Skip to main content
Condividi contenuti
Francesco Simoncellinoreply@blogger.comBlogger1125
Aggiornato: 2 ore 30 min fa

Comunicazione di Servizio Importante

Gio, 19/02/2015 - 10:29
E' da un po' che i lettori di questo blog mi consigliano di fare qualcosa in merito all'url con cui possono raggiungere questo spazio virtuale. Dopo aver valutato il potenziale raggiunto da Freedonia, ho deciso di investigare su come farlo e il risultato era più facile di quello che pensassi. Da oggi in poi potrete condividere i link di questo blog con un senso di leggerezza mai sperimentato prima d'ora. Le titubanze concernenti lo pseudonimo con cui mi sono presentato al grande pubblico finiscono oggi.

Infatti se prima raggiungevate questo spazio virtuale digitando johnnycloaca.blogspot.it, da oggi dovrete farlo digitando:


francescosimoncelli.blogspot.it


Ovviamente se vorreste leggere quanto di nuovo ho pubblicato e scopriste che Blogspot vi rimanda ad una pagina in cui si afferma l'inesistenza del mio blog, vi siete scordati di aggiornare i segnalibri del vostro browser. Fatelo quindi già da adesso, appena finite di leggere questa nota.

Comunicazione di servizio importante

Mer, 18/02/2015 - 15:00
E' da un po' che i lettori di questo blog mi consigliano di fare qualcosa in merito all'url con cui possono raggiungere questo spazio virtuale. Dopo aver valutato il potenziale raggiunto da Freedonia, ho deciso di investigare su come farlo e il risultato era più facile di quello che pensassi. Da domani in poi potrete condividere i link di questo blog con un senso di leggerezza mai sperimentato prima d'ora. Le titubanze concernenti lo pseudonimo con cui mi sono presentato al grande pubblico finiranno domani.

Infatti se prima raggiungevate questo spazio virtuale digitando johnnycloaca.blogspot.it, da domani dovrete farlo digitando:

francescosimoncelli.blogspot.it


Ovviamente se domani vorreste leggere quanto di nuovo ho pubblicato e scopriste che Blogspot vi rimanda ad una pagina in cui si afferma l'inesistenza del mio blog, vi siete scordati di aggiornare i segnalibri del vostro browser. Fatelo quindi già da adesso, appena finite di leggere questa nota.

Attenzione all'illusione monetaria che distruggerà la vostra ricchezza

Mer, 18/02/2015 - 11:09




di James Rickards

[Il concetto di "illusione monetaria" è già stato discusso da Jim Rickards su queste pagine. Allora l'ha trattato solo di sfuggita. Oggi, invece, ne approfondisce i risvolti e spiega perché rappresenti un pericolo per l'economia e per la sicurezza della vostra ricchezza. Leggiamo...]


Quando pensiamo ad un'illusione monetaria, di solito ci viene in mente un prestigiatore che fa uscire $100 da un cappello che un momento prima era vuoto. In realtà l'illusione monetaria è un concetto di lunga data che ha un significato rilevante se si è un risparmiatore, un investitore o un imprenditore.

L'illusione monetaria è un trucco, ma non uno di quelli che si vedono sui palchi. Si tratta di uno stratagemma con cui le banche centrali possono distorcere l'economia e distruggere la vostra ricchezza.

L'illusione monetaria inganna gli individui e li porta a confondere prezzi reali e prezzi nominali. Le persone finiscono per ignorare l'inflazione. Gli esempi sono ovunque.

Supponiamo che voi siate un ingegnere edile che lavora per una società di gestione immobiliare e guadagnate $100,000 l'anno. Immaginate ora di ottenere un aumento del 2%, così da guadagnare $102,000 l'anno. La maggior parte delle persone direbbe di stare meglio. Ma se l'inflazione fosse del 3%, il reddito di $102,000 varrebbe solo $98,940 rispetto al punto di partenza.

Avete ricevuto $2,000 d'aumento in termini nominali, ma avete subìto un taglio di stipendio da $1,060 in termini reali. La maggior parte delle persone direbbe di stare meglio grazie all'aumento, ma in realtà starebbe peggio perché ci perderebbe in potere d'acquisto. La differenza tra la vostra percezione e la realtà è un'illusione monetaria.

L'impatto dell'illusione monetaria non si limita a salari e prezzi. Si estende a qualsiasi flusso di cassa, compresi i dividendi e gli interessi. Si estende ai prezzi di asset come azioni e obbligazioni. Qualsiasi aumento nominale deve essere al netto dell'inflazione se si vuole smascherare l'illusione monetaria.

Il concetto di illusione monetaria, come soggetto di studio economico e di politica, non è una novità. Nel 1928 Irving Fisher, uno dei più famosi economisti del XX secolo, scrisse un libro intitolato The Money Illusion. Il concetto di illusione monetaria può essere fatto risalire al saggio di Richard Cantillon del 1730, Essay on Economic Theory, anche se Cantillon non usò esattamente quell'espressione.

Gli economisti sostengono che l'illusione monetaria non esiste. Secondo loro, invece, le decisioni vengono prese in base alle "aspettative razionali". Questo significa che una volta che si percepisce l'inflazione, o ce la si aspetta in futuro, si sconterà il valore del proprio denaro e lo si investirà o spenderà in base al suo valore intrinseco atteso.

Come accade gran parte delle volte nell'economia moderna, questo punto di vista funziona meglio a scuola piuttosto che nel mondo reale. Gli esperimenti dei comportamentisti dimostrano che un taglio del 2% dei salari, con un livello dei prezzi inalterato, viene considerato "ingiusto". Un aumento del 2%, invece, con un'inflazione al 4%, è considerato "giusto".

In realtà i due risultati sono economicamente identici in termini di potere d'acquisto. Il fatto che la gente preferisca un aumento piuttosto che un taglio dello stipendio, porta ad ignorare che l'inflazione rappresenta l'essenza dell'illusione monetaria.

L'importanza dell'illusione monetaria va al di là del mondo accademico e degli esperimenti delle scienze sociali. I banchieri centrali utilizzano l'illusione monetaria per trasferire ricchezza da voi — risparmiatori e investitori — ai debitori. Lo fanno quando l'economia non cresce perché c'è troppo debito. I banchieri centrali cercano di usare l'inflazione per ridurre il valore reale del debito e dare ai debitori un certo sollievo nella speranza che essi possano spendere di più facendo riprendere l'economia.

Naturalmente questa forma di sollievo va a scapito dei risparmiatori e degli investitori che vedono declinare il valore dei propri asset. Facciamo un altro esempio per capire il punto.

Supponiamo che un debitore nel 2007 abbia acquistato una casa da $250,000 con un acconto di $50,000 e un mutuo da $200,000 con un tasso teaser basso. Oggi la casa vale $190,000, un calo del 24% in valore, ma il mutuo è ancora di $200,000 perché il tasso teaser non prevedeva l'ammortamento.

Questo proprietario risulta "sommerso" — il valore della sua casa vale meno del mutuo che sta pagando — e in risposta alla sua condizione ha ridotto la sua spesa. In questo scenario supponiamo che ci sia un altro individuo, un risparmiatore senza mutuo e che abbia $100,000 in banca i quali non ricevono alcun interesse a causa della ZIRP della FED.

Supponiamo che il governo approvi una legge con cui vengono confiscati $15,000 al risparmiatore affinché siano consegnati al debitore in modo che possa ripagare il suo mutuo. Ora il risparmiatore si ritroverà solo $85,000 in banca, ma il debitore avrà una casa da $190,000 con un mutuo di $185,000 e una prospettiva futura più luminosa.

Il risparmiatore starà peggio e il debitore starà meglio, il tutto grazie al trasferimento di $15,000. Gli americani considererebbero gravemente iniqua questa legge, e i politici che l'avrebbero approvata verrebbero inseguiti coi forconi.

Ora supponiamo lo stesso scenario, ma questa volta diciamo che per cinque anni la Federal Reserve abbia supervisionato un tasso di inflazione del 3%, per un totale del 15%. Il risparmiatore possiederebbe ancora i $100,000 in banca, ma in potere d'acquisto ora varrebbero solo $85,000 a causa dell'inflazione.

Il mutuatario avrebbe ancora un mutuo da $200,000, ma il peso del debito sarebbe solo di $170,000 in termini reali al netto dell'inflazione. Meglio ancora, il valore della casa potrebbe aumentare di $28,000 se va di pari passo con l'inflazione, portandola ad un valore di $218,000 e dando di nuovo al debitore un equity positivo.

I due casi sono economicamente identici. Nel primo caso, il trasferimento di ricchezza si ottiene attraverso il sequestro e nel secondo caso il trasferimento di ricchezza si ottiene con l'inflazione. Il risparmiatore sta peggio e il debitore sta meglio in entrambi i casi. Mentre la confisca è considerata politicamente inaccettabile, l'inflazione al 3% l'anno viene a malapena notata. In effetti, l'inflazione è una tassa nascosta utilizzata per trasferire ricchezza dai risparmiatori ai debitori senza il mal di testa politico di un vero e proprio aumento delle tasse.

Perché le banche centrali, come la FED, perseguono politiche di illusione monetaria? La risposta coinvolge un'altra teoria accademica che non ha riscontri nel mondo reale. La FED ritiene che i debitori sommersi siano ad un livello di reddito inferiore rispetto ai risparmiatori e agli investitori. Questo significa che il debitore dispone di quella che viene chiamata "propensione marginale al consumo più alta", o PMC.

La PMC misura quanto una persona spende per ogni dollaro di ricchezza che guadagna. Se si guadagnano $1,000 e si decide di spenderne $50, la PMC sarà del 5%. Se non si spende nulla dopo aver guadagnato altri $1,000, la PMC sarà dello 0%.

La teoria accademica afferma che i debitori più poveri hanno una PMC superiore rispetto ai risparmiatori ricchi. Ciò significa che se l'inflazione trasferirà ricchezza dai risparmiatori ai debitori, la spesa totale salirà perché i debitori potranno spendere più denaro rispetto a quanto avrebbero speso i risparmiatori. Si dice che ciò vada a beneficio dei debitori e dei risparmiatori, perché i primi guadagnano da una ricchezza maggiore, mentre i secondi guadagnano da una spesa complessiva maggiore sottoforma di posti di lavoro, entrate commerciali e prezzi delle azioni. Tutto questo renderebbe l'inflazione un effetto esclusivamente vincente.

Questa teoria suona bene, ma ha gravi difetti. Considerando alla stessa stregua tutti i risparmiatori, la teoria non riesce a distinguere tra i risparmiatori veramente ricchi e i risparmiatori della classe media. Può anche essere vero che se siete un risparmiatore molto ricco, avete una PMC molto bassa. Se state spendendo una certa quantità di denaro in vacanze e vini buoni e la FED ruba parte dei vostri risparmi attraverso l'inflazione, è probabile che spenderete lo stesso ammotnare in vacanze e vini buoni.

Ma se fate parte della classe media che sta arrancando tra coniugi disoccupati, costi scolastici dei figli, assistenza sanitaria e tasse sulla proprietà più elevate, il risparmio e gli investimenti sono un'àncora di salvezza che non potete permettervi di perdere. Se i risparmi sono erosi dall'inflazione, il dolore economico reale crescerebbe e potreste tagliare la spesa. Non esistono pasti gratis.

Cantillon nel 1730 evidenziò un difetto ancora più insidioso nel ragionamento della banca centrale. Disse che l'inflazione non si muove in modo uniforme nell'economia. Si muove con ritardi, qualcosa che anche Milton Friedman disse negli anni '70. L'inflazione, secondo Cantillon, si muove in cerchi concentrici da un piccolo nucleo di persone ad un gruppo sempre più ampio di individui.

Pensate alle onde che si sviluppano quando gettate un sasso in uno stagno. Cantillon disse che i ricchi e i potenti sono nel cerchio interno e vedono per primi l'inflazione. Questo dà loro il tempo di prepararsi. La classe media si trova nei cerchi esterni e vede l'inflazione più tardi. Sono le vittime di un potere d'acquisto perduto.

Questo Effetto Cantillon spiega il perché gli investitori facoltosi, come Warren Buffett, stanno comprando hard asset come ferrovie, petrolio e gas naturale che conserveranno valore quando l'inflazione colpirà. Oggi le misure ufficiali dell'inflazione sono basse, ma quelli nel cerchio interno l'hanno già vista arrivare, proprio come disse Cantillon.

Se siete in quei cerchi più grandi, è possibile che vogliate rimanere con portfoli contenenti azioni e obbligazioni il cui valore verrà diluito dall'inflazione. Potreste non accorgervene finché non sarà troppo tardi. L'illusione monetaria inganna gli investitori.

L'illusione monetaria ha quattro fasi. Durante la prima fase la bance centrale getta le basi dell'inflazione, ma la maggior parte degli investitori non lo nota. Questa è la fase "euforica", dove le persone contano i loro guadagni nominali ma non vedono attraverso l'illusione.

La fase due è quando l'inflazione diventa più evidente. Gli investitori apprezzano ancora i loro guadagni nominali e presumono che l'inflazione sia temporanea e che le banche centrali "abbiano tutto sotto controllo".

La terza fase è quando l'inflazione comincia a scappare di mano e le banche centrali perdono il controllo. L'illusione svanisce. Il risparmio e altri flussi finanziari a reddito fisso, come le assicurazioni, le rendite e gli assegni pensionistici, perdono rapidamente valore. Se sarete in possesso di hard asset prima della terza fase, verrete risparmiati... altrimenti sarà troppo tardi perché i prezzi degli hard asset schizzeranno in alto prima che l'illusione monetaria possa svanire completamente.

Infine la quarta fase prevede una biforcazione. Una strada porta all'iperinflazione, come nella Germania di Weimar o nello Zimbabwe. In tal caso il denaro cartaceo e i flussi di cassa vengono distrutti e nascerà una nuova moneta dalle ceneri di quella vecchia. L'alternativa è la terapia d'urto che Paul Volcker impose nel 1980. In tal caso vengono lasciati aumentare i tassi di interesse fino al 20% per uccidere l'inflazione... ma nel processo si rischierà di uccidere l'economia.

In questo momento siamo alla fine della fase uno, avvicinandoci alla seconda. L'inflazione è presente in piccole dosi e la gente se ne accorge a malapena. I risparmi vengono confiscati lentamente, ma gli investitori sono ancora confortati dalle bolle speculative in azioni e negli immobili. Siate furbi e cominciate a comprare qualche assicurazione contro l'inflazione sotto forma di hard asset prima che la fase tre mandi il prezzo di tali beni alle stelle.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


La tragedia europea e le conseguenze per l'oro

Mar, 17/02/2015 - 11:06
Il braccio di ferro tra Grecia e BCE continua, ma entrambe sanno di aver bisogno l'una dell'altra. Il tango europeo si balla in due. La Grecia ha bisogno di credibilità e denaro gratis se vuole rimanere a galla con l'assetto economico/finanziario attuale e la BCE non può permettersi che il Paese ellenico mandi nel panico il resto del mercato obbligazionario europeo. Infatti i polli che si sono fatti fregare dal bluff dello zio Mario, ovvero, che avrebbe fatto di tutto per salvare la zona Euro, potrebbero innervosirsi all'idea  di aver acquistato pattume obbligazionario che invece non verrà affatto monetizzato. Rompere una promessa oggi potrebbe essere estremamente "pericoloso" per i pianificatori centrali monetari. Le banche centrali del mondo, attraverso i loro continui interventi, si sono cacciate in un angolo dal quale non possono più uscire. Le loro opzioni di azione si affievoliscono sempre di più ogni volta che lanciano un ulteriore giro di interventi. Quindi è probabile che trovino un compromesso. Finora, infatti, è stata la credibilità della BCE e dei Paesi del nord Europa che ha permesso alla baracca di reggere. Essi hanno prestato risorse ai Paesi del sud fiscalmente irresponsabili che hanno fatto l'unica cosa che sanno fare: continuare ad essere fiscalmente irresponsabili. Se adesso la Grecia riuscirà a staccare un compromesso smetterà di essere fiscalmente irresponsabile? No, non può in queste condizioni. Lo stesso vale anche per Italia e Spagna, ad esempio. Se, invece, il risultato degli attuali negoziati sarà un "Grexit", state pur certi che i mercati saranno presto invasi da una caterva di titoli di stato europei che la BCE sarà costretta a raccattare qua e là. Non scordiamoci però che parecchie banche europee e aziende hanno anche debiti denominati in dollari, e in caso di insolvenza ciò si ritorcerebbe contro lo zio Sam (l'interconnessione finanziaria odierna è abnorme). La FED quindi dovrebbe tornare ad "essere generosa" ricorrendo all'utilizzo di swap di liquidità con l'euro. La speranza degli eurocrati sarebbe quella di salvare banche e grandi aziende e permettere loro di "risanare" i loro bilanci prorogando la ZIRP. Questa stessa strategia ci ha condotto sull'orlo del baratro che stiamo guardando oggi. Questa stessa strategia ha creato le massicce distorsioni presenti nei mercati finanziari di oggi. Questa stessa strategia farà perdere il controllo ai banchieri centrali.
___________________________________________________________________________________


di Alasdair Macleod


Nonostante le incertezze dopo le elezioni greche, la Banca Centrale Europea (BCE) è andata avanti e ha annunciato un quantitative easing (QE) da €60 miliardi al mese da marzo di quest'anno fino al settembre 2016.

Ciò che rende interessante questa situazione è la crescente evidenza che il QE non stimolerà la ripresa economica. Anche Jaime Caruana, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali e che sarebbe una sorta di banchiere centrale dei banchieri centrali, ha espresso pubblicamente profonde riserve sul QE. Tuttavia la BCE continua per la sua strada.

I keynesiani alla BCE non hanno le idee chiare. Non sono capaci di rispondere ai punti di Caruana, additando qualsiasi teoria economica diversa dalla loro come "religione" e ignorando l'evidenza empirica dei fallimenti delle politiche keynesiane. Invece sono andati nel panico di fronte allo spettro di una bassa inflazione dei prezzi, al continuo calo dei prestiti bancari nell'Eurozona e al calo dei prezzi delle materie prime. Secondo loro questa è una situazione che può essere risolta solo con uno stimolo monetario della domanda aggregata attraverso un aumento della spesa in deficit.

Questo ragionamento è alla base della presunta soluzione della BCE, la quale coinvolgerà le banche centrali nazionali della zona Euro affinché puntellino le finanze dei propri governi nazionali.

La maggiore socializzazione delle economie più deboli della zona Euro, in particolare Francia, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo, porterà inevitabilmente ad una distruzione economica. Il QE trasferisce sempre ricchezza dai risparmiatori agli speculatori finanziari e, in generale, a tutti coloro che ricevono per primi la moneta di nuova creazione. In definitiva, viene considerato un bene per l'economia l'impoverimento della classe media e la spoilazione dei suoi risparmi a beneficio di pochi eletti.

Le banche commerciali saranno costrette a finanziare i rispettivi governi invece di concedere prestiti alle imprese private. Questo è inevitabile fintanto che il Meccanismo di Vigilanza Unico (il regolatore bancario paneuropeo) scoraggia, con un certo zelo, le banche a concedere prestiti a soggetti diversi da governi e agenzie governative. Quindi l'unico vantaggio per l'occupazione verrà soltanto da programmi statali. In caso contrario la disoccupazione aumenterà inevitabilmente, poiché la percentuale di PIL ricoperta dagli stati crescerà a spese dei settori privati mentre il denaro e il credito bancario si sposteranno dai primi ai secondi: questa è la lezione inequivocabile della storia.

E' possibile che approvare un finanziamento pubblico da parte delle banche centrali nazionali possa comprare la fedeltà del governo greco. Sarà difficile per questo governo rinunciare a denaro gratis, per quanto possa essere arrabbiato per l'austerità imposta. Ma questa non è certo una giustificazione per una politica monetaria a livello della zona Euro. Mentre per il governo greco potrebbe essere più facile placare i suoi elettori grazie ad una politica monetaria espansiva attraverso la Banca di Grecia, i tedeschi ne saranno inorriditi. Si può pensare che il QE della BCE sollevi la Germania dal dover fornire gran parte dei finanziamenti nei confronti della periferia della zona Euro, e che i tedeschi siano quindi meno propensi ad opporsi al QE della BCE. In realtà non è così, perché la BCE è solo la parte visibile di un euro-sistema più ampio, il quale include le banche centrali nazionali con tutte le loro potenziali passività.

Il principale costo nascosto per la Germania arriva dal sistema TARGET2, che dovrebbe mostrare solo squilibri minori. Questo era vero prima della crisi bancaria, ma sin da allora gli importi dovuti dalle nazioni meridionali deboli a quelle del nord più forti sono cresciuti a dismisura, in particolare quelli dell'Italia. Oggi l'intero sistema TARGET2 grava sulle spalle dei tedeschi e dei lussemburghesi. Alla Bundesbank tedesca sono dovuti €461 miliardi, una cifra che è destinata ad aumentare poiché i saldi negativi dei debitori continueranno ad accumularsi.



L'effetto sulla valuta

La conseguenza immediata del QE della BCE è stata quella di indebolire l'euro rispetto al dollaro statunitense, e soprattutto, ha costretto il franco svizzero a staccare il suo peg. L'improvvisa rivalutazione del franco svizzero ha generato perdite significative per gli istituti finanziari che erano posizionati short sul franco e long sull'euro, il più importante carry trade in Europa con molti mutui in Europa centrale e orientale denominati in franchi svizzeri. Le elezioni greche hanno prodotto un ulteriore problema: corse agli sportelli bancari. Senza dubbio sia il suddetto carry trade sia i problemi bancari greci possono essere risolti o insabbiati, ma problemi come questi rischiano di indebolire ulteriormente la fiducia internazionale nell'euro, in particolare rispetto al dollaro statunitense, costringendo la FED a rinviare ancora una volta il giorno in cui permetterà ai tassi di interesse di salire.

Questo è stato l'argomento di discussione nell'ultimo meeting del FOMC. Affermazioni come "la Commissione pensa che si possa pazientare prima di normalizzare l'orientamento della politica monetaria" sono indicative di una posizione difensiva o una mancanza di volontà, o entrambe le cose. Tuttavia è evidente che nonostante la linea ufficiale, l'economia degli Stati Uniti è tutt'altro che "in crescita ad un ritmo solido" (parole del FOMC) e gli eventi esterni non stanno affatto aiutando. A conferma di ciò è necessario guardare al rallentamento della produzione cinese.



Le conseguenze per l'oro

Fino ad ora le banche centrali hanno limitato la politica monetaria ad una gestione dell'economia nazionale; questa situazione si sta evolvendo in svalutazioni competitive internazionali. Ora le banche centrali di due delle principali valute, lo yen e l'euro, hanno intenzione di indebolire ulteriormente le loro divise rispetto al dollaro. Anche la sterlina, essendo legata all'euro attraverso il commercio, dovrebbe indebolirsi. A queste possiamo aggiungere la maggior parte delle valute minori, che sono già calate nei confronti del dollaro e continueranno su questa strada. L'obiettivo di un'inflazione al 2% diventerà più remota, e ciò rinvierà la fine della ZIRP. Da tutti i punti di vista, quindi, le svalutazioni competitive dovrebbero rappresentare una buona notizia per i prezzi dell'oro.

Per il momento l'oro sta iniziando a salire nei confronti di tutte le principali valute, compreso il dollaro statunitense, con il prezzo al di sopra della media mobile a 200 giorni e 50 giorni. Rispetto ai suoi minimi, l'oro è salito del 13% rispetto al dollaro, del 18% rispetto alla sterlina, del 30% rispetto all'euro e del 32% rispetto allo yen. L'aumento rispetto alle valute più deboli dei mercati emergenti è corrispondentemente maggiore, giustificando pienamente la cautela degli asiatici nei confronti delle valute fiat come beni rifugio.

Sappiamo che negli ultimi due anni la domanda asiatica per i lingotti d'oro ha assorbito tutta la produzione mineraria, quella proveniente dai rottami e quella proveniente dalle vendite estere. In effetti, il mercato orso dell'oro è stato un processo di redistribuzione dalle mani occidentali (deboli) a quelle orientali (forti). Quindi se ci sarà una ripresa della domanda fisica da parte della popolazione in queste economie avanzate, è difficile vedere come possa essere soddisfatta ai prezzi correnti.

Il prezzo dell'oro è un segnale precoce di futuri problemi monetari e valutari, e ora sta diventando evidente come essi possano trasparire. La mossa della BCE di dare denaro gratis a politici dissoluti rischia di avere conseguenze importanti ben oltre l'Europa, e insieme alle azioni della Banca del Giappone, si può prevedere un rinnovato aumento della domanda di oro fisico nelle economie avanzate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Le scimmie dello stimolo monetario stanno urlando e i banchieri centrali stimolano un asino che non vuole bere

Lun, 16/02/2015 - 11:11




di David Stockman


Siete mai stati allo zoo quando le scimmie cominciano a dimenarsi nelle loro gabbie e a strillare all'unisono? Questa immagine mentale vi aiuterà a capire quello che è successo nelle ultime 24 ore. A pochi minuti dall'annuncio, gli "economisti" già brindavano al nuovo programma di acquisto di bond della BCE, il che significa che i giocatori d'azzardo che hanno tirato giù il rendimento del decennale italiano (dal 7.5% al 1.72%), oltre a quello delle altre nazioni della periferia, avrebbero ottenuto un altro regalino.

Poi, alle 2 di pomeriggio, il riferimento piuttosto vago nella riunione della FED circa i venti contrari provenienti dalla debolezza economica in Europa, è stato interpretato dalla società di PR della FED, Hilsenramp e Blackstone, come un'istruzione esplicita a Draghi et. al. affinché accendessero le stampanti monetarie.

Ma alle 8 di sera è arrivato lo strillo scimmiesco di Charles Evans, il quale ha passato gli ultimi 24 anni nella gabbia della FED di Chicago — dopo essere stato addestrato nella complessità dei mercati monetari e dei capitali presso l'Università della South Carolina.

Non importa il quadro ottimistico che emerge dalla macroeconomia e che viene dipinto nelle note della riunione, ha detto Evans, consentire un aumento dei tassi del mercato monetario, ancorati allo zero da 73 mesi, sarebbe una "catastrofe".

Dal momento che Evans ha un voto quest'anno e Bullard no, è evidente che le scimmie sono intercambiabili. Ma in quale altro modo si potrebbe descrivere il balbettìo incomprensibile dei banchieri centrali di tutto il mondo, e quello di economisti, strateghi e bagarini che lo amplificano?

Ci sono prove schiaccianti in base alle quali la stampa sconsiderata di denaro del decennio passato non ha affatto generato una crescita sostenibile del tenore di vita e della ricchezza reale. Eppure le scimmie continuano a dimenarsi nella gabbia, richiedendo più ZIRP (e ora N-ZIRP) e un'acquisto più fraudolento di debito pubblico con credito fiat uscito dalle stampanti monetarie.

Analizziamo alcune prove evidenti di suddetto fallimento. La mecca del welfare state che comprende gli UE-19, per esempio, ha bisogno come minimo di una certa crescita della produzione industriale per sostenere l'enorme spesa statale, la ridistribuzione e l'indebitamento dei suoi paesi membri. Ma ecco, non vi è stato alcun aumento netto della produzione industriale sin dal 2001.


Produzione Industriale Eurozona

Quattordici anni gettati a mare non possono essere dovuti alla voglia di seguire la ricetta de jour. Piuttosto che il rigore, la zona Euro ha fatto registrare una grande espansione monetaria e dell'inflazione. Anche preso a valore nominale, il bilancio della BCE è 2.6x la sua dimensione nel 2004 — anno in cui la produzione industriale degli UE-19 era esattamente al livello di oggi.

Quindi il bilancio della banca centrale è cresciuto ad un CAGR del 10.5% negli ultimi dieci anni, mentre la produzione industriale è aumentata ad un CAGR dello 0.0%. Una stampa di denaro a doppia cifra non è sufficiente?




Beh, in realtà, nemmeno il 15% era sufficiente per tirare la produzione industriale europea fuori dal piattume in cui è finita. La verità è che il bilancio della BCE non si è affatto sgonfiato dal suo picco del 2012 a €3.1 bilioni. La differenza è semplicemente parcheggiata fuori bilancio in hedge fund e sui conti di trading delle banche europee che hanno preso sul serio il "whatever it takes" di Draghi.

Perché non affittare il bilancio alla BCE per staccare enormi guadagni dai bond dei Paesi periferici della zona Euro ormai in bancarotta? E poi, per completare il quadro, perché non finanziare i bond con depositi a costo zero imposti da Francoforte mentre si mantiene il dito sul pulsante "vendere" per il giorno in cui Draghi sarà costretto a tenere fede alla sua promessa?

Detto in modo diverso, questi sono i motivi per gli strilli di ieri. Si annunciava solamente che il bilancio della BCE è in realtà di $3.5 bilioni al tasso FX di oggi, e che gli affittuari del bilancio erano molto grati per l'ICP negativo.

Allo stesso modo, non si può dire che la produzione industriale piatta della zona Euro sia stata causata dalla "low-flation", per non parlare dell'inflazione negativa. In realtà, l'indice ICP armonizzato dell'UE era a 88.58 nel gennaio del 2000 ed era a 117.7 a dicembre 2014. Questo equivale esattamente ad un CAGR dell'1.9%. Non è possibile ottenere un target di inflazione più vicino a questo in base a quello impostato arbitrariamente dalla BCE. Quindi dov'è la crescita? Perché l'elisir prodigioso della stampa di denaro e dell'inflazione non ha affatto generato una crescita netta nella produzione industriale della zona Euro?


ICP Armonizzato Eurozona

In realtà, il quadro reale è molto peggio. Rispetto al 2000 quasi ogni Paese dell'EU-19 ha visto ridursi la propria produzione industriale, tranne la Germania; e gran parte dei guadagni di quest'ultima sono stati realizzati grazie all'esplosione delle esportazioni verso la Cina, soprattutto macchinari. La produzione industriale attuale in Francia, ad esempio, è ancora il 12% al di sotto di quella ad inizio secolo. Nel caso dell'Italia, la produzione è diminuita del 24%.





Ovviamente c'è una ragione per la stagnazione economica dell'Europa, e non ha niente a che fare con una stampa di denaro insufficiente da parte della BCE. I colpevoli sono il "picco del debito" e l'espansione inarrestabile delle barriere statali nei confronti di imprese, investimenti e crescita economica.

Nel caso del primo, il grafico qui sotto non ha bisogno di ulteriori elaborazioni. Negli ultimi due decenni, e in particolare con l'arrivo della moneta unica nel 1999 e la condivisione dei tassi di interesse tedeschi in tutto il continente, il settore privato della zona Euro si è strafogato di prestiti. I prestiti bancari al settore privato sono saliti del 3.5x durante il periodo sopracitato, crescendo ad un CAGR del 7.0% per venti anni consecutivi.

Ciò che è accaduto due anni fa, dopo il raggiungimento del picco, è evidente. L'Europa è a corto di mutuatari meritevoli di credito — anche a tassi bancari alcuni punti sopra il LIBOR. In breve, le famiglie e le imprese in Europa sono sommerse di debito fino al collo.

La stampa di denaro da parte della BCE sarà quindi inutile per queste categorie, ma non per gli speculatori fast money e i loro compari nelle bische dei vari stati europei. Vale a dire, il debito pubblico sarà sequestrato nei caveau della BCE, mentre i giocatori d'azzardo raccoglieranno i bei guadagni sui titoli di stato che hanno affittato sul mercato repo.




Anche se la spesa e gli investimenti del settore privato hanno raggiunto il picco del debito, e quindi sono costretti a rimanere entro i limiti sostenibili delle loro entrate, il settore statale sta allegramente sprofondando nel debito. Vale a dire, mentre i paesi della zona Euro hanno cercato disperatamente di frenare il loro debito pubblico, hanno fatto ricorso ad ingenti aumenti delle tasse, portando la pressione fiscale ad un massimo storico di quasi il 47% del PIL.


Peso delle Tasse sul PIL Eurozona (%)

Eppure è quasi una certezza che i tax rate aumenteranno ancora di più, poiché il rapporto debito pubblico/PIL è schizzato in alto. Non sorprende, quindi, che le famiglie e le imprese già sature di debiti non siano desiderose di ingolfarsi con altro debito. Gli stampatori presso la BCE stanno cercando di spingere verso il fiume un asino che non vuole bere; inoltre i loro sforzi saranno completamente vanificati da un carico fiscale crescente che ha già schiacciato le aziende e il mondo del lavoro in gran parte del continente.


Debito Pubblico in % del PIL Eurozona

Ma la BCE non è sola. La Federal Reserve ha cercato di fare la stessa inutile cosa sin dall'inizio della crisi finanziaria nel 2008. Il fatto è che non esiste alcun processo economico magico attraverso il quale la politica monetaria della banca centrale viene trasmessa al settore privato. Si tratta solo di espansione del credito, e la spinta a spendere è un evento unico e irripetibile mentre i bilanci vengono gonfiati dalla leva finanziaria.

Ma negli Stati Uniti tutto questo è ormai finito, e anche per la maggior parte dei mercati emergenti. Nel caso delle famiglie americane, l'unica crescita del debito si è verificata nei prestiti agli studenti e in quelli per le automobili. Sappiamo già come andranno a finire.

Inoltre l'esplosione dei prestiti studenteschi a quasi $1.2 bilioni non ha mai riguardato i prestiti in quanto tali; si trattava di servitù a vita a causa di un debito. Non sorprende, quindi, se il tasso dei default ha già superato il 30% ed è in rapido aumento.

La vera storia riguardante l'indebitamento delle famiglie viene riassunta nel grafico qui sotto. Il "picco del debito" è stato raggiunto nel 2008, quando il credito totale alle famiglie ha raggiunto quasi il 220% dei salari — quasi 2.5 volte il rapporto storico e sostenibile prima degli anni '80. Sin dalla crisi finanziaria gli indici di indebitamento sono calati lentamente, ma hanno ancora tanta strada da fare.

Di conseguenza il settore delle famiglie USA sta andando per la sua strada. Cioè, il suo tasso di spesa è ora limitato ad un tiepido tasso di crescita del reddito; il trucco keynesiano dell'inflazione del credito è finito.




Anche il canale di trasmissione della politica monetaria al settore imprenditoriale non è più funzionante. Il credito totale alle imprese (corporazioni e non) è salito di quasi il 30% dal picco pre-crisi, passando dagli $11 bilioni nel 2007 ai $14 bilioni di adesso.

Ma la quota predominante di tale aumento è finita nell'ingegneria finanziaria, investimenti di capitale non produttivi. E questo è il risultato dei 75 mesi di ZIRP e della massiccia espansione del bilancio della FED. Queste politiche rovinose hanno provocato una vera e propria esplosione dell'inflazione dei prezzi di asset rischiosi, mentre hanno trasformato gli investitori in bestie assetate di rendimenti.

Non sorprende se con l'S&P 500 ai minimi post-crisi, i riacquisti di azioni e le operazioni di leveraged buyout abbiano notevolmente superato gli utili scaturiti dagli investimenti di capitale e dal comparto Ricerca & Sviluppo. Questi investimenti sono stati evitati per un motivo logico: devono competere in un mondo che è saturo di capacità in eccesso e di investimenti improduttivi a causa della repressione finanziaria delle banche centrali e i falsi prezzi nei mercati finanziari.

Come mostrato nel grafico seguente, negli ultimi sei anni l'aumento totale del CapEx e del comparto Ricerca & Sviluppo per l'S&P 500 è stato di $180 miliardi o meno del 4% annuo. Ma metà di tale cifra — $90 miliardi — è stata contabilizzata in guadagni nel settore dell'energia, e in particolare in quello dell'olio di scisto.

A parte l'anomalia del settore dell'energia, che è stata alimentata dalla bolla della Cina (rispecchiata nel prezzo del petrolio a $100/bbl.) e da un'orgia di emissioni di debito spazzatura, il tasso di crescita della spesa per investimenti nel resto dell'economia è stato di un trascurabile 2.5% annuo. Giusto. Dopo l'aggiustamento all'inflazione, gli investimenti nel settore non energetico sono risultati inferiori all'1% annuo.




Inutile ricordare che dal 2007 il bilancio della FED è aumentato di cinque volte — da $900 miliardi a $4.5 bilioni. E dopo la ZIRP e il QE cos'è cambiato? Beh, c'è stato un falso boom nell'olio di scisto a causa del prezzo del petrolio artificialmente alto e del debito spazzatura eccessivamente a buon mercato (che ormai si sta frantumando violentemente); una crescita minuscola negli investimenti di quelle imprese al di fuori del settore energetico; e un settore delle famiglie che rimane inchiodato a causa del picco del debito.

L'asino non vuole bere!

E per quanto riguarda la promessa keynesiana di una "velocità di fuga" e di un "disaccoppiamento" negli Stati Uniti? Prendete ad esempio quella crescita del PIL al 5% registrata nel terzo trimestre, sottraete le vendite di auto alimentate da prestiti sub-prime, e questo è quello che ottenete: il PIL reale si è espanso ad un tasso del 2.3% nel corso dei quattro trimestri precedenti. Questo è lo stesso tasso che abbiamo visto nel terzo trimestre del 2013, e inferiore a quello registrato nel terzo trimestre del 2012.

Non c'è stata alcuna accelerazione della crescita o "velocità di fuga". Le manipolazioni della FED stanno generando solo un'altra bolla finanziaria gigantesca.

Quando questa bolla scoppierà, per la terza volta in questo secolo, Main Street ne subirà ancora una volta le conseguenze. Infatti le macchinazioni della FED non solo sono inutili; sono anche rovinose a causa del loro effetto finale.

Sì, quelli che stiamo sentendo sono gli strilli delle scimmie che si agitano nelle loro gabbie. E il loro rumore terribile non smetterà tanto presto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Scacco matto alla riserva frazionaria

Ven, 13/02/2015 - 11:01




di Francesco Simoncelli


Ogni sistema, ogni istituzione, ogni garanzia, ha al suo interno quella componente o quella caratteristica che la esporrà fatalmente ad attacchi ai fianchi. Qualsiasi sistema è vulnerabile, nonostante la potenza e la supremazia che possa sfoggiare. Qualsiasi sistema può crollare. Questo a patto che si trovi il suo punto debole. Quale può essere un punto debole dell'attuale sistama politico/monetario? Ce ne sono molti a dire la verità e tutti saranno visibili una volta che il prezzo da pagare per mantenere vivo un apparato politico/monetario insostenibile diventerà troppo alto. Uno, ad esempio, è rappresentato dalle passività presenti non finanziate. Ovvero, i costi attuali a cui l'apparato statale non può far fronte. Se credete che lo stato possa essere paragonato ad un'impresa, allora dovete anche credere che esso possa avere una doppia contabilità. Le passività non finanziate degli stati sono debiti fuori bilancio che rappresentano la spada di Damocle che pende sulle loro teste sin da quando sono nati.

Essendo incapaci di produrre alcunché possono solo rivalersi sulla popolazione attraverso le tasse, depredando quindi il frutto del lavoro altrui, o possono prendere in prestito. Lo stato è un'istituzione sciocca. Prende in prestito a breve termine e spende a lungo termine. Non può fare altrimenti. Infatti, non avendo punti di riferimento all'interno del panorama economico, esso deve destreggiarsi con queste sue "armi" per rimanere a galla e barattare il futuro dei suoi sudditi col suo inutile presente. Nel perorare questa sua recalcitrante esistenza è costretto a ricorrere ad una serie infinita di trucchi contabili e artifizi finanziari in modo da poter sopravvivere un giorno in più. Non è in grado di recepire gli errori che commette. Anche se li intuisse, non potrebbe operare per correggerli pena un suo disfacimento. Lo stato è un'organizzazione che è in sintonia con la sua stessa natura predatoria, e non con la natura cooperativa del mercato.

In questo modo, ogni intervento con cui viene perturbato il panorama economico distorce progressivamente l'ambiente in cui gli attori economici svolgono i loro scambi. Si tenta presuntuosamente di voler indirizzare secondo i propri scopi un tessuto economico composto da miliardi di azioni individuali altamente mutevoli. Sebbene all'inizio si può osservare un certo conformismo ai dettami partoriti da coloro che vorrebbero portare a buon esito questo piano delirante, il mercato ci metterà poco ad aggiustarsi alle nuove regole e creerà i propri anticorpi per contrastare quelle informazioni artificiali che non hanno scopo in un ambiente libero ed onesto. Ciò scombussolerà i piani presumibilmente ben congeniati di coloro che pretendono di "sapere di più", costringendoli ad alzare la posta in gioco per cercare di tenere salde le loro briglie sull'ambiente economico che hanno deciso di dirigere.



SFRUTTARE IL PUNTO DEBOLE

Sebbene vogliano direzionare a loro piacimento un'economia composta da miliardi di persone, gli stessi pianificatori centrali immettono nel sistema quelle scappatoie che possono essere sfruttate per evadere da una prigione costituita da fragili sbarre. Nel libro To Build a Castle, Vladimir Bukovsky ci fornisce un esempio perfetto di come un sistema presumibilmente "perfetto" e inespugnabile abbia in realtà punti deboli (all'apparenza invisibili) che possono essere sfruttati in modo da farlo crollare. L'autore, infatti, venne incarcerato per un intero decennio all'interno di un gulag. Non si diede per vinto. Sapeva che non poteva scappare, quindi si adoperò per rendere la vita impossibile ai suoi carcerieri. Venne a conoscenza di una regola curiosa: ad ogni reclamo scritto, bisognava rispondere entro un mese. Qualunque funzionario non l'avesse fatto, sarebbe potuto incappare in qualche sanzione proveniente dai superiori.

Dovete capire che la burocrazia non ha parametri di efficienza, perché essa agisce in opposizione al mercato. L'unica cosa di cui ha paura una burocrazia è un taglio del budget. Quindi coloro che ne fanno parte faranno di tutto per rendersi "operosi". Il modo migliore per farlo è soffiare risorse e burocrati da altri reparti burocratici, in modo che chi si mette in mostra poi otterrà una promozione. Infatti, quando la burocrazia non può espandersi attraverso l'acquisizione di maggiori risorse economiche, lo fa a spese di un altro reparto burocratico. Ciò non era differente nei gulag, dove un burocrate solerte avrebbe potuto fare la spia e guadagnare punti a suo vantaggio mettendo, però, in cattiva luce un altro burocrate.

Quindi all'interno dei campi di detenzione c'era una certa attenzione alle regole. Bukovsky lo capì e lo sfruttò a suo vantaggio. Capì il punto debole di quella burocrazia: seguire le regole alla lettera. Organizzò una vera e propria catena di montaggio costituita da prigionieri che fabbricavano lettere di reclamo, invogliandone centinaia e centinaia a seguire il suo esempio. La burocrazia sovietica era letteralmente inasata di lettere di reclamo, le quali ragiungevano anche il migliaio al giorno. Fondamentale era la divisione del lavoro: “Al culmine della nostra guerra, ognuno di noi scriveva dalle dieci alle trenta lettere di reclamo al giorno. Comporne una trentina in un giorno non era facile, per cui ci dividevamo i compiti e ogni uomo scriveva un suo pensiero prima di farlo girare affinché tutti gli altri lo potessero copiare. Se ci sono cinque uomini in una cella e ogni uomo prende sei argomenti, ognuno di questi ha la possibilità di scrivere una trentina di denunce mentre egli stesso ne compone solo sei.”

Le lettere di reclamo erano destinate a singoli individui e organizzazioni importanti: i deputati del Soviet Supremo, gli amministratori regionali, gli astronauti, gli attori, i generali, gli ammiragli, i segretari del Comitato Centrale, i pastori, gli sportivi, ecc. La burocrazia sovietica era disperata. Ci rimetteva in premi e benefici. Sebbene i prigionieri venissero minacciati di violenza e spesso puniti fisicamente, la protesta avviata da Bukovsky crebbe e non vi fu modo di fermarla.

[...] Dopo che l'ufficio del carcere ha ricevuto le lettere di reclamo, e ne è letteralmente inondato, non sarà in grado di inviarle entro il termine dei tre giorni. Per aver sforato il termine, i burocrati che ne fanno parte verranno rimproverati e perderanno qualsiasi bonus che avrebbero potuto ottenere. Quando la nostra guerra era al suo culmine, il direttore del carcere convocò fino all'ultimo dipendente per dare una mano con questo lavoro -- bibliotecari, ragionieri, censori, istruttori politici, agenti di sicurezza.

Tutte le risposte alle lettere di reclamo e alle spedizioni dovevano essere registrate in un apposito libro, e doveva essere prestata un'attenzione rigorosa ai termini corretti. Dal momento che le lettere di reclamo seguivano un percorso complesso e dovevano essere registrate passo dopo passo, necessitavano di dossier e documenti propri. Alla fine tutti finivano in uno di questi due luoghi: l'ufficio del procuratore locale o il dipartimento locale del Ministero dell'Interno. Questi uffici non potevano tenere il passo con tale diluvio cartaceo e anche loro non potevano rispettare le scadenze, per cui anche loro venivano rimproverati e perdevano i loro bonus. La macchina burocratica veniva quindi costretta a lavorare a pieno regime e a trasferire la valanga di carta da un ufficio all'altro, seminando il panico nelle file del nemico. I burocrati sono burocrati, sempre ai ferri corti l'uno con l'altro; e spesso i nostri reclami diventavano vere e proprie armi nelle guerre intestine tra burocrate e burocrate, reparto e reparto. Questa storia è andata avanti per mesi e mesi, finché, alla fine, è entrato in gioco il fattore più potente di tutti nella vita Sovietica: la statistica. Il record statistico del campo di prigionia e dei campi regionali venne rovinato, e tutta la burocrazia ne soffrì.

LA RISERVA FRAZIONARIA

La storia dell'economia è piena di errori madornali, e uno dei peggiori è datato 1844. In quell'anno, a seguito dell'ennesima crisi economica in Inghilterra, Robert Peel propose l'approvazione di una legge che rendesse obbligatoria la redimibilità e la copertura in oro di ogni banconota presente sul mercato. In questo modo, si pensava, che la sequenza interminabile di boom e bust sarebbe finalmente terminata. Sebbene il Bank Charter Act del 1844 comprese giustamente che l'origine delle crisi economiche è da ritrovarsi nei cicli di espansione artificiale del credito, non estese suddetta obbligatorietà anche ai depositi a vista. Per questo motivo, fu un fallimento.

Come descrive il professor Huerta De Soto nel suo libro Money, Bank Credit and Economic Cycles, gli Scolastici della Scuola di Salamanca appresero questa lezione circa 500 anni fa quando dimostrarono come i chirographis pecuniarum (o depositi a vista) facevano effettivamente parte dell'offerta di denaro. Non solo, ma aggiunsero anche che da un punto di vista legale l'incuria nel mantenere una riserva al 100% nei depositi a vista rappresenta un'appropriazione indebita e, quindi, un crimine (non una contraffazione, come lo è nel caso di un'emissione eccessiva di banconote). Facciamo un esempio per capire meglio. Immaginate di portare un cappotto a lavare in lavanderia. Una volta consegnato il capo d'abbigliamento al gestore dell'attività si ottiene una ricevuta la quale dichiara che voi siete il possessore legittimo di quell'indumento specifico. Sicuri di ottenere un servizio in un periodo di tempo determinato, lasciate a cuor leggero la lavanderia pensando di poter tornare in qualsiasi momento per rivendicare la vostra proprietà.

A vostra insaputa, però, il gestore della lavanderia non si limita a fare solo il suo dovere, ma da in prestito per una serata la vostra giacca ad un altro cliente. Rilasciando sempre una ricevuta, viene data la possibilità al nuovo cliente di poter sfruttare un bene che non gli appartiene senza l'approvazione del legittimo proprietario. Infatti se il primo proprietario dovesse presentarsi nella lavanderia per ripredersi ciò che è suo, scoprirebbe che la sua proprietà ha "momentaneamente" un altro proprietario. Nel nostro caso ciò non avviene e il secondo proprietario riporta indietro il cappotto prima che il primo proprietario torni a reclamare ciò che è suo di diritto. Il gestore della lavadenria, azzardando questa attività, riesce a spuntare un doppio guadagno: il lavaggio della giacca e la locazione del capo d'abbigliamento. Apparentemente un affare proficuo: al gestore della lavanderia è bastato aumentare le ricevute esistenti per creare l'illusione di un aumento dei beni materiali. Ma non sempre le cose vanno come ci prefiggiamo, quindi immaginiamo che il secondo proprietario non riporti indietro il cappotto per un motivo o un altro. In questo modo il gestore della lavanderia non solo non verrebbe pagato per la locazione del capo d'abbigliamento, ma adesso dovrebbe sborsare di tasca sua il denaro necessario per ricomprare una giacca identica a quella perduta. In caso contrario, verrebbe citato in giudizio. E se ipotizzassimo, per assurdo, che il primo proprietario si accontenti in cambio di un'altra giacca presente nello stock della lavanderia? Ciò farebbe guadagnare tempo al gestore della lavanderia, ma il problema rimarrebbe: manca all'appello una giacca che deve essere rimborsata.

I depositi a vista non sono tanto diversi. Gli individui che pensano di poter staccare un interesse dal proprio denaro depositato presso una banca e al contempo usufruire della cifra depositata, ignorano come funzioni realmente l'attuale sistema finanziario. Essi, infatti, vantano un credito perché una volta che depositano denaro presso una banca quel denaro viene assorbito dall'istituto bancario stesso. Inoltre, secondo la legge, essi sono legittimati a prestare il nuovo denaro tenendone in riserva solo una frazione del totale che devono al proprietario originale. In Europa, ad esempio, questa cifra è passata dal 10% al 2% in brevissimo tempo. Ma come nell'esempio del cappotto che viene "perso", anche la banca può perdere i depositi: prestando denaro ad attori di mercato che li investiranno in attività che ex-post si riveleranno improduttive. Sebbene il depositante crede di poter avere accesso al totale dei soldi depositati, la banca per riparare al suo errore cercherà di tamponare la falla prendendo denaro dagli altri depositi in suo possesso. Ciò non toglie che il buco di bilancio c'è e la sua scoperta è stata solamente rimandata nel tempo. E' chiaramente una frode. O per meglio dire, è l'ennesimo schema di Ponzi di cui la popolazione è caduta vittima e la natura di queste frodi (data la componente psicologica coinvolta) è difficile che abbia breve durata. Infatti finché le perdite possono essere accollate a qualcun altro, coloro che sono stati trascinati in uno schema di Ponzi resteranno al gioco finché non riusciranno a recuperare parte di quello che hanno perso.

Nel caso del sistema bancario, ci sono delle leggi che permettono di accollare le perdite a qualcun altro. La garanzia sui depositi ne è un esempio. Sebbene in Europa ancora non esista una cosa del genere (ma a ciò si sta ponendo rimedio), negli Stati Uniti c'è il FDIC. Questo accorgimento, insieme alla promessa della banca centrale di svolgere il suo ruolo di prestatore di ultima istanza, calmò quei depositanti che negli anni '30 stavano ritirando in massa i depositi presso le varie banche statunitensi. Il presupposto cardine di questa frode è che il depositante originario non ritiri in toto il proprio deposito, il che esporrebbe ad un rischio d'insolvenza le banche stesse; se una banca subisse poderosi ritiri dai depositi, l’offerta di moneta si contrarrebbe, poiché l’espansione del credito in precedenza effettuata non sarebbe più possibile, pena l’insoddisfazione del requisito di riserva. Infatti, come ci ricorda la teoria Austriaca del ciclo economico, un'espansione artificiale del credito induce in errore gli attori economici poiché distorce i prezzi relativi e di conseguenza il calcolo economico, rendendo apparentemente proficui progetti di investimento a lungo termine che in un ambiente non manipolato non sarebbero stati affatto proficui. Il coordinamento temporale tra produzione e consumo viene deturpato dalla presenza di nuovi mezzi fiduciari che si fanno largo nel panorama economico, abbassando artificialmente il tasso di interesse del denaro. In questo modo l'ambiente economico viene pervaso da un'euforia dettata da un credito più accessibile a basso costo, cosa che sprona l'investimento in beni capitali piuttosto che in beni di consumo. Ovvero, la produzione viene re-indirizzata verso lidi che in realtà non richiederebbero un'urgenza di soddisfazione.

Infatti i consumatori, non avendo cambiato i loro desideri, continuano a consumare quei prodotti che soddisfano i loro desideri, generando di conseguenza un'abbondanza artificiale di prodotti "inutili" e una carenza artificiale di prodotti "utili". Nel frattempo, però, i risparmi reali sono stati progressivamente consumati perché la produzione errata ha pur sempre richiesto risorse reali per essere completata e i consumatori hanno attinto dai loro "fondi d'emergenza" per entrare in possesso di quei beni che man mano hanno visto aumentare il loro prezzo. Non appena questa verità viene alla luce, i progetti d’investimento a lungo termine devono essere liquidati e le risorse re-indirizzate verso quei settori che producono beni richiesti con più urgenza dai consumatori. E proprio come la stampa di denaro da parte della banca centrale spinge verso il basso i tassi di interesse, l’espansione del credito scoperto ha lo stesso effetto. Finché  la maggioranza dei clienti lascia i propri depositi intatti e non li ritira velocemente, lo schema di Ponzi può continuare all’infinito... almeno in teoria.



UN CASO DI STUDIO: IL TESTO UNICO BANCARIO

L'eliminazione della riserva frazionaria rappresenterebbe un grande passo in avanti verso il ritorno ad una pratica bancaria onesta. Non sarebbe la soluzione definitiva, ma di certo rappresenterebbe un drastico rallentamento all'insorgere ormai cronico di cicli di boom e bust. Allo stato attuale, prendersi il rischio di concedere prestiti rischiosi è pesantemente attenuato dalla presenza della banca centrale. Come ci ricorda, invece, Nicolás Cachanosky, le cose stavano diversamente tempo addietro prima della comparsa del cartello bancario centrale:

[...] La crisi del 1890 nel sistema free banking australiano è significativa. Mentre le banche insolventi avevano problemi finanziari e perdevano riserve, quelle più efficienti aumentavano le proprie riserve invece che perderle, un risultato opposto a quello che ci si aspetterebbe seguendo la tesi dell’instabilità strutturale. Quote di mercato passavano dalle banche inefficienti a quelle efficienti. Il sistema bancario non era instabile. In realtà, fu l’interferenza governativa introdotta per “controllare” la crisi a peggiorare le cose. L’emanazione di 5 giorni festivi per le banche rese incerta la differenza fra quelle solventi ed insolventi; il mercato non aveva una netta distinzione fra quali banche meritassero fiducia e quali no. Inoltre, l’intervento governativo permise alle banche ormai fallite di riaprire senza dover pagare i propri debiti passati. Quelle che utilizzarono le proprie riserve ed i propri depositi in maniera efficiente si trovavano, dunque, in una situazione peggiore di quella di banche a cui fu permesso di ignorare i propri obblighi finanziari. Gli istituti bancari efficienti cominciarono a perdere le loro riserve in favore di quelli inefficienti, ormai liberi da debiti.

Un altro esempio storico è quello dell’Ayr Bank, durante il periodo del free banking scozzese. La Ayr Bank fece ciò che non era tenuta a fare: emise banconote convertibili in oro in eccesso. Com’era prevedibile, la banca fallì. Questo caso viene, talvolta, preso ad esempio di come il fallimento di una banca possa danneggiare altri istituti, dato che il fallimento dell’Ayr Bank colpì negativamente molte piccole banche. Tuttavia, ciò è solo parzialmente vero: le banche che fallirono erano quelle che avevano investito nell’Ayr Bank, esponendosi finanziariamente ad essa. Fallirono dunque le banche che si comportarono esattamente come la Ayr Bank stessa: gestendo male le proprie risorse, ovvero investendo in maniera imprudente.
Sebbene esempi simili ne esistano in abbondanza, siamo ancora impantanati nell'attuale situazione in cui la banca centrale riesce ancora a barcamenarsi nel marasma fiannziario mondiale e l'azzardo morale viene giustificato da parte della popolazione in generale distogliendo lo sguardo. Come è possibile emanciparsi da questa tragica situazione? La risposta è come sempre il libero mercato. O per meglio dire, puntare sulla presunzione di conoscenza dei pianificatori centrali convinti di avere sotto controllo tutto ciò che li circonda. Così come i sovietici che volevano mascherare i gulag come "prigioni civili" agli occhi dell'Occidente imponendo al loro interno regole feree a cui la burocrazia doveva rigorosamente conformarsi, oggi i banchieri centrali hanno generato i semi di quella che potrebbe essere la loro disfatta. Detto in modo diverso, nella loro presunzione di onnipotenza e nella loro incapacità di controllare tutte le informazioni presenti sul mercato, hanno esposto un punto debole. Infatti leggendo le nuove norme presenti nel Testo Unico Bancario, apprendiamo che esso è stato modificato affinché comprendesse nella sua normativa una nuova figura spuntata nel lontano agosto 2010: gli istituti di pagamento e gli istituti di moneta elettronica.

Queste figure imprenditoriali competono nel mercato dell'intermediazione dei pagamenti insieme a banche e Poste. Tutti sono regolamentati dal TUB. Mentre gli istituti di pagamento svolgono servizi di pagamento secondo l'articolo 1, comma 2, lettera f), n° 4 del TUB, gli istituti di moneta elettronica possono svolgere anche servizi di emissione di moneta elettronica. In sintesi, gli istituti di pagamento e gli IMEL si sono aggiunti alle banche nell'attività di emissione di moneta elettronica e di prestazione di servizi di pagamento. La nascita di questi nuovi servizi ha richiesto l'adattamento delle regole vigenti in base a questi nuovi soggetti, ovverosia, dovevano diventare anch'essi istituti vigilati. Per coerenza interna e sostenibilità giuridica complessiva del TUB, l'apparizione di questi soggetti ha creato qualche problema con le regole contabili e con la tutela dei diritti di proprietà dei nuovi soggetti vigilati. Non essendo banche, ma gestendo conti di deposito di clienti, al fine di esercitare la loro attività di tramite e di servizi di pagamento (con o senza moneta elettronica), non possono gestire i depositi da soli, ma devono nominare una banca depositaria. Qui nasce la necessità di qualificare il contratto di deposito tra un soggetto depositate vigilato dal TUB e un altro soggetto depositario (es. la banca) anch'esso vigilato dal TUB. Così recita l'articolo 114 quinquies del TUB riguardante gli istituti di moneta elettronica:

Articolo 114-quinquies.1 (1)
(Forme di tutela e patrimonio destinato)
1. Gli istituti di moneta elettronica registrano per ciascun cliente in
poste del passivo, nel rispetto delle modalità stabilite dalla Banca d’Italia,
le somme di denaro ricevute dalla clientela per l’emissione di moneta
elettronica.
2. Le somme di cui al comma 1 sono investite, nel rispetto delle
modalità stabilite dalla Banca d’Italia, in attività che costituiscono
patrimonio distinto a tutti gli effetti da quello dell’istituto di moneta
elettronica. Su tale patrimonio distinto non sono ammesse azioni dei
creditori dell’istituto di moneta elettronica o nell’interesse degli stessi, né
quelle dei creditori dell’eventuale soggetto presso il quale le somme di
denaro sono depositate. Le azioni dei creditori dei singoli clienti degli
istituti di moneta elettronica sono ammesse nel limite di quanto registrato
ai sensi del comma 1. Se le somme di denaro ricevute per l’emissione di
moneta elettronica sono depositate presso terzi non operano le
compensazioni legale e giudiziale e non può essere pattuita la
compensazione convenzionale rispetto ai crediti vantati dal depositario nei
confronti dell’istituto di moneta elettronica.
Passiamo quindi all'articolo 114 duodecies del TUB riguardante gli istituti di pagamento:

Articolo 114-duodecies (1)
(Conti di pagamento e forme di tutela)
1. Gli istituti di pagamento registrano per ciascun cliente in poste del
passivo, nel rispetto delle modalità stabilite dalla Banca d'Italia, le somme
di denaro della clientela in conti di pagamento utilizzati esclusivamente per
la prestazione dei servizi di pagamento..
2. Le somme di denaro sono investite, nel rispetto delle modalità
stabilite dalla Banca d’Italia, in attività che costituiscono patrimonio
distinto a tutti gli effetti da quello dell’istituto di pagamento. Su tale
patrimonio distinto non sono ammesse azioni dei creditori dell’istituto di
pagamento o nell’interesse degli stessi, né quelle dei creditori
dell’eventuale soggetto presso il quale le somme sono depositate. Le azioni
dei creditori dei singoli clienti degli istituti di pagamento sono ammesse
nel limite di quanto registrato ai sensi del comma 1. Se le somme di denaro
registrate nei conti di pagamento sono depositate presso terzi non operano
le compensazioni legale e giudiziale e non può essere pattuita la
compensazione convenzionale rispetto ai crediti vantati dal depositario nei
confronti dell’istituto di pagamento.
3. Ai fini dell’applicazione della disciplina della liquidazione coatta
amministrativa i titolari dei conti di pagamento sono equiparati ai clienti
aventi diritto alla restituzione di strumenti finanziari.
Cosa significa tutto ciò? Differentemente da un istituto bancario o postale, il cliente di un istituto di pagamento o di un istituto di moneta elettronica non vanta un credito, bensì è proprietario al 100% dei fondi depositati presso uno di questi istituti. Il deposito in questione è quasi come se fosse un qualcosa di "speciale", uno strumento finanziario non da trattare come un qualsiasi altro deposito piuttosto come "beni di terzi in deposito" al di fuori del bilancio bancario. Proprio così. Sebbene gli istituti di moneta elettronica, ad esempio, debbano appoggiarsi ad una banca per gestire i depositi, quest'ultima deve avere i fondi di tali depositi sempre disponibili in caso di bisogno. Deve tenerli avulsi dal suo bilancio. Anche perché, in caso di liquidazione, come recita il TUB: "Ai fini dell’applicazione della disciplina della liquidazione coatta amministrativa all’istituto di moneta elettronica, i detentori di moneta elettronica sono equiparati ai clienti aventi diritto alla restituzione di strumenti finanziari." Tutto il denaro presente al momento del fallimento deve essere restituito al legittimo proprietario, senza che esista una gerarchia di coloro che vengono liquidati per primi e per ultimi.

Qui stiamo parlando di depositi con riserva al 100% garantiti nientemeno che dalla BCE e dalla Banca d'Italia. Infatti queste ultime devono vigilare affinché la banca depositaria dei conti di un istituto di pagamento, ad esempio, li mantenga disponibili in ogni momento nel tempo senza la possibilità di usarli per altri fini. Per scardinare il sistema a riserva frazionaria che tanto distorce il panorama economico attraverso la sua natura truffaldina, basta semplicemente attenersi alle regole. Il libero mercato, generando nuove attività in accordo con le esigenze reali degli individui, ha creato una potenziale falla nel sistema economico e finanziario che non è stata riconosciuta dall'establishment. Perché no? Perché non poteva immaginare una cosa del genere, data la sua impossibilità a trattenere tutte le informzioni presenti nell'ambiente economico. Pensando a salvaguardare gli interessi privilegiati e cercando di fare le cose apparenemente secondo un certo criterio legale, l'establishment ha gettato quelli che possono essere i semi della sua disfatta. Almeno per quel che concerne la riserva frazionaria.

Scrive Fabiano Parzani, collega Austriaco che per primo mi ha fatto notare questo fatto: "Se un istituto di pagamento fosse costituito con uno statuto adeguato e un regolamento fatto a puntino e delle forme contrattuali nientemeno che legali, potrebbe esercitare quella parte di attività 'bancaria' che sarebbe limitata all'intermediazione di servizi finanziari di pagamento con un necessario deposito previo di somme da parte del cliente. L'importante è che nessuna forma di credito, nemmeno solo funzionale alle operazioni di pagamento, sia possibile. Se un istituto fa le cose per bene, potrebbe godere di una copertura giuridica e la vigilanza dovrebbe tenere indenne l'istituto di pagamento anche in caso di bank run, perchè le somme destinate a coprire il deposito obbligatorio dell'istituto di pagamento presso la banca depositaria dovrebbero esistere per legge."



CONCLUSIONE

Per anni il problema della riserva frazionaria ha disturbato i sonni degli studiosi Austriaci. Murray Rothbard, nel libro Il Mistero dell'Attività Bancaria, ha descritto per filo e per segno come la riserva frazionaria sia una piaga per il sistema monetario attuale e come ne distorca i segnali economici. Anche Milton Friedman arrivò alle stesse conclusioni nel libro Freedom and Capitalism. Fino a ieri, però, ci si poteva semplicemente limitare ad informare gli individui sull'esistenza di questa pratica truffaldina, attingendo da un bacino severamente limitato di azioni concrete con cui contrastarla. Oggi, invece, abbiamo la possibilità di sfruttare la presunzione di conoscenza dei pianificatori centrali per rivoltare contro di loro un sistema che per decenni è stato manipolato a loro favore. La loro presunta onniscienza li ha accecati, e nella selva burocratica che per anni hanno creato per conformare i loro pivilegi ad un mondo in perenne mutamento, è spuntata fuori una legge che è possibile sfruttare contro lo status quo finanziario.


Dopo lo “Shock di Syriza” la Grecia è ad un bivio: Lasciare l'UE o rinegoziare i termini della sua servitù

Gio, 12/02/2015 - 11:10
Il nuovo governo greco sta conducendo una partita a braccio di ferro con l'intera Eurozona. Da un lato deve mantenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale, dall'altra deve far in modo di non perdere finanziamenti a buon mercato da parte della Banca Centrale Europea. Soprattutto non vuole intaccare il suo rating di credito andando in default per i suoi obblighi nei confronti del FMI, dell'UE e della BCE. Ma alla fine dovrà scegliere: stare nell'UE o andarsene. Non esiste una via di mezzo. Sono due macchine che alla fine si scontreranno. Stanno accelerando. Questo significa che o la Grecia andrà in default o l'Eurozona si frantumerà economicamente mandando nell'oblio l'esperimento europeo. Per il momento la Grecia sta minacciando le banche del nord Europa di non adempiere ai pagamenti dovuti loro. Se non riceveranno indietro quello che hanno prestato alla Grecia, faranno la figura delle sciocche. Non vogliono farla, quindi chiederanno al resto dell'Eurozona di tirare fuori il denaro per ripianare questa mancanza. Peccato che l'UE sia letteralmente in bancarotta, quindi dovrà farsi avanti la BCE stessa (cosa che sta già facendo visto che fino al settembre dell'anno prossimo stamperà €60 miliardi al mese). Gli altri paesi della periferia dell'UE rimangono a guardare e osservano attentamente come se la caverà la Grecia. In base all'esito, potrebbero seguirne l'esempio. Nel frattempo si rincorrono voci su un possibile controllo di capitali in Grecia a seguito dell'ondata di corse agli sportelli bancari e della sua possibile uscita dall'euro. I banchieri del nord Europa si stanno accorgendo che i banchieri della periferia stanno perdendo il controllo (sin dall'elezione del nuovo governo greco le banche greche hanno perso il 40% del loro valore azionario). Non vogliono correre lo stesso rischio.
___________________________________________________________________________________


di David Stockman


Non possiamo far altro che lodare Alexis Tsipras per aver criticato le politiche distruttive imposte al suo paese da quegli ipocriti e bugiardi che governano da Bruxelles. E il suo ministro delle finanze, l'economista Yanis Varoufakis, ha avuto ragione quando ha preso di mira i banchieri in cerca di rendita, le grandi imprese e gli operatori dei media che per decenni hanno saccheggiato lo stato greco.

In effetti il suo impegno a "distruggere il sistema oligarchico greco" dovrebbe risuonare in tutta l'Europa. Dopo tutto, ciò che ha soffocato la crescita, le imprese e la speranza in Europa è esattamente la corruzione del capitalismo clientelare e l'ingigantimento dello stato — ancor prima che la Trioka sferrasse il colpo di grazia.

Quindi lo Shock di Syriza rappresenta un punto di svolta: la fine incalzante del dominio dei burocrati elitari che popolano le banche centrali e le macchine politiche di Bruxelles, Washington e Londra. Le loro soluzioni keynesiane e stataliste sono servite a sostenere le grandi banche, hanno alimentato l'inflazione degli asset finanziari e hanno aperto le porte ad un'era oscena di giochi d'azzardo in cui chi era ricco è diventato ancor più ricco.

Ma quello che la finanziarizzazione amministrata centralmente non è riuscita a fare, è stato proteggere la classe media da un assalto implacabile al suo tenore di vita. Anche i sostenitori più attivi dello stato stanno capendo che le loro richieste d'aiuto sono state totalmente ignorate nelle sale statali. Quindi era solo una questione di tempo prima che si sarebbe materializzata una rivolta dei "fan della democrazia"; e, manco a dirlo, quale posto migliore in cui farla nascere se non quello in cui è nata la democrazia stessa?

Ma qui è dove la buona notizia si trasforma in cattiva. I problemi della Grecia non si fermano semplicemente ai dettagli oppressivi e soffocanti contenuti nel "memorandum" imposto dai signori della Troika.

Il vero male è incarnato nella struttura e nel modus operandi di tutta l'UE e del suo sistema monetario basato sull'euro. La Grecia resterà per sempre sotto il tacco del nord Europa, se cercherà semplicemente di "ristrutturare" i suoi debiti e supplicherà di instaurare rapporti amichevoli e durevoli con Bruxelles e Francoforte — sebbene tenderà a giocare una mano di poker decisa, coraggiosa e astuta durante i prossimi "negoziati" con i burocrati dell'Unione Europea e del FMI.

Il fatto è che Bruxelles è l'epicentro di un superstato totalmente fallito e la BCE è un esperimento monetario radicalmente sballato che non ha alcun posto dove andare se non verso un'implosione violenta. L'ironia della situazione è che queste istituzioni totalmente illegittime hanno frainteso le idee — possibilità di scambi aperti, prospettive imprenditoriali produttive e le comodità e l'efficienza del denaro comune — da cui dipende la sopravvivenza della Grecia.

Detto in modo diverso, l'UE e la BCE rappresentano la centralizzazione e la governance di un'élite politica ed economica che è agli antipodi rispetto al suo linguaggio neoliberale. Invece incarnano la presunzione che "espandersi a macchia d'olio" e mandare al potere "i migliori e più brillanti" per manipolare la macchina dello stato — compresa la banca centrale — possa permettere alla centralizzazione su vasta scala di superare le disfunzioni, le barriere economiche e le follie dei singoli stati-nazione e delle varie monete nazionali.

La vittoria del tutto improbabile di Syriza è la prova che questi presupposti sono sbagliati. La centralizzazione burocratica non è affatto portavoce delle virtù economiche e della prosperità del libero mercato; essa, invece, scatena un'orgia insensata di regole, dettami e tasse — poiché è questo quello che fanno burocrati e politici — le quali ostacolano il commercio e l'attività imprenditoriale in tutto il superstato (ovvero, l'UE). Inoltre i burocrati centrali sfruttano il loro monopolio sulle risorse fiscali e sulle autorità giudiziarie per calpestare la gente comune — soprattutto nei momenti di difficoltà in cui l'apparato centrale è in disperata necessità di finanziamenti.

Allo stesso modo, "l'euro" non assomiglia nemmeno lontanamente al denaro comune — cioè, valute nazionali coperte dall'oro a tassi di cambio fisso — che prima del 1914 migliorò significativamente l'efficienza, il commercio e l'integrazione economica nelle varie nazioni europee.

Invece "l'euro" è solo un pretesto per un marcio iper-attivismo della banca centrale, la quale viene controllata da pianificatori centrali monetari non eletti che perseguono teorie e dottrine folli atte a distruggere tutto quello che può realizzare il denaro comune: un price discovery onesto, un'allocazione efficiente del capitale e una disciplina finanziaria auto-correttiva che tiene a bada i giocatori d'azzardo e gli scommettitori che inesorabilmente gravitano attorno ai mercati finanziari, e che, in ultima analisi, li ritiene responsabili delle loro azioni.

Alla fine il percorso verso la prosperità consiste in mercati dei beni, del lavoro e dei capitali più liberi, e stati più piccoli (non superstati). La via da seguire passa per il rifiuto del protezionismo commerciale, dei sussidi fiscali mercantilistici e dei privilegi fiscali.

Allo stesso modo, il percorso verso una moneta comune e onesta passa attraverso l'eliminazione dell'intervento delle banche centrali nei mercati monetari e dei capitali; la sostituzione del tasso di interesse manipolato con prezzi di libero mercato; la cancellazione dell'idea nociva che l'attivismo della banca centrale genera un effetto ricchezza sui prezzi degli asset e che rappresenta un elisir magico per la crescita economica e tenori di vita più elevati; e, soprattutto, la rinuncia alla monetizzazione del debito pubblico.

Quindi conservare la sovranità politica locale e la dignità della democrazia su scala ridotta, è compatibile con un ambiente di libero mercato favorevole a imprenditori, lavoro e consumatori; tra l'altro, è anche compatibile con un sistema finanziario onesto liberato dai saccheggi del capitalismo clientelare.

Lo Shock di Syriza rappresenta una richiesta affinché ci si possa riappropriare di questo tipo di "sovranità" e "dignità", come ha anche detto Tsipras. Ma la sfida monumentale di fronte al nuovo governo greco è che queste virtù democratiche non possono essere recuperate mediante "i soliti negoziati" con burocrati arroganti e corrotti dell'UE e della BCE. Né possono essere sostenute se la Grecia resterà incatenata — anche con un memorandum nuovo e più equilibrato — a queste istituzioni in bancarotta.

Fortunatamente per la Grecia, l'Unione Europea è già sul pendio scivoloso verso la sua scomparsa. La strategia d'uscita è quella di evitare costi futuri debilitanti, non conservare benefici insostenibili.

La sciocca decisione di Draghi di lanciare il QE, ad esempio, ha già messo l'euro in una spirale di morte. Ciò significa che i giocatori d'azzardo, come gli hedge fund, che hanno ammassato debito sovrano di Francia, Italia e altri Paesi periferici in attesa che Draghi mantenesse fede alla sua promessa "di fare qualunque cosa fosse necessara", sono pronti a premere il pulsante "vendere".

In realtà i rendimenti del decennale francese, spagnolo e italiano (rispettivamente) allo 0.54%, all'1.35% e all'1.48%, sono palesemente assurdi. Questi sono gli obblighi di stati in bancarotta, in invecchiamento, dirigisti e saturi di welfare state che rappresenterebbero un grosso rischio di credito per gli investitori reali. Ma non ce ne sono — il cosiddetto mercato obbligazionario dell'UE-19 è solo una gigantesca speculazione front-running che si concluderà in una tempesta di sfiducia nei confronti della BCE e in un'implacabile svendita dei bond statali enormemente sopravvalutati (i quali sono stati temporaneamente sequestrati nei parcheggi finanziari degli hedge fund e nelle banche nazionali incompetenti e soprattutto già insolventi).

Quindi l'obiettivo centrale del nuovo governo greco dovrebbe essere uscire dall'incombente disastro targato UE/BCE, non un rinegoziamento dei termini della sua servitù. Se il nuovo governo greco intende veramente liberare il suo popolo, dovrebbe ripudiare del tutto il suo debito col FMI — poiché è l'arroganza spregevole dei burocrati del FMI che ha portato l'economia della Grecia al suo stato deplorevole.

Allo stesso modo, se per la Germania del 1953 un taglio del 50% del suo debito era abbastanza buono, lo sarebbe anche per la Grecia di oggi. Quello che il nuovo governo deve "negoziare" è il periodo di tempo per rimborsare il saldo. Dopo tutto, anche a Versailles i vincitori furono disposti a dare alla Germania 50 anni per adempiere alle sue riparazioni — e i tedeschi erano i co-autori dell'immensa carneficina bellica che gravò sull'Europa, non le vittime.

Ma la questione operativa è il "saldo" dei debiti greci. Il nuovo governo non deve preoccuparsi minimamente che il suo "credito" potrebbe rimanere danneggiato nei confronti del FMI e dell'UE. Questi sono agenti distruttivi del dominio statalista delle élite globali; la Grecia non dovrà mai più tornare da loro, nemmeno per un centesimo.

Ciò che la Grecia deve fare, invece, è ristabilire il proprio credito e ricostituire la propria moneta e banca centrale. Ma c'è un'enorme fregatura: una soluzione del genere non è proprio in sintonia con la mentalità della coalizione di sinistra a cui il popolo greco si è rivolto per pura disperazione.

Un mini-BCE sul Mar Egeo non farebbe altro che aggravare la miseria della nazione ed esporre la pazienza popolo greco ad un giro ancora più traumatico di ipeinflazione e strangolamento finanziario.

Quello a cui Syriza dovrebbe puntare, invece, è una banca centrale onesta che non coccoli le banche commerciali e i giocatori d'azzardo finanziari; che non pretenda di manipolare il prezzo del denaro e del debito, e non micro-gestisca l'economia nazionale; e che sia vincolata al mandato che era in vigore per la banca dei banchieri ai tempi pre-keynesiani: fornire liquidità (ad uno spread sfavorevole se tale operazione avviene al di sopra del tasso di mercato) a fronte di una garanzia commerciale che rappresenta una produzione già esistente nell'economia, e non una pretesa senza fine nei confronti dei contribuenti futuri.

Allo stesso modo, se Syriza vuole liberarsi dell'oligarchia greca e della peste del capitalismo clientelare, deve ridurre la vastità dello stato greco, che nonostante la presunta "austerità" ricopre ancora il 60% del PIL. Ciò significa ridurre drasticamente la sue inutili spese militari; rivedere le pensioni pubbliche e altre prestazioni sociali; ed eliminare la vasta gamma di sovvenzioni nazionali ed accordi economici mercantilisti.




Inoltre la Grecia dovrebbe finanziare il suo stato rinnovato basandosi su una distribuzione dei pesi fiscali che la sua politica possa sostenere; e, se dovesse incorrere in deficit di bilancio, dovrebbe fare affidamento su prestiti onesti nei mercati dei capitali, non su una monetizzazione da parte della banca centrale.

Per un governo ricco di dottrina di sinistra quello appena descritto è un compito arduo, tanto per usare un eufemismo.

Ma se il nuovo governo persegue la via dei negoziati con Bruxelles e un "rinegoziamento" del suo debito e dei suoi obblighi all'interno dell'Unione Europea, tradirà inesorabilmente il suo mandato di ripristinare la sovranità greca. Alla fine della giornata, un rinegoziamento significherà solo un riassestamento dei termini della servitù greca nei confronti di un superstato che si sta già smembrando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Una discussione sulla natura distruttiva dell'interventismo statale

Mer, 11/02/2015 - 11:15
Gli scribacchini presso la stampa mainstream non ci fanno mai mancare spunti di ilarità tracotante. Soprattutto quando si guarda questo pezzo di Bloomberg in cui anche i giornalisti si arrovellano il cervello per trovare una scappatoia a quella che pare essere diventata la malattia del secolo: inflazione sotto la "media". Con "media" si intende, ovviamente, una cifra scelta arbitrariamente dai banchieri centrali. Allora facciamoci un giro sul sito della St. Louis FED e osserviamo questo grafico. Rappresenta il potere d'acquito dei consumatori per i beni e servizi esistenti. E' letteralmente colato a picco. "Strano", l'ultima volta che ho controllato questo è esattamente l'effetto che l'inflazione ha sulla moneta. Ai giornalisti di Bloomberg, a quanto pare, pare superfluo porsi certe domande... non che la pigrizia intellettuale non abbia colto anche le menti presso la Reuters e il WSJ. Il mantra dell'inflazione al 2% è stato ripetuto talmente tante volte dai faccendieri della FED, che ormai è stato assorbito per osmosi dalla maggior parte dei commentatori e giornalisti. Non fanno caso alle orde di persone che popolano i negozi della Apple ogni volta che sfornano un qualche nuovo marchingegno infernale. Non fanno caso alle orde di persone che prendono d'assalto ogni maledetto giorno le filiali di Walmart. E nonostante ciò continuano a parlare di deflazione "mortale". Aspettare che i prezzi calino ancora in una spirale "mortale"? Sciocchezze buone solo per la propaganda senza senso di pennivendoli e pianificatori centrali che pensano al loro tornaconto. Ma oltre alla retorica e alla propaganda, questi pazzi scatenati hanno altre armi a loro disposizione per manipolare il mercato, e ne discuteremo in questo saggio che comprende tre articoli (1, 2, 3) di Shostak e Garrett fusi insieme.
___________________________________________________________________________________


di Frank Shostak


Gli ordini di beni capitali non militari sono aumentati dello 0.6% ad agosto, dopo un calo dello 0.2% a luglio, attestandosi a $73.2 miliardi. Si osservi che dopo aver chiuso a $48 miliardi a maggio 2009, gli ordini di beni capitali hanno seguito un trend rialzista.

La maggior parte dei commentatori considera questo rafforzamento come una prova che le aziende stanno investendo sia nella sostituzione dei beni capitali esistenti sia in nuovi beni capitali per espandere la loro crescita.



Rispondere al Mercato o alla Banca Centrale?




Non c'è dubbio che un aumento della qualità e della quantità di strumenti e macchinari, ovvero beni capitali, sia la chiave per l'espansione di beni e servizi. Ma è sempre un bene per la crescita economica? E' sempre un bene per il processo di generazione di ricchezza?

Si consideri il caso in cui la banca centrale è impegnata in una politica monetaria allentata, cioè un pompaggio monetario e un abbassamento artificiale della struttura dei tassi di interesse. Tale politica imposta la base per varie attività non produttive, o bolle.

Per sopravvivere queste attività richiedono finanziamenti reali, i quali vengono deviati per mezzo di una politica monetaria allentata. (Una volta messa in campo tale politica, si permette l'emersione di varie attività in bolla.)

Si noti che i vari individui impiegati in queste attività sono i primi destinatari del denaro; ora possono deviare a loro vantaggio i vari beni e servizi dal bacino della ricchezza reale.

Questi individui stanno praticamente impegnandosi a scambiare nulla per qualcosa. (Gli individui nei settori in bolla non producono ricchezza reale, invece tramite il denaro pompato ne sottraggono una porzione al bacino della ricchezza reale. Ancora una volta bisogna notare che questi individui non stanno affatto contribuendo all'espansione di questo bacino.)

Anche le attività in bolla richiedono strumenti e macchinari, ovvero beni capitali. Quindi i vari beni capitali generati per tali attività rappresentano solamente uno spreco di ricchezza reale, dal momento che gli strumenti e le macchine che vengono generati verranno impiegati nella produzione di beni e servizi che, senza il pompaggio monetario della banca centrale, non sarebbero mai stati richiesti. (Sono state crete infrastrutture inutili.)

Queste attività non espandono il bacino della ricchezza reale, lo prosciugano. (Ciò equivale ad un impoverimento economico.) Più è aggressiva la posizione monetaria allentata della banca centrale, più il sopra citato bacino verrà drenato e meno ricchezza reale verrà lasciata a disposizione dei creatori di ricchezza reale. Se tale politica persisterà per troppo tempo, questo potrebbe rallentare o addirittura ridurre il bacino della ricchezza reale e mettere in moto una grave crisi economica.



Un Rafforzamento negli Acquisti di Beni Capitali Punta ad una Bolla

Suggeriamo che il forte rimbalzo negli ordini di beni capitali sin dal maggio 2009, è stato causato da una politica monetaria allentata della FED. Da notare le fluttuazioni selvagge nella nostra misura monetaria AMS, dopo un lasso di tempo seguito da forti oscillazioni negli ordini di beni capitali.

Un aumento della dinamica di crescita della moneta è stato seguito dalla crescita negli ordini di beni capitali per sostenere l'incremento delle varie attività in bolla. Al contrario, un calo della dinamica di crescita dell'offerta di moneta segnerà anche un calo negli ordini di beni capitali.




Suggeriamo che un rallentamento della dinamica di crescita dell'offerta di moneta sin dall'ottobre 2011, sia attualmente in procinto di far valere la sua posizione dominante. Ciò significa che le varie attività in bolla rischiano di finire sotto pressione. La crescita monetaria più lenta rallenterà la deviazione di ricchezza reale dalle attività creatrici di ricchezza.

Di conseguenza gli ordini di beni capitali finiranno sotto pressione nei prossimi mesi. (L'accumulo di un'infrastruttura inutile rallenterà – sarà costruito un minor numero di "piramidi".)


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


***********************************************************************************

E' generalmente ritenuto che un economista, affinché possa valutare lo stato dell'economia, necessiti di indicatori macroeconomici che gli diranno che cosa sta succedendo. La domanda che ci poniamo è questa: perché è necessario conoscere lo stato dell'economia globale? A che scopo possono servire tali informazioni?

Un attento esame di questi problemi dimostra che in un contesto di libero mercato non ha molto senso misurare e pubblicare vari indicatori macroeconomici. Questo tipo di informazioni è di scarsa utilità per gli imprenditori. L'unico indicatore a cui qualsiasi imprenditore presta attenzione è il profitto. Più è alto il profitto, più benefici una determinata attività concederà ai consumatori.

Prestare attenzione ai desideri dei consumatori significa che gli imprenditori devono organizzare quella struttura di produzione che più si adatta a tale scopo. Seguire vari indicatori macroeconomici sarà di poco aiuto in questo sforzo.

Un imprenditore cosa dovrebbe farsene di informazioni circa il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL)? Come può aiutarlo a realizzare un profitto l'informazione che il PIL è cresciuto del 4%? O quale possibile utilizzo può farsene di dati che dimostrano che la bilancia dei pagamenti nazionale è in deficit? O quale uso può farsene di informazioni sul livello dell'occupazione o il livello generale dei prezzi?

Quello di cui un imprenditore necessita non sono macro-informazioni, ma piuttosto informazioni specifiche sui desideri dei consumatori riguardo un prodotto o una gamma di prodotti. I macro-indicatori statali non saranno di grande aiuto per gli imprenditori. Questi ultimi dovranno stabilire la propria rete di informazioni relativa ad un particolare progetto. Solo un imprenditore sa che tipo di informazioni sono necessarie per riuscire nell'impresa. A questo proposito, nessuno può sostituire l'imprenditore.

Se la valutazione di un uomo d'affari sulla domanda dei consumatori è corretta, allora farà profitti. La valutazione errata si tradurrà in una perdita. Il quadro economico penalizza, per così dire, le imprese che hanno giudicato male le priorità dei consumatori e premia coloro che hanno azzeccato una certa valutazione. Il quadro economico fa in modo che le risorse siano sottratte da quegli imprenditori che non prestano attenzione alle priorità dei consumatori e finiscano nelle mani coloro che lo fanno.

In un contesto di libero mercato privo di interferenze dello stato, "l'economia" non esiste in quanto tale. Un ambiente di libero mercato è popolato da individui, i quali sono impegnati nella produzione di beni e servizi necessari per sostenere la loro vita e il loro benessere, vale a dire, la produzione di ricchezza reale. Inoltre, in un'economia di libero mercato ogni produttore è anche un consumatore. Per comodità possiamo etichettare l'interazione tra produttori e consumatori come l'economia. Tuttavia deve essere compreso che in nessun caso la cosiddetta "economia" ha una vita propria o è indipendente dagli individui.

Mentre in un contesto di libero mercato "l'economia" è solo una metafora e non esiste in quanto tale, tutto ad un tratto lo stato dà vita ad una creatura chiamata "economia" attraverso il suo costante riferimento statistico ad essa, utilizzando, ad esempio, un linguaggio come "l'economia è cresciuta in tale percentuale", o "l'ampliamento del deficit commerciale minaccia l'economia". "L'economia" viene presentata come un essere vivente avulso dagli individui.

Secondo il modo tradizionale di pensare, bisogna distinguere tra le attività degli individui e l'economia nel suo complesso, vale a dire, tra micro e macro-economia. E' anche ritenuto che ciò che è bene per gli individui, potrebbe non essere un bene per l'economia e viceversa. Secondo questo modo di pensare viene assegnata "all'economia" un'importanza fondamentale, mentre gli individui vengono a malapena menzionati.

In effetti si ha l'impressione che sia "l'economia" che produca beni e servizi. Una volta che la produzione è stata sfornata "dall'economia", ciò che rimane da fare è la sua distribuzione tra gli individui in modo più equo. Inoltre si prevede che "l'economia" segua il percorso di crescita delineato dai pianificatori centrali. Così ogni volta che il tasso di crescita scivola al di sotto del percorso delineato, lo stato dovrebbe dare una spinta adeguata "all'economia".

Al fine di convalidare il successo o il fallimento dell'interferenza statale, sono stati concepiti vari indicatori statistici. Un indicatore forte viene interpretato come un successo, mentre accade il contrario per un indicatore debole. Periodicamente, però, i funzionari governativi avvertono che "l'economia" si surriscalda, cioè, "cresce" troppo in fretta.

Altre volte i funzionari avvertono che "l'economia" si è indebolita. Così ogni volta che "l'economia" cresce troppo velocemente, i funzionari statali dichiarano che è compito del governo e della banca centrale evitare l'inflazione. In alternativa, quando "l'economia" sembra essere debole, gli stessi funzionari dichiarano che è dovere del governo e della banca centrale quello di mantenere un elevato livello d'occupazione.

In questo modo gli statistici governativi creano un'entità inesistente chiamata "economia" che deve essere accudita da funzionari statali e banchieri centrali. (In realtà i beni e i servizi non sono prodotti in totalità e sotto la supervisione di un essere supremo. Ogni individuo si preoccupa della sua produzione di beni e servizi).

Possiamo quindi concludere che i cosiddetti indicatori macroeconomici sono artifizi che vengono utilizzati dagli stati per giustificare il loro intervento. Questi indicatori possono dirci molto poco sulla formazione di ricchezza e quindi sul benessere degli individui.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


***********************************************************************************

di Garet Garrett


Il welfare state perfetto deve infine razionare il reddito nazionale, e, quando lo fa, il denaro diviene come una tessera annonaria in tempo di guerra. In un primo momento lo stato deve prendere in prestito parecchio denaro. Per trasferire ricchezza dai pochi ai molti — la ricchezza nella sua forma moderna, in gran parte imponderabile e non portabile — deve essere in grado di prendere in prestito e spendere: le persone che hanno risparmi da prestare devono credere nello stato e avervi fiducia, altrimenti tali azioni sono impossibili. Se non è possibile prendere in prestito per spendere, la rivoluzione andrà in bancarotta sin dall'inizio. È per questo che nel secondo e terzo mese, con il Tesoro vuoto, il New Deal fu costretto a vendere titoli di stato sotto la falsa promessa di ripagare gli interessi e rimborsarli in dollari d'oro — una promessa che si stava preparando a ripudiare.

Beh, il resto è semplice da spiegare perché il metodo era semplice.

Per un po', e fino a che è stato possibile sfruttare la credulità degli individui, il New Deal ha continuato a dire che il bilancio federale sarebbe stato pareggiato. Nel mese di luglio del primo anno [il presidente Roosevelt] disse: "Un governo può sembrare incoerente se taglia le spese regolari e al tempo stesso prende in prestito e spende miliardi per una situazione d'emergenza. Ma non è incoerente, perché una grande parte del denaro d'emergenza è stata acquisita sotto forma di prestiti che saranno rimborsati dal Tesoro; e per coprire il resto, abbiamo imposto nuove tasse per ripagare gli interessi sul debito."

Se fosse stato vero, avrebbe significato un governo solvente con un bilancio in pareggio; ma non era vero.

All'inizio del secondo anno, mentre si recava al Congresso con un bilancio che cancellava tutte le idee consolidate in materia di finanza pubblica, il presidente rinviò blandamente il pareggio di bilancio per due anni, e in seguito disse: "Il bilancio è talmente chiaro che siamo in grado di guardare avanti nel tempo, tra due anni, quando ci auguriamo che il governo avrà sicuramente una base finanziaria equilibrata e potremmo dare il via alla riduzione del debito pubblico." E qui veniva tracciata una linea, oltre la quale c'era una realtà parallela.

Utilizzando il dispositivo europeo della doppia contabilità, possiamo affermare che gli USA avevano due bilanci. Quello che rappresentava le spese ordinarie del governo era in pareggio. L'altro, che rappresentava le spese straordinarie per la ripresa e così via — sarebbe stato considerato in modo separato. Sarebbe stato equilibrato una volta che sarebbe stata agguantata la fantomatica ripresa, in modo che tale sforzo sarebbe stato sostenuto dal reddito nazionale. Questa doppia contabilità andò avanti per parecchi anni.

Poi c'era l'idea dell'investimento di stato. Lo stato sprofondava nella spesa in deficit, con enormi enormi conseguenze per quanto riguardava il debito pubblico. Per quanto possa sembrare paradossale, il debito era bilanciato da attivi. Lo stato stava investendo i propri fondi presi in prestito non solo nelle cose che si potevano vedere ovunque — cose belle e socialmente utili che non c'erano prima; stava anche investendo nel campo della salute, del benessere e della felicità futura di tutta la popolazione. Se ci fosse stato un investimento migliore di quello, o uno per pagare dividendi più grandi, quale poteva essere? In un lampo tale strategia si usurò, e anche se non venne mai abbandonata fu sostituita.

Non dobbiamo dimenticare la dottrina inventata e promulgata dagli economisti del New Deal — la dottrina del debito pubblico illimitato. Che differenza faceva quanto grande fosse il debito? Non era affatto come un debito verso creditori stranieri. Era qualcosa che dovevamo solo a noi stessi. Pagare o non pagare significava solo spostare o non spostare i soldi da una tasca all'altra. E comunque, se davvero avessimo voluto pagare, il problema si sarebbe risolto con un aumento del reddito nazionale.

Molte persone infuriate sprecarono il loro tempo opponendosi a questa dottrina definendola una fallacia economica. Errore o no, era tutta una questione di punti di vista. Per coloro che consideravano il New Deal come il feticcio della solvibilità, era un errore. Per coloro che sostenevano la tecnica scientifica rivoluzionaria era perfettamente sano, addirittura ortodosso. Secondo quest'ultimo punto di vista il debito pubblico non era un problema di finanza pubblica. Bisognava considerarlo solo in relazione al fine. Un debito perpetuo e illimitato rappresenta la spesa in deficit come un principio sociale, una ridistribuzione progressiva della ricchezza per volontà del governo fino a quando non vi è più niente da condividere; dopo di che arriva un razionamento del reddito nazionale. Alla fine si arriva alla svalutazione del denaro e quindi all'inflazione, come se la classe media venisse economicamente uccisa nel sonno. Nell'arsenale della rivoluzione, l'arma perfetta è l'inflazione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Come il 1936 ha consolidato il trionfo dei progressisti

Mar, 10/02/2015 - 11:10




di Gary North


In genere gli americani, conservatori e libertari, sono d'accordo sull'anno peggiore del XX secolo: 1913.

Nel 1913 ebbero luogo tre eventi importanti. In primo luogo, venne approvato un emendamento costituzionale che istituiva una tassa sul reddito. Era una bugia, non venne approvato. Ma il Procuratore Generale degli Stati Uniti lo disse lo stesso e così, tra la popolazione, si pensò che fosse stato davvero approvato.

In secondo luogo, venne modificata la Costituzione in modo che i membri del Senato potessero essere votati attraverso elezioni pubbliche. Questo fu per lo più un cambiamento simbolico. Oltre la metà degli stati aveva già adottato questa disposizione. Ma c'era la sensazione di una modifica sostanziale alla Costituzione degli Stati Uniti: la vecchia idea che il Senato fosse eletto dalle legislature statali, era ufficialmente defunta.

In terzo luogo, venne creato il Federal Reserve System alla fine di dicembre.

L'elezione del 1912 vide lo scontro di tre progressisti: Taft, Roosevelt e Wilson. L'elezione del 1904, in cui Alton B. Parker perse contro Teddy Roosevelt, rappresentò l'ultima volta in cui qualcuno in possesso di principi costituzionali ottenne la nomination da uno dei due principali partiti politici. Teddy Roosevelt lo distrusse alle urne. Dopo le elezioni, il radicale populista William Jennings Bryan annunciò che quella rappresentava la fine del "Clevelandismo". Aveva ragione.



1936

Io sostengo che il 1936 fu il secondo anno più disastroso del XX secolo. In quell'anno Franklin Roosevelt fu rieletto come presidente. Il New Deal sembrava aver avuto successo nel ridurre la disoccupazione e nel far riprendere l'economia. Invece fu l'espansione monetaria da parte della Federal Reserve, insieme alla creazione del FDIC nel 1934, che stimolò l'economia con un boom temporaneo.

Nel 1937 quel boom si trasformò in una grave recessione. Da quel momento il New Deal si mostrò per quello che era: incapace di sconfiggere la Grande Depressione. Quest'ultima venne attenuata nel 1940, con l'inizio degli acquisti militari da parte del governo britannico. Scomparve durante la seconda guerra mondiale a causa di controlli dei prezzi e inflazione monetaria di massa. Il governo tolse dalla forza lavoro 12 milioni di uomini, e poi ampliò l'economia con acquisti militari. Il controllo dei prezzi portò al razionamento. Il tasso di disoccupazione scese, con 405,000 morti americani che furono rimossi dalla categoria "alla ricerca attiva di occupazione". La Grande Depressione -- le risorse inattive -- scomparve perché i salari reali diminuirono drasticamente, il che è esattamente quello che sarebbe successo se il presidente Hoover e il presidente Roosevelt non avessero imposto controlli dei prezzi, cosa che invece ha impedito al mercato di pulire gli errori economici del passato.

L'altro grande evento del 1936 fu la pubblicazione del libro di John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money. Dopo sei anni di depressione, gli economisti standard, ad eccezione degli economisti della Scuola Austriaca, non riuscivano spiegare la Grande Depressione. Sarebbe dovuta scomparire nel 1933. Non accadde. Gli economisti accademici non avevano alcuna spiegazione, e gli economisti più giovani ne volevano una. Il libro di Keynes sembrò offrire una soluzione analitica e una soluzione pratica: spesa pubblica in deficit. Questo fu ciò che fecero gli stati sin dal 1930, ma il libro di Keynes battezzò la pratica e ne invocò una dose maggiore.

Quegli economisti che successivamente avrebbero criticato le tesi di Keynes, a quanto pare erano ciechi e sordomuti nel 1936 e nel 1937. Hayek non rispose in pubblico al libro, cosa che relegò la sua carriera dal 1936 al 1974 ad una sorta di critico dimenticato ai margini dell'analisi economica. Il mondo accademico lo abbandonò perché lui l'aveva abbandonato. Era il critico numero uno di Keynes nel 1936 e si rifiutò di rispondergli in merito al libro. Sembrava che fosse stato sconfitto intellettualmente. Sembrava che l'analisi economica di Keynes fosse immune alle critiche del membro più famoso della Scuola Austriaca.

Nel 1937 la McMillan, che aveva pubblicato il libro di Keynes e che aveva già pubblicato il libro del 1934 di Lionel Robbins, The Great Depression, pubblicò un libro di tre autori che trattava analiticamente le cause della Grande Depressione: Banking and the Business Cycle. Accusava le banche centrali. Ma questo libro non ebbe mai alcuna trazione, e rimane ancora oggi dimenticato. Per fortuna il Mises Institute lo mette a disposizione a titolo gratuito o in un formato facilmente stampabile, ma quasi nessuno se lo ricorda. Quasi nessuno nel 1937 sapeva che esistesse.

Keynes creò una rivoluzione intellettuale all'interno del mondo accademico e all'interno della comunità politica. Keynes sosteneva ciò che i politici volevano comunque fare. Viviamo all'ombra di Keynes perché gli economisti accademici vissero all'ombra della Grande Depressione nel 1936. Furono sconfitti intellettualmente, o nel caso di Hayek, rimasero muti. Questo fu sufficiente a trasferire a Keynes e ai suoi discepoli la leadership intellettuale in campo economico per il resto del XX secolo, e ancora oggi la loro tradizione è dominante. Non come lo era nel 1956, o nel 1965, ma è ancora dominante.



FARLA FRANCA

Ho invitato un qualunque giovane e brillante economista della Scuola Austriaca a dedicare i prossimi 20 anni ad una confutazione completa della General Theory di Keynes. Nessuno ha accettato la mia proposta. E' indicativo, ancora una volta, che Keynes se la cava a buon mercato.

Inoltre anche il New Deal se la cava a buon mercato. Siamo ancora in attesa di una confutazione completa dell'idea che Franklin Roosevelt abbia salvato la democrazia americana, che abbia salvato il sistema capitalista dall'autodistruzione e che fu attirato nella seconda guerra mondiale, non perché mise pressione al governo giapponese affinché attaccasse Pearl Harbor, ma perché l'Impero giapponese era miope e crudele. Se l'è cavata a buon mercato sin dal 1945, almeno nei libri di testo. La serie di Ken Burns sui Roosevelt è semplicemente l'ultimo esempio.

Esistono libri contro vari aspetti dell'amministrazione Roosevelt, ma non esiste un solo libro, scritto da uno storico esperto che comprenda anche l'economia della Scuola Austriaca, che critichi il New Deal come spinta verso una guerra contro il governo costituzionale, l'economia di mercato e la libertà personale. Franklin Roosevelt non viene visto come l'uomo che ha completato la distruzione della repubblica americana, un processo che era stato visibilmente inaugurato da Abraham Lincoln, garantito da Woodrow Wilson e terminato da Franklin Roosevelt. Nessuno che sostiene tale tesi potrebbe aspirare ad insegnare in una qualsiasi delle grandi università americane, e il libro non verrebbe pubblicato da una qualsiasi delle grandi case editrici americane. Quindi, nessuno storico tenta di scriverlo.

Thomas DiLorenzo potrebbe scrivere la parte economica del libro, ma non ha alcuna competenza nella letteratura revisionista della seconda guerra mondiale. Il libro dovrebbe essere un lavoro di due studiosi. Ma, ricordate, DiLorenzo non è uno storico certificato dal punto di vista professionale. Per scrivere il libro, lo storico che scriverebbe la sezione su Pearl Harbor dovrebbe ottenere il sostegno di un esperto al di fuori del dipartimento di economia. Anche in questo caso possiamo capire quanto sia messa male la situazione oggi, quasi 70 anni dopo la morte di Franklin Roosevelt.

Inoltre, per quanto ne so, nessuno storico americano ha vagliato tutto il materiale fornito dal revisionismo sulla seconda guerra mondiale, riportando alla luce i vecchi argomenti, pubblicando i documenti dalle fonti originali e dedicando almeno 20 anni ad uno studio dettagliato dell'evento. I grandi storici revisionisti restano quelli che hanno ricevuto la cattedra prima della seconda guerra mondiale e che hanno pubblicato i loro libri tra il 1946 e il 1953: Charles A. Beard e Charles C. Tansill. Dal punto di vista storiografico, la Fondazione Rockefeller e il Council on Foreign Relations hanno avuto successo sin dal 1946. Hanno ucciso il revisionismo della seconda guerra mondiale prima ancora che nascesse. Lo fecero con i soldi. Poi intervenne la comunità accademica, respingendo il revisionismo della seconda guerra mondiale e definendolo una cospirazione sostenuta da eccentrici. Ad oggi la situazione nelle aule accademiche non è cambiata.

Non è che non abbiamo avuto storici di primo piano che avrebbero potuto farlo. Non è che non abbiamo avuto economisti di primo piano che avrebbero potuto demolire il lavoro di Keynes. E' che non abbiamo avuto giovani disposti a dedicare tutta la loro carriera a quella che era chiaramente un'operazione kamikaze. Prima di dedicare la loro vita ad un compito apparentemente impossibile, avrebbero preferito che il mondo accademico avesse cambiato opinione. Non sono disposti a pagare il prezzo.



CONCLUSIONE

Fino a quando il mito di Keynes e il mito di Franklin Roosevelt, che sono strettamente intrecciati, non verranno confutati in una serie di materiali accademici esaustivi, e poi tradotti in materiali accessibili al grande pubblico e agli studenti nel ramo dell'homeschooling, il controllo dell'Establishment sarà schiacciante sui media e sul mondo accademico. Il World Wide Web offre un modo per aggirare il potere dell'Establishment, ma in questi due settori fondamentali della storia americana -- il New Deal e l'introduzione di Keynes al keynesismo -- non abbiamo ancora iniziato a combattere.

Le battaglie intellettuali sul New Deal e su Keynes facevano parte di una guerra continua. I conservatori e i libertari l'hanno persa nel 1936, ma non a causa delle presunte lacune nella loro teoria. Mises aveva fornito la base della risposta nel 1912 con The Theory of Money and Credit. Anche Hayek gettò le basi: Monetary Theory and the Trade Cycle (1933). Ma nel 1936 nessuno dei due si sedette a scrivere risposte definitive a Keynes. Nessuno di loro l'ha mai fatto. Mises scrisse un libro importante nel 1957: Theory and History. A quel punto Keynes aveva trionfato nel mondo accademico occidentale. L'ultimo libro di Hayek fu del 1988: The Fatal Conceit.

Bisogna combattere quando arriva la battaglia. Non basta essere ben armati. Bisogna difendersi e lottare.

Dobbiamo ancora lanciare un assalto in piena regola alla General Theory. Failure of the "New Economics" (1959) di Hazlitt era solo l'inizio, ma una confutazione in un volume quasi sconosciuto non è sufficiente. Ci deve essere un assalto in piena regola. Deve essere continuo. Deve iniziare con la General Theory e poi deve estendersi ad Economics di Samuelson: ogni edizione.

Per quanto riguarda FDR, The Roosevelt Myth (1948) di Flynn rimane l'unico volume che critica tutto il periodo della sua presidenza: politica interna e politica estera. Non fu scritto da uno storico esperto, ma da un vecchio giornalista. Non riuscì a fare breccia nell'opinione pubblica. Il mito di FDR è ancora universale.

Le due battaglie ancora infuriano. Stiamo ancora perdendo. Fino a quando non le vinceremo entrambe, continueremo a perdere la guerra.

Un Grande Default è in arrivo. A quel punto l'eredità di FDR e Keynes sarà vulnerabile ad una revisione. Il lavoro di revisione deve iniziare ora.

Doveva essere iniziato nel 1937.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Incombe una crisi fiscale senza fine

Lun, 09/02/2015 - 11:10




di David Stockman


A quell'epoca non esisteva affatto una scelta.

Non avreste trovato un solo economista keynesiano, o marxista, che avrebbe consigliato la via di un'enorme debito pubblico e della sua monetizzazione da parte della banca centrale (cosa che in realtà sarebbe accaduta tre decenni più tardi).

Allora Washington aveva barcollato fino alla cifra di $1 bilione. Nell'ottobre del 1981, con l'economia americana che stava scivolando in una recessione a doppio fondo, la matematica fiscale della Reaganomics stava già cominciando a strappare le cuciture del bilancio. Il "taglio fiscale di Reagan" aveva innescato una guerra monumentale a Capitol Hill tra le varie lobby di interessi particolari, e aveva finito per ridurre la base delle entrate permanenti di circa il 6.2% del PIL.

Allo stesso modo, il bilancio della difesa si prevedeva che dovesse crescere del 5% in termini reali per alcuni anni, ma il Pentagono aveva spaventato talmente tanto il nuovo presidente da fargli autorizzare un decennio di spese folli che a metà degli anni '80 avrebbero triplicato il budget della difesa (i neocon gli dissero che l'Impero del Male era prossimo alla vittoria militare, quando invece stava sprofondando in un baratro economico). Inutile dire che i modesti tagli nazionali approvati durante l'inizio dell'amministrazione Reagan non intaccarono minimamente questi eccessi monumentali sul fronte fiscale e della difesa.

Nell'autunno del 1981 non solo la Casa Bianca oltrepassò per la prima volta la soglia che conduceva oltre il bilione di debito pubblico; ma c'era la paura che grandi deficit permanenti sarebbero diventati la norma ed avrebbero condotto ad una crisi fiscale e, di conseguenza, alla rovina economica.

E in base agli standard del passato, sebbene si fosse tollerata l'infame politica "guns and butter" di Johnson che prevedeva un deficit pari al 2.5% del PIL, la prospettiva era terribile. Negli anni '80, infatti, la nazione arrivò ad avere un deficit del 6% del PIL.

E c'è un altro punto saliente. La banca centrale era gestita dal grande Paul Volcker, il quale era determinato a spezzare la schiena dell'inflazione a doppia cifra che i suoi predecessori, William Miller e Arthur Burns, avevano generato nel corso degli anni '70. Va da sé, quindi, che nessuno pensava che Volcker avrebbe monetizzato il debito federale per facilitare la vita ai politici spendaccioni.

Per l'ultima volta nella storia, Washington avrebbe dovuto stringere la cinghia.

Nei tre anni successivi, con le buone e le cattive, venne compensato circa il 40% del gigante taglio delle tasse di Reagan. Infatti nel 1983 venne aumentata di circa il 20% anche l'imposta sui salari per salvare dal fallimento il fondo fiduciario della Previdenza Sociale.

Nel complesso, queste misure di rigore fiscale non ebbero un effetto trascurabile. Misero un freno al deficit che altrimenti sarebbe andato fuori controllo a causa delle spese per la difesa, della riduzione delle imposte e della recessione economica che stava eruttando dall'inevitabile medicina monetaria di Volcker. Tuttavia, dal 1982 al 1986, il deficit federale era in media il 5% del PIL.

Niente del genere era mai stato immaginato prima, o perlomeno al di fuori di una guerra mondiale — nemmeno da professori come Samuelson, Heller, Tobin e altra marmaglia keynesiana. Durante il tempo di pace tra il 1954 e il 1964, ad esempio, il deficit federale era in media meno dell'1% del PIL e Eisenhower aveva effettivamente raggiunto diversi avanzi fiscali in quel periodo.

Fare ricorso a deficit massicci, nonostante gli sforzi di una ripresa nel 1982-84, non era minimamente preso in considerazione da tipi come Paul Krugman. All'epoca lui faceva parte dello staff economico di Reagan. Mai una volta aveva affermato che il debito nazionale al 33% del PIL era troppo piccolo e che fosse necessario uno "stimolo" a tempo indeterminato.

Poi arrivarono la vittoria di Volcker sull'inflazione, una forte ripresa economica e la campagna “morning in America” del 1984. Ai fini pratici, il lavoro di ripristinare completamente una rettitudine fiscale è rimasto incompiuto, come si è poi scoperto.

Il deficit strutturale aveva iniziato a ridursi in modo modesto grazie alla forte ripresa economica del 1983-1985 (quando la crescita del PIL raggiunse in media il 5% annuo), alle entrate di un triplice aumento delle tasse approvato da Reagan tra il 1982 e il 1984, e al massiccio aumento delle tasse sui salari nascosto dietro al cosiddetto salvataggio della Previdenza Sociale (1983).

Questo fu un punto di svolta storico. Infatti la riforma della Previdenza Sociale e del Medicare passò in secondo piano grazie al trucco dell'aumento delle tasse sui salari. Ciò fece registrare eccedenze di cassa nei fondi fiduciari e nei due decenni successivi permise un accumulo intra-governativo di IOU. Queste eccedenze servirono a spazzare sotto il tappeto il disastro fiscale dei cosiddetti "diritti intergenerazionali sociali", i quali incarnano proiezioni lunghe 75 anni che risultano sempre troppo ottimiste.

Dal gennaio 1985 qualsiasi altro aumento delle tasse o taglio al bilancio della difesa, sarebbe stato fuori discussione per la Casa Bianca. I politici di entrambi gli schieramenti, allergici a qualsiasi taglio della spesa, erano più che felici di accantonare eventuali riduzioni di spesa più significative.

Così dal 1985 la politica di bilancio è andata per i fatti suoi. La scritta sul muro era visibile ben prima della follia fiscale di George W. Bush scoppiata nel 2001. Durante i dodici anni delle amministrazioni Reagan-Bush, il debito pubblico avrebbe raggiunto $4.3 bilioni e sarebbe stato 4 volte superiore a quello che Jimmy Carter ci aveva lasciato.

Ironia della sorte, il flagello della spesa in deficit e il suo avversario primario (es. i repubblicani) avrebbero unito le forze per generare un deficit che in media sarebbe stato del 4.1% del PIL. Il ricorso dodecennale ad un deficit permanente non era dovuto ad un'economia debole o ad una crescita insufficiente del PIL, come i revisionisti di Reagan hanno sostenuto sin da allora. Infatti tra il 1982 e il 1993 la crescita del PIL è stata in media del 3.6% l'anno.

No, fu una scelta politica che cambiò per sempre la linea di politica. I deficit delle amministrazioni Reagan-Bush furono pari a 3 volte il deficit medio maturato in tempo di pace da FDR, Truman, Kennedy-Johnson e Jimmy Carter messi insieme. Di conseguenza i democratici non avrebbero mai più affrontato la grande paura di Tip O'Neill — ovverosia, che un giorno avrebbero perso la loro maggioranza al Congresso a causa di un attacco del GOP (come nel 1946) alla loro propensione per la spesa in deficit.

Ma c'è di più. Non c'è stata la rovina economica che sarebbe dovuta scaturire dai grandi deficit fiscali — almeno non nel lasso di tempo che ci si immaginava. Di conseguenza il GOP ha progressivamente abbracciato una dottrina anti-tasse che però ignorava i livelli abnormi del debito nazionale.

Nel frattempo, democratici e repubblicani cercarono di ristabilire (per l'ultima volta) una parvenza di rettitudine fiscale durante i primi tempi della presidenza Clinton. E sulla carta fecero notevoli progressi. In effetti, il bilancio federale fece registrare eccedenze tra il 1996 e il 1999; anche se insostenibili, a causa dei grandi guadagni inattesi della bolla dot-com di Greenspan.

Ma il problema fiscale strutturale non è stato mai risolto; è stato solo temporaneamente sepolto sotto tre illusioni.

La prima: la gigantesca macchina bellica di Reagan — che in realtà era una grande armata di forze terrestri, marittime e aeree ideali per guerre di invasione e occupazione — sarebbe dovuta andare in pensione quando finì la guerra fredda e l'Impero del Male crollò. Le cose non sono andate così.

Invece il complesso militare-industriale e i suoi propagandisti neoconservatori hanno costantemente mandato nel panico la nazione per un'inutile "guerra al terrorismo" dopo la tragedia del 9/11. In poco tempo il bilancio della difesa è raddoppiato, passando dal 3.0% del PIL nei primi anni post-guerra fredda a quasi il 6.0% del PIL dopo le campagne belliche di Bush.

Allo stesso modo, l'aumento delle tasse sui salari ha infine esaurito la sua capacità di compensazione. Di conseguenza nell'anno fiscale 2013 il Fondo AVS (pensione) ha registrato un deficit da $95 miliardi e il fondo DI (disabilità) ha registrato un ulteriore deficit da $45 miliardi. Ciò significa che il deficit complessivo è quasi di $140 miliardi l'anno e in rapida ascesa.

In effetti il cosiddetto surplus della previdenza sociale, che ha finanziato il deficit del fondo generale per più di due decenni, non solo è scomparso, ma è ormai entrato nella falsa contabilità del fondo fiduciario di Washington. Detto in modo diverso, oltre ai $3 bilioni di IOU rilasciati ai fondi fiduciari nei decenni precedenti, non c'è volontà di emetterne altri poiché ci si sta concentrando solamente sui redditi reali dei datori di lavoro e dei dipendenti.

Invece i fondi fiduciari sperano illusoriamente di intascare i proventi degli "interessi" intra-governativi sui bilanci precedenti, in modo da trasmettere un'immagine di apparente solvibilità. Ma anche secondo le proiezioni economiche dell'OMB, in cui la piena occupazione verrà raggiunta nel 2017 e rimarrà così per tempo immemore, il deficit del fondo fiduciario dovrebbe raggiungere i $190 miliardi l'anno entro il 2019.

Per quell'anno, però, il gioco contabile del fondo fiduciario sarà già stato esposto. In realtà le proiezioni dell'OMB mostrano solo $95 miliardi di falsi "interessi attivi" entro il 2019, il che significa che gli "attivi" del fondo fiduciario dovranno essere liquidati per $100 miliardi solo in quell'anno, e poi dovrebbero scomparire completamente nel decennio successivo.

Ciò significa che i $18 bilioni di debito pubblico rappresentano debito reale — non la comoda illusione spacciata da Washington e dagli economisti keynesiani secondo cui il debito "detenuto dal pubblico" è solo $13 bilioni e quindi il 75% del PIL.

No, il vero rapporto di leva della nazione è 106% del PIL. In trentatré anni l'onere del debito pubblico sul reddito nazionale è triplicato. E quando si aggiungono i $3 bilioni di debito statale e locale, il rapporto del debito pubblico totale è quasi il 120% del PIL.




E questo ci porta alla domanda finale. Come è possibile che al cospetto di cotanta dissolutezza fiscale siamo riusciti a cavarcela? La risposta breve è che non ce la siamo affatto cavata.

L'effetto crowding out e un'alta inflazione dei prezzi al consumo non si sono mai verificati perché la FED di Greenspan ha indirizzato l'intera economia mondiale lungo un sentiero di espansione del credito e massiccia finanziarizzazione — un processo insidioso ingegnerizzato dall'azione concertata di tutte le principali banche centrali. Questo convoglio di stampanti monetarie ha aperto le porte dei "caveau" delle banche centrali nei quali è stato temporaneamente parcheggiato il debito dello Zio Sam.

Il modello è come quello degli scarafaggi in casa: i bond statali entrano, ma non escono. Quello che è successo in termini pratici è che il credito fiat del settore bancario centrale si è sostituito al risparmio reale privato per quanto riguarda il finanziamento del debito pubblico.

Infatti, grazie alle economie mercantiliste dell'Asia e ai paesi esportatori di petrolio, quasi $5 bilioni di debito pubblico degli Stati Uniti sono stati assorbiti dalle banche centrali estere e dai fondi sovrani. Altri $3 bilioni sono finiti nella FED. E altri $5 bilioni, come indicato in precedenza, sono stati temporaneamente finanziati da fondi fiduciari inter-governativi che ora sono in procinto di immergersi in una modalità di liquidazione irreversibile.

Credo che ormai siano evidenti due cose. La prima è che la massiccia monetizzazione del debito pubblico non può andare avanti ancora a lungo, o il sistema monetario verrà distrutto. Questo è quello che significa essere bloccati dalla ZIRP. La follia monetaria in Giappone non è altro che il segno di come ci stiamo avvicinando alla fine dell'era della monetizzazione.

Nel caso del Giappone, il più grande debitore al mondo ha già distrutto il proprio mercato obbligazionario — la BOJ è l'unica che ancora acquista il decennale giapponese con un rendimento dello 0.4%. E la BOJ ora sta anche uccidendo rapidamente lo yen.

In secondo luogo, il PIL nominale degli Stati Uniti è cresciuto a meno del 4% l'anno negli ultimi dieci anni, e, in un mondo necessitante di deflazione, non c'è alcuna possibilità che si possa emancipare da tale "vincolo". Di conseguenza lo scenario ottimista proiettato dal CBO per il prossimo decennio, non ha la minima possibilità di realizzarsi. Invece degli $8 bilioni previsti dal CBO, l'attuale situazione politica di Washington — ormai in corso da 30 anni — genererà nel prossimo decennio (come minimo) $15 bilioni di nuovo debito pubblico.

Sì, aggiungeteli all'attuale montagna di debito pubblico della nazione e arriverete a $33 bilioni entro il 2024 o giù di lì. E poi non bisogna scordarsi la gigantesca bolla finanziaria e gli sconfinati investimenti improduttivi generati dalle banche centrali di tutto il mondo negli ultimi due decenni, i quali ci garantiscono un lungo periodo di deflazione globale.

Di conseguenza il PIL nominale degli Stati Uniti sarà fortunato se raggiungerà i $24 bilioni entro lo stesso anno. Il debito pubblico sarà pari al 140% del PIL. Questo significa che il futuro prospetta per questa nazione una crisi fiscale senza fine.

Questa è la fine dei giochi di una deplorevole dissolutezza fiscale senza precedenti vecchia di 33 anni.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/