Il dibattito quantistico su Bitcoin sta riemergendo e i mercati iniziano a notarlo
Questa notizia, secondo cui Fannie Mae e Freddie Mac accettano come garanzia Bitcoin per i mutui immobiliari, è fondamentale, di gran lunga più importante sugli ETF su Bitcoin. Inutile ricordare che si tratta di un tassello critico nella ricapitalizzazione della classe media americana, dato che in questo modo un asset in precedenza considerato “inerte” può essere usato come flusso di cassa personale e fornire una garanzia a supporto della propria produttività. In precedenza una “speranza” di prosperità in un futuro indeterminato, adesso una garanzia di valore effettiva alla base delle proprie possibilità di imprenditorialità. In questo modo i mutui trentennali a tasso fisso tornano a essere un volano per alleggerire il fardello finanziario sulla classe media, la quale può godere da un lato di un ambiente in cui i tassi di riferimento sono gestiti internamente col SOFR (niente più cicli quinquennali di crisi che alteravano “precisamente” il passaggio dei mutui al tasso variabile) e dall'altro dell'uso di un asset che in precedenza a livello ufficiale era “inutile”. Ora la classe media può usare Bitcoin come garanzia attiva senza dover porre in prima linea la propria casa e avere una sicurezza in più nella gestione delle proprie finanze, e altresì usare la stabilità di questo nuovo assetto per dedicarsi alle proprie attività produttive, potenziandole. In questo modo può ripagare con più agilità i propri debiti. Ma qui viene il bello: grazie alle stablecoin, in particolare a Tether, questo modello di business può essere esportato a livello internazionale. Un circolo virtuoso per il bilancio statunitense, visto che i capitali volano sempre dove vengono trattati meglio, e l'emersione di un'organizzazione economica fondata su principi più sani grazie a Bitcoin.
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da Coindesk
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-dibattito-quantistico-su-bitcoin)
L'informatica quantistica e la minaccia che essa rappresenta per le blockchain crittografate sono tornate a circolare nelle discussioni online su Bitcoin, sollevando preoccupazioni sul fatto che costituiscano un rischio a lungo termine di cui investitori e sviluppatori faticano ancora a parlare con un linguaggio semplice.
L'ultima riaccensione del dibattito è seguita ai commenti di importanti sviluppatori nell'ecosistema Bitcoin che hanno respinto le affermazioni secondo cui i computer quantistici rappresenterebbero un rischio reale per la sua rete nel prossimo futuro. La loro posizione è semplice: macchine in grado di violare la crittografia di Bitcoin non esistono oggi ed è improbabile che esisteranno per decenni.
Adam Back, cofondatore di Blockstream, società che si occupa di infrastrutture Bitcoin, ha descritto il rischio come inesistente nel breve termine, definendo l'informatica quantistica “in una fase ancora troppo embrionale” e piena di problemi di ricerca irrisolti. Anche nello scenario peggiore, ha sostenuto Back, la struttura di Bitcoin non permetterebbe il furto istantaneo di coin attraverso la rete.
i think the risks are short term NIL. this whole thing is decades away, it's ridiculously early and they have massive R&D issues in every vector of the required applied physics research to even find out if it's possible at useful scale. but it's ok to be "quantum ready" and
— Adam Back (@adam3us) December 18, 2025La valutazione di Back è ampiamente condivisa anche da altri sviluppatori. I critici, tuttavia, affermano che il problema non è la tempistica, bensì la mancanza di una preparazione visibile.
Bitcoin si basa sulla crittografia a curve ellittiche per proteggere i wallet e autorizzare le transazioni. Come spiegato in precedenza da CoinDesk, computer quantistici sufficientemente avanzati, in grado di eseguire l'algoritmo di Shor (un algoritmo quantistico utilizzato per trovare i fattori primi di numeri grandi), potrebbero ricavare le chiavi private dalle chiavi pubbliche esposte, mettendo a rischio una parte delle coin esistenti.
La rete non crollerebbe da un giorno all'altro, ma i fondi custoditi in indirizzi obsoleti, inclusi gli 1,1 milioni di bitcoin di Satoshi Nakamoto, rimasti intatti sin dal 2010, potrebbero diventare vulnerabili agli attacchi di malintenzionati.
Per ora, questa minaccia rimane teorica. Ciononostante governi e grandi aziende si stanno già comportando come se la rivoluzione quantistica fosse inevitabile. Gli Stati Uniti hanno delineato piani per abbandonare gradualmente la crittografia classica entro la metà della decade del 2030, mentre aziende come Cloudflare e Apple hanno iniziato a implementare sistemi resistenti ai computer quantistici.
Bitcoin, al contrario, non ha ancora concordato un piano di transizione concreto ed è proprio in questa lacuna che si sta insinuando il malcontento del mercato.
Nic Carter, socio di Castle Island Ventures, ha dichiarato su X che la discrepanza tra sviluppatori e investitori sta diventando difficile da ignorare. Secondo lui il capitale è meno interessato a sapere se gli attacchi quantistici arriveranno tra cinque o quindici anni, ed è più concentrato sulla credibilità del futuro di Bitcoin qualora gli standard crittografici dovessero cambiare.
The discrepancy between capital and developers on this issue is massive. Capital is concerned and looking for a solution. Devs are mainly in complete denial. Inability to even acknowledge quantum risk is already weighing on the price.
— nic carter (@nic_carter) December 18, 2025Piani per contrattaccare
Gli sviluppatori ribattono che Bitcoin può adattarsi ben prima che si manifesti un pericolo reale. Esistono proposte per migrare gli utenti verso formati di indirizzo resistenti ai computer quantistici e, in casi estremi, per limitare le spese dai wallet tradizionali. Tutto ciò sarebbe preventivo, non reattivo.
Uno di questi piani è il Bitcoin Improvement Proposal (BIP)-360, il quale introduce un nuovo tipo di indirizzo Bitcoin progettato per utilizzare la crittografia resistente ai computer quantistici.
Offre agli utenti un modo per trasferire le proprie crittovalute in wallet che si basano su diversi algoritmi matematici, ritenuti molto più resistenti agli attacchi dei computer quantistici.
BIP360 delinea tre nuovi metodi di firma, ognuno dei quali offre diversi livelli di protezione, in modo che la rete possa passare gradualmente al nuovo formato anziché imporre un aggiornamento improvviso. Nulla cambierebbe automaticamente. Gli utenti aderirebbero nel tempo trasferendo i fondi al nuovo formato di indirizzo.
A plan to Quantum proof Bitcoin. This is who YOU need to harass!
First up Bitcoin core devs. It's time to get vocal on this and target the coders.
We must finalize, test and deploy BIP-360 in 2026. pic.twitter.com/pQrpaxHCMT
I sostenitori di BIP360 sostengono che la proposta non riguardi tanto la previsione dell'arrivo dei computer quantistici, quanto piuttosto la preparazione. Il passaggio di Bitcoin a un nuovo standard crittografico potrebbe richiedere anni, con aggiornamenti software, modifiche infrastrutturali e coordinamento degli utenti.
Secondo loro, iniziare per tempo riduce il rischio di essere costretti a prendere decisioni affrettate in seguito.
Tuttavia la governance conservativa di Bitcoin diventa un attrito quando si tratta di affrontare minacce a lungo termine che richiedono un consenso precoce.
Attualmente l'informatica quantistica non rappresenta una minaccia esistenziale per Bitcoin e nessuna previsione credibile suggerisce il contrario.
Tuttavia, man mano che il capitale diventa più istituzionalizzato e a lungo termine, anche i rischi più lontani richiedono risposte più chiare.
Finché sviluppatori e investitori non convergeranno su un quadro di riferimento condiviso, la questione quantistica continuerà a persistere, non come motivo di panico, ma come un attrito silenzioso che pesa sul clima generale.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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UE e Australia siglano un accordo commerciale tra le preoccupazioni relative alle risorse strategiche
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-australia-siglano-un-accordo)
Sono trascorsi ben otto anni prima che l'Unione Europea e l'Australia riuscissero a raggiungere un accordo commerciale congiunto. L'accordo presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal primo ministro australiano, Anthony Albanese, a Canberra rappresenta una riduzione di vasta portata delle tariffe dirette nel medio termine.
Oltre il 90% delle merci potrà circolare liberamente tra i due continenti, ovviamente sempre nel rispetto delle norme comuni di armonizzazione e, soprattutto, delle regole europee in materia di protezione del clima. Questo aspetto deve essere preso in considerazione in ogni cosiddetto accordo di libero scambio. Le normative non scompaiono per le imprese. Nel caso degli accordi con l'UE, esse si estendono in larga misura anche ai partner commerciali.
In ogni accordo commerciale di cui l'Unione Europea è firmataria, Bruxelles cerca di integrare un massiccio protezionismo climatico nel commercio globale. In un certo senso, una sorta di colonialismo climatico postmoderno. Questo è il concetto di libero scambio così come viene praticato dagli europei.
Secondo i partecipanti, l'accordo che sta per essere firmato dovrebbe aumentare le esportazioni dell'UE verso l'Australia fino a un terzo e incrementare gli investimenti delle aziende europee in Australia fino all'ottanta percento. La direzione strategica è chiara: l'UE sta cercando di liberarsi dalla morsa cinese nel settore cruciale delle materie prime, come le terre rare. E l'Australia ha, nell'effettivo, un ricco catalogo di risorse da offrire.
Gli accordi commerciali come quello con l'Australia seguono una strategia ben precisa. Da un lato sembra crescere la consapevolezza dei problemi di approvvigionamento causati dalla guerra contro l'Iran; dall'altro l'industria europea si sta impegnando per aprire nuovi mercati di vendita e rafforzare la posizione competitiva delle aziende che hanno subito forti pressioni nel cuore industriale della Germania, soprattutto durante la crisi energetica.
È evidente che Bruxelles è pronta a coniugare i progressi nel settore manifatturiero con una corrispondente riduzione delle norme protezionistiche in agricoltura. Ciò crea potenziali conflitti, come si è visto nelle scorse settimane con l'accordo Mercosur tra l'UE e i Paesi sudamericani Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile.
L'accordo, che segue uno spirito simile a quello con l'Australia, dovrebbe entrare in vigore provvisoriamente a maggio. Ciò avviene nonostante importanti attori politici come Francia e Italia abbiano già annunciato una forte opposizione al patto, il quale metterà gli agricoltori europei – e quindi l'agricoltura europea – sotto una forte pressione competitiva, poiché il Sud America segue un quadro normativo molto diverso da quello dell'UE.
Nel caso dell'accordo australiano, su questo fronte la situazione è rimasta sostanzialmente tranquilla; il mercato australiano è troppo piccolo affinché i volumi potenzialmente importati di carne bovina, che saranno spediti in Europa tramite quote, possano destare particolari preoccupazioni.
Dal punto di vista dell'economia tedesca, l'accordo commerciale con l'Australia può essere approssimativamente riassunto come segue: mentre i settori in crisi dell'industria automobilistica, meccanica e chimica beneficeranno di una drastica riduzione delle tariffe di importazione australiane, l'UE otterrà l'accesso alle terre rare, al cobalto e al litio estratti in Australia e dovrà accettare che la produzione di carne bovina raggiungerà sempre più il mercato europeo.
In definitiva, l'Australia rappresenta solo circa l'uno per cento degli scambi commerciali dell'UE. Il Paese si colloca al ventesimo posto tra i partner commerciali più importanti dell'UE.
Ciononostante si tratta di un piccolo passo verso la liberazione dalla morsa della Cina, che, come si è visto l'anno scorso, non esita un attimo a sfruttare i suoi strumenti geopolitici nel settore delle materie prime come le terre rare, posizionando il suo motore di esportazione nella politica commerciale.
La diversificazione è fondamentale. Accumulare riserve è ancor più importante, come sappiamo oggi, visti i depositi di gas in diminuzione e le riserve petrolifere esaurite.
Le riserve strategiche rappresentano un riconoscimento politico della realtà. Il fatto che la politica europea si sia un tempo concessa il lusso di dare priorità all'ideologia climatica e alle fantasie di trasformazione rispetto alle necessità concrete, ora si traduce in un prezzo amaro da pagare.
I concorrenti commerciali come la Cina o gli Stati Uniti detengono riserve in settori fondamentali come l'energia e le materie prime, sufficienti a garantire l'approvvigionamento dell'economia e della società per oltre un anno. Crisi acute, come l'attuale chiusura dello Stretto di Hormuz, appaiono quindi relativamente più facili da gestire e controllare.
La politica commerciale europea deve seguire questa strada: deve concentrarsi sugli interessi strategici della propria economia e superare gli errori ideologici se vuole ancora salvare ciò che è salvabile nella grave crisi dell'industria europea.
Le catene di approvvigionamento e la fornitura di materie prime ed energia devono essere temi centrali nell'agenda politica europea. La reintegrazione della Russia come fornitore di gas e lo sviluppo delle risorse interne – che si tratti di gas di scisto, gas del Mare del Nord, o giacimenti di carbone nazionali – dovrebbero dare il tempo necessario per sviluppare una strategia nucleare paneuropea, il che richiederà molti anni.
Finché queste considerazioni non saranno integrate in una strategia complessiva e globale, l'accordo commerciale australiano rimarrà frammentario: una mossa di poco conto, quasi irrilevante, sullo scacchiere geopolitico dominato dal duopolio Washington-Pechino.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'ipotesi su Hormuz: cosa succederebbe se la Marina statunitense non avesse fretta di riaprire lo Stretto?
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lipotesi-su-hormuz-cosa-succederebbe)
Quando lo scorso 5 marzo i sette club P&I appartenenti all'International Group hanno emesso avvisi di cancellazione con 72 ore di preavviso per la copertura del rischio di guerra nel Golfo Persico, non si sono limitati ad aumentare i costi: hanno reso impossibile il transito.
I club P&I assicurano circa il 90% del tonnellaggio marittimo mondiale. Senza la loro copertura, le navi non possono salpare, le autorità portuali non consentono loro di attraccare, le banche non finanziano il carico e gli armatori non prenotano la nave. L'intero sistema, dal molo di carico al terminal di scarico, è garantito da una catena di contratti che inizia con un club a Londra, Oslo, o Tokyo. Quando i club hanno ritirato le estensioni per il rischio di guerra, quella catena si è spezzata. Non per poche navi, per l'intera flotta globale.
I premi per il rischio di guerra sono balzati dallo 0,25% all'1% del valore dello scafo, rinnovabili ogni sette giorni. Le tariffe di noleggio delle VLCC (Very Large Crude Carrier) sono quadruplicate, raggiungendo quasi $800.000 al giorno. Oltre 1.000 navi sono ora bloccate nel Golfo Persico, bruciando i costi di noleggio senza avere una destinazione. Il 3 marzo solo quattro navi avevano attraversato lo Stretto, rispetto a una media di settantasette navi nei sette giorni precedenti.
Poi Trump ha fatto qualcosa che quasi nessuno nella stampa ha capito.
Ha ordinato alla US International Development Finance Corporation di creare un fondo di assicurazione marittima da $20 miliardi, con Chubb come principale sottoscrittore, rendendo il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per il trasporto marittimo nel Golfo. Una nazione sovrana si è posizionata come garante per l'assicurazione contro i rischi di guerra nel punto di strozzatura marittima più critico del mondo. Il fondo DFC, coordinato con il Comando Centrale degli Stati Uniti e il Dipartimento del Tesoro americano, offre copertura per scafo, macchinari e carico su base continuativa alle navi idonee.
Ora gli Stati Uniti controllano l'interruttore di apertura e chiusura dello Stretto di Hormuz. Non tramite la potenza di fuoco navale, bensì tramite un sistema di assicurazione.
Leggete attentamente l'ultimo avviso del MARAD: le navi commerciali battenti bandiera statunitense, di proprietà statunitense, o con equipaggio statunitense che operano in queste aree, devono mantenere una distanza minima di 30 miglia nautiche dalle navi militari statunitensi.
E rileggete questa parte dell'annuncio della DFC: “[...] in coordinamento con il Comando Centrale degli Stati Uniti”.
Non possono passare senza il permesso della Marina.
E la luce verde non si è ancora accesa.
Il Dream Team Marittimo che fu
Per capire perché tutto questo sia importante, bisogna comprendere cosa Trump ha costruito e cosa ha distrutto.
Trump ha iniziato il suo secondo mandato determinato a ripristinare la supremazia marittima americana. Ha riunito il più grande gruppo di esperti marittimi in posizioni chiave del governo dai tempi di Nixon; ha nominato Mike Waltz, ideatore dello SHIPS for America Act, a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale; ha creato un Ufficio Marittimo alla Casa Bianca; ha nominato sostenitori del settore marittimo in posizioni chiave in tutta l'amministrazione. Nell'aprile del 2025 ha firmato un Ordine Esecutivo Marittimo che indirizza un Piano d'Azione Marittima che coinvolge i dipartimenti della Difesa, degli Esteri, dei Trasporti e della Sicurezza Interna.
Ha iniziato a prendere di mira i punti strategici: Panama, il Mar Rosso, Suez, il varco tra la Groenlandia e il Regno Unito; ha avviato indagini su Gibilterra e la Spagna; ha promosso azioni da parte del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e imposto dazi sulle navi costruite e gestite dalla Cina; ha convocato Rodolphe Saadé, amministratore delegato di CMA CGM, nello Studio Ovale e ha ottenuto un impegno di $20 miliardi per gli investimenti marittimi americani.
L'ambizione era reale.
Lo stesso vale per la resistenza a essa.
Gli armatori si sono schierati davanti al Dipartimento del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e hanno protestato contro i dazi imposti alla Cina sul settore marittimo. Quasi tutti gli economisti del pianeta si sono schierati contro le proposte tariffarie marittime. L'intero settore tecnologico statunitense ha chiesto concessioni alla Cina... e cosa ha chiesto la Cina in cambio? Una tregua al Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America.
Poi il Signalgate. I media hanno fatto trapelare una conversazione privata sull'attacco agli Houthi e sulla riapertura del Mar Rosso. L'operazione è stata una sorpresa e il Signalgate ha imposto una riorganizzazione: Waltz è stato trasferito alle Nazioni Unite, l'Ufficio Marittimo è stato ridimensionato e il Consiglio di Sicurezza Nazionale smantellato.
È stato in quel momento che ogni iniziativa marittima ha iniziato a incepparsi.
Cosa è crollato: Panama non ha mantenuto la promessa di libero transito per le navi statunitensi; l'impegno di CMA CGM di investire $20 miliardi è svanito quando la società ha ordinato navi da Cina e India; il Congresso ha bloccato l'approvazione dello SHIPS Act; il Regno Unito ha ceduto le Isole Chagos, inclusa Diego Garcia, a Mauritius in cambio di un accordo di favore, mettendo a rischio un'importante base navale; le nomine di figure chiave della Marina sono state rallentate, o bloccate, al Senato.
La situazione è culminata poi nell'Organizzazione Marittima Internazionale di Londra. Nell'aprile dell'anno scorso, sessantatré Paesi hanno votato a favore del Net-Zero Framework, un meccanismo globale di tariffazione dell'anidride carbonica per ogni nave di stazza superiore a 5.000 tonnellate. Cosa hanno chiesto i negoziatori di Trump? Che la piccola flotta di navi mercantili americane fosse esentata. L'Europa ha rifiutato, sostenendo che gli interessi marittimi americani fossero “irrilevanti” e che non avessero né la forza contrattuale, né i voti necessari.
Gli Stati Uniti si sono ritirati. In ottobre, durante la votazione sull'adozione, Trump l'ha definita una “nuova truffa verde globale, una tassa sulle spedizioni”. Trump ha adottato una linea dura: il Dipartimento di Stato ha minacciato sanzioni contro qualsiasi Paese avesse votato a favore. Cinquantasette Paesi hanno votato per il rinvio.
Una vittoria di Pirro. La tassa sull'anidride carbonica era destinata al fallimento, ma non abbiamo ottenuto esenzioni per le navi statunitensi e la Casa Bianca ha iniziato a perdere la guerra più ampia per il controllo dei punti strategici e del commercio marittimo contro la City di Londra, l'Europa e la Cina.
Poi due colpi incapacitanti in rapida successione.
Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito con una votazione di 6 a 3 che l'IEEPA non autorizza il Presidente a imporre dazi, invalidando i dazi reciproci del “Giorno della Liberazione” e i dazi sul traffico di merci verso Cina, Canada e Messico. Si stima che siano andati persi circa $160 miliardi di entrate tramite tali dazi. Trump ha imposto dazi del 15% ai sensi della Sezione 122, ma questi hanno una durata massima di 150 giorni e richiedono una proroga da parte del Congresso.
Il suo strumento commerciale più potente gli è stato tolto dai tribunali. Se non si può imporre la conformità attraverso i dazi, serve un'altra forma di leva.
E poi la Flotta d'Oro.
Lo scorso dicembre Trump ha annunciato a Mar-a-Lago una nuova classe di navi da guerra, la classe Trump: da 30.000 a 40.000 tonnellate, armate con missili ipersonici, cannoni elettromagnetici, laser e missili da crociera nucleari. Da venti a venticinque scafi. Il programma di navi da combattimento di superficie più ambizioso dalla Seconda guerra mondiale.
Nel giro di 72 ore ogni think tank e accademia specializzata in sicurezza nazionale – tutti con stretti legami e finanziamenti con le nazioni della NATO – si è schierata contro il progetto. Senza concedere il tempo necessario per le dovute verifiche, il CSIS ha pubblicato l'articolo diffamatorio “The Golden Fleet's Battleship Will Never Sail”, stimando un costo di $9 miliardi per scafo e prevedendo la cancellazione del progetto prima ancora che la prima nave toccasse l'acqua. La Fondazione per la Difesa delle Democrazie l'ha definito uno spreco; amiragli in pensione nei consigli di amministrazione della difesa si sono schierati a favore dell'acquisto da parte della Marina di piccole piattaforme distribuite; ogni analista della difesa ha fatto a gara per essere citato come l'impossibile.
Lo stesso ente che ha prodotto tre Zumwalt invece di trenta, e trenta navi da combattimento litoranee quasi inutili invece di nessuna, gli stessi think tank che hanno presieduto alla Marina più piccola dalla Prima guerra mondiale, si sono schierati da un giorno all'altro per spiegare perché l'America non è più in grado di costruire grandi navi.
Le stesse persone che non hanno alcun piano per colmare il divario nei cacciatorpedinieri che al momento sta compromettendo le operazioni di scorta ai convogli nel Golfo.
I think tank non hanno offerto un'alternativa; hanno offerto, invece, un senso di impotenza. Ed è proprio in questo contesto di impotenza che si sta svolgendo ora la vicenda di Hormuz.
L'ipotesi del potere di leva
Ora unite i puntini.
Colpire l'Iran significa per l'Europa cedere o sprofondare nel buio a causa di una crisi energetica.
La comunità armatoriale e l'establishment politico europei hanno trascorso l'ultimo anno a respingere, ostacolare e deridere ogni iniziativa marittima di Trump. Hanno deriso i dazi del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America; hanno riso dello SHIPS Act; hanno bloccato le esenzioni dell'IMO; si sono rifiutati di prendere sul serio la politica marittima americana.
Ora la loro fornitura di energia passa attraverso un sistema assicurativo controllato da Washington.
“Lasciamo che siano le loro marine a risolvere la questione”... solo che tutti sanno che non ci riusciranno. Le forze navali europee sono troppo piccole, troppo lente e troppo mal equipaggiate per operazioni di scorta ai convogli prolungate attraverso uno Stretto conteso. Tutte le marine europee messe insieme non potrebbero inviare più di tre navi alla volta per difendere il Mar Rosso. Un'intera task force tedesca ha circumnavigato l'Africa per evitarlo.
Alla fine l'Europa dovrà capitolare per convincere la Marina statunitense, e la garanzia assicurativa degli Stati Uniti, a riaprire completamente lo Stretto.
Che aspetto avrebbe questo “capitolare”? La tassa sull'anidride carbonica dell'IMO, la Groenlandia, le concessioni tariffarie, lo SHIPS Act... ogni priorità di politica marittima che Europa e Cina hanno bloccato nell'ultimo anno praticamente.
Ieri ho avuto una lunga conversazione a porte chiuse con un alto funzionario del Dipartimento dell'Energia. Non posso rivelare i dettagli, ma è chiaro che il calcolo convenzionale relativo allo Stretto di Hormuz, quello che tutti gli analisti nelle emittenti televisive utilizzano, è errato. L'amministrazione Trump non sta affrontando la questione nel modo in cui la CNN crede.
Il precedente Earnest Will
Esiste un precedente storico che avvalora questa ipotesi.
L'ultima volta che la Marina statunitense ha scortato petroliere attraverso Hormuz è stata durante l'Operazione Earnest Will, nel corso della guerra delle petroliere tra Iran e Iraq nel 1987-88 . Le petroliere straniere che desideravano la protezione della Marina statunitense dovevano cambiare bandiera e registrarsi negli Stati Uniti. Le superpetroliere kuwaitiane battevano bandiera americana per ottenere la scorta americana.
Trump ha già affermato che la Marina scorterà le navi attraverso Hormuz “se necessario”. Se si applicasse lo stesso requisito di cambio di bandiera, ogni petroliera europea e asiatica che desidera una scorta statunitense dovrebbe battere bandiera americana.
Pensate a cosa questo significhi per lo SHIPS Act, il Jones Act, la flotta battente bandiera statunitense e la promessa non mantenuta di CMA CGM di triplicare il numero delle sue navi battenti bandiera statunitense, e la Groenlandia. Hormuz diventa il fattore determinante per tutto ciò che l'agenda marittima di Trump non è riuscita a realizzare attraverso la legislazione, o la diplomazia.
Nel frattempo l'Iran sta consentendo il passaggio selettivo di alcune navi. Petroliere turche, indiane, cinesi e alcune saudite hanno ottenuto il permesso di transitare attraverso le acque territoriali iraniane. Secondo Lloyd's circa diciotto petroliere, per lo più cinesi, hanno già effettuato il transito; le navi degli alleati occidentali sono bloccate invece.
La “chiusura” è in realtà un meccanismo di selezione. L’Iran decide chi può commerciare e chi no... a meno che la Marina statunitense non la riapra a tutti... alle condizioni dell’America.
Questa è la decisione che il mondo deve prendere: lasciare che l’Iran apra un casello, o smettere di bloccare i piani marittimi di Trump.
Il calcolo domestico
Ma che dire del mercato interno? Gli esperti sono certi che questo attacco sia costato ai Repubblicani le elezioni di metà mandato e forse anche le prossime elezioni presidenziali.
Forse... ma forse esiste un'ipotesi alternativa, quella di Hormuz.
Mentre gli analisti petroliferi televisivi si concentrano sul prezzo mondiale del petrolio, i veri esperti di Houston stanno osservando qualcosa di diverso: la frammentazione del mercato energetico mondiale.
La vera minaccia non è il petrolio a $200 dollari, bensì la frattura del sistema. È l'energia a basso costo nei Paesi esportatori e i costi energetici rovinosi in luoghi lontani dalle riserve. È il petrolio a $2 nel Golfo Persico, a $20 dollari nel Golfo d'America e a $2.000 nel Regno Unito.
What have I been saying for three weeks?! (Yes three)
IDC what the price of oil climbs to, as long as it remains global.
The real danger is it starts to fracture between nations and regions. https://t.co/XRWU6dG3e9
Un prezzo mondiale unico funziona solo se c'è un surplus di petroliere per sfruttare i differenziali di prezzo. Prima degli attacchi in Iran, questo surplus era esiguo; ora, con le superpetroliere bloccate nel Golfo, è sparito.
Il Brent è a $106 oggi, il WTI è sotto i $100. Sul fronte interno i prezzi del diesel si stanno stabilizzando e quelli del gas naturale sono in calo, poiché il GNL che normalmente verrebbe esportato, rimane bloccato sul mercato interno. Trump ha concesso una deroga di 60 giorni al Jones Act e ha aperto le vendite di petrolio venezuelano alle compagnie statunitensi tramite una nuova licenza del Dipartimento del Tesoro per PDVSA. Queste sono esattamente le mosse che si fanno quando si cerca di abbassare i prezzi negli Stati Uniti mentre il mercato mondiale è in crisi.
Le petroliere applicano tariffe giornaliere, quindi le rotte a lungo raggio diventano relativamente più costose. Il greggio venezuelano trasportato su brevi tratte nel Golfo del Messico risulta molto più economico per le raffinerie statunitensi rispetto al greggio mediorientale che circumnaviga il Capo di Buona Speranza per acquirenti europei o asiatici.
Guardate chi ne trae vantaggio. Le tre lobby industriali più potenti negli Stati Uniti sono quelle del settore tecnologico, di Wall Street e dell'energia. Il settore tecnologico ottiene GNL a prezzi più bassi per i data center; Wall Street sfrutta la volatilità e il panico per ottenere profitti dalle operazioni di trading; le compagnie energetiche hanno ottenuto l'accesso al Venezuela e al Golfo del Messico.
Nel frattempo la California ha chiuso raffinerie e bloccato oleodotti, costringendo le navi a importare benzina dalla Corea del Sud con tariffe giornaliere alle stelle. Il governatore Newsom, il principale candidato alla presidenza nel 2028, è furioso. Il New England importa GNL e diesel via nave. Se lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, i prezzi schizzeranno alle stelle in quegli stati... stati tradizionalmente democratici. I costi energetici negli stati repubblicani diminuiranno, negli stati democratici, invece, aumenteranno. L'Europa capitolerà sulle principali controversie politiche da qui alle elezioni di medio termine.
“L'unica cosa che stabilizzerà davvero i mercati petroliferi mondiali – e quindi i prezzi della benzina per gli automobilisti americani – è la riapertura dello Stretto di Hormuz”, ha scritto Newsom in una dichiarazione rilasciata la settimana scorsa. “Ma Trump non ha offerto alcun piano in tal senso. Gli Stati Uniti non possono uscire da una crisi creata dallo stesso Presidente con le trivellazioni”.
Voglio essere trasparente: questa analisi politica è opinabile. La relazione tra i prezzi dell'energia e il comportamento elettorale è fragile, ma la logica direzionale è chiara e scommetterei che la Casa Bianca la comprende.
Cosa vi sta dicendo la Marina americana
Guardate cosa sta facendo la Marina, o meglio, cosa non sta facendo.
La Marina statunitense non ha fretta di risolvere questo problema. Sta procedendo con metodo e deliberatamente, prendendosi tutto il tempo necessario. I battaglioni dell'Esercito non si stanno mobilitando, i Marines richiamati dal Giappone stanno attraversando lentamente il Pacifico; potrebbero volerci settimane prima che siano pronti. I dragamine sono ancora lontani dal teatro operativo e le portaerei si stanno spostando lentamente, non velocemente.
Qualcuno ai vertici ha detto loro di prendersi il loro tempo e tal segnale deve provenire dalla Casa Bianca.
Ogni giorno circa 1.000 navi bloccate non sono disponibili per il noleggio; ogni giorno la dipendenza energetica europea si aggrava; ogni giorno il sistema di riassicurazione DFC diventa sempre più centrale per il sistema di trasporto marittimo mondiale; ogni giorno per l'Europa diventa sempre più difficile rifiutare le richieste di concessioni su dazi, IMO, Groenlandia e SHIPS Act.
E cosa ottiene la Marina per stare al gioco? Sostegno alle corazzate e agli alleati più forti disposti a investire denaro nella costruzione dei propri cacciatorpediniere quando il mondo si renderà conto di quanto siano diventate deboli le loro Marine militari.
Cosa sostengo e cosa non sostengo
Non sostengo che Trump abbia pianificato tutto questo fin dall'inizio – il ritiro dal P&I Club è stato un fallimento a cascata del sistema che nessun pianificatore centrale avrebbe potuto prevedere, o orchestrare – ma è possibile.
Quello che sostengo è che l'amministrazione Trump, per scelta o per adattamento, ha messo insieme gli strumenti per sfruttare questo momento. Il programma DFC è l'opzione, la copertura P&I incompleta è il prezzo da pagare. La deroga al Jones Act e l'allentamento delle sanzioni contro il Venezuela sono posizioni di copertura. Il ritmo deliberato della Marina è il decadimento temporale che gioca a favore dell'America.
La versione più forte di questa tesi non è “Trump sta giocando a scacchi in 4D”, bensì che la sua amministrazione ha a disposizione più opzioni di quanto chiunque si renda conto, e il meccanismo assicurativo, non la Marina, è la vera leva del potere.
L'uomo che ha spalleggiato lo SHIPS Act, ha imposto dazi sulle navi cinesi, ha bloccato il voto sulla tassa sull'anidride carbonica nell'IMO, ha portato la CMA CGM alla Casa Bianca, ha firmato l'ordine esecutivo marittimo più ambizioso degli ultimi decenni e poi ha reso il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per la rotta marittima più importante del mondo non manca di un strategia marittima.
Una versione alternativa di questo scenario è più semplice: l'apatia. All'America non importa nulla delle navi, di quanto tempo ci vorrà per riaprire Hormuz, o di cosa succederà all'Europa di conseguenza. Ma questa versione solleva un altro interrogativo: è stato l'incoraggiamento europeo dell'apatia marittima americana, e lo sfruttamento europeo di tale apatia per accerchiare l'industria navale globale e mantenere il controllo a Londra, a creare questa situazione. Se l'indifferenza americana è il motivo per cui la Marina sta prendendo tempo, non è forse colpa dell'Europa per averla alimentata?
La questione del fine partita
La maggiore resistenza agli attacchi contro l'Iran da parte dei Democratici e della stampa mainstream è la domanda: qual è il risultato finale?
Trump ce l'ha in mente, ma forse non può dirlo apertamente.
Perché il risultato finale è il potere di leva e ciò non si annuncia: si applica.
Voglio essere chiaro su cosa sia questo saggio: è un'ipotesi scritta da un capitano di nave americano che sostiene Trump e che ha un obiettivo, ovvero far sì che l'Europa si renda conto della crescente importanza degli interessi marittimi statunitensi. Smettiamola di ostacolare la ripresa della cantieristica navale statunitense e della nostra Marina Mercantile.
Andate a esaminare le prove, formulate le vostre ipotesi, mettetele alla prova, mettete alla prova le mie.
Ma non chiedete “qual è l'obiettivo finale” come se nessuno a Washington avesse una risposta. La risposta si trova nei bilanci di ogni club P&I di Londra, negli ormeggi vuoti di ogni base navale europea e nelle 1.000 navi ferme in mare, che bruciano denaro, in attesa di un via libera che potrebbe non arrivare finché il prezzo non sarà quello giusto.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Il cuore industriale della Germania si ferma: l'illusione della tecnologia verde si scontra con il crollo economico
Questa ammissione è un proxy per spiegare un punto più ampio. Ovvero di come l'esercito e la Marina statunitensi siano stati usati da Europa e Regno Unito come arma per combattere le LORO di guerre all'estero. La Marina americana in particolar modo: se da un lato c'era protezione “gratis” attraverso il pattugliamento delle acque, i premi assicurativi di rischio erano aumentati dalle stesse forze ombra che avevano colonizzato il mondo finanziariamente. La City di Londra, tramite il LIBOR e il mercato dell'eurodollaro, riusciva a proiettare potere economico/finanziario e militare grazie alle ramificazioni nel sottobosco degli stati. La nuova dichiarazione d'indipendenza americana arrivata col SOFR e proseguita poi con lo smantellamento dei canali, prima pubblici e poi privati, dei flussi di denaro internazionali, sta raggiungendo l'apice con la bonifica del Medio Oriente dalle influenze caotiche esercitate dagli inglesi nella regione per il proprio ed esclusivo tornaconto. L'ammissione del Telegraph, oltre a sottolineare l'impreparazione militare e la capacità degli armamenti ai minimi storici europea/inglese, evidenzia anche l'effettivo funzionamento della strategia americana in Iran: strangolare lentamente, ma inesorabilmente, i propri avversari finché non si decidono ad accettare il riassetto dell'economia e della geopolitica secondo le condizioni dettate dagli USA.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-cuore-industriale-della-germania)
Il crollo della produzione industriale tedesca sta trascinando con sé le finanze comunali. L'istituto economico statale DIW sostiene che la salvezza risieda nel settore artificiale delle tecnologie verdi (Green Tech).
Sta diventando sempre più difficile stupire i lettori con nuovi dati economici, visto il continuo declino dell'economia tedesca. Ciononostante il crollo del 19% degli ordini di macchinari a settembre, riportato dalla VDMA, riesce proprio in questo intento. Uno shock persino per gli standard tedeschi.
L'associazione ha subito offerto una spiegazione: gli ordini di impianti su larga scala dello scorso anno non sono arrivati per tempo. Ma questo non cambia la diagnosi.
Johannes Gernandt, capo economista della VDMA, prevede un ulteriore calo del 5% della produzione quest'anno. Ciò significa che l'industria meccanica tedesca ha perso oltre il 15% della sua produzione dal picco del 2018: un calo senza precedenti per uno dei settori chiave del Paese, a malapena riportato dai media. La produzione industriale complessiva è diminuita di quasi il 20%.
Il silenzio al posto del dibattito pubblico
Il dibattito pubblico sullo stato reale dell'economia tedesca risente della mancanza di valutazioni oneste provenienti dall'interno dell'economia stessa. Solo Christian Kullmann, amministratore delegato del colosso chimico Evonik, ha osato puntare il dito contro il problema, denunciando la crisi come conseguenza diretta delle linee di politica di Bruxelles sul clima.
Si assiste a questo crollo e ci si stropiccia gli occhi increduli. Dove sono finite le parole schiette e senza fronzoli sulla politica, le condizioni economiche, l'impennata dei costi energetici e la morsa della burocrazia?
È davvero possibile che la politica sia riuscita a legare così profondamente gran parte dei vertici aziendali al meccanismo dei sussidi, al punto da rendere impossibile qualsiasi critica?
Quanti modelli di business crollerebbero se Bruxelles e Berlino interrompessero i sussidi dall'oggi al domani?
È difficile evitare una conclusione desolante: l'intervento statale ha trasformato gran parte dell'economia in strutture di comando dipendenti, alimentate dalla macchina dei sussidi. Ciò ha distorto il dibattito pubblico, privandolo della sua carica critica e rendendolo inefficace.
Voce dalle ombre
Ora un altro peso massimo si fa sentire: l'ex-amministratore delagato di VW, Matthias Müller. Non più in carica, ma ancora una voce autorevole ai vertici dell'industria tedesca, Müller trova parole chiare, quasi disperate, alla luce dell'imminente collasso industriale. Avverte di una “strage di posti di lavoro” nell'industria automobilistica.
Proprio così. Müller vede a rischio non solo le case automobilistiche, ma l'intera catena del valore. Accusa gli “eurocrati” di aver vietato i motori a combustione interna e di aver bloccato una transizione graduale verso la mobilità elettrica.
La realtà gli dà ragione: alla Bosch e alla ZF Friedrichshafen, decine di migliaia di posti di lavoro stanno già scomparendo. Müller condanna una linea di politica dettata dall'ideologia che spinge i prezzi dell'energia a livelli assurdi e soffoca l'industria con una follia burocratica. Parla di un “decennio perduto” e non ha torto.
Ma è proprio qui che il dibattito si spegne: osservazioni, avvertimenti, appelli, voci solitarie in un deserto. Un vero confronto sulla reale situazione dell'economia tedesca? Da nessuna parte.
Nel frattempo, come un monumento all'illusione, si erge la previsione di crescita del Ministro dell'economia, Katharina Reiche (CDU). Il suo ministero prevede una crescita dello 0,2% quest'anno e dell'1,3% entro il prossimo.
Visti i licenziamenti di massa, il crollo della domanda e la contrazione della produzione, chi ha il coraggio di mandare il proprio ministro in giro con cifre così fantasiose?
Unità della propaganda attivate
Quando le critiche alla politica economica di Berlino, o Bruxelles, minacciano di prendere piede, istituti come il DIW sono pronti a neutralizzarle. Il suo presidente, Marcel Fratzscher, noto per le sue bizzarre idee mediatiche come il servizio lavorativo obbligatorio per i pensionati, fornisce regolarmente copertura ideologica.
Al DIW gli economisti seri sono una rarità. Quando le critiche toccano l'artificiosa “ecoeconomia”, entra in scena Claudia Kemfert, l'“economista del clima” al DIW e strenua sostenitrice del capitalismo verde di Stato. In un articolo per Focus ha minimizzato la crisi industriale tedesca, descrivendola come una transizione verso un futuro industriale verde che genera già il 9% del PIL.
La sua visione del Greentech – industrie alimentate da sussidi che vivono a spese dei contribuenti, dei programmi statali e dei finanziamenti a basso costo della BCE – crea l'illusione di un nuovo modello economico che sostituisce senza intoppi le vecchie strutture.
Pompe di calore sovvenzionate, programmi di riciclaggio, tecnologie di accumulo fragili per una rete elettrica instabile: questo, ci viene detto, sostituirà l'industria automobilistica, meccanica ed elettrica.
Una visione del mondo straordinaria, che ignora i mercati mondiali, la domanda reale, i costi energetici e il fallimento della pianificazione centralizzata.
Ciò che Kemfert e Fratzscher propinano è pura economia voodoo: uno sfondo pseudoscientifico per salvaguardare le politiche ecosocialiste.
Collasso dei comuni
Le conseguenze della pianificazione economica centralizzata – catene di approvvigionamento interrotte, recessione permanente, disoccupazione in aumento – non vengono mai affrontate, ma la realtà ha colpito le fondamenta dello Stato: i tesorieri locali. Il collasso sta ora distruggendo le finanze comunali: le entrate derivanti dalle imposte sulle imprese stanno colando a picco.
In una lettera indirizzata al Cancelliere tredici sindaci dei principali capoluoghi tedeschi hanno richiesto aiuti di emergenza per evitare il collasso fiscale.
Resta da vedere se nuovi debiti provenienti da fondi speciali verranno utilizzati ancora una volta per mascherare i sintomi, oppure se finalmente si romperà il muro di silenzio e verrà individuata la radice della crisi: il Green Deal.
Una trasformazione verde, avvolta in belle parole e retorica ambientalista, che sta minando le fondamenta economiche di questo Paese.
La propaganda ecologista e i placebo dei sussidi non basteranno a placare la crescente schiera di disoccupati.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Trump Torches MAGA — Blasts His Biggest (Now Former) Supporters
President Trump has shown a curious characteristic of turning on those who want to hold him to account. Right at the beginning, we had the falling out with Elon Musk over the Big Beautiful Bill. Then, to Trump voters who wanted accountability on the Epstein Files, the president wrote: “I don’t want their support anymore.” And now the president has attacked his biggest and most influential backers: Alex Jones, Megyn Kelly, Tucker Carlson, and Candace Owens. Why is the president burning so many important bridges?
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La crisi dello Stretto di Hormuz: un punto di vista alternativo
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dello-stretto-di-hormuz)
Durante la Guerra dei dodici giorni, nel giugno 2025, una serie di articoli pubblicati dai principali media occidentali si concentravano sulla possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto di Hormuz, con le conseguenti gravi ripercussioni sui mercati mondiali del petrolio e del gas, sui prezzi dell'energia e sull'economia in generale. Raramente questi articoli citavano dichiarazioni dirette di funzionari iraniani che minacciassero una simile mossa durante quello specifico conflitto. Piuttosto riprendevano ripetutamente argomentazioni e scenari simili, suggerendo che potessero far parte di una strategia coordinata di comunicazione o di pubbliche relazioni per evidenziare i rischi e influenzare la percezione pubblica.
La tempistica di questa copertura mediatica è particolarmente significativa. Coincideva con il periodo in cui gli acquirenti dell'Asia orientale erano attivamente alla ricerca di partner per accordi di fornitura di GNL a lungo termine. Molte di queste aziende avevano inizialmente previsto di stipulare contratti con esportatori di GNL statunitensi, ma le incertezze derivanti dalle politiche commerciali del presidente Donald Trump, tra cui le guerre commerciali, le ripetute imposizioni di dazi e gli imprevedibili cambiamenti di strategia, le hanno spinte a cambiare rotta. Di conseguenza gli importatori asiatici si sono rivolti sempre più a fornitori più stabili e affidabili nella regione, come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, per garantire il proprio fabbisogno energetico.
L'ondata di notizie mediatiche che enfatizzavano il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran durante la Guerra dei dodici giorni aveva uno scopo strategico ben preciso: sottolineare agli acquirenti asiatici di GNL la vulnerabilità dei contratti a lungo termine con fornitori del Golfo come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Amplificando scenari in cui Teheran avrebbe potuto interrompere a piacimento il traffico marittimo attraverso lo Stretto, bloccando ingenti quantitativi di GNL destinati all'Asia, la copertura mediatica mirava a presentare la dipendenza da queste rotte come una forma di presa di ostaggi geopolitica. Questo messaggio promuoveva implicitamente la narrazione secondo cui il GNL statunitense offriva un'alternativa più sicura e affidabile, esente da tali rischi legati ai punti di strozzatura. In gioco c'erano contratti del valore di centinaia di miliardi di dollari per i prossimi decenni, mentre gli importatori asiatici valutavano i propri impegni in un contesto di crescenti tensioni regionali.
Il GNL è diventato un elemento centrale della politica estera statunitense e un pilastro fondamentale della strategia di sicurezza nazionale. Qualsiasi concorrenza significativa alle esportazioni americane di GNL, proveniente dalla Russia, dal Medio Oriente o da altre regioni, viene sempre più percepita come una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti. Questa prospettiva ha portato a una serie di misure aggressive volte a proteggere ed espandere la quota di mercato statunitense nei principali mercati, in particolare in Europa. Tra gli esempi più significativi si annoverano:
• La forte e costante opposizione al Nord Stream 2, il gasdotto sottomarino Russia-Germania, che gli Stati Uniti consideravano un fattore di crescente dipendenza europea dal gas russo. Tale opposizione ha comportato sanzioni nei confronti delle aziende coinvolte nella sua costruzione, contribuendo di fatto al blocco del progetto.
• Il sostegno alla Germania per la costruzione di numerosi terminali di rigassificazione di GNL per la ricezione e la distribuzione di GNL americano, accelerando così la transizione dell'Europa verso fonti energetiche meno dipendenti dalla Russia.
• L'imposizione di sanzioni e restrizioni sui nuovi progetti russi di GNL, inclusi divieti su impianti, navi e transazioni correlate, con l'obiettivo di limitare la capacità di Mosca di espandere la propria capacità di esportazione di gas.
• Il sabotaggio del Nord Stream 1 – la cui attribuzione non è mai stata definitivamente accertata, ma che ha comunque eliminato un'importante rotta del gasdotto russo – ha ulteriormente rafforzato questa dinamica, sebbene le origini dell'incidente rimangano avvolte nel mistero e nel dibattito ormai a distanza di anni.
• La cessazione delle esportazioni di gas naturale russo verso l'Europa attraverso il gasdotto di transito in Ucraina alla fine del 2025, a seguito della scadenza dell'accordo di transito quinquennale.
Queste azioni, nel loro insieme, illustrano come gli Stati Uniti abbiano sfruttato la politica energetica per contrastare i fornitori rivali, garantire l'accesso al mercato per il proprio GNL e allineare i flussi energetici a obiettivi geopolitici più ampi.
Hormuz, assicurazioni e media
Questa introduzione era necessaria per comprendere cosa accadde nello Stretto di Hormuz dopo l'inizio dell'attacco all'Iran. Improvvisamente sono iniziate a fioccare email e messaggi per petroliere e navi cisterna per gas liquefatto, le quali affermavano di provenire dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane e che lo Stretto di Hormuz era chiuso. Nel giro di poche ore non c'erano più petroliere o navi cisterna per gas liquefatti nello Stretto, e questa situazione è rimasta invariata per diverse ore.
Non vi sono prove credibili che le navi menzionate dai media occidentali, a seguito di messaggi di allarme, siano state deliberatamente prese di mira dalle forze iraniane o da gruppi alleati. Alcune delle navi erano presumibilmente vuote, mentre altre a pieno carico. In almeno due casi i danni sono stati causati da detriti di missili, o proiettili intercettati, caduti sulle navi dopo che la difesa aerea aveva ingaggiato minacce nelle vicinanze piuttosto che da colpi diretti. Una di queste navi era una piccola petroliera utilizzata abitualmente per il contrabbando di prodotti petroliferi tra Iran, India e altre destinazioni. Rispetto agli standard delle petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, trasportava solo una quantità molto limitata di greggio, in genere ben al di sotto della portata di una grande petroliera. Se si è verificata una qualsiasi azione intenzionale contro quella nave, è probabile che derivasse da dispute interne alle reti di contrabbando iraniane, forse legate ad attriti tra operatori indipendenti e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), il quale supervisiona e trae profitto da gran parte di questo commercio illecito attraverso varie bande e intermediari transfrontalieri.
La questione centrale è perché i media occidentali abbiano amplificato la copertura mediatica riguardo la prima piccola imbarcazione usata per il contrabbando, presentandola come una grave escalation per aver attaccato una “petroliera”, minimizzando o omettendo al contempo il suo ruolo nelle operazioni della flotta ombra e le sue modeste dimensioni/capacità di carico. Allo stesso modo i resoconti ufficiali hanno spesso descritto diversi incidenti come “attacchi” diretti alle navi, anche quando le prove indicano effetti collaterali di minacce intercettate, senza colpi confermati allo scafo in alcuni casi. Questo schema di esagerazione, volto a spaventare le compagnie assicurative, gli armatori e i noleggiatori spingendoli ad aumentare i premi per i rischi di guerra e a scoraggiare il transito, serve a chiari obiettivi politici ed economici. Gonfiando la percezione della minaccia al traffico marittimo commerciale nello Stretto di Hormuz nel contesto del conflitto in corso tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, si contribuisce a:
• Un'impennata dei premi assicurativi contro i rischi di guerra;
• Una riduzione del traffico attraverso lo Stretto, con conseguente contrazione dell'offerta globale di petrolio e prezzi più elevati;
• La giustificazione di una maggiore presenza militare, scorte o attacchi da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione.
In breve, sì, sembra trattarsi di un'esagerazione deliberata e coordinata, in linea con i più ampi sforzi per esercitare pressione economica sull'Iran, amplificare la narrativa dell'aggressione iraniana e sostenere un'elevata volatilità del mercato energetico durante il conflitto.
I media occidentali hanno rapidamente amplificato le affermazioni secondo cui le Guardie Rivoluzionarie avrebbero di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz in seguito a messaggi di avvertimento anonimi trasmessi alle navi nella zona, spesso tramite radio VHF, che dichiaravano che a nessuna nave sarebbe stato consentito il passaggio. I titoli dei giornali hanno presentato la notizia come una chiusura unilaterale dello Stretto da parte dell'Iran, sottintendendo un blocco imposto senza l'impiego di forze militari visibili e alimentando i timori di un'interruzione totale di circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL, nonostante la maggior parte delle vie navigabili si trovi in Oman e non in Iran.
Successivamente alcune fonti hanno inoltre affermato che le Guardie Rivoluzionarie consentivano selettivamente il transito solo a navi battenti bandiera cinese o gestite da compagnie cinesi, bloccando le altre e descrivendo la situazione come un favoritismo discriminatorio nei confronti di Pechino nel contesto del più ampio conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. In realtà nessuna dichiarazione ufficiale del governo iraniano, o delle Guardie Rivoluzionarie, ha mai confermato esplicitamente la chiusura totale dello stretto o una linea di politica che consentisse il transito solo a navi cinesi. L'origine dei messaggi di avvertimento rimane sconosciuta e non verificata. Circolavano due teorie principali sulla loro origine:
• Azioni isolate o di basso livello da parte di elementi associati al cosiddetto “Esercito Elettronico Iraniano” (una rete informale di attivisti informatici filo-regime, spesso giovani sostenitori) che agivano in modo indipendente senza autorizzazione di alto livello e sottovalutando la grave reazione internazionale e le ripercussioni economiche che tali segnali avrebbero potuto scatenare.
• Orchestrata da potenze straniere con l'obiettivo di alimentare il panico sui mercati, interrompere il traffico marittimo e amplificare la percezione di un'aggressione iraniana per ottenere vantaggi politici o economici.
La vera causa del blocco quasi totale del traffico di petroliere attraverso lo Stretto non è stata un'intercettazione o un'azione coercitiva diretta da parte dell'Iran, bensì la rapida risposta delle compagnie di assicurazione marittime europee e internazionali. A seguito dei messaggi e delle prime segnalazioni di minacce/incidenti nelle vicinanze, le principali compagnie assicurative hanno invocato le clausole di rischio di guerra per annullare o aumentare drasticamente i premi. Molte polizze sono state annullate del tutto per la zona del Golfo. Senza una valida copertura assicurativa contro i rischi di guerra, obbligatoria nella maggior parte dei contratti di noleggio, degli accordi di finanziamento e delle normative marittime internazionali, armatori e operatori non potevano procedere legalmente o commercialmente. Centinaia di navi sono rimaste ancorate su entrambe le sponde dello Stretto, bloccando merci ed equipaggi, non perché l'Iran avesse fisicamente bloccato il passaggio, ma a causa del blocco di fatto imposto dal mercato assicurativo.
Pertanto il problema principale deriva dall'avversione al rischio commerciale e dall'impennata dei costi assicurativi, non da una comprovata chiusura navale iraniana o da favoritismi selettivi. L'enfasi dei media su un “blocco iraniano” e su un “accesso riservato alla Cina” ha esagerato segnali non confermati, trasformandoli in una narrazione di blocco totale e alimentando la volatilità dei prezzi dell'energia, delle tariffe di trasporto e delle tensioni geopolitiche.
Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?
La questione centrale è: chi trae vantaggio dalla diffusione di notizie in questo modo? E perché il Presidente Trump ha trascurato il ruolo delle compagnie assicurative nell'aumento dei prezzi del petrolio? Al momento della stesura di questo articolo il Qatar ha annunciato l'interruzione della produzione di GNL a seguito degli attacchi iraniani contro i suoi impianti. Ciò ha interrotto le esportazioni di petrolio e GNL dalla regione del Golfo.
Chi trae vantaggio da questa interruzione delle esportazioni di petrolio e GNL dal Golfo? Principalmente il Presidente Trump e Vladimir Putin. Gli Stati Uniti, in quanto principali produttori mondiali di GNL, sono in grado di colmare il vuoto di approvvigionamento lasciato dal Qatar, incrementando le esportazioni e i ricavi energetici americani.
Anche la Russia beneficia dell'aumento dei prezzi globali dell'energia e della ridotta concorrenza nei mercati del gas, soprattutto in Europa.
Chi ci rimette? L'Europa si trova ad affrontare immediate carenze energetiche e prezzi del gas alle stelle, poiché ha fatto affidamento, almeno in parte, sul GNL del Qatar come alternativa affidabile alle forniture russe. Anche la Cina, altro importante importatore, soffrirà a lungo termine per l'aumento dei costi e le limitazioni di approvvigionamento.
La dura realtà è che gli stessi stati del Golfo – insieme all'Iraq – subiranno gravi conseguenze negative sia a breve che a lungo termine, dai danni alle infrastrutture e alla perdita di entrate dalle esportazioni fino a una più ampia instabilità regionale.
Questo va ben oltre i singoli eventi nel Golfo. Perché Trump ha spinto per una maggiore influenza statunitense sulla navigazione nel Mar Rosso? Perché perseguire il controllo del Canale di Panama e della Groenlandia? E perché intervenire in modo decisivo in Venezuela? La verità è che gli sviluppi nel Golfo non possono essere considerati separatamente da queste più ampie mosse strategiche. Sono interconnessi come parte di uno sforzo più ampio per assicurarsi punti strategici chiave a livello mondiale, rotte energetiche e risorse, dando priorità al dominio statunitense nei mercati energetici, nel commercio e nella geopolitica in un contesto di conflitti che rimodellano le catene di approvvigionamento globali.
L'Iran è l'obiettivo della guerra, o è un pretesto per raggiungere importanti obiettivi mondiali?
Ripensiamo alla Guerra dei dodici giorni dell'anno scorso, quando Israele lanciò attacchi contro l'Iran, seguiti dall'intervento degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump. Le dichiarazioni ufficiali di allora affermavano che le capacità nucleari iraniane erano state distrutte. Evidenziai due punti chiave: non era nell'interesse di Israele, degli Stati Uniti o del regime iraniano ammettere che il programma nucleare fosse stato eliminato. Anche se l'intero progetto fosse stato spazzato via, tutte e tre le parti avrebbero insistito sulla sua esistenza.
Questo coincide perfettamente con quanto scrissi 19 anni fa nel mio articolo intitolato: “Il programma nucleare iraniano: la crisi che non finisce mai”.
Otto mesi dopo vediamo gli Stati Uniti e Israele colpire nuovamente l'Iran, questa volta con il pretesto che i precedenti attacchi non erano riusciti a eliminare il programma nucleare. Ciò che colpisce è la rapidità con cui si è tornati all'azione militare.
Il secondo punto riguarda la prospettiva cinese: gli attacchi israeliani del giugno 2025 non destarono grandi preoccupazioni a Pechino. I successivi attacchi statunitensi, invece, uniti alle ripetute notizie diffuse da media occidentali secondo cui Teheran si stava preparando a chiudere lo Stretto di Hormuz, hanno convinto la Cina che lo Stretto avrebbe potuto essere chiuso un giorno, e non dall'Iran, ma dagli Stati Uniti, e la Cina si è preparata di conseguenza. È esattamente ciò a cui stiamo assistendo oggi.
La risposta della Cina è stata silenziosa ma significativa. Il Paese ha continuato ad accumulare ingenti scorte di petrolio, gas, carbone e praticamente ogni altra materia prima immagazzinabile. Questi preparativi erano chiaramente finalizzati a proteggersi dai rischi di guerra, sanzioni, o una grave interruzione delle forniture, in particolare quella innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Parallelamente un vecchio progetto di gasdotto tra Russia e Cina è stato silenziosamente riattivato. L'obiettivo era quello di garantire un approvvigionamento terrestre affidabile di gas naturale russo. Questa mossa sarebbe servita come piano di riserva nel caso in cui le spedizioni di gas naturale liquefatto dal Qatar fossero state interrotte a causa di una chiusura o di una grave restrizione dello Stretto di Hormuz. Tali osservazioni erano state elaborate già otto mesi fa.
Il vero obiettivo dell'amministrazione Trump nell'attuale confronto contro l'Iran rimane oscuro. Gli obiettivi dichiarati pubblicamente sono cambiati ripetutamente: dal prevenire l'acquisizione di un'arma nucleare da parte dell'Iran, alla distruzione delle sue capacità militari offensive e al blocco dello sviluppo di missili balistici a lungo raggio, all'indebolimento del regime a sufficienza da permettere ai manifestanti interni di rovesciarlo, fino al vero e proprio cambio di regime attraverso la forza militare. Tutti questi scenari sono stati analizzati a fondo dagli specialisti e hanno esaminato nel dettaglio le implicazioni strategiche ed economiche, comprese le potenziali conseguenze per i mercati mondiali del petrolio e del gas. Un punto chiave è la possibilità che l'Iran tentasse di chiudere lo Stretto di Hormuz. Molti esperti hanno concluso che l'Iran avrebbe potuto chiudere completamente lo Stretto ma solo per un periodo molto breve. Praticamente tutti gli analisti concordano sul fatto che l'Iran, insieme ai suoi alleati e alleati regionali, avrebbe potuto creare significative tensioni alla navigazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz senza una sua chiusura completa.
Gli analisti occidentali hanno trascurato un fattore chiave nell'attuale situazione di crisi: la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, non per mano dell'Iran, bensì per azioni legate agli Stati Uniti. L'Iran non ha chiuso lo stretto, né ha tentato di farlo, e una tale mossa sarebbe contraria ai suoi stessi interessi. Il drastico calo del traffico marittimo attraverso lo Stretto è dovuto principalmente alla cancellazione delle coperture contro i rischi di guerra da parte delle compagnie assicurative, o all'imposizione di premi proibitivi. Armatori e noleggiatori, di fronte a queste condizioni, hanno in gran parte interrotto i transiti piuttosto che rischiare viaggi non assicurati, sia che ciò rifletta un coordinamento diretto con l'amministrazione Trump, sia che si tratti semplicemente di una reazione del mercato all'aumento delle tensioni.
Due punti cruciali emergono con chiarezza:
- La causa scatenante di queste cancellazioni assicurative e dei conseguenti aumenti dei premi non è stata un evento nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico, bensì un incidente distinto: l'attacco con siluri da parte di un sottomarino statunitense contro la fregata iraniana IRIS Dena nell'Oceano Indiano, al largo della costa meridionale dello Sri Lanka. L'attacco, avvenuto mentre la nave rientrava da esercitazioni navali, ha causato la morte di decine di marinai iraniani e ha aumentato la percezione del rischio globale per le operazioni marittime. In altre parole, ha ampliato l'area ad alto rischio, superando la capacità di copertura delle compagnie assicurative.
- È significativo che il Presidente Trump, noto per le sue critiche pubbliche a chiunque o qualsiasi cosa contribuisca all'aumento dei prezzi del petrolio, inclusi leader e aziende straniere, sia rimasto in silenzio sulle azioni delle compagnie assicurative. Per la prima volta non si è opposto all'impennata dei prezzi del petrolio, né ha condannato il ritiro delle assicurazioni. Questa insolita moderazione solleva interrogativi sulle motivazioni sottostanti o sugli allineamenti nell'approccio dell'amministrazione alla crisi.
L'Iran è il bersaglio? Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?
Se si parte dal presupposto che l'Iran sia l'obiettivo di questa guerra e che abbia chiuso lo Stretto di Hormuz, allora i maggiori beneficiari sono chiaramente gli Stati Uniti e la Russia. Trump trarrà un vantaggio significativo da questa chiusura, poiché essa favorisce diversi dei suoi obiettivi chiave, che illustrerò di seguito. In alternativa, se si considera la situazione nell'ottica di una più ampia strategia statunitense per il dominio mondiale, in cui l'Iran funge semplicemente da pretesto per attuare un piano più ampio, il risultato rimane simile: si realizzano le ambizioni delineate nella Strategia di Sicurezza Nazionale annunciata a novembre 2025.
I tratti distintivi della politica del Presidente Trump sono evidenti nelle sue dichiarazioni pubbliche e nel documento della Strategia di Sicurezza Nazionale: ha perseguito un'azione aggressiva per rimodellare la mappa globale dell'influenza economica e politica degli Stati Uniti, utilizzando obiettivi ambiziosi e strumenti non convenzionali.
Un obiettivo principale è stato il trasferimento di industrie vitali. Trump ha dato priorità al ritorno negli Stati Uniti della produzione di chip e semiconduttori, anziché affidarsi alla produzione in Asia. Questi settori sono considerati strategicamente cruciali per l'economia futura. Circa il 35% delle esportazioni globali di elio transita attraverso lo Stretto di Hormuz, principalmente verso l'Asia. L'elio è essenziale per la produzione di semiconduttori. In altre parole, l'industria asiatica dei semiconduttori dipende fortemente dalle importazioni di elio dal Qatar. Non vedremo un impatto immediato, ma lo vedremo in seguito.
Ha anche lavorato per spingere i Paesi asiatici, in particolare i principali importatori, a firmare contratti a lungo termine per il GNL americano e ad aumentare i loro acquisti di petrolio statunitense. L'obiettivo è posizionare gli Stati Uniti come centro energetico dominante a livello mondiale e ridurre la dipendenza dell'Asia dalle forniture energetiche provenienti dalla regione del Golfo.
La chiusura dello Stretto di Hormuz aumenta drasticamente i rischi e i costi percepiti derivanti dalla dipendenza dal petrolio e dal GNL del Golfo. Questo cambiamento rende le esportazioni americane di petrolio e gas molto più competitive sul mercato mondiale.
I fertilizzanti rappresentano un'altra vulnerabilità chiave. I Paesi del Golfo sono importanti esportatori di fertilizzanti e circa un terzo delle esportazioni globali di fertilizzanti transita attraverso lo Stretto di Hormuz, destinato principalmente ai mercati asiatici, soprattutto all'India.
Il problema va ben oltre le semplici esportazioni di energia. Un blocco delle spedizioni di GNL e di altri gas interrompe persino la produzione interna di fertilizzanti in molti Paesi asiatici. Le industrie locali di queste nazioni dipendono fortemente da queste materie prime per la produzione di fertilizzanti, quindi qualsiasi interruzione prolungata compromette la loro capacità di produrli su larga scala. Questo si collega direttamente a uno dei motivi per cui Trump ha imposto dazi elevati su alcuni Paesi asiatici: le loro restrizioni sulle importazioni di prodotti agricoli americani. Con la carenza di fertilizzanti che porta a una riduzione della produzione agricola in quei mercati, la domanda di importazioni di prodotti agricoli aumenta vertiginosamente. Ciò crea un'opportunità per i prodotti agricoli statunitensi di inondare il mercato e colmare le lacune risultanti, a vantaggio degli agricoltori e degli esportatori americani.
Dominio attraverso l'intelligenza artificiale e l'energia
La Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata a novembre 2025 inquadra esplicitamente il dominio globale come dipendente dalla leadership nell'intelligenza artificiale e da forniture energetiche sicure e abbondanti. La superiorità nell'intelligenza artificiale non può essere mantenuta senza energia a basso costo e in abbondanza per alimentare i data center, la produzione e l'innovazione. Uno degli obiettivi principali di Trump è stato quindi quello di mantenere bassi i prezzi dell'energia per le aziende americane, rendendoli al contempo elevati per i concorrenti. L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz ha determinato proprio questo risultato: un forte e prolungato aumento dei prezzi globali di petrolio, gas naturale e GNL. Ciò svantaggia gli importatori concorrenti di energia, rafforzando al contempo la posizione relativa dei produttori statunitensi. Di fatto, i soli differenziali di prezzo del petrolio lo dimostrano: i prezzi in Asia per alcuni tipi di greggio sono superiori a quelli del WTI.
Per esercitare il controllo sui flussi energetici e aumentare i costi per i concorrenti, è essenziale il dominio sui principali punti strategici marittimi. Tra questi figurano il Canale di Panama, il Mar Rosso (e i suoi ingressi come Bab el-Mandeb e il Canale di Suez) e lo stesso Stretto di Hormuz.
L'unica rotta alternativa di rilievo, il Passaggio nel Mare del Nord vicino all'Artico, rimane vulnerabile senza influenza sulla Groenlandia, priorità strategica nei recenti dibattiti. In questo contesto più ampio, gli sviluppi in Venezuela e i cambiamenti auspicati in Iran sono elementi interconnessi della stessa strategia, non eventi isolati.
In sintesi, l'attacco all'Iran e la conseguente interruzione dello Stretto di Hormuz hanno portato enormi vantaggi strategici agli Stati Uniti. Quanto accaduto rappresenta una svolta storica, destinata a rimodellare gli equilibri economici e geopolitici globali per decenni, indipendentemente dal fatto che il regime iraniano sopravviva nella sua forma attuale.
Paradossalmente la continua esistenza del regime potrebbe persino servire agli interessi degli Stati Uniti, giustificando la presenza militare americana permanente vicino allo Stretto a garanzia di un'influenza continua su questo punto strategico.
Per quanto riguarda il petrolio venezuelano, l'accumulo di scorte nei porti statunitensi sembra finalizzato a compensare la perdita di importazioni irachene causata dall'interruzione del servizio di Hormuz (la qualità del greggio è simile dal punto di vista della raffinazione). Ciò suggerisce che la chiusura fosse stata prevista con largo anticipo, o attivamente integrata nella pianificazione.
Infine la proposta di Trump di fornire un'assicurazione per le navi che transitano nello Stretto, unitamente alla scorta della Marina statunitense, equivale a un controllo indiretto americano sulla via navigabile. Questo aumenta permanentemente i costi di assicurazione e trasporto per i Paesi importatori di energia dagli stati del Golfo, incrementando di conseguenza i costi per i concorrenti.
In sostanza, Trump ha di fatto promosso gli obiettivi di lunga data dell'establishment della politica estera statunitense capitalizzando sull'escalation dei conflitti regionali e delle tensioni internazionali. Ha sfruttato l'Iran come giustificazione per attuare nuove strategie aggressive in tutto il Medio Oriente. Questi approcci sembrano destinati a persistere indipendentemente dal fatto che l'attuale regime iraniano sopravviva o meno nella sua forma attuale. Con le capacità militari dell'Iran gravemente compromesse, il suo programma nucleare rallentato e la sua influenza regionale ridotta a causa delle operazioni in corso, gli Stati Uniti occupano ora una posizione di dominio significativamente maggiore nei mercati energetici globali e nei settori tecnologici e militari avanzati. Questa posizione rafforzata consente un maggiore controllo sulle risorse strategiche e una maggiore deterrenza nei confronti dei rivali, in linea con i principali interessi statunitensi di mantenimento dell'egemonia nella regione e oltre.
Sebbene si preveda che l'attuale contesto geopolitico e politico spinga l'economia globale verso la stagflazione, con inflazione elevata, crescita stagnante e crescenti rischi di recessione negli Stati Uniti, la differenza fondamentale risiede nelle tempistiche.
I costi immediati e le difficoltà economiche si concentrano nel breve termine; al contrario i benefici, tra cui il rafforzamento del posizionamento strategico degli Stati Uniti nei mercati energetici globali, la minore dipendenza da fornitori avversari, l'accelerazione degli investimenti interni in tecnologia e produzione, e la resilienza a lungo termine delle catene di approvvigionamento, sono in gran parte di natura a lungo termine e si manifesteranno nel corso di anni o decenni, man mano che questi cambiamenti strutturali si consolideranno. Questa discrepanza tra difficoltà a breve termine e benefici differiti è una caratteristica classica dei grandi riallineamenti economici guidati da politiche o shock esterni. Tuttavia tale discrepanza sta creando confusione sia tra gli esperti che tra i non addetti ai lavori.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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I Repubblicani alla Camera confermano ufficialmente che l’“Operazione Chokepoint 2.0” ha preso di mira le aziende legate a Bitcoin e alle crittovalute
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-repubblicani-alla-camera-confermano)
I repubblicani della Commissione per i servizi finanziari alla Camera hanno pubblicato una relazione di 50 pagine che descrive dettagliatamente quello che definiscono un sistematico tentativo di debanking da parte delle autorità di regolamentazione dell'amministrazione Biden, soprannominato “Operazione Chokepoint 2.0”.
Sebbene molti dei risultati – come le pressioni esercitate dalla FED, dalla FDIC e dall'OCC sulle banche affinché non investissero in crittovalute attraverso linee guida informali, e l'approccio della SEC “prima applicare le norme, mai emanarle” – fossero già noti, la relazione li inserisce ora a pieno titolo negli atti del Congresso.
Recap of the @FinancialCmte’s 50-page report on the systematic debanking effort by Biden-era regulators dubbed “Operation Chokepoint 2.0.” ⬇️
As @intangiblecoins notes, maybe nothing breaking per se, but notable that findings are now in the Congressional record. https://t.co/kBLGCGlHzP
La relazione individua almeno 30 entità che sono state di fatto “escluse dal sistema bancario” attraverso linee guida informali e pressioni di vigilanza. Queste imprese, sostiene la Commissione, sono state costrette ad abbandonare il sistema bancario statunitense senza l'adozione di provvedimenti formali.
Coercizione governativa, applicazione parziale e pressione privata, il tutto mentre si nega
Secondo la relazione la Federal Reserve, la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) e l'Office of the Comptroller of the Currency (OCC) hanno impiegato una serie di tattiche per influenzare il comportamento delle banche.
Tra queste figuravano lettere di “non obiezione”, lettere di “sospensione” e altre forme di indicazioni informali volte a dissuadere le banche dall'intrattenere rapporti con le società di crittovalute.
Nel frattempo la Securities and Exchange Commission (SEC) avrebbe adottato una politica del tipo “prima si applicano le norme, mai si creano regole”, ricorrendo a un'applicazione selettiva delle norme anziché a chiari quadri normativi per limitare le attività legate agli asset digitali.
La relazione mette in evidenza la SAB 121, una direttiva della SEC che di fatto ha impedito alle banche di offrire servizi di custodia per crittovalute.
La relazione delinea un quadro in cui le autorità di regolamentazione negavano pubblicamente qualsiasi pregiudizio nei confronti degli asset digitali, mentre in privato esercitavano pressioni sulle banche affinché interrompessero i rapporti con le società di crittovalute. La relazione afferma che, sebbene le autorità di regolamentazione abbiano costantemente negato di scoraggiare le attività legate agli asset digitali, le prove raccolte dalla Commissione mostrano un modello di pressione privata e coercizione informale.
I repubblicani della Commissione sostengono che queste azioni rappresentino una rinascita dell'Operazione Chokepoint, un controverso programma dei primi anni 2010 che utilizzava pressioni normative e reputazionali per dissuadere le banche dal servire determinati settori ad alto rischio.
La relazione afferma che le tattiche utilizzate contro le aziende di crittovalute riproponevano gli stessi metodi: indicazioni informali, aspettative di vigilanza poco chiare e avvertimenti sui rischi reputazionali.
“La mancanza di regole chiare, unita a un'applicazione aggressiva delle norme, ha creato un effetto dissuasivo sul settore degli asset digitali”, ha dichiarato un portavoce della Commissione. “Le aziende americane legittime sono state costrette a trasferirsi all'estero, o a chiudere i battenti, non per aver commesso illeciti, ma a causa di un eccesso di regolamentazione”.
Le aziende di crittovalute hanno faticato a mantenere aperti i conti bancari
La relazione include testimonianze aneddotiche di aziende che hanno avuto difficoltà a mantenere i propri conti bancari aperti nonostante avessero rispettato tutte le leggi applicabili.
Un dirigente ha descritto ripetute richieste di documentazione, improvvise chiusure di conti e vaghi avvertimenti da parte dei responsabili della conformità che citavano “incertezza” normativa.
Un altro ha raccontato di essere stato di fatto escluso dal sistema bancario statunitense dopo aver presentato una normale documentazione regolamentare.
I repubblicani in seno alla Commissione sostengono che questo contesto abbia soffocato l'innovazione e spinto le attività finanziarie a trasferirsi all'estero.
Chiedono al Congresso di invertire queste linee di politica, fornire indicazioni esplicite e garantire che le aziende di crittovalute legittime possano accedere ai servizi bancari senza timore di pressioni arbitrarie.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'intelligenza artificiale non renderà sostenibile una società pianificata centralmente
Come si suol dire, non tutto è oro ciò che luccica. Ed è così. Questo a sua volta significa che il gradiente di errori e inefficienze nel settore dell'IA è presente; ciò non significa, però, che esse siano superiori ai vantaggi. È una questione di bilanciamento, soprattutto in un ambiente economico, come quello americano, dove la FED si sta muovendo per proteggere la classe media piuttosto che affossarla. Di conseguenza il monitoraggio delle attività legate a questo settore è pressoché serrato e finché sarà in una espansione sostenibile non dovrebbe rappresentare una minaccia. Almeno non a livello economico. La preoccupazione più comune riguardo all'intelligenza artificiale è il suo consumo di risorse, principalmente elettricità e acqua. I detrattori sostengono che il consumo dell'IA sia pericoloso, eccessivo e superfluo. È vero che i modelli LLM consumano quantità considerevoli di elettricità e acqua, ma il consumo effettivo è molto inferiore a quanto comunemente si creda. OpenAI ha riferito che ChatGPT elabora 2,5 miliardi di query al giorno: 750 milioni di wattora al giorno e 650.000 litri d'acqua al giorno. Considerati singolarmente, questi numeri sembrano molto più allarmanti di quanto non siano in realtà. Se visti in paragone con altre tecnologie, la situazione cambia. Il confronto in termini di consumo idrico è ancora più sconcertante. L'US Geological Survey riporta che gli Stati Uniti consumano oltre 1.200 miliardi di litri d'acqua ogni giorno. Ciò significa che ChatGPT rappresenta circa lo 0,00000043% del consumo idrico giornaliero degli Stati Uniti. Se il consumo di elettricità e acqua dell'IA è motivo di preoccupazione, abbiamo una lunga lista di problemi ben più urgenti. C'è poi la preoccupazione per le risorse scarse: dato il dubbio valore dell'IA allo stato attuale, non dovremmo considerare la possibilità di limitarne l'uso per preservare le nostre risorse naturali? Non corriamo il rischio che la Terra “esaurisca” metalli preziosi o rari a breve? Ad esempio, l'USGS stima che ci siano tra le 54.000 e le 64.000 tonnellate metriche di oro in riserve sotterranee accertate, rispetto alle circa 210.000 tonnellate di oro estratte nel corso della storia. Allo stesso modo stima che rimangano 6,3 miliardi di tonnellate di rame, di cui solo 700 milioni di tonnellate estratte finora. Le risorse finite sono sempre una preoccupazione, ma la storia ci dimostra che i mercati sono abili nel gestire i vincoli e le carenze attraverso due metodi: il razionamento legato al prezzo e l'incentivazione di beni sostitutivi. Un esempio storico mostra questo meccanismo di mercato: tra il XVI e il XVII secolo il legno era di gran lunga la principale fonte di combustibile per il riscaldamento e la cottura. L'uso della legna da ardere era così massiccio che gli alberi divennero sempre più difficili da trovare e reperire. Il prezzo della legna nel 1620 era dieci volte superiore a quello del 1540. Con la progressiva diminuzione degli alberi, gli inglesi cercavano disperatamente un'alternativa più economica. All'epoca il carbone era già noto come potenziale fonte di combustibile, ma non era ampiamente utilizzato. Quando il prezzo della legna, però, salì alle stelle, divenne un'alternativa sempre più allettante. Grazie a ulteriori investimenti e innovazioni il carbone divenne più economico, più facilmente reperibile e alla fine sostituì la legna come combustibile. Oggi l'Inghilterra è di nuovo ricoperta di alberi e foreste. Ciononostante anche se l'impatto dell'intelligenza artificiale è minimo, e il rischio di esaurimento delle risorse naturali è basso, si dice che il suo funzionamento causi comunque danni ambientali. Questa, però, è una vecchia fallacia che ancora ci portiamo dietro e che presuppone l'intoccabilità della natura. Coem se gli esseri umani non si fossero evoluti e non avessero sconfitto lo stato di natura modificando l'ambiente! E questa fallacia è anche il cuore dell'ambientalismo da quattro soldi che ha soffocato artificialmente e consapevolmente lo sviluppo industriale europeo, soprattutto in quei settori energetici che in questo frangente storico sarebbero stati salvifici per il benessere della classe media europea.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lintelligenza-artificiale-non-rendera)
Nel 1935 la casa editrice Macmillan pubblicò un libro intitolato, Planned Society, curato dall'economista e giornalista americano George Soule. L'idea centrale era che la disoccupazione di massa, la depressione economica, l'instabilità finanziaria e la privazione materiale avessero tutte una soluzione: c'era bisogno che i migliori e i più brillanti arrivassero al potere con un nuovo piano per l'intera società.
Seguirono numerosi capitoli che esplorarono l'idea. Con il piano giusto il governo può produrre e distribuire cibo; può costruire tutte le case e gli appartamenti; può esercitare la principale influenza sui mercati dei capitali e quindi stabilizzare i cicli economici; può fissare i prezzi e garantire che siano corretti; può fornire standard di vita minimi per tutti, oltre a garantire istruzione e assistenza sanitaria.
L'intento del libro non era quello di replicare l'esperienza sovietica, che a quel tempo era già stata screditata. Gli slogan sui lavoratori rivoluzionari e sull'espropriazione degli espropriatori non erano di moda. Anzi, intellettuali e industrie influenti temevano seriamente tali atteggiamenti. La società pianificata descritta in quel libro doveva rappresentare l'alternativa.
Il presupposto di fondo – condiviso da quasi tutti gli intellettuali pubblici dell'epoca – era che sia la libertà che la democrazia avessero fallito. Avevano condotto al caos e alla divisione sociale. Queste idee antiquate – basate sul lasciare che la società si evolvesse da sola – erano profondamente antiscientifiche. Dovevano essere sostituite da nuove idee provenienti dalle università dell'Ivy League.
L'appellativo di “società pianificata” servì anche a sostituire il socialismo come programma politico. Perché il socialismo doveva essere sostituito? In primo luogo era politicamente perdente a causa dei disastri che si stavano consumando nell'Unione Sovietica. In secondo luogo tutte le classi sociali negli Stati Uniti e nel Regno Unito tenevano ai propri diritti di proprietà, alla religione e alla famiglia, e non avevano alcun interesse in un piano per rinunciarvi. In terzo luogo a quel tempo nessuno aveva una soluzione al fallimento economico del socialismo.
Per comprendere quest'ultimo punto, torniamo indietro di oltre un decennio, al 1920. L'economista Ludwig von Mises scrisse un saggio intitolato, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth. In esso proponeva un punto di vista innovativo in contrapposizione alla teoria socialista. Si era generalmente dato per scontato che il socialismo fallisse perché gli esseri umani non sono angeli e, pertanto, non ci si può aspettare che lavorino per il bene di tutti.
Mises disse qualcosa di diverso: era felice di immaginare un mondo di persone con un forte senso di comunità, altruiste e che non avessero bisogno di incentivi monetari per lavorare e fare un buon lavoro. Persone felici di produrre, condividere e impegnarsi per il benessere di tutti. Diciamo pure che tutti gli esseri umani siano degli angeli: anche in tal caso il socialismo fallirà necessariamente per una precisa ragione tecnologica.
Il socialismo immagina di eliminare la proprietà privata del capitale, ovvero dei mezzi di produzione. Parliamo di acciaio, legno, tutti gli strumenti, i camion e qualsiasi altra cosa che non sia né una risorsa naturale né un bene di consumo. Tutto ciò sarebbe di proprietà collettiva. In questo modo, secondo le tesi socialiste, si potrebbe impedire che il valore fluisca ingiustamente dai lavoratori ai proprietari. Questo risponde alla tesi centrale di Karl Marx nel suo libro, Il Capitale, e a una lamentela costante dei socialisti fin dall'antichità.
Con la proprietà collettiva dei beni capitali, il mercato per questi ultimi scomparirebbe; di conseguenza non ci sarebbe più scambio di capitali, né prezzi per essi. Senza tali prezzi, verrebbe meno anche la contabilità dei profitti e delle perdite derivanti dal capitale. Ci ritroveremmo con enormi cumuli di beni che dovrebbero essere allocati attraverso metodi diversi dalla normale contabilità; ciò significa che la responsabilità spetterebbe ai pianificatori.
Quali segnali avrebbero i pianificatori? I prezzi sarebbero stati eliminati: non avrebbero accesso ai sistemi informativi sui bisogni della società. Non saprebbero se le risorse scarse di acciaio dovrebbero essere destinate a treni, camion, ponti, edifici, riparazioni di strutture obsolete, o alla costruzione di nuove. Non saprebbero se cotone e lana dovrebbero essere utilizzati per coperte, abbigliamento, biancheria da letto, o uniformi. Non avrebbero idea dei compromessi implicati in queste decisioni e nessun mezzo per valutare se avessero preso la decisione giusta.
E poi c'è il problema del cambiamento. Nel mondo reale tutto è in continua evoluzione: gusti dei consumatori, tecnologia, esigenze stagionali, demografia e talenti. Una società socialista gestita dall'alto non disporrebbe di alcun sistema di segnalazione per adattarsi a tali cambiamenti. La società rimarrebbe bloccata e la vita economica ristagnerebbe. Questo è il miglior risultato possibile; il peggiore è il caos più totale.
“Senza calcolo economico non può esserci economia”, scrisse Mises, “pertanto in uno stato socialista in cui la ricerca del calcolo economico è impossibile, non può esserci – nel proprio senso del termine – alcuna economia”.
Cosa sostituirebbe l'economia?
“Ci sarebbero centinaia e migliaia di fabbriche in funzione. Pochissime di queste produrrebbero beni pronti all'uso; nella maggior parte dei casi ciò che verrebbe prodotto sarebbero beni semilavorati e prodotti intermedi. Tutte queste attività sarebbero interconnesse. Ogni bene attraverserebbe una serie di fasi prima di essere pronto per l'uso. Nell'incessante fatica e nelle difficoltà di questo processo l'amministrazione centrale non avrebbe alcun mezzo per verificarne la correttezza. Non sarebbe mai in grado di stabilire se un determinato bene non sia stato trattenuto per un tempo superfluo nei necessari processi produttivi, o se lavoro e materiali non siano stati sprecati per la sua realizzazione”.
Infine: “Pertanto nella comunità socialista ogni cambiamento economico diventerebbe un'impresa il cui successo non può essere valutato né preventivamente, né successivamente. Si brancolerebbe nel buio. Il socialismo è l'abolizione dell'economia razionale”.
La tesi di Mises fu devastante per gli intellettuali europei e trovò conferma nell'esperienza sovietica. Nessuno riuscì a trovare una vera risposta fino a quando, a metà degli anni '30, l'economista polacco Oskar Lange non se ne occupò. Egli sostenne che i pianificatori centrali non avrebbero avuto bisogno di mercati reali, in quanto avrebbero potuto simularli con le aste. Lo stato avrebbe potuto assumere operatori finanziari per fare offerte e richieste, ottenendo così prezzi che i pianificatori avrebbero potuto utilizzare come informazioni per alimentare i loro piani.
Tale tesi fu ulteriormente sviluppata da F. A. Hayek, il quale ampliò il concetto di Mises in una teoria generale della conoscenza nella società. Tutti i sistemi sociali necessitano di informazioni per il coordinamento e la pianificazione, ma da dove provengono queste informazioni? Secondo Hayek le uniche informazioni affidabili sono connesse al tempo, al luogo e all'esperienza umana reale. Anche in questo caso ogni decisione economica si basa su speculazioni riguardo ai bisogni umani e alle incertezze future. I dati di cui abbiamo bisogno sono necessari per localizzare e diffondere, e spesso anche per incorporare tacitamente informazioni in abitudini, costumi e tradizioni.
I pianificatori centrali, disse, saranno sempre ignoranti rispetto all'intelligenza delle società che governano.
Negli anni Cinquanta i pianificatori elaborarono un nuovo schema che sembrava confutare tutte le precedenti critiche al socialismo e offrire una nuova via per organizzare una società razionale. Sostenevano che l'avvento dell'era informatica avesse reso la pianificazione socialista pienamente possibile. “Inseriamo il sistema di equazioni in un computer elettronico e otterremo la soluzione in meno di un secondo”, scrisse Lange. “Il processo di mercato, con i suoi macchinosi meccanismi di compensazione, appare così antiquato. Anzi, può essere considerato un dispositivo di calcolo dell'era pre-elettronica”.
Naturalmente quel sistema non funzionò. Il problema della conoscenza, chiarì Hayek, non era semplicemente una questione tecnica risolvibile con una maggiore potenza di calcolo. Era un problema di apprendimento e scoperta che richiedeva libertà d'azione, di scelta e di scambio per generare informazioni utili che si adattassero al cambiamento.
Avrete capito dove si vuole arrivare: innumerevoli pensatori si sono schierati a favore di una soluzione tecnologica al problema socialista del calcolo economico razionale e dell'uso oculato delle risorse.
Jack Ma, fondatore di Alibaba, ha scritto: “Nell'era dei big data, le capacità degli esseri umani di acquisire ed elaborare dati sono superiori a quanto si possa immaginare. Con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, o delle intelligenze multiple, la nostra percezione del mondo raggiungerà un nuovo livello. Pertanto i big data renderanno il mercato più intelligente e consentiranno di pianificare e prevedere le forze di mercato, permettendoci così di raggiungere finalmente un'economia pianificata”.
È la stessa arroganza che portò Vladimir Lenin a credere che risolvere il problema economico sotto il comunismo fosse facilissimo, finché non scoprì, due anni dopo essere salito al potere, che persino le torte erano sparite.
Lo stesso accadrà a chi pensa che l'intelligenza artificiale realizzerà i propri sogni. Lo sapete già: anche i dati migliori sono dati passati. Non forniscono una sfera di cristallo per il futuro. Sono inoltre profondamente soggetti a errori. Come tutti i sistemi pianificati centralmente, non offrono alcun meccanismo di adattamento alla realtà, nemmeno quando quest'ultima richiede a gran voce un cambiamento.
Non è incredibile? Per qualche ragione gli intellettuali sono sempre restii ad ammettere di non essere in grado di pianificare la società sotto alcuna bandiera ideologica, e che solo la libertà è capace di generare i migliori risultati sociali ed economici possibili. Le vecchie soluzioni dei diritti individuali e della libertà – i principi cardine dei Padri Fondatori americani – non solo hanno resistito alla prova del tempo, ma offrono ancora il modello migliore per il futuro.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'Italia riduce le tasse sui carburanti mentre la crisi iraniana fa aumentare il prezzo del petrolio; la Germania rifiuta gli sgravi nonostante i guadagni inattesi
In questo cappello mi scosterò un po' dal tema principale trattato dall'articolo tradotto di oggi e mi concentrerò su un fenomeno che si sta diffondendo in sordina, o per meglio dire viene fatto restare volutamente in sordina dalla stampa generalista e da quella alternativa: la bolla del private credit. La minaccia odierna non è rappresentata da un improvviso fallimento bancario, bensì da strutture opache e illiquide, da un'enorme ondata di rifinanziamenti e dalla lenta rivalutazione del rischio dopo dieci anni di denaro a basso costo. Il private credit, il private equity e i portafogli a leva sono le questioni più importanti. Negli ultimi 10 anni è cresciuto da una strategia di nicchia a una componente multimiliardaria della finanza globale e le sue attività superano ormai i $2.000 miliardi. Ogni anno assistiamo a un aumento dei prestiti concessi a società in difficoltà nel pagamento degli interessi, soprattutto nei settori ciclici e del software, con gli investitori alla ricerca di rendimenti reali. Gli investitori che hanno subito la repressione finanziaria hanno constatato che il debito sovrano non offriva alcun rendimento economico reale e sono stati costretti ad assumersi maggiori rischi per ottenere rendimenti reali modesti. Le autorità di regolamentazione europee e britanniche affermano che i fondi di private credit non utilizzano molta leva finanziaria, ma il rischio per il sistema deriva dal fatto che questi fondi sono interconnessi e difficili da tracciare. L'esposizione delle banche a questo settore e agli hedge fund raggiunge diverse migliaia di miliardi di dollari, tuttavia il rischio più probabile per le banche non è una reazione a catena come nel 2008, bensì la necessità di limitare l'accesso al credito e di adottare misure preventive e svalutazioni. Il debito privato e il private equity stanno causando una crisi attraverso una lenta stretta creditizia anziché di un unico grande disastro come nel 2008. Dobbiamo però ricordarci che le banche americane hanno aumentato il capitale di base a ritmi significativi negli ultimi anni, quindi la situazione in termini di solvibilità e bilancio è ben lontana dalle difficoltà del 2008. Infatti con la dismissione della SLR e le regole di Basilea III, esse sono più capaci di gestire stress di bilancio in caso di crisi. Soprattutto quando i titoli del Tesoro americani sono tornati a essere collaterale affidabile e non più necessitanti un supporto a loro volta. Questo a sua volta significa che la loro domanda aumenterà, soprattutto da parte dei player esteri i quali saranno investiti da questa tempesta con molta più veemenza rispetto alle controparti americane. In questo modo vengono ridimensionati presunti giganti del mondo finanziario come BlackRock e Vanguard i quali hanno potenziato i canali ombra della finanza mondiale, banche come JP Morgan e Goldman Sachs raccolgono i deflussi e consolidano la loro posizione, la classe media americana viene liberata da una grossa fetta di finanziarizzazione che ne ha bloccato la crescita, e il debito americano continua a essere un asset di scelta in caso di copertura delle proprie posizioni. I guai, quindi, sono tutti di Londra e Bruxelles principalmente, che hanno adottato questo modello di business per gonfiare artificialmente le loro posizioni di predominanza sui mercati e svuotando l'economia americana come garanzia per la continuità di questa pratica malevola. E a ciò bisogna anche aggiungere che il SOFR e il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro mettono ulteriormente a riparo i player americani nei confronti di un contagio sistemico proveniente dalle loro controparti oltreoceano molto più deboli.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/litalia-riduce-le-tasse-sui-carburanti)
Un'economia di mercato solida dispiega la sua massima capacità di assorbimento proprio durante gli shock esterni. In quei casi i policymaker dovrebbero rimanere inerti, poiché le nubi della tempesta di solito si diradano da sole, in linea con il principio che i prezzi elevati sono la cura per i prezzi elevati. Questo, ovviamente, si applica ai mercati energetici solo se i governi non si sono già tirati fuori dall'equazione attraverso grotteschi interventi politici ben prima della crisi.
Per le economie europee, tuttavia, vale il contrario. Si tratta di sistemi eccessivamente regolamentati, gravati da un estenuante carico fiscale e strutturalmente fragili, in grado a malapena di attivare efficaci meccanismi di assorbimento degli shock di fronte alla crisi iraniana. Gli alti prezzi dell'energia colpiscono incessantemente e le risposte politiche nazionali divergono nettamente tra le diverse giurisdizioni europee.
La premier italiana Giorgia Meloni ha reagito prontamente alla situazione critica dei prezzi del carburante nel Paese. A seguito di una decisione del Consiglio dei Ministri del 18 marzo, è entrata in vigore per decreto una riduzione immediata delle accise sui carburanti, applicabile sia alla benzina che al diesel. Secondo fonti governative si prevede una riduzione dei prezzi di 25 centesimi al litro, generalizzata per famiglie, imprese e tutti gli operatori del mercato.
In Italia i policymaker sembrano essere molto attenti alla realtà, sintonizzati sulle difficoltà affrontate da cittadini, imprese e commercianti. In netto contrasto con il governo del cancelliere Friedrich Merz, Roma opta per misure di sostegno al settore privato in un contesto di crisi che sta erodendo progressivamente il potere d'acquisto. Nel frattempo Merz e il suo ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, sono invischiati in dibattiti sugli aumenti delle tasse, distaccati dalla crisi di Hormuz e in gran parte scollegati dalla realtà di lavoratori, pendolari e aziende. L'apparato fiscale di Berlino è autoreferenziale e monotono, proiettato verso il prossimo atto della propria tragicommedia.
L'Italia, un tempo più statalista nello spirito rispetto alla sua rivale settentrionale, ora agisce con rapidità, pragmatismo e decisione. Il taglio delle accise rimarrà inizialmente in vigore per 20 giorni, ma è probabile che venga prorogato qualora la situazione nello Stretto di Hormuz, in gran parte bloccato adesso, non dovesse migliorare. Il governo italiano dimostra così una capacità di azione che manca alla Germania. Merz, al contrario, rimane esitante nel ridurre l'intervento statale: un convinto statalista che, persino in un momento di grave crisi, non riesce ad adottare le misure fiscali necessarie per proteggere imprese e consumatori dalla tempesta in arrivo.
A Berlino i politici continuano a negare a cittadini e imprese il tanto atteso sollievo dall'impennata dei prezzi del carburante, nonostante circa due terzi del prezzo confluiscano nelle casse dello stato attraverso varie imposte. Forse è proprio per questo che la questione viene rimandata. A Berlino prevale una mentalità di sfruttamento, anche se le casse pubbliche si stanno svuotando. I tagli alla spesa che potrebbero creare spazio per un alleggerimento del carico vengono evitati a tutti i costi in vista delle super elezioni del 2026.
La situazione a Roma è nettamente diversa: oltre a ridurre le accise sui carburanti, il governo italiano concede crediti d'imposta alle aziende di trasporto, direttamente collegati al consumo verificato di gasolio.
Questi crediti sono destinati ad alleviare il settore della logistica, uno dei più colpiti dall'aumento dei prezzi dell'energia, e a impedire che l'aumento dei costi e l'estrema volatilità nei mercati energetici si ripercuotano interamente sulle tariffe di trasporto e sui prezzi al consumo.
Ma le misure non si fermano qui. Il governo italiano ha rapidamente predisposto un pacchetto più ampio volto a frenare la potenziale speculazione sui prezzi alla pompa. Per prevenire rincari eccessivi è stato introdotto un meccanismo anti-speculazione per individuare e limitare gli aumenti di prezzo ingiustificati.
In pratica ciò significa che i prezzi al dettaglio dei carburanti saranno strettamente collegati alle effettive variazioni dei prezzi globali del petrolio greggio, garantendo che eventuali rincari ingiustificati vengano immediatamente eliminati.
Le compagnie petrolifere e i gestori delle stazioni di servizio sono tenuti a comunicare regolarmente i propri prezzi alle autorità, che monitorano l'intera catena di approvvigionamento e distribuzione. Le deviazioni dai prezzi giustificati dalle variazioni del mercato del petrolio greggio possono comportare sanzioni.
Nell'emergenza acuta scatenata dalla crisi iraniana, il potere esecutivo del governo italiano si rivela un chiaro vantaggio. Esso può emanare rapidamente provvedimenti temporanei tramite decreto. La decisione di ridurre le accise sui carburanti è particolarmente significativa, dato che l'Italia, come la Germania, applica accise molto elevate sui carburanti. Lo stato rappresenta fino al 62% del prezzo della benzina e circa il 58% del prezzo del diesel.
L'importanza del taglio delle tasse è diventata evidente sui mercati delle materie prime, soprattutto quando il petrolio WTI è salito a circa $114. L'attacco al complesso energetico iraniano di South Pars ha inferto un ulteriore shock al mercato.
Per gli italiani c'è la speranza che questa grave crisi porti infine a una più ampia consapevolezza – soprattutto per il Ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, e il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni – che alleggerire il costo del carburante per i cittadini sia fondamentalmente l'approccio giusto. Mobilità e costi di trasporto accessibili rimangono fattori chiave di competitività.
Lo stato deve imparare a esercitare moderazione. Uno stato snello protegge i cittadini in tempi di crisi molto meglio, grazie alla sua flessibilità, rispetto all'apparato burocratico elefantiaco che conosciamo oggi. Una conclusione che, tuttavia, il cancelliere e il ministro delle finanze tedeschi contesterebbero fermamente.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #3)
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-f29)
L'attenzione del mondo è concentrata su uno spettacolo. I commentatori parlano con il fiato sospeso di una nuova Guerra Fredda contro la Cina, della battaglia per procura in Ucraina, degli attacchi contro l'Iran e della frammentazione dell'ordine liberale post-1945. Esplosioni riecheggiano a Teheran, aerei da guerra colpiscono obiettivi in tutto il Medio Oriente. Vengono riproposti i soliti schemi: la competizione tra le grandi potenze, l'instabilità regionale, lo scontro di civiltà.
Ma questa interpretazione confonde i sintomi con le cause, gli effetti con l'essenza. Come descritto nella Prima Parte di questa serie, questi conflitti geopolitici non sono l'evento primario, bensì i sintomi visibili di una lotta più profonda, che dura da secoli: la Guerra Civile Inglese 3.0, una guerra intra-civiltà tra le élite anglofone per la fonte e il centro fondamentali del potere.
La Seconda Parte tracciava la genesi di questa lotta: la “cattura” della Corona inglese da parte di interessi finanziari continentali durante la Rivoluzione Gloriosa del 1688. Quell'evento non fu un semplice cambiamento dinastico o un riallineamento religioso: fu, nel senso più letterale del termine, la prima presa di potere ostile di uno Stato da parte di una corporazione; un colpo di stato finanziario guidato dagli olandesi che insediò una nuova classe dirigente il cui potere derivava non dalla terra o dalla produzione, ma dalla manipolazione del debito e della valuta.
Il che ci porta alla domanda a cui il saggio di oggi deve rispondere: chi erano gli acquirenti? Chi sono i loro discendenti? Cosa definisce la classe che ha tenuto i popoli anglofoni in una “sanguinaria gabbia dorata di debiti” per oltre tre secoli?
La forza contrapposta in questa guerra civile sono i “finanziari”: una classe dominante transnazionale il cui potere non deriva dalla produzione di valore, bensì dalla sua estrazione attraverso l'ingegneria finanziaria, la manipolazione del debito e la ricerca di rendite. Non si tratta di una cabala segreta riunita in chalet svizzeri. La sua natura è sociologica: un gruppo di individui affini che condividono interessi materiali, istituzioni, percorsi formativi e una visione del mondo che trascende i confini nazionali. Per comprendere la guerra, dobbiamo prima comprendere i belligeranti.
Come terza parte di sette, questo articolo funge da nucleo di definizioni della serie. Il primo saggio ha diagnosticato l'illusione (la geopolitica come depistaggio); il secondo ha rivelato l'origine (il 1688 come evento genesi); quello di oggi identifica il protagonista del regime finanziarista. Culminerà anticipando il quarto saggio che esaminerà il DNA istituzionale del sistema — la Banca d'Inghilterra (1694) — come meccanismo che ha radicato il potere di questa classe nella struttura stessa dello Stato.
I. La figura del finanziario: un profilo sociologico
A. Non una cospirazione, ma una tipologia
Qualsiasi tema che postuli una continuità tra le élite attraverso i secoli deve immediatamente scontrarsi con l'accusa di pensiero complottista. Tale accusa è prevedibile: ci si aspetta infatti che questo schema riduca una storia complessa a uno spettacolo di marionette, con figure oscure che tirano i fili da una stanza segreta a Ginevra o a Londra.
La classe finanziaria si tiene unita grazie all'allineamento degli incentivi, non a strette di mano segrete. Quando il presidente della Federal Reserve può muovere i mercati con una sola frase, questo è potere senza mandato sociale. Quando i segretari del Tesoro e i banchieri centrali passano senza soluzione di continuità dal servizio pubblico all'impiego presso le stesse istituzioni che un tempo regolamentavano, non si tratta di cospirazione, ma di coesione per tipologia. Quando BlackRock gestisce $10.000 miliardi in asset, una somma superiore alle economie di tutte le nazioni tranne tre, esercita un potere che non è meramente economico, ma fondamentalmente politico. Questo è il normale funzionamento di un sistema in cui il potere pubblico e privato sono stati integrati senza soluzione di continuità.
Il pericolo di diagnosticare erroneamente questo fenomeno come una semplice cospirazione è che si oscura la natura sistemica del problema. Se la classe finanziaria fosse semplicemente una cricca, basterebbe incarcerare alcuni individui per eliminarla. Ma dato che si tratta di un fenomeno radicato nelle istituzioni e nei meccanismi di incentivazione, richiede soluzioni strutturali, non meramente punitive.
B. Fonte del potere: la distinzione tra ricchezza lecita e illecita
Per comprendere il finanziario, dobbiamo prima comprendere la distinzione fondamentale tra due forme di ricchezza.
La ricchezza lecita deriva dalla produzione, dall'innovazione e dal commercio, ovvero dalla creazione di nuovo valore. L'agricoltore che coltiva il cibo, il produttore che costruisce macchinari, l'ingegnere che progetta sistemi migliori: questi sono creatori di ricchezza lecita. Le loro attività espandono la torta economica.
La ricchezza illecita deriva dall'appropriazione indebita di valore già esistente, creato da altri. I suoi meccanismi includono:
• Ingegneria finanziaria: derivati complessi, trading ad alta frequenza, bolle speculative che non creano alcun valore duraturo.
• Manipolazione del debito: controllo dell'emissione di valuta, trappole del debito sovrano, usura che estrae senza produrre.
• Ricerca di rendita: estrarre profitti dall'economia produttiva senza aggiungere valore, prestiti predatori, spoliazione di beni, rendite monopolistiche sui servizi essenziali.
Non si tratta semplicemente di una distinzione economica; è una distinzione di civiltà. La ricchezza illecita è parassitaria per sua natura: indebolisce il corpo ospitante (l'economia produttiva) per arricchire il parassita (il finanziario).
C. Caratteristiche principali della tipologia
La tipologia può essere definita con precisione attraverso diverse caratteristiche chiave:
• Transnazionale: reti e lealtà trascendono le nazioni; radicate in istituzioni globali (FMI, BRI, OMC, grandi società di investimento), non in comunità locali. Discendenti di lignaggi finanziari pretoriani romani, veneziani, olandesi e inglesi.
• Non produttiva: ricava reddito dal possesso di asset e meccanismi finanziari, non dalla gestione della creazione di beni o servizi. Il prodotto è la moneta artificiale stessa.
• Istituzionale: il potere è radicato e esercitato attraverso le “cattedrali” (banche centrali, mega-società di investimento come BlackRock e Vanguard, organismi sovranazionali come il FMI e la Banca Mondiale).
• Approccio psicologico: vede il mondo in termini di liquidità, garanzie e valore estraibile. Società, nazioni e individui sono risorse da ottimizzare e, se necessario, da scartare una volta esaurite.
D. Finanziari & altri tipi di élite
Questa distinzione diventa più chiara quando mettiamo a confronto i finanziari con altre classi dominanti storiche.
Finanziario (ricchezza illecita)
• Fonte di potere: manipolazione del debito, speculazione, ricerca di rendite.
• Rapporto con la ricchezza: è uno strumento astratto di controllo e ulteriore estrazione.
• Ciclo della ricchezza: pump-and-dump; estrattivo (la catena finanziaria della morte).
• Impatto sociale: l'estrazione di risorse porta a disuguaglianze, stagnazione e collasso.
• Esempi storici: pretoriani romani; mercanti veneziani; finanziari della Compagnia olandese delle Indie orientali; banchieri mercantili londinesi dopo il 1688; gestori moderni di hedge fund.
• Analogia moderna: soci di società di private equity, tecnocrati delle banche centrali, segretari del Tesoro di Goldman Sachs.
Produttore (ricchezza lecita)
• Fonte di potere: innovazione, industria manifatturiera, agricoltura, commercio.
• Rapporto con la ricchezza: è il prodotto del lavoro e dell'innovazione.
• Ciclo della ricchezza: reinvestimento; crescita sostenibile.
• Impatto sociale: creazione di valore, occupazione e infrastrutture.
• Esempio storico: tenute terriere e beni comuni, come principati o stati liberi; industriali come Ford, Carnegie; produttori americani del dopoguerra; agricoltori a conduzione familiare.
• Analogia moderna: imprenditori nel settore tecnologico (prima della finanziarizzazione), proprietari di piccole imprese, ingegneri.
Guerriero/Sovrano tradizionale
• Fonte di potere: forza militare, legittimità ereditaria, controllo territoriale.
• Rapporto con la ricchezza: alimenta il potere e lo status; è legata alla terra e ai tributi.
• Ciclo della ricchezza: accumulo attraverso la conquista e la protezione.
• Impatto sociale: protezione e ordine (idealmente), ma può diventare predatorio.
• Esempio storico: signori feudali; aristocrazie guerriere; leader nazionalisti.
• Analogia moderna: nazionalisti populisti, leader militari, nobiltà capace.
Il finanziario non è il capitalista industriale che costruisce fabbriche e dà lavoro agli operai. È colui che orchestra l'acquisizione con leva finanziaria, depreda le attività, carica l'azienda di debiti e se ne va intascando le commissioni mentre i lavoratori vengono licenziati e il fondo pensione viene svuotato. Non è il mercante che commercia merci, ma lo speculatore che specula sul debito per acquistare le merci. È il sommo sacerdote di una religione che ha dimenticato che la ricchezza deve prima essere creata poi poter essere spostata.
III. La genesi della tipologia: dai mercanti mediterranei ai maestri anglo-americani
A. La preistoria: migrazioni di una classe parassitaria
Il modello del finanziario non è nato già formato dalla testa di Zeus nel 1688. Si è evoluto nel corso dei secoli, migrando da un centro di potere all'altro, adattando i suoi metodi pur preservandone l'essenza. Non si tratta di una linea di discendenza ininterrotta, bensì di una struttura istituzionale e di incentivi in continua evoluzione.
Roma pretoriana (I-IV secolo): prima degli oligarchi mercantili di Venezia o degli obbligazionisti di Amsterdam, c'erano i pretoriani e le loro guardie pretoriane. Per tre secoli il regime pretoriano funzionò come il potere estrattivo e sanguinario originario, radicato nel cuore di Roma. Perfezionarono il modello più antico di tutti: l'uso della violenza organizzata, non per la difesa esterna, ma per il saccheggio interno. Stazionati all'interno delle mura cittadine, tenevano in ostaggio l'imperatore, i giudici, i generali, i senatori, i nobili, i mercanti, chiunque avesse ricchezza e influenza, mettendo all'asta il trono e le posizioni di potere al miglior offerente e massacrando coloro che si rifiutavano di pagare. Erano un esercito permanente di mercenari che avevano capito che controllare il debito dello stato nei confronti dei suoi soldati era più redditizio che conquistare terre straniere. Quando l'Impero non fu più in grado di pagarli in denaro, pretesero il pagamento in terre e sangue, accelerando il crollo della struttura occidentale di cui si nutrivano. I pretoriani dimostrarono che una classe parassitaria non aveva bisogno di commerciare in carta per essere di natura finanziaria: commerciavano nella merce per eccellenza, ovvero la coercizione. Questo modello romano di estinzione sostenuta dallo Stato si sarebbe ripercosso nel corso della storia, evolvendosi dalle spade alle azioni, man mano che i finanziari successivi impararono che l'estrazione più efficiente non richiede una guarnigione alle porte, ma un'ipoteca sul tesoro.
Venezia (XIV-XVI secolo): la Repubblica di Venezia perfezionò il modello, ovvero una repubblica governata da un'oligarchia mercantile che fuse il potere commerciale e politico con la violenza mercenaria e assassina. I mercanti veneziani furono i pionieri del sistema bancario mercantile, del debito pubblico e dell'uso di partenariati pubblico-privati per l'espansione imperiale. Come scrive Frederic C. Lane nel libro, Venice: A Maritime Republic: “Venezia inventò il concetto moderno di Stato come società per azioni, con la nobiltà come azionista principale”. Gli Arsenalotti, i famosi cantieri navali veneziani, furono probabilmente la prima grande impresa industriale finanziata da capitale privato sostenuto dallo Stato.
Amsterdam (XVII secolo): gli olandesi presero il modello veneziano e lo globalizzarono. La Compagnia olandese delle Indie orientali, fondata nel 1602, creò il modello moderno per la società per azioni: proprietà congiunta, azioni trasferibili, responsabilità limitata e potere monopolistico sostenuto dallo Stato su vasti territori. La Borsa di Amsterdam divenne la prima borsa moderna, una “cattedrale” dove si poteva venerare la nuova fede del finanziarismo. Come scrive Jonathan Israel nel libro, Dutch Primacy in World Trade, 1585-1740: “La Compagnia olandese delle Indie orientali non era semplicemente una società; era uno Stato in forma aziendale, che faceva la guerra, negoziava trattati e governava milioni di persone”.
Gli olandesi perfezionarono anche i meccanismi finanziari che sarebbero stati poi impiegati contro l'Inghilterra. Crearono il primo sistema moderno di credito pubblico, finanziato da accise e gestito da una classe di finanzieri professionisti che si muovevano con disinvoltura tra commercio privato e pubblica amministrazione. Quando Guglielmo d'Orange preparò l'invasione dell'Inghilterra nel 1688, lo fece con i finanziamenti dei mercanti di Amsterdam, i quali avevano compreso che il controllo dello Stato inglese avrebbe aperto nuovi e vasti territori allo sfruttamento finanziario. Inoltre gli inglesi fornirono gli eserciti e le flotte necessari per imporre la riscossione dei debiti e il sequestro dei beni a livello mondiale.
B. La “cattura” del 1688 come formazione della classe
La Rivoluzione “Gloriosa” del 1688 deve essere compresa attraverso la lente della finanza aziendale. Un interesse finanziario continentale, sostenuto da capitali, potenza militare e competenza finanziaria olandesi, e diretto da Roma intenzionata a recuperare i territori e le entrate persi sotto i Tudor, acquisì il controllo effettivo dello Stato inglese.
L'obiettivo era vulnerabile. Come descritto nella Seconda Parte di questa serie, la Corona inglese era stata sistematicamente intrappolata nei debiti dalla propria classe mercantile. Re Carlo II era stato costretto a dichiarare un “blocco del tesoro” nel 1672, sospendendo il rimborso dei suoi debiti. Suo padre, Carlo I, aveva fatto ricorso a “prestiti forzati” quando il credito volontario veniva deliberatamente negato. Il problema fondamentale era strutturale: senza il consenso parlamentare per la tassazione, la Corona non aveva un impegno credibile a ripagare i propri obblighi e, di conseguenza, i creditori si rifiutavano di erogare fondi.
La coalizione guidata dagli olandesi sfruttò magistralmente questo punto di leva, creato dalle attività insurrezionali romano-veneziane-olandesi protrattesi per oltre sessant'anni. Offrendo una soluzione – un impegno credibile per il rimborso del debito attraverso il controllo parlamentare – risolsero il problema immediato della Corona, assoggettandola al contempo ai propri interessi di classe per i secoli a venire. Un'abile operazione di disinformazione che si concretizzò in una sanguinosa guerra civile, la quale distrusse qualsiasi capacità di resistenza fisica al successivo colpo di stato ostile, spacciato per una rivoluzione gloriosa. Una guerra di quinta generazione, secoli prima che tale termine venisse coniato.
L'economia politica della Rivoluzione si rivelò di per sé rivelatrice: Re Giacomo II era profondamente legato alla Royal African Company e alla Compagnia delle Indie orientali, convinto che il futuro dell'Inghilterra risiedesse nell'impero territoriale d'oltremare. I Whig, che lo spodestarono, rifiutarono questo modello. Sostenevano che “il lavoro crea ricchezza” e che il governo dovesse sostenere attivamente lo sviluppo economico, ma il meccanismo istituzionale da loro creato conteneva in sé i germi di una nuova forma di potere che avrebbe finito per trascendere e inglobare gli interessi manifatturieri che avrebbe dovuto servire.
Il regime finanziario olandese-stuartiano si servì di false divisioni come copertura per il consolidamento di classe. Le masse si scontrarono su questioni teologiche (protestanti contro cattolici) e principi costituzionali (Corona contro Parlamento), mentre l'élite finanziaria consolidava il controllo sul tesoro.
C. Il blocco istituzionale: un assaggio della Quarta Parte di questa serie
La creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694 fu l'atto cruciale del consolidamento di questa classe. Non si trattava semplicemente di una banca; era l'incarnazione istituzionale del potere finanziario.
Prendiamo in considerazione cosa rappresentava la Banca d'Inghilterra:
• Si trattava di una società privata a cui erano stati concessi privilegi pubblici: il diritto esclusivo di emettere banconote e gestire il debito nazionale.
• Ciò ha creato un debito nazionale permanente, garantendo allo Stato una fonte di entrate perenne per la classe finanziaria.
• Ha fuso gli interessi dello Stato (che necessitava di finanziamenti per la guerra) e quelli dei finanziari (che traevano profitto da quel debito), creando una macchina bellica che si autoalimentava.
Come scrisse Sir John Clapham nel libro, The Bank of England: A History: “La storia della Banca d’Inghilterra durante i suoi primi anni è in non poca misura la storia dell’accordo del 1689”. La Banca d'Inghilterra era il meccanismo che imprigionava la classe finanziaria nella struttura dello stato, garantendo che ogni guerra successiva li avrebbe arricchiti e che ogni pace sarebbe stata solo un intermezzo prima del successivo ciclo di conflitti finanziati dal debito.
Questo è il “peccato originale” che la Quarta Parte di questa serie analizzerà in dettaglio. Per ora basta far notare che la Banca d’Inghilterra rappresentava per la classe finanziaria ciò che il regime pretoriano rappresentava per gli imperatori romani: un potere incontrollato che finanziava le forze permanenti a protezione del regime, servendo in ultima analisi i propri interessi.
IV. Il sistema operativo finanziario: la catena finanziaria della morte come comportamento di classe
A. La catena di uccisioni come “come” del potere illecito
Se il finanziario è il “chi”, la catena finanziaria della morte è il “come”: il piano operativo attraverso il quale questa classe estrae ricchezza dalle società. Non si tratta di una cospirazione pianificata per ogni singolo bersaglio, ma del comportamento naturale di una classe che opera sulla base di incentivi condivisi. La catena della morte finanziaria è per il finanziario ciò che la caccia è per il predatore: uno schema comportamentale radicato che garantisce la sopravvivenza e la riproduzione.
Il concetto ha origine nell'analisi militare e descrive le fasi di un attacco mirato: individuare, localizzare, tracciare, colpire, ingaggiare, valutare. Essa adatta questo schema all'estrazione di ricchezza da intere società; si tratta di un ciclo in sette fasi che si è ripetuto nel corso dei secoli e in diversi continenti, da Venezia ad Amsterdam, da Londra a New York, e da lì in ogni angolo del globo.
B. Le sette fasi della catena finanziaria della morte
Fase 1: Infiltrazione — Il finanziario si insinua nella società bersaglio, spesso offrendo di gestire il debito dell'élite, facilitare gli scambi commerciali, o fornire servizi finanziari “sofisticati”. Nell'Inghilterra del XVII secolo ciò significava che i finanziari olandesi si ingraziavano la nobiltà inglese, offrendo prestiti e opportunità di investimento che creavano dipendenza. Nel XX secolo significava che i consulenti finanziari “aiutavano” i Paesi in via di sviluppo a gestire le loro valute e il loro debito: il primo passo verso le trappole del debito degli anni '80 e '90.
Fase 2: Cattura — Le istituzioni chiave vengono catturate o subordinate. Il Tesoro, la banca centrale, l'apparato di gestione del debito: questi diventano strumenti di controllo finanziario anziché servitori dell'interesse pubblico. La creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694 fu l'archetipo della cattura: un'istituzione privata a cui fu concesso il controllo sulla valuta e sul debito nazionale. Nell'era moderna l'“indipendenza” delle banche centrali dal controllo politico svolge la stessa funzione: sottrarre la politica monetaria alla responsabilità democratica e affidarla al sacerdozio finanziario.
Fase 3: Indebitamento — Come fanno gli spacciatori con un nuovo territorio, usando droghe a basso costo o gratuite, la società viene inondata di credito a basso costo, creando dipendenza e alimentando bolle speculative. La popolazione si trasforma da cittadini in debitori. Ma il debito non diventa una trappola, bensì un cammino verso la redenzione.
Fase 4: Finanziarizzazione — Tutti gli aspetti della vita vengono trasformati in asset liquidi da scambiare e su cui speculare. Le abitazioni diventano “beni immobili” da cartolarizzare; l'istruzione diventa “capitale umano” da sfruttare; l'assistenza sanitaria diventa un “mercato” da monetizzare; l'economia produttiva viene subordinata all'economia finanziaria. Come si evince dalla relazione di Mckinsey Global Institute: “Il rapporto tra attività finanziarie globali e PIL globale è passato da 1:1 nel 1980 a oltre 4:1 nel 2020, una misura di quanto della nostra vita economica sia stata catturata dal mondo della finanza”.
Fase 5: Estrazione — Il valore viene ricavato attraverso pagamenti di interessi, commissioni, smembramento di attività e ricerca di rendite. La ricchezza fluisce verso l'alto e verso l'esterno, verso la classe finanziaria. Si considerino i meccanismi del private equity moderno: una società acquisisce un'azienda utilizzando denaro preso in prestito, carica il debito sul bilancio dell'azienda, estrae commissioni per “servizi di gestione” e poi vende l'entità spogliata e indebolita — spesso entro pochi anni — lasciando dietro di sé un guscio vuoto e portandosi via milioni. Questa è estrazione, non creazione.
Fase 6: Crisi — L'inevitabile scoppio della bolla, o una crisi artificiale (uno scontro sul “tetto del debito”, una crisi monetaria, una guerra pianificata con cura) viene utilizzata per giustificare l'austerità, i salvataggi per i finanziari e un ulteriore consolidamento del controllo. Lo schema è costante: i guadagni vengono privatizzati; le perdite vengono socializzate. Come hanno scritto Simon Johnson e James Kwak nel libro, 13 Bankers: The Wall Street Takeover and the Next Financial Meltdown: “Il settore finanziario ha incassato $700 miliardi in salvataggi mentre milioni di persone perdevano la casa, e poi ha esercitato pressioni per garantire che nulla cambiasse a livello di base”.
Fase 7: Collasso/Abbandono — La società ospitante viene prosciugata. I suoi figli nativi vengono sterminati nelle guerre di riscossione e recupero crediti e di sequestro dei beni. La classe finanziaria, essendo transnazionale, si limita a spostare le proprie attività in un terreno nuovo e più fertile, lasciandosi alle spalle la rovina. Il declino della Gran Bretagna del dopoguerra, lo smembramento del cuore industriale americano, le crisi del debito in America Latina e in Africa: ognuna di queste rappresenta una catena finanziaria della morte completata, un ospite abbandonato.
C. La catena finanziaria della morte e la guerra perpetua
Fondamentalmente la Fase 6 (Crisi) spesso si manifesta come guerra o viene sfruttata per giustificarla. La guerra crea debito, il debito arricchisce i finanziari, pertanto questa classe ha un incentivo strutturale a perpetuare un conflitto gestito. La “pace” tra le guerre è semplicemente il periodo di rifinanziamento e preparazione per la successiva fase di sfruttamento.
Questa intuizione, sviluppata per la prima volta nella Seconda Parte di questa serie e che presto verrà approfondita nella Quarta Parte, è essenziale per comprendere la guerra civile inglese durata 400 anni. La classe finanziaria non si limita a trarre vantaggio dalla guerra; ne ha bisogno come meccanismo per generare il debito che è la sua linfa vitale.
L'Iran è il palcoscenico su cui fazioni rivali dell'élite anglo-americana combattono la loro battaglia interna, usando il territorio e le vite umane del Medio Oriente come pedine di una lotta le cui vere poste in gioco si trovano a Roma, Bruxelles, Londra, Washington e nei resti di un impero globale.
V. Il motore ideologico: la finanza come religione
A. Il vuoto spirituale e la nuova fede
La classe finanziaria non poteva sostenersi solo attraverso incentivi materiali. Aveva bisogno di un sistema di credenze, una teologia che santificasse la sua estrazione, giustificasse i suoi privilegi e ispirasse nei suoi seguaci il fervore dei veri credenti.
Questo sistema di credenze è emerso dal vuoto spirituale creato dalle guerre di religione del XVI e XVII secolo. La Pace di Vestfalia (1648) pose fine alle guerre di religione stabilendo il principio che ogni sovrano potesse determinare la religione del proprio stato. Ma così facendo privò il cristianesimo del suo potere unificante e civilizzatore. In questo vuoto si inserì una nuova, potente fede: il finanziarismo.
B. La teologia del finanziario
La religione finanziaria non è semplicemente emersa di pari passo col capitalismo; gli ha fornito la sua giustificazione spirituale. Ha applicato la teologia cristiana ai concetti finanziari, creando una visione del mondo onnicomprensiva:
• Dio è la Ricchezza: l'essenza suprema e divina, l'obiettivo ultimo e la misura di ogni valore. La sua ricerca è la vocazione più elevata.
• Gesù Cristo è il Denaro: il mezzo sacro, il “salvatore” che media tra il credente e il divino (la Ricchezza). È lo strumento della salvezza.
• Lo Spirito Santo è il Credito/Debito: la forza animatrice e invisibile che permette ai fedeli di creare valore ex nihilo, legando il futuro al presente attraverso la fede.
• La Chiesa è il Sistema finanziario: l'incarnazione istituzionale della fede – le “Cattedrali” (banche centrali, FMI, Banca Mondiale), le “Chiese” (banche commerciali) e il “sacerdozio” (economisti, banchieri, finanziari).
• Il Peccato originale è nascere Poveri: il deficit spirituale intrinseco da cui tutti devono cercare la redenzione attraverso l'accumulo di ricchezza. Questa dottrina colpevolizza la vittima e santifica chi accumula.
• La Salvezza è la Prosperità/libertà finanziaria: lo stato di grazia raggiunto attraverso l'adesione alle leggi finanziarie e l'accumulo di denaro.
• Il Peccato imperdonabile è adorare qualsiasi cosa che non sia la ricchezza: dare priorità alla famiglia, alla comunità, alla nazione, o a Dio rispetto alla ricchezza è un'eresia. Questo spiega la totale intolleranza del finanziario nei confronti dei sistemi di valori rivali (es. sovranità, tradizione, ecologia).
Non si tratta semplicemente di un sistema di comportamento economico; è un universo morale completo, con le sue definizioni di peccato e salvezza, i suoi rituali (es. bilanciamento, revisione del portafoglio, pianificazione degli investimenti) e la sua escatologia (la ricerca della libertà finanziaria come forma di vita eterna).
C. Coesione di classe attraverso dogmi condivisi
Questa teologia fornisce alla classe finanziaria la sua certezza morale e il suo senso di missione. Non c'è avidità, ma rettitudine. Non c'è estrazione, ma allocazione del capitale in modo efficiente. Questo sistema di credenze, interiorizzato attraverso l'istruzione presso istituzioni d'élite (i seminari della fede) e rafforzato dalla pratica quotidiana nelle "cattedrali" della finanza, crea un legame potente e tacito.
La “mano invisibile” di Adam Smith diventa la Provvidenza, una forza divina che guida l’egoismo individuale verso il bene collettivo. Il giudizio del mercato diventa il giudizio di Dio: le nazioni che prosperano sono benedette; le nazioni che lottano sono dannate. Come ha affermato un teologo finanziario (un economista): “Non c’è alternativa” – la famosa dottrina TINA di Margaret Thatcher, che non è altro che una dichiarazione di fede secondo cui l’ordine finanziario è l’unico ordine possibile, la fine della storia.
Ecco perché la classe finanziaria reagisce con tanta furia alle sfide provenienti da nazioni sovrane, movimenti populisti, o sistemi di valori alternativi. Non si tratta di semplici disaccordi politici; sono eresie che devono essere schiacciate. Questa è la vera natura del conflitto tra Hamilton e Jefferson.
La guerra contro le nazioni sovrane che cercano di controllare le proprie risorse (es. Iran, Venezuela, Russia) non è solo geopolitica; è una crociata contro l'eresia. La distruzione delle comunità che resistono alla finanziarizzazione non è solo economica; è la purificazione della fede.
VI. Il “nemico all'interno”: implicazioni per la terza guerra civile inglese
A. Chi? Il sistema duale del capitale
Possiamo ora rispondere alla domanda posta all'inizio di questo articolo. Il “nemico all'interno” della terza guerra civile inglese non è una potenza straniera, bensì una classe che ha conquistato entrambe le capitali dell'impero anglofono: Londra e Washington.
La visibile rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Regno Unito è stata per lo più, negli ultimi duecento anni, una messinscena; la vera lotta si svolge tra fazioni della stessa classe finanziaria transnazionale, le quali utilizzano le due capitali come basi di potere nella loro guerra interna. Il conflitto contro l'Iran, le tensioni con la Cina, le manovre in Ucraina: ognuno di questi eventi rappresenta un palcoscenico su cui si svolge questo dramma intraclassista.
Questo spiega il comportamento peculiare della geopolitica moderna: perché Stati Uniti e Regno Unito possono essere contemporaneamente alleati e rivali, perché i loro servizi segreti cooperano anche quando i loro leader si scambiano accuse pubbliche, perché i mercati finanziari reagiscono con tanta volatilità agli eventi politici. Non stiamo assistendo a uno scontro tra nazioni, ma a una guerra civile all'interno di una classe transnazionale, combattuta con le nazioni come strumenti.
B. La posta in gioco: Liberazione & Declino irreversibile
L'attuale “fase finale” del ciclo durato 400 anni (Guerra Civile 3.0) presenta un esito binario.
Opzione A: liberazione. I popoli anglofoni riconoscono e spezzano il potere di questa classe interna, riappropriandosi delle proprie istituzioni, ricollegando la ricchezza alla produzione e ripristinando la sovranità nazionale. Ciò richiederebbe lo smantellamento dell'architettura istituzionale del controllo finanziario: le banche centrali “indipendenti”, il sistema monetario basato sul debito, gli organismi sovranazionali che limitano le scelte democratiche. Richiederebbe una rivoluzione culturale che detroni la Ricchezza come Dio e il Denaro come Messia, ripristinando il primato della produzione, della comunità e dell'autentica fioritura umana.
Opzione B: declino irreversibile. La classe finanziaria riesce a liquidare completamente le rimanenti risorse della civiltà occidentale. La classe media viene irrimediabilmente distrutta; la sovranità viene trasferita a enti sovranazionali; le popolazioni vengono gestite attraverso il debito e la dipendenza. E vengono letteralmente sostituite nelle loro terre dai futuri abitanti, i quali saranno sottoposti allo stesso ciclo di accumulo e sfruttamento. La base produttiva non viene mai rimpatriata. E quando non rimane più nulla da estrarre, i finanziari si trasferiscono in nuove terre, lasciando dietro di sé terre desolate dove un tempo sorgevano nazioni prospere.
La battaglia non è tra sinistra e destra, ma tra produttore e predatore, tra lecito e illecito, tra sovranità e suprematismo finanziario. È la stessa battaglia che si combatte dal 1640 e che ora giunge alla sua fase finale.
C. Il percorso verso la resistenza: smantellare gli incentivi, non solo gli individui
Poiché si tratta di una classe sociale guidata da incentivi sistemici, la riforma non può limitarsi a incarcerare pochi individui, o a regolamentare alcune banche. Richiede lo smantellamento dell'architettura istituzionale e della fede ideologica che la sostiene.
- Rompere la dinamica della schiavitù del debito: mettere in discussione la permanenza del debito pubblico e il controllo privato sulla creazione di moneta. Restituire il potere di creare moneta al popolo, attraverso i suoi rappresentanti eletti, e non alle banche centrali private.
- Definanziare l'economia: riorganizzare il sistema bancario commerciale per separarlo dagli investimenti speculativi. Tassare le transazioni finanziarie e le rendite. Incentivare gli investimenti produttivi rispetto alla speculazione finanziaria. Rendere più redditizio costruire che spostare denaro.
- Smantellare la religione: demistificare la “mano invisibile”. Riaffermare il primato del bene comune, della sovranità nazionale e dell’economia morale sul dogma del fondamentalismo di mercato. Contestare la teologia della finanziarizzazione in ogni sua sfaccettatura, smascherandone le contraddizioni e i costi.
VII. Conclusione: nominare il belligerante per vincere la guerra
A. Sintesi
Il finanziario non è una cricca oscura, bensì una classe dominante transnazionale ben definita. Il suo potere deriva da attività illecite (es. manipolazione del debito, ingegneria finanziaria, ricerca di rendite), attuate attraverso la “catena finanziaria della morte” (un ciclo in sette fasi di infiltrazione, cattura, estrazione e abbandono) e santificate dalla “Religione della Finanza” (un sistema teologico completo in cui la Ricchezza è Dio e il Denaro è il Messia).
La sua genesi risale alla presa dello Stato inglese nel 1688 da parte di interessi finanziari guidati da romani, veneziani e olandesi. Il suo potere si consolidò con la creazione della Banca d'Inghilterra nel 1694, il meccanismo istituzionale che fuse gli interessi statali e finanziari in una macchina da guerra autoalimentata. I suoi discendenti ora governano da Londra e Washington, usando i resti dell'impero anglo-americano come strumenti nella loro guerra civile interna.
Questo è il “nemico all'interno” nella guerra civile inglese durata ormai 400 anni.
B. L'imperativo di dare un nome
Non si può combattere ciò che non si riesce a nominare. Definendo con precisione il “finanziario” – come tipo sociologico, sistema operativo e credo spirituale – compiamo il primo passo fondamentale verso la costruzione di una controforza. Spostiamo il dibattito da vaghe teorie del complotto a una struttura analizzabile, da risentimenti personali a una comprensione sistemica.
I finanziari hanno mantenuto il loro potere per oltre tre secoli proprio perché sono rimasti senza nome. Si sono nascosti dietro le bandiere degli stati, dei partiti politici e delle ideologie economiche, senza mai rivelarsi come una classe distinta con interessi specifici. Dare loro un nome significa iniziare il processo di liberazione.
C. Metafora finale e transizione alla Quarta Parte
I finanziari sono i pretoriani di un impero occulto: un sistema finanziario che paga gli stipendi di eserciti permanenti che non hanno mai servito la repubblica, ma solo i loro finanziatori. I finanziari hanno consolidato il loro colpo di stato non con le legioni, ma con i registri contabili. E il loro potere è stato reso permanente da un'unica, geniale innovazione istituzionale: una società che intermedia titoli integrata con una banca privata che avrebbe posseduto per sempre i beni di tutti, gestito il debito pubblico e finanziato le guerre perenni dello stato.
Questa innovazione – la Banca d'Inghilterra, creata nel 1694 – è l'oggetto del prossimo saggio di questa serie. Analizzeremo il meccanismo del 1694, mostrando come questo “peccato imperdonabile” abbia creato il motore del debito e del conflitto che ha sostenuto la guerra civile inglese per oltre tre secoli e che ora si trova ad affrontare la sua crisi finale.
I Pretoriani costruirono la loro fortezza con le vite, la produttività e i beni rubati ai nostri antenati e a noi stessi. Dobbiamo comprenderne a fondo le mura prima di poterle violare e incendiare il palazzo e il tempio. E dovranno essere rasi al suolo, se vogliamo essere di nuovo sovrani e liberi.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una “mancia” in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
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Stablecoin: l'ancora di salvezza inaspettata per il dollaro
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/stablecoin-lancora-di-salvezza-inaspettata)
Al centro della finanza mondiale si pone ora un paradosso: il governo statunitense, nel tentativo di stabilizzare i propri mercati del debito, ha legittimato proprio quelle forze di libero mercato che stanno erodendo il suo monopolio sul denaro.
A metà del 2025 gli Stati Uniti hanno promulgato il GENIUS Act, il primo quadro giuridico completo per le stablecoin: dollari digitali emessi privatamente e interamente coperti, che si muovono istantaneamente su reti blockchain aperte anziché attraverso il sistema bancario regolamentato. La legge ha conferito legittimità ufficiale a un settore già in forte espansione, ma le sue conseguenze più profonde vanno ben oltre le crittovalute: ha trasformato coloro che emettono stablecoin in una nuova e affidabile categoria di acquirenti di debito pubblico statunitense.
In un momento in cui le banche centrali estere stanno riducendo le proprie partecipazioni in titoli del Tesoro americani e il peso fiscale è in aumento, questo flusso di domanda privata è diventato una vera e propria ancora di salvezza. Ed è proprio qui che risiede il paradosso: consentendo ai mercati privati di creare e far circolare dollari digitali coperti da titoli del Tesoro statunitensi, il governo federale si è assicurato un sollievo a breve termine dalle crescenti pressioni finanziarie, permettendo al contempo a una quota sempre maggiore del sistema del dollaro di evolversi al di fuori del suo controllo diretto.
Una base di acquirenti in calo e crescenti tensioni fiscali
Gli Stati Uniti registrano ormai deficit di bilancio persistenti – la differenza tra le spese e le entrate del governo federale – che superano il sei percento del PIL. Il pagamento degli interessi sul debito pubblico è diventato una delle voci di spesa più consistenti sul bilancio federale, al pari delle spese per la difesa e della previdenza sociale. Ogni aumento di un punto percentuale nel costo medio del debito comporta un incremento di centinaia di miliardi di dollari nelle spese annuali, riducendo le risorse disponibili per tutte le altre voci di spesa pubblica.
Per decenni le banche centrali estere, come quelle di Cina e Giappone, hanno contribuito a finanziare questi deficit acquistando titoli del Tesoro statunitensi, ovvero le obbligazioni a breve e lungo termine emesse dal governo federale per raccogliere fondi. Ora quest'epoca sta volgendo al termine. Entrambi i Paesi sono diventati venditori di titoli del Tesoro americani, utilizzando i proventi per difendere i tassi di cambio e sostenere le economie nazionali.
Quando gli acquirenti tradizionali si ritirano, gli Stati Uniti devono trovarne di nuovi. Senza una domanda costante, i prezzi dei titoli del Tesoro americani calano e i rendimenti (tassi di interesse) aumentano, il che incrementa i costi di indebitamento del governo federale e aggrava proprio il problema del debito che sta cercando di risolvere.
L'ultima risorsa a disposizione della Federal Reserve, la banca centrale americana, è quella di acquistare direttamente il debito pubblico utilizzando moneta di nuova creazione, un processo noto come monetizzazione. Questa strada, però, comporta rischi evidenti. Creare moneta per acquistare debito pubblico mina la fiducia nel dollaro, aumentando il rischio di svalutazione rispetto ad altre valute e facendo lievitare i prezzi interni. L'inflazione è, di fatto, la tassa occulta dello squilibrio fiscale.
Evitare, o quantomeno minimizzare, tale esito è diventata una priorità urgente. Un modo inaspettato in cui gli Stati Uniti lo stanno raggiungendo è attraverso l'ascesa delle stablecoin. Convogliando la domanda globale di dollari digitali nell'acquisto di titoli del Tesoro statunitensi, coloro che emettono stablecoin contribuiscono a finanziare il deficit pubblico, riducendo la necessità di nuova stampa di moneta da parte della Federal Reserve, stabilizzando silenziosamente le finanze americane e trasferendo al contempo una quota maggiore del sistema del dollaro in mani private.
Stablecoin: dollari digitali privati coperti dal debito pubblico
Una stablecoin è essenzialmente una versione digitale del dollaro statunitense: un token che può essere detenuto, o inviato, come una crittovaluta, ma che ha sempre un valore di un dollaro. Le persone le desiderano per le stesse ragioni per cui usano il dollaro: stabilità, fiducia e accettazione globale. La differenza sta nel meccanismo di erogazione. Le stablecoin si trasferiscono istantaneamente oltre confine, vengono liquidate in pochi secondi e sono disponibili per chiunque abbia uno smartphone, anche dove l'accesso ai servizi bancari statunitensi è limitato, o inaffidabile. Per gli imprenditori nei mercati emergenti, i freelance pagati dall'estero, o le famiglie che inviano rimesse a casa rappresentano una forma di dollaro più veloce, economica e aperta.
Oltre a questi usi pratici le stablecoin fungono anche da ponte tra il denaro tradizionale e il più ampio mondo degli asset digitali. Forniscono la liquidità stabile, ancorata al dollaro, che mantiene in funzione i mercati delle crittovalute e consentono ad asset come Bitcoin di essere utilizzati come investimenti, o garanzie, senza la necessità del sistema bancario tradizionale.
A differenza dei depositi bancari tradizionali, che vengono prestati e sono solo parzialmente coperti da liquidità, le stablecoin sono completamente coperte: per ogni token emesso esiste un dollaro, o un buono del Tesoro statunitense (un'obbligazione governativa a breve termine), corrispondente detenuto in riserva. Questa distinzione è fondamentale. Il sistema bancario a riserva frazionaria permette a due parti di credere di possedere contemporaneamente lo stesso ammontare di denaro – il depositante e il debitore – e quest'illusione dura solo finché persiste la fiducia. Quando la fiducia vacilla, le banche si trovano ad affrontare corse agli sportelli e dipendono dagli interventi di salvataggio delle banche centrali. Le stablecoin evitano questa fragilità per loro stessa natura: i fondi di garanzia non vengono mai prestati nuovamente e il rimborso è immediato e trasparente.
Quando un utente invia dollari a una società che emette stablecoin come Circle (USDC), Tether (USDT), o PayPal USD la società acquista titoli del Tesoro statunitensi, o detiene liquidità di pari valore. Tali attivi generano interessi per l'emittente, mentre il token circola liberamente online. Al momento del riscatto del token, la società vende i titoli del Tesoro per restituire il denaro all'utente.
Il GENIUS Act formalizza questo modello. Richiede a coloro che emettono stablecoin di detenere riserve in “attivi sicuri e liquidi” – contanti o titoli di Stato a breve termine – verificate da audit indipendenti e pubblici. Agli emittenti è inoltre vietato fornire garanzie implicite da parte dello stato, o assicurazioni da parte della banca centrale.
L'effetto: ogni dollaro domandato in stablecoin si trasforma in un nuovo dollaro di domanda per i titoli del Tesoro americani. La crescente domanda globale di dollari digitali fa sì che i maggiori emittenti detengano collettivamente oltre $150 miliardi in buoni del Tesoro statunitensi (circa il 2-3% di tutti i titoli del Tesoro a breve termine in circolazione), una cifra paragonabile alle partecipazioni di un importante creditore estero. E tale cifra è in rapida crescita. Ai tassi di interesse attuali, queste partecipazioni generano miliardi di dollari di reddito per gli emittenti e forniscono una domanda stabile e insensibile alle fluttuazioni di prezzo per il debito pubblico statunitense.
In pratica, la sete mondiale di dollari digitali sta ora finanziando una quota significativa e crescente del deficit americano, volontariamente, in modo redditizio e senza alcuna direttiva da parte della Federal Reserve.
Perché è improbabile una CBDC statunitense
Tutte le principali potenze hanno esplorato l'idea di una valuta digitale della banca centrale (CBDC), un dollaro digitale emesso dal governo federale che sarebbe registrato direttamente nel registro della Federal Reserve. Per i policymaker il fascino è evidente: offre completa visibilità e controllo sul denaro. Una CBDC potrebbe consentire allo stato di visualizzare ogni transazione, tracciare ogni destinatario, congelare, o confiscare, fondi all'istante, bloccare pagamenti indesiderati, o persino far scadere il denaro per costringere le persone a spenderlo. La tassazione potrebbe diventare automatica; sanzioni e sussidi potrebbero essere applicati tramite codice informatico.
Per i pianificatori centrali questa soluzione sarebbe efficiente: uno strumento per garantire la perfetta conformità alle normative e stimolare l'economia in modo immediato. Per i cittadini significherebbe la fine del contante come strumento privato e l'inizio di una moneta programmabile il cui utilizzo dipenderebbe dall'autorizzazione. La privacy finanziaria, così come l'abbiamo conosciuta, svanirebbe.
Nonostante l'attrattiva del potere che offre, l'emissione di una CBDC statunitense rimane improbabile, non per la complessità tecnologica, ma perché la logica fiscale va nella direzione opposta. Il governo federale trae già enormi vantaggi dalla domanda privata per il suo debito, generata dalle stablecoin; una CBDC non genererebbe tale domanda. Sarebbe semplicemente un'ulteriore passività governativa in circolazione all'interno del sistema ufficiale, senza alcun effetto attrattivo sui capitali esterni. Le stablecoin, al contrario, attraggono i risparmi privati globali e li reinvestono in titoli del Tesoro statunitensi, trasformando la domanda mondiale di dollari digitali in una fonte stabile di finanziamento per il deficit di Washington.
Dove porterà tutto questo
Se le stablecoin continueranno a espandersi, l'architettura del controllo monetario cambierà inevitabilmente. Per oltre un secolo la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha guidato l'economia attraverso due strumenti principali:
- Aggiustamento dell'offerta di riserve (la base monetaria detenuta dalle banche) per incentivare o limitare i prestiti;
- Impostare i tassi di interesse per influenzare prestiti, spese e investimenti.
Entrambi gli strumenti si basano su un presupposto: che la maggior parte dei dollari circoli all'interno del sistema bancario regolamentato. Le stablecoin rompono questo legame: ogni token rappresenta attivi reali – titoli di Stato o liquidità – ma si muove su reti che operano al di fuori del controllo diretto della Federal Reserve.
Con la crescita di questo bacino di dollari “fuori dalle banche”, gli strumenti tradizionali della FED perdono di efficacia. Creare maggiori riserve presso la banca centrale non garantisce più credito quando individui e imprese possono detenere, o trasferire, dollari digitali in modo indipendente. L'aumento dei tassi di interesse può rallentare l'attività delle banche tradizionali, ma non nell'economia globale del dollaro digitale, che ormai si basa su una propria infrastruttura.
Questo non elimina completamente l'influenza della FED – che continua a impostare i rendimenti dei titoli del Tesoro, determinando la redditività dell'emissione di stablecoin – ma trasforma la politica monetaria da un controllo diretto a un coordinamento indiretto con i mercati. La FED diventa un attore tra i tanti in un ecosistema monetario aperto e che non controlla più completamente.
Nel lungo periodo questo cambiamento potrebbe segnare il primo passo di una più ampia evoluzione che porti ad abbandonare la moneta fiat – una valuta che esiste esclusivamente per decreto governativo – per orientarsi verso una moneta basata sul mercato, ovvero dollari che rimangono denominati in unità statunitensi ma circolano e si autoregolano attraverso istituzioni private e competitive.
Bitcoin approfondisce questa evoluzione. Grazie alla sua offerta fissa e all'indipendenza da qualsiasi stato, funge da copertura naturale contro l'inflazione e la cattiva gestione delle valute fiat. Oggi funziona principalmente come riserva, o garanzia collaterale, all'interno del sistema delle stablecoin, ma nel tempo potrebbe evolversi in una riserva di valore più ampia, un punto di riferimento solido e volontario per un nuovo ordine monetario digitale.
Più questo sistema si radica, più la sua logica diventa chiara: più Washington ritarda la riforma fiscale, più titoli del Tesoro dovrà emettere e più dipenderà dalla domanda globale di stablecoin per assorbirli. Ogni passo aumenta la dipendenza dalla moneta basata sul mercato e diminuisce il controllo centrale.
Tale dipendenza potrebbe rivelarsi una limitazione salutare. Impone disciplina a un governo che l'ha a lungo elusa e apre la strada a un'era di indipendenza monetaria, in cui il denaro appartiene nuovamente al mercato e non ai ministeri.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'agenda high-tech della Germania: intrappolata nel circolo vizioso dei sussidi
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lagenda-high-tech-della-germania)
La Germania sta rimanendo indietro nei settori economici che modelleranno il futuro. Che si tratti di intelligenza artificiale, guida autonoma, biotecnologie, o tecnologia quantistica, Stati Uniti e Cina sono i protagonisti indiscussi. Un programma del governo federale, adesso, mira a colmare questo divario.
Il cancelliere Friedrich Merz e il Ministro per la Ricerca, Dorothee Bär, hanno presentato a Berlino il programma del governo federale per l'alta tecnologia. Al centro dell'iniziativa c'è un fondo di sovvenzioni statali destinato a dare impulso a progetti ad alta tecnologia preselezionati, come ad esempio quelli sull'intelligenza artificiale.
Naturalmente – come potrebbe essere altrimenti? – i progetti ecologici, gli approcci a impatto climatico zero nei settori della tecnologia quantistica, della mobilità e di altri cosiddetti settori del futuro sono in prima linea nell'impegno politico.
Sussidi e governance
Il fondo per la tecnologia metterà a disposizione fino a €2 miliardi entro il 2029. “Vogliamo colmare il divario tecnologico con gli Stati Uniti”, ha affermato il cancelliere Merz, “con più concorrenza, meno burocrazia e processi aperti alla tecnologia”.
Il divario competitivo è ormai così ampio che gli investitori internazionali a malapena includono l'Europa nelle loro mappe strategiche.
L'iniziativa tecnologica è accompagnata, come sempre, da slogan politici quali la necessaria riduzione della burocrazia e le procedure di approvazione rapide.
Sembra un'idea affascinante, a misura di cittadino e, soprattutto, che denota interesse per la prosperità del Mittelstand, un settore mediatico sempre attuale.
Ma dietro la presentazione impeccabile si cela il solito copione: è stato individuato un problema e sono state predisposte sovvenzioni su misura – sempre in linea con la tesi politico-ideologica sulla regolamentazione climatica. Consapevolezza delle dinamiche dell'economia di mercato, dei mercati aperti, o della neutralità tecnologica? Nessuna.
Nemmeno le dichiarazioni di facciata di Merz a favore della competitività e dell'economia di libero mercato cambiano nulla: il governo federale ignora il mercato dei capitali reale finché la Germania non sarà definitivamente scomparsa dai radar internazionali dell'alta tecnologia.
La competitività è un problema complesso
La competitività di un'economia è una questione complessa. A volte è dovuta alla carenza di competenze, altre volte alla mancanza di capitali per gli investimenti. Inoltre la regolamentazione, gli oneri fiscali, o la difficoltà di accesso alle risorse pesano sulle prestazioni delle imprese. Nel caso della Germania sembra proprio che tutte queste condizioni siano presenti.
I giovani tedeschi ben istruiti stanno lasciando il Paese in massa; gli investimenti diretti esteri si spostano altrove; la Cina minaccia di interrompere l'afflusso di risorse, e di questo abbiamo parlato regolarmente, sulla scia di un sistema normativo kafkiano, di una burocrazia soffocante e di oneri sempre crescenti per aziende e dipendenti.
In un contesto competitivo come quello attuale, la Germania dovrebbe iniziare in piccolo, offrendo prodotti di nicchia. Per dare un'idea della portata del problema: il divario tra l'economia tedesca e quella statunitense in termini di intelligenza artificiale e di data center è enorme.
Solo quest'anno Microsoft sta investendo $80 miliardi nei suoi data center per l'intelligenza artificiale, seguita da Google con $75 miliardi e Meta con $65 miliardi. L'intero settore negli Stati Uniti investe anno dopo anno oltre cinquecento miliardi di dollari nelle sue infrastrutture ad alta tecnologia, spinto dal libero mercato di un'economia in gran parte deregolamentata.
Ecco il segreto del successo. Gli esperimenti politici europei – che si tratti di censura o della minaccia di tassazione delle piattaforme digitali statunitensi, come di recente richiesto dal Ministro della Cultura Wolfram Weimar – non cambieranno nulla per quanto riguarda la situazione competitiva delle aziende tedesche.
L'innovazione non nasce da pacchetti di sussidi politici, regolamentazioni, o pressioni fiscali, bensì da investimenti cospicui e costanti da parte dell'economia privata nei mercati liberi, cose che rendono l'alta tecnologia un vantaggio geografico.
La Germania è molto indietro
Quanto sia indietro la Germania in termini di localizzazione delle imprese è dimostrato dall'esempio di Deutsche Telekom: insieme all'azienda statunitense NVIDIA sta investendo “solo” un miliardo di euro in un data center per l'intelligenza artificiale a Monaco. In netto contrasto Intel ha rifiutato un sussidio di €10 miliardi e ha deciso di non insediare la produzione di chip a Magdeburgo.
Un caso di studio sui problemi reali del territorio: costi energetici troppo elevati, regolamentazione opprimente, scarsa attrattiva fiscale. Qui emerge chiaramente che i soli pacchetti di sussidi politici non bastano a colmare il divario con i leader mondiali. Anzi, risultano controproducenti, perché indeboliscono selettivamente la concorrenza e immobilizzano capitali.
Per essere competitivi a livello internazionale è necessario un quadro economico che non scoraggi le imprese, bensì le attragga.
In cattiva compagnia
La lamentela che emerge dall'economia di tutta la Germania è sempre la stessa: la Germania è carente di competitività. Le critiche delle aziende tedesche – perché solo qui si possono ancora incontrare regolarmente cancellieri e ministri – sembrano perlomeno dare i loro frutti in termini di analisi. Sia il Cancelliere che il Ministro dell'Economia, Katherina Reiche, hanno sottolineato il divario competitivo che si è creato tra l'economia tedesca e le principali aree geografiche, soprattutto Stati Uniti e Cina.
Troppo costoso, troppo regolamentato, troppo lento ha concluso Friedrich Merz in uno dei suoi discorsi a Berlino. Non si può continuare così. Le procedure amministrative, le procedure di approvazione, i processi burocratici in generale devono essere snelliti. Nel complesso deve prevalere un clima competitivo diverso, ha affermato il Cancelliere.
In linea di principio, in politica il problema è sempre lo stesso ma tramite la stampa è possibile sviarlo agli occhi del grande pubblico. In questo modo si uniscono le forze in una campagna mediatica congiunta, nomi noti, volti familiari. Tutto ciò vende bene. I problemi strutturali che riscontriamo nel Mittelstand sono quelli che il grottesco lavoro di regolamentazione di Bruxelles e Berlino produce, e che si avvertono giorno dopo giorno.
Ciò comporta distorsioni e oneri significativi nella struttura dei costi quando un'impresa esportatrice è gravata da una legge sulla catena di approvvigionamento o dal regolamento europeo sulla deforestazione. Le grandi aziende hanno un proprio dipartimento amministrativo e sono di fatto beneficiarie indirette dell'attività normativa, perché sopprimono la concorrenza sgradita.
La politica ha imboccato la strada sbagliata
E così assistiamo alla ripetizione della solita storia: indignazione e sgomento per la debolezza economica della Germania, annunci di riforme per rassicurare l'opinione pubblica, salvo poi tornare immediatamente alla normalità e proseguire sulla stessa strada.
Non si può negare che dell'iniziativa, annunciata con grande entusiasmo, per ridurre la burocrazia – che avrebbe dovuto alleggerire il carico burocratico dell'economia tedesca fino a €16 miliardi, ovvero il 25% del peso burocratico annuo – non sia rimasto nulla. Merz voleva risparmiare l'8% del personale nel settore pubblico per alleggerire il bilancio statale: un bel sogno, tipico di Merz, con annunci altisonanti che poi, nella speranza che altri argomenti li occupino presto, si dissolvono nell'ondata di clamore mediatico quotidiano.
Ma nonostante le dichiarazioni del Cancelliere, del Ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, e del Ministro dell'Economia, si intravede un'ultima speranza. Il grande pacchetto di riduzione del debito, camuffato con l'eufemismo di “attività speciali”, dovrebbe ora portare alla grande svolta.
Come ha affermato Lars Klingbeil a New York durante il Congresso delle Nazioni Unite: per le imprese si sta aprendo una finestra di opportunità unica, resa possibile dal massiccio impegno dello stato tedesco nei prossimi anni. Il calcolo è semplice: sussidi, garanzie sui prezzi, aiuti per far fronte all'esplosione dei costi energetici miglioreranno i bilanci delle singole aziende.
Merz avrebbe dovuto discutere approfonditamente con il management di Intel in merito alla sede tedesca. Cosa deve essere andato storto perché un'azienda, nonostante i suoi problemi interni, rifiuti un sussidio di €10 miliardi, che avrebbe coperto circa un terzo dell'investimento totale, e preferisca invece la sede statunitense?
Finché la politica non sarà in grado di fornire una risposta concreta a questa domanda, nulla cambierà per quanto riguarda il declino della Germania e la caduta dell'Unione Europea.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
Ron Paul: Still The Voice of Reason
The true heroic voice of reason concerning the past and present disastrous adventurism such as the Afghanistan quagmire is certainly not war criminals George W. Bush, Dick and Liz Cheney, Bill and Hillary Clinton, Barack Obama, and Joe Biden. It is 2012 presidential candidate Ron Paul. He remains the voice of clarity directing his Ron Paul Institute for Peace and Prosperity in speaking truth to power against the Ukraine/Russia conflict and the present egregious War against Iran.
The principled constitutionalist and noninterventionist Ron Paul was right from the start about our disastrous preemptive imperial wars in Afghanistan and Iraq, right from the start about the destructive ‘blowback’ fomenting more hatred directed towards America, right from the start about the Federal Reserve’s monetary policies creating the housing bubble which led to the 2008 financial meltdown, right from the start about the War on Drugs, the USA Patriot Act, the invasive NSA surveillance, and the TSA imposing a police state upon the American people.
Spewing forth the scurrilous epithet “isolationist” as if it were some form of demonic voodoo won’t cut it anymore. The neoliberal “humanitarian interventionists” and their mirror image neocon horde should know that the American people are fed up with their seemingly endless lies and vilification concerning persons counseling nonintervention in the internal affairs of other nations. They have seen first-hand what such globalloney lies have brought on our nation with disastrous preemptive wars of aggression.
Ron Paul was never afraid to speak truth to power which is why he remains greatly admired by stalwart GOP conservatives, grass-roots populist activists, independents, and disillusioned Biden Democrats. Accordingly, the veteran Air Force flight surgeon Paul received more financial contributions and support from active-duty military personnel than all other presidential candidates combined. They knew he has seen first-hand the ravages and toil of combat and as presidential commander-in-chief would not carelessly place them in harm’s way in no-win wars.
They knew a President Paul would only commit combat troops with the proper constitutional declaration of war and the full support of the American people. Of all the 2012 candidates only he repeatedly spoke out clearly and forcefully against the belligerent war propaganda and calculated lies in the bipartisan lead up to war with Iraq, against the bipartisan campaign for punitive sanctions against Iran, and against further covert operations to destabilize the fragile geopolitical situation in the Mideast.
Never forget that the duplicitous chicken hawk neocon jihadists beat the propaganda war drums of “weapons of mass destruction” in the failed war in Iraq, while the disingenuous Nobel Peace Laureate Barack Obama plunged us further into belligerent quagmires in Afghanistan, Pakistan, Libya, Iran, and Syria.
The American people know the bitter tragedy of war. They are tired of being lied to about these futile conflicts in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libya, Iran and Syria. It is their sons and daughters, husbands and wives, who were seriously maimed, irreparably disabled, and needlessly killed, never to return physically or psychologically intact as they were when they marched off to these egregious follies.
Ron Paul remains the most decisive, authoritative, and substantive consistent voice on the crucial national security issues facing our nation. Americans have always rooted for the heroic underdog, the principled David facing down Goliath. By standing out from the pack of neocon clone candidates in 2012, Paul proved his forthright courage, his dedication to first principles, to the United States Constitution and the rule of law.
Ron Paul remains our defender of the republic, a statesman of unblemished character and principled judgment. The twelve-term congressman has for decades courageously spoken out for an American foreign policy based upon a strong national defense of the essential core principles of liberty and justice as established by the Framers, a defense of the territorial integrity of the United States and its national borders. Peace, prudential diplomacy, free international trade and commerce, and the free exchange of ideas are the key elements to a constitutional foreign policy.
Ron Paul remains first and foremost a realist. America is financially bankrupt due to decades of reckless, irresponsible fiscal and monetary policies pursued by the Fed, the Congress, and the Executive branch of the state. Paul’s measured conservative program of strategic disengagement from the unconstitutional pre-emptive wars of the past two decades, coupled with a serious analytical reassessment of the imperial over-reach of 900 military bases in 130 nations, is the only wise course dictated by this unsustainable debt situation.
He remains the deep state’s principal enemy, and the sterling champion and exemplar of the principles, rights and liberties of the American people.
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Miliardari europei hanno convogliato $2 miliardi attraverso una rete di ONG transatlantiche per erodere la democrazia statunitense e finanziare la macchina delle proteste anti-Trump
Il pezzo di oggi è estremamente importante, soprattutto per quello che sta succedendo sui canali d'informazione generalisti e alternativi. Infatti potete notare un'ondata crescente di analisi legate alla guerra in Iran dettate dall'emozione, con formule come “Trump non sa quello che sta facendo” o “cambia idea ogni ora”. È da quando è stato eletto che ho stressato una chiave di lettura cruciale, visto che la percezione che hanno le folle è più importante del mondo com'è per davvero nella realtà di oggi. Gli inglesi sono stati maestri nell'instillare nel modo di pensare occidentale questa idea tanto semplice quanto pericolosa. In questo senso non è importante se qualcosa è vero, l'importante è che sia plausibile. Così bastano un paio di influencer che creano una grancassa, direttamente o indirettamente, coadiuvati da articoli della stampa generalista per creare una narrativa secondo cui la disfatta americana in Iran è una realtà. Gli europei non si accorgono, quindi, di essere loro gli obiettivi di una operazione di intelligence, i cui giri sono aumentati da quando la Corte Suprema ha sentenziato sui dazi di Trump. Da quel momento, in cui gli europei hanno rifiutato i termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco, lo strangolamento della capacità europea di resistere allo stress economico e finanziario ha cambiato passo. Lo definiscono “instabile”? Nel frattempo il dolore economico in UE aumenta inesorabilmente e l'ironia in tutto ciò è che Trump può benissimo passare per quello che “fa le giravolte” o “subisce una debacle militare”, giocando a tempo indefinito a questo gioco. Come si fa a credere a queste fesserie quando il dollaro continua a essere il dominatore negli scambi commerciali mondiali, il mercato obbligazionario statunitense è in una salute migliore rispetto alle controparti oltreoceano, l'afflusso di capitali finanziari e sociali è in buona salute, il Congresso sta iniziando a fidarsi di un futuro in cui Trump ha il pieno controllo della situazione interna e Paesi come il Giappone vogliono incrementare il volume degli affari con gli USA? E a proposito di quest'ultimo punto: il Giappone incrementa il suo volume di affari con gli USA e il giorno dopo gli “iraniani” “concedono” alle navi giapponesi di passare da Hormuz. Il consiglio, cari lettori, è quello di fare attenzione a quello che leggete, perché nel momento storico attuale Londra e Bruxelles hanno tutto da guadagnarci a fomentare l'odio nei confronti di Washington e distrarre i loro sottoposti da una semplice quanto allarmante verità: sono disposti a vedere bruciare le genti e le terre che supervisionano pur di portare a termine i loro obiettivi.
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da Zerohedge
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/miliardari-europei-hanno-convogliato)
Una nuova relazione esplosiva di Americans for Public Trust (APT), basata sui moduli 990 dell'IRS e su articoli di stampa, rivela che cinque “organizzazioni benefiche” straniere hanno dirottato quasi $2 miliardi verso organizzazioni non profit di sinistra americane, sponsorizzando quella che può essere descritta solo come un'agenda politica di estrema sinistra di stampo europeo e campagne di ingegneria sociale tossiche all'interno di istituzioni statunitensi come la lotta contro il cancro. La relazione sostiene che queste operazioni di influenza estera, sfruttando le reti oscure del mondo delle ONG, finanziano anche parte del complesso industriale delle proteste che ha condotto un'operazione in corso, in stile “rivoluzione colorata”, contro il presidente Trump e i suoi sostenitori, con l'obiettivo di smantellare il movimento “Make America Great Again”.
L'analisi di 31 pagine dell'APT (rivelata per la prima volta da Fox News), supportata anche da registri delle sovvenzioni, mostra che, sebbene i cittadini stranieri non possano donare direttamente ai candidati politici statunitensi, esiste una preoccupante rete interconnessa di finanziamenti transatlantici che si estendono al mondo delle ONG, dove miliardari stranieri finanziano organizzazioni non profit americane di estrema sinistra per dare il via a ogni sorta di campagna di attivismo. Questa filantropia straniera incontrollata rischia di minare la sovranità degli Stati Uniti e, secondo la direttrice esecutiva dell'APT, Caitlin Sutherland: “Il denaro straniero sta arrivando e sta cercando di erodere la nostra democrazia”.
Ecco i cinque finanziatori stranieri indicati nella relazione:
- Quadrature Climate Foundation (Regno Unito) – $530 milioni
- KR Foundation (Danimarca) – $36 milioni
- Oak Foundation (Svizzera) – $750 milioni
- Laudes Foundation (Svizzera) – $20 milioni
- Children's Investment Fund Foundation (Regno Unito) – $553 milioni
I risultati principali sono sconvolgenti:
Quadrature Climate Foundation (QCF): fondata nel 2019 dai miliardari del settore degli hedge fund, Greg Skinner e Suneil Setiya, ha elargito circa $530 milioni a 41 organizzazioni statunitensi, tra cui ClimateWorks Foundation ($147 milioni), Growald Climate Fund ($80 milioni), Grantham Foundation ($80 milioni), Windward Fund ($49 milioni) e Sunrise Project ($36 milioni). La QCF finanzia anche controverse ricerche sulla geoingegneria solare e “attività di sensibilizzazione in materia di contenzioso e regolamentazione climatica”.
KR Foundation: organizzazione benefica danese per il clima, legata alla famiglia Carlsberg, ha erogato $36 milioni a 53 gruppi statunitensi che sostengono contenziosi sul clima, attività di advocacy ESG e disinvestimento dai combustibili fossili. Tra i principali beneficiari figurano il Center for International Environmental Law ($1,4 milioni), la Conservation Law Foundation ($0,4 milioni), Oil Change International ($2,2 milioni) e Fossil Free Media ($1 milione). Ha persino finanziato l'Associated Press ($300.000) per programmi a tema climatico.
Oak Foundation: fondazione con sede in Svizzera, fondata dal miliardario britannico Alan Parker, ha donato oltre $750 milioni a 152 gruppi statunitensi che promuovono la “giustizia climatica” e azioni legali contro le aziende del settore dei combustibili fossili.
Tra i principali destinatari figurano:
• Istituto di diritto ambientale ($650.000, creatore del progetto sulla magistratura climatica);
• Community Change ($1,6 milioni, collegati alle proteste Free DC);
• Rockefeller Philanthropy Advisors ($108 milioni);
• New Venture Fund ($67 milioni);
• NRDC ($6,5 milioni);
• Tides Center ($8,2 milioni).
Laudes Foundation: istituita nel 2020 dalla riservata famiglia Brenninkmeijer (impero dell'abbigliamento C&A), ha elargito $20 milioni a 17 gruppi statunitensi che promuovono la divulgazione di informazioni ESG, “diete rispettose del clima” e obblighi di equità. I finanziamenti più consistenti sono stati erogati al Pulitzer Center ($3,7 milioni) per la rendicontazione sulla giustizia climatica, a Ceres ($1,7 milioni), a Community Initiatives ($1 milione) e al World Resources Institute ($2,8 milioni).
Children's Investment Fund Foundation (CIFF): gestita dal miliardario britannico nei fondi speculativi Sir Christopher Hohn, ha inviato $553 milioni a 39 entità statunitensi prima di impegnarsi, alla fine del 2025, a interrompere i finanziamenti negli Stati Uniti in seguito allo scandalo APT.
Tra i principali destinatari figurano:
• Energy Foundation China ($70 milioni) — sotto indagine della Camera per legami con funzionari del PCC;
• Istituto per la governance e lo sviluppo sostenibile ($25 milioni);
• Fondo per la difesa ambientale ($17 milioni);
• Progetto Sunrise ($36 milioni).
APT sottolinea che questi flussi di finanziamento sfruttano le lacune nelle leggi statunitensi in materia di controllo, che vietano le donazioni straniere alle elezioni ma consentono l'influenza attraverso organizzazioni 501(c)(3) e 501(c)(4). Attraverso il mondo del non profit, i miliardari stranieri possono condurre operazioni di influenza all'estero tramite organizzazioni non profit di sinistra, tra cui il finanziamento del complesso industriale delle proteste contro Trump, campagne per incentivare la partecipazione al voto, spot anti-Trump, attività di lobbying e quant'altro.
La Sutherland ha affermato: “Non ci sono dubbi su dove vadano a finire e da dove provengano. Sappiamo che si tratta di denaro straniero che affluisce nelle nostre battaglie politiche statunitensi, nei contenziosi sul clima, nella ricerca, nelle proteste, nelle attività di lobbying, in qualsiasi cosa”.
Inoltre la Sutherland ha messo in guardia contro un utilizzo allarmante dei fondi europei di provenienza oscura, confluiti dalla Oak Foundation in un gruppo chiamato Community Change: “Sono il gruppo di facciata che ha guidato la protesta contro la repressione della criminalità da parte di Trump. Quindi, ancora una volta, stiamo vedendo dove finiscono i fondi stranieri destinati a proteste, contenziosi e formazione”.
“Mi sembra chiaro che questi capitali stranieri affluiscono negli Stati Uniti perché vogliono attuare la loro visione estremista europea dell'America”, ha concluso la Sutherland. “E mi sembra che, a giudicare da questi flussi di denaro, vogliano semplicemente degli Stati Uniti più estremisti, radicalizzati e più a sinistra di quanto desideriamo noi”.
Il modello per cui fondazioni straniere esportano negli Stati Uniti politiche di estrema sinistra che distruggono la nazione, finanziano proteste (e forse persino rivolte) e lavorano per smantellare il programma del presidente Trump, scelto dal popolo americano, dovrebbe servire da campanello d'allarme per i repubblicani riguardo al flusso incontrollato di filantropia straniera che riversa miliardi nel mondo oscuro delle ONG.
APT esorta i policymaker a porre rimedio a questo disastro attraverso le seguenti azioni:
• Colmare le lacune nel FARA;
• Richiedere alle organizzazioni non profit finanziate dall'estero di rivelare le fonti di finanziamento;
• Valutare la possibilità di vietare i finanziamenti esteri alle organizzazioni 501(c)(4) politicamente attive;
• Verificare se organizzazioni benefiche straniere abbiano violato la legge statunitense attraverso attività di sensibilizzazione o azioni legali.
Quel che è certo è che non sono solo i miliardari europei a sfruttare la rete di ONG americane... sta succedendo in tutto il mondo, dai marxisti latinoamericani alla Cina comunista. È come se i globalisti e il Partito Democratico stessero strumentalizzando le organizzazioni non profit in uno sforzo coordinato per minare l'agenda del presidente Trump, con l'obiettivo finale di un cambio di governo.
Ricordate questo tweet...
????We traced $294,487,641 to the official No Kings 2.0 partners & organizers...all funneled through the same “Riot Inc.” dark-money networks:
???? Arabella network $79.7M+
???? Soros network $72.1M+
???? Ford network $51.7M+
????Tides $45.5M+
???? Rockefeller $28.6M+
???? Buffett $16.6M+ pic.twitter.com/b6zFla79UP
Quel che è certo è che l'amministrazione Trump dovrebbe spostare la sua attenzione da Antifa alla pulizia del mondo delle ONG, e noi renderemo le cose facili per lo staff della Casa Bianca. C'è anche un aspetto legato all'influenza straniera. Dall'altra parte del mondo c'è la rete di ONG di Neville Roy Singham, e forse Rubio al Dipartimento di Stato potrebbe essere interessato a indagare anche sulle operazioni di influenza straniera di matrice marxista provenienti dall'America Latina.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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I pendolari tedeschi sopportano il costo della crisi iraniana e dell'iperfiscalità
Le principali industrie tedesche stanno capitolando sotto la crescente pressione fiscale e la catastrofe della transizione energetica è innegabile. Ogni sussidio, soprattutto gli alti rendimenti garantiti dallo stato nell'economia verde, sottrae risorse preziose al libero mercato. I finanziamenti per le startup, i finanziamenti per la crescita e il capitale di rischio vengono sistematicamente ridotti o dirottati all'estero. Gli imprenditori potrebbero persino scegliere la strada più semplice, quella di seguire l'esempio e ottenere sussidi lungo il percorso verso il paradiso verde. Il problema è che l'economia gestita dallo stato, sia che venga attuata da aziende private come intermediarie del governo o direttamente dallo stato, non aggiunge alcun valore all'economia. È un meccanismo distruttivo, avvertito persino dagli elettori di Stoccarda e mostrato nei risultati elettorali recenti. Per quanto alti siano i muri delle illusioni, le onde della realtà economica li frantumeranno. Circolano già voci secondo cui la Porsche potrebbe dover licenziare fino a 5.000 dipendenti nella regione di Baden-Württemberg. La produzione industriale regionale non è più competitiva. Sarà un processo di apprendimento doloroso, ma nemmeno gli ambientalisti più ferventi della Germania possono eludere indefinitamente gli assiomi dell'economia. La competitività non si crea nei seminari delle ONG, o nei numerosi gruppi ambientalisti che predicano con toni fanatici attraverso i media generalisti. No, le aziende lo impareranno a proprie spese: la loro ricchezza, ora soffocata dalla palude del moralismo, era il prodotto di una rigorosa disciplina, dell'ordine del mercato e di una razionale etica borghese. Le conquiste ingegneristiche di fama mondiale hanno contribuito in modo significativo. Tuttavia circa il dodici percento della produzione economica totale della regione sopraccitata proviene dall'ingegneria meccanica, proprio il settore che si è indebolito maggiormente sotto il regime socialista-verde, secondo solo all'industria automobilistica, altro pilastro dell'economia regionale. Come Shakespeare, i Romeo e Giulietta dell'economia tedesca si stanno ora togliendo la vita. Dal 2018 la produzione industriale in Germania è diminuita di oltre il venti percento, con la sola ingegneria meccanica che ha perso il cinque percento lo scorso anno. Non si tratta più di una recessione, ma di un declino economico consapevole in nome del dio ecologista, venerato nel Baden-Württemberg con più fervore che in qualsiasi altra parte della repubblica tedesca.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-pendolari-tedeschi-sopportano-il)
Sin dall'inizio della crisi con l'Iran l'eccessivo onere fiscale sui carburanti ha fatto lievitare i prezzi della benzina in Germania. Ciononostante sembra improbabile che i politici tedeschi alleggeriscano il peso sui pendolari o sulle imprese. A parte una task force, non è stato pianificato nulla. Altre regioni si stanno dimostrando più resilienti.
Il conflitto con l'Iran è entrato nella sua quarta settimana e, con esso, crescono le preoccupazioni per le conseguenze della crisi energetica, che si sta lentamente ma inesorabilmente aggravando nell'economia globale.
In Germania l'aumento dei prezzi del petrolio si è riflesso rapidamente sui prezzi alla pompa. I prezzi sono balzati da circa €1,65 al litro a oltre €2, con un incremento di circa il 25% in brevissimo tempo (come riportato da Apollo News).
Allo stesso tempo sorgono sospetti che le compagnie petrolifere stiano realizzando rapidi profitti vendendo petrolio già fatturato e raffinato, nonché scorte di benzina già esistenti, a prezzi al dettaglio ora notevolmente più elevati, incassando profitti eccessivi.
Tuttavia si tratta di un effetto temporaneo, che probabilmente verrà presto bilanciato dalle dinamiche di mercato. L'aumento, tra i più elevati a livello internazionale, dei prezzi della benzina in Germania è dovuto quasi interamente al fatto che lo stato, attraverso le sue linee di politica fiscali, rappresenta circa il 65% del prezzo al dettaglio. Un profittatore silenzioso della crisi, mentre i pendolari si trovano ad affrontare problemi sempre maggiori.
Che si tratti di tasse sulla CO₂, imposte sui carburanti, o IVA, il governo tedesco dovrebbe ora agire con rigore fiscale e fornire un sollievo significativo sia ai pendolari che alle imprese. Finora ciò non è avvenuto. La politica tedesca è come quei conigli che guardano negli occhi un serpente per quanto riguarda il conflitto con l'Iran. Lentamente diventa chiaro che decenni di linee di politica energetiche dettate da ideologie non erano altro che una fantasia da mille miliardi di euro, che ora si sta trasformando in un incubo.
Gli Stati Uniti operano in modo autarchico
Dall'altra parte dell'Atlantico la situazione è ben diversa. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati di circa il cinque-dieci percento. A otto mesi dalle cruciali elezioni di medio termine, questo tema sarà decisivo per il presidente Donald Trump, che dovrà mantenere le promesse elettorali e tenere sotto controllo l'inflazione.
È ormai imperativo porre fine rapidamente alla guerra con l'Iran. Washington sta valutando le ripercussioni geopolitiche, il controllo dei mercati petroliferi globali e i rischi di inflazione interna.
Dal 2018 gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, con una produzione giornaliera di 18 milioni di barili, e sono anche un esportatore di “oro nero”. La loro posizione dominante li mette al riparo dai principali shock dei prezzi del petrolio, conferendogli al contempo una notevole influenza sul mercato.
Se la crisi dovesse persistere, il mercato energetico globale rischierebbe di frammentarsi. Incrementi massicci dei prezzi minaccerebbero gli stati dipendenti dalle importazioni, come molti Paesi europei, mentre le nazioni energeticamente autarchiche manterrebbero il potere di determinazione dei prezzi e sarebbero in gran parte protette da aumenti estremi.
La Corea del Sud come caso particolare
Guardando all'Asia, la Corea del Sud, come l'Europa, è fortemente dipendente dall'energia ma vanta una notevole capacità di raffinazione. Aziende come SK Energy, GS Caltex, o S-Oil operano in genere con contratti di fornitura a lungo termine e prezzi fissi, mantenendo al contempo ingenti scorte di greggio che possono essere utilizzate in caso di interruzione delle forniture.
L'economia sudcoreana è temporaneamente al riparo dal blocco di Hormuz. I prezzi del gas sono aumentati di circa il 13% dall'inizio della guerra, passando da €1,11 a €1,25 al litro, un incremento nettamente inferiore rispetto a quello in Germania.
In Corea del Sud tasse e imposte rappresentano solo circa il 40% del prezzo al dettaglio della benzina, un vantaggio rispetto alle tasse sulla mobilità e sull'energia in continuo aumento in Germania.
Potrebbero volerci fino a tre settimane prima che uno shock petrolifero raggiunga le stazioni di servizio coreane. Durante questo periodo, le aziende si coprono dai rischi monetari e di prezzo sui mercati dei futures. Le raffinerie e le attività di stoccaggio fungono da ulteriore riserva strategica di petrolio, direttamente integrata nella lavorazione della risorsa chiave dell'economia.
Sul piano politico il governo sudcoreano rimane in stato di allerta. Finora Seul si è astenuta dall'introdurre tagli temporanei alle accise sui carburanti, una misura storicamente utilizzata per sostenere l'economia. L'ultima volta ciò è avvenuto durante i lockdown. Questo suggerisce che le autorità coreane non prevedono un conflitto prolungato e certamente non un'invasione di terra da parte di truppe statunitensi o israeliane. Uno scenario del genere provocherebbe inevitabilmente un'escalation, anche sui mercati globali delle materie prime.
Previsioni con la sfera di cristallo
Al momento è quasi impossibile prevedere come si evolverà il conflitto. Un cambio di regime a Teheran non sembra essere un obiettivo né degli Stati Uniti, né di Israele. Allo stesso modo un intervento di truppe di terra rimane altamente improbabile, soprattutto in vista delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
Ciò rende probabile una breve durata del conflitto. Le riserve strategiche di petrolio nella maggior parte dei paesi dell'UE coprono circa tre mesi e non sono ancora state utilizzate. Nonostante i rapidi aumenti dei prezzi, al momento non si registrano gravi carenze di approvvigionamento.
Per alleviare la pressione sui prezzi alla pompa, sarebbe necessario ridurre le tasse sui carburanti. Tuttavia è improbabile che il ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, rinunci alle entrate aggiuntive generate dal temporaneo aumento dei prezzi dell'energia.
Sul piano politico l'attenzione rimane focalizzata sull'immagine: è stata concordata la creazione di una task force sul prezzo della benzina, una manovra mediatica in piena campagna elettorale, una chimera politica tirata fuori d'istinto dal repertorio degli strumenti governativi.
Le soluzioni strutturali alla pericolosa dipendenza energetica dell'Europa richiederebbero un riassetto geopolitico, che includa un accordo di pace con la Russia, lo sfruttamento delle risorse interne come le immense riserve di gas del continente e, potenzialmente, un ritorno all'energia nucleare in Germania.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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New York Times: ’13 U.S. Bases Uninhabitable’ — We Could’ve Just Marched Home
For decades, Ron Paul has called for closing all foreign U.S. bases and bringing all of our troops home. “We just marched in. We should just march out.” But alas, this “American First” policy recommendation was ignored. Perpetual war was too engrained in the government and their special interest benefactors. Now, what should have been done voluntarily, is being done by force. The New York Times is reporting that 13 U.S. bases are uninhabitable in the Middle East as a result of Iran’s response to President Trump’s initiation of war. The recommendation remains unchanged — close all the bases, and bring all American troops home!
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Anamnesi dell'operazione americana in Iran: le prove di una supremazia strategica
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/anamnesi-delloperazione-americana)
L'attuale conflitto in Iran non è altro che la conseguenza degli eventi di cui avete potuto leggere un commento coerente e (molto probabilmente) affine alla realtà delle cose su queste pagine. Il fil rouge tracciato sin dallo scorso gennaio nei pezzi scritti dal sottoscritto, “Da qui in poi il gioco diventa pericoloso”, “Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo”, “Decadentismo europeo/inglese & Rinascimento americano/giapponese” e “Celata dagli inglesi, è tempo di riconquistare la via verso la prosperità”, rappresentano la descrizione di un processo il cui culmine è stato l'intervento in Iran. Contro quel Paese? Chi segue queste pagine sa benissimo che non è questa la risposta giusta. Oggi lo ricorderemo per i più distratti.
Per 40 anni il LIBOR è stato l'indice per impostare i debiti a livello internazionale e questo ha coinvolto anche il mercato del dollaro interno ed esterno agli Stati Uniti. Se uno avesse acceso un mutuo negli anni 2000, ad esempio, il LIBOR era incorporato in quel contratto; non solo nel mercato immobiliare, come uno potrebbe pensare di primo acchito, ma anche nel mercato delle carte di credito, dei prestiti al consumo, ecc. il LIBOR era impostato in base alla domanda di dollari offshore: qualunque fosse la domanda di dollari all'estero avrebbe impostato il tasso del LIBOR alla fine di ogni giornata. Questo, per estensione, concedeva a Londra la capacità di determinare in ultima analisi il prezzo del dollaro e questo a sua volta significava che quando il mercato statunitense era sottoposto a stress finanziario (overleveraged), e la FED interveniva per “calmare le acque”, si trasformava oltreoceano in una crisi repentinamente più virulenta. Anche se l'economia statunitense poteva gestire un ambiente con tassi d'interesse più alti, il suo compito sarebbe stato distorto dai contraccolpi provenienti oltreoceano di economie più deboli e necessitanti invece di un abbassamento dei tassi. Questa debolezza estera sarebbe stata trasmessa agli USA dalla cinghia di trasmissione rappresentata dal LIBOR, costringendola a seguire quel percorso per cui gli Austriaci l'hanno sempre criticata: tagliare troppo in fretta e impedire una pulizia completa degli investimenti improduttivi dei cicli precedenti.
Il cambio di passo è avvenuto nel 2022 quando è entrato in gioco il SOFR e con esso l'indicizzazione dei debiti americani ai mercati interni. Dal 2018 è stato un “progetto pilota”, andando a inglobare segmenti crescenti di contratti e mercati del debito. Dopo che Powell è stato riconfermato nel 2021 e il SOFR è stato avviato ufficialmente l'anno successivo, egli ha iniziato a rialzare in modo aggressivo i tassi di riferimento e ha testato la resilienza di questa nuova architettura. Ha avuto successo, soprattutto se pensiamo al 2023 e al fatto che Powell ha continuato a lasciar salire i tassi nonostante una crisi bancaria incalzante. Ma si trattava solo del primo atto: riconquistare il controllo sul prezzo del dollaro. Il secondo atto è stato riconquistare una determinazione dei prezzi dei metalli preziosi in sintonia con la realtà delle cose, smembrando l'enorme leva finanziaria implicita applicata da Londra sul mercato dell'oro e dell'argento tramite la LBMA. Da qui, poi, spostarsi al resto dei metalli di base attaccando la LME. Sotto questa ottica è “curioso” che, dopo i ritardi di settimane nelle consegne della LBMA a causa di “problemi tecnici”, adesso la LME chiude le trattazioni per diverse ore a causa di “problemi tecnici”.
La caccia è iniziata dapprima nel campo dei metalli preziosi, poi s'è spostata in quello dei metalli industriali e adesso è passata alla risorsa industriale più importante di tutte per la società moderna: il petrolio. Il breve excursus storico affrontato finora è servito a ricordare come la finanziarizzazione sia il superpotere della City di Londra e ridimensionarne la portata significa procedere per gradi e per ogni aspetto finanziario da essa toccato. Chi ha letto queste pagine sapeva che prima o poi sarebbe toccato al Brent e così è stato. Trump ha ben saldo il controllo della situazione in Medio Oriente e ciò è ulteriormente provato dal fatto che i Paesi del Golfo continuano a restare uniti sotto l'egida americana e la capitolazione è degli avversari. Infatti la mia ipotesi di lavoro è che Trump sia riuscito a fomentare con successo una guerra civile all'interno dell'IRGC, vera padrona del Paese. Poi c'è questa notizia che avvalora ancora di più la mia tesi della guerra civile in seno all'IRGC. Ricordate non esistono blocchi monolitici. Interessante notare che Qaani sale al potere proprio dopo l'assassinio di Soleimani. È lui era presente a ogni vertice con leader terroristi che poi è sfocato in raid o attentati in cui sarebbero rimasti uccisi. Lui, invece, si salvava sempre per il rotto della cuffia. Era presente anche quando Khamenei è stato ucciso.
Ora domandatevi: quali sono le principali strettoie marittime che controllano i flussi commerciali del mondo? Così come sono importanti i flussi monetari, lo sono anche quelli commerciali. Ecco un'immagine.
Il Canale di Panama è in pieno controllo degli Stati Uniti; dopo l'accordo di Trump con gli Houthi, anche quello di Bab-el-Mandeb; dopo la pace mediata da Trump tra Egitto ed Etiopia, anche quello di Suez. Di quelli con potenziali minacce di chiusura sta lavorando su Gibilterra e adesso lo Stretto di Hormuz. Lo Stretto del Bosforo probabilmente sarà il prossimo, visto che il “boss finale” nella bonifica del Medio Oriente dalle influenze destabilizzanti inglesi è la Turchia (da qui le attenzioni che si stanno catalizzando già adesso su Cipro). Di conseguenza Trump e il suo team sapevano che una delle possibilità di rappresaglia da parte della City sarebbe stata quella di chiudere quello stretto e usare la stampa per generare una guerra mediatica attraverso la quale far credere che ci fosse una “disfatta americana” sul territorio iraniano e che egli non avesse alcun piano... un'“avventura bellica” come tutte le altre del passato. Invece era pronto a questa opzione nucleare inglese, emersa quando la Lloyd, come fece nel 2022 con la Russia, ha smesso di assicurare le navi che sarebbero passate da Hormuz.
Inoltre sappiate che questo gigante inglese delle assicurazioni ha avuto vita facile grazie ai suoi legami con l'intelligence inglese, sfruttando quindi le informazioni dei Five Eyes. Da quando Israele e USA hanno smesso di condividere informazioni di intelligence con gli inglesi, anche Lloyd è diventato cieco. Quindi lo Stretto di Hormuz è chiuso perché i capitani delle navi non si prendono la responsabilità di far passare le navi di là. Il “TACO Tuesday” è stato vero in questo caso, visto che la mossa di Trump era già pronta: assicurare le navi sotto l'egida statunitense. Inoltre, con Canada, Venezuela e Messico, gli USA hanno disponibilità energetiche per stare al gioco della chiusura dello Stretto di Hormuz. Non hanno alcuna fretta. Chi non ha queste disponibilità? Londra e Bruxelles. Chi è stato chiamato in causa per rispondere all'Iran? Londra e Bruxelles, ma hanno declinato. Su questa scia la NATO farà la fine dell'ONU, sostituito dal Board of Peace. Inoltre i prezzi più alti alla pompa di benzina negli USA forniscono copertura politica affinché Trump nazionalizzi tutte le risorse energetiche in California e le tolga dalle lorde mani di Newsom.
Se quindi si toglie l'intermediazione finanziaria, se si toglie l'intermediazione commerciale... cosa rimane come fonte di finanziamento per la City di Londra? Inutile dire che qui la posta in gioco è esistenziale per essa.
Il modo migliore per leggere il tabellone di gioco è individuare dapprima chi è l'avversario degli Stati Uniti nell'attuale guerra. L'amministrazione Trump sta camminando sul filo del rasoio tra il voler “salvare”/riformare le istituzioni americane e il recuperare il pieno controllo su di esse. Quando si supera questa linea non si può tornare indietro, per quanto si possa affermare che se Trump dovesse perdere le midterm tutto tornerà come prima. Iran, e Londra alle sue spalle, hanno superato la stessa linea quando hanno deciso di chiudere lo Stretto di Hormuz. La sola e unica opzione nucleare che avevano, dato che Trump ha impedito all'IRGC (non all'Iran) di ottenere una bomba nucleare sporca. Coloro che sono andati ai negoziati con Witkoff l'hanno fatto con una pistola puntata alla loro testa, consapevoli che i burattinai alle loro spalle stavano ordendo una trappola di Tucidide per Trump. Purtroppo la chiarezza degli eventi attuali arriverà più avanti nel tempo tra un paio di mesi molto probabilmente, perché ovviamente noi che osserviamo deficitiamo di alcuni tasselli del mosaico che ci impediscono di guardare con completezza il quadro. In questo senso infatti la trappola di Tucidide può essere benissimo stata ordita da Teheran/Londra, oppure dall'amministrazione Trump (scardinamento del monopolio assicurativo inglese + stretta sul Brent).
Il marciume che si è impossessato degli Stati Uniti è talmente profondo che ci sono volute generazioni per farlo accumulare e sarà necessario altrettanto tempo per rimuoverlo. Di fronte a questa situazione, e di fronte al fatto che Trump ha bonificato gran parte del Medio Oriente dall'influenza inglese (non ultimo Dubai laddove voleva riciclarsi la City), la cricca di Davos è disposta a rovesciare il tabellone di gioco pur di non permettere un cambio radicale dello status quo. Questo significa che tali persone sono disposte a vedere bruciare l'Europa pur di impedire agli USA di liberarsi definitivamente dal giogo che LIBOR ed eurodollari hanno imposto loro rendendoli vacche da spremere fino alla morte. In questo senso la bonifica dell'Iran è esistenziale per gli USA, mentre la difesa dello stesso è esistenziale da parte della City di Londra. Se si pensava che quest'ultima sarebbe rimasta a guardare mentre i suoi interessi sarebbero stati smantellati uno a uno, era davvero ingenuo. E uno di questi interessi è il CJNG, da cui partirebbero attacchi terroristici sul suolo americano minacciati di recente dagli iraniani.
Quella della City di Londra è una piovra che soprattutto agisce sui canali mediatici della propaganda, plasmando la percezione della gente comune e instillando “pulsanti emotivi” che poi verranno premuti in caso di necessità. Il bombardamento per eccellenza di questa gente è sempre stato quello della psicologia delle folle. Ma se uno ha chiaro chi è il vero nemico, allora smette di combattere contro ombre e falsi nemici. L'impero, qui, che sta venendo sgretolato non è quello americano, bensì quello inglese riciclatosi astutamente nelle sotto trame della storia, cresciuto grottescamente a dismisura grazie soprattutto alla sua capacità di finanziarizzazione delle economie.
La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite per l'appunto la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove.
Quando il “low management” e il “middle management” persegue una linea di politica in netto contrasto con i propri interessi, due sono i motivi: sono pagati per farlo, o hanno puntata alla tempia una pistola. C'è anche una terza possibilità che però è a esclusivo appannaggio dell'“high management”: è una sua linea di politica precisa. La mossa di Trump, oltre a perorare il neonato progetto ARC, mette in evidenza uno dei “segreti” più in bella vista di sempre: la disponibilità della classe dirigente europea di usare contribuenti e risparmiatori europei come carne da cannone pur di raggiungere i suoi obiettivi e conservare nel tempo i privilegi acquisiti. La maestria della cricca di Davos e della City di Londra, coltivata sin dal rovesciamento della Corona inglese nel XVII secolo, è quella edulcorare la realtà vendendo, attraverso i vari canali di informazione che controllano, una versione distorta della stessa. In questo modo nascondono abilmente dall'immaginario collettivo le loro tracce nella destabilizzazione socioeconomica diffusa e il fatto che siano loro i veri nemici dell'umanità.
La propaganda inglese è maestra nel deviare e distrarre, ed è la stessa che influenza per la maggiore la stampa generalista. Quei media e canali di informazione alternativi che raccontano di Trump alle corde e partito per l'avventura bellica iraniana senza un piano, o con informazioni sbagliate, sono gli stessi che vendono un'immagine distorta della realtà. Infatti chi grida alla “disfatta americana” in Iran (Trump, per la precisione, ha nel mirino l'IRGC non l'Iran nel suo complesso) dovrebbe guardare all'intero tabellone di gioco: il Venezuela è rimasto nelle mani dei venezuelani e adesso ha le porte aperte del mondo intero, la guerra a Gaza non c'è più, a Cuba si tratta con gli USA per smantellare ciò che rimane del regime comunista, India e Pakistan sono state pacificate, fermate le stragi di cristiani in Nigeria, Thailandia e Cambogia sono stati pacificate, Armenia e Azerbaigian sono state pacificate, Congo e Rwanda sono state pacificate, Egitto ed Etiopia sono state pacificate.
Inoltre chi ha sempre voluto parti perennemente in conflitto sono stati gli inglesi. Pensate al risentimento che ci sarebbe dovuto essere in Giappone dopo le bombe nucleari: scomparve sulla scia della ricostruzione di MacArthur. Lo stesso sentiero viene percorso tramite il Board of Peace, soprattutto in Medio Oriente. Questo non è il quadro di chi non ha la propria situazione sotto controllo; è il quadro di chi sta ultimando la propria opera di bonifica nella penultima roccaforte inglese/francese nel Medio Oriente e in virtù di ciò la resistenza anglo-francese è ovviamente ostinata.
Non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani.
Non contento di limitare l'analisi al solo Gilt inglese, ho guardato anche il differenziale col decennale svizzero: stesso andamento. E tale pattern si ripete per tutti quegli altri asset ritenuti “porto sicuro” nella sfera dei mercati dei capitali. Salvo poi notare “incongruenze” nei futures sul SOFR e nel trentennale americano. Sulla scia dell'ultimo (brutto) report sul mondo del lavoro, i futures sul SOFR avrebbero dovuto scontare un taglio dei tassi da parte di Powell, invece sono saliti con volumi consistenti (da qui a dicembre); allo stesso modo si registra una pressione di vendita sul back-end estremo della curva dei rendimenti americana e quando accade sono le banche centrali a vendere (i fund manager e altri si collocano sul front-end o al massimo nella zona intermedia della curva). A ciò va aggiunto che il mercato azionario americano ha retto bene la pressione della narrativa sulla guerra, a differenza invece della controparte europea. Conclusione: Banca d'Inghilterra, BCE e Banca del Canada stanno attaccando di nuovo il mercato SOFR come accaduto a primavera dell'anno scorso; nel frattempo la BCE si sta concentrando sulla vendita di bond americani per impedire che i tassi di quelli francesi e tedeschi esplodano al rialzo. E qui viene il bello: gli USA possono permettersi di vedere schizzare in alto i rendimenti dei propri decennali o trentennali, mentre l'Europa no. Per 4 anni la Lagarde ha difeso con unghie e denti il range di negoziazione tra 2.5 e 2.75 per i bund tedeschi e anche ai numeri attuali i tassi di rendimento delle principali obbligazioni sovrane europee non hanno alcun senso. Quando vedete che trader e operatori di mercato trattano certi asset agendo contro i loro stessi interessi, allora potete star certi che sono costretti a farlo a causa di una pistola puntata alla testa.
Per quanto Londra possa continuare ad attaccare i mercati statunitensi essi stanno dimostrando una resilienza unica e in antitesi col passato. Il SOFR ha cambiato tutto. Il vecchio modo di attaccare i mercato tramite il differenziale dei CDS e altro non funziona più.
Questo ovviamente non significa che gli USA siano privi di rischi interni che possono potenzialmente innescare una correzione nell'azionario anche del 20%. Il quadro più ampio, però, non deve farci focalizzare su cosa accade durante gli “spasmi”, bensì sul dopo. Ma un'altra domanda più importante è: quanto ancora sono intrecciati i mercati americani con quelli europei? Perché in caso di crisi del debito il dolore economico rimarrebbe concentrato da questo lato dell'Atlantico, come sta accadendo ad esempio coi prezzi della benzina. L'amministrazione Trump, infatti, si sta muovendo affinché le valutazioni nei mercati finanziari rimangano dove sono adesso e siano invece i guadagni a recuperare il terreno perduto. Il rapporto P/E è una funzione dell'inflazione dei prezzi, la quale si sta raffreddando negli USA. Questo significa che se i prezzi iniziano a lateralizzare, il cambio di passo americano in termini di dazi e produttività permetterà al parametro “E” (guadagni) di compensare “P”. E questo senza contare l'afflusso di capitali in entrata in caso di crisi obbligazionaria in UE.
Prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private credit/equity. Quest'ultimo è quel fenomeno che è emerso sulla scia dello strangolamento normativo del settore bancario americano, policy consapevole perseguita sin dal Dodd-Frank Act. In questo modo istituti come BlackRock, Vanguard, Blackstone, ecc. sono emersi per colmare il vuoto. Grazie alla ZIRP di una FED catturata, hanno visto crescere artificialmente i loro bilanci grazie a un sistema finanziario drogato di credito facile. In questo modo hanno goduto di pasti gratis facendo credere che fossero i “padroni del mondo”, un astuto artificio con cui la cricca di Davos ha influenzato le linee di politica negli USA e soprattutto affossato la classe media, oltre a creare la cosiddetta economia “K shaped”. Con l'introduzione del SOFR e una FED che difende il dollaro, la festa è finita. Stiamo parlando dello stesso private credit che ha mandato in coma il settore immobiliare americano e affossato Il motore principale della crescita della classe media americana: i mutui trentennali a tasso fisso. La “rivolta di Atlante” delle banche commerciali americane ha iniziato l'opera di ricostruzione del Paese dalle sue fondamenta e di pulizia da tutte quelle realtà artificiali che hanno rappresentato un onere sulle spalle della classe media. Se paragonato all'equity di una JP Morgan, il private credit/equity è ridicolo. Il suo ridimensionamento sarà salutare per gli USA, non lo sarà invece per l'Europa dato che usava la ricchezza degli Stati Uniti per alimentare questa macchina insostenibile. Occhio a Bank of America, comunque, perché potrebbe rappresentare l'opzione nucleare di Londra e Bruxelles in caso di loro profonda disperazione. Non è un caso che essa, insieme a Citibank, ha continuato a tenere i suoi bilanci in disordine.
Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati.
Mossa da maestri. In questo modo i NY Boys acquisiscono quote di mercato per loro, smantellano in modo "bonario" la rete malsana del private credit/equity e ripuliscono l'ambiente di mercato di quei player che avrebbero potuto rappresentare un rischio sistemico per l'economia. https://t.co/PQJkpSjIub
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) March 20, 2026La guerra dei NY Boys si sta concentrando adesso sulla sottrazione di sfere d'influenza finanziarie dalla cricca di Davos/City di Londra. Infatti gli USA hanno sottratto loro quote di mercato nel mondo delle società di assicurazioni, nel campo dell'intelligence smettendo di condividere informazioni con gli inglesi, nel mondo del Forex tramite Bitcoin e stablecoin, nell'impostazione del prezzo del dollaro tramite il SOFR, nell'impostazione del prezzo dei metalli preziosi tramite il drenaggio della LBMA, nell'impostazione del prezzo del petrolio tramite l'attacco all'Iran, nei flussi di denaro nel sottobosco finanziario tramite le azioni di Bessent nei confronti di banche svizzere, lussemburghesi e private equity.
In particolare, il divario tra Brent e WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna.
Se guardiamo agli input industriali possiamo affermare che non ci troviamo in un ambiente di loro scarsità, ma di scarsità di investimenti in input industriali. Il ciclo delle spese in conto capitale è talmente orrendo a causa del sistema monetario che le cose necessarie per costruire un sistema produttivo passano in secondo piano rispetto agli asset non produttivi: il mondo della finanza. Quello che Trump sta cercando di innescare è un boom nelle spese in conto capitale per gli input industriali. Anche nel campo energetico: c'è una mare di energia là fuori arginato da una scarsità artificiale imposta dai vecchi poteri coloniali. In questo modo chi avrebbe potuto sfruttarla è stato prosciugato dai capitali necessari per estrarla. Il ciclo delle spese in conto capitale nel petrolio, ad esempio, è ai minimi storici. Perché? Crediti di carbonio. In questo contesto esplorazione ed estrazione sono disincentivati. E questo è il motivo per cui l'Inghilterra non sfrutta appieno il North Slope a due passi da casa, soprattutto ora con una crisi petrolifera incalzante.
L'intervento americano era necessario in assenza di un accordo volontario così come proposto dapprima a Davos e poi a Monaco. Se non è chiaro il nemico contro cui gli l'amministrazione Trump sta combattendo, allora la confusione su esito e motivazioni regnerà imperante, cadendo vittime della propaganda mediatica di chi vuole che questo sia un conflitto prolungato. La chiusura dello Stretto di Hormuz, così come l'attacco di quegli asset petroliferi, è compiuto da quella fazione iraniana (IRGC) che risponde alle influenze esterne della cricca di Davos. Questa è gente a cui non importa se i contraccolpi verranno assorbiti dalle popolazioni che si presume essi supervisionano. Non potrebbe importagliene di meno e useranno l'umanità dei sudditi (es. psicologia delle folle) per ritorcergliela contro, trasformandoli in “utili idioti”. Guarda caso il coordinamento degli attacchi ad asset petroliferi si estende fino in Ucraina. Non ci saranno vincitori e vinti, a livello di Tavola Alta non esistono tali concetti; solo accordi/contratti siglati o meno, in modo volontario o forzato.
CONCLUSIONE
L'elemento davvero importante per le midterm è il SAVE Act. Le difficoltà incontrate dall'amministrazione Trump, sin dalla OBBB dell'anno scorso, al Congresso sono il sintomo di un “vecchio sistema” che ancora mantiene una certa presa su una parte significativa dei suoi componenti. Questo vale per i senatori americani così come per altri capi di stato in giro per il mondo, da Zelensky a Maduro. Quando le tue richieste vanno contro i migliori interessi del tuo Paese, allora ciò non significare altro che hai una pistola puntata alla testa... o sei pagato per perorare quella linea di pensiero. A Maduro è stata garantita una sicurezza tale da convincerlo a negoziare e poi accettare i termini (soprattutto sulla scia degli attacchi americani al CJNG). Lo stesso non lo si può dire per i senatori al Congresso, i quali sono reticenti ad “alterare il loro stato” perché incerti sulle possibilità di un futuro in cui Trump ha pieno controllo della situazione USA nel suo complesso. Sapevamo che la piovra della cricca di Davos/City di Londra avrebbe reagito e non sarebbe stata a guardare; non sappiamo quanto siano andati in profondità i tentacoli però...
Potete tranquillamente ignorare chi commenta l'attuale conflitto in Iran dicendo che è una disfatta americana e che Trump è stato colto di sorpresa dai prezzi energetici. Io dico che ci contava, soprattutto sulla necessità di rompere sia il monopolio assicurativo detenuto da Londra sulle spedizioni, sia per ammazzare il cuore della finanziarizzazione di matrice londinese: il Brent. Con il più recente appello da parte di Trump al resto della coalizione NATO e alla Cina, la mossa strategica è stata superlativa. Gli USA sono in condizioni nettamente migliori di superare una scarsità energetica rispetto a Europa e Asia, ciononostante il rifiuto da parte dei player chiamati in causa risulterà in esiti rivoluzionari: la scusa perfetta per cestinare la NATO (come accaduto con l'ONU) e la pretesa legittima di farsi pagare una commissione per la gestione in sicurezza del traffico di petrolio. Se invece i player sopraccitati accettano, si sottomettono al nuovo assetto mondiale immaginato esclusivamente dagli USA (senza più essere annacquato dalla visione inglese). Soprattutto la Cina. E da queste dinamiche capite nuovamente che l'operazione in Iran non ha niente a che fare con il Paese stesso, ma tutto a che fare con un riassetto mondiale plasmato da Washington lontano dai tentacoli della piovra di Bruxelles e Londra.
Uno dei motivi per cui sono stato così fermo negli ultimi due anni, da quando ho pubblicato il mio libro Il Grande Default, nel descrivere di come tutte le strade conducano a Londra è che è essa stessa sotto minaccia esistenziale. È la linea di pensiero che siamo dissuasi dal seguire in pubblico, mentre fa di tutto per sviare l'attenzione altrove: gli europei puntano il dito contro la Russia, neocon e accoliti di Bannon che strillano contro la Cina, i social che imperversano di attriti contro Israele, ecc. Se io fossi stato Richard Dearlove 10 anni fa, oltre a creare un sentimento anti-russo nelle trame dello spazio d'informazione pubblico e alternativo, avrei preparato anche un altro terreno da battere in caso il primo avesse esaurito il suo mordente. Ed ecco che, dopo la realizzazione che il Dossier Steele era falso (e chi era Christopher Steele?), subito s'è attivato Steve Bannon con le grida contro la Cina. E così via: attivare tutta una serie di asset dormienti per sviare l'attenzione da chi è in grado di muovere le pedine dall'ombra. Tutto questo è stato portato di forza alla luce del sole da Trump, soprattutto da quando ha iniziato a bombardare l'Iran, perché l'Iran è la chiave per capire la strategia di Londra di tenere ben salde le proprie mani sui punti di strozzatura dell'energia del vecchio mondo. Il Medio Oriente è il vetrino di Petri da dove si possono creare tutta una serie di situazioni e asset con cui influenzare il resto del mondo: dalle guerre religiose ai ricatti sotto forma di chiusura delle vie di passaggio per i trasporti. E la City di Londra controlla i trasporti, i saldi, le spedizioni, le assicurazioni: in breve, controlla il sistema attraverso cui funziona il mondo. Non le interessa quale sia la forma di denaro (dollaro, oro, argento, Bitcoin) fin quanto riesce a muovere le leve con cui far girare il mondo. E ciò non passa dalla proprietà o i titoli di proprietà, ma dagli intermediari. Finché la City di Londra controlla e dirige i flussi, controlla il resto del mondo.
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La visione dell'UE sulla crittografia a due livelli è feudalesimo digitale
La guerra europea alla privacy sta trovando un nuovo campo di battaglia nello scardinamento della crittografia. Grazie a essa infatti i risparmiatori possono avere ancora una possibilità di sfuggire ai controlli di capitali incalzanti sul continente, unico strumento rimasto alla classe dirigente europea (dopo la fine del carry trade sullo yen e il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro) per finanziare il suo attuale conflitto contro gli USA. Inutile dire che le autorità europee capitalizzeranno quanto più possibile sulla passività e inazione dei loro sottoposti, i contribuenti europei, addestrati a fidarsi dei dettami dall'alto: la disponibilità a barattare dignità, privacy e autonomia. Il sistema europeo è progettato in questo modo, non per caso. Sia chiaro: non si tratta di cambiamenti evolutivi, bensì eversivi, deliberatamente attuati per condizionarci ad accettare un trattamento sempre più disumanizzante. Non credo sia paranoico riconoscere schemi di controllo quando si presentano in modo così palese. La nostra obbedienza viene addestrata attraverso mille piccole umiliazioni e la demonizzazione della crittografia rappresenta forse l'esempio più emblematico di questo programma di addestramento. Impariamo a sottometterci a un'autorità arbitraria, a rinunciare ai nostri confini personali e a sopportare il disagio senza protestare: lezioni che ci sono di scarso aiuto come cittadini di quella che un tempo veniva chiamata una società libera. Ciò che mi preoccupa di più è la consapevolezza che questi cambiamenti servono a uno scopo che va oltre la “sicurezza”. C'è qualcosa di demoralizzante nell'essere trattati come merce e questo effetto cumulativo ci mantiene docili, remissivi e facilmente controllabili. Per molti aspetti, questo nuovo attacco alla crittografia rispecchia le stesse tendenze in ambito sanitario, educativo e nella vita pubblica: sistemi che non sono più al nostro servizio, ma che ci gestiscono. E come in una qualsiasi guerra che si rispetti, i sottoposti devono obbedire e i disertori essere passati per le armi.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-visione-dellue-sulla-crittografia)
Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha di recente mostrato un barlume di umanità in un mondo tecnologico che spesso promette troppo, troppo in fretta. Ha esortato gli utenti a non condividere con ChatGPT nulla che non vorrebbero che un essere umano vedesse. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha già iniziato a prendere atto della situazione.
La sua cautela mette in luce una verità più profonda che è alla base del nostro intero mondo digitale. In un ambito in cui non possiamo più essere certi di avere a che fare con una persona, è evidente che spesso è il software, e non le persone, a comunicare. Questa crescente incertezza è ben più di una semplice sfida tecnica: va a intaccare le fondamenta stesse della fiducia che tiene unita la società.
Ciò dovrebbe indurci a riflettere non solo sull'intelligenza artificiale, ma anche su qualcosa di ancora più critico, molto più antico, silenzioso e cruciale nel mondo digitale: la crittografia.
In un mondo sempre più plasmato da algoritmi e sistemi autonomi, la fiducia è più importante che mai.
La crittografia è il nostro fondamento
La crittografia non è solo un livello tecnico, è il fondamento della nostra vita digitale. Protegge ogni cosa, dalle conversazioni private ai sistemi finanziari globali, autentica l'identità e permette alla fiducia di estendersi oltre i confini e le istituzioni.
Non è qualcosa che si possa ricreare tramite regolamenti o sostituire con linee di politica. Quando la fiducia viene meno, quando le istituzioni falliscono o il potere viene abusato, la crittografia è ciò che rimane. È la rete di sicurezza che garantisce la protezione delle nostre informazioni più private, anche in assenza di fiducia.
Un sistema crittografico non è come una casa con porte e finestre. È un contratto matematico: preciso, rigoroso e concepito per essere inviolabile. In questo caso una “porta sul retro” non è solo un accesso segreto, ma una falla intrinseca alla logica del contratto, e basta una sola falla per distruggere l'intero accordo. Qualsiasi debolezza introdotta per un fine preciso potrebbe trasformarsi in una porta d'accesso per chiunque, dai criminali informatici ai regimi autoritari. Costruita interamente sulla fiducia, attraverso un codice robusto e inviolabile, l'intera struttura inizia a crollare non appena tale fiducia viene meno. E adesso questa fiducia è minacciata.
Un modello per il feudalesimo digitale
L'iniziativa ProtectEU della Commissione europea propone un meccanismo che obbliga i fornitori di servizi a scansionare le comunicazioni private direttamente sui dispositivi degli utenti prima di applicare la crittografia. Questo trasforma di fatto i dispositivi personali in strumenti di sorveglianza e compromette l'integrità della crittografia end-to-end. Sebbene gli enti statali non permetterebbero mai una simile vulnerabilità nei propri sistemi sicuri, questo obbligo crea uno standard di sicurezza separato e più debole per il pubblico.
In apparenza sembra un compromesso ragionevole: crittografia più forte per i governi, con il cosiddetto “accesso legale” ai dati dei cittadini. Tuttavia ciò che propone è uno squilibrio intrinseco, in cui lo stato crittografa e il pubblico decrittografa.
Questa non è una politica di sicurezza, è un progetto per il feudalesimo digitale: un futuro in cui la privacy diventa un privilegio riservato ai potenti, non un diritto garantito a tutti. La crittografia a due livelli sposta l'equilibrio di fiducia dalla responsabilità democratica e consolida una struttura di controllo che nessuna società libera dovrebbe accettare. Non fraintendetemi: questo dibattito non riguarda la sicurezza, riguarda il controllo.
Non dovremmo vivere in un mondo in cui solo i potenti hanno diritto alla privacy.
Nell'era dell'intelligenza artificiale onnipresente, degli attacchi informatici sponsorizzati dagli stati e della sorveglianza digitale di massa, indebolire la crittografia non è solo una scelta miope, ma una vera e propria imprudenza sistemica. Per noi che viviamo in un mondo decentralizzato, non si tratta di un dibattito astratto, bensì di una questione di vitale importanza. Una crittografia robusta e inviolabile è molto più di una semplice caratteristica tecnica: è il fondamento su cui si basa tutto il resto.
Verità attraverso la verifica
Ecco perché la missione del Web3 deve rimanere ancorata alla sua promessa fondamentale: la verità. Non la verità imposta dall'autorità, ma la verità verificata. Questo principio di un contratto auto-vincolante è il motivo per cui i veri sistemi decentralizzati sono costruiti senza un master delle chiavi o un'istituzione che le detenga. Introdurre una backdoor è una contraddizione; ristabilisce un punto di fallimento centrale, violando la premessa stessa di un sistema senza fiducia centralizzata. La sicurezza è uno stato binario: o è presente per tutti, o non è garantita a nessuno.
Fortunatamente questi principi non sono solo teorici. I sistemi crittografici primitivi che emergono da questo ambito – le prove a conoscenza zero che possono confermare i fatti senza esporre dati e i sistemi di prova di identità che resistono agli attacchi della sibilla senza compromettere la privacy – offrono un'alternativa reale e funzionante, dimostrando che non dobbiamo scegliere tra sicurezza e libertà.
L'ironia è lampante: lo stesso settore ora minacciato detiene gli strumenti necessari per costruire un futuro digitale più sicuro e aperto. Un futuro basato non sulla sorveglianza o sul controllo degli accessi, ma sull'innovazione senza permessi, sulla fiducia crittografica e sulla dignità individuale.
Se desideriamo un mondo digitale sicuro, inclusivo e resiliente, la crittografia deve rimanere robusta e standardizzata a livello universale per tutti.
Non perché abbiamo qualcosa da nascondere, ma perché tutti abbiamo qualcosa da proteggere.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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UE e Regno Unito hanno dichiarato guerra alle grandi aziende tecnologiche americane: la censura come strumento di politica commerciale
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-regno-unito-hanno-dichiarato)
Londra e Bruxelles stanno coordinando i loro attacchi contro le grandi aziende tecnologiche statunitensi. Con il pretesto inconsistente della tutela dei consumatori, stanno cercando di gettare le basi per progetti di censura diffusa attraverso multe multimiliardarie.
Quando il Ministro di Stato tedesco per la Cultura, Wolfram Weimer, ha sferrato il suo attacco verbale contro le piattaforme digitali americane, le sue parole sono passate inosservate tra le onde della sua stessa ipocrisia. Come ormai sappiamo, il ministro non nutre grande stima per le norme sul diritto d'autore né per la proprietà privata.
Aggressivamente sulla difensiva
Weimer ha definito Meta, Google e altri colonizzatori digitali, il cui modello di business si basa essenzialmente sullo sfruttamento del potenziale creativo degli utenti e sulla sua monetizzazione a proprio vantaggio. La risposta politica a questa presunta ingiustizia consiste in una sorta di tassa digitale, imposta a livello nazionale per porre fine a un tale comportamento.
Naturalmente si tratta di fornire allo stato, quel Leviatano mai sazio e in sovrappeso, un'ulteriore fonte di entrate.
Con la sua retorica aggressiva, Weimer si colloca saldamente nella tradizione delle recenti linee di politica dell'UE, le quali assomigliano sempre più alla dottrina digitale di Londra.
Quello a cui stiamo assistendo è una messa in scena di un continente tecnologicamente emarginato. Bruxelles potrà anche tessere la fitta rete globale di regolamentazioni digitali, ma in questo clima nessuno sottolinea che non esistono startup europee capaci di competere con le grandi aziende tecnologiche americane, o cinesi, o con il settore dell'intelligenza artificiale.
Quelle della politica europea sono azioni di retroguardia, vasti cataloghi normativi pensati per spalancare le porte alla censura. L'obiettivo è impedire la nascita di voci dissidenti su piattaforme come X, capaci di denunciare i fallimenti della governance europea, la centralizzazione dell'UE e la crescente concentrazione di potere a Bruxelles.
Multe assurde
In difficoltà economiche e con un peso geopolitico in calo, Londra e Bruxelles hanno iniziato a imporre multe esorbitanti per le presunte irregolarità commesse dalle grandi aziende tecnologiche americane.
Apple è stata di recente condannata dal Competition Appeal Tribunal (CAT) del Regno Unito a pagare fino a £1,5 miliardi, in quanto tra l'ottobre 2015 e la fine del 2020 l'azienda avrebbe abusato della propria posizione dominante sul mercato e svantaggiato gli sviluppatori di app attraverso commissioni eccessive sugli acquisti in-app e sugli abbonamenti.
Secondo le autorità di regolamentazione, una commissione fino al 30% per transazione è ingiustificata e limita la concorrenza. Apple ha annunciato che presenterà ricorso.
A quanto pare i signori nella “culla del liberalismo” non hanno ancora familiarità con la libertà contrattuale e la sovranità individuale.
La situazione è simile a Bruxelles. La Commissione europea ha inflitto una multa a Meta, la società madre di Facebook e Instagram, sostenendo che l'azienda offre sistemi e strumenti di segnalazione inadeguati per contenuti illegali come propaganda terroristica o immagini di abusi.
Inoltre accusano Meta di aver negato ai ricercatori l'accesso ai dati pubblici e di aver utilizzato pratiche scorrette per manipolare le scelte degli utenti. Meta dovrà pagare €200 milioni e dimostrare maggiore collaborazione in futuro.
La battaglia per la sovranità dei dati
In sostanza si tratta di dare alle autorità di regolamentazione europee accesso illimitato ai dati degli utenti e ai processi di comunicazione interna, in linea con lo spirito della proposta di controllo delle chat per gli utenti privati. L'Europa ha in serbo molto altro per i suoi cittadini.
In linea con questo spirito, la Commissione europea ha già inflitto a Google una multa record di €2,95 miliardi a settembre per presunte violazioni delle norme antitrust nel settore della pubblicità online. Dal 2014 Google avrebbe abusato della sua posizione dominante sul mercato, privilegiando i propri prodotti nel posizionamento e nell'intermediazione degli annunci. L'azienda deve ora ricostruire il suo mercato digitale per eliminare qualsiasi forma di favoritismo.
In questa guerra europea contro il dominio digitale degli Stati Uniti, si registra una piccola eccezione: il procedimento contro TikTok, che rimane fortemente controllato dalla Cina. Incombe una multa di €530 milioni per presunte violazioni della protezione dei dati, tra cui il trasferimento non autorizzato di dati degli utenti dall'UE alla Cina. Vengono inoltre contestate la mancanza di trasparenza nella pubblicità e l'assenza di un registro pubblicitario funzionante per ricercatori e utenti.
Tuttavia la messinscena su TikTok serve principalmente a distrarre gli americani dal fatto che il vero intento dell'Europa è quello di sfidare gli Stati Uniti nell'economia digitale con la forza della regolamentazione e di creare carte da giocare nel conflitto commerciale ancora irrisolto.
Lo schema negoziale è ben noto: definire le massime richieste, esasperare i singoli punti critici all'interno della matrice negoziale, accettare i risultati con parole di circostanza ma iniziare il sabotaggio fin dal momento della firma.
Pianificazione centralizzata & Sovranità individuale
Anche da una prospettiva sistemica le argomentazioni della Commissione europea e delle autorità di regolamentazione del Regno Unito non reggono. Ogni utente stipula un contratto volontario; lo stesso vale per gli sviluppatori di app. Apple giustamente osserva che circa l'84% delle app presenti nel suo store sono gratuite e ogni individuo è libero di passare a tecnologie alternative, come Android di Google. Nessuno è obbligato a usare TikTok, o a caricare video sulla piattaforma.
La strategia di escalation dell'Europa dimostra ancora una volta la sua avversione per la concorrenza, la proprietà privata e la sovranità decisionale individuale. Non sarebbe sbagliato affermare che fraintende profondamente i principi di un'economia di libero mercato.
La presunta argomentazione a tutela dei consumatori non è altro che una copertura per un piano politico più ampio, volto alla censura e alla sottomissione dell'iniziativa privata.
In realtà stiamo assistendo a un'ulteriore escalation di politiche invasive da parte delle autorità di regolamentazione centralizzate di Bruxelles e Londra. Politiche che il governo statunitense, sotto la presidenza di Donald Trump, difficilmente tollererà. Le tensioni transatlantiche sono in aumento. Il prossimo atto nella disputa commerciale si svolgerà proprio sul campo di battaglia digitale e continuerà a intensificarsi.
Forse questo è il momento perfetto affinché Donald Trump dia uno schiaffo morale a Londra e Bruxelles. Un drastico aumento dei dazi potrebbe far riflettere alcuni di loro e fare pressione sui policymaker affinché smettano di giocare a pericolosi giochi di censura.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'Argentina di Milei: tra liberazione e trappola istituzionale
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/largentina-di-milei-tra-liberazione)
Chi è veramente il presidente Javier Milei: un salvatore o un curatore fallimentare? Un anarchico, un populista, o un riformatore liberale-classico? Sta smantellando la casta – l'establishment politico radicato – o è la casta a minare il suo programma di riforme? Alla fine prevarrà la libertà o il sistema corrotto si riaffermerà, inghiottendo il sedicente riformatore?
Di recente mi sono fatto una mia personale impressione viaggiando a Buenos Aires. Quello che ho visto è un Paese affascinante che, dopo decenni di declino, sta ritrovando la sua stabilità, contrastando la povertà diffusa e riscoprendo la fiducia. Alcuni indicatori chiave hanno già attirato l'attenzione internazionale: un'inflazione in forte calo, un tasso di povertà visibilmente in diminuzione, una disoccupazione in calo nonostante i massicci e attesi licenziamenti nel settore pubblico, il primo bilancio federale in pareggio da anni e una ripresa della crescita economica.
Altri sviluppi ricevono meno attenzione. Nel mercato immobiliare, recentemente liberalizzato, l'offerta di appartamenti è aumentata quasi da un giorno all'altro. La copertura mobile si sta espandendo rapidamente grazie a Starlink. In seguito alla deregolamentazione del trasporto aereo gli investimenti nel settore aeronautico stanno riprendendo slancio. E anche senza tassi di interesse agevolati, gli argentini stanno ricominciando ad acquistare beni di consumo durevoli: ad esempio lavatrici, non più solo un pezzo di formaggio o un bicchiere. Fino a poco tempo fa anche questi piccoli articoli venivano spesso acquistati a rate, sintomo di incentivi distorti in un contesto di inflazione cronica e ingenti sussidi statali.
Starlink is now available in Argentina, making it the seventh country in South America and 72nd in the world where people can access high-speed, low-latency internet from space ????️???????? → https://t.co/JDETbvxJny pic.twitter.com/TT8RpkAugo
— Starlink (@Starlink) March 27, 2024L'attività di mercato è in aumento anche grazie allo smantellamento delle barriere all'importazione e dei dazi protezionistici. Malgrado ciò i prodotti di marca stranieri rimangono inaccessibili per molti argentini. In un centro commerciale di lusso un semplice adattatore USB Samsung può costare circa $75, mentre un prodotto equivalente in un piccolo negozio di quartiere si trova a circa un dollaro.
Alcune riforme che Milei è riuscito a far approvare rapidamente, nonostante l'iniziale scarso sostegno del Congresso, stanno iniziando a dare i loro frutti solo ora. Grazie a una politica commerciale più aperta verso gli Stati Uniti e l'Unione Europea, a un approccio pragmatico nei confronti della Cina e a un nuovo quadro normativo per gli investimenti (il “sistema RIGI”), l'Argentina si sta aprendo agli investimenti diretti esteri nei settori dell'energia, delle risorse naturali e delle industrie ad alta intensità di dati. Maggiori investimenti, una migliore pianificazione e una maggiore certezza giuridica per i progetti su larga scala stanno iniziando a dare i loro frutti.
Altrettanto notevole è il lavoro di Federico Sturzenegger. L'economista liberale-classico e ministro per la deregolamentazione e la trasformazione dello Stato, insieme al suo team, sta smantellando o semplificando regolamentazioni, controlli sui prezzi, tasse e oneri amministrativi a un ritmo straordinario. Tuttavia le catene di approvvigionamento devono prima adattarsi ai nuovi incentivi e gli investitori hanno bisogno di tempo per ricostruire la fiducia nelle fondamenta istituzionali dell'Argentina.
Il successo o meno di questa iniziativa avrà un'importanza ben maggiore per il futuro dell'Argentina rispetto ai dibattiti sulle eccentricità personali di Milei o sul suo uso di simboli politici provocatori. Questi elementi hanno poca importanza per la maggior parte degli argentini. Nelle conversazioni con autisti di Uber, studenti di economia e lavoratori del settore dei servizi, ho riscontrato valutazioni prevalentemente positive, spesso entusiaste, nei confronti del presidente; solo una minoranza rimane chiaramente contraria.
Gli economisti liberali-classici di Buenos Aires tendono a essere più cauti. Sono scettici nei confronti di qualsiasi culto della personalità e ben consapevoli della portata del compito che attende Milei – e qualsiasi futuro governo. La situazione catastrofica che ha ereditato era il risultato di uno stato che si era gonfiato e dilatato eccessivamente nel corso dei decenni, dominato da interessi organizzati – la casta – e radicato in una cultura politica in cui le connessioni personali e la retorica aggressiva contavano più della competenza e del rispetto delle regole generali.
Anche i presidenti precedenti avevano promesso di combattere la corruzione e il clientelismo, in particolare Carlos Menem negli anni '90, spesso descritto come un “populista neoliberista”. La sua eredità, controversa, riflette il fatto che egli era principalmente un populista e un peronista che utilizzava gli strumenti (neo)liberali in modo selettivo. Con Milei l'ordine è invertito. Egli è, prima di tutto e per convinzione, un libertario che usa pragmaticamente la retorica e lo stile populista per portare avanti un programma di riforme.
Ciò aumenta la probabilità che le riforme di Milei possano avere effetti duraturi. Tuttavia il percorso di queste riforme rimane stretto, rischioso e ben lontano dal raggiungere il nucleo istituzionale. Al di sopra di questo nucleo si estende una fitta boscaglia di clientelismo e cattiva gestione. Province come la Terra del Fuoco si aggrappano a privilegi speciali, mentre il sistema federale crea deboli incentivi per le province affinché governino in modo efficiente e spendano responsabilmente i fondi pubblici. È prevedibile che i sindacati ben organizzati resistano a riforme ormai attese da tempo. La magistratura, poi, rimane indipendente solo a livello formale. Nonostante i miglioramenti, il sistema fiscale continua a scoraggiare gli investimenti. Le rigide normative sul lavoro pre-riforma lasciano circa quattro lavoratori su dieci senza un impiego formale. E la casta – che ha promosso con successo i propri interessi sotto i governi precedenti – non è scomparsa sotto Milei. Al contrario, egli si affida a esperti politici, molti dei quali hanno già lavorato con l'ex-presidente Macri e sono ora strettamente coordinati e disciplinati da sua sorella, Karina Milei.
La maggior parte degli argentini sembra disposta a sorvolare su legami discutibili e sulle idiosincrasie personali di Milei. Quasi tutti coloro che lo conoscono personalmente – persino i critici che dissentono dalle sue posizioni principali – concordano sul fatto che Milei sia sinceramente impegnato nelle riforme libertarie e nel miglioramento delle prospettive del Paese. C'è ancora molto da fare in tal senso. Importanti riforme della previdenza sociale, del mercato del lavoro, del sistema monetario, della tassazione, dello stato di diritto e dei rapporti federali restano da attuare. Senza di esse, i recenti successi rimarranno fragili.
Le probabilità di successo variano a seconda dell'ambito politico. Per un cambiamento monetario radicale come la dollarizzazione, Milei probabilmente non dispone ancora di sufficiente capitale politico e finanziario. Il capitale politico è necessario anche per le riforme del sistema giudiziario, dove il percorso verso una magistratura realmente indipendente appare ancora più arduo di quello verso la stabilità monetaria. Eppure l'indipendenza della magistratura è essenziale per ulteriori riforme, come regole fiscali credibili che possano garantire bilanci in pareggio nel tempo o una ristrutturazione del sistema federale argentino.
Le speranze più concrete rimangono riposte nella recente riforma del mercato del lavoro e in un sistema fiscale più favorevole agli investimenti, ambiti in cui il governo argentino può trarre vantaggio dalla maggiore rappresentanza ottenuta dopo le elezioni di medio termine. La nuova legislatura ha approvato a dicembre un ambizioso programma di riforme, delineato da Milei in un ottimistico messaggio “Rendiamo di nuovo grande l'Argentina”.
Affinché questo programma abbia successo in modo duraturo, non basterà il solo Milei. Un'ampia fetta di argentini deve sostenere la trasformazione e molti sembrano pronti a farlo. Dopo ripetute crisi, gli argentini possiedono una notevole alfabetizzazione economica. In particolare, i giovani argentini comprendono fin troppo bene l'inflazione, i mercati finanziari e la relativa stabilità dei diversi asset: una conoscenza che da tempo è essenziale per la sopravvivenza quotidiana.
Meno sviluppata, invece, è una comprensione condivisa di come regole rigorose e meccanismi istituzionali di controllo ed equilibrio possano limitare la discrezionalità politica e gli abusi di potere. Troppo spesso in passato le regole sono state ignorate e le garanzie aggirate.
L'attuale esperimento di riforma in Argentina tiene conto di questa realtà. Non segue i consigli dei manuali di liberalismo classico, ma riflette piuttosto i vincoli politici di uno stato profondamente clientelare – vincoli che Milei cerca di gestire per perseguire un'agenda di riforme libertarie. In questo senso tenta di usare la logica del sistema esistente contro sé stessa. Si tratta di un esperimento autentico, i cui risultati avranno probabilmente un impatto ben oltre i confini dell'Argentina.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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