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Francesco Simoncellihttps://plus.google.com/107590944263229374944noreply@blogger.comBlogger1320125
Aggiornato: 5 min 38 sec fa

La pianificazione centrale dei banchieri centrali

4 ore 28 min fa




di Gary North


Uno dei problemi che affronta chi critica il Federal Reserve System, è che viene considerata come una persona senza alcuna competenza in materia monetaria e bancaria.

In un articolo del 2009, l'Huffington Post ha descritto in modo molto dettagliato il numero di persone con dottorati in economia impiegati dal Consiglio dei Governatori del Federal Reserve System. Questo è il ramo del governo nella Federal Reserve. Non è una delle 12 banche regionali Federal Reserve, le quali sono tutte di proprietà privata. Quando uscì l'articolo il Consiglio dei Governatori aveva 220 economisti a tempo pieno nel suo personale. L'autore cercava di scoprire quanti economisti fossero a libro paga delle 12 banche regionali, ma non ci riuscì. Queste sono le istituzioni principali. Ognuna di loro pubblica una propria rivista mensile.

Se parliamo del numero di persone con dottorati in economia che si specializzano in materia monetaria e bancaria a livello nazionale, ce ne possono essere fino a 1500, ma potrebbero essere anche 1000. Ad ogni modo, questo accadeva nel 2009. Quindi stiamo parlando di una situazione in cui circa un terzo di tutti gli specialisti del settore, sono impiegati in qualche ramo della Federal Reserve. Ma questa è solo la punta dell'iceberg. La Federal Reserve offre anche contratti part-time. Mette da parte quasi mezzo miliardo ogni anno per pagare gli economisti. E' una quantità enorme di denaro che scorre nella direzione di una singola professione.

L'articolo conclude che la Federal Reserve ha praticamente acquistato il controllo del campo. Quasi nessuno contesta la Federal Reserve in modo serio.

Ecco una situazione in cui l'agenzia che controlla la politica monetaria per gli Stati Uniti ha una quantità illimitata di denaro per comprare il sostegno, la conformità o il silenzio di quel segmento di economisti che si specializza in materia monetaria e bancaria. La Federal Reserve riesce a conservare tutti i soldi che vuole per le sue operazioni. Tutto il denaro non utilizzato per questo scopo deve tornare indietro al Dipartimento del Tesoro, ma non risponde né al Congresso né al Tesoro su come spende i suoi soldi. Ciò significa che la Federal Reserve ha essenzialmente fondi illimitati per acquistare quei critici che potrebbero mettere in discussione la sua politica.

La Federal Reserve è un cartello. Essa opera a vantaggio di un numero relativamente piccolo di banche, probabilmente meno di due dozzine, che come minimo inglobano l'80% di tutti i depositi bancari negli Stati Uniti. In realtà, la Federal Reserve sta trattando solo con una dozzina di queste enormi banche. Essa non risponde alle 7,000 piccole banche. Non hanno alcun peso. Hanno così pochi depositi, rispetto ai giganti, che se sopravvivono o meno non importa al Federal Reserve System.

Questa organizzazione è davvero intoccabile oggi. Non è mai stata sottoposta ad un audit da parte di un organismo indipendente da essa, sebbene suddetto audit sia solo un miraggio. Nessuno sa quanto oro abbia in deposito. Nessuno sa quanti debiti o crediti abbia nei confronti di questo oro. In altre parole, l'agenzia principale che controlla l'ente economico centrale nella società moderna, ovvero il sistema bancario commerciale, è al di là del controllo della maggior parte di queste banche ed è al di là del controllo del Congresso. Nessun presidente osa contestare il Federal Reserve System.

In queste circostanze, quale possibile effetto possono avere le critiche al di fuori della Federal Reserve? Lo sappiamo: nessuno. Se il Congresso, che si suppone sia in carica, non ha i voti necessari per ottenere un audit della Federal Reserve da parte del Government Accountability Office, allora la Federal Reserve è veramente indipendente dal governo. Può assecondare una particolare amministrazione presidenziale, ma non è obbligata.

Non credo che esista una qualsiasi altra istituzione negli Stati Uniti, che abbia questo grado di autonomia dal governo. Si proclama indipendente dal governo. E' lodata nei libri di testo perché è indipendente dal governo. Non sono a conoscenza di nessun'altra istituzione negli Stati Uniti, la cui fama principale è quella di essere indipendente dal controllo del governo. Nei libri di testo scritti da autori di sinistra che vogliono imbrigliare, o come minimo regolamentare, ogni aspetto dell'economia capitalistica, tutti alzano le mani quando si parla del Federal Reserve System. In questo caso, si tirano indietro dalla loro posizione ideologica e sostengono che il grande vantaggio della Federal Reserve è la sua indipendenza dalla politica. Questo è del tutto in contraddizione con la linea politica della sinistra americana, eppure non ci sono molte deviazioni da questa linea di partito.

E' un sistema arcano. Quasi nessuno capisce come funziona. Si suppone che nessuno capisca come funzioni. Coloro che pubblicano i propri articoli illeggibili sulle riviste delle Federal Reserve regionali, non arrivano mai al cuore del sistema. Non scriveranno una chiara spiegazione di quello che rappresentano le riserve in eccesso. Non troverete una spiegazione di come sia possibile che, sin dalla fine del 2008, le riserve in eccesso siano salite di quasi $3 bilioni, quando queste riserve erano praticamente inesistenti prima del 2008. Non esiste discussione su questo argomento. È il fatto centrale della politica monetaria di oggi: ancora non viene dibattuta apertamente. Questo tipo di silenzio non è casuale. E' imposto.

Se l'istituzione centrale di un'economia è il sistema monetario, e questa istituzione è controllata da un cartello creato dal governo, e questo cartello è indipendente dal governo, allora quale possibile occasione avrebbe la popolazione per rivendicare la propria libertà negli affari monetari? La risposta è ovvia: nessuna.

Se si considera il fatto che il Federal Reserve System è la banca centrale tra le varie banche centrali del mondo, almeno per il momento, si inizia a capire come una piccola manciata di persone, che si occupano di un istituto che è al di là del controllo politico e la cui proprietà è nascosta rispetto alle 12 banche regionali, possa essere al comando dell'economia. Questa è la pianificazione centrale. Dovremmo chiamarla per quello che è. Nessun governo socialista in Occidente ha mai avuto lo stesso grado di potere su tutta l'economia come quello che ha il Federal Reserve System negli Stati Uniti. Non sto parlando dell'Unione Sovietica o della Cina comunista. La Federal Reserve non è mai stata in una posizione per poter far arrestare persone nel bel mezzo della notte e giustiziarle. Ma se si sta parlando di pianificazione centrale sull'istituzione centrale dell'economia, questa è la vera pianificazione centrale. E' autorizzata dal governo federale, ma non è controllata dal governo federale.

In altre parole, le economie occidentali sono economie pianificate centralmente. Non vengono definite così, ma questo è quello che sono. Non sono pianificate centralmente dal governo, ma da un cartello che rappresenta circa una dozzina di banche. I libri di testo di economia non discutono di questo aspetto.

Ci sono alcuni critici del sistema sia a destra che a sinistra, e c'è il vecchio movimento populista che è stato critico fin dall'inizio nei confronti della banca centrale. Dal punto di vista politico propenderei ad inquadrare questo movimento nella sinistra, ma dal punto di vista sociale penso che faccia riferimento alla destra. E' rappresentato in questi giorni da Ellen Brown. Che una persona con scarsa conoscenza economica come Ellen Brown possa diventare il portavoce principale del movimento populista, è indicativo di quanto sia compromessa la situazione della popolazione. Lei non ha alcuna influenza. Le ho risposto qui.

Andare contro la Federal Reserve oggi, è davvero un atto suicida dal punto di vista politico. La FED è davvero intoccabile.

Le persone nella FED pensano di sapere quello che stanno facendo. Ma questa è un'organizzazione che, dal 1914 al 2008, ha accumulato $800 miliardi di debito del Tesoro. Lo ha fatto attraverso due guerre mondiali. Lo ha fatto nella Grande Depressione. E poi, in un periodo di cinque anni, ne ha aggiunto $3.2 bilioni al suo portfolio. Questa non è la risposta di un gruppo di professionisti che sa quello che sta facendo. Questa non è la risposta di un gruppo di tecnici che ha un piano per dirigere l'economia. Questo è il Keystone Cops. Eppure queste persone sono davvero responsabili della politica monetaria, il che significa che sono responsabili dell'ampiezza del ciclo economico. Non possono sopprimerlo definitivamente, ma possono fare molto, molto peggio. Possono contenere il disastro, ma non possono evitarlo. L'abbiamo visto nel 2008 e nel 2009. Ci sarà un altro evento simile, purtroppo di maggiore entità.

Allora la domanda sarà questa: chi rappresenterà i critici della Federal Reserve? Ci saranno milioni di critici a quel punto. La Federal Reserve può correre, ma non può nascondersi. Sarà lasciata con un pugno di mosche in mano. Verrà incolpata per il ciclo. Non sfuggirà alla critica la prossima volta. L'unico problema è che non è chiaro quali critici della Federal Reserve guadagneranno l'orecchio del pubblico, e non è chiaro se il Congresso ascolterà effettivamente gli elettori. Il settore bancario centrale è il cuore dell'economia moderna, ed è un organo di pianificazione centrale che sta tentando di controllare la vita di diversi miliardi di persone in tutto il mondo. Questo può andare avanti per un po', ma non può andare avanti a tempo indeterminato.

Non sappiamo che cosa potrebbe sostituire le banche centrali, ma sappiamo questo: la magnitudine del prossimo fallimento non potrà essere nascosta. La prossima volta, o forse quella dopo ancora, il pubblico capirà che la Federal Reserve è la causa del problema, e che deve essere abolita. Milton Friedman giunse infine a questa conclusione dopo aver difeso la legittimità delle banche centrali in quasi tutta la sua carriera. Alla fine rinunciò: http://bit.ly/FriedmanFed

Le persone si arrabbiano per la Federal Reserve. Non fa bene arrabbiarsi. Non è possibile modificare il sistema nelle circostanze attuali. Ma, ad un certo punto, la pianificazione centrale farà ciò che la pianificazione centrale fa sempre, e cioè, mandare in crash l'economia. A quel punto è molto probabile che i critici della Federal Reserve se la prenderanno coi burocrati, nonostante abbiano dottorati di ricerca in economia. Saranno lasciati con un pugno di mosche in mano. Saranno lasciati con la colpa della crisi, che hanno creato loro tra l'altro. In quel momento vedremo ciò che la popolazione vuole davvero.

Il mio timore è che la popolazione accetterà che il Congresso possa intervenire per prendere in consegna la Federal Reserve. Questa sarebbe una vera catastrofe. Vedremo se la gente crede davvero nel libero mercato. E' il nostro lavoro come critici della pianificazione centrale, e anche come critici dell'inflazione monetaria, di far avverare la migliore situazione possibile.

La scuola austriaca avrà la chance migliore, perché è stata la più coerente e si è sempre opposta alle banche centrali. Ciò risale al libro di Ludwig von Mises pubblicato nel 1912, The Theory of Money and Credit, in cui attaccò l'idea di una banca centrale. Ma durante la fase di cambiamento, ci sarà molto dolore. Ci saranno un sacco di disoccupati che non capiranno perché saranno disoccupati. Ci saranno impressionanti perdite nei mercati azionari, le quali faranno impallidire quelle avvenute nel 2008-2009. La Federal Reserve sembra intoccabile oggi, e lo è. Ma questo tipo di potere porta sempre ad un fallimento del mercato. Il nostro compito è di rendere certo che, la prossima volta che succederà, il Federal Reserve System non se la caverà a buon mercato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come il Giappone s'è mangiato i suoi risparmi: La distopia keynesiana in tutto il suo orribile splendore

Mar, 22/07/2014 - 10:08
"Tante grazie Mr. Abe", molto probabilmente è questo quello che molti speculatori staranno sogghignando mentre possono sguazzare in lauti profitti grazie alle sciocchezze propugnate da sedicenti salvatori della patria... i quali altro non sono che semplici cialtroni ansiosi di infilare le loro sudice mani nelle tasche dei contribuenti (giapponesi). E' così che quindi possiamo riassumere la politica espansiva inaugurata dalla nuova gestione pianificatrice in Giappone, grazie alla quale i prezzi dei beni importati schizzano in alto ed i salari ristagnano alla grande. A cosa è servito, quindi, inondare i mercati con tutta questa liquidità? Sovvenzionare situazioni ben peggiori. Come ad esempio l'Europa. In questo modo i grandi player (es. banche commerciali, hedge fund, fondi pensione, ecc.) hanno potuto prendere in prestito yen a prezzi ridicoli ed acquistare bond italiani o spagnoli che rendevano molto. Scommettendo sul deprezzamento dello yen, non solo hanno fornito un salvagente ad entità in bancarotta, ma si sono garantiti una vincita facile staccando profitti miliardari. Hanno cavalcato la bolla dei bond statali aiutando a far calare drasticamente i rendimenti obbligazionari di quei paesi in seria difficoltà, e ora possono rivenderli in virtù del loro status di "investimenti sicuri" (tante grazie zio Mario e Basilea III) e ricomprare yen. Essendo questi grandi player in estrema sintonia con la leva finanziaria, ciò significa lauti profitti. Ma non è finita qui, perché come se non bastasse tasse e spesa del governo stanno torturando quel che rimane di quel barlume di sanità finanziaria che il Giappone pareva aver flebilmente riacquistato durante i cosiddetti "decenni perduti". O beh... potrebbe andare peggio, no? Certamente! Infatti sta andando peggio proprio adesso.
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di David Stockman


Finanziariamente parlando, il Giappone sta rapidamente diventando una distopia keynesiana. Tutta la sua economia è ormai ostaggio di una bomba fiscale ad orologeria. Vale a dire, il debito pubblico che supera già il 240% del PIL e che sta crescendo rapidamente, poiché nemmeno il recente aumento dell'imposta sulle vendite (dal 5% all'8%) si avvicina a colmare il gap fiscale. Inoltre, anche con il tasso dei titoli statali assurdamente basso e truccato dalla BOJ (allo 0.6%), quasi il 25% delle entrate pubbliche viene assorbito dal pagamento degli interessi.

Ora arriva il colpo di grazia. Il tasso dei risparmi del Giappone è crollato (vedi sotto) e il tanto decantato surplus delle partite correnti è quasi pronto a sparire. Questo significa che i conti del Giappone con il resto del mondo finiranno in una "terra finanziaria di nessuno"; sarà costretto a liquidare progressivamente i suoi investimenti all'estero per pagare i suoi conti attuali — un surplus costruito nel corso degli ultimi 50 anni. Ma questo ridurrà anche i guadagni esteri e quindi espanderà il crescente deficit del Giappone.

Di conseguenza, per finanziare i suoi "deficit gemelli" dovrà attrarre enormi quantità di capitali stranieri per i decenni a venire — un imperativo che richiederà un aumento devastante dei tassi di interesse, forse più in alto del 4% secondo un esperto:

Il rendimento del decennale giapponese, ora intorno allo 0.6%, potrebbe salire al 4% — un livello non visto sin dal marzo 1995 — qualora il saldo delle partite correnti dovesse finire in deficit mentre il debito pubblico eclisserebbe i risparmi della nazione, ha detto Toshihiro Nagahama, capo economista presso il Dai-ichi Life Research Institute.
Inutile dire che se i costi dei debiti fiscali del Giappone dovessero aumentare anche meno di quella cifra, sarebbe game over lo stesso. Le spese per gli interessi assorbirebbero praticamente il 100% delle entrate attuali, costringendo il governo ad aumentare sempre di più le tasse. Un esperto citato nell'articolo di Bloomberg dice che sarebbe necessaria una imposta sulle vendite del 20% — quasi il triplo del livello attuale — per abbattere il mostro fiscale che nascerebbe dalla normalizzazione del tasso di interesse.

"A meno che il governo non aumenti l'IVA al 20% o approvi una riforma drastica della spesa sociale, questo scenario è altamente probabile", ha detto Ogawa. "Tassi di interesse più alti scoraggeranno gli investimenti di capitale interni e stimoleranno lo spostamento della produzione all'estero, aumentando il numero di disoccupati."
La citazione qui sopra ci dice perché la distopia keynesiana rappresenta una descrizione calzante di ciò che sta emergendo in Giappone; e perché impersoni l'orrore finanziario che si sta palesando qui da noi da un decennio o due a questa pate.

Come indicato in precedenza, l'alternativa ad un terribile aumento dell'imposta sulle vendite è "una drastica riforma della spesa sociale". Ma quest'ultima non è nemmeno una possibilità remota. La popolazione del Giappone si sta riducendo e sta invecchiando rapidamente, al punto che presto diventerà un arcipelago di case di riposo.

Il tasso di risparmio del Giappone, come illustrato di seguito, è sceso da oltre il 20% nel corso degli anni '70 e '80 (il suo periodo di massimo splendore come potenza esportatrice) al solo 3% di oggi. Quando la popolazione pensionata del Giappone raggiungerà quasi il 40% di quella totale nei prossimi anni, questo tasso diventerà ovviamente negativo poiché le famiglie intaccheranno i risparmi per sopravvivere.




Cosa è successo all'enorme surplus nel risparmio del Giappone? Il governo l'ha preso in prestito! E sprecato in massicci progetti di stimolo keynesiani che hanno tenuto il LDP al potere per decenni, costruendo ponti e autostrade verso il nulla che non saranno di alcuna utilità per la colonia di pensionati.

E l'invecchiamento demografico ha un effetto determinante sulla popolazione del Giappone in età lavorativa. In pochi anni quella che era un popolazione in età lavorativa di 88 milioni è scesa a 79 milioni; e scenderà al di sotto dei 50 milioni di persone nei prossimi due decenni.

Quello che gli stregoni keynesiani (che hanno consigliato al Giappone di sprofondare in stimoli fiscali dopo la crisi finanziaria del 1989-1990) non hanno spiegato, è come questo inesorabile calo della popolazione lavorativa possa portare sulle sue spalle l'onere fiscale di un enorme debito pubblico.

Eppure non c'è altra via d'uscita dalla trappola del debito keynesiana in cui è finito il Giappone. Al peggioramento delle partite correnti, come mostrato di seguito, la necessità di importare capitali per finanziare il divario porterà alle stelle i tassi di interesse. L'onere sui contribuenti giapponesi diventerà schiacciante.






Il grafico qui sotto dovrebbe essere incollato sulla fronte di ogni membro del Congresso degli Stati Uniti. Quando la spirale del debito va troppo oltre — diventa una trappola finanziaria devastante. E non può essere risolta con la stampa di soldi perché se portata all'estremo — anche per la cosiddetta valuta di riserva mondiale — distruggerà completamente il sistema monetario.

Inoltre non dovreste dimenticare che la drastica degenerazione delle finanze pubbliche del Giappone è accaduta in tempo reale — in meno di due decenni dopo che la sua leadership ha preso una cantonata fiscale dopo l'altra a causa della burocrazia keynesiana nel Tesoro degli Stati Uniti, nel FMI, nell'OCSE e altrove. E questo è chiaramente un caso di cattive idee importate dall'estero. La generazione di funzionari che ha assistito al miracolo post-guerra del Giappone può anche essere stata irrimediabilmente attratta da modelli insostenibili di matrice mercantilista, ma non era credente nel debito e nella spesa keynesiana.

Lo so per esperienza personale, per aver trattato con la burocrazia giapponese durante i primi giorni dell'amministrazione Reagan. Erano scioccati di come l'America potesse prendere parte ad un immenso gioco d'azzardo tagliando drasticamente le tasse prima di ridurre la spesa interna ed i finanziamenti alla difesa.

Questo era allora — in un momento in cui il debito del Giappone era sotto il 50% del PIL, nonostante due decenni di sviluppo economico interno direzionato dallo stato. Eppure solo un decennio più tardi — dopo essere stati penalizzati per aver lasciato apprezzare drasticamente lo yen in seguito agli Accordi del Plaza del 1985 — il loro modello di mercantilismo è andato in frantumi allo scoppio di una grande bolla finanziaria.

Così, lasciati completamente alla deriva, erano ansiosi per la visita di vigili del fuoco keynesiani come i professori Bernanke e Summers. Il Giappone ha poi lanciato il più grande esperimento keynesiano di stimolo fiscale mai immaginato. I risultati catastrofici parlano da soli ed evidenziano marcatamente come le cattive idee possono provocare enormi danni una volta che vengono abbracciate dalla macchina dello stato.




[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La manipolazione del prezzo dell'oro non avrà ripercussioni

Lun, 21/07/2014 - 10:10
«Due settimane fa, quando è uscita la notizia del primo caso confermato di manipolazione dei prezzi dell'oro (perché nonostante tutti gli "scettici" sostenessero il contrario, e cioè che ogni altra classe di asset poteva essere sistematicamente manipolata, ma non l'oro, giammai l'oro, si è invece scoperto che -- sì -- anche il prezzo dell'oro è stato manipolato), avevamo detto che questo sarebbe stato solo il primo di molti casi simili (e molto diversi) presentati alla popolazione. Oggi, tramite il Financial Times, apprendiamo solo una minuscola frazione di ciò che potrebbe saltare fuori da questo articolo: "Trading to influence gold price fix was ‘routine’." Approviamo la supervisione editoriale che ha preferito la parola "influenzare" a "manipolare" -- trasmette al lettore sensazioni molto più... distaccate.»

~ Gold Price Manipulation Was "Routine", FT Reports, Zero Hedge, 3 giugno 2014.
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di Greg Canavan


Che si tratti di una coincidenza o no, non lo sappiamo, ma l'oro è rimasto molto tranquillo sin da quando lo scorso aprile Deutsche Bank ha lasciato la propria posizione nel London gold fixing panel.

Prima di ciò, i regolatori stavano indagando su questo London gold "fix"... e qualcosa puzzava.

Il London gold fix è un processo mediante il quale cinque banche di investimento impostano (errr... aggiustano) il prezzo dell'oro due volte al giorno a Londra. E' andato avanti così sin dal 1919, quando N.M. Rothschild controllava il processo.

Ma a gennaio la Deutsche Bank ha annunciato che avrebbe abbandonato la sua posizione (sotto la pressione del regolatore finanziario tedesco). Si sperava che avesse venduto la sua posizione ad un altro player, ma stranamente nessuno era interessato. Di conseguenza a fine aprile ha lasciato il suo posto con un preavviso di due settimane.

Allo stesso tempo la Deutsche si è dimessa anche dal silver fix. Poiché la correzione quotidiana del prezzo dell'argento aveva solo tre partecipanti, questa mossa ha effettivamente ucciso il processo di fissaggio dei prezzi. La correzione del prezzo dell'argento, che ha avuto inizio nel 1897, cesserà ad agosto di quest'anno.

Quindi qui abbiamo un player importante che esce da una posizione apparentemente venerabile. Poi, poche settimane più tardi, la Financial Services Authority (FSA) del Regno Unito ha multato Barclays Bank per un ammontare di £26 milioni per aver manipolato il processo del gold fix. Naturalmente questo è stato solo un incidente isolato, e la FSA ha anche multato un "trader ombra" di Barclays per un ammontare di £96,000 per aver preso parte alla manipolazione.

Forse è per questo che il prezzo dell'oro è stato molto tranquillo in queste ultime settimane. I manipolatori sanno che i regolatori stanno guardando. Ognuno si sta comportando "bene", ma non durerà a lungo.

La multa a Barclays per aver manipolato il gold fix, evidenzia che razza di racket degenere sia diventato l'intero sistema finanziario. E' un grande modello di business per le banche e gli stati. Ecco come funziona:

I governi e le banche centrali assicurano una costante politica di inflazionismo e di denaro facile... il quale fluisce nelle grandi banche commerciali prima che arrivi a chiunque altro nell'economia. Questo fiume di denaro è sicuro che corromperà anche il cittadino più onesto, perché quando si tratta di soldi se ne può sempre avere di più, giusto?

E' ovvio poi che in un tale sistema si avranno errori di giudizio, mancanza di supervisione, inganno e corruzione. Ma le autorità di regolamentazione cercano di fermare tutto ciò?

No, impongono solo multe per ottenere la loro parte. Le multe non scoraggiano il comportamento negativo; sono solo un costo del fare business.

Nel 2013 la FSA ha incassato quasi £500 milioni... finora è arrivata a £141 milioni.

Secondo l'analisi del Financial Times, le banche d'investimento globali hanno pagato $100 miliardi per vertenze giuridiche dopo la crisi finanziaria del 2008. Eppure nessun dirigente di una qualsiasi grande banca ha avuto a suo carico accuse penali.

Il nostro insegnante di economia al liceo una volta ci disse: "Ragazzi, se state pensando di entrare nel business della criminalità, fate il lavoro dei colletti bianchi. Ci andranno leggeri se vi coglieranno in fallo." Aveva fatto centro... più di quanto avrebbe pensato al momento.

I regolatori non sono interessati alle accuse penali. Non sono interessati a scoraggiare tale comportamento. Sono interessati a prendere la loro parte ed a mandare avanti il gioco. E' uno sporco racket e siete voi che ne state pagando il prezzo.

Date un'occhiata alla storia di Barclays. La recente multa per il gold fixing fa riferimento al 2012, pochi giorni dopo che la stessa banca ha ricevuto una multa record per la manipolazione del tasso di interesse "Libor". Ora i dirigenti della banca sono sotto investigazione da parte del Serious Fraud Office del Regno Unito, per affari sporchi in Qatar nel corso del 2008. Ma che bella banca che è Barclays!

Non aspettatevi che queste cose si fermino qui. E' quello che succede nelle ultime fasi del capitalismo clientelare. I critici sono pronti a sottolineare come il capitalismo sia il problema. Non è così.

Il problema principale è la manipolazione costante del tasso di interesse. Mantenendo i tassi al di sotto del "tasso naturale" (il tasso di libero mercato in cui si incrociano le esigenze dei risparmiatori e degli investitori) per un periodo di tempo prolungato, si vengono a creare distorsioni su grande scala; non c'è, quindi, una sana correzione degli errori accumulati.

Nel frattempo, i banchieri si comportano male ed i regolatori tassano questo comportamento (ma non lo scoraggeranno). Questa situazione porterà ad un maggiore risentimento e ad una la lotta di classe. Gli estimatori di Thomas Piketty e dei suoi schemi marxisti di ridistribuzione della ricchezza guadagneranno trazione, e la ricchezza reale diminuirà ulteriormente poiché i produttori verranno tassati a morte.

Tornando alla manipolazione dell'oro, stiamo asisstendo all'inizio della fine di un'epoca a Londra. Il Financial Review riporta oggi che:

La Cina ha avvicinato banche estere e produttori di oro affinché partecipino insieme ad un gold exchange mondiale a Shanghai, hanno riferito persone vicine alla vicenda. Il più grande produttore e importatore mondiale del metallo giallo cerca una maggiore influenza sulla determinazione dei prezzi.

La scorsa settimana lo Shanghai Gold Exchange (SGE) ha ottenuto il via libera dalla banca centrale per lanciare una piattaforma di trading globale, una mossa che potrebbe sfidare il predominio di New York e di Londra nel commercio dell'oro e nella determinazione dei prezzi.
Questa è una grande impresa, e ci vorrà un po' di tempo. Ma se la Cina può garantire un processo di prezzaggio più trasparente rispetto a Londra, sarà sulla buona strada per usurparne il posto come centro importante di commercio di oro. L'altra grande sfida per la Cina è quella di proteggere i diritti della proprietà privata.

I grandi detentori di oro (pensate ai sauditi) sono felici di lasciare il loro oro a Londra, perché il Regno Unito è sicuro (è un'isola ed è difficile da invadere) e sanno che le autorità non confischeranno il loro oro. Ha una lunga storia di protezione della proprietà privata.

I sauditi si sentirebbero sicuri a lasciare il loro oro sul continente cinese? Non adesso. Ma la Cina può sgretolare il vantaggio competitivo del Regno Unito promulgando leggi sui diritti di proprietà e sostenendole in tutte le circostanze.

Per lo meno la Cina vuole sviluppare un hub di trading asiatico per il metallo prezioso, così come per altre materie prime di cui è grande consumatrice. Strappare una parte di questo ruolo a Londra dovrebbe migliorare la trasparenza dei prezzi e del business. Quando si tratta di hub di trading, la liquidità genera altra liquidità e potrebbe presto dominare il mercato, trasformando Londra in una semplice unità di immagazzinamento... non è un business molto redditizio.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Sprechi, Sprechi e Null'altro

Ven, 18/07/2014 - 10:09




di Francesco Simoncelli


Prendere spunto dalle situazioni che circondano la nostra vita è quella fonte inesauribile di ispirazione che permette ai prasseologi di occuparsi delle azioni umane che caratterizzano la nostra società. Sicuramente, o per meglio dire, quasi sicuramente, la prerogativa di qualsiasi essere umano è quella di massimizzare quelle due componenti che più ha a cuore: tempo ed efficienza. Non è certo un capriccio. Nel corso dei secoli la volontà umana è stata caratterizzata dalla necessità di soddisfare i propri desideri. Raggiungere questo scopo ha permesso di dare i natali a tutte quelle migliorie che hanno scandito il progresso ed il successo del genere umano. Consentire la realizzazione e proteggere tale processo è stata una delle priorità degli individui.

Infatti, se una determinata cosa o percorso ha la tendenza a migliorare la nostra vita, perché abbandonarlo o sabotarlo? In questo processo l'efficienza ed il tempo giocano un ruolo predominante: minore è il tempo impiegato nella realizzazione di quei prodotti che andranno a soddisfare i desideri degli individui, maggiore sarà la remunerazione e la probabilità di progredire nel campo in questione. Maggiore sarà l'efficienza con cui verranno realizzati quegli elementi che andranno a soddisfare i desideri degli individui, maggiore sarà il grado di specializzazione con cui verranno creati e minore sarà la possibilità di incappare in errori.

In questo contesto il calcolo economico scevro da influenze destabilizzanti, rappresenta un imperativo imprescindibile da cui partire. Tutti gli strumenti insiti nel suo corretto svolgimento, devono essere puramente accompagnati da fondamentali economici veicolanti segnali di mercato il più vicino possibili alla realtà. Di conseguenza il fallimento non è un evento da cui rifuggire ad ogni costo, bensì un monito di fronte al quale cercare di operare nel modo più affine possibile a ciò che desiderano le forze di mercato.

Cercare di mantenere in una vita artificiale entità in disaccordo con le forze di mercato, costringe un'allocazione errata delle risorse scarse presenti sul mercato. La vita artificiale presuppone, infatti, la preclusione di risorse di capitale ed umane nelle mani di quelle attività che più soddisferebbero i desideri degli individui o che sarebbero nate a seguito della scomparsa di quelle fallite.

L'apparato statale, purtroppo per noi, rappresenta il più grande elargitore di vita artificiale a fini clientelari. Sebbene possano esistere degli investimenti presumibilmente produttivi con una certezza quasi tangente alla sicurezza, poiché presi in alta considerazione dalla maggior parte delle persone la maggior parte del tempo, lo stato è riuscito a trasformare anch'essi in un'orgia di azzardo morale e spese sconsiderate. L'apparato statale tende ad essere un predatore il più silenzioso possibile, ed è ben noto per non fare prigionieri. E' alla stregua di un coyote affamato: quando non trova di che cibarsi, inizia a mangiare sé stesso. Non fidatevi dei riformatori, nessuno potrà mai riformare quella grande regola enunciata da Frederic Bastiat: "Lo stato è quella grande illusione dove tutti cercano di vivere a spese di tutti."

Infatti lo stato è riuscito a corrompere il sistema sanitario a tal punto, da renderlo uno dei più grandi pachidermi burocratici/clientelari/spendaccioni che sia mai esistito. Insieme alla Previdenza Sociale, il SSN sarà l'innesco per la detonazione finale di tutti gli errori finora commessi e mai corretti. In Italia le spese del sistema sanitario ammontano a circa €100 miliardi annui, con una spesa pro-capite che ammonta a circa €1,800. Un esborso non indifferente se pensate alla qualità che viene resa al contribuente (per non parlare delle spese aggiuntive che bisogna sopportare quando ci si rivolge al settore privato). Negli anni l'aumento perenne dei costi sanitari ha rappresentato un fardello gravoso sulle spalle del contribuente, il quale è stato soverchiato dalla comparsa di una selva intricata di nuove tasse facenti riferimento al SSN.

In questo periodo stiamo raggiungendo a passi spediti il punto di saturazione, con debiti irrimediabilmente impagabili ed una propaganda incentrata sulla levitazione della spesa sanitaria. Da investimento potenzialmente proficuo, la sanità è diventata una dolina per le risorse scarse che vi vengono convogliate, assicurando all'apparato statale quel "vizio" a cui ha ceduto per tutto questo tempo: prendere in prestito a lungo termine e spendere a breve termine.

Ma se le soluzione che sono state calate costantemente dall'alto hanno dato prove di essere dei fallimenti sequenziali, per non provare l'opposto? Perché concentrarsi sempre e comunque nel fare la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso? Lo stato sottomette l'efficienza ai suoi scopi clientelari, e questo significa che mette in secondo piano anche le cure erogate. Non bisogna gridare allo scandalo davanti al fallimento, né richiedere maggiore presenza dell'ingerenza statale, bensì prendere atto di come le scelte del passato siano state sbagliate e ritornare in carreggiata permettendo alle risorse (materiali ed umane) di andare laddove se ne richiede la presenza più urgentemente. La via da intraprendere per migliorare il settore sanitario, è senza dubbio quella che passa da una deregolamentazione del settore sanitario/medico e dall'abolizione delle restrizioni che frenano l'ingresso di nuove figure in questo mercato.

A questo proposito mi piacerebbe portare come esempio il caso della Germania. Negli ultimi 20 anni il modello tedesco ha prediletto una struttura di erogazione del servizio sanitario orientata al settore privato, dove la ricerca del profitto ha stimolato un accrescimento dell'efficienza, della qualità ed un controllo dei costi. Sebbene sappiamo sin dal 1776, anno in cui Adam Smith pubblicò The Wealth of Nations, che la ricchezza delle nazioni si basa sul libero commercio e su tasse basse, e non su opere finanziate dal clientelismo dello stato, siamo un popolo lento ad apprendere: nel campo sanitario, in Italia solo il 25% di tutte le prestazioni viene fornita da privati.

In Germania esistono circa circa 2,100 ospedali i quali si possono dividere in tre categorie: privati a scopo di lucro, privati non a scopo di lucro, pubblici. Dando per scontato la comprensione della natura di questi ultimi, i primi due fanno riferimento a strutture totalmente private (gli ospedali non a scopo di lucro sono spesso posseduti da organizzazioni religiose). Il sistema di finanziamento passa attraverso un canale duplice: per le infrastrutture c'è l'erogazione di fondi prelevati dalla fiscalità generale, mentre i costi operativi sono sovvenzionati dai singoli pazienti. Sebbene il sistema si appoggi ancora allo stato, il ruolo di quest'ultimo non è preponderante come ci si aspetterebbe, lasciando al paziente la facoltà di scelta sul dove essere curato. In questo modo gli ospedali devono competere per ottenere la fiducia e la rispettabilità dei pazienti, altrimenti finirebbero in bancarotta. Quindi lo spazio per gli errori è davvero ristretto, e farne uno significherebbe intraprendere successivamente un duro percorso di riabilitazione agli occhi dei consumatori delle prestazioni mediche.

Il settore privato ha accettato la sfida e negli ultimi decenni si è mosso per aumentare l'efficienza nelle prestazioni mediche, mentre il settore pubblico, a causa delle sue inefficienze intrinseche, è stato costretto a cedere il passo. Di conseguenza non ha potuto far altro che privatizzare (o privatizzare almeno in parte) quegli istituti sanitari che in precedenza aveva sotto la sua ala. Negli ultimi 20 anni il numero degli ospedali a scopo di lucro è pressoché raddoppiato, mentre quelli pubblici sono dimezzati. E tutto ciò non ne ha inficiato la qualità del servizio, poiché è sottoposto a regole stringenti sulla trasparenza. La loro ricerca del profitto, quindi, permette di soddisfare adeguatamente il volere principale di quei consumatori che si rivolgono a questi ospedali privati: curare il paziente. L'esempio tedesco vuole semplicemente mostrare al lettore come la competitività, la soddisfazione dei desideri degli consumatori ed il libero accordo tra attori economici genera prosperità all'interno della società.

Chiunque voglia mettere le mani sulla sanità per permettere un cambiamento dovrebbe tener nota della Germania e di come il laissez-faire produca quell'agognato benessere di cui i pianificatori centrali amano riempirsi la bocca... ma solo a parole. Essi, invece, tendono a difendere strutture di produzione che garantiscano ai loro protetti un privilegio a scapito del resto della popolazione e soprattutto a spese del contribuente. Difendono queste posizioni di privilegio sventolando il feticcio del duro lavoro immesso da coloro che operano nell'attività in questione. Illustrano scenari apocalittici in cui il servizio offerto scomparirebbe magicamente dalla faccia della terra, come se coloro che fino al giorno prima lo svolgevano di colpo facessero tabula rasa delle proprie competenze e conoscenze.

Nel 1871 Carl Menger pubblicò il libro Principi di Economia, in cui smentiva tutti quegli economisti neoclassici (tra cui Marx) che ritenevano il lavoro come la quintessenza del valore di un determinato bene o servizio. I pianificatori centrali hanno pensato che, essendo la sanità una componente altamente importante nella vita degli individui, potevano gozzovigliare a loro piacimento in questo settore senza conseguenze significative. Non è così. Perché? Perché non esistono pasti gratis ed il valore non è qualcosa di oggettivo e misurabile. Le persone cambiano idea. Quando i consumatori tolgono il loro voto (es. denaro) da questa o quella attività e smettono di finanziarla, il suo destino è segnato se non riesce a reinventarsi ed a soddisfare i loro desideri. Che si tratti di pianificazione centrale o libero mercato, le forze di mercato sono inesorabili. In un modo o in un altro prevalgono sempre, facendo emergere "vincitori" e "vinti".

Lasciarle agire senza ostacoli non comporta conseguenze negative per la società, ma solo per coloro che non soddisfano i desideri degl iattori economici o commettono errori su errori di calcolo economico. Se invece le si tenta di arginare, le conseguenze per tutta la società saranno tanto ampie quanto più si è tentato di sopprimerle.


“Sovranità monetaria”: parole in codice per “keynesismo nazionale”

Gio, 17/07/2014 - 10:07




di Gary North


Una delle frasi più perverse che possiamo sentire oggi tra i conservatori ed i sostenitori del libero mercato, è questa: "sovranità monetaria". Ogni volta che leggete o sentite le parole "sovranità monetaria", pensate al "Federal Reserve System".

Oggi qualsiasi difesa della sovranità monetaria, è una difesa del Federal Reserve System e di un sistema monetario fiat gestito dal governo federale: biglietti verdi. E' sia Janet Yellen sia Ellen Brown. In entrambi i casi, è keynesismo.

Non vedo alcuna ragione per sostenere la sovranità monetaria, a meno che non siate molto precisi e dite che la sovranità monetaria significa sovranità esclusiva del libero mercato, il che significa niente licenze statali per le banche -- locali, statali, nazionali o internazionali. Questo non è ciò che la maggior parte delle persone intende con sovranità monetaria, né è ciò che la maggior parte delle persone capisce quando ascolta le parole "sovranità monetaria".



NIENTE SOVRANITA' MONETARIA IN MANO ALLO STATO

C'è stato un tempo, nella storia di questa nazione, in cui non esisteva alcuna sovranità monetaria. Questo era prima della Rivoluzione Americana. Sotto il monopolio della Banca d'Inghilterra, i governi coloniali non erano autorizzati a rilasciare le proprie valute fiat. Benjamin Franklin fu un grande promotore del denaro fiat, ma non fu mai in grado di veder realizzato il suo piano, perché l'Impero Britannico non concedeva questa sovranità ai governi coloniali. Questo era un vantaggio enorme per le persone che vivevano sotto il dominio britannico in Nord America. Nessun governo statale poteva costringerle ad adottare denaro di carta. Non esisteva il corso legale nelle colonie britanniche.

Il sistema monetario era completamente nelle mani delle piccole banche locali e del governo della Spagna. La valuta principale in Nord America era il dollaro d'argento spagnolo. L'articolo di Wikipedia è molto buono, e lo consiglio. Abbiamo dimenticato che cosa fosse la libertà monetaria.

Il real da 8 (noto anche come pezzo da otto o dollaro spagnolo; in spagnolo real de a ocho, peso de ocho o dólar español; in inglese eight real coin, piece of eight o Spanish dollar) è una moneta d'argento, dal valore di otto real, che fu coniata nell'Impero spagnolo dopo una riforma della monetazione nel 1497. Ebbe corso legale negli Stati Uniti fino all'emissione dell'Act del Congresso che abolì la pratica nel 1857. A causa dell'ampia diffusione in Europa, nelle Americhe e nell'Estremo Oriente, divenne la prima moneta mondiale verso la fine del XVIII secolo. Molte monete in circolazione, come dollaro canadese, dollaro statunitense e lo yuan cinese, come la maggior parte delle monete dell'America Latina e il peso filippino erano inizialmente basati sulle monete da 8 real.

Il termine peso era usato in spagnolo per indicare questa moneta e divenne la base per molte delle monete delle ex-colonie spagnole, tra cui i peso di Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Repubblica Domenicana, Ecuador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Paraguay, Filippine, Porto Rico, San Salvador, Uruguay e Venezuela.
Apprendiamo anche questo: "Il Coniage Act del 1792 creò la Zecca degli Stati Uniti, ma i primi dollari non erano così popolari come i dollari spagnoli, i quali erano più pesanti ed erano fatti di argento più fine."

In altre parole, la base economica di questa nazione si fondava principalmente su una valuta estera. Non c'è stata sovranità monetaria in Nord America fino a quando il Congresso non iniziò a stampare moneta nel 1777, cosa che portò alla prima ed unica iperinflazione nella storia americana. Quando il Congresso affermò la sovranità monetaria nel 1777, fu il passo preliminare per distruggere il sistema monetario. Era il classico esempio di sovranità monetaria federale.

Subito dopo la seconda ratificazione della Costituzione -- la prima venne ratificata nel 1781 -- Alexander Hamilton promosse la Banca degli Stati Uniti come banca centrale controllata a livello nazionale. Questo fu il secondo grande esperimento di sovranità monetaria nella storia degli Stati Uniti. Il primo fu il sistema monetario fiat della rivoluzione. Durò 20 anni: 1791-1811. Nel 1811 non venne rinnovato l'atto costitutivo. Nel 1816 iniziò il terzo esperimento: la Seconda Banca degli Stati Uniti, che durò fino al 1836 quando il presidente Jackson terminò la sovranità monetaria delegata ad un'organizzazione bancaria privata. Questa grande lotta politica ebbe luogo nel 1832, e Jackson sconfisse le forze di Henry Clay quando pose il veto sul rinnovo dell'atto costitutivo della Seconda Banca degli Stati Uniti. Quindi non esistette sovranità monetaria fino al 1913, quando un immigrato tedesco di nome Paul Warburg si alleò con le forze dei Morgan e dei Rockefeller per promuovere l'atto costitutivo della Federal Reserve. Fu il più grande periodo di crescita economica nella storia americana. Fu il periodo di maggiore libertà economica nella storia. Il cuore, la mente e l'anima di quella libertà erano legate a questo fatto centrale: non vi era alcuna sovranità monetaria nazionale negli Stati Uniti. C'erano le banche. Non esisteva alcuna banca centrale. C'erano monete d'oro e d'argento emesse dalla zecca, ma potevano essere usate anche altre monete.

Questa era l'epoca del gold standard internazionale. Non esisteva sovranità monetaria internazionale.

Esisteva sovranità monetaria statale, la quale fu un errore enorme. Se non fosse esistita alcuna sovranità monetaria statale, allora avremmo avuto una vera moneta di libero mercato, che è ciò che Ludwig von Mises raccomandò nel suo libro, La Teoria della Moneta e del Credito. Il suo grande avversario fu Irving Fisher, economista di Yale, che invece promuoveva una moneta nazionale fiat. Fisher era un grande difensore del settore bancario centrale. Vinse il dibattito, ma non riuscì mai a raggiungere il suo obiettivo: riserva al 100% per le banche commerciali. Era l'imbonitore accademico di Warburg, dei Rockefeller e dei Morgan.

Nel 1913, verso la fine del mese di dicembre, gli Stati Uniti ingoiarono forzatamente la sovranità monetaria federale: il Federal Reserve System. Gli americani non hanno mai più avuto libertà nel campo monetario. Il motivo è chiaro: la sovranità monetaria federale.



INTERNAZIONALISMO MONETARIO

Il gold standard è rimasto internazionale fino alla fine del XIX secolo. Non era controllato dai governi nazionali. Incorporava la sovranità monetaria, ed è per questo che era odiato da tutti i difensori del denaro fiat. Viene ancora odiato. I difensori del denaro fiat cercano la sovranità monetaria nazionale e disprezzano quella internazionale: il gold standard. Lo considerano come un freno alla manipolazione keynesiana dell'economia. Hanno ragione. Ecco perché Nixon abolì le sue ultime tracce il 15 Agosto 1971. Lo aveva annunciato il 4 gennaio 1971: "Ora sono un keynesiano." Potete scommetterci che lo fosse -- soprattutto negli affari monetari. Lo dimostrò il 15 agosto.

Oggi assistiamo ad una versione fiat money dell'internazionalismo monetario. Si sta cercando di convertire la sovranità della banca centrale nella sovranità internazionale della banca centrale. Ci sono banchieri centrali che vogliono un cartello internazionale paragonabile a quello nazionale, il quale è rappresentato dal Federal Reserve System. Ci sono 7,000 banche commerciali negli Stati Uniti, ed i pianificatori monetari centrali preferirebbero il modello canadese, che porterebbe il numero delle banche a circa una dozzina, con il conseguente predominio delle quattro o cinque più importanti. Questo può essere fatto solo con la sovranità monetaria federale.

E' iniziato con la sovranità monetaria statale. E' continuato con la sovranità monetaria federale. Ora, si suppone, si concluderà con la sovranità monetaria internazionale. Ogni passo è peggiore di quello precedente.

La soluzione, teoricamente e moralmente, alla sovranità monetaria è il free banking. Questo è ciò che Mises raccomandò nel 1912. Ciò significa che i banchieri, i quali non si fidano l'uno dell'altro, ricoprono il ruolo di agenti economici della popolazione. I banchieri generano corse agli sportelli delle altre banche richiedendo il rimborso, in monete d'argento o d'oro, di quelle ricevute di deposito emesse da altre banche commerciali.



I CARTELLI BANCARI

Fintanto che le grandi banche non possono costituire un cartello a livello statale, che è quello che cercano sempre di fare, la sovranità monetaria viene conservata nel libero mercato, non nello stato. I banchieri commerciali vogliono sempre la sovranità monetaria statale, perché non vogliono corse agli sportelli nei confronti delle grandi quantità di ricevute di deposito che in realtà non possiedono nei loro caveau. Vogliono un cartello autorizzato dallo stato per proteggersi dagli altri banchieri. In primo luogo, c'è lo stato che autorizza le banche ad operare. In secondo luogo, subentra la licenza federale. In terzo luogo, c'è un trasferimento di sovranità monetaria federale ad una banca centrale privata, che viene creata per proteggere le grandi banche commerciali. Infine, c'è il tentativo di trasferire la sovranità monetaria ad un cartello bancario internazionale.

Il problema con tutte queste sciocchezze è il concetto di sovranità statale sul denaro. Non c'è nulla nell'etica o nella teoria economica che possa giustificare la sovranità monetaria statale. L'autorizzazione statale è sempre il tentativo dei banchieri commerciali, che cercano di formare un cartello, di tenere fuori i vari concorrenti e di stabilire tassi di rendimento superiori a quelli di mercato per coloro all'interno del cartello bancario. I banchieri commerciali difendono sempre la sovranità monetaria statale perché vogliono tenere fuori i nuovi concorrenti, ed usano lo stato per ottenere un oligopolio sulla popolazione.

Più e più e più volte vediamo che i conservatori, nonostante le buone intenzioni, si ritrovano a promuovere questo sistema di intervento statale negli affari monetari. Questa è una richiesta di keynesismo pura e semplice. Significa contraffazione della banca centrale -- fiat money -- per comprare il debito del governo federale, il quale va in deficit per cercare di controllare l'economia. Questa pratica viene difesa come una sorta di diritto naturale del governo civile. Non esiste un diritto simile. Si tratta semplicemente di una intrusione dello stato nel libero mercato, sempre in nome del consumatore e sempre gestita dai banchieri commerciali (soprattutto dai grandi banchieri commerciali che tentano di stabilire un cartello per se stessi e che usano l'intervento dello stato per mantenere fuori i concorrenti).

Questa situazione è andata avanti per così tanto tempo che oggi è stata metabolizzata ed inglobata nel pensiero della popolazione, la quale non appena sente le parole "sovranità monetaria" pensa ad una difesa contro la "sovranità monetaria internazionale". In realtà è un attacco all'idea di un libero mercato nel settore bancario. E' keynesismo nazionale contro keynesismo internazionale.

I conservatori americani sono stati nella tasca del Federal Reserve System per così tanto tempo da credere onestamente che una difesa della sovranità monetaria, che per un secolo è stata una difesa politica del Federal Reserve System, sia una sorta di dovere patriottico degli americani. Non è così.



CONCLUSIONE

Per favore non usate le parole "sovranità monetaria" senza usare anche le parole "nessuna licenza statale per le banche". Se non lo fate, diventerete un utile idiota del Federal Reserve System. La Federal Reserve ha tutti gli utili idioti di cui ha bisogno nel Congresso, nei media e nelle università. Non aumentatene il numero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La fase terminale di una gigantesca bolla del credito

Mer, 16/07/2014 - 10:15
Come ho ripetuto più volte, l'innesco della prossima crisi saranno i fallimenti aziendali. Eventi apparentemente di poco conto, che invece metteranno a dura prova il recalcitrante esperimento monetario che va avanti da 100 anni ormai. L'ho detto per l'Europa, ma vale anche per gli USA. Le nenie tedianti di una ripresa dietro l'angolo si sono sfracellate ancora una volta contro il muro della realtà: nel primo trimestre di quest'anno il PIL USA è sceso del 2.9%. Tutte le menzogne vomitate dai media mainstream su una ripresa sostenibile, annunciavano solamente il tentativo goffo dei banchieri centrali di riparare l'economia mondiale col nastro adesivo. Hanno drogato l'economia con tassi di interesse ridicolmente bassi, inviando informazioni errate in tutto il panorama economico. Agendo in questo modo non si veicolano altro che errori. Ad oggi le corporazioni, grazie ai proventi che riescono ad incamerare grazie alla falsa fiducia nel mercato obbligazionario, stanno facendo incetta di azioni. Il circuito finanziario è un grande casinò a cui hanno accesso solo determinati individui, di certo non è aperto alla gente comune. Quest'ultima è quella a cui viene lasciato il cerino in mano. I pezzi grossi cercheranno di calcolare il momento in cui uscire e lasciare la patata bollente al prossimo fesso di turno (di solito è quasi sempre il contribuente). E' andata così nel 2007 e andrà così anche la prossima volta. La tempistica sarà tutto. Fatevi trovare pronti, perché non è una questione di "se" bensì una questione di "quando".
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di Byron King


"Il mondo è entrato nella fase terminale di una gigantesca bolla del credito e degli asset?"

Tale domanda ha aperto la stimolante relazione del noto commentatore economico Marc Faber alla conferenza Wolrd War D in Australia, a cui ho partecipato e discusso. Questo era solo l'inizio. Il suo messaggio era come minimo preoccupante, per non dire altro.

Ma ho un modo migliore per descriverlo.

Fase terminale? Se questo non attrae la vostra attenzione, nient'altro potrà farlo. "Il panico non distrugge il capitale", ha continuato Faber, citando un principio classico della Scuola Austriaca. "Rivela la misura in cui è già stato distrutto dalle decisioni sbagliate."

Ancora peggio, secondo Faber la maggior parte di coloro che hanno preso "cattive decisioni" — i banchieri centrali, i politici, i burocrati senza volto ed i privilegiati nel ramo aziendale — non pagano alcun prezzo per i loro errori. Uno di questi giorni, andranno in pensione e vivranno comodamente ... o almeno così pensano.

Tra questi c'è la Federal Reserve. Presumibilmente ricopre il ruolo di banca centrale "indipendente". Ma la FED marcia ad un ritmo dettato dal governo degli Stati Uniti. Anno dopo anno, la FED immette liquidità in modo che il Dipartimento del Tesoro possa firmare assegni a fronte di un budget fuori controllo approvato dal Congresso, inondando il mondo di dollari.

Cioè, la FED stampa mucchi di denaro per pagare livelli esplosivi di spesa federale. Il grafico che segue ci mostra la base monetaria degli Stati Uniti sin dal 1920.




Come illustra questo grafico, la politica monetaria degli Stati Uniti è stata espansionista sin dal 1960. Abbiamo a che fare con un problema multigenerazionale che ora è sistemico. Cioè, "tanta spesa" è così che funziona. E' diventata parte del DNA nazionale, per così dire.

Dove ci porterà? Beh, per Faber, le cose "andranno a fuoco, ad un certo punto." Poi ha aggiunto seccamente: "Sarà un evento spiacevole."

Guardando indietro, l'economia statunitense pre-1960 non necessitava di grandi quantità di nuovo denaro per funzionare. In passato, l'economia statunitense funzionava abbastanza bene. Ad esempio, negli anni '60 potevate acquistare una nuova auto per circa $2,000, al contrario dei $30,000 che ce ne vogliono oggi. La retta di Harvard era di $2,000 alla fine degli anni '60, rispetto ai $50,000 di oggi. Nessuno nota un certo trend inflazionistico?

Si noti, inoltre, che anche durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale — gli anni '40 — la spesa pubblica non ha portato ad un'espansione permanente della base monetaria. Non era così che si agiva allora.

Allora qual è il problema attuale? Perché far crescere l'offerta di moneta? Perché sin dal 1960 il governo federale ha continuamente richiesto più e più fondi ogni anno, oltre al prelievo fiscale, per bilanciare i suoi conti.

Guardatela in un altro modo. "Governare significa scegliere", disse il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher. Ma oggi il governo non sceglie; finanzia praticamente tutto ciò che può generare consenso politico.

In altre parole, la grande questione del nostro tempo — la versione moderna di "Roma brucia", per così dire — è come pagare per il Big Government e il suo welfare state, più la sua controparte "warfare state". "Entrambi sono i riflessi dell'arroganza politica all'interno della classe politica. Dimenticatevi della formula "In God We Trust". Il motto moderno è: "Noi governiamo perché possiamo."

Triste a dirsi, il Big Government riflette un ethos politico che crede con fervore nel gravare il futuro con debito impagabile del passato. Ad esempio, una volta ho sentito che il senatore Edward Kennedy diceva: "Noi non saremo qui per affrontare il problema", quando gli venne chiesto di parlare del debito nazionale degli Stati Uniti. "Qualcun altro si ritroverà per le mani questa gatta da pelare", aggiunse.

Ancora peggio, quelli di noi ancora tra i vivi devono vedersela col decollo dell'offerta di moneta statunitense dopo il crollo del 2008. Come è evidente dal grafico di sopra, questa esplosione della base monetaria riflette i salvataggi federali di banche, stati, città e gruppi politici privilegiati, oltre ad altre spese post-crash. Erano i politici, i burocrati ed i banchieri che facevano il proverbiale "qualcosa" di fronte ad un disastro totale. Abbiamo speso i soldi, e siamo ancora nei guai. Ora che cosa accadrà?

Non è difficile concludere che il sistema monetario degli Stati Uniti sia crollato catastroficamente nel 2008, innescato dalla crisi dei mutui subprime. Cioè, nel 2008 gran parte dell'economia degli Stati Uniti — e l'economia globale — era legata alla bolla ipotecaria/finanziaria. Questa bolla è stata gonfiata dalla politica del governo degli Stati Uniti: espandere l'offerta di moneta e lasciare che le persone, le imprese ed altri enti governativi prendessero in prestito fondi, sebbene non avessero alcuna possibilità di rimborsarli.

La bolla dei mutui è scoppiata improvvisamente nell'autunno del 2008. Incolpate Lehman Bros., se volete, ma c'è qualcosa di più. L'intero sistema finanziario basato sul dollaro era sul punto di capitolare. Nel 2008 ho sentito dire all'ex-Segretario del Tesoro Paul O'Neill che gli americani avrebbero potuto svegliarsi una mattina e scoprire che gli "sportelli bancomat in tutto il paese non funzionano." Più di recente, nel 2013, ho sentito dire all'ex-presidente George W. Bush che "stava per scatenarsi l'inferno. "

Quindi cosa ha fatto la FED? Ha aperto i rubinetti della liquidità, ha fissato i tassi di interesse ad una spanna sopra lo zero per cento e ha chiarito che la politica monetaria allentata sarebbe durata a tempo indeterminato. Infatti, con i livelli crescenti del debito federale, per la FED è diventato quasi impossibile alzare i tassi di interesse, per timore che la spesa possa sopraffare rapidamente la capacità del governo di far fronte ai propri obblighi.

Nel frattempo, dopo il 2008, il Dipartimento del Tesoro e la FED hanno cominciato a monetizzare i titoli di stato tramite il quantitative easing (QE). In un certo senso, secondo Faber, questa strategia rappresenta la campana a morto del dollaro. Cioè, è la prima fase dell'iperinflazione monetaria. Naturalmente, non l'abbiamo ancora vista... o l'avremmo saputo — carriole piene di valuta e cose simili.

E' giusto chiedersi se questa nuova generosità della FED — maggiore liquidità e bassi tassi di interesse — abbia realizzato qualcosa. Dopo tutto, le ali sono ancora attaccate al velivolo, giusto? Non si è scatenato l'inferno come temeva l'ex-presidente Bush.

Guardandoci intorno, abbiamo ancora un'economia e sembra funzionare. Avete ancora soldi in banca. Acquistate generi alimentari presso i negozi e riempite il serbatoio della vostra auto al distributore di benzina, giusto? Quando le cose vanno male in altre parti del mondo — Ucraina o simili — il denaro ritorna negli Stati Uniti e il dollaro si rafforza, giusto? Beh, sì... ma per quanto tempo?

"Il problema con l'offerta di moneta gonfiata", afferma Faber, "è sapere dove finisce. Non tutto il denaro rialza tutti i prezzi e gli asset nello stesso tempo... I prezzi aumentano in modo differenziato." In altre parole, dice Faber, ciò che accade dipende dai tempi e dalle circostanze.

Ad esempio, l'aumento dell'offerta di moneta può creare una bolla in uno o più parametri chiave quali salari, energia, cibo, altre materie prime, immobili, obbligazioni, azioni, arte "da collezione" e molto altro. A volte, non si sa davvero dove possa trovarsi la prossima bolla fino a quando non è pronta a scoppiare. Tecnologia? Rette del college? Pensioni comunali? Anche la Cina potrebbe innescare un crollo, ora che il Regno di Mezzo ha gonfiato una bolla del credito attraverso il leverage delle esportazioni; questo ha generato città e magazzini pieni di di rame a sostegno di prestiti in sofferenza.

A questo punto, consideriamo quello che l'offerta di moneta ha fatto al prezzo dell'oro. Quando si parla di oro, la FED non lavora da sola. Cioè, le banche centrali di tutto il mondo coordinano le rispettive politiche monetarie. I risultati si riflettono nel prezzo dell'oro, che agisce come una sorta di barometro monetario.

Ecco un grafico che confronta gli sforzi combinati di Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa e Giappone nella creazione di denaro rispetto all'oro sin dal 2001.




Negli ultimi 14 anni il continuo aumento dei prezzi dell'oro ha seguito l'offerta di moneta, riflettendo un consenso nell'investimento globale — certamente tra coloro che acquistavano oro — secondo cui l'offerta di moneta stava crescendo troppo in fretta. Molti dollari-sterline-euro-yen si sono spostati nel metallo giallo, per preservare la ricchezza e cavalcare l'onda. Anche dopo il recente pullback dei prezzi dell'oro è chiaro che, più o meno, l'oro segue l'offerta di moneta.

Qual è la fonte della domanda per l'oro? I gold bug, giusto? In termini di quantità, qualche acquisto è ancora concluso da parte di, diciamo, persone come voi — o acquisti molto più grandi da parte di individui molto ricchi. La domanda per l'oro proviene anche da fondi e istituzioni rispettabili, inclusi nomi risonanti come Northwest Mutual Life Insurance Co. e l'Università del Texas.

Negli ultimi dieci anni, più e più oro è finito nelle banche centrali, come ad esempio in quelle di Cina e Russia, passando dal Medio Oriente e altrove. Il recente calo dei prezzi dell'oro è solamente una pausa nel lungo schema delle cose. Il pullback permette il ribilanciamento delle riserve auree mondiali, mentre gli investitori di tutto il mondo attendono altre notizie circa la politica monetaria degli Stati Uniti. Date al processo un po' di tempo...

Da qui, dove potrebbe arrivare l'oro? Rispetto ai livelli attuali a $1,300 l'oncia, il prezzo dell'oro potrebbe muoversi verso i $2,000 grazie ad una semplice notizia riguardante la sua "offerta" (come un crollo minerario in Sud Africa, per non parlare di un annuncio importante sui numeri delle riserve d'oro da parte, per esempio, della banca centrale della Cina). Rispetto a tutti i problemi economici che ha la Cina, accumulare oro non è uno di essi.

Alcuni gold bug credono che l'oro potrebbe poi arrivare a $5,000 o $10,000 l'oncia (con l'argento che arriverebbe a $200 o $400 l'oncia). Ancora una volta, dategli tempo. Uno dei motivi principali per esser rialzisti è che prima o poi le banche centrali di tutto il mondo avranno bisogno di più oro quando smetteranno di aver fiducia nei dollari — per non parlare dei titoli di stato degli Stati Uniti — come fonte di preservazione della ricchezza.

Infatti, nelle giuste circostanze (o nelle circostanze sbagliate, a seconda del vostro punto di vista) i titolari esteri di dollari potrebbero decidere di vendere le obbligazioni americane e comprare oro in modo da mettere in sicurezza i propri sistemi bancari. Alla fine, come ha sottolineato Marc Faber e come ho sostenuto più e più volte anch'io, l'oro è un asset chiave per la conservazione della ricchezza nel lungo periodo. Il dollaro soffre da decenni a causa di errori monetari vari. D'altra parte, l'oro è un hard-asset di lungo termine con cui preservare la ricchezza.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il castello di carte della banca centrale europea

Mar, 15/07/2014 - 10:11
«Quando chiedete lumi sulla crisi dei debiti sovrani al chief investment officer di Allianz, preparatevi a sentire una risposta che avete già sentito. "I problemi fondamentali non sono stati risolti, e tutti lo sanno," ha detto Maximilian Zimmerer a Bloomberg. "La crisi della zona euro non è finita." Mentre lo stimolo straordinario della Banca Centrale Europea ha incoraggiato gli investitori ad ingozzarsi di bond degli stati europei, secondo Zimmerer, il quale è responsabile di €556 miliardi ($757 miliardi) in una delle compagnie assicurative più grandi d'Europa, questa presunta soluzione non rappresenta un rimedio sufficiente. I paesi europei continuano ad accumulare debiti, e questo significa problemi nel futuro prossimo. Come ha ricordato Zimmerer, quando le azioni e le obbligazioni delle istituzioni finanziarie portoghesi sono di recente finite sotto pressione, agli investitori è stato dato un promemoria sulla volatilità della crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2009. Nel mezzo di una quattro giorni di crisi, i rendimenti dei decennali portoghesi sono saliti di 279 punti base rispetto alla loro controparte tedesca, il differenziale più marcato sin dallo scorso 18 marzo. "C'è solo un paese il cui livello di debito lo scorso anno è risultato inferiore a quello del 2012 e questo può solo significare che la crisi del debito non è finita," ha detto Zimmerer il 9 luglio. "Se i livelli di debito non scenderanno i nostri problemi si faranno sempre più asfissianti, questo è certo."»

-- Portugal Smolders as Allianz Says Crisis Isn't Over, Eshe Nelson, Bloomberg, 11 luglio 2014
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di Frank Hollenbeck


La Banca Centrale Europea (BCE) di recente ha imposto tassi negativi sui depositi e sta preparando una forma di quantitative easing (QE) per acquistare titoli coperti da asset, obbligazioni societarie o forse obbligazioni. Questa politica può sembrare sorprendente. Perché la BCE vorrebbe costringere le banche a concedere prestiti non performanti, o prendere in considerazione l'attuazione di una politica di quantitative easing la quale è stata chiaramente un fallimento totale (con ovvie conseguenze indesiderate) sia negli Stati Uniti sia in Giappone? La risposta si trova altrove. Con la scusa di evitare la deflazione o la "lowflation", la BCE è, in realtà, in preda al panico e sta cercando di salvarsi dalla scure del boia. Il settore bancario europeo e la sua schiera di giornalisti, sostengono all'unanimità questa prospettiva di un furto continuo tramite la svalutazione. Sono eccitati alla prospettiva di un aumento dei prezzi degli asset, di redditi bancari più alti (ingiustificati dai fondamentali) e dal massiccio trasferimento di reddito e di ricchezza dai non abbienti ai ricchi.

L'Europa è un incidente annunciato. Poco è stato fatto per arginare l'ingolfamento dei settori pubblici. In quasi tutti i paesi europei la spesa pubblica è aumentata sin dal 2008. I rapporti debito/PIL continuano ad aumentare e molti paesi hanno sforato la soglia del 100%. I tassi di crescita del PIL avrebbero dovuto superare il 3% solo per stabilizzare questi rapporti. La soglia di deficit del 3% è priva di significato quando la crescita economica è in gran parte bloccata. Fatta eccezione per la Germania, la crescita nella zona euro è stata praticamente inesistente. La crescita italiana sin dal 1990 è stata in media meno dell'1%. Tali obiettivi di deficit sono un'illusione di sostenibilità e, in realtà, garantiscono semplicemente una morte lenta.

La cosiddetta austerità attuata in Europa è stata pingue di massicci aumenti delle imposte sul settore privato, costringendolo a sopportare il peso di quello che è sempre stato un problema del settore pubblico. Naturalmente, questa è una politica molto miope. Ai livelli fiscali correnti, aumentare le tasse alla fine si rivelerà controproducente. Tali aumenti fiscali possono aumentare i ricavi nel brevissimo termine, ma avranno conseguenze devastanti più avanti nel tempo. Implementare un tax rate marginale al 75%, come in Francia, può gonfiare le entrate fiscali quest'anno, ma probabilmente costringerà la vostra base imponibile a trovare pascoli verdi altrove. Vauban nel 1707 riteneva che la “dîme royale” (la decima reale) non dovesse superare il 30%. La curva di Laffer probabilmente ha un tax rate marginale massimo al di sotto del 30%. Eppure anche un tax rate pesante al 30% è di gran lunga auspicabile rispetto al carico fiscale di oggi in tutti i paesi europei.

Sotto le attuali condizioni economiche e politiche, una rottura dell'euro è quasi una conclusione scontata. Invece di lasciare che questo accada, la BCE, nel tentativo di salvare se stessa, preferisce rischiare di distruggere il valore dell'euro (cosa che si suppone dovrebbe proteggere) creando enormi distorsioni dei prezzi ed allocazioni errate e sperando che il quantitative easing possa risolvere magicamente i profondi problemi strutturali radicati nell'Europa.

Mario Draghi considera il suo commento del luglio 2012, "all'interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'EURO; e, credetemi, sarà sufficiente", una delle sue azioni politiche di maggior successo. Purtroppo per lui, si sbagliava. Il suo commento ha portato ad un calo dei tassi di interesse in tutta Europa, cosa che ha alleviato la pressione sul blocco meridionale dei paesi europei nell'adottare riforme strutturali significative. I mercati finanziari sono ormai totalmente dipendenti dalle conseguenze non intenzionali di questo commento che ora viene chiamato “bluff di Draghi”.

I tassi di interesse in Europa sono ormai totalmente distorti. Essi sono i prezzi più importanti in un'economia e riflettono le scelte di consumo intertemporali della società ed i rischi di default insiti in un'economia capitalista. Distorcere i tassi di interesse vuol dire distorcere tutti gli altri prezzi, causando un divario sempre crescente tra ciò che la società vuole che sia prodotto e ciò che viene effettivamente prodotto. Più questa distorsione va avanti, maggiore sarà il suddetto divario, e più a lungo durerà l'aggiustamento necessario per riallineare la produzione più vicino a ciò che la società vuole davvero.

Inoltre, tutto ciò ha solo aumentato il sentimento anti-europeo. Le recenti elezioni europee hanno visto un rafforzamento dei movimenti euroscettici. Prima del commento di Draghi, le riforme strutturali sarebbero state estremamente difficili, ma fattibili. Oggi, l'ambiente politico è molto meno favorevole ad approvare tali riforme, seppur essenziali.

L'Europa è un treno in corsa il cui futuro la porterà in un burrone. La BCE ne è ben consapevole, ed è anche consapevole della fragilità politica dell'Europa. E non è cieca alle pressioni politiche, come quella di Berlusconi nel 2012 quando auspicava che l'Italia potesse avere una stampante. Il blocco meridionale dell'Europa, come ha fatto in precedenza, sceglierà sempre la strada più facile (che passa attraverso la svalutazione). La conseguenza di questa scelta, naturalmente, è la distruzione completa della funzione di allocazione dei prezzi. E' difficile immaginare una Germania disposta ad andare avanti in questo modo, data la sua passata esperienza con l'iperinflazione.

Quasi tutti gli episodi di iperinflazione seguono un percorso simile. C'è una breve ripresa dell'attività economica che diventa sempre più breve, poi c'è bisogno di un'espansione monetaria esponenzialmente crescente, fino a quando il denaro non perde sia la sua funzione di mezzo di scambio sia la sua funzione di riserva di valore. L'attività economica si arresta e sono necessari decenni per ripristinare il capitale, l'industria, il commercio ed il credito ai livelli pre-iperinflazione.

La Germania e altri paesi affini farebbero meglio a riflettere sul vero scopo delle azioni attuali della BCE. Meglio contrastare le azioni ora con il rischio di una rottura dell'Euro, piuttosto che avere a che fare con una rottura dopo ed affrontare anche gli effetti distorsivi della stampa di denaro una volta che prenderà piede.

Invece di lasciar accadere questa inevitabile rottura, l'attuale politica della BCE è quella di far affondare tutta la nave se questo salverà temporaneamente la situazione. Questo è un perfetto esempio dell'aforisma di Robert Burn “The best laid schemes o’ mice an’ men.” La BCE è stata istituita per essere una banca centrale indipendente, il cui scopo era quello di ridurre le pressioni politiche in materia di politica monetaria. Eppure tale indipendenza non ha protetto la politica monetaria dagli interessi personali degli individui che la gestiscono. Quando si tratta di BCE o, se è per questo, di qualsiasi altra banca centrale, gli interessi personali di chi gestisce la politica monetaria vinceranno sempre sugli interessi pubblici molto più grandi!

La BCE finirà per morire, ma solo dopo enormi sofferenze. Sembra che la gente non riesca ad imparare dal passato. L'unica strada per la stabilità economica di lungo termine e la prosperità, è basata sul denaro stabile divorziato da qualsiasi interferenza dello stato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Una soluzione confortevole ad un incubo economico

Lun, 14/07/2014 - 10:15




di Richard Daughty (alias The Mogambo Guru)


Come ho capito dagli incessanti e rumorosi piagnistei all'interno della mia famiglia, affinché io metta mano al portafoglio e sganci tanti dollari, l'inflazione dei prezzi li sta colpendo piuttosto duramente. Lo sapete ormai: la stessa vecchia storia.

Mi vanto di essere sempre stato un marito e un padre amorevole, premuroso abbastanza da affrontare gentilmente le loro preoccupazioni finanziarie con la mia solita ed attenta considerazione: "State zitti!" Dopo di che diventano tutti isterici!

Ok, ammetto che la prima colazione è un brutto momento in cui affrontare questo schifo. Immaginate la scena: mi alzo, vago per la casa intontito e inciampo per la cucina in uno stato di shock poiché vengo aggiornato sui terrori economici che sono trapelati in tutto il mondo durante la notte — una notte in cui mi rigiravo nel letto, tormentato dagli orrori di incubi vividi in cui lupi famelici mi mangiavano le gambe e io urlavo di dolore; a quanto pare i lupi NON stavano mangiando nessun'altro della mia famiglia, anche se erano LORO la causa di quel delirio!

Sdraiato a terra sanguinante, agonizzante di dolore, li vedevo in lontananza oziare e rilassarsi su una bella veranda, allegri e gioiosi in mezzo a tavole imbandite con pile di beni e servizi, e tutti bevevano champagne, ridendo come i banchieri ridono quando si accendono i sigari con le banconote! Tipi grassi e unti che si accendono sigari! Brrrr! Orrore!

Non c'è bisogno di essere uno psichiatra sbruffone con una siringa enorme che mi dice di "calmarmi" e che presto mi "sentirò meglio", o essere un Junior Mogambo Ranger (JMR) istruito a sufficienza in economia che inorridisce di fronte all'inflazione dell'offerta di moneta la quale porta all'inflazione dei prezzi la quale porta alla miseria economica, per interpretare con precisione questo sogno terrificante.

Ovviamente i lupi rappresentavano l'inflazione dei prezzi, i tipi grassi erano i banchieri ed è garantito che la calamità economica incipiente (dovuta alla rovinosa inflazione dei prezzi che pagherete voi e la vostra famiglia per aver consumato al di là dei vostri mezzi) vi mangerà vivi, un pezzo alla volta, grazie soprattutto alla disgustosa Federal Reserve che ha creato Così Dannatamente Tanta (CDT) valuta nel corso degli anni. Per più di un decennio! Quasi mezzo secolo, infatti!

Ma rilassiamoci. Non si tratta della mia famiglia che mi odia fin nel profondo o che mi chiama vecchio avaro, o io che li chiamo sanguisughe e parassiti zombie, o l'orario della colazione che rappresenta uno dei momenti più brutti dell'Inferno Vivente del Mogambo (IVM).

Invece, uscendo dagli orrori degli incubi ed entrando negli orrori della realtà, apprendo dal Consumer Metric Institute l'esistenza di una relazione agghiacciante sull'inflazione dei prezzi nel corso dell'ultimo anno, la quale si è attestata al 3.91%! Oddio!

Se questo non bastasse, l'economia si sta ancora dirigendo verso il basso, il che spiega perché i lavori stiano scomparendo. La relazione prosegue dicendo che: "L'inflazione non riportata permette l'esposizione di dati eccessivamente ottimistici, e se i numeri del BEA fossero corretti per quanto riguarda l'inflazione, utilizzando il BLS CPI-U l'economia si starebbe contraendo ad un tasso annualizzato di -0.38%. E se dovessimo utilizzare i dati BPP, il tasso di contrazione del primo trimestre si sarebbe attestato ad un incredibile -2.50%." Oddio!

E se usiamo le misure dell'inflazione non edoniche, come accuratamente calcolate da John Williams di Shadowstats.com (nei confronti del quale abbiamo un debito di riconoscenza), l'inflazione dei prezzi è davvero, davvero, davvero intorno all'8 o 9%, il che significa che il PIL reale sta crollando del 7% o più!

David Stockman di DavidStockmansContraCorner.com starà pensando lungo le stesse linee, poiché dice: "Siamo dannatamente fregati! L'aumento dei prezzi alimentari e dell'energia vi mangerà vivi come i lupi sbavanti di cui sopra!" Infatti scrive che i prezzi dell'elettricità sono aumentati ad "un tasso di crescita composto del 4.5% in oltre un decennio."

Ho capito che nessuno, come si suol dire, "comprende la funzione esponenziale" di un "aumento composto del 4.5% in dieci anni", così ho deciso di riempire tale bisogno educativo con qualcosa di più concreto, più afferrabile, più comprensibile, più in linea col Mogambo: "Facendo due conti, state pagando il 50% in più per l'energia elettrica, la quale rappresenta un bene fondamentale su cui fate un enorme affidamento ogni giorno della vostra stupida vita! Ed è una situazione destinata a peggiorare! Vi piacciono i risultati di un'inflazione costante e latente, idioti che non siete altro? Idioti perché avreste dovuto ascoltare il Mogambo quando vi diceva di scacciare quelle mezzeseghe spendaccione al Congresso, le quali ci stanno scavando la fossa con deficit terrificanti, consentendo inoltre alla malvagia Federal Reserve di creare così tanto denaro da provocare tanta miseria inflazionistica che, come precedentemente ipotizzato, ci farà secchi tutti quanti."

Pensando lungo le stesse linee, vale a dire, che la malvagia Federal Reserve è la causa di tutti i nostri problemi, Stockman dice: "Partendo da una prospettiva di 100 anni sui prezzi dell'energia elettrica, l'emersione del settore bancario keynesiano dopo l'agosto 1971 è stato associato ad un'inflazione persistente, non ad una deflazione."

Voglio dire, guardatevi intorno! O ascoltate le lagne della mia famiglia che mi chiede costantemente soldi! Le cose costano molto di più rispetto al passato!

Ad esempio, di quanto sono saliti i suddetti prezzi dell'elettricità sin dal 1971? Un aumento del 300%! Triplicati! Immaginate una bolletta dell'energia elettrica tre volte superiore a quella che pagate adesso!

Naturalmente ci sono quelli che sostengono: "Ma i redditi erano più bassi allora, quindi le cose si compensavano, e comunque sei uno stupido idiota che non sa nulla, quindi stai zitto Stupido Mogambo Cretino (SMC)."

Colpito da cotanta maleducazione e indifferenza per i poveri, rimango a corto di parole davanti ad una risposta così dannatamente stupida, sorapttutto quando Stockman sembra essere un telepate visto che ha perfettamente compreso il mio problema! La buona notizia è che ha deciso di commentarlo, spiegando tutto per filo e per segno, mentre la cattiva notizia è che mi sta privando dell'attenzione di cui ho disperatamente bisogno, in questo modo non sono io quello che sale sul podio gonfiando il petto per la soddisfazione di aver dato una risposta intelligente.

E riesce anche ad eclissarmi nei calcoli, perché aggiunge: "Per coloro che pensano che questo tipo di inflazione 'moderata' sia una cosa salutare, considerate quanto un dollaro risparmiato oggi varrà dopo 30 anni di inflazione al 3.5%. Risposta: 35 centesimi."

Mi strofino gli occhi incredulo, la mia voce trema, e considerando il futuro della mia pensione rimango scioccato se penso che devo risparmiare tre dollari di potere d'acquisto oggi per ritrovarmi un pidocchioso dollaro di potere d'acquisto domani. Per 30 anni mi servirà un 3.73% annuo sul mio investimento, solo per restare in pareggio in termini di potere d'acquisto! Oddio! Solo per restare schifosamente in pareggio!

E questo ESCLUSE commissioni, tasse e spese! Gaaahhh! Siamo dannatamente fregati!

Ma va avanti, ogni statistica è come un pugnale rovente nel mio cuore. Infatti scrive: "I prezzi della benzina sono saliti di quasi il 6.0% negli ultimi nove anni", gli affitti sono aumentati ad un tasso composto del 3% e anche il costo delle utenze come acqua, fogna e raccolta dei rifiuti sono salite del 4.5% annuo nello stesso periodo di tempo!

Poi ecco che arriva dal nulla Greg Guenthner con la sua newsletter Rude Awakening, anch'egli a scrivere sull'inflazione dei prezzi e di come "il cacao è in crescita del 34% da giugno" grazie ad una "cocente" domanda proveniente dalla Cina.

Poi offre questo distico profetico: "Dite quello che volete sull'economia della Cina, ma il suo vizio per il cioccolato è in aumento ed i prezzi stanno andando a ruota."

Io dico, in veste di Mogambo Brillante e Chiassoso (MBC) che disprezza tutti quelli che lo contraddicono e li respinge con un sopracciglio alzato e un ghigno sulle labbra, che un terzo della popolazione mondiale è scarsamente ingombrata da problemi di debito personale e può facilmente ricorrere al debito per comprare le cose!

E il commento di Guenthner quando dice che "i prezzi stanno andando a ruota" è particolarmente agghiacciante, poiché la crescente domanda cinese e un dollaro più basso renderanno le cose molto, molto, MOLTO più costose per noi americani che amiamo il cioccolato. Beh, più che amare bramiamo, ma non è questo il punto e lo sapete.

Il punto è che ora non possiamo più permetterci nemmeno il cioccolato. Grande. Davvero grande.

Ed a peggiorare le cose, si scopre che "i prezzi delle carni bovine sono aumentate del 16% annuo", cosa che farà aumentare il prezzo degli hamburger ancora e ancora. Ripeto: grande. Davvero grande.

Se NON avete dato ascoltò al mio saggio consiglio di comprare oro e argento, né avete preso a calci i perdenti di sinistra i quali pensano che il governo dovrebbe aiutare tutti e che di fatto hanno permesso alla malvagia Federal Reserve di creare così tanta liquidità che ha gonfiato bolle mega-galattiche in azioni, obbligazioni, case, prestiti studenteschi e debito personale, non è ancora troppo tardi per salvare, in lingua volgare, il vostro Dolce Culo Finanziario (DCF) dagli orrori dell'inflazione dei prezzi.

Tutto quello che dovete fare è investire il vostro denaro in oro e argento! E' così incredibilmente semplice! Questa filosofia esplosiva di investimento ha funzionato alla grande negli ultimi mille anni malgrado gli sforzi frenetici e bancarottieri di tutti i governi, e funzionerà anche questa volta, per la semplice ragione che non ci sono altri "finali alternativi"!

Quindi, hahahaha! Che altro si può fare se non ridere davanti alla semplicità disarmante quando si tratta di scambiare dollari fiat per oro reale e argento, i quali possono rendervi ricchi durante condizioni monetarie estreme come queste? Whee! Questa roba dell'investire è facile!

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Draghi banchiere “Hayekiano”? E l'inflazione monetaria si impenna!

Ven, 11/07/2014 - 10:19
Capita spesso di leggere castronerie sul web. La maggior parte delle volte accade perché chi le scrive non ha compreso appieno quello che decide di attaccare o "confutare". Non sorprende, quindi, che il blogger di Archeo-finanza riempia le pagine del suo blog di sciocchezze sulla teoria Austriaca, chiamando in causa una puntuale replica (si veda qui e qui). La confusione manifesta su quanto asserisce, purtroppo, non l'ha fermato dal tornare sull'argomento e perseverare a stravolgere concetti che gli sono poco chiari. Non è l'unico nella lunga lista di coloro che ci hanno provato, studiosi presumibilmente più in vista di lui ci hanno provato in passato, come Milton Friedman ieri e Paul Krugman oggi. Allora come oggi, si utilizzano travisazioni del pensiero accademico di un determinato individuo per stravolgerne le fondamenta. Magicamente, quindi, Rothbard diventa un sedicente affamatore di popoli, il quale trarrebbe solo gioia dal vedere crollare il sistema bancario. E' davvero così? In realtà Rothbard non fece altro che sottolineare l'ovvio: il sistema bancario commerciale, spalleggiato da uno centrale, aveva eccesso nei bagordi della riserva frazionaria andando a piantare i semi della sua futura morte. Il sistema si era auto-distrutto ed aveva trascinato con sé l'intera economia. Rothbard non voleva cancellare qualcosa di sano, ma stava evidenziando che il sistema era ormai defunto. Sebbene questa spiegazione era stata fornita per spiegare la grande depressione degli anni '30, le sue conclusioni sono tuttora valide per la grande recessione di cui siamo protagonisti.
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di Luca Fusari


In un recente articolo intitolato Ricordiamo alcuni concetti, apparso sul blog Archeo-finanza.blogspot.it da parte di Massimo Fontana, si asserisce in maniera più o meno esplicita che il banchiere centrale europeo Mario Draghi sarebbe non solo “hayekiano” ma addirittura un vero e proprio esempio vivente di “economista austriaco” impegnato a contrastare la crisi economica e i suoi dannosi effetti sociali!

L’autore di simili allucinanti affermazioni parrebbe non esser stato influenzato nella stesura del suo articolo dalla consegna dello Schumpeter Award 2014, avvenuta Giovedì 13 Marzo 2014, all’ex-Governatore della Banca d’Italia, già Vice Presidente e Managing Director di Goldman Sachs International nella cerimonia tenutasi presso la Oesterreichische Nationalbank (OeNB) di Vienna da parte del socialdemocratico Andreas Mailath-Pokorny, assessore viennese per gli Affari Culturali, con la motivazione: «per la sua pratica innovativa in economia e in politiche monetarie».

Ewald Nowotny, governatore della Oesterreichische Nationalbank (OeNB) e membro sin dal 1974 del Partito Socialdemocratico austriaco (SPÖ), ha sottolineato il ruolo determinante di Draghi nella gestione delle crisi: «Ho conosciuto e ammirato Mario Draghi per molti anni. Egli unisce idealmente precisione dell’analisi economica con un approccio pragmatico alle questioni in gioco. Questo risultato spiega il successo della BCE nell’affrontare la crisi con le sue misure standard e non standard. Sono molto lieto di vedere che questo straordinario risultato viene riconosciuto attraverso la presentazione del Premio Schumpeter».

Come J. Hanns Pichler, membro del consiglio della Schumpeter Gesellschaft, ha sottolineato: «Mario Draghi esemplifica i principi di Schumpeter per le sue pratiche innovative in economia e politiche monetarie simili. E’ in gran parte dovuto a Draghi se la BCE, come innovazione schumpeteriana, ha cambiato il mercato, non solo per i 18 Paesi della zona euro, ma su scala globale». Pichler ha continuato osservando che: «la BCE è stata veramente messa alla prova dall’inizio della crisi finanziaria internazionale nel 2008. Mario Draghi ha difeso la politica di bassi tassi di interesse della BCE contro tutti i critici».

Cerchiamo di azzerare ogni sorta di equivoco o leggenda metropolitana-telematica sorgente da simili dichiarazioni e sinistre premiazioni: ricevere un premio economico in Austria non comporta essere o divenire esponenti della Scuola Economica Austriaca! Lo stesso economista Joseph Schumpeter, benché fosse un economista di nazionalità austriaca, non fu membro della Scuola Economica Austriaca marginalista di Menger e Mises.

Quest’ultima ha sempre criticato l’operato espansivo ed interventista dei banchieri centrali; tant’è che contrariamente alla teoria del ciclo economico della scuola austriaca, la teoria del ciclo economico schumpeteriano sostiene invece che l’espansione del credito ed i bassi tassi di interesse facilitino l’introduzione di innovazioni tecnologiche ed imprenditoriali che favoriscono lo sviluppo economico.

Questa argomentazione schumpeteriana, tipicamente progressista tesa a rendere filantropico il ruolo del pianificatore, oltre ad aver influenzato le teorie economiche di Keynes fu a sua volta influenzata dall’interpretazione del ciclo economico prodotta dalla Scuola Storica Tedesca la quale metolodologicamente, culturalmente e concettualmente differisce dalla Scuola Economica Austriaca (come spiegato nel libro Economica Fenice di Carmelo Ferlito).

D’altronde che Mario Draghi non sia un membro della Scuola Economica Austriaca né un ammiratore di Mises e dei suoi allievi Rothbard e Hayek è cosa nota e risaputa a chiunque abbia un briciolo di conoscenza dei fondamenti economici di tale scuola economica.

La Scuola Economica Austriaca è una scuola di economia nata nell’Ottocento con le considerazioni sulle scelte soggettive marginali di Carl Menger nel libro del 1871, Principles of Economics, avente nel XX secolo nell’austriaco Ludwig von Mises, nel premio Nobel Friedrich von Hayek, i principali suoi esponenti economici.

Il fatto che si chiami austriaca non significa che essa sia legata o abbia a che fare con l’attuale Repubblica d’Austria o con l’attuale politica austriaca (sia essa monetaria, economica, finanziaria o di bilancio nei conti pubblici) né necessariamente con la precedente economia in vigore nell’Impero Austro-Ungarico.

Si chiama austriaca perché i suoi protagonisti nacquero anagraficamente in possedimenti territoriali appartenenti amministrativamente e politicamente all’ex-impero Austro-Ungarico. Siccome non si vuole personificare la scuola austriaca ad un unico protagonista-economico (Mises, Menger o Hayek) si è deciso di usare tale etichetta identificativa “austriaca” per definire un gruppo di economisti che nel corso del tempo hanno elaborato un medesimo sistema di pensiero economico refrattario alla presenza dello stato in economia.

Per la precisione oggi gli economisti austriaci, avrebbero differenti nazionalità, Carl Menger sarebbe polacco e Ludwig von Mises ucraino, ma ovviamente nessuno chiama rispettivamente le loro considerazioni “economia polacca” o “ucraina” dato che per meglio descrivere le idee condivise da questi pensatori si è preferito un termine che li potesse definire nel loro complesso aldilà del criterio della nazionalità.

La Scuola Economica Austriaca ha però dei propri solidi e peculiari principi economici caratterizzanti le sue interpretazioni soggettivistiche dell’economia: l’economia è la scienza dell’azione umana; l’uomo è un essere sociale che scambia liberamente prodotti o informazioni con altri individui; il libero mercato è il prodotto dello scambio reciproco e volontario di beni da parte degli individui (ossia come il risultato di una interazione tra differenti esigenze degli esseri umani derivanti a loro volta da scelte marginali soggettive singolarmente prese entro una scala di valori di utilità a loro rispettivamente convenienti); il prezzo stabilisce l’incontro della domanda e dell’offerta tra consumatore e produttore in relazione ai loro beni e bisogni soggettivi.

Nella teoria economica della scuola austriaca il denaro viene considerato una merce-prodotto di scambio per altre merci, esso quindi viene a costituire una merce avente un suo valore di mercato (di richiesta e offerta) che in ragione delle sue particolari caratteristiche di accettazione e utilizzo universale assume un ruolo fondante per tutti gli altri scambi.

Gli economisti di Scuola Economica Austriaca sono inoltre favorevoli a ritenere come moneta (e quindi come bene di scambio universale in cambio di altri beni) l’oro o altri metalli (argento e platino) o minerali preziosi. Sono quindi considerate come monete quelle valute-merci monetarie utilizzate come promesse di pagamento nelle compravendite aventi un legame o meccanismi di riserva di valore.

In ragione di ciò gli economisti della Scuola Economica Austriaca sono contrari al legal tender e alla fiat money (moneta fiduciaria) emessa senza equivalenti in oro o argento dalle banche centrali (enti monopolisti aventi tendenze inevitabilmente inflazionistiche/espansive sull’offerta e disponibilità di denaro sul mercato), la presenza di questi enti implica l’impossibilità che la moneta sia un bene di mercato non falsificabile a livello politico.

La moneta di stato in assenza di un legame sonante risulta essere una moneta fiduciaria inflazionata, dunque in costante perdita di potere d’acquisto a causa della sua stessa diffusione; la moneta fiduciaria a corso forzoso non è dunque un bene auto-regolato dal mercato attraverso liberi scambi, avendo un decrescente potere d’acquisto nei confronti degli altri beni.

Gli economisti della Scuola Economica Austriaca hanno vari approcci (non necessariamente antitetici tra loro) per superare il legal tender e con esso il rischio inflazionistico statale, oltre al ritorno al gold coin standard (ovvero ad una moneta legata all’oro) vi è anche la proposta del free banking (ovvero di libera competizione tra monete private) che di fatto si basa sulle intuizioni presenti nel saggio di Hayek, La denazionalizzazione della moneta.

Hayek quando parlò di denazionalizzazione della moneta non aveva certo in mente la creazione di una moneta unica europea o a livello mondiale, né di un ente centrale di emissione della moneta sovranazionale quale è di fatto la Banca Centrale Europea.

Il concetto di denazionalizzazione hayekiana della moneta si basa sull’eliminazione del legal tender, ovvero la fine del controllo monopolistico da parte dei governi sulla moneta al fine di evitare distorsioni e manipolazioni clientelari legate all’offerta discrezionale politica di nuova moneta sul mercato.

Con la denazionalizzazione della moneta suggerita da Hayek, l’emissione di moneta ritornerebbe al libero mercato, dunque ai privati produttori di valuta e di ricchezza, i quali potrebbero concorrere tra loro nell’offerta di tale merce fondamentale per tutti i tipi di scambi.

Mario Draghi sia quando era a capo di Bankitalia (si veda la questione del Monte dei Paschi) sia ora alla guida dell’eurotower di Francoforte, ha agito da keynesiano in completa antitesi con qualsiasi visione economica della Scuola Economica Austriaca e dunque anche con quella hayekiana: mentendo spudoratamente circa il piano Z sull’Ue, ripetutamente tagliando i tassi d’interesse sul denaro (portandoli al minimo storico dello 0.15%, con i tassi sui depositi presso lo stesso istituto centrale che diventano negativi a -0.10%) espandendo la massa monetaria in circolo con l’avvio del Quantitative Easing, del LTRO per le banche, ed operando una svalutazione competitiva con la FED e le altre banche centrali.

Avendo dunque ben chiaro tutto questo, è un palese controsenso logico asserire che un banchiere centrale possa essere un economista della Scuola Economica Austriaca dato che i fondamenti di tale scuola economica si basano sull’abolizione di un ente di pianificazione monetaria quale è una banca centrale.

Dopo tale doverosa premessa, procediamo dunque all’analisi dei contenuti “più pittoreschi” espressi da Massimo Fontana all’interno del suo articolo, cercando di evidenziare e correggere le sue palesi inesattezze.

Mises e soprattutto Rothbard, arrivano a conclusioni che della scuola austriaca stessa non hanno più molto a che vedere.
Tale frase è la premessa cardine sulla quale inizia tutta una serie di fallaci argomentazioni. Ovviamente appare del tutto evidente come Mises e Rothbard rappresentino, assieme ad Hayek, due delle colonne portanti della Scuola Economica Austriaca nel XX secolo, volerne negarne legittimità ed autorità in seno alla loro stessa Scuola economica, addirittura alla luce di una presunta “più coerente” attestazione di austrismo risulta essere esercizio in sé sofistico e assurdo, a maggior ragione se si vuole con tal affermazione seriamente rivalutare Hayek (senza dimenticare che questi fu allievo di Mises durante il periodo viennese).

L’autore dell’articolo retoricamente si domanda:

C’è qualcosa di sbagliato in questa teoria? No e si. No perché è vero che un aumento della quantità di moneta induce una pressione al rialzo dei prezzi di tutti i beni. Si perché almeno per aumenti entro certi valori ci sono in gioco anche altre variabili che impediscono una trasmissione automatica della nuova moneta in un rialzo dei prezzi. No perché è vero che l’espansione monetaria artificiale determina una cattiva allocazione dei capitali. Si perché si è dimostrato empiricamente che tale distorsione non è automatica ed ha la tendenza a verificarsi in modo negativo per l’economia solo quando colpisce il mercato immobiliare (a suo favore).
La Scuola Economica Austriaca, pur evidenziando il rapporto tra quantità di massa monetaria in circolo e l’innalzamento degli indici dei prezzi al consumo, non asserisce che l’inflazione sia un fenomeno di trasmissione automatica tra quantità di moneta emessa e il prezzo dei beni di consumo.

In primo luogo gli austriaci tendono ad evidenziare come il meccanismo di innalzamento dei prezzi si sviluppi secondo le dinamiche di diffusione di tale nuova moneta creata dal nulla nell’ambito economico, di fatto la sua diffusione segue l’effetto Cantillon con una redistribuzione della ricchezza a favore dei suoi primi percettori.

Dato che lo stato e le banche centrali erogano denaro quale stimolo keynesiano in primo luogo alle loro clientele politico-economiche appare evidente come tale innalzamento dei prezzi avvenga innanzitutto nei settori più connessi alla struttura finanziaria pubblica, propagandosi “a cascata” solo successivamente entro l’ambito economico generale, influenzando le tappe della struttura produttiva dei beni capitali.

In secondo luogo è evidente come l’iniezione di moneta creata dal nulla mediante il meccanismo della riserva frazionaria e/o con l’emissione di moneta ad opera della banca centrale siano due differenti modalità di espansione della massa monetaria in circolazione, le quali seppur collegate tra loro hanno tempi e modalità differenti e non necessariamente coincidenti.

Ad esempio, le restrizioni dei prestiti da parte delle banche commerciali americane dopo la crisi dei mutui subprime, hanno ridotto l’effetto inflattivo derivante dell’immissione di moneta creata dal nulla da parte della FED. Questa stretta sulla liquidità ad opera delle banche commerciali ha paradossalmente in parte calmierato gli effetti dell’inflazione monetaria sui portafogli degli americani.

In ogni caso molto del denaro emesso dalla FED è andato soprattutto a beneficio del settore finanziario di Wall Street e come prestiti, quali riserve di deposito alle banche commerciali a rischio di insolvenza. Questo spiega l’aumento di alcuni titoli borsistici statunitensi e il perché l’inflazione sia ancor oggi un fenomeno limitato e non ancora degenerato in iperinflazione nonostante tutti i trilioni di dollari creati dal nulla dalle autorità monetarie statunitensi.

In ogni caso le distorsioni dell’espansione monetaria artificiale nel medio-lungo periodo costituiscono inevitabilmente delle distorsioni non solamente limitate al settore finanziario, ma anche alla struttura economica produttiva reale. Il mercato immobiliare in realtà è solo un ambito nel quale si possono generare bolle, in ogni caso esso non è esposto al laissez-faire, dato che la bolla dei subprime fu conseguenza del piano casa voluto da Bill Clinton e proseguito da Bush Jr da parte di agenzie semi-federali come Fannie mae e Freddie mac.

Fontana propone dunque una dialettica tra presunte affermazioni economiche austriache giuste e sbagliate che è in sé capziosa, in realtà sono quattro affermazioni di buon senso e in sé tutte vere.

Il problema è dunque nell’interpretazione data da tale blogger, il quale pur citandole (ed apparentemente dando dimostrazione di una certa loro conoscenza) le presenta volutamente come se esse fossero autoescludenti e in contraddizione tra loro o come affermazioni in sé stesse insostenibili, ma questo è ovviamente un problema legato all’onestà intellettuale di tale persona e non ai principi economici austriaci.

Basta leggere nei vari siti italiani e esteri di ispirazione austriaca quanto viene detto sulla FED e sui quantitative easing per capire come secondo questi supposti discepoli di Mises la fine del mondo (sicuramente economica) sia vicina.
Tralasciando che Archeo-finanza in forma assai irriverente continui a prendersi gioco della Scuola Economica Austriaca preferendo ad essa il keynesiano Modigliani, non si comprende quale “reato o crimine” commettano i siti e gli economisti della Scuola Economica Austriaca quando denunciano come il QE della FED o il LTRO della BCE siano in sé operazioni frutto di un errore di presunzione da parte dei banchieri-pianificatori nel voler risolvere con fiumi di denaro creato dal nulla una crisi generata in precedenza dal credito erogato mediante la manipolazione artificiosa al ribasso dei tassi di interesse sul denaro.

Non mi pare che gli economisti della Scuola Economica Austriaca impediscano ai marxisti, ai monetaristi e ai keynesiani o persino ai tizi della MMT di propagandare le loro assurde ed erronee teorie economiche alternative, anzi è semmai vero il contrario. Nonostante la correttezza delle loro analisi, gli economisti della Scuola Economica Austriaca sono sovente censurati e banditi dai circuiti accademici e dell’informazione a beneficio delle altre linee economiche più funzionali ai potentati e alle élite.

In ogni caso gli Economisti della Scuola Austriaca sono estranei dalle logiche presenti nelle stanze dei bottoni dei governi e delle banche centrali. La fallacia delle banche centrali è un problema inerente proprio alla loro esistenza (come ha spiegato distintamente sia Mises che Hayek nei loro libri) ed è legata all’impossibilità da parte di una istituzione dedita alla pianificazione (governo, stato o banca centrale) di attuare una corretta allocazione delle risorse, dunque di effettuare un corretto calcolo economico, in quanto chi la controlla non avrà mai tutte le informazioni disponibili al fine di sostituirsi alle azioni e decisioni spontaneamente esercitate da milioni (o miliardi) di individui attraverso i processi di scambio in un libero mercato, al fine di soddisfare i loro bisogni.

Non è solo una questione di variabili legate alla quantità o di qualità dell’informazione (dato che ogni individuo ha preferenze soggettive personali) è anche una questione di marginalità nelle preferenze temporali. La domanda e l’offerta non è uniforme nel tessuto sociale, ergo una pianificazione centrale standardizzata quale suo intervento macroeconomico non può soddisfare adeguatamente differenti richieste nello stesso tempo a livello microeconomico (tenendo presente che in realtà tale divisione per aree economiche non esiste e come la macroeconomia sia perlopiù puramente statistica non esaustiva quanto a descrizione della realtà).

Nella fattispecie monetaria, la banca centrale manipolando i tassi d’interesse distorce il ciclo economico produttivo dei beni capitali in favore dei beni di consumo, tale differenza di redditività dai primi ai secondi causa cicli di brevi boom e di successive recessioni protratte nel medio-lungo periodo in vari settori economici.

Tutto questo è legato alla distribuzione a cascata di tipo clientelare del nuovo denaro creato dal nulla, il quale oltre a costituire una perdita netta del potere d’acquisto del denaro (e in particolare nei confronti di quello già in circolo) incentiva con falsi ed illusori segnali di redditività d’investimento delle attività economiche che in un libero mercato sarebbero in sé economicamente poco vantaggiose, diminuendo apparentemente il moral hazard e modificando il sistema dei prezzi.

Tale ciclo di espansione creditizia comporta successive ed inevitabili crisi economiche strutturali conseguenti alla mancanza di risparmio reale e ad una erronea allocazione imprenditoriale delle risorse conseguente all’interventismo pianificatore messo in atto dalla banca centrale. Queste crisi avvengono aldilà di chi Draghi o Yellen prediligano quali loro autori economici (è comunque assai provato che non siano sostenitori di autori della Scuola Economica Austriaca).

La bravura o l’intenzionalità morale di tali pianificatori nella gestione monetaria dell’economia non hanno in sé una importanza significativa nel giudizio complessivo sul loro comunque dannoso operato (questo ovviamente non significa che quanto da loro deciso non costituisca, anche sul piano morale ed economico, un giudizio negativo in ottica economica della scuola austriaca).

La banca centrale, al pari dello stato, è infatti una struttura in sé tendente ad espandersi inevitabilmente come sue funzioni e potere d’intervento, influenzando artificialmente e negativamente il ciclo economico.

Non è dunque importante se le decisione assunte dai banchieri centrali siano in buona o cattiva fede, è comunque inevitabile una loro condotta costruttivista basata sulla presunzione di conoscenza in quanto la premessa teorica della pianificazione centrale, sulla quale si basa il funzionamento della FED, della BCE o simili istituzioni, è in sé fallace.

Non è per nulla un atto millenaristico o di fede affermare che la pianificazione centrale è in sé fallace, è semmai una obiezione logica, razionale e di buon senso sostenere che i politici e i banchieri centrali non siano esseri onniscienti ed onnipotenti.

Ludwig von Mises lo ha spiegato chiaramente in Economic Calculation in the Socialist Commonwealth denunciando l’impossibilità del calcolo economico in un sistema economico pianificato quale era quello sovietico. Friedrich von Hayek lo ha spiegato in The Pretense of Knowledge, Collectvist Economic Planning e in The Use of Knowledge in Society.

Mises nell'Azione Umana scrisse questa celebre frase:

Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom economico creato dalla espansione del credito. La alternativa è soltanto se la crisi debba arrivare prima, quale conseguenza di una volontaria rinuncia ad espandere ulteriormente il credito od invece più tardi quale catastrofe totale del sistema monetario coinvolto.
Tale frase non è una profezia esoterica ma è la descrizione di un risultato inevitabile di un processo economico espansivo; dunque appare del tutto evidente come una politica monetaria espansiva causante una crisi economica non possa che produrre un ulteriore peggioramento della crisi economica stessa sino alla distruzione terminale della moneta (ovvero del mezzo con il quale i pianificatori operano ripetuti stimoli nella struttura economica).

Date le premesse inerenti l’erronea allocazione di capitali e risorse messe in atto da precedenti fasi monetarie espansive risulta evidente come proseguire a “calciare il barattolo”, rimandando l’auto-correzione del mercato, non costituisca la soluzione al problema derivante dal moral hazard favorito dall’attività di stimolo artificiale lanciata dalla pianificazione centrale.

Ovviamente in molti ambiti ed aspetti le analisi economiche di Mises, Rothbard e Hayek, pur essendo tutti e tre economisti della Scuola Economica Austriaca, sono differenti tra loro per temi analizzati e metodologia d’indagine (a tal riguardo suggerisco la lettura specifica di analisi sulle differenze metodologiche tra Rothbard e Mises, sulle differenze culturali d’approccio tra Hayek e Rothbard e sulle differenze tra Mises e Hayek per quanto riguarda i processi di mercato ed il calcolo economico).

Sul piano concettuale Mises opera con criteri prasseologici utilitaristi, Rothbard è un giusnaturalista tomista, Hayek è un anti-costruttivista socratico evoluzionista (ergo ha volutamente lasciato meno certezze ed analisi sistematiche rispetto a Rothbard o a Mises).

Anche in ambito giuridico e politico vi sono differenze sostanziali tra i tre personaggi come approccio e proposte circa la presenza o l’assenza dello stato e il suo eventuale ruolo nella società. Mises era contro l’interferenza dello stato in economia, non contro l’esistenza dello stato, in chiave liberale classica.

Hayek da liberale classico riformatore non ha mai nascosto l’idea di una sua preferenza per un’approccio realistico graduale verso lo stato minimo, questo implica una sua visione di fondo dello stato entro i canoni del costituzionalismo lockeiano.

Rothbard accentua politicamente il liberalismo classico radicalizzandolo in chiave anarchica individualista ed antistatalista. Laddove Hayek ha cercato di porre limiti teorici allo stato, Rothbard politicamente ha cercato idealmente di ignorare lo stato. Rothbard agisce da miniarchico avendo come obiettivo l’anarcocapitalismo. Hayek sostiene da miniarchico che la miniarchia è l’obiettivo finale.

Sia Hayek che Mises, a differenza di Rothbard, non hanno mai interpretato le loro opere e il loro ruolo di economisti in funzione finalistica tesa al rilancio del movimento libertario americano nel secondo dopoguerra, limitandosi invece ad esprimere loro idee personali frutto di ricerche e riflessioni iniziate in Europa.

In tal senso, a differenza delle opere di Rothbard, le opere di Hayek e di Mises non nacquero con lo scopo di dar identità politica al libertarianism e al punto di vista anti-statalista, quanto semmai per argomentare una critica economica alla pianificazione centrale dal punto di vista liberale classico (non a caso Mises scrisse il libro Liberalism, mentre Hayek scrisse la voce ‘liberalismo’ nel 1973 per l’Enciclopedia del Novecento).

Le idee economiche di Hayek e di Mises pur contribuendo a definire il libertarianism alla luce della Scuola Economica Austriaca non furono da parte loro certamente, consapevolmente e strettamente formulate con mentalità rothbardiana.

L’apporto dato dallo stesso Mises alla causa politica del libertarianism è stata dunque indiretta anche grazie alla rielaborazione fattane da Rothbard del pensiero del proprio maestro all’interno delle proprie opere.

Anche Hayek è stato rivalutato in termini postumi divenendo da liberale classico un’icona del libertarianism (affermandosi nell’immaginario come tale nonostante le critiche mosse da Rothbard né L’etica della libertà), paradossalmente alla luce anche della divulgazione culturale delle idee di libero mercato seminate dal Ludwig von Mises Institute in funzione di tale Scuola Economica.

Capita però anche in seno all’ambito austro-libertario che si tenda sovente ad interpretare Hayek e la sua non-sistematicità argomentativa quale punto dolente (e di partenza) per una sua banalizzazione o per ridimensionarne il suo pensiero economico, la sua originalità di idee, appiattendone le sue riflessioni ed intuizioni in funzione di altri economisti austriaci a lui contemporanei o in funzione della critica mossa da questi nei suoi confronti.

A mio giudizio è scorretto analizzare, ad esempio, il pensiero politico di Hayek in funzione del pensiero politico di Rothbard, ed è altrettanto scorretto analizzare l’ambito politico ed ideologico di questi due pensatori al fine di valorizzarne/delegittimarne i rispettivi pensieri economici.

Questo tende a sottovalutare il fatto che ciascun esponente della Scuola Economica Austriaca del XX e XXI secolo (Mises, Hayek Rothbard, Hoppe, Hülsmann, De Soto, Bagus ed altri) non solo si differenzi e si distingua (per approccio ai temi e ai percorsi d’interesse studiati ed approfonditi) rispetto ai suoi colleghi e predecessori, ma anche che costoro abbiano affrontato tali interessi alla luce delle problematiche soggettivamente percepite come importanti e da affrontare nel proprio rispettivo tempo ed ambito umano d’azione.

Massimo Fontana si è invece prefissato nel cercare di giustificare l’ingiustificabile superando ogni confine del buon senso, la sua assurda tesi è quella di un Mario Draghi hayekiano ed economicamente addirittura più austriaco di Mises e di Rothbard! Per dimostrare tale fantasioso “affiatato nuovo sodalizio” tra il premio Nobel del 1974 e il capo della BCE egli cita una frase del primo contro la “deflazione”:

Da questo non segue che non ci si debba sforzare di fermare un’effettiva deflazione quando questa minacci di prendere piede. Anche se non considero la deflazione come la causa originaria del declino dell’attività economica , non ho dubbi sul fatto che la mancata realizzazione delle aspettative abbia sempre avuto l’effetto di indurre un processo di deflazione (…), le cui conseguenza possono essere peggiori (…), di quelle che la causa originaria della reazione rende effettivamente necessarie (…).
Leggendola così come riportata da Archeo-finanza parrebbe più un Hayek keynesiano che un Draghi austriaco, ma in difesa di Hayek bisogna sottolineare come questa citazione, al pari di successive frasi menzionate dal blogger, non corrispondano all’effettivo autentico pensiero di Hayek.

Tali frasi sono infatti citate dall’Archeo-blogger con un taglia e cuci realizzato ad hoc e prive di una loro corretta contestualizzazione alla luce dello scritto dal quale sono tratte. Riporto qui l’effettiva frase originale integrale, in lingua inglese, scritta da Hayek nel saggio Full Employment at Any Price? del 1975:

It does not follow [from the fact that a disequilibrium generating inflation cannot be allowed to expand forever] that we should not endeavour to stop a real deflation when it threatens to set in. Although I do not regard deflation as the original cause of a decline in business activity, a disappointment of expectations has unquestionably tended to induce a process of deflation — what more than 40 years ago I called a ‘secondary deflation’ — the effect of which may be worse, and in the 1930s certainly was worse, than what the original cause of the reaction made necessary, and which has no steering function to perform.
Analizzando la versione originale emerge chiaramente come Hayek, in linea con quanto scritto da Mises, reputi che l’espansione monetaria non possa durare per sempre; inoltre egli non giudica la deflazione un problema o una minaccia per la società, in concordanza con Rothbard e in antitesi con il pensiero economico dei keynesiani.

Ciò nonostante, nel suo scritto originale, Hayek usa il termine ‘deflazione’ per indicare non tanto il calo dei prezzi, quanto semmai il calo delle aspettative soggettive marginali avutesi in occasione della Grande Depressione in America nella struttura produttiva.

Hayek parla di deflazione dando al termine una differente interpretazione rispetto a quella keynesiana di calo dei consumi o da quella monetarista friedmaniana relativa all’assenza d’intervento immediato da parte della banca centrale per contrastare il manifestarsi della crisi economica.

Hayek parlando di deflazione e in particolare di ‘deflazione secondaria’ allude a quel processo di risanamento del ciclo produttivo a seguito dello scoppio della bolla di Wall Street del 1929.

Per la teoria del ciclo economico della Scuola Economica Austriaca la crisi economica è infatti solo l’emergere di una cattiva allocazione dei capitali. Dunque il manifestarsi della crisi, in assenza di ulteriori successivi interventi ad opera dei regolatori, consente al mercato di eliminare spontaneamente quei cattivi investimenti precedentemente originatesi dall’espansione monetaria del credito facile (si pensi all’espansione monetaria avvenuta con la prima guerra mondiale e negli anni ’20 in America) messi in atto dalla pianificazione centrale.

Ovviamente tale processo di risanamento è necessario ma non è indolore. Hayek lo evidenzia rimarcandone la necessità in quanto esso costituisce una correzione severa della struttura produttiva, fallacemente indotta ai cattivi investimenti a causa delle manipolazioni sulla moneta prodotte dal pianificatore.

Friedrich von Hayek è noto per le sue critiche alle politiche keynesiane di pianificazione centrale governativa e di stimoli monetari per risolvere il problema occupazionale, tale tema oltre che nello scritto del 1975 è trattato in altri suoi saggi (come ad esempio Full employment, planning and inflation).

In particolare Hayek, conscio che l’inflazione dei prezzi al consumo non è altro che conseguenza dell’inflazione della massa monetaria, sostiene che una correzione del sistema produttivo e una stretta sulla liquidità facile debba contemplare anche una riduzione dei salari dei lavoratori evitando così l’infantile, quanto inutile, espediente di aumentare i salari dei lavoratori al di sopra della soglia d’inflazione dei prezzi.

Nel suo saggio Inflation, the Misdirection of Labor, and Unemployment, sempre del 1975, Hayek scrive a tal riguardo:

Ma, pur ammettendo che una riduzione generale dei salari monetari è politicamente impossibile, sono ancora convinto che il necessario aggiustamento della struttura dei salari relativi può essere conseguito senza inflazione solo attraverso la riduzione dei salari monetari di alcuni gruppi di lavoratori (…).
Le differenze tra Hayek e Keynes in tal senso sono alquanto evidenti (si veda qui e qui), ma evidentemente non per Massimo Fontana. Tant’è che il blogger rimarca come:

Hayek è chiaro: secondo lui l’espansione monetaria conduce comunque alle bolle finanziarie e di conseguenza alla crisi, ma una volta che questa si palesa e arriva a tal punto da portare il tasso d’inflazione in territorio negativo, la deflazione, bisogna comunque fare di tutto per evitare questo evento.
Fontana arriva a desumere con la sua fervida immaginazione ciò che Hayek non ha mai affermato: l’espansione monetaria una volta in atto non dovrebbe mai essere fermata onde evitare la dolorosa deflazione! L’economista austriaco non ha però mai asserito che la deflazione debba essere evitata, egli ha semmai scritto che essa produce correzioni le quali non sono indolori ma seppur spiacevoli esse sono necessarie onde evitare l’iperinflazione.

Per confermare tale lettura assai poco hayekiana, l’autore dell’articolo tira fuori dal cilindro quest’altra frase del premio Nobel all’economia:

Se fossi oggi responsabile della politica monetaria di un paese, cercherei senz’altro di impedire con tutti i mezzi disponibili una deflazione minacciosa, e cioè una diminuzione assoluta del flusso di reddito, e annuncerei le mie intenzioni di farlo. Con ogni probabilità, questo annuncio sarebbe di per se stesso sufficiente ad impedire che la recessione possa degenerare in una depressione di lunga durata.
Anche qui è bene citare il testo originale di Hayek sempre tratto da Full Employment at Any Price? del 1975. Effettivamente Hayek afferma che:

If I were responsible for the monetary policy of a country I would certainly try to prevent a threatening deflation, that is, an absolute decrease in the stream of incomes, by all suitable means, and would announce that I intended to do so. This alone would probably be sufficient to prevent a degeneration of the recession into a long-lasting depression.
Ma basta questo per fare di Hayek un punto di riferimento e un maestro di Draghi? Hayek è un fautore della stampante magica al servizio permanente contro le correzioni spontanee attuate dal mercato dei cattivi investimenti? Ovviamente no, dato che Fontana volutamente dà importanza a questa seconda citazione decontestualizzandola ed isolandola anche rispetto alla precedente, inerente il medesimo saggio!

Invece tale seconda citazione di Hayek va letta sia alla luce della precedente che in riferimento al modus ragionandi austriaco del premio Nobel all’economia del 1974. Come abbiamo scritto le effettive argomentazioni di Hayek sono in linea con la tradizione della Scuola Economica Austriaca, circa l’interpretazione dell’emergere di una crisi economica conseguente ad una fase di boom del ciclo economico, ponendo la fine dell’espansione monetaria quale condizione per il ripristino di un più sano ordine spontaneo del ciclo produttivo in favore dei beni capitali; la deflazione per Hayek è un fenomeno non indolore ma comunque necessario.

Hayek ovviamente afferma di temere una deflazione minacciosa (intendendo con essa una ‘deflazione secondaria’), ovvero il risultato conseguente ad una duratura cattiva allocazione delle risorse dovuta ad una duratura espansione monetaria. Questo non significa continuare a “calciare il barattolo” come sta facendo Draghi e come auspica lo stesso Fontana! Hayek semmai sta dicendo l’esatto contrario!

Hayek sta implicitamente evidenziando come egli eviterebbe ben volentieri che un paese si trovasse a dover affrontare le conseguenze inerenti lo scoppio di una crisi economica derivante da una prolungata espansione monetaria. Dunque egli eviterebbe ben volentieri la realizzazione di una serie di errori di pianificazione comportanti un necessario e severo riassetto della struttura produttiva con conseguente riduzione generale delle attività produttive.

Nella fattispecie la ‘deflazione secondaria’ altro non è che il risultato di una stratificazione di errori operati dai pianificatori centrali nel corso del tempo, essi sono il risultato proprio di una duratura espansione monetaria atta ad impedire l’autoregolamentazione/autocorrezione del mercato da quei cattivi investimenti verificatisi a causa della riduzione dei margini di rischio imprenditoriale derivante dal credito facile.

In ottica d’ambito economico di scuola austriaca (e non monetarista e/o keynesiana) ciò significa che Hayek non avrebbe mai iniziato un ciclo d’espansione monetaria per stimolare i consumi, il quale è fonte di successive, ripetute e prolungate cattive ed erronee allocazioni stratificate negli investimenti e nella struttura produttiva, le quali comportano l’emergere successivo di una crisi in tali settori. Fontana però non lo capisce tant’è che proseguendo nella sua personale costruzione di una giustificazione all’operato di Draghi cita ancora Hayek:

La prima cosa che è necessario fare, ora (1975, ndr), è fermare la crescita della quantità di moneta, o perlomeno ridurne il tasso di crescita, fino a portarlo al livello del tasso di crescita reale della produzione.
Pur non avendo trovato in rete la frase originale di Hayek, anche qualora sia stata tradotta correttamente, ciò non muta comunque il senso di quanto ha precedentemente realmente affermato il premio Nobel austriaco, anzi tale terza citazione rafforza a sua volta la seconda affermazione, sconfessando l’assurda ipotesi di un Hayek maestro di Draghi!

Benché Massimo Fontana interpreti tale citazione addirittura come una legittimazione keynesiana della manipolazione creditizia in funzione e alla luce della crescita del PIL (curioso, l’Archeoblogger reputa la quantità di moneta in funzione del PIL, cioè se il PIL non cresce ed è fermo allo 0% secondo lui sarebbe legittimo spostare i tassi d’interesse sul denaro allo stesso livello, cosa in sé assurda quanto attendersi che la neve si raffreddi se messa in forno), Hayek è in realtà contrario all’espansione monetaria e allo stimolo economico keynesiano, dunque egli sarebbe contrario alla politica dei tassi d’interesse negativi promossi da Mario Draghi.

Hayek in termini economici austriaci afferma che è necessario fermare/ridurre la quantità di moneta creata dal nulla messa in circolo; dunque egli ha affermato che è necessario non ridurre il tasso d’interesse sul denaro.

Il tasso di crescita da ridurre è quello della massa monetaria, dunque egli propone la riduzione della crescita quantitativa degli stimoli economici, l’esatto contrario di ciò che ha fatto Bernanke e di ciò che stanno facendo Yellen e Draghi.

La crescita quantitativa denunciata (e da interrompere) è in realtà quella della crescita della massa monetaria. Il tasso di interesse da arrestare è dunque quello della massa monetaria stessa in circolazione, questa deve essere rapportata alla crescita reale della produzione ovvero alla struttura produttiva del mercato, dunque essa deve essere conseguenza della sua spontanea domanda ed offerta generata sul libero mercato della moneta.

Il confuso blogger invece strumentalizza tale frase affermando che «l’inflazione deve crescere al tasso di crescita del pil», sostenendo (senza alcuna prova) che Hayek si riferirebbe per crescita reale della produzione al PIL (una misura statistica macroeconomica).

Ma nella frase riportata dallo stesso Fontana, Hayek non ha scritto PIL, egli ha invece testualmente scritto «crescita reale della produzione», il che nella sua concezione austriaca economicamente anti-interventista ed anti-keynesiana significa che la quantità di moneta deve essere stabilita dal mercato.

L’autore del libro La denazionalizzazione della moneta è perfettamente consapevole che il mercato è l’ambito in cui opera una sana struttura produttiva economica imprenditoriale, ed è dunque il mercato che deve scoprire il tasso di interesse sul denaro (e dunque la quantità di tale merce) al fine di consentire una successiva corretta formulazione del calcolo economico imprenditoriale per poter produrre maggiori beni capitali.

Come ha spiegato l’economista spagnolo di scuola austriaca Jesús Huerta De Soto nelle sue lezioni universitarie:

Il tasso di interesse è il prezzo più importante di una economia di mercato. Orienta tutti gli agenti economici, coordinandone il comportamento relativo. (….) Cosa succede se si manipola e si riduce artificialmente il tasso di interesse attraverso una espansione creditizia dovuta alla riserva frazionaria? Il movimento dei tassi verso il basso è lo stesso generato dall’aumento del risparmio nel sistema che invece di fatto non c’è! Ciò nonostante gli imprenditori avviano nuovi investimenti, nei quali impegnano i loro sforzi e la loro creatività, compiendo un tragico errore di valutazione.
Peraltro è bene evidenziare come anche un innalzamento artificiale del tasso di interesse del denaro ad opera della banca centrale comporti una pur sempre scorretta allocazione di risorse (influenzando i processi economici imprenditoriali) come in parte è avvenuto storicamente con il repentino innalzamento dei tassi d’interesse voluto da Paul Volcker sul finire degli anni ’70 del secolo scorso.

L’analisi economica austriaca, a differenza di quella monetarista, non si limita a definire una soglia di riferimento ottimale di regolazione del costo del denaro da parte dei pianificatori centrali, ma mira radicalmente a togliere alla banca centrale il monopolio sul denaro, dunque mira sostanzialmente a liberalizzare sul mercato il tasso di interesse sul denaro e dunque la produzione stessa dell’offerta di moneta.

Giunti a questo punto appare alquanto evidente come Hayek non c’entri nulla con Mario Draghi. L’intento di Massimo Fontana è di difendere l’interventismo monetario più sfrenato mascherando il tutto con la giustificazione circa la sedicente esistenza di un filone della Scuola Economica Austriaca (a suo giudizio personale rappresentato da Hayek) a favore dell’operato espansivo di ogni banca centrale al fine di evitare l’emergere dei segnali di una crisi economica (ovvero di una correzione da parte degli attori di mercato degli errori dei pianificatori).

Ovviamente tale filone pro-banca centrale non esiste all’interno della Scuola Economica Austriaca misesiana ed Hayek non ha mai sostenuto tali tesi, dunque appare evidente che quando questo economista si scaglia contro la deflazione, non lo faccia in ottica keynesiana e neppure sinceramente in termini monetaristi (benché egli abbia detto il contrario in un’intervista del 1979 citando Milton Friedman).

Ad onor di cronaca non è solo Massimo Fontana a travisare l’autentico pensiero di Hayek, analoghe erronee interpretazioni sono persino comparse in un articolo pubblicato sul sito Taking Hayek Seriously dedicato alla divulgazione del pensiero dell’economista austriaco. In quest’ultimo, Greg Ransom si limita a citare le solite frasi tratte da Hayek (estrapolate anche da Archeo-finanza nel suo articolo) per poter giustificarne la sua presunta precocità di opinione rispetto a quanto poi postulato nel 1978 dal neokeynesiano James Meade (premio Nobel nel 1977).

Appare del tutto evidente come anche in ambito anglosassone e in siti in teoria dedicati nominalmente alla divulgazione del pensiero di Hayek, latiti una coerente e corretta chiave di lettura ed interpretativa del pensiero originale di questo economista esponente della Scuola Economica Austriaca.

Sovente Hayek viene interpretato alla luce del monetarismo, del keynesismo o in funzione delle opinioni politico-economiche di altri singoli suoi colleghi alla luce dell’interpretazione terminologica e delle problematiche d’ambito economico sollevate e canonizzate dall’élite accademica dei commentatori mainstream.

Molto spesso vi è la tendenza strumentale ad interpretare questo economista austriaco di libero mercato alla luce delle sue successive riflessioni prettamente politiche (si pensi a The Constitution of Liberty) o sulla base di sue opinioni concesse in interviste o in sue successive pubblicazioni valorizzandole maggiormente rispetto a quelle iniziali prettamente d’ambito economico (The Road to Serfdom).

Hayek al pari di tutti gli individui era un essere umano dotato di proprie idee e propri principi, esse e i suoi interessi potevano anche divergere da quelli di altri economisti di Scuola Economica Austriaca circa le funzioni e il ruolo che uno stato avrebbe dovuto assolvere, ma benché Hayek da liberale classico propendesse per una visione giuridica evoluzionistica del diritto e spontaneista della società libera, è indubbio come anche per tale pensatore non si possa asserire che vi sia una contraddizione tra la sua visione economica di scuola austriaca (inerente la teoria del ciclo economico in opposizione agli interventi delle banche centrali) e il suo successivo pensiero politico più politologico (anche laddove egli successivamente postula o commenta in termini meramente descrittivi, paradossali o esemplificativi alcune proposte o provvedimenti politici del suo tempo).

Inoltre, come ha denunciato Philipp Bagus, molto spesso alcuni economisti sostenitori del free banking a riserva frazionaria temono irrazionalmente la deflazione giungendo alla “curiosa” conseguenza di aver appoggiato il salvataggio di Bernanke di Wall Street attraverso i QE. E’ del tutto probabile che Ransom sia tra coloro i quali propongono una cattiva interpretazione della teoria economica e del pensiero di Hayek alla luce di tale erronea ricezione del messaggio hayekiano.

Tale loro reazione, assai incoerente, viene sovente giustificata citando impropriamente Hayek, dimenticando il fatto, non irrilevante, che questi avendo proposto la denazionalizzazione della moneta era certamente contrario all’esistenza di un’autorità centrale monopolistica tesa ad espandere una moneta a corso forzoso.

Come abbiamo dimostrato, Hayek denunciando gli effetti della deflazione e della ‘deflazione secondaria’, era ben lungi dal sostenere automaticamente i quantitative easing, e le altre forme interventiste di stimolo economico o d’espansione monetaria creditizia. Egli non era affatto persuaso che la deflazione della struttura produttiva giustificasse l’esistenza e l’operato di una banca centrale, anzi la prima era da lui considerata conseguenza della seconda.

Come ha spiegato anche Jörg Guido Hülsmann in Deflation and Liberty sul piano del sistema dei prezzi la deflazione dei beni di consumo non è una evento negativo in economia. Ad ogni modo l’interpretazione hayekiana sul fenomeno non corrisponde a quella keynesiana.

A differenza di Ransom, Fontana non si limita ad evidenziare che Hayek sia un anti-deflazionista (non comprendendo però neppure lui cosa Hayek intendesse per deflazione) ma si spinge fino a giustificare l’operato anti-ciclico di Mario Draghi etichettandolo come “hayekiano” arrivando perfino ad elogiare Ben Bernanke per tali suoi precedenti interventi definendoli “austriaci”!

Quindi, riassumendo, visto che agli inizi del 2009, quando l’inflazione americana viaggiava a -2% annuo, e Ben Bernanke mise in essere il primo imponente quantitative easing per contrastare la deflazione, come esattamente ottenne, non solo fece la cosa giusta, ma fece la cosa giusta anche sotto il framework teorico austriaco. Almeno quello più ancorato alla realtà.
Peccato che Bernanke si sia sempre dichiarato un monetarista allievo di Milton Friedman e non un economista della Scuola Economica Austriaca. Il suo modello di riferimento per affrontare le depressioni economiche è desunto da A Monetary History of the United States scritto da Milton Friedman e da Anna J. Schwartz non da La Grande Depressione di Rothbard o dai testi di Mises ed Hayek.

Il QE promosso da Bernanke da intervento “a pioggia” temporaneo di tipo friedmaniano è divenuto di lunga durata e dunque neo-keynesiano. Bernanke non ha fatto nulla di teoricamente ed economicamente austriaco e di hayekiano.

Fontana giunge strumentalmente a confondere addirittura Milton Friedman con Friedrich von Hayek al solo scopo di voler omologare la Scuola Economica Austriaca a quella dei monetaristi e (a stretto giro di boa con la seconda) anche con quella dei neo-keynesiani.

Ovviamente tale mistificazione mira a voler ridimensionare l’apporto teorico caratteristico e peculiare della Scuola Economica Austriaca, e in particolare la sua opposizione alle banche centrali, facendone una sorta di fazione addomesticabile da parte dei sedicenti “liberali” di “libero mercato” monetaristi e keynesiani, per poter gattopardescamente giustificare lo status quo economico e la tendenza monetaria espansiva in atto da parte della BCE e FED.

Ormai completamente auto-suggestionato dalle proprie menzogne propugnate, Fontana arriva persino ad attribuire ad Hayek assurde tesi palesemente neo-keynesiane:

Il tasso inflattivo di intere aree europee è negativo e quello generale è prossimo allo zero. Non abbiamo il minimo dubbio che almeno Hayek, memore dei disastri economici, politici e infine umani, che la deflazione tedesca dei primi anni ’30 ha imposto all’Europa intera, sosterrebbe senza se e senza ma la politica monetaria della Bce, che di espansivo per’altro ha ancora ben poco.
Hayek non concorderebbe con Draghi sul tasso negativo dato che la deflazione secondaria è inevitabile e sarà frutto proprio di tali durature politiche monetarie espansive anti-cicliche promosse dalla Bce. Altra strampalata affermazione su cui lo stesso Hayek non concorderebbe con il suo sedicente esegeta, è il fatto che abbia mai parlato di deflazione tedesca nei primi anni ’30.

Hayek nel saggio del 1975 fa riferimento alla Grande Depressione americana post-1929. In realtà in Germania negli anni ’20 del secolo scorso vi fu l’iperinflazione del Reichsmark la quale causò il crack up boom del sistema monetario tedesco, così come denunciato da Mises per tempo in Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. Il dissesto del sistema produttivo tedesco fu dunque causato non da una deflazione dei prezzi al consumo, quanto semmai da una distruzione del sistema produttivo causato da una precedente espansione monetaria.

Dunque più che una mera deflazione secondaria hayekiana dovuta all’espulsione dei cattivi investimenti, nella Germania di Weimar vi fu in primo luogo una distruzione del valore monetario del Reichsmark. La crisi di Wall Street del 1929 e l’iperinflazione tedesca sono due fenomeni distinti e differenti quanto a gradiente di conseguenze e loro peculiare fenomenicità.

Calata la maschera keynesiana e ormai giunto alla difesa più sfacciata del ruolo espansivo della politica monetaria, il tenutario di Archeo-finanza ritorna ad elogiare l’uomo di Francoforte ritenendo addirittura che la BCE stia facendo troppo poco a causa del suo statuto!

La BCE per statuto ha solo la responsabilità della stabilità dei prezzi.
Peccato che questa sua responsabilità e tale limite statutario non stia impedendo alla BCE di agire al pari della FED preoccupandosi anche dei livelli occupazionali nell’eurozona. Inoltre avendo promosso misure di salvataggio degli stati in crisi per i debiti sovrani, ha già ampiamente superato il proprio mandato statutario, come denunciato da Philipp Bagus in La tragedia dell’euro, attuando una unione dei trasferimenti nel settore statale-bancario dai paesi ricchi del nord a quelli in difficoltà mediterranei.

Ovviamente per chi difende il ruolo della banca centrale la minaccia all’operato di Draghi proviene dalle teorie euroscettiche promosse dai libertari e da quegli economisti austriaci che puntano all’uscita dall’euro per tornare al gold standard.

La BCE usa la teoria monetarista e basa anche se in via non esclusiva la sua politica sul controllo a valori minimali del tasso di crescita della quantità di moneta. Quindi? Quindi se il gold standard è un sistema a tasso di crescita della quantità di moneta positivo e basso e l’euro è un sistema a tasso di crescita della quantità di moneta positivo e basso è con tutta evidenza che l’euro è perfettamente assimilabile ad un gold standard.
Come abbiamo già scritto, le operazioni di salvataggio nell’eurozona e il LTRO dimostrano come la politica monetaria della BCE sia già da tempo espansiva, l’euro non è quindi una moneta rigida come in teoria avrebbe dovuto essere.

L’euro non è paragonabile all’oro, dato che l’emissione di tale fiat money non fa riferimento ad alcuna politica di redimibilità sonante. Quanto sostenuto dall’economista austriaco Huerta De Soto in difesa dell’euro è dunque una sua ipotesi teorica, la quale è del tutto ideale ma peregrina quanto all’odierna situazione e quale sua realizzazione e fattibilità.

L’Archeofinanziere ovviamente teme follemente l’uscita dall’euro promossa dagli economisti austriaci euroscetttici (ignorando volutamente come anche Hayek non avrebbe mai sostenuto l’introduzione di una moneta come l’euro, propugnando il free banking, il quale implica l’assenza di un monopolista centrale nell’emissione di fiat money) e in particolare dai promotori del metallo giallo.

Quindi, austriaci che chiedono la morte dell’euro e l’uscita dell’Italia dall’euro semplicemente non sono austriaci visto che chiedono la scomparsa dell’unica cosa che monetariamente più si avvicina al loro pensiero.
Dopo essersi inventato un inesistente Hayek favorevole all’espansione monetaria anti-ciclica, Fontana asserisce, a partire da tale sua fantasiosa idea sul premio Nobel del 1974, che coloro i quali non si conformano al suo personale Hayek immaginario (propugnante una falsa versione della Scuola Economica Austriaca) sono dei falsi economisti austriaci.

Ma la realtà è ben diversa dalle bislacche allucinazioni economiche presenti unicamente nella testa di Fontana. Philipp Bagus è un economista austriaco, allievo critico di Huerta De Soto. Ne La tragedia dell’euro, Bagus muove una critica indiretta alle tesi di De Soto sull’euro quale moneta rigida, evidenziando le ragioni austriache per uscire dall’euro, al contempo manifestando hayekianamente come tale uscita dall’euro non sarebbe comunque priva di iniziali conseguenze indolori (specie per paesi come l’Italia aventi una struttura economica e produttiva assai meno solida e libera rispetto alla Germania).

Giunto a questo punto, se per Fontana la banca centrale “è cosa buona e giusta” è ovvio che i suoi stanziamenti di denaro creato dal nulla alle banche in difficoltà siano da lui ritenuti “normale e doverosa amministrazione dell’esistente”, giustificando il tutto in nome dell’assenza di concorrenza perfetta.

Nel marginalismo la posizione sui fallimenti è chiara: in mercati perfettamente concorrenziali il fallimento è la via principale da percorrere. In mercati perfettamente concorrenziali. Ovvero in mercati nei quali nessun soggetto è grande a tal punto da influenzare i prezzi e i beni prodotti nel mercato nella sua totalità.
Tralasciando il non indifferente fatto che ragionando come fa Fontana la realtà sarebbe una dimensione statica in sé immutabile (dunque ben poco marginalista e prasseologica), dove ogni bencheminimo cambiamento dell’esistente status quo sarebbe in sé mera utopia in ragione del mancato raggiungimento ideale della concorrenza perfetta; ciò che apparentemente sfugge a tale blogger è il fatto che la concorrenza perfetta non sarà mai raggiungibile.

In realtà io credo che Fontana sappia perfettamente che la concorrenza perfetta sia una condizione mai raggiungibile, il suo menzionarla è per l’appunto un escamotage funzionale atto a giustificare il presunto vigente (e perpetuo) “necessario” salvataggio degli istituti bancari alla luce dell’assenza di tale “unicorno volante” quale prerequisito fondamentale per poter non salvare le banche.

In primo luogo è bene sottolineare come la concorrenza e l’equilibrio concorrenziale sono due concetti completamente differenti tra loro. Gli economisti austriaci propongono la libera concorrenza (si pensi anche al free banking), mentre i monetaristi e i neoclassici perseguono l’ideale di un equilibrio di mercato concorrenziale (comprensivo di authority anti-trust ed altre forme di regolamentazione per giungere ad una presunta invocata concorrenza perfetta in economia, in realtà assai ben poco perfetta e di mercato).

La concorrenza perfetta è infatti uno dei temi principali sostenuti dagli economisti della Scuola di Chicago. L’idea della concorrenza perfetta come finalità economica da realizzarsi artificialmente e sistematicamente a tavolino sul mercato (non solo nelle opportunità di ingresso di nuovi soggetti fornitori di servizi, ma anche come suo funzionamento e indotto prodotto) è la costante che accomuna le generazioni di Irving Fisher e di Milton Friedman.

Come ha spiegato Murray Rothbard, pur moderando e riformando il modello di Fisher, gli esponenti di Chicago restano promotori di una visione di egualitarismo economico e commerciale attraverso lo strumento di un mercato strettamente controllato nel suo funzionamento e nelle sue regole dallo stato anche attraverso lo strumento monetario.

In pratica l’intervento teorizzato dai Chicago boys risulta essere teso ad una forma di dirigismo e di mascherato social-corporativismo. Per costoro non è nella mano visibile del pubblico e nel monopolio dello stato il problema, quanto semmai nell’azione privata (addirittura umana) presente nelle scelte di mercato dei consumatori.

La Scuola di Chicago è quindi antitetica per finalità, soluzioni e punti di vista basilari da quella della Scuola Economica Austriaca. Per gli economisti della Scuola Economica Austriaca la concorrenza perfetta e un prezzo d’equilibrio costante non esistono (si veda qui, qui, qui, qui), ed esponenti come Rothbard e Mises non l’hanno mai sostenuta, dato che non vi è un prezzo di equilibrio oggettivamente riconoscibile, ma solo quello liberamente desunto dall’interazione tra domanda ed offerta.

Bruno Leoni, sulla scia di Rothbard, non ha mai sostenuto né sul piano giuridico né sul piano economico la concorrenza perfetta. Un economista che propugnava teoricamente l’equilibrio economico generale (venendo poi recepito anche sul piano della concorrenza), fu Léon Walras, economista francese assai apprezzato da Schumpeter, che benché ottemperasse criteri di utilità marginale, di fatto non è ascrivibile alla visione della Scuola Economica Austriaca.

Dunque se per la Scuola Economica Austriaca la concorrenza perfetta a priori è condizione che non potrà mai esistere e realizzarsi, è del tutto assurdo pretendere/attendere che essa vi sia per poter eventualmente giustificare la successiva assenza di salvataggi bancari ad opera della banca centrale.

La Scuola Economica Austriaca reputa che i profitti e le perdite siano degli indicatori economici in grado di selezionare e definire spontaneamente una corretta valutazione delle attività degli attori sociali in competizione tra loro. Profitti e perdite caratterizzano le attività economiche, dunque anche l’attività bancaria, ne consegue che se un istituto bancario ha delle perdite e rischia la bancarotta, per la Scuola Economica Austriaca è controproducente operare un salvataggio che perpetui e aggravi le sue perdite (e dunque il suo cattivo operato).

La Scuola Economica Austriaca è dunque favorevole ai fallimenti degli istituti bancari commerciali proprio perché l’assenza di concorrenza perfetta non è un alibi in grado di giustificare l’incremento dell’espansione dello stato mediante i salvataggi di istituti dediti al moral hazard.

I vari attacchi di Massimo Fontana: verso la deflazione; nei confronti dei difensori del gold standard e in chi propugna l’abolizione della banca centrale per una visione anti-interventista durante una crisi economica o bancaria; il suo astio personale rivolto verso Mises; la sua sedicente retorica in favore di un fantasioso Hayek (ben lontano dal pensiero di quello realmente esistito) mirano unicamente a definire il vero bersaglio preso di mira in tutto il suo articolo.

La persona nel mirino del sito Archeo-finanza è ovviamente l’irrefrenabile Murray Rothbard. D’altrocanto è sovente in uso tra i pseudo-liberali italioti (siano essi liberal o liberaldemocratici) e tra i sedicenti LINO (Libertari In Name Only) ammantarsi da seguaci di Hayek (salvo non contestare poi la pianificazione monetaria centrale, il legal tender dell’euro e l’inutile esistenza d’operato dei burocrati e tecnocrati dell’UE) per poter muovere patetiche crociate di moderatismo e ruffianeria verso il Palazzo scagliandosi contro quegli austro-libertari i quali sul piano economico e politico sono i promotori di idee abolizioniste coerenti ed autenticamente tese alla promozione di maggior libertà economica ed individuale.

Murray Rothbard fa paura agli economisti statolatri che in Italia amano fingersi come liberali “pragmatici e realisti” al solo scopo di poter accampare posizioni politicanti di rendita analoghe a quelle dei socialisti di centrodestra e di centrosinistra. Le stringenti logiche aprioristiche, quali argomentazioni propugnate da ‘Mr. Libertarian’, smascherano le “finte anime candide” che amano per opportunità ed interesse personale non denunciare quei temi economici fondamentali per poter invece auspicare una vera società libera.

Gli economisti sedicenti liberali amano segretamente conservare ed accrescere la presenza dello stato italiano, pur continuando retoricamente a difendere il mercato. Il gold standard o la riserva frazionaria sono ovviamente dei temi tabù per ogni intellettuale di corte propenso a fare della spesa pubblica la propria fonte di guadagno e reddito; non stupisce quindi che Rothbard venga attaccato in maniera infantile e scomposta pure dal sito Archeo-finanza di Massimo Fontana.

Innanzitutto, tralasciando il fatto che comunque tutto il discorso di Rothbrad, anche fosse giusto e non lo è, si basa sull’inesistente gold standard.
Tralasciando il fatto non secondario che Fontana non spieghi perché quanto storicamente ed economicamente sostenuto da Rothbard sia sbagliato, il ragionamento contro i salvataggi bancari ad opera dello stato denunciato dall’economista americano è valido aldilà che oggi sia assente il gold standard.

L’argomentazione rothbardiana si basa sui principi della Scuola Economica Austriaca, ovvero sull’opposizione alle espansioni monetarie derivanti dalla riserva frazionaria delle banche commerciali e dall’attività della banca centrale, le quali influenzano il ciclo economico distorcendo la struttura produttiva e il calcolo imprenditoriale.

Nella fattispecie è l’espansione derivante dal meccanismo della riserva frazionaria che causa il fallimento delle banche commerciali e la necessità di un loro successivo salvataggio, con ulteriori dosi di liquidità immesse nel sistema, da parte della banca centrale. Fontana invece non si preoccupa di questo, egli è tutto intento a fornire patentini di sedicente hayekiano austrismo a Draghi e a Bernanke costruendo una stucchevole dialettica tra Rothbard ed Hayek perfino laddove non è presente tra i due!

(…) ma vediamo subito che però la posizione è in pieno contrasto con quella di Hayek. Come visto sopra Hayek dice esplicitamente che la deflazione va evitata.
In realtà, in questo caso specifico, non c’è alcun contrasto su tale questione da parte di Hayek e da parte di Rothbard, come in precedenza qua dimostrato, ambedue da coerenti economisti della Scuola Economica Austriaca si oppongono all’espansione monetaria e sono favorevoli alla deflazione. Terminata la fase espansiva del ciclo economico la deflazione è necessaria per il ripristino di una successiva corretta allocazione imprenditoriale delle risorse.

Hayek dice esplicitamente che gli effetti della pulizia dai cattivi investimenti non sono indolori, il che è quanto evidenzia anche Rothbard ne La grande depressione (citata in nota nell’articolo di Fontana ma evidentemente non da lui letta). Rothbard senza dubbio a differenza di Hayek pone una maggior enfasi sull’aspetto della deflazione alla luce della questione dei prezzi al consumo, quale rivalutazione monetaria del potere d’acquisto della moneta da parte dei consumatori.

Rothbard è inoltre più chiaro nel definire il problema espansivo monetario quale problema all’origine dei problemi successivi alla fine di un ciclo economico espansivo. Ad ogni modo, Hayek pur delineando una propria spiegazione della teoria del ciclo economico austriaca non si distanzia di molto da Rothbard in tale specifico tema.

Hayek pone in evidenza come con la fine di un ciclo economico espansivo, con la necessità di una selezione operata dal mercato tra gli investimenti produttivi da quelli cattivi improduttivi, si riducano temporaneamente (e logicamente) le possibilità di crescita e di moral hazard. Dunque come vi sia una riduzione (la deflazione secondo Hayek) della presenza complessiva degli investimenti esistenti rispetto alla situazione antecedente allo scoppio della crisi.

In ogni caso Hayek non ha mai sostenuto né gli stimoli monetari artificiali anti-ciclici né una concorrenza bancaria perfetta (nemmeno in ottica free banking), dunque tale economista non avrebbe rimpianti nel mancato prosieguo delle politiche monetarie inflattive attuate da Draghi né nell’abolizione della BCE stessa.

La deformazione concettuale operata da Fontana del pensiero di Hayek mira a creare una scappatoia ad uso e consumo di monetaristi e pseudo-assertori di libero mercato italiani, nel tentativo di squalificare Mises e Rothbard e i successivi suoi allievi, il tutto allo scopo di svuotare la Scuola Economica Austriaca della sua vera identità, per poter poi riempirla di idee ben poco attinenti con i suoi principi originari e fondamentali.

Appellarsi impropriamente alla figura di Hayek descrivendolo quale economista favorevole alle banche centrali è semplicemente demenziale ed è una strumentalizzazione distopica infame degna del peggior bispensiero orwelliano.

La risposta è semplice: Hayek, al contrario dello storico Rothbard, era un economista.
L’informatissimo Minimax (alias di Massimo Fontana) ignora che Rothbard oltre ad essere stato uno storico, un filosofo, un politologo era anche un economista. Rothbard si laureò in matematica (1945) e in storia economica (1956) alla Columbia University (il che lo rende un economista a tutti gli effetti senza necessità di millantare falsi titoli accademici), e fu allievo di Ludwig von Mises alla New York University.

Voler squalificare Rothbard dal ruolo di economista e di esponente di spicco della Scuola Economica Austriaca è grottesco quanto voler rendere la pioggia non bagnata! Ma tant’è che a tanto sono giunti i finti liberali italioti, i quali al pari dei complottisti sugli OGM, sulle scie chimiche, sul signoraggio o ai seguaci della MMT propugnano narrazioni francamente imbarazzanti per l’intelletto di buon senso, al solo scopo di voler inquinare i pozzi e creare nicchie parassitarie per poter continuare a galleggiare sull’ignoranza dei loro seguaci, tutelando così il loro ruolo di cortigiani e le loro discrete fonti di reddito.

La critica mossa nei confronti di Rothbard, in virtù della sua opposizione ai salvataggi bancari, è davvero esilarante. Sicché dopo aver ignorato quanto scrisse Hayek e Mises, e perso ogni contatto con la realtà, Massimo Fontana arriva a scrivere che:

in un sistema non concorrenziale parlare di fallimenti semplicemente è sbagliato: all’interno di qualsiasi scuola economica compresa quella austriaca.
Non sapendo se Fontana detenga azioni di MPS o di Carige, sicuramente le sue argomentazioni sono prive di ogni valore economico austriaco. In un sistema non concorrenziale, parlare di fallimenti è sbagliato solo in ragione della presenza/esistenza di un ente supervisore centrale (banca centrale) che opera salvataggi discrezionali “too big to fail” verso taluni istituti commerciali.

Ma questo non ha nulla a che fare con la Scuola Economica Austriaca, la quale non crede alla concorrenza perfetta pur essendo a favore della libera concorrenza, e si oppone ai salvataggi bancari essendo favorevole all’abolizione della banca centrale.

Ovviamente in Italia i sedicenti liberali e i pseudo-liberisti vogliono conservare il corporativismo e il socialismo costruitosi nel corso degli ultimi 150 anni, sicché appare evidente che non vogliano ridurre il peso dell’interventismo pubblico statale né ridimensionare il potere dei quartierini e delle élite bancario-finanziarie.

Denunciare ed opporsi, come fa Rothbard, alla riserva frazionaria (ovvero il meccanismo con il quale legalmente le banche commerciali falsificano i loro certificati di credito e i loro bilanci, stanziando in prestito a terzi denaro a loro depositato dai clienti correntisti delle banche) risulta essere anche in Italia un “reato di lesa maestà” nei confronti di uno schema Ponzi a danno dei risparmiatori perpetrato dai banchieri.

Sicché non stupisce che si arrivi a mistificare lo stesso pensiero rothbardiano asserendo che tale economista menta sulle sue stesse idee propugnate:

E, postilla finale, di questo fatto deve essersene accorto anche se non completamente pure Rothbard se scriveva: “L’enorme incremento dei fallimenti bancari fece rallentare l’attività delle banche, in particolare perché i banchieri sapevano in cuor loro che nessuna banca (al di fuori dell’INESISTENTE E IDEALE riserva del 100 per cento) può mai resistere ad una corsa allo sportello”. A questo punto, visto che lo stesso Rothbard dice che banche a non riserva frazionaria non esistono e che in simile situazione il fallimento è assicurato per tutte in ogni caso, non si capisce come consigli come cura per la crisi quei fallimenti che lui stesso ritiene sempre ingestibili.
In realtà Murray Rothbard sostiene che con una riserva integrale aurea al 100% diminuisce l’incentivo al moral hazard d’investimento da parte dell’istituto bancario. Nella fattispecie viene nullificato quello di prestito bancario sui risparmi in deposito bancario, dunque è ovvio che con tale regole, in assenza di una banca centrale, gli istituti bancari commerciali con scarse riserve in cassa si troverebbero in difficoltà nel dover affrontare una corsa agli sportelli, e molti fallirebbero riducendo temporaneamente la concorrenza qualora la loro attività di prestito bancario si estenda eccessivamente sulla base del meccanismo della riserva frazionaria.

Proprio come al termine della fase espansiva del ciclo economico, anche in ambito bancario l’assenza di salvataggi comporterebbe un periodo in cui il numero di banche commerciali attive diminuirebbe, venendo chiuse quelle insolventi. Di fatto vi è un parallelismo tra la deflazione secondaria hayekiana nella struttura economica produttiva derivante dall’emergere della crisi derivante dall’espansione monetaria e le conseguenze descritte da Rothbard nella struttura bancaria commerciale qualora gli istituti di credito dovessero affrontare le conseguenze di una loro crisi derivante dall’espansione creditizia dei prestiti mediante riserva frazionaria.

Sia la cattiva allocazione delle risorse economiche nel sistema produttivo imprenditoriale a causa della manipolazione dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali che la cattiva allocazione delle risorse creditizie ad opera del sistema bancario commerciale, sono entrambe conseguenze di una espansione artificiale del flusso monetario; in entrambe avviene un incentivo al moral hazard (ovvero gli operatori economici possono sentirsi incentivati a intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi, qualora essi possano contare su una significativa probabilità che i costi associati a un eventuale esito negativo delle loro azioni ricadano sulla collettività, o su altri operatori o categorie di operatori).

Leggendo l’effettiva frase scritta da Rothbard a pagina 304 in America’s Great Depression si può notare come anche in questo caso Fontana cerchi di spacciare nozioni fallaci di Economia Austriaca al fine di poter sostenere le proprie erronee convinzioni economiche:

This enormous increase in bank failures was enough to give any bank pause—particularly when the bankers knew in their hearts that no bank (outside of the nonexisting ideal 100 percent bank) can ever withstand a determined run. Consequently, the banks permitted their commercial loans to run down without increasing their investments.
Qualsiasi persona di buon senso e non in malafede capirebbe che Rothbard laddove parla di inesistenza ideale di una banca a riserva integrale al 100% sta retoricamente parlando in terza persona, illustrando in forma indiretta come ragionano i banchieri sulla riserva integrale.

Dunque se i banchieri credono in cuor loro (volutamente per opportunità) che non potrebbe/dovrebbe esistere alcuna banca a riserva integrale al 100%, è ovvio che costoro continueranno ad aumentare i prestiti bancari senza incrementare i loro investimenti di riserva, ovvero senza avere sufficienti riserve (in special modo oro quale bene per la redimibilità) in caso di corsa allo sportello.

Dunque non è Murray Rothbard a sostenere che non possa esistere una banca a riserva integrale al 100%, quanto semmai il tipico modus ragionandi dei banchieri. Rothbard invece sapeva bene che una banca a riserva integrale è storicamente fattibile sul piano commerciale dato che ne ha scritto in vari saggi (ad esempio in What Has Government Done to Our Money? o nel Il mistero dell’attività bancaria).

Anche Huerta De Soto ha scritto in favore della riserva integrale bancaria in Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici così come spiegato anche da Francesco Carbone nel libro A scuola d’economia desunto dalle sue lezioni universitarie a Madrid.

Giunto alla conclusione del suo articolo, l’autore dell’articolo ci ricorda ciò che dovremmo tenere “bene a mente”:

Riassumendo abbiamo visto che alcuni assunti della scuola austriaca in generale sono non corretti, mentre altri sono come minimo male interpretati da alcuni esegeti postumi. Questo è un peccato. Un vero peccato, perché la distorsione verso posizioni da un lato errate anche all’interno della stessa scuola, dall’altro col rifiuto di ogni impegno matematico di prova delle proprie posizioni relega una scuola che comunque ha importanti cose da dire verso la marginalità antiscientifica che la avvicina più ad una religione che ad una disciplina anche solo umanistica.
Riassumendo il blogger Massimo Fontana ha scarsa comprensione della lingua inglese e tende a trollare i veri fondamenti teorici della scuola economica austriaca. Questo comporta che alcuni assunti della scuola austriaca da lui interpretati e riportati non siano corretti o non siano da lui volutamente compresi per ciò che testualmente essi in realtà esprimono.

La distorsione è dunque tutta ed unicamente dell’autore di Archeo-finanza, egli insinuando false dicotomie e false interpretazioni concettuali impedisce una corretta conoscenza della Scuola Economica Austriaca, riducendola ad un sottoprodotto del keynesismo/monetarismo, ovvero all’oppio dei popoli instillato dai banchieri centrali e dai politicanti pseudo-liberali e non.

Suggerisco a lui minor supponenza e una maggior approfondita lettura dei siti e dell’ampia bibliografia scritta dagli esponenti della Scuola Economica Austriaca prima di lanciarsi nel commento su di essi. La Scuola Economica Austriaca mostra senza dubbio al suo interno degli approcci metodologici e concettuali differenti a seconda degli autori presi in considerazioni, tali differenze concettuali senza dubbio mostrano filoni di indagine e di riflessione che sono peculiari al singolo economista analizzato.

In tal senso è senz’altro possibile che su alcuni temi politico-economici specifici vi possano essere delle difformità di giudizio tra il pensiero, ad esempio, di Rothbard e quello di Mises o di Hayek, ma tutto questo non implica in tali autori e nei loro scritti una differenza tale da comportare un totale stravolgimento concettuale in antitesi coi precetti di base riconosciuti come peculiari a tali membri di questa Scuola Economica.

L’articolo di Fontana è una summa di strafalcioni economici, di cattiva divulgazione e di mera disinformazione; sicché se ciò è quanto solitamente da lui divulgato è francamente ridicolo che il suo blog si prefigga di essere strumento di indagine atto a “rivelare” ai suoi lettori la realtà economica con tale incipit:

Su come le cose non sono mai come sembrano, su come bisogna sempre scavare, scavare, scavare per capire. E per finire su come non esistano investimenti sicuri.
Sicuramente la Scuola Economica Austriaca è differente da come la descrive Massimo Fontana ai suoi lettori. I contenuti sono da lui stati palesemente trattati in malafede; nonostante una certa sua conoscenza di alcuni rudimenti della teoria economica austriaca appare evidente come egli mirasse a scavare, scavare, scavare la fossa a tale scuola economica.

In ogni caso se Massimo Fontana e i suoi amichetti pseudoliberali monetaristi/keynesiani pensavano di poter segnare un punto a loro favore travisando palesemente Hayek, attaccando alcuni dei principali esponenti economici austriaci (Mises e Rothbard) e i fondamenti di tale Scuola, hanno commesso un grosso fatale errore di presunzione.

E’ bene dunque rammentare a costoro quanto scrisse Rothbard sui sedicenti economisti da tastiera che amano straparlare di cose lontane dal loro orizzonte di interesse e conoscenza:

Non è un crimine essere ignoranti in economia, dopo tutto si tratta di una disciplina specializzata, considerata dalla maggior parte delle persone una triste scienza. Ma è totalmente irresponsabile fare la voce grossa ed esprimere opinioni in materie economiche mentre si persiste in tale stato di ignoranza.
Negli anni ’90, in un famoso sketch televisivo, il comico Walter Fontana, a fronte delle grottesche imprese economiche di un noto caricaturale commendatore milanese, commentava fuori campo ogni insano atto del protagonista con la frase-tormentone «… E la lira s’impenna!».

Oggi nel 2014 abbiamo il blogger Massimo Fontana il quale, a fronte delle grottesche sue caricaturali falsificazioni della teoria economica di scuola austriaca, auspica che le azioni di un noto contraffattore europeo producano ulteriori danni all’economia, dunque che in primo luogo l’inflazione monetaria dell’euro s’impenni!

In conclusione le cosiddette “argomentazioni” tese a sostenere la sedicente hayekianità di Mario Draghi o una qualche visione economica di scuola austriaca d’operato in altri attuali o passati banchieri centrali (nazionali e/o sovranazionali); l’esistenza di sedicenti esponenti economici della Scuola Austriaca d’Economia in difesa dei salvataggi bancari e/o a favore della necessità dell’interventismo monetario da parte delle banche centrali al fine di contrastare la crisi economica; sono tutte mere illazioni che obiettivamente risultano essere ben poco divertenti e per nulla attinenti con i veri contenuti riguardanti lo studio dell’economia dell’azione umana.


L'oro ha aiutato l'Iran a non essere sconfitto dagli USA

Gio, 10/07/2014 - 10:24
Circa due anni fa la Germania, o per meglio dire la Bundesbank, ha chiesto alla FED di New York di poter vedere il proprio stock di oro depositato presso i suoi edifici. La risposta è stata: "Il vostro oro è qui, non preoccupatevi, pensate ad altro; tranquilli ci occuperemo di tutto noi, non c'è bisogno che vediate niente." Al che, come logica e buon senso comanderebbero in casi simili, i tedeschi hanno richiesto il rimpatrio di 300 tonnellate di oro rispetto alle 1,500 circa detenute presso la NYFED. Allora quest'ultima ha assicurato la consegna, ma... dopo sette anni! Nel 2014 sono state riconsegnate solo 5 tonnellate. E il resto? L'oro depositato presso la NYFED (come anche quello italiano) è stato dato in pegno in cambio di prestiti. Ma questo processo non è avvenuto solo una volta, ma così tante volte che adesso è impossibile sbrogliare la matassa di crediti e debiti. Il trucco finanziario che permette questa pratica si chiama rehypothecation, ed è stata sfruttata un'infinità di volte che togliere l'oro sottostante potrebbe scatenare delle margin call in grado di distruggere in un colpo solo l'intero sistema finanziario. Sono 60 anni che non c'è un audit delle riserve auree presso Fort Knox e presso il caveau della NYFED. Il messaggio è sempre stato questo: "Fidatevi di noi." Al che i tedeschi, per salvare la faccia, hanno infine risposto: "Nessun problema."
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di Addison Wiggin


Nel 2012-13 gli Stati Uniti e l'Iran hanno combattuto una guerra finanziaria. Con il senno di poi, secondo il nostro amico Jim Rickards, è finita in pareggio.

Abbiamo documentato questa guerra su queste pagine e ora Rickards ci ha aiutato a riempire i buchi in un breve passaggio tratto dal suo nuovo libro The Death of Money: The Coming Collapse of the International Monetary System.

Prima di tutto, facciamo un passo indietro. A marzo 2012 gli Stati Uniti e l'Unione Europea imposero sanzioni economiche contro l'Iran, chiudendo il paese fuori dalla rete globale dei pagamenti chiamati SWIFT. Inoltre, sempre nello stesso mese, le esportazioni di oro dalla Turchia all'Iran raddoppiarono rispetto al mese precedente — superiori di 37 volte ai numeri del marzo 2011.

"Non è stato difficile unire i puntini", abbiamo scritto sulla nostra newsletter a pagamento Apogee Advisory: "Il gas naturale è la fonte di quasi tutta l'elettricità in Turchia. Più del 90% delle esportazioni di gas dell'Iran finiscono in Turchia. L'Iran fornisce il 18% del gas naturale alla Turchia. Senza l'Iran, la Turchia dipenderebbe quasi interamente da un unico fornitore di gas — la Russia. Con le sanzioni, la Turchia non può pagare per il gas iraniano con dollari o euro. Così paga con l'oro."

Anche l'India ha pagato con l'oro il petrolio iraniano. L'Iran poteva quindi utilizzare l'oro per comprare cibo o manufatti da Russia e Cina.

"Gli Stati Uniti", scrive Rickards, "hanno innescato un crollo valutario (iperinflazione) e una corsa agli sportelli e hanno causato una scarsità di beni alimentari, benzina e beni di consumo quando hanno tagliato fuori l'Iran dal sistema dei pagamenti globali." L'oro era diventato un'àncora di salvezza per l'Iran.

A luglio 2013 il Tesoro americano l'aveva capito... e così ha cominciato ad accelerare l'imposizione di un divieto di vendere oro all'Iran — "un tacito riconoscimento da parte degli Stati Uniti che l'oro è denaro", aggiunge seccamente Rickards.

Con la chiusura del viale dell'oro, l'Iran ha amplificato le sue operazioni in valuta estera con le banche non soggette all'embargo. "L'Iran poteva spedire petrolio in India e ricevere rupie indiane depositate sul suo conto in banche indiane", spiega Rickards a titolo di esempio. Scomodo, certo, ma il risultato era assicurato.

"L'Iran utilizza anche le banche cinesi e russe per operazioni di facciata in modo da aggirare le sanzioni", scrive Rickards. "Prima che fossero approvate le sanzioni, ha accumulato grandi depositi nelle banche cinesi e russe. Quelle banche hanno poi condotto normali bonifici attraverso lo SWIFT a favore dell'Iran, senza rivelare che esso fosse il beneficiario effettivo."

"L'Iran", scrive Rickards, "ha anche dimostrato come la guerra finanziaria e la guerra informatica possano essere combinate in un attacco asimmetrico ibrido."

A maggio dello scorso anno, gli esperti hanno ritenuto che alcuni hacker iraniani abbiano fatto irruzione nei sistemi informatici che controllano oleodotti e impianti di gas naturale. "Manipolando questo software", scrive Rickards, "l'Iran non solo ha potuto devastare la catena di approvvigionamento fisico, ma anche i mercati dei derivati ​​energetici che dipendevano dall'offerta fisica e dalla domanda di price discovery." Panico accidentale nei mercati, capito?

Verso la fine dello scorso anno, l'Iran e gli Stati Uniti hanno deciso di riprendere i negoziati sul programma nucleare dell'Iran. Nell'ambito di tale accordo provvisorio, il presidente Obama ha rimosso le sanzioni sugli acquisti di oro da parte dell'Iran — uno dei pochi modi con cui poteva alleviarle senza il consenso del Congresso.

"Per il momento", conclude Rickards, "l'Iran ha combattuto gli Stati Uniti e siamo arrivati ad un punto morto in questa guerra finanziaria, nonostante gli enormi disagi per l'economia iraniana. La guerra finanziaria statunitense-iraniana 2012-13 illustra come le nazioni che non possono competere militarmente con gli Stati Uniti, potrebbero rivelarsi un osso duro sul campo finanziario o elettronico."

Anzi. Ci piacerebbe fare un ulteriore passo. Quando l'Iran ha accettato di riprendere i colloqui sul nucleare, la presunzione di Washington è stata quella di dire che "le sanzioni hanno funzionato".

Non è così, dice l'ex-ambasciatore William Miller, che era di stanza in Iran nel corso degli anni '60 ed è in contatto con l'attuale regime. "Le sanzioni li hanno solamente resi più sprezzanti", riferisce il Los Angeles Times.

Volete una prova? L'Iran ha messo sul tavolo la stessa offerta del 2003 — quando venne respinta dagli Stati Uniti. In realtà, era un'offerta migliore dal punto di vista di Washington. Allora l'Iran aveva solo 164 centrifughe nucleari; nel 2013 ne aveva 19,000.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Lo scoppio della bolla del credito distruggerà l'impero degli Stati Uniti

Mer, 09/07/2014 - 10:01
«Gli Stati Uniti sono un impero come nessun altro nella storia. Si tratta di un impero basato sul dare via i soldi. Vengono estorti dai contribuenti attraverso le tasse e dati a determinati soggetti per produrre i sistemi bellici che permettono al governo degli Stati Uniti di estendere il proprio potere in tutto il mondo.
Il sistema di aiuti esteri è un sistema di corruzione. Corrompe i leader dei paesi di tutto il mondo affinché tengano la bocca chiusa per quanto riguarda l'estensione del potere americano. Questa situazione non giova all'uomo della strada. Avvantaggia ​​diversi interessi, in particolare quelli legati al complesso militare-industriale.
Oggi l'impero apre i mercati per le esportazioni americane, in particolare quelle di armi e parti di ricambio -- effetto dipendenza. Fa in modo che il petrolio del Medio Oriente raggiunga le sue destinazioni, dove viene venduto solo in dollari USA. Questo aiuta a sostenere il valore internazionale del dollaro degli Stati Uniti.
[...] Di recente Pat Buchanan ha individuato
la vera natura dell'impero americano. Si tratta di un approfondimento delle intuizioni di Leonard Wibberley: “Storicamente gli imperi e le grandi potenze esigevano tributi, sfruttavano le colonie e coscrivevano i sudditi dei loro protettorati. L'America rappresenta qualcosa di nuovo nel modo delle potenze mondiali. Non solo forniamo truppe per proteggere gli "alleati", ma forniamo tributi sotto forma di aiuti esteri (prestiti del FMI e della Banca Mondiale) e di miliardi di salvataggi. Questo ruolo di superpotenza filantropica è semplicemente insostenibile.”»

-- The American Empire vs. Your Retirement Prospects, Gary North's Specific Answers, 5 maggio 2014.
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di Bill Bonner


Dopo i successi in Iraq e Afghanistan, ha senso che gli Stati Uniti mandino truppe in Ucraina, no?

Quando l'abbiamo letto sul Washington Post, abbiamo pensato che fosse un pesce d'aprile. Poi abbiamo scoperto che lo scrittore era serio; a quanto pare James Jeffrey è un tonto per tutto l'anno:

Il modo migliore per inviare a Putin un messaggio duro ed impedire un'eventuale campagna russa contro gli stati più vulnerabili della NATO, è quello di dimostrare il nostro impegno con l'invio di truppe di terra, l'unico dispiegamento militare che può rendere inequivocabile tale impegno.

A suo merito l'amministrazione ha inviato aerei da combattimento in Polonia e negli stati baltici per rafforzare le pattuglie della NATO. Ma questi dispiegamenti, come le navi nel Mar Nero, sono deboli se intesi come segnali politici. Non possono conquistare terreno – l'arbitro finale di ogni calcolo militare – e possono essere facilmente revocati se sorgono problemi.

Le truppe, anche in numero limitato, inviano un messaggio molto più potente. Sono più difficili da ritirare una volta dispiegate, veicolano il messaggio che gli Stati Uniti sono seriamente intenzionati a difendere i confini orientali della NATO.
E perché no?

Gli Stati Uniti hanno un impero globale sostenuto da una montagna di debiti senza precedenti. Tutte le bolle incontreranno i loro aghi e tutti gli imperi salteranno in aria. Quello che Jeffrey sta proponendo è un'accelerazione del processo.

Siamo con lui fino in fondo...

Spingete Unto Dunto giù dal muro e facciamola finita... così gli Stati Uniti potranno tornare ad essere un paese decente e normale senza falsi "allarmi rossi"... senza spie... e senza un budget da bilioni di dollari per la nostra sicurezza.

Ma dubitiamo che sarà così facile. Gli imperi non dicono educatamente buona notte. Invece inveiscono... imprecano... e delirano contro il morire della luce.

Fanno anche un pasticcio terribile con le cose di cui si occupano. Gli imperi dipendono dalla forza militare per la loro sopravvivenza e per soddisfare i loro obiettivi di bilancio.

Tipicamente, rubano le cose. Nelle guerre puniche, per esempio, i romani accumularono un gap di bilancio allarmante conquistando la città di Taranto. Poi rubarono tutto quello che era a portata di mano... e vendettero i suoi cittadini in schiavitù.

Problema risolto... per un po'.

Gli Stati Uniti sono unici negli annali della storia imperiale. Immaginano sempre di raccogliere una ricca ricompensa – almeno nello status, se non in denaro – dalle loro conquiste. Non è mai accaduto.

Il presidente Wilson credeva che sarebbe stato salutato come un grande statista internazionale. Invece gli europei ridevano di lui e dei suoi 14 punti. ("Anche Dio stesso ne aveva bisogno solo di 10," commentò il primo ministro francese Georges Clemenceau.)

Il presidente Johnson immaginò un grande "grazie" dai vietnamiti. Invece ottenne un "no grazie" dagli americani.

E il presidente George W. Bush immaginava le ricchezze petrolifere dell'Iraq che sarebbero fluite in patria... solo per finire con la guerra più costosa e poco gratificante nella storia degli Stati Uniti .

E' solo perché gli Stati Uniti sono così ricchi che si sono potuti permettere di dire questo tipo di balle, ma ciò sta giungendo al termine. Per gran parte degli ultimi 30 anni, la macchina della guerra imperiale è stata finanziata principalmente facendo debiti – aiutata e spalleggiata da una banca centrale impazzita.

Per quanto tempo ancora possa andare avanti, è una congettura che lasciamo ad ognuno di voi. Probabilmente non più di quanto la FED possa ancora inflazionare la bolla del credito.

Nel frattempo gli appaltatori della difesa, i lobbisti militari e gli altri zombie nel settore della difesa continueranno a spingere per una maggiore ingerenza – in Siria... Ucraina... diamine, ovunque...

La bolla deve trovare il suo ago da qualche parte!

L'impero degli Stati Uniti e la sua bolla del credito probabilmente giungeranno al termine, conteporaneamente.

L'uno dipende dall'altra. Se gli Stati Uniti non fossero così grandi e potenti, non avrebbero potuto imporre la loro moneta come valuta di riserva mondiale. Senza la loro posizione di possessori della valuta di riserva mondiale (dollari invece che l'oro), gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di inondare il mondo con la loro liquidità.

Se il mondo non avesse necessitato di dollari, la bolla del credito non sarebbe continuata a crescere. E senza la crescita del credito, non ci sarebbe stato alcun modo per pagare le spese di un impero mondiale.

Questo non spiega il miracolo della "crescita senza risparmio," ma ci dà un suggerimento su cosa accadrà quando il trucco non funzionerà più.

Tutte le bolle... e tutti gli imperi... alla fine salteranno in aria. Un impero che dipende da una bolla del credito la rende doppiamente esplosiva. Tutto ciò che serve è una svolta nel ciclo del credito, e la miccia si accende.

Nel 2006 abbiamo scritto un libro sull'argomento, insieme ad Addison Wiggin. Dall'invasione delle Filippine alla guerra del Vietnam... l'impero USA è stato finanziato dalla forza produttiva dell'economia degli Stati Uniti.

Mentre la guerra in Vietnam stava per concludersi, la fonte di finanziamento dell'impero cambiò: dalla produzione presente alla produzione futura. Gli Stati Uniti passarono ad un sistema monetario puramente di carta... e si rivolsero ai prestiti per finanziare le loro avventure militari. Oggi le teste di legno si gonfiano il petto e si considerano dei pezzi grossi. Passano il conto al contribuente di domani.

La tesi per un'ingente spesa per la sicurezza è crollata tra il 1979 (quando la Cina prese la via del capitalismo) e il 1989 (quando la Russia abbandonò il comunismo).

Ma da allora il "complesso militare-industriale" (o il complesso militare-industriale-congressuale), di cui il Presidente Eisenhower ci ha avvertito in merito, era già saldamente al controllo di Washington. I presidenti – democratici e repubblicani – sono andati e venuti. Niente e nessuno è riuscito a togliere risorse al settore della sicurezza.

Un'avventura disastrosa è stata seguita da un'altra. Ognuna ha richiesto una fonte maggiore di finanziamenti... più stato... più potere... più generali... più nulla osta per la sicurezza... più operazioni clandestine e "fuori bilancio"... e più idioti parassiti che fingono di proteggere gli americani da nemici sconosciuti.

Il ritorno sull'investimento di questa spesa era probabilmente ben sotto lo zero. Questo per dire che l'ingerenza estera ha probabilmente creato più nemici di quanti non ne abbia neutralizzati. Ma a quanto pare non importa.

Inoltre, lo stesso fenomeno si stava ripetendo in altri settori importanti. Nel settore sanitario, nell'istruzione e nel settore finanziario le considerazioni politiche hanno manipolato un numero crescente di risorse – anche se questi settori erano ancora considerati parte del settore privato.

Nel campo dell'istruzione, ad esempio, il numero di insegnanti è ristagnato mentre il numero di amministratori ed "educatori" è salito. Ingolfati di zombie, i guadagni reali in questi settori sono stati davvero esigui. Nel frattempo il settore manifatturiero degli Stati Uniti è appassito. I salari reali hanno smesso di aumentare. La crescita economica è rallentata.

E la spesa sociale è aumentata. "Guns and Butter" è stata la promessa di LBJ. E senza la forte crescita degli anni '50 e '60, non è stato possibile pagare per un parco zombie così grande.

L'impero statunitense si è rivolto al credito. E sin da allora non ha avuto un bilancio veramente equilibrato. Invece, a partire dalla fine dell'amministrazione Carter, i deficit sono aumentati, anno dopo anno.

Quando la squadra Reagan entrò in carica nei primi anni '80, ci fu una feroce battaglia interna su cosa fare con le finanze federali. I conservatori fiscali – guidati da David Stockman, giovane regista del bilancio di Reagan – sostenevano che il governo avesse l'obbligo di pareggiare il bilancio. I nuovi, o "neo", conservatori erano la moda tra la popolazione... ed il miracolo venne reso possibile dall'aumento del credito.

"I deficit non contano," disse Dick Cheney. I neocon hanno vinto. Stockman lasciò l'amministrazione e andò a lavorare a Wall Street. I deficit salirono. Più tardi Stockman ha scritto un buon libro, The Great Deformation, spiegando come l'economia statunitense sia stata corrotta dai suoi settori principali: governativo, della sicurezza e finanziario.

Dal 1990 la combinazione di un mercato toro a Wall Street, un calo dei tassi di interesse, la fine della guerra fredda e l'illusione della spesa, lasciarono l'amministrazione Clinton in un raro stato di beatitudine. Le sue entrate erano alte e le sue possibilità di spesa erano basse. Il risultato è stato quello di festeggiamenti in onore di un "bilancio equilibrato" – ma i bilanci erano in equilibrio solo se si ignorava il costo della previdenza sociale!

E' stato il presidente George W. Bush, però, che ha veramente scatenato la macchina del credito.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


In che modo le rivelazioni di Snowden hanno rafforzato la NSA?

Mar, 08/07/2014 - 10:09




di Gary North


E' passato un anno da quando Edward Snowden ha denunciato pubblicamente la NSA.

Apprezzo quello che ha fatto. La sua decisione di far trapelare documenti rubati, ha fatto un enorme favore al movimento conservatore. E' stato frantumato in mille pezzi il più grande mito del conservatorismo: "Se il popolo americano sapesse, ci sarebbe una rivolta." No, non ci sarebbe.

Ecco una variante: "Se gli elettori sapessero cosa sta facendo loro la Grande Cospirazione, alle prossime elezioni butterebbero fuori i cospiratori." No, non lo farebbero.

Per 50 anni ho sentito molte varianti di questo tema. I conservatori non imparano. Pensano che esponendo le malefatte dei Cattivi, servirà a sconfiggerli. Si sbagliano.

Snowden ha dimostrato, come nessuno l'ha mai fatto nella mia epoca, che accusare i Cattivi al governo non ha alcun effetto negativo su di loro.

Se vengono esposte le loro malefatte, e il popolo non fa nulla per contrastare i Cattivi, allora questi ultimi non devono più preoccuparsi di ulteriori accuse. Rappresenterà solamente una notizia vecchia. A questo punto possono fare ancora di più per solidificare la loro posizione di potere. La pressione si attenua. Ci può essere un momento di cattiva pubblicità, ma questo non cambia nulla.

Prima di Snowden, un esempio simile ci è arrivato nel 2009 col salvataggio dei grandi banchieri a spese dei contribuenti. Sono diventati più ricchi. Il popolo lo sa. Ha brontolato un po'. I banchieri sono stati danneggiati? No. Hanno ottenuto bonus per i loro fallimenti. Il Congresso ha salvato le grandi banche, e non ci sono state sanzioni negative sul Congresso o sulle grandi banche. E' business as usual.

Gli elettori lo sanno. Gli elettori non hanno fatto nulla. E' una notizia vecchia.

Ma le rivelazioni di Snowden sono andate ben al di là dei grandi salvataggi bancari del 2009. Hanno gettato luce su una presa di potere da parte del governo che è perpetua. In genere veniva nascosta. Il libro di James Bamford, The Puzzle Palace (1983), ha fatto un buon lavoro. Non ha avuto alcun effetto negativo sulla NSA perché non conteneva prove inconfutabili. Snowden ce le aveva e le ha esposte. Ha ottenuto visibilità in tutto il mondo.

La NSA è più potente che mai. D'ora in poi, ogni ulteriore accusa sarà una notizia vecchia. Nessun danno, nessun fallo.



LA NSA ORA HA CARTA BIANCA

Glenn Greenwald è il giornalista che ha fatto esplodere il caso NSA quando nel giugno 2013 ha parlato delle rivelazioni di Edward Snowden. Oggi, circa un anno dopo il suo primo racconto apparso sul Guardian, ha scritto un libro su questo tema.

Per caso il bilancio della NSA è stato abbassato da $50 miliardi l'anno a $25 miliardi l'anno? No. E' bello apprendere che il bilancio della NSA è ancora di $50 miliardi l'anno, ma è del tutto irrilevante in termini di "fare qualcosa al riguardo". Il Congresso sta ancora elargendo denaro, e la NSA lo sta ancora spendendo.

E' stato chiuso il centro di spionaggio nello Utah? No. Sarà avviato come promesso. Ha tutti i tipi di disorganizzazione ad esso associati, come ogni burocrazia tra l'altro. Ma il Congresso non ha in alcun modo frenato la sua azione. Il popolo non ha affatto espresso un desiderio simile.

Vi è la presenza di un movimento politico di massa all'interno di uno dei due partiti politici per mettere sotto controllo la NSA (per non parlare di abolirla)? No. Il popolo non se ne cura. Tutto quello che il popolo deve sapere è che la NSA sta contrastando il terrorismo, e il resto è irrilevante. Il popolo dice: OK. Nessun problema.

Il popolo ha adottato sistemi di crittografia per la posta elettronica? No. Greenwald ci fa sapere che quando Snowden lo contattò, si rifiutò di cifrare la propria posta elettronica. Questo è ciò che richiedeva Snowden. Greenwald ammise di non sapere nulla di crittografia di e-mail. Il punto importante che emerge da questa storia è che quasi nessun giornalista ha mai crittografato la propria posta elettronica.

Ecco la realtà: non importa a nessuno. La NSA ora lo sa. Può esporre le sue smentite. Nessuno al Congresso farà call al bluff della NSA. L'unico modo per fermare una burocrazia è quello di tagliarle i finanziamenti, e non vi è alcun tentativo da parte del Congresso di tagliare i finanziamenti della NSA. Non credo che questo sia legato al fatto che i membri del Congresso sanno di poter essere ricattati dalla NSA. Sono abbastanza sicuro che sia così, ma penso che la ragione fondamentale sia questa: agli elettori non importa. Se agli elettori non importa, e il Congresso ha a che fare con una burocrazia enorme che si difende sventolando la carta della protezione contro il terrorismo, allora perché correre un rischio politico? Non c'è profitto politico positivo, mentre invece c'è una serie di sanzioni politiche negative.

In tutto il mondo è sempre più conveniente ed economico monitorare i movimenti delle persone. Nelle grandi città, ma soprattutto a Londra, ci sono telecamere di sorveglianza ovunque. Nessuno se ne preoccupa.

Più sono lente le procedure, meno probabilità ci saranno di una retromarcia. La tradizione viene accettata. Le pratiche diventano consuetudine. Diventano parte della nostra accettazione.

Quello a cui non pensiamo è immune da una riforma, figuriamoci l'abolizione. Se non ci pensiamo, i burocrati hanno carta bianca.



L'IRS HA IMPOSTATO LO STANDARD

Il giorno che il popolo americano accettò l'imposta sul reddito, fu il giorno in cui cedette la sua libertà finanziaria. Che sapessero questa cosa all'epoca, è irrilevante oggi. Il fatto è che il governo federale afferma di avere il diritto di monitorare ogni singola transazione finanziaria che facciamo, e nessuno obietta. Questo vale praticamente in tutto il mondo. Il popolo accetta l'idea dell'imposta sul reddito e questa è di per sé un lasciapassare per lo stato affinché possa indagare su ogni aspetto della nostra vita. Dobbiamo dimostrare, in un tribunale dell'IRS, che non abbiamo guadagnato la quantità di denaro che l'IRS dice che abbiamo guadagnato. L'unica ragione per cui ci è permesso di presentare i nostri moduli fiscali, è quella di confrontarci con l'IRS in tribunale quando valuta la nostra storia fiscale. La maggior parte delle volte l'IRS ci asseconda. Capisce che siamo spaventati a morte, e non mentirà troppo. L'IRS può confiscare i nostri conti bancari in qualsiasi momento, ed è compito nostro dimostrare che abbia fatto un errore. L'onere della prova è a carico nostro. Il common law non tange l'IRS.

Se l'IRS può fare tutto questo, perché dovremmo preoccuparci della NSA? Quando abbiamo ceduto così tanta autorità all'IRS, perché dovremmo preoccuparci che la NSA controlla le nostre e-mail? Rispetto a monitorare tutte le nostre transazioni finanziarie, il controllo delle nostre e-mail è roba da poco. Nessuno se ne preoccupa.

Il popolo ha ceduto la sua libertà sulla questione privacy quando nel 1913 accettò l'approvazione del 16° emendamento. Dal punto di vista legale non sarebbe stato valido, ma questo era irrilevante, perché il governo federale voleva che venisse approvato. Il governo degli Stati Uniti lo annunciò festante. Da quel momento in poi, la privacy sarebbe scomparsa dagli Stati Uniti.

Questo è il motivo per cui la NSA non sarà in alcun modo ostacolata da Edward Snowden, se non in termini di cattiva pubblicità. Ma quest'ultima non porta ad un cambiamento nella politica del Congresso, soprattutto per quanto riguarda il bilancio della NSA. Quindi la NSA la farà franca, proprio come ha sempre fatto.

Se non altro, Snowden ha aiutato la NSA. Perché? Perché ormai è chiaro che al popolo in realtà non gliene importa. La NSA ha saputo resistere alla tempesta senza alcun problema dal punto di vista del suo bilancio, il che significa che ora ha carta bianca, e il Congresso lo sa. Il popolo sembra indignato, ma in realtà non se ne preoccupa.

La NSA ora può sbizzarrirsi su ogni aspetto della nostra privacy. E' passato un anno, e non è cambiato nulla. E' una sorta di concessione di legittimità alla NSA che prima delle rivelazioni di Snowden non aveva. Prima la NSA lavorava in segreto. Ora sa che può subire anche i peggiori scandali, e non si farà nulla per limitarla. È sopravvissuta alle rivelazioni di Snowden, e ora può continuare ad operare senza temere serie minacce alle sue operazioni.

Sono contento che Snowden abbia fatto quello che ha fatto, perché volevo avere la prova di quello che James Bamford scrisse sulla NSA oltre due decenni fa. E' stato bello vedere che gli avvertimenti di Bamford sono stati convalidati dalle rivelazionii di Snowden. Ma a nessuno importava del libro di Bamford, e nessuno si preoccupa delle rivelazioni di Snowden -- non abbastanza da tagliare il bilancio della NSA.

Le rivelazioni di Snowden servono come uno specchio. Abbiamo guardato nello specchio, e abbiamo visto che tipo di persone siamo. A noi semplicemente non importa. Non ci importava nel 1913, quindi perché dovremmo preoccuparcene oggi?

Una volta che gli elettori hanno concluso che potevano costringere i ricchi a pagare di più in tasse, la privacy è morta. L'invidia è stata essenziale per concedere potere all'IRS. L'invidia è viva e vegeta, la privacy no.

Finché c'è l'IRS, ci sarà una NSA.



CONCLUSIONE

Fino a quando le menti degli elettori non cambieranno idea sul big government, l'esposizione di rivelazioni importanti sulla nostra libertà non avrà alcun effetto sul potere dello stato.

Se gli elettori accettano lo stato interventista, sono contenti di sentir parlare dei Cattivi. "Ci stanno mantenendo al sicuro." "Ci stanno proteggendo dai terroristi." "Abbiamo bisogno di loro." "La perdita della nostra privacy è il prezzo della libertà. Vale la pena pagarlo."

La variante riguardante la NSA: "Se non hai fatto niente di male, non hai nulla da temere."

"Documenti, prego. Non hai nulla da temere se non hai fatto niente di male."

Ciò presuppone che lo stato sia benigno. Si presuppone che lo stato insegua i cattivi.

Non c'è stata alcuna rivolta del popolo americano per difendere la sua privacy.

Se pensate che stia esagerando, ho due parole per voi: Lindsey Graham.

Ora la NSA può davvero darsi da fare. "Niente più mezze misure."

L'unica cosa che può limitarla è una crisi di bilancio. Pensare ad una qualsiasi altra cosa è ingenuo. I tagli di bilancio possono limitarla; nient'altro può. Ci vorrà una crisi fiscale del governo federale per porre un freno a questo sistema. Nient'altro lo farà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Le illusioni di Paul Krugman sull'energia solare

Lun, 07/07/2014 - 10:14




di Robert Bryce


L'energia solare può battere il riscaldamento globale. Questo è ciò che Paul Krugman afferma nel suo articolo del 18 aprile sul New York Times, “Salvation Gets Cheap.”

Krugman esaltava "l'incredibile calo del costo delle energie rinnovabili, in particolare dell'energia solare." In passato ridicolizzava chi sosteneva che l'energia rinnovabile sarebbe diventata una fonte importante di energia, definendola una "pia illusione da hippie svitati." Ma ora dice che grazie al calo dei prezzi delle energie rinnovabili, il processo di decarbonizzazione può essere accelerato e "sono a portata di mano drastici tagli alle emissioni di gas serra."

L'energia solare sta diventando sempre più conveniente e la sua capacità sta crescendo rapidamente. Ma Krugman ancora ha torto. L'energia solare non si tradurrà in "tagli drastici" nelle emissioni di gas serra per due semplici ragioni: di scala e di costo.

Prima di andare avanti, voglio essere chiaro: sono rialzista sul solare. Ho investito in questa forma di energia. Una decina di anni fa, ho fatto installare 3,200 watt di pannelli solari sul mio tetto. Perché? Semplice: ho ricevuto un grande sussidio. Austin Energy ha pagato due terzi del costo del mio sistema da $23,000, e quei pannelli ora forniscono circa il 30% dell'energia elettrica che io e la mia famiglia consumiamo.

Sono anche pronto ad ammettere che Krugman ha ragione quando dice che il costo del solare sta scendendo. Nel 1980 il costo medio di un modulo solare fotovoltaico (che converte la luce solare in energia elettrica) era di circa $23 a watt. Oggi è meno di $1 per watt. Tali costi stanno aiutando ad accelerare la distribuzione del solare. Tra il 2007 e il 2012, secondo BP, la capacità solare globale è cresciuta di dieci volte e ora si attesta a circa 100,000 megawatt.

Ma tale crescita non significa la fine degli idrocarburi. Anche se dimentichiamo l'intermittenza incurabile dell'energia solare — che impone l'utilizzo di metodi convenzionali (gas naturale, carbone o nucleare) nei periodi in cui il sole non splende — il motivo per cui i pannelli solari più economici non porteranno ad importanti tagli nelle emissioni globali di anidride carbonica, è che il contributo del solare rimane infinitamente piccolo.

Tra il 2007 e il 2012, lo stesso periodo in cui la capacità solare è cresciuta di dieci volte, il consumo mondiale di carbone è aumentato dell'equivalente di oltre 10 milioni di barili di petrolio al giorno. Nel frattempo, nel 2012, il contributo della produzione solare globale è stata pari a circa 400,000 barili di petrolio al giorno.

In altre parole, negli ultimi dieci anni o giù di lì, la crescita dell'uso del carbone è stata pari a circa 25 volte il contributo totale dell'energia solare mondiale. E le centrali elettriche a carbone che sono state costruite negli ultimi anni, probabilmente dureranno per decenni.

Perché l'uso del carbone si è impennatao in tutto il mondo? Poiché la domanda di elettricità è in forte aumento. Dal 1985 la produzione mondiale di elettricità è cresciuta ad una media di circa 450 terawatt-ore all'anno. L'International Energy Agency prevede che l'uso globale di energia elettrica continuerà a crescere di circa la stessa quantità ogni anno fino al 2035.

La Germania ha installata la più grande capacità di energia solare rispetto a qualsiasi altro paese, con circa 33,000 megawatt di pannelli fotovoltaici. Nel 2012 tali pannelli hanno realizzato 28 terawatt-ora di elettricità.

Se si utilizzasse solo l'energia solare per tenere il passo con la crescita della domanda mondiale, servirebbe l'installazione di 16 volte la capacità fotovoltaica esistente in Germania — ogni anno.

Nonostante la matematica, Krugman ha elogiato il solare per anni. Già nel 2011 sosteneva che fossimo "sulla cuspide di una trasformazione energetica guidata dal costo in calo dell'energia solare."

Certo, i costi dell'energia solare sono in calo, ma rimane ancora molto più costosa del carbone, del gas naturale o del nucleare. La scorsa settimana l'Energy Information Administration ha rilasciato le sue ultime stime per quanto riguarda il costo della generazione di nuova energia elettrica. L'agenzia prevede che entro il 2019 il costo di un megawatt-ora di elettricità prodotta dal fotovoltaico sarà di $130. La stessa quantità di energia elettrica prodotta dal gas naturale avrà un costo di circa la metà, $66; mentre un megawatt-ora di energia prodotta da una centrale a carbone costerà $96. Il nucleare, a $96 dollari per megawatt-ora, continuerà ad essere meno costoso del solare.

Per sostenere la sua affermazione, secondo cui il solare può salvare il mondo dal riscaldamento globale, Krugman cita l'ultimo rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, sottolineando che in tale documento si "afferma che l'impatto economico" della drastica revisione dei nostri sistemi energetici "sarebbe sorprendentemente piccolo" ed "ammonterebbe sostanzialmente a circa lo 0.06% l'anno."

Ma Krugman trascura di menzionare le ipotesi stravaganti con cui l'IPCC ha stilato la sua stima dei costi: "Tutti i paesi del mondo introducono immediatamente il cambiamento; esiste un prezzo unico per il carbonio; tutte le tecnologie chiave sono disponibili per l'uso."

Un prezzo unico per il carbonio? Se è emerso un messaggio chiaro nell'ultimo decennio di riunioni sul cambiamento climatico in posti come Copenaghen, Bonn, Durbin e altrove, è questo: i paesi del mondo non saranno mai d'accordo su una carbon tax. Diavolo, non riusciamo nemmeno a trovare un accordo universale per vietare le mine terrestri! Eppure l'IPCC sta facendo proiezioni dei costi basandosi su un prezzo universale del carbonio.

Se Krugman e gli scienziati dell'IPCC pensano che la transizione verso un'economia basata sulle energie rinnovabili sarà a buon mercato, non stanno prestando attenzione a ciò che sta accadendo in Europa.

In Spagna i sussidi per le fonti rinnovabili hanno prodotto circa $35 miliardi di debito governativo. Dal 2000 la sola Germania ha speso circa $100 miliardi sulle energie rinnovabili, e il ministro dell'ambiente tedesco ha stimato di recente che il paese potrebbe dover spendere fino a $1.3 bilioni nei prossimi 25 anni se vuole produrre il 35% di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2020 e l'80% entro il 2050 (come stilato nelle sue proiezioni).

Krugman non vuole ammetterlo, ma ecco la verità: nonostante tutti i suoi meriti e il rapido declino dei costi, l'energia solare non riuscirà nemmeno a tenere il passo con la crescita della domanda di energia elettrica globale, figuriamoci sostituire quantità significative di idrocarburi o permettere "drastici tagli" nelle emissioni di anidride carbonica.

Il cambiamento climatico è tra le questioni più difficili del nostro tempo. Se vogliamo essere seri a riguardo, dobbiamo essere seri su quelle fonti che emettono basse quantità di carbonio e che forniscono le enormi quantità di energia che il mondo chiede a prezzi che i consumatori possono permettersi. Sì, il solare avrà un ruolo nei prossimi anni, ma i carburanti del futuro saranno il gas naturale e il nucleare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Dall'a priori kantiano alla critica dello stato

Ven, 04/07/2014 - 10:06




di Francesco Simoncelli


Partiamo da un assunto principe sulla natura umana: l'uomo è nato libero. Questo è un assioma vero a priori. Kant, nella Metafisica dei Costumi, arrivava a questa conclusione attraverso il ragionamento logico-deduttivo. Più in generale, con tale ragionamento arrivava a mettere in discussione l'auctoritas che negli anni aveva caratterizzato l'entità all'apice della piramide sociale. Quest'ultima mendiante l'ipse dixit incarnava l'autorità massima alla quale era destinato grande rispetto e riverenza. Una volta denudata da questo alone di onniscenza, essa veniva ridotta ad un semplice apparato coercitivo che dirige secondo i suoi capricci le sorti degli individui. In questo modo, il ragionamento di Kant conferisce agli uomini quella dose di responsabilità che giustamente spetta loro. Non è necessario elogiare la cosiddetta schiavitù "volontaria" per dimostrare come sia vero a priori questo principio; il suicidio è l'esempio massimo che si possa portare qualora ci sia ancora qualche scettico che metta in dubbio questo assioma.

Pensateci. Chi possiede il vostro corpo se non voi stessi? Ma questo non perché siete in grado di proferirlo a parole, altrimenti chiunque potrebbe rivendicarlo con un semplice gesto della mano o l'emissione di un semplice fonema dalla bocca. Le azioni, i pensieri, le riflessioni sono esclusivamente di proprietà di coloro che li hanno in mente. In virtù di tale possesso, ogni individuo esprime desideri e pulsioni attraverso i quali interagisce con i suoi pari. Come è possibile dimostrare incofutabilmente questa verità? Nessuno conosce i vostri pensieri tranno voi stessi. Solo l'individuo è in grado di trasformare lo stato di quiete in cui si trova il proprio corpo in uno stato di azione; sebbene gli impulsi per tale pessaggio possano essere scanditi da stimoli esterni, solo ognuno di noi, attraverso il pensiero e il ragionamento, può determinare suddetta trasformazione.

Adunque, avendo raggiunto codesta conoscenza apodittica, possiamo iniziare a vedere cosa ne scaturisce in basse alle varie situazioni che ci si presentano innanzi.

Da questo a priori derivano altri concetti che definiscono quel mondo di leggi che regola l'azione degli uomini. Non esistono per il bene degli individui, ma perché sono giuste. Arrivare a carpire questa conoscenza è possibile, il ragionamento deduttivo ci abilita a raggiungerne l'essenza attraverso la ragion pura, la quale ci apre le porte a quelle relazioni che possiamo definire imperativi categorici. Queste leggi sono particolarmente auto-evidenti e sempre vere. E' possibile, come per tutte le leggi, aggirarle ma la loro natura impedisce agli individui di negarle o abrogarle del tutto. Causa ed effetto in economia, ad esempio, rappresentano un imperativo categorico dal quale ci si può discostare, ma non per sempre. Quando accade, la ragion pura cede il passo alla ragion pratica, la quale apre i cancelli agli imperativi ipotetici.

Questi ultimi sono legati puramente alle azioni degli individui e dall'esperienza che ne deduciamo attraverso di esse, questo perché la ragion pura è connessa alla ragion pratica attraverso l'azione propositiva. In altre parole, i nostri pensieri vengono espressi in forma materiale mediante l'interazione che gli esseri umani esplicano quando passano da uno stato di quiete ad uno stato di azione. L'esperienza che viene acquisita dall'apprendimento estratto da questa sequenza di azioni, è figlia della ragion pratica; la rielaborazione con la nostra individualità pensante va a costituire quel comparto mentale definito ragion pratica pura. La ragion pratica, spogliata dalle sue valenze imeprfette, si fonde con le facoltà logico-deduttive dell'intelletto umano per creare un atteggiamento mentale con cui guardare al mondo con un piglio privo di pregiudizi fallaci.

Sebbene l'uomo in quanto tale è nato libero, lo stesso non lo si può dire per le sue azioni. Infatti, nonostante siamo liberi, non sempre siamo in grado di veicolare questa libertà attraverso le nostre azioni. La nostra sopravvivenza personale non è qualcosa che può essere considerata un diritto naturale, perché in fin dei conti nessuno è strettamente costretto a far sopravvivere qualcun altro. Il diritto naturale scaturisce dall'estensione della volontà individuale al mondo reale, quindi da una necessità affermativa di sopravvivere. Ma se qualcuno volesse porre fine alla propria vita? Potrebbe farlo, andando a ricercare il proprio bene personale mediante la cessazione della propria vita, ma questo non rappresenterebbe altro che un imperativo ipotetico. Certo, io che sono uno spettatore di questa azione continuerei ad essere libero ed a soddisfare i miei desideri in accordo con la libertà altrui, ma la manifestazione di una volontà negativa alla vita andrebbe ad inficiare i rapporti tra gli individui.

Infatti, la mia sopravvivenza va a tutto vantaggio di quella intricata relazione di interazioni che costituiscono il corpo funzionale del successo evolutivo dell'essere umano. E' stato attraverso la cooperazione che l'uomo è riuscito a battere le angustie della vita primitiva e le insidie insite nell'indole oscura degli uomini. E' stato attraverso la divisione del lavoro che il successo dell'essere umano ha portato ad un cambiamento significativo nelle condizioni di vita: la specializzazione che ogni individuo intraprende per migliorare le sue capacità, va a vantaggio dell'intera comunità in cui vive. In questo modo è specificamente concentrato a portare a termine il compito che si è prefissato quando ha deciso, tramite la sua creatività, di soddisfare i desideri degli altri, soddisfacendo di conseguenza anche i suoi. Maggiore è il grado di specializzazione, maggiore sarà la cura finale con cui verranno svolti i lavori. Maggiore è la libertà di cui gode, maggiore sarà la creatività e la passione che vi riverserà.

Quindi, se l'uomo è nato libero, attraverso le sue azioni riesce a trasferire al mondo circostante la sua libertà? Ovvero, quello che reputo un bene per me è altrettanto un bene per gli altri? Se il compito del mio essere ha tra le sue priorità la preservazione della vita, questo non rende le mie azioni un mezzo attraverso il quale è possibile elargire giustizia e al contempo libertà?

Non proprio. Sebbene ogni uomo sia decisamente orientato alla preservazione della propria vita, le sue azioni riflettono il grado di giustizia di cui beneficia solamente la sua persona. Ad esempio, l'omicidio può essere giustificato qualora qualcuno rappresenta una minaccia davanti ai nostri occhi, quando invece davanti ai suoi (quelli dell'omicida) non lo è. La libertà di cui necessita un individuo va a scontrarsi con la libertà di cui necessita un altro, e ne nasce un conflitto. Potremmo proporre lo stesso esempio con il furto, e rimarremo comunque in quel vicolo cieco rappresentato dallo scontro di azioni. Ovvero, la mescolanza tra ragion pura e ragion pratica.

Siamo a conoscenza dell'erroneità di un'azione riprovevole, ma allo stesso tempo costretti dalle circostanze in cui ci troviamo a dover agire in linea con l'ambiente che ci circonda. Questa non è una giustificazione valida affinché la nostra libertà si possa esprimere mediante atti che possano ledere la libertà altrui. Quindi se il meccanismo di trasmissione tra la nostra libertà ed il mondo esterno è quello che ci permette di unire ragion pura e ragion pratica, esso non è un veicolo a prioristico di libertà. La ragion pratica intorbidisce quello che la ragion pura conosce già. E' questo intorbidimento che permette agli imperativi ipotetici di far deragliare il perseguimento degli imperativi categorici. L'imperativo ipotetico, attraverso una concezione limitata di ciò che è bene per noi, oscura quello che è giusto.

Come detto in precedenza, la nostra libertà non coincide con quella altrui. Come riuscire, quindi, a recuperare quel legame presente nella nostra mente ma che evapora una volta che viene a contatto con le azioni propositive di un altro individuo?

La risposta più plausibile e verosimile è il confronto attraverso la stesura delle proprie necessità insieme a quelle di coloro con cui ci mettiamo a confronto. Il modo relativamente più giusto con cui si possa portare a buon fine questa operazione è tramite la scrittura di un contratto. La forma fisica di cui è costituito questo accordo tra varie parti, non rappresenta altro che l'incontro tra la libertà di ogni individuo. La ragion pratica viene depurata dai pregiudizi insiti nelle nostre azioni per essere ragion pratica pura.

Questo non è un concetto strettamente vero di per sé, rappresenta semplicemente il ricongiungimento tra ragion pura e ragion pratica al di fuori della nostra sfera mentale. E' l'imperativo categorico che viene raggiunto intelligibilmente e dimostra la sua veridicità. La pacificazione dei conflitti, ovviamente, non può essere affidata esclusivamente a quegli individui presenti alla stipulazione dei contratti. La mutevolezza dell'indole umana esige una monitorazione costante degli impulsi istintivi degli individui, i quali possono cedere sempre alla ragion pratica per soddisfare le proprie necessità. La fenomenologia con cui vengono espresse le azioni è decisamente differente dalla noumenologia con cui vengono pensate ed interpretate da altri.

Sorge la necessità di un'entità garante atta a far rispettare gli accordi pratici impressi nei documenti venuti fuori da una volontà reciproca di eliminare i conflitti e trovare una via pacifica all'espressione delle proprie azioni. Anche perché, l'imperativo categorico (es. costi/benefici) del conflitto porta con sé una serie di svantaggi che richiedono sforzi maggiori ed un impiego di tempo maggiore prima della loro completa risoluzione. L'imperativo ipotetico del breve termine non deve distogliere la ragione dall'imperativo categorico del lungo termine. Una volta eliminato il conflitto e l'ipoteticità delle azioni espresse, una volta che fuoriescono dal campo noumenico, ci troviamo di fronte ad una particolare simmetria grazie alla quale riusciamo a scorgere ciò che è giusto per quegli attori che decidono di interagire con gli altri. Lo scopo di questo saggio, infatti, è quell odi dimostrare con l'uomo sia al contempo libero e in grado di esprimere la sua libertà (in accordo con quella altrui) al di fuori del campo soggettivo. Colui che scrive sta semplicemente prendendo in prestito concetti filosofici di altri grandi pensatori del passato, i quali attraverso il loro ragionamento hanno tracciato quella via grazie alla quale si può giungere ad una società fondata sostanzialmente sulle responsabilità individuale e su una possibile autodeterminazione personale. Nel tentare di raggiungere il mio scopo, ho ritenuto opportuno prendere qualche spunto dal pensiero kantiano.

Il razionalismo ideologico su cui fondare l'a priori è la base per dimostrare come l'individuo sia al contempo libero e libero di rifiutare quelle condizioni in cui la sua libertà viene "ingiustamente" limitata da chi, sfruttando trucchi semantici, magnifica il ruolo di un presunto controllore il quale pretende di sfruttare una certa aura riverenziale e autoritaria per raggiungere i suoi fini. Fu infatti il secolo dei lumi che costituì uno spartiacque significativo tra l'ipse dixit dell'autorità dello stato e le decisioni individuali degli attori economici. L'auctoritas dello stato veniva sfiduciata di fronte all'acquisizione della responsabilità dell'individuo davanti alle sue azioni. La rivoluzione intellettuale di quegli anni ebbe i suoi natali circa un secolo prima in Olanda, dove iniziò a serpeggiare una visione della vita più orietanta al futuro (tutto ciò anche grazie ad una popolazione in aumento). Questa infusione di ottimismo spinse gli individui a concentrarsi sul loro "domani". Tale rivoluzione nel pensiero fu la scintilla anche di quella industriale, la quale fece sperimentare al genere umano uno dei periodi storici più floridi.

In questo contesto siamo testimoni di un conseguente rimpicciolimento delle aree controllate da un potere centrale. L'innovazione tecnologica, la creatività individuale e un cambiamento nell'etica permisero alla visione individualista di veicolare alle persone la quitenssenza della loro esistenza: la sintonia con un imperativo categorico piuttosto che uno ipotetico. La libertà individuale garantiva una vita scevra dalle insistenze petulanti di un qualche manipolatore centrale, spogliando quindi un qualsiasi sovrano o re della sua aura di onnipotenza. Non erano più, soggettivamente, percepiti come tali. Fu questo il periodo in cui Carl Menger sviluppò la sua teoria soggettiva del valore. Negli equilibri individuali non c'è posto per l'interferenza di un'entità esterna. A meno che non si tratti della risoluzione di conflitti, la necessità di una terza parte, che volesse imporre le proprie disposizioni, in un qualsivoglia atto di mercato tra due individui che interagiscono, è superflua nonché nociva ad un sano accordo tra le parti a confronto.

La presenza di una qualche realtà "super partes" è sempre stata richiesta per sopire le divergenze che emergevano in caso di diatribe. L'organizzazione del mercato ha quindi trovato la soluzione alle necessità degli individui, e un governo è stata la risposta alle esigenze di una certa garanzia per assicurare l'adempimento completo degli scambi performati nell'ambiente di mercato. Si badi bene, l'esistenza di un governo non significa necessariamente l'esistenza di un ente coercitivo attivo; come diceva anche Albert Jay Nock:

L'origine del governo è la comprensione comune ed il comune accordo di una società; [...] [Il] Governo mette in pratica il comune desiderio della società, primo, per la libertà, e secondo, per la sicurezza. Non si spinge oltre; non contempla alcun intervento concreto sull'individuo, ma solo un intervento passivo. Il codice del governo dovrebbe essere quello del leggendario re Pausole, che prescrisse solo due leggi per i suoi sudditi, la prima, Non fare del male a nessun uomo, e la seconda, Poi fa come vuoi; e [...] l'unico interesse del governo dovrebbe essere quello di mettere in atto tale codice.
Al contrario, Nock diceva che lo stato:

non si originò dalla comune comprensione e dall'accordo in una società; si originò dalla conquista e dalla confisca. La sua intenzione, lontana dall'assicurare "libertà e sicurezza", non contemplava niente del genere. Contemplava principalmente lo sfruttamento economico continuo di una classe su un'altra e si preoccupava della libertà e della sicurezza in coerenza con questa intenzione. La sua funzione primaria non era incentrata su [...] interventi puramente passivi sull'individuo, ma su innumerevoli interventi concreti molto onerosi, tutti allo scopo di mantenere la stratificazione della società in una classe sfruttatrice e proprietaria ed un'altra dipendente e senza proprietà. L'ordine di interesse che viene riflesso non è sociale, ma puramente antisociale; e coloro che lo amministrano, giudicati dal comune senso dell'etica o perfino dal comune senso della legge applicata alle persone, sono indistinguibili da una classe professionista di criminali.
La volontarietà di dare origine ad una organizzazione sociale che si occupi solamente di garantire la continuità della proprietà privata e della risoluzione dei conflitti, di pende totalmente dalla spontaneità degli individui. Rispetto dei contratti e difesa dei diritti di proprietà contro atti di aggressione, sopperire a queste richieste rappresenta un imperativo categorico mediante il quale gli attori di mercato possono sfruttare al massimo le loro capacità umane al servizio degli altri. Significa riconciliare la libertà individuale con la libertà degli altri. Possiamo affermare, senza paura di essere smentiti, che è giusto. In questo modo la sicurezza e la possibilità di massimizzare i propri sforzi, conferiscono alla società un certo grado di benessere che è possibile sfruttare a proprio vantaggio. Nessuno soverchia l'altro, il reciproco vantaggio di soddisfare i desideri individuali permette agli individui di elevare la propria individualità ad un nuovo livello nel quale trovare nuova ispirazione e nuove necessità. E' questa catena di eventi che apre le porte al progresso, alla creatività, all'evoluzione sociale. L'imperativo ipotetico del bene individuale, seppur corroborato dalla ragion pratica e da considerazioni miopi di breve termine, viene abbandonato perché consapevoli di un maggiore benessere attraverso un'azione economica.

Sebbene queste "leggi" siano auto-evidenti, l'indole umana è imperfetta. Come abbiamo visto in precedenza, con l'esempio dell'omicidio, sappiamo come esso sia un'azione riprovevole. Eppure l'omicida non la considera tale. Per lui è un bene che una determinata persona sparisca e cessi di vivere, e quindi è ipoteticamente legittimato a compiere una tale azione. La ragion pratica che sta alla base di questo tipo di esperienza annebbia le considerazioni di lungo periodo legate a questo tipo di azione. Il caso dell'omicidio, come qualsiasi altra azione che vuole aggirare un imperativo categorico, porta con sé una serie di conseguenze che non rappresentano altro che il prezzo da pagare per un tale comportamento. La ragion pura (sapendo che uccidere è sbagliato) si viene a confrontare con la ragion pratica (uccidere è un "vantaggio" secondo l'ottica dell'assassino), facendo emergere la ragion pratica pura la quale riporta in carreggiata il corso degli eventi: applicazione di sanzioni. I costi/benefici non rappresentano altro che l'espressione "materiale" della ragion pratica pura e l'apoditticità degli imperativi categorici. Quindi tutte quelle misure prese nei confronti dell'omicida sono semplicemente un modo attraverso il quale possiamo toccare con mano le penalità a cui andiamo incontro se si tenta di aggirare gli imperativi categorici.[1]

Dopo questa breve digressione esplicativa, torniamo ora alla questione legata allo stato. Un'organizzazione governativa stabile e limitata come quella enunciata poco sopra, sarebbe quindi una situazione auspicabile, e per un certo periodo di tempo negli Stati Uniti è stata una realtà concreta.[2] Per quanto fosse limitato il ruolo del governo, gli individui sono invece spinti da pulsioni che vanno ben oltre la rigidità delle leggi cedendo alle lusinghe degli imperativi ipotetici i quali trasformano un'organizzazione da auspicabile a deplorevole. L'imperativo categorico degli incentivi è al lavoro, caratterizzando la vita degli individui in ogni loro azione. Quindi, nel caso di un governo limitato, ciò che è giusto viene sostituito da ciò che è bene, partorendo di conseguenza il cosiddetto "bene superiore" a cui fa appello lo stato per giustificare l'ampliamento della sua sfera d'azione. E' semplice ragion pratica: essendoci una scappatoia, perché non sfruttarla?

Arrivati a questo punto è doveroso tracciare, almeno per sommi capi, le origini dello stato moderno. Senza paura di essere smentiti, possiamo rintracciarne la nascita nell'Inghilterra del XVII secolo quando iniziò a farsi strada un nuovo modo di gestire gli affari.[3] I grandi proprietari terrieri dell'epoca iniziarono a dedicarsi progressivamente ad una miriade di attività, le quali richiedevano parecchio del loro tempo. Gli impegni ufficiali a cui dovevano prestare prestare presenza ne avrebbero risentito. Il loro stile di vita ne avrebbe risentito, quindi decisero di delegare ai propri avvocati il compito di attendere per loro a suddetti meeting. Sulla scia di questa pratica, nacque il cosiddetto power of attorney col quale una determinata persona delegava un proprio individuo fidato il quale ne gestiva proprietà e commerci. Sembrava all'apparenza un documento abbastanza innocuo, in cui determinati individui si servivano di certe figure professionali per gestire quella parte di vita che non riuscivano a gestire in prima persona. Seguendo le linee del vantaggio comparato di matrice ricardiana, gli uomini si specializzano in quei campi in cui le loro arti eccellono in maniera fulgida. Dividendosi, di conseguenza, i compiti essi riescono a sviluppare un modello di produzione in grado di sostenere e soddisfare i vari desideri espressi dagli attori economici in modo sempre più sofisticati.

Ma se è possibile creare una scappatoia, perché non sfruttarla? L'uomo viene incentivato a perseguire questa strada, andando dietro un ragionamento basato sulla ragion pratica. Questo significa che la pratica della rappresentanza utilizzata dai grandi proprietari terrieri, si trasformò in qualcos'altro all'alba della dittatura di Cromwell. Infatti, quando quest'ultimo sciolse il Rump Parliament per sostituirlo con il suo protettorato, impostò il nuovo assetto affinché il Parlamento si riunisse molto più spesso rispetto agli usi precedenti. Se prima i rappresentanti dei proprietari terrieri  si riunivano in nome dei propri rappresentati solo di rado e solo per problemi denunciati dai primi, con Cromwell questa pratica iniziò ad avere una frequenza costante arrivando ad avere rappresentanti per ogni villaggio presente sul suolo inglese. Un solo individuo rappresentava un'intera comunità per tutte le questioni presentate in Parlamento. Questa disposizione permise all'apparato statale di intevenire sempre più spesso in tutti quegli aspetti che riguardavano la vita degli individui, andando a intromettersi in tutte le loro attività che portavano avanti. La degenerazione di questa organizzazione sociale portò lo stato ad avere il controllo non solo degli affari economici dei singoli individui, ma anche della libertà dei loro corpi.

Oggi lo stato ci possiede. La nostra libertà viene negata dalla cosiddetta rappresentanza in Parlamento che può prendere decisioni riguardanti il nostro destino, senza considerare la nostra volontà. Lo scrutinio dei singoli individui viene calpestato dalla presunta onniscenza di coloro che siedono comodamente ai cosiddetti "posti di comando", i quali approvano o abrogano leggi senza avere rispetto alcuno per il pensiero ed i desideri di ogni individuo presente sul suolo amministrato. Come è possibile che una miniranza ristretta di individui possa asapere cosa voglia la maggioranza? Non può. Come detto prima, nessuno sa cosa pensate se non voi stessi. Sebbene sia stato aggirato l'imperativo categorico del diritto al proprio corpo, esso non è stato abolito. Certo, i pianificatori centrali possono anche dire cosa dovreste fare, ma ogunno di noi in pieno possesso del proprio corpo decide liberamente cosa fare davvero. L'ipoteticità del ragionamento statalista, viene annientata dalla libertà individuale insita indissolubilmente nel nostro essere.

Con essa noi esprimiamo le nostre necessità reali, con essa comunichiamo coi nostri pari ed indirizziamo le informazioni economiche affinché vadano a segnalare l'urgenza di determinati eventi. Sebbene l'apparato statalo possa costringere gli individui a conformarsi con le sue necessità, adottando un ragionamento pratico nell'atto, esso non può scappare dalla categoricità della libertà umana. La società si spaccherà in due formando una corsia ufficiale ed una ufficiosa. Più si faranno distanti queste vie, più probabilità ci sarà che la ragion pratica soccomba a favore della ragion pura. Infatti, l'apprato statale ragiona secondo quella linea presumibilmente logica seconda la quale sotttrarre risorse all'economia possa guidare la società verso la prosperità. Ovvero, una ristretta cerchia di persone può riuscire ad indirizzare le sorti di un grande bacino di persone. Ciò sarebbe possibile se fossimo automi, ma non lo siamo. Solo ognuno di noi sa cosa vuole, e in quanto tale rappresenta col resto degli altri quelle forze di mercato che vanno ad erodere costantemente ed inesorabilmente i piani ben congeniati dei pianificatori centrali. La volubilità della nostra volontà è l'acido che corrode qualsiasi tentativo di limitare le azioni propositive degli individui.

Queste ultime, infatti, non sono altro che l'estensione della volontà umana nel mondo reale. Esse sono indirizzate principalmente a trasferire un pezzo del proprio essere a qualcosa al di fuori del nostro corpo. Sebbene Kant sostenesse come ognuno di noi non sia proprietario di qualcosa fino a quando non ha ottenuto il consenso del resto della razza umana[4], sono incline a concludere che la visione Lockeana del possesso sia più in linea con l'acquietamento dell'indole umana che può tendere a ragionare sfruttando la ragion pratica e gli imperativi ipotetici. Il diritto al possesso di quegli elementi a cui ha esteso la sua volontà, ovvero, a cui ha mescolato tempo e sforzo, permettono agli individui di godere appieno del lavoro che hanno profuso per trasformare un bene precedentemente non posseduto in uno di loro proprietà. In questo modo possono garantire alla propria esistenza una certa sicurezza futura senza ricorrere al furto o alla sussistenza giornaliera. Aumentando il proprio grado di soddisfazione, l'uomo cerca di solidificare lo status raggiunto in quel preciso istante passando successivamente a migliorarlo ulteriormente. In questo modo aumenta la propria specializzazione, forte del fatto che può contare su una base di beni sempre disponibili che possono soddisfare le sue esigenze basilari.

L'imprescindibilità di questa catena permette agli attori economici di formare una società complessa, la quale attraverso la divisione del lavoro si sforza per migliorare la propria condizione e attraverso ciò migliora anche quella dei propri compagni grazie al livello di sofisticazione nei prodotti offerti. Quindi, come abbiamo scoperto finora, l'uomo è nato libero e può estendere la sua libertà nel mondo circostante attraverso l'azione propositiva. Nel caso in cui si relazione con una proprietà o bene in precedenza non posseduto egli trasferisce la sua libertà incondizionatamente a quel bene. Ogni sua azione nei suoi confronti è sinonimo di libertà. Estendendovi la sua volontà è come se diventasse parte di lui. Il modo in cui può essere trasferita, di conseguenza, è mediante lo scambio. Ovvero, se qualcun altro volesse estendervi la propria volontà o libertà dovrebbe stipulare un accordo con colui che ne detiene i diritti. La separazione contro volontà di un individuo dal suo diritto a possedere quegli elementi a cui ha esteso la sua volontà senza ledere quella altrui, comporta una serie di sanzioni negative che si espanderanno a macchia d'olio all'interno della società man mano che questa ingiustizia andrà avanti. L'imperativo ipotetico del benessere temporaneo di coloro che vogliono godere di determinati beni senza sforzo alcuno, li trae in inganno sull'effettiva continuità di una situazione simile. In questo caso non solo si lede il diritto dell'individuo a godere della propria opera creata con tanto sudore, ma soprattutto si viene a negare la sua libertà.

Scrisse Frank Chodorov in The Rise and Fall of Society:

Se i ladri minacciano i suoi [del produttore, nda] possedimenti [egli] dovrà mettere in conto un'ulteriore spesa non redditizia, perché dovrà dedicare più energie alla difesa e meno alla produzione. Analogamente, quella parte del suo salario a cui deve rinunciare affinché possa sopravvivere, dandola ad esempio ad esattori delle tasse o a chiunque altro abbia una pretesa sulla sua produzione, non è più la sua; dal momento che non ce l'ha, non può investirla in soddisfazioni. [...]

Questa legge della proprietà è operativa anche se la proprietà scambiabile viene offerta da persone che ne hanno acquisito il possesso mediante il furto, l'imbroglio, o il regalo. Finché hanno la proprietà immeritata a loro disposizione, la produzione andrà avanti. Tuttavia tali persone non portano sul mercato un sostituto per i beni che prendono, si limitano a scambiare quello che il produttore avrebbe scambiato, quindi il processo produttivo viene rallentato dalla quantità del loro consumo. Solo la produzione genera produzione; il semplice consumo, o la spesa, non stimola la produzione. Le persone non producono per denaro, ma per le cose che il denaro permetterà loro di acquistare. Se la spesa da sola potesse mantenere attivo il mercato, allora una Società composta da ladri dissoluti sarebbe più ricca di una costituita esclusivamente da produttori. L'idea dell'opulenza attraverso la dissolutezza presuppone che il consumo sia il carburante che alimenta il vapore della caldaia e che debba essere regolato con metodi coercitivi; ma il consumo si prenderà cura di se stesso, se il processo produttivo non verrà interrotto da una qualsiasi violazione del diritto morale sulla proprietà.
Scrive Bill Bonner:

[...] Se un'assemblea nazionale potesse rendere ricche le persone approvando leggi, saremmo tutti miliardari, perché le assemblee hanno approvato una moltitudine di leggi e sembrano in grado di emanare qualsiasi atto legislativo proposto loro. Se le leggi potessero rendere ricche le persone, sarebbero spuntati da qualche parte gli editti magici — semplicemente per caso.

Ma invece di renderle più ricche, ogni legge le rende un po' più povere. Ogni volta vengono utilizzati i mezzi politici per interferire con la sfera privata (la quale permette alle persone di ottenere ciò che vogliono).

Un uomo produce scarpe. Un altro coltiva patate. Il coltivatore di patate va dal calzolaio per comprare un paio di scarpe. Deve scambiare due sacchi di patate per un paio di mocassini.

Ma poi si presentano i ficcanaso e gli dicono che deve chiedere tre sacchi... in modo che possa pagarne uno in "tasse" per i ficcanaso stessi. E poi deve montare un sistema di allarme nel suo negozio, acquistare un elmetto, pagare il salario minimo al suo aiutante e compilare i moduli per tutti i tipi di scopi lodevoli. Quando il coltivatore di patate si presenterà finalmente dal ciabattino, scoprirà che le scarpe costeranno sette sacchi di patate!

Questo è proprio quello che deve far pagare per avere i due sacchi di prima. "No, grazie," dice l'uomo delle patate, "A questo prezzo non posso permettermi un paio di scarpe."
Data l'evoluzione del sistema statale qui descritta, e dato l'impianto teorico-filosofico qui descritto, ritenete ancora "giusto" pagare le tasse? Ritenete ancora "giusto" permettere ad una siffatta organizzazione di finanziarsi attraverso un qualunque altro modo di finanziamento? Può essere un "bene", secondo le linee di pensiero finora descritte, ma solo per alcuni. L'imperativo ipotetico a cui strizza l'occhio l'impianto teorico a supporto dello stato, è destinato a perire sotto i colpi dell'imperativo categorico delle forze di mercato le quali condanneranno inesorabilmente quelle categorie di pensiero facenti riferimento alla ragion pratica. E lo stato non è altro che un assemblamento di concetti relativi a questo tipo di ragionare, non tenendo conto, o aggirando in un modo o nell'altro, quelle leggi incancellabili. Perché, come si è dimostrato, gli imperativi categorici sono delle verità apodittiche e nonostante possano essere aggirati, "lavoreranno" per riportare in equilibrio e quindi riconciliare la ragion pratica con la ragion pura.

Il sostegno, intellettuale o materiale, dell'apparato statale è un sotterfugio per mantenere in piedi un colosso che fa della sua grandezza pachidermica il solo spauracchio contro l'inossidabile potenza corrosiva della ragione umana.


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Note

[1] Oltre alle penalità inflitte dal sistema giudiziario esistono altri tipi di penalità per la società. Rimuovere dalla società un elemento rappresenta un duro colpo, sia dal punto di vista produttivo sia dal punto di vista affettivo. Quindi i modi in cui si possono manifestare queste penalità, qualora l'assassino malauguratamente non dovesse essere punito, sono molteplici. Tale ragionamento vale per qualsiasi tipo di reato. Anche il ladro può pensare di poter rubare per sempre. Ma una volta che tale pratica va a sfilacciare irrimediabilmente il tessuto produttivo di una società, come possono i ladri continuare a rubare? Anche se si astenessero quel tanto che basta da permettere una vita decente al resto dei depredati, cosa impedirebbe alla società di vivere al limite della sussistenza costringendola ad un lento ed inesorabile declino economico? Erodere la produzione, o eroderla più lentamente, non ne stimola la generazione di altra.

[2] Si veda Robert Higgs, The Transformation of the American Economy 1865-1914, Ludwig von Mises Institute 2011 Edition.

[3] L'evoluzione dell'apparato statale è vecchia di migliaia di anni, alternando le sue forme nel corso della storia dell'uomo. A questo proposito si veda il saggio di Franz Oppenheimer, La genesi dello stato.

[4] Nella Metafisica dei Costumi Kant comprende come un tale assetto sia alquanto improbabile (tanto per essere ottimisti) da raggiungere, quindi suggerisce che l'individuo può "prendere in prestito" tutte quelle proprietà precedentemente senza proprietario mentre cerca di ottenere l'approvazione del resto degli altri.

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L'impossibilità dei tassi di interesse negativi

Gio, 03/07/2014 - 10:09
La paura irrazionale per la deflazione è uno di quei baubau sventolato davanti i nasi delle persone affinché cedano alle pretese dei pianificatori centrali. Lungo il corso della storia del XX secolo, ad esempio, questa strategia ha permesso di invadere segmenti crescenti della libertà individuale. Sebbene la realtà dica qualcosa di diverso, manipolare la semantica e torcere dati statistici rimane la strategia preferita degli spacciatori di fumo. Stranamente l'inflazione nei prezzi degli asset passa quasi sempre in sordina. Sin dal primo giro di quantitative easing dello zio Ben, il mercato azionario e quello obbligazionario hanno iniziato la loro ascesa verso record storici gonfiati artificialmente. Anche l'Europa ne ha risentito, e si è adeguata alla situazione assecondando lo zio Sam. Il carry trade che ne è emerso (prendere in prestito denaro a costo zero per riversarlo, principalmente, in obbligazioni e azioni) ha persmesso alle banche comemrciali di schivare il proiettile fatale. Arrivati a questo punto, dove la situazione richiede dosi crescenti di interventismo nell'economia per essere sostenuta, lo zio Mario pensa che pungolando le banche con tassi negativi sui loro depositi presso la BCE, egli le possa spronare a concedere più credito per spronare una nuova euforia farlocca. Andate a pagina 221 della relazione annuale della Banca d'Italia e osservate la tabella che vi troverete, in questo modo capirete perché questa è un'opzione non percorribile. La disconnessione delle informazioni veicolate dai prezzi in un ambiente monetario stabile, ha generato il caos economico di cui siamo testimoni e le banche centrali ne hanno grande colpa.
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di James E. Miller


I banchieri centrali devono essere davvero disperati. Dopo il vano tentativo di rilanciare l'economia globale attraverso la sincronizzazione en masse della stampa di denaro, stanno rilanciando per l'ennesima volta la stessa politica fallimentare. Ora non è più sufficiente creare un'offerta di moneta infinita. Il popolino deve essere punito per aver avuto il coraggio di risparmiare denaro nei propri conti bancari. I tassi di interesse possono anche trovarsi ad un punto straordinariamente basso, ma è il momento di portarli più in basso.

I maniaci europei della pianificazione stanno suonando la carica, con la Banca Centrale Europea che di recente ha annunciato una serie di misure per abbassare dallo 0% al -0.1% il tasso sui depositi delle banche. Proprio così; la BCE vuole far pagare le banche qualora decidano di stipare i loro soldi nel caveau della banca centrale. L'obiettivo è invogliare le banche a prestare denaro, piuttosto che lasciarlo parcheggiato all'interno di un deposito. Dopo tutto, la BCE sta comprando titoli di stato dagli stessi istituti finanziari. Sarebbe un peccato non spingere questi soldi nell'economia. In questo modo, verrà somministrata agli spiriti animali una dose di eccitanti ed inizieranno a consumare allo stesso ritmo pre-crisi. Questa è la teoria, comunque.

Come al solito, gli appassionati della stampante monetaria stanno celebrando la mossa. James Pethokoukis dell'American Enterprise Institute applaude alle "intenzioni" di questa strategia. Bill Gross di PIMCO ritiene che ci sia bisogno di un'azione aggressiva per aumentare l'inflazione dei prezzi. Le principali agenzie di stampa stanno descrivendo la manovra della BCE come una "politica di tassi di interesse negativi." La frase viene sballottata in giro e richiama qualcosa che potrebbe avere conseguenze interessanti.

E' raro i media possano vantare una solida conoscenza dei principi economici, quindi ci si dovrebbe chiedere: esiste davvero qualcosa come un tasso di interesse negativo? È davvero possibile modificare il costo del denaro in modo che sia essenzialmente gratuito?

Ripensateci. La regola economica secondo cui non esistono pasti gratis è ancora vera, anche in un ambiente con tassi di interesse "negativi". Non esiste denaro gratuito. Prenderlo in prestito non sarà mai a costo zero. Qualcuno deve sempre pagare.

Per decenni le banche centrali hanno distorto il pensiero su cosa sia realmente il tasso di interesse. Manipolare il costo del denaro è il modus operandi di una banca centrale. La missione è quella di influenzare il comportamento umano attraverso il monopolio sulla produzione di denaro, e non garantire una fluttuazione regolare tra chi vuole consumare subito e chi vuole rinviare per il futuro.

Come tutti i prezzi, i tassi di interesse servono come mezzo per allocare razionalmente i beni in base alle preferenze dei consumatori. Nel caso dell'interesse, tale preferenza si riflette nel desiderio di agire nel presente piuttosto che nel futuro. Ludwig von Mises definì questo concetto "preferenza temporale", la quale è un "requisito categorico dell'azione umana". Nessun sofisma può cambiare il fatto che la gente preferisce beni e servizi ora, piuttosto che in futuro. Come disse Mises: "l'atto di gratificare un desiderio implica che la sua soddisfazione nel presente sia preferibile ad una futura."

I tassi di interesse devono essere sempre positivi per riflettere lo sconto dei beni futuri rispetto agli stessi beni presenti. E' una verità fondamentale che non può essere confutata attraverso la creazione infinita di denaro. Ma, come sottolinea l'economista Pater Tenebrarum, i tassi di interesse di mercato possono includere elementi come "i premi di rischio, i premi dei prezzi ed i profitti." In senso nominale, talvolta i tassi di interesse possono riflettere una preferenza negativa. Ma ciò non smentisce questa legge inviolabile: i beni presenti sono preferibili a quelli futuri.

E' un po' un inganno definire la nuova politica della BCE "tassi di interesse negativi", poiché suggerisce che una regola fondamentale dell'economia può essere ribaltata se esiste abbastanza volontà politica da aggiustare l'economia. Sin dalla crisi finanziaria del 2008, gli economisti ed i sapientoni di tutti i tipi hanno sollecitato sforzi più aggressivi da parte delle banche centrali del mondo. La Federal Reserve e la Banca Centrale Europea erano i bersagli principali di tale incoraggiamento (fallendo nell'ampliare l'offerta di moneta ad un livello tale da mettere a tacere i loro critici). Certo, migliaia di miliardi di dollari e di euro sono stati creati dal nulla. E sì, le banche sono più che mai piene di liquidità. Ma la disoccupazione rimane incredibilmente alta e l'economia non ha ancora raggiunto un livello di crescita tale da soddisfare i pianificatori centrali.

Far pagare quelle banche che mantengono il denaro a bordo campo, è un disperato tentativo di scuotere le forze di mercato. Ma dal momento che gli effetti inflazionistici sono sempre effimeri, questo è più che altro un gioco psicologico. Lo scopo della banca centrale è quello di spremere le economie attraverso la creazione di un "effetto ricchezza". Se le persone si sentono più ricche, perché gli oneri finanziari sono in calo ed i prezzi degli asset sono in aumento – a causa di una iniezione di moneta che spinge i prezzi in su – allora è probabile che spenderanno di più. E' tutto un circolo virtuoso, fino a quando non crolla.

Non esiste qualcosa come un tasso di interesse negativo, in quanto è un'impossibilità logica. Siamo stati nutriti dalla propaganda: elicotteri che sganciano sacchi di soldi. Il punto di questa politica è far pagare una tassa alle banche in modo che le stesse la passino ai clienti. In questo modo, le persone sarebbero più riluttanti a mettere i loro soldi in conti di deposito o in conti di risparmio. Se debbono pagare un prezzo per il deposito, invece di ricevere un interesse, saranno più propense ad abbuffarsi presso il negozio locale. La filosofia alla base dei tassi di interesse "negativi" è quella di incoraggiare la spesa. E' una visione miope del mondo, e una perfettamente sintetizzata dal motto di Keynes: "Nel lungo periodo siamo tutti morti."

La creazione della prosperità economica non è l'unico ordine del giorno dei pianificatori centrali keynesiani. Il loro obiettivo primario è quello di piegare la realtà con le parole e le azioni. E' completamente utopico e non può essere fatto; ma questo non scoraggerà gli ingegneri sociali che spingono pulsanti presso la banca centrale. Diranno alla popolazione che la prosperità è a portata di mano, mentre inonderanno l'economia con cartastraccia. Solo alcuni traggono vantaggio da questa farsa, ma è abbastanza per placare le masse per un breve periodo. Nel frattempo, l'economia continua il suo giro sulle montagne russe della distorsione causata dagli ingegneri monetari che presumono di sapere di più di quanto sappiano realmente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


I consumatori sono i re in un'econmia di libero mercato

Mer, 02/07/2014 - 10:16




di Christopher Westley


Uno dei miei economisti preferiti nella storia del pensiero economico è il grande austriaco Carl Menger (1840-1921). Mentre la corrente principale della professione economica riconosce a Menger il suo contributo alla rivoluzione marginalista del 1870, lo ignora perché il suo quadro teorico non si presta a prescrizioni di linee di politica. In un'epoca in cui la professione economica viene in gran parte considerata come una branca ombra dello stato, i pensatori come Menger (e coloro che lavorano nella sua tradizione) non vengono esaltati o studiati nello stesso modo riservato a pensatori come Irving Fisher, John Maynard Keynes, Milton Friedman o Paul Krugman.

Questo è vero se non altro perché lo stato tende a non finanziare universitari o scuole di pensiero economico che non promuovono il suo ruolo centrale nell'economia o che non forniscono giustificazioni economiche alle sue interferenze con le forze di mercato. In assenza di tale contesto, il monetarismo della scuola di Chicago o il keynesismo della Ivy League avrebbero avuto molto meno rilievo nella scienza economica.

Il quadro teorico di Menger si differenzia dalle moderne interpretazioni economiche, perché ha rappresentato il culmine dello sviluppo del pensiero economico in era pre-Progressista, già sbocciato nel corso dei secoli soprattutto in Europa continentale con i pensatori scolastici del Medioevo e con i liberali francesi come Turgot, Cantillon e Say. Queste persone potrebbero anche aver studiato economia seguendo le Scienze Morali del XIX secolo, ma il loro slancio in tal campo era principalmente dovuto al desiderio umano di capire meglio il mondo e le leggi naturali che lo governano. Il loro interesse era per l'economia in quanto economia, e non semplicemente come strumento politico per far apparire lo stato più scientifico, efficiente, o benigno. (In realtà è l'esatto opposto.)

Quindi per studiare l'economia come scienza, soprattutto in un'epoca in cui sembra regnare una certa confusione su tale materia, non è una cattiva idea iniziare da Carl Menger.

Menger nacque in Galizia, una regione allora austriaca ma che ora è in Polonia, da una famiglia benestante con radici in Boemia. Durante le pause dagli studi presso le Università di Praga e Vienna, Menger lavorava come giornalista finanziario e sviluppò un certo talento per la scrittura di romanzi e commedie che venivano serializzate sui giornali.

Fu durante il suo lavoro di giornalista che Menger notò l'importanza delle discrepanze tra le dottrine economiche classiche sui fenomeni di mercato e quelle della sua epoca di cui si occupò nel corso della sua professione. Subito dopo aver ricevuto la laurea in legge presso l'Università di Cracovia nell'agosto del 1867, Menger intraprese lo studio formale dell'economia politica nel tentativo di comprendere meglio e risolvere queste discrepanze — uno sforzo che lo portò alla pubblicazione di Principi di Economia nel 1871.

Mentre Menger riconobbe che gli economisti classici avevano dato un contributo significativo allo sviluppo della teoria economica, credeva che uno dei loro difetti principali si ritrovasse nelle loro analisi del consumatore, una lacuna che è stata ampliata dalla loro enfasi sulla teoria del valore-lavoro e la loro teoria rudimentale dei prezzi (secondo cui i prezzi erano fenomeni derivanti in gran parte dal calcolo economico di uomini d'affari). Il contributo principale di Menger con il suo Principi, è stato quello di inserire il primato dei consumatori nella determinazione del valore e (per estensione) del prezzo, non solo sul mercato ma in tutte le attività economiche.

L'approccio mengeriano, che oggi chiamiamo scienza della prasseologia, ha sottolineato l'importanza dell'azione umana individuale derivante dal desiderio di soddisfare le esigenze personali e dal rapporto di questi bisogni con il mondo esterno. Avere un bisogno ed essere consapevoli che il mondo esterno possiede alcune caratteristiche che permettono all'individuo di soddisfarle, fornisce la base per l'azione umana logica e la valutazione soggettiva di beni e servizi. Menger ha inoltre osservato che al cambiamento della nostra conoscenza rispetto al mondo esterno, cambiano anche le esigenze individuali. Gli sforzi per soddisfare i bisogni sentiti, presuppongono il riconoscimento delle relazioni di causa/effetto che forniscono la base per tutte le azioni umane.

Si noti come quanto detto sia del tutto irrilevante per gli aderenti alla scuola keynesiana o di Chicago. La differenza principale è che entrambe le scuole visualizzano la singola persona (o attore) come un oggetto che deve essere manipolato in nome del successo delle linee di politica. Per i Chicagoboys questo successo si basa sui risultati di mercato che sono più vicini ai loro ideali preconcetti di efficienza del mercato; mentre per i keynesiani questo successo si basa sul raggiungimento dei livelli arbitrari di occupazione di breve periodo, i quali si ottengono penalizzando il risparmio e il consumo gratificante. Per entrambe le scuole la persona umana è un ingranaggio in una macchina economica che deve essere costretta ad agire in modi che facciano funzionare i loro sistemi. Tale è il punto di vista moderno — le sue radici si ritrovano nell'Era Progressista — ed è in contrasto con la storia dell'economia da Aristotele fino a Menger (e non solo attraverso coloro che hanno sviluppato il sistema di Menger).

Ma nel 1870 Menger applicò coraggiosamente le sue implicazioni alla determinazione del valore. Egli osservò che dal momento che le merci sono esterne alla persona umana e riconosciute soggettivamente come in possesso di qualità che consentono la soddisfazione di un certo bisogno, potrebbero essere differenziate in beni di ordine diverso. In Principi scrisse che esistono i beni d'ordine primario, come i beni che consumiamo per soddisfare i bisogni. Questi sono i classici beni di consumo.

I beni d'ordine secondario sono beni necessari per produrre i beni di ordine primario; mentre una macchina può essere un bene d'ordine primario che va a soddisfare una necessità per il trasporto, i beni d'ordine secondario includerebbero il vetro, la gomma, il cromo e tutti gli altri input che compongono la macchina. I beni d'ordine terziario sono tutti quei beni che sono necessari per produrre i beni d'ordine secondario, e così via, con forme più complesse di produzione e caratterizzate da ordini più distanti di produzione.

Tuttavia i valori di tutti i beni di qualsiasi ordine derivano dal desiderio iniziale del singolo individuo di soddisfare una necessità sentita, quindi la gomma non ha valore in sé o grazie al lavoro necessario per la sua produzione, ma a causa del desiderio umano iniziale per il trasporto. Questa comprensione dei beni è in netto contrasto con l'idea dei neoclassici, secondo cui il valore dei fattori economici fa riferimento alla loro utilità tecnica nella produzione. La teoria del valore di Menger rappresenta un'espansione della legge di Say, secondo cui l'offerta crea la propria domanda, ed è la giusta risposta teorica agli sciroccati monetari (al tempo di Menger così come a quegli di oggi) che non vedono differenza tra capitale diretto dallo stato e capitale ideato e diretto dal settore privato.

In verità, il capitale creato dal governo soddisfa le esigenze delle classi politiche e gli interessi clientelari ad esso collegati, mentre il capitale diretto dal settore privato mira alla soddisfazione del consumatore.

Senza l'influenza dello stato nello sviluppo del pensiero economico del XX secolo, è probabile che oggi Menger sarebbe conosciuto come un importante economista che corresse le carenze della scuola classica; e soprattutto non sarebbe mai stato necessario che l'economia classica si fosse suddivisa in varie scuole neoclassiche, caratterizzate da strumenti di indagine adeguati alle scienze fisiche.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


L'orribile minaccia di Draghi: “Abbiamo finito? Certo che no!”

Mar, 01/07/2014 - 10:15




di David Stockman


L'ultima conferenza stampa della BCE equivaleva ad una farsa monetaria. Come può un qualsiasi adulto credere che un taglio di 10 bps dei tassi di riferimento (da un livello già microscopico di 25 bps) possa cambiare una situazione economica che sta già gemendo sotto il peso di $60 bilioni di debito pubblico e privato?

Qual è esattamente il punto dei tassi negativi sui fondi bancari depositati presso la BCE quando non ci sarà mai alcun acquirente? Dopo tutto, le banche europee hanno parcheggi alternativi in cui stipare il contante. Come può un nuovo acronimo, chiamato TLTRO, nascondere il fatto che sia essenzialmente un nuovo programma di prestiti gratuiti? Come indicato da questo nuovo atto della BCE, verranno spostati alcuni fondi dal settore ipotecario, obbligazionario o da altri scopi speculativi e saranno incanalati in finanziamenti definiti "produttivi". E poi si ripartirà dal "via", dove i privilegiati raccoglieranno alcuni fondi TLTRO delle BCE e ritireranno il proprio premio per tutto il fastidio.

Questo sciocco giochetto, infatti, è l'opera di keynesiani disperati a Francoforte che abbracciano due proposizioni che sono inequivocabilmente e palesemente sbagliate. Vale a dire, che l'economia dell'area euro stia annaspando a causa di un piccolo calo nel credito non finanziario e che la "bassa inflazione" sia il grande ostacolo che impedisce alle ruote del credito e del commercio di girare ad un ritmo più soddisfacente.

In verità, la zona euro ha sperimentato un'esplosione della crescita del credito bancario nel settore privato non finanziario. Come mostrato di seguito, i prestiti bancari totali sono cresciuti ad un CAGR del 7.5% durante i 10 anni prima dell'inizio della crisi finanziaria nel 2008. Durante quei giorni felici non c'era ovviamente niente di sbagliato con il credito bancario — soprattutto in considerazione del fatto che nel corso dello stesso decennio il PIL della zona euro è cresciuto soltanto ad un CAGR del 4.4%. Espresso in termini di dollari assoluti, il guadagno confina con una frenesia nel prestito. Durante suddetto decennio, il debito non finanziario totale nella zona euro è cresciuto dell'equivalente di $7 bilioni — vale a dire, di un importo pari all'intero portfolio di crediti del sistema bancario degli Stati Uniti alla vigilia della crisi.

Quindi quello che è successo non è altro che il modello DM universale. I bilanci dei mutuatari erano drammaticamente sottoposti a leva finanziaria — con il credito non finanziario che è passato dal 77% del PIL nel 1998 al 104% un decennio più tardi. Ma quello che è successo dopo è comunque conforme al modello, cioè il settore economico delle famiglie dell'area dell'euro ha raggiunto il picco di indebitamento nel periodo pre-crisi finanziaria, il che significa che sin da allora i rapporti di leva non si sono mossi.

Così, durante i quattro anni successivi finiti all'inizio del 2012 — a pochi mesi prima del "whatever it takes" di Draghi — il credito non finanziario nella zona euro è cresciuto meno dell'1% annuo, e il rapporto di leva è rimasto incatenato a circa il 105% del PIL. Inoltre, questo rallentamento del 90% nel tasso di crescita del credito non aveva nulla a che fare con l'attuale sciocchezza di una bassa inflazione. Nel decennio prima della crisi finanziaria, il CPI dell'area euro è aumentato ad un tasso del 2.1% annuo, e durante i quattro anni post-crisi ad un tasso annuo dell'1.8%.

Sicuramente non è stata una riduzione di 30 bp nel tasso di inflazione al consumo che ha portato ad un brusco arresto la crescita dei prestiti. E' stato il fatto che i bilanci delle famiglie e delle imprese nella zona euro erano decotti. Questo è stato particolarmente vero nei paesi periferici dove la festa dei prestiti pre-crisi è stata decisamente sconsiderata. In breve, il problema era il picco del debito, non la bassa inflazione.

La prova che mette il chiodo nella bara la ritroviamo dall'inizio del 2012. Durante tale periodo di 27 mesi il CPI è aumentato da 113.5 a 118.3 — vale a dire, ad un tasso annuo del 2.0% — nonostante tutte le lamentele insistenti su un'inflazione inferiore all'1% nel corso degli ultimi mesi. Nel frattempo, il debito non finanziario totale è sceso di circa il 3% — anche se rimane vicino al picco del 102% del PIL dell'area euro.

Nel mondo keynesiano dove tutto è un flusso, e le condizioni patrimoniali non importano, i responsabili politici continuano a martellare sul chiodo dei tassi di interesse quando la crescita economica rallenta o è marginalmente negativa. Così facendo, tendono ad afferrare qualsiasi condizione transitoria e la trasformano in una foglia di fico per giustificare i loro sforzi febbrili per evocare più elisir di debito.

Ma dovrebbero rispondere a questo quesito. Se i bilanci non contano e la bassa inflazione è come un posto di blocco, perché il debito non finanziario è cresciuto ad un tasso annuo del 7.5% con un CPI al 2.1% durante il 1998-2008, ma si è ridotto del 3% nel 2012-2014 quando il CPI ha avanzato ad un ritmo del 2.0%? La risposta ovvia è che i bilanci completamente ingolfati possono essere sfruttati solo una volta, e la festa del debito è finita sei anni fa.

Infatti poco meno di €10 bilioni di debiti non finanziari totali, è una cifra quasi identica a quella del 2008. Sin da allora, tuttavia, la sbornia post-festa del debito ha lasciato un'impronta indelebile, ma i burocrati incompetenti e keynesiani che dominano la politica di Bruxelles e Francoforte non riescono a vederla.

La realtà è che nella zona euro il PIL ha smesso di crescere perché l'onere complessivo del debito e le tasse hanno arrestato il motore della crescita. Così, tra il 1° trimestre 2008 e il 1° trimestre 2014, il PIL nominale è cresciuto soltanto ad un tasso annuo dello 0.7% — una sciocchezza rispetto alla crescita del 4.4% durante il decennio precedente alla crisi finanziaria.

Allo stesso tempo, l'idea che l'Europa abbia troppo poca inflazione nel CPI è assurda, come dovrebbe essere evidente dal grafico qui sotto. Come si suol dire, la linea dell'indice del CPI sale in basso a sinistra fino in alto a destra, e raramente ha perso un colpo in due decenni consecutivi. Di conseguenza, dall'inizio del 2008 il CPI dell'area euro è salito ad un CAGR dell'1.9%. Questo è il target più vicino possibile a quello della BCE (appena al di sotto del 2.0%).





Ma rappresenta anche un promemoria del vero problema europeo. Il PIL reale è ancora al di sotto del livello pre-crisi, perché su una base tendenziale l'inflazione è in aumento più rapidamente del PIL nominale. Di conseguenza, cercando di stimolare una maggiore inflazione, Draghi e la sua banda di geni monetari non farebbe altro che ampliare il divario tra inflazione/PIL nominale, e quindi aggravare il problema della crescita reale!

L'intera proposizione secondo cui più inflazione porterà ad un maggiore indebitamento, è semplicemente sbagliata in condizioni di debito ai massimi livelli. Draghi e compagnia stanno solo spingendo a tutto gas sul pedale del debito keynesiano.




Ironia della sorte, l'unica ragione per cui l'area dell'euro sta subendo un rallentamento momentaneo nel suo trend inflazionistico, è che i giocatori d'azzardo finanziari hanno fatto "call" al bluff di Draghi di metà 2012. Dovrebbe essere evidente, ormai, quale piega abbia preso la festa del sistema finanziario globale durante la nostra epoca di pianificazione centrale monetaria, di brutale repressione finanziaria e di disconnessione tra i prezzi degli asset e il rischio.

Di conseguenza, il gioco d'azzardo ha rastrellato il debito sovrano fortemente scontato della periferia  dell'Europa e non si è più guardato indietro. Gli acquisti hanno generato altri acquisti tra i player; e l'aumento dei prezzi del debito ha spinto le banche commerciali a caricarsi delle emissioni sovrane delle proprie nazioni.

Inutile dire che è stato l'afflusso di denaro dell'azzardo morale che ha condotto il debito spagnolo e italiano da rendimenti superiori al 7% a rendimenti inferiori al 3% (senza alcun cambiamento nei fondamentali macro e fiscali sottostanti), oppure che ha permesso la "ri-apertura" del mercato del debito greco sotto il 5%, cosa che ha anche causato un repentino e persistente aumento del tasso di cambio dell'euro — spingendolo su del 10% mentre si dipanava il cosiddetto miracolo di Draghi. Nel radunare i player, Draghi ha anche importato un carro carico di pressione deflazionistica di breve periodo.

L'economia della zona euro è rimasta al palo sin dalla crisi finanziaria del 2008. Gli errori sottostanti si sono accumulati per 50 anni con l'aumento della forte pressione fiscale, la forte dipendenza dal welfare state e il capitalismo clientelare della moderna banca centrale.

Ora Draghi & Co. hanno abbracciato il compito futile di forzare più debito nei bilanci che sono saturi e più inflazione in un'economia che si sta contraendo in termini reali. Ma l'unica cosa in cui forse possono avere successo, è creare un'altra corsa sull'euro — la quale farebbe sparire i player globali e farebbe crollare il prezzo del debito sovrano in tutta la periferia dell'euro.

Alla fine, però, forse i keynesiani di Francoforte faranno qualcosa di utile. Cioè, scateneranno un'altra crisi che potrà finalmente mettere fuori gioco l'euro.




[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Soluzioni per gli investimenti in un'epoca di follia monetaria

Lun, 30/06/2014 - 10:00




di Richard Daughty (alias The Mogambo Guru)


Sempre più spesso vengo pungolato dalle critiche che mi ricordano come io sia pigro (pensiero solitamente formulato come "pigro schifoso") perché non mi piace lavorare in generale e come IO sia diventato effettivamente ostile a lavorare.

Ok, ammetto che avrei potuto essere una persona migliore in molti, molti modi, e che sono diventato sempre più strano e paranoico sin dal 1987, la "data dell'infamia" in cui il demone dall'inferno, noto come Alan Greenspan, divenne presidente della Federal Reserve e diede vita a questa folle inflazione dell'offerta di moneta.

In conseguenza di ciò, i miei rapporti con la carriera e con la famiglia sono peggiorati in quanto entrambi mi hanno sempre perseguitato affinché "mi presentassi sul dannato posto di lavoro," esercitassi le mie "responsabilità familiari" e agissi come un vero "padre" invece di comportarmi come un vecchio paranoico che è terrorizzato dall'inflazione dell'offerta di moneta perché si traduce in un'inflazione rovinosa dei prezzi, e bla, bla, bla siamo dannatamente fregati.

Il fatto triste è che sono spaventato a morte perché TUTTO quello che mi interessa è la mia sopravvivenza personale, salvare me stesso dall'orribile crollo dell'economia, delle banche, degli asset e del potere d'acquisto del dollaro. Tutti e tutto verranno devastati dall'inflazione dei prezzi causata dall'inflazione omicida dell'offerta di moneta ordita dalla malvagia Federal Reserve, la quale ha gonfiato ormai una moltitudine di bolle nelle azioni, nelle obbligazioni, negli immobili, nel debito privato, nel debito studentesco e nell'enorme, suicida, folle, scandaloso deficit di spesa del governo federale! Incredibile!

Paralizzato dalla paura, potete sicuramente capire perché io sia preda di un'isteria paranoica e di un odio ribollente, sentimenti a cui il mio capo sembra immune: "Basta con questa storia dell'oro, dell'argento e del petrolio, pensa a lavorare invece!" Dovrebbe supplicarmi in ginocchio: "Dicci che ci ami! Per favore! Dicci che ci ami!"

Dopo aver chiuso le porte con una doppia mandata, impostato l'allarme su "Risposta Letale Massima" e sceso nel confortevole ripostiglio sotto le scale, uno ritrova una certa armonia in un ambiente simile poiché lascia che la paranoia scemi in serenità; effetto coadiuvato da un sacco di tempo per mangiare burritos, bere birra e pensare a certe cose. Cose come: "Che diavolo è questo tanfo?" (I miei calzini.)

Avendo avuto successo nella risoluzione di quel mistero, ho rivolto la mia attenzione alla domanda successiva: "Come è possibile che siamo stati così, così, Così Dannatamente Stupidi (CDS) da ignorare le glorie della scuola austriaca (basate sul capitalismo, sulla libera impresa e su un'offerta di moneta stabile) e invece ci siamo auto-distrutti con la stupidità keynesiana (basata su debiti soverchianti, deficit di spesa abnormi e una quantità di moneta in continua espansione)?"

Voglio dire, a COSA stavamo pensando mentre mandavamo tutto a puttane?

A questo proposito, nel corso degli ultime settimane il Junior Mogambo Ranger (JMR) Phil S. mi ha mandato diversi articoli sulla terrificante cornucopia di ormoni e sostanze chimiche nella nostra acqua, nel cibo che mangiamo e nell'aria che respiriamo; per non parlare della grande invasione di specie esotiche di piante e animali, qualcosa di cui certamente preoccuparsi oltre all'Armageddon economico che piomberà su di noi.

Poi c'è la recente scoperta che, quasi incredibilmente, il comportamento viene ereditato nel proprio DNA! Stupefacente! Questo significa che se siete un coniuge pigro e un genitore sotto lo standard, oppure un dipendente inutile e stupido, allora anche i vostri figli lo saranno! Oops! Peccato per loro!

E ora abbiamo la nuova scienza dell'epigenetica, cioè "controllo genetico mediente fattori diversi dalla sequenza del DNA," come gli inquinanti di cui sopra e un milione di altre cose che vanno ad alterare il vostro DNA, cosa che a sua volta modificherà il vostro comportamento in modo imprevedibile! Oddio! Non se ne esce!

Ora, come noterete dallo sguardo inorridito sul mio viso impietrito, sono più depresso e folle di paura che (gulp!) mai! Che mai! E anche molto, molto più paranoico!

Ma questa roba genetica non solo spiega il comportamento bizzarro che vedo intorno a me, ma anche il perché la maggioranza delle persone non si stia affrettando a comprare oro e argento in preda al terrore. Il loro DNA è talmente danneggiato che ormai sono troppo stupidi!

Ma, ripeto, ci vuole un Particolare Tipo Di Stupido (PTDS) per rendersi conto che dopo migliaia di anni non è cambiato nulla in economia. Denaro, debiti, interessi, tasse e regolamentazione del governo sono sempre esistiti. Niente di nuovo.

E quando si scopre che il fallimento e la rovina economica si ripresentano ogni volta che l'offerta di moneta viene ampliata artificialmente, allora un Particolare Tipo di Stupido (TSDS) diventa una cosa tangibile con ogni nuovo dollaro creato dalla malvagia Federal Reserve.

Già sento le vostre suppliche. "Oh, guai a noi! Aiutaci, Meraviglioso E Saggio Mogambo (MESM), la cui brillante intelligenza economica illumina l'intero settore della galassia! Quindi dicci, maestro sublime e MESM assoluto, deve esistere per forza un Particolare Tipo Di Genio (PTDG) baciato dal karma per mettere le cose a posto!"

Tanto per cominciare, per parafrasare Leslie Nielsen nel film Airplane!, "Smettila di chiamarmi Shirley!"

Per quanto riguarda un PTDG, gioite perché io, come sottolinea la MESM del paragrafo precedente, sono qui per rispondere alle vostre preghiere!

Come mostra CHIARAMENTE la storia, quelle persone che in questo momento stanno comprando oro, argento e petrolio rappresenteranno quel Particolare Tipo Di Genio (PTDG) che cavalcherà l'inevitabile salita dell'oro e dell'argento.

Quando accadrà? Facile! Dopo che tutto il resto sarà andato a ramengo!

Semplice. Elegante. Quindi: "Whee! Questa roba dell'investire è facile!"

Beh, forse non così piacevole, ma, devo ammetterlo, facile!

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Preparatevi alla morte dei petrodollari

Ven, 27/06/2014 - 10:03




di Addison Wiggin


[La prima parte di questo saggio, Il boom energetico degli Stati Uniti metterà fine allo status di valuta di riserva mondiale del dollaro, è stata pubblicata ieri.]


"Poniamo che gli Stati Uniti non vogliano più importare tanto petrolio arabo", dice Erik Townsend facendo un esperimento mentale. "Beh, se così fosse, è davvero difficile capire perché gli arabi dovrebbero continuare a prezzare il loro petrolio in dollari; i loro maggiori clienti sarebbero in Cina e in Brasile e nei paesi che non hanno alcun motivo di trattare in dollari."

Siamo in debito con Townsend per averci aiutato a capire come si potrebbe dipanare la fine dei petrodollari. Erik ha sfruttato la fortuna della sua prima carriera, come imprenditore di software, per avviare la sua seconda carriera come manager di hedge fund che conosce il mercato dei futures del petrolio.

Pensateci: dov'è l'incentivo a mantenere i prezzi del petrolio in dollari e mantenere grandi riserve in dollari se gli Stati Uniti non sono più il vostro più grande cliente?

"Il crollo del sistema dei petrodollari, dove il petrolio non verrebbe più pagato in dollari a livello internazionale, rappresenterebbe in sostanza la campana a morto per il dollaro come valuta di riserva. Significa che gli USA non potranno più contrarre prestiti forti di “privilegi esorbitanti”, e significa che il mercato del Tesoro degli Stati Uniti sperimenterà un'impennata fuori controllo dei tassi di interesse."

Improvvisamente il fatto che gli USA abbiano bisogno di minori importazioni risulta ininfluente quando "il resto del mondo non userà più dollari come mezzo di scambio."

Gli sceicchi arabi produttori di petrolio, hanno più dollari di quanti ne possano usare. Nei tre decenni prima del 2000, le entrate totali delle esportazioni di energia dal Medio Oriente ammontavano a $3.5 bilioni. Nei 13 anni successivi, il totale è salito a più di $8 bilioni. Secondo una stima degli esperti, nelle mani del Medio Oriente giacciono circa $8-10 bilioni di saldi in valuta (in gran parte dollari).




Quanto a lungo vorranno conservare tutti quei dollari? Soprattutto quando l'Asia e il Pacifico rappresentano ormai un terzo del consumo mondiale di petrolio e gli Stati Uniti solo il 20%...

Nel frattempo, il primo importatore di petrolio al mondo — la Cina ha preso questa corona dagli Stati Uniti lo scorso autunno — sta facendo la sua parte per indebolire i petrodollari. Negli ultimi anni la Cina ha stretto accordi con molti dei suoi partner commerciali per fare affari con le loro valute. Cina e Russia, Cina e Brasile, Cina e Australia, anche Cina e il suo nuovo/vecchio nemico Giappone — tutti hanno fatto ricorso a currency swap e altri accordi per bypassare il dollaro.

Lo scorso novembre lo Shanghai Futures Exchange stava pensando di prezzare i suoi contratti futures sul petrolio greggio sia in yuan che in dollari, con l'obiettivo di rendere tale disposizione il nuovo punto di riferimento asiatico. "Lo yuan è diventato più internazionale e più riconosciuto che mai nel mercato finanziario", ha detto a Reuters il capo di una ditta di commercio cinese.

Ma mentre gli arabi si agitano per il valore dei loro dollari... ed i cinesi si muovono attivamente per diversificarsi dal dollaro... i russi potrebbero sferrare il colpo finale.

"Martedì 4 marzo, secondo me, è stato come la crisi dei missili di Cuba per la storia del mondo", afferma Erik Townsend, con un presagio inquietante di eventi futuri.

In superficie, il peggio della crisi tra Ucraina e Russia sembrava essere passato. I mercati si stavano calmando mentre il presidente russo Putin parlava sul tema per la prima volta — promettendo che avrebbe usato la forza in Ucraina solo come "ultima risorsa" se la popolazione russofona fosse stata in pericolo.

Poi ci sono stati altri due interventi di funzionari russi che hanno ricevuto poca attenzione.

L'assistente economico al Cremlino Sergei Glazyev ha detto che di fronte a sanzioni occidentali, la Russia potrebbe cercare di evitare il dollaro per le transazioni internazionali. "Troveremmo un modo non solo per ridurre la nostra dipendenza dagli Stati Uniti, ma anche per ottenere grandi benefici per noi stessi."

"Annunciare sanzioni finirebbe per ritorcersi contro il sistema finanziario degli Stati Uniti, cosa che causerebbe la fine della loro dominazione sul sistema finanziario globale."

Iperbole? Sì. Glazyev è una figura di basso spessore? Certo . Ma poi, come per sottolineare queste osservazioni, il portavoce del Ministero degli Esteri Alexander Lukashevich ha detto: "Dovremo rispondere... se provocati da azioni irresponsabili da parte di Washington... e non necessariamente in modo simmetrico."

Sì, è solo un portavoce... ma parla a nome del ministro degli esteri Sergei Lavrov. E mentre andiamo in stampa, ha ancora il suo lavoro.

"E' uno dei linguaggi più forti che io abbia mai sentito da un diplomatico", dice Erik Townsend. "E' come se la Russia stesse dicendo: “Stati Uniti, se volete giocare a questo gioco, se volete venire a dirci cosa possiamo fare nel nostro paese, perché siete gli Stati Uniti e pensate che potete ignorare il diritto internazionale, perché avete un'innata arroganza — se è questo quello che pensate, premeremo un pulsante e scaraventeremo il vostro paese in una crisi valutaria e obbligazionaria che metterà fine alla vostra egemonia economica nel mondo, e noi abbiamo il potere di farlo”."

"Non sarei sorpreso se qualcuno in Cina l'avesse sentito e ora sentisse squillare il telefono."

"Se questi due paesi uccidessero la valuta di riserva mondiale, le cose cambierebbero improvvisamente. Quindi, se voi foste nei loro panni, perché non accordarsi per farlo? Immaginate se potessero introdurre una valuta tutta loro. Cina e Russia che creano una nuova moneta e dicono: “Non abbiamo intenzione di usare lo yuan cinese. Cereeremo questa nuova moneta. Si chiama Asiabuck o qualcosa del genere, ed è sostenuta da qualcosa di reale, preferibilmente l'oro ”."

Dovete capire che questa è una possibilità, non una previsione. Ma quasi nessuno se n'è accorto.

Sin da quel giorno, c'è stata poca tregua per i russi. A fine aprile il sito web Voice of Russia — precedentemente noto come Radio Moscow — ha pubblicato un articolo intitolato “Time Is Running out for the U.S. Dollar.”

Citava il commento di un economista russo: "Gli Stati Uniti non hanno molto tempo per prepararsi ad un serio indebolimento del dollaro sulla scena mondiale e, viceversa, ad un serio rafforzamento del ruolo delle altre valute. La quantità massima di tempo su cui possono contare è 18 mesi."

Dal punto di vista dei russi, 18 mesi potrebbero essere un pò ottimisti.

"Dubito che possa scatenarsi una crisi valutaria e obbligazionaria sotto gli occhi di Obama", afferma Erik Townsend. "Gli restano solo un paio di anni di mandato; ci stiamo avvicinando. Ma tra otto e più anni — supponendo che il prossimo presidente riceva due mandati — penso che avremo l'occasione di veder saltare in aria il mercato obbligazionario USA, per un motivo o un altro."

"Questo significa che il nostro prossimo presidente presiederà al disastro finanziario più grande e complesso della storia. Il 2008 sarà un pic-nic rispetto a quello che ancora ci aspetta."

Offerte di lavoro perse, case perse, speranza persa... e poi?

In quel momento i leader americani si siederanno con i loro vari "partner" commerciali e diranno loro che la Cina e la Russia diventeranno le potenze mondiali più grandi e più cattive — a meno che l'Occidente non unisca le forze per dare vita ad una nuova valuta di riserva globale. "Assisteremo all'unione del dollaro e dell'euro, e di qualsiasi altra valuta voglia salire a bordo."

"Cosa fareste se gli Stati Uniti dicessero una cosa simile: “Guardate, non possiamo vivere in quell'altro nuovo mondo. E' troppo radicale. Significherebbe la fine della vita come la conosciamo. Pertanto tutti i paesi che non sono allineati con la Cina e la Russia, devono essere dalla nostra parte.” E quello che faranno sarà fornire alle élite politiche una via di fuga, ma tutti gli altri saranno fregati."

Cioè, ci sarà un tasso di conversione tra il dollaro e la nuova valuta per le élite... e un altro per tutti gli altri.

Rivolta per le strade? Forse sì, forse no. Townsend suggerisce che il meccanismo di conversione sarà così complicato che solo pochi riusciranno a comprenderlo e ancora di meno riusciranno a capire quello che sta accadendo intorno a loro — proprio come i salvataggi del 2008. "Il governo è molto bravo a rendere le cose complicate al fine di oscurare ciò che sta realmente accadendo."

E pensare che tutto è iniziato con la ritrovata prosperità americana causata da abbondanti scoperte energetiche sul suolo USA.

Quando arriverà il Giorno del Giudizio? Quando i sauditi o i russi o i cinesi staccheranno la spina ai petrodollari?

Townsend dice che non accadrà sotto la presidenza Obama. Sembra una previsione credibile.

Forse il momento arriverà quando l'America sarà abbastanza indipendente dalle forniture di petrolio straniero — il momento in cui i petrodollari saranno poco necessari per ungere gli ingranaggi del commercio internazionale. Quello sarà il momento in cui gli sceicchi e gli oligarchi si dirigeranno verso le uscite.

Riportiamo alla mente il grafico di ieri:




Siamo passati dall'importare il 60% del nostro fabbisogno di petrolio nel 2005, al 40% attuale. Nei prossimi cinque anni, questo numero si ridurrà ulteriormente al 30%.

Questa "soglia del 30%" potrebbe rappresentare benissimo la proverbiale scritta sul muro: la crisi è vicina. Nessuna garanzia, ovviamente... ma non è difficile credere che qualcuno a Riyadh o a Mosca o a Pechino stia guardando questi stessi dati mentre l'US Energy Information Administration li mette online ogni mese.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il boom energetico degli Stati Uniti metterà fine allo status di valuta di riserva mondiale del dollaro

Gio, 26/06/2014 - 10:14




di Addison Wiggin


Austria, 1920-1921: il governo stampò soldi per coprire i suoi debiti della prima guerra mondiale.

I costi di cibo e carburante schizzarono fino alle stelle. Le banche invitarono i loro clienti a convertire le corone austriache in una moneta più stabile... anche se era contro la legge.

Una vedova rispettosa della legge vide evaporare la sua fortuna durante una corsa agli sportelli. Nel libro di Adam Fergusson, When Money Dies, è stata riportata una voce del suo diario…

"Perché non pensa che la corona si riprenderà di nuovo?" [Ho chiesto al mio banchiere.]

"Riprendersi!" ha detto con una risata... "provi solo a pensare alla promessa su questa banconota da 20 corone e cerchi di ottenere, ad esempio, 20 corone d'argento in cambio."

"Sì, ma le mie sono garantite dallo stato: sicuramente non ci può essere niente di più sicuro, giusto?"

"Mia cara signora, dov'è lo stato che garantisce queste banconote? E' morto."
Abbiamo già raccontato questa storia. La ripetiamo ancora per due ragioni. In primo luogo per ricordare che la maggior parte degli squilibri che hanno causato il Panico del 2008 sono ancora presenti. Ma questo forse lo sapevate già.

C'è un'urgenza in più per raccontare questa storia: davvero il dollaro USA rappresenta la panacea di tutti i mali come dicono gli esperti? Potrebbe rivelarsi la rovina definitiva del dollaro. Corse agli sportelli bancari, controlli sui capitali, default per il debito nazionale — e tutto a causa della "prosperità" di cui stiamo godendo adesso.

I nostri sospetti sono stati sollevati nel mese di gennaio... quando due politicanti "opposti" si tenevano per la mano e cantavano in dolce armonia in merito al boom dell'energia degli Stati Uniti.

"Il gas naturale a buon mercato ci permette di riportare la produzione sul suolo interno", dice il sindaco di Chicago ed ex-capo dello staff di Obama Rahm Emanuel. Come risultato, la produzione "ritornerà in modi che possiamo a malapena anticipare", dice l'ex-candidato repubblicano alla presidenza Steve Forbes. Entrambi erano alla CNBC per pubblicizzare un evento chiamato “Reinventing America Summit”.

Non che non siamo d'accordo: sembra tutto molto familiare, come se si stesse seguendo la tesi di "Rinnovare l'America" del nostro Byron King enunciata più di due anni fa. Prima era troppo radicale. Ora è saggezza convenzionale.

Malgrado la prosperità di questo boom dell'energia... alla fine farà da anfitrione alla prossima grande crisi economica. Anzi, intaccherà lo status del dollaro come "moneta di riserva" mondiale una volta per tutte.

Lo diciamo sapendo che ci attireremo l'ira della saggezza convenzionale...

  • "La rivoluzione petrolifera statunitense, che si sta tranquillamente svolgendo dietro le quinte, ha iniziato ad esercitare un'influenza diretta sui mercati dei cambi — a vantaggio del dollaro", dice un report di UBS
  • "Lo status di valuta di riserva mondiale, accoppiato ad una minore dipendenza dagli investitori stranieri, stimolerà la moneta nei prossimi cinque anni", dice uno strategist di Société Générale
  • A causa dei "progressi tecnologici che consentono di estrarre petrolio e gas dallo scisto", dice il fund manager David Donora di Threadneedle Investments, "il dollaro godrà probabilmente di un periodo di forza."

Giusto. Almeno fino a quando non è così.

La cosa che sta contribuendo a sostenere il dollaro ora, abbatterà in ultima analisi tutti quei puntelli che supportano il biglietto verde ed il suo status di valuta di riserva mondiale. Non domani e neanche l'anno prossimo, ma la destinazione è impostata... e il nostro arrivo è certo. Non sarà esattamente come Vienna nel 1921... ma sarà altrettanto orribile.

Quindi allacciatevi le cinture: alcuni dei temi che tratteremo potrebbero sembrarvi vecchi... ma vi prometto che mai prima d'ora avete collegato i puntini in questo modo.

Nel 2013 la produzione di petrolio degli Stati Uniti ha raggiunto una media di 7.5 milioni di barili al giorno. L'incremento rispetto al 2012 ha rappresentato una grande notizia per gli Stati Uniti. Infatti è il quarto aumento annuo più grande rispetto a qualsiasi altro paese... e l'Arabia Saudita detiene i primi tre posti.

E non finisce qui. L'anno del picco della produzione di greggio degli Stati Uniti è stato il 1970 — un pò timido, 10 milioni di barili al giorno. Come si vede dal grafico qui sotto, il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti proietta che la nazione toccherà ancora una volta quel numero entro il 2019.




Nel 2005 — solo nove anni fa — gli Stati Uniti hanno importato il 60% del loro fabbisogno di petrolio. Nel 2012 questo numero è crollato al 40%. Guardate il grafico qui sotto e vedrete che la percentuale è destinata a ridursi ancora di più nel prossimo quarto di secolo. Ricordatevelo — perché torneremo su questo grafico più avanti.




Mentre andiamo in stampa, un barile di petrolio cosa $100, prendere o lasciare. Ogni milione di barili al giorno di nuova offerta, significano $100 milioni di petrolio non importato ogni anno. La riduzione dei costi di importazione, un deficit commerciale più basso, meno dollari che scorrono all'estero — una grande notizia per il dollaro, eh? Va tutto bene, giusto?

Beh, sì... solo che adesso l'intera struttura che per 40 anni ha supportato il sistema finanziario globale sta cominciando a disintegrarsi.

Dal 1974 il mondo ha vissuto coi "petrodollari".

I petrodollari sono spuntati fuori dalle ceneri del sistema di Bretton Woods, dopo che nel 1971 il presidente Nixon recise l'ultimo legame del dollaro con l'oro.

Negli anni post-seconda guerra mondiale, Bretton Woods rese il dollaro la moneta di riserva mondiale — la valuta per le transazioni transfrontaliere. Se voi foste stati un governo straniero o una banca centrale, avreste considerato il dollaro tanto buono quanto l'oro — per ogni $35 che si restituivano al Tesoro degli Stati Uniti, si otteneva in cambio un'oncia d'oro.

Probabilmente conoscete il resto della storia: gli stranieri si resero conto che Washington stava stampando troppi dollari, i francesi volevano più oro di quanto gli USA fossero disposti a rinunciare e Nixon "chiuse la finestra dell'oro". Ma senza l'oro, cosa avrebbe continuato a cementare la posizione del dollaro come valuta di riserva mondiale?

Dopo lo "shock petrolifero" del 1973-74, in cui i prezzi del petrolio andarono da $3 al barile a $12, il Segretario di Stato Henry Kissinger ebbe un'idea e convinse la famiglia reale saudita a farne parte.

L'affare era questo: l'Arabia Saudita avrebbe prezzato il petrolio in dollari statunitensi ed avrebbe usato la sua influenza per spingere altre nazioni dell'OPEC a fare lo stesso. In cambio, il governo americano avrebbe accettato di proteggere l'Arabia Saudita ed i suoi alleati contro gli invasori stranieri e le ribellioni interne.

La Casa di Saud ne era davvero allettata — il peso delle forze armate statunitensi avrebbe consentito a 7,000 capi di famiglia di vivere nello stile a cui erano abituati.

Il vantaggio per Washington era più sottile — ma non meno importante. Chiunque avesse voluto acquistare petrolio, avrebbe avuto bisogno di dollari. Ciò significava una domanda perenne di dollari ed un ciclo come questo...

  • I dollari utilizzati per comprare petrolio sono depositati nel sistema bancario per sostenere il credito internazionale;
  • Tale credito supporta l'acquisto di beni americani — tutto, dagli aerei Boeing al mais dell'Archer Daniels Midland. Oh, e anche il debito del Tesoro degli Stati Uniti. Impossibile dimenticarlo.

"Questo accordo fornì al dollaro un posto speciale tra le valute mondiali, e in sostanza il biglietto verde era “coperto” dal petrolio", ha spiegato nel 2006 Ron Paul in un discorso lungimirante alla Camera. "L'accordo fornì al dollaro un vigore artificiale, con benefici finanziari enormi per gli Stati Uniti. Ci permise di esportare la nostra inflazione monetaria, comprando ad un grande sconto petrolio ed altri beni (all'aumentare dell'influenza del dollaro)."

Poi fece una previsione: "La legge economica richiede che lo scambio onesto necessiti solo di cose con valore reale. Il caos che un giorno risulterà dal nostro esperimento con il denaro fiat, richiederà un ritorno al denaro con un valore reale. Sapremo che quel giorno si sta avvicinando, quando i paesi produttori di petrolio richiederanno oro, o il suo equivalente, in cambio del loro petrolio, piuttosto che dollari o euro."

Strano come stiano evolvendo le cose... il grande boom energetico americano sta velocizzando l'arrivo di quel giorno. Domani continueremo a parlarne...

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli