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Francesco Simoncellinoreply@blogger.comBlogger1125
Aggiornato: 17 min 22 sec fa

Comunicazione di Servizio Importante

Gio, 19/02/2015 - 10:29
E' da un po' che i lettori di questo blog mi consigliano di fare qualcosa in merito all'url con cui possono raggiungere questo spazio virtuale. Dopo aver valutato il potenziale raggiunto da Freedonia, ho deciso di investigare su come farlo e il risultato era più facile di quello che pensassi. Da oggi in poi potrete condividere i link di questo blog con un senso di leggerezza mai sperimentato prima d'ora. Le titubanze concernenti lo pseudonimo con cui mi sono presentato al grande pubblico finiscono oggi.

Infatti se prima raggiungevate questo spazio virtuale digitando johnnycloaca.blogspot.it, da oggi dovrete farlo digitando:


francescosimoncelli.blogspot.it


Ovviamente se vorreste leggere quanto di nuovo ho pubblicato e scopriste che Blogspot vi rimanda ad una pagina in cui si afferma l'inesistenza del mio blog, vi siete scordati di aggiornare i segnalibri del vostro browser. Fatelo quindi già da adesso, appena finite di leggere questa nota.

Comunicazione di servizio importante

Mer, 18/02/2015 - 15:00
E' da un po' che i lettori di questo blog mi consigliano di fare qualcosa in merito all'url con cui possono raggiungere questo spazio virtuale. Dopo aver valutato il potenziale raggiunto da Freedonia, ho deciso di investigare su come farlo e il risultato era più facile di quello che pensassi. Da domani in poi potrete condividere i link di questo blog con un senso di leggerezza mai sperimentato prima d'ora. Le titubanze concernenti lo pseudonimo con cui mi sono presentato al grande pubblico finiranno domani.

Infatti se prima raggiungevate questo spazio virtuale digitando johnnycloaca.blogspot.it, da domani dovrete farlo digitando:

francescosimoncelli.blogspot.it


Ovviamente se domani vorreste leggere quanto di nuovo ho pubblicato e scopriste che Blogspot vi rimanda ad una pagina in cui si afferma l'inesistenza del mio blog, vi siete scordati di aggiornare i segnalibri del vostro browser. Fatelo quindi già da adesso, appena finite di leggere questa nota.

Attenzione all'illusione monetaria che distruggerà la vostra ricchezza

Mer, 18/02/2015 - 11:09




di James Rickards

[Il concetto di "illusione monetaria" è già stato discusso da Jim Rickards su queste pagine. Allora l'ha trattato solo di sfuggita. Oggi, invece, ne approfondisce i risvolti e spiega perché rappresenti un pericolo per l'economia e per la sicurezza della vostra ricchezza. Leggiamo...]


Quando pensiamo ad un'illusione monetaria, di solito ci viene in mente un prestigiatore che fa uscire $100 da un cappello che un momento prima era vuoto. In realtà l'illusione monetaria è un concetto di lunga data che ha un significato rilevante se si è un risparmiatore, un investitore o un imprenditore.

L'illusione monetaria è un trucco, ma non uno di quelli che si vedono sui palchi. Si tratta di uno stratagemma con cui le banche centrali possono distorcere l'economia e distruggere la vostra ricchezza.

L'illusione monetaria inganna gli individui e li porta a confondere prezzi reali e prezzi nominali. Le persone finiscono per ignorare l'inflazione. Gli esempi sono ovunque.

Supponiamo che voi siate un ingegnere edile che lavora per una società di gestione immobiliare e guadagnate $100,000 l'anno. Immaginate ora di ottenere un aumento del 2%, così da guadagnare $102,000 l'anno. La maggior parte delle persone direbbe di stare meglio. Ma se l'inflazione fosse del 3%, il reddito di $102,000 varrebbe solo $98,940 rispetto al punto di partenza.

Avete ricevuto $2,000 d'aumento in termini nominali, ma avete subìto un taglio di stipendio da $1,060 in termini reali. La maggior parte delle persone direbbe di stare meglio grazie all'aumento, ma in realtà starebbe peggio perché ci perderebbe in potere d'acquisto. La differenza tra la vostra percezione e la realtà è un'illusione monetaria.

L'impatto dell'illusione monetaria non si limita a salari e prezzi. Si estende a qualsiasi flusso di cassa, compresi i dividendi e gli interessi. Si estende ai prezzi di asset come azioni e obbligazioni. Qualsiasi aumento nominale deve essere al netto dell'inflazione se si vuole smascherare l'illusione monetaria.

Il concetto di illusione monetaria, come soggetto di studio economico e di politica, non è una novità. Nel 1928 Irving Fisher, uno dei più famosi economisti del XX secolo, scrisse un libro intitolato The Money Illusion. Il concetto di illusione monetaria può essere fatto risalire al saggio di Richard Cantillon del 1730, Essay on Economic Theory, anche se Cantillon non usò esattamente quell'espressione.

Gli economisti sostengono che l'illusione monetaria non esiste. Secondo loro, invece, le decisioni vengono prese in base alle "aspettative razionali". Questo significa che una volta che si percepisce l'inflazione, o ce la si aspetta in futuro, si sconterà il valore del proprio denaro e lo si investirà o spenderà in base al suo valore intrinseco atteso.

Come accade gran parte delle volte nell'economia moderna, questo punto di vista funziona meglio a scuola piuttosto che nel mondo reale. Gli esperimenti dei comportamentisti dimostrano che un taglio del 2% dei salari, con un livello dei prezzi inalterato, viene considerato "ingiusto". Un aumento del 2%, invece, con un'inflazione al 4%, è considerato "giusto".

In realtà i due risultati sono economicamente identici in termini di potere d'acquisto. Il fatto che la gente preferisca un aumento piuttosto che un taglio dello stipendio, porta ad ignorare che l'inflazione rappresenta l'essenza dell'illusione monetaria.

L'importanza dell'illusione monetaria va al di là del mondo accademico e degli esperimenti delle scienze sociali. I banchieri centrali utilizzano l'illusione monetaria per trasferire ricchezza da voi — risparmiatori e investitori — ai debitori. Lo fanno quando l'economia non cresce perché c'è troppo debito. I banchieri centrali cercano di usare l'inflazione per ridurre il valore reale del debito e dare ai debitori un certo sollievo nella speranza che essi possano spendere di più facendo riprendere l'economia.

Naturalmente questa forma di sollievo va a scapito dei risparmiatori e degli investitori che vedono declinare il valore dei propri asset. Facciamo un altro esempio per capire il punto.

Supponiamo che un debitore nel 2007 abbia acquistato una casa da $250,000 con un acconto di $50,000 e un mutuo da $200,000 con un tasso teaser basso. Oggi la casa vale $190,000, un calo del 24% in valore, ma il mutuo è ancora di $200,000 perché il tasso teaser non prevedeva l'ammortamento.

Questo proprietario risulta "sommerso" — il valore della sua casa vale meno del mutuo che sta pagando — e in risposta alla sua condizione ha ridotto la sua spesa. In questo scenario supponiamo che ci sia un altro individuo, un risparmiatore senza mutuo e che abbia $100,000 in banca i quali non ricevono alcun interesse a causa della ZIRP della FED.

Supponiamo che il governo approvi una legge con cui vengono confiscati $15,000 al risparmiatore affinché siano consegnati al debitore in modo che possa ripagare il suo mutuo. Ora il risparmiatore si ritroverà solo $85,000 in banca, ma il debitore avrà una casa da $190,000 con un mutuo di $185,000 e una prospettiva futura più luminosa.

Il risparmiatore starà peggio e il debitore starà meglio, il tutto grazie al trasferimento di $15,000. Gli americani considererebbero gravemente iniqua questa legge, e i politici che l'avrebbero approvata verrebbero inseguiti coi forconi.

Ora supponiamo lo stesso scenario, ma questa volta diciamo che per cinque anni la Federal Reserve abbia supervisionato un tasso di inflazione del 3%, per un totale del 15%. Il risparmiatore possiederebbe ancora i $100,000 in banca, ma in potere d'acquisto ora varrebbero solo $85,000 a causa dell'inflazione.

Il mutuatario avrebbe ancora un mutuo da $200,000, ma il peso del debito sarebbe solo di $170,000 in termini reali al netto dell'inflazione. Meglio ancora, il valore della casa potrebbe aumentare di $28,000 se va di pari passo con l'inflazione, portandola ad un valore di $218,000 e dando di nuovo al debitore un equity positivo.

I due casi sono economicamente identici. Nel primo caso, il trasferimento di ricchezza si ottiene attraverso il sequestro e nel secondo caso il trasferimento di ricchezza si ottiene con l'inflazione. Il risparmiatore sta peggio e il debitore sta meglio in entrambi i casi. Mentre la confisca è considerata politicamente inaccettabile, l'inflazione al 3% l'anno viene a malapena notata. In effetti, l'inflazione è una tassa nascosta utilizzata per trasferire ricchezza dai risparmiatori ai debitori senza il mal di testa politico di un vero e proprio aumento delle tasse.

Perché le banche centrali, come la FED, perseguono politiche di illusione monetaria? La risposta coinvolge un'altra teoria accademica che non ha riscontri nel mondo reale. La FED ritiene che i debitori sommersi siano ad un livello di reddito inferiore rispetto ai risparmiatori e agli investitori. Questo significa che il debitore dispone di quella che viene chiamata "propensione marginale al consumo più alta", o PMC.

La PMC misura quanto una persona spende per ogni dollaro di ricchezza che guadagna. Se si guadagnano $1,000 e si decide di spenderne $50, la PMC sarà del 5%. Se non si spende nulla dopo aver guadagnato altri $1,000, la PMC sarà dello 0%.

La teoria accademica afferma che i debitori più poveri hanno una PMC superiore rispetto ai risparmiatori ricchi. Ciò significa che se l'inflazione trasferirà ricchezza dai risparmiatori ai debitori, la spesa totale salirà perché i debitori potranno spendere più denaro rispetto a quanto avrebbero speso i risparmiatori. Si dice che ciò vada a beneficio dei debitori e dei risparmiatori, perché i primi guadagnano da una ricchezza maggiore, mentre i secondi guadagnano da una spesa complessiva maggiore sottoforma di posti di lavoro, entrate commerciali e prezzi delle azioni. Tutto questo renderebbe l'inflazione un effetto esclusivamente vincente.

Questa teoria suona bene, ma ha gravi difetti. Considerando alla stessa stregua tutti i risparmiatori, la teoria non riesce a distinguere tra i risparmiatori veramente ricchi e i risparmiatori della classe media. Può anche essere vero che se siete un risparmiatore molto ricco, avete una PMC molto bassa. Se state spendendo una certa quantità di denaro in vacanze e vini buoni e la FED ruba parte dei vostri risparmi attraverso l'inflazione, è probabile che spenderete lo stesso ammotnare in vacanze e vini buoni.

Ma se fate parte della classe media che sta arrancando tra coniugi disoccupati, costi scolastici dei figli, assistenza sanitaria e tasse sulla proprietà più elevate, il risparmio e gli investimenti sono un'àncora di salvezza che non potete permettervi di perdere. Se i risparmi sono erosi dall'inflazione, il dolore economico reale crescerebbe e potreste tagliare la spesa. Non esistono pasti gratis.

Cantillon nel 1730 evidenziò un difetto ancora più insidioso nel ragionamento della banca centrale. Disse che l'inflazione non si muove in modo uniforme nell'economia. Si muove con ritardi, qualcosa che anche Milton Friedman disse negli anni '70. L'inflazione, secondo Cantillon, si muove in cerchi concentrici da un piccolo nucleo di persone ad un gruppo sempre più ampio di individui.

Pensate alle onde che si sviluppano quando gettate un sasso in uno stagno. Cantillon disse che i ricchi e i potenti sono nel cerchio interno e vedono per primi l'inflazione. Questo dà loro il tempo di prepararsi. La classe media si trova nei cerchi esterni e vede l'inflazione più tardi. Sono le vittime di un potere d'acquisto perduto.

Questo Effetto Cantillon spiega il perché gli investitori facoltosi, come Warren Buffett, stanno comprando hard asset come ferrovie, petrolio e gas naturale che conserveranno valore quando l'inflazione colpirà. Oggi le misure ufficiali dell'inflazione sono basse, ma quelli nel cerchio interno l'hanno già vista arrivare, proprio come disse Cantillon.

Se siete in quei cerchi più grandi, è possibile che vogliate rimanere con portfoli contenenti azioni e obbligazioni il cui valore verrà diluito dall'inflazione. Potreste non accorgervene finché non sarà troppo tardi. L'illusione monetaria inganna gli investitori.

L'illusione monetaria ha quattro fasi. Durante la prima fase la bance centrale getta le basi dell'inflazione, ma la maggior parte degli investitori non lo nota. Questa è la fase "euforica", dove le persone contano i loro guadagni nominali ma non vedono attraverso l'illusione.

La fase due è quando l'inflazione diventa più evidente. Gli investitori apprezzano ancora i loro guadagni nominali e presumono che l'inflazione sia temporanea e che le banche centrali "abbiano tutto sotto controllo".

La terza fase è quando l'inflazione comincia a scappare di mano e le banche centrali perdono il controllo. L'illusione svanisce. Il risparmio e altri flussi finanziari a reddito fisso, come le assicurazioni, le rendite e gli assegni pensionistici, perdono rapidamente valore. Se sarete in possesso di hard asset prima della terza fase, verrete risparmiati... altrimenti sarà troppo tardi perché i prezzi degli hard asset schizzeranno in alto prima che l'illusione monetaria possa svanire completamente.

Infine la quarta fase prevede una biforcazione. Una strada porta all'iperinflazione, come nella Germania di Weimar o nello Zimbabwe. In tal caso il denaro cartaceo e i flussi di cassa vengono distrutti e nascerà una nuova moneta dalle ceneri di quella vecchia. L'alternativa è la terapia d'urto che Paul Volcker impose nel 1980. In tal caso vengono lasciati aumentare i tassi di interesse fino al 20% per uccidere l'inflazione... ma nel processo si rischierà di uccidere l'economia.

In questo momento siamo alla fine della fase uno, avvicinandoci alla seconda. L'inflazione è presente in piccole dosi e la gente se ne accorge a malapena. I risparmi vengono confiscati lentamente, ma gli investitori sono ancora confortati dalle bolle speculative in azioni e negli immobili. Siate furbi e cominciate a comprare qualche assicurazione contro l'inflazione sotto forma di hard asset prima che la fase tre mandi il prezzo di tali beni alle stelle.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


La tragedia europea e le conseguenze per l'oro

Mar, 17/02/2015 - 11:06
Il braccio di ferro tra Grecia e BCE continua, ma entrambe sanno di aver bisogno l'una dell'altra. Il tango europeo si balla in due. La Grecia ha bisogno di credibilità e denaro gratis se vuole rimanere a galla con l'assetto economico/finanziario attuale e la BCE non può permettersi che il Paese ellenico mandi nel panico il resto del mercato obbligazionario europeo. Infatti i polli che si sono fatti fregare dal bluff dello zio Mario, ovvero, che avrebbe fatto di tutto per salvare la zona Euro, potrebbero innervosirsi all'idea  di aver acquistato pattume obbligazionario che invece non verrà affatto monetizzato. Rompere una promessa oggi potrebbe essere estremamente "pericoloso" per i pianificatori centrali monetari. Le banche centrali del mondo, attraverso i loro continui interventi, si sono cacciate in un angolo dal quale non possono più uscire. Le loro opzioni di azione si affievoliscono sempre di più ogni volta che lanciano un ulteriore giro di interventi. Quindi è probabile che trovino un compromesso. Finora, infatti, è stata la credibilità della BCE e dei Paesi del nord Europa che ha permesso alla baracca di reggere. Essi hanno prestato risorse ai Paesi del sud fiscalmente irresponsabili che hanno fatto l'unica cosa che sanno fare: continuare ad essere fiscalmente irresponsabili. Se adesso la Grecia riuscirà a staccare un compromesso smetterà di essere fiscalmente irresponsabile? No, non può in queste condizioni. Lo stesso vale anche per Italia e Spagna, ad esempio. Se, invece, il risultato degli attuali negoziati sarà un "Grexit", state pur certi che i mercati saranno presto invasi da una caterva di titoli di stato europei che la BCE sarà costretta a raccattare qua e là. Non scordiamoci però che parecchie banche europee e aziende hanno anche debiti denominati in dollari, e in caso di insolvenza ciò si ritorcerebbe contro lo zio Sam (l'interconnessione finanziaria odierna è abnorme). La FED quindi dovrebbe tornare ad "essere generosa" ricorrendo all'utilizzo di swap di liquidità con l'euro. La speranza degli eurocrati sarebbe quella di salvare banche e grandi aziende e permettere loro di "risanare" i loro bilanci prorogando la ZIRP. Questa stessa strategia ci ha condotto sull'orlo del baratro che stiamo guardando oggi. Questa stessa strategia ha creato le massicce distorsioni presenti nei mercati finanziari di oggi. Questa stessa strategia farà perdere il controllo ai banchieri centrali.
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di Alasdair Macleod


Nonostante le incertezze dopo le elezioni greche, la Banca Centrale Europea (BCE) è andata avanti e ha annunciato un quantitative easing (QE) da €60 miliardi al mese da marzo di quest'anno fino al settembre 2016.

Ciò che rende interessante questa situazione è la crescente evidenza che il QE non stimolerà la ripresa economica. Anche Jaime Caruana, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali e che sarebbe una sorta di banchiere centrale dei banchieri centrali, ha espresso pubblicamente profonde riserve sul QE. Tuttavia la BCE continua per la sua strada.

I keynesiani alla BCE non hanno le idee chiare. Non sono capaci di rispondere ai punti di Caruana, additando qualsiasi teoria economica diversa dalla loro come "religione" e ignorando l'evidenza empirica dei fallimenti delle politiche keynesiane. Invece sono andati nel panico di fronte allo spettro di una bassa inflazione dei prezzi, al continuo calo dei prestiti bancari nell'Eurozona e al calo dei prezzi delle materie prime. Secondo loro questa è una situazione che può essere risolta solo con uno stimolo monetario della domanda aggregata attraverso un aumento della spesa in deficit.

Questo ragionamento è alla base della presunta soluzione della BCE, la quale coinvolgerà le banche centrali nazionali della zona Euro affinché puntellino le finanze dei propri governi nazionali.

La maggiore socializzazione delle economie più deboli della zona Euro, in particolare Francia, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo, porterà inevitabilmente ad una distruzione economica. Il QE trasferisce sempre ricchezza dai risparmiatori agli speculatori finanziari e, in generale, a tutti coloro che ricevono per primi la moneta di nuova creazione. In definitiva, viene considerato un bene per l'economia l'impoverimento della classe media e la spoilazione dei suoi risparmi a beneficio di pochi eletti.

Le banche commerciali saranno costrette a finanziare i rispettivi governi invece di concedere prestiti alle imprese private. Questo è inevitabile fintanto che il Meccanismo di Vigilanza Unico (il regolatore bancario paneuropeo) scoraggia, con un certo zelo, le banche a concedere prestiti a soggetti diversi da governi e agenzie governative. Quindi l'unico vantaggio per l'occupazione verrà soltanto da programmi statali. In caso contrario la disoccupazione aumenterà inevitabilmente, poiché la percentuale di PIL ricoperta dagli stati crescerà a spese dei settori privati mentre il denaro e il credito bancario si sposteranno dai primi ai secondi: questa è la lezione inequivocabile della storia.

E' possibile che approvare un finanziamento pubblico da parte delle banche centrali nazionali possa comprare la fedeltà del governo greco. Sarà difficile per questo governo rinunciare a denaro gratis, per quanto possa essere arrabbiato per l'austerità imposta. Ma questa non è certo una giustificazione per una politica monetaria a livello della zona Euro. Mentre per il governo greco potrebbe essere più facile placare i suoi elettori grazie ad una politica monetaria espansiva attraverso la Banca di Grecia, i tedeschi ne saranno inorriditi. Si può pensare che il QE della BCE sollevi la Germania dal dover fornire gran parte dei finanziamenti nei confronti della periferia della zona Euro, e che i tedeschi siano quindi meno propensi ad opporsi al QE della BCE. In realtà non è così, perché la BCE è solo la parte visibile di un euro-sistema più ampio, il quale include le banche centrali nazionali con tutte le loro potenziali passività.

Il principale costo nascosto per la Germania arriva dal sistema TARGET2, che dovrebbe mostrare solo squilibri minori. Questo era vero prima della crisi bancaria, ma sin da allora gli importi dovuti dalle nazioni meridionali deboli a quelle del nord più forti sono cresciuti a dismisura, in particolare quelli dell'Italia. Oggi l'intero sistema TARGET2 grava sulle spalle dei tedeschi e dei lussemburghesi. Alla Bundesbank tedesca sono dovuti €461 miliardi, una cifra che è destinata ad aumentare poiché i saldi negativi dei debitori continueranno ad accumularsi.



L'effetto sulla valuta

La conseguenza immediata del QE della BCE è stata quella di indebolire l'euro rispetto al dollaro statunitense, e soprattutto, ha costretto il franco svizzero a staccare il suo peg. L'improvvisa rivalutazione del franco svizzero ha generato perdite significative per gli istituti finanziari che erano posizionati short sul franco e long sull'euro, il più importante carry trade in Europa con molti mutui in Europa centrale e orientale denominati in franchi svizzeri. Le elezioni greche hanno prodotto un ulteriore problema: corse agli sportelli bancari. Senza dubbio sia il suddetto carry trade sia i problemi bancari greci possono essere risolti o insabbiati, ma problemi come questi rischiano di indebolire ulteriormente la fiducia internazionale nell'euro, in particolare rispetto al dollaro statunitense, costringendo la FED a rinviare ancora una volta il giorno in cui permetterà ai tassi di interesse di salire.

Questo è stato l'argomento di discussione nell'ultimo meeting del FOMC. Affermazioni come "la Commissione pensa che si possa pazientare prima di normalizzare l'orientamento della politica monetaria" sono indicative di una posizione difensiva o una mancanza di volontà, o entrambe le cose. Tuttavia è evidente che nonostante la linea ufficiale, l'economia degli Stati Uniti è tutt'altro che "in crescita ad un ritmo solido" (parole del FOMC) e gli eventi esterni non stanno affatto aiutando. A conferma di ciò è necessario guardare al rallentamento della produzione cinese.



Le conseguenze per l'oro

Fino ad ora le banche centrali hanno limitato la politica monetaria ad una gestione dell'economia nazionale; questa situazione si sta evolvendo in svalutazioni competitive internazionali. Ora le banche centrali di due delle principali valute, lo yen e l'euro, hanno intenzione di indebolire ulteriormente le loro divise rispetto al dollaro. Anche la sterlina, essendo legata all'euro attraverso il commercio, dovrebbe indebolirsi. A queste possiamo aggiungere la maggior parte delle valute minori, che sono già calate nei confronti del dollaro e continueranno su questa strada. L'obiettivo di un'inflazione al 2% diventerà più remota, e ciò rinvierà la fine della ZIRP. Da tutti i punti di vista, quindi, le svalutazioni competitive dovrebbero rappresentare una buona notizia per i prezzi dell'oro.

Per il momento l'oro sta iniziando a salire nei confronti di tutte le principali valute, compreso il dollaro statunitense, con il prezzo al di sopra della media mobile a 200 giorni e 50 giorni. Rispetto ai suoi minimi, l'oro è salito del 13% rispetto al dollaro, del 18% rispetto alla sterlina, del 30% rispetto all'euro e del 32% rispetto allo yen. L'aumento rispetto alle valute più deboli dei mercati emergenti è corrispondentemente maggiore, giustificando pienamente la cautela degli asiatici nei confronti delle valute fiat come beni rifugio.

Sappiamo che negli ultimi due anni la domanda asiatica per i lingotti d'oro ha assorbito tutta la produzione mineraria, quella proveniente dai rottami e quella proveniente dalle vendite estere. In effetti, il mercato orso dell'oro è stato un processo di redistribuzione dalle mani occidentali (deboli) a quelle orientali (forti). Quindi se ci sarà una ripresa della domanda fisica da parte della popolazione in queste economie avanzate, è difficile vedere come possa essere soddisfatta ai prezzi correnti.

Il prezzo dell'oro è un segnale precoce di futuri problemi monetari e valutari, e ora sta diventando evidente come essi possano trasparire. La mossa della BCE di dare denaro gratis a politici dissoluti rischia di avere conseguenze importanti ben oltre l'Europa, e insieme alle azioni della Banca del Giappone, si può prevedere un rinnovato aumento della domanda di oro fisico nelle economie avanzate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Le scimmie dello stimolo monetario stanno urlando e i banchieri centrali stimolano un asino che non vuole bere

Lun, 16/02/2015 - 11:11




di David Stockman


Siete mai stati allo zoo quando le scimmie cominciano a dimenarsi nelle loro gabbie e a strillare all'unisono? Questa immagine mentale vi aiuterà a capire quello che è successo nelle ultime 24 ore. A pochi minuti dall'annuncio, gli "economisti" già brindavano al nuovo programma di acquisto di bond della BCE, il che significa che i giocatori d'azzardo che hanno tirato giù il rendimento del decennale italiano (dal 7.5% al 1.72%), oltre a quello delle altre nazioni della periferia, avrebbero ottenuto un altro regalino.

Poi, alle 2 di pomeriggio, il riferimento piuttosto vago nella riunione della FED circa i venti contrari provenienti dalla debolezza economica in Europa, è stato interpretato dalla società di PR della FED, Hilsenramp e Blackstone, come un'istruzione esplicita a Draghi et. al. affinché accendessero le stampanti monetarie.

Ma alle 8 di sera è arrivato lo strillo scimmiesco di Charles Evans, il quale ha passato gli ultimi 24 anni nella gabbia della FED di Chicago — dopo essere stato addestrato nella complessità dei mercati monetari e dei capitali presso l'Università della South Carolina.

Non importa il quadro ottimistico che emerge dalla macroeconomia e che viene dipinto nelle note della riunione, ha detto Evans, consentire un aumento dei tassi del mercato monetario, ancorati allo zero da 73 mesi, sarebbe una "catastrofe".

Dal momento che Evans ha un voto quest'anno e Bullard no, è evidente che le scimmie sono intercambiabili. Ma in quale altro modo si potrebbe descrivere il balbettìo incomprensibile dei banchieri centrali di tutto il mondo, e quello di economisti, strateghi e bagarini che lo amplificano?

Ci sono prove schiaccianti in base alle quali la stampa sconsiderata di denaro del decennio passato non ha affatto generato una crescita sostenibile del tenore di vita e della ricchezza reale. Eppure le scimmie continuano a dimenarsi nella gabbia, richiedendo più ZIRP (e ora N-ZIRP) e un'acquisto più fraudolento di debito pubblico con credito fiat uscito dalle stampanti monetarie.

Analizziamo alcune prove evidenti di suddetto fallimento. La mecca del welfare state che comprende gli UE-19, per esempio, ha bisogno come minimo di una certa crescita della produzione industriale per sostenere l'enorme spesa statale, la ridistribuzione e l'indebitamento dei suoi paesi membri. Ma ecco, non vi è stato alcun aumento netto della produzione industriale sin dal 2001.


Produzione Industriale Eurozona

Quattordici anni gettati a mare non possono essere dovuti alla voglia di seguire la ricetta de jour. Piuttosto che il rigore, la zona Euro ha fatto registrare una grande espansione monetaria e dell'inflazione. Anche preso a valore nominale, il bilancio della BCE è 2.6x la sua dimensione nel 2004 — anno in cui la produzione industriale degli UE-19 era esattamente al livello di oggi.

Quindi il bilancio della banca centrale è cresciuto ad un CAGR del 10.5% negli ultimi dieci anni, mentre la produzione industriale è aumentata ad un CAGR dello 0.0%. Una stampa di denaro a doppia cifra non è sufficiente?




Beh, in realtà, nemmeno il 15% era sufficiente per tirare la produzione industriale europea fuori dal piattume in cui è finita. La verità è che il bilancio della BCE non si è affatto sgonfiato dal suo picco del 2012 a €3.1 bilioni. La differenza è semplicemente parcheggiata fuori bilancio in hedge fund e sui conti di trading delle banche europee che hanno preso sul serio il "whatever it takes" di Draghi.

Perché non affittare il bilancio alla BCE per staccare enormi guadagni dai bond dei Paesi periferici della zona Euro ormai in bancarotta? E poi, per completare il quadro, perché non finanziare i bond con depositi a costo zero imposti da Francoforte mentre si mantiene il dito sul pulsante "vendere" per il giorno in cui Draghi sarà costretto a tenere fede alla sua promessa?

Detto in modo diverso, questi sono i motivi per gli strilli di ieri. Si annunciava solamente che il bilancio della BCE è in realtà di $3.5 bilioni al tasso FX di oggi, e che gli affittuari del bilancio erano molto grati per l'ICP negativo.

Allo stesso modo, non si può dire che la produzione industriale piatta della zona Euro sia stata causata dalla "low-flation", per non parlare dell'inflazione negativa. In realtà, l'indice ICP armonizzato dell'UE era a 88.58 nel gennaio del 2000 ed era a 117.7 a dicembre 2014. Questo equivale esattamente ad un CAGR dell'1.9%. Non è possibile ottenere un target di inflazione più vicino a questo in base a quello impostato arbitrariamente dalla BCE. Quindi dov'è la crescita? Perché l'elisir prodigioso della stampa di denaro e dell'inflazione non ha affatto generato una crescita netta nella produzione industriale della zona Euro?


ICP Armonizzato Eurozona

In realtà, il quadro reale è molto peggio. Rispetto al 2000 quasi ogni Paese dell'EU-19 ha visto ridursi la propria produzione industriale, tranne la Germania; e gran parte dei guadagni di quest'ultima sono stati realizzati grazie all'esplosione delle esportazioni verso la Cina, soprattutto macchinari. La produzione industriale attuale in Francia, ad esempio, è ancora il 12% al di sotto di quella ad inizio secolo. Nel caso dell'Italia, la produzione è diminuita del 24%.





Ovviamente c'è una ragione per la stagnazione economica dell'Europa, e non ha niente a che fare con una stampa di denaro insufficiente da parte della BCE. I colpevoli sono il "picco del debito" e l'espansione inarrestabile delle barriere statali nei confronti di imprese, investimenti e crescita economica.

Nel caso del primo, il grafico qui sotto non ha bisogno di ulteriori elaborazioni. Negli ultimi due decenni, e in particolare con l'arrivo della moneta unica nel 1999 e la condivisione dei tassi di interesse tedeschi in tutto il continente, il settore privato della zona Euro si è strafogato di prestiti. I prestiti bancari al settore privato sono saliti del 3.5x durante il periodo sopracitato, crescendo ad un CAGR del 7.0% per venti anni consecutivi.

Ciò che è accaduto due anni fa, dopo il raggiungimento del picco, è evidente. L'Europa è a corto di mutuatari meritevoli di credito — anche a tassi bancari alcuni punti sopra il LIBOR. In breve, le famiglie e le imprese in Europa sono sommerse di debito fino al collo.

La stampa di denaro da parte della BCE sarà quindi inutile per queste categorie, ma non per gli speculatori fast money e i loro compari nelle bische dei vari stati europei. Vale a dire, il debito pubblico sarà sequestrato nei caveau della BCE, mentre i giocatori d'azzardo raccoglieranno i bei guadagni sui titoli di stato che hanno affittato sul mercato repo.




Anche se la spesa e gli investimenti del settore privato hanno raggiunto il picco del debito, e quindi sono costretti a rimanere entro i limiti sostenibili delle loro entrate, il settore statale sta allegramente sprofondando nel debito. Vale a dire, mentre i paesi della zona Euro hanno cercato disperatamente di frenare il loro debito pubblico, hanno fatto ricorso ad ingenti aumenti delle tasse, portando la pressione fiscale ad un massimo storico di quasi il 47% del PIL.


Peso delle Tasse sul PIL Eurozona (%)

Eppure è quasi una certezza che i tax rate aumenteranno ancora di più, poiché il rapporto debito pubblico/PIL è schizzato in alto. Non sorprende, quindi, che le famiglie e le imprese già sature di debiti non siano desiderose di ingolfarsi con altro debito. Gli stampatori presso la BCE stanno cercando di spingere verso il fiume un asino che non vuole bere; inoltre i loro sforzi saranno completamente vanificati da un carico fiscale crescente che ha già schiacciato le aziende e il mondo del lavoro in gran parte del continente.


Debito Pubblico in % del PIL Eurozona

Ma la BCE non è sola. La Federal Reserve ha cercato di fare la stessa inutile cosa sin dall'inizio della crisi finanziaria nel 2008. Il fatto è che non esiste alcun processo economico magico attraverso il quale la politica monetaria della banca centrale viene trasmessa al settore privato. Si tratta solo di espansione del credito, e la spinta a spendere è un evento unico e irripetibile mentre i bilanci vengono gonfiati dalla leva finanziaria.

Ma negli Stati Uniti tutto questo è ormai finito, e anche per la maggior parte dei mercati emergenti. Nel caso delle famiglie americane, l'unica crescita del debito si è verificata nei prestiti agli studenti e in quelli per le automobili. Sappiamo già come andranno a finire.

Inoltre l'esplosione dei prestiti studenteschi a quasi $1.2 bilioni non ha mai riguardato i prestiti in quanto tali; si trattava di servitù a vita a causa di un debito. Non sorprende, quindi, se il tasso dei default ha già superato il 30% ed è in rapido aumento.

La vera storia riguardante l'indebitamento delle famiglie viene riassunta nel grafico qui sotto. Il "picco del debito" è stato raggiunto nel 2008, quando il credito totale alle famiglie ha raggiunto quasi il 220% dei salari — quasi 2.5 volte il rapporto storico e sostenibile prima degli anni '80. Sin dalla crisi finanziaria gli indici di indebitamento sono calati lentamente, ma hanno ancora tanta strada da fare.

Di conseguenza il settore delle famiglie USA sta andando per la sua strada. Cioè, il suo tasso di spesa è ora limitato ad un tiepido tasso di crescita del reddito; il trucco keynesiano dell'inflazione del credito è finito.




Anche il canale di trasmissione della politica monetaria al settore imprenditoriale non è più funzionante. Il credito totale alle imprese (corporazioni e non) è salito di quasi il 30% dal picco pre-crisi, passando dagli $11 bilioni nel 2007 ai $14 bilioni di adesso.

Ma la quota predominante di tale aumento è finita nell'ingegneria finanziaria, investimenti di capitale non produttivi. E questo è il risultato dei 75 mesi di ZIRP e della massiccia espansione del bilancio della FED. Queste politiche rovinose hanno provocato una vera e propria esplosione dell'inflazione dei prezzi di asset rischiosi, mentre hanno trasformato gli investitori in bestie assetate di rendimenti.

Non sorprende se con l'S&P 500 ai minimi post-crisi, i riacquisti di azioni e le operazioni di leveraged buyout abbiano notevolmente superato gli utili scaturiti dagli investimenti di capitale e dal comparto Ricerca & Sviluppo. Questi investimenti sono stati evitati per un motivo logico: devono competere in un mondo che è saturo di capacità in eccesso e di investimenti improduttivi a causa della repressione finanziaria delle banche centrali e i falsi prezzi nei mercati finanziari.

Come mostrato nel grafico seguente, negli ultimi sei anni l'aumento totale del CapEx e del comparto Ricerca & Sviluppo per l'S&P 500 è stato di $180 miliardi o meno del 4% annuo. Ma metà di tale cifra — $90 miliardi — è stata contabilizzata in guadagni nel settore dell'energia, e in particolare in quello dell'olio di scisto.

A parte l'anomalia del settore dell'energia, che è stata alimentata dalla bolla della Cina (rispecchiata nel prezzo del petrolio a $100/bbl.) e da un'orgia di emissioni di debito spazzatura, il tasso di crescita della spesa per investimenti nel resto dell'economia è stato di un trascurabile 2.5% annuo. Giusto. Dopo l'aggiustamento all'inflazione, gli investimenti nel settore non energetico sono risultati inferiori all'1% annuo.




Inutile ricordare che dal 2007 il bilancio della FED è aumentato di cinque volte — da $900 miliardi a $4.5 bilioni. E dopo la ZIRP e il QE cos'è cambiato? Beh, c'è stato un falso boom nell'olio di scisto a causa del prezzo del petrolio artificialmente alto e del debito spazzatura eccessivamente a buon mercato (che ormai si sta frantumando violentemente); una crescita minuscola negli investimenti di quelle imprese al di fuori del settore energetico; e un settore delle famiglie che rimane inchiodato a causa del picco del debito.

L'asino non vuole bere!

E per quanto riguarda la promessa keynesiana di una "velocità di fuga" e di un "disaccoppiamento" negli Stati Uniti? Prendete ad esempio quella crescita del PIL al 5% registrata nel terzo trimestre, sottraete le vendite di auto alimentate da prestiti sub-prime, e questo è quello che ottenete: il PIL reale si è espanso ad un tasso del 2.3% nel corso dei quattro trimestri precedenti. Questo è lo stesso tasso che abbiamo visto nel terzo trimestre del 2013, e inferiore a quello registrato nel terzo trimestre del 2012.

Non c'è stata alcuna accelerazione della crescita o "velocità di fuga". Le manipolazioni della FED stanno generando solo un'altra bolla finanziaria gigantesca.

Quando questa bolla scoppierà, per la terza volta in questo secolo, Main Street ne subirà ancora una volta le conseguenze. Infatti le macchinazioni della FED non solo sono inutili; sono anche rovinose a causa del loro effetto finale.

Sì, quelli che stiamo sentendo sono gli strilli delle scimmie che si agitano nelle loro gabbie. E il loro rumore terribile non smetterà tanto presto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Scacco matto alla riserva frazionaria

Ven, 13/02/2015 - 11:01




di Francesco Simoncelli


Ogni sistema, ogni istituzione, ogni garanzia, ha al suo interno quella componente o quella caratteristica che la esporrà fatalmente ad attacchi ai fianchi. Qualsiasi sistema è vulnerabile, nonostante la potenza e la supremazia che possa sfoggiare. Qualsiasi sistema può crollare. Questo a patto che si trovi il suo punto debole. Quale può essere un punto debole dell'attuale sistama politico/monetario? Ce ne sono molti a dire la verità e tutti saranno visibili una volta che il prezzo da pagare per mantenere vivo un apparato politico/monetario insostenibile diventerà troppo alto. Uno, ad esempio, è rappresentato dalle passività presenti non finanziate. Ovvero, i costi attuali a cui l'apparato statale non può far fronte. Se credete che lo stato possa essere paragonato ad un'impresa, allora dovete anche credere che esso possa avere una doppia contabilità. Le passività non finanziate degli stati sono debiti fuori bilancio che rappresentano la spada di Damocle che pende sulle loro teste sin da quando sono nati.

Essendo incapaci di produrre alcunché possono solo rivalersi sulla popolazione attraverso le tasse, depredando quindi il frutto del lavoro altrui, o possono prendere in prestito. Lo stato è un'istituzione sciocca. Prende in prestito a breve termine e spende a lungo termine. Non può fare altrimenti. Infatti, non avendo punti di riferimento all'interno del panorama economico, esso deve destreggiarsi con queste sue "armi" per rimanere a galla e barattare il futuro dei suoi sudditi col suo inutile presente. Nel perorare questa sua recalcitrante esistenza è costretto a ricorrere ad una serie infinita di trucchi contabili e artifizi finanziari in modo da poter sopravvivere un giorno in più. Non è in grado di recepire gli errori che commette. Anche se li intuisse, non potrebbe operare per correggerli pena un suo disfacimento. Lo stato è un'organizzazione che è in sintonia con la sua stessa natura predatoria, e non con la natura cooperativa del mercato.

In questo modo, ogni intervento con cui viene perturbato il panorama economico distorce progressivamente l'ambiente in cui gli attori economici svolgono i loro scambi. Si tenta presuntuosamente di voler indirizzare secondo i propri scopi un tessuto economico composto da miliardi di azioni individuali altamente mutevoli. Sebbene all'inizio si può osservare un certo conformismo ai dettami partoriti da coloro che vorrebbero portare a buon esito questo piano delirante, il mercato ci metterà poco ad aggiustarsi alle nuove regole e creerà i propri anticorpi per contrastare quelle informazioni artificiali che non hanno scopo in un ambiente libero ed onesto. Ciò scombussolerà i piani presumibilmente ben congeniati di coloro che pretendono di "sapere di più", costringendoli ad alzare la posta in gioco per cercare di tenere salde le loro briglie sull'ambiente economico che hanno deciso di dirigere.



SFRUTTARE IL PUNTO DEBOLE

Sebbene vogliano direzionare a loro piacimento un'economia composta da miliardi di persone, gli stessi pianificatori centrali immettono nel sistema quelle scappatoie che possono essere sfruttate per evadere da una prigione costituita da fragili sbarre. Nel libro To Build a Castle, Vladimir Bukovsky ci fornisce un esempio perfetto di come un sistema presumibilmente "perfetto" e inespugnabile abbia in realtà punti deboli (all'apparenza invisibili) che possono essere sfruttati in modo da farlo crollare. L'autore, infatti, venne incarcerato per un intero decennio all'interno di un gulag. Non si diede per vinto. Sapeva che non poteva scappare, quindi si adoperò per rendere la vita impossibile ai suoi carcerieri. Venne a conoscenza di una regola curiosa: ad ogni reclamo scritto, bisognava rispondere entro un mese. Qualunque funzionario non l'avesse fatto, sarebbe potuto incappare in qualche sanzione proveniente dai superiori.

Dovete capire che la burocrazia non ha parametri di efficienza, perché essa agisce in opposizione al mercato. L'unica cosa di cui ha paura una burocrazia è un taglio del budget. Quindi coloro che ne fanno parte faranno di tutto per rendersi "operosi". Il modo migliore per farlo è soffiare risorse e burocrati da altri reparti burocratici, in modo che chi si mette in mostra poi otterrà una promozione. Infatti, quando la burocrazia non può espandersi attraverso l'acquisizione di maggiori risorse economiche, lo fa a spese di un altro reparto burocratico. Ciò non era differente nei gulag, dove un burocrate solerte avrebbe potuto fare la spia e guadagnare punti a suo vantaggio mettendo, però, in cattiva luce un altro burocrate.

Quindi all'interno dei campi di detenzione c'era una certa attenzione alle regole. Bukovsky lo capì e lo sfruttò a suo vantaggio. Capì il punto debole di quella burocrazia: seguire le regole alla lettera. Organizzò una vera e propria catena di montaggio costituita da prigionieri che fabbricavano lettere di reclamo, invogliandone centinaia e centinaia a seguire il suo esempio. La burocrazia sovietica era letteralmente inasata di lettere di reclamo, le quali ragiungevano anche il migliaio al giorno. Fondamentale era la divisione del lavoro: “Al culmine della nostra guerra, ognuno di noi scriveva dalle dieci alle trenta lettere di reclamo al giorno. Comporne una trentina in un giorno non era facile, per cui ci dividevamo i compiti e ogni uomo scriveva un suo pensiero prima di farlo girare affinché tutti gli altri lo potessero copiare. Se ci sono cinque uomini in una cella e ogni uomo prende sei argomenti, ognuno di questi ha la possibilità di scrivere una trentina di denunce mentre egli stesso ne compone solo sei.”

Le lettere di reclamo erano destinate a singoli individui e organizzazioni importanti: i deputati del Soviet Supremo, gli amministratori regionali, gli astronauti, gli attori, i generali, gli ammiragli, i segretari del Comitato Centrale, i pastori, gli sportivi, ecc. La burocrazia sovietica era disperata. Ci rimetteva in premi e benefici. Sebbene i prigionieri venissero minacciati di violenza e spesso puniti fisicamente, la protesta avviata da Bukovsky crebbe e non vi fu modo di fermarla.

[...] Dopo che l'ufficio del carcere ha ricevuto le lettere di reclamo, e ne è letteralmente inondato, non sarà in grado di inviarle entro il termine dei tre giorni. Per aver sforato il termine, i burocrati che ne fanno parte verranno rimproverati e perderanno qualsiasi bonus che avrebbero potuto ottenere. Quando la nostra guerra era al suo culmine, il direttore del carcere convocò fino all'ultimo dipendente per dare una mano con questo lavoro -- bibliotecari, ragionieri, censori, istruttori politici, agenti di sicurezza.

Tutte le risposte alle lettere di reclamo e alle spedizioni dovevano essere registrate in un apposito libro, e doveva essere prestata un'attenzione rigorosa ai termini corretti. Dal momento che le lettere di reclamo seguivano un percorso complesso e dovevano essere registrate passo dopo passo, necessitavano di dossier e documenti propri. Alla fine tutti finivano in uno di questi due luoghi: l'ufficio del procuratore locale o il dipartimento locale del Ministero dell'Interno. Questi uffici non potevano tenere il passo con tale diluvio cartaceo e anche loro non potevano rispettare le scadenze, per cui anche loro venivano rimproverati e perdevano i loro bonus. La macchina burocratica veniva quindi costretta a lavorare a pieno regime e a trasferire la valanga di carta da un ufficio all'altro, seminando il panico nelle file del nemico. I burocrati sono burocrati, sempre ai ferri corti l'uno con l'altro; e spesso i nostri reclami diventavano vere e proprie armi nelle guerre intestine tra burocrate e burocrate, reparto e reparto. Questa storia è andata avanti per mesi e mesi, finché, alla fine, è entrato in gioco il fattore più potente di tutti nella vita Sovietica: la statistica. Il record statistico del campo di prigionia e dei campi regionali venne rovinato, e tutta la burocrazia ne soffrì.

LA RISERVA FRAZIONARIA

La storia dell'economia è piena di errori madornali, e uno dei peggiori è datato 1844. In quell'anno, a seguito dell'ennesima crisi economica in Inghilterra, Robert Peel propose l'approvazione di una legge che rendesse obbligatoria la redimibilità e la copertura in oro di ogni banconota presente sul mercato. In questo modo, si pensava, che la sequenza interminabile di boom e bust sarebbe finalmente terminata. Sebbene il Bank Charter Act del 1844 comprese giustamente che l'origine delle crisi economiche è da ritrovarsi nei cicli di espansione artificiale del credito, non estese suddetta obbligatorietà anche ai depositi a vista. Per questo motivo, fu un fallimento.

Come descrive il professor Huerta De Soto nel suo libro Money, Bank Credit and Economic Cycles, gli Scolastici della Scuola di Salamanca appresero questa lezione circa 500 anni fa quando dimostrarono come i chirographis pecuniarum (o depositi a vista) facevano effettivamente parte dell'offerta di denaro. Non solo, ma aggiunsero anche che da un punto di vista legale l'incuria nel mantenere una riserva al 100% nei depositi a vista rappresenta un'appropriazione indebita e, quindi, un crimine (non una contraffazione, come lo è nel caso di un'emissione eccessiva di banconote). Facciamo un esempio per capire meglio. Immaginate di portare un cappotto a lavare in lavanderia. Una volta consegnato il capo d'abbigliamento al gestore dell'attività si ottiene una ricevuta la quale dichiara che voi siete il possessore legittimo di quell'indumento specifico. Sicuri di ottenere un servizio in un periodo di tempo determinato, lasciate a cuor leggero la lavanderia pensando di poter tornare in qualsiasi momento per rivendicare la vostra proprietà.

A vostra insaputa, però, il gestore della lavanderia non si limita a fare solo il suo dovere, ma da in prestito per una serata la vostra giacca ad un altro cliente. Rilasciando sempre una ricevuta, viene data la possibilità al nuovo cliente di poter sfruttare un bene che non gli appartiene senza l'approvazione del legittimo proprietario. Infatti se il primo proprietario dovesse presentarsi nella lavanderia per ripredersi ciò che è suo, scoprirebbe che la sua proprietà ha "momentaneamente" un altro proprietario. Nel nostro caso ciò non avviene e il secondo proprietario riporta indietro il cappotto prima che il primo proprietario torni a reclamare ciò che è suo di diritto. Il gestore della lavadenria, azzardando questa attività, riesce a spuntare un doppio guadagno: il lavaggio della giacca e la locazione del capo d'abbigliamento. Apparentemente un affare proficuo: al gestore della lavanderia è bastato aumentare le ricevute esistenti per creare l'illusione di un aumento dei beni materiali. Ma non sempre le cose vanno come ci prefiggiamo, quindi immaginiamo che il secondo proprietario non riporti indietro il cappotto per un motivo o un altro. In questo modo il gestore della lavanderia non solo non verrebbe pagato per la locazione del capo d'abbigliamento, ma adesso dovrebbe sborsare di tasca sua il denaro necessario per ricomprare una giacca identica a quella perduta. In caso contrario, verrebbe citato in giudizio. E se ipotizzassimo, per assurdo, che il primo proprietario si accontenti in cambio di un'altra giacca presente nello stock della lavanderia? Ciò farebbe guadagnare tempo al gestore della lavanderia, ma il problema rimarrebbe: manca all'appello una giacca che deve essere rimborsata.

I depositi a vista non sono tanto diversi. Gli individui che pensano di poter staccare un interesse dal proprio denaro depositato presso una banca e al contempo usufruire della cifra depositata, ignorano come funzioni realmente l'attuale sistema finanziario. Essi, infatti, vantano un credito perché una volta che depositano denaro presso una banca quel denaro viene assorbito dall'istituto bancario stesso. Inoltre, secondo la legge, essi sono legittimati a prestare il nuovo denaro tenendone in riserva solo una frazione del totale che devono al proprietario originale. In Europa, ad esempio, questa cifra è passata dal 10% al 2% in brevissimo tempo. Ma come nell'esempio del cappotto che viene "perso", anche la banca può perdere i depositi: prestando denaro ad attori di mercato che li investiranno in attività che ex-post si riveleranno improduttive. Sebbene il depositante crede di poter avere accesso al totale dei soldi depositati, la banca per riparare al suo errore cercherà di tamponare la falla prendendo denaro dagli altri depositi in suo possesso. Ciò non toglie che il buco di bilancio c'è e la sua scoperta è stata solamente rimandata nel tempo. E' chiaramente una frode. O per meglio dire, è l'ennesimo schema di Ponzi di cui la popolazione è caduta vittima e la natura di queste frodi (data la componente psicologica coinvolta) è difficile che abbia breve durata. Infatti finché le perdite possono essere accollate a qualcun altro, coloro che sono stati trascinati in uno schema di Ponzi resteranno al gioco finché non riusciranno a recuperare parte di quello che hanno perso.

Nel caso del sistema bancario, ci sono delle leggi che permettono di accollare le perdite a qualcun altro. La garanzia sui depositi ne è un esempio. Sebbene in Europa ancora non esista una cosa del genere (ma a ciò si sta ponendo rimedio), negli Stati Uniti c'è il FDIC. Questo accorgimento, insieme alla promessa della banca centrale di svolgere il suo ruolo di prestatore di ultima istanza, calmò quei depositanti che negli anni '30 stavano ritirando in massa i depositi presso le varie banche statunitensi. Il presupposto cardine di questa frode è che il depositante originario non ritiri in toto il proprio deposito, il che esporrebbe ad un rischio d'insolvenza le banche stesse; se una banca subisse poderosi ritiri dai depositi, l’offerta di moneta si contrarrebbe, poiché l’espansione del credito in precedenza effettuata non sarebbe più possibile, pena l’insoddisfazione del requisito di riserva. Infatti, come ci ricorda la teoria Austriaca del ciclo economico, un'espansione artificiale del credito induce in errore gli attori economici poiché distorce i prezzi relativi e di conseguenza il calcolo economico, rendendo apparentemente proficui progetti di investimento a lungo termine che in un ambiente non manipolato non sarebbero stati affatto proficui. Il coordinamento temporale tra produzione e consumo viene deturpato dalla presenza di nuovi mezzi fiduciari che si fanno largo nel panorama economico, abbassando artificialmente il tasso di interesse del denaro. In questo modo l'ambiente economico viene pervaso da un'euforia dettata da un credito più accessibile a basso costo, cosa che sprona l'investimento in beni capitali piuttosto che in beni di consumo. Ovvero, la produzione viene re-indirizzata verso lidi che in realtà non richiederebbero un'urgenza di soddisfazione.

Infatti i consumatori, non avendo cambiato i loro desideri, continuano a consumare quei prodotti che soddisfano i loro desideri, generando di conseguenza un'abbondanza artificiale di prodotti "inutili" e una carenza artificiale di prodotti "utili". Nel frattempo, però, i risparmi reali sono stati progressivamente consumati perché la produzione errata ha pur sempre richiesto risorse reali per essere completata e i consumatori hanno attinto dai loro "fondi d'emergenza" per entrare in possesso di quei beni che man mano hanno visto aumentare il loro prezzo. Non appena questa verità viene alla luce, i progetti d’investimento a lungo termine devono essere liquidati e le risorse re-indirizzate verso quei settori che producono beni richiesti con più urgenza dai consumatori. E proprio come la stampa di denaro da parte della banca centrale spinge verso il basso i tassi di interesse, l’espansione del credito scoperto ha lo stesso effetto. Finché  la maggioranza dei clienti lascia i propri depositi intatti e non li ritira velocemente, lo schema di Ponzi può continuare all’infinito... almeno in teoria.



UN CASO DI STUDIO: IL TESTO UNICO BANCARIO

L'eliminazione della riserva frazionaria rappresenterebbe un grande passo in avanti verso il ritorno ad una pratica bancaria onesta. Non sarebbe la soluzione definitiva, ma di certo rappresenterebbe un drastico rallentamento all'insorgere ormai cronico di cicli di boom e bust. Allo stato attuale, prendersi il rischio di concedere prestiti rischiosi è pesantemente attenuato dalla presenza della banca centrale. Come ci ricorda, invece, Nicolás Cachanosky, le cose stavano diversamente tempo addietro prima della comparsa del cartello bancario centrale:

[...] La crisi del 1890 nel sistema free banking australiano è significativa. Mentre le banche insolventi avevano problemi finanziari e perdevano riserve, quelle più efficienti aumentavano le proprie riserve invece che perderle, un risultato opposto a quello che ci si aspetterebbe seguendo la tesi dell’instabilità strutturale. Quote di mercato passavano dalle banche inefficienti a quelle efficienti. Il sistema bancario non era instabile. In realtà, fu l’interferenza governativa introdotta per “controllare” la crisi a peggiorare le cose. L’emanazione di 5 giorni festivi per le banche rese incerta la differenza fra quelle solventi ed insolventi; il mercato non aveva una netta distinzione fra quali banche meritassero fiducia e quali no. Inoltre, l’intervento governativo permise alle banche ormai fallite di riaprire senza dover pagare i propri debiti passati. Quelle che utilizzarono le proprie riserve ed i propri depositi in maniera efficiente si trovavano, dunque, in una situazione peggiore di quella di banche a cui fu permesso di ignorare i propri obblighi finanziari. Gli istituti bancari efficienti cominciarono a perdere le loro riserve in favore di quelli inefficienti, ormai liberi da debiti.

Un altro esempio storico è quello dell’Ayr Bank, durante il periodo del free banking scozzese. La Ayr Bank fece ciò che non era tenuta a fare: emise banconote convertibili in oro in eccesso. Com’era prevedibile, la banca fallì. Questo caso viene, talvolta, preso ad esempio di come il fallimento di una banca possa danneggiare altri istituti, dato che il fallimento dell’Ayr Bank colpì negativamente molte piccole banche. Tuttavia, ciò è solo parzialmente vero: le banche che fallirono erano quelle che avevano investito nell’Ayr Bank, esponendosi finanziariamente ad essa. Fallirono dunque le banche che si comportarono esattamente come la Ayr Bank stessa: gestendo male le proprie risorse, ovvero investendo in maniera imprudente.
Sebbene esempi simili ne esistano in abbondanza, siamo ancora impantanati nell'attuale situazione in cui la banca centrale riesce ancora a barcamenarsi nel marasma fiannziario mondiale e l'azzardo morale viene giustificato da parte della popolazione in generale distogliendo lo sguardo. Come è possibile emanciparsi da questa tragica situazione? La risposta è come sempre il libero mercato. O per meglio dire, puntare sulla presunzione di conoscenza dei pianificatori centrali convinti di avere sotto controllo tutto ciò che li circonda. Così come i sovietici che volevano mascherare i gulag come "prigioni civili" agli occhi dell'Occidente imponendo al loro interno regole feree a cui la burocrazia doveva rigorosamente conformarsi, oggi i banchieri centrali hanno generato i semi di quella che potrebbe essere la loro disfatta. Detto in modo diverso, nella loro presunzione di onnipotenza e nella loro incapacità di controllare tutte le informazioni presenti sul mercato, hanno esposto un punto debole. Infatti leggendo le nuove norme presenti nel Testo Unico Bancario, apprendiamo che esso è stato modificato affinché comprendesse nella sua normativa una nuova figura spuntata nel lontano agosto 2010: gli istituti di pagamento e gli istituti di moneta elettronica.

Queste figure imprenditoriali competono nel mercato dell'intermediazione dei pagamenti insieme a banche e Poste. Tutti sono regolamentati dal TUB. Mentre gli istituti di pagamento svolgono servizi di pagamento secondo l'articolo 1, comma 2, lettera f), n° 4 del TUB, gli istituti di moneta elettronica possono svolgere anche servizi di emissione di moneta elettronica. In sintesi, gli istituti di pagamento e gli IMEL si sono aggiunti alle banche nell'attività di emissione di moneta elettronica e di prestazione di servizi di pagamento. La nascita di questi nuovi servizi ha richiesto l'adattamento delle regole vigenti in base a questi nuovi soggetti, ovverosia, dovevano diventare anch'essi istituti vigilati. Per coerenza interna e sostenibilità giuridica complessiva del TUB, l'apparizione di questi soggetti ha creato qualche problema con le regole contabili e con la tutela dei diritti di proprietà dei nuovi soggetti vigilati. Non essendo banche, ma gestendo conti di deposito di clienti, al fine di esercitare la loro attività di tramite e di servizi di pagamento (con o senza moneta elettronica), non possono gestire i depositi da soli, ma devono nominare una banca depositaria. Qui nasce la necessità di qualificare il contratto di deposito tra un soggetto depositate vigilato dal TUB e un altro soggetto depositario (es. la banca) anch'esso vigilato dal TUB. Così recita l'articolo 114 quinquies del TUB riguardante gli istituti di moneta elettronica:

Articolo 114-quinquies.1 (1)
(Forme di tutela e patrimonio destinato)
1. Gli istituti di moneta elettronica registrano per ciascun cliente in
poste del passivo, nel rispetto delle modalità stabilite dalla Banca d’Italia,
le somme di denaro ricevute dalla clientela per l’emissione di moneta
elettronica.
2. Le somme di cui al comma 1 sono investite, nel rispetto delle
modalità stabilite dalla Banca d’Italia, in attività che costituiscono
patrimonio distinto a tutti gli effetti da quello dell’istituto di moneta
elettronica. Su tale patrimonio distinto non sono ammesse azioni dei
creditori dell’istituto di moneta elettronica o nell’interesse degli stessi, né
quelle dei creditori dell’eventuale soggetto presso il quale le somme di
denaro sono depositate. Le azioni dei creditori dei singoli clienti degli
istituti di moneta elettronica sono ammesse nel limite di quanto registrato
ai sensi del comma 1. Se le somme di denaro ricevute per l’emissione di
moneta elettronica sono depositate presso terzi non operano le
compensazioni legale e giudiziale e non può essere pattuita la
compensazione convenzionale rispetto ai crediti vantati dal depositario nei
confronti dell’istituto di moneta elettronica.
Passiamo quindi all'articolo 114 duodecies del TUB riguardante gli istituti di pagamento:

Articolo 114-duodecies (1)
(Conti di pagamento e forme di tutela)
1. Gli istituti di pagamento registrano per ciascun cliente in poste del
passivo, nel rispetto delle modalità stabilite dalla Banca d'Italia, le somme
di denaro della clientela in conti di pagamento utilizzati esclusivamente per
la prestazione dei servizi di pagamento..
2. Le somme di denaro sono investite, nel rispetto delle modalità
stabilite dalla Banca d’Italia, in attività che costituiscono patrimonio
distinto a tutti gli effetti da quello dell’istituto di pagamento. Su tale
patrimonio distinto non sono ammesse azioni dei creditori dell’istituto di
pagamento o nell’interesse degli stessi, né quelle dei creditori
dell’eventuale soggetto presso il quale le somme sono depositate. Le azioni
dei creditori dei singoli clienti degli istituti di pagamento sono ammesse
nel limite di quanto registrato ai sensi del comma 1. Se le somme di denaro
registrate nei conti di pagamento sono depositate presso terzi non operano
le compensazioni legale e giudiziale e non può essere pattuita la
compensazione convenzionale rispetto ai crediti vantati dal depositario nei
confronti dell’istituto di pagamento.
3. Ai fini dell’applicazione della disciplina della liquidazione coatta
amministrativa i titolari dei conti di pagamento sono equiparati ai clienti
aventi diritto alla restituzione di strumenti finanziari.
Cosa significa tutto ciò? Differentemente da un istituto bancario o postale, il cliente di un istituto di pagamento o di un istituto di moneta elettronica non vanta un credito, bensì è proprietario al 100% dei fondi depositati presso uno di questi istituti. Il deposito in questione è quasi come se fosse un qualcosa di "speciale", uno strumento finanziario non da trattare come un qualsiasi altro deposito piuttosto come "beni di terzi in deposito" al di fuori del bilancio bancario. Proprio così. Sebbene gli istituti di moneta elettronica, ad esempio, debbano appoggiarsi ad una banca per gestire i depositi, quest'ultima deve avere i fondi di tali depositi sempre disponibili in caso di bisogno. Deve tenerli avulsi dal suo bilancio. Anche perché, in caso di liquidazione, come recita il TUB: "Ai fini dell’applicazione della disciplina della liquidazione coatta amministrativa all’istituto di moneta elettronica, i detentori di moneta elettronica sono equiparati ai clienti aventi diritto alla restituzione di strumenti finanziari." Tutto il denaro presente al momento del fallimento deve essere restituito al legittimo proprietario, senza che esista una gerarchia di coloro che vengono liquidati per primi e per ultimi.

Qui stiamo parlando di depositi con riserva al 100% garantiti nientemeno che dalla BCE e dalla Banca d'Italia. Infatti queste ultime devono vigilare affinché la banca depositaria dei conti di un istituto di pagamento, ad esempio, li mantenga disponibili in ogni momento nel tempo senza la possibilità di usarli per altri fini. Per scardinare il sistema a riserva frazionaria che tanto distorce il panorama economico attraverso la sua natura truffaldina, basta semplicemente attenersi alle regole. Il libero mercato, generando nuove attività in accordo con le esigenze reali degli individui, ha creato una potenziale falla nel sistema economico e finanziario che non è stata riconosciuta dall'establishment. Perché no? Perché non poteva immaginare una cosa del genere, data la sua impossibilità a trattenere tutte le informzioni presenti nell'ambiente economico. Pensando a salvaguardare gli interessi privilegiati e cercando di fare le cose apparenemente secondo un certo criterio legale, l'establishment ha gettato quelli che possono essere i semi della sua disfatta. Almeno per quel che concerne la riserva frazionaria.

Scrive Fabiano Parzani, collega Austriaco che per primo mi ha fatto notare questo fatto: "Se un istituto di pagamento fosse costituito con uno statuto adeguato e un regolamento fatto a puntino e delle forme contrattuali nientemeno che legali, potrebbe esercitare quella parte di attività 'bancaria' che sarebbe limitata all'intermediazione di servizi finanziari di pagamento con un necessario deposito previo di somme da parte del cliente. L'importante è che nessuna forma di credito, nemmeno solo funzionale alle operazioni di pagamento, sia possibile. Se un istituto fa le cose per bene, potrebbe godere di una copertura giuridica e la vigilanza dovrebbe tenere indenne l'istituto di pagamento anche in caso di bank run, perchè le somme destinate a coprire il deposito obbligatorio dell'istituto di pagamento presso la banca depositaria dovrebbero esistere per legge."



CONCLUSIONE

Per anni il problema della riserva frazionaria ha disturbato i sonni degli studiosi Austriaci. Murray Rothbard, nel libro Il Mistero dell'Attività Bancaria, ha descritto per filo e per segno come la riserva frazionaria sia una piaga per il sistema monetario attuale e come ne distorca i segnali economici. Anche Milton Friedman arrivò alle stesse conclusioni nel libro Freedom and Capitalism. Fino a ieri, però, ci si poteva semplicemente limitare ad informare gli individui sull'esistenza di questa pratica truffaldina, attingendo da un bacino severamente limitato di azioni concrete con cui contrastarla. Oggi, invece, abbiamo la possibilità di sfruttare la presunzione di conoscenza dei pianificatori centrali per rivoltare contro di loro un sistema che per decenni è stato manipolato a loro favore. La loro presunta onniscienza li ha accecati, e nella selva burocratica che per anni hanno creato per conformare i loro pivilegi ad un mondo in perenne mutamento, è spuntata fuori una legge che è possibile sfruttare contro lo status quo finanziario.


Dopo lo “Shock di Syriza” la Grecia è ad un bivio: Lasciare l'UE o rinegoziare i termini della sua servitù

Gio, 12/02/2015 - 11:10
Il nuovo governo greco sta conducendo una partita a braccio di ferro con l'intera Eurozona. Da un lato deve mantenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale, dall'altra deve far in modo di non perdere finanziamenti a buon mercato da parte della Banca Centrale Europea. Soprattutto non vuole intaccare il suo rating di credito andando in default per i suoi obblighi nei confronti del FMI, dell'UE e della BCE. Ma alla fine dovrà scegliere: stare nell'UE o andarsene. Non esiste una via di mezzo. Sono due macchine che alla fine si scontreranno. Stanno accelerando. Questo significa che o la Grecia andrà in default o l'Eurozona si frantumerà economicamente mandando nell'oblio l'esperimento europeo. Per il momento la Grecia sta minacciando le banche del nord Europa di non adempiere ai pagamenti dovuti loro. Se non riceveranno indietro quello che hanno prestato alla Grecia, faranno la figura delle sciocche. Non vogliono farla, quindi chiederanno al resto dell'Eurozona di tirare fuori il denaro per ripianare questa mancanza. Peccato che l'UE sia letteralmente in bancarotta, quindi dovrà farsi avanti la BCE stessa (cosa che sta già facendo visto che fino al settembre dell'anno prossimo stamperà €60 miliardi al mese). Gli altri paesi della periferia dell'UE rimangono a guardare e osservano attentamente come se la caverà la Grecia. In base all'esito, potrebbero seguirne l'esempio. Nel frattempo si rincorrono voci su un possibile controllo di capitali in Grecia a seguito dell'ondata di corse agli sportelli bancari e della sua possibile uscita dall'euro. I banchieri del nord Europa si stanno accorgendo che i banchieri della periferia stanno perdendo il controllo (sin dall'elezione del nuovo governo greco le banche greche hanno perso il 40% del loro valore azionario). Non vogliono correre lo stesso rischio.
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di David Stockman


Non possiamo far altro che lodare Alexis Tsipras per aver criticato le politiche distruttive imposte al suo paese da quegli ipocriti e bugiardi che governano da Bruxelles. E il suo ministro delle finanze, l'economista Yanis Varoufakis, ha avuto ragione quando ha preso di mira i banchieri in cerca di rendita, le grandi imprese e gli operatori dei media che per decenni hanno saccheggiato lo stato greco.

In effetti il suo impegno a "distruggere il sistema oligarchico greco" dovrebbe risuonare in tutta l'Europa. Dopo tutto, ciò che ha soffocato la crescita, le imprese e la speranza in Europa è esattamente la corruzione del capitalismo clientelare e l'ingigantimento dello stato — ancor prima che la Trioka sferrasse il colpo di grazia.

Quindi lo Shock di Syriza rappresenta un punto di svolta: la fine incalzante del dominio dei burocrati elitari che popolano le banche centrali e le macchine politiche di Bruxelles, Washington e Londra. Le loro soluzioni keynesiane e stataliste sono servite a sostenere le grandi banche, hanno alimentato l'inflazione degli asset finanziari e hanno aperto le porte ad un'era oscena di giochi d'azzardo in cui chi era ricco è diventato ancor più ricco.

Ma quello che la finanziarizzazione amministrata centralmente non è riuscita a fare, è stato proteggere la classe media da un assalto implacabile al suo tenore di vita. Anche i sostenitori più attivi dello stato stanno capendo che le loro richieste d'aiuto sono state totalmente ignorate nelle sale statali. Quindi era solo una questione di tempo prima che si sarebbe materializzata una rivolta dei "fan della democrazia"; e, manco a dirlo, quale posto migliore in cui farla nascere se non quello in cui è nata la democrazia stessa?

Ma qui è dove la buona notizia si trasforma in cattiva. I problemi della Grecia non si fermano semplicemente ai dettagli oppressivi e soffocanti contenuti nel "memorandum" imposto dai signori della Troika.

Il vero male è incarnato nella struttura e nel modus operandi di tutta l'UE e del suo sistema monetario basato sull'euro. La Grecia resterà per sempre sotto il tacco del nord Europa, se cercherà semplicemente di "ristrutturare" i suoi debiti e supplicherà di instaurare rapporti amichevoli e durevoli con Bruxelles e Francoforte — sebbene tenderà a giocare una mano di poker decisa, coraggiosa e astuta durante i prossimi "negoziati" con i burocrati dell'Unione Europea e del FMI.

Il fatto è che Bruxelles è l'epicentro di un superstato totalmente fallito e la BCE è un esperimento monetario radicalmente sballato che non ha alcun posto dove andare se non verso un'implosione violenta. L'ironia della situazione è che queste istituzioni totalmente illegittime hanno frainteso le idee — possibilità di scambi aperti, prospettive imprenditoriali produttive e le comodità e l'efficienza del denaro comune — da cui dipende la sopravvivenza della Grecia.

Detto in modo diverso, l'UE e la BCE rappresentano la centralizzazione e la governance di un'élite politica ed economica che è agli antipodi rispetto al suo linguaggio neoliberale. Invece incarnano la presunzione che "espandersi a macchia d'olio" e mandare al potere "i migliori e più brillanti" per manipolare la macchina dello stato — compresa la banca centrale — possa permettere alla centralizzazione su vasta scala di superare le disfunzioni, le barriere economiche e le follie dei singoli stati-nazione e delle varie monete nazionali.

La vittoria del tutto improbabile di Syriza è la prova che questi presupposti sono sbagliati. La centralizzazione burocratica non è affatto portavoce delle virtù economiche e della prosperità del libero mercato; essa, invece, scatena un'orgia insensata di regole, dettami e tasse — poiché è questo quello che fanno burocrati e politici — le quali ostacolano il commercio e l'attività imprenditoriale in tutto il superstato (ovvero, l'UE). Inoltre i burocrati centrali sfruttano il loro monopolio sulle risorse fiscali e sulle autorità giudiziarie per calpestare la gente comune — soprattutto nei momenti di difficoltà in cui l'apparato centrale è in disperata necessità di finanziamenti.

Allo stesso modo, "l'euro" non assomiglia nemmeno lontanamente al denaro comune — cioè, valute nazionali coperte dall'oro a tassi di cambio fisso — che prima del 1914 migliorò significativamente l'efficienza, il commercio e l'integrazione economica nelle varie nazioni europee.

Invece "l'euro" è solo un pretesto per un marcio iper-attivismo della banca centrale, la quale viene controllata da pianificatori centrali monetari non eletti che perseguono teorie e dottrine folli atte a distruggere tutto quello che può realizzare il denaro comune: un price discovery onesto, un'allocazione efficiente del capitale e una disciplina finanziaria auto-correttiva che tiene a bada i giocatori d'azzardo e gli scommettitori che inesorabilmente gravitano attorno ai mercati finanziari, e che, in ultima analisi, li ritiene responsabili delle loro azioni.

Alla fine il percorso verso la prosperità consiste in mercati dei beni, del lavoro e dei capitali più liberi, e stati più piccoli (non superstati). La via da seguire passa per il rifiuto del protezionismo commerciale, dei sussidi fiscali mercantilistici e dei privilegi fiscali.

Allo stesso modo, il percorso verso una moneta comune e onesta passa attraverso l'eliminazione dell'intervento delle banche centrali nei mercati monetari e dei capitali; la sostituzione del tasso di interesse manipolato con prezzi di libero mercato; la cancellazione dell'idea nociva che l'attivismo della banca centrale genera un effetto ricchezza sui prezzi degli asset e che rappresenta un elisir magico per la crescita economica e tenori di vita più elevati; e, soprattutto, la rinuncia alla monetizzazione del debito pubblico.

Quindi conservare la sovranità politica locale e la dignità della democrazia su scala ridotta, è compatibile con un ambiente di libero mercato favorevole a imprenditori, lavoro e consumatori; tra l'altro, è anche compatibile con un sistema finanziario onesto liberato dai saccheggi del capitalismo clientelare.

Lo Shock di Syriza rappresenta una richiesta affinché ci si possa riappropriare di questo tipo di "sovranità" e "dignità", come ha anche detto Tsipras. Ma la sfida monumentale di fronte al nuovo governo greco è che queste virtù democratiche non possono essere recuperate mediante "i soliti negoziati" con burocrati arroganti e corrotti dell'UE e della BCE. Né possono essere sostenute se la Grecia resterà incatenata — anche con un memorandum nuovo e più equilibrato — a queste istituzioni in bancarotta.

Fortunatamente per la Grecia, l'Unione Europea è già sul pendio scivoloso verso la sua scomparsa. La strategia d'uscita è quella di evitare costi futuri debilitanti, non conservare benefici insostenibili.

La sciocca decisione di Draghi di lanciare il QE, ad esempio, ha già messo l'euro in una spirale di morte. Ciò significa che i giocatori d'azzardo, come gli hedge fund, che hanno ammassato debito sovrano di Francia, Italia e altri Paesi periferici in attesa che Draghi mantenesse fede alla sua promessa "di fare qualunque cosa fosse necessara", sono pronti a premere il pulsante "vendere".

In realtà i rendimenti del decennale francese, spagnolo e italiano (rispettivamente) allo 0.54%, all'1.35% e all'1.48%, sono palesemente assurdi. Questi sono gli obblighi di stati in bancarotta, in invecchiamento, dirigisti e saturi di welfare state che rappresenterebbero un grosso rischio di credito per gli investitori reali. Ma non ce ne sono — il cosiddetto mercato obbligazionario dell'UE-19 è solo una gigantesca speculazione front-running che si concluderà in una tempesta di sfiducia nei confronti della BCE e in un'implacabile svendita dei bond statali enormemente sopravvalutati (i quali sono stati temporaneamente sequestrati nei parcheggi finanziari degli hedge fund e nelle banche nazionali incompetenti e soprattutto già insolventi).

Quindi l'obiettivo centrale del nuovo governo greco dovrebbe essere uscire dall'incombente disastro targato UE/BCE, non un rinegoziamento dei termini della sua servitù. Se il nuovo governo greco intende veramente liberare il suo popolo, dovrebbe ripudiare del tutto il suo debito col FMI — poiché è l'arroganza spregevole dei burocrati del FMI che ha portato l'economia della Grecia al suo stato deplorevole.

Allo stesso modo, se per la Germania del 1953 un taglio del 50% del suo debito era abbastanza buono, lo sarebbe anche per la Grecia di oggi. Quello che il nuovo governo deve "negoziare" è il periodo di tempo per rimborsare il saldo. Dopo tutto, anche a Versailles i vincitori furono disposti a dare alla Germania 50 anni per adempiere alle sue riparazioni — e i tedeschi erano i co-autori dell'immensa carneficina bellica che gravò sull'Europa, non le vittime.

Ma la questione operativa è il "saldo" dei debiti greci. Il nuovo governo non deve preoccuparsi minimamente che il suo "credito" potrebbe rimanere danneggiato nei confronti del FMI e dell'UE. Questi sono agenti distruttivi del dominio statalista delle élite globali; la Grecia non dovrà mai più tornare da loro, nemmeno per un centesimo.

Ciò che la Grecia deve fare, invece, è ristabilire il proprio credito e ricostituire la propria moneta e banca centrale. Ma c'è un'enorme fregatura: una soluzione del genere non è proprio in sintonia con la mentalità della coalizione di sinistra a cui il popolo greco si è rivolto per pura disperazione.

Un mini-BCE sul Mar Egeo non farebbe altro che aggravare la miseria della nazione ed esporre la pazienza popolo greco ad un giro ancora più traumatico di ipeinflazione e strangolamento finanziario.

Quello a cui Syriza dovrebbe puntare, invece, è una banca centrale onesta che non coccoli le banche commerciali e i giocatori d'azzardo finanziari; che non pretenda di manipolare il prezzo del denaro e del debito, e non micro-gestisca l'economia nazionale; e che sia vincolata al mandato che era in vigore per la banca dei banchieri ai tempi pre-keynesiani: fornire liquidità (ad uno spread sfavorevole se tale operazione avviene al di sopra del tasso di mercato) a fronte di una garanzia commerciale che rappresenta una produzione già esistente nell'economia, e non una pretesa senza fine nei confronti dei contribuenti futuri.

Allo stesso modo, se Syriza vuole liberarsi dell'oligarchia greca e della peste del capitalismo clientelare, deve ridurre la vastità dello stato greco, che nonostante la presunta "austerità" ricopre ancora il 60% del PIL. Ciò significa ridurre drasticamente la sue inutili spese militari; rivedere le pensioni pubbliche e altre prestazioni sociali; ed eliminare la vasta gamma di sovvenzioni nazionali ed accordi economici mercantilisti.




Inoltre la Grecia dovrebbe finanziare il suo stato rinnovato basandosi su una distribuzione dei pesi fiscali che la sua politica possa sostenere; e, se dovesse incorrere in deficit di bilancio, dovrebbe fare affidamento su prestiti onesti nei mercati dei capitali, non su una monetizzazione da parte della banca centrale.

Per un governo ricco di dottrina di sinistra quello appena descritto è un compito arduo, tanto per usare un eufemismo.

Ma se il nuovo governo persegue la via dei negoziati con Bruxelles e un "rinegoziamento" del suo debito e dei suoi obblighi all'interno dell'Unione Europea, tradirà inesorabilmente il suo mandato di ripristinare la sovranità greca. Alla fine della giornata, un rinegoziamento significherà solo un riassestamento dei termini della servitù greca nei confronti di un superstato che si sta già smembrando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Una discussione sulla natura distruttiva dell'interventismo statale

Mer, 11/02/2015 - 11:15
Gli scribacchini presso la stampa mainstream non ci fanno mai mancare spunti di ilarità tracotante. Soprattutto quando si guarda questo pezzo di Bloomberg in cui anche i giornalisti si arrovellano il cervello per trovare una scappatoia a quella che pare essere diventata la malattia del secolo: inflazione sotto la "media". Con "media" si intende, ovviamente, una cifra scelta arbitrariamente dai banchieri centrali. Allora facciamoci un giro sul sito della St. Louis FED e osserviamo questo grafico. Rappresenta il potere d'acquito dei consumatori per i beni e servizi esistenti. E' letteralmente colato a picco. "Strano", l'ultima volta che ho controllato questo è esattamente l'effetto che l'inflazione ha sulla moneta. Ai giornalisti di Bloomberg, a quanto pare, pare superfluo porsi certe domande... non che la pigrizia intellettuale non abbia colto anche le menti presso la Reuters e il WSJ. Il mantra dell'inflazione al 2% è stato ripetuto talmente tante volte dai faccendieri della FED, che ormai è stato assorbito per osmosi dalla maggior parte dei commentatori e giornalisti. Non fanno caso alle orde di persone che popolano i negozi della Apple ogni volta che sfornano un qualche nuovo marchingegno infernale. Non fanno caso alle orde di persone che prendono d'assalto ogni maledetto giorno le filiali di Walmart. E nonostante ciò continuano a parlare di deflazione "mortale". Aspettare che i prezzi calino ancora in una spirale "mortale"? Sciocchezze buone solo per la propaganda senza senso di pennivendoli e pianificatori centrali che pensano al loro tornaconto. Ma oltre alla retorica e alla propaganda, questi pazzi scatenati hanno altre armi a loro disposizione per manipolare il mercato, e ne discuteremo in questo saggio che comprende tre articoli (1, 2, 3) di Shostak e Garrett fusi insieme.
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di Frank Shostak


Gli ordini di beni capitali non militari sono aumentati dello 0.6% ad agosto, dopo un calo dello 0.2% a luglio, attestandosi a $73.2 miliardi. Si osservi che dopo aver chiuso a $48 miliardi a maggio 2009, gli ordini di beni capitali hanno seguito un trend rialzista.

La maggior parte dei commentatori considera questo rafforzamento come una prova che le aziende stanno investendo sia nella sostituzione dei beni capitali esistenti sia in nuovi beni capitali per espandere la loro crescita.



Rispondere al Mercato o alla Banca Centrale?




Non c'è dubbio che un aumento della qualità e della quantità di strumenti e macchinari, ovvero beni capitali, sia la chiave per l'espansione di beni e servizi. Ma è sempre un bene per la crescita economica? E' sempre un bene per il processo di generazione di ricchezza?

Si consideri il caso in cui la banca centrale è impegnata in una politica monetaria allentata, cioè un pompaggio monetario e un abbassamento artificiale della struttura dei tassi di interesse. Tale politica imposta la base per varie attività non produttive, o bolle.

Per sopravvivere queste attività richiedono finanziamenti reali, i quali vengono deviati per mezzo di una politica monetaria allentata. (Una volta messa in campo tale politica, si permette l'emersione di varie attività in bolla.)

Si noti che i vari individui impiegati in queste attività sono i primi destinatari del denaro; ora possono deviare a loro vantaggio i vari beni e servizi dal bacino della ricchezza reale.

Questi individui stanno praticamente impegnandosi a scambiare nulla per qualcosa. (Gli individui nei settori in bolla non producono ricchezza reale, invece tramite il denaro pompato ne sottraggono una porzione al bacino della ricchezza reale. Ancora una volta bisogna notare che questi individui non stanno affatto contribuendo all'espansione di questo bacino.)

Anche le attività in bolla richiedono strumenti e macchinari, ovvero beni capitali. Quindi i vari beni capitali generati per tali attività rappresentano solamente uno spreco di ricchezza reale, dal momento che gli strumenti e le macchine che vengono generati verranno impiegati nella produzione di beni e servizi che, senza il pompaggio monetario della banca centrale, non sarebbero mai stati richiesti. (Sono state crete infrastrutture inutili.)

Queste attività non espandono il bacino della ricchezza reale, lo prosciugano. (Ciò equivale ad un impoverimento economico.) Più è aggressiva la posizione monetaria allentata della banca centrale, più il sopra citato bacino verrà drenato e meno ricchezza reale verrà lasciata a disposizione dei creatori di ricchezza reale. Se tale politica persisterà per troppo tempo, questo potrebbe rallentare o addirittura ridurre il bacino della ricchezza reale e mettere in moto una grave crisi economica.



Un Rafforzamento negli Acquisti di Beni Capitali Punta ad una Bolla

Suggeriamo che il forte rimbalzo negli ordini di beni capitali sin dal maggio 2009, è stato causato da una politica monetaria allentata della FED. Da notare le fluttuazioni selvagge nella nostra misura monetaria AMS, dopo un lasso di tempo seguito da forti oscillazioni negli ordini di beni capitali.

Un aumento della dinamica di crescita della moneta è stato seguito dalla crescita negli ordini di beni capitali per sostenere l'incremento delle varie attività in bolla. Al contrario, un calo della dinamica di crescita dell'offerta di moneta segnerà anche un calo negli ordini di beni capitali.




Suggeriamo che un rallentamento della dinamica di crescita dell'offerta di moneta sin dall'ottobre 2011, sia attualmente in procinto di far valere la sua posizione dominante. Ciò significa che le varie attività in bolla rischiano di finire sotto pressione. La crescita monetaria più lenta rallenterà la deviazione di ricchezza reale dalle attività creatrici di ricchezza.

Di conseguenza gli ordini di beni capitali finiranno sotto pressione nei prossimi mesi. (L'accumulo di un'infrastruttura inutile rallenterà – sarà costruito un minor numero di "piramidi".)


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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E' generalmente ritenuto che un economista, affinché possa valutare lo stato dell'economia, necessiti di indicatori macroeconomici che gli diranno che cosa sta succedendo. La domanda che ci poniamo è questa: perché è necessario conoscere lo stato dell'economia globale? A che scopo possono servire tali informazioni?

Un attento esame di questi problemi dimostra che in un contesto di libero mercato non ha molto senso misurare e pubblicare vari indicatori macroeconomici. Questo tipo di informazioni è di scarsa utilità per gli imprenditori. L'unico indicatore a cui qualsiasi imprenditore presta attenzione è il profitto. Più è alto il profitto, più benefici una determinata attività concederà ai consumatori.

Prestare attenzione ai desideri dei consumatori significa che gli imprenditori devono organizzare quella struttura di produzione che più si adatta a tale scopo. Seguire vari indicatori macroeconomici sarà di poco aiuto in questo sforzo.

Un imprenditore cosa dovrebbe farsene di informazioni circa il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL)? Come può aiutarlo a realizzare un profitto l'informazione che il PIL è cresciuto del 4%? O quale possibile utilizzo può farsene di dati che dimostrano che la bilancia dei pagamenti nazionale è in deficit? O quale uso può farsene di informazioni sul livello dell'occupazione o il livello generale dei prezzi?

Quello di cui un imprenditore necessita non sono macro-informazioni, ma piuttosto informazioni specifiche sui desideri dei consumatori riguardo un prodotto o una gamma di prodotti. I macro-indicatori statali non saranno di grande aiuto per gli imprenditori. Questi ultimi dovranno stabilire la propria rete di informazioni relativa ad un particolare progetto. Solo un imprenditore sa che tipo di informazioni sono necessarie per riuscire nell'impresa. A questo proposito, nessuno può sostituire l'imprenditore.

Se la valutazione di un uomo d'affari sulla domanda dei consumatori è corretta, allora farà profitti. La valutazione errata si tradurrà in una perdita. Il quadro economico penalizza, per così dire, le imprese che hanno giudicato male le priorità dei consumatori e premia coloro che hanno azzeccato una certa valutazione. Il quadro economico fa in modo che le risorse siano sottratte da quegli imprenditori che non prestano attenzione alle priorità dei consumatori e finiscano nelle mani coloro che lo fanno.

In un contesto di libero mercato privo di interferenze dello stato, "l'economia" non esiste in quanto tale. Un ambiente di libero mercato è popolato da individui, i quali sono impegnati nella produzione di beni e servizi necessari per sostenere la loro vita e il loro benessere, vale a dire, la produzione di ricchezza reale. Inoltre, in un'economia di libero mercato ogni produttore è anche un consumatore. Per comodità possiamo etichettare l'interazione tra produttori e consumatori come l'economia. Tuttavia deve essere compreso che in nessun caso la cosiddetta "economia" ha una vita propria o è indipendente dagli individui.

Mentre in un contesto di libero mercato "l'economia" è solo una metafora e non esiste in quanto tale, tutto ad un tratto lo stato dà vita ad una creatura chiamata "economia" attraverso il suo costante riferimento statistico ad essa, utilizzando, ad esempio, un linguaggio come "l'economia è cresciuta in tale percentuale", o "l'ampliamento del deficit commerciale minaccia l'economia". "L'economia" viene presentata come un essere vivente avulso dagli individui.

Secondo il modo tradizionale di pensare, bisogna distinguere tra le attività degli individui e l'economia nel suo complesso, vale a dire, tra micro e macro-economia. E' anche ritenuto che ciò che è bene per gli individui, potrebbe non essere un bene per l'economia e viceversa. Secondo questo modo di pensare viene assegnata "all'economia" un'importanza fondamentale, mentre gli individui vengono a malapena menzionati.

In effetti si ha l'impressione che sia "l'economia" che produca beni e servizi. Una volta che la produzione è stata sfornata "dall'economia", ciò che rimane da fare è la sua distribuzione tra gli individui in modo più equo. Inoltre si prevede che "l'economia" segua il percorso di crescita delineato dai pianificatori centrali. Così ogni volta che il tasso di crescita scivola al di sotto del percorso delineato, lo stato dovrebbe dare una spinta adeguata "all'economia".

Al fine di convalidare il successo o il fallimento dell'interferenza statale, sono stati concepiti vari indicatori statistici. Un indicatore forte viene interpretato come un successo, mentre accade il contrario per un indicatore debole. Periodicamente, però, i funzionari governativi avvertono che "l'economia" si surriscalda, cioè, "cresce" troppo in fretta.

Altre volte i funzionari avvertono che "l'economia" si è indebolita. Così ogni volta che "l'economia" cresce troppo velocemente, i funzionari statali dichiarano che è compito del governo e della banca centrale evitare l'inflazione. In alternativa, quando "l'economia" sembra essere debole, gli stessi funzionari dichiarano che è dovere del governo e della banca centrale quello di mantenere un elevato livello d'occupazione.

In questo modo gli statistici governativi creano un'entità inesistente chiamata "economia" che deve essere accudita da funzionari statali e banchieri centrali. (In realtà i beni e i servizi non sono prodotti in totalità e sotto la supervisione di un essere supremo. Ogni individuo si preoccupa della sua produzione di beni e servizi).

Possiamo quindi concludere che i cosiddetti indicatori macroeconomici sono artifizi che vengono utilizzati dagli stati per giustificare il loro intervento. Questi indicatori possono dirci molto poco sulla formazione di ricchezza e quindi sul benessere degli individui.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di Garet Garrett


Il welfare state perfetto deve infine razionare il reddito nazionale, e, quando lo fa, il denaro diviene come una tessera annonaria in tempo di guerra. In un primo momento lo stato deve prendere in prestito parecchio denaro. Per trasferire ricchezza dai pochi ai molti — la ricchezza nella sua forma moderna, in gran parte imponderabile e non portabile — deve essere in grado di prendere in prestito e spendere: le persone che hanno risparmi da prestare devono credere nello stato e avervi fiducia, altrimenti tali azioni sono impossibili. Se non è possibile prendere in prestito per spendere, la rivoluzione andrà in bancarotta sin dall'inizio. È per questo che nel secondo e terzo mese, con il Tesoro vuoto, il New Deal fu costretto a vendere titoli di stato sotto la falsa promessa di ripagare gli interessi e rimborsarli in dollari d'oro — una promessa che si stava preparando a ripudiare.

Beh, il resto è semplice da spiegare perché il metodo era semplice.

Per un po', e fino a che è stato possibile sfruttare la credulità degli individui, il New Deal ha continuato a dire che il bilancio federale sarebbe stato pareggiato. Nel mese di luglio del primo anno [il presidente Roosevelt] disse: "Un governo può sembrare incoerente se taglia le spese regolari e al tempo stesso prende in prestito e spende miliardi per una situazione d'emergenza. Ma non è incoerente, perché una grande parte del denaro d'emergenza è stata acquisita sotto forma di prestiti che saranno rimborsati dal Tesoro; e per coprire il resto, abbiamo imposto nuove tasse per ripagare gli interessi sul debito."

Se fosse stato vero, avrebbe significato un governo solvente con un bilancio in pareggio; ma non era vero.

All'inizio del secondo anno, mentre si recava al Congresso con un bilancio che cancellava tutte le idee consolidate in materia di finanza pubblica, il presidente rinviò blandamente il pareggio di bilancio per due anni, e in seguito disse: "Il bilancio è talmente chiaro che siamo in grado di guardare avanti nel tempo, tra due anni, quando ci auguriamo che il governo avrà sicuramente una base finanziaria equilibrata e potremmo dare il via alla riduzione del debito pubblico." E qui veniva tracciata una linea, oltre la quale c'era una realtà parallela.

Utilizzando il dispositivo europeo della doppia contabilità, possiamo affermare che gli USA avevano due bilanci. Quello che rappresentava le spese ordinarie del governo era in pareggio. L'altro, che rappresentava le spese straordinarie per la ripresa e così via — sarebbe stato considerato in modo separato. Sarebbe stato equilibrato una volta che sarebbe stata agguantata la fantomatica ripresa, in modo che tale sforzo sarebbe stato sostenuto dal reddito nazionale. Questa doppia contabilità andò avanti per parecchi anni.

Poi c'era l'idea dell'investimento di stato. Lo stato sprofondava nella spesa in deficit, con enormi enormi conseguenze per quanto riguardava il debito pubblico. Per quanto possa sembrare paradossale, il debito era bilanciato da attivi. Lo stato stava investendo i propri fondi presi in prestito non solo nelle cose che si potevano vedere ovunque — cose belle e socialmente utili che non c'erano prima; stava anche investendo nel campo della salute, del benessere e della felicità futura di tutta la popolazione. Se ci fosse stato un investimento migliore di quello, o uno per pagare dividendi più grandi, quale poteva essere? In un lampo tale strategia si usurò, e anche se non venne mai abbandonata fu sostituita.

Non dobbiamo dimenticare la dottrina inventata e promulgata dagli economisti del New Deal — la dottrina del debito pubblico illimitato. Che differenza faceva quanto grande fosse il debito? Non era affatto come un debito verso creditori stranieri. Era qualcosa che dovevamo solo a noi stessi. Pagare o non pagare significava solo spostare o non spostare i soldi da una tasca all'altra. E comunque, se davvero avessimo voluto pagare, il problema si sarebbe risolto con un aumento del reddito nazionale.

Molte persone infuriate sprecarono il loro tempo opponendosi a questa dottrina definendola una fallacia economica. Errore o no, era tutta una questione di punti di vista. Per coloro che consideravano il New Deal come il feticcio della solvibilità, era un errore. Per coloro che sostenevano la tecnica scientifica rivoluzionaria era perfettamente sano, addirittura ortodosso. Secondo quest'ultimo punto di vista il debito pubblico non era un problema di finanza pubblica. Bisognava considerarlo solo in relazione al fine. Un debito perpetuo e illimitato rappresenta la spesa in deficit come un principio sociale, una ridistribuzione progressiva della ricchezza per volontà del governo fino a quando non vi è più niente da condividere; dopo di che arriva un razionamento del reddito nazionale. Alla fine si arriva alla svalutazione del denaro e quindi all'inflazione, come se la classe media venisse economicamente uccisa nel sonno. Nell'arsenale della rivoluzione, l'arma perfetta è l'inflazione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Come il 1936 ha consolidato il trionfo dei progressisti

Mar, 10/02/2015 - 11:10




di Gary North


In genere gli americani, conservatori e libertari, sono d'accordo sull'anno peggiore del XX secolo: 1913.

Nel 1913 ebbero luogo tre eventi importanti. In primo luogo, venne approvato un emendamento costituzionale che istituiva una tassa sul reddito. Era una bugia, non venne approvato. Ma il Procuratore Generale degli Stati Uniti lo disse lo stesso e così, tra la popolazione, si pensò che fosse stato davvero approvato.

In secondo luogo, venne modificata la Costituzione in modo che i membri del Senato potessero essere votati attraverso elezioni pubbliche. Questo fu per lo più un cambiamento simbolico. Oltre la metà degli stati aveva già adottato questa disposizione. Ma c'era la sensazione di una modifica sostanziale alla Costituzione degli Stati Uniti: la vecchia idea che il Senato fosse eletto dalle legislature statali, era ufficialmente defunta.

In terzo luogo, venne creato il Federal Reserve System alla fine di dicembre.

L'elezione del 1912 vide lo scontro di tre progressisti: Taft, Roosevelt e Wilson. L'elezione del 1904, in cui Alton B. Parker perse contro Teddy Roosevelt, rappresentò l'ultima volta in cui qualcuno in possesso di principi costituzionali ottenne la nomination da uno dei due principali partiti politici. Teddy Roosevelt lo distrusse alle urne. Dopo le elezioni, il radicale populista William Jennings Bryan annunciò che quella rappresentava la fine del "Clevelandismo". Aveva ragione.



1936

Io sostengo che il 1936 fu il secondo anno più disastroso del XX secolo. In quell'anno Franklin Roosevelt fu rieletto come presidente. Il New Deal sembrava aver avuto successo nel ridurre la disoccupazione e nel far riprendere l'economia. Invece fu l'espansione monetaria da parte della Federal Reserve, insieme alla creazione del FDIC nel 1934, che stimolò l'economia con un boom temporaneo.

Nel 1937 quel boom si trasformò in una grave recessione. Da quel momento il New Deal si mostrò per quello che era: incapace di sconfiggere la Grande Depressione. Quest'ultima venne attenuata nel 1940, con l'inizio degli acquisti militari da parte del governo britannico. Scomparve durante la seconda guerra mondiale a causa di controlli dei prezzi e inflazione monetaria di massa. Il governo tolse dalla forza lavoro 12 milioni di uomini, e poi ampliò l'economia con acquisti militari. Il controllo dei prezzi portò al razionamento. Il tasso di disoccupazione scese, con 405,000 morti americani che furono rimossi dalla categoria "alla ricerca attiva di occupazione". La Grande Depressione -- le risorse inattive -- scomparve perché i salari reali diminuirono drasticamente, il che è esattamente quello che sarebbe successo se il presidente Hoover e il presidente Roosevelt non avessero imposto controlli dei prezzi, cosa che invece ha impedito al mercato di pulire gli errori economici del passato.

L'altro grande evento del 1936 fu la pubblicazione del libro di John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money. Dopo sei anni di depressione, gli economisti standard, ad eccezione degli economisti della Scuola Austriaca, non riuscivano spiegare la Grande Depressione. Sarebbe dovuta scomparire nel 1933. Non accadde. Gli economisti accademici non avevano alcuna spiegazione, e gli economisti più giovani ne volevano una. Il libro di Keynes sembrò offrire una soluzione analitica e una soluzione pratica: spesa pubblica in deficit. Questo fu ciò che fecero gli stati sin dal 1930, ma il libro di Keynes battezzò la pratica e ne invocò una dose maggiore.

Quegli economisti che successivamente avrebbero criticato le tesi di Keynes, a quanto pare erano ciechi e sordomuti nel 1936 e nel 1937. Hayek non rispose in pubblico al libro, cosa che relegò la sua carriera dal 1936 al 1974 ad una sorta di critico dimenticato ai margini dell'analisi economica. Il mondo accademico lo abbandonò perché lui l'aveva abbandonato. Era il critico numero uno di Keynes nel 1936 e si rifiutò di rispondergli in merito al libro. Sembrava che fosse stato sconfitto intellettualmente. Sembrava che l'analisi economica di Keynes fosse immune alle critiche del membro più famoso della Scuola Austriaca.

Nel 1937 la McMillan, che aveva pubblicato il libro di Keynes e che aveva già pubblicato il libro del 1934 di Lionel Robbins, The Great Depression, pubblicò un libro di tre autori che trattava analiticamente le cause della Grande Depressione: Banking and the Business Cycle. Accusava le banche centrali. Ma questo libro non ebbe mai alcuna trazione, e rimane ancora oggi dimenticato. Per fortuna il Mises Institute lo mette a disposizione a titolo gratuito o in un formato facilmente stampabile, ma quasi nessuno se lo ricorda. Quasi nessuno nel 1937 sapeva che esistesse.

Keynes creò una rivoluzione intellettuale all'interno del mondo accademico e all'interno della comunità politica. Keynes sosteneva ciò che i politici volevano comunque fare. Viviamo all'ombra di Keynes perché gli economisti accademici vissero all'ombra della Grande Depressione nel 1936. Furono sconfitti intellettualmente, o nel caso di Hayek, rimasero muti. Questo fu sufficiente a trasferire a Keynes e ai suoi discepoli la leadership intellettuale in campo economico per il resto del XX secolo, e ancora oggi la loro tradizione è dominante. Non come lo era nel 1956, o nel 1965, ma è ancora dominante.



FARLA FRANCA

Ho invitato un qualunque giovane e brillante economista della Scuola Austriaca a dedicare i prossimi 20 anni ad una confutazione completa della General Theory di Keynes. Nessuno ha accettato la mia proposta. E' indicativo, ancora una volta, che Keynes se la cava a buon mercato.

Inoltre anche il New Deal se la cava a buon mercato. Siamo ancora in attesa di una confutazione completa dell'idea che Franklin Roosevelt abbia salvato la democrazia americana, che abbia salvato il sistema capitalista dall'autodistruzione e che fu attirato nella seconda guerra mondiale, non perché mise pressione al governo giapponese affinché attaccasse Pearl Harbor, ma perché l'Impero giapponese era miope e crudele. Se l'è cavata a buon mercato sin dal 1945, almeno nei libri di testo. La serie di Ken Burns sui Roosevelt è semplicemente l'ultimo esempio.

Esistono libri contro vari aspetti dell'amministrazione Roosevelt, ma non esiste un solo libro, scritto da uno storico esperto che comprenda anche l'economia della Scuola Austriaca, che critichi il New Deal come spinta verso una guerra contro il governo costituzionale, l'economia di mercato e la libertà personale. Franklin Roosevelt non viene visto come l'uomo che ha completato la distruzione della repubblica americana, un processo che era stato visibilmente inaugurato da Abraham Lincoln, garantito da Woodrow Wilson e terminato da Franklin Roosevelt. Nessuno che sostiene tale tesi potrebbe aspirare ad insegnare in una qualsiasi delle grandi università americane, e il libro non verrebbe pubblicato da una qualsiasi delle grandi case editrici americane. Quindi, nessuno storico tenta di scriverlo.

Thomas DiLorenzo potrebbe scrivere la parte economica del libro, ma non ha alcuna competenza nella letteratura revisionista della seconda guerra mondiale. Il libro dovrebbe essere un lavoro di due studiosi. Ma, ricordate, DiLorenzo non è uno storico certificato dal punto di vista professionale. Per scrivere il libro, lo storico che scriverebbe la sezione su Pearl Harbor dovrebbe ottenere il sostegno di un esperto al di fuori del dipartimento di economia. Anche in questo caso possiamo capire quanto sia messa male la situazione oggi, quasi 70 anni dopo la morte di Franklin Roosevelt.

Inoltre, per quanto ne so, nessuno storico americano ha vagliato tutto il materiale fornito dal revisionismo sulla seconda guerra mondiale, riportando alla luce i vecchi argomenti, pubblicando i documenti dalle fonti originali e dedicando almeno 20 anni ad uno studio dettagliato dell'evento. I grandi storici revisionisti restano quelli che hanno ricevuto la cattedra prima della seconda guerra mondiale e che hanno pubblicato i loro libri tra il 1946 e il 1953: Charles A. Beard e Charles C. Tansill. Dal punto di vista storiografico, la Fondazione Rockefeller e il Council on Foreign Relations hanno avuto successo sin dal 1946. Hanno ucciso il revisionismo della seconda guerra mondiale prima ancora che nascesse. Lo fecero con i soldi. Poi intervenne la comunità accademica, respingendo il revisionismo della seconda guerra mondiale e definendolo una cospirazione sostenuta da eccentrici. Ad oggi la situazione nelle aule accademiche non è cambiata.

Non è che non abbiamo avuto storici di primo piano che avrebbero potuto farlo. Non è che non abbiamo avuto economisti di primo piano che avrebbero potuto demolire il lavoro di Keynes. E' che non abbiamo avuto giovani disposti a dedicare tutta la loro carriera a quella che era chiaramente un'operazione kamikaze. Prima di dedicare la loro vita ad un compito apparentemente impossibile, avrebbero preferito che il mondo accademico avesse cambiato opinione. Non sono disposti a pagare il prezzo.



CONCLUSIONE

Fino a quando il mito di Keynes e il mito di Franklin Roosevelt, che sono strettamente intrecciati, non verranno confutati in una serie di materiali accademici esaustivi, e poi tradotti in materiali accessibili al grande pubblico e agli studenti nel ramo dell'homeschooling, il controllo dell'Establishment sarà schiacciante sui media e sul mondo accademico. Il World Wide Web offre un modo per aggirare il potere dell'Establishment, ma in questi due settori fondamentali della storia americana -- il New Deal e l'introduzione di Keynes al keynesismo -- non abbiamo ancora iniziato a combattere.

Le battaglie intellettuali sul New Deal e su Keynes facevano parte di una guerra continua. I conservatori e i libertari l'hanno persa nel 1936, ma non a causa delle presunte lacune nella loro teoria. Mises aveva fornito la base della risposta nel 1912 con The Theory of Money and Credit. Anche Hayek gettò le basi: Monetary Theory and the Trade Cycle (1933). Ma nel 1936 nessuno dei due si sedette a scrivere risposte definitive a Keynes. Nessuno di loro l'ha mai fatto. Mises scrisse un libro importante nel 1957: Theory and History. A quel punto Keynes aveva trionfato nel mondo accademico occidentale. L'ultimo libro di Hayek fu del 1988: The Fatal Conceit.

Bisogna combattere quando arriva la battaglia. Non basta essere ben armati. Bisogna difendersi e lottare.

Dobbiamo ancora lanciare un assalto in piena regola alla General Theory. Failure of the "New Economics" (1959) di Hazlitt era solo l'inizio, ma una confutazione in un volume quasi sconosciuto non è sufficiente. Ci deve essere un assalto in piena regola. Deve essere continuo. Deve iniziare con la General Theory e poi deve estendersi ad Economics di Samuelson: ogni edizione.

Per quanto riguarda FDR, The Roosevelt Myth (1948) di Flynn rimane l'unico volume che critica tutto il periodo della sua presidenza: politica interna e politica estera. Non fu scritto da uno storico esperto, ma da un vecchio giornalista. Non riuscì a fare breccia nell'opinione pubblica. Il mito di FDR è ancora universale.

Le due battaglie ancora infuriano. Stiamo ancora perdendo. Fino a quando non le vinceremo entrambe, continueremo a perdere la guerra.

Un Grande Default è in arrivo. A quel punto l'eredità di FDR e Keynes sarà vulnerabile ad una revisione. Il lavoro di revisione deve iniziare ora.

Doveva essere iniziato nel 1937.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Incombe una crisi fiscale senza fine

Lun, 09/02/2015 - 11:10




di David Stockman


A quell'epoca non esisteva affatto una scelta.

Non avreste trovato un solo economista keynesiano, o marxista, che avrebbe consigliato la via di un'enorme debito pubblico e della sua monetizzazione da parte della banca centrale (cosa che in realtà sarebbe accaduta tre decenni più tardi).

Allora Washington aveva barcollato fino alla cifra di $1 bilione. Nell'ottobre del 1981, con l'economia americana che stava scivolando in una recessione a doppio fondo, la matematica fiscale della Reaganomics stava già cominciando a strappare le cuciture del bilancio. Il "taglio fiscale di Reagan" aveva innescato una guerra monumentale a Capitol Hill tra le varie lobby di interessi particolari, e aveva finito per ridurre la base delle entrate permanenti di circa il 6.2% del PIL.

Allo stesso modo, il bilancio della difesa si prevedeva che dovesse crescere del 5% in termini reali per alcuni anni, ma il Pentagono aveva spaventato talmente tanto il nuovo presidente da fargli autorizzare un decennio di spese folli che a metà degli anni '80 avrebbero triplicato il budget della difesa (i neocon gli dissero che l'Impero del Male era prossimo alla vittoria militare, quando invece stava sprofondando in un baratro economico). Inutile dire che i modesti tagli nazionali approvati durante l'inizio dell'amministrazione Reagan non intaccarono minimamente questi eccessi monumentali sul fronte fiscale e della difesa.

Nell'autunno del 1981 non solo la Casa Bianca oltrepassò per la prima volta la soglia che conduceva oltre il bilione di debito pubblico; ma c'era la paura che grandi deficit permanenti sarebbero diventati la norma ed avrebbero condotto ad una crisi fiscale e, di conseguenza, alla rovina economica.

E in base agli standard del passato, sebbene si fosse tollerata l'infame politica "guns and butter" di Johnson che prevedeva un deficit pari al 2.5% del PIL, la prospettiva era terribile. Negli anni '80, infatti, la nazione arrivò ad avere un deficit del 6% del PIL.

E c'è un altro punto saliente. La banca centrale era gestita dal grande Paul Volcker, il quale era determinato a spezzare la schiena dell'inflazione a doppia cifra che i suoi predecessori, William Miller e Arthur Burns, avevano generato nel corso degli anni '70. Va da sé, quindi, che nessuno pensava che Volcker avrebbe monetizzato il debito federale per facilitare la vita ai politici spendaccioni.

Per l'ultima volta nella storia, Washington avrebbe dovuto stringere la cinghia.

Nei tre anni successivi, con le buone e le cattive, venne compensato circa il 40% del gigante taglio delle tasse di Reagan. Infatti nel 1983 venne aumentata di circa il 20% anche l'imposta sui salari per salvare dal fallimento il fondo fiduciario della Previdenza Sociale.

Nel complesso, queste misure di rigore fiscale non ebbero un effetto trascurabile. Misero un freno al deficit che altrimenti sarebbe andato fuori controllo a causa delle spese per la difesa, della riduzione delle imposte e della recessione economica che stava eruttando dall'inevitabile medicina monetaria di Volcker. Tuttavia, dal 1982 al 1986, il deficit federale era in media il 5% del PIL.

Niente del genere era mai stato immaginato prima, o perlomeno al di fuori di una guerra mondiale — nemmeno da professori come Samuelson, Heller, Tobin e altra marmaglia keynesiana. Durante il tempo di pace tra il 1954 e il 1964, ad esempio, il deficit federale era in media meno dell'1% del PIL e Eisenhower aveva effettivamente raggiunto diversi avanzi fiscali in quel periodo.

Fare ricorso a deficit massicci, nonostante gli sforzi di una ripresa nel 1982-84, non era minimamente preso in considerazione da tipi come Paul Krugman. All'epoca lui faceva parte dello staff economico di Reagan. Mai una volta aveva affermato che il debito nazionale al 33% del PIL era troppo piccolo e che fosse necessario uno "stimolo" a tempo indeterminato.

Poi arrivarono la vittoria di Volcker sull'inflazione, una forte ripresa economica e la campagna “morning in America” del 1984. Ai fini pratici, il lavoro di ripristinare completamente una rettitudine fiscale è rimasto incompiuto, come si è poi scoperto.

Il deficit strutturale aveva iniziato a ridursi in modo modesto grazie alla forte ripresa economica del 1983-1985 (quando la crescita del PIL raggiunse in media il 5% annuo), alle entrate di un triplice aumento delle tasse approvato da Reagan tra il 1982 e il 1984, e al massiccio aumento delle tasse sui salari nascosto dietro al cosiddetto salvataggio della Previdenza Sociale (1983).

Questo fu un punto di svolta storico. Infatti la riforma della Previdenza Sociale e del Medicare passò in secondo piano grazie al trucco dell'aumento delle tasse sui salari. Ciò fece registrare eccedenze di cassa nei fondi fiduciari e nei due decenni successivi permise un accumulo intra-governativo di IOU. Queste eccedenze servirono a spazzare sotto il tappeto il disastro fiscale dei cosiddetti "diritti intergenerazionali sociali", i quali incarnano proiezioni lunghe 75 anni che risultano sempre troppo ottimiste.

Dal gennaio 1985 qualsiasi altro aumento delle tasse o taglio al bilancio della difesa, sarebbe stato fuori discussione per la Casa Bianca. I politici di entrambi gli schieramenti, allergici a qualsiasi taglio della spesa, erano più che felici di accantonare eventuali riduzioni di spesa più significative.

Così dal 1985 la politica di bilancio è andata per i fatti suoi. La scritta sul muro era visibile ben prima della follia fiscale di George W. Bush scoppiata nel 2001. Durante i dodici anni delle amministrazioni Reagan-Bush, il debito pubblico avrebbe raggiunto $4.3 bilioni e sarebbe stato 4 volte superiore a quello che Jimmy Carter ci aveva lasciato.

Ironia della sorte, il flagello della spesa in deficit e il suo avversario primario (es. i repubblicani) avrebbero unito le forze per generare un deficit che in media sarebbe stato del 4.1% del PIL. Il ricorso dodecennale ad un deficit permanente non era dovuto ad un'economia debole o ad una crescita insufficiente del PIL, come i revisionisti di Reagan hanno sostenuto sin da allora. Infatti tra il 1982 e il 1993 la crescita del PIL è stata in media del 3.6% l'anno.

No, fu una scelta politica che cambiò per sempre la linea di politica. I deficit delle amministrazioni Reagan-Bush furono pari a 3 volte il deficit medio maturato in tempo di pace da FDR, Truman, Kennedy-Johnson e Jimmy Carter messi insieme. Di conseguenza i democratici non avrebbero mai più affrontato la grande paura di Tip O'Neill — ovverosia, che un giorno avrebbero perso la loro maggioranza al Congresso a causa di un attacco del GOP (come nel 1946) alla loro propensione per la spesa in deficit.

Ma c'è di più. Non c'è stata la rovina economica che sarebbe dovuta scaturire dai grandi deficit fiscali — almeno non nel lasso di tempo che ci si immaginava. Di conseguenza il GOP ha progressivamente abbracciato una dottrina anti-tasse che però ignorava i livelli abnormi del debito nazionale.

Nel frattempo, democratici e repubblicani cercarono di ristabilire (per l'ultima volta) una parvenza di rettitudine fiscale durante i primi tempi della presidenza Clinton. E sulla carta fecero notevoli progressi. In effetti, il bilancio federale fece registrare eccedenze tra il 1996 e il 1999; anche se insostenibili, a causa dei grandi guadagni inattesi della bolla dot-com di Greenspan.

Ma il problema fiscale strutturale non è stato mai risolto; è stato solo temporaneamente sepolto sotto tre illusioni.

La prima: la gigantesca macchina bellica di Reagan — che in realtà era una grande armata di forze terrestri, marittime e aeree ideali per guerre di invasione e occupazione — sarebbe dovuta andare in pensione quando finì la guerra fredda e l'Impero del Male crollò. Le cose non sono andate così.

Invece il complesso militare-industriale e i suoi propagandisti neoconservatori hanno costantemente mandato nel panico la nazione per un'inutile "guerra al terrorismo" dopo la tragedia del 9/11. In poco tempo il bilancio della difesa è raddoppiato, passando dal 3.0% del PIL nei primi anni post-guerra fredda a quasi il 6.0% del PIL dopo le campagne belliche di Bush.

Allo stesso modo, l'aumento delle tasse sui salari ha infine esaurito la sua capacità di compensazione. Di conseguenza nell'anno fiscale 2013 il Fondo AVS (pensione) ha registrato un deficit da $95 miliardi e il fondo DI (disabilità) ha registrato un ulteriore deficit da $45 miliardi. Ciò significa che il deficit complessivo è quasi di $140 miliardi l'anno e in rapida ascesa.

In effetti il cosiddetto surplus della previdenza sociale, che ha finanziato il deficit del fondo generale per più di due decenni, non solo è scomparso, ma è ormai entrato nella falsa contabilità del fondo fiduciario di Washington. Detto in modo diverso, oltre ai $3 bilioni di IOU rilasciati ai fondi fiduciari nei decenni precedenti, non c'è volontà di emetterne altri poiché ci si sta concentrando solamente sui redditi reali dei datori di lavoro e dei dipendenti.

Invece i fondi fiduciari sperano illusoriamente di intascare i proventi degli "interessi" intra-governativi sui bilanci precedenti, in modo da trasmettere un'immagine di apparente solvibilità. Ma anche secondo le proiezioni economiche dell'OMB, in cui la piena occupazione verrà raggiunta nel 2017 e rimarrà così per tempo immemore, il deficit del fondo fiduciario dovrebbe raggiungere i $190 miliardi l'anno entro il 2019.

Per quell'anno, però, il gioco contabile del fondo fiduciario sarà già stato esposto. In realtà le proiezioni dell'OMB mostrano solo $95 miliardi di falsi "interessi attivi" entro il 2019, il che significa che gli "attivi" del fondo fiduciario dovranno essere liquidati per $100 miliardi solo in quell'anno, e poi dovrebbero scomparire completamente nel decennio successivo.

Ciò significa che i $18 bilioni di debito pubblico rappresentano debito reale — non la comoda illusione spacciata da Washington e dagli economisti keynesiani secondo cui il debito "detenuto dal pubblico" è solo $13 bilioni e quindi il 75% del PIL.

No, il vero rapporto di leva della nazione è 106% del PIL. In trentatré anni l'onere del debito pubblico sul reddito nazionale è triplicato. E quando si aggiungono i $3 bilioni di debito statale e locale, il rapporto del debito pubblico totale è quasi il 120% del PIL.




E questo ci porta alla domanda finale. Come è possibile che al cospetto di cotanta dissolutezza fiscale siamo riusciti a cavarcela? La risposta breve è che non ce la siamo affatto cavata.

L'effetto crowding out e un'alta inflazione dei prezzi al consumo non si sono mai verificati perché la FED di Greenspan ha indirizzato l'intera economia mondiale lungo un sentiero di espansione del credito e massiccia finanziarizzazione — un processo insidioso ingegnerizzato dall'azione concertata di tutte le principali banche centrali. Questo convoglio di stampanti monetarie ha aperto le porte dei "caveau" delle banche centrali nei quali è stato temporaneamente parcheggiato il debito dello Zio Sam.

Il modello è come quello degli scarafaggi in casa: i bond statali entrano, ma non escono. Quello che è successo in termini pratici è che il credito fiat del settore bancario centrale si è sostituito al risparmio reale privato per quanto riguarda il finanziamento del debito pubblico.

Infatti, grazie alle economie mercantiliste dell'Asia e ai paesi esportatori di petrolio, quasi $5 bilioni di debito pubblico degli Stati Uniti sono stati assorbiti dalle banche centrali estere e dai fondi sovrani. Altri $3 bilioni sono finiti nella FED. E altri $5 bilioni, come indicato in precedenza, sono stati temporaneamente finanziati da fondi fiduciari inter-governativi che ora sono in procinto di immergersi in una modalità di liquidazione irreversibile.

Credo che ormai siano evidenti due cose. La prima è che la massiccia monetizzazione del debito pubblico non può andare avanti ancora a lungo, o il sistema monetario verrà distrutto. Questo è quello che significa essere bloccati dalla ZIRP. La follia monetaria in Giappone non è altro che il segno di come ci stiamo avvicinando alla fine dell'era della monetizzazione.

Nel caso del Giappone, il più grande debitore al mondo ha già distrutto il proprio mercato obbligazionario — la BOJ è l'unica che ancora acquista il decennale giapponese con un rendimento dello 0.4%. E la BOJ ora sta anche uccidendo rapidamente lo yen.

In secondo luogo, il PIL nominale degli Stati Uniti è cresciuto a meno del 4% l'anno negli ultimi dieci anni, e, in un mondo necessitante di deflazione, non c'è alcuna possibilità che si possa emancipare da tale "vincolo". Di conseguenza lo scenario ottimista proiettato dal CBO per il prossimo decennio, non ha la minima possibilità di realizzarsi. Invece degli $8 bilioni previsti dal CBO, l'attuale situazione politica di Washington — ormai in corso da 30 anni — genererà nel prossimo decennio (come minimo) $15 bilioni di nuovo debito pubblico.

Sì, aggiungeteli all'attuale montagna di debito pubblico della nazione e arriverete a $33 bilioni entro il 2024 o giù di lì. E poi non bisogna scordarsi la gigantesca bolla finanziaria e gli sconfinati investimenti improduttivi generati dalle banche centrali di tutto il mondo negli ultimi due decenni, i quali ci garantiscono un lungo periodo di deflazione globale.

Di conseguenza il PIL nominale degli Stati Uniti sarà fortunato se raggiungerà i $24 bilioni entro lo stesso anno. Il debito pubblico sarà pari al 140% del PIL. Questo significa che il futuro prospetta per questa nazione una crisi fiscale senza fine.

Questa è la fine dei giochi di una deplorevole dissolutezza fiscale senza precedenti vecchia di 33 anni.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Gli alti sacerdoti del keynesismo

Ven, 06/02/2015 - 11:10




di Frank Shostak


Nel suo articolo del 18 novembre sul Financial Times, “The curse of weak global demand”, il giornalista Martin Wolf ha scritto che la malattia economica più importante di oggi è la sindrome cronica della domanda. Martin Wolf sostiene che nonostante il massiccio pompaggio monetario da parte delle banche centrali di Stati Uniti e UEM, e nonostante la riduzione dei tassi di interesse ufficiali a circa zero, le economie hanno continuato ad arrancare.

Dopo aver raggiunto 1.0526 nel primo trimestre 2006, il trend del PIL reale degli Stati Uniti è sceso a 0.966 nel terzo trimestre 2011. Nel terzo trimestre 2014 il trend era pari a 0.98. Il trend del PIL reale dell'UEM, dopo aver chiuso a 1.061 nel primo trimestre 2008, è sceso a 0.954 nel terzo trimestre 2014.




Martin Wolf ritiene necessario un aumento della domanda complessiva di beni e servizi al fine di rilanciare le economie. Sostiene, inoltre, l'impellente necessità di rilanciare la fiducia dei consumatori, fiaccata dal grave indebolimento del sistema finanziario.

Egli è anche del parere che le banche debbano concedere maggiori prestiti al fine di rilanciare la domanda, cosa che a sua volta, egli suggerisce, farà riprendere le economie in questione. Secondo lui il debito enorme di Stati Uniti e UEM è dovuto alle difficoltà economiche che stanno affrontando tali economie.

Martin Wolf considera l'attuale malattia economica come un fenomeno misterioso e complesso, cosa che secondo lui richiede rimedi complessi e non convenzionali.

Suggeriamo che l'essenza del ragionamento di Wolf è errata. Ecco perché.

Non esiste una cosa come la carenza di domanda che provoca difficoltà economiche. Il cuore della crescita economica è il processo di generazione di ricchezza reale.

Più è forte questo processo, più ricchezza reale verrà generata e più forte diventerà la cosiddetta crescita economica. Ciò che alimenta questo processo sono le infrastrutture, o gli strumenti e i macchinari. Con infrastrutture migliori può essere generata una qualità migliore e una quantità maggiore di beni e servizi, cioè ricchezza reale.

Prendete per esempio un fornaio che ha prodotto dieci pagnotte di pane. Di queste ne consuma una e le altre nove le risparmia.

Può scambiare il pane risparmiato per i servizi di un tecnico che migliorerà il forno. Con un forno migliorato, il panettiere potrà produrre venti pagnotte di pane. In questo modo potrà risparmiare di più e utilizzare un bacino dei risparmi più grande per investire ulteriormente nella sua infrastruttura, poiché acquistare altri strumenti aumenterà la produzione e la qualità del pane.

Si osservi che la chiave per la creazione di ricchezza è la capacità di generare ricchezza reale. Questo a sua volta dipende dall'allocazione di parte della ricchezza verso l'accumulo e il potenziamento delle infrastrutture.

Si noti inoltre che se il panettiere dovesse decidere di consumare tutta la sua produzione, cioè mantenere alta la sua domanda, allora non sarebbe in grado di espandere la produzione di pane (ricchezza reale).

Col passare del tempo la sua infrastruttura molto probabilmente si deteriorerebbe e la sua produzione diminuirebbe.

La convinzione che l'aumento della domanda di pane senza un corrispondente aumento delle infrastrutture possa "fare la magia", è un pio desiderio.

Suggeriamo che non esiste una cosa come una domanda scarsa. La maggior parte delle persone ha desideri illimitati per beni e servizi.

Per esempio, la maggior parte delle persone preferisce vivere in belle case piuttosto che in piccoli appartamenti.

La maggior parte delle persone vorrebbe avere auto di lusso ed essere in grado di cenare in ristoranti di buona qualità. Ciò che impedisce loro di raggiungere questi desideri è la scarsità dei mezzi.

Infatti allo stato attuale la maggior parte delle persone ha un sacco di desideri, cioè obiettivi, ma non abbastanza mezzi.

Purtroppo i mezzi non possono essere generati da uno stimolo della domanda. Ciò aumenterà solo gli obiettivi, ma non i mezzi.

Contrariamente al modo di pensare popolare possiamo concludere che la domanda non crea l'offerta, ma il contrario.

Come si è visto con la produzione di qualcosa di utile, cioè il pane, il panettiere può scambiarlo per i servizi di un tecnico e per rafforzare la sua infrastruttura.

Attraverso un'infrastruttura migliore il panettiere è in grado di generare più pane, cioè più mezzi che gli consentano di raggiungere altri obiettivi che in precedenza non erano raggiungibili.

Le attuali difficoltà economiche sono frutto di politiche monetarie e fiscali sconsiderate (passate e presenti) delle banche centrali e degli stati.

Va tenuto conto che né le banche centrali né gli stati sono entità che generano ricchezza. Tutto ciò che possono creare è un processo di redistribuzione della ricchezza, deviandola dai generatori di ricchezza verso attività che la sprecano.

Fino a quando il bacino della ricchezza reale è in espansione, la banca centrale e lo stato possono farla franca e spacciare la favoletta che le loro politiche possono far crescere l'economia.

Una volta che il bacino della ricchezza reale diventa stagnante o inizia a ridursi, va in frantumi l'illusione delle politiche salvifiche di banche centrali e stato.

Non è possibile espandere la ricchezza reale mentre il relativo bacino si sta restringendo. Un bacino della ricchezza reale in contrazione può solo supportare un'infrastruttura in contrazione e quindi una produzione ridotta di beni e servizi che le persone richiedono per conservare la loro vita e il loro benessere – ricchezza reale.

La via d'uscita dall'attuale caos economico prevede l'abbattimento di tutte quelle situazioni che distruggono la ricchezza. Questo significa tagliare severamente il coinvolgimento dello stato nell'economia. Inoltre, è necessaria la chiusura di tutte quelle scappatoie che favoriscono la creazione di denaro "dal nulla".

Limitate la capacità della banca centrale di aumentare il denaro "dal nulla", e arresterete il triste scambio di nulla per qualcosa. Questo lascerà più ricchezza reale nelle mani dei creatori di ricchezza e consentirà loro di migliorare ed espandere le loro infrastrutture.

Contrariamente a Martin Wolf, l'espansione dei prestiti bancari in quanto tale non rilancerà l'economia. Come abbiamo visto, la chiave per la ripresa economica è l'accumulo di infrastrutture in grado di supportare un bacino della ricchezza reale in espansione.

Le banche sono solo i facilitatori della canalizzazione della ricchezza reale. Tuttavia, esse stesse non generano ricchezza reale.

L'espansione del credito suggerita da Martin Wolf è associata al prestito a riserva frazionaria, cioè "dal nulla", e in questo senso è una cattiva notizia per l'economia – si mette in moto una deviazione di ricchezza reale dai creatori di ricchezza alle attività sperperatrici di ricchezza.

Possiamo concludere che più gli stati e le banche centrali inizieranno a non fare nulla, più presto avremo una ripresa economica. Siamo d'accordo con Martin Wolf quando dice che la situazione economica attuale è difficile; tuttavia non può essere migliorata aumentando artificialmente la domanda di beni e servizi.



Sintesi e Conclusioni

Alcuni esperti sono del parere che la malattia economica più importante di oggi sia la sindrome cronica della domanda: è a causa di questa carenza che le economie mondiali stanno ancora arrancando, nonostante il massiccio pompaggio monetario da parte delle banche centrali. Suggeriamo che questo modo di pensare è errato. Il problema chiave, oggi, è un indebolimento grave del processo di creazione di ricchezza causato dalle politiche monetarie e statali sconsiderate. Riteniamo che più le banche centrali e gli stati ricopriranno un ruolo passivo, prima arriverà la ripresa economica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di David Stockman


Semmai qualcuno volesse la prova che la stampa finanziaria è completamente imbambolata dal culto keynesiano, considerate l'articolo di Bloomberg sul recente calo degli utili industriali cinesi. Senza sbagliare nemmeno una virgola, l'inviato a Hong Kong (un certo Malcolm Scott) ha blaterato della solita cura, se così vogliamo chiamarla...... più denaro.

I profitti industriali in Cina sono ai minimi da due anni, evidenziando la necessità di condizioni monetarie più allentate poiché la seconda economia più grande del mondo sta rallentando.
Forse Bloomberg non sta usando più le unità di carbonio per pubblicare le sue notizie e si è rivolto a scrittori-robot che dilettano lettori-robot senza il fastidio o il costo dell'intercessione umana. Ma indipendentemente dal fatto che "Malcolm Scott" sia un'unità di carbonio o di silicio, l'articolo è chiaramente presentato come una novità e l'estratto qui sopra come una sentenza dichiarativa. Di conseguenza, secondo Bloomberg e il resto della stampa finanziaria mainstream che gli fa eco, è compito delle banche centrali stampare denaro per garantire che in nessun punto nel tempo i profitti — e quindi la loro capitalizzazione nel mercato azionario — possano scendere anche di un solo 2.1% rispetto all'anno precedente.

Giusto. Ad ottobre nella terra del capitalismo rosso, dove la contabilità aziendale e i report sono così avanzati che i risultati dei profitti sono pubblicati su base mensile, i numeri ritoccati per tutte le imprese industriali cinesi hanno fatto registrare un 2.1% in meno rispetto al numero immaginario dell'anno precedente.

Una volta anche i giornalisti capivano che gli utili contabili sono un residuo altalenante al netto dei costi fissi e variabili, e che in ogni economia capitalista i profitti sono ciclici. Ma ora, a quanto pare, una variazione del 2% nei risultati industriali truccati della Cina rappresenta una prova della necessità di "condizioni monetarie più allentate".

Beh, ecco il bilancio della PBoC. Sin dal 2000 l'ha ampliato di nove volte, alimentando così la più grande esplosione di credito nella storia. In realtà, il credito totale posseduto dalle famiglie cinesi, dalle imprese, dai settori finanziari e governativi è passato da $1 bilione a $25 bilioni nello stesso periodo. Cosa ci può essere di "più allentato"?




Inutile dire che questa immensa esplosione di credito non è scomparsa silenziosamente. Invece è andata a finanziare la più grande bolla immobiliare mai vista. Ecco perché la Cina ha prodotto 2.2 miliardi di tonnellate di cemento nel 2013, per esempio, o 29 volte i 77 milioni di tonnellate prodotti negli Stati Uniti l'anno scorso. O, cosa decisamente più drammatica, ha prodotto più cemento al giorno rispetto a quanto ha fatto il Regno Unito all'anno!

E' per questo che la Cina ha 1.1 miliardi di tonnellate di capacità produttiva di acciaio, ma una capacità di vendita di quasi 600 milioni di tonnellate. La differenza rappresenta la produzione mastodontica di acciaio per navi, rotaie e cemento armato per una vasta serie di edifici. Quest'ultimo settore, a sua volta, ha lasciato la Cina con 70 milioni di appartamenti vuoti, decine di città fantasma e torri di uffici sotto utilizzate, centri commerciali e altre strutture commerciali in lungo e in largo il paese.

In poche parole, la Cina assegna obiettivi di PIL e a cascata scivolano attraverso l'apparato di partito e di governo (essenzialmente la stessa cosa) fino alle unità regionali, provinciali e locali. Quest'ultime, a loro volta, raggiungono i loro obiettivi di PIL costruendo cose. Qualsiasi cosa.

Inutile dire che, dei tanti doni che l'Occidente ha fornito al Regno di Mezzo, sicuramente la contabilità keynesiana del PIL è tra i più sfortunati. Come è possibile che costruire piramidi possa aumentare la ricchezza di una società?

Il minimo che Simon Kuznets e la sua allegra banda di pionieri keynesiani hanno potuto fare 80 anni fa, è stato misurare la produzione economica annuale sulla base del valore di mercato di immobili, macchinari e strumenti realmente consumati durante l'anno — non la sola spesa per asset fissi che potrebbero non essere mai utilizzati.

In ogni caso, la Cina è inondata da un eccesso di capacità di tutto — cemento, acciaio, alluminio, pannelli solari a base di silicio, frigoriferi, automobili e ogni sorta di invenzione e macchinario industriale, come escavatori e gru edili; e anche una grande capacità in eccesso di beni e ninnoli esportati in tutto il mondo, tra cui tostapane, scarpe da ginnastica e calzini.

A meno che il boom immobiliare e degli asset fissi non venga alimentato da una quantità crescente di credito, il castello di carte conosciuto come capitalismo rosso finirà per crollare. E non importa se ciò avverrà tutto in una volta o più gradualmente, il risultato sarà il più grande svenimento deflazionistico che il mondo abbia mai conosciuto.

Si manifesterà dapprima in un calo dei prezzi industriali, come sta accadendo attualmente nel settore siderurgico, del carbone e del petrolio greggio.





La deflazione da questo crack-up boom si sposterà inesorabilmente da monte a valle, nei prezzi di ogni cosa costituita da questi prodotti. E, sì, si ridurrà anche la massa salariale di questa filiera sovradimensionata.

Detto in modo diverso, il "credito fiat" alimenta l'emersione di "salari fiat" e soprattutto di "profitti fiat" durante la fase di boom in cui ritroviamo un eccesso di investimenti e di cotruzioni. Di conseguenza, quando si esaurisce lo tsunami di credito — poiché anche i leader di Pechino sono ormai rassegnati — vengono liquidati i salari e i profitti fiat.

Infatti, durante la fase di bust ciò che viene colpito per primo è la contabilità residua, cioè, l'utile netto.

In breve, l'economia globale si sta raffreddando rapidamente e i profitti sono già in forte calo nel settore primario dell'estrazione mineraria e dell'energia. E questo è solo un assaggio delle cose che scenderanno giù lungo la catena alimentare industriale.

Ma, contrariamente allo scrittore-robot di Bloomberg, questo crollo dei profitti non è il risultato di troppo poco denaro; si tratta invece di troppo denaro negli ultimi dieci o venti anni — e non solo in Cina, ma in tutta l'economia mondiale.

Quindi Mises aveva ragione. "Più" credito fiat porta sempre ad un crack-up boom. E' meglio se qualcuno si prenda la briga di riprogrammare i robot.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


La contrazione del PIL alimenta la crescita economica

Gio, 05/02/2015 - 11:07




di Joseph Salerno


Di recente il Financial Times ha pubblicato un articolo contenente alcuni grafici che volevano mostrare una correlazione tra spesa pubblica e PIL reale.[1] Sulla base di queste correlazioni, l'autore di questo articolo, Matthew Klein, ha commentato: "Non è un segreto che tagli di spesa (e aumenti delle tasse) abbiano frenato la crescita degli Stati Uniti negli ultimi quattro anni." Poi ha continuato dicendo che da metà 2010 a metà 2011, la riduzione della spesa pubblica negli Stati Uniti ha ridotto dello 0.76% il tasso di crescita economica. Klein ha ipotizzato che questo rallentamento del tasso di crescita abbia causato un livello di PIL reale che oggi è dell'1.2% inferiore a quanto sarebbe stato in assenza di questa "austerità". Egli ha sottolineato, inoltre, che dal 2012 l'effetto depressivo dell'austerità sul PIL reale è stato il risultato della riduzione delle spese militari. Mentre parte di questa riduzione è stata benefica, Klein ha opinato: "In parte è stata una ferita auto-inflitta." Infatti può rappresentare una ferita auto-inflitta al governo federale, e in tal caso avvantaggia l'economia privata.

E' certamente vero che una riduzione della spesa pubblica reale provoca una riduzione del PIL reale, secondo come viene calcolato ufficialmente. Ma contrariamente a quanto sostiene Klein, la riduzione della spesa pubblica non ritarda la crescita della produzione di beni che vanno a soddisfare le esigenze dei consumatori, anzi molto probabilmente la accelera. Inoltre aumentano i redditi reali e il tenore di vita dei produttori/consumatori nel settore privato, come diretta conseguenza del calo della spesa pubblica. La ragione di questo presunto paradosso è da ritrovarsi nel metodo convenzionale utilizzato per calcolare la produzione reale nell'economia. Lasciate che io mi spieghi con un esempio semplice.



Il Problema col Calcolo del PIL

Ipotizziamo l'esistenza di un'economia semplice su un'isola, in cui il settore privato produce 1,000 mele all'anno. Supponiamo inoltre che il governo dell'isola tassi i produttori privati di 200 mele all'anno per sostenere il suo esercito e invadere un'isola vicina al fine di neutralizzare una "potenziale minaccia terroristica". Secondo il principio contabile del reddito nazionale, che è profondamente radicato nell'economia keynesiana, il PIL reale equivale a 1,200 mele: le 1,000 mele (al netto delle imposte) o consumate dai produttori, o investite per piantare nuovi alberi di mele e aumentare il consumo futuro, o pagate in tasse; le 200 mele spese in campo militare per sostenere il "bene pubblico" della difesa nazionale. In altre parole, il PIL reale[2] dell'isola comprende le 1,000 mele prodotte dal settore privato più il "valore" della difesa nazionale, che è valutato al suo costo di produzione, vale a dire, 200 mele delle entrate fiscali spese per conquistare l'isola adiacente.

Ora supponiamo che l'anno successivo ci sia una vittoria militare e l'isola dei terroristi sia stata pacificata. Il governo della nostra isola decide di tagliare le sue spese militari e riduce le tasse di 100 mele. A parità di condizioni, il PIL reale scende da 1,200 a 1,100 mele, dal momento che la difesa nazionale ora contribuisce al calcolo totale solo con 100 mele rispetto alle 1,000 prodotte dal settore privato. Ma c'è un problema. Le mele sono state prodotte volontariamente e di conseguenza erano valutate molto di più rispetto alle risorse (energia e tempo) utilizzate per la loro produzione. In netto contrasto a ciò, non vi è alcuna prova che i produttori/consumatori privati valutassero di più i servizi militari forniti dal governo rispetto al loro costo di produzione. Probabilmente non vi imputavano alcun valore. La ragione è questa: la spesa militare del governo è stata finanziata con la contribuzione coercitiva del settore privato, i cui membri non avevano scelta e quindi non hanno potuto esprimere alcuna valutazione in materia.



Non c'è Modo di Calcolare il Valore Reale dei Servizi Finanziati con le Tasse

La stessa conclusione vale per qualsiasi impresa finanziata in modo coercitivo, come la costruzione di un'infermeria sull'isola. In mancanza di produzione e scambio volontari, non c'è modo di accertare il valore dei beni e dei servizi. Gli investimenti e i servizi pubblici possono anche avere un qualche valore per i consumatori privati, ma non vi è alcun metodo scientifico oggettivo per misurarlo. Infatti, presupponendo che il governo sprechi almeno il 50% delle risorse spese, il beneficio netto per i consumatori sarebbe pari a zero.



Meglio Utilizzare il "Prodotto Privato Lordo"

Così, per queste e altre ragioni, il calcolo del reddito nazionale (in base a principi Austriaci) dovrebbe escludere la spesa pubblica nel calcolo della produzione totale dell'economia. Così nell'economia della nostra isola la produzione reale, o quello che gli Austriaci definiscono "Prodotto Privato Lordo" o "PPL"[3], è pari solo alle 1,000 mele prodotte dal settore privato ed esclude la spesa pubblica di 200 mele per la fornitura di servizi militari (o per l'infermeria).[4] Ma le 1,000 mele del PPL sopravvalutano le risorse lasciate a disposizione del settore privato, perché 200 mele sono state forzatamente dirottate dal consumo privato e da investimenti potenzialmente preziosi verso attività statali inutili (come giudicato dal punto di vista dei produttori iniziali di tali risorse). In questo senso le 200 mele pagate in tasse possono essere considerate come una "depredazione" nei confronti dell'economia privata, come misurata dal PPL.[5]

Compensando questa depredazione arriviamo quindi a quello che Rothbard chiamava "Prodotto Privato Rimasto in Mani Private" o PPR. In sostanza il PPR è uguale al PPL meno la depredazione totale (ossia, la spesa pubblica).[6] Nell'economia ipotetica della nostra isola, il PPR è quindi di 800 mele (1,000 mele – 200 mele). Quindi la spesa pubblica non dovrebbe essere aggiunta alla produzione privata, ma piuttosto sottratta, in modo da avere un'idea del tenore di vita delle persone private coinvolte nell'attività produttiva.[7]



Ridurre Tasse e Spesa Aumenta il Benessere

Sulla base dell'analisi di cui sopra, quando il governo dell'isola taglia la spesa militare di 100 mele, presumendo nessun'altra modifica, riduce il PIL reale da 1,200 a 1,100 mele. Tuttavia, dal punto di vista Austriaco, la produzione reale di beni resta costante a PPL = 1,000 mele, mentre la situazione economica dei produttori è notevolmente migliorata perché la depredazione sulla loro produzione scende di 100 mele causando una salita del PPR da 800 a 900 mele! Ma questo non è tutto. Una parte delle 100 mele sarà dedicata agli investimenti: semina di nuovi alberi. In questo modo aumenterà lo stock di capitale e la crescita economica nel corso del tempo.

Anche nel breve periodo è probabile che vi sia una crescita positiva del PPL grazie agli "effetti dal lato dell'offerta". Per esempio, il taglio delle tasse aumenta il costo di opportunità del tempo libero e spinge i produttori a lavorare più ore. La forza lavoro privata aumenta ulteriormente con l'afflusso degli ex-soldati. Così può accadere che il PPL aumenti da 1,000 a 1,075 mele (e, di conseguenza, il PPR da 800 a 975 mele). In questo scenario, il taglio della spesa pubblica sarebbe in parte compensato dalla crescita nel prodotto privato (75 mele) in modo che il PIL registrerebbe un calo più piccolo a quello calcolato in precedenza, da 1,200 a 1,175 mele. Nonostante il calo del PIL, però, il risultato sarebbe un vantaggio per l'economia privata, poiché migliorerebbero la produzione di mele, i redditi reali, il tenore di vita dei produttori di mele e la capacità futura di produrre mele.

Dal punto di vista Austriaco, quindi, per ritornare ad una crescita sostenibile di lungo termine c'è bisogno di massicci tagli fiscali e di spesa. Sì, questa è l'austerità — ma solo per il governo. Ridurre la depredazione politica sull'economia privata rilascerà una cornucopia di benefici presenti e futuri ai consumatori privati. E questi benefici sono praticamente a costo zero, perché le risorse consumate dal bilancio del governo sono quasi tutte uno spreco (soprattutto dal punto di vista dei produttori privati di tali risorse).

Un profondo taglio al bilancio del governo degli Stati Uniti, diciamo del 25%, non solo curerà il problema del deficit, ma invertirebbe rapidamente lo sprofondamento della classe media e stimolerebbe fortemente il tasso anemico della crescita economica statunitense. Infatti il vero problema non è la dimensione del deficit di per sé, ma piuttosto la depredazione della produzione privata lorda.[8] Quindi un budget degli Stati Uniti da $4 bilioni e un deficit da $500 miliardi rappresentano una depredazione maggiore e molto più dannosa per l'economia privata rispetto ad un budget da $3 bilioni finanziato in parte da un deficit da $1 bilione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[1] Un report sull'articolo che include alcuni dei grafici può essere visionato qui.

[2] Per semplicità, nel nostro esempio abbiamo ignorato il deprezzamento del capitale presupponendo che gli alberi di mele una volta piantati vivano per sempre senza aver mai bisogno di cure e di essere sostituiti. Quindi PIL = PIN.

[3] Vedi la nota 2.

[4] L'approccio Austriaco alla contabilità del prodotto interno è stata introdotta da Murray Rothbard, pp. 339–48 e Rothbard, pp. 1292–95.

[5] Sto usando il termine “depredazione” per dare l'idea di un qualcosa tolto con la forza. Ci sono dei precedenti nell'uso di questo termine nei vecchi codici di legge. Secondo la legge francese “depredazione” denotava “il saccheggio dei beni di un defunto.” Le vecchia legge scozzese definiva “depredazione” come “l'offesa (capitale) di rubare il bestiame mediante la forza armata” (Lesley Brown, ed., The New Shorter Oxford English Dictionary on Historical Principles, 4th ed. [New York: Oxford University Press, 1993], p. 639).

[6] La depredazione viene calcolata o come spesa del governo o come entrate tributarie, secondo qual è la più grande (Rothbard, p. 340). Ma dal momento che il governo degli Stati Uniti è raro che abbia avuto un surplus sin dalla seconda guerra mondiale, possiamo ignorare questa complicazione.

[7] Robert Batemarco usa l'approccio di Rothbard per calcolare il PPL, il PPR e il PPR/Occupazione (al di fuori del settore pubblico) dal 1947 al 1983 e tracciare il cambiamento degli standard di vita durante quegli anni.

[8] Per calcolare la depredazione totale sull'economia privata, devono essere conteggiate la spesa statale e quella municipale.

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2015: L'anno della crisi?

Mer, 04/02/2015 - 11:10




di Alasdair Macleod


Il 2014 si è chiuso con due sviluppi inquietanti: la forza del dollaro e un crollo dei prezzi delle materie prime.

Di solito li si considera come un unico evento, ma il continuo calo del prezzo del petrolio rivela che sono sequenziali: prima c'è stata una maggiore preferenza per i dollari rispetto alle altre valute, poi suddetta preferenza ha interessato tutte le valute tranne quelle più deboli, il tutto a scapito delle materie prime e dell'energia. Si tratta di due passi lungo un percorso che dovrebbe portare ad un crollo globale.

La forza del dollaro americano è stato il primo avvertimento: le cose si sono messe male; con conseguente aumento dei tassi di interesse in molte delle economie emergenti, poiché le loro banche centrali hanno cercato di controllare la fuga degli investimenti. Dal momento che il panorama economico attuale è figlio di un lungo periodo di espansione del credito, questi paesi sono entrati nella fase di bust del ciclo economico; per loro il 2015 significherà un crollo dell'attività economica, poiché gli investimenti improduttivi accumulati in passato continueranno ad essere liquidati. Secondo la banca dati del FMI, i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo costituiscono $30 bilioni del PIL mondiale, rispetto ai $47 bilioni delle economie avanzate. E' chiaro che un crollo delle prime avrà gravi ripercussioni anche sulle seconde.

Come valuta di riserva mondiale, il dollaro ricopre un ruolo fondamentale per il valore di scambio di tutte le altre valute. Questo nonostante i tentativi di Cina e Russia di commerciare senza di esso. Nel corso degli anni l'economia globale ha fatto un crescente affidamento sul dollaro, proprio perché è cresciuta in relazione agli Stati Uniti. Nel 2000 gli Stati Uniti ricoprivano un terzo del PIL mondiale; oggi ne ricoprono circa un quinto.

Il secondo sviluppo (es. un calo dei prezzi dell'energia e delle materie prime) è stato inizialmente guidato dagli stessi fattori che hanno rafforzato il dollaro, e conferma la crescente probabilità di un crollo globale. Se il calo dei prezzi fosse interamente dovuto ad una maggiore offerta di merci, potremmo gioirne. Tuttavia, mentre si è registrato un certo aumento dell'offerta di energia e delle materie prime, il messaggio è chiaro: la domanda ai prezzi correnti è diminuita in modo imprevisto e ora i prezzi stanno cercando di trovare un nuovo equilibrio. E poiché stiamo considerando la domanda mondiale, questo sviluppo è sfuggito o è stato frainteso dagli economisti che non hanno una prospettiva globale.

Il prezzo del petrolio si è dimezzato negli ultimi sei mesi. Il calo è stata attribuito ad una volontà dell'Occidente di voler mandare in bancarotta la Russia, o alla volontà dell'Arabia Saudita di mandare fuori dal mercato l'offerta di scisto americana. Questi punti di vista non prendono in considerazione il quadro generale: secondo lo Statistical Review 2014 di BP, agli inizi dello scorso anno il consumo mondiale di petrolio ha ampiamente superato l'offerta, 91.3 millioni di barili al giorno rispetto agli 86.8 milioni. Ciò indica che è cambiato qualcosa di fondamentale nel 2014, e quel qualcosa può essere solo un improvviso calo della domanda nel secondo semestre.

Negli ultimi sei mesi i prezzi del ferro si sono dimezzati, ma altri prodotti chiave, come il rame che è sceso solo dell'11% nel corso dello stesso periodo, sembra che non si siano ancora adeguati al crollo dei mercati emergenti. Ciò è conforme alla teoria del ciclo economico, perché nelle prime fasi di una crisi le imprese rimangono fedeli ai loro piani d'investimento nella vana speranza che le condizioni migliorino. Possiamo prevedere che il crollo della domanda di energia si intensificherà e si diffonderà ad altre materie prime industriali non appena i produttori inizieranno a gettare la spugna e i loro piani d'investimento verranno infine abbandonati.

Pertanto il contesto economico per l'economia globale non è incoraggiante. Né lo era all'inizio del 2014, quando era ovvio che sarebbe stato un anno difficile. La differenza un anno dopo è che le preoccupazioni per il futuro sono più cristallizzate. L'anno scorso scrissi di come ci stessimo dirigendo verso un secondo evento Lehman e che una crisi finanziaria e valutaria sarebbe potuta spuntare fuori in qualsiasi momento. Posso aggiungere solo che la crisi è iniziata e avrà molto da dire quest'anno. Questo è il contesto in cui considereremo brevemente alcune delle altre valute principali e i metalli preziosi.



Il Giappone e lo Yen

La compiacenza mainstream sulle scelte del Giappone è davvero incredibile. Il Giappone si è impegnato in un'operazione di inflazione monetaria che se continuata distruggerà lo yen. La Banca del Giappone sta finanziando il doppio del disavanzo pubblico (¥41 bilioni) mediante l'emissione di nuova moneta, parte della quale viene utilizzata per acquistare ETF giapponesi e REIT. Di conseguenza i prezzi di bond, azioni, e mercati immobiliari commerciali sono diventati irrilevanti. "L'Abenomics" consiste nel finanziare il governo e gestire i mercati con la scusante di stimolare l'economia e gli spiriti animali. In realtà con più di ¥1.2 trilioni di debito pubblico, il governo è finito in una trappola del debito da cui non c'è via d'uscita. L'Abenomics è stata inaugurata due anni fa, sin da allora lo yen è sceso da 75 a 120 rispetto al dollaro, o del 37%.

Invece di imparare dalle lezioni delle iperinflazioni precedenti, gli economisti mainstream seguono la linea ufficiale e ignorano i fatti: il Giappone è un gigantesco welfare state popolato da una popolazione di pensionati sempre maggiore e insostenibile. Rappresenta la nazione avanzata da cui stanno prendendo esempio le altre nazioni. Le previsioni secondo cui l'economia giapponese si riprenderà nel 2015 sono illusorie: in realtà il Giappone sta distruggendo la sua valuta e la ricchezza del suo settore privato.



L'Eurozona e L'Euro

Nel breve termine l'Eurozona dovrà fare i conti col suo problema greco. Se il prossimo governo greco smetterà di fare la voce grossa davanti agli altri membri della zona Euro e alla BCE, è ancora da vedere. I problemi dell'Eurozona hanno radici molto più profonde della Grecia, aggravate dai politici che sono stati riluttanti a utilizzare il tempo acquistato dalla BCE per affrontare le difficoltà strutturali dei loro Paesi. Il risultato è il blocco del nord più forte (Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Lussemburgo) che viene paralizzato dal peso degli stati del Mediterraneo, più Portogallo e Francia. Inoltre Germania e Finlandia hanno subito un ulteriore colpo dovuto alla perdita di preziose attività di esportazione in Russia.

Nei prossimi mesi la zona Euro affronterà molto probabilmente una carenza di gas dalla Russia attraverso il gasdotto trans-ucraino, e la deflazione dei prezzi dell'energia e di altre materie prime. La deflazione dei prezzi porta a considerare altri due punti, uno falso e l'altro vero: prezzi più bassi sono sinonimo di recessione (falso) e il calo dei prezzi aumenta il peso del debito reale (vero). La conseguenza è che la BCE sonderà vari modi per espandere l'offerta di moneta in modo da fermare il diffondersi di una crisi economica nella zona Euro. In breve, svilupperà probabilmente la propria versione dell'Abenomics, l'unica differenza è che il Giappone ha iniziato prima.



Stati Uniti e Regno Unito

Il Giappone e la zona Euro totalizzano $18.3 bilioni di PIL, poco più quello degli Stati Uniti, e in aggiunta a quello delle economie emergenti e in via di sviluppo otteniamo un totale di $48 bilioni, ovvero il 62% del PIL mondiale è costituito da nazioni che stanno conducendo il mondo verso un crollo economico. Così quando consideriamo le prospettive per gli Stati Uniti e il Regno Unito, che insieme producono $20.4 bilioni o il 26% del PIL mondiale, le prospettive non sono affatto buone. Il Regno Unito come nazione commerciale esposta alla zona Euro è a rischio, meno gli Stati Uniti che non sono così dipendenti dal commercio internazionale.



Metalli Preziosi

L'analisi svolta fin qui ha riguardato i driver economici primari su cui si basa tutto il resto. Il rischio di un crollo globale può essere definito un evento di primo ordine, mentre la possibilità di una crisi bancaria, di un default dei derivati o di un'altra dislocazione dei mercati causata da un crollo potrebbero essere definiti un evento di secondo ordine. E' inutile fare ipotesi circa la possibilità e la tempistica di quegli eventi di secondo ordine che potrebbero verificarsi nel 2015, perché essi dipendono in ultima analisi dalla performance dell'economia globale.

Tuttavia, quando agli investitori diventerà chiaro che l'economia globale starà entrando nell'ennesimo crollo, è sicuro che il rischio finanziario e sistemico degenereranno. Giudicare questa escalation monitorando i mercati sarà difficile perché le banche centrali, i fondi di stabilità dei cambi e i fondi sovrani intervengono sovente nei mercati, generando segnali di prezzo ingannevoli.

I metalli preziosi sono gli unici asset fuori dal controllo degli stati. Almeno nel lungo termine. Nel breve termine possono distorcere i mercati dei metalli preziosi espandendo la quantità di derivati, e vi è un nutrito corpo di prove che dimostra come questi metodi siano stati utilizzati negli ultimi anni. Gran parte di questa distorsione è arrivata dalle banche d'investimento e dalle bullion bank, le quali stanno festeggiando con bond, azioni e derivati, e per le quali l'oro è un asset trascurabile. Questo compiacimento verrà smorzato ad un certo punto, e il catalizzatore più probabile è una crisi economica globale.

I pericoli di valute inflazionate all'inverosimile sono chiaramente illustrati dalla Fiat Money Quantity, che ha continuato ad espandersi ad un ritmo allarmante come mostrato nel grafico qui sotto.




La FMQ misura la quantità di moneta fiat emessa in sostituzione dell'oro come denaro, quindi è una misura che tiene traccia di un'espansione monetaria scoperta. Arrivata a $13.52 bilioni lo scorso novembre, è $5.68 bilioni al di sopra del percorso di crescita pre-Lehman, prova evidente di una moneta in forte deprezzamento in termini monetari. Regolando il prezzo dell'oro a questo deprezzamento otteniamo un prezzo di $490 a quel tempo e a quella quantità, quindi l'oro si è all'incirca dimezzato in termini valutari reali dopo la crisi Lehman.



Conclusione

Ci sono prove convincenti che il 2015 vedrà un crollo dell'attività economica mondiale. Stando così le cose, i rischi finanziari e sistemici aumenteranno. Possiamo prevedere che suddetto crollo indebolirà le azioni, le proprietà e, infine, i mercati obbligazionari, asset che mostrano tutti un prezzo da stabilità economica. Anche se questi mercati sono sempre più controllati da un intervento delle banche centrali, è pericoloso presumere che questa presunta stabilità continuerà a persistere all'accumularsi di rischi finanziari e sistemici.

I metalli preziosi sono, in ultima analisi, avulsi da una manipolazione dei prezzi di lungo termine. Inoltre sono l'unica classe di asset che oggi è venduta ad un prezzo inferiore al dovuto, dato l'enorme aumento della quantità di moneta fiat dopo la crisi Lehman.

In breve, il 2015 si preannuncia un anno molto brutto per le valute fiat e molto bello per l'oro e l'argento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Tre cose che faranno le banche centrali per “salvare l'economia”

Mar, 03/02/2015 - 11:15




di Bill Bonner


Vogliamo parlare di quello che ancora non è successo.

Non che pretendiamo di sapere cosa accadrà domani o il giorno dopo, ma possiamo guardare al presente e ipotizzare dove ci potrebbe portare.

La scorsa settimana le classi medie — alias "gli elettori" — si sono espresse. Sono state usate e lo sanno.

Il più grande programma di creazione di denaro di tutti i tempi — il QE della FED — non ha fatto nulla per loro. Anzi, le ha danneggiate.

Gli investimenti nella nuova produzione sono colati a picco, i loro magri risparmi non producono ricavi e i "posti di lavoro di chi porta a casa il pane" sono scarsi.

Nonostante tutte le chiacchiere di un "mercato del lavoro in miglioramento", non ve n'è alcun segno nei salari. La famiglia tipo ha $5,000 di reddito in meno rispetto all'inizio del XXI secolo.

Nel frattempo Europa e Giappone sono al freddo, al buio e disperati. La scorsa settimana il capo della BCE Mario Draghi ha annunciato che la banca centrale avrebbe acquistato €1 bilione di bond per cercare di accendere un fuoco sotto l'economia della zona Euro.

E il governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, ha scoperto le sue carte la settimana prima, sostenendo un interventismo potenzialmente illimitato.

Gli Stati Uniti possono resistere al crollo di tutto il mondo?

Secondo noi è solo una questione di tempo prima che l'economia degli Stati Uniti o il mercato azionario statunitense cominci a traballare.

Potremmo veder scendere il Dow di 1,000 punti o più... o potremmo vedere una crescita negativa del PIL... o entrambe le cose.

E poi cosa potrebbe accadere?

Chi scommette che la Yellen interverrà ancora una volta — nella speranza di impedire ad un piccolo problema di diventare più grande — potrebbe azzeccarci.

Sin dagli anni '30 i banchieri centrali hanno imparato che non saranno quasi mai criticati per una loro reazione eccessiva. Ma se si siedono con le mani in mano, finiranno all'inferno.

E sin dalla "scommessa" di Alan Greenspan nel 1987, la FED ha sostenuto il mercato azionario con qualsiasi politica che riteneva opportuna.

Tassi più bassi? QE? Si farà "tutto il possibile".

Janet Yellen è consapevole del fatto che i due precedenti presidenti della FED sono stati acclamati per aver salvato l'economia dalla distruzione. Lei non vuole essere da meno.

Mentre stiamo facendo queste ipotesi, supponiamo anche che ogni sforzo di salvataggio sarà più costoso e meno efficace di quello precedente.

Questo è il modo in cui funziona lo "stimolo". E' come guardare a delle foto osè, le prime sono eccitanti e sexy. In seguito, sono solo noiose.

Una nuova risposta vigorosa da parte della FED produrrebbe probabilmente un altro aumento dei prezzi degli asset finanziari. E poi?

L'attivismo della banca centrale — stimolare la creazione di credito con tassi di interesse artificialmente bassi — funziona solo quando le persone vedono poco rischio di insolvenza o di tassi crescenti. Ma questo rischio non può essere ignorato per sempre.

Si chiama "ciclo del credito" per un motivo. L'aumento dei tassi arriverà prima o poi — spesso ferocemente — dopo un lungo periodo di stabilità apparente, eccesso di ottimismo, azioni troppo care e rendimenti artificialmente soppressi.

Quando ciò accade, le banche centrali perdono la loro capacità di mandare più in alto le azioni con tassi più bassi.

La FED ha interferito con il ciclo del credito negli ultimi 20 anni. Ma quando si convince di poter ribaltare il ciclo... diventa una grande perdente.

A quel punto, e potrebbero volerci mesi — o anni — ci sono alte probabilità che le banche centrali diventino più creative.

Che altro possono fare?

Saranno comunque pienamente impegnate a "salvare" l'economia. Quando i loro strumenti di politica falliscono, devono inventarsi qualcosa di diverso.

Cosa? Vediamo:

  1. Le banche centrali compreranno azioni. Il Giappone, come al solito, è l'avanguardia.

  2. Gli stati metteranno in campo grandi pacchetti di stimolo fiscale per "investimenti" nelle infrastrutture.

  3. Una qualche forma di finanziamento monetario, diretto dalle banche centrali, finanzierà questi pacchetti di stimolo. Le banche centrali "stamperanno" semplicemente i fondi necessari.

Tutte queste misure sono già in atto o molto discusse sui giornali finanziari più importanti.

Che cosa significherà tutto questo per le azioni, le obbligazioni e il dollaro?

Rimanete sintonizzati...

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Continua a sognare Herr Hatzius: Stai vivendo in un'enorme bolla pronta ad esplodere

Lun, 02/02/2015 - 11:01




di David Stockman


Quanto stupidi pensano che siamo?

Il plenipotenziario di Goldman alla FED di New York, William Dudley o B-Dud, è andato in giro a ripetere una nuova parola in codice, "paziente", piuttosto che ripresentare la solita, "tempo considerevole", per descrivere il piano di innalzamento dei tassi di interesse della FED. Poi ieri, proprio al momento giusto, il suo alter ego alla base centrale della Goldman, Herr Hatzius, ha distribuito alla clientela un fonema identico:

Nel 2003-2004 "tempo considerevole" ha lasciato il passo a "paziente", un segnale che denota l'avvicinarsi di un innalzamento, ed è interessante notare come le parole "paziente" o "pazienza" si siano susseguite con una certa frequenza negli ultimi discorsi della FED.
Infine, come un orologio, il portavoce ufficiale della FED, Jon Hilsenramp, ha consegnato il messaggio definitivo ai giocatori del casinò tramite lo zombie-box di Rupert Murdoch.

I funzionari della Federal Reserve stanno considerando seriamente un importante cambiamento nel tono del meeting della prossima settimana: assicurare che i tassi di interesse a breve termine rimangano vicino allo zero per un "periodo di tempo considerevole".......

Dudley — un personaggio nella cerchia ristretta dei consiglieri della Yellen — ha detto di recente che la FED potrebbe sostituire la "garanzia di tassi bassi per un periodo di tempo considerevole", poiché vuole essere più paziente prima di decidere cosa fare....... La FED ha già seguito questo approccio l'ultima volta che ha cercato di progettare un innalzamento dei tassi nel 2004.... (quando) assicurò che i tassi sarebbero rimasti bassi per un "periodo di tempo considerevole" e sarebbe stata paziente prima di ri-alzarli.
Sì, mentre cerca il coraggio di consentire ai tassi del mercato monetario di lasciare lo zero, la FED darà un largo preavviso precededuto dalla parola che inizia per "P" nella sua dichiarazione post-meeting di dicembre. E' una password segreta doppia, il che significa che il costo dei carry trade per gli speculatori può salire — diciamo di 25bps nei prossimi sei mesi. Non tanto presto.

E' mia intenzione deridere questi pagliacci e giovani delinquenti? Sì, certamente.

Le incongruenze e le stupidaggini sono da capogiro. Eppure, secondo una delle sempre memorabili menti vuote presso la FED, Dennis Lockhart, potrebbe essere troppo presto per cambiare la password nella sessione di dicembre. Lockhart di recente ha detto ai giornalisti che:

....."non c'è fretta di abbandonare" la frase "periodo di tempo considerevole". Vuole accertarsi che l'economia sia abbastanza forte da sopportare aumenti dei tassi prima di muoversi.
Cosa? Secondo la regola dei sei mesi, il primo accenno di un aumento dei tassi dovrebbe verificarsi a luglio 2015. Esattamente 78 mesi dopo il primo abbattimento dei tassi di interesse pressoché a zero. Troppo presto? Suvvia.




Secondo un altro reparto di Goldman Inc., l'S&P 500 si avvicinerà ai 2350 poco dopo. Questi tipi vogliono dire che anche se il mercato azionario sarà stato catapultato quattro volte più in alto durante il periodo senza fine della ZIRP — l'economia sarà ancora troppo debole per sopportare un blip di 25 bps sul tasso a breve?

Quando la riluttanza della gang Goldman/FED nel consentire anche un minimo aumento dei tassi si contrappone con i due grafici che seguono, il contrasto è semplicemente sbalorditivo. Queste persone sono così intontite dalle bolle che non riescono a separare la fantasia dalla realtà.





Beh, forse sì. Ma come Jim Carrey in The Truman Show, la realtà che analizzano, calibrano e progettano è tutta dentro una grande tenda — la bolla finanziaria mondiale che è stata alimentata dalle banche centrali per quasi due decenni. Di conseguenza la loro valutazione di ciò che sta accadendo ora, e ciò che accadrà, è in funzione di una fiducia assoluta nei folli stampatori monetari che gestiscono le banche centrali del mondo.

Detto in modo diverso, i venditori di "asset rischiosi" come Herr Hatzius non fanno analisi né fanno previsioni; seguono semplicemente i loro cosiddetti modelli economici per giustificare un mercato azionario sempre crescente. Dopo tutto, questo è ciò che sembra la bolla dall'interno.

Così, mentre avvisava i suoi clienti circa la modifica della "password", Hatzius ha tirato fuori la versione senza tempo di un'economia fiabesca, in cui i guadagni e i prezzi delle azioni saliranno per sempre:

Consideriamo l'accelerazione della crescita economica degli Stati Uniti nel 2014 come una prova contro l'idea che la debolezza dell'economia americana dopo il 2007 fosse "secolare"; e soprattutto la consideriamo una prova in favore del nostro punto di vista secondo cui suddetta debolezza è stata causata da un lungo ma temporaneo post-sbornia associato allo scoppio della bolla immobiliare e del credito. Questa sbornia è stato il motivo per cui ci sono voluti 5 anni per arrivare ad una crescita economica che tipicamente verrebbe raggiunta in 1-2 anni. Ma il rovescio della medaglia del lento progresso iniziale, è che l'espansione economica — e il rialzo dei tassi che in ultima analisi l'accompagnerà — ha una lunga strada da fare....... (quindi) la nostra visione di lungo periodo rimane ancorata ad una crescita del PIL di circa il 3%, non solo nel 2015 ma anche nel 2016-2017.
Vediamo. Negli ultimi 14 anni le vendite reali negli Stati Uniti sono cresciute ad un tasso annuo dell'1.6%; e negli ultimi 7 anni ad un CAGR a malapena dell'1.0%. E questa è la metrica giusta — anche Herr Hatzius sa che gli inventari nel PIL sono irregolari nel breve periodo, ma si stabilizzano nel tempo.

Molto probabilmente potrebbe anche riconoscere che ci sono stati alcuni "venti a favore" che hanno fornito benzina agli Stati Uniti e all'economia globale negli ultimi 15 anni, e questi venti potrebbero aver aggiunto qualche ottano ai CAGR limpidi che abbiamo osservato di recente — tassi di crescita che rappresentano un frazione del suo 3%.

Detto in modo diverso, è praticamente impossibile sostenere che il tasso di crescita degli Stati Uniti, inchiodato all'1.6% sin dal 2000, non sia stato appiattito da alcuni giganti ormai in ginocchio. Chiedete a Caterpillar, IBM, Exxon-Mobil, Macy o a tutto il resto della banda che aveva beneficiato dei mercati in forte espansione all'estero, grandi guadagni dalle conversioni e indebitamento folle in patria.

Questo è ciò che intendo per "venti a favore". Nel corso di questo secolo, un'enorme espansione monetaria e fiscale a livello mondiale ha alimentato la più grande era di espansione del credito e di crescita del debito che il pianeta abbia mai visto. Prendete ad esempio la Cina, dove il debito nel mercato del credito è passato da $1 bilione a $25 bilioni nel corso di suddetto periodo; o anche gli Stati Uniti, dove il debitoo pubblico e privato sono schizzati in alto da $26 bilioni a $60 bilioni; o il Giappone, dove circa $25 bilioni di debito gravano sulla schiena di una popolazione in rapido invecchiamento.

O se si preferisce un approccio settoriale, guardate all'esplosione delle spese in conto capitale nelle miniere di ferro; o ai container spediti per nave; o alle fabbriche di acciaio e alluminio; o alle industrie del petrolio, del gas e dell'energia; o ai fornitori di cemento e di macchine nei cantieri; e al settore immobiliare e commerciale da Shanghai a Istanbul e San Paolo.

E' possibile che tali "venti a favore" potrebbero non persistere. Dopo tutto, il boom degli investimenti di capitali (sopra descritto) non era organico — il risultato di popoli che improvvisamente diventavano più energici, ambiziosi e imprenditoriali. No, è stato quasi del tutto artificiale — un crack-up boom temporaneo a causa dell'inarrestabile espansione del credito fiat ingegnerizzato dalle banche centrali.

Ma ora che i loro bilanci combinati sono esplosi da circa $2 bilioni alla fine del secolo a oltre $16 bilioni di oggi, ci sono alcuni segni inconfondibili di una frenata incombente. I compagni del cpitalismo rosso a Pechino stanno cercando di comprimere la gigantesca bolla del credito — come sottolineato di nuovo ieri sera. Questo, tra le altre cose, è il motivo del "nein" tedesco, mentre Draghi affronta la sua imminente resa dei conti.

Tra l'altro è anche quello che intendono fare i capi della FED quando hanno deciso di cambiare la "password". E in Giappone la BOJ sta ancora stampando a tavoletta. Ciò significa che quando lo Yen infine si ritroverà in caduta libera — cosa possibile da un giorno all'altro — non ci sarà nulla da fare.

Quindi sarebbe meglio non contare sui "venti a favore". Meglio ancora, esiste la possibilità che i venti monetari degli ultimi 15 anni possano trasformarsi realmente in venti contrari; e il mito della crescita del 3% di Goldman potrebbe essere schiacciato dal contraccolpo globale di bolle che scoppiano e bombe ad orologeria finanziarie che esplodono.

Ad esempio, le corporazioni dei paesi emergenti e gli investitori obbligazionari hanno raccolto circa $9 bilioni nei mercati del debito off-shore. In un modo o nell'altro, gran parte dei Paesi emergenti è una colonia economica della Cina. Cosa succederà quando il castello di carte cinese continuerà a crollare — come preannunciavano gli ultimi mesi di calo delle importazioni — mentre il dollaro continuerà a salire, in quanto i mercati globali a corto di dollari si scapicolleranno per trovare finanziamenti?

Ci sarà una conflagrazione nel mercato del debito dei Paesi emergenti. Rappresenterà sicuramente il sub-prime dell'epoca attuale. La maggior parte di questi prestiti è finita in investimenti industriali e infrastrutturali che risulteranno improduttivi in un'epoca di raffreddamento globale, e ciò vaporizzerà le garanzie collaterali sottostanti come è accaduto durante l'ultima bolla immobiliare.

I tipi di Goldman credono davvero alla loro propaganda? Sulla crescita miracolosa dei BRICS? E che la grande pila di debito insostenibile e di immobili inutili nell'economia cinese possa essere smantellata tranquillamente dai compagni disperati di Pechino?

Cosa succederà quando lo yen finirà in caduta libera e tutta l'Asia orientale soccomberà sotto una tempesta di deprezzamento della moneta? Come se la caveranno in tale scenario le macchine, i beni capitali e gli esportatori di auto di lusso tedeschi — l'unica cosa che sta mantenendo a galla l'Eurozona? E quando la locomotiva tedesca inciamperà a causa del crollo della domanda proveniente da Russia e Cina, cosa succederà all'euro e a tutti gli speculatori che hanno solcato i mari del debito greco e italiano?

C'è almeno una possibilità che il decennale italiano, scambiato di recente al rendimento assurdo dell'1.95%, non sia altro che un grande incidente annunciato? Cosa accadrà quando i tipi di Wall Street venderanno le loro obbligazioni italiane e gli euro — smobilitando le loro posizioni short nei confronti del dollaro più rapidamente di quanto accaduto negli ultimi mesi o durante l'ultima crisi nel 2008?

Infatti la possibilità di una fuga massiccia verso il dollaro confuta da sola il mito del disaccoppiamento e il modello dell'economia chiusa offerto da Herr Hatzius e dal resto dei suoi compagni di viaggio a Wall Street. Il motivo per cui dicono ancora di acquistare durante i ribassi e di come la crescita al 3% sia prossima? I loro modelli non sono altro che una proiezione atta a raggiungere questi scopi. Il tutto finisce sempre con la piena occupazione keynesiana da raggiungere nei tre anni successivi. Un mondo senza fine.

Ma forse un dollaro in rialzo, un raffreddamento dell'economia globale e un prezzo del petrolio a $50 sballotterà l'economia statunitense. Il miracolo dell'olio di scisto finirà e i $ 500 miliardi di debito sottoposto a leva in questo settore andranno in malora come accaduto 7 anni fa ai mutui CDO.

E cosa succede al tasso delle spese in conto capitale in tale scenario — dato che una parte della tiepida ripresa dopo la crisi del 2008 è da attribuire al boom dell'energia e dell'olio di scisto?




E che dire del sogno di una crescita al 3%? Come mostrato di seguito, sin dal 2007 le esportazioni degli Stati Uniti sono aumentate solo ad un tasso nominale del 2.2%; e ciò con un dollaro debole e un boom nell'esportazione di materie prime e prodotti chimici. Questi ultimi sono aumentati del doppio rispetto al tasso delle esportazioni complessive, ma un raffreddamento dell'economia mondiale e un dollaro in rialzo metterà fine alla festa.





Sì, e pensate anche a qualcosa di così prosaico come i viaggi, il turismo, i parchi tematici e gli oggetti di lusso. A fronte di un dollaro molto più forte, l'industria del turismo, che è cresciuta ad un tasso annuo del 12% dal fondo nel 2009, è destinata a diventare molto meno "aspirazionale".

Disaccoppiamento? Non credo proprio.




Sì, la vita all'interno delle bolle è davvero buona. Magari fosse reale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Dalla Svizzera al QE di Draghi: Il mercato globale è pieno di bombe ad orologeria innescate

Ven, 30/01/2015 - 11:06




di Francesco Simoncelli


Giovedì scorso lo zio Mario ha infine accontentato chi si stracciava le vesti affinché implementasse misure straordinarie data la presenza di una situazione straordinaria che non vuole scomparire. Dopo tutte le promesse fatte sin dal suol discorso "whatever it takes", esse si sono in qualche modo concretizzate nell'ultima conferenza stampa in cui informava il pubblico che la BCE è ormai disposta ad inglobare nel suo bilancio circa un terzo del debito pubblico emesso da ogni Paese della zona Euro. Sebbene il rischio sugli asset acquistati sia stato ripartito sulle varie banche centrali nazionali, ha tenuto a ricordare che l'OMT è ancora in piedi e può essere usato in qualsiasi momento. Rassicurante. Viene da chiedersi come mai i vari giornalisti presenti alla conferenza stampa fossero preoccupati perlopiù del "risk sharing"... Basilea III non ci assicurava del contrario? Draghi ha glissato con sorrisi beffardi. In realtà sa che il debito dei Paesi europei, soprattutto quelli della periferia, sono solamente bombe ad orologeria finanziarie. I rendimenti ridicoli dei titoli di stato italiani, ad esempio, sono figli della repressione finanziaria attuata dalle varie banche centrali del mondo.

La ZIRP e i giri di quantitative easing della FED hanno assicurato un flusso continuo di risorse monetarie con cui gli speculatori di Wall Street, principalmente hedge fund e banche commerciali, hanno potuto pasteggiare azzerando il rischio connesso. L'oceano di liquidità partorito dalla FED è stato utilizzato da questi giocatori d'azzardo per fare offerte in lungo e in largo il mercato mondiale e raccattare tutti quegli asset che avevano rendimenti in grado di fornire loro carry trade sempiternamente proficui. Ogni intervento della banca centrale ha sortito una manipolazione sempre maggiore. I mercati sono drogati di denaro fiat, non ne possono fare a meno pena un dolore economico senza precedenti. Sono stati, quindi, rastrellati tutti quegli asset che a fronte di tassi di interessi monetari prossimi allo zero avrebbero garantito un ritorno positivo sugli "investimenti". Sin dal 2008 il price discovery all'interno dei mercati mondiali è stato severamente distorto, creando un ambiente economico in cui sono state piazzate varie bombe ad orologeria finanziarie.

Il primo settore a subirne le conseguenze è stato quello obbligazionario degli stati, i cui rendimenti sono stati abbassati artificialmente grazie agli interventi delle banche centrali, in particolare la FED, la PBOC e la BOJ. Fornendo benzina quasi gratis, è stato sovvenzionato azzardo morale per tenere in piedi un settore dell'economia che avrebbe avuto bisogno di una severa pulizia da parte delle forze di mercato. Invece, a seguito del crash immobiliare del 2008, le banche centrali hanno fatto quello per cui sono state create: preservare il cartello di cui sono a protezione e sostenere le finanze degli stati.




Infatti i primi due QE della FED sono serviti a puntellare i bilanci disastrati delle banche commerciali, le quali hanno potuto sopravvivere nonostante la mole di asset non performanti sui loro bilanci. Beh, poco male... anche perché a cosa servirebbe la doppia contabilità altrimenti? Se poi ci aggiungiamo che si può essere salvati da un cosiddetto prestatore di ultima istanza, le cose si fanno molto più semplici. Quindi per garantirsi un flusso continuo di rendimenti, i giocatori d'azzardo sopracitati si sono letteralmente lanciati nel mercato divorando qualsiasi cosa potessero acquistare. Nel caso dell'Europa, ha permesso alla BCE di respirare e tirare per un pò il freno a mano. Guardate il grafico qui sopra. Notate come nel 2013 i bilanci della FED divergano da quelli della BCE. I giocatori d'azzardo, attraverso i fondi elargiti generosamente dalla FED, hanno potuto rastrellare il pattume obbligazionario dei vari stati europei, affittando, in un certo senso, il debito pubblico della periferia dell'Eurozona. Se questa mossa è servita principalmente per ammorbidire i tedeschi riguardo l'implementazione di un QE attraverso la propaganda martellante di una "catastrofe deflazionistica", non lo so; sta di fatto che in questo modo la zona Euro ha comprato tempo.

A conferma della mia tesi abbiamo lo stop al QE da parte della FED. Oltre a confermare un certo grado di cooperazione tra le varie banche centrali, notiamo come l'inflazionismo monetario sia ormai cronico all'interno del panorama economico. Infatti, sebbene Draghi abbia ricordato giovedì scorso che le attuali misure sono in qualche modo temporanee e da terminare entro il settembre del prossimo anno, ha raccomandato che gli stati europei adottino riforme strutturali. Non lo faranno. Non l'hanno fatto finora e non possono farlo in futuro. Perché? Perché l'apparato statale conosce un solo verbo: spendere. Non sa fare altro. Prende coercitivamente da un gruppo e in qualche modo redistribuisce tale ricchezza pensando di poter indirizzare il mercato secondo il suo volere. Non funziona così. Non possedendo la capacità di effettuare un calcolo economico in accordo con i desideri del mercato, è destinato a imprimere sempre di più la sua volontà su quella del libero mercato. Questa influenza si estende nel breve termine. Si protrae nel medio termine. Muore nel lungo termine. Man mano che si va avanti, però, le informazioni da controllare si fanno così numerose che il brevissimo termine diventa la sola cosa che è possibile prevedere. E' insostenibile. E' per questo che il QE della BCE non si fermerà il prossimo settembre. O continuerà ad intervenire, o lo dovrà fare un'altra banca centrale. In entrmabi i casi il dado è ormai tratto.

Che sia attraverso un'inflazione di massa o una depressione, le manipolazioni delle banche centrali semplicemente non possono andare avanti all'infinito. Il mercato si aggiusta ai nuovi segnali, e per tenere in piedi le vecchie politiche è necessario intervenire di nuovo con maggiore veemenza. Ma, soprattutto, non è possibile smobilitare le vecchie politiche pena un panico generale con relativa perdita del controllo. Guardate infatti il bilancio della FED, è rimasto stazionario. Lo stesso vale per le riserve in eccesso create ed iniettate nelle banche commerciali: sono ancora tutte lì. Non c'è via di scampo. Le banche centrali si sono intrappolate. Infatti ritirare quelle riserve significherebbe esporre all'insolvenza tutti quegli istitituti che fino ad ora sono stati sorretti artificialmente dalle banche centrlai, e attraverso i quali è stata venduta a Main Street l'illusione di una ripresa nominale. La svendita dei titoli di stato sarebbe pressoché immediata causando buchi enormi sia nei bilanci delle banche commerciali, degli hedge fund e dei fondi pensione, sia in quelli delle banche centrali stesse. E' stato grazie ai primi che l'euforia è stata fatta passare dal settore obbligazionario statale a quello azionario.

Sebbene la maggior parte del denaro creato dalla FED è stato parcheggiato presso i suoi depositi, una modesta porzione di esso è finito in nuovi prestiti. A fronte di norme più stringenti da parte delle banche commerciali e di una maggiore richiesta di garanzie liquide, gli unici che potevano permettersi di accendere dei prestiti erano quelle figure che potevano mettere sul banco un grande ammontare di liquidità nel caso di default. E' in questo modo che i ricchi sono diventati più ricchi. Questi prestiti, però, non sono stati utilizzati per migliorare i prodotti creati dalle aziende o a sovvenzionare settori come la Ricerca & Sviluppo. No, questi fondi sono finiti nella bisca di Wall Street, andando a gonfiare altre bolle finanziarie.






Il risultato che abbiamo ottenuto è una stagnazione industriale e le varie grandi industrie forzate a ri-acquistare le proprie azioni invendute. Purtroppo per i pianificatori centrali, questi sono trucchi che funzionano una sola volta e come possiamo vedere dal grafico sulle entrate dell'IBM stanno già esauendo la loro magia. Poi entra di nuovo in gioco la realtà. Per prolungare la baldoria si lascia che entrino nel casinò anche gli investitori marginali, coloro il cui compito è venire spennati. Questi sono coloro che arrivano per ultimi alla festa e comprando ai massimi, sperano che il mercato continuerà a salire.





L'ingegneria finanziaria delle banche centrali ha, quindi, soppresso la maggior parte dei rendimenti all'interno del mercato mondiale, lanciando segnali rassicuranti secondo cui non c'è nulla di cui preoccuparsi. Proprio ora si sta festeggiando la pseudo-ripresa degli Stati Uniti. Sarebbero queste le basi? In realtà sono decisamente fragili. Allo stesso modo si festeggia anche in Europa per l'avvenuta conversione di Draghi al keynesismo sotto steroidi. Si presume che questa misura cambierà cinque anni di completo degradamento. Non succederà. Perché? Per lo stesso motivo per cui non ha funzionato negli Stati Uniti e in Giappone. Il denaro è semplicemente un mezzo di scambio e attraverso di esso facilitiamo le nostre interazioni con quegli individui con cui commerciamo. Pompare nuova moneta nell'economia non aiuta affatto a migliorare questa realtà, anzi mette in moto un processo in cui si viene scambiato qualcosa per niente. Coloro che ricevono per primi le nuove unità di denaro possono approfittarne per entrare in possesso di vantaggi che coloro che lo riceveranno per ultimi non avranno. In questo modo il beneficio dello scambio, che permette ad entrambe le parti che lo performano di stare meglio, viene sbilanciato a favore di una parte. Detto in parole povere, è la banca centrale che alimenta le disuguaglianze sociali ed economiche.

Nonostante tutte le chiacchiere sfornate dai media mainstream, i salari mediani delle famiglie statunitensi sono diminuiti negli ultimi 6 anni e il tasso di povertà è aumentato con 47 milioni di americani ora dipendenti dai food stamp e dai vari assegni sfornati dal governo federale. La stagnazione industriale e la ridondanza degli investimenti preclude una correzione dei mercati, permettendo così alle forze di mercato di direzionare le risorse matriali e umane verso quei bisogni più urgenti da soddisfare. Succederà altrettanto in Europa. Nonostante il QE, i fondamentali non cambieranno affatto. La lotta di Main Street non cambierà affatto. Questo significa che lo stato farà nuove promesse e continuerà a spendere. Non c'è modo di cambiare questa realtà: la pianificazione centrale dell'economia è destinata ad esplodere in faccia a coloro che credono di poterla utilizzare per direzionare l'economia. Essi agiscono in base ai loro modelli matematici, ignorando la volontà del mercato. Infatti l'attuale misura di QE è stata implementata facendo ricorso alla sciocca identità contabile enunciata da Irving Fisher: M*V=Y*P. In questa relazione si presume che la fotografia di scambi monetari effettuati in un certo momento nel tempo, possano fornire un qualche indizio su dove andrà l'economia e come poterla indirizzare. I monetaristi, nel caso specificio, affermano che V (velocità circolazione moneta) può essere considerata costante e che Y (prodotto nazionale lordo) non sia affatto influenzato dalle variabili monetarie e quindi assumenre che sia costante nel breve termine. In questo modo possono affermare che un qualsiasi aumento di M (massa monetaria) si ripercuoterà proporzionalmente in P (prezzi aggregati).

Arrivare ad una conclusione simile, però, è sbagliato. È molto importante capire chi riceverà la nuova moneta, come la spenderà e in quale lasso di tempo. Inoltre va considerato qual è il sentimento delle banche e dei consumatori (se sono, rispettivamente, disposti a prestare e a prendere in prestito), quali sono le aspettative per il futuro, ecc. Tutti elementi che in quella identità contabile spariscono, e quindi diviene facile affermare che i banchieri centrali possono essere in grado di "stabilizzare" i prezzi agendo sul lato della massa monetaria. Non è un caso se le due crisi economiche più devastanti dell’età contemporanea siano state precedute da un decennio in cui si riteneva che gli obiettivi di “stabilità dei prezzi” fossero stati rispettati.

Infatti, come abbiamo visto in un precedente articolo, i motivi per cui la stampa monetaria senza precedenti non si è materializzata in inflazione dei prezzi sono molteplici e non riconducibili a fredde operazioni matematiche. Ma non ottenendo i risultati desiderati, i banchieri centrali continuano a spingere sullo stesso tasto. E' una strada pericolosa quella su cui stiamo camminando, perché la presunzione di conoscenza da parte dei banchieri centrali sta tenendo in piedi un sistema sociale ed economico al collasso. Infatti la crisi che ancora perdura non è affatto di origine ciclica, ma è strutturale. I mercati del debito hanno raggiunto un punto di saturazione che sta lentamente consumando il bacino dei risparmi reali dell'Europa. Infatti le forze di mercato stanno spingendo per una recessione, visto che ce n'è bisogno, ma vengono contrastate dalle forze anticicliche delle banche centrali che hanno permesso un lieve deleveraging nel settore privato gonfiando a dismisura quello pubblico. Austerità? Non per lo stato. Deflazione? Nei sogni degli statalisti. Cosa mai potrebbe andare storto?



EVENTI IMPREVISTI: LA THAILANDIA, LA SVIZZERA E LA GRECIA

I banchieri centrali sono esseri umani. Non c'è bisogno quindi di "divinizzarli". Sono come voi e me, e possono commettere errori stupidi come voi e me. Inoltre, sempre come voi e me, possono cercare testardamente di riparare ai loro sbagli cercando di mettere toppe qua e là nella speranza di poter aggiustare laddove è stato commesso l'errore. Diversamente da voi e me, però, essi sono in grado di influenzare il resto dell'economia attraverso le loro azioni. Se io, ad esempio, dovessi commettere un errore con la mia azienda e cercassi di correggerlo, nel caso fallissi ci rimetterei solo io. Il mercato mi sostituirebbe con un altro attore in grado di imparare dai miei sbagli. Nel caso dei banchieri centrali, invece, essi possono deturpare i segnali di mercato all'interno del panorama economico attraverso la politica monetaria. Se falliscono, quindi, chi ci rimette è una grande fetta della popolazione che invece non è responsabile.

E' per questo motivo che gli Austriaci, e in particolare Ron Paul, ha sempre sostenuto la possibilità di chiudere una volta per tutte la FED. E' per questo che io ho sempre sostenuto la chiusura di una qualsiasi banca centrale sul suolo europeo. Infatti i banchieri centrali, essendo umani come noi, credono testardamente di poter raddrizzare le cose facendo riferimento al set di strumenti a loro disposizione per contrastare situazioni presumibilmente contrarie all'economia. Entra in gioco anche un fattore psicologico: non vogliono fare la figura degli incompetenti così come non la vorrebbe fare un qualsiasi imprenditore a capo di un'azienda. Entrambe le figure perseverano fin quando la situazione non diviene praticamente insostenibile e devono gettare la spugna. Nel caso dei banchieri centrali, però, ciò apre la porta a tutta una serie di conseguenze non volute. Un esempio recente lo ritroviamo nella volontà della BNS di togliere il tasso di cambio ancorato con l'euro a 1.20 CHF.

Nel 2009, a seguito della crisi scoppiata in Grecia, gli investitori spaventati dalle conseguenze che i conti greci truccati avrebbero potuto generare, decisero di diversificare i loro asset puntando sul franco svizzero. La frenesia legata a questo trading ha inizialmente fatto salire il valore del CHF rispetto all'euro. Sebbene i grandi esportari si lamentassero nei confronti della BNS, c'era anche un altro settore che stava iniziando a subire perdite: le banche commerciali. Le loro attività guardano principalmente all'estero e hanno asset denomianti in euro e passività in franchi. Se, ad esempio, A prende in presito euro dalla banca svizzera B e l'euro nel corso del tempo si svaluta, tale svilimento andrà a favore di A facendo crollare il valore del prestito sul bilancio di B. Se invece C prende in prestito franchi (e la sua fonte di guadagno è denominata in euro) dalla banca svizzera D e il franco si rivaluta nel corso del tempo rispetto all'euro, per un po' D avrà un vantaggio su C. Ma a lungo andare l'onere del debito potrebbe farsi troppo gravoso per C e potrebbe andare in default. Quest'ultimo scenario sarebbe peggiore rispetto al primo.

In entrambi i casi i bilanci delle banche commerciali si erodono. La BNS, quindi, ha pensato di agganciare il franco svizzero all'euro ad un cambio fisso, in modo da garantire un certo "equilibrio". In questo modo la BNS si è impegnata a stampare franchi e venderli per comprare euro e altre valute estere.




La popolazione svizzera non ne ha affatto goduto e ha dovuto sopportare il fatto di ritrovarsi per le mani un mezzo di scambio svilito. Situazione che si sarebbe acuita poiché nell'aria aleggiava già lo spettro di un QE europeo, cosa che avrebbe costretto la BNS a seguire la BCE in una svalutazione competitiva senza fine. Detto in modo diverso, la BNS avrebbe dovuto espadnere a dismisura un bilancio già incredibilmente gonfio stampando franchi svizzeri e comprando valute estere. D'altro canto questo sarebbe stato un enorme pasto gratis agli speculatori sui carry trade, i quali avrebbero potuto prendere in prestito franchi svizzeri a tassi di interesse ribassati e investire in valute estere con tassi di interesse più alti. Fino al 15 giugno scorso questo carry trade ha retto e dato che trading simili vengono effettuati con una forte leva finanziaria, la decisione di togliere il peg ha causato non poche vittime nel mondo finanziario. Soprattutto a causa della rivalutazione repentina da parte del franco svizzero. Sono, quindi, fioccate le margin call e parecchi trader si sono ritrovati pesantemente esposti a perdite ingenti: prendete ad esempio Everest Capital's Global Fund, FXCM, ecc.

Anche le banche commerciali e la stessa BNS sono rimaste vittima di perdite di bilancio, poiché le passività in franchi erano superiori agli asset (a causa della continua perdita di valore dell'euro). E' molto probabile che la BNS abbia voluto fermarsi ora puntando tutto sull'apprezzamento del dollaro in modo da tamponare le perdite. Sebbene sia molto difficile che una banca centrale possa dichiarare bancarotta, la BNS ha preferito non seguire nell'oblio l'euro e ingurgitare ora la pillola amara del dolore economico. I controlli dei prezzi, di qualsiasi tipo, distorcono il caclolo economico e favoriscono un'allocazione errata delle risorse.

Nel 1997 il thai baht venne sganciato dal suo peg con il dollaro. Il tasso di cambio artificiale aveva creato investimenti improduttivi in tutta l'area del sud-est asiatico, e quando venne smobilitato la stessa regione sprofondò in crisi. L'anno successivo il panico si diffuse in Russia, mandando in default la nazione per il suo debito. C'era un hedge fund statunitense estremamente esposto al mercato obbligazionario russo che a causa di questa crisi era ad un passo dal fallimento: Long-Term Capital Management (o LTCM). Se questo hedge fund fosse fallito, non avrebbe più potuto pagare i suoi obblighi nei confronti delle banche di Wall Street, le quali si sarebbero ritrovate grossi buchi di bilancio. LTC venne quindi salvata da JPM, Citibank e Goldman Sachs con la complicità della Federal Reserve che tagliò i tassi di interesse e aprì le porte alla bolla dot-com.

I banchieri centrali credevano di avere tutto sotto controllo, invece la loro presunzione di conoscenza è esplosa loro in faccia circa 7 anni dopo quando scoppiò il mercato dei mutui subprime. Vennere spiazzati perché puntellarono gli hedge fund e si ritrovarono per le mani una bomba ad orologeria finanziaria da un'altra parte. Quindi corsero ai ripari, proveddendo ad espandere l'offerta di moneta della nazione ad un livello mai visto prima per salvaguardare i "big player" e ad implementare misure più restrittive per la concessione di nuovo credito. Ma come è accaduto in quegli anni, stanno ignorando da dove arriverà il prossimo colpo alla loro presunta onniscienza: il falso boom nel mercato dell'olio di scisto. L'espansione artificiale dell'offerta di denaro e la ZIRP hanno contribuito a creare un'euforia senza precedenti nel mercato petrolifero, inducendo varie imprese ad investire in tale settore credendo che il prezzo del petrolio sarebbe rimasto "per sempre" tra gli $80-100/bbl. Non solo, ma i mercati emergenti hanno scommesso anche su un dollaro debole, invece si sta rafforzando a seguito del QE in pausa e di un probabile aumento dei tassi di interesse. Così come accaduto nel 1997 e successivamente nel 2007, le crisi sono scoppiate a seguito di eventi presumibilmente "insignificanti" che hanno messo in moto un domino di eventi i quali sono culminati con una crisi. La Svizzera, quindi, con la sua recente decisione di togliere il peg con l'euro potrebbe aver messo in moto quella che sarà la prossima crisi. I mercati mondiali sono saturi di debito e distorsioni da parte delle banche centrali, e se la storia è una maestra di vita tra un anno o due potremmo osservare le tremende cosneguenze dell'esplosione di queste bombe ad orologeria finanziarie.

Infine, oltre alla decisione improvvisa della Svizzera che ha inflitto numerose perdite, c'è da considerare la Grecia la quale rappresenta ancora una mina vagante all'interno dell'Eurozona. Se gli eventi messi in moto dalla BNS sono lenti a dipanarsi, un improvviso default della Grecia accelererebbe il tutto. Il Paese ellenico è esposto a circa €300 miliardi di debiti nei confronti del FMI, degli altri paesi della zona Euro, della BCE e di creditori privati. Dato che i pianificatori centrali vogliono tenere in piedi un'economia insostenibile basata sugli eccessi pre-crisi, la Grecia dovrà andare in default per gran parte di questo debito. Questo è il motivo per cui nessuno smetterà di gettare denaro in questa dolina economia. Questo è il motivo per cui tutti i moniti del nord Europa nei confronti del sud Europa sono un bluff. Sono tutti sulla stessa barca. Un piccolo cambiamento nello status quo potrebbe mettere in moto eventi che manderebbero repentinamente fuori controllo la presa della pianificazione centrale sull'economia europea.

Quindi questo teatro Kabuki andrà avanti, con una parte che premerà per riforme strutturali e l'altra che continuerà a ricevere denaro non facendole. Quando mai è stato possibile risolvere una crisi del debito aggiungendo ancora più debito?



CONCLUSIONE

Quello che ormai si vede regolarmente sui mercati è una continua corsa per seguire trend fasulli che si pensa possano continuare per sempre. Una volta che si invertono gli sciocchi rimangono con un pugno di mosche in mano. Non capiscono come le banche centrali siano delle abili manipolatrici, o se lo comprendono lo ignorano e cercano di fare front-running alle loro decisioni. Ma quando le inversioni di trend stabiliti sono repentine, le perdite sono enormi ed impreviste. Allo stesso modo, pochi oggi si aspettano un aumento dei tassi di interesse e dell'inflazione nei prezzi. Quando ciò accadrà, perché è inevitabile che accada, allora tutto quello in cui si è creduto finora cadrà a pezzi. I fondamentali delle varie economie sono distorti ed è per questo motivo che le stesse forze che hanno costretto la BNS ad invertire il suo controllo dei prezzi, agiranno anche sulle altre banche centrali del mondo. Le forze di mercato sono inesorabili.

La lezione che a questo punto avremmo dovuto apprendere dai recenti sconquassi finanziari, è che gli apologeti dello stato e i banchieri centrali non sono degni di fiducia. Non imparano dai loro errori, e i loro presunti tentativi di aggiustare le cose finiscono per peggiorarle. L'unico modo per proteggersi dalla loro follia crescente e dalle bombe finanziarie sparse in tutto il mercato globale, è possedere oro.


Il fine partita keynesiano si cristallizza nella follia monetaria del Giappone

Gio, 29/01/2015 - 11:09




di David Stockman


Se gli stampatori folli presso la BOJ venissero trattati come dei paria dal resto del mondo, potremmo rallegrarci del fatto che sul pianeta c'è ancora un minimo di sanità mentale. Ma avviene l'opposto. Istituzioni come il FMI, il Tesoro degli Stati Uniti e le altre grandi banche centrali li incitano, mentre la squadra di piromani keynesiani guidata dal professor Krugman si lamenta che il Giappone sia troppo mite con il suo "stimolo".

Adesso abbiamo nuovi dati che ci conferamo di come il Giappone sia un manicomio finanziario — anche se il suo modello di politica è abbracciato da funzionari e analisti di un certo calibro. La notizia più recente riportata dal Cabinet Office ci informa che quest'anno il tasso di risparmio delle famiglie del Giappone è sceso a -1.3%, entrando per la prima volta in territorio negativo da quando sono state registrate le serie storiche nel 1955.

Solo una generazione fà il Giappone veniva descritto come un popolo di risparmiatori. Prima dello scoppio della bolla finanziaria alla fine degli anni '80, le famiglie risparmiavano regolarmente il 15-25% del reddito. Ma dopo quasi tre decenni di politiche keynesiane, il Giappone è ora incappato in una trappola finanziaria/demografica che non dà scampo.

Dal momento che il Giappone si rifiuta ostinatamente di accettare gli immigrati, i suoi dati demografici di lungo termine sono un disastro. Di conseguenza chi farà la differenza nei prossimi decenni è già nato, è già stato conteggiato, è già stato assunto ed è già stato aggiunto nelle proiezioni.

La forza lavoro del Giappone, che conta 80 milioni di unità, scenderà a 40 milioni entro il 2060. Allo stesso tempo, i suoi attuali 30 milioni di pensionati continueranno ad aumentare, il che significa che in ultima analisi supereranno il numero di lavoratori.

A fronte di tali fatti scoraggianti, ne consegue che alla vigilia del suo bust demografico il Giappone ha bisogno di risparmi elevati e tassi di interesse generosi per aumentare le uova nel paniere dei pensionati; un tasso di cambio forte per attirare capitali stranieri e assorbire i suoi $12 bilioni di debito pubblico, che ammontano già al 230% del PIL; e un aumento dei redditi reali al fine di coprire la pesante tassazione (inevitabilmente necessaria) per chiudere il suo gap di bilancio e contenere il debito pubblico.

Ma dato che sta seguendo politiche fiscali e monetarie keynesiane, mettendo sotto steroidi l'Abenomics, va da sé che stanno prevalendo le condizioni opposte. In particolare, nessuna famiglia o istituto in Giappone può guadagnare qualcosa dai risparmi. Il tasso del mercato monetario, il quale determina i rendimenti dei depositi di denaro, è passato da un "picco" di 100 punti base (per quanto possa sembrare assurdo) prima della crisi finanziaria ai 10 punti base di oggi, vale a dire, niente.




Ma ciò che sorprende di più è che il rendimento del decennale giapponese è sprofondato ad un minimo storico dello 0.31%. Data l'insistenza della BOJ nel voler raggiungere il target d'inflazione del 2% a qualunque costo, è lecito dire che la politica ufficiale dell'Abenomics è quella di spennare i titolari di debito pubblico a lungo termine.

Non riuscendo a pensare alle conseguenze delle sue azioni, la BOJ vuole che le banche, le famiglie e le altre istituzioni finanziarie investano risorse in qualcosa di perdente. Vale a dire, il programma di acquisto di bond della BOJ è diventato così grande da essere arrivato a fagocitare il 100% delle nuove emissioni del governo. In termini pratici questo significa che il debito pubblico si è effettivamente ridotto, e che il mercato dei titoli di stato è stato inghiottito a tutti gli effetti dalla BOJ.

Non c'è nient'altro che un'implacabile banca centrale. Dati recenti provenienti dal fondo pensionistico statale giapponese (GPIF), per esempio, mostrano che tale istituto ha già venduto alla BOJ centinaia di miliardi di dollari in titoli di stato.

Inutile dire che questa monetizzazione di tutto il mercato dei titoli di stato è un suicidio finanziario. La BOJ ora non osa fermare le stampanti monetarie, perché senza la sua domanda il mercato si schianterebbe violentemente. Eppure il 40% delle entrate del governo del Giappone viene già utilizzato per ripagare il suo gigantesco debito pubblico. Anche un aumento di 180 punti base dei rendimenti medi (il che significa un tasso ancora inferiore al 2% per il decennale giapponese) sarebbe sufficiente ad assorbirne il resto. Proprio così, il 100% delle entrate del governo verrebbe utilizzato solo per ripagare il proprio debito.

Ciò equivale ovviamente ad uno scenario fiscale comico, ma è comunque matematicamente concreto. Anche con l'aumento delle imposte al consumo dal 5% all'8%, le amministrazioni pubbliche del Giappone avrebbero una spesa di circa ¥100 bilioni l'anno a fronte di un gettito fiscale da ¥50 bilioni.




Come è evidente dal grafico qui sopra, questo divario è diventato più marcato a partire dai primi anni '90, quando i missionari keynesiani hanno convertito i burocrati locali alla religione della spesa in deficit. Ora, dopo aver sprecato 25 anni a costruire autostrade e ponti verso il nulla, il governo di Abe è riuscito a rinviare un aumento delle tasse fino al 2017. Questo significa che il debito pubblico continuerà a salire e che la BOJ monetizzerà implacabilmente il 100% delle nuove emissioni di debito pena una devastante impennata dei tassi di interesse.

Questa è una situazione fuori da ogni concezione logica. Sin dai primi anni '90 i rendimenti dei titoli giapponesi sono calati a causa della repressione finanziaria della BOJ, oltre ad un boom disinflazionistico stimolato dall'espansione del credito fiat delle altre banche centrali. I rendimenti del debito pubblico del Giappone sono a zero e, difatti, le maturazioni fino a due anni sono tradate a rendimenti negativi.




L'onere del debito pubblico è salito senza sosta sin dagli anni '80 a causa delle politiche fiscali di stampo keynesiano, come dimostrato nel grafico qui sotto. E ora, a causa dell'Abenomics, un altro 7-10% del PIL verrà risucchiato dal debito pubblico.




Il grafico qui sotto cattura al meglio la natura disperata della trappola del debito del Giappone. In termini di yen — e questa è la metrica legata alle entrate di bilancio del Giappone — il reddito nazionale non ha registrato alcuna crescita netta sin dal 2006! E l'Abenomics non ha affatto modificato le cose. Nel trimestre più recente il prodotto nazionale lordo non era superiore a quello del gennaio 2013.




In breve, l'equazione fiscale del Giappone è finita in una morsa brutale in cui il denominatore (PNL) rappresenta un elettrocardiogramma piatto, mentre il numeratore (il debito pubblico) continua a salire. Almeno per il momento, quindi, il Giappone ha fatto pienamente ricorso alla stmapante monetaria per finanzare i suoi conti pubblici.

La BOJ sta distruggendo lo yen e sta precludendo la possibilità di un afflusso di capitali internazionali nel Paese — salvo speculazioni di breve termine da parte dei carry trader di New York, Londra e delle altre arene in tutto il mondo. Di conseguenza, il forte calo del tasso di cambio sin dal 2012 è probabile che si accentui di più nel futuro prossimo. Più a lungo la BOJ stamperà enormi quantità di nuovi yen per finanziare il 100% del deficit pubblico, più questo calo si farà marcato.




Il crollo della valuta, a sua volta, significherà che il costo della vita su un arcipelago che importa il 100% della sua energia e la maggior parte delle materie prime, è destinato a salire. I salari reali coleranno a picco. Infatti queste cose segnano l'ennesimo punto irto nei cosiddetti dati in entrata. Il novembre scorso i salari reali sono crollati del 4.3% su base annua, il 17° declino mensile e il più ripido sin dal dicembre 2009.




Il disastro keynesiano è quindi completo. L'enorme campagna monetaria della BOJ per finanziare il deficit sta erodendo i salari reali, ritardando un aumento delle tasse in grado di colmare il divario fiscale e di ridurre gli oneri finanziari. Con la ZIRP i pazzi presso la BOJ stanno anche cancellando la figura del risparmiatore e, con un tasso di cambio in picchiata, stanno allontanando gli investitori internazionali. Di conseguenza non vi è alcun modo onesto per finanziare il deficit pubblico, il che significa che la stampante monetaria continuerà a rombare.

Questa strategia equivale ad una missione suicida. Ma ciò che spaventa veramente, è che il modello di politica del Giappone è stato approvato e adottato dai governi e dalle banche centrali di tutto il mondo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Austriaci, riserva frazionaria, moltiplicatore monetario e spesa in deficit

Mer, 28/01/2015 - 11:11
La scelta di Draghi (lanciare un QE "made in UE") rappresenta un chiaro indizio di come la BCE, e le altre banche centrali del mondo, si siano intrappolate da sole in quella che è una trappola senza via di scampo. Infatti ora che la FED si è presa una pausa dal suo QE, la BCE ha dovuto fare qualcosa per sostenere in qualche modo la precedente promessa del "whatever it takes". E' stato deciso che si sarebbero acquistati nei prossimi 18 mesi €1.1 bilioni di bond degli stati europei. Finché la FED elargiva denaro quasi-gratis, gli speculatori hanno potuto accaparrare pattume obbligazionario europeo col denaro quasi-gratis generosamente offerto dallo zio Sam, scommettendo sulla promessa dello zio Mario che, prima o poi, anche lui avrebbe acceso le rotative. Miliardi di titoli francesi, italiani spagnoli, portoghesi e greci sono finiti quindi in hedge fund, ad esempio. E' come se avessero "affittato" tali asset, tenendosi pronti a venderli una volta che la BCE si sarebbe decisa a lanciare il cosiddetto bazooka. Questa non è altro che una gigantesca frode per mantenere in piedi la credibilità degli stati europei al collasso. Alla popolazione questa operazione è stata giustificata sotto lo spettro di una presunta deflazione. Non esiste niente di tutto ciò. Al di fuori del mercato delle commodities e dei materiali industriali, i cui prezzi vengono indeboliti dal raffreddamento della follia immobiliare cinese, l'inflazione c'è e si fa sentire. L'esperimento monetario europeo partorito dalla mente di Jean Monnet si sta sfaldando e gli eurocrati corrono ai ripari cercando di arraffare quanto più possibile prima di dichiarare bancarotta. Se prima era lo zio Ben a detenere lo scettro di falsificatore legalizzato più scalmanato, ora tale scettro può passare allo zio Mario. Ma a parte ciò, oggi andremo alla radice di alcuni dei mali che ostacolano un mercato libero da interferenze e suddetti mali rispondono al nome di riserva frazionaria, moltiplicatore monetario e spesa in deficit. Analizziamoli da un punto di vista Austriaco attraverso questi due articoli (1 & 2).
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di Robert Batemarco


Di recente John Tamny ha scritto un pezzo su Forbes intitolato: “The Closing of the Austrian School’s Economic Mind” in cui ha criticato alcune affermazioni fatte da Frank Hollenbeck nell'articolo “Confusing Capitalism with Fractional Reserve Banking.”

Tamny va ben oltre la critica a Hollenbeck, poiché afferma che molti economisti Austriaci moderni sostengono punti di vista sulla politica monetaria che sono in contrasto con gran parte del corpo teorico fornito dalla stessa Scuola Austriaca. Il tema che secondo Tamny divide gli Austriaci è la riserva frazionaria. Così facendo, egli solleva diversi argomenti che non possono resistere ad un esame critico.

La posizione Austriaca afferma che la riserva frazionaria conferisce la proprietà di determinati fondi a più di una persona. L'individuo che li deposita ha un diritto di proprietà su di essi; ma quando questi stessi fondi vengono utilizzati per concedere un prestito, anche il mutuatario ne possiede la proprietà. Ciò che alimenta le corse agli sportelli bancari è proprio questo scenario: due o più persone che possono rivendicare la proprietà sugli stessi fondi. L'esistenza di un'assicurazione sui depositi le ha ridotte al minimo, scongiurando la situazione in cui più proprietari cercano di rivendicare la proprietà dei loro fondi nello stesso momento. L'assicurazione sui depositi equivale ad un salvataggio preventivo delle banche. Dato che si tratta di un privilegio speciale, piuttosto che di uno sviluppo naturale del mercato, ne consegue che le restrizioni alla riserva frazionaria sarebbero un argomento prettamente libertario... rispetto all'interferenza statale acclamata da Tamny.

La sua incapacità nel comprendere come la riserva frazionaria porti due o più persone a rivendicare la proprietà sugli stessi fondi, lo conduce a negare la logica del moltiplicatore della moneta. Infatti scrive:

Il problema è che la nozione stessa di "moltiplicatore monetario" rappresenta un'impossibilità logica; anche un'analisi superficiale sarebbe sufficiente per capirlo. [...] Secondo gli Austriaci, il denaro può essere moltiplicato. La Banca A accetta $1,000, presta $900 alla Banca B, poi la Banca B presta $810 alla Banca C, poi la Banca C presta $729 alla Banca D, ecc. Ben presto i $1,000 si "moltiplicano" più volte al diffondersi del credito.
Il concetto di moltiplicatore monetario non è affatto univoco agli Austriaci. Io l'ho appreso quarant'anni fa da un libro di testo di Paul Samuelson e dal libricino della FED, Modern Money Mechanics. E' anche il fulcro di ogni libro di testo sul sistema monetario; viene anche spiegato nel libro più recente di Paul Krugman. Infatti la natura del processo è una delle preposizioni più controverse in economia — con preposizione economica si intende, ad esempio, un punto di vista sostenuto sia da Murray Rothbard che da Paul Krugman. Infatti se non esistesse un moltiplicatore della moneta, non si potrebbe spiegare perché nel 2008, prima del QE1, M1 era 1.6 volte la base monetaria. Né il coefficiente di riserva obbligatoria (uno strumento di politica monetaria diventato troppo potente per essere utilizzato dopo il 1937) avrebbe alcun effetto sulla massa monetaria in assenza dell'effetto del moltiplicatore monetario.

Le controversie non nascono dal riconoscimento della sua esistenza, ma se crei o no distorsioni nell'economia. Le distorsioni introdotte dalla riserva frazionaria, e in misura ancora maggiore dalle banche centrali, costituiscono l'elemento centrale della teoria Austriaca del ciclo economico. L'idea di base è che la creazione di denaro (e anche di credito, dal momento che il nuovo denaro viene prestato) aumenta l'offerta di fondi mutuabili e abbassa i tassi di interesse senza aumentare l'offerta dei risparmi reali. Ciò inganna gli investitori facendo credere loro che esistono maggiori risorse, rispetto a quelle attualmente disponibili, per progetti d'investimento. Questi ultimi vengono avviati su vasta scala, dal momento che molti investitori cercano di entrare in possesso delle stesse risorse produttive. Così facendo fanno salire i prezzi di queste risorse, riducendo la redditività dei loro progetti d'investimento. Le imprese rimarranno a corto di risorse necessarie per completare proficuamente i loro investimenti, esponendole ad errori economici e trasformando il boom in bust.

Tamny contesta le affermazioni del paragrafo precedente facendo ricorso ad una definizione idiosincratica del credito. Egli afferma che: "Il credito non può essere moltiplicato. Punto. Per ogni individuo che ottiene credito, deve esserci un risparmiatore disposto a darvi accesso." Questa affermazione è supportata da una preziosa intuizione di base: prestare denaro a coloro che desiderano acquistare beni che non potrebbero altrimenti permettersi, non crea beni supplementari. L'equivoco nasce dall'uso della parola credito per descrivere i beni che vengono acquistati. Credo che sia l'uso eccentrico di questa parola che metta in disaccordo Tamny e gli Austriaci. Ecco l'Allegato A:

Forse un'altra risposta logica a questa linea di pensiero è il boom immobiliare che ha avuto luogo negli anni 2000. E' vero o no che è stato alimentato dal credito facile? Cerchiamo di essere seri. Credere che i tassi bassi fissati dalla FED siano stati i responsabili del boom immobiliare, equivale a credere che il controllo degli affitti renda abbondanti gli appartamenti. Ma non è così, e né i bassi tassi decretati dalla FED hanno scatenato il boom immobiliare.
Gli Austriaci concordano sul fatto che elargire più prestiti di quelli che sarebbero stati concessi in un mercato non ostacolato, non contribuisce a creare nuovi beni. Ma nel breve termine c'è l'illusione di una quantità di risorse maggiori, perché il processo di creazione del credito non requisisce d'un colpo le risorse da coloro il cui denaro diminuisce inizialmente di valore a causa dell'Effetto Cantillon. Purtroppo molti imprenditori che cercano di espandere le loro operazioni agiscono basandosi su questa illusione. Quando la nuova moneta raggiungerà coloro il cui denaro ha perso inizialmente valore, e si vedranno costretti a re-indirizzare la loro domanda, diverrà evidente che ulteriore credito non creerà affatto nuovi beni.

L'ultima cosa di cui vorrei discutere qui è la critica di Tamny ad una riserva del 100% sui depositi a vista. Secondo lui questa cosa imposibiliterebbe i prestiti tra mutuatari e risparmiatori. Ha torto. Gli Austriaci non hanno alcun problema con quei risparmiatori che acquistano obbligazioni di una società alla ricerca di ulteriori finanziamenti, né se le acquistano dalla sua banca d'investimento attraverso una IPO oppure sul mercato secondario, né se stipulano con una banca un deposito vincolato sapendo che non avranno diritti su quei fondi fino alla scadenza. In tutti questi casi, gli intermediari prendono in prestito dai risparmiatori al fine di prestare tali risparmi (non si tratta esattamente di un prestito nel caso delle azioni). Quello a cui si oppongono gli Austriaci è ben altro: dire ai depositanti che possono esercitare il possesso sui loro fondi depositati, quando invece le banche li hanno prestati a qualcun altro.

L'eliminazione della riserva frazionaria ridurrebbe la spesa per investimenti, ovviamente non a zero ma ad un livello più sostenibile. Ciò non eliminerebbe del tutto gli errori imprenditoriali, i quali sono parte integrante dell'incertezza futura, ma eliminerebbe quegli errori generati da piani insostenibili basati su segnali di mercato falsificati (tassi di interesse al di sotto il loro tasso di mercato), attenuando, o nel migliore dei casi, eliminando il ciclo economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di Frank Shostak


Alcuni economisti, come il premio Nobel Paul Krugman, ritengono che durante una crisi economica è dovere dello stato avere grandi deficit di bilancio per riportare le cose alla normalità. Su questo punto — dato che dal 2011 al 2014 il tasso di crescita del prodotto interno lordo reale (PIL) è rimasto intorno al 2% — molti esperti sono del parere che il deficit di bilancio, che nel 2014 è ammontato a $483 miliardi, non è stato abbastanza grande.




Secondo questo modo di pensare, se la domanda aggregata si indebolisce a causa di un rallentamento delle spese al consumo, allora lo stato deve intervenire e aumentare la sua spesa per evitare che la domanda aggregata diminuisca ulteriormente. Si noti che nel 2014 le spese statali sono ammontate a $3.5 bilioni rispetto ai $1.788 miliardi nel 2000 — un aumento del 96%.




La Spesa Pubblica E' Buona per l'Economia?

Paul Krugman e altri commentatori sono del parere che un aumento del deficit di bilancio, in risposta a grandi spese pubbliche, può essere una buona notizia per l'economia.

Inoltre sostengono che esistono ben poche prove empiriche secondo cui i deficit di bilancio soffocano la crescita economica. Secondo loro può solo essere d'aiuto per quell'economia il cui percorso di crescita scende sotto la media. Al contrario, gli oppositori di questa tesi ritengono che un ampliamento del deficit di bilancio tende ad essere monetizzato e successivamente porta ad una maggiore inflazione.

Inoltre un ampliamento del deficit di bilancio tende ad alimentare un effetto crowding out nei confronti del settore privato, e questo soffoca la crescita economica. Quindi, secondo quest'ultimo punto di vista, uno stato deve evitare, per quanto possibile, un ampliamento del deficit di bilancio. In realtà l'attenzione dovrebbe focalizzarsi sempre sul raggiungimento di un pareggio di bilancio.



Perché un Aumento della Spesa Rappresenta una Cattiva Notizia

Suggeriamo che l'obiettivo di aggiustare il deficit di bilancio (mantenerlo grande o eliminarlo del tutto), potrebbe essere una politica errata. In definitiva, ciò che conta per l'economia non è la dimensione del deficit di bilancio, ma la dimensione della spesa pubblica — la quantità di risorse che lo stato accalappia per sé stesso. Si noti che, contrariamente a quanto dice Krugman, riteniamo che un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche rappresenta una cattiva notizia per l'economia.

Si osservi che uno stato non crea ricchezza — più spende, più risorse deve prendere dai creatori di ricchezza. Ciò a sua volta indebolisce il processo di creazione di ricchezza. Ciò significa che il livello effettivo di tassazione è la dimensione dello stato e nient'altro. Ad esempio, se lo stato prevede di spendere $3 bilioni e finanzia queste spese mediante $2 bilioni in tasse, ci sarà una mancanza, etichettata come deficit, di $1 bilione. Dato che queste spese devono essere finanziate in un modo o nell'altro, significa che oltre alle tasse lo stato deve fare ricorso ad altri mezzi di finanziamento come i prestiti o la stampa di denaro.

Lo stato impiegherà ogni mezzo a sua disposizione per ottenere le risorse dai creatori di ricchezza. Quindi ciò che conta è che le spese siano di $3 bilioni, e non che il deficit sia di $1 bilione.

Ad esempio, se lo stato aumentasse le tasse per $3 bilioni e di conseguenza avesse un bilancio in pareggio, cambierebbe il fatto che sottrae $3 bilioni di risorse ai creatori di ricchezza? Riteniamo che un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche metta in moto una deviazione di ricchezza da quelle attività creatrici di ricchezza verso quelle che la sperperano. Questa situazione conduce all'impoverimento economico. Quindi, in questo senso, un aumento della spesa pubblica per rilanciare la domanda aggregata dovrebbe essere considerato come una cattiva notizia per il processo di creazione di ricchezza e, quindi, per l'economia in generale.

Contrariamente a quanto dicono commentatori come Krugman, il FMI e vari funzionari della FED, suggeriamo che un taglio della spesa delle amministrazioni pubbliche dovrebbe essere considerato come una grande notizia per i creatori di ricchezza. Naturalmente è una cattiva notizia per le varie forme di vita artificiale emerse grazie ad un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Il paradosso della crescita economica moderna

Mar, 27/01/2015 - 11:13




di Bill Bonner


[La volta scorsa Bill ha discusso del pericoloso ruolo ricoperto dal QE in un'economia zombificata. Oggi amplia tale concetto facendoci osservare da vicino i risultati elettorali del novembre scorso e un paio di statistiche allarmanti sull'economia degli Stati Uniti. Leggiamo...]


Gli elettori non amano i repubblicani più di quanto non amino i democratici. Ma il novembre scorso Obama e i democratici sono stati ritenuti responsabili per il triste stato in cui versa l'economia.

Sono stati scaricati. Un'impiccagione probabilmente sarebbe stata meno dolorosa.

Abbiamo ricordato molte volte che il reddito medio delle famiglie è inferiore rispetto a quello che era all'inizio del XXI secolo. La famiglia media aveva $57,000 di reddito quando la grande palla è scesa a Times Square alla fine del XX secolo. Oggi la cifra è di $52,000.

Le azioni sono sostanzialmente salite più in alto, così come i profitti aziendali. Perché la gente comune non guadagna più soldi?

Dopo tutto, viviamo nella più grande economia che l'uomo abbia mai creato. Più persone hanno più soldi che mai, quindi c'è un sacco di capitale per finanziare nuove imprese.

Inoltre, sempre più persone sono laureate. Quindi non c'è carenza di persone istruite per riempire posti negli uffici. E ci sono più scienziati e ingegneri impegnati nello sviluppo di nuovi farmaci, nuove macchine e nuove sostanze chimiche.

L'economia dovrebbe sperimentare una crescita strabiliante, posti di lavoro a iosa e redditi più elevati per tutti.

E non dimenticate che ci sono più persone che mai il cui ruolo nella nostra economia è quello di migliorare le cose — più agenzie governative, più programmi statali e più burocrati.

Questi dipendenti "pubblici" stanno tutti lavorando a tempo pieno per migliorare la sorte dei cittadini. La Federal Reserve da sola ha 17,015 dipendenti — la maggior parte dei quali è composta da impiegati o economisti. Di sicuro gli sforzi congiunti di così tante persone intelligenti hanno gettato le basi per un'economia migliore... o no?

A quanto pare no. Non solo il reddito per la maggior parte delle persone sta diminuendo, ma il debito delle famiglie è più che raddoppiato sin dall'inizio del secolo. È vero, è un po' più basso di quanto non fosse nel 2008. Ma è ancora più di $13 bilioni.

E poi c'è quest'altro inghippo: per un giovane soleva essere facile entrare nella forza lavoro e per una persona anziana soleva essere un piacere lasciarla. Ora per le persone che hanno bisogno di posti di lavoro è difficile trovarli... e per i vecchietti è difficile rinunciarvi.

La partecipazione alla forza lavoro per le persone tra i 25 e i 54 anni è scesa dall'83% all'81%. E ora il 40% delle persone con più di 55 anni ha un posto di lavoro; nel 1990 questa cifra raggiungeva solo il 30%.

Sin dal 1979 i redditi dell'1% sono triplicati. Ma quando parliamo della classe media americana, negli ultimi 35 anni il reddito è sceso. In fondo — dove si trova il 20% più povero della popolazione — i redditi sono scesi di un incredibile 60%.

Nel 2000 il 69% degli americani intervistati si diceva soddisfatta di come stessero andando le cose negli Stati Uniti. Ora solo il 23% afferma di essere soddisfatto, cosa che non sorprende alla luce dei dati che abbiamo appena visto.

Per alcuni la frustrazione è insopportabile. Nel 2001 circa 16 uomini su 100,000 si sono uccisi. Ora la cifra è 25 su 100,000 — un aumento del 56%.

Si potrebbe pensare che questo tipo di feedback costringerebbe economisti e politici a prenderne atto, a riconsiderare le politiche degli ultimi decenni.

Ma no. Economisti celebri come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Larry Summers — così come quelli alla FED, al Tesoro USA, alla BCE, alla Banca del Giappone, alla Banca d'Inghilterra e al FMI — condividono lo stesso modello economico interventista... uno che è stato sviluppato nella prima metà del secolo scorso ed elaborato nel corso degli ultimi 60 anni.

Prendendo spunto da Keynes, questi economisti ritengono che un'economia stagnante soffra di una mancanza di domanda. La loro logica dice che se solo si aumentasse la "domanda", ciò innescherebbe una crescita... la quale porterà posti di lavoro e redditi più alti.

Ma la domanda è una cosa naturale. Essa si verifica quando le persone hanno guadagnato dei soldi... e quando preferiscono comprare qualcosa con quei soldi piuttosto che risparmiarli.

I federali sanno che non possono giocherellare con questo tipo di domanda. Tutto quello che possono fare è creare una "domanda-surrogato" sopprimendo i tassi di interesse e facilitando l'accesso al credito.

Se questo non funziona, si preparano per altre due iniziative. La prima è venuta alla luce alla fine del mese scorso, quando la Banca del Giappone ha annunciato che il suo programma di QE non solo sarebbe stato aumentato a ¥80 bilioni ($700 miliardi) l'anno, ma avrebbe anche triplicato i suoi acquisti di ETF giapponesi e REIT.

Tutto ciò, naturalmente, ha stimolato i prezzi del mercato azionario... gli speculatori giapponesi hanno ringraziato.

Come ogni altra iniziativa negli ultimi due decenni, l'ultimo intervento della BOJ ha reso i ricchi più ricchi. Ma non aspettatevi che questa nuova mossa risulti determinante per l'economia giapponese o per la classe media. Entrambe hanno bisogno di un miglioramento economico reale, e non di più chiacchiere sullo "stimolo".

Se si potesse davvero stimolare la domanda mediante la creazione di una falsa domanda, l'Argentina e lo Zimbabwe avrebbero due delle economie più importanti del mondo.

E oggi Harry Reid sarebbe ancora un senatore di spicco.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


La falsa calamità della deflazione

Lun, 26/01/2015 - 11:03




di David Stockman


Coloro che si stracciano le vesti contro la cosiddetta calamità della deflazione, stanno semplicemente sostenendo un non sequitur economico. Vale a dire, il fatto che i prezzi al consumo nell'UE siano finiti in territorio negativo (0.2%) a dicembre, non implica che debba essere immediatamente accesa la stampante della BCE.

Beh, è ovvio che l'ICP si sia momentaneamente indebolito. Il petrolio greggio ha fatto registrare un tonfo monumentale di oltre il 50% sin dalla metà del 2014. Ciò ha temporaneamente trascinato in basso l'ICP della zona Euro. Negli ultimi 12 mesi i prezzi dell'energia nella zona Euro sono diminuiti del 6.3%, e tutto il resto è ancora dello 0.6% superiore rispetto ad un anno fa.

Quindi qual è l'emergenza? Si tratta dello stesso contrattempo che ha fatto registrare l'ICP quando il petrolio è crollato nella seconda metà del 2008. Come è evidente qui sotto, quell'episodio non ha gettato in un buco nero l'intera economia. In realtà l'ICP dell'Eurozona c'ha messo poco a riprendersi, tornando al di sopra del 2.5% in pochissimo tempo.




La verità è che l'UE-19 vive nell'abbondanza e i consumatori si sono presi una pausa; e, dall'altro lato dell'equazione economica, produce pochissimo petrolio. La produzione petrolifera in Europa si trova principalmente nel Regno Unito e in Norvegia, e questi due Paesi hanno le loro valute. Di conseguenza la BCE dovrebbe concedere più di un anno sabbatico alla sua stampante monetaria e dichiarare la vittoria per il conseguimento del suo obiettivo: "stabilità dei prezzi".

Ritenere che un'inflazione pari a zero rappresenti un qualche precursore di una calamità deflazionistica, equivale a credere agli asini che volano. Sin dal 2008 non c'è stato alcun cambiamento strutturale nell'economia della zona Euro, e quindi non esiste alcuna base empirica per affermare che i salari e i prezzi si spiralizzeranno in quella che sarà una caduta mortale verso il basso. In realtà è stato il dirigismo di Bruxelles che ha reso prezzi e salari ancora più "rigidi" e "viscosi", a causa della valanga di nuove normative, sussidi e altri interventi nell'economia.

La zona Euro, come il resto dei mercati emergenti, soffre di una distorsione inflazionistica incorporata in sei decenni di storia durante i quali l'euro e le valute che l'hanno preceduto hanno perso potere d'acquisto mese dopo mese. Le famiglie stanno finalmente assaporando quella che possiamo senza dubbio definire una breve tregua dalla tassa dell'inflazione. Comunque non esiste motivo razionale per non credere che il livello dei prezzi riprenderà la sua inarrestabile marcia verso l'alto.




La storiella della deflazione nella zona Euro è pura fantasia, e non ci vuole molto per documentare tale affermazione. In primo luogo, non vi è alcun segno di un crollo dei salari. Come si fa, quindi, ad avere una spirale deflazionistica se i salari continuano a crescere?

Come illustrato qui sotto, a causa della pesante sindacalizzazione e delle leggi protezionistiche sul lavoro, i salari della zona Euro sono stati per molto tempo a bordo di un ascensore in perenne salita, e non presentano segni di "deflazione". Il compenso totale per lavoratore è salito del +1.3% negli ultimi dodici mesi — un tasso identico all'1.3% registrato durante l'anno precedente, e non molto al di sotto del tasso annuo dell'1.7% che è stato registrato sin dalla metà del 2010.




Se si prendono in considerazione gli articoli prodotti nell'Eurozona, la storia è la stessa. Nel caso dei servizi totali, la variazione di prezzo registrata a dicembre è dell'1.25% — una cifra che è stata raggiunta due volte prima di questo secolo senza effetti indesiderati.




Nel caso specifico dei servizi immobiliari e degli affitti, il tasso di inflazione non è molto inferiore al 2% — un livello che si è imposto negli ultimi anni.




Allo stesso modo, il tasso di inflazione nella produzione di servizi ricreativi e personali non ha mostrato segni discendenti. Il tasso di incremento è di circa l'1.5%, ed è nella fascia che è prevalsa per la maggior parte di questo secolo.




Lo stesso vale per i servizi di trasporto. L'indice continua a crescere ad un tasso dell'1.5% rispetto a quello registrato nell'ultimo decennio o giù di lì (+2.5%). Non è un bene per la produttività e la crescita se nella zona Euro il tasso di inflazione per il trasporto di persone e merci sia in leggera diminuzione? Dov'è l'allarme?




In breve, lo stop momentaneo nella salita dei prezzi della zona Euro è quasi interamente dovuto al calo mondiale dei prezzi delle materie prime emerso sin dal picco della bolla cinese nel 2012; e non scordiamoci l'effetto ritardato della forza dell'Euro prima della metà del 2014.

Nel caso dei prodotti non alimentari (inclusa l'energia), per esempio, l'indice dei prezzi della produzione è sceso di circa il 25% dal suo picco nel 2011/12. Dal momento che la zona euro importa gran parte della sua energia e delle materie prime industriali, tale discesa non rappresenta uno sviluppo positivo?

E c'è di più. I prezzi delle materie prime sono ancora il doppio rispetto al loro livello pre-2005. In altre parole, la gigantesca bolla globale delle materie prime generata dalla rapida espansione del credito in Cina, nei paesi BRIC e nei mercati emergenti ha finalmente iniziato a rallentare, e i suoi effetti ora si stanno facendo strada negli indici dei prezzi della zona Euro. Invece di una crisi, il raffreddamento dell'inflazione nella zona Euro rappresenta una tregua benvenuta dall'aberrante bolla del credito alimentata dalle banche centrali negli ultimi dieci anni.




Anche nel caso dei prodotti alimentari, il forte calo sin dal 2012 è una minaccia solo per gli agricoltori francesi... nel peggiore dei casi. Come si può sostenere che una riduzione del 20% dei costi del cibo danneggerà il tenore di vita di 350 milioni di consumatori nella zona Euro, o che causerà una sottoperformance cronica nella macroeconomia?




Infine, i prezzi calanti al di fuori del settore delle importazioni, delle materie prime e dei prodotti industriali trasformati che li incarnano, non hanno nulla a che fare con la politica monetaria a breve termine. L'indice dei prezzi per i servizi di comunicazione, per esempio, è negativo del 2.5% — ma non è una novità. Grazie alla rivoluzione tecnologica nel settore della comunicazione e un modesto grado di liberalizzazioni, i prezzi in questo settore sono in calo da circa due decenni, rappresentando un vantaggio per la crescita economica e il benessere dei consumatori.




In breve, la paura per la deflazione nella zona Euro non ha nulla a che fare con la realtà empirica o il buon senso. Invece è pura propaganda uscita dalle bocche dei burocrati di Francoforte e Bruxelles, scimmiottata e amplificata dai venditori ambulanti nel casinò del mercato azionario che sostengono di essere "economisti" e "strateghi".

Poi, in perfetto orario, arriva questa assurdità di James Ashley, presunto economista presso RBS Capital Markets:

"L'emergere di un'inflazione negativa anima lo spettro di un possibile periodo prolungato di deflazione", ha detto James Ashley, economista presso RBC Capital Markets. "In altre parole, per quei politici che fino ad ora sono rimasti titubanti sull'opportunità o meno di adottare ulteriori provvedimenti, questo non rappresenta altro che il vibrante appello di una situazione che urla la sua gravità."
Giusto. Un solo mese di inflazione negativa rappresenta certamente un "vibrante appello" — per chiedere alla BCE di lanciare i siluri monetari. Può essere che RBS sia stata occupata ad esporre i propri clienti e i propri fondi a titoli italiani prevedendo che sarebbe arrivata dalla BCE una gigantesca offerta d'acquisto per la spazzatura obbligazionaria italiana?

Alla fine è tutto abbastanza semplice. I banchieri centrali keynesiani che gestiscono il mondo hanno più potere di qualsiasi altro governatore nella storia umana. Sono inebriati da questo potere, e di conseguenza hanno abbracciato proposizioni per le quali non esiste alcuna evidenza empirica.

Non esiste alcuna prova che un 2% di inflazione sia qualcosa di benefico per la crescita economica e il tenore di vita della società rispetto ad un 1% o uno 0% o un -0.2%. Non sta scritto in nessuno dei trattati e dei documenti ufficiali che il mandato della "stabilità dei prezzi" richieda esattamente un aumento annuale del 2% nell'ICP — e soprattutto non meno, anche per pochi mesi transitori.

E' tutto inventato di sana pianta. E ora viene ripetuto in modo così implacabile dai banchieri centrali e dai media finanziari, che ha assunto la forma di un incantesimo rituale. Così, uno degli uomini più pericolosi al mondo, Mario Draghi, di recente ha ripetuto per l'ennesima volta questa balla senza batter ciglio.

"Se l'inflazione rimane bassa per un lungo periodo, la gente potrebbe aspettarsi che i prezzi scendano ancora di più e rinviare le loro spese," ha avvertito in un'intervista pubblicata la scorsa settimana il presidente della BCE Mario Draghi.
Non c'è uno straccio di prova per affermare che il 90% delle famiglie, che è stata dimenticata durante l'era della massiccia inflazione negli asset finanziari alimentata dalle banche centrali, ritarderà gli acquisti dei beni di prima necessità, o anche degli sfizi, presupponendo che i prezzi potrebbero abbassarsi di più il mese o l'anno prossimo. La sua Grande Bugia si adatta al pugno di pianificatori centrali monetari che gestiscono il sistema finanziario mondiale e alle migliaia di speculatori e giocatori d'azzardo che con le loro azioni rovinose fanno lo scalpo a numerose fortune.

Sì, la zona Euro ha un problema di crescita e di posti di lavoro, proprio come la maggior parte dei mercati emergenti e gli Stati Uniti. Ma il problema non è che l'inflazione è troppo bassa. E' lo stato — compresa la banca centrale — che sta distruggendo la macchina del capitalismo di libero mercato attraverso la burocrazia asfissiante, la fiscalità oppressiva, lo scoraggiamento del risparmio e, soprattutto, la grande deviazione di capitali, tecnologia e risorse umane nella più grande bisca che il mondo abbia mai conosciuto.

Purtroppo esiste una calamità, ma non ha nulla a che fare con il -0.2% di inflazione nella zona Euro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/