.

Tutto questo nuovo “risparmio” entra nell’economia attraverso il meccanismo dei tassi d’interesse bassi. A questo punto, Keynes confonde ulteriormente i suoi predecessori e maggiori, sostenendo che non sono i tassi alti, come si era sempre pensato, bensì i tassi bassi ad accrescere il risparmio… anche se eravamo partiti ipotizzando, in prima battuta, che i risparmi fossero troppi.

Su questo punto, i seguaci di Keynes gli fanno eco perfino oggi. Greenspan, Bernanke e Krugman hanno scritto tutti quanti a proposito di un eccesso di risparmio che si troverebbe alla radice dei nostri problemi, e hanno proposto più denaro e tassi d’interessi più bassi come cura, anche se non chiamano più il nuovo denaro “risparmio genuino”. Preferiscono “quantitative easing” e consimili eufemismi oscuri.

Il keynesiano Gregory Mankiw, uno dei due principali consiglieri nominati da Mitt Romney per i temi economici, ha perfino proposto di far montare l’inflazione dei prezzi dal consumo, per creare tassi d’interesse profondamente negativi, forse addirittura a -6%. In altre parole, aumentare l’inflazione fino al 6% circa, ma mantenere i tassi d’interesse schiacciati intorno allo zero comprando titoli con tutto il denaro che occorre stampare, non importa quanto.

Quest’ultima proposta di tassi di interesse profondamente negativi supera perfino Keynes. La Teoria generale sostiene, in effetti, che i tassi d’interesse potrebbero e dovrebbero essere portati a zero in via permanente (cfr. pagg. 220-21 e 336). Quest’idea di tassi a zero permanenti appare per la prima volta in Proudhon, anche se Keynes non lo riconosce o forse non lo sa, e appare assurda a prima vista. Prestare denaro a tasso zero equivale a regalarlo, ed è difficile capire come possa aver valore qualcosa che viene regalato. Nondimeno, Keynes ha detto che sarebbe stato ragionevole arrivare ai tassi zero (e a dividendi zero) nel corso di una generazione. Con questo termine di paragone, evidentemente lo abbiamo deluso, perché avremmo dovuto raggiungere quest’utopia entro il 1966.

Ma si noti che perfino Keynes non ha proposto tassi d’interesse negativi. L’idea di tassi manovrati fino a restare in terreno negativo mi ricorda un proverbio Yiddish che, mi dicono, si traduce pressapoco così: “Intelligente, intelligente, stupido”. Servono persone molto intelligenti per escogitarla, ma ciò non vuol dire che non sia tumida. Ed è preoccupante che non venga semplicemente dal Presidente Bush o dal Presidente Obama. Nulla che provenga da quelle parti potrebbe sorprendere. Il Presidente Bush ha detto: “Ho abbandonato i princìpi del libero mercato per salvare il sistema del libero mercato”. Il suo successore, Presidente Obama, ha detto, nel suo primo messaggio sul bilancio, che ci stava portando da “un’epoca di prendere in prestito e spendere” ad un’epoca di “risparmiare e investire”. A questo punto, ci siamo ritrovati Mitt Romney, che non solo si affida ad un ex-consigliere di Bush, ma addirittura ad uno che propone tassi d’interesse profondamente negativi. Una persona molto gradevole, potrei aggiungere, ma non uno che ci serve di nuovo a Washington.

Anche questi consiglieri di Romney, naturalmente, credevano nella favola dello stimolo”prendi in prestito e spendi”. Di solito, ci si dimentica che Keynes ci aveva assicurato che ogni dollaro di uno stimolo del genere avrebbe prodotto fino a dodici dollari di crescita, e non meno di quattro dollari. Naturalmente, perfino i keynesiani più ardenti sono stati incapaci di dimostrare anche solo un effetto di un dollaro. Come faceva Keynes a sapere che si sarebbero ottenuti come minimo quattro dollari? Non lo sapeva. Ha detto al governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, che le sue idee erano “una certezza matematica”, ma questo era soltanto un rozzo bluff.

Quel che si può verificare sul piano empirico è che tutto il debito, pubblico e privato, ha generato una crescita sempre minore per decenni. Nei dieci anni successivi al 1959, le cifre ufficiali dicono che si ottenevano 73 centesimi di crescita per ogni dollaro preso in prestito. Arrivati alla Crisi del 2008, si era scesi a 19 centesimi. E secondo me, allora, in realtà, [il ritorno] era già negativo ed è profondamente negativo adesso.

Anziché seguire Keynes e i suoi seguaci giù per tutte queste tane di coniglio [chiara allusione ad Alice nel Paese delle Meraviglie], domandiamoci: c’è un Leitmotiv in quest’assurdità? Sì, c’è. Il Leitmotiv è che i prezzi di mercato non hanno importanza. In un sistema infarcito di paradossi, questo è il paradosso supremo: “Per aggiustare il sistema dei prezzi e dei profitti, dobbiamo sovvertirla. Nessun rapporto di mercato tra prezzi e profitti dev’essere lasciato in pace. Il sistema prezzi/profitti dev’essere pungolato, spinto, tirato in qua e in là, solo per essere lasciato nel caos più totale.”. L’attacco ai tassi di interesse e ai livelli di cambio è particolarmente distruttivo, ma tutta questa folle manipolazione dei prezzi è distruttiva.

E’ dunque questa l’essenza del keynesismo, la sua cieca distruzione del meccanismo dei prezzi, dal quale dipende ogni economia, come ha dimostrato Mises? Sì. Ma potrebbe esserci un’essenza ancor più profonda.

Quando pensiamo agli slogan di Keynes, troviamo che posseggono una caratteristica che è quasi una formula fissa. Si prende una considerazione affermatasi da lungo tempo – per esempio, che l’eccesso di spesa e il debito sono la strada per il fallimento e la rovina – e la si ribalta. No, spesa e debito sono la strada verso la ricchezza.

Per i vittoriani, spendere nei limiti dei propri mezzi ed evitare il debito non erano soltanto princìpi finanziari. Erano princìpi morali. Keynes, che si stava consapevolmente ribellando contro quegli stessi vittoriani, ha descritto il loro “moralismo da quaderno di scuola” come “medioevale [e] barbaro”. Alla sua cerchia di intimi ha detto che “Io resto, e resterò sempre, un immoralista.”.

Ricorderete il famoso ammonimento di Mr. Micawber nel romanzo ottocentesco di Charles Dickens, David Copperfield: “Entrata annuale venti sterline, spesa annuale diciannove, diciannove e sei, risultato felicità. Entrata annuale venti sterline, spesa annuale venti zero e sei, risultato povertà”.

Keynes ha certamente sovvertito quest’idea. In particolare, ha insinuato l’idea molto stramba, ma ora molto prevalente, che saggezza e moralità vecchio stampo sono sorpassate, perfino un po’ ritardate, e, punto ancor più singolare, in conflitto con la scienza. Tutto ciò è assolutamente assurdo, ma permea la nostra cultura. E le stesse persone che predicano onestà e responsabilità fuori del campo economico, per esempio nel mondo in cui trattiamo l’ambiente, non riescono affatto a comprendere che Keynes sta predicando disonestà e insostenibilità nel campo economico.

Così, in conclusione, quando scarnifichiamo il keynesismo fino alla sua essenza, la sua relazione con il capitalismo clientelare diventa perfino più chiara. Il capitalismo clientelare rappresenta sia una corruzione del capitalismo sia una corruzione della morale. A sua volta, il keynesismo rappresenta sia una corruzione della scienza economica sia una corruzione della morale. Capitalismo clientelare e keynesismo sono solo due facce della stessa moneta svilita.

Articolo di Hunter Lewis su Mises Daily, 2 maggio 2013 (e prima su The Free Market, gennaio 2013).

Tradotto da Guido Ferro Canale

 

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Il mondo si è fermato?

Luogocomune.net - Gio, 26/02/2015 - 09:40
Ieri ho passato l'intera giornata a guardare la televisione. Non avevo voglia di fare niente, e ho deciso di regalarmi una giornata di ozio con il telecomando in mano.

Nell'arco di 12 ore ho visto praticamente di tutto. Film, telefilm, telegiornali, documentari, talk-show. Ho visto programmi di cucina dove mi spiegavano come fare gli spaghetti aglio e olio. Ho visto televendite di gioielli falsi, venduti un tot. al chilo. Ho visto tutti gli sport possibili e immaginabili: una ridicola gara di fondo, sulla neve, dove i concorrenti usano gli sci per andare in salita; la Parigi-Roubaix del 2009; una gara di pattinaggio artistico dove c'era una danzatrice vestita da Michael Jackson; un incontro di tennis fra una rumena e una bulgara; dei maratoneti che si rincorrevano ansimando nel fango della brughiera; e ho visto persino il secondo tempo di Monopoli-Lupa Castelli Romani, la semifinale di Coppa Italia di serie D (che manco sapevo che esistesse).

Ho visto le news della BBC, dove si parlava dei giovani inglesi che vanno a combattere per l'Islam. Ho visto le news francesi, dove si parlava del problema degli islamici in Francia. Ho visto le news italiane, dove si parlava del problema dello Stato islamico in Libia.

E poi tutte le altre news: i magistrati che protestano per la nuova legge "contro di loro", ...

La Scuola Austriaca: differenze interne – VI e ultima parte

Von Mises Italia - Mer, 25/02/2015 - 09:00

5. Etica e utilitarismo

Mises è un assolutista epistemologico ma un relativista etico. È kantiano in epistemologia e utilitarista in etica. Un’etica assoluta, oggettiva, non esiste; l’uomo, attraverso l’uso della ragione, non può scoprire un’etica vera, scientifica. I fini ultimi, i valori, sono soggettivi, personali e arbitrari. La ragione può solo stabilire i mezzi migliori per raggiungere i fini (soggettivi e arbitrari). La politica migliore è quella che rende massima l’utilità sociale. La libertà economica va introdotta perché è benefica, non perché è giusta sulla base di un astratto principio di diritto naturale; l’operare della natura non ci consente di ricavare conclusioni sul bene o sul male (L’azione umana e Teoria e storia)[1].

Tuttavia Mises non rinuncia alla difesa del liberalismo. Poiché ciò comporta l’affermazione di alcuni valori e fini ultimi, egli deve riconciliare le sue due posizioni, e cioè 1) la possibilità di pervenire a verità in campo economico ma non in campo etico con 2) la difesa del liberalismo.

Mises cerca la soluzione cercando di dedurre il liberalismo di laissez faire dalla “neutrale” analisi prasseologica. Egli offre due tentativi di soluzione.

1) Il primo è una variante del principio di unanimità: se una data politica conduce a conseguenze (evidenziate dalla prasseologia) che tutti i sostenitori concordano essere cattive, allora anche l’economista value-free è autorizzato a definire quella politica “cattiva”. Ad esempio, i sostenitori di una politica di controllo dei prezzi la sostengono perché ritengono che migliori la situazione economica; la prasseologia dimostra che il controllo di un prezzo produce scarsità, dunque produce un obiettivo diverso da quello voluto dai sostenitori; allora questa politica si può definire “cattiva” proprio dal punto di vista di coloro che l’avevano inizialmente sostenuta. Tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, per Mises devono ammettere che la misura è “cattiva”[2].

Rothbard ha criticato tale ragionamento nei termini seguenti. Come fa il prasseologo (Mises) a sapere che cosa è desiderabile per i sostenitori di quella data politica, cioè a sapere quali sono i motivi per cui l’hanno sostenuta, visto che non è possibile conoscere le loro scale di valori, e a maggior ragione le scale di valori nel momento futuro in cui si verificheranno le conseguenze della misura presa? Il prasseologo o l’economista non può conoscere le scale di valori se non attraverso le “preferenze dimostrate” dalle concrete azioni degli individui (e in questo caso la concreta azione è l’implementazione del controllo di prezzo). Nei termini dell’esempio proposto da Mises, come fa egli a essere sicuro che i difensori dei controlli di prezzo non vogliono le scarsità? Potrebbero essere degli egalitaristi che preferiscono la scarsità perché in tal modo il ricco non può comprare più del povero; oppure intellettuali alla Galbraith che avversano la società opulenta.

Altro esempio: un sindacato ottiene un aumento di salario per i propri membri, e facendo così fa perdere il lavoro a, o impedisce l’assunzione di, un certo numero di lavoratori; dal punto di vista del sindacato questo obbiettivo è soddisfacente, ed è stato conseguito.

Dunque non è vero che tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, devono ammettere che la misura è “cattiva”. Basta che ve ne sia anche solo uno che, dopo la dimostrazione dell’economista, continui a favorire quella conseguenza (la scarsità), e Mises automaticamente nel giudicare quella misura “cattiva” ha introdotto un suo personale giudizio di valore.

C’è anche un altro motivo per cui i sostenitori della misura interventista possono continuare a difenderla anche dopo averne appreso le conseguenze negative, ed è il fatto che possono avere un’alta preferenza temporale, e dunque disinteressarsi del fatto che nel lungo periodo un’imposta o un sussidio determinano consumo di capitale, o un controllo di prezzo la scarsità, perché mirano ai vantaggi di breve periodo (ad esempio, comprare il bene a prezzo più basso); e Mises non può sostenere che il lungo periodo è superiore al breve periodo (cioè che una preferenza temporale è “troppo alta” o “troppo bassa”) senza abbandonare la sua etica soggettivista.

Insomma, è illegittimo dire che in conseguenza di misure stataliste tutti si considerano in condizioni peggiori di prima[3].

2) Nella seconda soluzione, completamente differente, Mises ammette che l’economista in quanto scienziato non può difendere il laissez-faire perché ciò comporta un giudizio di valore, ma in quanto cittadino sì. Dunque Mises, in quanto utilitarista, introduce un unico ristretto giudizio di valore: egli vuole che siano realizzati i desideri della maggioranza degli uomini; la maggioranza degli uomini (non più tutti come nel precedente punto) condivide alcuni obbiettivi funzionali al raggiungimento della felicità: quasi tutti preferiscono la vita alla morte, la salute alla malattia, l’abbondanza alla povertà. Egli quindi, come cittadino, cioè personalmente, desidera che siano conseguiti gli obiettivi della maggioranza, e dunque sceglie il liberalismo, perché la scienza economica dimostra che le politiche liberali conseguono quegli obiettivi; il liberalismo insegna agli individui che condividono questi obiettivi come agire per raggiungerli. Quando si afferma che un controllo dei prezzi è “cattivo” si intende che è cattivo non dal punto di vista dell’economista, ma dal punto di vista di coloro che desiderano l’abbondanza. Coloro che scelgono obbiettivi opposti – gli asceti, o coloro per i quali l’uguaglianza sociale ha più valore del benessere e della libertà – certamente non accettano il liberalismo, e Mises non dice che la scienza economica dimostra che hanno torto.

In questo modo Mises non ha introdotto un giudizio di valore personale specifico (es. la libertà in astratto), ma ritiene di aver introdotto un giudizio di valore ridotto al minimo possibile (procedurale), perché ha sostenuto i desideri soggettivi della maggioranza delle persone.

In questo quadro l’impostazione consequenzialista è da Mises chiaramente esplicitata: l’assioma dell’azione presuppone la libera scelta; il sistema capitalista è superiore a quello socialista perché questo “conduce a una riduzione nella produttività del lavoro” e a una “diminuzione della ricchezza”. La libertà per i liberali era importante non perché essi fossero “a conoscenza dei disegni di Dio e della Natura” ma perché la libera attività economica produce una maggiore ricchezza complessiva. La proprietà privata va difesa non come un “privilegio del proprietario, ma [in quanto] istituzione sociale che genera il benessere e il vantaggio di tutti” [4].

La critica di Rothbard a questa seconda soluzione è incentrata su due argomenti.

1) Non è vero che la prosperità e l’abbondanza sono i soli obiettivi della maggior parte delle persone; la stessa analisi misesiana sulle scale di valori ordinate e sull’utilità marginale decrescente avrebbe dovuto renderlo più consapevole della competizione fra valori e obiettivi diversi. È cioè realistico pensare che si possa costituire una maggioranza di persone che, o per invidia o per ideali egalitaristici, desidera un po’ più di eguaglianza e un po’ meno abbondanza rispetto a quella garantita dal libero mercato. Come utilitarista, Mises non potrebbe obiettare alcunché ad una simile maggioranza.

2) Le critiche generali all’utilitarismo (la maggioranza potrebbe violare i diritti delle minoranze).

Per Rothbard quindi l’approccio utilitarista e relativista all’etica di Mises non è sufficiente a sostenere la libertà, in questo modo non ci sono argomenti per confutare i nemici della libertà. È necessaria un’etica basata su principi assoluti[5].

 In generale, la critica sulle valutazioni etiche nascoste nel ragionamento economico viene estesa da Rothbard alle scuole economiche che basano il loro sostegno al libero mercato su impostazioni utilitariste o positivistiche.

Gli esponenti della Scuola di Chicago sostengono di difendere il libero mercato non sul terreno etico bensì su quello dell’“efficienza”. L’economista pro-libero mercato auspica una situazione in cui tutti gli scambi volontari fra individui siano possibili, dunque legittimi.

Tuttavia, obietta Rothbard, ogni scambio implica uno scambio di titoli di proprietà privata. Dunque, difendere il diritto a effettuare un dato scambio (bene in cambio di un altro bene, che può essere costituito da moneta), significa anche difendere la correttezza, e dunque la giustizia, dei titoli di proprietà esistenti. Ad esempio, nel mio acquisto di un giornale, difendere la legittimità della mia proprietà dell’euro e la legittimità della proprietà della copia del giornale da parte del venditore. Cioè si asserisce implicitamente che è “bene” o “giusto” che io, prima dello scambio, sia proprietario dell’euro e il venditore della copia del giornale. Ma gli economisti non esplicitano mai tale estensione del ragionamento, perché farlo significa adottare un dato sistema etico-politico. Gli economisti hanno quasi sempre considerato tale campo al di fuori della loro disciplina; ma se è così, non possono legittimamente difendere il libero mercato. Ciò può essere dimostrato attraverso un semplice esempio: nel caso precedente, se io avessi rubato il mio euro a una terza persona (o se il giornalaio avesse rubato la sua copia di giornale ad un’altra persona), io non sarei il legittimo proprietario dell’euro, e dunque non avrei il diritto di cederlo in cambio del giornale. Dunque, non solo l’economista non può difendere il libero mercato senza introdurre una teoria della giustizia dei titoli di proprietà; egli non può nemmeno definire, delineare un libero mercato senza tale teoria della giustizia. Perché nel descrivere ed esporre il modello di libero mercato, l’economista sta descrivendo un sistema in cui i titoli di proprietà vengono scambiati, e quindi egli deve anche descrivere ed esporre innanzi tutto come quei titoli di proprietà siano stati conseguiti; cioè deve possedere una teoria della proprietà originaria, di come la proprietà giunge in essere[6].

Un errore simile viene compiuto da James Buchanan con il “Principio di Unanimità”, considerato un criterio avalutativo per l’economista. In base ad esso, una data politica pubblica è legittima (e value-free) se tutti sono d’accordo. Ma tale principio assume implicitamente che tutti i titoli di proprietà esistenti siano giusti. Il che significa che, tornando all’esempio precedente, sarebbe illegittimo sottrarre la copia di giornale al venditore anche se egli l’ha rubata. Ma se il suo titolo è illegittimo, la copia deve essergli sottratta e restituita al legittimo proprietario. Di nuovo, i sistemi etici irrompono inevitabilmente nella discussione.

Anche il Principio di Compensazione, adottato da molti economisti come guida avalutativa a interventi pubblici, è poco solido. Esso assume che sia concettualmente possibile misurare le perdite (in termini di utilità) e compensare così i danneggiati. Ad esempio, l’introduzione di una tariffa protezionistica sullo zinco è “buona” o socialmente utile se coloro che traggono guadagni (incrementi di utilità) dalla tariffa possono ricompensare coloro che ne sono danneggiati e in più rimane ai primi ancora un surplus monetario. Ma l’utilità, entità puramente psichica, non è misurabile e confrontabile, né concettualmente né praticamente. Dunque, nell’esempio precedente, supponiamo che esista anche un solo oppositore della tariffa, il quale dichiara di subire una perdita di utilità così grande in seguito all’introduzione della tariffa (ad esempio perché è un convinto sostenitore del libero mercato) che nessuna somma di denaro potrebbe compensarla. Nessuno potrebbe obiettare, e il Principio di Compensazione è confutato. Ovviamente, non potrebbe essere invocato nemmeno nel caso opposto, per cancellare una tariffa sullo zinco esistente: potrebbe esistere un protezionista convinto che dichiara di subire una perdita psichica enorme e non risarcibile sul piano monetario. Il principio di Compensazione fallisce in entrambi i casi.

Un altro tentativo wertfrei è l’analisi Coase-Demsetz[7].

Un giudizio di valore non esplicitato si presenta anche a proposito della tematica delle esternalità. Si dà per scontato, senza dimostrarlo, che tutte le esternalità debbano essere internalizzate, costringendo i beneficiari a pagare, altrimenti, in seguito al problema del free rider, la produzione del bene è “troppo bassa”. Ma troppo bassa per chi, e in base a quali standard etici? Il concetto “troppo bassa” è un giudizio di valore.

Altro esempio di uso illegittimo di assunzioni di valore implicite in economia è l’asserzione della scuola di Chicago secondo cui bisogna conseguire un livello dei prezzi costante. Il valore di tale obiettivo non è affatto autoevidente e indiscutibile, basti pensare al fatto che è legittimo auspicare prezzi calanti, con conseguenti incrementi del tenore di vita dei consumatori; circostanza possibile con sistemi monetari diversi da quello oggi dominante[8].

6. Sovranità del consumatore

Come detto, indichiamo anche due differenze su punti non essenziali della teoria. Il primo intercorre fra Mises e Rothbard. Per il primo sul mercato esiste la sovranità del consumatore; invece per Rothbard i prezzi e le quantità di equilibrio derivano sempre dall’incontro fra le preferenze dei consumatori e dei produttori, non dall’influenza unilaterale dei consumatori.

7. I bisogni

Su questo punto il dissenso è fra Menger e Mises.

Menger distingue tra bisogni reali e immaginari: i secondi derivano da errori o conoscenze lacunose della realtà; Menger porta come esempi gli utensili usati per realizzare immagini idolatriche, o i cosmetici.

Per Mises questa distinzione è inutile, perché si formano prezzi anche per i beni funzionali al soddisfacimento dei bisogni (presunti) “immaginari”, dunque fanno parte dell’economia come teoria.

Bohm-Bawerk cade in un errore simile: secondo lui la teoria della determinazione dei prezzi dovrebbe essere divisa in due parti: la prima dovrebbe formulare la teoria partendo dall’ipotesi che le persone coinvolte nello scambio hanno come unico motivo il guadagno economico (immediato); la seconda dovrebbe tenere conto dei valori non economici delle persone, l’altruismo, la comodità, l’appartenenza religiosa o razziale ecc.

Mises replica che non c’è bisogno di compiere questa dicotomia. I valori non economici influenzano l’azione umana e si riflettono sui prezzi: la persona che vuole acquistare un bene a prezzo più alto da un amico al tempo stesso consegue due obiettivi “immediati”, acquista il bene e favorisce l’amico; la persona che accetta di acquistare un bene a prezzo più alto sotto casa perché non vuole arrivare al negozio meno caro ma più lontano paga il bene più il risparmio di fatica. In tutto ciò non vi è niente di diverso dall’acquisto di una poltrona per stare più comodi a casa propria, o dall’assunzione di una domestica per i lavori di casa. Se si applica il metodo soggettivistico, le distinzioni fra motivi economici e motivi non economici non hanno senso, e di fatto non sono possibili.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

 [1] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Natural Law: A Comment on Professor Gonce, in «Journal of Libertarian Studies» 4, no. 2, primavera 1980, pp. 289-297.

[2] L. von Mises, L’azione umana (1949), Utet, Torino, 1959, p. 852.

[3] M.N. Rothbard, Praxeology, Value Judgments, and Public Policy, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 89-111; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 78-99. Di converso, è una conclusione non legittima anche sostenere che un’azione è “buona” per il solo fatto di aumentare il benessere degli scambianti. Un caso tipico di introduzione surrettizia di giudizi di valore nel ragionamento economico è l’Ottimo Paretiano: il fatto che due individui dopo un certo scambio stiano complessivamente meglio di prima (senza che nemmeno uno dei due stia peggio) è giudicato, appunto, un esito “ottimo”; cioè dal semplice fatto dello scambio si conclude che esso sia una cosa “buona”. Ma vi potrebbero essere altri individui che, ad esempio, sono invidiosi dei due scambianti, e dunque non si può dire che il benessere “di tutta la società” è sicuramente aumentato. Chi afferma che quello scambio è “buono” deve prima dimostrare che l’invidia è “male”, dunque ha bisogno di una teoria etica, che non può ricavare dall’economia. M.N. Rothbard, Value Implications of Economic Theory, in «The American Economist», primavera 1973, pp. 35-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 255-265.

[4] L. von Mises, L’azione umana, cit., pp. 149-150.

[5] M.N. Rothbard, Praxeology, Value Judgments, and Public Policy, cit. pp. 93-96.

[6] Quando Milton Friedman si è confrontato con la questione dei fondamenti filosofici della libertà, ha esplicitato la seguente posizione personale: il valore alla base del mio credo libertario è la tolleranza, a sua volta basato su un atteggiamento di umiltà intellettuale. Non ho diritto di costringere qualcun altro perché non posso essere sicuro di stare dalla parte della ragione e lui del torto (M. Friedman, “Say ‘No’ to Intolerance”, Liberty Magazine 4 no. 6, pp. 17–20; M. e R. Friedman, Two Lucky People, University of Chicago Press, Chicago, 1998). A questa posizione relativista hanno replicato Kinsella, Hoppe e Block. Per Kinsella ciò significa che non possiamo censurare alcune idee perché non possiamo essere sicuri che tali idee siano sbagliate; da cui si ricava che, se potessimo sapere con certezza ciò che è giusto e sbagliato, avremmo il diritto di vietare le azioni immorali, tra cui anche eventuali idee immorali, anche se non rappresentano un’aggressione fisica agli individui o alle loro proprietà (S. Kinsella, “Milton Friedman on Intolerance, Liberty, Mises, Etc.”, in http://blog.mises.org/archives/011004.asp, 9 novembre 2009). Secondo Hoppe è falso affermare che la convinzione nell’esistenza di un’etica razionale implichi intolleranza e autoritarismo, mentre il relativismo garantisca tolleranza e pluralismo. Al contrario, senza valori assoluti “tolleranza” e “pluralismo” sono anch’essi ideologie arbitrarie, e non vi è motivo di accettarli più di quanto non ve ne sia di accettare il cannibalismo o la schiavitù. Solo se esistono valori assoluti, come il diritto alla proprietà di se stessi – cioè solo se la “tolleranza” non è uno qualsiasi della moltitudine di valori tollerabili – allora la tolleranza stessa può essere salvaguardata (H-H Hoppe, “The Western State as a Paradigm: Learning from History”, in Paul Gottfried, ed., Politics and Regimes: Religion & Public Life, Vol. 30, Transaction Publishers, Edison, NJ, 1997). Per Block la tolleranza non può essere il principio base del libertarismo in quanto filosofia politica, perché non consente di dedurre un criterio per fissare le norme giuridiche, in quanto a volte supporta posizioni che rappresentano un’aggressione al corpo o alla proprietà altrui e altre volte no. W. Block, “Milton Friedman on Intolerance: A Critique,” Libertarian Papers 2, 41, 2010, www.libertarianpapers.org.

[7] Sulla quale v. P. Vernaglione, Austriaci e Analisi Economica del Diritto, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-aed.doc, 31 luglio 2009..

[8] M.N. Rothbard, Value Implications of Economic Theory, in «The American Economist», primavera 1973, pp. 35-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 255-265.

 

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Il governo USA ammette di essere responsabile solo per la distruzione della Torre Nord

Luogocomune.net - Mar, 24/02/2015 - 21:14
Articolo originale: The Onion

Documenti desecretati di recente rivelano un piano dell'amministrazione Bush e del Project for the New American Century di incutere paura agli americani "distruggendo la più alta e più iconica delle Torri del World Trade Center".

Washington - Dicendo che si sentivano in dovere di rivelare ciò che è veramente successo l'11 settembre 2001, diversi ufficiali federali di alto livello hanno pubblicamente dichiarato che il governo degli Stati Uniti è stato responsabile soltanto per la distruzione della torre Nord del World Trade Center.

I portavoce della Central Intelligence Agency, della National Security Agency, e di un'altra mezza dozzina di agenzie governative hanno rivelato in una conferenza stampa di essere stati responsabili per la progettazione, il finanziamento e l'esecuzione di un piano per demolire il World Trade Center 1, nel distretto finanziario di New York. Descrivendo la loro impresa come un successo assoluto, questi ufficiali hanno fatto notare che il completamento della loro missione è stato seguito, a 17 minuti di distanza, da una operazione suicida contro il World Trade Center 2, messa in atto in modo indipendente da membri di Al-Quaeda che pilotavano un aereo dirottato. [...]

Chavez e l&#039;imperialismo americano

Luogocomune.net - Lun, 23/02/2015 - 19:25
Hugo Chavez risponde ad una giornalista della CNN, subito dopo la sua rielezione del 2012. Un discorso sull'imperialismo americano, da ascoltare dall'inizio alla fine.




Fonte Pandora TV

Perché i servizi del settore privato sembrano costare di più

Von Mises Italia - Lun, 23/02/2015 - 09:00

Immaginate di essere un promettente meccanico che vuole aprire una nuova officina di riparazione auto. La vostra idea è quella di fornire dei servizi di manutenzione di base per i cittadini meno abbienti, a prezzi convenienti, chiedendo per il vostro lavoro il minimo necessario, comprando pezzi di ricambio usati (ma adeguati). Un tale servizio sarebbe perfetto per quelle persone che cercano di far guadagnare alla propria auto un paio d’anni in più – senza niente di eccezionale, mirando soltanto alla pura funzionalità.

Adesso, supponiamo che il vostro vicino voglia aprire anch’egli un’officina, ma usando un diverso modello di business. È riuscito a persuadere l’amministrazione locale che un servizio di manutenzione di base è un diritto umano e che dovrebbe essere fornito a tutti, gratis. Dato che nessuno può offrire a lungo un servizio gratuito, ci sarà bisogno di finanziare in qualche modo questo servizio “gratis”. L’amministrazione ed il vostro vicino escogitano il seguente piano: la prima raccoglierà la “tassa manutenzione auto” da tutto il vicinato, indipendentemente dalle reali necessità delle persone, per poi consegnare il denaro al vostro vicino. Infine, quest’ultimo annuncerà di offrir gratis il servizio a chiunque ne abbia bisogno.

Ciò diventa un problema per voi. Anche se chiedeste solo, diciamo, 15 $ all’ora per il vostro lavoro, comprando i pezzi di ricambio meno costosi in modo che ai vostri clienti costi solo 50$ sostituire il proprio ammortizzatore anteriore, rimarrebbe comunque ben più costoso rispetto agli zero dollari chiesti dal vostro vicino, per un servizio simile.

Potete provare a rendere la vostra attività sempre più conveniente chiedendo meno, ma anche se il servizio fosse fornito gratuitamente, avreste ancora bisogno di comprare i pezzi di ricambio. E, nel lungo periodo, avrete bisogno di una qualche fonte di reddito. Di conseguenza, non potrete fornire il vostro lavoro gratis in eterno.

Quindi, abbassare il prezzo del servizio non vi renderà più competitivi rispetto al vicino. Avrete bisogno di fornire qualcosa di diverso, qualcosa capace di attrarre le persone disposte a pagare per la cura della loro auto. Si può provare ad offrire un servizio base, ma anche una migliore assistenza ai clienti. Per esempio, potreste mostrarvi più gentili rispetto al vostro vicino, fornire un servizio più tempestivo, offrire una garanzia, ecc. ecc.

Ma i vostri clienti sarebbero abbastanza interessati a questi servizi aggiuntivi da pagare, diciamo, 50$ per averli? Magari qualcuno, ma è più probabile che la maggior parte di essi preferirebbe ricevere un servizio inferiore – ma gratuito – che pagare 50$ per un servizio superiore. Ricordate, stiamo parlando delle persone che vogliono la funzionalità pura e semplice. Non saranno molto interessate a degli extra che vorrete offrirgli.

A questo punto, capite come sia necessario focalizzarsi su una diversa clientela. Avrete bisogno di persone che non sarebbero soddisfatte dal servizio offerto dal vostro vicino anche se offerto gratuitamente, persone che guidino auto nuove, che vogliano installare delle nuove parti e che diano anche abbastanza valore alla cortesia ed alla puntualità per pagarle. Di sicuro, questo tipo di servizio sarà più costoso di quello “essenziale” progettato inizialmente. Abbandonate il vostro piano di fornire un servizio di base, per aprire invece un esclusivo negozio di riparazioni che offra servizi di alta qualità, orientati verso clienti potenzialmente molto remunerativi.

Adesso abbiamo due attività di riparazione auto nel vicinato: l’officina del vostro vicino – la quale fornisce un servizio di base gratuito ai clienti, usufruendo però di una tassa ad hoc pagata da tutto il vicinato – e il vostro negozio di riparazioni che fornisce manutenzione superiore verso i clienti più abbienti.

Analizzare dall’esterno questa situazione senza essere a conoscenza del vostro processo decisionale potrebbe far pensare a qualcuno che le officine private sono di per sé più costose e che non hanno interesse nel fornire servizio ai clienti capaci di pagare poco. Questa interpretazione è sbagliata. Conoscere l’invisibile processo decisionale che sta sullo sfondo ci aiuta a capire che l’esistenza di un’attività finanziata tramite le tasse incentiva il proprietario del negozio privato ad abbandonare i propri progetti di fornire servizi meno costosi. Al contrario, decide di occuparsi di un servizio ben più caro. La sua abilità di rimanere a buon mercato è stata impedita dall’esistenza di un concorrente finanziato da soldi pubblici.

Ho usato l’esempio di attività di riparazione, ma la questione non riguarda solo le officine. Il messaggio qui è molto più generale. Possiamo applicare questo ragionamento praticamente ad ogni prodotto o servizio, ottenendo risultati simili. L’esistenza di un servizio di base finanziato dalle tasse sostituisce la fornitura di uno stesso servizio (o di uno migliore) e motiva l’imprenditore privato a concentrarsi su una base di clientela più ricca. Ciò fa apparire i servizi privati naturalmente più costosi, ma si tratta solamente di un’impressione superficiale. Comprendere la logica delle scelte umane che porta a tale risultato ci aiuta a capire perché non dovremmo farci ingannare da questo ragionamento fallace.

Articolo di Predrag Rajsic su mises.org

Tradotto da Alessio Cuozzo

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Schiavi inconsapevoli di una gabbia senza sbarre

Luogocomune.net - Dom, 22/02/2015 - 12:20
di Silvano Agosti

Se gli adulti osservassero i bambini di quattro anni vedrebbero il capolavoro che sono stati e che questa società da sempre ha profanato e sta profanando. Se ognuno potesse crescere ascoltando le istruzioni del proprio seme, della propria interiorità, le strade sarebbero piene di capolavori ambulanti e ognuno avrebbe una sua personale visione del mondo e il mondo sarebbe pieno di infinite interpretazioni e questo sarebbe commovente

Avviene quotidianamente un vero e proprio genocidio non tanto dei corpi quanto delle personalità di milioni, anzi miliardi di uomini, tenuti lontani da se stessi e dalla loro creatività e dal proprio vero destino, assediati come sono da falsi problemi, false culture, false superstizioni, false credenze, falsi progetti, false promesse.

Prendiamo ad esempio l’istituzione scolastica. Avverto subito che alcune delle riflessioni che andrò formulando richiedono, per essere giustamente comprese e assimilate, un ascolto specifico, affettuoso e definitivo. Partiamo dunque, come premessa, dalla semplice constatazione che elementi naturali, ...

L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola austriaca (parte terza)

Von Mises Italia - Ven, 20/02/2015 - 09:00

La concorrenza in seno alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c’è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, è casomai finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d’interazione a somma zero. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L’evoluzione degli Stati, diversamente da quella delle imprese capitaliste, fornisce l’immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all’interno di ogni apparato statale, c’era di fatto una tendenza all’accrescimento dei poteri dello Stato centrale a spese delle realtà regionali e locali.  Ciononostante, e per la stessa ragione, abbiamo anche potuto osservare una tendenza alla concentrazione al di fuori dell’apparato dello Stato. E ciò non è avvenuto, come ormai dovremmo intuire facilmente, a causa di una caratteristica del capitalismo, ma perché la classe dirigente (sfruttatrice) ha esteso la sua impresa fino al cuore della società civile attraverso la creazione di un’alleanza fra lo Stato e l’alta finanza, e particolarmente con l’istituzione di un sistema di banca centrale. Se si produce una concentrazione e una centralizzazione del potere dello Stato, è del tutto naturale che queste portino con sè un processo parallelo di concentrazione relativa e di cartellizzazione di banche e industria. Con l’accrescimento dei poteri dello Stato, aumenta anche quello dell’associazione Banca-industria di eliminare o danneggiare i loro concorrenti economici per mezzo di espropriazioni non contrattuali e non produttive. La concentrazione delle imprese è un riflesso della statalizzazione della vita economica.

I primi mezzi dell’espansione del potere dello Stato e dell’eliminazione dei centri di potere rivali sono la guerra e la dominazione militare. La concorrenza fra gli Stati implica una tendenza alla guerra e all’imperialismo. In quanto centri di sfruttamento, i loro interessi sono per loro natura antagonisti. Inoltre, siccome ognuno possiede al suo interno il controllo del fisco e della produzione della falsa moneta, è possibile per le classi dirigenti finanziare guerre imperialiste con i soldi degli altri. Naturalmente, se non dobbiamo finanziarci da soli i rischi che ci prendiamo, se possiamo far pagare agli altri i danni, abbiamo la tendenza a prenderci un po’ più di rischi e ad appassionarci un po’ di più al grilletto. Il marxismo, contrariamente a buona parte della scienza cosiddetta borghese, presenta le cose così come sono: c’è una tendenza bella e buona all’imperialismo nel corso della storia; e le più grandi potenze imperialiste sono chiaramente i paesi capitalisti più avanzati. Però, la spiegazione è una volta di più sbagliata. È lo Stato, in quanto esente da regole capitaliste di acquisizione di proprietà ad essere per natura aggressivo. E l’evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo contraddice questa affermazione solo apparentemente. È estremamente facile spiegarla ricordando che, per uscire con successo da una guerra tra Stati, un governo deve poter disporre (in termini relativi) di sufficienti risorse. In quanto impresa di sfruttamento, lo Stato è per natura distruttore di ricchezze e di capitale. La ricchezza è prodotta esclusivamente dalla società civile; e più deboli sono i poteri di estorsione dello Stato, più la società accumula ricchezze e capitale produttivo. Così, per quanto possa apparire paradossale a prima vista, più uno stato è debole o liberale e più il capitalismo vi si sviluppa; un’economia capitalista da rapinare rende lo Stato più ricco; e uno Stato più ricco ha sempre più possibilità di successo in guerre espansioniste. È questa relazione che spiega perché in primis gli Stati dell’Europa occidentale, e in particolare la Gran Bretagna, furono i paesi imperialisti dominanti, e perché nel XX sec. questo ruolo è stato preso dagli Stati Uniti.

C’è anche una spiegazione semplice e diretta e una volta di più non marxista a questa osservazione sulla quale i marxisti insistono sempre, che l’istituzione industriale e bancaria figura generalmente fra i difensori più strenui della potenza militare e dell’espansionismo imperiale. Non è perché l’espansione dei mercati capitalisti avrebbe bisogno dello sfruttamento, ma perché lo sviluppo degli affari privilegiati e protetti dagli uomini di stato ha bisogno che questa protezione si estenda anche ai paesi stranieri e che ostacolino allo stesso modo i concorrenti non residenti, se non più di quanto facciano con i residenti, attraverso acquisizioni non produttive e non contrattuali di proprietà. Nello specifico, si sostiene l’imperialismo se promette di portare alla dominazione militare di un paese ad opera di un altro. Di modo che, da una posizione di forza militare, diviene possibile stabilire ciò che possiamo chiamare un sistema di imperialismo monetario. Lo stato dominante utilizzerà il suo potere per imporre una politica di inflazione internazionale coordinata. La sua banca centrale conduce il gioco attraverso la contraffazione, e le banche centrali dei paesi subordinati ricevono l’ordine di impiegare la loro divisa come riserva e produrre inflazione su questa base. In questo modo, così come lo stato dominante in quanto primo favoreggiatore della falsa moneta di riserva, il suo sistema bancario e industriale possono dedicarsi ad una espropriazione quasi gratuita dei proprietari e dei produttori stranieri. Un sistema a doppio strato di sfruttatori si impone ormai alle classi sfruttate dei territori dominati: oltre al loro stato nazionale e alla sua élite, uno stato e una classe di un paese straniero, il che è causa di una dipendenza economica prolungata e una stagnazione relativa dell’economia nei confronti della nazione dominante. È quasta situazione, del tutto non capitalista, che caratterizza Stati Uniti e dollaro e che dà origine all’accusa, del tutto giustificata, di sfruttamento e di imperialismo della moneta americana ad opera degli USA.

Infine, la crescente concentrazione e la centralizzazione dei poteri di sfruttamento portano alla stagnazione economica e creano perciò le condizioni oggettive per la loro caduta, così come l’instaurazione di una società senza classi capace di produrre una prosperità inaudita.

Contrariamente alle affermazioni marxiste, tuttavia, ciò non è il risultato naturale del decorso storico. In effetti, non esiste nulla che assomigli a queste pretese leggi inesorabili della storia così come i marxisti le immaginano. Allo stesso modo non c’è, come credeva Marx, una “tendenza all’abbassamento del tasso di profitto” a causa di un “accrescimento nella composizione organica del capitale” (e cioè, un accrescimento della quantità del capitale fisso in rapporto al capitale variabile). Così come la teoria del valore – lavoro è irreparabilmente falsa, lo è anche l’abbassamento tendenziale del tasso di profitto che ne è dedotto. La fonte del valore, dell’interesse e del profitto non coincide solo con la cessione di lavoro materiale ma molto più in generale con l’azione umana, cioè l’impiego di risorse rare al servizio di progetti di persone che sono costrette dalla preferenza temporale e dall’incertezza (la conoscenza imperfetta). Non c’è quindi alcuna ragione di supporre che i cambiamenti nella “composizione organica” del capitale debbano avere qualche relazione sistematica con cambiamenti nell’interesse e nel profitto.

Ciò che succede è che la probabilità di crisi che stimolino lo sviluppo di un più alto grado di coscienza di classe (cioè le condizioni soggettive per un rovesciamento della classe dirigente) aumenta a causa – per usare un termine caro a Marx – della “dialettica” dello sfruttamento che ho già descritto più sopra: lo sfruttamento distrugge la formazione di capitale. Di modo che, nel corso della concorrenza tra aziende sfruttatrici, cioè fra gli stati, i meno sfruttatori o più liberali tendono a prevalere perché dispongono di più ampie risorse. Il processo imperialista comincia dunque ad avere un effetto relativamente liberatorio sulle società che capitano sotto la sua scure. Un modello di società relativamente più capitalista è esportato verso società relativamente meno capitaliste (cioè più sfruttatrici). Ciò stimola lo sviluppo di forze produttive, favorisce l’integrazione economica, stabilisce un vero mercato mondiale. La popolazione di conseguenza cresce, e le aspettative economiche per l’avvenire raggiungono livelli inauditi. Ciononostante, via via che la dominazione sfruttatrice rafforza la sua influenza,  spariscono progressivamente le limitazioni esterne al potere di sfruttamento e di espropriazione interna dello stato dominante. Lo sfruttamento interno, l’imposizione e la regolamentazione cominciano ad aumentare man mano che la classe dirigente si avvicina al suo obiettivo finale di dominazione mondiale. Si afferma la stagnazione economica e le speranze – mondiali – di miglioramento sono frustrate. E questa situazione, di aspettative elevate e di una realtà economica che smentisce sempre più queste attese, è la situazione classica perché si sviluppi un potenziale rivoluzionario. Compare allora un bisogno disperato di soluzioni ideologiche alla crisi che si annuncia, così come un riconoscimento più consapevole del fatto che la dominazione statale, l’imposizione e la regolamentazione – lungi dall’offrire una soluzione – costituisce in vero il problema stesso cui bisogna far fronte. Se, in questa situazione di stagnazione economica, di crisi e disillusione ideologica, una soluzione positiva è offerta da una filosofia liberale sistematica affiancata dal suo omologo economico (la teoria economica austriaca); se questa ideologia viene diffusa da un movimento attivista, allora le prospettive di un effettivo infiammarsi di questo potenziale rivoluzionario divengono oltremodo promettenti e favorevoli. Le pressioni antistatali prenderanno vigore e indurranno una tendenza irresistibile allo smantellamento del potere della classe dirigente e dello stato quale strumento del suo sfruttamento.

Se ciò avrà luogo, e nella misura in cui si farà, non significherà – contrariamente al modello marxista – la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Infatti, la proprietà “sociale” non è solo inefficace, come abbiamo visto; è anche incompatibile con l’idea che lo stato possa mai “deperire”. Poiché, se i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente, e se supponiamo, il che è realista, che le idee di tutti in quanto all’impiego di questi mezzi non coincideranno sempre (il contrario sarebbe un miracolo), allora saranno proprio i fattori di produzione socialmente posseduti ad avere bisogno di un intervento perpetuo dello stato, cioè di un’istituzione che possa imporre con la forza la volontà di qualcuno su qualcun’altro. Al contrario, il deperimento dello stato, e con lui la fine dello sfruttamento e l’inizio della libertà, così come una prosperità economica senza precedenti, implica l’avvento di una società di pura proprietà privata senz’altra regola che non sia quella del diritto privato.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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Luogocomune.net - Gio, 19/02/2015 - 17:45
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Comunicazione di Servizio Importante

Freedonia - Gio, 19/02/2015 - 10:29
E' da un po' che i lettori di questo blog mi consigliano di fare qualcosa in merito all'url con cui possono raggiungere questo spazio virtuale. Dopo aver valutato il potenziale raggiunto da Freedonia, ho deciso di investigare su come farlo e il risultato era più facile di quello che pensassi. Da oggi in poi potrete condividere i link di questo blog con un senso di leggerezza mai sperimentato prima d'ora. Le titubanze concernenti lo pseudonimo con cui mi sono presentato al grande pubblico finiscono oggi.

Infatti se prima raggiungevate questo spazio virtuale digitando johnnycloaca.blogspot.it, da oggi dovrete farlo digitando:

francescosimoncelli.blogspot.it


Ovviamente se vorreste leggere quanto di nuovo ho pubblicato e scopriste che Blogspot vi rimanda ad una pagina in cui si afferma l'inesistenza del mio blog, vi siete scordati di aggiornare i segnalibri del vostro browser. Fatelo quindi già da adesso, appena finite di leggere questa nota.

Comunicazione di servizio importante

Freedonia - Mer, 18/02/2015 - 15:00
E' da un po' che i lettori di questo blog mi consigliano di fare qualcosa in merito all'url con cui possono raggiungere questo spazio virtuale. Dopo aver valutato il potenziale raggiunto da Freedonia, ho deciso di investigare su come farlo e il risultato era più facile di quello che pensassi. Da domani in poi potrete condividere i link di questo blog con un senso di leggerezza mai sperimentato prima d'ora. Le titubanze concernenti lo pseudonimo con cui mi sono presentato al grande pubblico finiranno domani.

Infatti se prima raggiungevate questo spazio virtuale digitando johnnycloaca.blogspot.it, da domani dovrete farlo digitando:

francescosimoncelli.blogspot.it


Ovviamente se domani vorreste leggere quanto di nuovo ho pubblicato e scopriste che Blogspot vi rimanda ad una pagina in cui si afferma l'inesistenza del mio blog, vi siete scordati di aggiornare i segnalibri del vostro browser. Fatelo quindi già da adesso, appena finite di leggere questa nota.
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