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Francesco Simoncellinoreply@blogger.comBlogger1862125
Aggiornato: 1 ora 27 min fa

Il sistema bancario italiano sull'orlo del baratro

8 ore 2 min fa




di James Rickards


C'è un vecchio detto: "Chi la fa, l'aspetti." Il significato è ovvio — se ci si ostina a fare qualcosa agli altri, bisogna essere pronti ad aspettarsi lo stesso trattamento per sé stessi.

È quello che sta accadendo oggi in Europa. E proprio ora il segnale più forte non proviene dalla Germania — proviene dall'Italia. Le banche italiane sono in profonda difficoltà finanziaria (come lo erano le banche a Cipro e in Grecia dal 2011 al 2015). Ciò include anche Banca Monte dei Paschi di Siena (BMP), la più antica banca del mondo ancora in attività, fondata nel 1472.

I problemi per Monte Paschi sono iniziati nel 2007, quando ha accettato di acquistare un'altra banca italiana, Banca Antonveneta SpA. Sborsò €9 miliardi in un affare interamente in contanti proprio nel bel mezzo della crisi finanziaria globale. L'accordo s'è rivelato un disastro per Monte Paschi. Ha danneggiato la sua capacità di sopportare perdite.

Poi sono entrati in scena gli investment banker e hanno venduto contratti derivati ​​di Monte Paschi, cosa che non ha fatto altro che nascondere le perdite della banca agli occhi dei regolatori. Questi affari hanno solamente indebolito le finanze traballanti della banca.

I derivati ​​di BMP sono saltati in aria perché hanno perso la scommessa sul valore dei titoli di stato italiani. La banca ha fatto registrare sin dal 2009 €15 miliardi di perdite e ha visto scendere del 99% le sue azioni.

BMP è stata l'unica grande banca ad essere bocciata nei recenti stress test della Banca Centrale Europea (BCE). Le è stato quindi richiesto un aumento di capitale. Gli sforzi per aumentare il capitale sono stati guidati da JP Morgan e da un consorzio tra cui Goldman Sachs e alcune banche cinesi. JP Morgan ha avuto la meglio su un piano concorrente presentato dal banchiere italiano, Corrado Passera.

Il piano prevede la vendita di circa €28 miliardi di crediti in sofferenza e la raccolta di €5 miliardi in nuovo capitale. Ma le relazioni suggeriscono che l'aumento di capitale non sta andando secondo i piani.

Monte dei Paschi deve completarlo entro la fine di dicembre. Ciò sembra improbabile visto che gli italiani si accingono a votare per un referendum costituzionale che potrebbe spodestare l'attuale governo in carica.

L'Italia vuole salvare BMP con i soldi dei contribuenti. Questo è il copione standard che i governi hanno utilizzato nel 2008. Ma le regole sono cambiate.

Angela Merkel, Cancelliere della Germania, sta insistendo sulla linea dura negando soluzioni che prevedano salvataggi statali delle banche. In realtà, questa è la posizione ufficiale di tutto il G-20, come descritto nel comunicato finale di Brisbane a novembre del 2014.

Lì s'è deciso che i salvataggi statali sarebbero stati sostituiti dal "bail-in". In un bail-in non viene utilizzato denaro dei contribuenti per ricapitalizzare la banca in difficoltà. Sono invece gli obbligazionisti ed i depositanti che subiscono haircut e vengono involontariamente convertiti in azionisti.

Immaginate di avere €500,000 in deposito presso una banca. Poi venite avvisati che il deposito è diventato di €250,000 (la somma assicurata), mentre i restanti €250,000 sono stati convertiti in azioni di una "bad bank", la quale potrebbe o non potrebbe produrre rendimenti in futuro. Questo è ciò che accade in un bail-in.

Se andate a leggere il loro comunicato finale, potrete vagliare i dettagli. Nella prossima crisi finanziaria, quando queste banche troppo grandi per fallire finiranno sotto stress, non verranno salvate con i soldi dei contribuenti, perché i leader sanno che ormai è diventata una strategia troppo impopolare. Ci sara un bail-in.

In un bail-in, il governo dice: "No, non vi aiuteremo. Non useremo il denaro delle tasse. Non useremo il denaro della banca centrale. Prenderemo i soldi che si trovano nella vostra banca e li convertiremo in azioni della bad bank; mentre se siete degli obbligazionisti, non otterrete 100 centesimi a dollaro. Otterrete invece 80 centesimi a dollaro, ecc. ecc."

Useranno i soldi già nella banca, che si tratti di depositanti, obbligazionisti o azionisti, e useranno quel denaro per riparare il bilancio.

Vedremo istituzioni finanziarie commissariate e le perdite saranno ripartite tra i depositanti, gli azionisti e gli obbligazionisti. Questo significa che gli obbligazionisti subiranno haircut, i depositanti non assicurati si ritroveranno in mano nuove azioni e gli azionisti attuali rimarranno con un pugno di mosche in mano.

C'è solo un problema. La Merkel sta applicando questa regola all'Italia, ma ora la banca più grande in Germania, Deutsche Bank, è quella in guai seri. Al fine di mantenere la sua linea dura, la Merkel dovrà applicare il "metodo bail-in" anche a Deutsche Bank. Ciò significa un bagno di sangue di perdite a cui il mercato non è pronto. È tempo di prepararsi, perché un panico finanziario è in arrivo.

Se la Germania forzerà l'Italia ad un bail-in di BMP, allora l'Italia insisterà sul fatto che la Germania dovrà applicare la stessa cosa a Deutsche Bank quando sarà il momento. Entrambe le banche sono troppo grandi per fallire e stanno annaspando, ma BMP è più vicina al bordo del baratro. Infatti per Deutsche Bank rappresenta il proverbiale "canarino nella miniera".

Alla Germania non piacerà, ma se non attuerà un bail-in per Deutsche Bank, l'Unione Europea si sfalderà a causa dell'acrimonia tra l'Italia e la Germania.

Rispetto a questa disputa, il Brexit è una bazzecola. La Grecia è un bazzecola di una bazzecola. L'Italia è il vero problema. Se la Germania e l'Italia non possono cooperare, allora non c'è più un'Unione Europea.




I mercati non aspetteranno mentre i politici tedeschi e italiani gireranno intorno alla questione bail-in. Trarranno le proprie conclusioni e inizieranno una corsa agli sportelli nei confronti di Deutsche Bank. Ciò farà calare di un altro 90% le sue azioni che finora hanno visto molti altri crash di prezzo.

Il governo tedesco lascerà che le azioni di Deutsche Bank scendano a €2 prima d'intervenire. È così che gli azionisti daranno il loro "contributo" per il bail-in. Deutsche Bank non andrà in bancarotta e il titolo non andrà a zero. Ma la discesa da qui è davvero molto ripida.

Per quanto riguarda BMP, mi aspetto che gli italiani votino "No" al referendum. Prima la Brexit, poi Trump, ora il prossimo smacco anti-establishment potrebbe essere l'Italia. Non porterà necessariamente al crollo dell'euro o alla scomparsa immediata dell'Unione Europea, ma è chiaro che la rivolta contro l'agenda globalista continua.

La domanda è: quanto duramente si opporranno le élite?

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Sulla scia di una perdita di fiducia: potenziali inneschi

Ven, 02/12/2016 - 11:07




di Francesco Simoncelli


Come ripeto spesso le corse agli sportelli sono molto più sofisticate delle antiche file davanti le banche. Oggi è tutta una questione di titoli non rinnovati e margin call. L'interventismo delle banche centrali, al fine di stabilizzare le onde d'urto delle crisi economiche, non ha fatto altro che metastatizzare gli errori economici che non sono stati corretti nelle precedenti occasioni. L'ambiente economico, quindi, è diventato una bisca clandestina dove il rischio di controparte e i profitti monumentali sono diventati una cosa all'ordine del giorno. Il migliore dei mondi immaginabili, potremmo dire. Peccato che le cose non stiano così, visto che la Gigantesca Offerta d'Acquisto delle banche centrali ha scatenato una corsa tra i grandi player (molti hedge fund) per accaparrarsi tutti quei titoli che le banche centrali avrebbero successivamente comprato, provando a staccare grandi profitti su questi carry trade. Il lato negativo? Man mano sono stati azzerati i rendimenti della maggior parte dei titoli presenti nella bisca, visto che gli ultimi arrivati si dovevano adeguare in un modo o nell'altro. I titoli spazzatura sono diventati praticamente simili ai bond statali. Questo, però, col passare del tempo, ha ucciso i bilanci da presentare a fine anno; soprattutto per i fondi pensione che devono rendere conto ai propri clienti. Quindi scattano le corse agli sportelli, come riporta questa notizia di Bloomberg, per entrare in possesso di risorse impossibili da incamerare alla vecchia maniera, ovvero, attraverso investimenti sui mercati.

Perché è importante questa notizia? Perché diversi hedge fund hanno gozzovigliato con la leva finanziaria in considerazione del credito facile agevolato dalle rotative delle banche centrali. Ad esempio, abbiamo quello di Jeffrey Talpins che con una base d'equity ridicola ha potuto acquistare a leva bond statali e far registrare profitti inattesi; lo stesso vale anche per altri hedge fund impegnati nello stesso trade. Quando però ci sono clienti che smobilitano le loro posizioni e non le rinnovano, bisogna entrare in possesso della liquidità per soddisfare tale richiesta e questo, a sua volta vuol dire smobilitare posizione proprie. In breve, i fondi pensione, al fine di entrare in possesso di risorse e adempiere ai propri obblighi, stanno costringendo gli hedge fund a smobilitare alcune loro posizioni. Che siano prestiti o vendita di titoli, si innesca un meccanismo che, data l'intricata interconnessione del sistema finanziario odierno, potrebbe dar vita ad eventi imprevisti sui mercati. Non ultimo il fallimento di qualcuno di questi hedge fund. L'effetto domino a catena sarebbe assicurato, come accaduto nel 1998 con LTCM.

Con la Cina che sta vendendo Treasuries per incamerare dollari, trattenerli e tamponare la fuga di liquidità che attanaglia il paese con più bolle finanziarie sul proprio suolo, l'ulteriore vendita di bond statali USA inizierebbe ad abbatterne il prezzo creando altri buchi nei bilanci di tutti coloro che hanno trattato questi titoli come scarafaggi da motel. Gli Stati Uniti non sono i soli che vedrebbero gli effetti di tale esito, visto che, come ho detto in precedenza, l'interconnessione del sistema finanziari attuale è a livelli abnormi. In questo contesto la popolazione in generale è stata scalzata dal proprio ruolo di guardiano vigile dei mercati, proprio perché a causa della lotta al contante avviata dai vari stati mondiali, essa è stata incanalata sempre di più nel circuito monetario digitale. India e Australia sono solo gli ultimi tristi esempi. Aspettiamoci, quindi, una maggiore disconnessione tra economia generale ed economia finanziaria, dove la prima spinge per una correzione degli errori economici finora accumulati e la seconda si sforza di smorzare la spinta della prima.

Come ho scritto in un articolo precedente, per capire qual è il destino della pianificazione monetaria centrale bisogna guardare al paziente zero: il Giappone. Nonostante i continui interventi monetari centrali e addirittura l'implementazione della NIRP, sembra che i bond vigilantes si siano destati dalle tombe in cui erano finiti a causa della trasformazione delle banche centrali in market maker nel mercato obbligazionario statale e siano tornati a fare il loro lavoro. La BOJ sta perdendo il controllo sulla curva dei rendimenti visto che niente di quello che finora ha fatto è riuscito a mantenere fede alle sue promesse. L'economia più ampia non risponde agli stimoli visto che ha raggiunto la condizione di Picco del Debito, quindi non può più permettersi di accumulare ulteriori debiti cercando di ripagare, invece, quelli passati. Questo vuol dire, a sua volta, la rottura del canale di trasmissione della politica monetaria all'economia più ampia con i prestiti bancari nel seminterrato della storia. Di conseguenza le uniche realtà che hanno potuto permettersi di accendere nuovi prestiti sono state le grandi aziende, le quali, però, non hanno potenziato settori come quello della R&S, bensì hanno giocato d'azzardo nelle bische clandestine attraverso l'ingegneria finanziaria.





La domanda per i loro prodotti, quindi, non è stata dettata dal mercato, ma hanno sfornato prodotti perché tenute a galla da una valutazione sui mercati azionari gonfiata artificialmente dal credito a basso costo alimentato dalla BOJ. Hanno potuto accedere a tale credito perché come garanzia, oltre alla reputazione, hanno messo sul tavolo i loro bilanci. Li hanno immolati sull'altare della ZIRP, sfornando prodotti che nessuno voleva e impedendo la nascita di realtà concorrenti che potessero soddisfare meglio le esigenze dei clienti. Non solo, ma le start-up che sono emerse hanno fatto di tutto per essere inglobate in realtà imprenditoriali già affermate apportando cambiamenti minimi nel panorama economico. Il paradigma dell'effetto ricchezza a cascata propugnato dalle banche centrali, è solo l'ennesima illusione di breve termine che devia risorse economiche scarse (materie prime e lavoratori) in settori dell'economia in bolla, i quali non generano prosperità economica e distruggono il bacino della ricchezza reale.

Inutile sottolineare come questo assetto dell'economia sforni ulteriori errori economici, piuttosto che curare i malanni che l'economia ha subito nei tempi passati. Sequestrare le suddette risorse economiche in pachidermi obsoleti dal punto di vista economico, non aggiunge nulla al bacino della ricchezza reale. Anzi, è esattamente il contrario: c'è una sottrazione da tale bacino con conseguenti ripercussioni sul tessuto economico, in particolare sulla determinazione dei prezzi. Quindi più a lungo rimarranno in auge le politiche monetarie straordinarie, più pachidermi imprenditoriali obsoleti potranno restare in piedi e sottrarre risorse economiche scarse dal bacino della ricchezza reale, impedendo alla creatività e alla produttività degli attori di mercato di scardinare la ciclicità di questi errori. In questo modo gli errori economici diventano strutturali, conducendo ad un dissesto finale disordinato.

Infatti ci sono poche possibilità che i pianificatori monetari centrali ammettano d'aver sbagliato e invertano le loro politiche monetarie straordinarie. Arriverà il momento in cui le loro parole non basteranno più ad oliare gli ingranaggi dei mercati, soverchiati dalla mole di distorsioni economiche che impediranno in toto un calcolo economico in accordo con i desideri reali degli attori di mercato. La Caterpillar è l'immagine simbolo di questo concetto, mentre la situazione descritta in Giappone, in realtà, è stata adottata dal resto del mondo con l'ingegneria finanziaria, grazie al credito facile delle banche centrali, il quale ha garantito un supporto artificiale a grandi banche commerciali e grandi imprese, mentre il resto dell'economia ha cercato di percorrere un sentiero di deleveraging.

Nonostante la manna monetaria, però, l'elemento motore alla base dei mercati, le preferenze dei singoli attori di mercato, continua a funzionare spingendo per una correzione. I fondamentali economici sono avulsi da una determinazione onesta a causa degli interventi continui nei mercati mondiali, quindi i banchieri centrali, con le loro stupide azioni, si sono dati la zappa sui piedi creando un ambiente artificiale su cui perderanno il controllo. Il cosiddetto "fine-tuning" dell'ambiente economico non è la strada per la stabilità, bensì il sentiero per avvantaggiare temporaneamente particolari realtà economiche a scapito di altre e ridistribuire arbitrariamente le risorse economiche, sperando che in questo modo s'inneschi un boom dell'economia.

È sicuro che quest'ultimo verrà innescato, ma sarà inevitabilmente seguito dal bust; ed è questo quello che i pianificatori monetari centrali voglio scongiurare (in realtà possono solo ritardarlo, al prezzo di maggiori dolori economici futuri), poiché significherebbe la fine degli interventi nell'economia e la fine della loro presunta onniscienza.



UN CASO DI STUDIO: BANCO POPOLARE DI BARI

Oltre agli hedge fund e ai fondi pensione, esistono altri potenziali inneschi della prossima crisi economica. L'interconnessione del sistema finanziario è talmente intricata che ormai qualsiasi evento presumibilmente insignificante potrebbe portarsi dietro il resto delle realtà economiche presenti in esso. Nel caso particolare, il settore bancario commerciale italiano. Inutile ricordare come l'osservato speciale rimanga Monte dei Paschi di Siena, la quale, nonostante il piano economico attraverso il quale smaltire la mole gigantesca di NPL (in sintesi, aumento di capitale da €5 miliardi e trasferimento dei crediti deteriorati al veicolo di cartolarizzazione al 32% del loro valore nominale con supporto di J. P. Morgan), ha avviato la cosiddetta "conversione" degli obbligazionisti in azionisti. In pratica, ha messo in atto il bail-in. Ciononostante alcuni eventi accaduti in Italia stanno portando la BCE in aperto conflitto con la Germania. Nel caso particolare, una cartolarizzazione dei crediti deteriorati di un'altra banca commerciale italiana: Banco Popolare di Bari.

Sebbene sia più piccola di MPS, il suo fallimento creerebbe lo stesso un effetto domino in tutto il sistema finanziario mondiale. Tenere tutti i tasselli in piedi sta diventando sempre più difficoltoso, anche perché la normativa per sostenerli inizia a contraddirsi. Infatti, la cartolarizzazione dei crediti deteriorati di BPB prevedeva tre tranche: senior, mezzanina e junior. L'emissione di bond senior, alla base dei quali c'erano suddetti crediti deteriorati, si presumeva sarebbe potuta ricadere nella categoria "accettabile" della BCE, soprattutto dopo che quest'ultima ha annunciato che avrebbe inglobato nel suo QE anche le obbligazioni IG. Questi bond senior sarebbero stati posti come garanzia a fronte di prestiti della BCE, ma a quanto pare quest'ultima non sembra intenzionata a ritenere valida la transazione. Inutile che questo rifiuto potrebbe far nascere "sospetti" a catena; ma se la BCE accettasse, allora la Germania potrebbe indispettirsi sulla lascivia della BCE stessa.




Come potete notare dall'immagine qui sopra, la tranche senior è stata riacquistata dalla banca stessa, mentre quella mezzanina (€14 milioni) è stata effettivamente ceduta sul mercato agli hedge fund. A parte il fatto che suddetti bond sono presumibilmente sicuri poiché coperti dal sistema di garanzie pubbliche (GACS) e quindi secondo le regole di Basilea "privi di rischio", viene da chiedersi ancora di più perché la BCE dovrebbe rifiutarsi di accettare tali titoli cartolarizzati in base alle regole stabilite dai pianificatori monetari centrali. Forse perché la creazione a tutti i costi di una mercato secondario per gli NPL affinché si spazzi sotto il tappeto la sporcizia delle sconsideratezze finanziarie del passato e si permetta alle banche di passare queste tossicità ad uno "scemo più scemo", in realtà non attrae nessuno? Con le banche centrali sempre più all'angolo a causa delle loro scelte azzardate, chi salverà la baracca quando ce ne sarà bisogno?

L'ambiente finanziario sta iniziando ad innervosirsi. Il piano di MPS è simile a quello di BPB: piazzare €28 miliardi di crediti deteriorati sul mercato attraverso una cartolarizzazione di suddetti, prospettando un recupero complessivo del 9%, rispetto al 3% precedente, da questa transazione grazie anche alla "benevolenza" delle agenzie di rating. Gli investitori ed i mercati sono di un altro parere invece. E non passerà molto prima che altri pachidermi bancari obsoleti, come Unicredit, facciano la stessa fine. Un paese il cui PIL è ancora il 10% inferiore rispetto a quello prima della crisi 2008 e il cui settore industriale ha perso il 20% della propria capacità rispetto a prima della crisi 2008, continua a sprofondare negli azzardi morali ed a sostenere una parco investimenti improduttivi che non fa altro che allargarsi. Non sorprende, quindi, se i capitali stiano abbandonando il nostro paese.




In questo momento l’elemento di maggiore vulnerabilità del nostro paese è il sistema bancario. Un enorme stock di prestiti non performanti, appesantito dalla fame di rendimenti scatenata dal QE della BCE. Ad ogni scoppio di avversione al rischio, i mercati puniscono le nostre banche più della media di quelle europee. Bassa redditività, aumento delle sofferenze bancarie e un quadro normativo stringente e contraddittorio, inducono la ricapitalizzazione di un settore prossimo alla bancarotta. In realtà quella a cui stiamo assistendo è una "decapitalizzazione", dove le banche cercano di mollare ad uno "scemo più scemo" titoli tossici e farla franca. Ma i mercati sono molto restii a sottoscrivere questi piani economici delle banche commerciali, perché oggi esse distruggono valore anziché crearne. Da qui il rischio che il sistema bancario italiano segua l'esempio di BPB e MPS: conversioni “spontanee” di debito subordinato in azioni, ovvero, verso il bail-in.

Decenni di episodi di dissesto economico e finanziario, anche molto prima che l’euro arrivasse a fornire un enorme alibi, non sono trascorsi invano. E la presenza di errori economici latenti è dimostrata dalla recente salita dei rendimenti del decennale italiano, poiché se non fosse stato per l'ukase del 2012 dello zio Mario, ad oggi staremmo parlando di un'altra storia. Il fatto che il decennale italiano stia subendo le pressioni del prossimo referendum, è sintomo del fatto che le riforme strutturali non sono state per niente effettuate, proseguendo lungo la via del calcio al barattolo. È per questo motivo che Renzi sta cercando di spingere per una maggiorazione del rapporto deficit/PIL per l'anno prossimo. Nonostante il periodo di pseudo-ripresa, si sta perseguendo una politica fiscale espansiva. Non oso immaginare dove si arriverà quando la prossima recessione busserà alle porte delle finanze italiane.







L'economia reale non sta andando da nessuna parte. Questi ultimi quattro grafici riassumono egregiamente il problema alla base del mercato del lavoro italiano, e non può essere curato attraverso la stampante monetaria dello zio Mario o dalle politiche espansive dello stato. L'unica cosa che può risolvere questa situazione è il libero mercato, ovvero, una maggiore libertà per gli attori economici affinché possano direzionare genuinamente la produzione economica e quindi stimolare una crescita economica reale. I costi eccessivi del lavoro dovuti ad una regolamentazione burocratica elevata e salari nominali fuori mercato, hanno spinto le imprese ad assumere sempre più persone part-time piuttosto che full-time. E mentre le banche centrali hanno cercato di portare "stabilità" nei prezzi, hanno eroso sempre di più i salari reali degli attori di mercato permettendo, innanzitutto, ad attività imprenditoriali al collasso di sopravvivere (sottraendo successivamente risorse reali ad imprese che avrebbero potuto soddisfare meglio la domanda degli attori di mercato) e facendo aumentare i prezzi relativi di quei beni tenuti veramente in considerazione dagli attori di mercato.




Questa situazione continua ad erodere potere d'acquisto alla gente comune, oltre ad impedire loro di rimpinguare il bacino della ricchezza reale, portandolo a stagnare nel tempo fino a quando risulterà in declino. A quel punto ogni intervento centrale risulterà inutile, e visto che stiamo parlando di deficit statali, ogni unità di debito aggiuntiva non farà altro che erodere una unità di PIL.



1998, 2008, 2018

Ho aperto questo articolo parlando di come il fallimento di alcuni hedge fund pieni di pattume obbligazionario possa innescare una crisi di fiducia all'interno dell'ambiente economico. Al giorno d'oggi la fiducia nell'attuale sistema è diventata la merce più commerciata, e le banche centrali, sin dal 2008, hanno iperinflazionato tale "moneta". Infatti è questa la vera iperinflazione dei nostri giorni, dettata dalla solita volontà di mantenere in vita un sistema morente che permette ad una ristretta cerchia d'individui d'influenzarlo. È un privilegio raro, ma nel lungo periodo sfugge di mano. Come sta accadendo ora. Se gli errori del passato non vengono corretti, allora si è costretti a ripeterli. Peggio ancora, ne nasceranno di altri. Quindi il caos del 1998 quando l'hedge fund Long-Term Capital Management era ad un passo dal fallire, si sta ripresentando oggi con gli steroidi.

Allora una crisi all'interno delle valute asiatiche, partita dal thai-bat thailandese, si diffuse in tutta l'Asia e si portò dietro anche il mercato obbligazionario sovrano russo. LTCM era esposto a quest'ultimo e rischiava di dover dichiarare bancarotta, "contagiando" successivamente JP Morgan e Goldman Sachs. Allo stesso modo, nel 2007 i fallimenti di alcuni piccoli hedge fund legati a Bear Stearns intaccarono il bilancio di quest'ultima nella primavera dell'anno successivo, costringendo la FED e JP Morgan ad intervenire per mettere una toppa alla slavina che si stava preparando a scendere a valle, che poi scese lo stesso travolgendo Lehman Brothers.

Il Congresso prima, col TARP, e la Federal Reserve poi, con i vari quantitative easing, hanno messo in campo misure monetarie straordinarie per arginare la valanga che stava sommergendo l'intero sistema bancario-finanziario. Non si sono accorti che l'intensità del dolore economico che avrebbero dovuto sopportare, era ponderata agli ostacoli che essi stessi hanno frapposto in passato tra una pulizia dei mercati e la volontà di tenere in piedi un sistema economico moribondo. E alzando la posta in gioco con la ZIRP non hanno fatto altro che rendere peggiori le cose alla prossima recessione. Perché diversamente dagli scenari ottimistici del CBO, ad esempio, la prossima crisi sarà di gran lunga peggiore rispetto a ciò che abbiamo visto finora.

Come diceva George Canning, "Posso dimostrare tutto con la statistica tranne la verità", ed infatti secondo gli statistici del CBO ci stiamo dirigendo verso 207 mesi senza una recessione. Ma con una società che ha raggiunto la condizione di Picco del Debito, un sistema finanziario in cui il rischio non è più ponderato onestamente e la determinazione genuina dei prezzi è solo un lontano ricordo, una produttività mondiale in declino, abbiamo di fronte la madre di tutti i redde rationem.





Le banche centrali ormai sono impantanate allo zero bound e non potranno abbassare ulteriormente i tassi d'interesse di riferimento senza scatenare una rivolta tra la popolazione. Ci stiamo avvicinando ad una riunione del FOMC che si profila molto interessante dal punto di vista finanziario e geopolitico. I flash crash in borsa e nel mercato obbligazionario di cui siamo stati testimoni in quest'ultimo periodo, sono tutti figli di un nervosismo crescente tra gli investitori istituzionali. Essendo ancora il dollaro la valuta di riferimento a livello mondiale si sta cercando di farne incetta, nel breve termine, per sopportare eventuali contraccolpi in vista del prossimo 14 dicembre. Non esiste più una politica di lungo periodo, proprio perché i pianificatori monetari centrali hanno reso ciechi gli attori di mercato attraverso le loro manipolazioni e, di conseguenza, piani a lungo termine non possono essere più stilati. Esiste solo il breve termine ormai, che si trasformerà in brevissimo termine. Ma le cose che possono andare storte sono tante. Ne abbiamo viste alcune in questo articolo.

Le politiche straordinarie che si presume siano state messe in campo per salvaguardare l'attuale sistema, si stanno rivoltando contro coloro che le hanno messe in campo in prima istanza. Ad esempio, la paradossale carenza di dollari da cui potrebbe nascere la prossima crisi di liquidità, che a sua volta potrebbe dare la spallata definitiva alla fiducia iperinflazionata, è figlia della riserva frazionaria adottata a livello spasmodico dalle banche commerciali. Per ogni dollaro creato dalla FED ne sono stati creati di più col prestito a riserva frazionaria e la leva finanziaria. I suddetti flash crash, oltre a ridurre il valore reale dei titoli coinvolti, vanno anche a ridurre la quantità di dollari esistenti creando una falsa carenza iniziale. Ma con la FED e la maggior parte delle altre principali banche centrali bloccate allo zero bound, chi andrà a fornire liquidità al sistema finanziario quando nel prossimo futuro la crisi tornerà a bussare alle sue porte?

Probabilmente il FMI con i Diritti Speciali di Prelievo, ma la prossima crisi avrà un "valore" aggiunto nella lotta tra yuan e dollaro per ricoprire il ruolo di valuta mondiale di riserva. Lo scorso ottobre, infatti, lo yuan è stato inserito nel paniere dei DSP. Questo significa che, oltre ad acquistare oro per avere un ruolo predominante sulla scena mondiale ed essere considerata una nazione affidabile al pari di Stati Uniti e Inghilterra, la Cina, insieme alla Russia, ha intenzione di scacciare il Re Dollaro dal suo trono. Non sarà un processo dall'oggi al domani, bensì avverrà lentamente e costantemente.





CONCLUSIONE

Nel penultimo articolo che ho scritto, "Sulla scia di una perdita di fiducia", ho descritto come l'attuale sistema economico abbia adottato nel corso del tempo una nuova moneta: la fiducia. Ma quest'ultima ha una volatilità superiore rispetto alla classica moneta fiat e nell'attuale articolo abbiamo visto come può dissolversi. La manipolazione del tasso d'interesse di riferimento da parte delle banche centrali è il punto dove tutte le distorsioni economiche hanno avuto origine ed il punto dove finiranno. L'interconnessione intricata del sistema finanziario ha innalzato diversi tasselli di un domino che al minimo accenno, possono iniziare a cadere.

I recenti flash crash nel mercato azionario e nel mercato obbligazionario sovrano hanno messo pressione a diversi giocatori nel casinò, soprattutto gli hedge fund, i quali sono particolarmente esposti ai titoli di stato. Non solo, anche i fondi pensione sono particolarmente esposti ai titoli di stato, ed essi rappresentano l'ultimo pilastro su cui si regge la fiducia di Main Street nell'istituzione statale. Dal settore bancario commerciale italiano, al settore bancario commerciale americano, alle grandi aziende con profitti e vendite stagnanti, agli hedge fund marcescenti, alle città in bancarotta, alla carenza artificiale di dollari, allo scoppio delle varie bolle negli asset gonfiate dalle politiche monetarie allentate delle banche centrali, gli inneschi della prossima recessione si moltiplicano a vista d'occhio.

È questo il caos pianificato di cui parlava Mises.

Criptovalute e il destino del dollaro

Gio, 01/12/2016 - 11:15




di James Rickards


In vari momenti della storia il denaro ha assunto varie forme: penne, conchiglie, dollari ed euro. Oro e argento sono certamente denaro. Anche Bitcoin ed altre criptovalute possono essere denaro.

Le persone dicono che alcune forme di denaro, come Bitcoin o i dollari USA, non sono coperte da nulla.

Ma questo non è vero. Sono coperte da una cosa: la fiducia. Se voi ed io abbiamo fiducia che qualcosa è denaro e siamo d'accordo che si tratta di ciò, allora è denaro. Posso chiamare qualcosa denaro, ma se nessun altro al mondo lo vuole, allora non è denaro. Lo stesso vale per oro, dollari e criptovalute.

Gli stati hanno un vantaggio, perché fanno pagare le tasse con la moneta che decidono loro. In altre parole, gli stati creano essenzialmente un uso artificiale per le proprie forme di cartamoneta, minacciando le persone con la galera se non pagano le tasse nella moneta fiat decisa da loro. Il dollaro è una moneta a corso legale negli Stati Uniti.

Secondo John Maynard Keynes e molti altri economisti, è il potere dello stato a dare ad una valuta il suo valore intrinseco. Questa teoria della moneta afferma semplicemente che diamo un valore ai dollari solo perché li dobbiamo usare per pagare le tasse — altrimenti andiamo in galera.

Le cosiddette criptovalute, come Bitcoin, hanno due caratteristiche principali in comune. La prima è che non sono emesse o regolamentate da una qualsiasi banca centrale o autorità di regolamentazione statale. Sono create in accordo con alcuni algoritmi informatici e sono emesse e trasferite attraverso una rete di elaborazione distribuita utilizzando il codice opensource.

Qualsiasi computer che ospita un particolare libro mastro della criptovaluta potrebbe essere distrutto, ma l'esistenza stessa della criptovaluta continuerebbe ad esistere su altri server in tutto il mondo e potrebbe rapidamente essere replicata. È impossibile distruggere un criptovaluta attaccando ogni singolo nodo o gruppo di nodi.

La seconda caratteristica comune è la crittografia, che dà luogo alla parte "cripto" del nome. È possibile osservare le operazioni che si svolgono grazie alla cosiddetta blockchain, che è una sorta di libro mastro di tutte le unità della valuta e transazioni. Ma l'identità delle parti che effettuano le transazioni è nascosta dietro quello che si ritiene essere un codice infrangibile. Solo le parti che effettuano le transazioni hanno le chiavi necessarie per decodificare le informazioni nella blockchain in modo tale da usare e detenere la moneta.

Ciò non significa che le criptovalute sono a prova di rischio. Grandi quantità di unità di criptovalute sono andate perse da coloro che li hanno affidati a "banche" ed "exchange" non regolamentati. Altri sono andati persi per frodi vecchio stile. Alcune unità sono andate perse a causa della distruzione di hardware personali. Ma nel complesso, il sistema funziona abbastanza bene ed è in rapida crescita sia per quanto riguarda le operazioni legittime che quelle illegittime.

Val la pena sottolineare che anche il dollaro americano è in un certo senso una criptovaluta digitale. I dollari sono emessi da una banca centrale, la Federal Reserve, mentre i Bitcoin sono emessi privatamente. Mentre possiamo detenere un paio di dollari di carta nei nostri portafogli di volta in volta, la stragrande maggioranza delle transazioni denominate in dollari, sia in forma di valuta che in titoli, sono condotte sotto forma digitale.

Paghiamo le bollette online, facciamo acquisti con carta di credito, e le transazioni svolte attraverso la banca sono tutte in digitale. Tali operazioni sono tutte criptate e utilizzano le stesse tecniche di codifica come Bitcoin.

La differenza è che la proprietà dei nostri dollari digitali è nota ad alcune controparti di fiducia come le nostre banche, i broker e le società di carte di credito, mentre la proprietà dei Bitcoin è nota solo all'utente ed è nascosta dietro il codice della blockchain.

Bitcoin e le altre criptovalute rappresentano una sfida all'attuale sistema. Un problema è che il valore di un Bitcoin non è costante in termini di dollari americani. Infatti tale valore è stato molto volatile, fluttuante tra $100 e $1,100 nel corso degli ultimi anni. Attualmente è di circa $575.

È vero che i dollari fluttuano in valore rispetto alle altre valute, come l'euro, ma questi cambiamenti sono tipicamente misurati in frazioni di centesimi, non salti di $100 al giorno.

Ciò dà luogo a problemi fiscali. Ad esempio, se si acquista un Bitcoin a $200 e poi lo si scambia per $1,000 di beni o servizi, si ottiene un guadagno netto di $800 tra l'acquisto e la vendita. Dal punto di vista dell'IRS, questo guadagno non è diverso dall'acquisto di azioni a $200 e una loro successiva vendita a $1,000. Bisogna segnalare gli $800 di plusvalenza.

Sembra improbabile che la maggior parte degli utenti Bitcoin abbia segnalato questi guadagni. Coloro che non l'hanno fatto potrebbero essere considerati evasori fiscali. L'IRS ha ampi poteri per indagare sull'evasione e può richiedere alle controparti di rivelare informazioni personali, comprese le password, in modo che possa scoprire le parti negoziali. Tenuto conto del fatto che negli ultimi anni l'IRS s'è accanito selettivamente contro gli attivisti del Tea Party e altri oppositori politici, questo è un grande problema per gli utenti libertari di Bitcoin.

Una possibile soluzione al problema della volatilità di Bitcoin è quella di collegarlo all'oro ad un tasso fisso. Ciò richiederebbe il consenso nella comunità Bitcoin e uno sponsor disposto a creare un mercato dell'oro fisico concordato col valore dei bitcoin. Questo tipo di copertura potrebbe anche dare una spallata al dollaro come valuta di riserva mondiale, specialmente se sostenuto da potenze come Russia e Cina che sono alla ricerca di alternative all'attuale sistema di egemonia del dollaro.

Un altro problema è che Bitcoin e le altre criptovalute non sono ancora sopravvissute ad un ciclo economico completo. Bitcoin, la prima criptovaluta, è stata inventata nel 2009. L'economia globale è in un'espansione debole sin da allora, ma non ha sperimentato un panico finanziario o una recessione tecnica.

Gli investitori hanno una certa esperienza di come azioni, obbligazioni, oro e altre classi di asset potrebbero comportarsi in una recessione, ma non abbiamo esperienza con Bitcoin. La liquidità sparirà e i prezzi scenderanno? O gli investitori lo considereranno un porto sicuro, cosa che condurrà ad aumenti dei prezzi? Non conosciamo la risposta.

Credo che Bitcoin e le altre criptovalute rappresentino un'opportunità. È ancora troppo presto affinché gli investitori lo inseriscano nei loro portfoli, a causa di un eccesso di volatilità e delle varie questioni fiscali pendenti. Ma può arrivare il momento in cui alcune aziende, basate sulla tecnologia di Bitcoin, potrebbero assicurare un interesse agli investitori in base al loro possibile ruolo nei pagamenti e in altre forme di trasferimento di ricchezza. Aziende come Western Union e PayPal dominano l'universo dei sistemi di pagamento oggi, ma presto potrebbero emergere società concorrenti nel mondo delle criptovalute.

Una delle cose che mi piace dell'oro è che non è digitale, non dipende da internet e non dipende dalla rete elettrica. Ha un valore indipendente da queste cose. Bitcoin no, invece.

Se la rete elettrica va in tilt, i vostri Bitcoin sono inutili. Non sono anti-Bitcoin, ma l'oro fisico non ha il difetto di Bitcoin e delle valute digitali come il dollaro statunitense.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Washington continua a tessere un arazzo di menzogne

Mer, 30/11/2016 - 11:14




di David Stockman


Non è possibile trovare persone più pigre di quelle che lavorano nella stampa finanziaria, ma la loro festosità esuberante circa il presunto aumento del 5.2% nel reddito reale medio delle famiglie nel 2015, era sicuramente era una menzogna. E non stiamo parlando del giornaletto della scuola qui: il Washington Post è solito a titoli con superlativi seguiti da una maggiore esuberanza nel testo:

I redditi delle famiglie negli Stati Uniti sono saliti nel 2015, registrando il più grande aumento da decenni [...]. I dati rappresentano la prova più chiara fino ad oggi che la ripresa economica più lenta e lunga, ha finalmente cominciato a fornire prosperità ai lavoratori.
Il fatto evidente è che nel 2015 la famiglia mediana non può aver visto un aumento del 5.2% nel reddito al netto dell'inflazione. Non c'è un singolo dato tra le montagne di dati economici "in entrata" che sia coerente con suddetta cifra. Eppure nulla nell'articolo del Post, o di qualsiasi altro giornale mainstream, mette in discussione i numeri del Census Bureau.

Infatti nel contesto di quella che, a detta di tutti, era un'economia tremolante nel 2015, il Census Bureau ha rilasciato il più grande aumento anno/anno nella storia. Ma non un singolo giornalista ha sentito puzza di bruciato.




Quindi cerchiamo di mettere in prospettiva queste affermazioni. Il presunto aumento dei salari nel 2015 rappresenta ancora un restringimento reale del 17% del reddito mediano sin dal 2000, se si utilizza una misura onesta dell'inflazione come il nostro "Flyover CPI"; e rappresenta un calo del 2.2% anche quando i redditi sono deflazionati dalla misura del BLS chiamata CPI-U-RS che maschera l'inflazione.

In entrambi i casi, non c'è assolutamente nulla per cui festeggiare su una tendenza che non ha fatto altro che rallentare la sua continua discesa.




Ciononostante i numeri del 2015 non hanno senso. Partiamo dai dati del Census Bureau sul "reddito monetario", che è la base per l'affermazione secondo cui il reddito medio delle famiglie è aumentato lo scorso anno. Nascosto nella sua presentazione in dollari "reali", si dice che l'anno scorso il reddito monetario complessivo per tutti i 125.8 milioni di famiglie americane è aumentato del 5.7% in termini nominali.

Ma come era possibile quando il PIL nominale è aumentato solo del 3.0% nel 2015? Allo stesso modo, il reddito disponibile individuale — in termini nominali — è cresciuto solo del 3.7%.

Il reddito mediano può crescere quasi due volte più velocemente rispetto al reddito complessivo solo se gli aumenti a metà e in basso la scala dei redditi crescono molto più velocemente rispetto al secondo. E ciò comprende un sacco di soldi guadagnati da banchieri, atleti, avvocati, dirigenti d'azienda e il resto delle élite tra i colletti bianchi.

Al contrario, la relazione del Census Bureau mostra che nel 2015 gli aumenti nominali mediani dei lavoratori a tempo pieno di sesso maschile sono cresciuti dell'1.6%, e per i lavoratori a tempo pieno di sesso femminile del 2.8%. Non raggiungiamo affatto il 5.7% di crescita media complessiva dei redditi per tutti i lavoratori — a meno che le famiglie non siano state improvvisamente inondate con dividendi inattesi provenienti da azioni che non possiedono, conti bancari che non fruttano alcun interesse, o redditi locativi di proprietà registrate a nome di qualcun altro.

Anche quando si tengono conto degli aumenti nel numero di lavoratori impiegati nel 2015 rispetto all'anno precedente, circa il 2%, i conti ancora non tornano. Nel 2015 la massa salariale di tutti i lavoratori è cresciuta solo del 4.2% in termini nominali. Questa è una cifra del Census Bureau (tabella A-4) ed è anche al netto dell'inflazione!

Poi quando guardiamo al deflatore utilizzato nella relazione, ecco ritornare le incongruenze: secondo il CPI-U-RS del BLS, il costo della vita per il nucleo familiare medio è aumentato solo dello 0.1% l'anno scorso.

Proprio così. La relazione afferma che l'indice dell'inflazione è salito solo da 347.8 a 348.2 durante tutto l'anno. Non importa se le spese sanitarie siano aumentate del 3.6%, se gli affitti delle case siano aumentati del 3.5% e se le spese alimentari siano salite dell'1.4%. Il calo dei prezzi del petrolio ha bilanciato tutto questo — anche se il settore dell'energia pesa meno del 9% nell'IPC.

Tutto questo suggerisce che ci deve essere qualcosa nelle note del Census Bureau che lascia intendere uno spostamento dei paletti di riferimento, e infatti le cose stanno proprio così.

A partire dal 2013 il Census ha cambiato le domande e i metodi utilizzati per il calcolo dei "redditi monetari" delle famiglie. Durante il 2014, per esempio, ha cominciato a "raccogliere il valore degli asset che generano reddito se l'intervistato non è sicuro dei redditi generati."

Ha anche riempito i questionari in cui gli intervistati hanno risposto con "non so", o dove si sono "rifiutati" di rispondere!

Come risultato di questo "miglioramento" negli interessi percepiti, il numero dei relativi destinatari è aumentato del 41.6% e l'ammontare complessivo degli interessi incassati è salito del 111.7%, secondo John Williams di Shadow Statistics.

Proprio così. Durante tutto il corso del 2015 la FED ha mantenuto i risparmiatori ancorati allo zero bound, ma il margine d'interesse è salito a tripla cifra.

Ancor più assurdo, secondo i nuovi metodi di conteggio di Williams, "il numero di percettori di denaro da IRA, Keogh e 401k è aumentato del 419.5%, facendo salire il reddito complessivo del 230.1%."

Inutile dire che razziare il vostro fondo pensione non è "reddito"; si tratta di una liquidazione di asset guadagnati e conteggiati in periodi precedenti.

Tutto questo giocherellare coi numeri, naturalmente, è stato descritto in termini puramente clinici:

"I dati per il 2013 e oltre, riflettono il ridisegnamento delle domande relative al reddito."
Quando si guarda l'andamento dopo il 2014, tuttavia, tutto comincia ad avere un senso. Cioè, il Census Bureau ha truccato la relazione appena in tempo per le elezioni del 2016. Altrimenti come si spiega il grafico qui sotto?

Come ha fatto il trend dei redditi monetari (2.4%) tra il 2008 e il 2014, ad alzarsi improvvisamente sulle gambe e saltare al 5.7%?




In breve, non c'è nulla che possa spiegare questo aumento del 5.2% tranne la manipolazione dei dati. Infatti se nel 2015 il lavoratore medio a tempo pieno ha visto un aumento solo del 2.01% nei propri salari, non vi è alcun modo in cui la famiglia mediana possa aver visto un aumento del 5.2%.

L'unica possibile spiegazione per cui la dimensione media delle famiglie sia improvvisamente aumentata nel 2015, è perché più figli sono tornati a vivere coi genitori. Ma non è questo il motivo, in realtà. La dimensione media delle famiglie l'anno scorso era di 2.53 persone, o praticamente identica a quella dell'anno precedente (2.54) e alla media di 2.535 degli ultimi quattro anni.

Infatti, contrariamente a tutte le auto-congratulazioni provenienti dalla Casa Bianca, ciò che è effettivamente sepolto in questa relazione sui redditi delle famiglie, è in realtà abbastanza spaventoso. Per esempio, abbiamo calcolato il reddito mediano reale delle famiglie nere con la stessa metodologia usata per tutte le famiglie.

Scopriamo che il reddito medio reale è sceso del 23% negli ultimi 15 anni, quando i dati del Census Bureau sono sgonfiati col "Flyover CPI" e quasi il 10% in base all'indice del BLS.




Ci si potrebbe chiedere, quindi, quale sia il motivo per festeggiare su un mero bip di un anno, che è già in retromarcia. Forse l'ingenuo Washington Post non ha ancora capito che la FED non ha affatto bandito il ciclo economico.

Dopo tutto, le tendenze evidenziate qui sopra non chiariscono che i picchi ciclici si stanno abbassando e i minimi stanno scendendo ancora di più?

Infatti non dovete far altro che guardare di sotto quando arriverà la prossima recessione e colpirà i redditi delle famiglie con tutta la sua forza. Vale a dire, non stanno nascendo nuove imprese ai ritmi storici, ma il BLS continua ad imbottire i numeri mensili sui posti di lavoro con lavori immaginari.




Noi lo chiamiamo teoria "fantasiosa" del mercato del lavoro. Salta fuori che il 52% di tutti i nuovi posti di lavoro — 5.25 milioni — riportati dal BLS sin dalla fine della recessione, sono stati immaginari... non contavano.

Ciò equivale all'ennesimo vaneggiamento dei mulini statistici statali e all'ennesiama prova che la cosiddetta ripresa economica si basa su un tessuto di menzogne.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


In Italia possono fallire fino a otto banche se Renzi perde il referendum

Mar, 29/11/2016 - 11:15
Come mostrerò in un articolo venerdì prossimo, i problemi dell'Italia non si fermano al referendum. Qualunque sia l'esito, il sistema bancario commerciale italiano è spacciato, proprio perché è diventato una dolina finanziaria e ne faranno le spese i risparmiatori che, indaffarati a pensare al "Sì" o al "No", continuano a far rimanere parcheggiati i loro risparmi presso istituti di credito al collasso. Eppure gli avvertimenti sono nell'aria già da un po'; le lunghe file di depositanti in Grecia avrebbero dovuto essere un monito convincente. Ciononostante, i depositanti italiani non fanno nulla. Salvo poi, in caso di dissesto effettivo, pascolare per le strade e muggire contro la sorte avversa. Pochi riescono a vedere ciò che sta arrivando e ancora meno riescono a prepararsi adeguatamente. Questo perché non hanno una teoria economica coerente e chiara con cui sondare l'ambiente economico. E allora si affidano ai presunti esperti del settore che li hanno canalizzati nelle obbligazioni bancarie come strumento d'investimento dei loro risparmi, ignari dell'incendio che si sta sviluppando intorno a loro. I problemi economici non sono più ciclici, ma ormai strutturali. Il problema è la sopravvivenza stessa di quelle entità salvaguardate artificialmente dal settore bancario centrale: grandi banche commerciali e stati. Non basta una presunta riforma o salvataggi sempre più fantasiosi, il calcio al barattolo sta esaurendo la sua magia. Addirittura il mese scorso Renzi parlava di cartolarizzare il debito pubblico per ridurlo! Dopo l'abbassamento farlocco, ad esempio, dei deficit pubblici definendo alcune uscite "investimenti", si vuole ricorrere ancora di più all'ingegneria finanziaria per profumare un cadavere marcescente. Cosa sarebbe l'APE, altrimenti, se non la trasformazione dei pensionati da creditori a debitori? Siamo nel bel mezzo del caos pianificato.
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da Zerohedge


Proprio mentre stavamo concludendo un nostro articolo sul ritorno della crisi della solvibilità in Europa, facilitato dalle richieste di Donald Trump riguardo i finanziamenti della NATO e dalla fine del calcio al barattolo da parte della BCE, il FT ha riferito che ben otto delle banche italiane in difficoltà "rischiano di andare in bancarotta" se il primo ministro Renzi perderà il referendum costituzionale, a causa della conseguente turbolenza nei mercati che scoraggerà gli investitori a sottoscrivere le varie ricapitalizzazioni.

Questo particolare risultato piuttosto negativo viene esposto nei riquadri rossi in basso a destra presenti nel seguente grafico di flusso di Danske Research. (Cliccate per ingrandire)




Renzi, che in precedenza ha affermato che si dimetterà se perderà il referendum, anche se da allora ha cambiato versione, si è fatto alfiere di una soluzione di mercato per risolvere i problemi del sistema bancario italiano (ammontanti a €4,000 miliardi) ed evitare, quindi, una "risoluzione" delle banche italiane sotto una supervisione dell'UE. Una tale risoluzione ristruttura e, se necessario, scorpora una banca imponendo perdite sia agli investitori azionari sia a quelli obbligazionari, una situazione particolarmente controversa in Italia dove milioni di singoli investitori hanno acquistato obbligazioni bancarie.

Il grafico seguente dal sito della BCE dimostra il motivo per cui un bail-in delle banche italiane sarebbe l'equivalente di un suicidio politico: la stragrande maggioranza del debito italiano è detenuto a livello nazionale, ovvero, nelle mani di risparmiatori e pensionati. Se dovesse essere intaccato, porterebbe ad una crisi sociale immediata.




Tuttavia se Renzi vedesse materializzarsi un "No" come esito del referendum, cosa che la maggior parte dei sondaggi ritiene il risultato più probabile, avrà meno motivazione per cercare un salvataggio privato facendo del bail-in la scelta molto più probabile, aumentando di conseguenza le probabilità di una reazione sociale avversa. Come aggiunge il FT, in caso di "No" e di dimissioni di Renzi, i banchieri temono un'incertezza protratta durante la creazione di un nuovo governo tecnocratico. La mancanza di chiarezza riguardo il nuovo ministro delle finanze potrebbe prolungare i nervosismi del mercato nei confronti delle banche italiane. Gli istituti di credito italiani hanno visto più che dimezzarsi il proprio valore quest'anno, sulla scia di preoccupazioni circa i loro prestiti non performanti.

Per coloro che hanno seguito la saga infinita delle banche italiane insolventi, i dettagli sono familiari: ci sono otto banche note per essere in varie fasi di difficoltà: la terza più grande per asset, Monte dei Paschi di Siena, le banche di medie dimensioni Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, e quattro piccole banche salvate lo scorso anno: Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.

Come abbiamo detto sin dal 2011, il problema più grande delle banche italiane (e di quelle in Europa) è la quantità eccessiva di prestiti non performanti: le banche italiane hanno €360 miliardi di crediti deteriorati rispetto ai €225 miliardi di patrimonio netto sui loro libri contabili, dopo che i regolatori e i vari governi non sono riusciti ad affrontare le problematiche di un sistema finanziario in cui la redditività è stata indebolita da un'economia stagnante e praticamente uccisa da prestiti fraudolenti in diverse istituzioni.

Il problema è che un salvataggio di mercato delle banche insolventi si è dimostrato quasi impossibile a causa dei timori riguardo la portata del cattivo debito:

Ma le soluzioni di mercato, compreso il piano di JPMorgan per ricapitalizzare Monte Paschi e gli sforzi di un veicolo privato sponsorizzato dal governo (Atlante) per risolvere i problemi presso le banche più piccole, risulteranno traballanti di fronte alle turbolenze del mercato se vincerà il "No".

Lorenzo Codogno, ex-capo economista al Tesoro italiano e fondatore di Advisors Macro LC, ha sostenuto che la "grande preoccupazione" in seguito al referendum è il suo impatto sul "settore bancario e le implicazioni per la stabilità finanziaria".

"Gli aumenti di capitale delle banche italiane da annunciare subito dopo il referendum, possono diventare ancora più complicati di quanto attualmente percepito nel caso di vittoria del 'No'."
Qual è lo scenario peggiore (per ora)? Il terzo fallimento consecutivo di Monte Paschi (che probabilmente avrebbe conseguenze significative su tutte le altre banche italiane). Banchieri e funzionari statali hanno detto che lo scenario peggiore sarebbe il fallimento della ricapitalizzazione di Monte Paschi e della ristrutturazione del cattivo debito richieste dai regolatori, cosa che si tradurrebbe in un più ampia perdita di fiducia in Italia e metterebbe in pericolo una soluzione di mercato per le sue banche in difficoltà.

In questo scenario, i funzionari statali ed i banchieri credono che tutte le otto banche potrebbero essere messe in risoluzione. Temono che il contagio dalle piccole banche potrebbe minacciare l'aumento di capitale da €13 miliardi di UniCredit, la più grande banca d'Italia per asset, previsto per l'inizio del 2017.
Se il piano di salvataggio di Monte Paschi dovesse fallire, "tutte le teorie sono possibili" tra cui una "risoluzione delle otto banche", soprattutto se il "No" porterebbe Renzi a dimettersi e iniziasse un periodo di prolungata incertezza politica, prosegue il FT. Infatti, il prospetto per la ricapitalizzazione di Monte Paschi, che include uno swap debt to equity, avverte che il voto avrà pesanti ripercussioni sulle sue possibilità di successo. La Banca d'Italia ha messo in guardia per una certa volatilità dei mercati in vista del voto. I critici di Renzi hanno accusato la banca centrale di allarmismo in vista del voto.

Nonostante tutto, una rinnovata attenzione su BMPS probabilmente potrebbe rivelarsi il catalizzatore della prossima crisi bancaria italiana, e poco dopo, europea. A quel punto il domino italiano sarebbe, ancora una volta, in caduta libera.

A dire il vero il mercato ha già fiutato gran parte dei rischi, infatti venerdì scorso lo spread sui titoli di stato italiani rispetto ai bund tedeschi era in aumento sopra i 190 punti, un livello che non si vedeva dall'ottobre 2014, in quanto i mercati hanno prezzato le aspettative di turbolenza.




Una possibilità è il salvataggio di tutti gli investitori nazionali che vengono sottoposti al bail-in come ultima soluzione per evitare un panico bancario in piena regola:

I banchieri ed i funzionari statali possono prevedere un governo tecnico che sia d'accordo con Bruxelles e Francoforte su un "bail-in" delle banche italiane più vulnerabili, come emerso dagli stress test europei di due anni fa e in quelli di quest'estate. Con un bail-in, che impone perdite agli obbligazionisti, Bruxelles potrebbe consentire una certa compensazione per gli investitori retail vulnerabili.
La Germania, tuttavia, non sarebbe affatto entusiasta di un tale risultato. Purtroppo non importa quale sia il riferimento politico, le banche italiane non faranno altro che peggiorare dopo la votazione di domenica prossima:

Nicolas Véron, senior fellow presso il think tank Bruegel, ha sostenuto che "la BCE è stata molto clemente nell'affrontare la situazione bancaria a livello di sistema [in Italia], cosa risultata evidente sin dalla valutazione globale di due anni fa." "È un momento molto difficile, ma non è sostenibile. Il problema della fragilità bancaria non scomparirà. Non è qualcosa che si risolve con il tempo," ha detto Véron.
Ciononostante ogni speranza non è persa. L'Economist, pubblicazione economica e finanziaria per metà di proprietà dei Rothschild, ha avuto un passato terribile su come consigliare i suoi lettori prima di eventi politici critici: dalla sponsorizzazione del "Bremain" lo scorso giugno fino al sostegno per Hillary, l'Economist ha praticamente cannato ogni grande evento politico. Il fatto che durante il fine settimana abbia pubblicato un articolo intitolato "Perché l'Italia dovrebbe votare NO al referendum" può essere la speranza migliore che ha Renzi per rimanere al potere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il circolo vizioso in cui è finita la FED

Lun, 28/11/2016 - 11:15




di James Rickards


In una parola, la FED ha fallito nella sua missione di ripristinare la crescita economica negli Stati Uniti. Questo fallimento ha gettato le basi per la prossima crisi monetaria globale.

Questo fallimento era inevitabile. La ragione: i problemi dell'economia sono strutturali, ovvero, tassazione, regolamentazione, demografia e altri fattori al di là del mandato della FED. Le soluzioni della FED sono monetarie. Un policymaker non può risolvere i problemi strutturali con strumenti monetari.

Dal momento che le soluzioni strutturali non sono all'orizzonte a causa di uno stallo politico, l'economia degli Stati Uniti rimarrà bloccata in un pantano di bassa crescita a tempo indeterminato. Senza cambiamenti strutturali, questo modello persisterà per decenni come già accaduto in Giappone. Questo scenario di crescita debole sarà scandito con recessioni tecniche occasionali, e mostrerà tendenze deflazionistiche persistenti.

Questo è lo scenario migliore e non il più probabile. Il risultato probabile è un panico finanziario e una crisi di liquidità globale causati dalle politiche monetarie fallimentari della FED. Per capire il perché, bisogna comprendere il circolo vizioso in cui si trovano ora la FED e tutte le principali banche centrali.

Il Federal Open Market Committee (FOMC) ha intrapreso un percorso senza precedenti con i suoi programmi di allentamento quantitativo, "QE." Il FOMC è composto da membri del consiglio della Federal Reserve e delle banche regionali Federal Reserve. È stato istituito per determinare in modo appropriato la politica monetaria.




Il primo programma, il QE1, è iniziato alla fine del 2008. All'epoca era inteso come una risposta adeguata alla crisi di liquidità derivante dai fallimenti di Lehman Brothers e di AIG. Fornire liquidità nel corso di una crisi di liquidità è esattamente ciò che dovrebbero fare le banche centrali; è il motivo per cui sono state create.

Il QE1 s'è concluso a giugno 2010 e potrebbe aver salvato l'economia da una recessione più grave nel 2009, ma non ha fatto nulla per stimolare la crescita a lungo termine. Non appena s'è concluso il QE1, la crescita degli Stati Uniti è entrata in fase di stallo. Entro la fine del 2010, la FED era pronta a lanciare il QE2.

Il QE2 era diverso. È iniziato a novembre 2010, in un momento in cui non c'era crisi di liquidità. Il QE2 era un esperimento sognato da Ben Bernanke. La FED s'era impegnata ad acquistare $600 miliardi di titoli del Tesoro a medio termine prima del giugno 2011.

L'idea era quella di abbassare i tassi d'interesse a lungo termine in modo che gli investitori sarebbero stati costretti ad acquistare altri asset, quali azioni e immobili. I conseguenti aumenti dei prezzi degli asset avrebbero creato un effetto ricchezza che si sarebbe tradotto in una maggiore spesa e in valori delle garanzie reali più elevati. Questo nuovo circolo di spese e prestiti avrebbe stimolato l'economia verso una crescita tendenziale autonoma.

In realtà, l'effetto ricchezza è sempre stato un miraggio. Il QE non ha creato una crescita sostenuta. Quello che ha fatto è stato creare bolle speculative, che ancora non sono scoppiate.

Il QE2 s'è concluso come previsto nel giugno 2011 e successivamente la crescita è entrata di nuovo in fase di stallo. Già a quel tempo la FED era intrappolata dal mostro che aveva creato. Fino a quando la FED sosteneva l'ambiente economico col QE, l'economia si barcamenava in avanti. Non appena è terminato, l'economia è tornata in fase di stallo. Questi esperimenti sono stati l'inizio della mentalità "risk-on" "risk off" che ha intrappolato la FED ed i mercati.

A settembre 2012, la FED ha lanciato il QE3. A differenza del QE2, il QE3 non aveva limiti di tempo o quantitativi. La FED avrebbe stampato tutti i soldi che voleva per tutto il tempo che voleva, al fine di creare lo stimolo necessario. Problema: la FED era senza via d'uscita. Quando allentava la sua posizione monetaria, l'economia migliorava, ma non sperimentava un boom. Quando restringeva la sua posizione monetaria, l'economia andava in stallo. La linea di politica sarebbe stata invertita, ma la FED era bloccata in un circolo vizioso.





Il termine "circolo vizioso" è un'espressione popolare per quello che i fisici e i teorici della complessità chiamano anche funzioni ricorsive. In una funzione ricorsiva, l'uscita di un'equazione diventa l'input per la prossima iterazione della stessa equazione.

La complessa dell'interazione del comportamento umano (impostazione dei tassi) e il circolo vizioso (con un punto attrattore fisso) è un continuo fare dietrofront. In primo luogo la FED emette comunicati deludenti, poi i mercati affondano, allora la FED procede con un allentamento monetario, poi i mercati recuperano, quindi la FED emette di nuovo comunicati deludenti, e così via. Questo è il circolo della FED.

Ecco come sono andate le cose sin da quando è stato avviato il QE3 a novembre 2012 sotto la direzione di Ben Bernanke e l'attuale leader della FED, Janet Yellen. Lo stato iniziale del sistema ad Aprile 2013 era quello di allentamento, a causa dello stesso QE3:

Maggio 2013 Bernanke restringe la linea di politica parlando del cosiddetto "tapering". I dollaro ed i mercati emergenti affondano.
Settembre 2013 Bernanke allenta la politica monetaria ritardando l'inizio programmato del tapering. I mercati azionari salgono.
Dicembre 2013 Bernanke restringe la politica monetaria avviando il tapering. Il dollaro si rafforza.
Settembre 2014 La Yellen allenta la politica monetaria attraverso la forward guidance, dicendo ai mercati che la FED sarà "paziente" riguardo futuri aumenti dei tassi.
Marzo 2015 La Yellen restringe la politica monetaria ponendo fine alla forward guidance e indicando che la FED intende alzare i tassi d'interesse prima della fine del 2015.
Settembre 2015 La Yellen allenta la politica monetaria ritardando il "rialzo" dei tassi d'interesse. Questo ritardo è causato dal crollo dei mercati azionari degli Stati Uniti, dovuto allo shock della svalutazione dello yuan cinese ad agosto. Le azioni degli Stati Uniti salgono.
Dicembre 2015 La Yellen restringe la politica monetaria aumentando i tassi d'interesse per la prima volta dopo nove anni. I mercati statunitensi vanno in crash, con un calo di oltre il 10% a gennaio e all'inizio di febbraio 2016.
Febbraio 2016 La Yellen allenta la politica monetaria con gli Accordi di Shanghai. L'accordo in sé non viene rivelato, ma diventa visibile in una serie di azioni da parte della BCE, della BOJ e della FED a marzo 2016. I mercati statunitensi salgono alla notizia di un dollaro più debole.
Maggio 2016 La FED restringe la politica monetaria attraverso un insieme di dichiarazioni da parte dei presidenti delle banche regionali Federal Reserve, tra cui James Bullard, Loretta Mester ed Esther George. La creazione di occupazione negli Stati Uniti entra in stallo, il dollaro sale e l'oro s'indebolisce.
Giugno 2016 La Yellen allenta la politica monetaria con un discorso a Philadelphia e con commenti in occasione della riunione del FOMC il 15 giugno. Il dollaro scende bruscamente e inizia una forte salita dell'oro, ripercorrendo le sue perdite di maggio e raggiungendo nuovi massimi di tre anni.

Ecco dieci tira e molla in poco più di tre anni.

Questo ci rivela che la FED non ha idea di quello che sta facendo ed è intrappolata in un circolo vizioso.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Correte ai ripari, i robo-trader sono totalmente impazziti

Ven, 25/11/2016 - 11:10




di David Stockman


Ascoltare Janet Yellen mentre inventa circonlocuzioni varie ed eventuali per descrivere lo stato pietoso in cui versa l'economia statunitense, è sufficiente a bandire dai dipartimenti d'economia tutta la brodaglia keynesiana rigurgitata dai professori in quelle aule. Dopo tutto, questa brodaglia ha partorito gente come Paul Samuelson, Stanley Fischer e Ben Bernanke.

C'è solo una domanda a cui la Yellen deve rispondere, e poi tutto il resto si spiegherebbe facilmente: crede davvero che il tasso del mercato monetario – come misurato tempo fa dai Fed Funds prima che Bernanke nazionalizzasse il mercato interbancario nel settembre 2008 – sia una struttura interamente di proprietà del FOMC?

Nel sistema finanziario il tasso overnight ha ancora un qualche significato come "prezzo"? Uno collegato al resto della curva dei rendimenti, così come ad azioni, opzioni/derivati ed a tutto il processo di determinazione dei prezzi nei mercati monetari e dei capitali?

Meno di un decennio fa quasi ogni persona con un minimo di cultura finanziaria sapeva che i Fed Funds sono un prezzo finanziario che trasmette i segnali del mercato a tutto il sistema finanziario. Quindi parliamo della decisione della FED di tenerli inchiodati allo zero per quelli che presto saranno 96 mesi consecutivi.

In una parola, la Yellen e la sua combriccola di pianificatori monetari centrali keynesiani sono apparentemente disposti a falsificare per sempre il prezzo del denaro e di tutto ciò che ne deriva – come i carry trade nel mercato obbligazionario e nelle opzioni.

E per guadagnarci cosa dal punto di vista macroeconomico?

In una parola, raggiungere aumenti capillari nel tasso d'inflazione, quando c'è già troppa inflazione; e per spegnere la "fiacchezza" nel mercato del lavoro degli Stati Uniti, quando quest'ultimo è in ogni caso quasi sicuramente al di là della portata della politica monetaria.

Detto in altro modo, la Yellen ha dimostrato ancora una volta che è ciecamente focalizzata sul raggiungimento di aumenti di punti decimali in base al cosiddetto "mandato" Humphrey-Hawkins, tanto da non vedere l'incendio intorno a lei.

Il fatto è che la ZIRP sta innescando svariati ordigni economici in tutto il sistema finanziario. Eppure la maggior parte dei membri del FOMC sostiene ancora che non ci sono bolle.

La Yellen sta abbracciando rischi finanziari giganti per pura curiosità macroeconomica. Per esempio, anche se ammettiamo che un 2.00% d'inflazione sia una sorta di magico elisir economico, com'è possibile che gli abitanti nell'Eccles Building non ammettono che sono già lì o dannatamente vicini?

L'IPC regolare aggiustato secondo gli affitti di mercato – piuttosto che la misura fallace OER (owners' equivalent rents) – è cresciuto del 4.5% l'anno e del 2.4% sin dal 2010. Allo stesso modo, il PPI per i beni di consumo finiti è ben al di sopra dell'obiettivo 2.00% della FED su base annuale e quinquiennale, come l'IPC core.

Anche la PCE core – misurazione preferita dalla FED – è aumentata dell'1.6% su base annuale in occasione dell'ultima lettura. Ancora non è abbastanza?




Infatti l'unico indicatore di prezzo che "sottovaluta" materialmente l'obiettivo d'inflazione della FED è l'IPC, e non c'è assolutamente alcun mistero sul perché: ad agosto l'IPC ha mostrato che i prezzi dei prodotti energetici sono diminuiti del 17.3% rispetto all'anno precedente, mentre l'IPC meno cibo ed energia è salito del 2.3%.

Se la FED è ansiosa di vendere il tonico dell'inflazione, vi è già abbondanza di essa. Ad esempio, i servizi meno energia sono aumentati del 3.2%, le cure mediche sono salite del 5.1%, gli affitti sono aumentati del 5.6%, i farmaci del 6.3% e l'assicurazione sanitaria di oltre il 9%.

Quando la Yellen stava blaterando di una sottovalutazione circa "il nostro obiettivo d'inflazione", si stava arrampicando sugli specchi; stava solamente recitando quello che è diventato un incantesimo keynesiano che non ha radici in qualsiasi tipo di storia monetaria o logica. È solo una copertura per la massiccia presa di potere da parte della FED e di altre banche centrali.

Sì, la Yellen e il suo politburo monetario sostengono che la legge Humphrey-Hawkins li incentivi ad aggiustare al centesimo di punto percentuale i numeri dell'inflazione. La legge venne approvata nel 1978, prima che qualsiasi economista – keynesiano o meno – inventasse l'idea di un obiettivo d'inflazione da perseguire.

In realtà, la "stabilità dei prezzi" contenuta nella legge richiedeva una costante riduzione dell'inflazione nel tempo – fino a raggiungere il 3.0% nel 1983 e, infine, lo 0.0% entro il 1988. Questo obiettivo di lungo periodo era puramente aspirazionale ed era stato offerto ai conservatori dai democratici che si preoccupavano solo della "piena occupazione".

Tuttavia non venne promulgata da appassionati dell'inflazione, come la Yellen e la sua combriccola, ma sulla scia di un'inflazione a due cifre che aveva spaventato Main Street e i politici.

Su questo punto ho una certa autorità, perché facevo parte di questi ultimi. E nonostante votai "no", la maggior parte di quelli che la sostenevano – il deputato Augustus Hawkins e il deputato Richard Bolling – non disse una parola circa il pericolo di un'inflazione troppo bassa. Né suggerirono che la FED dovesse essere obbligata a pompare credito illimitato nel sistema finanziario al fine di raggiungere l'obiettivo d'inflazione al 2.00%.

Ecco perché questo obiettivo economicamente insidioso venne inventato più di un decennio dopo. Inoltre fu il risultato del lavoro di una piccola frangia di economisti guidata da Ben Bernanke, la quale non rischiava alcuna sanzione democratica per l'invenzione del fatidico targeting dell'inflazione al 2.00%.

Infatti l'idea stessa di una carenza d'inflazione non era nemmeno immaginabile fino a pochi anni fa. Eppure un precetto fondamentale della nostra democrazia costituzionale è la legislazione; e per quanto riguarda l'obiettivo d'inflazione minimo al 2.00%, il Congresso non aveva alcuna intenzione di promuoverlo nel 1978 – e nemmeno nel 1988, 1998 o 2008.

Se la legge Humphrey-Hawkins voleva raggiungere un obiettivo con l'inflazione, era quello di abbassarla costantemente e addirittura farla scomparire del tutto.

Alla fine degli anni '70 nessuno considerava la formula "più inflazione" una cosa auspicabile. L'unica cosa che si voleva era abbassarla quanto più rapidamente possibile, che ci fosse o meno un compromesso con la curva di Phillips tra crescita ed inflazione. La Reaganomics, infatti, era il rifiuto totale di tale idea.

Alla fine, però, anche il GOP ha dimenticato che il rifiuto della curva di Phillips a favore di una posizione supply-side era il cuore della Reaganomics. Altrimenti il GOP guidato da Karl Rove durante l'amministrazione Bush non avrebbe dato fiducia a Ben Bernanke – e tanto meno lo avrebbe fatto entrare nella FED nel 2002, e poi promosso a capo del Council of Economic Advisers nel 2005, e, infine, capo della FED nel 2006.

Lo zio Ben era un keynesiano doc. Aveva dato discorsi su come gettare soldi dagli elicotteri, aveva consigliato al governo giapponese di sprofondare nel debito, e credeva che senza un costante "stimolo" da parte dello stato e della banca centrale il capitalismo di mercato si sarebbe suicidato, portando inesorabilmente alla sottoperformance e al collasso economico.

Nonostante l'incitamento incessante di Bernanke, la FED non ha adottato l'obiettivo di un 2.00% d'inflazione fino al 2012. E così 5 anni più tardi abbiamo un robot keynesiano che straparla di un obiettivo d'inflazione, il quale non è supportato da uno straccio di prova empirica.

Infatti l'economia americana crescerebbe ad un ritmo molto più sano con un'inflazione dello 0.00% piuttosto che con una del 2.00%, e crescerebbe ancora meglio in una situazione di calo di prezzi e salari nominali. Questo perché in un sistema commerciale aperto, il prezzo dei beni è stabilito dal prezzo dei beni provenienti dalla Cina e dal prezzo dei servizi esportabili – come call center, elaborazione dati e servizi di back office di ogni tipo – in India.

In tale contesto, i lavori buoni finiscono all'estero mentre il mercato del lavoro interno incontra una biforcazione. Cioè, le paghe dei posti di lavoro di fascia più alta nella finanza, nel governo, nelle professioni specializzate e nella gestione aziendale, tendono ad essere uguali o superi all'IPC; mentre i posti di lavoro di fascia più bassa in bar, ristoranti, stadi, parchi divertimento, servizi di pulizia e aiuto domestico, che non possono finire all'estero o venire robotizzati – almeno non ancora – sono depressi da una massiccia "fiacchezza" che la Yellen non comprende nemmeno lontanamente.

Il grafico seguente riassume il mio punto. L'IPC è aumentato ad un tasso composto del 2.1% negli ultimi 29 anni, anche secondo la misura sottovalutata del BLS. Ma la cosa peggiore per i lavori ed i redditi di Main Street, è stata la triplicazione del tasso medio del salario nominale. Ciò ha fatto finire in massa i lavori all'estero, mentre le paghe per i posti di lavoro di fascia più bassa non hanno nemmeno tenuto il passo con l'IPC.




La verità è che l'impegno robotico della Yellen nei confronti dell'obiettivo d'inflazione, non è semplicemente risibile come questione analitica; è decisamente perverso e rovinoso, soprattutto quando si tratta del 90% delle famiglie statunitensi che non possiede asset finanziari massicciamente gonfiati, o che non ha un reddito che sta al passo con un tasso d'inflazione interno tutt'altro che "carente".

Quando si misurano correttamente i quattro cavalieri dell'apocalisse nell'inflazione – cibo, energia, assistenza sanitaria, casa – lungo un periodo prolungato di tempo e si conferisce loro il giusto peso in rapporto al budget delle famiglie nell'entroterra statunitense, si scoprono enormi aumenti del costo della vita che si fanno beffe delle chiacchiere della Yellen sul deflatore della PCE presumibilmente carente d'inflazione.




Nel corso degli ultimi 16 anni il costo reale della vita, rappresentato dal Flyover CPI, è cresciuto di quasi il 40% in più rispetto al deflatore della PCE meno cibo ed energia. Cioè, al 3.1% annuo, non all'1.7% che tanto ossessiona la Yellen.

Ed il delta annuo composto anche per un periodo di tempo modesto, fa tutta la differenza del mondo. Nonostante tutto il recente baccano circa il falso aumento del 5.2% nel reddito medio familiare reale per il 2015, oggi il reddito medio familiare nell'entroterra statunitense è inferiore del 17% rispetto a dove si trovava nel 2000.




Donald Trump ha suggerito di recente che Janet Yellen dovrebbe "vergognarsi" per fare politica con la stampante della FED.

È stato fin troppo gentile. Dovrebbe essere licenziata per incompetenza e per aver gonfiato una bolla finanziaria orrenda che porterà una rovina incalcolabile quando infine imploderà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Intervista su Financial Polis

Gio, 24/11/2016 - 16:30
Intervista con l'Ing. Fabio Sipolino (Financial Polis). In essa vengo intervistato in merito alle teorie della Scuola Austriaca che ogni giorno espongo qui sul blog e, partendo da questo punto, vado a snocciolare i problemi economici di cui, nostro malgrado, oggigiorno siamo testimoni. Dall'azione umana, al debito pubblico, ai DSP, all'oro, all'ingegneria finanziaria, alla conoscenza decentrata, ecc. È stato un piacere unico prestare la mia presenza alla piattaforma informativa dell'Ing. Sipolino e con essa spero di veicolare ad un pubblico più ampio il messaggio che quotidianamente espongo nei miei articoli.

Buona visione.











Petro-DSP: l'ascesa della nuova moneta mondiale

Gio, 24/11/2016 - 11:15




di James Rickards


La risposta agli sforzi degli Stati Uniti per svalutare il dollaro nel 2010-2011 non s'è fatta attendere. Ed è arrivata da quattro direzioni — FMI, Russia, Cina e Arabia Saudita. Ecco la nuova moneta mondiale: Petro-DSP.

Meno di un anno dopo che Obama ha dichiarato una nuova guerra tra valute, il FMI ha pubblicato un documento in c'è un progetto per la realizzazione di una nuova valuta di riserva globale chiamata Diritti Speciale di Prelievo (DSP), o moneta mondiale.

Il primo dicembre 2015, il FMI ha annunciato che lo yuan cinese sarebbe stato incluso nel paniere di valute utilizzate per determinare il valore di un DSP. Con la Cina a bordo, i DSP sono pronti per diventare de facto la valuta di riserva mondiale.

La risposta immediata della Cina e della Russia al declino prossimo del dollaro e all'ascesa dei DSP, è stata quella di acquistare oro. (Non è ancora possibile diversificare fortemente in asset denominati in DSP, perché ci sono pochi asset denominati in DSP disponibili.) La Russia ha acquisito oltre 1,000 tonnellate di oro negli ultimi sette anni, e la Cina ha acquisito oltre 3,000 tonnellate d'oro nello stesso periodo di tempo.




Combinando i numeri relativi agli acquisti di oro di Russia e Cina, arriviamo ad oltre il 10% di tutto l'oro ufficiale nel mondo. La Cina ha anche acquisito miliardi di DSP in operazioni segrete sul mercato secondario, intermediate dal FMI stesso.

La risposta dell'Arabia Saudita è stata più sottile, ma può diventare più marcata alla fine. Le relazioni tra l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti si sono fortemente deteriorate nel corso dell'amministrazione Obama. La causa principale è stata la negoziazione tra Iran-USA sui reattori nucleari e il riconoscimento che l'Iran è una potenza regionale importante.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno tolto il segreto che circondava il possesso saudita di titoli del Tesoro USA (in vigore dal 1975). Gli Stati Uniti hanno anche rilasciato una sezione segretata di 28 pagine del 9/11 Commission Report che rivela chiaramente i legami tra i membri della famiglia reale saudita e i dirottatori di Al Qaeda.




I sauditi hanno minacciato di scaricare i loro titoli del Tesoro USA in risposta alla pubblicazione della sezione segreta, ma finora tale minaccia non s'è materializzata.

L'Arabia Saudita sta trattando da una posizione di debolezza rispetto a quella della Stati Uniti. L'Arabia Saudita ha ora un deficit fiscale piuttosto che un avanzo, quindi il problema riguardante il dove investire le riserve è importante. In realtà, l'Arabia ha dovuto vendere le sue riserve, principalmente titoli di stato USA, per coprire suddetto deficit fiscale.

Gli Stati Uniti non sono più dipendenti dall'Arabia Saudita per le forniture di energia. Sono diventati un esportatore netto di energia e hanno le più grandi riserve di petrolio del mondo. Tutte le condizioni che nel 1975 hanno dato luogo alla petrodollaro, ora sono evaporate.

Né gli Stati Uniti né l'Arabia Saudita hanno più molta influenza l'uno sull'altro, quando invece nel 1975 entrambi avevano carte vincenti molto buone.

Questo non significa che domani il petrolio avrà un prezzo in una valuta diversa dal dollaro. Significa che un nuovo meccanismo dei prezzi è possibile e non dovrebbe essere una sorpresa se dovesse venire in essere.

L'Arabia Saudita potrebbe facilmente prezzare il petrolio in yuan, poi scambiarli per franchi svizzeri o DSP, e utilizzare il ricavato per rimpinguare le sue riserve o comprare oro. L'Arabia Saudita potrebbe anche prezzare il petrolio in DSP o in oro e tenere tali asset, o scambiarli per altre valute forti e diversificarsi dal dollaro.

Le possibilità sono numerose. La conversione dei prezzi del petrolio lontano dal dollaro e a favore di qualche alternativa, è solo una questione di tempo.





Tutte queste tendenze — sostegno del FMI per i DSP, supporto russo e cinese per l'oro, e Arabia Saudita alla ricerca di un nuovo punto di riferimento per il petrolio — sono venute a galla nell'ultimo vertice del G20 in Cina, quasi sette anni dopo il vertice del G20 a Pittsburgh che ha generato la nuova guerra tra valute. Il presidente cinese Xi, che è il Presidente del G20 per il 2016, ha fatto passi da gigante sulla scena mondiale come partner alla pari con gli Stati Uniti e come gestore del sistema monetario internazionale.

Ora, meno di quattro settimane dopo il vertice del G20, lo yuan si è unito ufficialmente ai DSP. Lo yuan ricoprirà oltre il 10% dei DSP. Da qui in poi nuove emissioni di moneta mondiale (DSP) saranno supportato dalla Cina, perché ogni volta che il FMI emetterà nuovi DSP amplierà il ruolo dello yuan cinese come valuta di riserva.

Oro, yuan e DSP hanno tutti una cosa in comune — sono alternative al dollaro. Al crescere dello slancio verso queste alternative, il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale potrebbe diminuire molto rapidamente — come accaduto alla sterlina tra il 1914 e il 1944. Il risultato per i possessori di dollari sarà esattamente lo stesso risultato per i titolari di sterline: inflazione e ricchezza perduta.

Senza dubbio emergeranno nuovi accordi politici e finanziari e nuove forme di energia.

La chiave per la conservazione della ricchezza è quella di spostarsi dalla valuta in decadimento — dollaro — alle valute in ascesa — oro e DSP — il più presto possibile.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Le banche centrali potrebbero scegliere l'elicottero monetario piuttosto che i tassi negativi

Mer, 23/11/2016 - 11:10




di Thorsten Polleit


La Federal Reserve (FED) sta prendendo in considerazione un innalzamento dei tassi. È in procinto d'avviare quella "normalizzazione" dei tassi d'interesse che risparmiatori e investitori stavano aspettando? Probabilmente no. I policymaker si stanno semplicemente rendendo conto che la politica dei tassi a zero — o tassi addirittura negativi, come nella zona Euro o in Svizzera — non funziona come previsto.

La popolazione è contraria. Le banche, per esempio, si trovano in difficoltà perché i loro profitti sono già sotto forte pressione in un contesto di rendimenti pari a zero, per non parlare di tassi d'interesse negativi. I clienti delle banche iniziano a protestare poiché i loro depositi non fruttano più un rendimento positivo. Hanno anche iniziato a riscattare i loro depositi in contanti, causando in tal modo lacune di rifinanziamento per le banche.



Tassi negativi sotto un altro nome

Tuttavia, è abbastanza improbabile che le banche centrali abbandonino l'idea di spingere i tassi d'interesse reali — cioè, al netto dell'inflazione — in territorio negativo. Quello che potrebbero avere in mente è lasciare che i tassi d'interesse nominali salgano "un po'", accompagnati da un'inflazione "leggermente superiore", facendo in modo che i tassi d'interesse reali rimangano, o scendano, in territorio negativo.

In tale ottica, in un documento pubblicato il 15 agosto 2016, la Federal Reserve di San Francisco ha suggerito che la politica monetaria dovrebbe eventualmente consentire un'inflazione superiore al 2%.[1] Il dibattito su una maggiore inflazione — diciamo al 4% piuttosto che al 2% — è in realtà una vecchia nenia; nei circoli accademici va e viene, ad ondate.

L'argomento centrale è che un'inflazione un po' più alta potrebbe "oliare gli ingranaggi" dell'economia, sostenendo in tal modo la produzione e l'occupazione. Un altro argomento recita che un'inflazione più alta permetterebbe alla FED di tirare l'economia fuori dalla recessione, in special modo se e quando il "tasso d'interesse neutrale" è sceso notevolmente.

La verità è che l'inflazione — che si tratti di un 2% o un 4% — non migliora le condizioni generali della società. Anzi, il contrario. Per esempio, l'inflazione corrompe il calcolo economico, spingendo in tal modo gli imprenditori a prendere decisioni sbagliate.

Per di più, l'inflazione funziona solo se e quando si palesa in modo inaspettato, a vantaggio di alcuni e a scapito di altri. "L'inflazione a sorpresa", tuttavia, non sarà altro che un incentivo temporaneo. Prima o poi le persone scopriranno che sono state ingannate e regoleranno il loro comportamento di conseguenza.

Si consideri un caso in cui la banca centrale promette un tasso d'inflazione del 2%. Dopo che le persone stipulano i loro contratti, la banca centrale aumenta l'inflazione al 4%. Le persone impareranno e si aspetteranno un'inflazione futura al 4%, o addirittura al 5%. La banca centrale, se vuole stimolare di nuovo l'economia, deve portare l'inflazione più in alto.

Questo tipo di politica porterebbe in ultima analisi all'iperinflazione — che è stata osservata in molti paesi di tutto il mondo. Tuttavia, se la banca centrale riuscisse
  1. ad aumentare l'inflazione dal 2% al 4%, e
  2. controllare contemporaneamente i rendimenti nominali,
potrebbe sgonfiare potenzialmente l'economia abbassando il rapporto debito/reddito.

Se, per esempio, la FED fissa i tassi d'interesse a, diciamo, il 2% e spinge l'inflazione al 5%, i tassi d'interesse reali scendono a -3%. Coloro in possesso di denaro verrebbero derubati. Lo stesso vale per gli investitori in titoli di debito, emessi da stati, banche e imprese. I debitori, a loro volta, accoglierebbero a braccia aperte una politica di tassi negativi reali in concomitanza con un'inflazione leggermente superiore.

Non ci vuole molto per aspettarsi che mutuatari politicamente potenti e altamente indebitati farebbero del loro meglio per spingere la banca centrale ad innescare l'inflazione e, allo stesso tempo, mettere un tetto ai tassi d'interesse nominali. Faranno in modo di propagare una teoria economica a sostegno dell'inflazione e di tassi d'interesse negativi.



Come far salire l'inflazione

Ma una banca centrale può davvero far salire i numeri dell'inflazione? Sicuramente sì. L'inflazione — nel senso di un aumento dei prezzi — è in definitiva un fenomeno monetario. Tecnicamente parlando, la banca centrale può espandere la quantità di denaro in qualsiasi momento e in qualsiasi quantità desiderata, poiché la banca centrale ha il monopolio sulla produzione di denaro.

Per esempio, la banca centrale può acquistare debito nei mercati emettendo moneta ex-novo. O, in extremis, può ricorrere al cosiddetto "elicottero monetario." La banca centrale distribuisce gratuitamente il denaro a stati, consumatori e imprenditori per spingere in alto l'inflazione.

Le banche centrali sono altamente politicizzate e si comporteranno in un modo che è politicamente conveniente. Una volta che il peso del debito diviene insostenibile e la crescita diventa deludente, è sempre più difficile evitare una linea di politica che strizza l'occhio all'inflazione. Fu Ludwig von Mises che ne comprese la dimensione politica:

Abbiamo visto che se un governo non è in grado di rinegoziare i prestiti e non osa imporre una tassazione supplementare per paura che gli effetti economici, finanziari e generali, possano manifestarsi troppo chiaramente e troppo presto, perdendo il supporto al suo programma, riterrà sempre necessario intraprendere misure inflazionistiche. Così l'inflazione diventa uno dei più importanti aiuti psicologici ad una politica economica che cerca di camuffare i suoi effetti. In questo senso può essere descritta come uno strumento di politica anti-democratica. Ingannando l'opinione pubblica, si mantiene in vita un sistema che non avrebbe alcuna speranza di ricevere l'approvazione della gente se le condizioni fossero spiegate loro con chiarezza.[2]
In questo contesto sarebbe sorprendente se ad un certo punto gli stati e le loro banche centrali non optassero per un'inflazione più alta nel tentativo di sfuggire a problemi che loro stessi hanno causato attraverso l'emissione di carta moneta scoperta. Ahimè, non sarebbe la prima volta nella storia monetaria che la carta moneta scoperta viene volutamente svalutata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Si veda J.C. Williams, "Monetary Policy in a Low R-star World," FRBSF Economic Letter, 15 agosto 2016.

[2] Ludwig von Mises, "Stabilization of the Monetary Unit — From the Viewpoint of Theory," in: The Cause of the Economic Crisis: And Other Essays Before and After the Great Depression (Ludwig von Mises Institute, Auburn, 2006), p. 38.

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Inflazione a doppia cifra e aumento dei prezzi dell'oro

Mar, 22/11/2016 - 11:16




di James Rickards


L'inflazione a doppia cifra non è uno sviluppo lineare. Quello che voglio dire è che l'inflazione non va semplicemente dal due per cento, al tre per cento, al quattro, al cinque, al sei. È davvero difficile passare da due a tre, il che è in definitiva ciò che vuole la FED.

Si sta addirittura dimostrando estremamente difficile arrivare fino a due. La spesa per i consumi personali (PCE) è il deflatore di prezzo, parametro monitorato dalla FED. Attualmente è a circa 1.6-1.7%, ma è bloccata lì. Non va da nessuna parte. La FED continua a provare tutto il possibile per farla arrivare a due con la speranza di arrivare a tre. Il problema si pone una volta arrivati ​​a tre, poiché la tappa successiva non è a quattro, ma otto, e poi dieci. In altre parole, c'è un grande salto.

La ragione è che non è puramente una funzione della politica monetaria, è una funzione parziale della politica monetaria.

È anche una funzione della psicologia comportamentale. È molto difficile convincere la gente a cambiare le proprie aspettative, ma se accade, è difficile convincerli a cambiarle di nuovo.

L'inflazione può davvero andare fuori controllo molto rapidamente. Quindi tra cinque anni a questa parte, potremmo avere un tasso d'inflazione a doppia cifra? È possibile, sebbene non lo stia prevedendo. Se ci sarà, accadrà molto rapidamente. Vedremmo una lotta nel passaggio dal due al tre per cento, e poi un salto fino a sei, e poi a nove o dieci. Questo è un altro motivo per cui è consigliabile avere un'allocazione in oro. Perché se e quando questi sviluppi si metteranno in moto, l'oro sarà inaccessibile.

A questo punto, mi viene spesso chiesto: "Come puoi dire che il prezzo dell'oro salirà a $10,000 senza conoscere gli sviluppi nell'economia mondiale, né le azioni che saranno intraprese dalla Federal Reserve?"

Non è un numero a casaccio. Non lo butto là solo per ottenere attenzioni, eccetera. È il prezzo implicito dell'oro. Ognuno dice che non si può avere un gold standard, perché non c'è abbastanza oro. C'è sempre abbastanza oro, è il prezzo che cambia.

Questo fu l'errore commesso da Churchill nel 1925. Il mondo non ripeterà lo stesso errore. Non sto dicendo che torneremo ad avere un gold standard. Sto dicendo che se si avrà qualcosa come un gold standard, sarà fondamentale avere un prezzo giusto. A questo proposito, Paul Volcker disse la stessa cosa.

La domanda analitica è: si può avere un gold standard se si ha il prezzo giusto, ma allora qual è questo prezzo? Qual è il prezzo che l'oro deve raggiungere affinché possa sostenere il commercio globale e i bilanci delle banche, senza ridurre l'offerta di moneta? La risposta è $10,000.

Io uso M1, ma è possibile scegliere un'altra misura (ci sono diverse misure riguardanti l'offerta di moneta). Io uso un 40% ci copertura. Un sacco di persone non sono d'accordo. Gli Austriaci dicono che dovrebbe essere al 100%.

Storicamente è stata al 20%. Se si prende M1 globale delle principali economie, lo si moltiplica col 40% e poi si divide per la quantità di oro ufficiale nel mondo, il risultato è circa $10,000 l'oncia.

Se si usa una copertura del 100%, utilizzando sempre M1, si otterrà come risultato $25,000 l'oncia. Se si utilizza M2 con una copertura al 100%, si otterrà come risultato $50,000 l'oncia. Se si utilizza una copertura del 20% con M1, si otterrà come risultato $5,000 l'oncia. Tutti questi numeri saranno diversi in base agli input. Ma, giusto per essere chiari, io sto usando M1 dell'economia più importante del mondo, il 40% di copertura, e l'offerta d'oro ufficiale di circa 35,000 tonnellate.

Modificate l'input e cambierete l'output. Non sono numeri inventati.

Ecco perché parlo di $10,000 l'oncia. Val anche la pena notare che non c'è bisogno di avere un gold standard, ma se ci sarà, questo sarà il prezzo.

Quindi la domanda successiva sarà: torneremo a vedere un gold standard? Questa è una funzione della perdita di fiducia nelle valute delle banche centrali. È già successo tre volte: nel 1914, nel 1939 e nel 1971. Non dimentichiamo che nel 1977 gli Stati Uniti emisero titoli di stato denominati in franchi svizzeri, perché nessun altro paese voleva i dollari. Il Tesoro degli Stati Uniti poi prese in prestito in franchi svizzeri, perché la gente non voleva i dollari, almeno non ad un tasso d'interesse che il Tesoro non era disposto a pagare.

Le cose andavano molto male allora, e questo tipo di crisi avviene ogni 30 o 40 anni. Anche in questo caso, possiamo rivolgere lo sguardo alla storia e vedere quello che è successo nel 1998. Wall Street salvò un hedge fund per salvare il mondo. Cos'è successo nel 2008? Le banche centrali hanno salvato Wall Street per salvare il mondo. Cosa succederà nel 2018?

Ogni piano di salvataggio diventerà più grande di quello precedente. Sì, vengono attuati salvataggi, basati sulla strategia del "troncamento". Sì, gli stati non scompariranno senza combattere. I policymaker troncheranno una crisi finanziaria globale, ma poi alzeranno l'asticella. Come? Le "armi" della banca centrale.

Il governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney, sta parlando di tagliare i tassi d'interesse nel Regno Unito. Ha trascorso due anni a prendere in giro i mercati su un rialzo dei tassi, e ora ha intenzione di tagliarli. Ciò a dimostrazione che c'è qualcosa di grosso in ballo. C'è qualcosa di più grande rispetto alle banche centrali che è necessario analizzare.

Se la prossima crisi sarà più grande di quella precedente, e secondo me lo sarà, e le banche centrali saranno a corto di proiettili da sparare, da dove proverranno i soldi? Come pensate che inietteranno liquidità nel mondo? Risposta: il FMI stamperà una massiccia quantità di DSP. Sarà inflazionistico? Ovviamente sì.

Se inondate i mercati di DSP, solo due cose potranno accadere. O funzionerà e sarà altamente inflazionistico, cosa che porterà l'oro a $10,000 l'oncia; o non funzionerà, nel qual caso si tornerà ad un gold standard e l'oro andrà lo stesso a $10,000 l'oncia.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Dov'è la domanda? I prezzi del petrolio scendono di nuovo

Lun, 21/11/2016 - 11:06




di Ryan McMaken


L'ultima settimana ha visto il prezzo medio del petrolio arrivare a $45 al barile, secondo la misura West Texas Intermediate, e ieri il prezzo del petrolio è sceso del 3% a causa della contrazione della domanda.

Ciò significa che i prezzi del petrolio non si sono spostati di molto sin dall'aprile scorso, quando il prezzo medio settimanale era compreso tra i $40 ed i $44 al barile.

Lo scorso aprile, l'OPEC e molti nel mondo degli investimenti prevedevano un'inversione repentina dei prezzi del petrolio. Phil Flynn di PRICE Futures Group, per esempio, ha predetto a gennaio di quest'anno che "il petrolio greggio farà baldoria come nel 1999." Beh, manca ancora un po' prima della fine dell'anno, ma nonostante l'affermazione del Fiscal Times secondo cui "il petrolio rimbalzerà nel 2016", una ripresa del petrolio quest'anno è sempre più improbabile.

Purtroppo —  per coloro che puntano su un aumento dei prezzi —  il presunto taglio della produzione non è mai arrivato. E gli aumenti previsti della domanda non sono mai stati sufficienti a colmare il divario tra produzione e consumo. L'AIE prevede che il divario si chiuderà il prossimo anno, ma deve ancora realizzarsi. Inizialmente si credeva che la produzione avrebbe subito un calo seguendo la scia del crollo del 2014, e poi una ripresa economica avrebbe stimolato una maggiore domanda. Ci hanno detto che il calo dei prezzi del petrolio era quasi esclusivamente una questione legata all'eccesso di offerta — che la crescente domanda avrebbe fatto aumentare di nuovo i prezzi. Ma la crescente domanda non s'è mai materializzata.

Ebbene sono passati quasi sei mesi da allora e i prezzi del petrolio restano in calo di oltre il 55% rispetto a dov'erano a metà del 2014. I prezzi del petrolio hanno toccato il fondo a febbraio 2016, a circa $30 al barile. Da allora i prezzi sono saliti più di dieci dollari, ma di certo non si avvicinano ai prezzi del 2014 che potremmo etichettare come "ripresa".

Questo primo grafico mostra i prezzi del petrolio (WTI) in dollari del 2015:




Ma perché la produzione non è scesa tanto quanto è stato detto? I sauditi non hanno tagliato la produzione di petrolio. L'Arabia Saudita è in difficoltà finanziarie e ha dovuto tenere aperto il rubinetto del petrolio per risolvere i suoi problemi finanziari interni. Nick Cunninghom ha parlato di questo argomento lo scorso dicembre:

L'Arabia Saudita è sotto una tremenda pressione. Il governo saudita sta valutando di tagliare la spesa di un incredibile 10%, cercando di fermare l'ascesa del deficit di bilancio. Il FMI prevede che l'Arabia Saudita potrebbe avere un deficit di bilancio ammontante a circa il 20% del PIL.

Il dolore si sta manifestando in modi diversi. Non solo il Regno deve tagliare le spese, ma si è anche rivolto pesantemente ai mercati obbligazionari. Per la prima volta in otto anni i prezzi bassi del petrolio hanno costretto l'Arabia Saudita ad emettere obbligazioni con scadenza oltre i 12 mesi, raccogliendo finora 35 miliardi di riyal (circa $10 miliardi).
Lo scorso marzo stava diventando piuttosto chiaro che i paesi dell'OPEC non avrebbero tagliato in modo significativo la produzione, e il "congelamento della produzione" era solamente uno spauracchio. L'Arabia Saudita e altri paesi dell'OPEC hanno disperatamente bisogno di entrate.

Nel frattempo l'Arabia Saudita ha riguadagnato l'etichetta come più grande produttore di petrolio nel mondo.

L'estrazione di petrolio è generalmente più costosa negli Stati Uniti che in Arabia Saudita, per cui i prezzi del petrolio più bassi hanno costretto un ridimensionamento negli Stati Uniti. Bloomberg riferisce:

Il calo della produzione negli Stati Uniti è avvenuto in concomitanza col calo del numero di impianti di perforazione di petrolio e gas, essi hanno raggiunto un minimo record di 404 il 20 maggio scorso, secondo i dati rilasciati da Baker Hughes Inc. Sin da allora questo numero ha recuperato, arrivando il 9 settembre a 508.
La produzione globale, tuttavia, non è crollata come molti avevano previsto, il che significa che la domanda non supera l'offerta, andando quindi ad aumentare i prezzi.



La domanda di petrolio non cresce come previsto

Matthew Parry dell'AIE ha osservato su Bloomberg che la domanda globale di petrolio non è quella che si ci aspettava. Influenzata da Cina, India ed Europa, la domanda inaspettatamente debole ha fatto in modo che l'AIE "correggesse il tiro".[1]

Anche gli Stati Uniti devono affrontare difficoltà legate alla domanda. Sul fronte interno, i prezzi delle case continuano a salire, limitando il reddito disponibile per molte famiglie che poi si ritrovano a spendere di meno per la benzina. Nel frattempo, i redditi mediani negli Stati Uniti sono rimasti stagnanti negli ultimi dieci anni, e la partecipazione della forza lavoro è ancora in prossimità di un minimo da 30 anni a questa parte. Niente di tutto questo fa ben sperare per una crescita della domanda.

E, naturalmente, la domanda negli Stati Uniti è stata influenzata dai prezzi del petrolio in discesa man mano che diminuivano gli impianti petroliferi e scompariva l'occupazione in tal settore. Nello stato del Colorado in cui c'è stato un boom del petrolio, per esempio, a maggio il numero degli impianti petroliferi è sceso ad un minimo da 16 anni a questa parte, anche se hanno recuperato un po' sin da allora. Ma quando guardiamo all'occupazione a Greeley, Colorado — il centro del boom petrolifero — scopriamo che sin dal 2014 non ci sono stati incrementi netti nell'occupazione. Quando moltiplichiamo questo fenomeno attraverso altri stati toccati dal boom dell'olio di scisto, tra cui il Texas e il North Dakota, scopriamo un impatto reale in termini di guadagni e in tal modo una domanda poco brillante per tutti i beni e servizi, compresi i prodotti a base di olio di scisto.

In parole povere: nel futuro prossimo non sembra esserci un serbatoio segreto pieno di domanda che possa far salire i prezzi del petrolio.



I tassi d'interesse bassi stanno puntellando i prezzi del petrolio?

Un altro fattore che potrebbe destare preoccupazioni è ciò che Liam Denning ha definito "mercato del petrolio temporaneo" reso possibile dai tassi d'interesse ai minimi storici. Denning suppone che uno degli effetti della politica dei tassi d'interesse a zero, è stato quello di rendere più facile sedersi sulle scorte di petrolio. Scrivendo a marzo di quest'anno, Denning ha detto:

In primo luogo, il finanziamento a basso costo sta contribuendo a mantenere gonfie le scorte di petrolio. Il rapporto settimanale di mercoledì dell'Energy Information Administration ha dimostrato, ancora una volta, che le scorte sono molto al di sopra dei livelli normali.
Grazie ai prestiti ultra-economici, i carry trade hanno mantenuto il petrolio fuori dal mercato e nei depositi, portando ad ulteriori discese dei prezzi.

In secondo luogo, i creditori possono perseguire una strategia palliativo ed evitare di entrare in possesso di una merce che diminuisce di valore:

Mentre le banche devono ritirare le linee di credito da produttori di petrolio in difficoltà, sono senza dubbio restie a prendere possesso di contratti di locazione ed impianti petroliferi in bancarotta, rimandando il giorno della resa dei conti.
Un terzo problema sorge dal fatto che una volta che i tassi d'interesse cominceranno a salire, la domanda per il petrolio nel mondo in via di sviluppo potrebbe scendere ulteriormente, innescando un nuovo calo nei prezzi del petrolio:

L'esplosione del debito nei mercati emergenti, in particolare quando denominato in dollari statunitensi, è una bomba ad orologeria per l'economia globale. Quando i tassi inizieranno ad aumentare, portandosi dietro il valore del dollaro, si intensificherà la pressione sulle compagnie petrolifere e su tutti i mutuatari nei mercati in via di sviluppo. E si dà il caso che il mondo in via di sviluppo rappresenta tutta la crescita prevista nella domanda di petrolio nei prossimi cinque anni, in base ai numeri dell'AIE.
I prezzi del petrolio continuano a puntare verso la mediocrità nella nostra attuale "ripresa" economica. I prezzi del petrolio non sono in caduta libera, né i fondamentali puntano verso un aumento della domanda. Senza crescita della ricchezza reale e dei redditi reali, non c'è motivo di supporre che la domanda sarà sufficiente a superare la produzione attuale.

Come per il mercato azionario, i prezzi del petrolio sono diventati sempre più sensibili alle future azioni della banca centrale. Con Janet Yellen e la FED che ancora una volta lasciano intendere un probabile aumento dei tassi, stiamo vivendo qualcosa di simile a quello che abbiamo visto con il Dow Jones nella seconda metà del 2015. I prezzi stagnano o diminuiscono mentre tutti aspettano di vedere se la FED avrà il coraggio di lasciar salire i tassi. Se lo farà, potremmo assistere all'ennesimo episodio di un rapido calo della domanda.


Questo secondo grafico mostra un arco di tempo più breve per quanto riguarda il prezzo del petrolio in modo da inquadrare più dettagli. In dollari del 2015.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/



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Note

[1] I prezzi in discesa del petrolio possono far diminuire la domanda in molti paesi in via di sviluppo. Il Wall Street Journal ora riferisce che la Nigeria è in recessione per la prima volta sin dal 2004.

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Sulla scia di una perdita di fiducia

Ven, 18/11/2016 - 11:08




di Francesco Simoncelli


Come ripetuto spesso su queste pagine, la merce più commerciata al giorno d'oggi è la fiducia. Nel corso del tempo la consistenza del denaro s'è fatta sempre più effimera, andando a ricoprire una forma sempre più virtuale piuttosto che fisica. Si pensi solamente che la maggior parte delle transazioni giornaliere sono effettuate attraverso circuiti digitali. Per non parlare della lotta dello stato contro il denaro contante. Questo ovviamente serve a rendere gli attori di mercato quanto più prevedibili possibile, affinché abbiano di fronte a loro una scelta calata dall'alto. Si tratta chiaramente di una falsa scelta, poiché imposta indirettamente, ma in sostanza questo percorso verso cui siamo diretti è stato in qualche modo "predetto" in due diverse opere: The Road To Serfdom (1944) di F. A. Hayek e Planned Chaos (1950) di Ludwig von Mises.

Nella prima si sottolinea come una pianificazione centrale della società, al fine di preservare il proprio potere, finisce per invadere inevitabilmente la maggior parte dei settori dell'economia. L'invasione di suddetti settori avviene perché le informazioni all'interno dell'ambiente economico vengono distorte a tal punto da rendere impossibile un calcolo economico in accordo con la volontà degli attori di mercato. La distorsione derivante porta ad una correzione degli errori, la quale viene impedita poiché significherebbe un restringimento degli ostacoli imposti all'economia da parte della pianificazione centrale. Di conseguenza viene tenuto artificialmente in vita un sistema che continua a marcire all'interno, sebbene all'esterno possa sembrare alquanto stabile. Questo finché la pianificazione centrale non invade tutti i settori dell'economia, a quel punto non esistono più prezzi di mercato o informazioni genuine, bensì un'accozzaglia di meccanismi di feedback che si contraddicono.

Era un po' il caso della borsa russa durante gli anni della Guerra Fredda, la quale si limitava a copiare i prezzi di quella occidentale. Non esisteva affatto un meccanismo genuino di determinazione dei prezzi. Erano praticamente decisi a tavolino. Sappiamo tutti che fine ha fatto l'URSS nel 1991. Gli attori di mercato, quindi, vengono ingabbiati in un sistema che tenta di dirigerli, coattamente e contro la loro volontà, verso scelte imposte da un meccanismo top-down. L'insostenibilità di tale assetto della società deriva dal fatto che le azioni degli individui sono atte a massimizzare il benessere individuale, stilando, quindi, un elenco di priorità che l'attore di mercato in particolare reputa più urgenti da soddisfare. Questo è un concetto sempre vero, poiché è la derivazione logica di un concetto basilare a priori: l'azione umana. In base a ciò, gli attori di mercato agiscono per ritornare ad uno stato di quiete che è stato perturbato dalla necessità di effettuare una particolare azione.

Questo, in sintesi, significa che gli attori di mercato sono sia i migliori sabotatori di loro stessi quanto i loro salvatori, rendendoli un puzzle indecifrabile da una manciata di menti in una banca centrale. In funzione di ciò, per quanto possano essere prolungati gli interventi nei mercati, essi condurranno ineluttabilmente ad una conflagrazione economica, proprio perché generanti un cosiddetto "caos pianificato" visto che ogni intervento è costituito da una gestione peculiare di aspetti sempre più imprevedibili. Ciò vuol dire che il potenziale affinché le cose vadano fuori controllo all'aumentare dell'ingerenza della pianificazione centrale nell'economia, è estremamente alto. Ma questo è il risultato della legge dei rendimenti decrescenti. Ed è esattamente il tema riportato nella seconda opera citata, quella in cui Mises non faceva altro che descrivere il modo in cui un'economia "mista" sarebbe fallita.



DISTORSIONI CONTINUATE

Il miglior esempio che si possa scegliere per descrivere quanto l'invadenza della pianificazione centrale possa distruggere la società e il meccanismo di determinazione dei prezzi, è l'Obamacare, o Affordable Care Act. Questo mostro burocratico lungo circa 2,000 pagine di leggi è entrato in vigore due anni fa e con esso i pianificatori centrali promettevano di risolvere due problemi: decenni d'aumenti dei costi delle assicurazioni e che tutti ne avrebbero avuta una. Ma a quanto pare le promesse vanno, mentre la realtà rimane. Infatti la promessa di tagliare i costi è rimasta nell'etere, visto che il costo annuale medio dell'assicurazione sanitaria per una famiglia è aumentato di $1,000 e il costo annuale medio per i datori di lavoro è aumentato di $4,800.

E nemmeno se ipotizziamo che costi in aumento siano serviti a permettere un'assicurazione per tutti, i pianificatori centrali sono riusciti a farla franca. Infatti nel 2015 circa 32 milioni di americani erano ancora senza assicurazione, e 6.5 milioni ne avevano una solo perché il Congresso ha espanso il recinto in cui finivano coloro aventi diritto ad accedere al Medicaid. Prima che l'Obamacare entrasse in vigore, bisognava pagare solo l'assicurazione sanitaria; ma con l'entrata in vigore di questo mostro burocratico, bisogna pagare oltre all'assicurazione sanitaria un nuovo stuolo di burocrati e un nuovo strato di burocrazia. Lo stato è un monopolio, tra l'altro, il quale deve affrontare una minore concorrenza rispetto alle aziende private.

Prima dell'Obamacare i singoli stati USA avevano eretto barriere commerciali intorno alle assicurazioni, ciò, ovviamente, ha ridotto la concorrenza tra le varie assicurazioni sul suolo americano. Ma soprattutto ha impedito l'emersione di prezzi più competitivi. Piuttosto che correggere queste storture, i pianificatori centrali li hanno diffusi a livello nazionale. L'Obamacare ha praticamente tolto quel poco controllo sull'assicurazione sanitaria che ancora trattenevano medici, pazienti e assicuratori, e l'ha messo nelle mani di burocrati e politici. Questi ultimi non hanno né le informazioni né l'incentivo per prendere decisioni oculate in nome degli altri. In poche parole l'Obamacare ha trasformato a tutti gli effetti un settore costoso e in cui la concorrenza era minima, in una costola dello stato. E come abbiamo appena visto, l'ha reso enormemente più costoso ed effettivamente senza concorrenza.

La stessa cosa sta accadendo ora con l'Obamatrade, o TPP: una mostruosità burocratica di circa 5,500 pagine di norme e regolamenti, pronta ad oscurare l'Obamacare. Inutile dire che l'Obamatrade rappresenterà per il commercio internazionale quello che l'Obamacare ha rappresentato per il settore sanitario statunitense. Non ci servono tutte quelle pagine di gergo legalese per permettere a partner commerciali d'impegnarsi in un libero scambio. Ciò che serve è proprio meno burocrazia e meno dazi, o tasse sulle importazioni; ciò che serve è che i politici smettano una volta per tutte d'impedire agli attori di mercato esteri di mettersi d'accordo con quelli in patria per effettuare uno scambio reciprocamente vantaggioso. Se questo parto del NWO dovesse essere approvato, la perdita di sovranità nazionale sarà senza precedenti, con ripercussioni pesanti per quello che rimane del libero mercato.

Ogni settore di qualsiasi economia del mondo sta finendo ormai sotto la stretta influenza dell'apparato statale, senza che gli attori di mercato abbiano più molta voce in capitolo. Il circuito finanziario è attualmente il posto in cui le distorsioni si sono concentrate di più, soprattutto dopo il fallimento della Lehman nel 2008. Le principali banche centrali hanno pompato circa $15,000 miliardi sino ad ora attraverso un acquisto di obbligazioni statali, cercando di prendere due piccioni con una fava: sostenere le finanze statali e sostenere il settore delle grandi banche commerciali. Questa gigantesca Offerta d'Acquisto scatenata dalle principali banche centrali del mondo (FED, BCE, BOJ) ha riversato quantità esorbitanti di liquidità nel settore finanziario, dove Main Street non ha quasi per niente accesso. È per questo che, in sostanza, non abbiamo visto una grande inflazione dei prezzi al consumo, mentre abbiamo visto una grande inflazione dei prezzi degli asset finanziari.

A causa delle precedenti baldorie monetarie, Main Street (famiglie e piccole/medie imprese) ha raggiunto la condizione di Picco del Debito, iniziando un percorso di deleveraging. Ma questo avrebbe intaccato anche quelle realtà protette dal cartello del settore bancario centrale, causando un reset dell'economia verso una condizione più sostenibile e in accordo con le scelte degli attori di mercato. Ergendosi a baluardi della "stabilità economica", le banche centrali hanno sventolato giustificazioni su giustificazioni per intervenire direttamente nell'economia e salvaguardare quelle entità protette dal loro cartello: stati e grandi banche commerciali. Una di queste giustificazioni era il cosiddetto "effetto ricchezza a cascata", ovvero, credere che rifornendo di liquidità le grandi realtà queste avrebbero riversato ricchezza reale a cascata sul resto della società.

Le banche centrali, quindi, sono diventate i market maker nei mercati azionari e obbligazionari, annullando un onesto mark to market dei titoli e, quindi, un rischio ponderato. I circuiti finanziari sono diventati letteralmente dei casinò, dove il rischio di perdere sembrava essere stato debellato dalla possibilità di fare front-running ai programmi d'allentamento quantitativo delle banche centrali. I prezzi sono saliti e i rendimenti scesi, causando una fame crescente per rendimenti decenti pena un bilancio in perdita a fine anno. Quindi sebbene le banche centrali abbiano fornito un sollievo temporaneo, le cose sono tornate ad essere instabili molto subito, ed è stato necessario alzare la posta in gioco disconnettendo ulteriormente l'economia finanziaria da quella di Main Street.

Ciò sta portando le banche centrali ad essere impotenti durante la prossima recessione, poiché hanno iperinflazionato la nuova moneta mondiale: la fiducia.



PERDITA DI FIDUCIA

Dal 1998 fino al 2010, il panico dovuto ad una crisi di liquidità è stato tamponato con misure monetarie maggiori, oltre all'intervento del FMI e di salvataggi statali. Ma a causa di ciò le banche centrali non possono più ripetere il trucco una tantum che finora hanno messo in campo. Non ci sono più bilanci puliti da saturare e la politica monetaria non può essere invertita, pena una fuga in preda al panico dei front-runner. I rischi sistemici sono chiari: il mondo si sta dirigendo verso una crisi del debito sovrano a causa di un eccesso di quest'ultimo a prezzi sconnessi dalla realtà e di una pseudo-crescita economica. Quest'ultima è stata innescata da quelle grandi imprese che hanno potuto gozzovigliare con la manna monetaria delle banche centrali, inglobando risorse economiche scarse e risorse umane.

La loro obsolescenza è stata mascherata dalla droga monetaria, e infatti hanno convogliato tale denaro nell'ingegneria finanziaria piuttosto in quei settori cruciale per la sopravvivenza di una impresa: spese in conto capitale e R&S. È un'illusione che ha ammorbidito temporaneamente i numeri della disoccupazione, ma che ha aperto la porta a nuovi errori economici e alla metastatizzazione di quelli esistenti. E diversamente da quello che abbiamo visto finora, senza misure draconiane la prossima crisi sarà inarrestabile: salvataggi del FMI, chiusura di banche e fondi del mercato monetario, e probabilmente legge marziale.

Quello che è in gioco qui è l'infallibilità delle banche centrali, che per anni è stata considerata insindacabile. Il caso eclatante da cui la fiducia nelle banche centrali è iniziata ad incrinarsi è quello della BCE, la quale, nonostante tutti i trattati firmati in precedenza, ha deciso di comprare a titolo definitivo titoli di stato della zona Euro con l'obiettivo ufficiale di abbassare la pressione a lungo termine sulla curva dei rendimenti; in realtà, quello ufficioso prevedeva tali acquisti per mettere una pezza alle sconsideratezze economiche di quei paesi i cui politici non volevano correggere. Senza contare che tali problemi erano stati alimentati dalle sue stesse politiche monetarie allentate nel decennio precedente. Era una posizione lose-lose per la BCE, perché se non fosse intervenuta ci sarebbero stati tumulti a livello finanziario; adesso ha compromesso di più la sua posizione, disconnettendo di più i segnali di prezzo dalla realtà.

Infatti l'UE non s'è disgregata proprio perché lo zio Mario ha proferito il suo ukase nel 2012, dicendo che avrebbe fatto di tutto per tenere a galla il progetto UE. Sebbene la Corte di Giustizia Europea e la Corte Costituzionale tedesca abbiano emesso parere positivo riguardo la decisione dello zio Mario, l'indipendenza del settore bancario centrale è ora sotto dibattito pubblico, quando invece, anni addietro, era semplicemente una chimera mettere in discussione anche di sfuggita l'argomento. Con la sua decisione di far diventare le obbligazioni sovrane europee come scarafaggi di motel nel suo bilancio, la BCE ha oltrepassato il suo mandato della stabilità dei prezzi. Più andrà oltre, più le critiche si faranno persistenti.

Infatti, stando alla realtà dei fatti, il suo ukase era una farsa e non ha fatto altro che gonfiare ulteriori bolle oltre a quelle nell'ambiente azionario e obbligazionario sovrano. E cosa ha portato questo caos monetario? Ingegneria finanziaria, distorsione sequenziale dei prezzi, disconnessione tra economia finanziaria e reale, azzeramento virtuale del rischio, fame per rendimenti decenti, ecc.

Gli errori economici si sono metastatizzati e il palliativo fuoriuscito dalla stampante monetaria dello zio Mario, s'è arenato sulla spiaggia dei tassi negativi. Il disallineamento tra domanda e offerta, oltre che tra prezzi nominali e reali, sta eruttando di nuovo, soverchiando la presunta onniscienza delle banche centrali. Nel caso particolare, notate come il decennale italiano stia iniziando a salire nonostante la Gigantesca Offerta d'Acquisto della BCE, in risposta alle pressioni riguardanti il referendum e la situazione precaria del sistema bancario commerciale italiano. Le manipolazioni dei mercati sono andate talmente oltre che ormai stanno sfuggendo di mano, conducendo ad un catalizzatore per la prossima recessione.




Ma questa è solo la metà della storia, perché a causa di questo folle interventismo e della rottura del canale di trasmissione della politica monetaria, i risparmiatori vengono privati degli sforzi della loro frugalità. Infatti cercando di correggere gli errori del passato, pensano a ripagare i debiti piuttosto che a contrarne di nuovi. I prestiti rallentano e i conti di depositi non pagano più nulla. E chi può permetterselo viene spinto in asset più rischiosi per ottenere rendimenti.




Si scatena, quindi, una caccia a rendimenti decenti e il rischio viene artificialmente annullato. Banche commerciali, assicurazioni e fondi pensione, devono sottoscrivere asset più rischiosi per tenere fede ai propri obblighi. I deficit in queste realtà si accumulano e, sulle spalle dell'espansionismo monetario, attraverso la loro sopravvivenza canalizzano risorse scarse nei loro bilanci sottraendole all'uso produttivo del settore privato. L'economia più ampia si arrocca sempre di più nei saldi di cassa per affrontare le incertezze che scruta all'orizzonte, mentre gli azzardi iniziano a far pagare il conto alle realtà privilegiate attraverso flash crash improvvisi che diminuiscono il valore degli attivi a loro disposizione (come nel grafico qui sotto).




Allo stesso modo le imprese che possono gozzovigliare sui mercati utilizzano l'ingegneria finanziaria per abbellire i propri bilanci, ignorando i segnali di mercato; e per non rischiare di mandare il sistema in tilt, le banche centrali aumentano la posta in gioco, andando a comprare, oltre alle obbligazioni sovrane, anche azioni (Giappone) e obbligazioni societarie (Europa).

La produzione nell'economia più ampia inizia a perdere colpi e le nuove aziende non nascono per innovare, bensì per essere assorbite. La stagnazione intellettuale e industriale prende il posto della creatività e della produttività, facendo aumentare a dismisura i prezzi di quei beni e servizi domandati realmente dall'economia più ampia e facendo diminuire i prezzi di quei beni e servizi che nessuno vuole, ma che aziende obsolete possono produrre grazie alla manna monetaria. Questo castello di carte si basa semplicemente sulla distruzione sistematica della ricchezza reale all'interno della società, e finché è in espansione il sistema può barcollare in avanti. Il problema è quando inizia a stagnare o, peggio, a declinare. Come detto all'inizio di questo articolo, siamo ben inoltrati nell'area della legge dei rendimenti decrescenti e questo significa che molto presto ogni unità aggiuntiva di debito eroderà un'unità di PIL.

La bancarotta di quelle società che hanno gozzovigliato col credito facile sarà la miccia che accenderà questo barilotto pieno di polvere da sparo, senza dimenticare che i flash crash, come detto poco sopra, possono intaccare seriamente i bilanci di hedge fund gonfi di asset prezzati in modo errato. Giocare con la leva finanziaria è stato l'unico modo per cercare di emergere sulla scena finanziaria, e in questo modo il casinò è stato remunerato con guadagni inattesi. Ma questi trade sono potuti andare avanti solo grazie alle banche centrali, le quali nel corso di questo decennio non hanno fatto altro che riempirlo fino all'inverosimile. Non possono allontanarsi in tempo senza finire dilaniate nell'esplosione e non possono spegnere la miccia. Il calcio al barattolo è stata l'unica risposta che hanno saputo dare finora, rimandando l'inevitabile correzione nel futuro... ad un prezzo maggiorato. Anche i robo-trader si stanno accorgendo di quale sia questo prezzo e sono molto nervosi in vista della prossima riunione del FOMC.

In sintesi, i robo trader stanno capendo che la festa è agli sgoccioli e la popolazione in generale sta capendo che le banche centrali non sono qui per il loro benessere economico. Ecco perché la FED, ad esempio, ha continuato a glissare su un possibile aumento dei tassi lungo tutto quest'anno sventolando il feticcio della "dipendenza dai dati". Se avesse voluto mantenere onesti i mercati e vigilare su di essi, non avrebbe dovuto abbassare i tassi in primo luogo. In questo modo ha solo permesso che le entità giuste ottenessero le carte giuste. Siamo alle porte di una svolta epocale nel modo di pensare alle banche centrali. Si arriverà finalmente alla conclusione che quello che hanno gestito finora è solamente una gigantesca truffa.






CONCLUSIONE

Leggo e sento parecchi pareri a favore e a sfavore di Trump. Addirittura c'è chi pensa che una guerrafondaia come Hillary sarebbe stata meglio del magnate immobiliare. Tutte queste considerazioni mancano un punto fondamentale: se non ci si preoccupa dell'economia, allora sarà l'economia a preoccuparsi di voi. La maggior parte delle persone non sa cosa c'è in gioco il prossimo dicembre quando si riunirà il FOMC per decidere sulla politica dei tassi d'interesse della FED. In un modo o nell'altro saremo testimoni di una nuova recessione, più grande del panico Lehman. Penso che sarà mondiale. Sarà il prodotto dei banchieri centrali keynesiani. Sarà una manifestazione della Teoria Austriaca del ciclo economico: le banche centrali inflazionano, poi tirano il freno a mano e infine arriva la recessione.

Sarà una recessione profonda e lunga. Sono passati sette anni da quando è iniziata ufficialmente la pseudo-ripresa. Le probabilità di altri quattro anni di boom sono basse. Quindi contro o con Trump è un'insensatezza. Bisogna abolire gli interventismi nell'economia, non sperare che un qualche candidato eletto adotti un "piano economico", o la parvenza di uno, per riportare in carreggiata le cose. Questa mentalità è arrivata al capolinea e la prova sono i 96 mesi di zero bound delle banche centrali, con risultati pessimi per la gente comune. Bisogna incentivare la creatività degli individui e le istituzioni volontarie, non interferirle con programmi politici ambiziosi o politiche economiche presumibilmente lungimiranti.

Preoccupatevi del Grande Default e preparatevi di conseguenza, perché altrimenti sarà il Grande Default a preoccuparsi di voi.


La chimera di una moneta “stabile”

Gio, 17/11/2016 - 11:15




di Frank Hollenbeck


Sin dal XIX secolo, gli economisti hanno sempre predicato che il valore del denaro, o il suo potere d'acquisto, doveva essere stabile o relativamente stabile. David Ricardo, nel 1817, disse: "Una moneta, per essere perfetta, deve essere assolutamente invariabile nel valore."

Secondo questo punto di vista, il denaro come unità di conto deve essere equivalente ad un metro di misura, una distanza immutabile. Nel corso dell'ultimo secolo, questa visione del denaro ha portato gli economisti a suggerire che i prezzi, i quali riflettono il potere d'acquisto del denaro come misurato da un indice dei prezzi, dovrebbero essere stabili e che le banche centrali dovrebbero interferire attivamente con l'economia di mercato per portare stabilità a tale indice. La banca centrale statunitense ha essenzialmente seguito tale politica sin dal 1913. La stabilità dei prezzi è inscritta nel Trattato di Maastricht, e l'obiettivo di un 2% d'inflazione per l'IPC rappresenta una variante di questo punto di vista largamente diffuso.

Tuttavia, questa politica è stata in gran parte responsabile della grande depressione iniziata nel 1929 e della grande recessione iniziata nel 2008. È responsabile della crescita delle disuguaglianze di reddito e delle distorsioni economiche di massa del secolo scorso. Se non si riconoscono gli errori del passato, si è condannati a ripeterli!

Il potere d'acquisto del denaro è determinato, come la maggior parte delle cose in un sistema capitalista, dalla domanda e dall'offerta. Cambiamenti nella domanda di moneta (si pensi agli spostamenti della curva) sono causati essenzialmente da due forze:

La prima è rappresentata dalle valutazioni soggettive degli individui riguardo il valore di beni e servizi, le quali si riflettono nella vasta gamma di prezzi relativi in ​​un'economia capitalistica. Dal momento che queste valutazioni soggettive sono in continua evoluzione, lo saranno anche i prezzi e il potere d'acquisto della moneta. Alcuni prezzi saliranno, altri scenderanno, e il potere d'acquisto complessivo del denaro varierà in un intervallo che può essere grande o piccolo a seconda delle variazioni di tali valutazioni soggettive. (Si veda qui.)

La seconda è l'espansione o la crescita di un'economia capitalistica. Un semplice esempio per chiarire questo punto: supponiamo di avere $10 da spendere per 10 mele; le forze di mercato normalmente genereranno un prezzo d'equilibrio di $1 per ogni mela. Se raddoppiamo il numero di mele, il prezzo della singola mela scenderà a 50 centesimi e il potere d'acquisto del denaro raddoppierà. Nel corso degli ultimi due secoli, la crescita della produzione di beni e servizi avrebbe dovuto portare ad un aumento continuo e significativo del potere d'acquisto della moneta. Questo, invece, non è accaduto.
Questi cambiamenti che si verificano dal lato della domanda sono desiderabili, in quanto riflettono una regolazione del sistema capitalistico in base ai prezzi relativi e assoluti i quali vanno a soddisfare i bisogni più urgenti della società. Anche se l'offerta di moneta fosse perfettamente stabile, dovremmo prevedere un potere d'acquisto o valore del denaro variabile e, soprattutto, dovremmo lasciare che vari. Qualsiasi tentativo di contrastare questi cambiamenti auspicabili causerà la distorsione dei prezzi assoluti e relativi, così come quella dei tassi d'interesse. Questa interferenza causerà una cattiva allocazione delle risorse economiche, creando un divario sempre crescente tra ciò che la società vuole e ciò che viene prodotto. Più si tenta di contrastare queste forze, maggiore sarà il divario e più durerà l'aggiustamento necessario per riallineare la produzione con la domanda. Cercando di mantenere i prezzi stabili dal 1921 al 1929 e prima del crollo del 2008, il settore bancario centrale ha interferito con queste due forze: variazioni dei prezzi relativi e tendenza naturale del valore del denaro ad aumentare.

L'offerta di denaro proviene da tre fonti. La prima è l'estrazione mineraria, se il denaro è una merce, come l'oro. La seconda è il settore bancario che crea denaro dal nulla attraverso la riserva frazionaria. La terza è la contraffazione legale avallata dagli stati (valute fiat), o influenzando indirettamente la capacità delle banche di creare denaro dal nulla.

L'economia non ci guadagna nulla dalle variazioni nell'offerta di moneta. Non esiste alcuna quantità ottimale di denaro, dal momento che qualsiasi somma di denaro andrà bene. Tuttavia, i cambiamenti nell'offerta di denaro andranno ad alterare i prezzi assoluti, i quali, a loro volta, cambieranno la quantità domandata di denaro; e dal momento che il denaro entra nell'economia andando a beneficio dei primi destinatari e a scapito dei destinatari ultimi, verranno alterati indirettamente anche i prezzi relativi e la domanda di moneta. Pertanto la migliore offerta di denaro è una che non si muove.

Di solito i sostenitori di un potere d'acquisto stabile citano la necessità di contrastare sia l'estrazione supplementare d'oro (sotto un gold standard) sia le modifiche (aumento o diminuzione) nella massa monetaria. Ciò che questi sostenitori sembrano non comprendere, è l'impossibilità di separare o identificare i cambiamenti provenienti dal lato dell'offerta e le modifiche provenienti dal lato della domanda. Si verificano simultaneamente. Qualsiasi tentativo di contrastare i cambiamenti dal lato dell'offerta andranno inesorabilmente ad interferire con i cambiamenti che si verificano dal lato della domanda. I tentativi odierni di contrastare le forze deflazionistiche (qui e qui), le quali hanno luogo durante la fase bust di un ciclo economico, sono una politica sbagliata perché i banchieri centrali ignorano i fattori sottostanti che determinano il valore del denaro.

Nei primi anni del XX secolo, i sostenitori di una moneta sonante persero la battaglia intellettuale nei confronti di quelli che sostenevano una moneta stabile. Solo gli economisti Austriaci sono rimasti a difendere la moneta sonante.

La moneta sonante è un mezzo di scambio che consente ai prezzi assoluti e relativi di funzionare più efficientemente nell'allocazione di quei beni e quelle risorse che meglio soddisfano le esigenze più urgenti della società. Il suo potere d'acquisto è determinato dai mercati, ed è indipendente dagli stati e dai partiti politici. Il denaro sonante non ha bisogno d'essere stabile. Per essere perfetto, dovrebbe essere determinato esclusivamente da fattori che influenzano la domanda di moneta.

Il gold standard è la cosa più vicina ad una moneta sonante. Il grande vantaggio di un gold standard è quello di limitare notevolmente la capacità dello stato di ricorrere alla contraffazione legale. Questo vantaggio oscura i pochi difetti dell'oro come mezzo di scambio. Eppure, sotto un gold standard, l'offerta di moneta potrebbe ancora variare notevolmente. Le banche potrebbero comunque creare sostituti del denaro che non sono al 100% coperti dall'oro. Lo stato potrebbe anche influenzare l'offerta di moneta attraverso la creazione di sostituti del denaro non coperti e attraverso la sua influenza sul settore bancario. Quando nel 1913 venne creata la banca centrale degli Stati Uniti, l'obbligo di riserva medio è passato da circa il 21% al 10%, cosa che causò un aumento dell'offerta di moneta. Tuttavia, durante quel periodo, gli USA avevano un gold standard.

Inoltre, l'estrazione dell'oro ne influenza l'offerta. Normalmente un aumento dell'offerta di qualsiasi merce è un beneficio per la società, dal momento che si preferisce l'abbondanza alla scarsità. Ma in questo caso, il valore dell'oro è determinato principalmente dal suo ruolo come mezzo di scambio e non come merce.

Questo dovrebbe portare gli economisti Austriaci a sostenere la creazione di un mezzo di scambio la cui offerta è ancora più stabile di quella dell'oro: una moneta mondiale basata sulla tecnologia della blockchain. Se le criptovalute diventassero denaro a tutti gli effetti (ad esempio Bitcoin), la contraffazione sarebbe impossibile poiché non esisterebbe nulla in una criptovaluta da contraffare. Le banche non gestirebbero depositi, dal momento che quest'ultimi si troverebbero in wallet virtuali. Ciò porrebbe essenzialmente fine alla riserva frazionaria (qui e qui) e alla capacità delle banche di creare denaro dal nulla. Che dire della contraffazione legale? Tutti i sistemi monetari richiedono che gli stati giochino secondo le regole. Il gold standard terminò quando lo stato rinnegò il suo contratto sociale di giocare secondo le regole.

Una riforma monetaria a favore di una moneta sonante potrebbe aumentare considerevolmente la crescita economica, così come ridurre significativamente il ruolo dello stato e delle banche nella nostra economia.

Una moneta stabile è una chimera. Non ha portato stabilità all'economia mondiale. Non ha contrastato l'instabilità proveniente dai depositi bancari. Ha, invece, inasprito i cicli boom e bust. Per funzionare in modo efficiente, il capitalismo ha bisogno di una moneta sonante, non di una moneta stabile.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Disinnescare il keynesismo

Mer, 16/11/2016 - 11:15




di Gary North


John Maynard Keynes è famoso per due affermazioni.

La prima la troviamo nel paragrafo finale della sua Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse, e della Moneta (1936).

Le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quando hanno ragione sia quando sono sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente inteso. In effetti, il mondo è governato da uomini pratici che si credono di essere esenti da qualsiasi influenza intellettuale, in realtà sono schiavi di qualche economista defunto (p. 384).
La seconda è più breve: "Nel lungo periodo siamo tutti morti". Il seguente passaggio è tratto dal suo Tract on Monetary Reform (1923). È abbastanza confusionale.

'Nel lungo termine' è probabilmente vero. Se, dopo la guerra civile americana, il dollaro americano fosse stato stabilizzato per legge al 10 per cento al di sotto del suo valore attuale, sarebbe lecito ritenere che N e P ora sarebbero solo il 10 per cento più grandi di quello che sono e che i valori attuali di K, R e K risulterebbero del tutto inalterati. Ma questo lungo periodo è una guida fuorviante per l'attualità. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Gli economisti sono facili affidarsi a certi compiti se nelle stagioni tempestose possono dirci che quando la tempesta è passata l'oceano si calmerà.
Quando Keynes scriveva le biografie, era lucido. Quando scriveva d'economia, era incoerente. Questo perché capiva la motivazione umana, ma non capiva l'economia.

Questo è il motivo per cui il keynesismo è così vulnerabile. È incoerente. Keynes era incoerente prima di diventare un keynesiano. Ha prodotto diverse teorie della causalità economica in vari momenti della sua carriera. Nessuna aveva un senso.

Sulle spalle dei suoi discepoli grava il compito non invidiabile di difendere e diffondere gli scritti di un autore incoerente, propugnante varie teorie incoerenti di causalità economica. Keynes era veramente l'imperatore che non aveva vestiti (in più di un senso).

Egli è, in breve, un bersaglio. E lo sono anche i suoi accoliti.



IL MERCATO POST-CRASH PER UNA NUOVA ECONOMIA

Quando l'attuale economia mondiale basata sui deficit crollerà, insieme ad essa crollerà l'establishment economico mondiale che ha usato il nome di Keynes per difendere un obbrobrio economico fondato sul denaro fiat e sui deficit. La Teoria Generale è stata fin dall'inizio un'apologia delle prime fasi di questa mostruosità basata sui deficit.

Tra mezzo secolo Keynes sarà considerato l'equivalente di Tolomeo. Nessuno legge le opere astronomiche di Tolomeo. Quasi nessuno l'ha mai fatto. Le sue sfere celesti sono crollate nel XVI secolo.

Ci vuole spirito imprenditoriale per vedere ciò che sta arrivando: un crollo economico e un aumento di spiegazioni non-keynesiane.

Ci vuole anche questo: "Ve l'avevo detto. Ecco dove. Ecco quando. Vi avevo avvertiti. Nessuno ha ascoltato. È il momento che voi ascoltiate."

Un imprenditore deve fare di più che fare previsioni corrette. Deve mettere in pratica il suo pensiero finanziandolo. Se si tratta di un mero speculatore, deve comprare a poco e vendere a molto. Se è un innovatore, deve lavorare a lungo e duramente per prepararsi istituzionalmente a questi cambiamenti. Ciò richiede tempo.

Nel regno delle idee, non c'è bisogno di molto denaro. L'auto-finanziamento andrà bene.

Ciò, però, non è sufficiente per confutare il maestro incoerente della nostra era. L'imprenditore lo deve confutare su più livelli davanti ad un vasto pubblico. Deve farlo in base a criteri che regolano il discorso su ogni livello. Si tratta di messaggi diversi per gente diversa, ma gestiti da un minimo comune denominatore:

Affinché il governo nazionale possa aumentare la domanda aggregata attraverso l'aumento della spesa, deve ottenere denaro da una di queste tre fonti: contribuenti, istituti di credito, o banca centrale. Ciò richiede una di queste tre strategie: coercizione, inganno, o contraffazione. Ogni dollaro tassato o preso in prestito, riduce la domanda effettiva nel settore privato. Non esiste quindi alcun aumento netto della domanda effettiva con cui il governo possa aumentare la spesa. La contraffazione del denaro rappresenta un furto. Reindirizza la ricchezza del settore privato allo stato. Conclusione: non esistono pasti gratis. Il governo non può aumentare la domanda effettiva.
Un critico di Keynes deve toccare quei punti che sono più sentiti.

Ci sono formule semplici nel mondo del keynesismo. Tutte s'incentrano sulla convinzione che il keynesismo possa davvero trasformare le pietre in pane, come disse giustamente Ludwig von Mises nel 1948.

Una delle suddette è la seguente: C + I + G + X - M = Y (PIL). Per leggere la mia critica, andate qui.



IL KEYNES PROJECT

Nel 2009 ho presentato il Keynes Project su LewRockwell.com. Nel 2010 ho creato questo dipartimento: Keynes Project. (Nota del traduttore: sul mio blog potete cliccare su questa pagina in cui sono incluse diverse confutazioni riguardanti Keynes e il keynesismo.)

Ho descritto esattamente ciò che dev'essere fatto, mercato per mercato.

Qualsiasi economista brillante di 25 anni potrebbe iniziare lo stesso progetto. Tutto ciò che gli serve è il tempo, il cervello, la dedizione, la tenacia e la volontà di turarsi il naso e rifiutare la gilda economia accademica.

Ci vorrà qualcuno con la capacità di scrittura di Henry Hazlitt. Il libro di Hazlitt, The Failure of the "New Economics", venne pubblicato nel 1959. Questo sarebbe un buon punto di partenza. Ma ricordate questo: il libro non ha ricevuto alcuna attenzione nel mondo accademico. Non solo fu respinto, ma venne ignorato.

Questo era allora. Questo è ora. Internet ha fatto la differenza. Libri, video, blog, articoli e cartoni animati, possono essere visti da chiunque nel mondo, 24x7, gratuitamente. WordPress.com, YouTube e siti in cui pubblicare documenti sono a disposizione di tutti, pronti per essere utilizzati.

L'economista che si sobbarcherà questo compito, scolpirà nella storia la sua reputazione. Nessun altro lo farà mai.

Ciò è talmente ovvio che mi riesce difficile credere che qualche economista fuori ruolo in qualche oscuro college non ci stia già lavorando.

Dovrebbe iniziare con i compiti noiosi, come preparare un glossario della Teoria Generale. Nessuno obietterà. Quasi nessuno se ne accorgerà. Ma deve essere fatto.

Passare alle note della Teoria Generale. Keynes chi ha citato? Qual era il contesto originale di queste citazioni? Chi erano le fonti? Quali erano i loro programmi? Quale influenza avevano?

Ho fatto questo con la poesia di Bernard Mandeville del 1705, conosciuta come La Favola delle Api, ma che in origine era intitolata L'Alveare Brontolante. Keynes la citò a lungo a pagina 359-61. Ho anche scritto una revisione di suddetta poesia. Perché è importante? Perché promuoveva un'economia dal lato della domanda. Keynes era un economista consumato dal lato della domanda.

Un'economia dal lato della domanda non risponde a questo quesito: "Che servizio produttivo ha svolto la persona che esercita la domanda al fine di ottenere il denaro?"

Passo dopo passo, articolo dopo articolo, monografia dopo monografia, grafico dopo grafico, video dopo video, qualche giovane economista deve sezionare la Teoria Generale in piena vista.

La persona che lo farà, diventerà la persona che ha confutato J.M.S. Keynes. La crisi economica farà il resto.

Dopo che la teoria keynesiana sarà affondata, ogni fuco con un dottorato di ricerca in economia sarà in grado di spiegare perché Keynes aveva torto, e perché la crisi economica era inevitabile.

Ecco la strategia corretta: "Ve l'avevo detto. Ecco dove. Ecco quando. Vi avevo avvertiti. Nessuno ha ascoltato. È il momento che voi ascoltiate."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


SIETE LICENZIATI!

Mar, 15/11/2016 - 11:13
La pseudo-ripresa sventolata dai media maintream, che negli ultimi 84 mesi avrebbe inglobato l'economia statunitense, ha i suoi giorni contati. Gli errori economici sottostanti mascherati dalla stampante monetaria della FED, si sono acuiti ed esploderanno in faccia ai pianificatori centrali. Debiti pubblici e privati ai massimi, mostri burocratici nel commercio e nella sanità, ed una Federal Reserve fuori controllo che ha gonfiato bolle a destra ed a manca. La recessione è inevitabile, così come una deflazione di quei settori gonfiati artificialmente. L'unico settore che s'è ripreso sin dal crash del 2008 è quello finanziario, il quale ha visto valutazioni azionarie da capogiro innescate dalla macchina gonfia-bolle delle banche centrali. Ma ora che la FED dovrebbe prepararsi ad invertire la marcia? Stiamo parlando di un mercato che ha fatto registrare profitti superiori del 25X rispetto a quelli riportati nella contabilità GAAP. La madre di tutte le bolle è destinata a scoppiare ed a correggere tutti quegli errori economici che si sono accumulati sin da quando Greenspan nel 1987 ha scoperto la stampante monetaria nel seminterrato dell'Eccles Building. L'elezione di Trump potrebbe essere la svolta per gli USA, chiaramente se non cederà alle pressioni delle élite su entrambe le coste che finora sono state quelle che principalmente hanno goduto della manna monetaria della FED.
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di David Stockman


La scorsa settimana gli elettori americani hanno licenziato le loro classi dirigenti.

Dopo 30 anni di malgoverno che hanno piantato i semi della rovina economica e finanziaria in tutto l'entroterra statunitense, l'establishment Wall Street/Washington ed i loro lacchè nei media mainstream sono stati ripudiati come mai prima d'ora.

Nell'ultimo anno 70 milioni di cittadini — 59 milioni per Trump e 13 milioni per Bernie Sanders — hanno votato per il cambiamento: la fine di inutili guerre all'estero e la fine di una politica economica sconsiderata in patria.

Quest'ultima ha inondato Wall Street e le élite su entrambe le coste con enormi profitti finanziari — lasciando a marcire il 90% dell'entroterra statunitense, dove le famiglie sono oppresse da salari stagnanti, posti di lavoro evanescenti, impennata dei costi per la salute, un tenore di vita ridotto e una speranza per il futuro sempre più eterea.

Gli elettori hanno anche detto senza mezzi termini che sono stufi di un sistema "truccato", il quale ha una serie di regole per gli insider dell'establishment e un'altra per tutti gli altri. In sostanza, questo è ciò che è emerso a seguito dei vari scandali riguardanti la Clinton.

Infatti, grazie alla sua retorica, Trump ha convinto una grande fetta di elettorato che i Clinton sono pari ad una famiglia mafiosa. E mentre può aver ingigantito la portata dei loro crimini, ciò ha esposto al grande pubblico il modus operandi della Città Imperiale.

Detto in modo diverso, la gente ha unito i puntini. Esiste una linea retta che congiunge l'abrogazione del Glass-Steagall da parte dell'accoppiata Rubin-Clinton alla fine degli anni '90 e il ripudio clamoroso dei Clinton la settimana scorsa.

Questa linea include l'aumento di fusioni & acquisizioni nelle grandi banche a Wall Street dopo il 1998; le truffe dei mutui subprime, il boom delle case ed il crash successivo durato un decennio; i salvataggi di Wall Street da migliaia di miliardi di dollari nell'autunno del 2008 e la folle baldoria monetaria della banca centrale; l'impennata del mercato azionario alimentata dalla stampante monetaria della FED; ed i fondi illeciti raccolti dalla Clinton Foundation, oltre all'accumulo di ricchezza personale da parte della Clinton stessa con i famigerati discorsi pagati $250,000 da Goldman Sachs.

Durante gli otto anni di Obama, Washington ha essenzialmente preso in prestito $10,000 miliardi, o quasi quanto i primi 43 presidenti hanno fatto in 220 anni, mentre la FED ha ampliato il proprio bilancio di 5 volte rispetto a quanto successo durante i suoi primi 94 anni di esistenza.

Questo ricorrere irresponsabile a prestiti pubblici e stampante monetaria, ha generato una finta prosperità nella Città Imperiale e un guadagno da $25,000 miliardi in ricchezza finanziaria per le classi in cima alla scala economica. Ma le élite su entrambe le cose, da Washington, a Wall Street fino alla Silicon Valley e nei suoi dintorni, hanno dato per scontato che tutto fosse stato aggiustato e tutto fosse stato dimenticato.

Nient'affatto. Gli elettori hanno ricordato invece. Nessuno in America ha mai sostenuto i salvataggi di Wall Street, tranne qualche migliaia di operatori a Wall Street, negli hedge fund e altri player; e quei politici e burocrati keynesiani che hanno colto l'occasione per ottenere più potere e bottino.

Quello che è successo la settimana scorsa — in particolare nella Rust Belt, dove 70,000 fabbriche hanno già chiuso e 6 milioni di posti di lavoro da capofamiglia sono scomparsi — non rappresentava altro che la terza votazione sul TARP. Considerando che il Partito Repubblicano ed i suoi leader senza spina dorsale sono capitolati nei confronti di Wall Street sulla seconda votazione a settembre del 2008, le fila di elettori nell'entroterra statunitense hanno proclamato a gran voce che tutto ciò era stato fatto senza il loro permesso.

I risentimenti e la rabbia di Main Street non solo sono bolliti per anni; la gente comune ha anche capito che sulle loro spalle è stata caricata la riabilitazione di Wall Street, cosa che ne ha gonfiato le valutazioni tanto che non hanno alcuna relazione con l'economia vacillante di Main Street.

Infatti, dopo aver visto l'approvazione di un piano di salvataggio che odiava, Main Street ha ottenuto una banca centrale canaglia, gestita da accademici keynesiani incapaci, che ha deliberatamente e cinicamente sbranato risparmiatori e pensionati; e ha anche cercato di affossare i salari dei lavoratori con una maggiore dose d'inflazione rispetto a quella che stava già distruggendo i loro posti di lavoro e riducendo il potere d'acquisto dei loro stipendi.

Ora siamo più convinti che mai che l'obiettivo d'inflazione al 2% è il più grande assalto governativo della storia moderna alle classi lavoratrici. E le classi lavoratrici dell'entroterra statunitense — i cui posti di lavoro sono i più esposti al prezzo cinese dei beni e al prezzo indiano dei servizi — hanno detto basta.

Questo è un inizio, ma è troppo tardi per una riforma ordinata. L'essenza di ciò che è successo la scorsa settimana — Brexit 2.0 con gli steroidi — è che l'establishment di Wall Street/Washington è stato ripudiato.

Ma non c'è nulla a sostituirlo. Donald Trump non ha un programma coerente.

Così come ho detto a Fox Business, quando ho anticipato l'elezione di Trump prima che i vari network d'informazione potessero capirlo, le elezioni presidenziali sono finite ed il lungo incubo della nazione è appena iniziato.

Per mesi e anni, la Città Imperiale sarà ingovernabile e la nazione sarà tormentata da una crisi fiscale, finanziaria, politica e perfino costituzionale. Con calci al barattolo in una direzione rovinosa per decenni, l'America opterà implicitamente per la cura più dolorosa.

La gigantesca bolla nel mercato azionario scoppierà. I piani alti delle grande aziende americane, fissati con i prezzi delle azioni, cederanno al panico e inizieranno a gettare fuori bordo scorte d'inventario e lavoratori. Tra 6 mesi saremo ufficialmente in recessione. Molto presto il bilancio federale finirà di nuovo in deficit da miliardi di dollari.

Di conseguenza, Washington scenderà in guerra permanente contro il tetto del debito pubblico, il quale esploderà oltre i $20,000 miliardi. Qualsiasi idea di Trump di un programma di rinascita economica, morirà nel caos finanziario e fiscale futuro.

E, cosa più importante di tutte, l'onnipotente FED sarà a corto di polvere da sparo asciutta e finirà sotto attacco politico come mai prima da parte di politici e cittadini arrabbiati.

Il gioco è finito.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Perché l'UE è condannata

Lun, 14/11/2016 - 11:10




di Alasdair Macleod


Siamo abituati a giudicare i guai dell'Europa in un contesto puramente finanziario. Questo è un errore, perché ciò non spiega le vere ragioni per cui l'UE fallirà e non sopravviverà alla prossima crisi finanziaria. Normalmente sopravviviamo alle crisi finanziarie grazie alle azioni delle banche centrali come prestatori di ultima istanza. Tuttavia le origini dell'euro e della stessa Unione Europea potrebbero innescare nei prossimi mesi una crisi finanziaria, soverchiando le capacità della BCE di salvare il sistema.

Va ricordato che l'Unione Europea era in origine una creazione della politica estera americana nel dopoguerra. La priorità era garantire l'esistenza di un cuscinetto contro la marcia del comunismo sovietico; e a tal fine vennero istituiti tre elementi per costruire l'Europa. In primo luogo, ci fu il piano Marshall, che dal 1948 fornì fondi per aiutare a ricostruire le infrastrutture. Fu seguito dalla creazione della NATO nel 1949, che garantì alle truppe americane e britanniche basi permanenti in Germania. E, infine, un'organizzazione promossa dalla CIA, la Commissione Americana sull'Europa Unita fondata per promuovere segretamente l'unione politica europea.

L'Europa non seguì in alcun modo uno sviluppo naturale. Ma negli anni del dopoguerra il concetto di unione politica, inizialmente la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, divenne un fatto col trattato di Parigi del 1951 e sei membri fondatori: Francia, Germania Ovest, Belgio, Lussemburgo e Italia. La CECA si sarebbe evoluta nella UE di oggi, con altri ventuno stati membri, escluso il Regno Unito che di recente ha deciso di uscire.

Con i fondatori originali che hanno mantenuto le loro caratteristiche nazionali, l'UE assomiglia ad un mobile composto da più pezzi, ogni componente conservante le caratteristiche originali. Dopo sessantacinque anni, un francese è ancora un nazionalista francese convinto. I tedeschi sono tipicamente tedeschi, e gli italiani rimangono deliziosamente italiani. Il Belgio è spesso definito come un non-paese, ed è ancora lacerato da dissapori tra valloni e fiamminghi. Come organizzazione, l'Unione Europea deficita di un'identità nazionale e di coesione politica.

Questo è il motivo per cui la Commissione Europea a Bruxelles deve sforzarsi per affermarsi. Ma ha un problema insormontabile, e cioè non ha alcuna autorità democratica. Il parlamento UE è stato istituito per essere senza mordente, ed è per questo che inganna solo gli ignoranti. Il potere ancora risiede in una piccola cricca di stati nazionali.

Il rapporto tra i leader nazionali e la Commissione Europea è stato deliberatamente di lungo termine, nel senso che la perdita di sovranità viene utilizzata per subordinare gradualmente altri membri dell'Unione Europea sotto la linea franco-tedesca. La logica è quella di rendere la regione europea una zona commerciale protetta in linea con gli interessi franco-tedeschi, e schermarli dai mercati liberi.

Non è stato facile trovare il compromesso necessario. Dalla seconda guerra mondiale, la Francia è stata fortemente protezionista riguardo la propria cultura, insistendo sul fatto che i francesi dovevano comprare solo merci francesi. Il successo della Germania era radicato nel risparmio, il quale ha incoraggiato gli investimenti industriali, portando a forti esportazioni. Queste due nazioni con una frontiera comune hanno avuto, e hanno tuttora, valori molto diversi, ma sono riuscite a concepire e impostare la Banca Centrale Europea e l'euro.

In Germania coloro favorevoli ad una moneta sonante nella Bundesbank hanno perso nei confronti degli interessi industriali, i quali hanno cercato di trarre profitto da una valuta più debole. Questa disposizione in realtà era in linea con le preferenze del mondo politico, ed era la classe politica che controllava il rapporto con la Francia. In Francia gli integrazionisti, ancora una volta i politici, hanno sconfitto gli industriali, i quali hanno cercato di isolare i loro mercati nazionali dalla concorrenza tedesca.

Quando venne ventilata per la prima volta una moneta comune, vennero ignorati due problemi futuri. Il primo: come gli altri stati aderenti all'euro si sarebbero adattati alla perdita delle loro valute nazionali; e il secondo: come il Regno Unito, con la sua cultura basata sul mercato anglosassone, si sarebbe adattato ad un modello più europeo. Non passò molto tempo prima che quest'ultimo problema dovette essere affrontato, con il ritiro della sterlina nel settembre 1992 dal meccanismo di cambio, il precursore dell'euro.

L'euro nacque alla fine del secolo scorso. Il compromesso franco-tedesco ha portato alla nomina di un francese, Jean-Claude Trichet, come secondo presidente della BCE. Tutto andava bene, perché l'abbandono delle monete nazionali e la graduale accettazione dell'euro fece sì che i membri della zona Euro fossero in grado di prendere in prestito più a buon mercato con l'euro piuttosto che con le loro valute nazionali.

Il rischio obbligazionario sovrano sarebbe stato misurato in base ai bund tedeschi, tradizionalmente i titoli a rendimento più basso in Europa. Non passò molto tempo prima che il differenziale tra i bund e gli altri titoli di debito nell'Eurozona venisse considerato un'opportunità di profitto piuttosto che un segnale di rischio relativo. Le banche, le compagnie di assicurazione e i fondi pensione hanno beneficiato del notevole aumento dei prezzi delle obbligazioni emesse dai membri periferici dell'Unione Europea, e hanno investito di conseguenza. A loro volta questi mutuatari erano fin troppo disposti a soddisfare questa domanda mediante l'emissione di enormi quantità di debito, in violazione del Trattato di Maastricht. Il credito bancario s'ampliò, lasciando il sistema bancario commerciale altamente esposto.

Il meccanismo di controllo per questa esplosione di finanziamenti avrebbe dovuto essere il patto di stabilità e crescita, concordato a Maastricht nel 1993. In esso venivano stabilite cinque regole, di cui due ci preoccupano. Gli stati membri erano tenuti a mantenere i loro deficit di bilancio ad un massimo del 3% del PIL, e il debito pubblico nazionale doveva essere limitato al 60% del PIL. Né la Germania né la Francia hanno soddisfatto i criteri del debito, senza manipolare i loro conti nazionali, e l'unica ragione per cui i deficit sono rientrati all'interno del patto è stato per un mix di contabilità dubbia e tempistica fortuita del ciclo economico. Il meccanismo di controllo non è mai stato applicato.

Fin dall'inizio nessuna nazione ha avuto alcun senso di responsabilità nei confronti della nuova moneta. Le regole sono state ignorate e l'euro è diventato un espediente per guadagni facili tra tutti gli stati membri, problemi portati alla pubblica attenzione dal fallimento della Grecia.

Il sistema bancario dell'Eurozona, incorporando le banche centrali nazionali e la BCE, è stato legato insieme in un sistema di saldi bizzarri chiamato TARGET, il mezzo attraverso il quale i paesi membri avrebbero potuto acquistare a credito le merci tedesche. Buon per la Germania, potreste dire, ma il problema era che il credito veniva fornito dalla Germania stessa. È come se prestaste denaro all'acquirente della vostra attività in quella che risulterebbe una transazione truccata. Questo difetto nella costruzione del sistema è ora un vulcano pronto ad eruttare in qualsiasi momento.

I tedeschi vogliono i loro soldi indietro, o almeno non vogliono perderli. I debitori non possono pagare, e devono prendere in prestito più soldi solo per sopravvivere. Nessuna delle due parti vuole affrontare la realtà. È iniziato con l'Irlanda, poi Cipro, Grecia e Portogallo. Questi sono i creditori più piccoli che la Germania, guidata dal suo Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, è riuscita a sottomettere e ora sono zombie economici. Il vero problema viene con l'Italia, anch'essa sull'orlo del fallimento e con un rapporto debito/PIL oltre il 133% e in aumento. Se l'Italia andrà a gambe all'aria, sarà seguita da Spagna e Francia. Herr Schäuble non può forzare i creditori tanto facilmente, perché in questa fase l'intero sistema bancario della zona Euro finirà nei guai, così come il governo tedesco stesso. I risparmiatori tedeschi stanno diventando consapevoli che saranno loro a dover pagare il conto.

La prima linea di difesa, come sempre, sarà la BCE come prestatore di ultima istanza affinché mantenga a galla le banche. L'unico modo in cui può farlo è accelerare la stampa di euro e monopolizzare i mercati del debito dell'Eurozona. Resta da vedere se la BCE riuscirà a far sopravvivere la moneta unica con tutte queste passività nel proprio bilancio, e per quanto tempo.

Per il momento l'euro sembra invincibile. Rappresenta l'establishment europeo anti-libero mercato che nessuno ha osato sfidare. Questa è la ragione di fondo per cui la BCE può imporre tassi d'interesse negativi e farla franca. Ma stanno spuntando gravi crepe. In primo luogo abbiamo avuto il Brexit, che potrebbe essere seguito da altri piccoli stati che vogliono uscire. La crisi bancaria italiana è quasi certa che esploderà molto presto, e il referendum sulla costituzione rappresenta un ostacolo importante da superare. I politici sono in modalità panico.

Nel frattempo l'atteggiamento prepotente della Commissione Europea e la crisi dei rifugiati stanno indebolendo il sostegno pubblico allo status quo. Angela Merkel, fino a questo momento considerata invincibile, ha perso il suo sostegno pubblico in Germania. Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale e che vuole che la Francia lasci l'Unione Europea, è in testa ai sondaggi per le prossime elezioni in Francia. Gli uomini forti d'Europa sono in difficoltà.

Ci sono tutti gli elementi per una catastrofe politica ed economica. Resta da vedere se sarà innescata da elementi interni o esterni. In entrambi i casi, la crisi della zona Euro ora sembra essere solo una questione di mesi.

L'effetto sui mercati, oltre a rivelarsi un grave shock, è probabile che sarà duplice. In primo luogo, i flussi internazionali venderanno l'euro a favore del dollaro. Data la ponderazione dell'euro nell'indice del dollaro, questa rappresenterà una grave scossa per tutti i mercati delle valute. In secondo luogo, i residenti nella zona Euro con depositi bancari sono sempre più propensi a cercare rifugio nell'oro fisico, segno di un collasso imminente della valuta.

In qualunque modo la si guardi, è sempre più difficile accettare qualsiasi altro risultato se non un collasso di questa costruzione politica, originariamente promossa negli interessi degli Stati Uniti da un'organizzazione sponsorizzata dalla CIA. L'euro, essendo dipendente dalla coesione politica piuttosto che dalla domanda di mercato, cesserà semplicemente di essere denaro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Una decisione semplicemente patetica

Ven, 11/11/2016 - 11:11




di David Stockman


Stiamo parlando, ovviamente, della decisione della FED di ritardare ancora una volta il rialzo dei tassi d'interesse, e per un motivo che non è affatto misterioso. Vale a dire, i nostri governanti finanziari sono pietrificati da un crollo del mercato azionario, e faranno qualsiasi cosa per dissimulare ed evitare lo scoppio delle bolle che hanno gonfiato.

Così ora il tasso del mercato monetario sarà inchiodato allo zero per 96 mesi — almeno fino a dicembre. Infatti l'inferno stesso potrebbe gelare piuttosto che questi stupidi vigliacchi possano rialzare i tassi prima delle elezioni — e soprattutto non quando Trump sta giustamente protestando ad alta voce riguardo al fatto che tutto è truccato.

Non che fossero necessarie ulteriori prove, ma la decisione di non alzare i tassi dimostra sicuramente che i nostri governanti finanziari non sanno più che pesci pigliare e che ora hanno perso il contatto con tutte le vestigia del mondo reale. Ecco perché più denaro gratis ai giocatori d'azzardo di Wall Street non farà altro che gonfiare ulteriormente il valore degli asset finanziari che sono già a livelli folli.

Quindi ciò che stanno facendo è semplicemente spianare la strada ad un incidente finanziario ancora più grande. Eppure a sentire Janet Yellen, hanno deciso di mantenere bassi i tassi del mercato monetario perché "c'è ancora fiacchezza nel mercato del lavoro" e perché "i nostri obiettivi d'inflazione non sono ancora stati raggiunti".

E quindi!?

Non c'è una sola cosa che la FED possa fare su una di queste condizioni macroeconomiche. L'enorme quantità di fiacchezza reale nel mercato del lavoro degli Stati Uniti è dovuta a fattori ciclici non strutturali, ed è fortemente influenzata dai saggi salariali globali, dal welfare nazionale e dalle politiche di regolamentazione su cui la FED non ha influenza alcuna.

Allo stesso modo, cosa vuole di più la Yellen dall'inflazione? L'IPC core è salito del 2.3% su base annuale durante il mese più recente, mentre la misura di cui sta parlando lei è soggetta alle pressioni deflazionistiche derivanti dai mercati del petrolio e delle materie prime mondiali, che sono in realtà un vantaggio per l'economia degli Stati Uniti.

Oltre a questo, l'entroterra statunitense non ha bisogno di alcun aiuto sul fronte "maggiore inflazione" da parte della FED. Vale a dire, il costo delle abitazioni è in crescita del 5.6% nel corso dell'ultimo anno; e per di più i servizi medici sono in crescita del 5.1% — insieme ad un aumento del 6.3% dei farmaci da prescrizione e ad un aumento del 9.2% del costo dell'assicurazione sanitaria.

Tuttavia la Yellen ha cianciato molto durante le precedenti conferenze stampa riguardo un aumento dei tassi, dicendo che l'inflazione era insufficiente. Come abbiamo detto, già da tempo l'Eccles Building non sa più che pesci pigliare ed è completamente tagliato fuori dal mondo reale.

Così quello che stanno facendo i nostri stampatori monetari è alimentare un'orgia monumentale di emissione di obbligazioni societarie. Cosa che serve solo a consentire alle aziende di speculare sui propri titoli con denaro preso in prestito, mentre vengono riversati guadagni imprevisti sui trader fast money che perseguitano i piani alti delle grandi aziende affinché immolino sull'altare della ZIRP i loro bilanci.

Come mostrato di seguito, il livello del debito societario totale è schizzato alle stelle negli ultimi anni ed ora è più del doppio rispetto al suo picco pre-crisi. Eppure anche la Yellen ha ammesso che le spese in conto capitale delle imprese sono risultate straordinariamente deboli.

In realtà, le spese in conto capitale extra difesa hanno raggiunto un picco a metà del 2014 e sono ora giù del 10%. Gli investimenti reali fissi delle imprese al netto degli ammortamenti sono ancora il 20% al di sotto del livello all'inizio del 2000. Vale a dire, due bolle fa.

Forse ad almeno uno dei nove geni che hanno votato per prolungare la ZIRP sarà venuto in mente dove può condurre questa baldoria di debito societario. Ma a quanto pare nessuno se l'è chiesto, perché ancora una volta la Yellen ha insistito sul fatto che grazie alla sorveglianza costante nessuno nell'Eccles Building ha individuato alcun segno di bolle, e che "le valutazioni sono sostanzialmente in linea con le loro tendenze storiche".




Ma cos'ha nella testa questa gente? Al prezzo di chiusura di oggi, l'indice S&P 500 era trattato al 25X rispetto agli $87 per azione riportati per il periodo annuale terminato lo scorso giugno. E ciò a fronte degli utili che sono scesi del 19% rispetto al picco del settembre 2014.

La Yellen ha ragione circa le tendenze storiche, ma non in modo buono. Infatti alla vigilia dell'ultimo crash quando il mercato ha raggiunto un picco nell'ottobre 2007 a circa 1550, gli utili dell'indice S&P 500 erano $79 per azione, il che significa che il picco pre-crash, 19.7X, era sostanzialmente inferiore rispetto ad oggi.

Anche quando gli utili dell'indice S&P hanno raggiunto un picco a $54 per azione nel settembre 2000, il multiplo finale, 26.5X,  era solo un po' più alto rispetto ad oggi. Quindi, sì, il mercato è in linea con la storia. Vale a dire, la storia dei crash!

Poi la Yellen può senza dubbio crogiolarsi con le sciocche valutazioni perennemente rialziste dei giocatori d'azzardo a Wall Street. Al momento attuale, per esempio, gli "utili operativi" per il 2017 sono stimati a circa $133 per azione, il che implica un multiplo PE del 16.3X. A quanto pare nessuno vede bolle neanche qui.

Ovviamente non c'è nulla di credibile a questo proposito. Già nel marzo 2014, le gambe perennemente rialziste di Wall Street stimavano per l'anno successivo $135 per azione. In realtà abbiamo visto $100 per azione, o il 25% in meno rispetto alla previsione.

Allo stesso modo, anche nel marzo 2015 le stime delle gambe perennemente rialziste a Wall Street erano di $135 per azione. Al contrario, il numero effettivo per il periodo annuale terminato a giugno 2016 era solo di $98.33 per azione. Anche se gli utili dell'indice S&P 500 crescessero del 10% in ciascuno dei due trimestri successivi — del tutto improbabile date le indicazioni attuali ed i recenti avvertimenti sui profitti — il 2016 mostrerebbe solo $103 per azione — o circa il 24% al di sotto delle stime delle gambe perennemente rialziste a Wall Street.

Sarebbe anche pari ad un multiplo PE del 21X, e questo è tutt'altro che storicamente normale.

Janet Yellen sta quindi dicendo che vedremo la proverbiale luce in fondo al tunnel per la fine del 2017? Secondo lei è "normale" che al multiplo PE di 16.3X citato sopra, gli utili operativi nel 2017 dovrebbero aumentare del 36% rispetto al livello raggiunto lo scorso giugno?

La verità è che la FED è di per sé, inesorabilmente e radicalmente, mani e piedi nelle bolle finanziarie, ma il pensiero keynesiano al suo interno non riuscirebbe a vedere una bolla nemmeno se ce l'avesse di fronte.

Nel frattempo, blatera di vedere i segni che 93 mesi di ZIRP stanno cominciando ad eliminare un po' di "fiacchezza" nel mercato del lavoro. In realtà, la questione è il motivo per cui il tasso di partecipazione alla forza lavoro per i giovani adulti (81.3%) sia ancora inferiore rispetto a quello che era alla fine del 2012 e di gran lunga inferiore al livello di 83.3% alla vigilia della recessione.

Peggio ancora, nel caso di lavoratori giovani maschi adulti non vi è stato affatto alcun segnale di un ritorno verso l'alto. Nonostante la massiccia intrusione nei mercati finanziari e la falsificazione dei prezzi degli asset da parte della FED, il tasso di partecipazione ha marciato in discesa per decenni, e per una buona ragione.

Vale a dire, in un'economia globalizzata e tecnologicamente dinamica di oggi, i tassi di partecipazione al mercato del lavoro e la "fiacchezza" del lavoro non sono un problema monetario; sono invece un problema strutturale e radicato nell'economia globale e nelle politiche nazionali. Eppure la Yellen e la sua combriccola continuano a sferzare i mercati monetari con la soppressione dei tassi d'interesse, perché questo è l'unico strumento a loro disposizione.




Infine la prova che la FED stia alimentando un altro crash finanziario, la ritroviamo nell'annuncio di oggi da parte di Microsoft: l'ennesimo programma di acquisto di azioni proprie. A quanto pare è stato portato a termine l'ennesimo "investimento" nelle proprie azioni enormemente gonfiate.

Il punto qui è che queste cose nell'odierna economia di Ponzi sono finanziate con il debito a buon mercato, grazie alla Yellen e alla sua combriccola di folli. In realtà, Mr. Softie è seduto su una pila gigantesca di denaro, ma ha scelto di aumentare il debito patrimoniale dai $23 miliardi di dieci anni fa ai $54 miliardi di oggi, e per cosa alla fine?

Ciò contribuirebbe a finanziare riacquisti di azioni proprie in massa ed a pagare dividendi inattesi. Dopo tutto, anche questo monopolio morente non sta guadagnando abbastanza per sbarcare il lunario. Vale a dire, nel corso degli ultimi 10 anni Microsoft ha conseguito un utile netto di $178 miliardi, ma ha pagato agli azionisti ancora di più — $186 miliardi — attraverso riacquisti di azioni proprie e dividendi.

Inutile dire che, inondando Wall Street con questo diluvio di denaro, ha fatto miracoli per il prezzo delle sue azioni. Infatti, tra il giugno 2013 e oggi, la sua capitalizzazione di mercato è salita di $175 miliardi, o del 65%.

Al contrario, le sue entrate nette di $16.5 miliardi per il periodo annuale terminato a giugno 2016, sono scese del 27% rispetto a tre anni fa. Infatti sono solo marginalmente superiori ai $10 miliardi guadagnati alla vigilia del crollo delle dotcom nel 2000.

La magia, ovviamente, era nell'espansione dei multipli PE. Con i giocatori d'azzardo a Wall Street che si sono ingozzati con queste enormi quantità di denaro — alcune prese in prestito — il suo multiplo PE è salito dal 15X al 35X.

In breve, MSFT è una vecchia balena che ormai è spiaggiata. In tale veste, è solo l'ennesimo esempio di bolla che a quanto pare è invisibile agli occhi di coloro nell'Eccles Building.




Cerchiamo di essere molto precisi. Ci sono migliaia di miliardi di debito a lungo termine ed obbligazioni che sono stati finanziati con denaro elargito quasi gratuitamente dalla FED e dalle altre banche centrali.

A loro volta, queste operazioni di carry trade speculative hanno spinto i prezzi di riferimento del debito ad altezze vertiginose, scatenando così una fuga precipitosa per rendimenti decenti che non conosce limiti tra i manager di fondi.

Per soddisfare questa corsa incessante per rendimenti decenti, i bilanci delle grandi aziende sono stati immolati sull'altare della ZIRP e sfruttati come mai prima d'ora. E mentre i flussi di tutto questo denaro sono finiti nel mercato azionario, sicuramente ciò non ha aumentato la capacità produttiva delle aziende americane; ha semplicemente gonfiato ancora di più le bolle nel mercato azionario.

In breve, invece di scrutare il "mercato del lavoro" attraverso la lente offuscata del BLS, la Yellen dovrebbe spendere un po' di tempo a studiare il mercato obbligazionario ed a rintracciare i flussi di migliaia e migliaia di miliardi di nuova liquidità che vi è stata riversata dentro.

Anche lei potrebbe poi scoprire che le valutazioni non sono affatto "normali" e che i mercati finanziari si sono trasformati in bische clandestine.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Rapporti tra Russia e Stati Uniti: un nuovo disgelo?

Gio, 10/11/2016 - 11:14




di James Rickards


Negli ultimi dieci anni i rapporti degli Stati Uniti con la Russia sono stati ondulatori. L'intelligence mostra che tali rapporti stanno passando attraverso una nuova transizione, verso un nuovo disgelo.

Nel marzo 2009, poco dopo che l'amministrazione Obama andò in carica, Hillary Clinton incontrò il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov a Ginevra. Era il suo primo incontro con Lavrov sin da quando era diventata segretario di stato.

I rapporti tra la Russia e gli Stati Uniti erano tesi a causa dell'invasione russa della Georgia nel 2008, durante l'amministrazione di George W. Bush. Obama e la Clinton volevano ripristinare il rapporto e ritrovarsi in una posizione meno contraddittoria.

Come gesto di buona volontà, la Clinton chiese ai suoi collaboratori di creare un grande pulsante rosso (simile ai pulsanti utilizzati nella vecchia campagna pubblicitaria Staples) con la parola "reset" in russo. Il pulsante venne dato in dono a Lavrov al vertice di Ginevra.

C'era solo un problema. Gli esperti del Dipartimento di Stato usarono la parola russa "перегрузка" al posto di quella inglese. Lavrov guardò il dono e informò garbatamente il Segretario Clinton che перегрузка in realtà significa "prezzo eccessivo." Oops.

In ogni caso, la Clinton e Lavrov spinsero il pulsante davanti alle telecamere. I rapporti tra USA e Russia sono migliorati sin da allora.

Quando Obama e la Clinton ricoprirono le loro rispettive cariche, il Presidente della Russia era Dmitry Medvedev. A quel tempo, Vladimir Putin era il primo ministro. Putin era stato presidente dal maggio 2000 al maggio 2008, raggiungendo i limiti di termine. Medvedev e Putin si scambiarono semplicemente di ruolo, con Medvedev presidente e Putin primo ministro.

Dal punto di vista tecnico questa posizione rendeva Medvedev l'amministratore delegato e il comandante in capo della Russia. Malgrado ciò i dubbi erano pochi: Putin ancora controllava la Russia dalla sua posizione leggermente subordinata.

Questo fatto è stato confermato nel maggio 2012, quando Putin ha di nuovo assunto il ruolo di presidente. Medvedev s'è fatto da parte e ha assunto il suo ex-ruolo di primo ministro. È stato un gioco complicato di sedie musicali, il quale ha dato la presidenza a Putin fino al 2020.

Tuttavia, Obama e la Clinton gradivano più Medvedev (presidente nel 2009) che Putin. Medvedev è più diplomatico e ha una visione più globale rispetto a Putin, il quale è un nazionalista russo convinto. Dal 2009 al 2011, le relazioni tra Russia e Stati Uniti si sono riscaldate un po', nonostante la gaffe del pulsante rosso.

Nel 2012 i rapporti tra USA e Russia sono diventati di nuovo tesi, poiché gli Stati Uniti prevedevano di mettere uno scudo antimissile in Polonia. Durante le elezioni del 2012 negli Stati Uniti, Obama prese le distanze dalla Russia perché voleva fare appello ai voti etnici dei poli anti-russi e di altri europei dell'est che vivono negli Stati Uniti

Malgrado ciò, Obama ha voluto mantenere le linee diplomatiche aperte con la Russia. Il 26 marzo 2012, sette mesi prima delle elezioni negli Stati Uniti, Obama venne immortalato in una conferenza mentre sussurrava a Medvedev che avrebbe avuto "una maggiore flessibilità" dopo le elezioni. Medvedev promise di passare il messaggio a Putin, che l'avrebbe sostituito come presidente.

Le relazioni tra Russia e Stati Uniti entrarono in un altro disgelo nel 2013 dopo la rielezione di Obama, ma durò poco. Nella notte del 21 novembre 2013 scoppiarono dimostrazioni in Maidan Nezalezhosti a Kiev, contro il governo di Viktor Yanukovich sostenuto dalla Russia. Le proteste raggiunsero un picco a febbraio 2014. Yanukovich e i suoi compari fuggirono dall'Ucraina.

Putin sospettava che le proteste erano state segretamente finanziate dall'agenzia d'intelligence inglese MI6 e dalla CIA. Al fine di garantire gli interessi russi in Ucraina, Putin invase la Crimea e iniziò a sostenere l'etnia russa in Ucraina orientale. In risposta gli Stati Uniti ed i suoi alleati nella NATO imposero dure sanzioni economiche nei confronti della Russia.

Le sanzioni includevano il divieto ad importanti aziende russe (come Gazprom e Rosneft) di rifinanziare debito denominato in euro sui mercati dei capitali occidentali. Dal momento che le società russe non potevano rifinanziare i loro debiti, cominciarono ad attingere dalle riserve di valuta forte in possesso della banca centrale per ripagare i loro oneri. A sua volta le riserve della Russia iniziarono ad esaurirsi e spinsero i tassi d'interesse più in alto, evento seguito da una svalutazione del rublo.

Il rublo colò a picco a partire dal marzo 2014. Scese da circa 28 rubli per dollaro a 70 rubli per dollaro all'inizio del 2015, quando i rapporti erano al loro peggio. (Su scala RUB/USD invertita, questa caduta sarebbe stata di $0.035 a $0.014).

Il rublo riguadagnò un po' di forza, al livello 50:1 ($0.020), quando divenne chiaro che l'economia russa, anche se indebolita, era più resistente di quanto s'aspettavano i guerrieri finanziari statunitensi.

Poi la Russia è stata colpita una seconda volta con il crollo del prezzo del petrolio. Questo crollo è iniziato a metà del 2014, intorno al periodo della crisi in Ucraina. Ha raggiunto la sua fase più intensa a metà del 2015, quando il petrolio è sceso sotto i $40 al barile e poi a $29.00 al barile all'inizio del 2016.

La Russia è il terzo produttore al mondo di petrolio (dopo gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita), e il secondo più grande esportatore di petrolio (dopo l'Arabia Saudita). Il danno alla situazione fiscale russa è stato immediato e ha portato ad una recessione nella nona economia più grande al mondo.

Questo secondo colpo all'economia della Russia ha spinto il rublo a 81:1 ($0.012) a gennaio 2016. L'economia russa era in crisi.




Poi è emersa una confluenza di fattori che ha innescato un rally del rublo ed una inversione di tendenza nell'economia russa. Questi fattori si sono inseriti armoniosamente nel contesto della metodologia analitica.

Io uso un metodo chiamato inferenza causale per fare previsioni sugli eventi in sistemi complessi, come ad esempio i mercati dei capitali. La metodologia dell'inferenza causale si basa sul Teorema di Bayes, una formula del XIX secolo scoperta da Thomas Bayes. La formula si presenta così nella sua forma matematica moderna:




In parole povere, questa formula dice che, aggiornando la nostra comprensione iniziale con nuove informazioni imparziali, miglioriamo la nostra comprensione. Ho imparato ad utilizzare questo metodo mentre lavoravo alla CIA, e lo applico ancora oggi.

Il lato sinistro dell'equazione è una prima stima della probabilità che accada un determinato evento. Le nuove informazioni vanno nella parte destra dell'equazione. Se sono coerenti con la nostra stima, vanno al numeratore (aumentando le probabilità del risultato atteso). Se sono incoerenti, vanno al denominatore (abbassando le probabilità del risultato atteso).

Le attuali indicazioni sottolineano che i rapporti tra USA e Russia stanno entrando in una nuova fase di disgelo. Questa nuova era di cooperazione tra gli Stati Uniti e la Russia s'incentra principalmente sugli sforzi congiunti del Presidente Obama e del presidente Putin di porre fine alle ostilità in Siria e rimuovere il presidente siriano Bashar al-Assad.

Quali sono gli altri fattori che entrano nell'equazione e permettono di stimare la direzione dell'economia Russia e del rublo?

C'è una lunga lista di fattori che si allunga di giorno in giorno: i prezzi del petrolio stanno mettendo in scena un rimbalzo. Da un minimo di $29.00 al barile, ora hanno raggiunto più di $40,00 al barile. Questa è una grande ancora di salvezza per la Russia.

  • L'Iran è ora molto più aperto alle imprese estere, soprattutto dopo aver stretto un accordo con gli Stati Uniti sul nucleare. Molte aziende statunitensi ed europee sono riluttanti a rientrare nel mercato iraniano, perché c'è ancora ambiguità circa la portata delle sanzioni. La Russia non ha tale riluttanza. Si sta muovendo in avanti con offerte nell'ambito dell'energia nucleare, delle armi, delle raffinerie e di altre infrastrutture.
  • Il rublo a buon mercato in realtà ha contribuito affinché le società russe mantenessero le spese sotto controllo, e convertissero in rubli i guadagni in dollari pagando così i costi di gestione locali. Questo ha rafforzato i guadagni delle principali società russe.
  • La Banca Centrale della Russia ha acquisto oro con le sue riserve di dollari. Questa è stata una brillante strategia. Ha comprato oro quando il dollaro era forte e i prezzi dell'oro erano vicino ai minimi di sette anni. Ora che il dollaro si sta indebolendo e l'oro sta aumentando, le riserve d'oro russe (prezzate in dollari o DSP) sono in aumento.
  • A causa del dollaro più debole, altre materie prime stanno aumentando di prezzo. La Russia è uno dei principali esportatori di nichel, palladio, ferro e legno.
  • Gli alleati degli Stati Uniti, in particolare Germania e Francia, sono stanchi delle sanzioni e sono alla ricerca di opportunità per tornare al lavoro con la Russia.

In breve, tutti i fattori che stavano lavorando contro la Russia dal 2014 al 2016 (petrolio a buon mercato, dollaro forte, sanzioni e prezzi bassi delle materie prime) stanno ora lavorando a favore della Russia.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Non ci vorrà molto prima che le banche centrali si facciano saltare in aria

Mer, 09/11/2016 - 11:08




di David Stockman


I banchieri centrali di tutto il mondo sono alle strette. Non sanno fermare le loro stampanti monetarie perché i front-runner e i robo-trader le hanno prese in ostaggio. Recenti sviluppi presso le tre principali banche centrali, ci forniscono la prova che la fine dell'attuale Finanza delle Bolle è prossima.

Il Financial Times oggi riporta un pezzo sul traguardo raggiunto dal QE della BCE, ovvero, mille miliardi di euro in acquisti di obbligazioni e il dilemma se continuare o no il programma oltre la data di scadenzasegnata per il prossimo marzo. In una parola, è a corto di debito sovrano da comprare, ma anche un accenno della fine di tal programma potrebbe spaventare il "mercato" scatenando una drastica valanga di vendite:

Sin dal voto della Gran Bretagna per uscire dall'UE, la discesa dei rendimenti dei titoli nella zona Euro ha ridotto drasticamente lo stock di titoli di stato europei al di sopra della soglia di rendimento impostata dal programma della BCE — sollevando preoccupazioni che la BCE dovrà attuare modifiche per evitare l'esaurimento delle obbligazioni da comprare [...].

"Ci sono diverse stime sul quando la BCE impatterà contro un muro, perché non fornisce un'analisi dettagliata dei titoli che possiede già — ma tutti sono d'accordo che è vicina a raggiungere il suo limite," ha dichiarato Aman Bansal, stratega dei tassi d'interesse presso Citi. "E non può rallentare il ritmo degli acquisti delle obbligazioni senza inviare un segnale ai mercati che qualcosa non va."
L'implicazione è sorprendente. L'attuale soglia della BCE prevede acquisti di obbligazioni con un rendimento negativo non superiore allo 0.4%. Eppure, secondo il FT, entro la fine dell'anno non rimarranno più bund tedeschi d'acquistare in base a questo standard.

Sì, i tedeschi sono stati l'ultimo baluardo di relativa rettitudine fiscale sul pianeta, ma questo non significa che la nazione soffra di una mancanza di debito pubblico. Infatti, la Germania ne ha attualmente $2,000 miliardi e non si è affatto contratto in questo secolo.




Quindi la prospettiva che presto non ci saranno bund ammissibili per l'acquisto, significa che la totalità del debito pubblico della Germania sarà sepolta nel congelatore del sotto zero. Già oggi il decennale tedesco è scambiato al -0.09%, il che significa che la curva della maturità presto rappresenterà l'assurdità di tutto il regime delle banche centrali keynesiane.

Vale a dire, non esiste una teoria in economia secondo cui un qualsiasi governo dovrebbe essere pagato per prendere in prestito denaro dagli investitori. E questo è vero anche se si ignora la storia del secolo scorso, in cui nessun governo ha evitato le tentazioni della dissolutezza fiscale e dell'accumulo inesorabile di debito; e la realtà empirica ci sta dicendo che in futuro la Germania e ogni altra grande economia sviluppata sarà gravata da due problemi significativi: una forza lavoro in contrazione e programmi assistenziali statali monumentali.

Il fatto è che non esiste alcuna base plausibile per obbligazioni sotto lo zero, anche in un mondo di rettitudine fiscale e bilanci in pareggio. Questo perché anche con un rischio di credito pari a zero, le obbligazioni a lungo termine hanno bisogno come minimo di un rendimento reale del 2% per compensare i risparmiatori per il valore del denaro nel tempo.

Con un rendimento negativo dello 0.5%, per esempio, il livello generale dei prezzi dovrebbe diminuire del 23% nei prossimi 10 anni per far quadrare i conti; e dovrebbe diminuire del 40% nel caso l'esempio precedente avesse un'obbligazione a 20 anni.

Inutile dire che una cosa del genere non accadrà né in questo mondo, né nel prossimo. Né vi è un briciolo di esperienza storica che ne confermi la possibilità reale.

Infatti, malgrado la deflazione della Grande Depressione, il livello dei prezzi nel 1938 era ben al di sopra di quello nel 1912, prima dell'inizio della grave inflazione della Grande Guerra. I patrioti ingenui che acquistarono titoli obbligazionari Liberty, non ricevettero mai indietro i loro soldi in termini reali.

In breve, non esiste più un "mercato" obbligazionario nel mondo. Quello che abbiamo è un casinò per i cosiddetti front-runner, in cui il debito è stato valutato dalla Gigantesca Offerta d'Acquisto delle banche centrali. E a differenza degli investitori con denaro reale, le banche centrali sono completamente anelastiche. Draghi è concentrato con i suoi $90 miliardi al mese di QE e Kuroda è ossessioanto a raggiungere il 2% d'inflazione, costi quel che costi.

Ed è per questo che i banchieri centrali sono intrappolati. Gli speculatori obbligazionari hanno ricevuto una manna superiore a quella elargita dalla FED di Greenspan.

Ad esempio, ecco il guadagno del 5X sul decennale italiano da quando Draghi s'è offerto di sottomettere la BCE agli speculatori fast money di Londra e New York pronunciando il suo ukase nel luglio 2012. In altre parole, il piccolo ammontare di patrimonio netto (inferiore al 10%) necessario per comprare questi bond sul mercato a pronti, è stato remunerato con rendimenti faraonici.




Questo è anche il motivo per cui il trader obbligazionario citato sopra, ha centrato il punto. Distruggendo il mercato obbligazionario e scatenando una baldoria di gioco d'azzardo, i banchieri centrali del mondo hanno realmente preso in ostaggio sé stessi. Se continuano a stampare denaro al tasso corrente di $2,500 miliardi all'anno, distruggeranno il sistema monetario del mondo — e apparentemente anche loro hanno compreso d'aver imboccato questo vicolo cieco.

Ma ricorrendo alle loro stampanti monetarie e sfornando tassi mai immaginati prima, hanno generato una gigantesca torre di plusvalenze nei portfoli degli speculatori di tutto il pianeta. Al primo segno che la Grande Offerta d'Acquisto delle banche centrali sta per essere abbandonata, i fast money venderanno tutto al fine d'intascare i loro guadagni e uscire prima della grande deflagrazione della bolla obbligazionaria.

In tal caso, non si potranno contenere le vendite a meno di monetizzare tutto il mercato obbligazionario sovrano da $40,000 miliardi.

Questa situazione è esattamente il motivo per cui il pazzo Kuroda ha ancora una volta pronunciato l'assurdità secondo cui non esiste "nessun limite" all'espansione monetaria. Nelle ultime settimane il mercato giapponese dei titoli di stato è stato infestato da voci secondo cui la BOJ si potrebbe prendere una pausa dalla sua campagna di QE, a causa dell'impatto distruttivo che sta avendo sul sistema bancario giapponese. Infatti già possiede quasi il 40% del debito pubblico del Giappone.

Il trentennale giapponese rendeva lo 0.54% lunedì scorso, rispetto allo 0.04% del 6 luglio. In un mondo economicamente sano, 50 bps di differenza sarebbero un errore di arrotondamento, ma non con lo zero bound. Al contrario, se i front-runner hanno fatto incetta di trentennali giapponesi, dovevano essere veloci a premere il pulsante "vendere" al fine d'evitare il completo annientamento.

Così il governatore della banca centrale del Giappone è di nuovo arrivato in soccorso, volente o nolente:

Kuroda ha anche escluso una cessazione dell'allentamento monetario, in vigore ormai da più di tre anni [...]. "Una riduzione del livello dell'allentamento della politica monetaria, richiesto da alcuni partecipanti al mercato, non sarà preso in considerazione" ha detto in un riesame della politica in corso [...]. Raggiungere l'obiettivo d'inflazione al 2% avrebbe "enormi" benefici, ha detto. "Ci può essere una situazione in cui le misure drastiche sono giustificate, anche se potrebbero comportare costi", ha continuato.
Gente, la ricerca fanatica di Kuroda del 2% d'inflazione non è solo la prova che i nostri banchieri centrali keynesiani sono diventati dementi; è un segno di un disturbo mentale definitivo.

Chiunque competente in matematica elementare, può vedere che il cosiddetto problema della deflazione in Giappone è essenzialmente importato e completamente al di là della capacità d'intervento della BOJ; e questo supponendo che un 2% d'inflazione sia economicamente benigno, cosa che decisamente non è.

Il Giappone è un arcipelago in cui manifattura e processazione dei materiali, regnano sovrani. La sua economia genera una grande quantità di valore aggiunto, ma la catena di produzione inizia con minerali importati e altre materie prime, ed è alimentata quasi al 100% (a parte la sua manciata residua di centrali nucleari) da idrocarburi importati.

Quando i prezzi delle sue importazioni sono scesi del 28% negli ultimi due anni, a causa della deflazione globale attualmente in corso, perché qualcuno sano di mente avrebbe dovuto aspettarsi che l'IPC sarebbe aumentato del 2% l'anno?

E dal momento che ciò significa anche che i termini di scambio sono in miglioramento per il Giappone, perché un IPC piatto dovrebbe essere considerato un problema?




Oltre a ciò, a luglio l'indice IPC del Giappone si trovava esattamente dov'era nel 1993. Quindi durante gli ultimi 23 anni non c'è stata alcuna deflazione. Quello che affligge il Giappone è una questione riguardante il lato dell'offerta — non la prova che ha bisogno di più inflazione, debito e follia monetaria.




E questo ci porta al centro del manicomio dei banchieri centrali, che al momento è occupato dal vice-presidente della FED, Stanley Fischer, il quale la scorsa settimana ha rilevato che il mercato del lavoro degli Stati Uniti è "molto vicino alla piena occupazione."

Vediamo. Altri dati sul mondo del lavoro, e cosa abbiamo ottenuto? Più part-time, più "posti di lavoro" a bassa retribuzione, 102 milioni di adulti ancora senza lavoro, praticamente una non-crescita delle ore lavorate sin da gennaio.

Vale a dire, mancano ancora all'appello 1.4 milioni di "posti di lavoro da capofamiglia" negli Stati Uniti rispetto a quando nel gennaio 2001 Bill Clinton stava preparando le valigie per uscire dalla Casa Bianca.




Il punto chiave è questo: la dichiarazione di Fischer, "missione compiuta", a fronte di un evidente fallimento nella ripresa di Main Street, è una manovra puramente da paraculi.

La deflazione globale imminente e la recessione, proveranno che 93 mesi di ZIRP e $3,500 miliardi di QE sono stati un fallimento completo. Ma questo insopportabile keynesiano ha il coraggio di rivendicare un roboante successo prima che la più grande catastrofe monetaria della storia inizi la sua implosione inesorabile.

La fine dei giochi del settore bancario centrale keynesiano è davvero vicina. La follia di Draghi, Kuroda e Fischer sono più che un semplice preavviso.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/