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Una decisione giusta per motivi sbagliati

Luogocomune.net - 11 ore 59 min fa
Nella sua prima campagna presidenziale - nel 2008 - Barack Obama aveva promesso una normalizzazione delle relazioni con Cuba. Oggi, sei anni dopo, il presidente - ormai una vera e propria "anatra zoppa" senza più l’appoggio della Camera e, da Gennaio, neppure del Senato - decide di mantenere la sua promessa. Cosa c'è sotto?

di Piero Cammerinesi

La nuova politica annunciata nei confronti di Cuba prevede cambiamenti significativi, tra cui l’instaurazione di relazioni diplomatiche e la rimozione di Cuba dalla lista degli stati promotori del terrorismo, nonché - questione ben più significativa - la ripresa di relazioni commerciali.

Come mai questa svolta, visto che Obama non ha mantenuto altre promesse importanti, come la chiusura di Guantanamo o la fine delle guerre di aggressione in Asia?

Il punto è che Obama sta facendo una scelta giusta ma per motivi sbagliati.

In realtà la scelta di abbandonare la politica di guerra fredda nei confronti di Cuba non avrebbe dovuto essere disgiunta dall’ammissione che tale politica è stata immorale e illegale.

Ora, nella logica del peggiore presidente della storia americana il motivo principale di questo storico cambiamento di prospettiva sarebbe il fatto che le sanzioni "non hanno funzionato”.

Dunque Obama, invece di prendere atto che le sanzioni sono state un errore morale e legale e dunque sospenderne l’attuazione, ...

Ehi Austriaci, dov'è l'inflazione?

Freedonia - 12 ore 28 min fa




di Nick Newell


Di tutte le critiche che ricevono gli economisti Austriaci, questa è la più ragionevole e legittima di tutte. Molti economisti Austriaci (così mi hanno detto) hanno previsto che quando Ben "The Bubble" Bernanke inflazionò drasticamente l'offerta di moneta in risposta alla Grande Recessione del 2009, ciò avrebbe causato un'inflazione galoppante. Poiché una cosa del genere non è avvenuta, l'economia Austriaca è al 100% sbagliata e tutti i colleghi Austriaci dovrebbero andare a sedersi in un angolo e lasciare che i keynesiani rompano alcune finestre per noi.

Questa è la saggezza convenzionale, ci viene detto, sia che si tratti di meme su Facebook o di Paul Krugman e gente della sua risma. Se ci troviamo di fronte all'inflazione nel senso più stretto del termine, ovvero, il potere d'acquisto di un'unità di valuta, allora no, non vediamo inflazione. Guardare ad un indice di inflazione equivale a rivolgersi all'economia keynesiana per ottenere una spiegazione: aggrega tutte le informazioni tranne quelle importanti.



Ciò Che Si Vede

Ecco i valori effettivi dell'inflazione calcolati dal Bureau of Labor Statistics (BLS). Come si può vedere, l'inflazione è rimasta intorno al 2-3% negli ultimi 14 anni, e questi valori renderebbero certamente orgogliosi i banchieri centrali e rappresenterebbero una pacca sulla spalla affinché continuino su questa strada. Rallegratevi, l'inflazione non è un problema! I prezzi sono stabili e tutto va bene. Ma aspettate, non c'è stata una gigantesca bolla immobiliare nel 2008?

Durante la bolla immobiliare l'inflazione era a circa il 2-3%, eppure ha completamente distrutto la nostra economia e le conseguenze di quell'evento ancora oggi si riverberano nell'ambiente economico. Quindi la questione non riguarda solo l'assenza di un'inflazione galoppante. Dovremmo guardare a qualcosa di più che un singolo numero di un indice.



Ciò Che Non Si Vede

Prima di tutto dobbiamo partire enunciando la funzione del denaro. Non è utilizzato per uno scambio diretto; non acquistiamo denaro al fine di utilizzarlo direttamente per soddisfare i nostri bisogni. Non mangiamo il denaro, né lo usiamo come carta da parati nella nostra casa (se qualcuno lo fa, per favore mi inviti a cena a casa sua). Il suo unico utilizzo è nello scambio indiretto; scambiamo i nostri prodotti col denaro solo per utilizzarlo in un secondo momento per entrare in possesso di un altro bene che useremo direttamente per soddisfare i nostri bisogni. Poiché in un potenziale scambio non tutti possono desiderare ciò che possediamo, e viceversa, usiamo il denaro per aggirare questa doppia coincidenza dei bisogni.

Il potere d'acquisto misura la quantità di unità monetaria espressa in prezzi delle merci. Per misurare l'inflazione, il Bureau of Labor Statistics (BLS) la calcola sulla base di un "paniere" di prodotti selezionati per formare l'Indice dei Prezzi al Consumo (ICP). La variazione del costo totale del paniere viene poi utilizzata per determinare quanto è cambiato il potere d'acquisto della moneta.

Questo "paniere" rappresenta beni reali, merci che usiamo direttamente. Il denaro rappresenta una sorta di rivendicazione su questi beni reali. Pertanto, se le rivendicazioni su questi beni reali aumentano mentre i beni reali rimangono gli stessi, allora dovremmo aspettarci inflazione. Ciò sarebbe vero se la nostra economia fosse chiusa (se non commerciasse con altri paesi), se la tecnologia rimanesse stagnante, se la popolazione rimanesse stabile, se la preferenza per i saldi di cassa di persone, imprese e banche rimanesse stabile e se le tasse rimanessero costanti.

Se tutte queste condizioni fossero vere, se le rivendicazioni sui beni reali aumentassero (diciamo del 20%) e i beni reali rimanessero gli stessi, il potere d'acquisto di queste rivendicazioni (denaro) diminuirebbe. Il rapporto tra denaro e beni reali aumenterebbe da 1:1 a 1.2:1.

Il problema con questa logica semplicistica è che nessuna di queste condizioni è vera nell'economia reale. Allora perché non si vede inflazione?

Diamo un'occhiata ai possibili motivi per cui l'inflazione non è alta, nonostante un drammatico aumento dell'offerta di moneta.


Saldi di Cassa

I saldi di cassa di persone, banche e imprese potrebbero essere in aumento (accumulano denaro). Questo denaro non entra nel circolante e finché non viene speso non andrà ad aumentare i prezzi.

La FED può inflazionare l'offerta di denaro quanto vuole, ma non può costringere le persone a spendere la nuova moneta; può solo incoraggiare le persone, le imprese e le banche a farlo. Se le persone non spendono la nuova moneta, non entra nel sistema e l'inflazione non può verificarsi... ancora.

Supponiamo di avere un reddito di $10,000 di cui $9,000 vengono spesi in consumi o investimenti. Questo significa che ora il saldo di cassa sarebbe di $1,000 , cioè, si trattiene il 10% del proprio reddito come denaro nel portafogli. Ora supponiamo che l'offerta di moneta aumenti del 10% e si riceva nuovo denaro proporzionale alla quantità che si possiede. Il reddito aumenterebbe del 10%, da $10,000 a ($10,000)(1.1) = $11,000. Ma supponiamo che si decida di non aumentare il consumo o l'investimento nonostante l'aumento del proprio reddito. Verrebbero ancora spesi $9,000 in consumi o investimenti, e il resto rappresenterà un saldo di cassa di $2,000.

Fino a quando questa nuova moneta non verrà spesa, l'inflazione non influenzerà la struttura dei prezzi delle merci che si comprano. Anche se il nuovo denaro è in possesso dei consumatori, se non viene introdotto nell'economia non inciderà sui prezzi perché l'aumento dell'offerta di denaro è finita direttamente nei saldi di cassa. L'inflazione non si verificherà fino a quando i saldi di cassa non diminuiranno.

Il saldo di cassa esiste in caso di necessità, in caso si voglia comprare qualcosa in futuro. E' come una rivendicazione di beni reali ma nel futuro. Aumentare il proprio saldo di cassa è paragonabile ad aumentare rivendicazioni su beni reali futuri. Nel grafico qui a fianco, se la nuova moneta aumenta semplicemente il saldo di cassa, ciò rappresenterà solo una rivendicazione futura sui beni reali e non influenzerà i prezzi nel presente. Il riquadro rosso indica ciò che riguarda l'attuale struttura dei prezzi, vale a dire, le rivendicazioni future non stanno influenzando i prezzi attuali anche se la quantità di denaro è aumentata.

Supponiamo che nell'esempio di prima, in cui il reddito è aumentato a $11,000 a causa dell'inflazione, si decida di tenere la stessa proporzione sotto forma di saldo di cassa (ovvero, il 10% del reddito). A questo punto vengono spesi $9,900 e il saldo di cassa sarebbe di $1,100. L'aumento della spesa nominale fa sì che i produttori aumentino i prezzi delle cose che vengono acquistate, e in questo modo l'inflazione si farà strada nell'economia. Piuttosto che rimanere seduti sul denaro, viene aumentata la quantità di denaro spesa causando un aumento dei prezzi.

Ora che abbiamo stabilito come un saldo di cassa maggiore sia in grado di prevenire l'inflazione, possiamo chiederci: le persone, le imprese e le banche hanno aumentato i loro saldi di cassa? La risposta è sì.

Le imprese statunitensi al di fuori del settore finanziario sono in possesso di più liquidità che mai nei loro bilanci, con $1.64 bilioni alla fine del 2013. Questa rappresenta una crescita del 12% rispetto al record precedente nel 2012 [...]”

Un sacco di "nuovo" denaro non è stato introdotto nell'economia. Invece è stato trattenuto dalle aziende nei propri saldi di cassa. Fino a quando le aziende li continueranno ad aumentare, parte dell'inflazione verrà attutita... almeno finché non li diminuranno spendendo il nuovo denaro.


Deficit Commerciale

I deficit commerciali ci permettono di "esportare" la nostra inflazione verso quei paesi che adottano il nostro dollaro. Una volta che questo denaro ritorna negli Stati Uniti, allora anche la relativa inflazione inizierà a palesarsi. Gli Stati Uniti hanno un grande deficit commerciale, il che significa che stiamo importando molti più beni di quanti ne stiamo esportando in altri paesi. Gli Stati Uniti hanno deficit commerciali fin dagli anni '70, ed ecco il grafico a partire dal 2000.

Nel 2013 il deficit commerciale era di $476 miliardi. Questo significa che gli stranieri hanno saldi di cassa in dollari americani che non vengono spesi in prodotti americani per la somma di $476 miliardi, ma solo nel 2013. E' la stessa cosa di individui o imprese che aumentano i propri saldi di cassa a livello nazionale. Questo denaro viene trattenuto piuttosto che essere speso in prodotti americani. Almeno finora. Simili ai saldi di cassa, rappresentano rivendicazioni future e non influenzano l'attuale struttura dei prezzi.

Ad un certo punto i dollari americani torneranno di nuovo negli Stati Uniti, sia attraverso lo scambio diretto con l'acquisto di maggiori esportazioni americane sia attraverso altri mezzi indiretti. Una volta che accadrà, quello sarà il momento in cui l'inflazione inizierà ad aumentare. Se si tratterà delle esportazioni, aumenterà la domanda dei fattori di produzione (gli input) nelle industrie esportatrici, aumentando i prezzi di questi fattori e rimuovendo capitale dalle industrie non esportatrici. Ci sarà più concorrenza per il capitale, che vedrà un aumento di prezzo, e gli aumenti dei prezzi si diffonderanno gradualmente nell'economia americana.


Avanzamenti Tecnologici

I progressi tecnologici diminuiscono il prezzo delle merci, consentendoci di spendere i nostri risparmi in beni supplementari. Pensate, ad esempio, ai computer. Ecco l'indice dei prezzi dei personal computer e delle unità periferiche calcolato dal BLS. Dal 1999 il prezzo di queste cose è sceso di circa l'85%.

Questo significa che nel 2009 si potevano spendere $100 per la stessa cosa che dieci anni prima costava $700. Un risparmio di $600 da spendere per altre cose. Il potere d'acquisto dei redditi aumenta perché la stessa quantità di denaro può comprare più cose in modo da migliorare il proprio tenore di vita. Non aumenta il reddito nominale, diminuisce il costo della vita.

L'inflazione, invece, riduce i vantaggi che ci vengono donati dal progresso tecnologico. Considerando lo stesso esempio dei computer, supponiamo un notevole inflazionamento dell'offerta di moneta in quei 10 anni (in realtà la FED l'ha fatto e lo fa ancora). Supponiamo che l'inflazionamento sia stato così tanto che il potere d'acquisto di un dollaro sia diminuito dell'85%, vale a dire, $7 del 1999 valgono solo $1 nel 2009. Supponiamo, inoltre, l'acquisto di un computer nel 1999 e poi di un altro nel 2009. A prima vista potreste pensare che il costo di un computer e delle relative periferiche non cambi. Vengono spesi $700 nel 1999 per un computer e viene spesa la stessa quantità anche nel 2009.

Il costo della vita dovrebbe essere in calo e il potere d'acquisto di un dollaro dovrebbe aumentare grazie a questi progressi. Ma l'inflazione ha rubato un po' di potere d'acquisto del reddito. Il costo nominale di un computer non è aumentato, quindi l'inflazione sembra stabile. Ma l'inflazione si è sostituita ai vantaggi delle innovazioni tecnologiche. Senza l'inflazione nel 2009 si sarebbe acquistato un nuovo computer e le relative periferiche, e nelle tasche del consumatore sarebbero rimasti $600. Con l'inflazione c'è solo l'acquisto di un computer senza ulteriori soldi nelle tasche.

Nel grafico qui di fianco, i $600 extra verrebbero spesi per altri beni reali. Ciò è rappresentato con la voce "real asset growth". Ma come si può vedere, le rivendicazioni sui beni reali sono aumentate a causa dell'inflazione, e la struttura dei prezzi sembra essere rimasta immutata.

Naturalmente questo è un semplice esempio per mostrare come l'inflazione vi deruba. In realtà l'inflazione ha spazzato via solo alcuni e non tutti i risparmi. Senza l'inflazione monetaria, l'indice dei prezzi dei computer sarebbe diminuito più nettamente, poiché il denaro avrebbe conservato più potere d'acquisto durante quel periodo di 10 anni e il costo della vita sarebbe diminuito in misura maggiore.

Ma qui stiamo parlando di un solo settore dell'economia. Immaginate come sarebbero meno costosi i prodotti di altri settori economici se i loro progressi tecnologici avessero potuto ridurre realmente il costo della vita nella stessa proporzione. Più denaro viene creato, meno vantaggio si ottiene da un minor costo della vita grazie alla tecnologia.



Leggere Tra le righe

Queste tre ragioni possono spiegare perché non vediamo un drammatico aumento dell'indice dell'inflazione. Ma il problema più grande è che le misure dell'inflazione non ci dicono se il capitale viene allocato al meglio per soddisfare le esigenze più urgenti dei consumatori, se i consumatori e i contribuenti sono derubati dai banchieri centrali e se la nostra economia è su un percorso sostenibile oppure in bolla.

Quali sono le risposte a queste domande? L'inflazione monetaria, insieme a tassi di interesse artificialmente bassi, induce solamente i consumatori ad un eccesso di consumi e gli investitori ad investimenti improduttivi. Non pensate che ci siano bolle? Chiediamolo ai maghi monetari del FMI (che credono agli unicorni, ai chupacabra e all'economia keynesiana): il FMI teme che tassi di interesse ultra bassi stiano alimentando bolle negli asset. Ma non preoccupatevi, l'inflazione è bassa. Stampare moneta non crea ricchezza; ruba il potere d'acquisto di coloro che la detengono.

Perché, dunque, l'inflazione è ancora così bassa? I saldi di cassa e le esportazioni non sono entrati nell'economia americana, ma un giorno accadrà. Anche gli effetti deflazionistici hanno contrastato l'inflazione.

Diversi economisti di diverse scuole, tra cui lo stesso Keynes, concordano profondamente sui mali dell'inflazione:

“L'inflazione è una tassa fuorilegge” – M. Friedman

“Non credo che sia esagerato dire che la storia è in gran parte una storia di inflazione, di solito generata dagli stati per il loro stesso tornaconto” – F. A. Hayek

“Con un continuo processo di inflazione, lo stato può confiscare, segretamente e inosservato, una parte importante della ricchezza dei suoi cittadini” – J. M. Keynes
Qualcuno trae beneficio dall'inflazione, ma di certo non sono i cittadini.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Brevetti e diritti d’autore

Von Mises Italia - 15 ore 39 min fa

Venendo ora a parlare di brevetti e diritti d’autore, ci chiediamo: quale dei due, se ce ne è uno, è in accordo con il puro libero mercato, e qual è un privilegiato monopolio concesso dallo Stato? In questo capitolo abbiamo analizzato gli aspetti economici del puro libero mercato, dove un individuo e la sua proprietà non sono soggetti a molestie. È dunque importante decidere se i brevetti o i diritti d’autore persisterebbero in una società puramente libera e non invasiva, o se piuttosto essi siano una funzione dell’ingerenza governativa.

Circa tutti gli scrittori hanno trattato come appartenenti allo stesso gruppo i brevetti e i diritti d’autore. I più hanno considerato entrambi come concessioni di un privilegio monopolistico esclusivo conferito dallo Stato; alcuni hanno considerato entrambi come parte o pacchetto annesso ai diritti di proprietà in un libero mercato. Ma all’incirca tutti hanno considerato i brevetti e i diritti d’autore come equivalenti: i primi conferirebbero un diritto di proprietà esclusivo nel campo delle invenzioni meccaniche, gli altri in quello delle creazioni letterarie. [93] Tuttavia, questo raggruppamento dei brevetti e dei diritti d’autore è completamente fallace: i due sono completamente diversi in relazione al libero mercato.

È vero che un brevetto e un diritto d’autore sono entrambi diritti di proprietà esclusiva, ed è anche vero che entrambi sono diritti di proprietà nel campo delle innovazioni. Ma c’è una differenza cruciale nella loro applicazione legale. Se un autore o un compositore crede che il suo diritto d’autore sia stato violato e se prende un provvedimento legale, egli deve “provare che l’accusato abbia avuto ‘accesso’ al lavoro che si dice essere stato plagiato. Se l’accusato produce qualcosa di identico al lavoro del querelante per pura coincidenza, allora non c’è plagio.” [94] In altre parole, i diritti d’autore sono fondati sulla persecuzione del furto implicito. Il querelante deve provare che l’accusato abbia rubato la creazione del primo riproducendola e vendendola egli stesso, violando il suo contratto, o di chiunque altro, stipulato con il venditore originale. Ma se il difensore giunge indipendentemente alla stessa creazione, il querelante non ha alcun privilegiato diritto d’autore che possa impedire al querelato di usare e vendere il suo prodotto.
D’altro canto, i brevetti sono completamente diversi. Infatti:

[Ipotizziamo che] tu abbia brevettato la tua invenzione e che tu legga sul giornale una notizia che dice che John Doe, il quale vive in una città 2000 miglia dalla tua, ha inventato un dispositivo identico o simile, e che egli ha autorizzato la compagnia EZ di produrlo. […] Né Doe né la compagnia EZ […] hanno mai sentito della tua invenzione. Tutti credono che Doe sia l’inventore di un dispositivo nuovo e originale. Essi potrebbero tutti essere colpevoli di violazione del tuo brevetto […] il fatto che la loro violazione sia avvenuta nell’ignoranza dei fatti veri ed in modo non intenzionale non costituisce una difesa. [95]

Dunque, il brevetto non ha niente a che fare con il furto implicito. Esso conferisce un privilegio esclusivo al primo inventore, e se chiunque altro dovesse, del tutto indipendentemente, inventare lo stesso macchinario o prodotto, o uno simile, al secondo inventore sarebbe impedito con la forza di mettere in produzione tale invenzione.

Abbiamo visto nel capitolo 2 che la cartina tornasole con la quale giudichiamo se una certa pratica o legge è consona o meno al libero mercato è questa: è la pratica che viene bandita un furto, sia esso implicito o esplicito? Se lo è, allora il libero mercato la metterebbe fuorilegge; altrimenti, la sua stessa messa fuori legge è un ingerenza governativa nel libero mercato. Consideriamo i diritti d’autore. Un uomo scrive un libro o compone della musica. Quando pubblica il libro o lo spartito musicale egli stampa in prima pagina la parola “copyright”. Questo indica che qualunque uomo che accetti di comprare quel prodotto accetta anche come parte dello scambio di non ricopiare o riprodurre quel lavoro per venderlo. In altre parole, l’autore non vende interamente la sua proprietà al compratore; egli la vende sotto la condizione che il compratore non la riprodurrà per fini di lucro. Poiché il compratore non compra l’intera proprietà, ma solo a questa condizione, qualsiasi sua violazione del contratto, o di qualunque compratore successivo, è un furto implicito e sarà trattato come tale dal libero mercato. Il diritto d’autore è perciò un logico espediente del diritto di proprietà nel libero mercato.

Parte della protezione oggigiorno ottenuta da un inventore grazie ai brevetti potrebbe essere raggiunta in un libero mercato da un tipo di protezione di “diritto d’autore”. Così, oggi gli inventori devono marchiare le loro macchine come brevettate. Il marchio pone i compratori a conoscenza del fatto che l’invenzione è brevettata e che non possono vendere tale articolo. Ma lo stesso può essere fatto per estendere il sistema dei diritti d’autore, e senza brevetti. In un puro libero mercato, l’inventore potrebbe marchiare la sua macchina con la scritta copyright e, dunque, chiunque comprasse tale macchina la comprerebbe a condizione di non riprodurla o venderla a scopo di lucro. Qualsiasi violazione di questo contratto costituirebbe un furto implicito e sarebbe perseguito in accordo con il libero mercato.

Il brevetto non è compatibile con il libero mercato precisamente fino al punto in cui oltrepassa il diritto d’autore. L’uomo che non ha comprato una macchina (NdT: e non l’abbia vista in precedenza. Vedi Knowledge, True and False, M.N. Rothbard) e che arriva alla stessa invenzione indipendentemente, potrà, in un libero mercato, perfettamente usare e vendere la sua invenzione. I brevetti impediscono ad un uomo di usare la sua invenzione anche se l’intera proprietà è sua e non ha rubato alcuna invenzione al primo inventore, né esplicitamente né implicitamente. Dunque, i brevetti sono privilegi monopolistici esclusivi concessi dallo Stato e sono invasivi nei confronti dei diritti di proprietà nel mercato.

La distinzione cruciale tra brevetti e diritti d’autore, dunque, non è quella per cui gli uni si riferiscono a prodotti di meccanica e gli altri ad opere letterarie. Il fatto che essi siano stati applicati in questo modo è una coincidenza storica e non mostra la cruciale differenza tra i due. [96] Questa differenza cruciale risiede nel fatto che il diritto d’autore è un attributo logico dei diritti di proprietà nel libero mercato, mentre il brevetto è un’invasione monopolistica di tale diritto.

L’applicazione dei brevetti alle invenzioni meccaniche e dei diritti d’autore alle opere letterarie è particolarmente inappropriata. Sarebbe più aderente al libero mercato se fosse il contrario, perché le creazioni letterarie sono prodotti unici dell’individuo: è praticamente impossibile che vengano duplicati indipendentemente da qualcun altro. Dunque, un brevetto, invece che un diritto d’autore, per le produzioni letterarie farebbe una piccola differenza in pratica. D’altro canto, le invenzioni meccaniche sono scoperte delle leggi naturali piuttosto che creazioni individuali, e dunque invenzioni simili create indipendentemente si registrano in continuazione. [97] La contemporaneità delle invenzioni è un fatto storicamente famigliare. Quindi, se si desidera mantenere un libero mercato, è particolarmente importante permettere i diritti d’autore, ma non i brevetti per le invenzioni meccaniche.

La common law è spesso stata una buona guida alla legge in accordo col libero mercato. Quindi non sorprende che il diritto d’autore nella common law prevalga per i manoscritti letterari non pubblicati, mentre non esista una cosa simile ad un brevetto. In common law l’inventore ha anche il diritto di non rendere pubblica la sua invenzione e mantenerla al sicuro da furto, ovvero, egli ha l’equivalente della protezione del diritto d’autore per invenzioni non rese pubbliche.

Nel libero mercato non ci sarebbero quindi cose come i brevetti. Comunque, ci sarebbero diritti d’autore per qualsiasi inventore o creatore che ne faccia uso, e questo diritto d’autore sarebbe perpetuo, non limitato ad un certo numero di anni. Ovviamente un bene, per essere completamente proprietà di un individuo, deve essere permanentemente ed in modo perpetuo di proprietà dell’uomo e dei suoi eredi e affidatari. Se lo Stato decreta che la proprietà di un uomo cessa ad una certa data, questo significa che lo Stato è il vero proprietario e che esso semplicemente garantisce all’uomo l’uso della proprietà per un certo periodo di tempo. [98]

Alcuni difensori dei brevetti affermano che non sono privilegi monopolistici, ma semplicemente diritti di proprietà sulle invenzioni o anche sulle “idee”. Ma, come abbiamo visto, il diritto di proprietà di chiunque è difeso, nella legge libertaria, senza un brevetto. Se qualcuno ha un’idea o un piano e costruisce un’invenzione, e questa viene rubata dalla sua casa, la rapina è un atto di furto illegale secondo la legge generale. D’altro canto, i brevetti in realtà invadono i diritti di proprietà di quei scopritori indipendenti di un’idea o di un’invenzione che abbiano fatto la scoperta dopo che il brevetto sia stato registrato. Quindi, i brevetti sono invasori piuttosto che difensori dei diritti di proprietà. L’apparente pretestualità di questa argomentazione secondo cui i brevetti proteggono i diritti di proprietà sulle idee è dimostrata dal fatto che non tutte, ma solo certi tipi di idee originali, certi tipi di innovazioni, sono considerate brevettabili.

Un altro argomento diffuso in favore dei brevetti è che la “società” sta semplicemente facendo un contratto con l’inventore per comprare il suo segreto, cosicché la “società” potrà usarlo. In primo luogo, la “società” potrebbe pagare un sussidio diretto, o un certo prezzo, all’inventore; non dovrebbe impedire a tutti i seguenti inventori di commercializzare le loro invenzioni in quel campo. In secondo luogo, non c’è nulla nell’economia libera che impedisca ad un qualsiasi individuo o gruppo di individui di acquistare invenzioni segrete dai loro creatori. Non è necessario un brevetto monopolistico.

L’argomento in favore dei brevetti più diffuso tra gli economisti è quello utilitaristico secondo cui un brevetto per un certo numero di anni sarebbe necessario per incoraggiare una quantità sufficiente di spese di ricerca per le invenzioni e le innovazioni nei procedimenti industriali e di produzione.

Questo è un argomento curioso, perché sorge spontanea una domanda. Secondo quale standard si giudicano le spese per la ricerca “troppo onerose”, “troppo poche”, o in quantità sufficiente? Questo è un problema affrontato da qualsiasi attività di intervento governativo nella produzione del mercato. Le risorse – le terre e i lavoratori migliori, i beni capitali, il tempo – in una società sono limitate, e potrebbero essere usate per un’innumerevole quantità di fini diversi. Secondo quale standard qualcuno afferma che alcuni usi sono “eccessivi”, che certi altri sono “insufficienti”, ecc.? Qualcuno osserva che ci sono piccoli investimenti in Arizona, ma grandi affari in Pennsylvania; indignato, egli afferma che l’Arizona merita più investimenti. Ma quali standard può usare per fare tale affermazione? Il mercato ha uno standard razionale: le più alte entrate economiche ed il più alto profitto; obiettivi che possono essere raggiunti solo massimizzando il servizio che tende a soddisfare i desideri del consumatore. Questo principio del massimo servizio offerto ai consumatori e, parimenti, ai produttori – ovvero, a chiunque – governa l’apparentemente misteriosa allocazione di risorse del mercato: quanto dedicare ad una ditta o ad un’altra, ad un’area o un’altra, al presente o al futuro, ad un bene o ad un altro, alla ricerca rispetto ad altre forme di investimento. Ma l’osservatore che critica questa allocazione potrebbe non avere alcuno standard razionale per la decisione; egli ha solo il suo capriccio arbitrario. Questo è specialmente vero per quanto riguarda le critiche in relazione alla produttività. Qualcuno che rimprovera i consumatori per comprare troppi cosmetici potrebbe avere, giustamente o meno, una qualche base razionale per la sua critica. Ma uno che pensa che di più o di meno di una certa risorsa dovrebbe essere usata in una certa maniera o che le ditte commerciali sono “troppo grandi” o “troppo piccole” o che si spende troppo o troppo poco in ricerca o viene investito in una nuova macchina, può non avere alcuna base razionale per la sua critica. In breve, i commerci stanno producendo per il mercato, guidati dalle ultime valutazioni dei consumatori su quel mercato. Gli osservatori esterni possono criticare le valutazioni finali dei consumatori se scelgono – sebbene essi interferiscano con il consumo basandosi su queste valutazioni, e impongano una perdita di utilità ai consumatori – ma non possono criticare legittimamente i mezzi: le relazioni produttive, i fattori di allocazione, ecc., con cui questi fini sono serviti.

I fondi capitali sono limitati e devono essere allocati per vari usi, uno dei quali sono le spese per la ricerca. Nel mercato, decisioni ponderate sono prese nell’allocare fondi per la ricerca, in accordo con la miglior attesa imprenditoriale di un futuro incerto. Incoraggiare in modo coercitivo i fondi alla ricerca distorcerebbe ed ostacolerebbe la soddisfazione dei consumatori e dei produttori nel mercato.

Molti difensori dei brevetti credono che le ordinarie condizioni competitive del mercato non incoraggino abbastanza l’adozione di nuovi processi e che dunque le innovazioni debbano essere promosse coercitivamente dal governo. Ma il mercato decide sul tasso di introduzione di nuovi processi così come decide sul tasso di industrializzazione di una nuova area geografica. Infatti, questa argomentazione in favore dei brevetti è molto simile a quello sul(la regolamentazione del)le tariffe delle industrie-appena-nate – ovvero, argomentazione secondo cui i processi di mercato non sono sufficienti per permettere l’introduzione di nuovi processi degni di nota. E la risposta ad entrambi questi argomenti è la stessa: che le persone devono bilanciare la maggior produttività dei nuovi processi contro il costo di installarli, ovvero contro il vantaggio posseduto dai vecchi processi per il fatto di essere già stati costruiti ed esistere. Privilegiando coercitivamente l’innovazione smantellerebbe inutilmente piani validi già esistenti, e imporrebbe un carico eccessivo sui consumatori. In questo modo i desideri dei consumatori non sarebbero soddisfatti nel modo più economico.

Non è affatto auto-evidente che i brevetti incoraggino una crescita della quantità assoluta di fondi per la ricerca. Ma certamente i brevetti distorcono il tipo di ricerca verso cui i fondi vengono indirizzati. Difatti, mentre è vero che il primo scopritore beneficia a causa del privilegio concessogli, è anche vero che i suoi concorrenti sono esclusi dalla produzione in quell’area del brevetto per molti anni. E poiché un brevetto può basarsi su di un altro ad esso collegato nello stesso campo, i concorrenti possono spesso essere scoraggiati indefinitamente dall’allocare ulteriori risorse nell’area generalmente coperta da tale brevetto. Inoltre, il brevettante è egli stesso scoraggiato dall’intraprendere ulteriori ricerche in tale campo, dato che il privilegio concessogli gli permette di sedersi sugli allori per l’intero periodo di durata del brevetto, con l’assicurazione che nessun concorrente potrà sconfinare nel suo terreno. L’incitamento dovuto alla concorrenza per sviluppare ulteriori ricerche è soppresso. Le spese per la ricerca sono quindi oltre-stimolate nei primi passi prima che chiunque ottenga un brevetto, e sono eccessivamente ristrette nel periodo dopo che il brevetto è stato ricevuto. In aggiunta, alcune invenzioni sono considerate brevettabili, mentre altre no. Il sistema dei brevetti dunque ha l’ulteriore effetto di stimolare artificialmente le spese per la ricerca nelle aree brevettabili, mentre restringe artificialmente la ricerca nelle aree non brevettabili.

I produttori non hanno affatto favorito in modo unanime i brevetti. R.A. Macfie, guida del fiorente movimento inglese per l’abolizione dei brevetti durante il XIX secolo, era presidente della Camera di Commercio di Liverpool. [99] Il produttore I.K. Brunel, prima di una riunione della House of Lords, condannò l’effetto dei brevetti nello stimolare sprechi nello spendere le risorse su ricerche per invenzioni brevettabili non sperimentate. Risorse che si sarebbero potute usare meglio nel settore della produzione. E Austin Robinson ha messo in evidenza che molte industrie sono d’accordo con l’idea di non avere brevetti:

In pratica, l’imposizione di monopoli brevettati è spesso così difficile […] che i produttori concorrenti hanno preferito in alcune industrie mettere insieme i brevetti. In questo modo hanno cercato (di ottenere) una ricompensa sufficiente per coprire (le spese legate al)l’innovazione tecnica, […] avvantaggiandosi della priorità che di solito una sperimentazione precoce dà, e nei conseguenti buoni frutti che potrebbero nascere da ciò.[100]

Come Arnold Plant riassunse il problema delle spese per ricerche concorrenziali ed innovazioni:

Non può neanche essere assunto che gli inventori cessino di essere impiegati se l’impresa perde il monopolio sull’uso delle loro invenzioni. Le aziende li impiegano oggi per la produzione di invenzioni non brevettabili, e non lo fanno meramente per il profitto che tale priorità assicura. In una concorrenza attiva […] nessuna ditta può permettersi di rimanere indietro ai suoi rivali. La reputazione di un’azienda dipende dalla sua abilità di stare in testa, di essere la prima nel mercato a proporre nuovi miglioramenti nei suoi prodotti e nuove riduzioni nei loro costi. [101]

Infine, ovviamente, il mercato stesso fornisce una rotta facile ed efficace per coloro i quali sentono che non vengono fatte abbastanza spese in certe direzioni. Essi stessi possono fare queste spese per conto loro. Dunque, coloro che volessero vedere costruite e sfruttate più invenzioni sono liberi di unirsi insieme e sovvenzionare tale scopo in qualsiasi modo essi ritengano essere il migliore. In tale modo essi aggiungerebbero, come consumatori, risorse al campo della ricerca e dell’innovazione. E non forzerebbero altri consumatori a perdere utilità conferendo concessioni di monopolio né distorcendo le allocazioni del mercato. Le loro spese volontarie diventerebbero parte del mercato ed esprimerebbero le valutazioni conclusive del consumatore. Inoltre, i seguenti inventori non sarebbero limitati. I sostenitori di un’invenzione potrebbero raggiungere il loro scopo senza chiamare in causa lo Stato e senza imporre perdite ad un grande numero di persone.

Tratto da “Man, Economy and State with Power and Market” di Murray N. Rothbard, su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[93] Henry George fu una notevole eccezione. Vedi la sua eccellente discussione in Progress and Poverty (New York: Modern Library, 1929), p. 411 n.

[94] Richard Wincor, How to Secure Copyright (New York: Oceana Pub­lishers, 1950), p. 37.

[95] Irving Mandell, How to Protect and Patent Your Invention (New York: Oceana Publishers, 1951), p. 34.

[96] Questo può essere visto nel campo dei progetti, che possono essere sottoposto a diritto d’autore o brevetto.

[97] Per un accenno legale sulla corretta distinzione tra diritti d’autore e monopolio, vedi F.E. Skone James, “Copyright” in Encyclopedia Britannica (14th ed.; London, 1929), VI, 415–16. Per il punto di vista degli economisti del XIX secolo sui brevetti, vedi Fritz Machlup e Edith T. Penrose, “The Patent Controversy in the Nineteenth Century,” Journal of Economic History, maggio, 1950, pp. 1–29. Vedi anche Fritz Machlup, An Economic Review of the Patent System (Washington, D.C.: United States Government Printing Office, 1958).

[98] Ovviamente, non ci sarebbe niente che impedirebbe al creatore o ai suoi eredi dall’abbandonare volontariamente questo diritto di proprietà e farlo diventare di “pubblico dominio”, se così desiderano.

[99] Vedi l’illuminante articolo di Machlup e Penrose, “Patent Controversy in the Nineteenth Century,” pp. 1–29.

[100] Citato in Edith Penrose, Economics of the International Patent System (Baltimore: Johns Hopkins Press, 1951), p. 36; see also ibid., pp. 19–41.

[101] Arnold Plant, “The Economic Theory concerning Patents for Inventions,” Economica, February, 1934, p. 44.

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Più QE per un elettorato zombificato

Freedonia - Gio, 18/12/2014 - 11:08




di Bill Bonner


“Niente è più persistente di quell'antipatia contro certe nazioni e l'affezione passionale nei confronti di altre dovrebbe essere esclusa, e al loro posto dovrebbero essere coltivati sentimenti giusti e amichevoli nei confronti di tutti. La nazione che si abbandona ad un odio abituale, o un affetto abituale, nei confronti di un'altra è in un certo senso schiava.” – Discorso di addio di George Washington


Il QE è morto. Lunga vita al QE!

Questa volta è stata la Banca Centrale Europea che ha portato gli alcolici. Gli investitori statunitensi si sono recati al bar e si sono serviti; il Dow è salito di 69 punti. L'oro ha continuano a scivolare.

Dal momento che la FED ha concluso il suo programma di QE, la Banca del Giappone e la BCE si sono fatte avanti promettendo più soldi ai mercati azionari.

Draghi ha affrontato una maggiore pressione affinché faccia di più per sostenere un rallentamento dell'economia della zona Euro dopo che la Banca del Giappone la scorsa settimana ha inaspettatamente annunciato di voler aumentare il suo bilancio di altri $730 miliardi.

E alla fine della sua riunione di ieri, la BCE ha annunciato un piano per comprare altri titoli garantiti da asset per un valore di €1 bilione. Questo porterà il bilancio della BCE ai livelli del 2012.

Secondo la narrazione mainstream, gli Stati Uniti sono sulla via della ripresa, mentre il Giappone e l'Europa arrancano.

La globalizzazione? Lasciate perdere. Gli Stati Uniti si sono apparentemente "separati" dal resto del mondo. E ora il Giappone e la zona Euro hanno bisogno di più QE.

La storia è interessante, ma falsa. Gli Stati Uniti non possono separarsi dal resto del mondo. Anche gli Stati Uniti stanno arrancando.

Questo è il messaggio vero e proprio dalle elezioni di medio termine. I democratici avevano promesso molto, ma non hanno mantenuto. Gli elettori — i cui redditi reali sono calati sin dalla fine del secolo — conoscevano la verità.

Ora è il turno dei repubblicani: fare promesse che non possono mantenere. Non possono mantenerle perché ci vorranno importanti cambiamenti per far riprendere l'economia. Gli elettori non vogliono alcuna modifica sostanziale. E comunque i repubblicani non hanno intenzione di fare alcun cambiamento.

Benefici e privilegi speciali hanno zombificato l'elettorato. Non vuole nulla di diverso, vuole semplicemente di più.

Che cosa sarebbe diverso?

Facile: un'imposta sul reddito piatta, una politica estera neutrale e un bilancio in pareggio.

C'è una qualche possibilità di realizzare una di queste cose? Avete sentito cosa ha promesso Mitch McConnell? Verrebbe votato da un solo membro del Congresso?

La Russia ha un'imposta sul reddito piatta al 13%. Semplice. Facile. Agevole da amministrare.

Una flat tax potrebbe far risparmiare miliardi e aiuterebbe le imprese, gli investitori e le famiglie. Ma il Congresso non potrà mai votare per una flat tax, perché vorrebbe dire rinunciare al suo potere di distribuire favori speciali.

Questo è ciò che rende un'elezione nazionale una sorta di incontro di wrestling — e non solo perché i concorrenti possono essere sbruffoni e incredibilmente stupidi. A volte c'è qualcosa di veramente importante in gioco: gli interessi privati delle élite contro l'interesse pubblico di tutti gli altri.

Per quanto riguarda una politica estera neutrale, potremmo semplicemente andarcene e guardare i sunniti e gli sciiti uccidersi a vicenda senza il nostro aiuto e la nostra artiglieria pesante. Questo potrebbe essere un bene per loro e per noi, ma sarebbe un male per il settore della sicurezza.

Ma aspettate... C'è "una minaccia terroristica globale che cerca di fare la guerra a tutti gli americani", hanno detto Mitch McConnell e John Boehner sul Wall Street Journal.

I terroristi non sembrano prendersela con gli svizzeri.

Perché no?

"Evitare coinvolgimenti esteri", disse Washington, pensando al futuro. Ma oggi, la città che porta il suo nome non ha mai rifiutato un tale coinvolgimento.

Un pareggio di bilancio?

Oops... abbiamo detto qualcosa di sbagliato?

Gli economisti di professione si coprirebbero la bocca per silenziare le loro risate.

Che terribile errore che sarebbe, si affretterebbero a dirvi. Dobbiamo incoraggiare bilanci sbilanciati. Dobbiamo fare in modo che la gente spenda soldi — i cittadini, le imprese e il governo — non che li risparmi.

Gli americani stanno arrancando in questo panorama economico; l'indebitamento netto delle famiglie americane è sceso sin dal 2007, ma le imprese e il governo stanno facendo di tutto per aumentare la schiavitù per i debiti.

Perché dovrebbe essere una buona idea spendere soldi che non si hanno?

Beh, esiste qualcosa chiamato "paradosso della parsimonia" e recita: il risparmio può essere buono per un individuo, ma è un male per l'economia nel suo complesso.

Quando una singola persona risparmia, egli migliora le sue finanze personali. Ma quando molte persone risparmiano, la spesa dei consumatori scende. Poi le vendite scendono... i profitti scendono... e l'intera economia scompare in una qualche topaia inesplorata.

È per questo che Martin Wolf sul Financial Times ha parlato di "troppi" risparmi per quanto riguarda il Giappone.

Come gran parte dell'economia moderna, il "paradosso del risparmio" è una sciocchezza.

Il risparmio offre alle famiglie un sostegno contro il disastro. Dà loro capitale di cui hanno bisogno per migliorare il loro tenore di vita.

Nella nostra azienda agricola, ad esempio, abbiamo una catasta di legna a circa 50 metri dalla porta della cucina. In inverno passiamo una discreta quantità di tempo solo a portare dentro casa la legna da ardere.

Quindi mettiamo da parte qualche risparmio... e usiamo i soldi per costruire una legnaia vicino alla casa. Risparmiamo tempo. Possiamo vivere più comodamente (un tenore di vita più elevato) e abbiamo tempo a disposizione per fare altre cose (più produzione).

La stessa cosa avviene in un'economia. Il denaro speso è denaro che è andato via per sempre. Ma il denaro risparmiato e investito è denaro che aumenta il nostro tenore di vita, aumenta i salari e aumenta la nostra ricchezza.

Gli Stati Uniti, il Giappone e l'Europa stanno ancora stimolando i consumi e scoraggiando il risparmio.

In Giappone, questa storia va avanti da più di 20 anni — con poco da mostrare a parte uno dei più alti rapporti di debito pubblico/PIL al mondo. Queste politiche hanno fallito in tutto il mondo. Questa è una delle ragioni per cui l'elettore americano si è rivoltato contro i democratici; li ha considerati colpevoli.

Ma sono estremamente popolari a Wall Street — la più grande fonte di finanziamento della campagna di rielezione di Mitch McConnell. Nel corso degli ultimi cinque anni, la FED ha incanalato $3.6 bilioni nel sistema finanziario, i quali sono per lo più passati, o si sono fermati, a Wall Street. Qualunque contributo ci sia voluto per sostenere lo sblocco del caveau della FED, deve essere stato l'investimento di maggior successo di sempre.

Il QE è morto?

Con questo tipo di adrenalina nelle vene di Wall Street, sarà sorprendente se non ritornasse più.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Luogocomune.net - Mer, 17/12/2014 - 19:20
Venerdì 19 dicembre h. 19:30 - Castellamare di Stabia - Sala Ruccello, Teatro Montil - Conferenza di Massimo Mazzucco "Le Grandi Menzogne della Storia". - Locandina

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Sabato 20 dicembre - h.10:00 - 19:00 - Ercolano - Villa Signorini - Convegno - La manipolazione dell'informazione e delle coscienze - Relatori: Massimo Mazzucco - Solange Manfredi - Stefania Nicoletti - Gianfranco Carpeoro - Cesare Padovani - Paolo Franceschetti - Fausto Carotenuto - Locandina

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Potete usare questo spazio per un nuovo giro di commenti liberi.

Corruzione: la soluzione è semplice

Luogocomune.net - Mer, 17/12/2014 - 15:30
Fanno sorridere le misure prese di recente dal governo Renzi per combattere in futuro casi di corruzione come quello di Mafia Capitale: estensione della pena minima da quattro a sei anni, estensione della massima da otto a dieci, e impossibilità di patteggiare se prima non si restituisce il maltolto.

A parte la ridicolaggine delle singole soluzioni: ve lo vedete uno che decide di non farsi corrompere solo perché rischia sei anni invece di quattro, oppure perché ne rischia 10 invece di otto? Oppure uno che sceglie di non patteggiare perché "mò me tocca pure restituì li sordi che ho rubbato" (ma perché, scusate, prima uno poteva addirittura tenerseli? Allora, piuttosto che mettere un deterrente, possiamo dire che al massimo hanno tolto un incentivo per farsi corrompere).

Ma è l'insieme delle misure, naturalmente, che fa sorridere, perché dimostra la palese mancanza di intenzione di risolvere il problema alla radice. Tutte queste misure messe insieme, infatti, fanno venire mente una persona che sia indietro con tre rate del mutuo della casa e si metta a cercare delle monetine sotto i cuscini del divano per pagare i suoi debiti.

Se invece si volesse davvero risolvere il problema, basterebbe creare un meccanismo che permetta a chiunque di verificare ...

La vera ragione per cui l'economia globale è un tale disastro – E come aggiustarla

Freedonia - Mer, 17/12/2014 - 11:15
La pubblicazione di oggi (costituita da 1 e 2 articoli dello stesso autore), come quella di qualche tempo fa di Richard Duncan, è un po' controversa. Le ragioni di fondo sono corrette, ma ci sono punti in cui l'autore non comprende la profondità di alcuni concetti espressi. Uno di questi è il fatto che le persone che creano ricchezza debbano essere lasciate in pace. Assolutamente giusto. Pensate a tutti coloro che hanno creduto in determinate idee e le hanno finanziate. Immaginate se invece fossero stati degli insegnanti in una scuola pubblica, ad esempio. Quale sarebbe stato lo standard di vita della società nel suo complesso? Ovviamente, peggiore. O per meglio dire, sarebbe stata privata di un componente essenziale per far avanzare la sua ricchezza  ad una velocità superiore. L'imprenditore è una figura fondamentale all'interno del panorama economico. Egli, rompendo i vincoli che fino a quel momento l'insieme degli attori economici aveva posto al progresso, riesce a migliore dapprima la sua condizione e di riflesso quella del resto della popolazione. Qual è il problema? Essere salvati dallo stato. Ciò significa remare contro la volontà degli attori economici. Ciò significa rallentare la possibilità che la società ha di migliorare sé stessa. Ciò significa rivolgersi ad un uomo con una pistola e un distintivo che andrà dagli altri uomini per riscuotere risorse da dare a chi è stato palesemente dichiarato "superfluo" (dal punto di vista produttivo). Inoltre, il denaro non è affatto una misura. E' semplicemente un mezzo attraverso il quale si facilita lo scambio tra due individui. Avere una chiara epistemiologia aiuta a districarsi in quella selva di concetti che ci troviamo di fronte ogni giorno nel panorama economico.
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di Steve Forbes


L'economia globale è un disastro perché la maggior parte di economisti, banchieri e leader politici non capisce uno dei temi più importanti: il denaro. Quando si tratta di politica monetaria, capiscono alla rovescia, grazie alle idee sgangherate di John Maynard Keynes.

Prima di Keynes & Co., gli economisti comprendevano come l'economia reale consistesse nella creazione di prodotti e servizi. Il denaro era il simbolo dell'economia. Rappresentava quello che la gente aveva prodotto. Era un facilitatore del commercio.

La capacità delle persone di commerciare tra di loro è il modo in cui raggiungere uno standard di vita più elevato. Il denaro misura la ricchezza; non è la ricchezza stessa. Si tratta di un credito nei confronti di prodotti e servizi che le persone hanno creato. Ecco perché la contraffazione è illegale; è un furto. Ma quando è lo stato che la pratica, lo chiama quantitative easing, o stimolo.

Il denaro riflette quello che facciamo nel mercato. Ma invece di riconoscere tale verità di base, Keynes disse l'esatto contrario. Secondo il suo modo di pensare, il denaro controllava l'economia.

Modificate l'offerta e potrete modificare la produzione economica, proprio come un termostato controlla la temperatura di una stanza. Lo stato, e non il mercato, è il vero motore del commercio.

Gli altri "attori economici", come investitori, venture capitalist, imprenditori e dirigenti d'azienda, sono secondari; si limitano a rispondere alle richieste dei funzionari di governo e ai banchieri centrali. (Mentre i monetaristi si concentravano esclusivamente sulla massa monetaria, Keynes riteneva che fosse utile impiegare gli strumenti fiscali, come ad esempio le spese e le tasse, per contribuire a guidare l'economia. Lui e i suoi accoliti, tuttavia, non comprendevano come le imposte fossero una barriera o un ostacolo per l'attività commerciale; le consideravano come un modo di controllare il potere d'acquisto totale di un'economia, o la "domanda aggregata".)

Keynes condivideva un punto di vista con gli economisti classici: considerava l'economia come una macchina che avrebbe dovuto funzionare senza problemi. Nel suo quadro teorico, i cosiddetti cicli economici — boom & bust — erano fenomeni da studiare fino a quando non si sarebbe trovato il modo di eliminarli. I classicisti pensavano che si sarebbe dovuta implementare più "concorrenza perfetta" tra le imprese, una regolamentazione statale minima, livelli prudenti di spesa pubblica, un gold standard e tasse basse, insieme ad una lotta contro le pratiche bancarie scorrette.

Il culto di Keynes pensava che il libero mercato fosse intrinsecamente instabile, i capitalisti erano i loro peggiori nemici e i funzionari statali saggi, come Keynes, erano necessari per salvare gli uomini d'affari da loro stessi. Attuate i giusti controlli statali — in primo luogo monetari — e l'economia scorrerà senza problemi.

Joseph Schumpeter riteneva che sia i classicisti sia i keynesiani fossero completamente in errore nel guardare l'economia come se fosse un orologio. Per lui "l'equilibrio" non esisteva. Infatti il mercato è in continua evoluzione; il ritmo varia, ma le cose non rimangono mai ferme. Nuovi metodi, nuove invenzioni e un tasso costante di miglioramento delle cose esistenti, fanno in modo che i funzionari statali non possano mai gestire un'economia nel modo in cui si guida una macchina.

L'unica, singola economia è quella globale. Eppure Keynes presumeva che l'economia britannica potesse essere trattata come se fosse un'entità isolata. Troppi paesi oggi formulano politiche secondo ipotesi simili.

La lista di Forbes dei 400 americani più ricchi e la nostra lista dei miliardari globali, dimostrano che Schumpeter aveva ragione. Gli "attori economici" sono i cosiddetti elementi motore. Lo stato può ostacolare le loro attività, oppure può creare un ambiente in cui possano crescere e fiorire.

Ciò può sembrare scontato. Eppure le economie di tutto il mondo sono in difficoltà. I capi di governo e gli economisti parlano di politica monetaria, come se si potessero rinvigorire economie che stanno affogando a causa di una tassazione eccessiva, di una burocrazia soffocante e una enorme spesa pubblica.

(Ricordate, lo stato non crea risorse. Le prende attraverso la tasszione, i prestiti o l'inflazione, cioè — e qui Keynes aveva ragione — un'altra forma di tassazione.)

La maggior parte degli stati detesta la verità: la gente nelle nostre liste è essenziale per la prosperità e un tenore di vita più elevato. Lo stato vuole che i benefici di ciò che creano queste persone, ma non vuole che nessuno si arricchisca creandole.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Il Wall Street Journal di recente ha pubblicato un articolo dal titolo “Devaluation Gains Currency” che iniziava con questa frase: "I motori dell'esportazione del mondo stanno balbettando, mettendo pressione su molte nazioni affinché indeboliscano le loro valute in modo da far ripartire le loro economie."

Questa tattica — NON — ha funzionato tanto bene nei primi anni '30 quando nazioni in bancarotta si impegnavano disperatamente in svalutazioni competitive, un fenomeno che all'epoca era soprannominato "beggar thy neighbour". Quella brutta esperienza diede vita a nuove istituzioni nel secondo dopoguerra, create per evitare che una tale calamità si potesse ripetere.

Non siamo in procinto di sperimentare nulla sulla scala della Grande Depressione, ma ciò che sta avvenendo dimostra la scarsa comprensione economica di questi giorni.

Le vendite si sono dimostrate deludenti, sia all'estero sia in patria, a causa di una cattiva politica di governo: tassazione eccessiva, normativa del lavoro asfissiante, livelli osceni di spesa pubblica (i governi non creano risorse, ma le prendono dai produttori di beni e servizi), una scala crescente di clientelismo, una bufera infinita di regole sconcertanti ed editti e, naturalmente, politiche monetarie scriteriate. Se i paesi si concentrassero sul taglio dei tax rate e stabilizzassero le loro valute, le pulsazioni dell'attività commerciale accelererebbero improvvisamente, creando così le condizioni — leggi: pressioni — per altre riforme virtuose.

Adam Smith in La Ricchezza delle Nazioni demolì il dogma mercantilista secondo cui erigere barriere alle importazioni e sovvenzionare le esportazioni equivalga a creare ricchezza. Il commercio non è a somma zero; entrambe le parti beneficiano da una transazione. Un deficit della bilancia commerciale non equivale ad un'impresa che perde denaro; è un artefatto contabile (con brevi eccezioni, abbiamo avuto un deficit commerciale per più di 400 anni, sin da quando venne fondata Jamestown nel 1607).

Sentire lamentarsi la Federal Reserve dei paesi che svalutano le loro valute è davvero uno spasso, considerando che gli Stati Uniti sono dei manipolatori cronici in quanto nel 1971 hanno fatto saltare il sistema di Bretton Woods basato sull'oro. Un esempio di superficialità nell'uso della politica monetaria possiamo riscontrarlo nei primi anni dello scorso decennio quando il Dipartimento del Tesoro, con la connivenza della FED, ha deciso di svalutare gradualmente il biglietto verde al fine di "combattere" il nostro deficit commerciale. Il risultato è stato catastrofico.

Quando una valuta fondamentale come il dollaro viene svalutata, il denaro finisce in hard asset come le materie prime e le case. Gli investimenti produttivi sbiadiscono. Il prezzo del petrolio, che a partire dalla metà degli anni '80 aveva una media di poco più di $21 al barile, è schizzato alle stelle. Questo aumento ha portato molti a credere che eravamo a corto di roba, catalizzatore (insieme alla paura infondata che la Terra stesse per essere fritta dal sole) per centinaia di miliardi di dollari in sussidi per le "energie alternative".

Quando la politica monetaria si allontana dal conservare la salubrità di una moneta e affronta con decisione il panico finanziario occasionale, crea sempre danni.

Il pericolo non è la crescita economica perduta, ma le conseguenze politiche che sorgono quando le democrazie sembrano annaspare e le giornate di progresso sembrano agli sgoccioli. Queste circostanze sono terreno fertile per le tirannie.

La Federal Reserve è arrabbiata per la recente forza del dollaro, temendo che ciò possa sventare il suo desiderio di creare una certa quantità di inflazione e che quindi possa ritardare la crescita economica. Nella mente della FED un biglietto verde più forte danneggia le esportazioni, causando l'ennesimo stop alla crescita. Il risultato, borbotta la banca centrale, è l'ennesimo rinvio di una misura accennata in precedenza: l'aumento dei tassi di interesse a partire da metà 2015.

Le nuove paure della FED sono una cattiva notizia, perché porteranno a ciò che Janet Yellen & Co. temono di più: un'economia più debole. Non capita mai che la banca centrale riconosca che le sue azioni dopo il panico del 2008-09 siano state il più grande ostacolo ad una ripresa economica vigorosa.

Il credito è un fattore critico per il commercio, dal finanziamento delle scorte agli acquisti per l'espansione delle imprese esistenti. La profondità e l'ampiezza dei mercati dei capitali degli Stati Uniti hanno rappresentato un enorme vantaggio per la nostra capacità di nutrire nuove imprese e sopperire alle esigenze di tutti i giorni. La voglia senza fine della FED di "stimolare" l'economia — dall'Operation Twist a tutte le varianti di quantitative easing — ha avuto delle conseguenze non intenzionali: distorcere gravemente e ostacolare il funzionamento dei nostri mercati del credito e, di conseguenza, la capacità della nostra economia di espandersi.

I tassi di interesse sono il costo del credito. Sopprimerli ostruisce le arterie del commercio. Il governo federale ha avuto un accesso facile e quasi gratutito al denaro (deficit senza lacrime), come la maggior parte delle grandi imprese. Per altre aziende commerciali, tuttavia, la situazione è stata molto più difficile e incerta.

Ad esempio, la dimensione delle linee di credito si è ridotta, le condizioni in base a cui il denaro viene prestato sono più rigorose e le garanzie personali vengono richieste molto più frequentemente.

Paradossalmente i regolatori bancari ancora passano al setaccio la maggior parte dei prestiti alle piccole/medie imprese. "Rafforzate la vostra posizione di capitale" è l'ammonimento normativo rivolto alle banche, che ha invece l'effetto di sopprimere il prestito.

La Federal Reserve ha creato una grande quantità di denaro per finanziare i suoi acquisti di titoli di stato a lungo termine e titoli garantiti da ipoteca. Il settore privato ne è uscito danneggiato (effetto crowding out, NdT).

La FED si agita davanti alla popolazione sventolando la minaccia della deflazione. Ma le sue azioni stanno deflazionando l'economia, per non parlare dei mercati delle materie prime. Gli speculatori che si posizionano long su oro e petrolio, prendono nota.

Il bilancio obeso della nostra banca centrale ha accecato i suoi osservatori impedendo loro di vedere gli effetti delle azioni della FED. Sì, le riserve bancarie si sono moltiplicate più velocemente dei conigli. Ma grazie ai vincoli normativi e alla pressione di accumulare più capitale, così come la dipendenza di ricevere interessi su tali riserve in eccesso, non si è verificata una corrispondente espansione del credito.

La crescita dell'offerta di moneta M2 è stata anemica, un contrasto suggestivo con gli anni '70, quando un rigonfiamento delle riserve (di gran lunga inferiore a quello di oggi) portò a un'esplosione del costo della vita. All'epoca la FED acquistò solo titoli di stato a breve termine, gli ostacoli normativi ai prestiti erano relativamente miti e non c'era una soppressione a tutto campo del prezzo del credito.

La Federal Reserve fece un danno immenso negli anni '70. E lo sta facendo ancora oggi, anche se in modo molto diverso.

Sorprendentemente, allora come oggi, la critiche alla banca centrale americana sono per lo più smorzate. Questa entità, sempre più potente e dirompente, è un'istituzione rivestita di teflon impenetrabile.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Gli Austriaci ti rovinano la vita: condannato a 20 anni di corsi!

Von Mises Italia - Mer, 17/12/2014 - 07:00

Grazie ai tesserati del Mises Italia che mi hanno dato l’opportunità di seguire le lezioni direttamente dalla Mises Academy, mi è possibile approfondire peculiarmente la mia conoscenza delle tesi della Teoria Austriaca.

SOMMARIO

La possibilità che mi è stata offerta dai tesserati del Mises Italia rappresenta un’occasione unica per chi come me è letteralmente affamato di Teoria Austriaca. Sebbene io vi possa sembrare eccessivamente entusiasta di questa opportunità, vi assicuro che di fronte a voi non c’è una persona alla stregua di Faust. La conoscenza capillare dei vari argomenti trattati con dovizia di particolari da parte dei professori della Mises Academy rappresenta un trampolino di lancio per guadagnare prestigio e visibilità all’interno del panorama economico Austriaco italiano. Non solo perché avere accesso ai corsi dell’accademia forma in maniera completa lo studente, ma anche perché permette alla persona di poter comunicare il sapere Austriaco attraverso un ventaglio più ampio di concetti ed esempi.
I corsi messi a disposizione degli studenti trattano tutti gli argomenti che riguardano la tradizione Austriaca. Dalla filosofia alla storia, dalla storia dell’economia all’economia stessa, i corsi sono suddivisi in categorie facilmente accessibili. Non solo, ma il materiale messo a disposizione dello studente è davvero sconfinato. Libri gratuiti, video, file audio, sessioni di dialogo studente-professore rappresentano quanto di meglio possa offrire un istituto accademico dedicato all’insegnamento e alla piena comprensione della materia sostenuta.

COSA SI IMPARA

Fondamentalmente la lezione principale che qualsiasi studente apprende sin dall’inizio è questa: l’individuo è al centro degli studi economici, storici e filosofici. Ma più che l’individuo, le azioni dell’individuo. Ogni corso dà accesso ad un nuovo punto di vista che va ad ampliare questo concetto di partenza, presentando allo studente un corpo teorico includente un’epistemologia chiara e coerente. Il mio consiglio per i “novizi” è quello di seguire dapprima tutti i corsi del professor Robert Murphy. Oltre ad utilizzare un inglese fluente e di facile comprensione, inserisce in tutte le sue lezioni una mole pazzesca di esempi che permettono un apprendimento rapido degli argomenti trattati. La sua dialettica scherzosa e attenta ai dettagli permette allo studente di segure con agilità i video didattici in cui egli parla di teoria economica, materia che al solo sentire la maggior parte delle persone saluterebbe con uno sbadiglio.
Alla fine del corso è possibile sostenere un “esame” sotto forma di quiz e richiedere un certificato di partecipazione col quale rivendicare la propria conoscenza della materia. I libri di testo su cui studiare, inoltre, sono in formato .epub e .pdf. Consiglio il primo formato. Scaricando un ottimo programma di lettura come Calibre è possibile usufruire di materiale didattico altamente professionale e di facile assimilazione, la cui lettura scorrevole permette al lettore di leggerlo direttamente dal PC senza possederne una copia cartacea.
Ultima nota per i video: qualità audio e video discreta, nonostante ciò ampiamente comprensibili.

I VANTAGGI

Il vantaggio principale dell’usufruire dei corsi della Mises Academy è il riuscire a pensare come un economista. Soprattutto, il poter sviluppare quella mentalità che contraddisngue l’economista medio dal buon economista, come avrebbe detto anche Bastiat. I corsi dedicati all’economia hanno come scopo esattemente questo, oltre al divulgare gli insegnamenti della Teoria Austriaca.
I corsi dedicati alla storia guardano con occhio critico agli eventi del passato e ne tracciano una versione alternativa. Oltre a ripassare eventi accaduti nel passato di cui si tende a scordarne l’esistenza col passare del tempo, si dà grande risalto ad un nobile studio critico degli eventi passati: il revisionismo.
Infine gli studi incentrati sulla filosofia conducono lo studente a migliorare il proprio ragionamento logico-deduttivo. Fenomenale il corso del professor David Gordon, a tal riguardo, intitolato Economic Reasoning.

ESPERIENZA PERSONALE

Mi sono iscritto ai corsi del Mises Academy l’ottobre scorso. In realtà mi ero iscritto solamente a due corsi tra la miriade da scegliere. Voglio dire, sono davvero tantissimi: circa 54 ma a prima vista si resta sbalorditi da come, scorrendo la pagina principale dei corsi, essa sembri davvero non finire mai. Comunque dopo aver scelto i miei corsi, effettuo il pagamento. L’iscrizione doveva essere immediata, invece non succede niente. Aspetto un giorno e ancora nulla, quindi mi sono deciso a contattare il servizio di assistenza della Mises Academy. Dopo poche ore venivo contattato nientemeno che da Daniel Sanchez, uno dei ricercatori più famosi (nonché rettore) della Mises Academy.
Dopo aver illustrato il mio problema, egli mi rassicura che sarebbe stato risolto in breve tempo. Due giorni dopo ricevevo la notifica dell’avvenuta risoluzione dei disguidi avvenuti a seguito del pagamento, e la conferma che avrei potuto seguire tutti i corsi messi a disposizione dalla Mises Academy come indennizzo. Gentilezza e responsabilità oltre ogni immaginazione.
L’inghippo è che ora io sono fregato: condannato a seguire più di 50 corsi per il resto della mia vita… e forse anche la prossima!

TEMPO

Un ultimo appunto. I corsi sono totalmente gestibili da parte dello studente e non ci sono orari o scadenze da rispettare.

CONCLUSIONE

Raccomando fortemente l’iscrizione ai corsi della Mises Academy per tutti coloro intenzionati a voler approfondire la loro conoscenza della Scuola Austriaca. Inizierete a porvi le giuste domande quando vi troverete di fronte ai fatti della vita che apparentemente sembrano non aver un’interpretazione chiara. Muniti di questo modo di pensare, sarà più difficile che possiate trovarvi impreparati quando arriverà il Grande Default.

Francesco Simoncelli

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Concorrenza indesiderata: La vera ragione per cui la disoccupazione giovanile è così alta

Freedonia - Mar, 16/12/2014 - 11:16




di Bill Bonner


Ieri non c'è stata molta azione nel mercato azionario e nell'oro. Gli americani erano occupati alle urne... partecipando alla fantasia solenne del moderno stato democratico.

Circa il 60% dei cittadini che era ammesso a votare alle elezioni di medio termine, è rimasto lontano dai seggi elettorali. Il resto ha sprecato il proprio tempo in fila e a dare il proprio voto ai soliti truffatori, ruffiani e sciocchi che ricoprono le cariche pubbliche.

Per esempio, gli elettori dell'11° distretto congressuale hanno appena rieletto il repubblicano Michael Grimm di Staten Island.

Il giornale locale dice che Grimm è una "testa calda", una persona "di cattivo gusto" e ha reso Staten Island lo "zimbello della nazione" dopo essere stato incriminato con 20 capi di imputazione per frode postale, frode fiscale e falsa testimonianza.

A gennaio Grimm ha minacciato di gettare dal balcone del Campidoglio il giornalista politico Michele Scotto, dopo che quest'ultimo ha cercato di interrogarlo su un'indagine vertente le campagne elettorali.

Forse il giornalista ha previsto il destito di Staten Island. Non lo sappiamo. Ma comprendiamo gli elettori che hanno espresso il loro voto nei confronti di Grimm. Almeno loro non hanno dubbi di ciò che gli aspetta — esattamente ciò che si meritano.

Il problema con i pagliacci politici, come ha osservato Henry Cate, è che vengono eletti. Poi tutti noi dobbiamo conviverci.

Solo circa uno su quattro, tra coloro tra i 18 e i 29 anni, ha votato alle elezioni di medio termine. Avendo realizzato che non avrebbero ottenuto nulla, il 75% dei giovani ha disertato le urne.

I giovani stanno entrando in un mondo diverso da quello in cui siamo partiti. Lo vediamo sui giornali e lo vediamo nelle nostre case. Abbiamo sei giovani adulti in famiglia, di età compresa tra i 21 e i 36 anni. Solo uno possiede una casa. Solo uno è sposato. Solo uno ha figli.

Eravamo allo show radiofonico Money Answers di Jordan Goodman e dicevamo agli ascoltatori perché la disoccupazione giovanile è così alta.

"In Europa, Giappone e Stati Uniti abbiamo economie in rapido invecchiamento", abbiamo spiegato.

"Nel corso del tempo, sempre più persone capiscono come usare il governo per ottenere privilegi e benefici che non potrebbero ottenere da sole. Alcuni sono relativamente piccoli — come ad esempio parcheggi speciali e sedie a rotelle elettriche. Alcuni sono grossi — contratti per la sorveglianza da miliardi di dollari, per esempio."

"Tutti vogliono ottenere qualcosa nel modo più semplice possibile. E il modo più semplice è spesso pagare un lobbista per ottenere un accordo speciale per voi... il vostro settore... o la vostra attività."

"In genere, le persone vogliono proteggere i loro salari e i loro stili di vita attraverso l'imposizione di restrizioni alle nuove leve. Autorizzazioni. Regolamenti. Certificazioni professionali."

"In senso più ampio, vogliono chiudere i confini in modo che gli stranieri non possano entrare e competere onestamente. Ma quasi tutti i settori e le professioni hanno il loro imbroglio — dalle quote sulle importazioni, alle sovvenzioni, alle regole sul lavoro. Come le corporazioni della Vecchia Europa, cercano di conservare i loro diritti e mantenere alti i loro stipendi in modo da tenere fuori i nuovi concorrenti."

Chi sono i nuovi concorrenti?

I giovani. Cercano di entrare nella forza lavoro e trovano le porte chiuse. Questo è il motivo per cui il tasso di disoccupazione, tra i 20 e i 24 anni, va oltre il 50% in Spagna e il 22% in Francia. E negli Stati Uniti, è il doppio di tutti gli altri.

Questo è un grosso problema per il mercato immobiliare americano. Gravati da circa $1 bilione in debiti studenteschi... e vedendo precluso l'accesso a posti di lavoro ben retribuiti ... i giovani non possono permettersi di comprare case.

“First-Timers Fade Further” annuncia un titolo del Wall Street Journal:

Negli ultimi tre decenni la quota di neo-acquirenti di case si è ristretta significativamente; erano una fetta solida del mercato immobiliare, la cui assenza sta sollevando interrogativi sul cataclisma che si è abbattuto sui potenziali proprietari di abitazioni.
Perché? Basta seguire il denaro.

Dal 1974 il reddito lordo guadagnato da coloro tra i 25 e i 34 anni, in percentuale del reddito lordo medio, si è ridotto di più di un quarto. Questo lascia più giovani a vivere con i genitori... o in affitto.

Secondo Lawrence Yun della National Association of Realtors:

L'aumento degli affitti e il rimborso dei prestiti studenteschi rende più difficile risparmiare, soprattutto per i giovani adulti che hanno di fronte prospettive di lavoro limitate e una crescita salariale assente dopo l'ingresso nella forza lavoro.
Questo non riguarda solo il mercato immobiliare, ma anche la cultura. Come i loro colleghi giapponesi ed europei, i giovani americani non sembrano prendere il toro per le corna.

Al contrario, sono titubanti — reticenti... riluttanti... meno impegnati... meno competitivi... meno inclini ad avviare nuove imprese... e meno indipendenti.

Che cosa vogliono? Che cosa si aspettano?

Non solo non si affrettano a comprare case, stanno anche ritardando il matrimonio e l'avere tanti figli.

Bene? Male?

Non lo sappiamo. Di certo è una situazione diversa.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Giulietto Chiesa arrestato in Estonia

Luogocomune.net - Mar, 16/12/2014 - 11:10
Evviva l'Europa unita e democratica. Il sogno di Altiero Spinelli si è finalmente avverato.



Una interessante intervista a Putin sull'accerchiamento della Russia.


Incantesimi ciclici — L'assurdo linguaggio economico dei burocrati keynesiani

Freedonia - Lun, 15/12/2014 - 11:11




di David Stockman


Se volete un esempio concreto del fallimento intellettuale dei nostri dirigenti politici keynesiani, vi basta rivedere il pezzo del Wall Street Journal che parla di come la Comunità Europea abbia ridimensionato per l'ennesima volta le sue previsioni ufficiali sulla crescita economica. La cosa interessante non sono gli scienziati di Bruxelles che avevano torto, ma il fatto che persistano a giocare coi numeri come se stessero lanciando un incantesimo magico.

Sì, il sacerdozio keynesiano sta lavorando con testi sacri e numeri magici. Una di queste rivelazioni ci dice che il 2% di inflazione è la cifra giusta per soddisfare il dio del PIL e che ogni ammanco si ripercuoterà sulla crescita e sull'occupazione. Ma non ci sono prove empiriche che un 2% o 1% o 3% di variazione annua dell'inflazione al consumo possano essere magici — anche se fosse misurata in modo onesto. E' solo la parola del sacerdozio keynesiano.

Un altro principio sacro postula l'abbandono delle leggi di una vita economica corretta, infatti il creatore keynesiano ha ordinato che i governi di tutto il mondo debbano sempre sforzarsi di portare la crescita del PIL al suo tasso "potenziale" pieno. Nessuna eccezione. Un mondo senza fine.

Anche se i testi non sono chiari sul valore numerico esatto riguardo la crescita potenziale del PIL, la congregazione di oggi sostiene che debba essere circa il 3%, riflettendo la crescita storica dell'offerta di lavoro più i guadagni della produttività. Nel corso degli ultimi 14 anni, però, abbiamo raggiunto solo la metà di quel numero — circa l'1.8% annuo — negli Stati Uniti, e solo una frazione minore in Europa.

Di conseguenza questa linea immaginaria riguardo il "PIL potenziale" è ora molto al di sopra dei livelli di produzione effettivi. Questo enorme divario tra l'economia reale e quella potenziale, a sua volta, permette al sacerdozio keynesiano di invocare una crociata senza fine affinché le agenzie fiscali e la banca centrale sanino suddetto divario.

Ciò significa, in sostanza, che ora l'apparato statale ora è totalmente dipendente dallo stimolo economico. In realtà la banca centrale è diventata talmente sottomessa al rituale keynesiano, che il suo è essenzialmente il tentativo di micro-gestire gli enormi accumuli di PIL — circa $17 bilioni negli Stati Uniti e in Europa — su base mensile. Questo è il motivo di tutti i vertici e le conferenze stampa post-meeting.

Ma questo è assurdo. Il flusso di informazioni in un'economia da $17 bilioni è troppo vasto per essere digerito e valutato dai 12 membri mortali del FOMC, e il loro strumento preferito — la manipolazione del tasso di interesse — non può plasmarne il corso di breve periodo. Questo è particolarmente vero in quanto la macroeconomia non è un sistema chiuso, ma aperto ad ogni sorta di complicazione e di compensazione proveniente dal commercio, dai flussi di capitale e dagli impulsi finanziari di un'economia mondiale da $80 bilioni.

Eppure i burocrati keynesiani non hanno nemmeno la vaga idea di quanto siano idiote le loro previsioni e le azioni politiche, poiché non fanno altro che tentare l'impossibile. Ed è qui che l'ultima previsione ufficiale della Comunità Europea si mostra in tutta la sua rifulgente imbecillità.

Data l'enorme complessità dell'economia mondiale — più la valanga scatenata dalla campagna giapponese di distruzione dello yen, il raffreddamento dell'euforia cinese per le costruzioni, il fallimento della maggior parte dell'Europa e il massiccio spostamento di reddito e di ricchezza nelle tasche dell'1% — nessuno sano di mente dovrebbe tentare di prevedere quale sarà la crescita esatta del PIL a un anno da ora, figuriamoci a tre. Le incertezze e le aberrazioni in tutto il mondo sono dilaganti, e nessuna può essere risolta dai modelli DSGE dei keynesiani.

I burocrati della Comunità Europea, così come tuti gli altri keynesiani nel mondo, ci provano lo stesso e si sentono in dovere di effettuare regolazioni capillari due volte l'anno — soprattutto per coprire la loro rettifica cronica sul quadro di breve termine, che, in ogni caso, si rivela errata abbastanza presto.

Non troppo tempo fa la Comunità Europea ha previsto che nel 2015 gli utili reali della produzione potrebbero raggiungere in media il 2.5%. All'arrivo della revisione primaverile di quest'anno, la proiezione è scesa all'1.7%; e ora il suo aggiornamento autunnale è sceso ulteriormente all'1.1%. Sì, e mentre stavano spaccando i numeri al capello, le previsioni della Comunità Europea hanno dovuto fare i conti con una realtà "deludente", la quale ha fatto abbassare le previsioni per il 2014 allo 0.8% rispetto all'1.2% della primavera scorsa.

La Comunità Europea ha anche resuscitato le sue previsioni di un PIL all'1.7% — che erano state proiettate per il 2014, un po' prima che fossero ridotte al loro livello attuale dello 0.8%. Sembra che questo numero magico non venga mai abbandonato; è stato ripresentato anno dopo anno. Adesso è stato riproposto per il 2015, ma dal momento che ormai sembra fuori portata, i veggenti a Bruxelles non hanno avuto difficoltà a rilanciarlo per il 2016.

Questo rituale con numeri magici è ridicolo perché non presuppone alcuna differenza se le prospettive per il PIL a tre anni da ora saranno dello 0.8%, dell'1.2%, dell'1.7% o qualsiasi altro numero in tale intervallo. Si tratta solo di rumore e follia.

Perché allora persistono in questo rituale? Beh, perché nei testi sacri è scritto che l'azione politica è indispensabile per colmare il divario del PIL, e che la grandezza di tale divario e gli interventi politici necessari dipendono da una previsione macro. Quest'ultima è, in effetti, la mappa per il loro intervento politico.

Tuttavia, ora che l'output gap è diventato gigantesco e i banchieri centrali credono che ci sia grande "fiacchezza" nella forza lavoro — che in parte è riflessa nei tassi ufficiali di disoccupazione in Europa, mentre qui è in gran parte offuscata dai numeri fasulli del BLS — il progetto keynesiano si trova di fronte ad una realtà amara: è praticamente impossibile credere che il "gap" e la "fiacchezza" siano dovuti a fattori ciclici.

Due semplici serie storiche ce lo dimostrano. In primo luogo non vi è stato praticamente alcun aumento nelle ore di lavoro nel corso degli ultimi 15 anni. Non è ciclico — è una condizione fondamentalmente disastrosa o un trend.




In secondo luogo, i redditi reali delle famiglie sono scesi negli ultimi 15 anni. Anche questa non è fiacchezza temporanea e "ciclica"; si tratta di una misura che sottolinea la decadenza dell'economia nazionale.




Quindi la politica odierna dello stimolo perpetuo è del tutto inadatta ai problemi reali, perché queste sfide si trovano sul lato dell'offerta dell'economia. Quest'ultima è gravata da debito, tasse, barriere normative, clientelismo, inefficienze e welfare state dilagante. Non hanno nulla a che fare con la "domanda aggregata", e non potevano essere risolti con ulteriori debiti e prestiti a famiglie e imprese. La ZIRP della FED ha già dimostrato di non poter stimolare il credito per la spesa al consumo e beni strumentali a causa del blocco stradale imposto dal "picco del debito".

Eppure i burocrati keynesiani continuano a chiedere uno "stimolo" anticiclico perché sono prigionieri di un incantesimo, la cui formula risale alla catechesi keynesiana originale. Essa richiede l'intervento durante la fase finale del ciclo economico per attivare il pump priming e superare le recessioni. Lo stimolo era l'eccezione, non la norma; incarnava l'idea che dopo la spinta dello stato — il capitalismo di mercato avrebbe potuto prendersi cura di sé stesso. Il corollario era che la politica fiscale e monetaria si sarebbe normalizzata rapidamente una volta che sarebbe iniziata la ripresa.

In effetti i keynesiani dei primi anni '60 promettevano che ci sarebbe stato un surplus fiscale durante la metà del ciclo. Per questo i "deficit anticiclici" non erano una forma di monetizzazione dei debiti dello stato, perché il prestito in questione era considerato temporaneo (cioè, sarebbe stato rimborsato dalle eccedenze nel periodo di ripresa). E i banchieri centrali, come il grande William McChesney Martin che non era affatto un keynesiano, si sforzavano di "andare contro corrente" e di togliere la brocca del punch proprio quando iniziava la festa.

Ma nel corso degli ultimi due decenni il progetto di stimolo keynesiano è migrato dalle autorità fiscali alle banche centrali. Ciò ha avuto conseguenze di vasta portata, in quanto ha spostato il luogo di elaborazione delle politiche dal macchinario legislativo a burocrati non eletti e accademici dotati di poteri virtualmente plenari e 13 anni di mandato.

Quel che è peggio è che è stato permesso loro di giocherellare con i mercati monetari e dei capitali nella falsa convinzione di poter controllare l'evoluzione della macroeconomia attraverso il suo centro nevralgico finanziario e di guidare il PIL verso la piena occupazione.

Di conseguenza si è scatenato l'inferno. Questi interventi non hanno aiutato l'economia reale, né hanno chiuso l'output gap immaginario. Invece il massiccio stimolo della banca centrale ha distrutto i mercati dei capitali e ha consentito ad un casinò gigante di banchettare con denaro gratuito e con tanti altri meccanismi di salvataggio concessi dalle banche centrali.

Ma il vero pericolo non è che i keynesiani avevano torto allora, quando il keynesismo fiscale insegnato da James Tobin negli anni '60 suggeriva allo stato di apportare un aiuto anticiclico in favore dell'economia privata. No, il keynesismo ha sempre avuto torto. Si basa sulla presunta instabilità ciclica del capitalismo di mercato e sulla sua tendenza cronica a finire in recessione, depressione e in un buco nero in assenza di cure dello stato.

L'evidenza di quanto detto è l'evento fondante del vangelo keynesiano — la Grande Depressione degli anni '30. La sua tragicità è nota all'umanità di tutto il mondo, eppure il disastro degli anni '30 non era dovuto alle instabilità intrinseche del capitalismo o ad un libero mercato senza regole.

Invece la Grande Depressione nacque dal caos finanziario della prima guerra mondiale, che distrusse il sistema monetario e travolse il mondo col debito e l'inflazione; e grazie alle manipolazioni della FED negli anni '20, la Banca d'Inghilterra e altre banche centrali tentarono di ripristinare lo status quo ante-1914 senza quella disciplina di bilancio e finanziaria che caratterizzò la prosperità e la stabilità dell'ordine liberale internazionale basato sul gold standard e sul libero scambio di merci, capitali e lavoro.

Sin da allora tutti i cicli economici più miti sono stati generati dallo stato a causa di eccessi della finanza bellica e un'economia surriscaldata, come nel caso delle guerre di Corea e del Vietnam; e in tempo di pace c'erano gli incantesimi dell'espansione monetaria delle banche centrali, le quali avrebbero dovuto correggere i propri eccessi attraverso il rigore monetario e la recessione.

Nelle economie aperte e in un sistema commerciale globale l'unica cosa che conta sono i prezzi, non gli aggregati. Il problema dell'America è che i suoi costi di produzione e i prezzi del lavoro sono troppo alti, e le sovvenzioni per la produzione inefficiente sono troppo grandi. Questo è il motivo per cui c'è così tanto lavoro "fiacco" e perché la crescita della produzione e della ricchezza è stata così tiepida sin dalla fine degli anni '90, quando la Cina è divenuta la forza trainante dell'economia globale.

Detto in altro modo, le nozioni keynesiane del "PIL potenziale" e della "domanda aggregata" non hanno alcun fondamento nel mondo reale. Sono dogmi. Rappresentano la religione in cui crede l'apparato burocratico dello stato.

E' già abbastanza grave che questa religione distruttiva abbia condotto alla farsa delle previsioni economiche della Comunità Europea. La cosa peggiore, però, è che i burocrati keynesiani non desisteranno dal ricorrere alla stampa di denaro e ai prestiti, fino a quando non avranno soffocato il capitalismo di libero mercato e avranno monetizzato così tanto debito pubblico che il sistema finanziario non potrà far altro che implodere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Campagna tesseramento 2015

Von Mises Italia - Lun, 15/12/2014 - 07:00

Con l’avvicinarsi del periodo natalizio siamo lieti di annunciarvi l’avvio della campagna tesseramento 2015.
Pur mantenendo come obiettivo l’educazione economica, abbiamo introdotto alcune modifiche aumentando i benefici di base dei soci ordinari a livello di quelli sostenitori e dedicando a questi ultimi la possibilità di un approfondimento attivo tamite gli ottimi corsi online della Mises Academy, con tanto di certificato nominale di superamento.

Volendo scegliere per questa piccola comunità il giusto posto tra le cose del mondo, vediamo intorno a noi una realtà nient’affatto dovuta a una sfortunata e passeggera congiuntura economica, o ai danni di un particolare editto che, se rimosso, farebbe strada ad un’inversione di rotta. Il piano inclinato su cui un’intera civiltà sta scivolando è fatto di idee: limiti nel concepire la dinamica delle interazioni sociali, incoscienza del nostro potere individuale e delle connesse responsabilità, diffidenza verso i risultati del rispettare la libertà altrui. Tuttavia, l’insegnamento della Scuola Austriaca è senz’altro all’altezza del compito di accompagnarvi nel dissipare questi ostacoli e fornirvi un’educazione di prim’ordine. Ecco dunque il nostro messaggio a chi stia valutando il tesseramento: siate oggi l’avanguardia di una riscoperta che ogni giorno di più, semplicemente, non può essere più rimandata! Ai lettori di sempre, invece, la rassicurazione che i contenuti del Mises Italia saranno sempre disponibili gratuitamente alla lettura e download.

Qui una scorciatoia alle pagine d’interesse nel nostro sito:
punto di partenza per il tesseramento;
elenco di tutti i benefici ai soci;
– pagina per i candidati collaboratori.

Se saprete far tesoro delle parole di von Mises, Hayek, Hazlitt, Rockwell e degli altri autori tutti, la ricompensa sarà la comprensione dell’importanza di una vita davvero vissuta in pace col prossimo, delle innumerevoli potenzialità insite nell’esercizio quotidiano della propria individualità ed imprenditorialità, nonché la chiara visione di quanto benessere una società basata su scambi volontari riesca ad apportare a tutti i suoi partecipanti.
Tenendo sempre presenti queste verità, procediamo nel 2015 decisi nella nostra missione e fiduciosi nel numero di coloro che vorranno apprenderle.

A tutti voi, futuri soci e lettori, la nostra gratitudine per il tempo donato alla causa dell’educazione e libertà economica.
La redazione del Mises Italia.

 

P.S.: in coda, una nota estetica. Basta con le denominazioni “ordinario” e “sostenitore”: troppo polverose! Tra pochi giorni il Mises Italia conterà soci Bastiat e soci Rothbard, in onore di due tra i nostri autori preferiti.

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Syrian No-Fly-Zone a Bid to Save Al Qaeda

Deep Politics Monitor - Dom, 14/12/2014 - 13:42
by Tony Cartalucci, Activist Post: Recent strikes on Syria by Israel have been alleged to be part of a regional plan by the US, Saudi Arabia, Turkey and Israel to establish a no-fly-zone (NFZ) over Syria, just as NATO did in Libya in 2011 effectively handing the entire nation over to Al Qaeda and now “Islamic State” terrorists. DEBKA File has suggested in its article, “Israel air strikes

12 dicembre 1969: cosa c'entrano le banche?

Luogocomune.net - Ven, 12/12/2014 - 21:03
Come la storia degli ultimi decenni ci ha insegnato, i "grandi attentati" portano con sé quasi sempre dei livelli multipli di lettura, oltre a quello, primario, della destabilizzazione.

Questo meccanismo poteva non essere del tutto chiaro nel lontano dicembre 1969, quando esplose a Milano la bomba di Piazza Fontana. Riascoltando però le rievocazioni storiche di quel giorno, qualcosa di curioso salta all'occhio: quel giorno non fu una, ma furono ben tre le banche prese di mira dagli attentati.

Non solo ci fu un'esplosione alla Banca dell'Agricoltura di Milano (quella che causò 13 morti e dozzine di feriti), ma ve ne fu anche una alla Banca Nazionale del Lavoro di Roma (che fortunatamente causò solo feriti, ma nessun morto). La polizia inoltre trovò otto kilogrammi di esplosivo piazzati in una terza banca di Milano, la banca Commerciale, che furono disinnescati dagli artificieri prima che esplodessero.

Una banca può essere una scelta a caso, due possono essere una coincidenza, ...

Riflessioni sulla legge di Moore

Freedonia - Ven, 12/12/2014 - 11:10




di Gary North


Remnant Review

Legge di Moore: il numero di transistor per pollice quadrato su un chip raddoppia ogni [??] mesi. Il numero di mesi si assottiglia decennio dopo decennio. Il ritmo è accelerato sin dal 1965, quando Moore fece la sua osservazione. Oggi quel numero potrebbe essere 12.

Il costo delle informazioni continua a scendere, decennio dopo decennio. Questa è stata una costante come minimo sin dal censimento degli Stati Uniti nel 1890 -- il primo censimento con schede perforate.

"Quando il prezzo scende, la domanda aumenta": la legge della domanda. E' il fondamento della scienza economica.

Un tasso costante di crescita produce una curva esponenziale. Come ho descritto nel 1970, la continuità produce discontinuità.

Come ho sostenuto, sempre nel 1970, ogni curva esponenziale ha sempre rallentato, e poi si è fermata. E' diventata a forma di S. Si esauriscono le risorse. Questa è la legge dei rendimenti decrescenti. Gli economisti l'hanno enunciata per quasi due secoli. Ma l'Occidente ha avuto una crescita composta per oltre due secoli. La curva non si è fermata. Si è estesa a tutto il mondo, poiché il libero mercato si è esteso attraverso la concorrenza sui prezzi. La libertà è sempre meno costosa. Ne verrà richiesta di più. La concorrenza dei prezzi funziona. Questa è una cosa molto buona.

Poi c'è quella risorsa insostituibile: il tempo. Il tempo è una freccia. Non torna indietro. La seconda legge della termodinamica è di fatto una legge. Le cose si degradano, finiscono. Soprattutto, il tempo si esaurisce. Il mondo si sta degradando.

Ciò solleva la questione fondamentale della nostra epoca: ​​la legge di Moore è davvero una legge, o è l'osservazione di un fenomeno temporaneo? Moore pensa che la risposta corretta sia la seconda.

Alcuni osservatori no.



SUPER INTELLIGENZA

Reason ha pubblicato una recensione del libro di Nick Bostrom, Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies.  E' stato pubblicato dalla Oxford University Press.

E se l'umanità sancisse la creazione di macchine intelligenti? Questa è la domanda impellente al cuore del nuovo libro di Nick Bostrom, Superintelligece. Bostrom sostiene, in modo convincente, che la prospettiva di macchine super intelligenti è "la sfida più importante e più scoraggiante che l'umanità abbia mai affrontato." Se non riusciremo a rispondere per le rime a questa sfida, conclude, l'intelligenza artificiale malevola o indifferente (IA) è probabile che ci distruggerà.
Se accurata, questa sintesi è di gran lunga la più apocalittica che abbia visto in un libro pubblicato da un'importante casa editrice universitaria. Penso che sia una sintesi accurata, ma la valutazione è altrettanto accurata? Non penso, ma mi baso sulla teologia, non sulla tecnologia.

Ecco la mia posizione. La conoscenza è sempre analogica. I dati possono essere digitali, ma la conoscenza è una questione di giudizio, e il giudizio è analogico. Una macchina non può esercitare il giudizio. E' in grado di rispondere solo ai dati strutturati da equazioni matematiche. Eseguire un algoritmo non è lo stesso di esercitare un giudizio.

Se si calcia una macchina, si sta imputando umanità ad una macchina. Non è viva.

Una macchina non è né gentile né malevola. Non se ne preoccupa.

Il mondo non è impersonale. Una macchina sì. Non è pertanto responsabile. Gli uomini sì.

Una macchina non ha anima e nessun fondoschiena da prendere a calci.

L'intelligenza è una questione di giudizio. Non si tratta di dati digitali e algoritmi.

Una macchina è uno strumento. Il problema è che le persone malvagie possono mettere le mani e le menti su potenti strumenti.

Questo è il motivo per cui non mi preoccupo di questo scenario.

Sin dall'invenzione del calcolatore elettronico a metà del XX secolo, i teorici hanno pensato a come far diventare una macchina tanto intelligente quanto un essere umano. Nel 1950, per esempio, il pioniere informatico Alan Turing propose la creazione di una macchina che simulasse la mente di un bambino e che potesse essere istruita fino al livello adulto. Nel 1965 il matematico I.J. Good osservò che la tecnologia deriva dall'uso dell'intelligenza. Quando l'intelligenza usa la tecnologia per migliorarsi, sosteneva, il risultato sarebbe stato un ciclo di feedback positivo -- un'esplosione di intelligenza -- in cui l'auto-miglioramento dell'intelligenza sarebbe sfociato nella super intelligenza. Concluse che "la prima macchina ultra intelligente sarà l'ultima invenzione dell'uomo, a condizione che tale macchina sia abbastanza docile da dirci come tenerla sotto controllo." Come mantenere il controllo è la questione affrontata da Bostrom.

Circa il 10% dei ricercatori sull'intelligenza artificiale crede che la prima macchina a livello dell'intelligenza umana arriverà nei prossimi 10 anni. Il 50% crede che sarà sviluppata entro la metà di questo secolo, e quasi tutti pensano che sarà realizzata entro la fine del secolo. Dal momento che la nuova IA probabilmente avrà la capacità di migliorare i propri algoritmi, l'esplosione della super intelligenza potrebbe essere una questione di giorni, ore, o addirittura secondi. L'entità risultante, afferma Bostrom, sarà "intelligente, nello stesso senso in cui un essere umano medio è intelligente rispetto ad un coleottero o un verme." Alla velocità di elaborazione nettamente superiore a quella del cervello umano, fa notare Eliezer Yudkowsky del Machine Intelligence Research Institute, una IA potrebbe condensare i pensieri di un anno in 31 secondi.
Si tratta di fantascienza? Gli esperti dicono di no. È semplicemente uno scenario che rappresenta un'estensione delle tendenze esistenti, estrapolato da un futuro lontano meno di un secolo.

La chiave per comprendere questo scenario è la definizione di intelligenza. Gli esperti vedono l'intelligenza come una miscela di dati digitali e algoritmi. Un processo decisionale privo di etica. Un processo decisionale senza responsabilità.

Questa è fantascienza.



CONTINUITA' E DISCONTINUITA'

Ecco la mia preoccupazione. Posso immaginare una serie di eventi che potrebbero invertire questa tendenza. Tutti comportano uno sfaldamento della divisione internazionale del lavoro. Quello che non riesco a immaginare è un evento che possa invertire questa tendenza e che di per sé non sia apocalittico. Non riesco ad immaginare un'inversione di tendenza che si basi su una tendenza rivale. La continuità indica la super intelligenza. Non c'è discontinuità che possa far cessare la continuità esistente. La grandezza di una discontinuità che possa invertire questa tendenza dovrebbe essere così immensa, dal punto di vista sociale, che rappresenterebbe un vero e proprio crollo dell'ordine sociale. In altre parole, la tendenza attuale è tanto una parte integrante dell'ordine sociale esistente che tutto ciò che potrebbe invertirla minaccia lo stesso ordine sociale esistente.

Più a lungo la continuità farà il suo corso, maggiore dovrà essere la portata della discontinuità sufficiente ad invertirla. Inoltre, quanto più la continuità andrà avanti, più l'intero ordine sociale diventerà interdipendente dalla sua continuazione.

Detto in altro modo, è una scelta obbligata: se la supportiamo saremo dannati, se non la supportiamo saremmo dannati lo stesso.

La tendenza di base è la tendenza verso la super intelligenza, almeno è quello che ci viene detto. Ma è vero? Siamo di fronte a macchine che si trasformeranno in creature intelligenti, poi creature super intelligenti, e poi padroni? Sarà una battaglia tra Terminator e l'umanità? È una guerra quello di cui si sta parlando: uomini contro le macchine? Sarebbe terreno fertile per la fantascienza, non per l'etica

Tutto questo ha a che fare con la divisione del lavoro. Ha a che fare con l'interdipendenza del sistema economico. E' ciò che Hayek scrisse nel 1945. Il sistema del libero mercato sta introducendo informazioni nell'ambiente economico. I possessori di questa conoscenza sono alla ricerca di profitto: lo scambio di una serie di condizioni per una migliore ad un tasso di rendimento superiore alla media. Hayek aveva ragione: non vi è alcuna agenzia governativa che possa creare una potenza intellettuale sufficiente da superare la conoscenza decentrata di una società libera. Questa è una difesa della libertà e io l'ho accettata senza riserve.



DECENTRAMENTO E OPPORTUNITA'

Questo mi porta a riflettere su ciò che sta facendo il decentramento per mettere le informazioni nelle mani di milioni di persone che non vi avrebbero mai potuto accedere prima. Questo è ciò che sta facendo Internet.

C'è una catastrofe che ci potrebbe colpire domani, e che scatenerebbe un crollo della civiltà. E' stato possibile per oltre 35 anni: un attacco russo con missili balistici intercontinentali armati con testate nucleari. Questo è tecnologicamente possibile, ma anche statisticamente improbabile.

L'Unione Sovietica aveva un'ideologia ufficiale: conquistare tutto il mondo. Era ufficialmente marxista. La Russia non ha più quell'impulso. Il nazionalismo russo non è più una filosofia dell'impero mondiale. Inoltre il declino del tasso di natalità russo, che ha portato ad un declino della popolazione russa, indica che il nazionalismo è meno aggressivo di quanto non fosse un secolo fa. L'impero dello zar nel 1900 era molto più grande della Federazione Russa di oggi.

Il nazionalismo russo ha sempre limitato l'imperialismo comunista. Stalin era un georgiano; Trotsky era un ebreo ateo. Stalin era molto più nazionalista di Trotsky. La visione di Stalin del socialismo contraddiceva la visione di Trotsky della rivoluzione in tutto il mondo. Stalin lo fece assassinare. Quella era la risposta del nazionalismo russo all'internazionalismo comunista. L'assassino usò addirittura una scure, simbolo del nazionalismo russo. L'ascia è stata un simbolo del nazionalismo russo per 1,000 anni. Dal punto di vista simbolico, l'icona e l'ascia superarono la falce e il martello.

Le probabilità di un attacco missilistico agli Stati Uniti da parte del governo russo è al limite dell'improbabile. La Russia dipende economicamente dalle esportazioni verso l'Occidente. Esporta oro, petrolio e gas naturale. Questo mercato crollerebbe immediatamente se l'economia degli Stati Uniti capitolasse a causa di un attacco russo. Inoltre ci sarebbe un attacco di rappresaglia contro la Russia. Ecco il mio punto. La natura molto centralizzata delle armi nucleari è una delle principali restrizioni alla guerra nucleare. Le vittime saprebbero chi ha lanciato i missili. Ci sarebbe una rappresaglia. Ecco perché non abbiamo mai avuto una guerra nucleare.

Ora diamo un'occhiata al libero mercato: sta abbassando drasticamente il costo di produzione delle armi biologiche. Questo costo continuerà a diminuire. Questo è l'effetto della legge di Moore. Questo è l'effetto della scoperta del genoma. Sappiamo che ci saranno enormi innovazioni nel campo della biologia.

Ecco il problema. Con il declino dei prezzi, la domanda aumenterà. Con il declino dei prezzi, ci vorranno meno soldi rispetto al passato per produrre un'arma biologica apocalittica. Ad un certo punto, cioè ad un certo prezzo, uno scienziato pazzo sarà in grado di produrre l'arma. Questa è la logica della legge di Moore. Questa è la logica della concorrenza dei prezzi. Questa è la logica del capitalismo di libero mercato.

Non c'è modo di sapere chi potrebbe farlo. Non c'è modo di vendicarsi nei confronti di chi lo farebbe. Un burocrate del governo che lancerebbe un attacco ad una nazione nemica, sa che ci saranno ritorsioni da parte dei sopravvissuti all'attacco. Ma uno scienziato pazzo equipaggiato con un laboratorio rudimentale di armi biologiche, può essere in grado di evitare il rilevamento e quindi evitare ritorsioni.

Questo è il lato oscuro del decentramento: è liberatorio, ma non messianico. Il peccato non si supera con la concorrenza dei prezzi. Il decentramento e l'innovazione abbassano il costo del peccato, insieme al costo di tutto il resto. Il peccato ha un prezzo più competitivo. La legge della domanda è sempre valida: al calo del prezzo, la domanda sale. Non dobbiamo confondere l'efficienza con la rigenerazione.

Ecco un esempio letterario importato dalla mitologia islamica: un genio che esce dalla lampada. Alcuni team di ricercatori rilasciano accidentalmente un organismo assassino.

Un'altra cosa è un laboratorio governativo per le armi biologiche. Ciò potrebbe produrre una vera e propria arma di distruzione di massa. Potrebbe liberarsi, accidentalmente o deliberatamente.

Se la nanotecnologia diventa disponibile, allora stiamo davvero parlando di geni e lampade. La nanotecnologia consentirà ai piccoli microbi di riprodursi e combinarsi. Potremmo essere a 50 anni di distanza da uno scenario simile, ma dubito che siano 100 anni. Pensate a quel vecchio film di fantascienza, Blob - Il fluido che uccide.

Non si tratta di scenari fantascientifici. Si tratta di un'estensione delle tendenze esistenti, oltre a rappresentare una discontinuità. Un genio è sempre una fonte di discontinuità: tre desideri.

Ne basterebbe solo uno. Ciò, di conseguenza, abbasserebbe le probabilità di uno.



LA LEGGE DI MOORE E IL NICHILISMO

Così ci viene detto che siamo di fronte a tre implicazioni della legge di Moore. Una riguarda i programmi stessi: super intelligenza. E' falsa, presuppone che la conoscenza prescinda le responsabilità personali. Una seconda riguarda piccoli arme biologiche di distruzione di massa. Queste sono minacce reali, perché la conoscenza è personale, e questo significa etica. Ci sono persone cattive là fuori. Una terza presuppone che la ricerca scientifica vada storta. Anche questa rappresenta una minaccia.

Il problema, ancora una volta, è questo: le tendenze sono chiare. Le tendenze indicano il continuo aumento delle applicazioni informatiche e il loro calo dei prezzi. Ciò che oggi può essere prodotto in modo molto costoso da gruppi governativi di ricercatori, sarà possibile produrlo per piccole squadre di nichilisti rivoluzionari prima della fine di questo secolo.

Le persone malvagie saranno in grado di acquistare macchine potenti.

I nichilisti rivoluzionari esistono davvero. Ci sono persone che credono davvero che la razza umana sia un cancro per madre natura. Credono davvero che la cosa eticamente giusta da fare sia quella di ridurre la popolazione mondiale di circa 500 milioni di persone. Si tratta di un impulso religioso. Questa religione non si riscontra nella popolazione generale. La ritroviamo tra le persone molto intelligenti e altamente istruite.

La vecchia protezione era questa: il numero di persone che avrebbero potuto tirare fuori qualcosa di simile era così limitato, e la spesa era così immensa, che la probabilità statistica che accadesse una cosa del genere era vicino all'impossibile. Ma al calare del prezzo della tecnologia e all'aumento della potenza della tecnologia, diventa sempre più possibile che piccoli gruppi di nichilisti rivoluzionari distruggano la società moderna.

Siamo di nuovo al dilemma di cui abbiamo parlato prima: l'unica cosa, scientificamente parlando, che sembra in grado di fermare queste tendenze è un evento discontinuo che metterebbe a rischio l'ordine sociale. Ci sarebbe uno sfaldamento della divisione del lavoro.

Ma c'è di più. Ci sono eventi discontinui che ri-modellano le tendenze, le deviano.

E c'è sempre un'altra cosa: la legge dei rendimenti decrescenti. Io preferisco quella dei mostri dall'id.



MOSTRI DALL'ID

Non si tratta solo di macchine. Si tratta di uomini.

Bostrom illustra vari percorsi verso il raggiungimento della super intelligenza. Due, discussi brevemente, comportano il potenziamento dell'intelligenza umana. In uno, le cellule staminali di embrioni vengono dapprima trasformate in sperma e uova, e poi combinati di nuovo per produrre successive generazioni di embrioni, e così via, con l'idea di generare persone con un QI medio di circa 300.
Fantascienza.

L'altro approccio prevede interfacce cybernetiche innestate nel cervello con cui potenziare l'intelligenza umana. Bostrom rigetta, più o meno, entrambi i percorsi: sia quello eugenetico sia quello cybernetico, anche se riconosce che rendere le persone più intelligenti potrebbe contribuire ad accelerare il processo di sviluppo della super intelligenza nelle macchine.
Fantascienza.

La questione che dobbiamo affrontare ora non è come integrare l'uomo e la macchina. Questo è uno scenario da fantascienza. Piuttosto il problema è porre limiti etici a coloro che usano le macchine. Ciò significa sanzioni.

Se ci fidiamo dello stato, vale a dire dei burocrati di ruolo, affinché imponga tali sanzioni, poniamo la nostra fede in un falso dio.

Allora quale assetto istituzionale è in grado di imporre sanzioni positive e negative? Uno che si basa sulla conoscenza decentrata. Nient'altro è in grado di monitorare e modellare i trend.

Ecco il problema.

Bostrom sostiene che è importante capire come controllare una IA prima di accenderla, perché resisterà ai tentativi di cambiare i suoi obiettivi finali una volta attivata. In tal caso, avremo una sola possibilità di dare all'IA i giusti valori e obiettivi. In linea di massima, Bostrom prende in considerazione due modi con cui gli sviluppatori potrebbero cercare di proteggere l'umanità da una super intelligenza malvagia: controllo delle capacità e selezione della motivazione.
Fantascienza. Inoltre si tratta solamente di gergo accademico. Burocratese. Somewhere, over the rainbow, way up high.

"Nel frattempo, Bostrom pensa che sia più sicuro se la ricerca su una IA super intelligente avanzi lentamente." Cosa importa quello che pensa? Non ha alcun potere di imporlo. Non è Dio. Nessun governo nazionale può farlo.

Ed egli esorta i ricercatori e i loro sostenitori ad impegnarsi per il bene comune: "La super intelligenza dovrebbe essere sviluppata solo a beneficio di tutta l'umanità e al servizio di ideali etici ampiamente condivisi." Un sentimento bello, ma data l'attuale rivalità internazionale e commerciale, l'adozione universale di questo principio sembra improbabile.
Molto improbabile.



CONCLUSIONE

Dove siamo arrivati, quindi?

Vorrei saperlo. Se fossi più intelligente, potrei.

Nessuno sulla terra è abbastanza intelligente da saperlo.

Ma non mi serve saperlo per forza. Ho fiducia in due cose: Dio e processi di mercato. Per coloro che rifiutano entrambi, posso solo dire questo: i trend sono in atto. Se si considera affidabile lo stato affinché dia loro forma attraverso la conoscenza a disposizione delle commissioni, si dispone di una sola speranza: un po' di forte discontinuità.

Nel frattempo, la legge di Moore è in atto. . . nel presente. È la grande costante. . . nel presente. È il grande trend. . . nel presente.

Forse può essere rovesciata da una discontinuità inattesa. Non voglio pensare a quanto dovrebbe essere discontinuo tale evento. Nemmeno voi dovreste. Preferisco di gran lunga la legge dei rendimenti decrescenti.

Il trend è endogeno. Si è auto-generato nell'economia. L'economia di mercato è enorme. I partecipanti sono molti. La prossima innovazione è per sua natura imprevedibile. Chiunque poteva immaginarla. La riduzione dei prezzi può contribuire al suo sviluppo.

I trend precedenti hanno esaurito le risorse. La legge dei rendimenti decrescenti ha vinto. Ma la crescita economica è andata avanti. La creatività e la libertà hanno sostenuto il processo di crescita. Poche persone vogliono fermare tale processo. Molte persone non vogliono una crescita economica pari a zero.

La legge di Moore presenta un alto tasso di crescita mai eguagliato nella storia: 50 anni. Sembra permanente. Ma l'apparenza inganna.

Nessuno stato può fermare questo trend, a meno che non voglia scatenare una conflagrazione. E' un trend del libero mercato. Questo processo sembra condurre verso una forte discontinuità: qualcosa di nuovo sotto il sole. Sta diventando esponenziale.

Torniamo all'articolo di Kurzweil sulla legge dei rendimenti acceleranti. Torniamo di nuovo a questo articolo. Egli pensa che la grande discontinuità sarà quella che lui definisce la singolarità: una fusione tra uomo e macchina.

Fantascienza.

Bostrom teme una discontinuità: l'evoluzione delle macchine in divinità. Io no. Le macchine non saranno mai intelligenti. Riciclare i rifiuti attraverso gli algoritmi non equivale ad essere intelligenti. Non equivale ad un processo decisionale responsabile.

I programmi per computer sono digitali, non sono analogici. Non sono fatti a immagine dell'uomo, non più di quanto l'uomo sia fatto a immagine di una macchina. Il mondo non è un gigantesco orologio, e l'uomo non è un piccolo ingranaggio in esso. Gli ingranaggi non sono agenti responsabili. Né lo sono le macchine. Gli ingranaggi non compiono azioni propositive. Nemmeno le macchine. Gli ingranaggi non pianificano. Né lo fanno le macchine.

Per quei teologi -- perché questo è quello che sono -- che pensano che gli uomini siano ingranaggi di una macchina cosmica, la prossima singolarità non pianificata rappresenterà una nuova evoluzione. Ma chi la supervisionerà? L'umanità (nel senso di alcuni uomini) o le macchine? Si preoccupano di questo.

Io no. Ma sono preoccupato per una manciata di persone che può usare un po' di tecnologia in modo irresponsabile. Un qualche genio devastante può uscire dalla lampada.

Ecco il mio punto. Il problema è etico, non riguarda le cifre. Nessuna discontinuità cambierà questa cosa. . . a parte quella che pone il limite su ogni curva esponenziale: la scarsità insostituibile del tempo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Il Regno Unito è una “Nazione per consenso”? – II Parte

Von Mises Italia - Ven, 12/12/2014 - 08:00

III. Ripensare la Secessione

Innanzitutto, possiamo concludere che non tutti i confini di uno Stato sono giusti. Un obiettivo per i libertari dovrebbe essere trasformare gli attuali Stati-Nazione in entità nazionali i cui limiti potrebbero essere definiti giusti, nello stesso senso in cui lo sono i confini della proprietà privata; il che significa decomporre l’attuale Stato nazionale coercitivo in nazioni genuine o nazioni per consenso. Ad esempio, gli abitanti della Fredonia dell’Est dovrebbero poter ottenere una secessione volontaria dalla Fredonia per unirsi ai propri compagni in Ruritania. I liberali classici dovrebbero resistere all’impulso di dire che i confini nazionali “non fanno alcuna differenza”. È vero che – come sostengono da tempo – meno interventismo governativo ci sia nella Fredonia o in Ruritania, meno differenza farebbe la presenza o meno di un confine. Ma anche sotto uno Stato minimo, i confini nazionali implicherebbero comunque delle differenze, talvolta grandi per gli abitanti dell’area. Ad esempio, quale lingua – Ruritaniano, Fredoniano o entrambe? – verrebbe usata in quel territorio per i cartelli stradali, gli elenchi telefonici, gli atti giudiziari o le lezioni a scuola?

In breve: ogni gruppo, ogni nazionalità, dovrebbe avere il diritto di secessione da qualunque Stato nazionale e di poter unirsi a qualunque altro Stato nazionale che lo accetti. Questa semplice riforma porterebbe molto avanti il progetto delle nazioni per consenso. Gli scozzesi, se lo volessero, dovrebbero avere dagli inglesi la possibilità di lasciare il Regno Unito e diventare indipendenti, o anche di unirsi ad una Confederazione Gaelica qualora i costituenti lo desiderassero.

Uno delle reazioni comuni ad un mondo con più nazioni è la preoccupazione per la moltitudine di barriere commerciali che potrebbero essere erette. Ma, a parità di condizioni, più è grande il numero di nuove nazioni e più è limitata l’estensione di ciascuna, meglio è. Sarebbe molto più difficile, infatti, disseminare l’illusione dell’auto-sufficienza se lo slogan per convincere il pubblico fosse “Compra Nord Dakota” o addirittura “Compra 56sima strada”, piuttosto che l’attuale “Compra americano”. Ugualmente, con “abbasso il Sud Dakota” o, a maggior ragione, “abbasso la 55sima strada”, sarebbe più difficile diffondere paura o odio che rispetto a degli slogan contro il popolo giapponese. Allo stesso modo, le assurdità e le infelici conseguenze della moneta legale sarebbero molto più evidenti se ogni provincia o ogni quartiere stampasse la propria valuta. Un mondo più decentralizzato molto probabilmente utilizzerebbe beni tangibili, come l’oro o l’argento, per i propri soldi.

IV. Il Modello Anarco-Capitalista Puro

In questo saggio, rilancio il modello anarco-capitalista puro non tanto per difendere il modello in sé quanto per proporlo come guida per dirimere le controverse dispute attuali riguardo al concetto di nazionalità. Il modello puro prevede semplicemente come nessuna terra, nessun metro quadrato del mondo, dovrebbe rimanere “pubblico”; ogni metro quadro di terra, siano strade, piazze o quartieri, è privatizzato. La privatizzazione totale aiuterebbe a risolvere i problemi relativi alla nazionalità, spesso in modi sorprendenti, e suggerisco agli Stati esistenti, o agli Stati liberali classici, di cercare di integrare questo sistema anche fintanto che alcune zone rimangono all’interno della sfera governativa.

Confini Aperti, o il Problema del Campo dei Santi

Il tema dei confini aperti o della libera immigrazione è diventato un problema sempre più grande per i liberali classici. Ciò innanzitutto perché il welfare state aumenta i sussidi agli immigrati che entrano e ricevono assistenza permanente e, in secondo luogo, perché i confini culturali vengono sempre più sommersi. Ho cominciato a rivedere il mio punto di vista sull’immigrazione quando, ai tempi in cui crollò l’Unione Sovietica, divenne chiaro che gruppi etnici russi vennero incoraggiati ad allargarsi verso l’Estonia e la Lettonia con l’obiettivo di distruggere le cultura e le lingue di quei popoli. Prima, era facile rigettare l’irrealistico romanzo anti-immigrazione di Jean Raspail “Il Campo dei Santi”, in cui l’intera popolazione dell’India decide di spostarsi tramite piccole barche verso la Francia e i francesi – contagiati dall’ideologia liberale – non poterono trovare il consenso per prevenire la propria distruzione economica e culturale. Dato che i problemi culturali e quelli relativi al welfare state si sono intensificati, è oggi impossibile rifiutare a priori le preoccupazioni di Raspail.
Comunque, ripensando all’immigrazione sulla base del modello anarco-capitalista, mi è parso chiaro che un paese totalmente privatizzato non avrebbe affatto “confini aperti”. Se ogni lembo di terra in un paese fosse proprietà di un individuo, un gruppo, un’azienda, ciò significherebbe che nessun immigrato potrebbe entrarci senza che prima gli venga accordato l’ingresso e la possibilità di affittare o acquistare una proprietà. Un paese totalmente privatizzando sarebbe tanto “chiuso” quanto gli abitanti del luogo lo desiderino. Appare evidente, quindi, che il regime di “confini aperti”, che esiste de facto negli Stati Uniti, equivale ad un’apertura obbligata dallo Stato centrale, colui che possiede tutte le strade e gli spazi pubblici, e non riflette genuinamente i desideri dei proprietari.

Sotto una totale privatizzazione, molti conflitti locali e problemi di “esternalità” – non soltanto il problema dell’immigrazione – sarebbero efficacemente risolti. Se tutti i luoghi ed i quartieri appartenessero ad imprese private, aziende o comunità contrattuali, regnerebbe la vera diversità, in accordo con le preferenze di ciascuna comunità. Alcuni vicinati sarebbero etnicamente o economicamente diversi, mentre altri sarebbero etnicamente o economicamente omogenei. Alcune località permetterebbero la pornografia, la prostituzione, la droga o l’aborto, altri ne proibirebbero qualcuno o anche tutti quanti. Le proibizioni non sarebbero imposte dallo Stato ma sarebbero semplicemente i requisiti per risiedere o usare il territorio di proprietà di una persona o di una comunità. Da un lato, gli statisti che hanno il desiderio di imporre i loro valori a tutti gli altri rimarrebbero delusi; dall’altro, ogni gruppo o interesse avrebbe quantomeno la soddisfazione di vivere in un quartiere di persone che condividono i suoi stessi valori e le sue stesse preferenze. Se la proprietà dei quartieri non potrebbe comunque creare utopie o essere una panacea per tutti i conflitti, quantomeno fornirebbe la soluzione migliore possibile in cui la maggior parte delle persone potrebbero voler vivere.

Enclave ed Exclave

Un problema ovvio relativo alle secessioni delle nazionalità dagli stati centralizzati riguarda le aree miste, le cosiddette enclave ed exclave.
Aver decomposto il gonfio Stato nazionale della Jugoslavia nelle sue parti costituenti ha risolto molti conflitti fornendo indipendenza nazionale per sloveni, serbi e croati; ma per quanto riguarda la Bosnia, dove molte città e villaggi sono misti? Una soluzione è incoraggiare ancor più il fenomeno, attraverso una sempre maggiore decentralizzazione. Se, per esempio, la parte est di Sarajevo è serba e quella ovest è musulmana, allora potrebbero diventare parte delle rispettive nazioni.

Ma ciò porterebbe chiaramente in un grande numero di enclave, cioè parti di nazioni circondate da altre nazioni. Come si potrebbe risolvere ciò? Innanzitutto, il problema delle enclave/exclave esiste adesso. Uno dei conflitti più feroci esistenti, in cui gli Stati Uniti non si sono ancora intromessi perché non è stato ancora mostrato sulla CNN, è il problema del Nagorno-Karabakh, un’exclave armena completamente circondata e, quindi formalmente all’interno dell’Azerbaijan. Nagorno-Karabakh dovrebbe essere chiaramente parte dell’Armenia. Ma, dunque, come faranno gli armeni di Karabkh ad uscire dalla loro situazione, bloccati dagli azeri? E come possono evitare uno scontro militare per cercare di aprire un corridoio di terra verso l’Armenia?

Sotto una totale privatizzazione, questi problemi sparirebbero immediatamente. Oggigiorno, nessuno negli Stati Uniti compra un terreno senza accertarsi se il suo titolo sia pulito; allo stesso modo, in un mondo completamente privatizzato, i diritti di accesso sarebbero ovviamente una parte cruciale della proprietà della terra. In un mondo del genere, allora, i proprietari di Karabkh si assicurerebbero di aver comprato i diritti di accesso per un corridoio azero.
La decentralizzazione fornisce anche una soluzione praticabile per il semi-insolubile conflitto permanente nell’Irlanda del Nord. Quando gli inglesi divisero l’Irlanda nei primi anni ’20, concordarono una seconda, più supervisionata, divisione. Non misero mai in pratica questa promessa. Se gli inglesi permettessero davvero in Irlanda del Nord un dettagliato voto di secessione, distretto per distretto, la maggior parte dell’area – a maggioranza cattolica – probabilmente si unirebbe alla Repubblica: alcune contee come Tyrone e Fermanagh, il sud di Down e di Armagh, per fare alcuni esempi. I protestanti rimarrebbero probabilmente con Belfast, la contea di Antrim ed alcune altre aree al nord di Belfast. Il problema maggiore che rimarrebbe sarebbe la presenza dell’enclave cattolica all’interno della città di Belfast ma, di nuovo, un’aderenza al modello anarco-capitalista potrebbe essere conseguita permettendo l’acquisto di diritti d’accesso all’enclave.

Nell’attesa di una totale privatizzazione, è chiaro che il nostro modello potrebbe venir gradualmente implementato – e i conflitti minimizzati – permettendo le secessioni ed il controllo locale fino un micro-livello rionale e sviluppando diritti d’accesso per le enclave e le exclave. Negli Stati Uniti, per i libertari ed i liberali classici – e sicuramente per tante altre minoranze o gruppi dissidenti – nell’avvicinarsi a tale radicale decentralizzazione, sarebbe importante cominciare a far porre la maggior attenzione possibile sul dimenticato Decimo Emendamento e cercare di decomporre il ruolo ed il potere accentratore della Corte Suprema. Più che cercare di portare persone con una simile tendenza ideologica nella Corte Suprema, il suo potere dovrebbe essere limitato e minimizzato il più possibile, ed il suo ruolo spezzettato in diversi corpi giudiziari statali o addirittura locali.

La Cittadinanza ed i Diritti di Voto

Un problema esasperante attualmente ruota attorno a chi debba diventare cittadino di un determinato paese, dato che la cittadinanza conferisce anche i diritti al voto. Il modello Anglo-Americano, in cui ogni bambino nato sul territorio del paese diventa automaticamente cittadino, invita chiaramente i genitori in attesa ad usufruire del sussidio dell’immigrazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, un problema attuale riguarda gli immigrati illegali i cui bambini – se nati sul suolo americano – automaticamente diventano cittadini e dunque danno diritto a sé e ad i propri genitori ai sussidi assistenziali permanenti e all’assistenza sanitaria gratuita. Il sistema francese, in cui bisogna essere nati da chi è già in possesso della cittadinanza per ottenerla, è chiaramente ben più vicino all’idea di una nazione per consenso.

È altresì importante ripensare all’intero concetto ed alla funzione del voto. Dovrebbero aver tutti il “diritto” a votare? A Rose Wilder Lane, teorica libertaria americana di metà XX secolo, una volta fu chiesto se credesse nel suffragio femminile. “No” disse, “e sono contraria anche al suffragio maschile”. I lettoni e gli estoni hanno brillantemente affrontato il problema degli immigrati russi permettendo loro di rimanere residenti, ma senza garantirgli la cittadinanza e, quindi, il diritto al voto. Gli svizzeri accolgono temporaneamente lavoratori stranieri, ma scoraggiano severamente l’immigrazione permanente e, a maggior ragione, la cittadinanza ed il diritto di voto.

Per comprendere meglio, consideriamo ancora il modello anarco-capitalista. Come si svolgerebbe il voto in una società totalmente privatizzata? Non soltanto sarebbe diverso, ma ancor più importante, a chi interesserebbe davvero votare? Probabilmente, per un economista, la forma più soddisfacente di voto è quella che ha un’azienda, una società per azioni, in cui il voto è proporzionato alla quantità di azioni della società possedute da ciascuno. Ma ci sono anche, e ci sarebbero, una miriade di associazioni private di ogni sorta. Solitamente si suppone che le decisioni all’interno dei gruppi vengano prese sulla base di un voto per ciascun membro ma, generalmente, non è davvero così. Indubbiamente, i gruppi meglio gestiti e più gradevoli sono quelli mantenuti da una piccola oligarchia dei più abili e dei più interessati che si rinnova da sé, un sistema migliore sia per i membri ordinari senza diritto di voto sia per le élite. Se io fossi un normale membro di un club di scacchi, perché dovrei preoccuparmi di votare se fossi soddisfatto del modo in cui il club viene gestito? E se fossi interessato nel gestirne gli affari, probabilmente mi verrebbe chiesto di unirmi all’élite dalla stessa riconoscente oligarchia, la quale sarebbe sempre alla ricerca di membri energici. Infine, se non fossi felice della gestione, posso prontamente abbandonare il club ed unirmi ad un altro o, addirittura, formarne uno da me. Ciò, ovviamente, è una delle grandi virtù di una società libera e privatizzata, sia che consideriamo un club di scacchi sia una comunità locale unita da un contratto.

Chiaramente, più ci avviciniamo al modello puro e più aree ed ambiti della vita diventano privatizzate o micro-decentralizzate, meno importanza avrà il votare. Di certo, siamo molto lontani da questo obiettivo. Ma è importante cominciare ed in particolare cambiare la nostra cultura politica, che considera la “democrazia”, o il “diritto” di voto, come il bene politico supremo. In realtà, il processo di voto dovrebbe essere considerato irrilevante, di totale scarsa importanza e mai un “diritto”, tranne come possibile meccanismo che discende da un contratto consensuale. Nel mondo moderno, la democrazia o il voto sono importanti soltanto o per unirsi al governo, o per ratificare l’uso dello stesso nel controllare gli altri, o per usarlo come un modo per prevenire di essere controllati come individui o come gruppi. In ogni caso, votare è al massimo un inefficace strumento di auto-difesa, ed è molto meglio rimpiazzarlo spezzando interamente il potere centrale governativo.

Riassumendo, se procedessimo con la decomposizione e la decentralizzazione del moderno Stato-Nazione centralizzato e coercitivo, smantellandolo nelle sue nazionalità costituenti ed in localismi, ridurremmo contemporaneamente il raggio del potere governativo, la portata e l’importanza del voto e l’estensione del conflitto sociale. Gli ambiti del contratto privato e del consenso volontario sarebbero maggiori, ed il brutale e repressivo stato si dissolverebbe gradualmente in un ordine sociale armonioso e sempre più prospero.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Link alla prima parte

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Il complottismo non esiste

Luogocomune.net - Gio, 11/12/2014 - 20:44
“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone oppresse e amare quelle che opprimono.” - Malcom X.

Una interessante analisi del "complottismo" come viene costruito e veicolato dai media mainstream.



Il sito dell'autore, Mason Massy James, con il testo completo del video.

F. A. Hayek: Un breve ritratto

Freedonia - Gio, 11/12/2014 - 11:08




di Francesco Simoncelli


«La logica è legata a questa condizione: supporre che si diano casi identici, perché senza costanti l'uomo non può sopravvivere.» -- Friedrich Nietzsche


Oggi 11 dicembre ricorre il quarantesimo anniversario in cui F. A. Hayek ricevette il Premio Nobel per l'economia. Sebbene il suo iter teorico prese una strada diversa da quella tracciata da Mises, dal punto di vista socio-economico, egli rimane ancora uno dei più grandi contributori al pensiero Austriaco quando parliamo di ciclo economico e sistema dei prezzi. La sua conoscenza dell'economia lo portò a scalare ben presto le vette della materia, conducendo i suoi studi a lasciare un segno indelebile nella storia di tale materia. Non mancò neanche di risultare determinante in materie come la giurisprudenza e la psicologia. La figura di Hayek, infatti, si è prestata nel corso del tempo ad una mutazione perenne dettata dalla sua inclinazione alla ricerca e allo studio dell'essere umano in tutta la sua completezza. Non basterebbero dieci vite per presentare un lavoro omnicomprensivo dell'essere umano, ma l'economista viennese è riuscito a lasciare una sintesi più che adeguata attraverso la quale avere dei paletti di riferimento nel caso in cui dovessimo perdere di vista il nostro obiettivo: l'essere umano agente. Oggi io voglio cercare di presentare una "sintesi della sintesi", con tutta la modestia del caso; voglio proporvi una biografia esaustiva di quest'uomo e del suo pensiero per onorare la sua memoria e la grande conoscenza senza tempo che ci ha lasciato.

Nato a Vienna l'otto maggio del 1899, a diciotto anni entra nell'Università di Vienna dove riesce a conseguire una laurea in giurisprudenza nel 1921 e una in scienze politiche nel 1923. E' proprio in questo ambiente che inizia a sviluppare il suo interessamento per la teoria Austriaca, stimolato dapprima dal professor Friedrich Wieser e poi cementato da Ludwig von Mises. Ciò risulta evidente per molte idee che hanno costellato il pensiero di Hayek, soprattutto quelle relative al ciclo economico, all'inefficienza dei sistemi socialisti, alla nocività dell'interventismo statale e la metodologia di studio. Dopo un breve viaggio negli Stati Uniti, Hayek nel 1925 diventa presidente dell'Austrian Institute for Business Cycle Research. Sebbene in quel momento fosse ancora una piccola realtà, presto avrebbe guadagnato prestigio.



HAYEK SUL CICLO ECONOMICO

Ciò sarebbe accaduto con la pubblicazione del libro Prices and Production (1931), il quale non era altro che la raccolta di una serie di seminari che Hayek tenne all'inizio degli anni '30 a Londra presso la London School of Economics. Questo manoscritto divenne così influente che con esso crebbe vertiginosamente anche la fama dell'economista di Vienna. Ma la differenza vera la fa il libro Monetary Theory and the Trade Cycle (1933) in cui Hayek inaugura la sua sfida decennale contro Keynes sulla teoria economica, e non a caso il terreno di scontro è proprio la Grande Depressione. Nella sua opera Hayek descrive come un attivismo febbrile da parte della Federal Reserve negli anni '20 abbia portato all'accumulo di una serie tale di errori da culminare con quella che viene ricordata come una delle peggiori crisi della storia umana.

In quegli anni il mondo aveva accolto un nuovo tipo di gold standard, in cui l'oro era stato relegato a semplice comparsa nel panorama monetario, lasciando la scena a dollari e sterline. Tale organizzazione iniziò a sgretolarsi sotto il peso delle sue contraddizioni nel 1925, quando l'allora governatore della Banca d'Inghilterra, Montagu Norman, convinse il governatore della Federal Reserve di New York, Benjamin Strong, a sollecitare il governatore della Federal Reserve affinché inflazionasse l'offerta di moneta statunitense. Gli inglesi tentavano in questo modo di arrestare l'enorme deflusso di oro dal paese che lo stava mandando in bancarotta. Tornare alla parità aurea senza considerare l'espansionismo monetario della prima guerra mondiale fu un grave errore, ma ciò venne ignorato. Fu un errore che richiese un prezzo alto da pagare.

Infatti l'interventismo della FED non rimase senza conseguenze, perché all'aumentare dell'offerta monetaria aumentarono di riflesso le riserve bancarie. Di colpo il panorama economico si ritrovava per le mani una quantità di fondi mutuabili disponibili da sfruttare senza un risparmio reale a sostenerli. La struttura economica ne venne pesantemente influenzata, andando ad abbassare artificialmente i tassi di interesse e inducendo gli individui ad accendere una quantità spropositata di mutui. All'inizio del ciclo economico ciò che si percepisce è una presunta sensazione di stabilità, ed è quello che accadde anche durante la seconda metà degli anni '20: prima che il denaro di nuova creazione influenzasse l'economia più ampia c'era bisogno di tempo, perché la sua propagazione non avviene uniformemente e tutta in una volta. Avviene per gradi e in modo scomposto.

Nel frattempo quegli investimenti che con un tasso di mercato non manipolato non erano realizzabili, con un tasso di mercato manipolato diventano miracolosamente accessibili, inducendo gli individui a concentrare risorse umane e materiali nella loro realizzazione. Data la loro impossibile conclusione, tali progetti richiedono dosi crescenti di finanziamenti e con un crescente calo dei tassi di interesse la speranza di realizzarli resta viva. Essa si infrange contro il muro della realtà una volta che la banca centrale tira il freno a mano, ovvero, quando un aumento generalizzato dei prezzi costringe i banchieri centrali a smettere di manipolare il mercato per cercare di capire cosa stia succedendo. Nel biennio 1928-1929 si verificò proprio questo, con la Federal Reserve che smettendo di gonfiare l'offerta di moneta e di deviare ricchezza reale verso attività in bolla, innescò la liquidazione di queste ultime che culminò con il crash azionario dell'ottobre del 1929.

Hayek, nel suo libro, non aveva fatto altro che raffinare la teoria di Mises esposta nel 1912 e affermare che l'azzardo morale del settore bancario commerciale non era altro che una conseguenza della falsa lungimiranza dei banchieri centrali. Credendo di poter stabilizzare il mercato attraverso i loro interventi, avevano innescato un processo decisamente peggiore che avrebbe richiesto anni di dolore economico per essere pulito. Infatti la bancarotta delle attività in bolla, grazie al previo inattivismo della banca centrale, avrebbe consentito al mercato di eliminare tutti quegli investimenti in disaccordo con la volontà di mercato, di riaggiustare la struttura dei prezzi in modo da rispecchiare una realtà economica in sincronia con i desideri degli attori economici e di riallocare forza lavoro e risorse materiali verso quegli stadi della produzione più necessitanti di tali fattori di produzione.

Nonostante la chiarezza degli argomenti di Hayek e la prova storica della depressione del 1920, la propaganda statalista ebbe il sopravvento sfruttando il malcontento di tutte quelle persone che erano state risucchiate dalle attività in bolla e che non volevano veder ridimensionata la loro posizione. Ciò alimentò i sindacati. Ciò alimentò la burocrazia. Ciò alimentò la richiesta di ulteriori interventi nell'economia. E con Keynes che si erse ad alto dacerdote di queste "soluzioni", oscurò la figura dell'economista viennese nel 1936 quando pubblicò con la Macmillan la sua General Theory.

Qui Hayek commise un errore: non rispose direttamente con una confutazione dettagliata. Questa sarebbe arrivata circa 25 anni dopo con Henry Hazlitt, ma ormai era tropo tardi. Il keynesismo era ormai divenuto predominante. Hayek si limitò a tradurre una serie di articoli e saggi di Mises che cercavano di indirizzarsi al problema, ma il pubblico non recepì il messaggio. Il libro Collectivist Economic Planning venne ignorato poiché strategicamente e intellettualmente inadatto ad indebolire la nuova macroeconomia spacciata da Keynes.

L'influenza di Hayek andò via via scemando nel mondo accademico e nella mente della popolazione in generale, e così anche la teoria Austriaca. Questo trend si invertì nel 1948, quando Hayek iniziò lentamente a spostarsi da temi strettamente economici a quelli più socio-economici e filosofici.



HAYEK SULL'IMPORTANZA DELLA CONOSCENZA DECENTRATA

Quello fu l'anno di Individualism and Economic Order (1948). In questo fantastico libro apprendiamo come l'economista viennese si stesse chiedendo come l'agire umano influenzasse l'ambiente circostante, e come quest'ultimo influenzasse l'attore economico. Studiare le vie dell'azione umana lo portarono a sondare il meccanismo di coordinamento che intercorre tra le varie azioni degli individui: il sistema dei prezzi. Questo, infatti, rappresenta una sorta di smistatore di tutte le informazioni presenti sul mercato, la cui decentrazione e soggettività impedisce ad un qualsiasi ente centrale di poterne usufruire a piacimento senza ripercussione alcuna. Ogni individuo è possessore di conoscenze esclusive che gli permettono di decifrare la mole di informazioni che ogni giorno percorrono il mercato. La specializzazione in questo compito permette ai vari individui di avere successo economicamente e, soprattutto, è quella che permette alla divisione del lavoro di assegnare compiti specifici ad individui specifici secondo le loro abilità.

Tali concetti vengono rafforzati nel capolavoro The Use of Knowledge in Society (1945) in cui Hayek prosegue con la sua analisi dell'azione umana e porta ad un livello superiore le basi gettate in precedenza. Qui apprendiamo che nella società esistono, principalmente, tre tipi di conoscenza. Una è la conoscenza scientifica, quella che si può acquisire attraverso uno studio particolareggiato di determinate materie. Questo tipo di conoscenza viene acquisita da coloro che, ad esempio, frequentano le università o il sistema scolastico più in generale; ovvero, coloro che rinunciando a parte del loro tempo lo impiegano per approfondire schematicamente il loro sapere riguardo un campo di studio specifico. In secondo luogo c'è la conoscenza delle circostanze particolari, quella che si ritrova nelle cosiddette esperienze di vita.

Credo che ognuno di noi abbia sperimentato nella propria vita un momento in cui, nonostante tutte le sue conoscenze accumulate durante gli anni di studi, si sia ritrovato ad andare nel panico poco prima di applicarle. O, per fare un altro esempio, immaginate uno speaker ad una conferenza. Immaginate che sia la sua prima volta. Nonostante tutto il sapere che può aver accumulato nella sua carriera, ritrovarsi in quella situazione nuova per lui lo potrebbe indurre a commettere errori a causa dell'ansia o della titubanza davanti ad un pubblico che pende dalle sue labbra. Sebbene avesse provato giorni addietro esercitandosi davanti ad uno specchio, l'impatto con la realtà si potrebbe dimostrare diverso da quello che si era prefigurato in mente. Può pur sempre chiedere aiuto o consiglio a chi ha già affrontato esperienze simili, provando di conseguenza a cercare di acquisire una dose di sicurezza maggiore in vista del suo turno, ma ciò non toglie che qualsiasi cosa abbia studiato in precedenza non riuscirà a prepararlo adeguatamente per quel primo impatto. Solo una esperienza continua di discorsi pubblici lo farà diventare esperto, e soprattutto lo forgerà per affrontare tutti quegli imprevisti che possono spuntare nei momenti meno opportuni. Lo stesso vale per un qualsiasi altro lavoro in cui eventi eccezionali possono destabilizzare la capacità conoscitiva del capo di un'azienda, il cui successo dipenderà ovviamente da come supererà tali eventi.

Infine abbiamo la cosiddetta conoscenza tattica. Questa classificazione è pittoresca perché con essa si intende tutte quelle persone capaci di svolgere un compito ma che non saprebbero esprimerlo a parole, ovvero, non saprebbero comunicare verbalmente ad un altro individui la loro conoscenza. Immaginate ad esempio una madre e un padre che si ritrovano a crescere un figlio. Sicuramente cercheranno di ottenere consigli da altri genitori che hanno già passato l'esperienza. La maggior parte di loro non saprà spiegare compiutamente e dettagliatamente come performare questo compito. Ci si limiterà ad enunciare un paio di frasi di rito e qualche incoraggiamento, lasciando l'arduo compito alla coppia di neo-genitori. Non sapranno spiegarlo, ma ci sono riusciti lo stesso a crescere in modo sano (si spera) i loro figli. Ciò vale, ovviamente, per qualsiasi altro lavoro. Dal punto di vista imprenditoriale ciò lo si nota nella prontezza dei riflessi da parte degli imprenditori nel vagliare il mercato e scoprire quelle opportunità che potrebbero fare al caso loro, e, sfruttandole, staccare un profitto e soddisfare i desideri dei consumatori.

Così come Hayek raffinò la posizione di Mises, oggi Israel Kirzner sta raffinando la posizione di Hayek in questo campo. La realtà di tutti giorni, quindi, suggerisce che l’informazione non è mai un asset completamente pubblico, e ognuno di noi è depositario esclusivo di qualche rilevante frammento di informazione. L’informazione è asimmetrica. Se l’informazione fosse distribuita perfettamente tra tutte le parti, invece, non ci sarebbe alcun incentivo a scambiare, perché tutti sarebbero dotati delle stesse preferenze. Lo scambio economico è anche uno scambio di informazioni. Se non fossimo dotati di informazioni differenti sulle varie opzioni che derivano dalle scelte, non esisterebbe scambio.

Ma il discorso di accettazione del Nobel segna la rinascita di Hayek e The Pretense of Knowledge segna una pietra miliare nella storia dell'economia Austriaca. In quel memorabile pezzo di antologia, l'economista viennese ci descrive come le forze di mercato saranno sempre superiori a qualsiasi pianificazione centrale diretta da un qualche essere umano illuminato o manciata di essere umani presumibilmente onniscienti, la quantità sconfinata di informazioni presenti nel mercato assicura un sempiterno fallimento di coloro che hanno l'ardire di intraprendere un simile percorso. I pianificatori centrali, infatti, non comprendono come la natura dell'informazione non sia solo quantitativa, ma anche qualitativa. Quindi loro potranno raccogliere tutte le informazioni che desiderano, ma non avranno mai gli strumenti per decifrarla con successo e per loro tornaconto. Non potranno avere mai le capacità e le conoscenze di un imprenditore che è in grado di anticipare i movimenti del mercato, perché mentre l'imprenditore segue la corrente del mercato per trarne profitto i pianificatori centrali vogliono controllare e direzionare la corrente del mercato per trarne profitto. Se immaginiamo il mercato come un fiume, l'imprenditore ci naviga; il pianificatore centrale vuole costruire una diga invece, peccato, però, che non abbia le competenze e la diga finirà per crollare.

Scrisse Hayek:

La complessità organizzata indica questo: il carattere delle strutture che la espongono dipende non solo dalle proprietà dei diversi elementi di cui sono composte e dalla frequenza relativa con cui si presentano, ma anche dal modo in cui i diversi elementi sono collegati tra loro. Nella spiegazione del funzionamento di tali strutture non possiamo, per questo motivo, sostituire le informazioni sui diversi elementi con informazioni statistiche, ma necessitiamo delle informazioni complete su ogni elemento se dalla nostra teoria dobbiamo dedurre previsioni specifiche su eventi separati. Senza tali informazioni specifiche sui diversi elementi saremmo limitati a ciò che, in un’altra occasione, ho chiamato “semplici previsioni della struttura” – previsioni di alcuni degli attributi generali delle strutture che si formeranno, non contenenti specifiche dichiarazioni circa i diversi elementi di cui le strutture si comporranno.

Ciò è particolarmente vero per le nostre teorie che spiegano la determinazione dei sistemi dei prezzi e degli stipendi relativi che si formeranno in un mercato funzionante. Nella determinazione di questi prezzi e stipendi entreranno gli effetti di informazioni particolari possedute da ciascuno dei partecipanti nel processo di mercato – una somma di fatti che, nella loro totalità, non possono essere noti all’osservatore scientifico o a qualunque altra mente individuale. È, in effetti, la fonte della superiorità dell’ordine del mercato e la ragione per cui, quando non è soppresso dai poteri pubblici, rimuove regolarmente altri tipi di ordine, il fatto che nella risultante allocazione delle risorse sarà utilizzata una conoscenza particolare, la quale esiste soltanto dispersa fra innumerevoli persone, più grande di quella che una sola persona può possedere. Ma poiché noi, gli scienziati che osservano, non potremo mai conoscere tutti i fattori determinanti di un tale ordine e di, conseguenza, nemmeno potremo sapere a quale particolare struttura di prezzi e stipendi la domanda eguaglierebbe ovunque l’offerta, allo stesso modo non potremo misurare le deviazioni da quell’ordine; né possiamo verificare statisticamente la nostra teoria, secondo la quale sarebbero le deviazioni da quel sistema di “equilibrio” di prezzi e stipendi a rendere impossibile vendere certi prodotti e servizi ai prezzi a cui sono offerti. [...]

Il conflitto fra ciò che il pubblico nel suo umore attuale si aspetta dalla scienza, al fine di soddisfare speranze popolari e ciò che è realmente in suo potere fare, è una questione seria perché, anche se i veri scienziati riconoscessero tutti le limitazioni nel campo degli affari umani, finché il pubblico si aspetterà di più, ci sarà sempre chi fingerà, e forse onestamente crederà, di poter fare di più, di quanto sia realmente in suo potere, per rispondere alle esigenze stesse. È spesso abbastanza difficile per l’esperto, e certamente in molti casi impossibile per il profano, distinguere fra pretese legittime ed illegittime avanzate nel nome della scienza. L’enorme pubblicità, recentemente fatta dai media a un rapporto “scientifico” circa I limiti alla crescita e il silenzio degli stessi media sulla critica devastante che questo rapporto ha ricevuto dagli esperti competenti, deve renderci, in qualche modo, prudenti riguardo l’uso che può esser fatto del prestigio della scienza. Non solo nel campo dell’economia sono stati lanciati proclami esagerati, in nome di una direzione più scientifica di tutte le attività umane e dell’opportunità di sostituire processi spontanei con il “controllo umano cosciente”. Se non sbaglio, la psicologia, la psichiatria e alcuni rami della sociologia, per non parlare della cosiddetta filosofia della storia, sono ancor più influenzate da ciò che ho definito pregiudizio scientistico e dai proclami speciosi su ciò che la scienza può realizzare.

Se dobbiamo salvaguardare la reputazione della scienza e impedire l’arrogarsi di conoscenza basata su una somiglianza superficiale della procedura con quella delle scienze fisiche, un grande sforzo dovrà essere orientato verso la confutazione di tali pretese, alcune delle quali sono ormai diventate interessi acquisiti di sezioni di università riconosciute. Non possiamo essere abbastanza riconoscenti a moderni filosofi della scienza come sir Karl Popper, il quale ci ha consegnato un test con cui possiamo distinguere fra cosa possiamo accettare come “scientifico” e cosa no – un test che, sono sicuro, alcune dottrine ora ampiamente accettate come “scientifiche” non passerebbero. Ci sono alcuni particolari problemi, tuttavia, in relazione a quei fenomeni essenzialmente complessi di cui le strutture sociali rappresentano un caso così importante, che mi fanno desiderare di riaffermare, in conclusione ed in termini più generici, le ragioni per le quali in questi campi non soltanto ci sono ostacoli assoluti per la previsione di eventi specifici, ma perché comportarsi come se possedessimo una conoscenza scientifica tale da permetterci di oltrepassarli può in sé diventare un serio ostacolo al progresso dell’intelletto umano.
Avere preso consapevolezza di come il sistema dei prezzi strutturasse la società aiutando gli individui a districarsi nel panorama economico, permise ad Hayek di estendere i suoi studi ad altre materie, come la giurisprudenza e la psicologia. Ma il libro che io ho più apprezzato è stato The Fatal Conceit (1988). A ottantotto anni suonati ancora era capace di padroneggiare le facoltà mentali ed estrapolare da essi pezzi di letteratura che sarebbero rimasti nella storia. Era inarrestabile. In quest'ultima sua fatica, egli continua a limare le idee che hanno caratterizzato il suo percorso accademico ma lo fa osservando come la libertà non è altro che il destino ultimo dell'umanità. E' come se portasse ad un livello superiore il concetto di "mano invisibile" di Smith descrivendo come il ruolo coordinativo del sistema dei prezzi conduce la società verso un "ordine spontaneo". E' un'utopia? Forse no. Pensate a quando comunicate. Pensate alla lingua che parlate. L'ha pianificata qualcuno a tavolino? No, è l'unione di una serie di convenzioni a cui gli individui hanno dato ampiamente un significato e su cui concordano utile l'utilizzo.

Lo stesso vale per la società. Sebbene un piccolo nucleo di persone può, in qualche modo, essere controllato dato il numero esiguo di partecipanti, l'ingrandimento di questo numero impone la prerogativa di un sistema decentrato di informazioni affinché l'ambiente economico possa rimanere prospero. L'unica mente, che può conoscere tutti gli individui di una ristretta cerchia di persone, fallisce nel suo intento pianificatore quando questo numero si allarga e la divisione del lavoro richiede anch'essa un ampliamento. Saranno le azioni individuali a generare organizzazione, e non un progetto partorito da una qualsiasi mente umana. Quest'ultima, infatti, tenderebbe a distorcere a suo favore il sistema dei prezzi conducendo la società lungo la via verso la schiavitù. Secondo Hayek, e come scrisse anche in The Road to Serfdom (1944), l'unico modo per prevenire una situazione del genere è quello di affidarsi ad un Rule of Law.[1] Detto in altro modo, le società libere secondo l'ottica di Hayek potrebbero esistere solo se il relativo governo è limitato dal Rule of Law.



UNA SPLENDIDA CARRIERA, SEPPUR CON QUALCHE MACCHIA

Il prestigio della carriera di Hayek non deriva affatto dal Nobel, bensì da quello che la sua mente ha partorito e quello che il suo pugno ha inciso sulla carta. Ma anche Hayek ha commesso alcuni errori durante il suo cammino accademico. Essi sono lampanti nel libro The Constitution of Liberty del 1960. Per la precisione nel Capitolo XVI. Leggiamo alcuni stralci:

Vi è poi la questione importante della sicurezza, una protezione contro i rischi comuni a tutti, dove il governo può spesso o ridurre tali rischi o assistere le persone. Qui, tuttavia, dev'essere tracciata un'importante distinzione tra due concezioni di sicurezza: una sicurezza limitata può essere obiettivo raggiungibile (e cioè nessun privilegio), al contrario di una sicurezza assoluta che invece in una società libera non può essere affatto raggiunta. La sicurezza limitata entra in gioco solo contro gravi privazioni fisiche, un minimo di sussistenza per tutti; la garanzia di un determinato livello di vita, che è determinato confrontando lo standard goduto da una persona o un gruppo con quello di altri. La distinzione, allora, è tra la sicurezza di un reddito minimo uguale per tutti e la sicurezza di un reddito particolare che una persona si pensa debba meritare. [...]

Quella che noi oggi conosciamo come assistenza pubblica, che viene fornita da tutti i Paesi, non è altro che la vecchia legge per i poveri adattata alle condizioni moderne. La necessità di tale disposizione in una società industriale è indiscussa -- anche se fosse solo nell'interesse di coloro bisognosi che necessitano di una protezione contro la disperazione. Probabilmente è inevitabile che questo sollievo non debba limitarsi a coloro che non sono stati in grado di sopperire alle proprie esigenze (i "poveri meritevoli", come si suole chiamarli), ma l'ammontare non dovrebbe essere più di quanto sia assolutamente necessario per mantenerli in vita e in salute. Dobbiamo anche aspettarci che la disponibilità di questa assistenza indurrà alcuni a trascurare il fatto che tale disposizione è solo contro le emergenze. [...]

Una volta che diventa dovere del pubblico provvedere ai bisogni estremi della vecchiaia, della disoccupazione, della malattia, ecc., a prescindere dal fatto che le persone abbiano potuto e dovuto provvedere a loro stesse, e in particolare una volta che la salute è garantita in misura tale da ridurre gli sforzi degli individui, sembra un ovvio corollario costringerlo a fornire protezione contro quei rischi comuni della vita. [...]

Infine, una volta che lo stato richiede a tutti di prendere disposizioni del genere che solo alcuni avevano preso prima, ne deriva un ragionevole corollorario secondo cui lo stato dovrebbe contribuire allo sviluppo di istituzioni appropriate. [...]

Fino a questo punto la giustificazione per l'intero apparato della "Previdenza Sociale" può essere accettata dai difensori della libertà più coerenti.
Sebbene Hayek ci abbia avvertito per quasi tutta la sua vita dei pericoli che incombono sulla strada verso la libertà, in questo capitolo egli pare prevedere una deviazione. Lascia spazio di manovra allo stato. Secondo questo modo di ragionare è possibile imporre paletti ad un apparato famelico come lo stato. "Qui e non oltre", si dice. Ogni volta questo limite viene scavalcato, e ogni volta la formula rimane la stessa: "Qui e non oltre." Abbiamo visto questo balletto per il tetto al debito federale statunitense. Aprire uno spiraglio di legittimità alla Previdenza Sociale significa aprire uno spiraglio di legittimità alle azioni dello stato. E' sempre stato così. Quando pensate allo stato e pensate di dovergli concedere qualcosa, ricordate questa formula: "Se gli dai un dito, si prederà il braccio." Attraverso lo specchietto per le allodole rappresentato dal welfare state, lo stato continua a finanziarsi e ad espandersi. E questo è un trend che nel futuro non potrà cambiare. Qualunque inversione volontaria dello stato porterà a questo risultato: default ordinato. Non accadrà mai. I costi verranno espansi. La burocrazia ad essi annessa verrà espansa. La libertà ne risentirà drammaticamente. Infine, ci sarà un default disordinato perché a questo condurranno i piani assistenziali nel lungo termine: rappresentano delle doline economiche che risucchiano risorse materiali e umane.

Ronald Hamowy espone queste criticità nel pensiero di Hayek nel seguente articolo: http://oll.libertyfund.org/pages/hamowy-s-critique-of-hayek-s-concept-of-freedom

Se Hayek era disposto ad accettare quanto scritto in quel capitolo del suo libro del 1960, allora abbiamo di fronte due persone diverse: prima e dopo il 1960. Questo non accadde con Mises o Rothbard, i quali avevano una visione chiara di cosa fosse la libertà. Non persero mai di vista il loro obiettivo. Mises fornì gli strumenti epistemologici in Theory and History (1957). Rothbard li rafforzò in Man, Economy and State (1962). Hayek li smarrì. Sebbene diede prova di averne in argomenti come il calcolo economico, la conoscenza decentrata, il sistema dei prezzi, sembrò deficitarne quando parlò dei programmi di assistenza medica e pensionistica e, più in generale, dello stato sociale. Se una persona non riesce a classificare questi programmi come una minaccia alla libertà, allora manca di quell'intuizione che connette i principi generali ai casi specifici.



CONCLUSIONE

Friedrich Hayek è stato un economista che, con tutti i suoi pregi e difetti, ha segnato gran parte del pensiero Austriaco moderno. I suoi studi ci hanno permesso di migliorare la nostra conoscenza dei mercati e, soprattutto, di migliorare la conoscenza di noi stessi. Sebbene si possa imputare una sorta di alone mistico intorno all'apparato statale e a coloro che lo gestiscono, non sono nient'altro che uomini comuni come me e voi. Si limitano ad entrare nelle vite delle persone e a privarle di risorse e libertà. I burocrati dietro una scrivania non sono affatto la fonte dell'ordine sociale. Sono il disordine sociale. E' oggi che stiamo vivendo il caos, è l'apparato statale che sovverte la libertà la vera fonte di caos sociale. Accentrare i poteri per "controllare meglio e fare il bene della società" è una presunzione di conoscenza. Ciò di cui ha bisogno la società per prosperare è decentramento. Ciò di cui ha bisogno la società per ottenere ordine sociale è decentramento.

Presumere che un'entità centrale possa risolvere tutti i nostri problemi è sciocco e assurdo. Solo ognuno di noi è in grado di risolverli "con prontezza" e "nell'immediato". Perché, come ricorda Hayek, il vero nemico della pianificazione centrale è il tempo. Lo scorrere del tempo porta a dei cambiamenti e tali cambiamenti portano tutta una serie di nuove informazioni. Anche se fosse possibile acquisire un'istantanea del mondo con tutte le informazioni concernenti, un attimo dopo sarebbe già storia vecchia e sorpassata. Le informazioni in questione, infatti, sarebbero scadute e inutilizzabili.

Ed è proprio questo il cuore del problema della conoscenza e delle informazioni: non si tratta solo dell'economia, si tratta delle nostre vite. Pianificare l'economia significa invadere la nostra sfera individuale e decidere per noi. Tale invasione viene ridotta con uno stato minimo, ma è pur sempre presente e pronta a ritornare qualora l'onniscienza dei pianificatori centrali prendesse di nuovo vigore nelle menti intorbidite della popolazione. Ci sono le nostre vite in gioco. La possibilità di abbattere il leviatano è concreta, ma deve essere chiaro qual è la strada da seguire. Mises e Rothbard l'hanno seguita fino in fondo; Hayek l'ha smarrita alla fine della sua carriera.


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Note

[1] Rule of Law significa che tutte le iniziative del governo devono passare al vaglio di un set fisso di regole e leggi, le quali vengono decise prima della sua formazione e non possono essere cambiate arbitrariamente. Essendo stabilite in questo modo, si sa in anticipo a cosa condurranno certe azioni e, soprattutto, a quali sanzioni.

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