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L'agenda high-tech della Germania: intrappolata nel circolo vizioso dei sussidi

Freedonia - Mer, 01/04/2026 - 10:08

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lagenda-high-tech-della-germania)

La Germania sta rimanendo indietro nei settori economici che modelleranno il futuro. Che si tratti di intelligenza artificiale, guida autonoma, biotecnologie, o tecnologia quantistica, Stati Uniti e Cina sono i protagonisti indiscussi. Un programma del governo federale, adesso, mira a colmare questo divario.

Il cancelliere Friedrich Merz e il Ministro per la Ricerca, Dorothee Bär, hanno presentato a Berlino il programma del governo federale per l'alta tecnologia. Al centro dell'iniziativa c'è un fondo di sovvenzioni statali destinato a dare impulso a progetti ad alta tecnologia preselezionati, come ad esempio quelli sull'intelligenza artificiale.

Naturalmente – come potrebbe essere altrimenti? – i progetti ecologici, gli approcci a impatto climatico zero nei settori della tecnologia quantistica, della mobilità e di altri cosiddetti settori del futuro sono in prima linea nell'impegno politico.


Sussidi e governance

Il fondo per la tecnologia metterà a disposizione fino a €2 miliardi entro il 2029. “Vogliamo colmare il divario tecnologico con gli Stati Uniti”, ha affermato il cancelliere Merz, “con più concorrenza, meno burocrazia e processi aperti alla tecnologia”.

Il divario competitivo è ormai così ampio che gli investitori internazionali a malapena includono l'Europa nelle loro mappe strategiche.

L'iniziativa tecnologica è accompagnata, come sempre, da slogan politici quali la necessaria riduzione della burocrazia e le procedure di approvazione rapide.

Sembra un'idea affascinante, a misura di cittadino e, soprattutto, che denota interesse per la prosperità del Mittelstand, un settore mediatico sempre attuale.

Ma dietro la presentazione impeccabile si cela il solito copione: è stato individuato un problema e sono state predisposte sovvenzioni su misura – sempre in linea con la tesi politico-ideologica sulla regolamentazione climatica. Consapevolezza delle dinamiche dell'economia di mercato, dei mercati aperti, o della neutralità tecnologica? Nessuna.

Nemmeno le dichiarazioni di facciata di Merz a favore della competitività e dell'economia di libero mercato cambiano nulla: il governo federale ignora il mercato dei capitali reale finché la Germania non sarà definitivamente scomparsa dai radar internazionali dell'alta tecnologia.


La competitività è un problema complesso

La competitività di un'economia è una questione complessa. A volte è dovuta alla carenza di competenze, altre volte alla mancanza di capitali per gli investimenti. Inoltre la regolamentazione, gli oneri fiscali, o la difficoltà di accesso alle risorse pesano sulle prestazioni delle imprese. Nel caso della Germania sembra proprio che tutte queste condizioni siano presenti.

I giovani tedeschi ben istruiti stanno lasciando il Paese in massa; gli investimenti diretti esteri si spostano altrove; la Cina minaccia di interrompere l'afflusso di risorse, e di questo abbiamo parlato regolarmente, sulla scia di un sistema normativo kafkiano, di una burocrazia soffocante e di oneri sempre crescenti per aziende e dipendenti.

In un contesto competitivo come quello attuale, la Germania dovrebbe iniziare in piccolo, offrendo prodotti di nicchia. Per dare un'idea della portata del problema: il divario tra l'economia tedesca e quella statunitense in termini di intelligenza artificiale e di data center è enorme.

Solo quest'anno Microsoft sta investendo $80 miliardi nei suoi data center per l'intelligenza artificiale, seguita da Google con $75 miliardi e Meta con $65 miliardi. L'intero settore negli Stati Uniti investe anno dopo anno oltre cinquecento miliardi di dollari nelle sue infrastrutture ad alta tecnologia, spinto dal libero mercato di un'economia in gran parte deregolamentata.

Ecco il segreto del successo. Gli esperimenti politici europei – che si tratti di censura o della minaccia di tassazione delle piattaforme digitali statunitensi, come di recente richiesto dal Ministro della Cultura Wolfram Weimar – non cambieranno nulla per quanto riguarda la situazione competitiva delle aziende tedesche.

L'innovazione non nasce da pacchetti di sussidi politici, regolamentazioni, o pressioni fiscali, bensì da investimenti cospicui e costanti da parte dell'economia privata nei mercati liberi, cose che rendono l'alta tecnologia un vantaggio geografico.


La Germania è molto indietro

Quanto sia indietro la Germania in termini di localizzazione delle imprese è dimostrato dall'esempio di Deutsche Telekom: insieme all'azienda statunitense NVIDIA sta investendo “solo” un miliardo di euro in un data center per l'intelligenza artificiale a Monaco. In netto contrasto Intel ha rifiutato un sussidio di €10 miliardi e ha deciso di non insediare la produzione di chip a Magdeburgo.

Un caso di studio sui problemi reali del territorio: costi energetici troppo elevati, regolamentazione opprimente, scarsa attrattiva fiscale. Qui emerge chiaramente che i soli pacchetti di sussidi politici non bastano a colmare il divario con i leader mondiali. Anzi, risultano controproducenti, perché indeboliscono selettivamente la concorrenza e immobilizzano capitali.

Per essere competitivi a livello internazionale è necessario un quadro economico che non scoraggi le imprese, bensì le attragga.


In cattiva compagnia

La lamentela che emerge dall'economia di tutta la Germania è sempre la stessa: la Germania è carente di competitività. Le critiche delle aziende tedesche – perché solo qui si possono ancora incontrare regolarmente cancellieri e ministri – sembrano perlomeno dare i loro frutti in termini di analisi. Sia il Cancelliere che il Ministro dell'Economia, Katherina Reiche, hanno sottolineato il divario competitivo che si è creato tra l'economia tedesca e le principali aree geografiche, soprattutto Stati Uniti e Cina.

Troppo costoso, troppo regolamentato, troppo lento ha concluso Friedrich Merz in uno dei suoi discorsi a Berlino. Non si può continuare così. Le procedure amministrative, le procedure di approvazione, i processi burocratici in generale devono essere snelliti. Nel complesso deve prevalere un clima competitivo diverso, ha affermato il Cancelliere.

In linea di principio, in politica il problema è sempre lo stesso ma tramite la stampa è possibile sviarlo agli occhi del grande pubblico. In questo modo si uniscono le forze in una campagna mediatica congiunta, nomi noti, volti familiari. Tutto ciò vende bene. I problemi strutturali che riscontriamo nel Mittelstand sono quelli che il grottesco lavoro di regolamentazione di Bruxelles e Berlino produce, e che si avvertono giorno dopo giorno.

Ciò comporta distorsioni e oneri significativi nella struttura dei costi quando un'impresa esportatrice è gravata da una legge sulla catena di approvvigionamento o dal regolamento europeo sulla deforestazione. Le grandi aziende hanno un proprio dipartimento amministrativo e sono di fatto beneficiarie indirette dell'attività normativa, perché sopprimono la concorrenza sgradita.


La politica ha imboccato la strada sbagliata

E così assistiamo alla ripetizione della solita storia: indignazione e sgomento per la debolezza economica della Germania, annunci di riforme per rassicurare l'opinione pubblica, salvo poi tornare immediatamente alla normalità e proseguire sulla stessa strada.

Non si può negare che dell'iniziativa, annunciata con grande entusiasmo, per ridurre la burocrazia – che avrebbe dovuto alleggerire il carico burocratico dell'economia tedesca fino a €16 miliardi, ovvero il 25% del peso burocratico annuo – non sia rimasto nulla. Merz voleva risparmiare l'8% del personale nel settore pubblico per alleggerire il bilancio statale: un bel sogno, tipico di Merz, con annunci altisonanti che poi, nella speranza che altri argomenti li occupino presto, si dissolvono nell'ondata di clamore mediatico quotidiano.

Ma nonostante le dichiarazioni del Cancelliere, del Ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, e del Ministro dell'Economia, si intravede un'ultima speranza. Il grande pacchetto di riduzione del debito, camuffato con l'eufemismo di “attività speciali”, dovrebbe ora portare alla grande svolta.

Come ha affermato Lars Klingbeil a New York durante il Congresso delle Nazioni Unite: per le imprese si sta aprendo una finestra di opportunità unica, resa possibile dal massiccio impegno dello stato tedesco nei prossimi anni. Il calcolo è semplice: sussidi, garanzie sui prezzi, aiuti per far fronte all'esplosione dei costi energetici miglioreranno i bilanci delle singole aziende.

Merz avrebbe dovuto discutere approfonditamente con il management di Intel in merito alla sede tedesca. Cosa deve essere andato storto perché un'azienda, nonostante i suoi problemi interni, rifiuti un sussidio di €10 miliardi, che avrebbe coperto circa un terzo dell'investimento totale, e preferisca invece la sede statunitense?

Finché la politica non sarà in grado di fornire una risposta concreta a questa domanda, nulla cambierà per quanto riguarda il declino della Germania e la caduta dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Ron Paul: Still The Voice of Reason

Lew Rockwell Institute - Mer, 01/04/2026 - 00:36

The true heroic voice of reason concerning the past and present disastrous adventurism such as the Afghanistan quagmire is certainly not war criminals George W. Bush, Dick and Liz Cheney, Bill and Hillary Clinton, Barack Obama, and Joe Biden. It is 2012 presidential candidate Ron Paul. He remains the voice of clarity directing his Ron Paul Institute for Peace and Prosperity in speaking truth to power against the Ukraine/Russia conflict and the present egregious War against Iran.

The principled constitutionalist and noninterventionist Ron Paul was right from the start about our disastrous preemptive imperial wars in Afghanistan and Iraq, right from the start about the destructive ‘blowback’ fomenting more hatred directed towards America, right from the start about the Federal Reserve’s monetary policies creating the housing bubble which led to the 2008 financial meltdown, right from the start about the War on Drugs, the USA Patriot Act, the invasive NSA surveillance, and the TSA imposing a police state upon the American people.

Spewing forth the scurrilous epithet “isolationist” as if it were some form of demonic voodoo won’t cut it anymore. The neoliberal “humanitarian interventionists” and their mirror image neocon horde should know that the American people are fed up with their seemingly endless lies and vilification concerning persons counseling nonintervention in the internal affairs of other nations. They have seen first-hand what such globalloney lies have brought on our nation with disastrous preemptive wars of aggression.

Ron Paul was never afraid to speak truth to power which is why he remains greatly admired by stalwart GOP conservatives, grass-roots populist activists, independents, and disillusioned Biden Democrats. Accordingly, the veteran Air Force flight surgeon Paul received more financial contributions and support from active-duty military personnel than all other presidential candidates combined. They knew he has seen first-hand the ravages and toil of combat and as presidential commander-in-chief would not carelessly place them in harm’s way in no-win wars.

They knew a President Paul would only commit combat troops with the proper constitutional declaration of war and the full support of the American people. Of all the 2012 candidates only he repeatedly spoke out clearly and forcefully against the belligerent war propaganda and calculated lies in the bipartisan lead up to war with Iraq, against the bipartisan campaign for punitive sanctions against Iran, and against further covert operations to destabilize the fragile geopolitical situation in the Mideast.

Never forget that the duplicitous chicken hawk neocon jihadists beat the propaganda war drums of “weapons of mass destruction” in the failed war in Iraq, while the disingenuous Nobel Peace Laureate Barack Obama plunged us further into belligerent quagmires in Afghanistan, Pakistan, Libya, Iran, and Syria.

The American people know the bitter tragedy of war. They are tired of being lied to about these futile conflicts in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Libya, Iran and Syria. It is their sons and daughters, husbands and wives, who were seriously maimed, irreparably disabled, and needlessly killed, never to return physically or psychologically intact as they were when they marched off to these egregious follies.

Ron Paul remains the most decisive, authoritative, and substantive consistent voice on the crucial national security issues facing our nation. Americans have always rooted for the heroic underdog, the principled David facing down Goliath. By standing out from the pack of neocon clone candidates in 2012, Paul proved his forthright courage, his dedication to first principles, to the United States Constitution and the rule of law.

Ron Paul remains our defender of the republic, a statesman of unblemished character and principled judgment. The twelve-term congressman has for decades courageously spoken out for an American foreign policy based upon a strong national defense of the essential core principles of liberty and justice as established by the Framers, a defense of the territorial integrity of the United States and its national borders. Peace, prudential diplomacy, free international trade and commerce, and the free exchange of ideas are the key elements to a constitutional foreign policy.

Ron Paul remains first and foremost a realist. America is financially bankrupt due to decades of reckless, irresponsible fiscal and monetary policies pursued by the Fed, the Congress, and the Executive branch of the state. Paul’s measured conservative program of strategic disengagement from the unconstitutional pre-emptive wars of the past two decades, coupled with a serious analytical reassessment of the imperial over-reach of 900 military bases in 130 nations, is the only wise course dictated by this unsustainable debt situation.

He remains the deep state’s principal enemy, and the sterling champion and exemplar of the principles, rights and liberties of the American people.

The post Ron Paul: Still The Voice of Reason appeared first on LewRockwell.

Miliardari europei hanno convogliato $2 miliardi attraverso una rete di ONG transatlantiche per erodere la democrazia statunitense e finanziare la macchina delle proteste anti-Trump

Freedonia - Mar, 31/03/2026 - 10:08

Il pezzo di oggi è estremamente importante, soprattutto per quello che sta succedendo sui canali d'informazione generalisti e alternativi. Infatti potete notare un'ondata crescente di analisi legate alla guerra in Iran dettate dall'emozione, con formule come “Trump non sa quello che sta facendo” o “cambia idea ogni ora”. È da quando è stato eletto che ho stressato una chiave di lettura cruciale, visto che la percezione che hanno le folle è più importante del mondo com'è per davvero nella realtà di oggi. Gli inglesi sono stati maestri nell'instillare nel modo di pensare occidentale questa idea tanto semplice quanto pericolosa. In questo senso non è importante se qualcosa è vero, l'importante è che sia plausibile. Così bastano un paio di influencer che creano una grancassa, direttamente o indirettamente, coadiuvati da articoli della stampa generalista per creare una narrativa secondo cui la disfatta americana in Iran è una realtà. Gli europei non si accorgono, quindi, di essere loro gli obiettivi di una operazione di intelligence, i cui giri sono aumentati da quando la Corte Suprema ha sentenziato sui dazi di Trump. Da quel momento, in cui gli europei hanno rifiutato i termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco, lo strangolamento della capacità europea di resistere allo stress economico e finanziario ha cambiato passo. Lo definiscono “instabile”? Nel frattempo il dolore economico in UE aumenta inesorabilmente e l'ironia in tutto ciò è che Trump può benissimo passare per quello che “fa le giravolte” o “subisce una debacle militare”, giocando a tempo indefinito a questo gioco. Come si fa a credere a queste fesserie quando il dollaro continua a essere il dominatore negli scambi commerciali mondiali, il mercato obbligazionario statunitense è in una salute migliore rispetto alle controparti oltreoceano, l'afflusso di capitali finanziari e sociali è in buona salute, il Congresso sta iniziando a fidarsi di un futuro in cui Trump ha il pieno controllo della situazione interna e Paesi come il Giappone vogliono incrementare il volume degli affari con gli USA? E a proposito di quest'ultimo punto: il Giappone incrementa il suo volume di affari con gli USA e il giorno dopo gli “iraniani” “concedono” alle navi giapponesi di passare da Hormuz. Il consiglio, cari lettori, è quello di fare attenzione a quello che leggete, perché nel momento storico attuale Londra e Bruxelles hanno tutto da guadagnarci a fomentare l'odio nei confronti di Washington e distrarre i loro sottoposti da una semplice quanto allarmante verità: sono disposti a vedere bruciare le genti e le terre che supervisionano pur di portare a termine i loro obiettivi.

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da Zerohedge

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/miliardari-europei-hanno-convogliato)

Una nuova relazione esplosiva di Americans for Public Trust (APT), basata sui moduli 990 dell'IRS e su articoli di stampa, rivela che cinque “organizzazioni benefiche” straniere hanno dirottato quasi $2 miliardi verso organizzazioni non profit di sinistra americane, sponsorizzando quella che può essere descritta solo come un'agenda politica di estrema sinistra di stampo europeo e campagne di ingegneria sociale tossiche all'interno di istituzioni statunitensi come la lotta contro il cancro. La relazione sostiene che queste operazioni di influenza estera, sfruttando le reti oscure del mondo delle ONG, finanziano anche parte del complesso industriale delle proteste che ha condotto un'operazione in corso, in stile “rivoluzione colorata”, contro il presidente Trump e i suoi sostenitori, con l'obiettivo di smantellare il movimento “Make America Great Again”.

L'analisi di 31 pagine dell'APT (rivelata per la prima volta da Fox News), supportata anche da registri delle sovvenzioni, mostra che, sebbene i cittadini stranieri non possano donare direttamente ai candidati politici statunitensi, esiste una preoccupante rete interconnessa di finanziamenti transatlantici che si estendono al mondo delle ONG, dove miliardari stranieri finanziano organizzazioni non profit americane di estrema sinistra per dare il via a ogni sorta di campagna di attivismo. Questa filantropia straniera incontrollata rischia di minare la sovranità degli Stati Uniti e, secondo la direttrice esecutiva dell'APT, Caitlin Sutherland: “Il denaro straniero sta arrivando e sta cercando di erodere la nostra democrazia”.

Ecco i cinque finanziatori stranieri indicati nella relazione:

  1. Quadrature Climate Foundation (Regno Unito) – $530 milioni
  2. KR Foundation (Danimarca) – $36 milioni
  3. Oak Foundation (Svizzera) – $750 milioni
  4. Laudes Foundation (Svizzera) – $20 milioni
  5. Children's Investment Fund Foundation (Regno Unito) – $553 milioni

I risultati principali sono sconvolgenti:

Quadrature Climate Foundation (QCF): fondata nel 2019 dai miliardari del settore degli hedge fund, Greg Skinner e Suneil Setiya, ha elargito circa $530 milioni a 41 organizzazioni statunitensi, tra cui ClimateWorks Foundation ($147 milioni), Growald Climate Fund ($80 milioni), Grantham Foundation ($80 milioni), Windward Fund ($49 milioni) e Sunrise Project ($36 milioni). La QCF finanzia anche controverse ricerche sulla geoingegneria solare e “attività di sensibilizzazione in materia di contenzioso e regolamentazione climatica”.

KR Foundation: organizzazione benefica danese per il clima, legata alla famiglia Carlsberg, ha erogato $36 milioni a 53 gruppi statunitensi che sostengono contenziosi sul clima, attività di advocacy ESG e disinvestimento dai combustibili fossili. Tra i principali beneficiari figurano il Center for International Environmental Law ($1,4 milioni), la Conservation Law Foundation ($0,4 milioni), Oil Change International ($2,2 milioni) e Fossil Free Media ($1 milione). Ha persino finanziato l'Associated Press ($300.000) per programmi a tema climatico.

Oak Foundation: fondazione con sede in Svizzera, fondata dal miliardario britannico Alan Parker, ha donato oltre $750 milioni a 152 gruppi statunitensi che promuovono la “giustizia climatica” e azioni legali contro le aziende del settore dei combustibili fossili.

Tra i principali destinatari figurano:

• Istituto di diritto ambientale ($650.000, creatore del progetto sulla magistratura climatica);

• Community Change ($1,6 milioni, collegati alle proteste Free DC);

• Rockefeller Philanthropy Advisors ($108 milioni);

• New Venture Fund ($67 milioni);

• NRDC ($6,5 milioni);

• Tides Center ($8,2 milioni).

Laudes Foundation: istituita nel 2020 dalla riservata famiglia Brenninkmeijer (impero dell'abbigliamento C&A), ha elargito $20 milioni a 17 gruppi statunitensi che promuovono la divulgazione di informazioni ESG, “diete rispettose del clima” e obblighi di equità. I ​​finanziamenti più consistenti sono stati erogati al Pulitzer Center ($3,7 milioni) per la rendicontazione sulla giustizia climatica, a Ceres ($1,7 milioni), a Community Initiatives ($1 milione) e al World Resources Institute ($2,8 milioni).

Children's Investment Fund Foundation (CIFF): gestita dal miliardario britannico nei fondi speculativi Sir Christopher Hohn, ha inviato $553 milioni a 39 entità statunitensi prima di impegnarsi, alla fine del 2025, a interrompere i finanziamenti negli Stati Uniti in seguito allo scandalo APT.

Tra i principali destinatari figurano:

• Energy Foundation China ($70 milioni) — sotto indagine della Camera per legami con funzionari del PCC;

• Istituto per la governance e lo sviluppo sostenibile ($25 milioni);

• Fondo per la difesa ambientale ($17 milioni);

• Progetto Sunrise ($36 milioni).

APT sottolinea che questi flussi di finanziamento sfruttano le lacune nelle leggi statunitensi in materia di controllo, che vietano le donazioni straniere alle elezioni ma consentono l'influenza attraverso organizzazioni 501(c)(3) e 501(c)(4). Attraverso il mondo del non profit, i miliardari stranieri possono condurre operazioni di influenza all'estero tramite organizzazioni non profit di sinistra, tra cui il finanziamento del complesso industriale delle proteste contro Trump, campagne per incentivare la partecipazione al voto, spot anti-Trump, attività di lobbying e quant'altro.

La Sutherland ha affermato: “Non ci sono dubbi su dove vadano a finire e da dove provengano. Sappiamo che si tratta di denaro straniero che affluisce nelle nostre battaglie politiche statunitensi, nei contenziosi sul clima, nella ricerca, nelle proteste, nelle attività di lobbying, in qualsiasi cosa”.

Inoltre la Sutherland ha messo in guardia contro un utilizzo allarmante dei fondi europei di provenienza oscura, confluiti dalla Oak Foundation in un gruppo chiamato Community Change: “Sono il gruppo di facciata che ha guidato la protesta contro la repressione della criminalità da parte di Trump. Quindi, ancora una volta, stiamo vedendo dove finiscono i fondi stranieri destinati a proteste, contenziosi e formazione”.

“Mi sembra chiaro che questi capitali stranieri affluiscono negli Stati Uniti perché vogliono attuare la loro visione estremista europea dell'America”, ha concluso la Sutherland. “E mi sembra che, a giudicare da questi flussi di denaro, vogliano semplicemente degli Stati Uniti più estremisti, radicalizzati e più a sinistra di quanto desideriamo noi”.

Il modello per cui fondazioni straniere esportano negli Stati Uniti politiche di estrema sinistra che distruggono la nazione, finanziano proteste (e forse persino rivolte) e lavorano per smantellare il programma del presidente Trump, scelto dal popolo americano, dovrebbe servire da campanello d'allarme per i repubblicani riguardo al flusso incontrollato di filantropia straniera che riversa miliardi nel mondo oscuro delle ONG.

APT esorta i policymaker a porre rimedio a questo disastro attraverso le seguenti azioni:

• Colmare le lacune nel FARA;

• Richiedere alle organizzazioni non profit finanziate dall'estero di rivelare le fonti di finanziamento;

• Valutare la possibilità di vietare i finanziamenti esteri alle organizzazioni 501(c)(4) politicamente attive;

• Verificare se organizzazioni benefiche straniere abbiano violato la legge statunitense attraverso attività di sensibilizzazione o azioni legali.

Quel che è certo è che non sono solo i miliardari europei a sfruttare la rete di ONG americane... sta succedendo in tutto il mondo, dai marxisti latinoamericani alla Cina comunista. È come se i globalisti e il Partito Democratico stessero strumentalizzando le organizzazioni non profit in uno sforzo coordinato per minare l'agenda del presidente Trump, con l'obiettivo finale di un cambio di governo.

Ricordate questo tweet...

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????Tides $45.5M+
???? Rockefeller $28.6M+
???? Buffett $16.6M+ pic.twitter.com/b6zFla79UP

— Seamus Bruner (@seamusbruner) October 16, 2025

Quel che è certo è che l'amministrazione Trump dovrebbe spostare la sua attenzione da Antifa alla pulizia del mondo delle ONG, e noi renderemo le cose facili per lo staff della Casa Bianca. C'è anche un aspetto legato all'influenza straniera. Dall'altra parte del mondo c'è la rete di ONG di Neville Roy Singham, e forse Rubio al Dipartimento di Stato potrebbe essere interessato a indagare anche sulle operazioni di influenza straniera di matrice marxista provenienti dall'America Latina.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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I pendolari tedeschi sopportano il costo della crisi iraniana e dell'iperfiscalità

Freedonia - Lun, 30/03/2026 - 10:12

Le principali industrie tedesche stanno capitolando sotto la crescente pressione fiscale e la catastrofe della transizione energetica è innegabile. Ogni sussidio, soprattutto gli alti rendimenti garantiti dallo stato nell'economia verde, sottrae risorse preziose al libero mercato. I finanziamenti per le startup, i finanziamenti per la crescita e il capitale di rischio vengono sistematicamente ridotti o dirottati all'estero. Gli imprenditori potrebbero persino scegliere la strada più semplice, quella di seguire l'esempio e ottenere sussidi lungo il percorso verso il paradiso verde. Il problema è che l'economia gestita dallo stato, sia che venga attuata da aziende private come intermediarie del governo o direttamente dallo stato, non aggiunge alcun valore all'economia. È un meccanismo distruttivo, avvertito persino dagli elettori di Stoccarda e mostrato nei risultati elettorali recenti. Per quanto alti siano i muri delle illusioni, le onde della realtà economica li frantumeranno. Circolano già voci secondo cui la Porsche potrebbe dover licenziare fino a 5.000 dipendenti nella regione di Baden-Württemberg. La produzione industriale regionale non è più competitiva. Sarà un processo di apprendimento doloroso, ma nemmeno gli ambientalisti più ferventi della Germania possono eludere indefinitamente gli assiomi dell'economia. La competitività non si crea nei seminari delle ONG, o nei numerosi gruppi ambientalisti che predicano con toni fanatici attraverso i media generalisti. No, le aziende lo impareranno a proprie spese: la loro ricchezza, ora soffocata dalla palude del moralismo, era il prodotto di una rigorosa disciplina, dell'ordine del mercato e di una razionale etica borghese. Le conquiste ingegneristiche di fama mondiale hanno contribuito in modo significativo. Tuttavia circa il dodici percento della produzione economica totale della regione sopraccitata proviene dall'ingegneria meccanica, proprio il settore che si è indebolito maggiormente sotto il regime socialista-verde, secondo solo all'industria automobilistica, altro pilastro dell'economia regionale. Come Shakespeare, i Romeo e Giulietta dell'economia tedesca si stanno ora togliendo la vita. Dal 2018 la produzione industriale in Germania è diminuita di oltre il venti percento, con la sola ingegneria meccanica che ha perso il cinque percento lo scorso anno. Non si tratta più di una recessione, ma di un declino economico consapevole in nome del dio ecologista, venerato nel Baden-Württemberg con più fervore che in qualsiasi altra parte della repubblica tedesca.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-pendolari-tedeschi-sopportano-il)

Sin dall'inizio della crisi con l'Iran l'eccessivo onere fiscale sui carburanti ha fatto lievitare i prezzi della benzina in Germania. Ciononostante sembra improbabile che i politici tedeschi alleggeriscano il peso sui pendolari o sulle imprese. A parte una task force, non è stato pianificato nulla. Altre regioni si stanno dimostrando più resilienti.

Il conflitto con l'Iran è entrato nella sua quarta settimana e, con esso, crescono le preoccupazioni per le conseguenze della crisi energetica, che si sta lentamente ma inesorabilmente aggravando nell'economia globale.

In Germania l'aumento dei prezzi del petrolio si è riflesso rapidamente sui prezzi alla pompa. I prezzi sono balzati da circa €1,65 al litro a oltre €2, con un incremento di circa il 25% in brevissimo tempo (come riportato da Apollo News).

Allo stesso tempo sorgono sospetti che le compagnie petrolifere stiano realizzando rapidi profitti vendendo petrolio già fatturato e raffinato, nonché scorte di benzina già esistenti, a prezzi al dettaglio ora notevolmente più elevati, incassando profitti eccessivi.

Tuttavia si tratta di un effetto temporaneo, che probabilmente verrà presto bilanciato dalle dinamiche di mercato. L'aumento, tra i più elevati a livello internazionale, dei prezzi della benzina in Germania è dovuto quasi interamente al fatto che lo stato, attraverso le sue linee di politica fiscali, rappresenta circa il 65% del prezzo al dettaglio. Un profittatore silenzioso della crisi, mentre i pendolari si trovano ad affrontare problemi sempre maggiori.

Che si tratti di tasse sulla CO₂, imposte sui carburanti, o IVA, il governo tedesco dovrebbe ora agire con rigore fiscale e fornire un sollievo significativo sia ai pendolari che alle imprese. Finora ciò non è avvenuto. La politica tedesca è come quei conigli che guardano negli occhi un serpente per quanto riguarda il conflitto con l'Iran. Lentamente diventa chiaro che decenni di linee di politica energetiche dettate da ideologie non erano altro che una fantasia da mille miliardi di euro, che ora si sta trasformando in un incubo.


Gli Stati Uniti operano in modo autarchico

Dall'altra parte dell'Atlantico la situazione è ben diversa. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati di circa il cinque-dieci percento. A otto mesi dalle cruciali elezioni di medio termine, questo tema sarà decisivo per il presidente Donald Trump, che dovrà mantenere le promesse elettorali e tenere sotto controllo l'inflazione.

È ormai imperativo porre fine rapidamente alla guerra con l'Iran. Washington sta valutando le ripercussioni geopolitiche, il controllo dei mercati petroliferi globali e i rischi di inflazione interna.

Dal 2018 gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, con una produzione giornaliera di 18 milioni di barili, e sono anche un esportatore di “oro nero”. La loro posizione dominante li mette al riparo dai principali shock dei prezzi del petrolio, conferendogli al contempo una notevole influenza sul mercato.

Se la crisi dovesse persistere, il mercato energetico globale rischierebbe di frammentarsi. Incrementi massicci dei prezzi minaccerebbero gli stati dipendenti dalle importazioni, come molti Paesi europei, mentre le nazioni energeticamente autarchiche manterrebbero il potere di determinazione dei prezzi e sarebbero in gran parte protette da aumenti estremi.


La Corea del Sud come caso particolare

Guardando all'Asia, la Corea del Sud, come l'Europa, è fortemente dipendente dall'energia ma vanta una notevole capacità di raffinazione. Aziende come SK Energy, GS Caltex, o S-Oil operano in genere con contratti di fornitura a lungo termine e prezzi fissi, mantenendo al contempo ingenti scorte di greggio che possono essere utilizzate in caso di interruzione delle forniture.

L'economia sudcoreana è temporaneamente al riparo dal blocco di Hormuz. I prezzi del gas sono aumentati di circa il 13% dall'inizio della guerra, passando da €1,11 a €1,25 al litro, un incremento nettamente inferiore rispetto a quello in Germania.

In Corea del Sud tasse e imposte rappresentano solo circa il 40% del prezzo al dettaglio della benzina, un vantaggio rispetto alle tasse sulla mobilità e sull'energia in continuo aumento in Germania.

Potrebbero volerci fino a tre settimane prima che uno shock petrolifero raggiunga le stazioni di servizio coreane. Durante questo periodo, le aziende si coprono dai rischi monetari e di prezzo sui mercati dei futures. Le raffinerie e le attività di stoccaggio fungono da ulteriore riserva strategica di petrolio, direttamente integrata nella lavorazione della risorsa chiave dell'economia.

Sul piano politico il governo sudcoreano rimane in stato di allerta. Finora Seul si è astenuta dall'introdurre tagli temporanei alle accise sui carburanti, una misura storicamente utilizzata per sostenere l'economia. L'ultima volta ciò è avvenuto durante i lockdown. Questo suggerisce che le autorità coreane non prevedono un conflitto prolungato e certamente non un'invasione di terra da parte di truppe statunitensi o israeliane. Uno scenario del genere provocherebbe inevitabilmente un'escalation, anche sui mercati globali delle materie prime.


Previsioni con la sfera di cristallo

Al momento è quasi impossibile prevedere come si evolverà il conflitto. Un cambio di regime a Teheran non sembra essere un obiettivo né degli Stati Uniti, né di Israele. Allo stesso modo un intervento di truppe di terra rimane altamente improbabile, soprattutto in vista delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti.

Ciò rende probabile una breve durata del conflitto. Le riserve strategiche di petrolio nella maggior parte dei paesi dell'UE coprono circa tre mesi e non sono ancora state utilizzate. Nonostante i rapidi aumenti dei prezzi, al momento non si registrano gravi carenze di approvvigionamento.

Per alleviare la pressione sui prezzi alla pompa, sarebbe necessario ridurre le tasse sui carburanti. Tuttavia è improbabile che il ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, rinunci alle entrate aggiuntive generate dal temporaneo aumento dei prezzi dell'energia.

Sul piano politico l'attenzione rimane focalizzata sull'immagine: è stata concordata la creazione di una task force sul prezzo della benzina, una manovra mediatica in piena campagna elettorale, una chimera politica tirata fuori d'istinto dal repertorio degli strumenti governativi.

Le soluzioni strutturali alla pericolosa dipendenza energetica dell'Europa richiederebbero un riassetto geopolitico, che includa un accordo di pace con la Russia, lo sfruttamento delle risorse interne come le immense riserve di gas del continente e, potenzialmente, un ritorno all'energia nucleare in Germania.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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New York Times: ’13 U.S. Bases Uninhabitable’ — We Could’ve Just Marched Home

Lew Rockwell Institute - Ven, 27/03/2026 - 17:34

For decades, Ron Paul has called for closing all foreign U.S. bases and bringing all of our troops home. “We just marched in. We should just march out.” But alas, this “American First” policy recommendation was ignored. Perpetual war was too engrained in the government and their special interest benefactors. Now, what should have been done voluntarily, is being done by force. The New York Times is reporting that 13 U.S. bases are uninhabitable in the Middle East as a result of Iran’s response to President Trump’s initiation of war. The recommendation remains unchanged — close all the bases, and bring all American troops home!

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Anamnesi dell'operazione americana in Iran: le prove di una supremazia strategica

Freedonia - Ven, 27/03/2026 - 11:02

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/anamnesi-delloperazione-americana)

L'attuale conflitto in Iran non è altro che la conseguenza degli eventi di cui avete potuto leggere un commento coerente e (molto probabilmente) affine alla realtà delle cose su queste pagine. Il fil rouge tracciato sin dallo scorso gennaio nei pezzi scritti dal sottoscritto, Da qui in poi il gioco diventa pericoloso, Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo, Decadentismo europeo/inglese & Rinascimento americano/giapponese e Celata dagli inglesi, è tempo di riconquistare la via verso la prosperità, rappresentano la descrizione di un processo il cui culmine è stato l'intervento in Iran. Contro quel Paese? Chi segue queste pagine sa benissimo che non è questa la risposta giusta. Oggi lo ricorderemo per i più distratti.

Per 40 anni il LIBOR è stato l'indice per impostare i debiti  a livello internazionale e questo ha coinvolto anche il mercato del dollaro interno ed esterno agli Stati Uniti. Se uno avesse acceso un mutuo negli anni 2000, ad esempio, il LIBOR era incorporato in quel contratto; non solo nel mercato immobiliare, come uno potrebbe pensare di primo acchito, ma anche nel mercato delle carte di credito, dei prestiti al consumo, ecc. il LIBOR era impostato in base alla domanda di dollari offshore: qualunque fosse la domanda di dollari all'estero avrebbe impostato il tasso del LIBOR alla fine di ogni giornata. Questo, per estensione, concedeva a Londra la capacità di determinare in ultima analisi il prezzo del dollaro e questo a sua volta significava che quando il mercato statunitense era sottoposto a stress finanziario (overleveraged), e la FED interveniva per “calmare le acque”, si trasformava oltreoceano in una crisi repentinamente più virulenta. Anche se l'economia statunitense poteva gestire un ambiente con tassi d'interesse più alti, il suo compito sarebbe stato distorto dai contraccolpi provenienti oltreoceano di economie più deboli e necessitanti invece di un abbassamento dei tassi. Questa debolezza estera sarebbe stata trasmessa agli USA dalla cinghia di trasmissione rappresentata dal LIBOR, costringendola a seguire quel percorso per cui gli Austriaci l'hanno sempre criticata: tagliare troppo in fretta e impedire una pulizia completa degli investimenti improduttivi dei cicli precedenti.

Il cambio di passo è avvenuto nel 2022 quando è entrato in gioco il SOFR e con esso l'indicizzazione dei debiti americani ai mercati interni. Dal 2018 è stato un “progetto pilota”, andando a inglobare segmenti crescenti di contratti e mercati del debito. Dopo che Powell è stato riconfermato nel 2021 e il SOFR è stato avviato ufficialmente l'anno successivo, egli ha iniziato a rialzare in modo aggressivo i tassi di riferimento e ha testato la resilienza di questa nuova architettura. Ha avuto successo, soprattutto se pensiamo al 2023 e al fatto che Powell ha continuato a lasciar salire i tassi nonostante una crisi bancaria incalzante. Ma si trattava solo del primo atto: riconquistare il controllo sul prezzo del dollaro. Il secondo atto è stato riconquistare una determinazione dei prezzi dei metalli preziosi in sintonia con la realtà delle cose, smembrando l'enorme leva finanziaria implicita applicata da Londra sul mercato dell'oro e dell'argento tramite la LBMA. Da qui, poi, spostarsi al resto dei metalli di base attaccando la LME. Sotto questa ottica è “curioso” che, dopo i ritardi di settimane nelle consegne della LBMA a causa di “problemi tecnici”, adesso la LME chiude le trattazioni per diverse ore a causa di “problemi tecnici”.

La caccia è iniziata dapprima nel campo dei metalli preziosi, poi s'è spostata in quello dei metalli industriali e adesso è passata alla risorsa industriale più importante di tutte per la società moderna: il petrolio. Il breve excursus storico affrontato finora è servito a ricordare come la finanziarizzazione sia il superpotere della City di Londra e ridimensionarne la portata significa procedere per gradi e per ogni aspetto finanziario da essa toccato. Chi ha letto queste pagine sapeva che prima o poi sarebbe toccato al Brent e così è stato. Trump ha ben saldo il controllo della situazione in Medio Oriente e ciò è ulteriormente provato dal fatto che i Paesi del Golfo continuano a restare uniti sotto l'egida americana e la capitolazione è degli avversari. Infatti la mia ipotesi di lavoro è che Trump sia riuscito a fomentare con successo una guerra civile all'interno dell'IRGC, vera padrona del Paese. Poi c'è questa notizia che avvalora ancora di più la mia tesi della guerra civile in seno all'IRGC. Ricordate non esistono blocchi monolitici. Interessante notare che Qaani sale al potere proprio dopo l'assassinio di Soleimani. È lui era presente a ogni vertice con leader terroristi che poi è sfocato in raid o attentati in cui sarebbero rimasti uccisi. Lui, invece, si salvava sempre per il rotto della cuffia. Era presente anche quando Khamenei è stato ucciso.

Ora domandatevi: quali sono le principali strettoie marittime che controllano i flussi commerciali del mondo? Così come sono importanti i flussi monetari, lo sono anche quelli commerciali. Ecco un'immagine.

Il Canale di Panama è in pieno controllo degli Stati Uniti; dopo l'accordo di Trump con gli Houthi, anche quello di Bab-el-Mandeb; dopo la pace mediata da Trump tra Egitto ed Etiopia, anche quello di Suez. Di quelli con potenziali minacce di chiusura sta lavorando su Gibilterra e adesso lo Stretto di Hormuz. Lo Stretto del Bosforo probabilmente sarà il prossimo, visto che il “boss finale” nella bonifica del Medio Oriente dalle influenze destabilizzanti inglesi è la Turchia (da qui le attenzioni che si stanno catalizzando già adesso su Cipro). Di conseguenza Trump e il suo team sapevano che una delle possibilità di rappresaglia da parte della City sarebbe stata quella di chiudere quello stretto e usare la stampa per generare una guerra mediatica attraverso la quale far credere che ci fosse una “disfatta americana” sul territorio iraniano e che egli non avesse alcun piano... un'“avventura bellica” come tutte le altre del passato. Invece era pronto a questa opzione nucleare inglese, emersa quando la Lloyd, come fece nel 2022 con la Russia, ha smesso di assicurare le navi che sarebbero passate da Hormuz.

Inoltre sappiate che questo gigante inglese delle assicurazioni ha avuto vita facile grazie ai suoi legami con l'intelligence inglese, sfruttando quindi le informazioni dei Five Eyes. Da quando Israele e USA hanno smesso di condividere informazioni di intelligence con gli inglesi, anche Lloyd è diventato cieco. Quindi lo Stretto di Hormuz è chiuso perché i capitani delle navi non si prendono la responsabilità di far passare le navi di là. Il “TACO Tuesday” è stato vero in questo caso, visto che la mossa di Trump era già pronta: assicurare le navi sotto l'egida statunitense. Inoltre, con Canada, Venezuela e Messico, gli USA hanno disponibilità energetiche per stare al gioco della chiusura dello Stretto di Hormuz. Non hanno alcuna fretta. Chi non ha queste disponibilità? Londra e Bruxelles. Chi è stato chiamato in causa per rispondere all'Iran? Londra e Bruxelles, ma hanno declinato. Su questa scia la NATO farà la fine dell'ONU, sostituito dal Board of Peace. Inoltre i prezzi più alti alla pompa di benzina negli USA forniscono copertura politica affinché Trump nazionalizzi tutte le risorse energetiche in California e le tolga dalle lorde mani di Newsom.

Se quindi si toglie l'intermediazione finanziaria, se si toglie l'intermediazione commerciale... cosa rimane come fonte di finanziamento per la City di Londra? Inutile dire che qui la posta in gioco è esistenziale per essa.

Il modo migliore per leggere il tabellone di gioco è individuare dapprima chi è l'avversario degli Stati Uniti nell'attuale guerra. L'amministrazione Trump sta camminando sul filo del rasoio tra il voler “salvare”/riformare le istituzioni americane e il recuperare il pieno controllo su di esse. Quando si supera questa linea non si può tornare indietro, per quanto si possa affermare che se Trump dovesse perdere le midterm tutto tornerà come prima. Iran, e Londra alle sue spalle, hanno superato la stessa linea quando hanno deciso di chiudere lo Stretto di Hormuz. La sola e unica opzione nucleare che avevano, dato che Trump ha impedito all'IRGC (non all'Iran) di ottenere una bomba nucleare sporca. Coloro che sono andati ai negoziati con Witkoff l'hanno fatto con una pistola puntata alla loro testa, consapevoli che i burattinai alle loro spalle stavano ordendo una trappola di Tucidide per Trump. Purtroppo la chiarezza degli eventi attuali arriverà più avanti nel tempo tra un paio di mesi molto probabilmente, perché ovviamente noi che osserviamo deficitiamo di alcuni tasselli del mosaico che ci impediscono di guardare con completezza il quadro. In questo senso infatti la trappola di Tucidide può essere benissimo stata ordita da Teheran/Londra, oppure dall'amministrazione Trump (scardinamento del monopolio assicurativo inglese + stretta sul Brent).

Il marciume che si è impossessato degli Stati Uniti è talmente profondo che ci sono volute generazioni per farlo accumulare e sarà necessario altrettanto tempo per rimuoverlo. Di fronte a questa situazione, e di fronte al fatto che Trump ha bonificato gran parte del Medio Oriente dall'influenza inglese (non ultimo Dubai laddove voleva riciclarsi la City), la cricca di Davos è disposta a rovesciare il tabellone di gioco pur di non permettere un cambio radicale dello status quo. Questo significa che tali persone sono disposte a vedere bruciare l'Europa pur di impedire agli USA di liberarsi definitivamente dal giogo che LIBOR ed eurodollari hanno imposto loro rendendoli vacche da spremere fino alla morte. In questo senso la bonifica dell'Iran è esistenziale per gli USA, mentre la difesa dello stesso è esistenziale da parte della City di Londra. Se si pensava che quest'ultima sarebbe rimasta a guardare mentre i suoi interessi sarebbero stati smantellati uno a uno, era davvero ingenuo. E uno di questi interessi è il CJNG, da cui partirebbero attacchi terroristici sul suolo americano minacciati di recente dagli iraniani.

Quella della City di Londra è una piovra che soprattutto agisce sui canali mediatici della propaganda, plasmando la percezione della gente comune e instillando “pulsanti emotivi” che poi verranno premuti in caso di necessità. Il bombardamento per eccellenza di questa gente è sempre stato quello della psicologia delle folle. Ma se uno ha chiaro chi è il vero nemico, allora smette di combattere contro ombre e falsi nemici. L'impero, qui, che sta venendo sgretolato non è quello americano, bensì quello inglese riciclatosi astutamente nelle sotto trame della storia, cresciuto grottescamente a dismisura grazie soprattutto alla sua capacità di finanziarizzazione delle economie.

La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite per l'appunto la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove.

Quando il “low management” e il “middle management” persegue una linea di politica in netto contrasto con i propri interessi, due sono i motivi: sono pagati per farlo, o hanno puntata alla tempia una pistola. C'è anche una terza possibilità che però è a esclusivo appannaggio dell'“high management”: è una sua linea di politica precisa. La mossa di Trump, oltre a perorare il neonato progetto ARC, mette in evidenza uno dei “segreti” più in bella vista di sempre: la disponibilità della classe dirigente europea di usare contribuenti e risparmiatori europei come carne da cannone pur di raggiungere i suoi obiettivi e conservare nel tempo i privilegi acquisiti. La maestria della cricca di Davos e della City di Londra, coltivata sin dal rovesciamento della Corona inglese nel XVII secolo, è quella edulcorare la realtà vendendo, attraverso i vari canali di informazione che controllano, una versione distorta della stessa. In questo modo nascondono abilmente dall'immaginario collettivo le loro tracce nella destabilizzazione socioeconomica diffusa e il fatto che siano loro i veri nemici dell'umanità.

La propaganda inglese è maestra nel deviare e distrarre, ed è la stessa che influenza per la maggiore la stampa generalista. Quei media e canali di informazione alternativi che raccontano di Trump alle corde e partito per l'avventura bellica iraniana senza un piano, o con informazioni sbagliate, sono gli stessi che vendono un'immagine distorta della realtà. Infatti chi grida alla “disfatta americana” in Iran (Trump, per la precisione, ha nel mirino l'IRGC non l'Iran nel suo complesso) dovrebbe guardare all'intero tabellone di gioco: il Venezuela è rimasto nelle mani dei venezuelani e adesso ha le porte aperte del mondo intero, la guerra a Gaza non c'è più, a Cuba si tratta con gli USA per smantellare ciò che rimane del regime comunista, India e Pakistan sono state pacificate, fermate le stragi di cristiani in Nigeria, Thailandia e Cambogia sono stati pacificate, Armenia e Azerbaigian sono state pacificate, Congo e Rwanda sono state pacificate, Egitto ed Etiopia sono state pacificate.

Inoltre chi ha sempre voluto parti perennemente in conflitto sono stati gli inglesi. Pensate al risentimento che ci sarebbe dovuto essere in Giappone dopo le bombe nucleari: scomparve sulla scia della ricostruzione di MacArthur. Lo stesso sentiero viene percorso tramite il Board of Peace, soprattutto in Medio Oriente. Questo non è il quadro di chi non ha la propria situazione sotto controllo; è il quadro di chi sta ultimando la propria opera di bonifica nella penultima roccaforte inglese/francese nel Medio Oriente e in virtù di ciò la resistenza anglo-francese è ovviamente ostinata.

Non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani.

Non contento di limitare l'analisi al solo Gilt inglese, ho guardato anche il differenziale col decennale svizzero: stesso andamento. E tale pattern si ripete per tutti quegli altri asset ritenuti “porto sicuro” nella sfera dei mercati dei capitali. Salvo poi notare “incongruenze” nei futures sul SOFR e nel trentennale americano. Sulla scia dell'ultimo (brutto) report sul mondo del lavoro, i futures sul SOFR avrebbero dovuto scontare un taglio dei tassi da parte di Powell, invece sono saliti con volumi consistenti (da qui a dicembre); allo stesso modo si registra una pressione di vendita sul back-end estremo della curva dei rendimenti americana e quando accade sono le banche centrali a vendere (i fund manager e altri si collocano sul front-end o al massimo nella zona intermedia della curva). A ciò va aggiunto che il mercato azionario americano ha retto bene la pressione della narrativa sulla guerra, a differenza invece della controparte europea. Conclusione: Banca d'Inghilterra, BCE e Banca del Canada stanno attaccando di nuovo il mercato SOFR come accaduto a primavera dell'anno scorso; nel frattempo la BCE si sta concentrando sulla vendita di bond americani per impedire che i tassi di quelli francesi e tedeschi esplodano al rialzo. E qui viene il bello: gli USA possono permettersi di vedere schizzare in alto i rendimenti dei propri decennali o trentennali, mentre l'Europa no. Per 4 anni la Lagarde ha difeso con unghie e denti il range di negoziazione tra 2.5 e 2.75 per i bund tedeschi e anche ai numeri attuali i tassi di rendimento delle principali obbligazioni sovrane europee non hanno alcun senso. Quando vedete che trader e operatori di mercato trattano certi asset agendo contro i loro stessi interessi, allora potete star certi che sono costretti a farlo a causa di una pistola puntata alla testa.

Per quanto Londra possa continuare ad attaccare i mercati statunitensi essi stanno dimostrando una resilienza unica e in antitesi col passato. Il SOFR ha cambiato tutto. Il vecchio modo di attaccare i mercato tramite il differenziale dei CDS e altro non funziona più.

Questo ovviamente non significa che gli USA siano privi di rischi interni che possono potenzialmente innescare una correzione nell'azionario anche del 20%. Il quadro più ampio, però, non deve farci focalizzare su cosa accade durante gli “spasmi”, bensì sul dopo. Ma un'altra domanda più importante è: quanto ancora sono intrecciati i mercati americani con quelli europei? Perché in caso di crisi del debito il dolore economico rimarrebbe concentrato da questo lato dell'Atlantico, come sta accadendo ad esempio coi prezzi della benzina. L'amministrazione Trump, infatti, si sta muovendo affinché le valutazioni nei mercati finanziari rimangano dove sono adesso e siano invece i guadagni a recuperare il terreno perduto. Il rapporto P/E è una funzione dell'inflazione dei prezzi, la quale si sta raffreddando negli USA. Questo significa che se i prezzi iniziano a lateralizzare, il cambio di passo americano in termini di dazi e produttività permetterà al parametro “E” (guadagni) di compensare “P”. E questo senza contare l'afflusso di capitali in entrata in caso di crisi obbligazionaria in UE.

Prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private credit/equity. Quest'ultimo è quel fenomeno che è emerso sulla scia dello strangolamento normativo del settore bancario americano, policy consapevole perseguita sin dal Dodd-Frank Act. In questo modo istituti come BlackRock, Vanguard, Blackstone, ecc. sono emersi per colmare il vuoto. Grazie alla ZIRP di una FED catturata, hanno visto crescere artificialmente i loro bilanci grazie a un sistema finanziario drogato di credito facile. In questo modo hanno goduto di pasti gratis facendo credere che fossero i “padroni del mondo”, un astuto artificio con cui la cricca di Davos ha influenzato le linee di politica negli USA e soprattutto affossato la classe media, oltre a creare la cosiddetta economia “K shaped”. Con l'introduzione del SOFR e una FED che difende il dollaro, la festa è finita. Stiamo parlando dello stesso private credit che ha mandato in coma il settore immobiliare americano e affossato Il motore principale della crescita della classe media americana: i mutui trentennali a tasso fisso. La “rivolta di Atlante” delle banche commerciali americane ha iniziato l'opera di ricostruzione del Paese dalle sue fondamenta e di pulizia da tutte quelle realtà artificiali che hanno rappresentato un onere sulle spalle della classe media. Se paragonato all'equity di una JP Morgan, il private credit/equity è ridicolo. Il suo ridimensionamento sarà salutare per gli USA, non lo sarà invece per l'Europa dato che usava la ricchezza degli Stati Uniti per alimentare questa macchina insostenibile. Occhio a Bank of America, comunque, perché potrebbe rappresentare l'opzione nucleare di Londra e Bruxelles in caso di loro profonda disperazione. Non è un caso che essa, insieme a Citibank, ha continuato a tenere i suoi bilanci in disordine.

Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati.

Mossa da maestri. In questo modo i NY Boys acquisiscono quote di mercato per loro, smantellano in modo "bonario" la rete malsana del private credit/equity e ripuliscono l'ambiente di mercato di quei player che avrebbero potuto rappresentare un rischio sistemico per l'economia. https://t.co/PQJkpSjIub

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) March 20, 2026

La guerra dei NY Boys si sta concentrando adesso sulla sottrazione di sfere d'influenza finanziarie dalla cricca di Davos/City di Londra. Infatti gli USA hanno sottratto loro quote di mercato nel mondo delle società di assicurazioni, nel campo dell'intelligence smettendo di condividere informazioni con gli inglesi, nel mondo del Forex tramite Bitcoin e stablecoin, nell'impostazione del prezzo del dollaro tramite il SOFR, nell'impostazione del prezzo dei metalli preziosi tramite il drenaggio della LBMA, nell'impostazione del prezzo del petrolio tramite l'attacco all'Iran, nei flussi di denaro nel sottobosco finanziario tramite le azioni di Bessent nei confronti di banche svizzere, lussemburghesi e private equity.

In particolare, il divario tra Brent e WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna.

Se guardiamo agli input industriali possiamo affermare che non ci troviamo in un ambiente di loro scarsità, ma di scarsità di investimenti in input industriali. Il ciclo delle spese in conto capitale è talmente orrendo a causa del sistema monetario che le cose necessarie per costruire un sistema produttivo passano in secondo piano rispetto agli asset non produttivi: il mondo della finanza. Quello che Trump sta cercando di innescare è un boom nelle spese in conto capitale per gli input industriali. Anche nel campo energetico: c'è una mare di energia là fuori arginato da una scarsità artificiale imposta dai vecchi poteri coloniali. In questo modo chi avrebbe potuto sfruttarla è stato prosciugato dai capitali necessari per estrarla. Il ciclo delle spese in conto capitale nel petrolio, ad esempio, è ai minimi storici. Perché? Crediti di carbonio. In questo contesto esplorazione ed estrazione sono disincentivati. E questo è il motivo per cui l'Inghilterra non sfrutta appieno il North Slope a due passi da casa, soprattutto ora con una crisi petrolifera incalzante. 

L'intervento americano era necessario in assenza di un accordo volontario così come proposto dapprima a Davos e poi a Monaco. Se non è chiaro il nemico contro cui gli l'amministrazione Trump sta combattendo, allora la confusione su esito e motivazioni regnerà imperante, cadendo vittime della propaganda mediatica di chi vuole che questo sia un conflitto prolungato. La chiusura dello Stretto di Hormuz, così come l'attacco di quegli asset petroliferi, è compiuto da quella fazione iraniana (IRGC) che risponde alle influenze esterne della cricca di Davos. Questa è gente a cui non importa se i contraccolpi verranno assorbiti dalle popolazioni che si presume essi supervisionano. Non potrebbe importagliene di meno e useranno l'umanità dei sudditi (es. psicologia delle folle) per ritorcergliela contro, trasformandoli in “utili idioti”. Guarda caso il coordinamento degli attacchi ad asset petroliferi si estende fino in Ucraina. Non ci saranno vincitori e vinti, a livello di Tavola Alta non esistono tali concetti; solo accordi/contratti siglati o meno, in modo volontario o forzato.


CONCLUSIONE 

L'elemento davvero importante per le midterm è il SAVE Act. Le difficoltà incontrate dall'amministrazione Trump, sin dalla OBBB dell'anno scorso, al Congresso sono il sintomo di un “vecchio sistema” che ancora mantiene una certa presa su una parte significativa dei suoi componenti. Questo vale per i senatori americani così come per altri capi di stato in giro per il mondo, da Zelensky a Maduro. Quando le tue richieste vanno contro i migliori interessi del tuo Paese, allora ciò non significare altro che hai una pistola puntata alla testa... o sei pagato per perorare quella linea di pensiero. A Maduro è stata garantita una sicurezza tale da convincerlo a negoziare e poi accettare i termini (soprattutto sulla scia degli attacchi americani al CJNG). Lo stesso non lo si può dire per i senatori al Congresso, i quali sono reticenti ad “alterare il loro stato” perché incerti sulle possibilità di un futuro in cui Trump ha pieno controllo della situazione USA nel suo complesso. Sapevamo che la piovra della cricca di Davos/City di Londra avrebbe reagito e non sarebbe stata a guardare; non sappiamo quanto siano andati in profondità i tentacoli però...

Potete tranquillamente ignorare chi commenta l'attuale conflitto in Iran dicendo che è una disfatta americana e che Trump è stato colto di sorpresa dai prezzi energetici. Io dico che ci contava, soprattutto sulla necessità di rompere sia il monopolio assicurativo detenuto da Londra sulle spedizioni, sia per ammazzare il cuore della finanziarizzazione di matrice londinese: il Brent. Con il più recente appello da parte di Trump al resto della coalizione NATO e alla Cina, la mossa strategica è stata superlativa. Gli USA sono in condizioni nettamente migliori di superare una scarsità energetica rispetto a Europa e Asia, ciononostante il rifiuto da parte dei player chiamati in causa risulterà in esiti rivoluzionari: la scusa perfetta per cestinare la NATO (come accaduto con l'ONU) e la pretesa legittima di farsi pagare una commissione per la gestione in sicurezza del traffico di petrolio. Se invece i player sopraccitati accettano, si sottomettono al nuovo assetto mondiale immaginato esclusivamente dagli USA (senza più essere annacquato dalla visione inglese). Soprattutto la Cina. E da queste dinamiche capite nuovamente che l'operazione in Iran non ha niente a che fare con il Paese stesso, ma tutto a che fare con un riassetto mondiale plasmato da Washington lontano dai tentacoli della piovra di Bruxelles e Londra.

Uno dei motivi per cui sono stato così fermo negli ultimi due anni, da quando ho pubblicato il mio libro Il Grande Default, nel descrivere di come tutte le strade conducano a Londra è che è essa stessa sotto minaccia esistenziale. È la linea di pensiero che siamo dissuasi dal seguire in pubblico, mentre fa di tutto per sviare l'attenzione altrove: gli europei puntano il dito contro la Russia, neocon e accoliti di Bannon che strillano contro la Cina, i social che imperversano di attriti contro Israele, ecc. Se io fossi stato Richard Dearlove 10 anni fa, oltre a creare un sentimento anti-russo nelle trame dello spazio d'informazione pubblico e alternativo, avrei preparato anche un altro terreno da battere in caso il primo avesse esaurito il suo mordente. Ed ecco che, dopo la realizzazione che il Dossier Steele era falso (e chi era Christopher Steele?), subito s'è attivato Steve Bannon con le grida contro la Cina. E così via: attivare tutta una serie di asset dormienti per sviare l'attenzione da chi è in grado di muovere le pedine dall'ombra. Tutto questo è stato portato di forza alla luce del sole da Trump, soprattutto da quando ha iniziato a bombardare l'Iran, perché l'Iran è la chiave per capire la strategia di Londra di tenere ben salde le proprie mani sui punti di strozzatura dell'energia del vecchio mondo. Il Medio Oriente è il vetrino di Petri da dove si possono creare tutta una serie di situazioni e asset con cui influenzare il resto del mondo: dalle guerre religiose ai ricatti sotto forma di chiusura delle vie di passaggio per i trasporti. E la City di Londra controlla i trasporti, i saldi, le spedizioni, le assicurazioni: in breve, controlla il sistema attraverso cui funziona il mondo. Non le interessa quale sia la forma di denaro (dollaro, oro, argento, Bitcoin) fin quanto riesce a muovere le leve con cui far girare il mondo. E ciò non passa dalla proprietà o i titoli di proprietà, ma dagli intermediari. Finché la City di Londra controlla e dirige i flussi, controlla il resto del mondo.


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La visione dell'UE sulla crittografia a due livelli è feudalesimo digitale

Freedonia - Gio, 26/03/2026 - 11:07

La guerra europea alla privacy sta trovando un nuovo campo di battaglia nello scardinamento della crittografia. Grazie a essa infatti i risparmiatori possono avere ancora una possibilità di sfuggire ai controlli di capitali incalzanti sul continente, unico strumento rimasto alla classe dirigente europea (dopo la fine del carry trade sullo yen e il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro) per finanziare il suo attuale conflitto contro gli USA. Inutile dire che le autorità europee capitalizzeranno quanto più possibile sulla passività e inazione dei loro sottoposti, i contribuenti europei, addestrati a fidarsi dei dettami dall'alto: la disponibilità a barattare dignità, privacy e autonomia. Il sistema europeo è progettato in questo modo, non per caso. Sia chiaro: non si tratta di cambiamenti evolutivi, bensì eversivi, deliberatamente attuati per condizionarci ad accettare un trattamento sempre più disumanizzante. Non credo sia paranoico riconoscere schemi di controllo quando si presentano in modo così palese. La nostra obbedienza viene addestrata attraverso mille piccole umiliazioni e la demonizzazione della crittografia rappresenta forse l'esempio più emblematico di questo programma di addestramento. Impariamo a sottometterci a un'autorità arbitraria, a rinunciare ai nostri confini personali e a sopportare il disagio senza protestare: lezioni che ci sono di scarso aiuto come cittadini di quella che un tempo veniva chiamata una società libera. Ciò che mi preoccupa di più è la consapevolezza che questi cambiamenti servono a uno scopo che va oltre la “sicurezza”. C'è qualcosa di demoralizzante nell'essere trattati come merce e questo effetto cumulativo ci mantiene docili, remissivi e facilmente controllabili. Per molti aspetti, questo nuovo attacco alla crittografia rispecchia le stesse tendenze in ambito sanitario, educativo e nella vita pubblica: sistemi che non sono più al nostro servizio, ma che ci gestiscono. E come in una qualsiasi guerra che si rispetti, i sottoposti devono obbedire e i disertori essere passati per le armi.

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da CoinTelegraph

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-visione-dellue-sulla-crittografia)

Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha di recente mostrato un barlume di umanità in un mondo tecnologico che spesso promette troppo, troppo in fretta. Ha esortato gli utenti a non condividere con ChatGPT nulla che non vorrebbero che un essere umano vedesse. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha già iniziato a prendere atto della situazione.

La sua cautela mette in luce una verità più profonda che è alla base del nostro intero mondo digitale. In un ambito in cui non possiamo più essere certi di avere a che fare con una persona, è evidente che spesso è il software, e non le persone, a comunicare. Questa crescente incertezza è ben più di una semplice sfida tecnica: va a intaccare le fondamenta stesse della fiducia che tiene unita la società.

Ciò dovrebbe indurci a riflettere non solo sull'intelligenza artificiale, ma anche su qualcosa di ancora più critico, molto più antico, silenzioso e cruciale nel mondo digitale: la crittografia.

In un mondo sempre più plasmato da algoritmi e sistemi autonomi, la fiducia è più importante che mai.


La crittografia è il nostro fondamento

La crittografia non è solo un livello tecnico, è il fondamento della nostra vita digitale. Protegge ogni cosa, dalle conversazioni private ai sistemi finanziari globali, autentica l'identità e permette alla fiducia di estendersi oltre i confini e le istituzioni.

Non è qualcosa che si possa ricreare tramite regolamenti o sostituire con linee di politica. Quando la fiducia viene meno, quando le istituzioni falliscono o il potere viene abusato, la crittografia è ciò che rimane. È la rete di sicurezza che garantisce la protezione delle nostre informazioni più private, anche in assenza di fiducia.

Un sistema crittografico non è come una casa con porte e finestre. È un contratto matematico: preciso, rigoroso e concepito per essere inviolabile. In questo caso una “porta sul retro” non è solo un accesso segreto, ma una falla intrinseca alla logica del contratto, e basta una sola falla per distruggere l'intero accordo. Qualsiasi debolezza introdotta per un fine preciso potrebbe trasformarsi in una porta d'accesso per chiunque, dai criminali informatici ai regimi autoritari. Costruita interamente sulla fiducia, attraverso un codice robusto e inviolabile, l'intera struttura inizia a crollare non appena tale fiducia viene meno. E adesso questa fiducia è minacciata.


Un modello per il feudalesimo digitale

L'iniziativa ProtectEU della Commissione europea propone un meccanismo che obbliga i fornitori di servizi a scansionare le comunicazioni private direttamente sui dispositivi degli utenti prima di applicare la crittografia. Questo trasforma di fatto i dispositivi personali in strumenti di sorveglianza e compromette l'integrità della crittografia end-to-end. Sebbene gli enti statali non permetterebbero mai una simile vulnerabilità nei propri sistemi sicuri, questo obbligo crea uno standard di sicurezza separato e più debole per il pubblico.

In apparenza sembra un compromesso ragionevole: crittografia più forte per i governi, con il cosiddetto “accesso legale” ai dati dei cittadini. Tuttavia ciò che propone è uno squilibrio intrinseco, in cui lo stato crittografa e il pubblico decrittografa.

Questa non è una politica di sicurezza, è un progetto per il feudalesimo digitale: un futuro in cui la privacy diventa un privilegio riservato ai potenti, non un diritto garantito a tutti. La crittografia a due livelli sposta l'equilibrio di fiducia dalla responsabilità democratica e consolida una struttura di controllo che nessuna società libera dovrebbe accettare. Non fraintendetemi: questo dibattito non riguarda la sicurezza, riguarda il controllo.

Non dovremmo vivere in un mondo in cui solo i potenti hanno diritto alla privacy.

Nell'era dell'intelligenza artificiale onnipresente, degli attacchi informatici sponsorizzati dagli stati e della sorveglianza digitale di massa, indebolire la crittografia non è solo una scelta miope, ma una vera e propria imprudenza sistemica. Per noi che viviamo in un mondo decentralizzato, non si tratta di un dibattito astratto, bensì di una questione di vitale importanza. Una crittografia robusta e inviolabile è molto più di una semplice caratteristica tecnica: è il fondamento su cui si basa tutto il resto.


Verità attraverso la verifica

Ecco perché la missione del Web3 deve rimanere ancorata alla sua promessa fondamentale: la verità. Non la verità imposta dall'autorità, ma la verità verificata. Questo principio di un contratto auto-vincolante è il motivo per cui i veri sistemi decentralizzati sono costruiti senza un master delle chiavi o un'istituzione che le detenga. Introdurre una backdoor è una contraddizione; ristabilisce un punto di fallimento centrale, violando la premessa stessa di un sistema senza fiducia centralizzata. La sicurezza è uno stato binario: o è presente per tutti, o non è garantita a nessuno.

Fortunatamente questi principi non sono solo teorici. I sistemi crittografici primitivi che emergono da questo ambito – le prove a conoscenza zero che possono confermare i fatti senza esporre dati e i sistemi di prova di identità che resistono agli attacchi della sibilla senza compromettere la privacy – offrono un'alternativa reale e funzionante, dimostrando che non dobbiamo scegliere tra sicurezza e libertà.

L'ironia è lampante: lo stesso settore ora minacciato detiene gli strumenti necessari per costruire un futuro digitale più sicuro e aperto. Un futuro basato non sulla sorveglianza o sul controllo degli accessi, ma sull'innovazione senza permessi, sulla fiducia crittografica e sulla dignità individuale.

Se desideriamo un mondo digitale sicuro, inclusivo e resiliente, la crittografia deve rimanere robusta e standardizzata a livello universale per tutti.

Non perché abbiamo qualcosa da nascondere, ma perché tutti abbiamo qualcosa da proteggere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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UE e Regno Unito hanno dichiarato guerra alle grandi aziende tecnologiche americane: la censura come strumento di politica commerciale

Freedonia - Mer, 25/03/2026 - 11:08

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-regno-unito-hanno-dichiarato)

Londra e Bruxelles stanno coordinando i loro attacchi contro le grandi aziende tecnologiche statunitensi. Con il pretesto inconsistente della tutela dei consumatori, stanno cercando di gettare le basi per progetti di censura diffusa attraverso multe multimiliardarie.

Quando il Ministro di Stato tedesco per la Cultura, Wolfram Weimer, ha sferrato il suo attacco verbale contro le piattaforme digitali americane, le sue parole sono passate inosservate tra le onde della sua stessa ipocrisia. Come ormai sappiamo, il ministro non nutre grande stima per le norme sul diritto d'autore né per la proprietà privata.


Aggressivamente sulla difensiva

Weimer ha definito Meta, Google e altri colonizzatori digitali, il cui modello di business si basa essenzialmente sullo sfruttamento del potenziale creativo degli utenti e sulla sua monetizzazione a proprio vantaggio. La risposta politica a questa presunta ingiustizia consiste in una sorta di tassa digitale, imposta a livello nazionale per porre fine a un tale comportamento.

Naturalmente si tratta di fornire allo stato, quel Leviatano mai sazio e in sovrappeso, un'ulteriore fonte di entrate.

Con la sua retorica aggressiva, Weimer si colloca saldamente nella tradizione delle recenti linee di politica dell'UE, le quali assomigliano sempre più alla dottrina digitale di Londra.

Quello a cui stiamo assistendo è una messa in scena di un continente tecnologicamente emarginato. Bruxelles potrà anche tessere la fitta rete globale di regolamentazioni digitali, ma in questo clima nessuno sottolinea che non esistono startup europee capaci di competere con le grandi aziende tecnologiche americane, o cinesi, o con il settore dell'intelligenza artificiale.

Quelle della politica europea sono azioni di retroguardia, vasti cataloghi normativi pensati per spalancare le porte alla censura. L'obiettivo è impedire la nascita di voci dissidenti su piattaforme come X, capaci di denunciare i fallimenti della governance europea, la centralizzazione dell'UE e la crescente concentrazione di potere a Bruxelles.


Multe assurde

In difficoltà economiche e con un peso geopolitico in calo, Londra e Bruxelles hanno iniziato a imporre multe esorbitanti per le presunte irregolarità commesse dalle grandi aziende tecnologiche americane.

Apple è stata di recente condannata dal Competition Appeal Tribunal (CAT) del Regno Unito a pagare fino a £1,5 miliardi, in quanto tra l'ottobre 2015 e la fine del 2020 l'azienda avrebbe abusato della propria posizione dominante sul mercato e svantaggiato gli sviluppatori di app attraverso commissioni eccessive sugli acquisti in-app e sugli abbonamenti.

Secondo le autorità di regolamentazione, una commissione fino al 30% per transazione è ingiustificata e limita la concorrenza. Apple ha annunciato che presenterà ricorso.

A quanto pare i signori nella “culla del liberalismo” non hanno ancora familiarità con la libertà contrattuale e la sovranità individuale.

La situazione è simile a Bruxelles. La Commissione europea ha inflitto una multa a Meta, la società madre di Facebook e Instagram, sostenendo che l'azienda offre sistemi e strumenti di segnalazione inadeguati per contenuti illegali come propaganda terroristica o immagini di abusi.

Inoltre accusano Meta di aver negato ai ricercatori l'accesso ai dati pubblici e di aver utilizzato pratiche scorrette per manipolare le scelte degli utenti. Meta dovrà pagare €200 milioni e dimostrare maggiore collaborazione in futuro.


La battaglia per la sovranità dei dati

In sostanza si tratta di dare alle autorità di regolamentazione europee accesso illimitato ai dati degli utenti e ai processi di comunicazione interna, in linea con lo spirito della proposta di controllo delle chat per gli utenti privati. L'Europa ha in serbo molto altro per i suoi cittadini.

In linea con questo spirito, la Commissione europea ha già inflitto a Google una multa record di €2,95 miliardi a settembre per presunte violazioni delle norme antitrust nel settore della pubblicità online. Dal 2014 Google avrebbe abusato della sua posizione dominante sul mercato, privilegiando i propri prodotti nel posizionamento e nell'intermediazione degli annunci. L'azienda deve ora ricostruire il suo mercato digitale per eliminare qualsiasi forma di favoritismo.

In questa guerra europea contro il dominio digitale degli Stati Uniti, si registra una piccola eccezione: il procedimento contro TikTok, che rimane fortemente controllato dalla Cina. Incombe una multa di €530 milioni per presunte violazioni della protezione dei dati, tra cui il trasferimento non autorizzato di dati degli utenti dall'UE alla Cina. Vengono inoltre contestate la mancanza di trasparenza nella pubblicità e l'assenza di un registro pubblicitario funzionante per ricercatori e utenti.

Tuttavia la messinscena su TikTok serve principalmente a distrarre gli americani dal fatto che il vero intento dell'Europa è quello di sfidare gli Stati Uniti nell'economia digitale con la forza della regolamentazione e di creare carte da giocare nel conflitto commerciale ancora irrisolto.

Lo schema negoziale è ben noto: definire le massime richieste, esasperare i singoli punti critici all'interno della matrice negoziale, accettare i risultati con parole di circostanza ma iniziare il sabotaggio fin dal momento della firma.


Pianificazione centralizzata & Sovranità individuale

Anche da una prospettiva sistemica le argomentazioni della Commissione europea e delle autorità di regolamentazione del Regno Unito non reggono. Ogni utente stipula un contratto volontario; lo stesso vale per gli sviluppatori di app. Apple giustamente osserva che circa l'84% delle app presenti nel suo store sono gratuite e ogni individuo è libero di passare a tecnologie alternative, come Android di Google. Nessuno è obbligato a usare TikTok, o a caricare video sulla piattaforma.

La strategia di escalation dell'Europa dimostra ancora una volta la sua avversione per la concorrenza, la proprietà privata e la sovranità decisionale individuale. Non sarebbe sbagliato affermare che fraintende profondamente i principi di un'economia di libero mercato.

La presunta argomentazione a tutela dei consumatori non è altro che una copertura per un piano politico più ampio, volto alla censura e alla sottomissione dell'iniziativa privata.

In realtà stiamo assistendo a un'ulteriore escalation di politiche invasive da parte delle autorità di regolamentazione centralizzate di Bruxelles e Londra. Politiche che il governo statunitense, sotto la presidenza di Donald Trump, difficilmente tollererà. Le tensioni transatlantiche sono in aumento. Il prossimo atto nella disputa commerciale si svolgerà proprio sul campo di battaglia digitale e continuerà a intensificarsi.

Forse questo è il momento perfetto affinché Donald Trump dia uno schiaffo morale a Londra e Bruxelles. Un drastico aumento dei dazi potrebbe far riflettere alcuni di loro e fare pressione sui policymaker affinché smettano di giocare a pericolosi giochi di censura.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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L'Argentina di Milei: tra liberazione e trappola istituzionale

Freedonia - Mar, 24/03/2026 - 11:08

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Nils Hesse

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/largentina-di-milei-tra-liberazione)

Chi è veramente il presidente Javier Milei: un salvatore o un curatore fallimentare? Un anarchico, un populista, o un riformatore liberale-classico? Sta smantellando la casta – l'establishment politico radicato – o è la casta a minare il suo programma di riforme? Alla fine prevarrà la libertà o il sistema corrotto si riaffermerà, inghiottendo il sedicente riformatore?

Di recente mi sono fatto una mia personale impressione viaggiando a Buenos Aires. Quello che ho visto è un Paese affascinante che, dopo decenni di declino, sta ritrovando la sua stabilità, contrastando la povertà diffusa e riscoprendo la fiducia. Alcuni indicatori chiave hanno già attirato l'attenzione internazionale: un'inflazione in forte calo, un tasso di povertà visibilmente in diminuzione, una disoccupazione in calo nonostante i massicci e attesi licenziamenti nel settore pubblico, il primo bilancio federale in pareggio da anni e una ripresa della crescita economica.

Altri sviluppi ricevono meno attenzione. Nel mercato immobiliare, recentemente liberalizzato, l'offerta di appartamenti è aumentata quasi da un giorno all'altro. La copertura mobile si sta espandendo rapidamente grazie a Starlink. In seguito alla deregolamentazione del trasporto aereo gli investimenti nel settore aeronautico stanno riprendendo slancio. E anche senza tassi di interesse agevolati, gli argentini stanno ricominciando ad acquistare beni di consumo durevoli: ad esempio lavatrici, non più solo un pezzo di formaggio o un bicchiere. Fino a poco tempo fa anche questi piccoli articoli venivano spesso acquistati a rate, sintomo di incentivi distorti in un contesto di inflazione cronica e ingenti sussidi statali.

Starlink is now available in Argentina, making it the seventh country in South America and 72nd in the world where people can access high-speed, low-latency internet from space ????️???????? → https://t.co/JDETbvxJny pic.twitter.com/TT8RpkAugo

— Starlink (@Starlink) March 27, 2024

L'attività di mercato è in aumento anche grazie allo smantellamento delle barriere all'importazione e dei dazi protezionistici. Malgrado ciò i prodotti di marca stranieri rimangono inaccessibili per molti argentini. In un centro commerciale di lusso un semplice adattatore USB Samsung può costare circa $75, mentre un prodotto equivalente in un piccolo negozio di quartiere si trova a circa un dollaro.

Alcune riforme che Milei è riuscito a far approvare rapidamente, nonostante l'iniziale scarso sostegno del Congresso, stanno iniziando a dare i loro frutti solo ora. Grazie a una politica commerciale più aperta verso gli Stati Uniti e l'Unione Europea, a un approccio pragmatico nei confronti della Cina e a un nuovo quadro normativo per gli investimenti (il “sistema RIGI”), l'Argentina si sta aprendo agli investimenti diretti esteri nei settori dell'energia, delle risorse naturali e delle industrie ad alta intensità di dati. Maggiori investimenti, una migliore pianificazione e una maggiore certezza giuridica per i progetti su larga scala stanno iniziando a dare i loro frutti.

Altrettanto notevole è il lavoro di Federico Sturzenegger. L'economista liberale-classico e ministro per la deregolamentazione e la trasformazione dello Stato, insieme al suo team, sta smantellando o semplificando regolamentazioni, controlli sui prezzi, tasse e oneri amministrativi a un ritmo straordinario. Tuttavia le catene di approvvigionamento devono prima adattarsi ai nuovi incentivi e gli investitori hanno bisogno di tempo per ricostruire la fiducia nelle fondamenta istituzionali dell'Argentina.

Il successo o meno di questa iniziativa avrà un'importanza ben maggiore per il futuro dell'Argentina rispetto ai dibattiti sulle eccentricità personali di Milei o sul suo uso di simboli politici provocatori. Questi elementi hanno poca importanza per la maggior parte degli argentini. Nelle conversazioni con autisti di Uber, studenti di economia e lavoratori del settore dei servizi, ho riscontrato valutazioni prevalentemente positive, spesso entusiaste, nei confronti del presidente; solo una minoranza rimane chiaramente contraria.

Gli economisti liberali-classici di Buenos Aires tendono a essere più cauti. Sono scettici nei confronti di qualsiasi culto della personalità e ben consapevoli della portata del compito che attende Milei – e qualsiasi futuro governo. La situazione catastrofica che ha ereditato era il risultato di uno stato che si era gonfiato e dilatato eccessivamente nel corso dei decenni, dominato da interessi organizzati – la casta – e radicato in una cultura politica in cui le connessioni personali e la retorica aggressiva contavano più della competenza e del rispetto delle regole generali.

Anche i presidenti precedenti avevano promesso di combattere la corruzione e il clientelismo, in particolare Carlos Menem negli anni '90, spesso descritto come un “populista neoliberista”. La sua eredità, controversa, riflette il fatto che egli era principalmente un populista e un peronista che utilizzava gli strumenti (neo)liberali in modo selettivo. Con Milei l'ordine è invertito. Egli è, prima di tutto e per convinzione, un libertario che usa pragmaticamente la retorica e lo stile populista per portare avanti un programma di riforme.

Ciò aumenta la probabilità che le riforme di Milei possano avere effetti duraturi. Tuttavia il percorso di queste riforme rimane stretto, rischioso e ben lontano dal raggiungere il nucleo istituzionale. Al di sopra di questo nucleo si estende una fitta boscaglia di clientelismo e cattiva gestione. Province come la Terra del Fuoco si aggrappano a privilegi speciali, mentre il sistema federale crea deboli incentivi per le province affinché governino in modo efficiente e spendano responsabilmente i fondi pubblici. È prevedibile che i sindacati ben organizzati resistano a riforme ormai attese da tempo. La magistratura, poi, rimane indipendente solo a livello formale. Nonostante i miglioramenti, il sistema fiscale continua a scoraggiare gli investimenti. Le rigide normative sul lavoro pre-riforma lasciano circa quattro lavoratori su dieci senza un impiego formale. E la casta – che ha promosso con successo i propri interessi sotto i governi precedenti – non è scomparsa sotto Milei. Al contrario, egli si affida a esperti politici, molti dei quali hanno già lavorato con l'ex-presidente Macri e sono ora strettamente coordinati e disciplinati da sua sorella, Karina Milei.

La maggior parte degli argentini sembra disposta a sorvolare su legami discutibili e sulle idiosincrasie personali di Milei. Quasi tutti coloro che lo conoscono personalmente – persino i critici che dissentono dalle sue posizioni principali – concordano sul fatto che Milei sia sinceramente impegnato nelle riforme libertarie e nel miglioramento delle prospettive del Paese. C'è ancora molto da fare in tal senso. Importanti riforme della previdenza sociale, del mercato del lavoro, del sistema monetario, della tassazione, dello stato di diritto e dei rapporti federali restano da attuare. Senza di esse, i recenti successi rimarranno fragili.

Le probabilità di successo variano a seconda dell'ambito politico. Per un cambiamento monetario radicale come la dollarizzazione, Milei probabilmente non dispone ancora di sufficiente capitale politico e finanziario. Il capitale politico è necessario anche per le riforme del sistema giudiziario, dove il percorso verso una magistratura realmente indipendente appare ancora più arduo di quello verso la stabilità monetaria. Eppure l'indipendenza della magistratura è essenziale per ulteriori riforme, come regole fiscali credibili che possano garantire bilanci in pareggio nel tempo o una ristrutturazione del sistema federale argentino.

Le speranze più concrete rimangono riposte nella recente riforma del mercato del lavoro e in un sistema fiscale più favorevole agli investimenti, ambiti in cui il governo argentino può trarre vantaggio dalla maggiore rappresentanza ottenuta dopo le elezioni di medio termine. La nuova legislatura ha approvato a dicembre un ambizioso programma di riforme, delineato da Milei in un ottimistico messaggio “Rendiamo di nuovo grande l'Argentina”.

Affinché questo programma abbia successo in modo duraturo, non basterà il solo Milei. Un'ampia fetta di argentini deve sostenere la trasformazione e molti sembrano pronti a farlo. Dopo ripetute crisi, gli argentini possiedono una notevole alfabetizzazione economica. In particolare, i giovani argentini comprendono fin troppo bene l'inflazione, i mercati finanziari e la relativa stabilità dei diversi asset: una conoscenza che da tempo è essenziale per la sopravvivenza quotidiana.

Meno sviluppata, invece, è una comprensione condivisa di come regole rigorose e meccanismi istituzionali di controllo ed equilibrio possano limitare la discrezionalità politica e gli abusi di potere. Troppo spesso in passato le regole sono state ignorate e le garanzie aggirate.

L'attuale esperimento di riforma in Argentina tiene conto di questa realtà. Non segue i consigli dei manuali di liberalismo classico, ma riflette piuttosto i vincoli politici di uno stato profondamente clientelare – vincoli che Milei cerca di gestire per perseguire un'agenda di riforme libertarie. In questo senso tenta di usare la logica del sistema esistente contro sé stessa. Si tratta di un esperimento autentico, i cui risultati avranno probabilmente un impatto ben oltre i confini dell'Argentina.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il patto suicida dell'Europa: debito, economia di guerra e culto del clima

Freedonia - Lun, 23/03/2026 - 11:06

Da quando Elon Musk ha acquistato X e l'ha trasformato in una piattaforma per la libertà di parola, Bruxelles ha espresso chiaramente ostilità nei suoi confronti. Esemplari i casi dell'ex Commissario europeo, Thierry Breton, e l'ex-Vicepresidente della Commissione per i Valori e la Trasparenza, Věra Jourová. In questo contesto è chiaro il motivo per cui lo scorso dicembre la Commissione ha inflitto a X la prima multa ai sensi del DSA. Voleva inviare un messaggio a tutte le grandi piattaforme tecnologiche su cosa accadrà loro se rifiutano la censura. È questo che rende la sfida legale a X molto importante: sta lottando per il diritto dei cittadini di tutto il mondo di esprimere liberamente le proprie opinioni online; sta contestando i poteri centralizzati conferiti alla Commissione Europea dal DSA che violano il suo diritto al giusto processo e sono contrari allo stato di diritto. Il caso della parlamentare finlandese Päivi Räsänen dimostra come si presenta in pratica la censura ai sensi del DSA. Dopo sei anni di procedimento penale, la Päivi è in attesa di un verdetto dalla Corte Suprema della Finlandia per aver twittato un versetto della Bibbia. È stata perseguita ai sensi della sezione “Crimini di guerra e crimini contro l'umanità” del codice penale finlandese. Sono stati inoltre aggiunti codici di condotta in materia di “disinformazione”, “incitamento all'odio” e linee guida sui processi elettorali e sulla tutela dei minori, con il risultato di 153 pagine di regolamenti aggiuntivi mai votati. Le piattaforme rischiano multe ingenti, fino al 6% del fatturato annuo globale, per il mancato rispetto del DSA e possono persino essere sospese nell'UE. I termini vaghi utilizzati nella legislazione e nei codici di condotta sono estremamente generici e privi di definizioni giuridiche precise, il che li rende strumenti ideali per la Commissione Europea e censurare opinioni sfavorevoli. E la portata della Commissione Europea si estende ben oltre l'Europa: con il DSA leggi censorie come questa diventeranno la norma di riferimento a livello mondiale. Una relazione recente della Commissione Giustizia della Camera ha mostrato che le grandi piattaforme tecnologiche stanno subendo enormi pressioni da parte della Commissione Europea affinché impostino le sue regole di moderazione dei contenuti in base agli standard censori del DSA. Ciò significa che la legge dell'UE sta censurando la libertà di espressione non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La Commissione Europea è in grado di stabilire le regole per la moderazione dei contenuti, creare l'infrastruttura, avviare indagini ed emettere sanzioni ai sensi del DSA, il tutto senza alcuna supervisione. Se ciò dovesse perdurare, l'UE avrà il potere indiscusso di controllare la “piazza pubblica” mondiale, con conseguenze disastrose per la libertà di parola online.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-patto-suicida-delleuropa-debito)

L'ultimo vertice UE a Bruxelles si è concentrato principalmente sulle questioni di sicurezza. Per dirla senza mezzi termini: l'Ucraina deve in qualche modo trasformare la sua guerra ormai persa contro la Russia in una vittoria, e l'UE deve essere pronta militarmente all'azione entro il 2030. Il fatto che ciò sarebbe fattibile solo con un'economia funzionante non è ancora stato compreso dal centro di potere di Bruxelles. Invece si stanno preparando a un importante “giorno di liberazione” fiscale, dando alla burocrazia un boom economico tutto suo.

Quando il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si è recato a Bruxelles per il vertice UE, la sua infuocata retorica sulla burocratizzazione dell'UE lo ha seguito da vicino. “Permettetemi di esprimermi in termini molto chiari: dobbiamo infilare sabbia negli ingranaggi di questa macchina di Bruxelles affinché tutto questo si fermi”, ha dichiarato Merz a settembre a una conferenza delle PMI e dell'Unione Economica – interpretando, per un breve momento, il ruolo di qualcuno che comprende le preoccupazioni della comunità delle piccole imprese.


Teatralità

Considerate le attuali pressioni burocratiche kafkiane, è probabile che nei prossimi mesi Merz ricorrerà più di frequente a questo genere di gergo politico ogni volta che le lamentele dell'industria diventeranno più forti e le richieste di porre fine alle inutili molestie normative raggiungeranno la coscienza pubblica.

Ma nessuno dovrebbe aspettarsi riforme serie. L'esempio della ridefinizione del “reddito di cittadinanza” in “sicurezza economica di base” senza alcuna modifica strutturale dimostra che la politica del governo tedesco equivale a una performance mediatica, la quale prende tempo per difendere a ogni costo la linea eco-socialista di Bruxelles.

Il vertice sopraccitato lo ha confermato: alcune “mini-riforme” sono ammesse per allentare un po' la pressione, ma la linea fondamentale è intoccabile. Entro il 2040 l'UE deve produrre a impatto climatico zero, a qualunque costo, sia attraverso una decrescita radicale come in Germania, sia acquistando indulgenze sulla CO₂ da altri Paesi. Finché i conti sul clima saranno in pareggio, nient'altro avrà importanza.


Discepolo fedele del clima

Nonostante la retorica tagliente, Merz rimane un fedele discepolo della politica di Bruxelles in materia di regolamentazione e clima. Insieme ad altri 19 leader europei ha presentato una proposta di riforma per rafforzare la competitività dell'UE. In una lettera al Presidente del Consiglio dell'UE, António Costa, hanno chiesto alla Commissione di rivedere tutte le norme, di eliminare quelle obsolete ed eccessive, e di ridurre la nuova legislazione al “minimo assoluto”.

Questo è un gioco di parole retorico, però. Un discorso duro sulla follia normativa, seguito da un nulla di fatto. Nella migliore delle ipotesi, i critici vengono placati con i sussidi. È il più vecchio trucco dell'UE: gli attuali sussidi finanziati dal credito fiat mettono a tacere il dissenso e spostano il prezzo – inflazione e tasse più alte – nel futuro.


Maestri nel nascondere la causalità

Bruxelles è campione mondiale nel mascherare causa ed effetto.

Di fatto l'UE sta già preparando un bilancio da €2.000 miliardi che sarà varato nel 2028, con sussidi verdi e nuovi strumenti di guerra, il tutto orchestrato centralmente e integrato nelle burocrazie nazionali. Nel caso della Germania l'ondata di debito di Bruxelles è integrata da altri €50 miliardi all'anno provenienti da “fondi speciali”. Saranno necessari migliaia di nuovi posti di lavoro pubblici per distribuire questo shock creditizio.

Che questo inneschi inevitabilmente una forte inflazione e ulteriori aumenti delle tasse è qualcosa che il Cancelliere preferisce non menzionare. L'umore pubblico è già... diciamo... teso. Non c'è bisogno di gettare ulteriore benzina sul fuoco.


Economia di guerra = Più burocrazia

La costruzione di un'economia di guerra europea – con la Germania come motore principale – gonfierà ulteriormente l'apparato statale. I settori della difesa e dell'ambiente insieme costituiscono un massiccio programma di impoverimento che colpisce la classe media europea, la quale viene sfruttata più brutalmente che mai.

Aumento delle tasse sull'anidride carbonica, una tassa sulla plastica a livello europeo, moltiplicatori fiscali più elevati per le imprese, costi del lavoro alle stelle: la costruzione di un superstato dell'UE e il finanziamento delle sue ambizioni climatiche sono un piacere costoso.

Le aziende tedesche stanno soffocando sotto montagne di normative UE. Secondo uno studio della Bundesbank, i soli costi diretti della burocrazia ammontano a circa €70 miliardi all'anno.


Gli oneri burocratici continuano a crescere

Se il cancelliere Merz vuole ora tagliare la burocrazia e ridurre il personale pubblico dell'8% – dopo aver assunto 50.000 nuovi dipendenti statali in soli 12 mesi – riducendo al contempo di un quarto gli oneri burocratici… in pratica significa una cosa: l'ideologia verde-socialista dovrebbe essere profondamente ridimensionata.

Ma il vertice sopraccitato ha chiarito una cosa: mentre la consapevolezza sta lentamente crescendo nelle economie duramente colpite di Germania, Italia e Francia, la strada verso il clima rimane sacra. L'obiettivo emissioni zero resta, che l'anno obiettivo sia il 2040 o il 2045. Concessioni? Giochi di prestigio progettati per rimescolare gli incarichi senza alterare i fondamentali delle linee di politica.


Privatizzare la burocrazia statale

Quanto questa direzione ideologica sia lontana dalla realtà economica diventa cristallino nei nuovi dati sul mercato del lavoro. Negli ultimi tre anni la regolamentazione ha “creato” 325.000 nuovi posti di lavoro in aziende di medie dimensioni. La stampa lo celebra come un successo del mercato del lavoro.

Ma queste posizioni non sono altro che burocrazia governativa esternalizzata, finanziata da aziende e clientelismi. Non producono nulla, non migliorano nulla e non rispondono ad alcuna domanda di mercato. Sono barriere, nuovi centri di costo imposti da un regime normativo in continua metastatizzazione.


L'esodo industriale accelera

Le conseguenze sono evidenti. Un recente sondaggio condotto su 240 dirigenti di settori ad alta intensità energetica, come l'acciaio e la chimica, mostra che il 31% delle principali aziende tedesche sta trasferendo la produzione all'estero. Un altro 42% sta rinviando gli investimenti, o li sta trasferendo in altre sedi europee.

I prezzi dell'energia, l'eccessiva regolamentazione e la crescente pressione commerciale degli Stati Uniti accelerano la deindustrializzazione della Germania, rafforzata da una burocrazia che continua a moltiplicarsi come batteri in una capsula di Petri.

Eppure né gli amministratori delegati, né i sindacati osano sfidare la grottesca agenda climatica dell'UE. La crociata climatica di Bruxelles assomiglia sempre più a una cospirazione contro la razionalità e la logica economica.

La soluzione esiste già, direttamente dall'ex-presidente della BCE Mario Draghi: più debito, l'ennesimo megaprogramma da €800 miliardi per “aumentare la produttività”; il che significa un maggiore controllo centralizzato a Bruxelles. Aggiungete l'ideologia climatica e l'economia di guerra, e la ricetta per il futuro dell'UE è completa.


Burocrazia climatica: l'ultima fortezza del potere

Per Ursula von der Leyen e la sua Commissione, la politica climatica è esistenziale. Nel corso degli anni Bruxelles ha costruito una burocrazia tentacolare, alimentata da sussidi, la quale espande il suo potere in modo direttamente proporzionale all'intervento normativo nell'economia.

Ovunque un “responsabile della conformità climatica” presenti resoconti sulle norme UE riguardo la deforestazione, Bruxelles è in agguato nelle vicinanze.

“Ubi Bruxelles, ibi Imperium”.

Anche i giganti della tecnologia statunitense stanno scoprendo l'apparato di censura europeo, visto che piattaforme come X e Google sono prese di mira per assicurarsi il controllo della narrazione pubblica e mettere a tacere le critiche alla crescente influenza di Bruxelles e al suo fallimentare programma di trasformazione verde.

Un dibattito aperto sul fallito progetto di regolamentazione verde? Assolutamente vietato. L'intera architettura di potere della burocrazia di Bruxelles si basa sul panico da CO₂. Se una tale panico muore, Bruxelles muore con esso, e tutti lo sanno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


War Isn’t Free … How The American People Pay Dearly For It

Lew Rockwell Institute - Ven, 20/03/2026 - 17:35

Just because we don’t get invoices in the mail, doesn’t mean we don’t pay dearly for the empire’s senseless wars. Most of us Americans have been hammered our entire lives to pay for them. It was hoped that the long-train of disasters was coming to an end with the second Trump Administration. But alas, it has not. And the crushing bills are continuing to come in.

The post War Isn’t Free … How The American People Pay Dearly For It appeared first on LewRockwell.

Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #2)

Freedonia - Ven, 20/03/2026 - 11:00

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-afc)

Il precedente articolo di questa serie sosteneva che i conflitti che affliggono diverse parti del mondo, evidenti soprattutto in Medio Oriente – gli attacchi all'Iran, l'instabilità nel Levante – non sono ciò che sembrano. Non riguardano principalmente Teheran, né il Medio Oriente, né tantomeno l'apparente competizione tra grandi potenze con Russia o Cina. Sono l'ultimo e più rivelatore teatro di una guerra che infuria da 400 anni: una guerra interna ai popoli anglofoni, giunta ormai alla sua fase finale e decisiva.

La mia tesi si fonda su un presupposto principale: che il mondo anglofono sia impegnato in un conflitto civile sin dalla metà del XVII secolo e che questo conflitto sia entrato nella sua fase attuale – la Guerra Civile Inglese 3.0 – con il trasferimento del potere imperiale da Londra a Washington dopo il 1945. Ma se si tratta di una guerra che dura da 400 anni, deve esserci un evento genesi: un momento in cui il DNA istituzionale delle parti in conflitto è stato codificato per la prima volta, quando si è aperta la frattura critica.

Il saggio di oggi esamina quel momento. Sostiene che la Rivoluzione Gloriosa del 1688 – convenzionalmente celebrata come un trionfo incruento della libertà parlamentare sull'assolutismo monarchico – fu in realtà il punto di svolta cruciale in cui lo Stato inglese venne radicalmente riorganizzato per servire gli interessi di una nuova classe dirigente. Tale classe, che definirò più precisamente nella Terza Parte e chiamata “finanziarista”, traeva il suo potere non dalla sovranità territoriale o dalla capacità produttiva, bensì dalla gestione del debito pubblico e dall'estrazione di rendite finanziarie. Il modello istituzionale creato a Londra dopo il 1688 – una banca centrale privata che gestiva un debito pubblico permanente, una classe finanziaria fusa con il potere statale, un esercito riorientato per il controllo del commercio globale – si dimostrò straordinariamente resistente e trasferibile. Attraversò l'Atlantico con i coloni americani, sopravvisse alla Guerra Civile e alla Rivoluzione Industriale e fu trasferito con successo da Londra a Washington dopo la Seconda Guerra Mondiale. Coinvolgere l'America in 80 anni di conflitti per il recupero del debito, di estorsione di beni e di guerre per l'accumulo di debiti, costi che gli americani pagheranno per oltre un altro secolo se Washington non riuscirà a prevalere nella guerra civile contro Londra, sarà un'impresa che la porterà inevitabilmente a perdere per oltre un secolo.

Per comprendere questo evento genesi, dobbiamo accantonare la storiografia whig che ha plasmato la memoria popolare del 1688. Non dobbiamo chiederci “Cosa credevano di fare i contemporanei”, ma “Quale architettura istituzionale è stata creata e a quali interessi ha servito nel corso dei secoli”. Dobbiamo esaminare la Rivoluzione Gloriosa attraverso le lenti dell'economia istituzionale, dell'analisi delle reti d'élite e dell'economia politica comparata. E dobbiamo affrontare una questione più profonda che le narrazioni dominanti eludono sistematicamente: la questione della sovranità stessa.


Contesto precedente al 1688: la sovranità era oggetto di controversia

L'impresa dei Tudor: l'affermazione della sovranità nazionale

Per comprendere ciò che andò perduto nel 1688, dobbiamo prima capire ciò che era stato realizzato nel secolo e mezzo precedente. I monarchi Tudor, a partire da Enrico VII e culminando con Elisabetta I, avevano costruito qualcosa che non aveva precedenti nella storia inglese: uno Stato-nazione autenticamente sovrano, capace di affermare la propria indipendenza da poteri transnazionali sia laici che ecclesiastici.

La rottura con Roma sotto Enrico VIII non fu semplicemente una disputa teologica o una convenienza dinastica. Fu un'affermazione di sovranità nazionale contro un'autorità transnazionale che, per secoli, aveva rivendicato la giurisdizione ultima sulle anime, le proprietà e la politica inglesi. L'Atto di Supremazia (1534) dichiarò il re “l'unico capo supremo sulla terra della Chiesa d'Inghilterra”, un titolo che significava, in pratica, che nessuna potenza esterna poteva pretendere fedeltà dai sudditi inglesi. La soppressione dei monasteri (1536-1541) trasferì enormi ricchezze – forse un quarto di tutte le proprietà terriere in Inghilterra e il sessanta per cento di tutte le terre e i beni che generavano reddito – da una corporazione ecclesiastica internazionale alla Corona, alla sua nobiltà fedele e alla Camera dei Comuni. Non si trattò di un furto, bensì di una rivendicazione. La ricchezza che per secoli era confluita a Roma ora rimaneva in Inghilterra, finanziando le istituzioni e gli scopi inglesi.

L'Accordo elisabettiano (1559) completò questo progetto. La Chiesa d'Inghilterra fu istituita come via di mezzo, ma il suo carattere era nazionale e sovrano. Il monarca, non il papa, era il governatore supremo. La legge inglese, non il diritto canonico, governava i sudditi inglesi. L'identità inglese, forgiata nel crogiolo dell'anno dell'Invincibile Armata (1588), divenne qualcosa che poteva essere affermato contro le potenze continentali che cercavano di riassorbire l'Inghilterra nei loro sistemi transnazionali. Nella seconda Roma.

Non si trattava semplicemente di una questione di politica religiosa. Il successo dei Tudor fu anche economico e finanziario. L'Inghilterra sviluppò una propria marina mercantile, proprie compagnie commerciali e propri meccanismi di credito. La Borsa di Anversa poteva anche dominare la finanza continentale, ma i mercanti inglesi impararono a operare senza dipendere dalle banche italiane o tedesche. Il credito della Corona, sebbene a volte precario, era in ultima analisi garantito dalla ricchezza tangibile del regno: terre, dazi doganali, la lealtà della nobiltà e dei suoi uomini d'arme, e il popolo. Le guerre erano finanziate tramite sussidi parlamentari, non tramite debiti permanenti. Lo Stato poteva, in casi estremi, rinegoziare i propri obblighi, come fece Elisabetta nei suoi primi anni di regno, perché la legittimità della Corona si fondava sulla sua incarnazione della nazione, non sui suoi contratti con i creditori.

Questo fu il risultato che gli eventi del 1688 avrebbero sistematicamente smantellato.

Gli Stuart come bersagli: una dinastia screditata

La costruzione dell’“Altro” Stuart

La successione degli Stuart (1603) portò sul trono inglese una dinastia che sarebbe diventata bersaglio della più prolungata e riuscita campagna diffamatoria della storia politica inglese. L'immagine di Giacomo I e Carlo I che ci è giunta – quella di re culturalmente e caratterialmente attratti dall'assolutismo continentale, innamorati dei modelli di governo francesi e spagnoli, sostenitori della teoria del diritto divino che giustificava il governo senza la partecipazione parlamentare – non è una descrizione neutrale. È un ritratto composito, meticolosamente elaborato dalle stesse forze che avrebbero poi finanziato l'invasione per rovesciarli.

Gli interessi romani e veneziani, che miravano a riportare l'Inghilterra nell'orbita transnazionale, avevano compreso una verità fondamentale: prima di conquistare una nazione, bisogna delegittimarne i governanti. Gli Stuart vennero dipinti come stranieri nelle loro simpatie, cripto-cattolici nelle loro lealtà e ostili alle antiche libertà degli inglesi. Il loro genuino interesse per le alleanze continentali – elemento normale della diplomazia dinastica per qualsiasi monarchia europea – venne ingigantito fino a diventare una cospirazione per vendere l'Inghilterra al papa. Le loro simpatie teologiche, che in realtà erano molto più complesse di quanto la caricatura lasci intendere, vennero presentate come un tradimento. Le loro rivendicazioni di prerogativa reale, che differivano per grado ma non per natura da quelle dei loro predecessori Tudor, vennero presentate come una nuova forma di dispotismo.

Questa campagna di propaganda servì a due scopi. In primo luogo, giustificò in anticipo le misure straordinarie che sarebbero state necessarie per rimuoverli: invasione straniera, ribellione armata, rovesciamento della legittima successione. In secondo luogo, cancellò dalla memoria la conquista dei Tudor che gli Stuart avevano ereditato, seppur in modo imperfetto. Perché se gli Stuart erano tiranni, allora la loro caduta non fu un colpo di stato, bensì una liberazione: non la cattura della sovranità inglese da parte della finanza transnazionale, ma il salvataggio della libertà inglese dall'assolutismo continentale.

La verità era ben diversa. Gli Stuart non erano ostili alle conquiste dei Tudor; ne erano gli eredi... a volte goffi, a volte tragici. Il loro coinvolgimento nelle reti continentali, per quanto limitato, era il normale coinvolgimento di qualsiasi dinastia europea. Ma nella narrazione costruita dai loro nemici, questo coinvolgimento divenne la prova di tradimento e il fondamento per la presa del potere ostile del 1688.

Sovranità contestata: la crisi creata ad arte

La tensione tra Corona e Parlamento che dominò l'inizio del XVII secolo non riguardava principalmente il denaro, sebbene si manifestasse in dispute fiscali. Riguardava la sovranità. Ma anche in questo caso dobbiamo distinguere tra la realtà del conflitto e la narrazione costruita attorno ad esso.

Il Parlamento pretendeva di rappresentare i “beni comuni” dell'Inghilterra – la nobiltà terriera, i mercanti, i proprietari terrieri – le cui proprietà e i cui privilegi erano stati conquistati a caro prezzo nel corso dei secoli. Questa affermazione non era falsa, ma era incompleta. Il Parlamento che si faceva portavoce dei “beni comuni” era sempre più infiltrato dagli stessi interessi finanziari che cercavano di allentare il controllo della Corona sul credito e sulla sovranità inglese. I mercanti che sedevano alla Camera dei Comuni non erano semplici rappresentanti di interessi locali; erano nodi di reti transnazionali in espansione, le cui fortune erano legate a prestiti olandesi, metodi veneziani e a capitali che non riconoscevano alcuna lealtà nazionale.

La Corona, dal canto suo, rivendicava una prerogativa che trascendeva il consenso parlamentare. Anche questa pretesa non era falsa. Era l'eredità di ogni monarca inglese sin dalla Conquista normanna, esercitata dai Tudor con il consenso generale perché l'avevano utilizzata per scopi nazionali. La differenza, sotto gli Stuart, non fu che rivendicassero troppo, ma che fossero sempre meno in grado di far valere le proprie pretese, perché la narrazione generalista si era rivoltata contro di loro. Erano stranieri in Inghilterra e quindi facile preda di signori e nobili inglesi traditori e della disapprovazione orchestrata dalla Camera dei Comuni.

Dietro queste argomentazioni costituzionali si celavano questioni più profonde: a chi dovevano la lealtà ultima gli inglesi? Dove risiedeva l'autorità legittima? Non si trattava di astratte questioni filosofiche. Erano le domande che avrebbero determinato se l'Inghilterra sarebbe rimasta uno Stato-nazione sovrano, responsabile nei confronti del proprio popolo e delle proprie istituzioni, o se sarebbe stata riassorbita nei sistemi transnazionali che i Tudor avevano abbandonato.

La tragedia degli Stuart sta nel fatto che ereditarono una struttura di sovranità già sotto attacco, e mancarono del genio politico e della spietata, ma necessaria, capacità dei Tudor per difenderla. Ogni passo falso, ogni errore di valutazione, veniva amplificato da nemici che avevano imparato a usare le armi della narrazione con la stessa efficacia con cui altri usavano le spade.

Il governo personale: la necessità dipinta come tirannia

Il tentativo di Carlo I di governare senza Parlamento (1629-1640) è giunto fino a noi come la “Tirannia degli Undici Anni”, un'espressione che racchiude in sé la narrazione vittoriosa dei suoi nemici. Ma qual era la realtà?

Carlo non governò senza Parlamento perché amasse l'assolutismo; governò senza Parlamento perché il Parlamento era diventato un forum per le stesse forze che cercavano di limitare e infine impadronirsi della Corona. I leader parlamentari che gli si opponevano non erano disinteressati difensori della libertà inglese; erano uomini con i propri obiettivi, i propri legami con il continente, i propri interessi finanziari che divergevano da quelli della Corona. Erano stati comprati e pagati dalle stesse forze che avrebbero posto fine a ciò che Alfredo il Grande aveva instaurato: la sovranità individuale.

I suoi metodi – prestiti forzati, tasse sulle navi, incarcerazioni arbitrarie – non erano innovazioni. Erano i tradizionali espedienti dei monarchi inglesi di fronte alle crisi finanziarie. Elisabetta li aveva usati; Enrico VIII li aveva usati. Ciò che rese “tirannia” l'uso che ne fece Carlo non furono i metodi in sé, ma la narrazione che era stata costruita attorno a lui. Un monarca Tudor che ricorreva alle tasse sulle navi difendeva il regno; un monarca Stuart che ricorreva alle tasse sulle navi attaccava la libertà.

Ma c'è una verità più profonda che la narrazione trionfale oscura. I metodi di Carlo erano indubbiamente quelli di un re che si riteneva responsabile solo davanti a Dio, ma erano anche i metodi di un re che era stato costretto a dipendere da fonti di sostegno alternative – le potenze cattoliche, i sussidi stranieri, i buoni uffici di regine con legami continentali – perché le normali fonti di finanziamento della monarchia inglese gli erano state precluse proprio dal Parlamento che pretendeva di parlare a nome dell'Inghilterra.

L'ironia è amara: il Parlamento che accusò Carlo di intrighi all'estero, negandogli i rifornimenti, aveva reso necessari quegli stessi intrighi... di proposito. E le forze che finanziavano i suoi nemici – i banchieri olandesi, i finanzieri veneziani, le reti transnazionali che vedevano nell'Inghilterra un premio da conquistare – erano in agguato, pronte a raccogliere i cocci. I veri padroni dei traditori in Inghilterra. Padroni del Parlamento e dei fiorenti industriali e delle corporazioni a loro collegate.

Quando i pezzi furono raccolti nel 1688, non fu la libertà inglese a trionfare bensì la Seconda Roma, la quale operava attraverso i suoi emissari olandesi e veneziani, a riappropriarsi finalmente di ciò che i Tudor le avevano sottratto. Gli Stuart furono sconfitti non perché fossero tiranni, ma perché si frapponevano a quella riconquista.


La prima guerra civile inglese: distruzione sistemica (1642-1651)

La Prima Guerra Civile Inglese è convenzionalmente intesa come un conflitto tra Corona e Parlamento, tra Cavalieri e Parlamentari. Questa interpretazione non è errata, ma è anch'essa incompleta. La guerra fu anche, e forse soprattutto, un conflitto interno alla classe dirigente inglese, un conflitto che distrusse irreparabilmente le vecchie strutture di legittimità.

La causa realista traeva la sua forza dalla tradizionale nobiltà territoriale: i grandi proprietari terrieri il cui potere si fondava su patrimoni ereditati, lealtà locali e obblighi di servizio feudale. La causa parlamentare traeva la sua forza dalla piccola nobiltà e dalle classi mercantili: uomini il cui potere si basava sulla lana, sui tessuti, sul commercio e sulle nuove forme di ricchezza rese possibili dalla pace dei Tudor. Tra di loro si collocava la massa del popolo inglese, le cui alleanze mutavano a seconda delle circostanze e i cui interessi furono articolati – brevemente e radicalmente – dai Livellatori e dai Digger, i quali esigevano che il conflitto producesse non solo un cambio di governanti, ma una trasformazione del governo stesso.

Ai dibattiti di Putney (1647), il colonnello Thomas Rainborough si fece portavoce di questa corrente radicale quando dichiarò: “Anche il più povero d'Inghilterra ha la possibilità di vivere una vita pari a quella del più ricco”. Non si trattava di un'argomentazione costituzionale; era l'affermazione che la sovranità risiedeva nel popolo, non nella Corona o nel Parlamento, non nella nobiltà o nella piccola nobiltà, ma in ogni inglese. Era una reiterazione di quanto i tre re fondatori d'Inghilterra avevano proclamato e per cui i baroni avevano combattuto e lottato contro re Giovanni e la sua corte quattrocento anni dopo. I dibattiti di Putney rappresentano il momento più radicale della Rivoluzione inglese: un momento in cui sembrò possibile che la guerra potesse produrre un ordine veramente nuovo.

Non andò così. Il Protettorato di Cromwell represse i Livellatori, annientò i sogni dei Digger e instaurò una dittatura militare che preservò la gerarchia sociale pur cambiandone il personale. Ma la guerra aveva compiuto la sua opera distruttiva. L'antica nobiltà fedele alla Corona fu decimata: proprietà confiscate, titoli revocati, famiglie esiliate o impoverite. I tradizionali legami di lealtà che avevano tenuto unita la società inglese per secoli furono spezzati. La strada era spianata per un nuovo tipo di classe dominante, il cui potere non si basava sulla terra e sul lignaggio, ma sul credito e sulle conoscenze.

In questo senso, la Prima guerra civile fu una condizione necessaria per il 1688. Distrusse il vecchio ordine senza crearne uno nuovo e stabile. Lasciò l'Inghilterra indebolita, divisa e vulnerabile alle incursioni esterne.


Interregno e Restaurazione: creazione di una vulnerabilità (1649-1685)

La Restaurazione di Carlo II nel 1660 fu presentata come un ritorno alla normalità: il re avrebbe finalmente goduto del suo potere e l'antica costituzione sarebbe stata ripristinata. Ma la Restaurazione non poté annullare la distruzione dei due decenni precedenti. L'antica nobiltà, laddove era sopravvissuta, era impoverita e dipendente. La Corona, privata delle entrate feudali e dei poteri di prerogativa che l'avevano sostenuta, fu costretta a fare affidamento sui finanziamenti parlamentari e sulla benevolenza di coloro che controllavano il credito.

Il regno di Carlo II fu una lunga lezione sulla vulnerabilità di una Corona priva di indipendenza finanziaria. Il Trattato di Dover (1670), segreto tra il re e Luigi XIV, che prometteva il sostegno inglese alle ambizioni francesi in cambio di sussidi, non fu un tradimento; fu una questione di sopravvivenza. Se il Parlamento non avesse stanziato fondi sufficienti, il re avrebbe dovuto trovarli altrove: dalla Francia cattolica, dai banchieri di Amsterdam, da chiunque fosse disposto a concedere credito a fronte di entrate future.

Il blocco dello Scacchiere (1672) rivelò la gravità del problema. Carlo sospese il rimborso dei suoi debiti, distruggendo la sua affidabilità creditizia e dimostrando che una Corona senza il controllo parlamentare sulla tassazione non poteva assumere impegni credibili nei confronti dei creditori. Ai mercanti e ai banchieri che avevano anticipato denaro al re furono forniti gli argomenti per un cambiamento: mai prestare denaro a un sovrano che può ripudiare i suoi obblighi a piacimento. In altre parole, le banche e gli industriali dovevano possedere la Corona.

Questo era il problema strutturale che il 1688 avrebbe “risolto”, ponendo il controllo delle finanze nelle mani di coloro che gestivano il credito. O almeno così si racconta. Non importa che questa versione dei fatti ometta tutti i modi in cui il re e la Corona furono intenzionalmente impoveriti e privati ​​dei mezzi per sostenere il regno a proprie spese, il tutto per preparare il terreno alla grande espropriazione che sarebbe poi diventata la Rivoluzione Gloriosa.

Il breve regno di Giacomo II (1685-1688) fornì il pretesto per l'intervento, ma la vera vulnerabilità che i suoi nemici sfruttarono non aveva nulla a che fare con le sue convinzioni religiose personali – che potevano essere o meno così ferventi come si diceva – e tutto a che fare con la trappola strutturale in cui la monarchia Stuart era stata intrappolata nei decenni precedenti. Quando Giacomo salì al trono, l'indipendenza fiscale della Corona era stata sistematicamente smantellata: il tesoro era vuoto, le entrate ordinarie insufficienti e i meccanismi del credito reale così profondamente compromessi che un governo efficace senza il sostegno del Parlamento era diventato impossibile.

Il “cattolicesimo” per cui Giacomo II è ricordato – le sue nomine di correligionari, i suoi gesti di tolleranza – non furono la causa della sua caduta, bensì i comodi pretesti sfruttati da coloro che si erano già assicurati che non avesse i mezzi finanziari per difendere sé stesso o il suo regno. Un re senza denaro non è affatto un re e Giacomo II regnava su un'Inghilterra la cui ricchezza era stata di fatto resa irraggiungibile – custodita nelle casse di mercanti fedeli ad Amsterdam, incanalata attraverso reti di credito che rispondevano alla finanza transnazionale, sottratta a una Corona che gli interessi finanziari avevano già destinato a essere sostituita. L'invasione che ne seguì non fu una reazione alla tirannia degli Stuart; fu l'atto finale di una conquista pianificata da tempo, resa possibile dal fatto che Giacomo II era stato reso impotente prima ancora che una singola nave olandese apparisse all'orizzonte.


L'evento del 1688: le prove

Quello che segue non è una narrazione, bensì una catena di prove. Ogni passaggio è documentato da fonti primarie e supportato dal consenso accademico; o, laddove manchi il consenso, viene evidenziata la natura del disaccordo. Lo scopo non è dimostrare una cospirazione, ma dimostrare una trasformazione strutturale.

Fase 1: Vulnerabilità — Lo Stato inglese era esausto finanziariamente e militarmente 

Affermazione: nel 1688 l'Inghilterra era particolarmente vulnerabile alle infiltrazioni finanziarie esterne a causa di decenni di guerre, dell'insolvenza della Corona e della distruzione della vecchia classe nobiliare e dei suoi fedeli inglesi.

Prove:

• Alla sua morte (1685) i debiti di Carlo II superavano i £2 milioni, pari a circa il doppio delle entrate ordinarie annuali.

• Il blocco del tesoro (1672) aveva distrutto la solvibilità della Corona; i tassi di interesse sui prestiti della Corona superavano il 10% quando era ancora possibile ottenere prestiti.

• La marina, principale forza di difesa dell'Inghilterra, versava in pessime condizioni; i diari di Pepys documentano navi che marcivano nei porti per mancanza di fondi.

• L'esercito permanente era di piccole dimensioni (circa 8.000 uomini) e inaffidabile, con la lealtà divisa tra la Corona e il Parlamento.

Supporto accademico: North e Weingast (1989) documentano l'incapacità della Corona di assumere impegni credibili nei confronti dei creditori; Brewer (1989) descrive in dettaglio le debolezze dello stato fiscale-militare prima del 1688.

Controargomentazione: l'Inghilterra non era un caso unico di vulnerabilità; tutti gli stati europei si trovavano ad affrontare pressioni fiscali simili.

Replica: è vero, ma la struttura istituzionale dell'Inghilterra – una Corona dipendente dal sostegno parlamentare ma incapace di vincolare il Parlamento al rispetto dei suoi impegni – ha creato una forma unica di rischio sovrano che ha reso lo Stato dipendente da coloro che potevano risolvere il problema.

Fase 2: L'invito — Non spontaneo, ma organizzato

Affermazione: l'“Invito a Guglielmo” (giugno 1688) non fu una richiesta spontanea di nobili protestanti indignati, bensì un segnale attentamente orchestrato da una fazione che, sotto la guida delle reti politico-finanziarie olandesi, aveva creato le condizioni necessarie nel corso di diversi decenni.

Prove:

• Tra i sette firmatari (i “Sette Immortali”) figuravano uomini con precedenti esperienze di esilio nei Paesi Bassi e consolidati legami con istituti bancari di Amsterdam.

• Il testo dell'invito fa riferimento a comunicazioni in corso e assicura a Guglielmo un sostegno sostanziale al suo arrivo.

• Tempistica: l'invito fu inviato solo dopo che Guglielmo aveva già iniziato a radunare una flotta d'invasione, il che suggerisce un coordinamento piuttosto che un appello spontaneo.

Supporto accademico: Jones (1972) documenta i precedenti contatti tra i dissidenti inglesi e lo statolder olandese; Israel (1995) descrive in dettaglio la pianificazione a lungo termine di Guglielmo per l'intervento.

Controargomentazione: l'invito era una risposta legittima alla tirannia di Giacomo II.

Replica: anche se la lamentela fosse legittima, il meccanismo – invitare una potenza straniera con un grande esercito d'invasione – ha creato un rapporto di dipendenza che trascendeva qualsiasi giustificazione costituzionale.

Fase 3: L'invasione — La portata e i finanziamenti dimostrano il controllo esterno

Affermazione: l'invasione non fu uno “sbarco”, bensì un'operazione militare su vasta scala che richiese ingenti finanziamenti esterni, provenienti dal capitale mercantile di Amsterdam... proprio come il sostegno finanziario per la precedente guerra civile inglese – imposta attraverso lo sterminio della nobiltà leale e dei suoi uomini d'arme – era provenuto anch'esso da Amsterdam e Roma.

Prove:

• Dimensioni della flotta: circa 463 navi con a bordo 15.000-20.000 soldati, un numero superiore a quello dell'Invincibile Armata spagnola del 1588.

• Finanziamento: 2 milioni di fiorini anticipati da Francisco Lopes Suasso, un banchiere di Amsterdam di origine portoghese-ebraica; finanziamenti aggiuntivi dalla Compagnia olandese delle Indie orientali e dalla città di Amsterdam.

• Logistica: la flotta era rifornita per una campagna, il che suggerisce una preparazione ben più complessa di una semplice spedizione.

Supporto accademico: Israel (1995) fornisce un resoconto dettagliato della mobilitazione finanziaria olandese; Haley (1972) documenta il coinvolgimento della Compagnia olandese delle Indie orientali.

Controargomentazione: Guglielmo agiva in qualità di soggetto interessato, preoccupato per l'eredità di sua moglie e per la causa protestante.

Replica: le motivazioni personali non annullano le conseguenze strutturali. Resta il fatto che l'invasione fu finanziata da capitali commerciali che si aspettavano un ritorno economico, non una soddisfazione religiosa che non gli interessava, ma un vantaggio economico.

Fase 4: L'accordo — Guglielmo e Maria come figure di rappresentanza, non come sovrani

Affermazione: l'assetto costituzionale del 1689 pose il potere effettivo nelle mani di un Parlamento ormai completamente dominato dagli interessi finanziari, con Guglielmo e Maria come figure di rappresentanza dell'esecutivo.

Prove:

• La Dichiarazione dei Diritti (1689) ribadiva la legislazione esistente, ma il meccanismo di applicazione era nuovo: il Parlamento si sarebbe riunito annualmente, avrebbe controllato l'offerta e verificato le spese.

• Composizione del Parlamento della Convenzione: l'analisi del profilo dei membri mostra una sovrarappresentazione di interessi commerciali e finanziari rispetto ai Parlamenti precedenti.

• Figure chiave: uomini come Sir John Houblon (in seguito primo governatore della Banca d'Inghilterra) e altri mercanti con legami con i Paesi Bassi esercitarono un'influenza senza precedenti.

Supporto accademico: Pincus (2009) sostiene che la rivoluzione fu “moderna” proprio perché diede potere agli interessi commerciali; Dickson (1967) documenta la “rivoluzione finanziaria” che ne seguì.

Controargomentazione: l'accordo rappresentò una vittoria della libertà parlamentare sull'assolutismo monarchico.

Replica: libertà parlamentare per chi? Il Parlamento che ne emerse non rappresentava il popolo inglese, bensì le classi possidenti e, sempre più, la proprietà mobile della finanza anziché la proprietà fissa della terra. Mentre la Corona divenne poco più di una figura di rappresentanza, priva di qualsiasi potere di agire per conto del popolo.

Fase 5: Fondazione della sede centrale della Banca d'Inghilterra (1694)

Affermazione: La Banca d'Inghilterra non era e non è un'istituzione pubblica, bensì una società privata a cui sono stati concessi privilegi monopolistici in cambio del finanziamento del debito pubblico, creando così una classe di creditori permanente con potere di veto sulle politiche statali.

Prove:

• Termini dell'accordo: la banca concesse al governo un prestito di £1,2 milioni a un tasso di interesse dell'8%, più una commissione di gestione annuale di £4.000.

• Elenco dei sottoscrittori: 1.307 persone fisiche e istituzioni sottoscrissero azioni con una partecipazione media di circa £918. I primi 50 sottoscrittori detenevano circa il 40% delle azioni.

• Struttura societaria: Governatore, Vice Governatore e Consiglio di Amministrazione eletti dagli azionisti, non dal Parlamento o dalla Corona.

• Privilegi di monopolio: alla Banca d'Inghilterra fu concesso il diritto esclusivo di emettere banconote in Inghilterra e Galles.

Fonte primaria: “Atto per la concessione alle loro Maestà di diversi dazi sulle botti di vino... e per l’istituzione di una Banca d’Inghilterra” (1694), Sezione XIX.

Supporto accademico: Clapham (1944), storico ufficiale della Banca d'Inghilterra, ne documenta il suo carattere privato; Dickson (1967) analizza gli elenchi dei sottoscrittori e dimostra il predominio whig/commerciale.

Controargomentazione: la Banca d'Inghilterra era semplicemente una soluzione pragmatica alle esigenze di finanziamento della guerra.

Replica: anche se di origine pragmatica, la struttura istituzionale ha creato un gruppo di interesse permanente con potere di veto sulla politica monetaria, un risultato che ha trasceso qualsiasi intento pragmatico immediato e si è costituito come il potere supremo del Paese.

Fase 6: Il meccanismo del debito — Estrazione perpetua istituzionalizzata

Affermazione: la creazione di un debito pubblico permanente significava che i contribuenti avrebbero pagato interessi a tempo indeterminato agli obbligazionisti, mentre i rappresentanti degli obbligazionisti in Parlamento avrebbero controllato la tassazione.

Prove:

• Crescita del debito pubblico: da circa £1 milione nel 1694 a £36 milioni nel 1714.

• Il servizio del debito in percentuale della spesa pubblica è passato da valori trascurabili a oltre il 30% entro il 1714.

• Chi deteneva il debito: concentrazione a Londra e nelle contee limitrofe tra mercanti, finanzieri e nobili con capitali liquidi.

Supporto accademico: Dickson (1967) fornisce un'analisi esaustiva della proprietà del debito; Brewer (1989) documenta lo “stato fiscale-militare” che ne è emerso.

Controargomentazione: tutti gli stati moderni hanno un debito pubblico; in questo caso l'Inghilterra si è semplicemente messa al passo.

Replica: la differenza sta in chi controlla il debito. Quando gli obbligazionisti controllano il potere legislativo che impone le tasse per il servizio del debito, lo Stato diventa uno strumento degli interessi dei creditori.

Fase 7: Il riutilizzo delle forze armate — Dalla difesa nazionale al recupero crediti

Affermazione: l'esercito e la marina permanenti, una volta istituiti, venivano utilizzati per proteggere le rotte commerciali, imporre i monopoli coloniali e proiettare il potere in modi che avvantaggiavano la classe dei creditori.

Prove:

• Guerra dei nove anni (1688-1697): combattuta in gran parte sotto la direzione strategica olandese per obiettivi commerciali olandesi.

• Guerra di successione spagnola (1701-1714): finanziata tramite debito, arricchì gli obbligazionisti attraverso il pagamento degli interessi e la conquista dei mercati coloniali.

• Espansione coloniale dopo il 1688: un modello di guerre per il vantaggio commerciale, non per la sicurezza territoriale.

Supporto accademico: Brewer (1989) documenta il ruolo dei militari nella protezione degli interessi commerciali; consenso tra gli storici sullo “stato fiscale-militare”.

Controargomentazione: le guerre furono combattute per l'interesse nazionale, non per il profitto dei creditori.

Replica: la distinzione viene meno quando è la classe dei creditori a definire l'interesse nazionale. Le guerre che hanno arricchito gli obbligazionisti imponendo tasse alle classi produttive erano guerre per un interesse particolare, non per l'interesse generale.

Fase 8: La City di Londra come Stato corporativo sovrano

Affermazione: lo status giuridico extraterritoriale unico della City, unito al suo controllo sull'emissione di debito, la rendeva uno stato nello stato, responsabile nei confronti dei propri membri e non della nazione.

Prove:

• Gli antichi privilegi della Corporazione di Londra furono confermati dopo il 1688, tra cui l'autogoverno, la giurisdizione separata e l'immunità dal controllo parlamentare in settori chiave.

• Amministratori con partecipazioni incrociate: Banca d'Inghilterra, Compagnia delle Indie Orientali, Compagnia dei Mari del Sud, importanti società commerciali avevano amministratori e azionisti in comune.

• Immunità legali: le controversie commerciali erano regolate dai tribunali della City, non da quelli reali; il Lord Mayor, non la Corona, controllava le forze armate della City.

Supporto accademico: Kynaston (1994) documenta lo status peculiare della City; gli storici della governance di Londra ne confermano l'autonomia.

Controargomentazione: la City era semplicemente un comune come tanti altri.

Replica: nessun altro comune controllava il credito della nazione, ospitava la sua banca centrale e godeva di immunità legali che lo rendevano di fatto una giurisdizione separata. Nessun'altra città poteva mandare gli uomini di una nazione a uccidere e morire in guerre straniere.

Fase 9: Il modello esportato — Applicazione coloniale

Affermazione: lo stesso modello istituzionale fu esportato nelle colonie americane, creando le condizioni sia per la dipendenza coloniale che per la successiva ribellione.

Prove:

• Restrizioni monetarie coloniali: gli atti del Parlamento (1696, 1708, 1741) proibivano alle colonie di emettere una propria valuta cartacea o di istituire banche fondiarie.

• Applicazione degli Atti di Navigazione: dopo il 1688 l'applicazione si intensificò, convogliando il commercio coloniale attraverso i porti e le navi britanniche.

• Board of Trade and Plantations (1696): istituito per sovrintendere al commercio coloniale con personale composto da mercanti con interessi finanziari.

Supporto accademico: Greene (1988) documenta la frustrazione dei coloni nei confronti del controllo metropolitano; consenso tra gli storici sul “sistema mercantilista”.

Controargomentazione: queste linee di politica erano prassi imperiale standard.

Replica: la prassi standard serviva interessi standard, ovvero gli interessi della classe finanziaria metropolitana, non quelli dei produttori coloniali.

Fase 10: Continuità attraverso i secoli  L'architettura sopravvive

Affermazione: Nonostante rivoluzioni, riforme e il trasferimento del potere da Londra a Washington, il modello di base – una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico, una classe finanziaria con accesso privilegiato al potere statale e un finanziamento bellico perpetuo – è rimasto invariato.

Prove:

• Prima Banca degli Stati Uniti (1791): Hamilton la modellò esplicitamente sulla Banca d'Inghilterra.

• Seconda Banca degli Stati Uniti (1816): stessa struttura, stesse controversie.

• Federal Reserve (1913): banche regionali private con consiglio di amministrazione pubblico, un sistema ibrido che preserva il controllo privato sulla politica monetaria.

• Il sistema di Bretton Woods del secondo dopoguerra: il dollaro come valuta mondiale, l'FMI e la Banca Mondiale come gestori del debito globale.

Supporto accademico: Timberlake (1993) documenta la storia delle banche centrali; gli storici del sistema bancario americano confermano la continuità istituzionale.

Controargomentazione: ogni istituzione è stata creata per il proprio tempo e per i propri scopi.

Replica: è vero, ma lo schema – controllo privato del credito pubblico, fusione del potere finanziario e statale – si ripete nei secoli e in diverse nazioni, evidenziando cause strutturali piuttosto che contingenti.

Fase 11: Operazione presente — La catena è completata

Affermazione: lo stesso identico meccanismo è in funzione ancora oggi, ovvero debito pubblico detenuto da istituzioni finanziarie private, banche centrali che gestiscono la politica monetaria nell'interesse dei creditori, guerre perenni come causa del debito.

Prove:

• Il debito pubblico statunitense attuale ammonta a circa $36.000 miliardi, detenuti in gran parte da istituzioni finanziarie e creditori stranieri.

• Espansione del bilancio della Federal Reserve (2008-oggi): trasferimento di ricchezza ai detentori di obbligazioni attraverso tassi di interesse prossimi allo zero e acquisti di asset.

• Complesso militare-industriale-congressuale: un sistema clientelare alimentato dal debito che arricchisce le aziende del settore della difesa e i loro finanziatori.

Supporto accademico: Tooze (2018) documenta il sistema del debito post-2008; Hudson (2015) analizza il “capitalismo finanziario” come sistema estrattivo.

Controargomentazione: questo è semplicemente il capitalismo moderno.

Replica: il capitalismo moderno di questo tipo è il prodotto dell'accordo del 1688, ovvero l'istituzionalizzazione del potere dei creditori sugli interessi dei produttori, l'asservimento di un popolo al lavoro per ripagare i debiti e la brutale imposizione delle guerre degli obbligazionisti.


La questione della “Seconda Roma”: sovranità contro potere transnazionale

A questo punto il lettore scettico potrebbe obiettare: questa è una storia finanziaria sofisticata, ma dov'è la riflessione più ampia su Roma, sul potere transnazionale, sulla lotta tra lealtà locale e impero universale?

L'obiezione è fondata. La sezione precedente ha volutamente messo tra parentesi le questioni più importanti per stabilire le basi probatorie. Ora dobbiamo affrontarle direttamente. Qual è la natura della Guerra Civile Inglese e chi è veramente il burattinaio di questa macabra distruzione dall'interno della civiltà inglese?

Le guerre di religione del XVI e XVII secolo non riguardavano, nella loro essenza, la teologia. Riguardavano la sede della sovranità. La Riforma protestante fu, tra le altre cose, un'affermazione che l'autorità ultima sulle anime inglesi apparteneva alle istituzioni inglesi – la Corona, la Chiesa nazionale, la comunità dei credenti – e non a un'istituzione transnazionale con sede a Roma. La Controriforma cattolica fu un'affermazione che la Chiesa universale, incarnata nel papato e nei suoi alleati temporali, manteneva la giurisdizione suprema su tutti i cristiani, a prescindere dai confini nazionali.

Non si trattava semplicemente di una disputa dottrinale. Era una disputa di potere. A chi doveva fedeltà ultima un inglese: al suo re, al suo Parlamento, al suo signore locale, oppure a un papa che poteva essere italiano, spagnolo o francese, i cui interessi erano necessariamente transnazionali, le cui pretese si estendevano oltre ogni confine?

Il Grande Scisma del 1054 aveva diviso la cristianità in due rami, orientale e occidentale, ma la Chiesa occidentale che emerse da quello scisma era essa stessa una sorta di impero: la “Seconda Roma” che rivendicava l'eredità dei Cesari. La sua legge (il diritto canonico) prevaleva sulle consuetudini locali. La sua lingua (il latino) trascendeva le lingue volgari. La sua gerarchia non rispondeva ai re, ma al successore di Pietro. La sua ricchezza, accumulata nel corso dei secoli, non veniva impiegata per scopi nazionali, ma per gli scopi della Chiesa universale, ovvero per gli scopi di coloro che la controllavano.

La rottura dei Tudor con Roma fu una dichiarazione di indipendenza da questo impero transnazionale. Affermò che la ricchezza inglese doveva servire a scopi inglesi, che la legge inglese doveva governare i sudditi inglesi, che la sovranità inglese era reale e assoluta. Questa fu la conquista che gli eventi del 1688 avrebbero infine vanificato, non ripristinando l'autorità papale, che rimase formalmente ripudiata, ma ristabilendo un diverso tipo di controllo transnazionale: il controllo attraverso il debito piuttosto che attraverso la dottrina, attraverso il credito piuttosto che attraverso il credo.

La Repubblica di Venezia aveva perfezionato questo metodo nel corso dei secoli. Venezia, il più cattolico degli stati commerciali, aveva imparato a esercitare il potere non attraverso la conquista territoriale, bensì attraverso la penetrazione finanziaria. I banchieri veneziani finanziavano le guerre di entrambe le fazioni, prestavano denaro a re e imperatori, accumulavano crediti sulle entrate di metà Europa. L'oligarchia veneziana, a differenza della nobiltà territoriale, traeva il suo potere dalla mobilità: dalla capacità di spostare capitali oltre confine, di convertire l'influenza politica in leva finanziaria, di estrarre ricchezza senza gli oneri del governo.

Quando il potere di Venezia fu minacciato a causa del suo ruolo nella caduta di Bisanzio, i suoi metodi non scomparvero. Si diffusero invece ad Amsterdam, a Londra, nei centri finanziari che avrebbero dominato il mondo moderno. La rivoluzione finanziaria olandese del XVII secolo fu, in larga parte, l'applicazione su scala più ampia del metodo veneziano. E la Rivoluzione Gloriosa del 1688 segnò il momento in cui quel metodo conquistò lo Stato inglese.

Non è necessario ipotizzare l'esistenza di un comitato segreto a Roma che manovrasse i fili attraverso i secoli. È sufficiente osservare che gli interessi del papato, dell'oligarchia veneziana e dei banchieri mercantili di Amsterdam convergevano verso lo stesso risultato: un'Inghilterra perennemente indebitata, la sua sovranità compromessa e il suo esercito disponibile per scopi cosmopoliti anziché nazionali. Che questa convergenza fosse pianificata o si sia sviluppata spontaneamente è meno importante del fatto che si sia verificata.

Ciò che Roma non riuscì a ottenere con l'Invincibile Armata, lo ottenne con la Banca d'Inghilterra. Ciò che l'Inquisizione non riuscì a estirpare, lo estirpò il debito nazionale. L'Inghilterra rimase protestante solo di facciata, ma il suo protestantesimo ora serviva la finanza transnazionale anziché l'indipendenza nazionale. La City di Londra divenne la nuova Venezia: uno stato corporativo sovrano la cui lealtà era al capitale finanziario, non alla patria.

Questo è il cuore della Guerra Civile Inglese, di cui stiamo ora giungendo al culmine del terzo atto. Chi è sovrano, noi, i popoli di lingua inglese, o le istituzioni, straniere e nazionali, che gli obbligazionisti e la Seconda Roma hanno istituito per gestire il loro regime schiavista e sfruttatore?


Obiezioni e risposte

Obiezione 1: “La Rivoluzione Gloriosa riguardava la religione e l'equilibrio di potere in Europa, non la finanza”.

Risposta: queste due cose non si escludono a vicenda. I mezzi scelti per raggiungere fini religiosi e strategici – l'invasione straniera, la nuova costituzione fiscale, il debito permanente – hanno creato una nuova realtà strutturale che è sopravvissuta alle motivazioni originarie. La rivoluzione finanziaria ne è stata una conseguenza, ma una volta creata, ne è diventata la causa.

Obiezione 2: “La Banca d'Inghilterra fu semplicemente una risposta pragmatica alle esigenze di finanziamento bellico”.

Risposta: le risposte pragmatiche possono creare traiettorie istituzionali dipendenti dal percorso storico. La questione non è se la Banca d'Inghilterra fosse stata concepita per creare una classe dirigente permanente, ma se abbia effettivamente contribuito a crearla. Le prove dei secoli successivi suggeriscono di sì.

Obiezione 3: “Stai selezionando le prove in modo arbitrario per supportare una conclusione predeterminata”.

Risposta: questo saggio, e decenni di lavori precedenti, esaminano la Rivoluzione Gloriosa attraverso una lente specifica, ovvero la continuità istituzionale e la formazione delle classi. Non pretende di essere l'unica lente valida, ma dimostra che, se si osservano le prove attraverso questa lente, emerge uno schema coerente che la storiografia ufficiale solitamente ignora. La prova sta nel verificare se tale schema contribuisca a spiegare gli eventi successivi. Il potere predittivo del quadro teorico – la sua capacità di spiegare la Rivoluzione americana come Guerra civile 2.0, la Guerra civile come interazione intermedia e il conflitto attuale come 3.0 – ne costituisce la validazione.

Obiezione 4: “Questa è solo l'ennesima teoria del complotto”.

Risposta: le teorie del complotto ipotizzano accordi segreti tra un piccolo gruppo per spiegare gli eventi. Questo schema presuppone interessi di classe e incentivi istituzionali che operano in modo trasparente una volta che si sa dove cercarli. I sottoscrittori della Banca d'Inghilterra non sono segreti; i loro nomi sono nei registri pubblici. La composizione del Parlamento dopo il 1688 non è segreta; le liste di votazione sono giunte fino a noi. La crescita del debito pubblico non è segreta; i registri del Tesoro sono archiviati. Ciò che è “nascosto” non è la prova, ma l'interpretazione che collega questi fatti in una narrazione coerente di formazione di classe e continuità istituzionale.

Obiezione 5: “L'affermazione relativa a Roma/Venezia non è supportata da prove”.

Risposta: l'affermazione non è che Roma abbia orchestrato gli eventi del 1688, ma che il modello di controllo finanziario transnazionale instaurato nel 1688 replicasse il modello che Venezia aveva perfezionato e che serviva agli interessi a lungo termine di Roma. Questa è un'ipotesi interpretativa, non un'affermazione di fatto. Viene proposta come un modo per comprendere perché la specifica forma istituzionale – banca centrale privata, debito permanente, fusione del potere finanziario e statale – sia emersa proprio in quel momento e perché si sia dimostrata così duratura. Il lettore è libero di accettare o rifiutare questa ipotesi, pur accettando la catena di prove relative alla trasformazione istituzionale stessa.


In conclusione: dalla Genesi al Giudizio Universale

La Rivoluzione Gloriosa del 1688 creò un modello istituzionale che ha plasmato il mondo anglofono per oltre tre secoli. Tale modello si componeva di quattro elementi essenziali:

  1. Una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico con privilegi di monopolio e azionisti privati.

  2. Un debito nazionale permanente che crea una classe di creditori permanenti con un interesse nella capacità fiscale dello Stato.

  3. Una fusione di potere finanziario e statale attraverso élite interconnesse che si muovono senza soluzione di continuità tra servizio pubblico e profitto privato.

  4. Un esercito riconvertito dalla difesa nazionale all'imposizione commerciale mondiale, le cui operazioni sono finanziate dal debito che arricchisce la classe dei creditori. Una popolazione costretta a pagare debiti per guerre in cui è anche costretta a morire, il tutto per imporre un regime mercantilista transnazionale, non offre altro che modeste comodità e una vita spesa in lavoro per ripagare i debiti o per perdersi nel debito e nei contratti che creano e impongono conflitti e guerre.

Questo modello si dimostrò straordinariamente versatile. Attraversò l'Atlantico con i coloni americani che si ribellarono al controllo di Londra, ma non poterono o non vollero sfuggire al DNA istituzionale che Londra aveva impiantato. Il programma di Hamilton negli anni '90 del Settecento – una banca nazionale, l'assunzione dei debiti statali, l'incentivazione federale del commercio – fu un esplicito tentativo di replicare il modello della Banca d'Inghilterra sul suolo americano. L'opposizione di Jefferson – la sua visione di una repubblica agraria di piccoli proprietari terrieri indipendenti – rappresentò un rifiuto dell'intera traiettoria. Il fatto che Hamilton abbia sostanzialmente vinto, che gli Stati Uniti abbiano infine istituito una propria banca centrale e un proprio debito nazionale permanente, dimostra che la “cattura” del 1688 non fu semplicemente un fenomeno britannico, ma un fenomeno anglofono.

La Prima guerra civile inglese (1642-1651) distrusse il vecchio ordine; la Rivoluzione Gloriosa (1688) ne creò uno nuovo. La Rivoluzione americana (1775-1783) fu la prima grande rivolta contro questo nuovo ordine: la Seconda guerra civile inglese; la Guerra civile americana (1861-1865) fu la seconda: la Seconda guerra civile inglese. E i conflitti del nostro tempo – le guerre in Medio Oriente, la rivalità con Russia e Cina, lo sfaldamento dell'ordine post-1945 – sono sintomi della terza: la Terza guerra civile inglese, la fase finale di una lotta lunga 400 anni.

Il prossimo saggio di questa serie esaminerà il protagonista di questa lotta: la classe finanziaria che l'accordo del 1688 ha designato come dominatrice dei popoli anglofoni. Definirò sociologicamente questa classe, ne traccerò la riproduzione attraverso le generazioni e dimostrerò come i suoi interessi abbiano plasmato le politiche e le istituzioni che ora minacciano di distruggere la civiltà che avrebbero dovuto servire. Conoscerete il volto del vostro vero nemico!

I popoli di lingua inglese hanno ancora una scelta. Possiamo riconoscere l'accordo del 1688 per quello che è stato: un'occupazione ostile della nostra sovranità da parte di interessi finanziari transnazionali e iniziare il lungo lavoro di rivendicazione del nostro diritto di nascita. Oppure possiamo continuare a vivere nell'illusione che il nostro malcontento attuale sia il prodotto di nemici stranieri, di eventi casuali, o dell'inevitabile azione di forze storiche al di fuori del nostro controllo.

La guerra continua, la scelta è nostra.

Quanto a me, sarò leale e combatterò! Chi si unirà a me?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Bibliografia

• Brewer, John. The Sinews of Power: War, Money and the English State, 1688–1783. New York: Knopf, 1989.

• Clapham, John. The Bank of England: A History. 2 vols. Cambridge: Cambridge University Press, 1944.

• Dickson, P.G.M. The Financial Revolution in England: A Study in the Development of Public Credit, 1688–1756. London: Macmillan, 1967.

• Greene, Jack P. Pursuits of Happiness: The Social Development of Early Modern British Colonies and the Formation of American Culture. Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1988.

• Haley, K.H.D. The Dutch in the Seventeenth Century. London: Thames and Hudson, 1972.

• Israel, Jonathan I. The Dutch Republic: Its Rise, Greatness, and Fall, 1477–1806. Oxford: Oxford University Press, 1995.

• Jones, J.R. The Revolution of 1688 in England. New York: Norton, 1972.

• Kynaston, David. The City of London: A World of Its Own, 1815–1890. London: Chatto & Windus, 1994.

• Lane, Frederic C. Venice: A Maritime Republic. Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1973.

• North, Douglass C., and Barry R. Weingast. “Constitutions and Commitment: The Evolution of Institutions Governing Public Choice in Seventeenth-Century England.” Journal of Economic History 49, no. 4 (1989): 803–832.

• Pincus, Steve. 1688: The First Modern Revolution. New Haven: Yale University Press, 2009.

• Timberlake, Richard H. Monetary Policy in the United States: An Intellectual and Institutional History. Chicago: University of Chicago Press, 1993.

• Tooze, Adam. Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World. New York: Viking, 2018.


Trump & Netanyahu: Who’s the boss? Maybe we’ll find out

Lew Rockwell Institute - Gio, 19/03/2026 - 17:38

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu made many trips to the U.S. last year. And now here we are, in the middle of a gigantic mess in the Middle East (again). The widely anticipated expectation of President Trump putting “America First” and “Making America Great Again” seem like fleeting memories now.

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La Banca Centrale Europea accelera sull'euro digitale

Freedonia - Gio, 19/03/2026 - 11:05

Mi è capitato di leggere un pezzo interessante su Bitcoin di recente firmato da Hugh Hendry. Non credo valesse la pena tradurlo sinceramente, dato che presenta un solo punto intrigante e che aggiunge qualcosa di concreto al dibattito pubblico: il problema della “durezza”. Vedete, dal punto di vista oggettivo/tecnologico Bitcoin è una macchina da guerra a dir poco perfetta. E su questo non ci piove. Il “guaio” arriva quando si analizza la componente soggettiva e lì la durezza oggettiva/tecnologica può iniziare a creparsi. Secondo l'autore i cicli di Bitcoin stanno cambiando forma, cercando di formare la durezza nello spirito e nelle preferenze soggettive di coloro che si interfacciano con esso. In questo senso, egli continua, Bitcoin non esiste per sostituire la moneta fiat, ma come un “oggetto duro” provocatorio in un mondo monetario elastico. La moneta fiat ha successo perché bara: rinviando nel tempo il dolore economico, socializzando le perdite e piegando le regole. La moneta fiat guadagna tempo durante il trauma, ma crea un'inflazione a catena che grava in modo sproporzionato su chi ha meno risorse, premiando al contempo la mobilità del capitale. Bitcoin ricrea la caratteristica principale dell'oro: scarsità non discrezionale e priva di rischio in forma digitale. A differenza dell'oro (che reagisce al prezzo tramite nuova offerta), il limite di 21 milioni di bitcoin è imposto meccanicamente dal codice informatico e dal tempo, immune quindi a incentivi esterni. Questo lo rende un potenziale ancoraggio per la valuta fiat, ovvero una garanzia collaterale per l'espansione del credito, se raggiunge un valore di mercato simile a quello dell'oro (circa $45.000 miliardi contro i ~$1.000 miliardi di Bitcoin). Secondo Hendry, però, il vero rischio non risiede nella matematica (la crittografia a 256 bit rimane robusta contro gli attacchi classici), ma nel coordinamento umano: governance, minacce quantistiche che richiedono aggiornamenti del consenso e temperamento dei detentori durante i violenti ribassi. I mercati fissano il prezzo del divario di Bitcoin rispetto all'oro non in base a dubbi sulla scarsità, ma all'incertezza sulla capacità degli esseri umani di sopportare il suo processo rigido e psicologicamente impegnativo senza capitolare. Bitcoin mette alla prova la resistenza umana più del codice informatico: il suo valore dipende da chi lo detiene e per quanto tempo. La sua conclusione: il difetto di Bitcoin, se ne ha uno, non è tecnologico ma è una rivelazione. Mostra il futuro troppo presto e troppo chiaramente. Un milione di dollari a unità non è una vaga speranza, è un'immagine vivida. Il nostro cervello non è progettato per mantenere stabile quella visione attraverso una violenta volatilità. Non siamo programmati per perdere denaro sapendo, con insopportabile chiarezza, che la pazienza alla fine ci renderà ricchi. Questa contraddizione frigge il sistema nervoso. Così il prezzo scende, chi è entrato da poco va nel panico e la fiducia evapora a contatto con lo stress. Bitcoin non sta fallendo, bensì gli esseri umani: creature ingenue, fantasiose e isteriche che possono intravedere il futuro ma non possono sopravvivere emotivamente al percorso per arrivarci. L'asset non si rompe, chi lo detiene sì. Questo è anche il motivo per cui saremo sostituiti dalle macchine: non perché siano più intelligenti, anche se lo sono, ma perché possono tollerare la certezza senza emozioni. Non si tirano indietro di fronte ai ribassi, non cercano sollievo: semplicemente eseguono. Bitcoin è stato concepito fin dall'inizio come un oggetto per rivelare piuttosto che come uno strumento. Questa concezione ha attirato devozione e la devozione ha reso il percorso più difficile del necessario: avere ragione troppo presto è esattamente come avere torto. Una convinzione mantenuta senza sollievo si trasforma in capitolazione. Ciò che conta ora non è la fiducia, ma la perseveranza. Bitcoin non promette comodità, non promette giustizia, non promette di salvare nessuno. Offre una sola cosa: un insieme di regole che non si piegano al prezzo, alla politica, o alla persuasione. Il valore di tutto ciò dipende interamente da chi lo detiene e perché. La matematica reggerà abbastanza a lungo; la domanda è sempre stata se noi faremo altrettanto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-banca-centrale-europea-accelera)

Molti operatori di mercato hanno costruito posizioni lunghe su asset denominati in euro, aspettandosi un esito positivo dal piano di stimolo tedesco e dai progetti Rearm Europe. Tuttavia scommettere su un euro più forte potrebbe essere ottimistico, considerando gli scarsi risultati di questi piani governativi, le crescenti sfide fiscali della Francia e di altre nazioni, l'elevato debito e le enormi passività non finanziate, nonché l'imminente implementazione di una valuta digitale della banca centrale. Negli Stati Uniti vi sono indubbi problemi fiscali e di deficit, ma la posizione relativa rispetto all'euro è innegabilmente più forte considerando tutti i fattori precedentemente menzionati.

La Banca Centrale Europea ha accelerato il suo piano per un euro digitale e ha di recente incaricato le principali aziende tecnologiche globali di crearne l'architettura. Tuttavia le banche europee sono giustamente preoccupate, poiché una valuta digitale della banca centrale comporta significativi rischi per la privacy e una grave erosione della capacità del settore bancario di erogare prestiti e di operare in modo adeguato.

Le valute digitali delle banche centrali (CBDC) possono essere uno strumento pericoloso dati i potenziali rischi che pongono alla privacy, alla stabilità finanziaria e alla concentrazione del potere monetario. Negli Stati Uniti l'amministrazione Trump ha emesso un ordine esecutivo che vieta l'uso di questi strumenti, etichettandoli come “tirannia monetaria”.

Una CBDC non è la stessa cosa di una moneta elettronica. Un euro digitale conferirebbe alla banca centrale capacità di sorveglianza senza precedenti. A differenza degli attuali pagamenti elettronici, una valuta digitale della banca centrale offre alle autorità monetarie accesso completo e diretto a ogni transazione e conto di risparmio, eliminando la privacy finanziaria dei cittadini. Ciò potrebbe consentire il monitoraggio, il controllo, o persino la penalizzazione di comportamenti finanziari che le autorità centrali potrebbero considerare indesiderati. Inoltre una CBDC eliminerebbe gli attuali limiti del sistema finanziario che impediscono un'eccessiva stampa di moneta. Aggirare le banche commerciali e i meccanismi di credito consente alle banche centrali di aumentare istantaneamente l'offerta di moneta e finanziare la spesa pubblica, erodendo i tradizionali controlli di bilancio. L'esclusione delle banche commerciali dal meccanismo di trasmissione del sistema monetario destabilizza la creazione di credito e aumenta il rischio di spiazzamento del settore privato.

Le principali argomentazioni a favore di un euro digitale, come l'efficienza e il miglioramento della trasmissione della politica monetaria, non resistono all'analisi approfondita. Nessuno di questi benefici richiede una valuta centralizzata, tanto meno un monopolio monetario controllato da una banca centrale. Se questi fossero i veri obiettivi, i policymaker incoraggerebbero una maggiore decentralizzazione e concorrenza anziché una maggiore pianificazione centralizzata. L'obiettivo è un maggiore controllo statale e un rapido finanziamento della spesa pubblica, non reali miglioramenti per consumatori o risparmiatori.

Una CBDC è la prova che il sistema bancario centrale non vuole rafforzare la valuta rendendola attraente per gli investitori, ma imporne l'uso.

Nell'ottobre 2025 la BCE ha firmato accordi con dieci delle maggiori aziende tecnologiche per fornire le principali componenti operative e infrastrutturali per il previsto euro digitale, per un valore di oltre €1,1 miliardi. Tra queste figurano aziende come Giesecke+Devrient (che produce soluzioni di pagamento offline), Feedzai (che utilizza l'intelligenza artificiale per individuare le frodi), Almaviva e Fabrick (che realizzano app di portafoglio mobile) e Senacor FCS (che rende sicura la condivisione delle informazioni di pagamento). Gli accordi preparano l'Eurozona a un possibile lancio dell'euro digitale entro il 2029. Riguardano lo sviluppo software, la sicurezza e la gestione delle frodi.

La BCE afferma che questi accordi sono solo di pianificazione e che la moneta non verrà emessa fino all'approvazione delle leggi e delle fasi successive del progetto. I fornitori della tecnologia contribuiranno a progettare e testare diversi requisiti tecnici, come il monitoraggio delle frodi in tempo reale e l'utilizzo offline. Nessuno di questi elementi riduce la preoccupazione per la privacy, il controllo e l'erosione dei meccanismi di credito così come sono attualmente in vigore.

Le banche commerciali europee temono che un euro digitale possa danneggiare i loro principali modelli di business, e hanno ragione. I legislatori del Parlamento europeo temono che un euro digitale possa costringere le persone a trasferire ingenti somme di denaro dalle banche commerciali ai conti delle banche centrali, il che danneggerebbe l'erogazione del credito al settore privato. La banca centrale avrebbe accesso a tutti i dati finanziari dei cittadini, sollevando gravi preoccupazioni sulla privacy, anche se “promette” di non utilizzarli.

Le banche sostengono che un euro digitale, considerato esente da rischi a livello ufficiale, sottrarrebbe fondi al sistema finanziario privato, rendendo più difficile per gli istituti finanziari erogare prestiti e dare priorità al credito ai governi piuttosto che ai prestiti a famiglie e imprese. Inoltre i costi di conformità e infrastrutturali sono enormi, le normative sono poco chiare e vaghe e le tutele della privacy sono, nella migliore delle ipotesi, indefinite.

Una CBDC consentirebbe alle banche centrali di monitorare quasi tutte le transazioni e le decisioni finanziarie dei cittadini, eliminando la privacy associata al contante e dando agli stati il potere di indagare, limitare, o persino sanzionare le attività finanziarie degli utenti. Le banche centrali possono anche aumentare rapidamente l'offerta di moneta con un euro digitale diretto, senza i consueti limiti derivanti dalla domanda di credito nel settore bancario. Ciò elimina i limiti attuali all'inflazione e rende la politica monetaria direttamente subordinata alle priorità politiche.

La CBDC spingerà inevitabilmente le banche commerciali verso un ruolo marginale, creando una pericolosa concentrazione del potere finanziario nelle mani di politici e tecnocrati.

L'indipendenza della banca centrale e le leggi che garantiscono la privacy forniscono risposte vaghe a tutte queste preoccupazioni. Tuttavia la centralizzazione è sempre una minaccia, e quelle leggi e la loro presunta indipendenza sono ampiamente messe in discussione quando la banca centrale ha costantemente ceduto alle pressioni politiche per utilizzare strumenti monetari espansivi per il finanziamento pubblico. È probabile che l'euro digitale diventi un ulteriore strumento per una rapida e illimitata espansione fiscale e la conseguente perdita del potere d'acquisto della valuta, man mano che i limiti offerti dall'intermediazione bancaria vengono eliminati.

Se gli stati vogliono più efficienza, tecnologia e una moneta più forte, apprezzata a livello globale, dovrebbero incoraggiare la decentralizzazione e la competizione, non il contrario.

I contratti tra la BCE e le principali aziende tecnologiche stanno gettando le basi tecniche per un euro digitale. Purtroppo la privacy e l'indipendenza non hanno alcuna priorità. L'euro digitale presenta gravi problemi sistemici, economici ed etici e può essere utilizzato da stati con problemi di spesa e debito insostenibili per svalutare la valuta e utilizzarla per finanziare progetti clientelari e improduttivi. Le banche europee sono preoccupate, e a ragion veduta. Il rischio di un allentamento eccessivo della politica monetaria e di un conseguente finanziamento eccessivo della spesa pubblica è significativo.

Un euro digitale è una forma di sorveglianza mascherata da denaro, e gli stati faranno tutto il possibile per utilizzarlo come strumento per il finanziamento diretto dei deficit. Se credete che gli stessi politici e stati che non hanno fatto nulla per controllare l'accumulo di debito e la spesa in eccesso difenderanno il potere d'acquisto della moneta, state sognando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Trump vs. NATO — Would He Actually Leave?

Lew Rockwell Institute - Mer, 18/03/2026 - 17:45

NATO should have been disbanded when the Warsaw Pact was disbanded in 1991. Its continuance has been a drain on the American people ever since. But the Empire, despite its protestations, gains many benefits from keeping NATO around. NATO is one of the primary ways that the Empire maintains great “influence” over Europe. So will President Trump actually get out of NATO because they won’t help him in his great debacle in Iran?

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La caduta libera geopolitica della Germania: Pechino mostra il cartellino rosso a Berlino

Freedonia - Mer, 18/03/2026 - 11:09

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-caduta-libera-geopolitica-della)

Il drammatico crollo economico della Germania sta trascinando con sé anche la sua posizione geopolitica. Il Ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha ormai imparato cosa significa essere trattato come un diplomatico di secondo piano, ricevendo il cartellino rosso da Pechino. Un'umiliazione e un rimprovero per la Germania.

La scuola della vita può essere crudele: crescere di solito significa abbandonare i propri ideali elevati, le ideologie marginali e la mentalità sognante di un'esistenza inesperta, a favore della dura realtà del mondo. La realtà segue le sue regole, indifferente all'autoinganno.

Quel momento di maturità, l'uscita dalla bolla dell'ideologia di partito, è ormai arrivato per il massimo diplomatico tedesco.


Un ministro delle fantasie

Johann Wadephul, che vagava nel Paese delle meraviglie attribuendo il miracolo economico tedesco agli immigrati turchi, ha dovuto annullare all'ultimo minuto la sua prima visita ufficiale in Cina perché Pechino non ha ritenuto necessario parlare con una delegazione tedesca.

Il cristiano-democratico sta scoprendo, proprio come il suo collega di partito, Friedrich Merz, che il drammatico declino economico della Germania ha come conseguenza immediata anche la perdita di rilevanza geopolitica.

Il primo viaggio di Wadephul in Cina era inteso come un ripristino delle relazioni diplomatiche con Pechino. Una delegazione imprenditoriale di alto profilo avrebbe dovuto accompagnarlo e contribuire ad allentare le tensioni sulle cruciali forniture di terre rare.

Da settimane la Cina minaccia di vietare completamente le esportazioni, una misura che paralizzerebbe all'istante importanti industrie tedesche.


Improvvisamente gli affari contano

La delegazione avrebbe dovuto includere rappresentanti dell'industria automobilistica tedesca, di Siemens Healthineers, dell'Associazione Tedesca di Robotica e di un importante importatore di terre rare. Insieme, avrebbero dovuto allentare la pressione a Pechino e garantire l'accesso alle risorse essenziali di cui la base industriale tedesca non può fare a meno.

Quando Pechino ha chiarito che non avrebbe preso in considerazione ulteriori colloqui oltre alla riunione obbligatoria dei ministri degli Esteri, Wadephul è stato costretto ad annullare il viaggio. Un ultimo disperato tentativo di salvare la faccia e limitare i danni politici.

Forse Wadephul avrebbe dovuto imitare il suo predecessore, Annalena Baerbock, e concentrarsi su un'evasione morale e filosofica come fece lei. È una strategia innocua, in linea con lo spirito del tempo tedesco e gli avrebbe fatto guadagnare punti preziosi tra i partner di coalizione a sinistra.


Il tallone d'Achille

In questo momento l'Europa avrebbe disperatamente bisogno di una delegazione che si posizioni in modo intelligente sulla scia degli americani.

Ogni gigante ha una debolezza. L'economia cinese è intrappolata in una spirale deflazionistica, innescata dai dazi draconiani statunitensi e da una crisi immobiliare di lunga data, causata da una massiccia allocazione di capitali da parte dello stato.

La deflazione è fatale, perché la crescita della Cina si basa sulla macchina del credito fiat. L'aumento delle insolvenze si traduce in una contrazione del portafoglio prestiti. Il turbo del credito si inceppa, il valore delle garanzie crolla a causa di svendite forzate e sovrapproduzione, soprattutto nel settore immobiliare. A questo punto lo stato deve intervenire di nuovo, iniettare altro credito e indebolire ulteriormente la propria valuta.

È un circolo vizioso che attanaglia quasi tutte le economie moderne.

La risposta della Cina è sempre stata la stessa: un colossale motore di sussidi alle esportazioni, un modello mercantilista costruito a spese dei partner commerciali che hanno perso capacità produttiva a favore della Cina.

Il surplus commerciale di Pechino rappresenta circa l'1% del PIL mondiale. Circa $1.000 miliardi, alimentato da ingenti aiuti all'esportazione.

A tutto questo si aggiungono i cavalli di Troia geopolitici come la Belt and Road Initiative, i quali aprono mercati ovunque la Cina abbia bisogno di materie prime.


La Cina è alla disperata ricerca di mercati sostitutivi

Il mercato interno europeo è diventato essenziale per Pechino per smaltire la produzione in eccesso. Il mercato statunitense è sempre più bloccato dall'offensiva tariffaria di Donald Trump: le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono crollate di un impressionante 27%.

Allo stesso tempo le esportazioni cinesi verso la Germania sono aumentate del 10,7% nella prima metà dell'anno.

Per evitare un collasso del mercato del lavoro interno, Pechino sta inondando i mercati alternativi con sovraccapacità. Il Partito Comunista si trova ad affrontare un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 20%. L'esplosivo sociale è proprio qui.

È proprio qui che l'Europa, e in particolare Berlino, potrebbe fare leva. Nella crescente lotta per l'accesso alle terre rare, cruciale per l'industria tedesca e in particolare per le case automobilistiche, l'Europa potrebbe costruire un reale potere contrattuale alleandosi con gli Stati Uniti.


Irresponsabile e testardo

Considerando il predominio della Cina nel settore della raffinazione delle terre rare, pari al 90%, è irresponsabile non schierarsi con Washington e non assicurarsi vantaggi strategici per la sopravvivenza industriale dell'Europa.

Ideologicamente rigida, strategicamente ingenua e gravemente indebolita dai suoi disastri commerciali con gli Stati Uniti, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, barcolla da un pseudo-vertice all'altro come una regina di Bruxelles detronizzata.

Si ha l'impressione che l'intero circo del clima, la solidarietà teatrale nei confronti dell'Ucraina e l'atteggiamento delirante dei verdi siano diventati una sovracompensazione psicologica per il fallimento visibile del progetto di Bruxelles.


È tempo di cercare un'alleanza con gli Stati Uniti

L'Europa avrebbe dovuto abbracciare la suddivisione geopolitica del mondo con Washington fin dall'inizio. Soprattutto ora che gli Stati Uniti, sotto la guida di un presidente iperattivo in politica estera, rivendicano apertamente la leadership. Trump ha ragione a criticare il protezionismo dell'UE, l'onnipresente regolamentazione climatica e una politica sempre più ostile ai mercati.

Washington è all'offensiva: deregolamentazione, tagli alle tasse, abbandono del culto quasi religioso del clima. E funziona: l'economia statunitense cresce del 3,8%, il nuovo debito è sceso dal 6,7 al 5,8%. Trump sta ricalibrando il sistema mentre l'Europa precipita nella direzione opposta: debito più alto, recessione più profonda.

Wadephul e i suoi colleghi diplomatici europei devono accettare questa realtà e abbandonare la loro crociata sulla censura, abolire del tutto il Digital Services Act, il Digital Markets Act e il regime di sorveglianza online. Dovrebbero invece perseguire un commercio equo con gli Stati Uniti, senza protezionismo climatico.

L'Europa è povera di risorse e dipendente dall'energia, importando fino al 60% del suo fabbisogno energetico. Senza l'energia e le materie prime russe, il modello di prosperità europeo crolla.

E l'attacco a un riavvicinamento eurasiatico tra l'Europa continentale e la Russia, ricca di risorse, non è arrivato da Washington, nonostante i mantra mediatici contrari. È arrivato direttamente dal cuore dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La Cina sta davvero scaricando i titoli del Tesoro americani?

Freedonia - Mar, 17/03/2026 - 11:07

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-cina-sta-davvero-scaricando-i)

 “La Cina sta vendendo i titoli del Tesoro USA per uscire dal dollaro”. Questa affermazione è circolata ultimamente sui principali social media, accompagnata anche da frasei come “la fine del dollaro è vicina”,  o “gli Stati Uniti perderanno la loro base di finanziamento” e “i rendimenti obbligazionari saliranno alle stelle”.  Ma queste affermazioni sono fondate? È ciò che approfondiremo oggi.

Cominciamo con il grafico che preoccupa tutti. Come mostrato, le disponibilità cinesi di titoli del Tesoro statunitensi sono scese da quasi $1.200 miliardi a $600 miliardi, ovvero un calo del 50%. A prima vista si possono certamente comprendere i motivi della preoccupazione, poiché il calo delle disponibilità nell'ultimo decennio supporta una trama chiara.

Tuttavia il problema è il passaggio tra l'osservazione e la conclusione. Una voce di bilancio inferiore per “Cina continentale” non equivale a una vendita forzata, non dimostra l'intenzione, né dimostra un'uscita strutturale. Ciò che dimostra è una mancanza di comprensione delle dinamiche di gestione delle valute di riserva e, nel caso della Cina, della necessità di proteggere tali riserve.

Cominciamo con il Dipartimento del Tesoro americano che afferma che le tabelle delle partecipazioni sono costruite “principalmente sulla base dei dati di custodia”. Questa frase è importante. I dati di custodia registrano dove i titoli sono detenuti per il regolamento e la custodia.  Il depositario non è la stessa persona rispetto al beneficiario effettivo, e questa distinzione indebolisce la narrazione catastrofista.

Questa voce nelle FAQ del Dipartimento del Tesoro americano è la più importante:

Se un titolo del Tesoro acquistato da un residente estero viene detenuto in un conto di custodia in un Paese terzo, il vero Paese di proprietà non verrà indicato.

Rileggete questa citazione.

Il sistema è progettato per monitorare la posizione dei titoli, non il bilancio di chi ne sopporta il rischio. Questo punto è di fondamentale importanza quando si parla di una possibile dismissione da parte della Cina dei suoi titoli obbligazionari e di un allontanamento dal dollaro.

Chi giunge a questa conclusione non si è preso il tempo di porsi la domanda giusta: “Dove si è spostata la custodia?” Questa domanda è importante per gli investitori perché modifica la valutazione del rischio. Se la Cina stesse liquidando, ci si aspetterebbe una pressione sulle aste dei titoli del Tesoro americano, una tensione persistente sui bilanci degli operatori e una tensione evidente sui mercati dei finanziamenti in dollari. Sebbene questi episodi si verifichino di tanto in tanto, spesso legati alla politica della FED o a shock di rischio, non esiste un chiaro collegamento con la  trama del “dumping cinese”.

Un modo migliore per affrontare la questione è seguire il percorso della transazione che ci porta al collegamento tra Belgio e Lussemburgo.


Il collegamento tra Belgio e Lussemburgo

Nell'ultimo decennio il rischio geopolitico è aumentato. Sono state imposte pesanti sanzioni a Iran e Russia, sono stati congelati o sequestrati beni e sono state esercitate pressioni politiche. Se siete un Paese con significative riserve in dollari e rischiate sanzioni o sequestri, quali misure potreste adottare per limitare tale rischio? Ecco un buon esempio:

“I decisori politici [a Pechino] sono consapevoli del precedente stabilito nel 2022, quando gli Stati Uniti e i loro alleati congelarono circa $300 miliardi di riserve della banca centrale russa dopo l'invasione dell'Ucraina. La preoccupazione è che, se le tensioni dovessero intensificarsi, gli Stati Uniti potrebbero – in uno scenario estremo – limitare l'accesso agli asset in dollari pubblici e privati della Cina in modo analogo.” – Bloomberg

È fondamentale comprendere le due principali ragioni economiche per cui la Cina acquista e detiene titoli del Tesoro statunitensi. La ragione più importante è che la Cina desidera che la sua valuta, lo yuan, sia ancorata al dollaro, una pratica comune a molti Paesi sin dalla Conferenza di Bretton Woods del 1944. Uno yuan ancorato al dollaro contribuisce a contenere il costo delle esportazioni cinesi, in particolare verso gli Stati Uniti, il suo principale cliente, il che, secondo il governo cinese, lo rende più forte sui mercati internazionali. In secondo luogo l'ancoraggio al dollaro aggiunge stabilità allo yuan, poiché il dollaro è ancora considerato la valuta più sicura al mondo. Per condurre scambi commerciali su scala globale, detengono le loro riserve in titoli del Tesoro statunitensi, oro o dollaro stesso.

Tuttavia il fatto che la Cina possieda titoli del Tesoro statunitensi non significa che debba detenere riserve negli Stati Uniti. Osservate la stessa tabella delle riserve e concentratevi su Belgio e Lussemburgo. Nell'istantanea di novembre 2025 il Belgio mostra circa $481 miliardi in titoli del Tesoro americani, mentre il Lussemburgo circa $425 miliardi. Si tratta di cifre enormi per Paesi molto piccoli che non stanno accumulando riserve su tale scala.

In realtà Lussemburgo e Belgio “ospitano” la custodia per la Cina. Per avere un'idea, si veda il grafico delle disponibilità in titoli del Tesoro USA di Cina e Belgio. Nello stesso periodo, mentre le disponibilità della Cina sono diminuite di $600 miliardi, quelle del Belgio sono aumentate di $500 miliardi.

Ecco perché le FAQ del Dipartimento del Tesoro americano puntano direttamente a questo problema e indicano i “principali centri finanziari”, come Lussemburgo e Belgio, una fonte di “pregiudizio in materia di custodia”. Il grafico seguente confronta le disponibilità dei titoli del Tesoro americani in mano alla Cina con i suoi  conti “in custodia”, mostrando che le sue disponibilità in titoli del Tesoro statunitensi sono sostanzialmente le stesse di quelle nel 2011.

Non si tratta di una cospirazione, è così che funziona la cosiddetta idraulica finanziaria. Uno dei motivi principali per cui la Cina utilizza il Belgio come sede di custodia, oltre a evitare il rischio geopolitico, è che Euroclear Bank ha sede lì e si colloca al centro del saldo transfrontaliero e della mobilità delle garanzie. Il depositario internazionale di Clearstream ha sede in Lussemburgo e serve la stessa clientela istituzionale globale. Quando una banca centrale o un'istituzione statale desidera detenere un ampio portafoglio di titoli del Tesoro con opzioni flessibili di regolamento e garanzie, questi hub contribuiscono ad affrontare le sfide operative.

Con questa consapevolezza, dovrebbe essere chiaro che la narrazione “La Cina sta vendendo obbligazioni” è incompleta. Questo è un guaio quando chi cerca di costruire una narrazione per ottenere titoli, clic o visualizzazioni, si concentra su una sola voce, ignorando il quadro generale.

Brad Setser del Council on Foreign Relations ha ripetutamente sottolineato che i dati riportati sottostimano l'esposizione della Cina alle obbligazioni denominate in dollari a causa dei depositari offshore e delle riallocazioni di portafoglio tra strumenti in dollari. Per usare le sue parole: “La Cina non si sta allontanando dal dollaro o dalle obbligazioni denominate in dollari”.

Ciò ci porta alla domanda successiva: perché la Cina dovrebbe cambiare il custode?


Perché la Cina si serve di altri Paesi per acquistare e detenere titoli del Tesoro americani?

Abbiamo già accennato all'importanza di evitare il rischio geopolitico, ma ci sono quattro ragioni pratiche per cui la Cina dovrebbe spostare le proprie partecipazioni in custodia, nessuna delle quali richiede un'uscita dai titoli obbligazionari statunitensi.

  1. Efficienza e scalabilità del saldo: ampi portafogli di riserve richiedono scalabilità, ridondanza operativa e una profonda connettività di saldo. Gli hub di custodia europei forniscono tutto ciò. Il lavoro di Euroclear sul saldo dei pronti contro termine DVP del Tesoro statunitense è un segnale di dove le istituzioni desiderano migliorare i flussi per la movimentazione delle garanzie e il saldo dei pronti contro termine. Quando l'infrastruttura migliora, la domanda segue. Detenere tramite un hub spesso riduce gli attriti.

  2. Mobilità del collaterale e opzionalità del finanziamento: i titoli del Tesoro americani sono una garanzia collaterale, non sono solo un investimento. Sono uno strumento di finanziamento. Un portafoglio detenuto presso un hub si collega più facilmente ai mercati dei pronti contro termine, del prestito titoli e della trasformazione del collaterale. Questo è importante per le istituzioni che gestiscono la liquidità. Se si desidera avere la possibilità di raccogliere rapidamente dollari a fronte del collaterale titoli del Tesoro americani, la sede di custodia è importante.

  3. Gestione del rischio dopo gli shock delle sanzioni: in seguito al congelamento delle riserve russe nel 2022, i gestori delle riserve hanno iniziato a rivalutare le esposizioni legali e operative. Il Financial Times ha ampiamente trattato il ruolo centrale di Euroclear nella custodia delle riserve russe congelate e i relativi dibattiti politici. La lezione per i gestori delle riserve globali è semplice: gurisdizione, perimetro legale e punti di contatto operativi sono importanti. Cambiare le rotte di custodia e saldo è una delle risposte.

  4. Analisi dei dati e composizione del portafoglio: la tabella dei titoli del Tesoro americani è ampiamente citata e allo stesso tempo ampiamente fraintesa. Un passaggio dalla custodia diretta a un Paese terzo modifica ciò che la tabella mostra. Alcuni investitori interpretano la tabella come un punteggio di fedeltà, ma questa interpretazione è errata. C'è anche un fattore di composizione: un detentore può ridurre le proprie posizioni in titoli del Tesoro americani aumentando l'esposizione ad altri asset denominati in dollari, come oro, debito pubblico o depositi, pur rimanendo all'interno del sistema del dollaro. Ciò può ridurre la voce “solo titoli del Tesoro” senza ridurre l'esposizione in dollari.

Quando si vede un calo del valore nella voce della “Cina continentale”, la risposta giusta è pensare per livelli: 1) Custodia, 2) Combinazione di strumenti, 3) Funzione di finanziamento e garanzia e 4) Gestione del rischio geopolitico.

Mettendo insieme questi elementi, l'incentivo a utilizzare Belgio e Lussemburgo è chiaro. L'obiettivo non è una mossa dettata dal panico per attuare una “de-dollarizzazione”, cosa che danneggerebbe l'economia cinese, bensì guadagnare efficienza operativa e opzioni in un mondo in cui finanza e politica si scontrano sempre più spesso.

Ora fate un passo indietro e ponetevi la domanda: cosa significa tutto questo per voi e per il vostro portafoglio?


Come gli investitori dovrebbero considerare i titoli del Tesoro USA nei portafogli

Gli investitori dovrebbero considerare i titoli del Tesoro americani come uno strumento, non come un referendum sulla geopolitica. Tuttavia per il risultato del proprio portafoglio è fondamentale comprendere il contesto complessivo del funzionamento del “sistema finanziario”.

Pertanto gli investitori dovrebbero iniziare a considerare il ruolo dei titoli del Tesoro americani nei mercati mondiali:

• Ancorare il prezzo del dollaro senza rischi;

• Si trovano al centro dei sistemi di riacquisto e di garanzia;

• Fungere da asset di compensazione in caso di stress.

Tali funzioni non scompaiono perché un Paese modifica le sedi di custodia.

In secondo luogo concentratevi sui veri fattori che determinano i rendimenti dei titoli del Tesoro americani. Il loro rendimento è determinato dalle aspettative di crescita economica e inflazione nel tempo. La politica della Federal Reserve determina il front-end della curva dei tassi di interesse; la crescita economica e l'inflazione determinano il back-end. Il grafico mostra una forte correlazione tra il risultato composito di PIL, inflazione e tassi di interesse. Questi fattori sono più importanti delle notizie su un singolo detentore estero.

Successivamente, come investitori, dovreste costruire la vostra esposizione agli investimenti in titoli del Tesoro americani basandovi su obiettivi piuttosto che su narrazioni.

• Il controllo della liquidità e dei prelievi comporta un maggior numero di titoli del Tesoro americani a breve e medio termine, che spesso fungono da zavorra per il portafoglio durante le fasi di stress azionario.

• Un reddito con volatilità controllata, una scala lungo la curva a sinistra e centrale aiuta a gestire il rischio di reinvestimento.

Compensare l'incertezza dell'inflazione, combinare i titoli del Tesoro nominali con i TIPS.

Infine evitate l'errore comune di basare le decisioni obbligazionarie su una narrazione fuorviante. I titoli del Tesoro USA non sono esenti da rischi, pertanto gli investitori devono concentrarsi sui rischi che contano per i loro investimenti obbligazionari.

• Rischio di durata;

• Rischio di inflazione;

• Rischio politico.

La  narrazione del “dumping cinese” non è un rischio di cui preoccuparsi.

Concentratevi su ciò che conta, allineando durata e sensibilità all'inflazione al vostro orizzonte temporale e alla vostra tolleranza al rischio. Trattate i titoli dei giornali come rumore di fondo e i titoli del Tesoro americani come uno strumento di portafoglio pensato per flussi di cassa, liquidità e controllo del rischio. Se farete così, otterrete risultati decisamente migliori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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I leader dell’UE chiedono un “reset normativo”, ma è solo l’ennesimo gioco di potere

Freedonia - Lun, 16/03/2026 - 11:05

L'Eurozona è un esempio lampante di come uno stato ipetrofico distrugga la crescita dell'occupazione, i miglioramenti dei salari reali e gli investimenti. Il modesto miglioramento dell'attività economica si accompagna a un calo delle assunzioni e degli investimenti. Gli aumenti delle tasse e le linee di politica insistenti su emissioni zero hanno decimato l'industria e azzerato la crescita dell'occupazione. Questi evidenti trend di deterioramento economico si verificano in un periodo di crescita artificiale del PIL. La spesa pubblica è ora uno dei principali fattori di “crescita economica” in Francia, Regno Unito, Germania e altre grandi economie europee. Escludendo l'aumento della spesa pubblica, la maggior parte di queste economie è in recessione. Il Global Economic Outlook di ottobre 2025 di S&P Global ci segnala che la crescita della produzione è sempre più sostenuta dall'irresponsabilità fiscale piuttosto che dal dinamismo del settore privato. La relazione afferma che “le politiche fiscali più accomodanti negli Stati Uniti e in Germania sostengono la crescita”, ma avverte altresì che “la fragilità dei mercati del debito sovrano in molte delle maggiori economie europee rimane una fonte chiave di rischio”. I programmi di “investimenti pubblici” nell'Eurozona e nel Regno Unito hanno parzialmente compensato la debole domanda privata. Rimane un'enorme scia di debito, la quale porta a ulteriori aumenti delle imposte. La spesa pubblica e l'inflazione persistente gonfiano la crescita nominale, mentre la produttività economica reale e le opportunità di lavoro nel settore privato si deteriorano. Uno stato ipertrofico significa bassa crescita, tasse elevate, salari reali bassi e un persistente rallentamento della produttività. Investimenti improduttivi e interventi governativi eccessivi sono ormai la norma nelle principali economie europee. SP Global spiega inoltre che “i settori più sensibili ai tassi di interesse, come l'industria manifatturiera e l'edilizia, rappresentano una quota inferiore dell'attività economica nelle economie avanzate rispetto al passato”. Tuttavia il problema non sono solo i tassi di interesse, ma anche l'aumento delle tasse e le normative insormontabili che frenano l'attività nei settori ad alto moltiplicatore. L'agenda 2030, insieme alle cosiddette normative verdi e alle linee di politica emissioni zero, ha portato a un'allocazione errata del capitale e a distorsioni economiche, pertanto gli incrementi di produttività sono sempre più limitati ai settori digitale e finanziario. L'espansione fiscale ora alimenta la maggior parte dell'attività economica principale nei Paesi sviluppati, con effetti collaterali negativi ovunque. L'onere del servizio del debito sta manifestando un effetto crowding out sempre più marcato sul settore privato, le tasse elevate limitano gli investimenti e le assunzioni e la regolamentazione rende l'economia stagnante. La pistola fumante di questo esito è la generazione/consumo di energia elettrica e il consumo di gas: trend in vistoso calo in UE rispetto agli USA, sintomo che il comparto industriale europeo è diventato una “specie” a rischio estinzione come i panda. Con l'aumento dei rendimenti dei titoli di stato, poi, Paesi come la Francia e il Regno Unito si trovano già ad affrontare “circoli viziosi” di crescita più lenta e costi di finanziamento più elevati.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-leader-dellue-chiedono-un-reset)

Le critiche alle politiche normative dell'Unione Europea si fanno sempre più forti. In una lettera a Ursula von der Leyen, 19 capi di governo dell'UE chiedono l'abolizione di “norme superflue e squilibrate”.

È un grottesco teatro politico quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. Diciannove capi di governo dell'UE hanno firmato una lettera semi-pubblica – ottenuta da Handelsblatt – chiedendo nientemeno che un “reset normativo” a Bruxelles. Questa richiesta arriva dopo anni in cui gli stessi governi hanno diligentemente costruito il colosso eco-burocratico dell'UE.


Merz rinnova le sue critiche

La lettera seguiva di pochi giorni le dure dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha criticato l'eccessiva regolamentazione di Bruxelles e il conseguente onere burocratico, fattori che hanno contribuito in modo significativo alla crisi economica della Germania.

Intervenendo alla Giornata delle PMI della Mittelstands- und Wirtschaftsunion a Colonia, Merz ha dichiarato: “Permettetemi di essere un po' più schietto: dobbiamo dare una lezione a questa macchina di Bruxelles affinché si fermi una volta per tutte”.

Ha criticato aspramente la macchina legislativa dell'UE per aver continuato il suo lavoro di regolamentazione “senza sosta, indipendentemente dal fatto che sia stato eletto o meno un nuovo Parlamento, o che una nuova Commissione sia in carica o meno”.

Parole dure da parte di un cancelliere che, a livello nazionale, non è riuscito finora a riformare nemmeno un singolo aspetto dell'eccesso di regolamentazione della Germania, degli elevati oneri fiscali, o del suo Stato sociale ipertrofico.


Un’offensiva di pubbliche relazioni?

Le parole di Merz sembravano aver preparato il terreno per un'ondata di critiche più ampia, culminata nella lettera firmata da 19 leader dell'UE. Oltre a Merz, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni si sono uniti apertamente al coro contro la frenesia normativa di Bruxelles.

Il loro obiettivo dichiarato: riportare l'Europa su un percorso di crescita e competitività.

La lettera chiedeva l'eliminazione di “regolamentazioni superflue, eccessive o sbilanciate”. Una verità lapalissiana, forse, ma di fronte al disordinato apparato normativo di Bruxelles, questa sembra una richiesta massimalista, poiché una vera riforma richiederebbe anche lo smantellamento di parti della burocrazia stessa.

Gli autori chiedono inoltre che le PMI siano esentate dagli obblighi di rendicontazione, come quelli previsti dalla legge sulle catene di approvvigionamento, e dalle assurde normative climatiche, come il regolamento UE sulla deforestazione.


Sussidi, ancora una volta

Ancora più significativi sono i paragrafi finali della lettera. Qui venivano svelate le vere intenzioni: richieste di norme più flessibili su sussidi e fusioni aziendali. L'entità di questi sussidi non è un mistero: riguardano gli enormi fondi stanziati nei bilanci dell'UE e nazionali per i programmi climatici e, forse, per la costruzione di un'economia di guerra europea.

In altre parole la trasformazione verso un'economia UE sempre più centralizzata dovrebbe procedere in modo più fluido. Il recente appello di Merz a un “patto europeo per la competitività” e i suoi avvertimenti sulla concorrenza di Asia e Stati Uniti non sono di per sé sbagliati, ma la questione cruciale è come interpretare questa sfida e come affrontarla.

In particolare, non è stato fatto alcun accenno alla possibilità di ridurre le assurde tasse sulla CO2 imposte dal blocco europeo.


Il piano Draghi come modello

Bruxelles e le capitali dell'UE si stanno ora allineando, di fatto, al progetto delineato da Mario Draghi, il quale aveva auspicato un fondo di investimento del valore di €800 miliardi all'anno per l'economia dell'Eurozona, affiancato da una deregolamentazione laddove ciò fosse di interesse per Bruxelles.

In breve: i flussi di capitale devono essere incanalati meglio nei canali preferiti da Bruxelles, in modo rapido, concentrato e con una burocrazia minima. I decisori politici sperano che ciò inneschi una sorta di effetto economico auto-riparante, ma la crisi stessa è in gran parte la conseguenza proprio di questa cattiva allocazione dei capitali e di questa regolamentazione eccessiva dall'alto verso il basso.

L'Europa ha chiaramente scelto la strada dell'isolazionismo: centralizzazione, indebitamento e finanziamento cronico in deficit. È un vicolo cieco e Bruxelles ne è la manifestazione più evidente.


Cortine fumogene

Il fatto che 19 leader dell'UE abbiano criticato pubblicamente la linea di politica normativa di Bruxelles è degno di nota per due motivi. In primo luogo, solleva la questione se Bruxelles sia davvero diventata un'astronave burocratica, così distaccata dalla realtà che i suoi occupanti non si accorgono più del rapido declino economico dell'Europa.

Considerata l'orgia normativa degli ultimi anni, in gran parte giustificata da una visione apocalittica del cambiamento climatico, la risposta è molto probabilmente sì.

In secondo luogo il modo semi-pubblico in cui è stata presentata questa critica, tramite fughe di notizie selettive a testate come Handelsblatt, è stato scelto con cura per creare l'impressione che i governi nazionali siano ancora sovrani, economicamente competenti e attenti alle preoccupazioni dei loro cittadini.

In realtà si tratta del solito vecchio scontro tra Bruxelles e governi nazionali sempre più impotenti. A parte qualche caso isolato come l'Ungheria, la Repubblica Ceca o, di recente, la Polonia, tutti condividono la stessa linea ideologica.


Von der Leyen saldamente in controllo

La Von der Leyen potrebbe sembrare isolata, ma ha già raggiunto il suo obiettivo principale: espandere il bilancio della Commissione UE per il periodo 2028-2034 a circa €2.000 miliardi. Circa €750 miliardi – più di un terzo – finiranno nei canali inariditi del clientelismo verde. A ciò si aggiungeranno ingenti iniezioni di sussidi nazionali, come i fondi speciali per la Germania.

Un simile intervento statale non può essere attuato senza una regolamentazione aggiuntiva e una burocrazia ancora più grande.

Quindi, nonostante il linguaggio altisonante della lettera alla von der Leyen, non ci sarà alcun alleggerimento normativo o amministrativo reale per le imprese.

In definitiva, lei non dovrebbe essere giudicata dalle sue parole – o da quelle dei suoi critici – ma dalle sue azioni. E da questo punto di vista, la sua direzione politica è già chiara.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Modelli di paradosso

Freedonia - Ven, 13/03/2026 - 11:11

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/modelli-di-paradosso)

Dopo la pubblicazione del pezzo, Il modello sottostante, sul ruolo dell'USAID nella gestione della percezione globale, la risposta è stata straordinaria: ha generato centinaia di commenti che esploravano questi modelli da diverse prospettive. Ciò che sta emergendo qui è raro e prezioso: una comunità unita non dalla politica, ma da un impegno condiviso per il riconoscimento di modelli e la ricerca della verità.

Un commento di ieri a quel post fornisce un perfetto caso di studio sul funzionamento dell'ingegneria della coscienza. Un lettore ha contestato una cifra da me citata: “$34 milioni alla rivista Politico”. Ha fatto bene a segnalare questo errore: l'importo effettivo negli ultimi anni è molto inferiore, circa $20.000 all'anno per gli abbonamenti.

Per essere chiari, non sono un giornalista di professione o di formazione: sono solo un tizio che esplora idee e modelli, spesso discutendo di eventi degni di nota che li illuminano. La cifra di $34 milioni deriva dai primi resoconti che ho letto e non ho notato le correzioni successive. Quando il commentatore ha suggerito che potrei “ingannare deliberatamente” i lettori, mi è sembrato particolarmente rivelatore. Per quale scopo avrei dovuto ingannarli intenzionalmente?

Tuttavia ciò che entrambi abbiamo trascurato racconta una storia a sé stante. Mentre io ho esagerato la cifra e il commentatore si è concentrato sui piccoli pagamenti annuali, i dati di USASpending.gov (cercate “Politico, LLC”) mostrano che il governo degli Stati Uniti ha versato a Politico $8,2 milioni in 237 transazioni sin dal 2008, principalmente per gli abbonamenti a Politico Pro, uno strumento di analisi politica, sebbene il contributo diretto di USAID sia stato di soli $20.000-24.000 all'anno per gli abbonamenti a E&E.

Mi sbagliavo sulla cifra iniziale e, sebbene il commentatore abbia correttamente indicato l'importo annuo, questo scambio di opinioni rivela qualcosa di importante: quanto facilmente possiamo essere colti in fallo a litigare su dettagli tecnici, perdendo di vista il quadro generale. L'attenzione del commentatore su un canone annuo di $20.000 appare ancora più limitata se si considera che Euronews, il quale si autodefinisce “imparziale e indipendente”, ha ricevuto €215,82 milioni dalla Commissione Europea tra il 2015 e il 2023, secondo i dati del Sistema di Trasparenza Finanziaria.

Ma ciò che è più rivelatore dell'errore in sé è ciò che ne è seguito: anziché confrontarsi con l'analisi più ampia di 3.500 parole sull'ingegneria della coscienza globale, inclusi i $472,6 milioni tramite Internews Network, la collaborazione con 4.291 organi di stampa per raggiungere 778 milioni di persone, il finanziamento per la ricerca del laboratorio a Wuhan, che alcuni sostengono abbia coinvolto esperimenti di guadagno di funzione insieme ad organi di stampa che hanno plasmato narrazioni correlate, i $2 milioni per l'assistenza di genere in Guatemala e i $68 milioni al World Economic Forum, il commentatore si è impossessato di questo singolo errore come se invalidasse l'intera tesi.

Quando ho riconosciuto l'errore ma ho cercato di rifocalizzare l'attenzione su questi schemi di influenza istituzionale, non c'è stato alcun coinvolgimento nonostante questi esempi documentati. Invece la conversazione si è immediatamente spostata sulle mie motivazioni politiche: “Siamo onesti su quale sia la tua vera argomentazione: credi che le opinioni liberal siano illegittime per definizione, mentre quelle conservatrici no”. Questo illustra perfettamente come il riconoscimento di schemi si trasformi in uno scontro tribale.

Questo schema – in cui la precisione tecnica diventa uno scudo contro il riconoscimento di sistemi più ampi – non è esclusivo di questo scambio. È una caratteristica fondamentale del modo in cui opera il controllo delle informazioni nella nostra epoca. È un paradosso: gli strumenti che rivelano la verità possono anche oscurarla, a seconda di come li usiamo.

Quando si studiano sistemi complessi, i singoli fatti sono certamente importanti. Ma concentrarsi esclusivamente sulla precisione, perdendo di vista il modello emergente, è come esaminare la struttura cellulare di un albero rifiutandosi di riconoscere di trovarsi in una foresta. Si potrebbe sapere tutto sulla biologia di quel singolo albero, ma non capire nulla dell'ecosistema in cui si trova. Il sistema di controllo narrativo prospera grazie proprio a questa dinamica: addestrare le persone a fissarsi sui dettagli tecnici, impedendo loro di riconoscere l'architettura di cui essi fanno parte.

Ho assistito ripetutamente a questo fenomeno durante il COVID, quando domande legittime su politiche senza precedenti sono state deviate attraverso meccanismi simili:

• “Non 10.000 casi di miocardite, solo 6.000” – concentrandosi sul conteggio preciso ignorando la realtà allarmante che migliaia di bambini hanno sofferto per questa infiammazione cardiaca;

• “Le mascherine bloccano il 30% delle particelle, non il 10%” – fissandosi sulle percentuali di efficacia tecnica ignorando l'attuazione di linee di politica disumanizzanti, senza solide prove scientifiche a supporto, che hanno ritardato cognitivamente una generazione di bambini;

• “La teoria della fuga dal laboratorio non è provata, è solo plausibile” – concentrandosi sul livello di certezza dopo aver censurato e diffamato coloro che l'hanno suggerita per oltre un anno.

Ogni controversia tecnica non serviva a chiarire la verità, ma a distogliere l'attenzione dal modello emergente: gli artefici delle narrazioni ufficiali sbagliavano praticamente tutto, non di poco, ma di tanto.


Il dialetto della divisione

Questo ripiegamento su posizioni dialettiche predeterminate, anziché sulla ricerca della verità, è ovunque non appena si comincia a notarlo:

• Mettere in discussione la narrazione sul conflitto in Ucraina vi fa immediatamente etichettare come “filo-Putin”, come se criticare l'espansione della NATO richiedesse di approvare l'aggressione russa;

• Quando si discute di politica sull'immigrazione esprimere preoccupazioni sulla sicurezza delle frontiere vi rende immediatamente “anti-immigrati”, come se complesse questioni politiche richiedessero posizioni binarie; 

• Sollevare dubbi sull'influenza dell'industria farmaceutica vi etichetta come “anti-scienza”, come se le motivazioni di profitto aziendale e la ricerca scientifica fossero in qualche modo la stessa cosa;

• Affermate che il sesso biologico esiste e diventerete immediatamente “transfobici”, come se riconoscere la realtà fisica negasse il trattamento di tutti con dignità e rispetto;

• Esprimere preoccupazione per la sorveglianza governativa equivale a “favorire l'estremismo”, come se proteggere le libertà civili significasse approvare comportamenti dannosi.

In ogni caso, posizioni sfumate vengono immediatamente ridotte a schieramenti predeterminati. La dialettica artificiale impone di scegliere una parte piuttosto che perseguire la verità ovunque essa porti. Questo non è casuale: è esattamente il modo in cui funziona il “paesaggismo mentale”.

Questa dinamica si è manifestata in tempo reale nello scambio summenzionato. Invece di discutere delle prove ben documentate dell'architettura sistematica della realtà, la conversazione si è subito spostata sulla “squadra” a cui appartenevo. I complessi schemi documentati in molteplici ambiti sono stati ridotti a semplici alleanze politiche, rendendo impossibile un dialogo produttivo.

Queste trappole dialettiche non limitano solo il nostro pensiero, ma frammentano attivamente le nostre comunità. Nel momento in cui etichettiamo qualcuno in base a una singola opinione, smettiamo di vederlo come un individuo complesso, con sfumature, contraddizioni e una ricca vita interiore. Invece lo appiattiamo in caricature, riducendo l'intera trama della sua umanità a una singola posizione o convinzione. Questa scorciatoia mentale può essere cognitivamente efficiente, ma devasta la nostra capacità di connessione e comprensione.

Queste caricature eliminano ogni sfumatura e umanità, riducendo individui complessi a prevedibili avatar di appartenenza tribale. La realtà è che la maggior parte delle persone non rientra perfettamente in questi schemi: contengono moltitudini, contraddizioni e prospettive uniche plasmate dalle loro particolari esperienze di vita. Ciononostante l'architettura dell'information design prospera su queste riduzioni, abituandoci a categorizzare e scartare automaticamente anziché impegnarci e comprendere.

È come se fossimo stati addestrati a considerare le questioni politiche e sociali come sport di squadra – Yankees contro Red Sox – dove la fedeltà alla propria squadra richiede di odiare l'altra parte e di non essere d'accordo con essa su ogni questione, piuttosto che vederle come ricerche collaborative di comprensione. Ma le nostre comunità non possono funzionare quando ogni questione diventa una gara con vincitori e vinti, anziché un'esplorazione condivisa.

Ciò che è più distruttivo in queste trappole dialettiche è il modo in cui ci impediscono di trovare un terreno comune. Quando ci allontaniamo dai binari precostituiti, spesso scopriamo che persone di diverse posizioni politiche condividono preoccupazioni fondamentali – sull'influenza delle aziende, elezioni eque, comunità sane e istituzioni responsabili – preoccupazioni che, se ignorate, aprono la strada all'ingegneria sociale.

Mi rifiuto di odiare i miei amici e vicini perché potrebbero vedere il mondo in modo diverso da me. Alcune delle persone che rispetto di più hanno opinioni radicalmente diverse dalle mie su questioni importanti. Molti mi hanno mostrato dove sbagliavo, permettendomi di crescere, e spero di aver fatto lo stesso per loro. Ciò che rende preziose queste relazioni non è l'accordo, ma la volontà di impegnarsi al di là di etichette e stereotipi, di vedersi come individui complessi piuttosto che come avatar di posizioni ideologiche. Queste relazioni mi hanno insegnato più di qualsiasi camera d'eco.

Affinché si verifichi un dialogo significativo abbiamo bisogno di una comprensione condivisa della realtà: non conclusioni identiche, ma almeno un accordo su cosa costituisca prova, come valutarla e la possibilità che uno dei due possa sbagliarsi. Quando questo terreno comune si erode, finiamo per parlare senza capirci, vivendo ciascuno in realtà separate senza alcun ponte per connetterci.


L'illusione della scelta

Il panorama mediatico si è trasformato da fornitore di informazioni a gestore della percezione: un'operazione sofisticata che asseconda i nostri gusti di parte, assicurandoci al contempo di rimanere divisi e distratti. È un capolavoro di ingegneria sociale: creare narrazioni apparentemente opposte, ciascuna attentamente calibrata per attrarre diversi segmenti demografici, garantendo al contempo che tutte le strade portino alla stessa destinazione, ovvero una popolazione frammentata da un disprezzo artificiale.

Ciò che rende questa operazione così efficace è il modo in cui imita la scelta eliminandola. Proprio come il cibo processato è disponibile in innumerevoli varietà, ma contiene tutti gli stessi ingredienti infiammatori, la nostra dieta mediatica offre un'apparente diversità, producendo costantemente gli stessi effetti tossici: indignazione, certezza e identificazione tribale. Ogni canale offre al suo pubblico esattamente ciò di cui ha bisogno: la conferma di convinzioni preesistenti, cattivi da disprezzare e la confortante illusione di superiorità morale e intellettuale.

Siamo tutti finiti in un grosso esperimento in stile Tavistock Institute.

Questa illusione di scelta artificiale si estende ben oltre il panorama mediatico. Lo stesso schema si riscontra nei nostri beni di consumo, nelle nostre opzioni politiche e persino nelle nostre identità culturali. L'infografica seguente illustra questo schema in diversi settori:

Nel 1983 il 90% dei media americani era di proprietà di 50 aziende. Nel 2011 lo stesso 90% era controllato da sole 6 aziende. Oggi il consolidamento è ancora più estremo. Ciononostante ci troviamo di fronte a punti di vista diversi e narrazioni contrastanti.

Analogamente, nel settore dei beni di consumo solo 12 aziende possiedono oltre 550 marchi che riempiono i nostri negozi. Le confezioni colorate e il branding distintivo creano un'illusione di scelta e competizione, mentre i profitti confluiscono nello stesso piccolo gruppo di entità aziendali.

Questi non sono fenomeni separati, sono due espressioni dello stesso schema. Che si tratti delle notizie che consumiamo o dei prodotti che acquistiamo, ci viene presentata la confortante illusione di scelta mentre veniamo sballottati attraverso sistemi rigidamente controllati.

La genialità di questo sistema non sta nel promuovere un punto di vista particolare, ma nel garantire che, qualunque sia la nostra opinione, la sosteniamo con incrollabile certezza e disprezzo per chi non la condivide. Che voi ascoltiate MSNBC o Fox News, il New York Times o il Daily Wire, ricevete la stessa programmazione di base: la certezza di avere ragione, che gli altri abbiano torto e che il divario tra questi ultimi e voi sia incolmabile.

Ciò che viene sistematicamente eliminato da questo ecosistema è esattamente ciò di cui abbiamo più bisogno: sfumature, incertezza, umiltà intellettuale e il riconoscimento di schemi che trascendono le divisioni politiche. Le informazioni reali che potrebbero rivelare l'architettura del potere dietro queste divisioni artificiali vengono sepolte sotto valanghe di indignazione partigiana, o liquidate come teorie del complotto.


Risveglio dalla trance

Ciò che rende questi meccanismi così efficaci è che operano attraverso la nostra psicologia. Come ho esplorato nel pezzo, La prigione delle certezze, le nostre menti sono straordinariamente resistenti alle informazioni che mettono in discussione le nostre convinzioni fondamentali. Quando vengono presentate prove di manipolazione, molti reagiscono non con curiosità, ma con un'immediata difesa degli stessi sistemi che li hanno ingannati.

L'aspetto più sorprendente di questi scambi non è il disaccordo in sé, ma l'immediato ripiegamento sul pensiero binario: il presupposto che mettere in discussione una narrazione significhi approvare in blocco quella opposta. Questa scorciatoia mentale trasforma il riconoscimento di schemi sfumati in una guerra tribale.

In questo specifico scambio, l'ipotesi del commentatore summenzionato sorprenderebbe chiunque abbia familiarità con il mio impegno nei confronti dei valori fondamentali della libera ricerca, del dibattito aperto e della messa in discussione dell'autorità. Ma questa categorizzazione è esattamente il modo in cui il riconoscimento di schemi sfumati si appiattisce in una guerra tribale.

Ciò che sto documentando trascende i confini politici tradizionali; i sistemi di gestione della percezione operano indipendentemente da quale partito detenga il potere; i meccanismi rimangono coerenti, solo le narrazioni specifiche cambiano per adattarsi al momento.

Rifiutare la certezza che ci viene offerta potrebbe essere l'atto più sovversivo in questo panorama attentamente progettato. Scegliere di abitare lo spazio scomodo del mettere in discussione piuttosto che del conoscere; riconoscere che la saggezza non inizia con la convinzione, ma con la volontà di riconoscere quanto poco comprendiamo veramente. Quando l'intero ecosistema informativo è progettato per produrre certezza, abbracciare l'incertezza diventa un atto radicale di resistenza.

Questa è il tema centrale del riconoscimento di schemi nel nostro tempo: gli stessi strumenti di cui abbiamo bisogno per discernere la realtà – precisione, prove, fatti – possono essere usati come armi contro la nostra comprensione se utilizzati senza contesto. L'accuratezza tecnica diventa uno scudo contro la percezione di schemi. Più ci fissiamo su punti dati isolati, meno siamo capaci di riconoscere i sistemi che essi comprendono. Ciononostante senza punti dati accurati, il riconoscimento di schemi degenera in paranoia e cospirazione.

Affrontare questa sfida richiede un difficile equilibrio: mantenere l'impegno per l'accuratezza dei fatti e, al contempo, sviluppare la capacità di fare un passo indietro e vedere come questi fatti si inseriscono in sistemi più ampi. Abbiamo bisogno sia del microscopio che del telescopio, dell'attenzione ai dettagli del botanico e della comprensione delle relazioni dell'ecologo. Ognuna di queste due possibilità ci rende vulnerabili: o a perdere di vista la foresta per gli alberi, o a vedere schemi che non esistono.

Questo non significa abbandonare la ricerca della verità, anzi. Significa perseguirla con l'umiltà di riconoscere che la verità si trova raramente nelle narrazioni preconfezionate che ci vengono vendute, ma negli schemi che emergono quando facciamo un passo indietro e osserviamo il sistema nel suo complesso. Significa essere disposti a seguire le prove ovunque ci portino, anche quando contraddicono le nostre convinzioni più care o le nostre appartenenze politiche.

Non ho alcun interesse ad arrabbiarmi con le persone su Internet. Durante il COVID mi sono sentito in dovere di aggiungere la mia voce al dibattito perché la posta in gioco era troppo alta affinché rimanessi in silenzio, ma anche allora ho cercato di rimanere rispettoso e basato sui fatti. Quando mi confronto con le idee, credo nell'attaccare queste e non le persone. L'obiettivo non è “vincere” le discussioni, ma scoprire collettivamente ciò che è reale in un mondo sempre più progettato per oscurarlo.

Ho corretto l'errore nell'articolo originale: la verità conta a ogni livello, dai singoli dati ai modelli che rivelano. Ma invito anche tutti noi a fare un passo indietro e a osservare l'architettura più ampia, perché è lì che risiede la vera storia.

Forse il modello più profondo da riconoscere è il modo in cui questi sistemi di divisione operano attraverso di noi, non solo su di noi. Nel momento in cui disumanizziamo qualcuno per le sue convinzioni – di sinistra o di destra, convenzionali o eterodossi, istituzionali o dissidenti – diventiamo amplificatori inconsapevoli dello stesso sistema che pensiamo di combattere. La vera battaglia non è tra schieramenti ideologici, ma tra coloro che vorrebbero dividerci per il potere e coloro che cercano di comprendere la realtà al di là delle dicotomie precostituite.

Non dobbiamo essere d'accordo su tutto, o addirittura sulla maggior parte delle cose, per riconoscere la nostra comune umanità e la comune manipolazione che tutti subiamo. L'atto di resistenza più potente non è odiare i nemici “giusti”, o sostenere le cause “giuste”; è rifiutarsi di partecipare a un sistema progettato per trasformare i vicini in astrazioni e le differenze in divisioni.

Questo viaggio di riconoscimento di schemi non è un'impresa solitaria: è qualcosa che intraprendiamo insieme, dove ogni prospettiva aggiunge una dimensione alla nostra comprensione condivisa. E quando lo affrontiamo con umiltà anziché con certezza, con curiosità anziché con disprezzo, non scopriamo solo la verità, ma ricostruiamo le connessioni umane che questi sistemi sono stati progettati per recidere.

E se la vera vittoria non fosse dimostrare chi ha ragione, ma riscoprire come pensare insieme?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Con l'aumento dei costi energetici, il mining di Bitcoin domestico riscalderà l'Europa

Freedonia - Gio, 12/03/2026 - 11:08

Per molti investitori la recente correzione di prezzo di Bitcoin è motivo di preoccupazione, tuttavia questo vale solo se si considera Bitcoin in valute canoniche, euro o dollari. Per i cittadini di tutto il mondo, da Cuba all'Iran, che soffrono per l'elevata inflazione e la demolizione monetaria creata dai loro governi, Bitcoin è certamente un rifugio sicuro. Esso e l'oro stanno dimostrando che il potere d'acquisto sta diminuendo in un modo che le misure ufficiali dell'inflazione mirano a nascondere. L'offerta di moneta globale sta aumentando più rapidamente del PIL nominale e i governi dipendono da deficit e repressione finanziaria. Bitcoin è un adolescente che sta lentamente diventando un asset digitale adulto, decentralizzato e non confiscabile. Rende più difficile per stati e banche centrali rubare ricchezza attraverso l'inflazione. Questo non significa che prenderà il posto del dollaro come valuta di riserva o diventerà immediatamente un'alternativa alle valute fiat nel mondo. Ciononostante è diventato un freno alle politiche fiscali predatorie e un esempio visibile dei risultati del disordine monetario, poiché è al di fuori del controllo della politica e delle burocrazie. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a sostanziali prelievi da molti ETF spot su Bitcoin negli Stati Uniti, alimentati da investimenti con leva finanziaria eccessiva. Gli investitori non dovrebbero confondere i fattori positivi di un ETF con una promessa di stabilità o aumenti di prezzo garantiti; ripulire le posizioni a leva è positivo nel lungo periodo, ma può creare volatilità a breve termine. Per gli investitori a breve termine aggiungere un'eccessiva volatilità alla leva finanziaria è una ricetta per il disastro: un calo del 10% in un giorno può spazzare via il 30% del capitale, e un calo significativo dei prezzi, unito a sostanziali richieste di margine, può affossare una posizione anche se il trend a lungo termine è positivo. Richieste di margine, liquidazioni forzate e sistemi di gestione del rischio automatizzati sono sintomi di un eccesso di investimenti a leva, ma anche un'opportunità per ripulire la base di acquirenti. Se si utilizza Bitcoin come copertura contro la distruzione di denaro anziché come asset speculativo, è meglio evitare i prodotti a leva. In un mondo in cui i bilanci delle banche centrali si stanno ampliando, il debito pubblico aumenta e la minaccia delle valute digitali delle banche centrali, potenzialmente utilizzabili per il monitoraggio e il controllo, è in crescita, detenere una certa quantità di asset decentralizzati e non confiscabili ha senso, non è una moda passeggera. La cosa più importante è pensare a Bitcoin a l'ennesimo modo con cui proteggersi finanziariamente, insieme alle azioni di aziende reali, agli asset reali e ai metalli preziosi.

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di Joakim Book

(Versione audio dell traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/con-laumento-dei-costi-energetici)

Maximilian Obwexer aveva un problema.

Riscaldava la sua casa in Austria con il gasolio da riscaldamento, un sistema costoso. Appassionato di ingegneria per natura, ed ex-ingegnere con esperienza in centrali idroelettriche, stava cercando un modo migliore per riscaldare la sua casa.

Dopo molti cicli di sperimentazione e dopo aver esplorato la proverbiale tana del bianconiglio del mining Bitcoin, tre anni fa ha fondato un'azienda dedicata a questo progetto. La sua azienda, 21energy, produce macchine per il mining ben bilanciate, robuste e incredibilmente belle (e incredibilmente silenziose!) per uso domestico. I primi modelli di Ofen 1 vantavano fino a 10 TH/s, mentre il modello premium poteva raggiungere, alla massima velocità e con un rumore notevole, i 40 TH/s. Dopo aver aumentato la produzione, assunto 12 nuovi dipendenti solo quest'anno e lanciato il nuovo Ofen 2 (35-42 TH/s), il riscaldatore Bitcoin ha lo stile di un radiatore convenzionale, alimentato però da Bitcoin. E sì, potete minare con questo riscaldatore Bitcoin... oppure unirvi a una pool che ritenete più adatta.

“I riscaldatori Bitcoin sono un bilanciamento decentralizzato della rete elettrica, a casa!” ha proclamato sul palco di Helsinki, davanti a centinaia di volti curiosi tra il pubblico della conferenza nordica su Bitcoin. Fortunatamente ha dedicato gran parte della sua presentazione non a vendere i suoi eccellenti prodotti, o a spiegare la sua storia in Bitcoin, ma ai numerosi problemi che affliggono la rete elettrica europea.

Gli europei sono in debito con gli stranieri per l'importazione di energia. Gli attuali produttori di elettricità – carbone, gas e idroelettrico – sono sempre più spesso costretti a interrompere la fornitura alla rete, a favore delle sempre più diffuse turbine eoliche e pannelli solari. La generazione basata sui combustibili fossili produce emissioni di CO2 e particelle nell'ambiente circostante, ma le sue proposte sostitutive immettono nella rete una produzione di elettricità volatile e incontrollabile. Al picco di fornitura, persino i fornitori di energia rinnovabile vengono invitati dalla gestione della rete a ridurre la produzione; detto in modo semplice, non c'è nessuno che prenda l'elettricità in eccesso, nessun posto dove metterla.

Tutto ciò ovviamente è negativo in quanto viene sprecata energia elettrica che avrebbe potuto essere utilizzata, ma ancora peggio è che complica i calcoli di investimento per gli investitori in energie rinnovabili. Non a caso le famiglie in Europa pagano tariffe esorbitanti per l'elettricità... e, per giunta, il riscaldamento in generale è piuttosto costoso.

Mettendo insieme tutti questi aspetti, è come se il vecchio mondo stesse reclamando a gran voce il mining di Bitcoin. In piedi accanto al suo stand verde scintillante e a suoi termosifoni che mantenevano il padiglione dell'Expo di Helsinki davvero caldo, Obwexer ha affermato: “È una scelta ovvia, anche se non vi piace o non capite Bitcoin”.

Infatti gran parte della sua clientela è composta da “sostenitori del solare”, attivisti devoti contro il cambiamento climatico che vogliono fare qualcosa di concreto per defossilizzare il proprio consumo di energia. Sebbene non sia esattamente il primo gruppo a cui si pensa quando ci si immagina chi è interessato a Bitcoin, “l'aspetto economico ha senso”, dice Obwexer.

In una recente intervista con Knut Svanholm e Luke de Wolf, due dei co-organizzatori di BTCHel, Obwexer ha detto che “la Finlandia è davvero all'avanguardia nel riscaldamento e nel teleriscaldamento tramite bitcoin”:

L'Europa ha un disperato bisogno del mining di Bitcoin, data l'elevata volatilità delle reti elettriche [...] non dobbiamo temere troppo i politici, perché [...] è una storia già scritta, solo che non sanno ancora leggere quella scritta ed essa dice mining di Bitcoin ovunque.

Sul palco di Helsinki ha mostrato uno dei grafici più importanti dell'intero dibattito su economia ed energia, il quale sottolinea con precisione quanto l'energia sia cruciale per il benessere e la prosperità di una società. “Se si vuole una società pulita, ricca e sana, serve molta energia”.

Il prossimo obiettivo di Obwexer e del suo team di 21energy è contribuire alla riduzione flessibile del carico a livello di rete. Mettere i miner mobili su un camion e ridurre la pressione di produzione, ad esempio nelle centrali idroelettriche, è un caso d'uso perfetto per il mining di Bitcoin: invece di dover ridurre la produzione a causa di una rete sovraccarica, possono deviare l'elettricità derivante dal flusso d'acqua ai miner di Bitcoin, il che riduce anche i loro tempi di risposta da minuti a secondi.

Meet 21energy next week at #BTCHEL – the First Large-Scale Bitcoin Conference in the Nordics! ⚡

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— 21energy (@21energy_com) August 7, 2025

In generale utilizzare miner di Bitcoin costruiti appositamente, o ricostruiti, per riscaldare la propria casa è il modo più ovvio per decentralizzare il mining, soprattutto perché i miner domestici sono molto meno vulnerabili all'economia spietata del mining di Bitcoin rispetto, ad esempio, alle grandi mining farm.

Mentre risolvono contemporaneamente diversi problemi energetici del mondo reale, Obwexer e il suo team di 21energy stanno facendo proprio questo: “Dal Tirolo al mondo”.

“Sono molto ottimista sul mining di Bitcoin in Europa”, ha concluso Obwexer.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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