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Francesco Simoncellihttps://plus.google.com/107590944263229374944noreply@blogger.comBlogger1358125
Aggiornato: 2 ore 48 min fa

L'importanza del capitale nella teoria economica

Lun, 23/06/2014 - 10:19
Ci risiamo. Eppure le confutazioni a queste sciocchezze non sono mancate. Ma a quanto pare certe assurdità trovano sempre terreno fertile, e questo sinceramente è qualcosa che non finirà mai di stupirmi. Comunque, l'ultimo arrogante in ordine cronologico a gonfiare il petto ed asserire come il capitalismo sia un sistema "fallimentare" è Thomas Piketty nel suo libro Capital in the XXI Century. La sua ignoranza nella conoscenza della storia economica è imbarazzante, visto che mostra come prova inconfutabile delle sue tesi il continuo arricchimento di quel 1% della popolazione a scapito del resto di noi. E' davvero così? Peccato che il nostro "esimio" autore si scordi di come funziona la legge di Pareto. Peccato che il nostro "esimio" autore si scordi di come funzioni il settore bancario centrale e come esso modelli l'economia. Peccato che il nostro "esimio" autore si scordi di come non sia la quantità degli investimenti a fare la differenza, ma la qualità. E indovinate un pò? La Casa Bianca e il FMI sono entusiasti del suo lavoro, soprattutto quando parla di progressivismo nella tassazione e tasse sulla "ricchezza". Magicamente gli anni di clientelismo scompaiono dal radar e ci ritroviamo catapultati a nostra insaputa in un'economia di libero mercato, dove sono stati perseguiti investimenti stimolati da risparmio reale ed evidenziati da segnali di mercato sani. Sciocchezze. Così come nel 1936, lo stato ha bisogno di continue giustificazioni per agire agli occhi degli individui.
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di Robert P. Murphy


Una delle caratteristiche principali dell'economia di mercato è il capitale. Infatti il sistema della libera impresa e della proprietà privata, viene spesso indicato con il termine capitalismo. Gli economisti, a loro volta, hanno sempre incluso il concetto di capitale nelle loro teorie e nei loro modelli sin dalla nascita dell'economia come disciplina autonoma. È giusto notare che, mentre scrivo questo articolo, il tomo di Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, è il best-seller n°1 tra tutti i libri su Amazon.

Tuttavia è stato frainteso il ruolo del capitale e il suo posto nella teoria economica. Anche se questo aspetto è stato affinato alla luce della nuova teoria della produttività marginale dei prezzi, il crescente formalismo dell'economia nel XX secolo ha condotto molti economisti a scordare le nuove intuizioni.

Questo articolo descrive questi sviluppi e spiega perché molti degli economisti di oggi trarrebbero beneficio da una migliore comprensione della natura del capitale. La questione è importante non solo per capire la teoria di base della distribuzione del reddito, ma anche per comprendere temi complessi (come i cicli economici).



Definire il capitale

Una definizione standard di capitale è "mezzi di produzione di prodotti", che è un concetto fisico. Tuttavia gli economisti usano anche il termine "capitale" per indicare una somma di denaro. Quindi vi è una distinzione fondamentale tra capitale finanziario e capitale strumentale. Gli economisti utilizzano spesso lo stesso termine, "capitale," per fare riferimento allo stesso concetto. Ad esempio, il proprietario di una lavanderia a gettoni potrebbe dire: "Ho $300,000 di capitale investito nella mia attività". Vuol dire che se vendesse tutti gli asset dell'impresa e pagasse tutte le sue passività (come ad esempio un mutuo sulla proprietà detenuto dalla banca), si ritroverebbe con $300,000 in denaro. Qui "capitale" ovviamente è un concetto finanziario che coinvolge i prezzi di mercato ed è denominato in unità monetarie.

Tuttavia un economista potrebbe dire: "Oltre ai due operai e alla terra su cui si trova l'edificio, la lavanderia utilizza capitale sotto forma di lavatrici, asciugatrici e distributori automatici che dispensano detersivo e salviette ammorbidenti per l'asciugatrice". In questo caso con "capitale" si intende beni fisici, e questi non possono essere aggregati in un unico numero.

La distinzione tra capitale finanziario e capitale strumentale è fondamentale.



L'interesse non è il rendimento del capitale strumentale

Gli economisti classici classificavano in tre modi il reddito ed i fattori di produzione: la terra fruttava un affitto; il lavoro fruttava i salari; e il capitale fruttava l'interesse (o profitto). Questo schema classico è sopravvissuto fino ad oggi: nel linguaggio comune "affitto" è ciò che una persona paga al locatore; "salario" sono i redditi maturati dai lavoratori che vendono i loro servizi di manodopera; e, in molti modelli economici, l'interesse è pari al "prodotto marginale del capitale".

Tuttavia, come hanno sottolineato economisti come Frank Fetter e Irving Fisher, queste classificazioni nette crollanno alla luce della teoria moderna dei prezzi.[1] Ad esempio, supponiamo che un magnate immobiliare possegga un grande appezzamento di terreno agricolo e lo affitti ai mezzadri per $100,000 l'anno. Chiaramente tali pagamenti annuali sono "affitti" e sono dovuti alla produttività marginale della terra.

Tuttavia, supponiamo che il prezzo di mercato del terreno sia di $1 milione. Pertanto se il proprietario continua a tenere il terreno (piuttosto che venderlo a titolo definitivo) e si limita ad affittarlo, egli sta implicitamente investendo $1 milione del suo capitale finanziario, su cui sta guadagnando un rendimento del 10%. Se le obbligazioni a lungo termine fruttassero il 12%, il proprietario potrebbe prendere seriamente in considerazione la vendita del terreno e commutare il suo capitale (finanziario) in obbligazioni, dove guadagnerebbe un rendimento più elevato. Giudicati da questo punto di vista, quindi, sembra che anche i pagamenti annuali dei mezzadri ad un proprietario siano una forma particolare di interesse. Questo semplice esempio mostra che è sbagliato considerare "interesse" un particolare tipo di reddito dovuto solo ai proprietari di capitale strumentale; l'interesse è dovuto anche al proprietario di terreni, sotto forma di percentuale di rendimento sul "valore attuale capitalizzato" della terra.



L'interesse non è il "prodotto marginale del capitale (strumentale)"

Anche se l'esempio della sezione precedente sembra abbastanza semplice, la sua lezione è rilevante anche per gli economisti laureati di oggi. In base a modelli matematici semplificati, è stato insegnato loro che in un'economia di mercato competitiva, il tasso di interesse reale è uguale al "prodotto marginale del capitale", così come il salario reale è uguale al "prodotto marginale del lavoro".

La logica è semplice: se un'impresa assume un lavoratore per un'ora supplementare, la sua produzione aumenterà di un certo importo. Se il mercato del lavoro è competitivo, l'impresa deve versare al lavoratore un salario corrispondente al valore di mercato di questo incremento nella produzione fisica dell'impresa.

Allo stesso modo — come ragionano tipicamente gli economisti moderni — se l'azienda assume un'unità addizionale di capitale, la produzione fisica aumenta, e quindi l'impresa deve pagare ai proprietari di questo capitale un interesse corrispondente al valore di mercato di questo incremento nella produzione fisica.

Tuttavia questa logica confonde capitale strumentale con capitale finanziario. Se un'impresa impiega un bene strumentale specifico per unità di tempo, il pagamento è il prezzo d'affitto del bene strumentale. Ad esempio, supponiamo che un magazzino paghi $100,000 l'anno ad una società indipendente che gestisce flotte di carrelli elevatori. Questi pagamenti annuali sono chiaramente dovuti al "prodotto marginale" dei carrelli elevatori; il magazzino può vendere più servizi ai suoi clienti quando li usa.

Tuttavia questi fatti tecnologici non ci dicono nulla circa il tasso di interesse di cui godono i proprietari dei carrelli elevatori. Al fine di determinarlo, dovremmo conoscere il prezzo di mercato dei carrelli elevatori. Ad esempio, se i carrelli elevatori che la società indipendente affitta al magazzino potessero essere venduti sul mercato aperto ad $1 milione, allora i loro proprietari godrebbero di un rendimento del 10% annuo in base al loro capitale investito. Ma se i carrelli elevatori potessero essere venduti a $2 milioni, allora il pagamento di $100,000 — a causa del "prodotto marginale" dei carrelli elevatori — corrisponderebbe solo ad un tasso di interesse del 5%. Questo semplice esempio illustra come la conoscenza del prodotto marginale del capitale di per sé, non ci permette di fissare il tasso di interesse. Il rapporto tra la produttività del capitale e il tasso di interesse non è direttamente analogo al rapporto tra produttività del lavoro e salario.[2]



Applicazione ai cicli economici

Le riflessioni di questo saggio potrebbero sembrare curiosità teoriche o "filosofiche" di scarsa utilità pratica. Tuttavia, il mancato apprezzamento della natura eterogenea della struttura del capitale può portare a gravi errori di politica.

Considerate le argomentazioni politiche sul ciclo economico. Molti economisti di libero mercato abbracciano la teoria del "Real Business Cycle" (RBC), la quale sostiene che il tipico ciclo economico sia dovuto a "shock" nei fondamentali dell'economia (legati alla tecnologia o all'offerta di risorse). Nei modelli RBC, le recessioni sono in realtà la risposta "ottimale" a questi shock reali, e gli interventi del governo (attraverso lo "stimolo" monetaria o fiscale) serviranno solo ad ostacolare l'adattamento dell'economia alle nuove informazioni.[3]

Sebbene i modelli formali RBC siano internamente coerenti ed obbediscano alle "aspettative razionali", molti economisti li trovano plausibili per spiegare le recessioni del mondo reale. Gli eonomisti keynesiani ridacchiano al tentativo di caratterizzare lunghi periodi di elevata disoccupazione e di altre risorse inattive, come una risposta "razionale" ai fondamentali sottostanti. Per illustrare quanto secondo i keynesiani sia sciocco l'approccio RBC, essi fanno sarcasticamente riferimento alla Grande Depressione come "alla Grande Vacanza".[4] Il loro punto è che gli anni '30 furono chiaramente caratterizzati da una carenza di domanda aggregata, piuttosto che da lavoratori che sceglievano volontariamente di ritirarsi dal mercato in risposta alle nuove informazioni.

I keynesiani hanno un'altra linea di attacco contro il tentativo di alcuni economisti di libero mercato di spiegare le recessioni come una "risposta ottimale" a nuove informazioni sui fondamentali.[5] Quando c'è un crollo finanziario e le persone si rendono improvvisamente conto che non erano così ricche come pensavano in precedenza, la risposta ottimale non è quindi lavorare di più? Certo, potremmo elaborare un modello nello spirito della RBC che "funzioni", ma non sfiderebbe il buon senso? I keynesiani spesso dicono che gli Stati Uniti avevano lo stesso numero (o più!) di lavoratori e macchine nel 2009 come nel 2008; non vi era alcuna ragione tecnologica per cui il PIL effettivo dovesse scendere, in modo che il "PIL potenziale" sarebbe potuto salire secondo la sua traiettoria originale.[6]

Segregati negli aggregati macroeconomici, i keynesiani sembrano avere una forte tesi contro i teorici RBC e altri economisti di libero mercato che pensano che l'economia dovrebbe essere lasciata in pace di "sistemare le cose" durante una recessione. Se usiamo un modello che rappresenta lo stock di capitale con un unico numero (lo chiamano "K"), allora è difficile capire perché un periodo di boom dovrebbe portare ad un "post-sbornia" di recessione. Eppure, se adottiamo un modello più ricco che comprende la complessità e l'eterogenicità della struttura del capitale, possiamo vedere che gli "eccessi" di un periodo di boom possono avere effetti negativi a lungo termine. In questo quadro, ha senso che dopo lo scoppio di una bolla vedremmo un tasso di disoccupazione insolitamente elevato e altre risorse "inattive", mentre l'economia "ricalcola", tanto per usare una metafora di Arnold Kling.[7]



Analogia col capomastro di Mises

Il modo migliore che conosco per spiegare la rilevanza della teoria del capitale rispetto ai cicli economici, è quello che fa riferimento all'esempio del capomastro di Ludwig von Mises, che qui adatterò per approfondire la nostra tesi.[8]

Immaginate un capomastro che ha un tot. di mattoni, ghiaia, lastre di vetro, legname, lavoratori e altri input. Sulla base delle sue informazioni, elabora progetti per una grande casa. Tuttavia, secondo i suoi progetti, si presume che abbia 10,000 mattoni a sua disposizione, quando in realtà ne ha solo 9,000. Questo "progetto di investimento" è fisicamente insostenibile. Non importa quello che fa, il costruttore non sarà in grado di completare la casa rappresentata nei progetti.

Ora supponiamo che ad un certo punto i lavoratori si rendano conto di questa discrepanza. Essi considerano di dirlo al capomastro, ma non vogliono turbare l'ottimismo del cantiere. Guardate come sono felici tutti i carpentieri ed i muratori! Sarebbe un colpo terribile per il morale: rivelerebbe la terribile realtà. Così i subalterni usano teloni e altri dispositivi per mantenere vivo il progetto originale.

Tuttavia, ad un certo punto, l'illusione deve finire. Nel momento in cui il capomastro si rende conto che c'è una discrepanza di 1,000 mattoni tra i suoi progetti e le scorte fisiche, la sua reazione immediata sarà quella di urlare a tutti i subalterni: "SMETTETE DI LAVORARE!"

Il capomastro esaminerà quindi i progressi ed i materiali ancora disponibili. Altererà i progetti per costruire la migliore casa possibile, in funzione delle risorse "mal investite" nel periodo artificiale. Una volta che ridisegna i progetti, i lavoratori inattivi sul sito verranno reinseriti solo gradualmente nel processo di costruzione. Ad esempio, per fare in modo che il posto di lavoro sia pronto ad una ripresa generale delle attività, potrebbe essere necessario svolgere prima alcuni compiti chiave. Inoltre alcuni operai specializzati, forse il tipo che sa come installare vasche idromassaggio, potrebbe finire per essere del tutto superfluo nella revisione del progetto.

Per ampliare l'analogia, si noti che prolungare il "boom edilizio" artificiale fa peggiorare solamente il periodo di "bust", poiché più e più risorse verranno bloccate in configurazioni specifiche, come concepito in un progetto irraggiungibile. Inoltre una volta che diviene chiaro l'errore, la risposta ottimale è l'arresto immediato della produzione. I lavoratori e le altre risorse diventano inattive e torneranno a lavoro solo gradualmente. Questo risultato è la conseguenza del ruolo che hanno i beni strumentali; non ha nulla a che fare con le preferenze dei lavoratori per il tempo libero o i cambiamenti nella tecnologia. Così la storia standard della RBC, quando incorporata in un modello con una struttura di capitale eterogenea, è molto più plausibile come diagnosi, per esempio, per l'attuale bolla immobiliare statunitense.



Conclusione

Sebbene il capitale svolga un ruolo centrale nella teoria economica e nel mondo, molti economisti non vi hanno dato sufficiente attenzione. Anche il libro dell'economista Piketty dedica una spiegazione molto semplicistica del capitale, considerandolo un aggregato unico. Un corretto apprezzamento della struttura eterogenea del capitale mostra la debolezza degli approcci teorici standard, che impiegano "semplificazioni per convenienza analitica" i quali non fanno altro che oscurare la realtà economica. Per citare solo due vantaggi: l'apprezzamento del capitale chiarisce importanti questioni sulla distribuzione del reddito e fornisce anche una spiegazione molto più convincente dei possibili limiti della politica monetaria e fiscale per stimolare l'occupazione durante le recessioni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note

[1] Si veda per esempio Frank A. Fetter (1977), Capital, Interest and Rent: Essays in the Theory of Distribution, ed. with intro. by Murray N. Rothbard, (Kansas City: Sheed, Andrews and McMeel); e Irving Fisher (1910), Elementary Principles of Economics (Norwood, MA: MacMillan Co.), p. 422.

[2] Nel mio lavoro tecnico ho spiegato che gli economisti moderni sorvolano questi punti, apparentemente elementari, perché i loro modelli standard analizzano economie semplici con un solo bene. Si veda Robert P. Murphy (2005), "Dangers of the One-Good Model: Böhm-Bawerk's Critique of the 'Naïve Productivity Theory' of Interest." Journal of the History of Economic Thought, Vol. 27, No. 4 (dicembre 2005), pp. 375-382.

[3] Un primo riferimento alla teoria RBC è Kydland, Finn E. and Edward C. Prescott (1982), "Time to Build and Aggregate Fluctuations." Econometrica 50 (6): 1345-1370.

[4] Si veda, per esempio, Paul Krugman, "How Did Economists Get It So Wrong?" New York Times Magazine, 2 settembre 2009: http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html

[5] Per un esempio di questo tipo di critica, con un linguaggio colorito, si veda Karl Smith (2010), "You Can't Overwork Yourself By Smoking Joints and Watching Too Many Episodes of Jersey Shore," Modeled Behavior blog post, 30 novembre 2010, disponibile a: http://modeledbehavior.com/2010/11/30/you-cant-overwork-yourself-by-smoking-joints-and-watching-too-many-episodes-of-jersey-shore/

[6] Per esempio, si veda Brad DeLong (2013), "And I Do Not Understand the Federal Reserve's Current Thinking At All," Grasping Reality blog post, 22 agosto 2013, disponibile a: http://delong.typepad.com/sdj/2013/08/and-i-do-not-understand-the-federal-reserves-current-thinking-at-all.html

[7] Per esempio si veda Arnold Kling (2010), "The Recalculation Story: A Summary," EconLog blog post, 24 luglio 2010, disponibile a: http://econlog.econlib.org/archives/2010/07/the_recalculati_2.html

[8] Si veda Ludwig von Mises (1949), Human Action (Auburn, AL: The Ludwig von Mises Institute), Capitolo 20. Online a: http://www.scribd.com/doc/94875073/Von-Mises-L-Azione-Umana-miglior-grafica

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Crepe strutturali #2

Ven, 20/06/2014 - 10:10




di Francesco Simoncelli


[La Prima Parte di questo saggio potete trovarla a questo indirizzo.]


TOKYO OGGI, PECHINO DOMANI

Se volete un esempio di come apparirà l'occidente nel futuro prossimo rivolgete il vostro sguardo al Giappone. Il paese nipponico sta camminando su un filo di rasoio per quanto riguarda la sua politica fiscale e monetaria, e questo a causa di un enorme peso che si porta dietro: scelte sbagliate mai corrette. Sebbene la BoJ abbia dato tregua ai suoi risparmiatori negli ultimi due decenni, la stabilità dei prezzi che ha caratterizzato questo periodo pare ormai solo un lontano ricordo con la nuova strategia di Shinzo Abe. Si è passati quindi dal mercantilismo al keynesismo sotto steroidi. Il debito pubblico, infatti, è esploso a causa di una spesa statale fuori controllo.

Il Giappone, quindi, è riuscito a sopravvivere grazie ad un mercato che vedendo ammorbiditi alcuni ostacoli che lo imbrigliavano, ha potuto esprimere il suo potenziale produttivo. Ma la necessità dello stato di finanziarsi non è scomparsa e sebbene la popolazione fosse piuttosto incline a comprare titoli di stato, è intervenuta la demografia a sentenziare l'impossibilità di continuare ad alimentare un apparato improduttivo quale quello statale. Nel 2013 la popolazione giapponese è diminuita di 217,000 unità rispetto all'anno precedente, mentre le nascite sono state di circa un milione (il numero più basso sin dalla fine della seconda guerra mondiale). Più importante è il tasso di fertilità, il quale si è attestato all'1.43 nel 2013, troppo basso (sarebbe necessaria una cifra intorno al 2.0) per mantenere i livelli della popolazione costanti nel lungo termine.

Con questi numeri, la popolazione in età da lavoro sarà soverchiata progressivamente da quella dei pensionati. E, come abbiamo detto già in precedenza, lo stato non produce nulla quindi ha solo due modi per mantenere vivo il suo sistema: prendere in prestito le risorse, o depredarle. Questo significa maggiori oneri per lo stato, e di conseguenza per i contribuenti. Questo significa aumento della tassazione, diretta e indiretta. Questo significa aumento dei tassi di interesse e scoppio della bolla obbligazionaria.

Con l'Abenomics ha avuto inizio, ufficialmente, l'ultimo raid a ciò che restava dei risparmi della popolazione giapponese.





Tutte le "scuse" o le giustificazioni che potete sentire a sostegno dell'azione sconsiderata della BoJ, servono a mascherare una sola verità: tenere vivo un sistema clientelare facente riferimento allo stato e gli altri partecipanti al cartello mondiale delle banche centrali. Infatti, come per la maggior parte degli stati mondiali, i rendimenti obbligazionari giapponesi sono ai minimi storici, grazie soprattutto all'intervento della BoJ. Ma questa strategia, insieme ad un tassazione in aumento e ad un deficit quasi al 10% del PIL, non aiuterà affatto l'economia giapponese. Anzi, sarà il colpo di grazia. Infatti, in questo ambiente economico ampiamente distorto e di istituzioni di credito alla ricerca di rendimenti decenti per sostenersi, gli errori sono all'ordine del giorno. Oltre alle banche commerciali alla ricerca di profitti, ci sono anche i fondi pensione nelle stesse condizioni. E questo vale sia per il Giappone che per gli altri stati occidentali.

Leggete, ad esempio, questo articolo del WSJ in cui si sottolinea come i più importanti fondi pensione siano carichi di junk bond per soddisfare i requisiti finanziari a cui devono far fronte. L'unica cosa che finora ha tenuto a galla il paese nipponico è stato il settore nucleare, che grazie alla generazione di energia a basso costo ha permesso di ammortizzare i prezzi crescenti delle importazioni. Ma dopo i recenti disastri e data la sismicità del territorio, non pare una soluzione perseguibile ancora per molto. Oltre a ciò aggiungeteci anche il socialismo rampante in cui sta sprofondando il paese e la costante perdita di potere d'acquisto dello yen, e vi ritroverete per le mani un mix esplosivo. Già adesso il governo impiega personale per svolgere lavori assurdi e progettare grandi opere inutili, per non parlare degli standard di vita in declino dovuti ad un impoverimento generale della popolazione.

In questo momento il Giappone è fautore di uno degli esperimenti keynesiani di stimolo dell'economia più folli mai visti. Il processo di erosione del bacino dei risparmi reali è lento ma inesorabile. E' alla stregua di una trasfusione. Una trasfusione di sangue dal vostro braccio destro al vostro braccio sinistro. Non risolvete niente facendo così, ed agendo in questo modo ogni volta che si procede a trasferire il sangue da un braccio ad un altro perdete parte del vostro sangue. C'è bisogno di tempo affinché i globuli rossi possano riformarsi, e le trasfusioni vanno avanti al ritmo di una al giorno. Prendere in prestito denaro per consumarlo, è il modo peggiore di mettere a frutto i risparmi della società. Manipolando coattamente i segnali di mercato non fa altro che impedire agli individui di svolgere le proprie attività secondo i loro desideri. Questa compressione delle necessità non è salutare se si vuole una crescita sana dell'economia in accordo con le forze di mercato. Esse, comunque, verranno soddisfatte (in un modo o nell'altro) ma ad un prezzo maggiorato, e questo è un trend insostenibile nel lungo termine.

Solo i risparmi ed un ambiente economico scevro da interferenze con i segnali di mercato può portare alla formazione di capitali e agli investimenti, spingendo positivamente la capacità produttiva. Quando la produzione cresce, cresce anche la disponibilità di beni e servizi e la loro accessibilità, andando ad influenzare ottimamente gli standard di vita. Prima di poter consumare qualcosa, è necessario produrre qualcosa. E con gli alti livelli di distorsione economia presenti nel panorama economico al giorno d'oggi, la produzione viene erosa dalla credenza che esistano pasti gratis creabili attraverso la stampante monetaria. Non è possibile creare alcunché dal nulla, ad eccezione di illusioni e false speranze.

Il Giappone non sfuggirà al suo destino, questo significa che non sfuggirà ad una crisi del debito. Il continuo indebolimento dello yen sarà la scintilla che farà scoppiare la situazione esplosiva che si è andata a creare nel corso dei decenni nel paese nipponico. Un altro paese seguirà le orme di quello Giapponese. Finora è rimasto, in un modo o nell'altro, ai margini delle discussioni, ma i fondamentali della sua economica sono tanto scadenti quanto quelli di qualsiasi altro paese sulla scena mondiale. Sto parlando della Cina. Dopo aver aperto le porte (almeno parzialmente) al libero mercato alla fine degli anni '70, la Cina ha conosciuto subito cosa volesse dire applicare il keynesismo per salvaguardare gli interessi privilegiati e rimandare nel tempo il conto salato di una mancata pulizia del mercato. Oggi l'economia cinese è diventata un minestrone di pianificazione centrale comunista, keynesismo sotto steroidi, dipendenza dalla banca centrale ed imprenditoria allo sbando. Quando il modello di pianificazione si è scontrato con la realtà, invece di lasciare agire le forze di mercato si è scelto di bere l'elisir del debito keynesiano: ad oggi il paese ha un debito complessivo di circa $25 bilioni rispetto al "misero" bilione di 14 anni fà.

Patria di una delle bolle immobiliari più grandi della storia, la banca centrale cinese ha eguagliato ogni record quando si parla di stimoli monetari. Ci sono letteralmente città vuote che pullulano in tutta la Cina. L'eccessiva spesa dello stato in attività improduttive, la crescente burocratizzazione del paese e l'ingolfamento dei bilanci bancari con asset non performanti, stanno stritolando quel fenomeno mediatico che fino a qualche anno fà era definito il "miracolo cinese". Non durerà molto a lungo.

L'inevitabile scoppio della bolla immobiliare cinese andrà ad intaccare principalmente il settore bancario commerciale, il quale è enormemente esposto ai prestiti che ha concesso negli anni passati durante il periodo euforico della bolla. La maggior parte di questi prestiti sono stati utilizzati nel settore delle costruzioni e quest'ultimo rappresenta il 55% del PIL della Cina; ora però i nodi stanno venendo al pettine. I pianificatori centrali sono ben consapevoli del rischio che stanno correndo e pensano di poter ristrutturare il settore bancario commerciale con conseguenze minime per l'economia più ampia. C'è un grande problema con questa "soluzione": il mercato repo. Le cartolarizzazioni che sono avvenute sulla scia del boom immobiliare, hanno creato asset tossici che sono stati posti come garanzia per altri prestiti o ceduti temporaneamente in cambio di liquidità. Nessuno sa quanto questa catena sia lunga, ma basta che si spezzi un singolo anello affinché tutto cada a pezzi. Ricordate come la Grecia fosse considerata "un'economia piccola" prima del 2010? Eppure ha rischiato di far cadere nell'oblio l'intera Eurozona. E la bolla dei subprime statunitensi? Anche quella era considerata un "affare di poco conto" rispetto alla grandezza dell'economia americana. Ricordate come la magistratura italiana abbia tirato in ballo la banca Nomura nello scandalo MPS? Quella presunta "svista" è stata tutta colpa di questo mercato confusionale in cui le passività di uno diventano l'attivo di un altro.




Questo tipo di mercato è una frode su scala globale. In un mondo in cui la liquidità a buon mercato sfornata dalle banche centrali è il segnapasso del commercio moderno, non c'è da sorprendersi se l'azzardo morale abbia dato vita ad abomini economici simili. L'economia cinese imploderà, certo, e trascinerà con sé il resto della brigata dei pianificatori centrali. Quello sarà il giorno della resa dei conti. Quello sarà il giorno in cui gli individui potranno assaporare il gusto amaro delle promesse infrante. Quello sarà il giorno in cui comprenderanno appieno il prezzo che si paga quando lo stato, le banche centrali e la burocrazia sprecano deliberatamente le risorse scarse.



GUERRA FREDDA VERSIONE 2.0

Oltre all'esuberanza nel mercato azionario, ai livelli storicamente bassi dei rendimenti obbligazionari statali e alla velocità del denaro che è sprofondata sin dallo scoppio della Grande Recessione, il mondo intero cammina su un ponte traballante e fatiscente: i pianificatori centrali stentano a far ripartire la "prosperità" economia attraverso i loro metodi. Il meccanismo con cui elargivano illusioni è rotto. Il debito accumulato fino ad ora è soverchiante e dato che gli errori del passato sono stati semplicemente spazzati sotto il tappeto, qualsiasi evento imprevisto può scatenare una crisi superiore a quella appena "superata" (per essere precisi dal punto di vista nominale, perché dal punto di vista reale i sintomi che l'hanno generata ancora languono irrisolti).

Ai pianificatori centrali non piace perdere il controllo, questo significa delegittimazione davanti alla popolazione. Questo significa esporre il fianco alle forze di mercato. Fino ad adesso i loro bluff hanno calmato le acque, ma con i fondamentali economici completamente distorti è impossibile immaginare cosa accadrà domani. Le continue manipolazioni hanno reso sempre più incerto il futuro, tanto da far ammettere agli stessi banchieri centrali, "stiamo andando alla cieca". Date queste premesse, il Grande Default delle economie mondiali è inevitabile. Ma sappiamo che lo stato farà di tutto per sopravvivere, quindi non dovremmo sorprenderci se la situazione geopolitica si può surriscaldare tanto da scatenare un conflitto. Come in ogni guerra, i debiti li pagano i perdenti.

La recente degenerazione della situazione ucraina ne è la prova. Il braccio di ferro tra ovest ed est è ancora vivo. Il blocco dei BRIC sta cercando di scalzare il dollaro dal suo status di riserva mondiale, proponendo accordi diversi tra i vari paesi interessati. In più stanno accumulando oro a ritmi incessanti. Sebbene gli accordi in valute alternative al dollaro siano ancora performati attraverso monete cartacee, penso che in futuro il ruolo dell'oro sarà predominante. Non credo in un ritorno ad un gold standard, anche perchè sarebbe farlocco poiché ancora decretato da un qualche governo; secondo me, invece, assisteremo all'inaugurazione di Bretton Woods II. I BRIC stanno finendo i preparativi per presentare al mondo la loro banca, la quale molto probabilmente servirà per saldare i conti commerciali internazionali in oro, defenestrando il dollaro dal suo status di valuta di riserva mondiale e promuovendo l'internazionalizzazione dello yuan attraverso le sue enormi riserve d'oro.

E' stato attraverso il proprio oro che l'Iran ha commerciato con Cina e Russia aggirando le sanzioni USA. Ed è così che Cina e Russia commerceranno col resto del mondo aggirando le sanzioni USA. La crisi ucraina non ha fatto altro che inasprire i rapporti tra ovest ed est.




Il 26 maggio, giorno del Memorial Day negli Stati Uniti, l'oro fa un balzo tornando sopra i $1,300 l'oncia. A mercati chiusi in America, i trader del mondo credono che l'intensificarsi delle tensioni ucraine durante quei giorni avrebbero accentuato il divario tra ovest ed est, portando quest'ultimo ad accumulare ancora più metallo giallo e a liquidare titoli di debito USA (soprattutto dopo che la Russia era uscita allo scoperto, dichiarando di voler abbandonare il dollaro negli accordi bilaterali). E così accadde.





Guarda caso, nello stesso momento in cui la Russia continuava a liquidare debito dello zio Sam, entrava in scena il Belgio a raccattare i cocci. Non c'è da sorprendersi, quindi, se gli schieramenti sulla scena geopolitica vedono USA e Europa da una parte e Russia e Cina dall'altra.




Non è la prima volta che USA e Europa si scambiano favori attraverso le banche estere. Il giorno dopo, alla riapertura dei mercati statunitensi e alla dichiarazione di guerra alla Russia di Poroshenko (nuovo presidente dell'Ucraina), l'oro è calato significativamente. In altre parole, i continui sbuffi di prezzo dell'oro sono dovuti ad un consistente volume di trading sottostante. Quando la manipolazione dei banchieri centrali si arresta per un qualche motivo, i segnali di mercato tornano ad essere quelli di sempre andando a veicolare informazioni. In questo caso il messaggio è chiaro: l'occidente preferisce la carta senza valore al metallo giallo. La tradizione occidentale non vede l'oro come asset di rifugio, bensì considera solamente la speculazione con cui tirare su un pò di contanti. Nel mercato dei futures dei metalli preziosi, questi ultimi non vengono quasi mai riscattati. In oriente, la tradizione è diversa. L'oro ha ancora un ruolo.

La Cina è pingue di oro. La Turchia anche. L'India anche. Dubai anche. Istituti come il Comex, il Gld Fund, il London LBMA sono a corto d'oro. La diffidenza nei confronti di questi ultimi sta crescendo, e oltre alla Germania anche l'Austria ha chiesto di poter riavere indietro il proprio oro parcheggiato dallo zio Sam. L'unico modo per soddisfare queste richieste è dilatare i tempi e derubare quelle nazioni che ne hanno in abbondanza. Come l'Ucraina, ad esempio. Se i due paesi europei possono sembrarvi una goccia nel mare, allora pensate all'Arabia Saudita. Il più grande partner degli Stati Uniti sin dagli anni '70, vuole allontanarsi dallo zio Sam. Infatti è stata da poco annunciata l'istituzione di Sovereign Wealth Fund saudita che può gestire i propri investimenti in maniera indipendente dalla banca centrale. Tale fondo vede la presenza di circa $700 miliardi di capitali, i quali sono ripartiti in asset finanziari (azioni USA, obbligazioni USA/europee/inglesi/giapponesi, ecc.), immobili, immobili finanziari, ecc.

Questa mossa è arrivata in seguito alla realizzazione che USA e Inghilterra stanno silenziosamente cercando di depredare l'oro arabo dalle banche in cui è immagazzianto. Le recenti pressioni su Credit Suisse e BNP Paribas affinché si fondano rispettivamente con UBS e Societe Generale, puzza di manovra statunitense per facilitare eventuali raid nei depositi sauditi contenenti oro. Si dice che quando un coyote è accecato dalla fame inizia a mangiarsi da solo...

L'Arabia Saudita, agendo in questo modo, tenterà di vendicarsi liquidando bond sovrani e non è detto che la liquidazione di cui abbiamo parlato poco sopra sia interamente da attribuire ai russi. Non solo, ma il suo strizzare l'occhio alla Cina e ai BRICs sarà foriero di un deciso cambiamento di paradigma sulla scacchiera geopolitica, decretando il progressivo isolamento degli Stati Uniti e dei suoi lacchè.



CONCLUSIONE

Il capitalismo clientelare è tutto quello di cui sono costituiti i mercati al giorno d'oggi. Le forze di mercato sono relegate spregiativamente al cosiddetto "mercato nero", propagandando un certo scetticismo nei loro confronti. Qualunque siano le parole usate per manomettere il pensiero razionale degli individui, esse proseguono per la loro strada smascherando la falsa onnipotenza di cui forgiano i pianificatori centrali.

La sedimentazione di errori nel corso degli anni ci sta avvicinando al giorno della resa dei conti, mentre la corruzione dei fondamentali economici procede a tamburo battente per conformare la società ai capricci di una ristretta cerchia di individui. E' impossibile procedere su questa strada, perché presuppone l'omologazione degli individui in un unico essere. L'essere umano non è affine a questa inclinazione, la sua soggettività, i suoi desideri, le sue necessità, le sue aspirazioni, sono tutte forze che spingono verso il decentramento piuttosto che verso l'accentramento.

Agli occhi del mondo, l'esperimento keynesiano sta andando a gambe all'aria. Buenos Aires oggi, l'occidente domani.

Il vostro gold standard personale

Gio, 19/06/2014 - 10:21
Sebbene su queste pagine si parli principalmente di metalli preziosi come oro e argento, c'è un altro protagonista che è rimasto finora dietro le quinte. Thomson Reuters GFMS prevede che il suo prezzo passerà entro la fine dell'anno a $1,700 a causa, soprattutto, di un deficit dell'offerta di 700,000 once. Sto parlando del platino. Come di consueto, il primato della domanda per questo metallo va ancora una volta alla Cina, la cui fame per il platino ammonta al 65% della domanda globale. Subito dopo l'India. Inoltre i recenti scioperi nelle miniere sudafricane di platino, non hanno fatto altro che solidificare la loro posizione. L'occidente, invece, preferisce la carta... come al solito. Gli ETF sul platino sono apparsi sul mercato solo nel 2007 e l'anno scorso hanno visto un aumento repentino dei loro commerci. E ora che gli short-term trader scorpriranno che l'offerta sta scarseggiando? Malgrado siano in questo mercato per il denaro cartaceo, spuntato attraverso "giochetti" con la leva finanziaria, il metallo fisico rimarrà la scelta oculata per il lungo termine. Insieme al platino c'è anche un altro metallo che ha fatto segnare record significativi, soprattutto dal febbraio di quest'anno con guadagni nel range del 20% sul prezzo spot. Sto parlando del palladio. "Tenetelo d'occhio" perché risulterà molto importante quest'anno (tenendo a mente anche il sopracitato deficit nell'offerta di platino).
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di James Rickards


Non esiste una banca centrale al mondo che voglia tornare ad un gold standard. Ma non è questo il punto. Il punto è se invece saranno costrette a tornarci.

Ho avuto conversazioni con alcuni dei presidenti delle Federal Reserve Bank. Quando si chiede loro di punto in bianco: "Esiste un limite teorico al bilancio della FED?" rispondono di no. Rispondono che esistono ragioni di politica per aumentarlo o abbassarlo, ma che non esiste un limite alla quantità di denaro che è possibile stampare.

Ciò è completamente sbagliato. Questo è quello che dicono; così è come pensano; ed è così che si comportano. Ma nel profondo del loro cuore, alcuni funzionari presso la FED sanno che è sbagliato. Per fortuna le persone possono votare con i piedi.

A coloro che affermano che il gold standard è morto, dico che in un certo senso è ancora vivo. Si può far rivivere il gold standard acquistando oro. In altre parole, se si pensa che il valore della cartamoneta finirà in pericolo, o che la fiducia nella moneta cartacea potrà svanire, un modo per proteggersi è quello di acquistare oro, e non c'è nulla che ve lo impedisca.

La contro replica tipica è: "A che serve possedere oro? Prima o poi lo confischeranno, come fece Roosevelt nel 1933?"

Trovo che sia estremamente improbabile.

Nel 1933 la Grande Depressione aveva già compiuto quattro anni, e per Roosevelt quella situazione era nuova. La gente parla dei suoi primi cento giorni, ma egli chiuse le banche dopo che prestò giuramento e confiscò l'oro solo poche settimane più tardi.

E Elliot Ness non andava di porta in porta sfondandola e prendendo l'oro. Presero di mira un piccolo numero di persone che possedeva nei caveau delle banche 400 once in barre. Riuscirono a sottrarlo perché erano in grado di chiudere le banche e usarle come intermediari per confiscare l'oro. Ma adesso la situazione è molto più dispersiva, e c'è molta meno fiducia nello stato.

Se lo stato cercasse oggi di confiscare l'oro, ci sarebbero varie forme di resistenza. Lo stato lo sa. Quindi non emanerebbe un tale ordine, perché sa che non può essere applicato, e potrebbe causare vari tipi di disobbedienza civile, opposizioni, ecc.

Finché potete possedere oro, potete avere il vostro gold standard convertendo cartamoneta in oro. Vi consiglio di farlo in una certa misura. Non tutti i vostri soldi, ma vi consiglio di trasformare il 10% dei vostri beni investibili in oro (per l'investitore prudente, forse il 20% per l'investitore aggressivo — non di più).

Queste sono allocazioni piuttosto elevate in relazione a ciò che le persone hanno. La maggior parte delle persone non possiede affatto oro, e l'insieme delle istituzioni ha una dotazione di oro di circa l'1.5%. Quindi, anche se si prendesse la fascia bassa di questo intervallo, non ci avvicineremmo neanche al 10%. Infatti le istituzioni non hanno potuto raddoppiare la loro ripartizione in oro. Non c'è abbastanza oro nel mondo — ai prezzi correnti — per soddisfare tale domanda.

Eppure le banche centrali non vogliono tornare ad un gold standard. Ma se l'oro è una reliquia barbarica, se l'oro non ha alcun ruolo nel sistema monetario, se l'oro è un investimento "stupido", allora perché i cinesi ne hanno 5,000 tonnellate? Sono stupidi?

Se si materializzeranno certi scenari, vedrete salire il prezzo dell'oro... e di tanto. Potrebbe salire di molto in un breve periodo di tempo. Non salirà del 10% l'anno per sette anni fino a raddoppiare il prezzo odierno. Sarà uno scatto verso l'alto, magari segnando una tendenza al rialzo, con un sacco di volatilità. All'inizio seguirà una sorta di lento trend verso l'alto... e poi un picco... e poi un altro picco... e poi un super picco. Il tutto potrebbe avvenire nel giro di 90 giorni — sei mesi al massimo.

Quando ciò accadrà, vedrete due Americhe. Un'America che si troverà impreparata: i risparmi in moneta cartacea saranno spazzati via; i 401(k) verranno svalutati; le pensioni, le assicurazioni e le rendite verranno svalutate attraverso l'inflazione... Perché ricordate, non sarà solo il prezzo dell'oro a salire.

E' come misurare la temepratura di un paziente col termometro, prendendosela con quest'ultimo se segna 40°. Non è colpa del termometro; vi dice solamente cosa sta succedendo. Allo stesso modo il prezzo dell'oro non è un obiettivo economico o uno scopo in sé; si tratta di un segnale di prezzo. Vi dice cosa sta succedendo nell'economia. E l'oro ai livelli di cui sto parlando significa che staremmo quasi rasentando l'iperinflazione.

A questo punto bisogna dare più credito all'oro. Ora avete varcato la soglia. Nel momento in cui pensate all'oro e alla cartamoneta, fianco a fianco, ottenete questi livelli di prezzo: tra $7,000-8,000 l'oncia. Non sono inventati. Non vogliono essere provocatori. Sono in realtà il frutto di calcoli matematici. Questi sono i numeri che ottenete quando dividete l'offerta di moneta per la quantità di oro sul mercato.




Le persone saranno costrette a prestare maggiore attenzione a questi argomenti. O i cinesi sono idioti — cosa che non sono — o la gente inizierà a comprare oro, cosa che farà.

Ma se le valute di carta saranno sfiduciate (cosa del tutto possibile) e ci sarà inflazione galoppante (cosa del tutto possibile), si dovrà tornare ad un gold standard... Non perché lo voglia qualcuno, ma perché sarà necessario per calmare i mercati.

Vi consiglio di acquistare l'oro ai livelli attuali — a circa $1,300 — e cavalcare l'onda fino a questi livelli molto più elevati ($4,000-5,000 l'oncia) e poi valutare la situazione. Siate agili. Non potete semplicemente scrivere un piano di gioco oggi e seguirlo passo dopo passo. Questa è una sciocchezza. Dovete essere agili; dovete seguire gli sviluppi; dovete essere pronti a cambiare idea sulla base di nuove notizie.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La vasca da bagno di Janet Yellen: Mi scusi dottoressa, ma ci sono bolle lì dentro!

Mer, 18/06/2014 - 10:04




di David Stockman


Alcune persone sono nate e cresciute per ripetere gli errori e sembra un destino a cui non possono sfuggire. Questo è il problema di Janet Yellen con la "vasca da bagno dell'economia," esempio neo-keynesiano degli anni '60.

Come è diventato chiaro da decenni, la Grande Inflazione degli anni '70 fu un'esercitazione antincendio che ci ha dimostrato che l'attivismo keynesiano non funziona. Quel trauma storico ci ha dimostrato che la "piena occupazione" e il "PIL potenziale" sono invenzioni immaginarie di scribacchini provenienti dai dipartimenti di economia della Ivy League — non qualcosa che è raggiungibile da parte delle autorità fiscali e monetarie, o addirittura misurabile in un'economia di libero mercato.

Ancora più importante, l'inflazione a due cifre, la crescita esitante ed i cicli boom/bust degli anni '70 e inizio '80 hanno dimostrato che le manipolazioni interventiste progettate per realizzare la cosiddetta "piena occupazione," in realtà hanno concretizzato il contrario, cioè, hanno solo amplificato l'instabilità economica.

Ironia della sorte la pistola fumante è in mano al dipartimento di economia di Yale, che è stato ispirato negli anni '60 e '70 da uno dei keynesiani più arroganti dei tempi moderni — James Tobin. Sono state le teorie neo-keynesiane di Tobin e il ruolo interventista di Kennedy-Johnson che hanno dato origine alla Grande Inflazione e alle sue conseguenze distruttive.

Eppure il professor Tobin potrebbe essere perdonato per l'esperimento scientifico della piena occupazione. Dopo tutto, l'economia americana si era appena innamorata dei grandi modelli matematici e delle loro equazioni che sicuramente avrebbero generato risultati benefici.

Ma non c'è stato dibattito su quello che è successo dopo. La Heller-Tobin CEA proclamò che l'America dei primi anni '60 — un'economia che Eisenhower aveva lasciato in uno stato di salute buono e non inflazionistico — era troppo "fiacca." Ciò includeva i livelli di disoccupazione (@ 5.5% nel 1962!) e una scarsa utilizzazione delle risorse di capitale e umane al loro livello di piena occupazione, in modo da raggiungere il "PIL potenziale".

Quest'ultimo si riteneva matematicamente calcolabile e secondo i medici keynesiani di JFK era superiore di decine di miliardi rispetto al PIL normale. Di conseguenza, fino a quando la vasca economica della nazione non fosse stata riempita fino all'orlo, c'era un urgente bisogno di stimoli fiscali e monetari.

Quando i conservatori protestarono che i deficit dovevano essere riservati alle emergenze nazionali ed erano potenzialmente inflazionistici, Tobin ed i suoi accoliti sbuffarono che i tradizionalisti non capivano come l'economica fosse "fiacca" e quali fossero le cure. Come la intendevano loro, "fiacca" era un'economica senza pasti gratis che doveva essere spronata attraverso una politica "accomodante", fino a che anche l'ultimo operaio siderurgico non fosse stato richiamato al lavoro e ogni stabilimento automobilistico non traboccasse di lavoratori.

Presto l'esperimento andò fuori strada con grandi deficit finanziati da tagli fiscali, un generoso credito d'imposta per le imprese, aumenti giganti della spesa federale per la lotta alla povertà e subito dopo la guerra in Vietnam. E tutto questo fu accompagnato da un costante martellamento da parte di Tobin affinché la politica monetaria divenisse "più allentata". Questo comprendeva esperimenti monetari incocludenti, come il "twist " nel mercato obbligazionario statale e l'infinita pontificazione su come il crescente eccesso di dollari all'estero fosse in realtà un dono per il resto del mondo.

Se gli europei avessero voluto riscattare i loro dollari in eccesso, come avevano il diritto di fare sotto Bretton Woods, Tobin aveva un piano: invece dell'oro, dare loro titoli di debito decennali degli Stati Uniti che non sarebbero mai stati ripagati.

Inutile dire che il tutto finì in disgrazia. La strategia guns and butter di Johnson si arroventò; l'inflazione salì; si diffusero improvvisamente carenze; proliferarono grandi scioperi industriali; la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti si immerse in un profondo rosso; e poi divampò una crisi durante l'inverno del 1967-1968. Nel frattempo la FED veniva pressata affinché "allentasse" la politica fiscale, affinché i politici potessero incasinare tutto.

La storia rende chiaro che lì per lì la FED venne addomesticata. Quando Johnson chiuse il gold pool mentre usciva dalla porta della Casa Bianca e Nixon sferrò il colpo di grazia alla redimibilità aurea degli Stati Uniti a Camp David nell'agosto 1971, il dollaro USA lasciò il mondo tradizionale degli standard monetari. Da allora intraprese il nuovo viaggio verso uno standard cartaceo, che regna oggi tra tutte le banche centrali.

Ma ecco il crimine storico. La redimibilità e l'esperienza collaudata di uno standard monetario basato sull'oro, furono distrutte dai dottorati la prima volta che misero le mani sulle leve della politica economica nazionale. Nel gergo di Breaking Bad, la colpa per l'immenso disordine economico del 1966-1983 ricade su di loro.

Ma i danni causati dalla demenza del professor Tobin non si esauriscono qui. Invece di tornare a Yale castigato dal disastro che aveva causato, trascorse i decenni successivi ad insegnare ad un'intera generazione di studenti le virtù dell'economia della vasca da bagno e che far levitare la "domanda aggregata" era la chiave essenziale per mantenere l'economia statunitense in linea col suo potenziale di piena occupazione.

Detto diversamente, non sopportando il suo fallimento come promotore di politiche economiche, Tobin rimase un evangelista di una proposizione arrogante: una piccola cricca di economisti è in grado di fornire risultati macroeconomici di gran lunga superiori ai risultati del libero mercato, nel quale esistono interazioni tra milioni di produttori, consumatori, risparmiatori, investitori, imprenditori e speculatori.

Come è noto, uno dei primi studenti di Tobin a cui venne conferito un dottorato di ricerca fu Janet Yellen. Correva l'anno 1971. Se il paragone keynesiano della vasca da bagno era una sciocchezza allora, lo è sicuramente anche oggi — Washington non dovrebbe interessarsi nemmeno lontanamente alla fonte dell'offerta marginale del lavoro e del capitale, figuriamoci misurarla, calibrarla e calcolarla in una equazione politica.

Eppure ecco Janet Yellen, in un'audizione davanti al Congresso, che rimane fedele al professor Tobin. Non ha nemmeno cambiato una parola dopo 43 anni!

"Alla luce del notevole livello di fiacchezza che viene riscontrato nei mercati del lavoro e la prosecuzione di un'inflazione al di sotto dell'obiettivo (della FED) del 2%, rimane giustificato un elevato grado di accomodamento monetario", ha detto la Yellen.
Tutto questo per giustificare la folle strategia della FED: per il 68° mese consecutivo ha mantenuto a zero il tasso del mercato monetario — una condizione che non si è mai verificata in tutta la storia umana. Beh, eccetto nel Giappone post-bolla comunque, ed è evidente quanto stia funzionando "bene".

Ma in base ai macro-modelli keynesiani — i tassi di interesse a zero rappresentano un modo coerente di combattere la "fiacchezza". Il presupposto è che l'economia degli Stati Uniti — anche mentre si prepara ad entrare nel sesto anno di "ripresa" — sia ancora carente di quel misterioso ectoplasma chiamato "domanda aggregata". Quindi bisogna applicare più della stessa cosa per tenere bassi i tassi di interesse — ovvero, 5 bps sui fondi federali.

Bene, vediamo. Le attività non finanziarie hanno aumentato il loro debito da $11.0 bilioni alla vigilia della crisi finanziaria (76 mesi fa) a $13.6 bilioni di oggi, ma questo immenso indebitamento è finito nell'ingegneria finanziaria sotto forma di riacquisti di azioni, LBO e M&A. La "domanda aggregata" attuale per impianti e per spese in macchinari è ancora a $70 miliardi o il 5% al di sotto del picco del 2007. Come può un altro mese di ZIRP realizzare ciò che i primi 67 mesi non hanno realizzato?

E poi c'è il consumatore, il quale ha effettuato acquisti durante tutti i 40 anni di sonnambulismo della Yellen, ma ora sono finalmente ed inequivocabilmente scesi. L'indebitamento delle famiglie è salito dopo i saccheggi di Tobin/Nixon/Milton Friedman degli anni '60 e '70, ma ora si sta contraendo. Detto in modo diverso, per 40 anni la FED ha fatto ricorso allo spettro della "fiacchezza" per diminuire periodicamente i tassi di interesse, ma ciò ha fatto solo in modo che le famiglie aumentassero i loro rapporti di indebitamento — spendendo di più oggi e ipotecando il loro futuro.

Di conseguenza, la FED non stava affatto creando "domanda aggregata". Stava semplicemente gonfiando la spesa dei consumatori stratificando la crescita del credito in cima al reddito disponibile. Ma con i rapporti di indebitamento che hanno iniziato la loro lunga discesa verso una parvenza di realtà, la FED non può evocare alcuna domanda, e continua a smanettare lo stesso con la leva dei tassi di interesse.




Il pathos della ZIRP è ancora più evidente nel grafico qui sotto. Come è possibile che i tassi di interesse a zero possano generare una tale domanda aggregata, quando nel corso dell'ultimo anno quasi il 100% dell'indebitamento è finito agli schiavi del debito studentesco e ai mutuatari subprime automobilistici che finiranno sommersi prima che possano ripagare i loro oneri?

Al tempo stesso, il credito ipotecario non è in espansione ed è rimasto al palo sin dal suo rapporto storico di 2-3x rispetto a salari e redditi da lavoro. Le uniche eccezioni sono i prestiti jumbo agli acquirenti (benestanti) di case ed il recente aumento del tasso variabile delle home equity per sbizzarrirsi con i rapporti di leva. Ma c'è davvero bisogno della ZIRP per finanziare un altro viaggetto ai Caraibi? Il fatto è che il meccanismo di trasmissione del credito alle famiglie è rotto. Eppure la Yellen continua a cantare la vecchia canzone di Tobin, parola per parola.




Poi c'è il settore pubblico. Ma santo cielo — è possibile che i politici possano ingozzarsi di debito per l'ennesimo anno consecutivo facendo credere che non costi nulla? Infatti la FED di Bernanke-Yellen è diventata una grande dispensatrice di deficit, abbassando il costo del debito federale a livelli così ridicoli che i politici non hanno altra scelta se non seguire questo trend. La FED ha preso il controllo della politica fiscale attraverso la ZIRP e il QE.

Il punto ovvio è che non esiste alcuna giustificazione economica/razionale ai 68 mesi di ZIRP. E' completamente legata ad un attaccamento atavico all'economia della vasca da bagno. Essa rappresenta il trionfo della pseudo-scienza sulla ragione e sulla storia. Essa incarna un modello basato sugli aggregati, sull'aritmetica e sugli algoritmi piuttosto che sui prezzi, sulle scelte e sui mercati.

E questo ci porta alla terrificante cecità della Yellen nei confronti delle bolle, fatto confermato dal suo continuo blaterare di un "valore degli asset disallineato". Ma l'essenza della sua inconsapevolezza riguardo le bolle che la circondano, è dovuta agli insegnamenti di Tobin sul denaro facile.

In breve, quando si trattava di tassi di interesse, Tobin non insegnava economia; teneva conferenze sull'idraulica monetaria. Secondo l'economia della vasca da bagno, il tasso dei fondi federali è un controllo idraulico sciocco — la leva pavloviana che si tira quando si desidera una domanda aggregata maggiore. Ma ecco una notizia. In realtà è la cosa più intelligente nel firmamento finanziario — cioè, rappresenta il prezzo del denaro.

Infatti è il prezzo più importante di tutto il capitalismo, perché regola la forza proteiforme e combustibile della speculazione — cioè, l'istinto umano (profondamente radicato) di ottenere qualcosa in cambio di niente se ne si ha anche una minima possibilità. Di conseguenza l'ultima leva con cui la FED dovrebbe giocare, è il prezzo del denaro; e l'ultima zona economica che dovrebbe cercare di "stimolare" sono i mercati monetari di Wall Street. Ecco dove i demoni e le furie del breve periodo sviluppano i loro trading — tra un ciclo economico ed un altro.

Detto diversamente, il tasso dei fondi federali è il prezzo del rischio — il regolatore che guida le operazioni di carry trade. È il meccanismo attraverso il quale viene espanso il credito nel mondo del gioco d'azzardo di Wall Street, grazie anche alla re-hypothecation. Quando il tasso dei fondi federali è ultra basso per lunghissimi periodi di tempo, espande in maniera massiccia il carry trade — cioè, qualsiasi asset finanziario con una resa o un potenziale di apprezzamento nel breve periodo, finisce (in un modo o nell'altro) sottoposto a leverage nel mercato dei pronti contro termine, delle opzioni o degli scambi strutturati — perché la re-hypothecation produce un grande profitto da piccoli equity.

Inutile dire che le massicce operazioni di carry trade contenute nel gioco d'azzardo di Wall Street, rappresentano una deformazione profonda e pericolosa del capitalismo. In quei mercati monetari che non sono ancorati al settore bancario centrale, i focolai della speculazione fanno schizzare in alto i tassi del mercato monetario al fine di stimolare la creazione di più risparmi reali. Il tasso del mercato monetario è quindi il poliziotto che mantiene il casinò sotto controllo.

Di conseguenza lo spread del carry trade può passare da positivo a negativo rapidamente, il che significa che gli asset finanziari possono percorrere sempre queste due vie. Non esiste, quindi, alcuna vincita facile garantita dal denaro a costo zero. Non esistono hedge fund e carry trader che possono influenzare i prezzi sempre più in alto, proprio perché i premi sono economicissimi.

Inutile dire che i 30 anni di interventismo della FED nei mercati monetari, li ha distrutti; si è passati dal price discovery al sottolineare col pennarello rosso quelle parole o aggettivi che cambiavano nell'ultimo meeting della FED.

Eppure la FED è stata impegnata nei mercati monetari per così tanto tempo, che non riconosce nemmeno la firma che vi ha lasciato. I disordini speculativi e le bolle finanziarie (i risultati dell'abbassamento artificiale del tasso di interesse) sono considerati alla stregua di forze esogene che possono provenire da qualsiasi parte del pianeta, tranne che dall'Eccles Building. E anche se per alcuni errori la responsabilità viene imputata alla grande casa della pianificazione centrale monetaria, la colpa finisce sempre per ricadere sulla regolamentazione e sulla vigilanza, e sempre dopo il fatto.

Ai burocrati testoni che hanno continuato a popolare la FED, piace blaterare e proferire parole senza senso su come le bolle siano "ovvie" ma nessuno è in grado di identificarle... almeno fino a dopo che scoppiano. In questo spirito, la Yellen ieri ha ricordato ai pianificatori centrali monetari il quinto emendamento:

"Le varie metriche non ci suggeriscono che siamo in bolla." D'altra parte, ha detto che alcuni rendimenti azionari potrebbero essere sopravvalutati. "Ci sono sacche in cui possiamo potenzialmente individuare errori di valutazione."

Queste sono le parole di una accolita di Tobin — un idraulico monetario ben addestrato. Il riferimento alle "varie metriche" è evidentemente il rapporto PE dell'S&P 500. Ma il bordo del mercato non sta nelle blue chip — vive negli anelli esterni della speculazione, come il Russell 2000, l'universo del credito spazzatura e del settore EM globale.

La Yellen non ha idea di cosa siano i mercati, il carry trade e le dinamiche insidiose del canale d'azzardo di Wall Street; malgrado ciò, continua a smanettare con la leva dei fondi federali. Lei sta semplicemente leggendo da un elenco di banalità fornite dal personale della FED.

Ma è un fatto che il margin debt abbia raggiunto un picco senza precedenti — sia in dollari sia in percentuale del PIL, dove supera attualmente il 2.73% rispetto al 2.66% del marzo 2000. Chissà, forse potrebbe avere qualcosa a che fare con il Russell 2000 dopo che di recente è stato tradato a 100x; o che fosse salito da 350 nei primi mesi del 2009 a 1200 — cioè una percentuale del 290% — con la ripresa più tiepida nella storia di Main Street.




Poi c'è il mondo del credito spazzatura. L'emissione di CLO ha già superato la follia del 2007 (quasi $100 miliardi) e Wall Street sta di nuovo fornendo finanziamenti con pronti contro termine triplicando la leva finanziaria nel mercato LBO-CLO. [...]

Quindi ci risiamo. Sono 40 anni che persiste l'immagine della FED in veste di idraulico. Quando scoppierà la grande Bolla dell'accoppiata Bernanke-Yellen — diranno ancora una volta che non era affatto prevedibile una cosa del genere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Facebook abbatterà lo stato?

Mar, 17/06/2014 - 10:13
L'articolo di oggi di North è possibile traslarlo anche per quanto riguarda i nostro governo. Dopo che Renzi è entrato a far parte dei cosiddetti "dirigenti politici di spicco," è finito nel mirino della satira e degli sbeffeggiamenti. Perché? Perché il suo percorso non è diverso da coloro che l'hanno preceduto: un mucchio di retorica e tante menzogne. Basta dare un'occhiata alle cifre del DEF stilato dall'amministrazione Renzi per rendersene conto. Andate a pagina 21, ad esempio, e scoprirete come le chiacchiere dei dirigenti politici siano solo fumo per nascondere i veri intenti. Nei prossimi anni avremo a che fare con una spesa sempre crescente e un livello di tassazione in aumento. Basti pensare, ad esempio, che dal primo di luglio, in virtù della tassazione delle "rendite finanziarie," i depositi bancari ed i certificati di deposito verranno caricati di un 36% di prelievo fiscale sugli interessi. Parliamo di interessi intorno al 2%, perché è fuori dal mondo che di questi tempi le banche italiane possano offrire qualcosa di superiore. Ma gli annunci sono stati tanti, tutti indirizzati a creare sensazionalismi senza alcuna base concreta ad uno sguardo più attento. Lo stesso vale per il cosiddetto "Job Act," il quale non fa altro che perpetrare il grande distacco tra imprenditori e lavoratori i quali non possono stilare accordi volontari tra di loro. I contratti aziendali sono un'utopia, solo lo stato sa meglio cosa è bene per tutti noi. Il contratto nazionale resta un obbligo, andando a strizzare l'occhiolino (ancora una volta) ai sindacati fonte inesauribile di rigidità nel mercato del lavoro. Con un panorama così distorto e decadente, come sorprendersi se poi gli investimenti esteri se la danno a gambe levate?
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di Gary North


Sto per farvi una domanda retorica: Quando è stata l'ultima volta che avete visto una vignetta politica positiva su Obama?

Non è solo un problema di Obama. Quante vignette positive avete visto su George W. Bush dopo il 2003?

Del resto, quante vignette positive avete visto su Bill Clinton? Quanti vignettisti politici hanno difeso Clinton durante lo scandalo Lewinsky?

Questo è un trend: quando si parla di media pubblici, le critiche al presidente sono molto più probabili che un suo supporto, articolo dopo articolo, vignetta dopo vignetta. Le pagine dei giornali tradizionali possono difendere un presidente, ma se si leggono gli articoli quello che viene trasmesso non è altro che negatività.

I politici devono affrontare questa realtà nei media nazionali: "Se sanguina, affonda il colpo." Le cattive notizie di solito ottengono la priorità su quelle buone. L'unica eccezione sistematica è stato il sito web HappyNews.com. Un mio amico l'ha creato anni fa, ma non ha mai trovato un modo per farci soldi. L'ultimo post è del 15 ottobre 2013. Le notizie buone sono finite.

Basta chiedere ad Obama.



KROKODIL

Nel 1922 c'era una rivista umoristica in Unione Sovietica con questo nome: Krokodil. La sua critica era limitata a quei gradini più bassi del governo, ma solo da un punto di vista umoristico. Lenin comprese che c'era un lato oscuro nell'umorismo russo, e sapeva che era una minaccia per il suo regime. Anche Stalin lo capiva altrettanto bene. I governanti capirono che questo tipo di umorismo nero doveva avere delle briglie. Cercarono di controllarlo. Vi posero dei limiti. Ma non tentarono di sopprimerlo del tutto. Sapevano a cosa sarebbero andati incontro. Anche nei gulag c'era umorismo. Esempio:

    Da quanto tempo sei dentro?

    Venti anni.

    Che cosa hai fatto?

    Niente.

    Sciocchezze. La condanna per niente è soli dieci anni.

In Unione Sovietica la letteratura metropolitana continuò a circolare, e al progredire della tecnologia di riproduzione digitale crebbe anche la sua portata di pubblico. (La legge fondamentale dell'economia è questa: "Quando il prezzo scende, aumenta la domanda.") Questa cosa veniva chiamata samizdat. Contribuì ad indebolire l'Unione Sovietica. Ci sono voluti decenni, ma alla fine la legittimità di quel governo scomparve.

Oggi, in particolare su Facebook e in generale su Internet, ci sono mezzi per ridicolizzare lo stato, e quest'ultimo non può farci niente. Il costo di questa operazione è sostanzialmente zero. Il costo marginale di creare una vignetta negativa è di gran lunga compensato dai rendimenti marginali di attaccare lo stato. Non finirà tanto subito, anzi non finirà affatto.



FIDUCIA IN DECLINO

L'azienda di sondaggi Rasmussen ha rilasciato alcune cifre sorprendenti.

Il trentasette per cento (37%) dei probabili elettori degli Stati Uniti ora teme il governo federale, secondo un nuovo sondaggio della Rasmussen Reports. Il quarantasette per cento (47%) no, ma un altro 17% non ne è sicuro.

Forse perché il 54% degli intervistati ritiene (in parte) che il governo federale rappresenti una minaccia alla libertà individuale piuttosto che un suo protettore. Solo il 22% considera il governo federale come un protettore dei diritti individuali, e questo dato è in calo rispetto al 30% dello scorso novembre. Leggermente di più (24%) sono gli indecisi.

Nel dicembre 2012 gli elettori erano equamente divisi su questa questione: il 45% aveva detto che il governo federale era un protettore dei diritti individuali, mentre il 46% lo descriveva come una minaccia a tali diritti.
Raramente vengo colpito dai sondaggi, perché so come i sondaggisti possono strutturare le domande in modo da influenzarne l'esito. Ma quando la stessa azienda pone la stessa domanda, ed i risultati sono significativamente diversi, faccio attenzione. Qualcosa di fondamentale potrebbe cambiare.

La variazione delle percentuali è notevole. Stiamo assistendo ad un fondamentale ripensamento sul governo federale da parte del popolo americano. La domanda è questa: perché?

Potremmo dare la colpa ad Obama, ma l'opinione pubblica su Obama è stata abbastanza costante. Non è un presidente popolare, ma non è nemmeno un presidente odiato. I sondaggi indicano che il 45-50% del popolo americano pensa che stia facendo un buon lavoro. Questi risultati vanno su e giù. Non c'è stato alcun cambiamento di rilievo sin dalla metà del 2009.

Se Obama non è il motivo principale di questo calo di fiducia nel governo americano, allora che cosa lo è? C'è ostilità nei confronti dell'ObamaCare. Forse questo può spiegare il cambiamento. Ma il programma non ha ancora dimostrato di essere un disastro totale. L'applicazione delle sue regole continua ad essere rinviata. Non ha intaccato la tipica famiglia americana. Nessuno sembra sapere esattamente cosa stia per accadere per quanto riguarda la disponibilità delle polizze, il prezzo delle polizze e il numero di persone che saranno coperte quando nel 2016 arriveranno le elezioni presidenziali.

Se questo calo di fiducia, soprattutto nei confronti del Congresso, è parte di un disegno a lungo termine, allora entro un decennio la fiducia nel governo federale diventerà quasi inesistente. Il tasso di declino della fiducia è notevole. Tutto ciò che declina del 3% l'anno è in grossi guai. Ma tutto ciò che diminuisce di cinque punti percentuali in un anno non solo è in grossi guai; è sull'orlo del collasso. "Solo il 19% della popolazione ora crede che il governo federale possa fare la cosa giusta in determinate situazioni, un calo rispetto al 24% del giugno dello scorso anno."

Mi sembra significativo che non ci sia già una crisi all'orizzonte. Le cose stanno andando discretamente, eppure c'è un calo incredibile di fiducia nel governo federale.

Visto che non sappiamo cosa abbia causato questo declino, non sappiamo cosa potrebbe invertirlo. Quando l'80% degli elettori penserà che il governo federale non potrà più essere degno di fiducia, saremo di fronte ad un cambiamento epocale nell'opinione pubblica. A questo punto la fiducia nel governo federale sarà irrecuperabile. Quando solo un quinto della popolazione si fida del governo, la legittimità svanisce. Eppure è tale legittimità che persuade la gente a cooperare volontariamente con le norme ed i regolamenti dello stato. Se però la popolazione è convinta che il governo federale non sia degno di fiducia, allora diminuirà la sua volontà di continuare ad obbedire alle regole del governo federale. E' la cooperazione volontaria, non la minaccia della forza, che rappresenta il fondamento di ogni governo civile. Se qualsiasi settore dello stato ricorresse alla forza fisica e alla minaccia di sanzioni per obbligare l'obbedienza, esso non sopravviverebbe molto a lungo. E' l'obbedienza volontaria della popolazione, basata sulla tradizione e su un senso di legittimità morale dello stato, che giorno dopo giorno la convince a fare quello che dice lo stato.



RESISTENZA PASSIVA

La resistenza passiva abbatterà qualsiasi istituzione. Questa fu l'intuizione di Saul Alinsky una generazione fa, e quella di Mohandas Gandhi negli anni '20 e '30. Quando le persone ritirano il loro sostegno ad un'istituzione, poiché credono che non sia più affidabile, i suoi giorni di vita sono contati.

Le persone cooperano per un sacco di ragioni. Non vogliono guai. Non vogliono subire un procedimento penale da qualche agenzia federale. Non conoscono i limiti della legge. Vogliono solo badare ai loro affari quotidiani, e sono disposte a rimanere negli schemi di comportamento abituali proprio per evitare guai. Ma i dirigenti del governo federale non dovrebbero aspettarsi una simile cooperazione quando il gioco inizia a farsi duro. Quando eventi esterni perturbano la vita di un gran numero di persone, le loro abitudini cambieranno. Se coglieranno un vantaggio nell'infrangere le regole, inizieranno ad infrangerle. Non saranno trattenuti dalla loro coscienza, proprio perché non crederanno più che il governo federale stia operando su una base morale.

Questo brusco calo della fiducia non è stato innescato da un evento particolare. In altre parole, il governo federale non può invertire questo declino cambiando la sua posizione su una particolare legge o imposizione. Niente di particolare, a questo pare sia dovuto il declino della fiducia nello stato. Quest'ultimo deve quindi sperare che suddetto declino sarà invertito da un'altra infusione di "niente di particolare." Se non può essere invertito, allora diminuirà la capacità dello stato di usare la coercizione per ottenere risposte specifiche. Troppe persone non collaboreranno.

Non siamo spettatori di un cambiamento importante nella politica del Congresso. Non siamo spettatori di una resistenza organizzata contro una qualsiasi branca dello stato. Ma la fiducia sta rapidamente scomparendo. Le critiche pubbliche allo stato non sembrano essere la fonte di questo declino, perché non esiste un unico problema che l'abbia scatenato. Non sappiamo identificare il nesso causa-effetto.

Questa è una buona notizia per i critici del governo federale, ed è una cattiva notizia per il Congresso.

I risultati del sondaggio indicano che le persone sono in modalità sfiducia, ma sono anche in modalità obbedienza. Questa discrepanza non può continuare all'infinito. O l'obbedienza scemerà, oppure verrà ripristinato un certo grado di fiducia.

All'erosione dell'obbedienza farà seguito l'ulteriore erosione della fiducia. Questo renderà le cose ancora più dure per i burocrati. Non otterranno più il sussidio implicito presente nella conformazione volontaria.



FACEBOOK

Se dovessi individuare la causa di questo declino nella fiducia, punterei il dito sull'effetto di Facebook. I social media sono intrinsecamente deleterei per l'autorità.

La capacità delle persone di ottenere un grande seguito chiedendo supporto per una qualsiasi grande organizzazione, in particolare lo stato, è limitata. I critici, mediante il loro criticismo costante e le loro continue valutazioni negative, sono molto più inclini a guadagnare un seguito. Le vignette politiche raramente sono positive. Penso che questo sia probabilmente vero per i social media in generale. Mentre una particolare organizzazione caritatevole può avere i suoi sostenitori, e pochi critici, questo non è vero per gli stati. In generale gli americani sono pronti a sottolineare le incongruenze dei burocrati, e sono pronti a criticare le azioni specifiche delle agenzie governative. E' molto più facile che si diffondano le critiche allo stato su Internet che le sue lodi. Gli scettici hanno un vantaggio. I critici hanno un vantaggio. I disegnatori hanno un vantaggio.

Penso che tutto questo non possa essere invertito. Non credo che torneremo ad una cosa del genere: "Ora è il momento che tutti gli uomini buoni vengano in aiuto del partito."

Quando ci sono le elezioni politiche, i due principali partiti politici fanno del loro meglio per portare i fedeli alle urne. Fanno anche del loro meglio per attrarre gli indipendenti, e questo appello indebolisce quasi sempre il loro tentativo di portare i fedeli hard-core alle urne. Le elezioni presidenziali hanno luogo solo una volta ogni quattro anni. L'amore per i partiti raggiunge un crescendo nelle settimane prima delle elezioni presidenziali, ma poi si spegne nei due anni successivi. Nel frattempo, Facebook va avanti.

Post dopo post, vignetta dopo vignetta, il governo federale viene ridicolizzato. Questo perché, nelle parole di Agostino, il ridicolo è la risposta adeguata alle cose che sono ridicole. Il ridicolo è la prospettiva di base dei social media quando prendono di mira il governo federale.

Questa situazione ebbe una battuta d'arresto nel 2001, ma all'epoca non esisteva Facebook. Pochi sono i siti come Facebook, o addirittura nessuno, che espongono questo principio: "Lasciate le truppe in Afghanistan a tempo indeterminato."



CONCLUSIONE

Gli statalisti stanno per perdere la guerra ideologica. Hanno già perso la guerra dei social media. E' semplicemente una questione di tempo.

La nostra liberazione si avvicina.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


3 regole essenziali quando si ha a che fare con lo stato

Lun, 16/06/2014 - 10:05
Oggi è un giorno tremendo per molti italiani, viste le scadenze tributarie incipienti che si vedono costretti a pagare. Il caos intorno alle aliquote da praticare è ben noto, segno distintivo di come lo stato sia solo un cane rabbioso in cerca di vittime da spolpare per soddisfare a tutti i costi la sua sopravvivenza. E, ovviamente, se doveste mancare uno di questi "appuntamenti" col fisco l'onere della prova ricadrebbe su di voi. Siete colpevoli fino a prova contraria e il fisco può avanzare qualsiasi pretesa voglia, toccherebbe a voi smentirla. I super-ricchi hanno dalla loro squadre di avvocati e commercialisti che gettano fumo sui loro redditi. Quel tanto che basta da non farli finire in galera se scoperti. L'individuo della classe media, invece, è il bersaglio preferito dal fisco perché tende ad evadere dalle sue grinfie non pagando. Nonostante l'asfissiante presa dello stato dal punto di vista tributario, la retorica pro-tasse è ancora viva e vegeta quindi bisogna fare attenzione a come ci si muove. Bisogna individuare i punti deboli e solo dopo attaccare. Pensate, ad esempio, al residuo fiscale. Ogni sistema può essere fatto cadere. Ogni sistema è vulnerabile. Se si riesce ad individuare il punto debole del sistema, è possibile sfruttarlo.
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di Harry Browne


[Questo saggio è un estratto del libro How I Found Freedom in an Unfree World di Harry Browne. Sebbene pubblicato nel 1973, i temi e le lezioni che espone sono tanto rilevanti oggi quanto lo erano all'epoca in cui venne pubblicato il libro. Browne è stato un pioniere delle newsletter finanziarie, e produsse in serie soluzioni operative per chi volesse scappare dagli effetti dello stato sulle loro vite e sulle loro finanze. Siamo orgogliosi di condividere un paio dei suoi pensieri.]


Il primo principio nel trattare con lo stato è questo: non esserne intimoriti.

Quel poco che lo stato riesce ad ottenere è quasi sempre dovuto alla partecipazione volontaria dei suoi cittadini. Coloro che non vogliono aiutare lo stato possono andare per la loro strada, senza incorrere in troppi problemi.

Il secondo principio è: non confrontarsi con lo stato. Un modo sicuro per rendersi la vita miserabile è quello di attaccare lo stato a testa bassa. Le sue risorse sono limitate, e non possono essere sprecate per rintracciare ogni possibile violatore di ogni legge. Ma certamente indirizzerà il suo potere verso chiunque lo sfidi pubblicamente.

Quindi, trattenetevi, fate quello che dovete fare.

La terza regola nel trattare con lo stato è: non organizzarsi. Non avere un grande gruppo di persone che sfidi le leggi fiscali, che promuova modi di aggirare lo stato, o che vìoli apertamente le norme.

Aderendo alle proteste, si potrebbe finire in carcere. E non avrete molta libertà lì.

E le campagne di massa sono bersagli facili. Ecco dove lo stato è interessato a spendere volentieri le sue risorse limitate. Quando molte persone fanno la stessa cosa, è facile fermarle approvando leggi o applicando quelle esistenti.

Quando si agisce da soli, tuttavia, di solito non ne valete la pena.

E quando si agisce da soli, è possibile fare tutto ciò che è necessario per stare al passo con lo stato. Se vengono approvate nuove leggi, potete modificare i vostri metodi per continuare a fare quello che volete fare.

Nessuno stato ingombrante può muoversi velocemente come un individuo che è determinato a superarlo.

Ci sono infinite possibilità per evitare lo stato — senza crisi, senza battaglie in tribunale, o senza paura di essere incarcerati.

Iniziate elencando le restrizioni statali che inibiscono la vostra libertà.

Determinate le possibili conseguenze. Può darsi che potreste cavarvela con un avvertimento. E potreste anche scoprire che ci sono modi legali per eludere le restrizioni — se ne vale la pena.

In molti casi, si può semplicemente ignorare la legge senza incorrere in conseguenze pericolose. In altri potreste incorrere in più problemi — come consultare un avvocato o un commercialista.

Ma agite da voi. Non organizzatevi, e non cercate leader che vi aiutino. Qualsiasi attività grande abbastanza da richiedere un leader, è anche grande abbastanza da essere notata e attaccata.

Per la maggior parte delle persone, ci sono scappatoie più che sufficienti per agire liberamente senza correre il rischio di vìolare la legge. Più che altro, c'è bisogno di una certa determinazione per farlo.

Ad esempio, sò di una società che opera con successo a dispetto delle normative statali. Lo stato in cui si trova ha cercato di porla sotto licenza per cinque anni, e una agenzia federale ha cercato di chiuderla per aver violato una legge. Lo stato ha anche approvato una legge speciale per portare l'azienda sotto la sua giurisdizione.

Ma ad oggi l'azienda opera ancora a modo suo, soddisfacendo i propri clienti e facendo profitti per i suoi proprietari. Ha optato agilmente per un diverso metodo di funzionamento ogni volta che si è vista imposta una nuova normativa. Ha dovuto pagare spese legali, ma quelle sono insignificanti rispetto ai profitti che avrebbe perso se avesse ceduto ai burocrati.

Una volta ho avuto un'esperienza simile. Gestivo una piccola azienda in California — gravata da imposte sui salari, requisiti contabili e altri regolamenti imposti dal governo. C'erano tasse per la previdenza sociale, tasse per l'indennità disoccupazione, tasse per l'assicurazione contro l'invalidità, tasse sul reddito e trattenute. Mi costavano tempo e denaro, e riducevano la paga che i miei dipendenti portavano a casa.

Ricevevo regolarmente comunicazioni da un'organizzazione il cui scopo era quello di abolire le imposte sui salari. Chiedevano fondi, naturalmente, e volevano che mi unissi al loro movimento di protesta per abolire le ritenute fiscali una volta che l'organizzazione sarebbe stata abbastanza grande da essere intimidatoria.

Naturalmente, non mi sono fatto coinvolgere. Invece ho licenziato tutti i dipendenti (me compreso) e stipulato contratti con ogni persona per i suoi servizi. Poiché non avevo più alcun dipendente, non dovevo più pagare le imposte sui salari o le ritenute d'acconto. Nessun burocrate mi chiamava per scoprire perché languivano le entrate per lo stato.

Nel frattempo, il movimento di protesta è morto ed altri datori di lavoro hanno continuato a pagare le tasse sui salari.

I "dipendenti" della mia società avevano un ulteriore vantaggio. Erano ormai imprenditori indipendenti, vendevano i propri servizi a me in modo che potessero designare le loro case come loro uffici, venendo nel mio per svolgere i servizi per me.

Di conseguenza, ognuno di loro aveva molte più deduzioni fiscali. Avrebbero potuto rivendicare come detrazioni aziendali parte delle loro spese familiari, bollette telefoniche, spese per l'auto e altre cose che normalmente sono considerate spese personali. Anche senza alcuna imposta sul reddito, molto pochi di loro dovevano pagare tasse alla fine dell'anno.

Nessuno di loro si è preso la briga di presentare stime fiscali trimestrali, e nessuno di loro ha incontrato alcuna difficoltà con l'Internal Revenue Service.

Il semplice cambiamento dallo status di dipendente a quello di imprenditore indipendente, ha comportato minori imposte per tutti gli interessati. E' un piccolo esempio — ma probabilmente ci sono milioni di persone che potrebbero utilizzare tale scappatoia e non lo fanno.

E' ben noto che ci sono migliaia di milionari che non pagano le imposte sul reddito. Alcuni di loro evitano anche le tasse sulla proprietà. Di tanto in tanto, c'è un po' di frastuono su questo problema al Congresso, ma non ci sono cambiamenti effettivi.

Nessuna legge fiscale potrebbe essere scritta (a meno di una confisca totale) senza possedere numerose scappatoie. Quando se ne chiude una, se ne apre un'altra. Può essere che anche ai membri del Congresso non piaccia pagare le tasse.

Alcune persone evadono le tasse cambiando la loro cittadinanza e/o avendo società di holding in paesi esentasse. Se guadagnate $25,000 o più all'anno, forse dovreste prenderla in considerazione come soluzione. Altri si muovono in paesi con strutture fiscali più favorevoli. Sapevate, per esempio, che scrittori, artisti e altre persone creative sono esenti da imposte sul reddito in Irlanda?

Le leggi prevedono scappatoie che permettono agli individui di istituire fondazioni personali esentasse, in modo da ricevere il loro reddito pieno e pagare le loro spese — senza che i soldi siano tassati per chiunque sia coinvolto. Purtroppo, circa cinque anni fa un gruppo di persone ha cercato di organizzare questo metodo in un movimento di massa, cosa che ha portato ad una compensazione della situazione. Ma la scappatoia viene ancora usata.

Anche le imposte di successione possono essere evitate giuridicamente. A volte c'è solo bisogno che la proprietà venga co-intestata o trasferita prima della morte. La cosa importante è evitare la normale elaborazione giuridica post-mortem.

Ci sono una moltitudine di modi per evitare legalmente le tasse. Non posso elencarli qui, o verrebbe vanificato il loro scopo. E non troverete articoli sulle tasse nelle riviste.

Gran parte delle informazioni contenute in tali articoli provengono direttamente dai libretti che accompagnano la vostra dichiarazione dei redditi. Ma una volta che siete determinati a tagliare le tasse, sarete in grado di trovare il modo migliore.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Crepe strutturali #1

Ven, 13/06/2014 - 10:14




di Francesco Simoncelli


«Oggi ci sono uomini considerati dei grandi economisti, che disdegnano il risparmio e raccomandano la spesa sconsiderata su scala nazionale come modo per raggiungere la prosperità; e quando qualcuno evidenzia quali saranno le conseguenze di lungo periodo di queste politiche, replicano in modo poco serio, come farebbe un padre premuroso con un figliol prodigo: "Nel lungo periodo siamo tutti morti." E tali bazzecole diventano dotti epigrammi e saggezza convenzionale.»

~ Henry Hazlitt, Economics in One Lesson


E' passato un bel po' da quando non abbiamo fatto un bel riassunto della situazione economica globale, quindi oggi ci appresteremo a rimediare a questa mancanza. Ce ne andremo in giro per il mondo ed analizzeremo le debolezze strutturali insite nelle economie mondiali di oggi. Cercheremo soprattutto di capire come venga propagandata una ripresa fasulla dei mercati, quando invece tutti i problemi del sistema attuale ancora languono irrisolti. Prima di iniziare vorrei esporre qualche concetto che ancora sfugge alla maggior parte delle persone sulla nascita del capitalismo, sulle sue "regole" e sulla sua evoluzione.



C'ERA UNA VOLTA IL CAPITALISMO DI LIBERO MERCATO

Concentratevi e fate mente locale. Ora, pensate al termine capitalismo e associate ad esso tutto ciò che vi viene in mente nei prossimi 30 secondi. E' un margine di tempo adeguato per consentire al lettore di richiamare tutti i possibili luoghi comuni su questo sistema produttivo. Esattamente, perché diversamente da quello che si può pensare d'acchito, il capitalismo non è un sistema "politico"... diversamente dal socialismo. Sono, quindi, pronto a scommettere che la maggior parte dei lettori si è lasciata trascinare nel vortice della nebulosità che circonda l'ordine capitalistico. In questo modo vengono messe nello stesso calderone anche società ed imprese aiutate artificialmente da una cerchia ristretta di individui, i quali per mantenere in piedi il sistema clientelare di cui sono protettori non disdegnano di ricorrere ai mezzi politici per entrare in possesso delle risorse di cui necessitano.

Il sociologo Franz Oppenheimer fu colui il quale utilizzò questa terminologia per evidenziare la differenza tra uno scambio volontario e uno scambio forzato. Nel corso della storia, gli individui hanno potuto scambiare i frutti del proprio lavoro in due modi: attraverso i mezzi economici e attraverso i mezzi politici. Gli individui, usando i mezzi economici, entrano in contatto per scambiare beni o servizi in modo pacifico. Il mezzo economico, infatti, prevede che le parti in causa siano d’accordo volontariamente nello scambiare gli oggetti che possiedono. Parallelamente ai mezzi economici esistono i mezzi politici, ossia quegli scambi in cui una parte in causa costringe un’altra a compiere uno scambio. Così, le interazioni tra gli individui non sono più volontarie, bensì spinte attraverso la forza.

Non è un caso che si parli di mezzi economici quando si fa riferimento allo scambio volontario, proprio perché il mercato è il luogo nel quale si incontrano gli individui per soddisfare i loro bisogni attraverso lo scambio stesso. Non è compito di questo saggio sondare le varie situazioni che possono scaturire da uno scambio di mercato, quindi ci limiteremo a dire che gli individui traggono maggior profitto dallo scambio pacifico piuttosto che dalle situazioni di conflitto. Il termine capitalismo deriva sostanzialmente da una parola indo-europea e andava a descrivere un determinato numero di capi di bestiame (capitale attraverso il quale i relativi possessori potevano sopravvivere). Il primo ad usare la parola capitalismo nella storia letteraria fu un certo William Thackeray, il quale amava scrivere storie strappa-lacrime sulle condizioni degli operai nelle fabbriche (senza preoccuparsi delle realtà, tra l'altro). Il termine venne in seguito affibbiato a quei mercanti che tentavano di entrare nelle classi aristocratiche.

Nonostante fosse un termine utilizzato per descrivere un metodo di produzione per allocare risorse, fu Marx che gli conferì una connotazione negativa allargando il suo significato alla società ed alle teorie economiche. Estremizzando e facendo confusione sulle letture di Adam Smith, trasformò quel termine: un modo di allocare risorse in base alla proprietà privata dei mezzi di produzione divenne il fine ultimo degli uomini che possiedono capitale. La strada sarebbe stata tutta in discesa da qui in poi: da Max Weber che criticò Marx e il termine capitalismo, a Fisher, a Keynes, a Friedman e compagnia cantante. Così come pochi hanno letto Il Capitale di Marx, lo stesso è accaduto per la General Theory, e la confusione partorita da uno si è protratta nel tempo dando vita ad un potente mezzo propagandistico con cui fare un minestrone. La semantica ha fatto il suo lavoro ed i pianificatori centrali hanno preso possesso, attraverso il sotterfugio, del timone della barca. Provate a leggere L'Azione Umana di Mises, non troverete menzione del termine "capitalismo", solo una distinzione tra economia di mercato e di economia pianificata.

Le forze di mercato, sebbene ostacolate progressivamente dall'invadenza della pianificazione centrale, hanno cercato di direzionare in modo sano la produzione all'interno della società. L'economia, infatti, è composta dalle azioni dei singoli individui, la cui mutevolezza non ne permette il completo imbrigliamento. E' stata l'economia di mercato a liberare la società dalla piaga della schiavitù; è stata l'economia di mercato a liberare gli uomini comuni dalla scarsità di cibo; è stata l'economia di mercato, attraverso l'industrializzazione, a concedere agli uomini comuni quegli agi che in passato potevano permettersi solo i nobili; ecc.

E' stato grazie a figure come quelle di Mises, Hayek e Rothbard se si è potuto fare di nuovo chiarezza sul termine capitalismo: la libertà degli individui negli scambi e nel possedere diritti di proprietà. Disse Mises: “Una società che sceglie tra capitalismo e socialismo, non sta scegliendo tra due sistemi sociali; sta scegliendo tra cooperazione sociale e la disintegrazione della società.” Disse Hayek: “La preservazione di quello che è conosciuto come sistema capitalistico, ovvero, il sistema del libero mercato e della proprietà privata dei mezzi di produzione, rappresenta una condizione essenziale per la sopravvivenza dell'umanità.” Disse Rothbard: “Il capitalismo di libero mercato è una rete di scambi volontari e liberi in cui i produttori lavorano, creano e scambiano le loro merci per quelle di altri ad un certo prezzo.”

I meccanismi insiti nel sistema capitalistico (es. profitti/perdite, domanda/offerta, costi/benefici) sono gli strumenti in mano agli imprenditori affinché possano individuare quei settori poco sfruttati e quindi creare determinati elementi maggiormente voluti dalla popolazione. Il loro successo, infatti, è determinato dalla soddisfazione dei consumatori, i quali rappresentano i re indiscussi in un'economia di mercato. Il loro giudizio è "spietato". Coloro che finiscono fuori mercato devono adattarsi e reinventarsi oppure perire e finire nel dimenticatoio. E' questa la sanzione suprema che permette una rete onesta di scambi volontari. La produzione genera la domanda attraverso la quale le imprese possono prosperare e quindi avvantaggiare anche l'intera società. L'allocazione corretta dei risparmi reali (i quali rappresentano un flusso), permette a questo stato di cose di continuare e generare un costante miglioramento delle condizioni di vita.

C'è quindi differenza tra una libera impresa e una direzionata da un ente di pianificazione centrale come lo stato.



CAPITALISMO CLIENTELARE, OGGI

Quando oggi si pensa al capitalismo, si pensa prevalentemente a grandi gruppi finanziari, grandi banche, grandi catene commerciali, ecc. L'uso spregiativo che ne viene fatto, tende ad essere utilizzato dalle persone per etichettare negativamente determinate entità presenti sul mercato. Non c'è un particolare distinguo tra coloro che sono riusciti ad arricchirsi servendo gli altri e coloro che si sono arricchiti depredando gli altri. Sono tutti fatti della stessa pasta, a quanto pare. In questo modo l'immaginario collettivo fa del male anche a sé stesso, perché in questo calderone di confusione va a finirci anche la libera impresa, considerata alla stregua di una pratica selvaggia e disumanizzante.

Come è stato detto prima, il capitalismo fa riferimento a quel sistema di produzione in cui c'è libertà di scambio e di possesso dei diritti di proprietà: come fanno, quindi, ad essere soddisfatti pienamente questi requisiti quando sulla scena economica esiste un apparato coercitivo e monopolistico quale il sistema statale? Non lo sono. Esso parassita continuamente il tessuto produttivo di una nazione, succhiandone la linfa vitale attraverso la sua redistribuzione arbitraria della ricchezza. Forgiandosi dell'onnipotenza di sapere dove allocare meglio le risorse scarse, finisce quasi sempre per incappare in errori i quali vengono sostenuti perché rappresentano la fonte del privilegio e della sopravvivenza dello stato stesso. Il sistema quindi è semi-libero e all'aumentare degli errori aumenta anche l'ingerenza dello stato nell'economia.

Le tasse sono un modo mediante il quale si manifesta materialmente questa ingerenza. L'altro è l'inflazione dei prezzi a seguito di un aumento della massa monetaria. Perché agisce in maniera così fraudolenta? Perché esso rappresenta un investimento improduttivo. L’apparato statale è incapace di produrre, perché non sa operare un calcolo economico: quindi deve prendere altrove (distruggendo lavori) e spendere laddove ritiene arbitrariamente più proficuo. Come ben descritto in Planning for Freedom di Ludwig von Mises, esso ha bisogno di controllare porzioni crescenti del mercato al fine di garantire la propria sopravvivenza. Passo dopo passo, ci si avvicina ad un’economia di comando, dove ogni prezzo e ogni informazione finiscono per esser controllati dai pianificatori centrali. L’insostenibilità di lungo termine di quest’assetto è palese. La storia ci ha fornito un esempio: il crollo del muro di Berlino e il suicidio del partito comunista in Russia. Sebbene negli anni passati fosse ancora possibile ammortizzare gli squilibri causati dalle interferenze statali grazie ad una forte presenza delle forze di mercato, oggi il crescendo di manipolazioni ha raggiunto picchi assurdi.

Tale propensione alla follia può essere sottolineata dando uno sguardo ai livelli dei tassi di interesse storicamente bassi supervisionati dalla FED. Sebbene siano passati ben cinque anni dall'inizio ufficiale della crisi economica, lo zio Sam langue ancora in un limbo economico di sofferenza. Continuando a distorcere i fondamentali dell'economia, tiene in vita attività fallite spacciate per artificialmente sane. La FED non può più astenersi ormai, il grado di dipendenza dalle sue azioni va ben oltre quello che abbiamo visto finora nella storia economica del mondo. Questo significa che non ci sarà più nessun Paul Volcker in grado di vendere di nuovo il bluff di una FED in grado di avere ben saldo il controllo della situazione. Stavolta sono andati oltre. Hanno varcato definitivamente la soglia tra interferenza ed interventismo diretto. Purtroppo, era ineluttabile un simile esito.

Pianificatori centrali come il "Maestro" Greenspan sono figure da additare per il recente sconquasso economico. Malgrado la creazione della FED sia l'evento principe su cui scaricare le colpe, la spinta finale verso il baratro è stata data da mister Alan. Una delle più grandi bolle immobiliari è scoppiata a causa delle sue azioni sconsiderate, e nonostante si continuasse a ripetere di come sia impossibile prevedere lo "scoppio di una bolla", gli alti funzionari della FED hanno persino negato la sua presenza nell'ottennio 1994-2006. I prezzi degli immobili negli Stati Uniti, in questo lasso di tempo, sono aumentati per 111 mesi consecutivi. Questa aberrazione non solo ha trascinato gli USA in un inferno economico/finanziario, ma anche altri paesi i quali hanno portato avanti azioni di politica monetaria simile per stare al passo con gli stampatori folli presso l'Eccles Building. Un esempio su tutti è la Cina mercantilista, la quale ha stampato denaro ingolfando il bilancio della propria banca centrale gravandolo di titoli del Tesoro USA e MBS di Fannie/Freddie. Ma di questo parleremo più avanti.

Così 96 mesi dopo il picco della bolla immobiliare Bernanke/Greenspan, ci sono ancora 20 milioni di famiglie sommerse e carenti di equity con cui uscire dal pantano fangoso accumulato negli anni dalla FED. Infatti pignoramenti e costi esorbitanti dei mutui a cui si sono legati, hanno tagliato le gambe alla classe media impedendo a coloro che ne fanno parte di prosperare quel tanto che bastava da cambiare casa e comprarne una migliore (permettendo, di conseguenza, ai cosiddetti first time buyer di entrare nel mercato e comprare la loro prima casa ad un prezzo accessibile). Quel che resta sono lande desolate di immobili vuoti ed una massa di individui che cerca di avere un tetto sopra la testa andando in affitto. E qui entrano in gioco altri due esiti della pianificazione monetaria centrale: l'effetto redistributivo top-down della stampante monetaria, l'azzardo morale delle entità sovvenzionate artificialmente dal denaro gratis.

L'Effetto Cantillon dell'inflazionismo monetario premia coloro che ricevono per primi il denaro fresco di stampa. Coloro che lo ricevono per ultimi, o non lo ricevono affatto, vengono derubati silenziosamente del potere d'acquisto dei soldi nel loro protafoglio. L'allentamento monetario con cui ha gozzovigliato il duo Greenspan/Bernanke, e che ora sta portando avanti la Yellen, ha sostanzialmente generato questo effetto sostenendo a spese di tutta la popolazione quelle entità che nel 2008 sarebbero dovute scomparire a seguito di una sana pulizia del mercato. Lehman Brothers è stata solamente l'agnello sacrificale per giustificare agli occhi della popolazione più interventismo, sventolando più volte davanti al suo naso il feticcio "velenoso" della deflazione dei prezzi.




La popolazione viene danneggiata in molti modi da una politica inflazionista, come ad esempio un mercato del lavoro debole, salari reali in declino e scoraggiamento del risparmio.




Inutile dire, quindi, che i vincitori sono i grandi debitori e quelle attività privilegiate: lo stato, le grandi corporazioni e le grandi banche d'affari. Tutte le promesse di un futuro più roseo, che passava attraverso un presenza più forte della banca centrale nell'economia e un maggiore regolamentazione dei mercati, sono state puntualmente disattese. La lenta agonia della classe media è tutto ciò che rimane. Coloro che hanno potuto continuare ad operare contrariamente alle forze di mercato hanno beneficiato di ingenti infusioni di liquidità, e l'hanno parcheggiata presso i depositi della FED. Solo una piccola porzione ha invaso l'economia più ampia, altrimenti avremmo assistito ad una catastrofe economico/finanziaria di proporzioni bibliche. Il bello di questa storia è che ci sono addirittura giornalisti di caratura mondiale che spingono per uno scenario simile. Uno di questi, ad esempio, è Martin Wolf. In questo suo editoriale sul FT sprona le banche centrali a fare di più, e ad inondare l'economia più ampia di denaro gratis invocando la cosiddetta "eutanasia del rentier". Questa è la classica logica keynesiana: risolvere i problemi con debito ed una maggiore espansione monetaria.

Grazie a questo elisir, la classe media non ha più un futuro... soprattutto se si pensa che è anche sotterrata sotto una pila irripagabile di debiti studenteschi. E che fa il Congresso? Cerca di allentare ulteriormente la concessione del credito! Non bastava il fiasco immobiliare, alla popolazione viene venduta un'immagine dell'economia completamente distorta pretendendo che un ammontare di $1.1 bilioni di debiti non esistano.




Considerato lo stato decadente del mercato del lavoro e le condizioni salariali della classe media sopra descritte, quali conseguenze avranno sulla produzione americana? Sarà erosa pezzo dopo pezzo. "Quando qualcosa non può più andare avanti, si fermerà" diceva Herbert Stein. Infine, come per aggiungere la ciliegina sulla torta, il comparto bancario continua a ingozzarsi di pattume obbligazionario/azionario alla disperata ricerca di rendimenti decenti in questo panorama distorto. I loro bilanci sono ancora disastrati e rappresentando un investimento improduttivo che doveva essere pultio dall'azione delle forze di mercato cinque anni fa, la sua sopravvivenza continua a drenare risorse dall'economia più ampia. Le distorsioni operate dalla banca centrale per mantenerlo artificialmente in vita hanno rotto il sistema di price discovery e di ponderazione del rischio. In questo modo proseguono alla cieca alla ricerca di "investimenti" redditizi per nascondere quanto più a lungo possibile la cancrena della loro esistenza. Questo le conduce a fagocitare asset di dubbia qualità ed a crearne altrettanti di dubbia qualità, aumentando la mole di errori all'interno del tessuto economico.

In questo preciso istante la "finanza creativa" ha partorito altri abomini, e dopo le cartolarizzazioni dei mutui della precedente bolla immobiliare adesso si sta dilettando a cartolarizzare il flusso degli affitti. Quanto potrà durare questa situazione data la descrizione sopra fornita della classe media statunitense? Nella loro ottica questa domanda non si pone, perché finché ci sarà la FED che elargirà denaro praticamente gratis potranno continuare ad agire sconsideratamente comprando qualsiasi asset a prezzo nominale, gonfiandone il valore e facendo sembrare tutta rosa e fiori una situazione che in realtà marcisce nel profondo. In questo articolo del WSJ potete leggere nel dettaglio di come funziona l'indebitamento a leva del settore bancario centrale e del pattume che ingloba. L'ultima volta non è finita bene, e nemmeno la prossima.



IL LIMBO EUROPEO

Giovedì scorso è stato il giorno dello zio Mario, in cui la maggior parte dei commentatori economici e dei trader si aspettava un sostanzioso cambio di marcia da parte della BCE. Sin dall'ultimo LTRO, la banca di Francoforte è rimasta passivamente alla porta cercando di sgonfiare il proprio bilancio e sterilizzando quegli asset inglobati durante i picchi neri della crisi europea. Una mossa astuta per far credere ai mercati di avere la situazione sotto controllo e di aver implementato una "exit strategy" da percorsi non convenzionali. Il bluff non è durato molto perché il pattume obbligazionario è stato riparcheggiato nei bilanci della banche commerciali, e questi bilanci sono un'orgia di artifizi contabili. Sembra quasi che si stiano sforzando per profumare un cadavere in modo da affermare senza ombra di dubbi che sia vivo.

Quindi è arrivato il discorso del "whatever it takes" ma in questo modo lo zio Mario ha solo fatto una cosa: comprato tempo. Ha semplicemente fornito una garanzia a sostegno delle attività del comparto bancario europeo, la liquidità ce l'ha messa la FED ed altre banche centrali del mondo che hanno acquistato le obbligazioni statali dei paesi europei.




Il settore bancario centrale è un cartello, ed ognuno dei suoi componenti dipende dall'altro. Grazie alla "generosità" altrui l'Europa è rimasta in piedi fino ad ora, ma ciò non basta perché gli investimenti improduttivi che dovevano essere eliminati alla comparsa della crisi sono rimasti tutti là: settore bancario comemrciale e obbligazioni statali. Continuano a drenare risorse, sono una dolina per le risorse nell'economia più ampia. Si pensa ingenuamente che anche stavolta si possa schivare il proiettile fatale, ma si è ormai andati troppo oltre. Il deleveraging artificiale imposto su Main Street non farà altro che condannarlo ad una lenta agonia costituita da un rallentamento industriale, produttivo e creativo, a vantaggio di entità incancrenite che ancora spasimano per conservare il loro "corpo" recalcitrante. Sono funzionali al sistema. Danno una parvenza di trasparenza. Da intermediario tra mutuatario e prestatore, il settore bancario commerciale si è trasformato in hub per una serie infinita di privilegi e sotterfugi finanziari.

L'ultima prova in ordine cronologico è rappresentata proprio dal discorso dello zio Mario. Nella sua relazione finale ha affermato con sarebbe cambiato il panorama in base alle sue nuove disposizioni "rivoluzionari" e "determinanti". Un altro bluff con cui cerca ancora di guadagnare tempo, quindi guardatevi bene dai titoli sensazionalistici dei giornali. Infatti i trader continuano ad andare long sull'EURUSD. Già a gennaio le banche commerciali avevano ripagato €450 miliardi dei prestiti LTRO consentendo il riassorbimento delle riserve in eccesso, quindi il tasso negativo sui depositi presso la BCE non le tange.




Il taglio del tasso benchmark è uno specchietto per le allodole, perché in realtà l'ambiente economico resta ancora incline ad essere avverso al prestito. Le banche commerciali hanno ancora bilanci disastrati e le persone sono scoraggiate a fare impresa. L'unica nota di cui tenere conto è la volonta di monetizzare i titoli del mercato ABS. Detto in altre parole, tentare di aggirare i vincoli della BCE per quanto riguarda le obbligazioni statali ed acquistare titoli emessi dalle banche commerciali a valore nominale (mentre queste ultime continuano ad ingozzarsi di titoli di stato europei). Questi tipi di asset sono risultati in calo sin dall'inizio della crisi mondiale e per una ragione ben solida: la tossicità legata all'azzardo morale di cui sono forieri ha quasi disintegrato l'economia mondiale.




Tornare a gonfiare il valore di questi asset ha il solo scopo di far apparire più solidi i bilanci delle banche commerciali. In questo modo si prenderebbero due piccioni con una fava: si terebbe in piedi un comparto bancario decotto, il quale a sua volta continuerebbe a riempirsi di titoli di stato europei. Nessun conseguenza apparente? Nessun problema. Lo stato continuerebbe a spendere e continuerebbe a distruggere quei lavori e quelle imprese a cui sottrae risorse. La vera miccia che farà scoppiare il barilotto di polvere da sparo europeo saranno proprio i default aziendali. Ne abbiamo prova qui in Italia. La desertificazione produttiva e industriale nel nostro paese è impressionante, ma lo stato non può tirarsi indietro pena il suo fallimento immediato. In questo modo lo si rimanda solamente nel tempo, ma ad un prezzo più salato. Quando arriverà quel giorno, perché quel giorno è sicuro che arriverà, la BCE deciderà di intervenire attivamente. La reputazione della Germania è quella che ha salvato fino ad ora le sorti dell'Europa, e la sua inossidabile reticenza ad un QE è quella che ha alimentato questa reputazione. Questo nell'ottica di poter trovare un modo per sistemare i problemi nell'eurozona, ma fino ad ora tutto è fallito proprio perché le forze di mercato spingono per una recessione.

Però nonostante con la bocca la Merkel dicesse "no, no" con gli occhi diceva "sì, sì", visto quanto il paese teutonico ha "investito" nell'Europa meridionale. Così, di fronte ad un'imminente crisi che rischierà di buttare l'intera eurozona nel baratro la Germania non farà obiezioni ad un QE. La BCE seguirà la via già tracciata dallo zio Ben e da Abe, andando a creare caterve di soldi digitali per tenere a galla una nave che affonda. Per un semplice motivo: i risparmi reali, i quali permettono una crescita sana dell'economia e in accordo con le forze di mercato, non si possono creare dal nulla. Guardate, ad esempio, le orribili cifre a cui è arrivato il BDI (una sorta di termometro della produzione industriale mondiale).

Scrive David Stockman in merito alla questione ABS:

[...] Il mercato ABCP non è un luogo dove i mutuatari commerciali o i consumatori possono trovare una nuova fonte di credito al di fuori del sistema bancario. Si tratta invece di un'arena di ingegneria finanziaria in cui le banche avranno la possibilità di spuntare falsi profitti attraverso un espediente contabile noto come "gain-on-sale". Ciò significa che quando i crediti esigibili sulle carte di credito o i prestiti alle piccole imprese sono "raggruppati" dalle banche commerciali (che li emettono) e venduti in canali fuori bilancio (sotto forma di ABCP), i profitti possono essere incassati immediatamente. Infatti la tecnologia moderna consente di considerare come profitto lo strisciamento della carta di credito nel nanosecondo in cui accade, e la contabilità tradizionale consente di accreditare profitti da un prestito per automobili (7 anni emesso al 110% del valore del veicolo) non appena la macchina esce fuori dal lotto del rivenditore.

La pistola fumante dell'attuale manovra della BCE è contenuta nell'andamento del mercato statunitense ABCP. Nel periodo precedente alla crisi del 2008 ha raggiunto un picco di $1,200 miliardi, ma sin da allora è scomparso. Ora ammonta a $250 miliardi, 80% sotto il picco del luglio 2007.
Come si può notare, nonostatne il gergo finanziario, l'unico strumento in mano alle banche centrali è sempre lo stesso: fare la stessa cosa all'infinito e aspettarsi risultati diversi. E' per questo che vengono inventate scuse puerili come la presunta "lowflation". E' per questo che niente è stato aggiustato in Europa. E' per questo che niente potrà essere aggiustato da qualsiasi misura partorita da una banca centrale.




[Cliccate qui per leggere la seconda parte di questo saggio: http://johnnycloaca.blogspot.com/2014/06/crepe-strutturali-2.html ]


Il problema con l'empirismo

Gio, 12/06/2014 - 10:18
«[...] Ossessione numeri -- Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. [...]
Indietro non si torna -- A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato. Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.»

~ Confessioni di un finanziere: "Incasso tangenti per lo Stato", Libero, 27 aprile 2014.
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di James E. Miller


L'aforisma di Mark Twain, "ci sono le bugie, le dannate bugie, e le statistiche", ha il privilegio di essere usato molto spesso e mai abbastanza. Tale detto viene sfoderato quando si ha a che fare con persone che sono troppo ottuse per capire cosa succede oltre il loro naso. Sono quelli che fingono scetticismo, ma accettano avidamente qualunque evidenza empirica a sostegno del loro dogma.

Questi criminali contro l'intelletto sono in larga parte statistici, vale a dire gli economisti. Passano le loro giornate in attesa di avventarsi sui loro detrattori, non appena entrano in possesso di qualche dato che giustifica il loro collettivismo. La disoccupazione si è spostata lentamente in su? C'è bisogno di maggiori stimoli statali! La disoccupazione scende leggermente? Grazie al cielo Washington sta spendendo così tanti soldi da dare un posto di lavoro alle persone!

Il punto è che ogni dato può essere preso ed infilato in un discorso in modo da soddisfare un particolare percorso politico. Le statistiche del governo spesso forniscono un pot-pourri di finzioni facilmente modellabili. E poiché i fatti e le cifre provengono direttamente dalla bocca dello stato, sono spesso considerati come vangelo. Chi la pensa diversamente – che i burocrati potrebbero avere i propri motivi per falsificare le informazioni – è considerato come uno sciocco che gira con la carta stagnola in testa.

L'eccezione si ha quando un qualche funzionario pubblico canaglia viene colto a falsificare le statistiche per scopi politici.

Il New York Post, un giornale non proprio noto per il suo orgoglio nel dare notizie accurate, ha riportato di recente la storia di come il Census Bureau sapesse della manipolazione del rapporto sull'occupazione avvenuta durante la corsa alle elezioni del 2012. Pochi mesi prima che l'America confermasse Obama allo Studio Ovale, il tasso di disoccupazione nazionale scese dall'8.1% al 7.8%. Non rappresentava una diminuzione significativa, ma i mezzobusti l'hanno fatta passare come tale. Il NyPo – che si basa su una "fonte affidabile" ma sconosciuta – sostiene che la cifra è stata intenzionalmente falsificata.

Inutile dire che affermazioni basate su un'origine anonima non sono le più credibili delle fonti. Anche l'uomo della strada si guarda bene dal credere a fonti anonime. Vuole delle prove a sostegno, e non solo il sentito dire.

Il report del NyPo potrebbe essere tutto fumo e niente arrosto, ma non è lontano dal regno delle possibilità. I lavoratori nel settore pubblico hanno tutto l'interesse a mantenere i loro posti di lavoro. Nel 2010 Julius Buckmon, dipendente del Census Department, è stato licenziato per aver falsificato alcuni risultati. Sostiene di averlo fatto perché arrivarono ordini dall'alto.

Inoltre, il metodo ufficiale che usa lo stato per misurare la disoccupazione è già abbastanza opaco. I lavoratori presso il Bureau of Labor Statistics chiamano le famiglie e si informano sulle condizioni di lavoro degli abitanti. Non attaccano gli intervistati ad una macchina della verità. Il tutto si basa sull'affidabilità dell'imbranato comune. E anche quando i dati vengono raccolti, i media utilizzano la misura meno rigorosa sulla disoccupazione, nota come U3, per i titoli dei loro articoli. Tale misura non tiene conto dei lavoratori scoraggiati, i quali sono gettati nello scaglione U6 insieme ai lavoratori part-time in cerca di un lavoro a tempo pieno. Così il biochimico che lava i piatti nel ristorante locale, mentre ogni mattina visiona gli annunci in cerca di una nuova posizione, viene lasciato fuori. Fin dall'inizio della depressione America cinque anni fa, il tasso di disoccupazione U6 non è riuscito a scendere sotto le due cifre. Ma evidenziando solo i numeri da "prima pagina", il presidente ed i suoi burocrati buttano una luce su un quadro altrimenti buio.




La manipolazione dei dati da parte del governo non è una novità. Per decenni Stalin trasse in inganno gli economisti occidentali con rapporti errati sulla crescita economica nel suo paradiso comunista. Nel 1989 Paul Samuelson, senza dubbio il più influente economista accademico della fine del XX secolo, scrisse nel suo famoso libro: "l'economia sovietica è la prova che, contrariamente a quanto molti scettici avevano creduto in precedenza, l'economia socialista può funzionare e persino prosperare". Due anni dopo, l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si è disintegrata. Non è mai stato pubblicato nessun mea culpa.

Nonostante le carenze filosofiche dell'empirismo, la società considera i dati come un feticcio. La ragione è semplice: i numeri e le statistiche non solo ci sollevano dal dover proporre argomentazioni coerenti, rendono più facile non pensare.

Questo è il problema con lo scientismo radicale e l'empirismo in generale: l'idea che la logica non sia necessaria per interpretare le informazioni e comprendere appieno il mondo circostante. Le statistiche e le cifre sono modellabili. Possono essere utilizzate per supportare il laissez faire, lo statalismo, l'interventismo, o qualsiasi altro "-ismo" che vi viene in mente.

I dati sono inutili senza una solida teoria per interpretarli. Altrimenti può anche trattarsi di un foglio con numeri a caso. Eppure i positivisti empirici sono pronti a respingere l'idea che le cose possono essere dimostrate senza prove osservabili. Come si chiese Murray Rothbard nel suo saggio “In Defense of Extreme Apriorism”:

Qual è stata finora la "prova" vantata degli empiristi, se non una proposizione oscura in bella vista?
Un approccio fatto solo di prove empiriche è destinato a morire sul manto della metodologia popolare. Qualunque cosa possono mostrare i dati, può essere facilmente spiegata con vuote pontificazioni ed ipotesi controfattuali. Gli aderenti allo scientismo vengono lasciati balbettanti nella loro logica incoerente. In sostanza, nessuna conferma fattuale convincerà i veri credenti nell'empirismo positivo. Parlano bene della verifica sensoriale, ma non hanno una scusa per il loro canone.

Non è paranoico affermare che i burocrati del governo distorcerebbero i numeri per assicurarsi che il loro cavaliere in armatura scintillante resti alla Casa Bianca. Nonostante quello che vorrebbero farci credere Nancy Pelosi, Paul Krugman e il consiglio editoriale del New York Times, i dipendenti pubblici non sono boy scout con distintivi di merito. Sono altrettanto egoisti e conniventi come i trader di Wall Street.

Questa è la lezione più importante da ricordare: i politici ed i loro scagnozzi pagati indebitamente mentono. Vi venderanno un macinino, non rispetteranno i patti, sguinzaglieranno le banche contro di voi e quindi richiederanno la vostra fedeltà eterna. Tutto quello che dicono deve essere preso con le pinze, compresi i rapporti mensili.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


All'interno del mito della “lowflation”: Una disquisizione sull'inflazione vista e non vista

Mer, 11/06/2014 - 10:04




di David Stockman


Dopo che l'altro giorno ho pagato le mie bollette, continuavo a pensare ai costi del riscaldamento e delle utenze elettriche — l'inverno è stato insolitamente duro qui a New York, come in gran parte della nazione. Ma poi ho notato un resoconto di un mezzobusto di CNS News.com che conteneva alcuni grafici storici sui prezzi delle utenze, e mi sono ricordato che questo inverno ha portato con sé qualcos'altro: i costi delle utenze di casa e del carburante sono aumentati ad un ritmo incessante per più di un decennio.

Infatti, nonostante il peso modesto (5%) attribuito alle utenze e al carburante nel paniere dei prezzi del BLS, ci sono poche famiglie in America che sono sfuggite alla loro ascesa implacabile. L'americano medio non considererebbe questi costi come una componente banale del proprio indice del costo della vita, né esprimerebbe sollievo se tutto rimanesse perfetto sul fronte dell'inflazione — dal momento che questi rialzi nelle utenze e nel carburante sono stati compensati dal calo dei prezzi dell'iPad e dagli aggiustamenti edonici del prezzo della loro berlina da $40,000.

Il fatto è che l'indice dei prezzi dell'energia elettrica è aumentato del 5.3% negli ultimi 12 mesi e ha raggiunto il livello più alto di tutti i tempi. Ma ho capito. Ciò non conta come "inflazione" perché non si trova nella misurazione preferita dalla FED — il deflatore PCE senza cibo ed energia. E sì, c'è un punto nell'indice in cui si parla della volatilità di breve periodo di quelle componenti legate alle commodity, come il prezzo a Kwh della vostra utenza locale.

Diamine, il prezzo dell'energia è anche stagionale — in aumento in primavera, con un picco in estate per l'aria condizionata e poi un calo in autunno-inverno. Quest'ultimo, presumibilmente, è già stato preso in considerazione negli squilibri stagionali del BLS. Ma possiamo affermare che su una base di breve periodo (un paio di trimestri o anche anni), vi è probabilmente un sacco di "rumore" nei prezzi dell'energia elettrica.

Quando si arriva ad un lasso di tempo di un decennio, però, le cose cambiano. Già nel 2004-05 il governo disse che il prezzo medio dell'energia elettrica era 9.0 centesimi/Kwh, rispetto ai 13.5 centesimi registrati la scorsa settimana. Facendo due conti, è un tasso di crescita composto del 4.5% in oltre un decennio. E non è rumore. E' un segnale. E' inflazione.




Nell'articolo sulla tendenza al rialzo delle bollette, CNSNews.com ha effettivamente citato i numeri di marzo dell'indice e dell'anno prima, non solo il delta mensile. E poi ha aggiunto il danno alla beffa, mettendo il rialzo dell'utenza elettrica nel contesto globale del trend dei prezzi dell'energia:

L'indice destagionalizzato dei prezzi dell'elettricità del BLS è salito a 209.341 a marzo, il numero più alto che mai; un rialzo di 10.537 punti o del 5.3% da 198.804 del marzo 2013.... Negli ultimi 12 mesi l'indice energetico è aumentato dello 0.4%, con l'indice del gas naturale in aumento del 16.4%, l'indice dell'energia elettrica in aumento del 5.3% e l'indice dell'olio combustibile in aumento del 2.1%. Questi aumenti hanno più che compensato un calo del 4.7% nell'indice dei carburanti.
E' normale che sorgano alcune domande. Per prima cosa, data l'entità della variazione dell'indice dell'energia elettrica e di quello a doppia cifra anno/anno del gas, balza alla mente qualcosa di diverso dai prezzi in calo degli iPad. Eppure la stampa finanziaria ha banalizzato all'inverosimile i dati economici registrati, concentrandosi esclusivamente sui "delta" mensili (tanto che il nostro politburo monetario se l'è cavata con tesi ridicole come la "lowflation"). Le tendenze che confutano questa assurdità sono in realtà proprio lì, in bella vista — ma anche il pubblico attento è raro che le riconosca.

Questo saggio si prefigge di fornire la prova schiacciante che durante il decennio in cui i banchieri centrali hanno ragliato sulla "deflazione", in realtà c'è stata inflazione. Si prefigge anche di fornire prove sulla complicità delle statistiche governative: utilizzare l'inflazione che non si vede (vale a dire "imputata") per diluire e oscurare l'inflazione che si vede (cioè i costi delle utenze).

La precedente citazione da CSN News potrebbe essere intesa come se negli ultimi dodici mesi l'inflazione fosse stata ben contenuta — nel mondo dell'energia. Mentre i prezzi dell'energia elettrica e del gas naturale hanno ruggito verso l'alto, la debolezza di prodotti basati sul greggio — olio combustibile e benzina — ha compensato quasi del tutto gli aumenti. Sembrerebbe quasi che non ci sia niente da vedere qui. Solo più "rumore" da lasciare ai calcoli degli esperti nell'Eccles Building.

Non esattamente. Avere una certa prospettiva storica è sempre un buon punto di partenza. Altrimenti si potrebbe finire come la FED, la quale cerca futilmente di valutare la vasta effusione del rumore a breve termine proveniente da un'economia post-industriale da $17 bilioni. Infatti i dati "in entrata" sono così pieni di stime, imputazioni, squilibri stagionali e successive revisioni, da essere quasi privi di significato.

E la prova di ciò è nelle trascrizioni delle riunioni della FED — rilasciate con un ritardo di 5 anni. Le trascrizioni mostrano che nei punti di svolta di un ciclo economico e finanziario, il politburo monetario agisce sostanzialmente alla cieca — come lo era in primavera, estate e inizio autunno del 2008. Ancora più importante, i dati "in entrata" citati con una certa autorità da molti partecipanti del FOMC per quanto riguarda le componenti del PIL, dell'occupazione, dell'inflazione e di altri trend macroeconomici, sono spesso introvabili nei dei dati ufficiali attuali — essendo stati rivisti nel frattempo.

Quindi partendo con una prospettiva di 100 anni sui prezzi dell'energia elettrica, il grafico qui sotto rende chiaro il quadro più ampio: l'ascesa dei keynesiani nel settore bancario centrale dopo l'agosto 1971 è associata ad un'inflazione persistente, non ad una deflazione. Così, tra il 1913 e il 1960, i prezzi dell'energia elettrica negli Stati Uniti erano piatti — non c'era affatto un trend inflazionistico.

Non casualmente tale epoca si concluse con l'assalto Johnson-Nixon alla rettitudine fiscale e alla moneta sonante. Infatti sin dall'arrivo ufficiale della discrezione della banca centrale nel 1971 — cioè, una moneta ancorata ai capricci del FOMC — è esistita una distorsione inflazionistica sistematica nei prezzi delle utenze.




Ma c'è di più. Il giugno 1997 è la data in cui la FED di Greenspan andò all-in nella sua politica di manomissione infinita del mercato finanziario. In quel frangente la FED aveva trascorso alcuni mesi a contemplare quel famoso avvertimento di Greenspan "sull'esuberanza irrazionale" e aveva fatto un mezzo tentativo di rallentare la mandria di Wall Street spingendo in su i tassi di interesse. Dopo una reazione decisamente negativa, invece, i tassi furono abbassati nel giugno 1997 e l'Eccles Building non guardò mai più indietro.

Durante i successivi 17 anni il bilancio della FED sarebbe esploso da $400 miliardi ai $4.5 bilioni di oggi. Dieci volte tanto.

Ancora più importante, ricordiamo che durante la maggior parte di questo periodo la FED ha condotto battaglie ricorrenti contro una "deflazione" incombente o solo immaginaria. Eppure, come mostra il grafico qui sotto, l'aumento medio del CPI è stato del 2.3%/anno in quel periodo; e, giustamente, non c'è nulla di escluso da quel numero perché ogni singolo cittadino americano ha mangiato e ha avuto bisogno di riscaldamento e carburante durante quei 17 anni.

Ma ecco il punto. Per quanto riguarda la parte di inflazione che è "vista", come in una bolletta mensile, il tasso di incremento è stato molto superiore al 3.5% annuo. Per coloro che pensano che questo tipo di inflazione "moderata" sia una cosa salutare, considerate ciò che un dollaro risparmiato oggi varrebbe dopo 30 anni di lavoro sotto un ritmo di inflazione del 3.5%. Risposta: 35 centesimi.

Insomma, non una sola delle 115 milioni di famiglie americane — affittuari, proprietari e debitori — può sfuggire alla bolletta mensile dell'energia elettrica. $200 al mese non sono bazzecole, e il trend del 3.5% degli ultimi 17 anni ha appena accelerato al 5.3%. E questo è successo proprio mentre viene annunciata la "lowflation."




Tale tendenza inflazionistica pluridecennale, non è affatto un'esclusiva dei prezzi dell'energia elettrica. Considerate la benzina, che è lievemente calata di prezzo negli ultimi trimestri ma il cui trend non lascia alcun dubbio.

Nel corso degli ultimi diciassette anni, i prezzi della benzina al dettaglio sono aumentati di 6.5% CAGR e quasi del 6.0% negli ultimi nove anni. Nonostante i prezzi del petrolio siano saliti alle stelle dopo il settembre 2007 e successivamente sono diminuiti dopo il picco di $150/bbl nel 2008, i prezzi della benzina sono aumentati ad un tasso del 3.0% sin dall'inizio della crisi finanziaria.

Quindi non lasciate che le recenti linee al ribasso nel grafico qui sotto turbino il politburo monetario. Le persone che viaggiano in macchina hanno sperimentato un'inflazione costante, mentre i pompieri della FED gridavano di dover scongiurare la deflazione.




OK, c'erano alcune persone nel campus di Princeton che non avevano un'auto e andavano in bicicletta o a piedi. Ma avevano bisogno di combustibile per il riscaldamento in inverno e non c'era niente di disinflazionistico in questa spesa — soprattutto per le 10 milioni di famiglie che si riscaldano.

Negli ultimi 17 anni l'indice è salito ad un ritmo annuo dell'11%; e del 6% CAGR dal 2007. Il fatto che non sperimentiamo un picco del petrolio come a metà 2008, è solo una "magra consolazione". Un bene essenziale che costava circa $0.50 a gallone quando Bernanke ha iniziato a delirare sul pericolo della "deflazione" nel 2002, ora costa $3.00.




Sì, durante lunghi periodi di tempo, la maggior parte delle persone mangia e beve. Evidentemente non c'è nulla di deflazionistico, o disinflazionistico o benigno nel sotto-indice del BLS degli alimenti e delle bevande. E' aumentato del 2.4% l'anno durante i 17 anni in cui Greenspan ha buttato la disciplina monetaria fuori dall'Eccles Building; e del 2.0% l'anno da quando Bernanke ha dichiarato guerra alla deflazione alla fine del 2007.

Inoltre non vi è nulla in quella curva crescente che possa suggerire un improvviso calo negli ultimi trimestri. Durante i 12 trimestri terminanti a marzo 2014, i prezzi alimentari e delle bevande sono aumentati ad un tasso annuo del 2.2%.




L'osservazione qui sopra ci porta ad un ovvio corollario. Se riscaldate qualcosa, dovete affittarla o possederla. Per le 40 milioni di famiglie che affittano il loro castello, non c'è stato niente di deflazionistico per lungo tempo. Negli ultimi 17 anni gli affitti sono aumentati ad un tasso composto del 3.0%. E non vi è alcun segno di un rallentamento significativo. Gli affitti sono aumentati del 2.8% nei dodici mesi fino a marzo di quest'anno, e del 2.7% l'anno precedente.




Rimangono 75 milioni di famiglie che possiedono le proprie case, e secondo il BLS per loro il tasso di inflazione è stato molto più benigno. Ne terremo sicuramente nota, ma vale la pena notare che se la casa è di proprietà o in affitto, ci sono sempre i costi per il sistema fognario, la raccolta dei rifiuti e le riparazioni.

Secondo il BLS non c'è stato alcun segno di deflazione in una qualsiasi di queste categorie. Il costo per il sistema fognario e la raccolta dei rifiuti, ad esempio, è raddoppiato sin da quando Greenspan ha avuto il suo momento di esuberanza irrazionale. Ciò equivale ad un tasso di incremento annuo del 4.5% nella vita di ogni giorno. Per quanto riguarda le riparazioni, il CAGR è aumentato del 4.8% l'anno dal 1997. E in nessuna di queste categorie vi è stata alcuna decelerazione significativa.





Questo ci porta ai fitti figurativi (owners equivalent rent, OER) — per cui possiamo notare tre cose. In primo luogo, contano per il 25% del CPI. In secondo luogo, comprendono il 40% dell'inflazione visibile secondo l'Eccles Building — vale a dire, il CPI meno cose come cibo ed energia. E, infine, sono calcolati mediante una metodologia che può essere descritta solo come una farsa burocratica.

Ogni mese viene chiesto a diverse migliaia di intervistati che possiedono case, e probabilmente desidererebbero affittarle, che cosa si sarebbero aspettati di guadagnare mensilmente se avessero affittato la loro proprietà.

Evidentemente non ne hanno idea — e nemmeno il Dipartimento del Commercio che conduce l'indagine o il BLS che elabora i dati. E si presuppone che i dati grezzi provengano veramente dagli intervistati, e non da dipendenti del Census Bureau che a fine mese si affrettano per arrivare alla loro quota di interviste. Alcune fughe di notizie recenti si sono concentrate esattamente su questo punto.

Eppure anche se vengono misurati in maniera dubbia, vi è stata inflazione significativa negli OER nel corso degli ultimi 17 anni: 2.4% annuo per l'esattezza. Questa cifra è misteriosamente rallentata all'1.7% l'anno dal 2007, ma anche tale tasso non si qualificherebbe come deflazione. Gli OER raddoppierebbero ogni 40 anni a tale tasso.




Ma negli ultimi 17 anni i prezzi delle case, misurati dal Case-Shiller repeat sales index, sono aumentati ad un tasso annuo del 5.2%, il doppio degli OER. E questo nonostante il boom del settore immobiliare e del successivo bust.




Senza dubbio qualche stregone della FED suggerirà di non farsi turbare da questo enorme divario tra i prezzi delle case e degli OER. Nella sua saggezza, la FED ha represso radicalmente il tasso benchmark del Tesoro, il che significa che i costi per i proprietari di abitazioni sono diminuiti drasticamente. Quindi, sì, il fatto che nel corso degli ultimi 17 anni il prezzo delle abitazioni sia salito a 2x rispetto al tasso dei fitti figurativi, ha senso!

Inutile dire che ora che i tassi di interesse stanno cominciando a normalizzarsi, anche il costo della proprietà — cioè, gli OER — inizierà ad accelerare. Evidentemente i combattenti della deflazione nell'Eccles Building non si aspettano tutto ciò — forse perché hanno un posto in prima fila nella fabbrica statale dove vengono sfornati i dati sugli OER.

C'è una componente del CPI che ha sperimentato un'autentica deflazione sin dal 1990 — e cioè i beni soggetti a quella riduzione del costo del lavoro che ha portato allo svuotamento delle risaie dell'Asia orientale. Pertanto l'indice che comprende i mobili per la casa, gli elettrodomestici, gli arredi, gli strumenti e le forniture — che ha un peso del 4% nel CPI — è leggermente diminuito sin dal 1997.




Lo stesso vale per l'abbigliamento e le scarpe che rappresentano un altro 3.5% del CPI. Eppure gli articoli per la casa sono diminuiti ad un ritmo cumulativo del 2% negli ultimi 17 anni e l'abbigliamento e le scarpe del 4%. Questi cali modesti sono benvenuti, ma diventano insignificanti rispetto ai rialzi cumulativi del 50-100% dei beni e servizi sopra evidenziati.

E il calo dei prezzi dei beni commerciabili non ha nemmeno cominciato a controbilanciare l'aumento invisibile dei costi medici, dell'istruzione e di altri servizi.

Il politburo monetario ha veramente raggiunto un punto di disperazione. Pur di far rimanere in gioco i grandi player di Wall Street, mantiene i tassi del mercato monetario a zero e si sforza di mantenere intatti i carry trade nel mondo degli affari. Ma 7 anni di ZIRP sono stati talmente inutili che richiedono l'invenzione di una gigantesca menzogna — il mito dell'assurda "lowflation" — per mantenere attiva la stampante monetaria nel seminterrato dell'Eccles Building.




[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Un paese possiede le chiavi del mercato dell'oro

Mar, 10/06/2014 - 10:11
E' probabile che l'occidente continuerà a resistere nell'apprendimento delle lezioni offerte dalla storia. Sono convinto che essa si ripeta per far notare anche a quegli individui con un QI davvero minuscolo, dove sbagliano. E' probabile, quindi, che l'occidente continuerà a resistere nell'apprendimento delle lezioni offerte dalla scuola austriaca. Questo significa che il flusso di oro che percorre la strada da ovest ad est, continuerà nel futuro prossimo. Nonostante le svalutazioni competitive imperverseranno più intensamente nelle nostre economie, l'oro ancora non verrà considerato un asset degno di essere acquistato per proteggersi in modo adeguato. In oriente è "tradizione" che avvenga una scelta simile, sanno come "votare" in caso di azioni sconsiderate. In occiente, invece, ci si affida ai modelli tecnici e ai numeri per gestire il proprio patrimonio. Gli stop-loss negli investimenti in oro da parte di quegli investitori "spaventati" dal costante crollo del prezzo del emtallo giallo, li hanno convinti a vendere le loro posizioni a favore di cartamoneta. Non c'è una teoria di fondo quando si parla di investimenti, si agisce in base a modelli statistici. Quanto valgono questi modelli che prendono in considerazione riferimenti numerici ampiamente manipolati dalle banche centrali?
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di Frank Holmes


L'anno scorso la domanda di oro del settore privato in Cina ha raggiunto un livello record di 1,132 tonnellate, e secondo il World Gold Council (WGC) la nazione asiatica potrebbe facilmente dominare il mercato dell'oro, in quanto prevede una domanda crescente fino al 20% entro il 2017.

Questa proiezione del WGC ci conferma ciò che ho scritto in precedenza: l'amore della Cina per il metallo giallo rimane robusto. Stiamo assistendo alla trasformazione di questo paese in una potenza economica, e ora, nel più grande mercato mondiale dell'oro!

Penso che sia importante che gli investitori riconoscano i principali fattori alla base di questa crescita enorme...


1. Una nuova classe media ha più soldi da spendere.

Nonostante tutti i numeri grandiosi che vediamo nel mercato dell'oro della Cina, la nazione asiatica non è sempre stata la "gallina dalle uova d'oro". Nella relazione recente del WGC, China’s Gold Market: Progress and Prospects, apprendiamo che solo negli ultimi anni la Cina ha visto l'ascesa di una classe media supportata da redditi più alti. Ad esempio, Shenzhen è attualmente una città con più di 10 milioni di persone, la quale rappresenta il 70% della fabbricazione di gioielli della Cina. 30 anni fa, però, era solo una piccola città di circa 330,000 persone, il che significa che a quel tempo la domanda dei consumatori per l'oro era minima.

Negli ultimi 10 anni, tuttavia, è emersa una nuova classe media ed i consumatori hanno sfruttato la loro nuova ricchezza. Mentre il PIL ha cominciato a salire, la gente ha incrementato l'acquisto di gioielli e monete d'oro. Oltre ad una maggiore spesa per questi elementi, è progredita anche la domanda di investimenti per il metallo giallo poiché la popolazione cercava una protezione contro l'inflazione.


2. I gioielli sono ancora il motore della domanda.

La relazione del WGC ribadisce anche l'attuale potere del Love Trade, uno dei due principali driver dell'oro insieme con il Fear Trade, riguardo all'affinità culturale per il metallo prezioso in particolare in Asia, India e Medio Oriente. I consumatori continuano ad acquistare gioielli d'oro e monete anno dopo anno, e la domanda aumenta in sintonia con i regali per le feste e le celebrazioni religiose.

Come si può vedere nel grafico qui sotto, dal 2004 il volume dei gioielli d'oro consumato in Cina è triplicato. Per di più, nel 2013 la Cina ha superato l'India come il più grande consumatore e produttore di gioielli al mondo. Secondo un recente articolo di Reuters, le vendite di gioielli d'oro in India sono rallentate del 10% da quando lo scorso anno sono state imposte restrizioni alle importazioni – un probabile fattore che ha fatto guadagnare il primato alla Cina.




3. La domanda industriale è sempre più importante.

Sebbene non così forte come la domanda per i gioielli d'oro, la crescita del PIL cinese ha aumentato anche la domanda industriale di oro. Il WGC dice che l'elettronica è la fonte predominante di questa domanda industriale. L'oro è utilizzato in cellulari, computer, circuiti e di recente anche l'industria automobilistica ha visto un aumento della domanda per il metallo giallo.

L'oro può sembrare una scelta costosa quando si assemblano le parti dei cellulari o i connettori degli airbag nei veicoli, ma come afferma la relazione: "Anche se i produttori stanno sempre cercando di ridurre il costo dei componenti e sostituire l'oro con alternative a basso costo, questo non può essere fatto quando in primo piano ci sono le prestazioni ottimali e, soprattutto, i problemi di sicurezza."

Nella nostra presentazione, The Many Uses of Gold, spieghiamo altri modi in cui viene utilizzato l'oro; non solo per le esigenze industriali, ma anche per i progressi medici e tecnologici.


4. La Cina si sta allontanando dal dollaro statunitense.

Quando si tratta di riserve in valuta estera, quelle della Cina ammontavano a $3.8 bilioni nel 2013, un forte aumento a partire dalla metà degli anni '90 come si può vedere dal grafico qui sotto. Ci sono diverse sfide che attendono il sistema monetario della nazione asiatica; il sistema multi-valuta, che include il renminbi e il dollaro, non è facile da gestire.

Ma in che modo le riserve cinesi in valuta estera ed i problemi monetari possono essere un driver per la domanda di oro?




Tanto per cominciare, secondo il WGC, la crescita delle riserve della Cina (implicita al surplus delle partite correnti del paese) ha visto una predominanza di dollari USA. La Cina ha usato il dollaro per comprare titoli di stato americani, ma dopo la crisi finanziaria globale e l'inizio del quantitative easing (QE), la Cina ha iniziato ad allontanarsi dalla sua esposizione al dollaro.

In un recente articolo del Casey Research, anche Bud Conrad è intervenuto sul declino dello status di riserva del dollaro in paesi stranieri come la Cina: "Nel 2000 il dollaro rappresentava il 55% di tutte le riserve di valuta estera. In 14 anni quel numero è sceso al 33%. Entro il 2020, secondo le mie previsioni, scenderà al 20%. A quel punto anche altre grandi economie del mondo non avranno bisogno di dollari per il commercio internazionale."

Credo che la politica del governo sia uno dei componenti chiave di questo cambiamento, e all'insorgere di sfide fiscali e geopolitiche tra i due paesi, non c'è da meravigliarsi che la Cina voglia allontanarsi dal dollaro e, quindi, diversificare in oro. L'oro è un hard asset, cosa che lo rende una scelta valutaria privilegiata per la Cina. Per quanto riguarda l'oro, la relazione del WGC afferma addirittura che: "Non può essere creato dal nulla secondo i capricci delle banche centrali. Né può essere manipolato a beneficio del suo emettitore."

Quindi a cosa sta pensando la Cina?

Forse la Banca Popolare Cinese sta amplificando le sue riserve d'oro per diversificarsi dal dollaro, ma rimane una domanda: quanto oro ha la Cina?

Come ha riportato Mineweb la scorsa settimana, la Cina considera Pechino uno scalo importante per un'importazione aggiuntiva di oro, un chiaro indicatore che ulteriore metallo giallo troverà la sua strada nel paese. La Cina non rilascia numeri ufficiali sulle sue importazioni di oro, così Pechino rappresenterà una fonte di dati non ufficiale. Invece di riferire il proprio traffico di oro, altri paesi segnalano i propri dati sulle esportazioni di oro alla Cina. Hong Kong ci permette di comprendere meglio le riserve auree della Cina, e a febbraio ho scritto di come la Svizzera abbia pubblicato per la prima volta sin dal 1980 i dati sul commercio di oro. Solo attraverso queste relazioni possiamo dedurre la quantità di oro che la Cina detiene veramente.




Alla fine non importa l'esatta quantità di oro che possiede la Cina, questo paese è un buon esempio di come i driver della sua domanda siano rimasti invariati. Le persone in tutto il mondo reagiscono con preoccupazione alle politiche statali che possono svalutare la moneta, guardando così all'oro con una certa attrazione. Al fiorire delle economie, la gente avrà più soldi da spendere in oro. Continuerà anche il Love Trade; finchè ci saranno celebrazioni culturali e tradizioni religiose, i consumatori acquisteranno regali sotto forma di metallo giallo.

E' importante seguire il denaro, o in questo caso l'oro, per vedere come la gente di tutto il mondo reagisce a questa merce rara. Guardate al futuro, e scoprirete se la Cina riuscirà a tenere le chiavi del mercato dell'oro.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il modo ovvio di combattere l'inflazione dei prezzi alimentari

Lun, 09/06/2014 - 10:10





di Richard Daughty (alias The Mogambo Guru)


I ragazzi sono improvvisamente diventati grandi esperti in materia di "disparità di reddito" da quando è diventata la questione du jour ultimamente, e stanno piagnucolando ad alta voce sul perché io abbia ​​soldi da spendere e loro no, cosa che ritengono assolutamente ingiusta.

Come al solito, non sono rimasti impressionati da un padre amorevole (me) che spendeva pò del suo tempo prezioso per spiegare gentilmente quel perché: sono andato a scuola, ho trovato un posto di lavoro e ho risparmiato senza cadere preda di capricci egoistici di una massa di adolescenti idioti.

E si sono STIZZITI quando ho ripetuto loro che la causa della disuguaglianza dei redditi è da ritrovarsi nella malvagia Federal Reserve che ha creato (e ancora crea!) enormi quantitativi di denaro, il quale è finito nelle mani di chi è in grado di prenderlo in prestito dalle banche e acquistare un diluvio di titoli di stato, il che significa che i ricchi si riprendono i soldi più gli interessi.

Questa spiegazione è stata accolta con i soliti gemiti e lamenti adolescenziali, che posso succintamente parafrasare come: "Oh, no! Non la Solita Vecchia Solfa (SVS) circa la Federal Reserve e la sua creazione di denaro che ha alimentato l'inflazione dei prezzi nella ricchezza dei ricchi, nel prezzo di cibo ed energia, nella miseria della povera gente, e bla bla bla ne abbiamo abbastanza, quindi stai zitto, orribile vecchio avaro! Ti odiamo così tanto che non possiamo nemmeno cominciare a dirti quanto ti odiamo!"

Ovviamente volevano più di una semplice spiegazione. Ma cosa potevo dire?

Riconoscendo subito l'occasione, ho sviluppato il famoso Big Bucks Method (BBM), un manuale prezioso su come anche voi potete diventare un membro dell'uno per cento più ricco e possedere la maggior parte della ricchezza del mondo.

In sostanza, l'unica parte difficile è il primo passo, ovvero, acquisire un sacco di denaro. Abbastanza da impressionare la banca. Circa un milione di dollari dovrebbe andar bene. Dal momento che le obbligazioni del Tesoro sono considerate "sicure" e le banche sono così disperate per prestare denaro, dovreste essere in grado di scambiare i titoli per qualche dollaro ad un tasso di interesse ridicolmente basso.

Poi la settimana successiva, e ogni settimana seguente (a quanto pare per sempre), la spesa a deficit dello stato dovrà vendere oceani di obbligazioni per ottenere più dollari da spendere e per pagare i relativi interessi.

Quindi, da intelligenti ricconi quali dovrete diventare, seguirete questo esempio prendendo in prestito un paio di milioni di dollari dalla banca e utilizzerete gli spiccioli in tasca per acquistare le nuove obbligazioni. Ora avrete più bond, tutti paganti un interesse!

Poi voi ed i vostri amiconi corrotti nel ramo finanziario sognerete i derivati più intricati per sfruttare quel mucchio di obbligazioni: prendere in prestito più soldi dalle banche più e più volte, scambiare titoli più e più volte con una leva finanziaria a livelli folli ed intascare enormi commissioni ad ogni passo mentre le inevitabili perdite verranno scaricate sui contribuenti attraverso le banche, le quali necessiteranno di enormi salvataggi da parte della malvagia Federal Reserve che creerà più denaro per reflazionare il tutto.

Infine, la matematica imprescindibile insita nella crescita esponenziale farà sì, in teoria, che un giorno arriverete a possedere tutti i soldi del mondo!

Naturalmente la parte più difficile è sempre quella iniziale: mettere le mani su $1 milione in modo da usare il famoso Big Bucks Method (BBM) e diventare ricchi, ricchi, ricchi ed avere tutti i soldi del mondo.

In primo luogo, devo centellinare ogni acquisto e tagliare le spese per le stravaganze stupide, come auto sportive sgargianti e cavalli da polo per i ragazzi, come ho dovuto spiegare loro pazientemente e gentilmente innumerevoli volte ("Quale parte di NO non capite, idioti?")

Così mi ritrovo lì, in piedi e in fila alla cassa del supermercato, mentre penso a mille modi per diventare disgustosamente ricco; e tra l'altro sono anche di cattivo umore, perché i miei biscotti preferiti NON sono stati inclusi nell'offerta "prendi due, paghi uno" e invece sono circondato da altri biscotti schifosi che non varebbe la pena mangiare NEANCHE gratis!

Mi sono ridotto a questo triste, triste stato di avarizia parsimoniosa a causa dell'inflazione dei prezzi, poiché quei biscotti veramente buoni costano quasi 50 centesimi in più. E per un tipo come me che può facilmente sedersi e mangiarne metà pacco senza bere neanche una goccia d'acqua nel frattempo, per poi completare l'opera, questo significa risparmiare una caterva di soldi.

E, mi dispiace dirlo, non andrà meglio, poiché da Bloomberg.com apprendiamo la notizia angosciante che "i prezzi mondiali del cibo sono aumentati del 2.6% a febbraio, il più grande salto in 19 mesi, come ha riferito la Food & Agriculture Organization delle Nazioni Unite sottolineando che sono saliti i prezzi dell'olio da cucina, dei cereali, dei latticini e dello zucchero."

All'inizio ho pensato che questa misurazione facesse riferimento all'inflazione dei prezzi da febbraio a febbraio, vale a dire, nell'arco di tempo di un anno. E invece no. Si trattava di un solo mese! Un Solo Dannato Mese (USDM)!

Questa notizia orribile, per quelli di noi che non sono folli economisti keynesiani o malati di mente, rappresenta Una Pessima Notizia (UPN), che di solito porta ad una maggiore creazione di liquidità da parte della Federal Reserve e di conseguenza a Notizie Pessime Pessime (NPP), prima che questo ciclo si spiralizzi e vada fuori controllo. Arrivati a quel punto saremo di fronte a quello che Ludwig von Mises definiva "il crollo finale."

Io se potessi lo ridefinirei Il Collasso Finale (ICF), ma poi dovrei sopportare quelli che mi ripeterebbero come io l'abbia rubato da Mises, perché ai loro occhi apparirei come uno stupido che non ha mai avuto un pensiero originale e tutti (compresi i ragazzi, vedi sopra) mi odierebbero.

Quindi vorrei denominarlo la Grande Supernova Finanziaria (GSF), dove i prezzi di cibo ed energia esploderanno in un'enorme palla di fuoco uccidendo tutto e tutti, mentre il debito, il credito, i prezzi degli asset e la ricchezza finiranno in un "buco nero," scomparendo per sempre in un vasto nulla senza nome che, naturalmente, si chiama lo Spaventoso Vuoto Senza Speranza (SVSS).

Questa inflazione dei prezzi dovrebbe essere fonte di scandalo in una cittadinanza istruita. I notiziari della sera dovrebbero essere pieni di immagini in cui la gente, munita di torce fiammeggianti e forconi, strepita contro la malvagia Federal Reserve che ha scatenato l'inflazione dei prezzi che ci sta uccidendo, contro il perfido Congresso che l'ha permesso (e provocato mediante la spesa a deficit!) e contro la maledetta Corte Suprema che sotto Franklin Delano Roosevelt escluse la possibilità che SOLO "l'oro e l'argento" fossero forme di denaro (come invece indica la Costituzione degli Stati Uniti), autorizzando quindi un'espansione dell'offerta di denaro fiat che è stata la fonte di tutti questi dannati problemi!

E mentre i telegiornali della sera non riportano alcun video scioccante di sconvolgimenti sociali e disordini di massa, e i giornali si limitano solo a sporadiche segnalazioni ("Sciroccato del Luogo Crea Scompiglio" con il sottotitolo "Afferma che la Federal Reserve ci Abbia Condannati Tutti"), è solo una questione di tempo prima che arrivino scenari simili.

Ed è anche solo una questione di tempo prima che l'oro e l'argento salgano di prezzo, come la storia ci ha dimostrato alla fine di lunghi periodi di espansione dell'offerta di moneta.

Ci troviamo in QUEL periodo. E' SEMPRE accaduto. Non è evidente che bisogna precipitarsi ad acquistare oro e argento?

In breve, è il momento giusto, è sempre accaduto ed è ovvio. Ed è per questo che vi unirete felicemente a me nell'esclamare: " Whee! Questa roba dell'investire è facile!"

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


4 anni di Freedonia

Dom, 08/06/2014 - 10:00




di Francesco Simoncelli


Oggi è un gran giorno per questo spazio virtuale. Probabilmente non ci avete fatto caso, ma per me che lo gestisco da anni ormai rivedere sul calendario questa data riporta alla mente i primi tempi in cui mi avvicinavo alla teoria austriaca. Ero un neofita all'epoca. Sono passati quattro anni. In questo lasso di tempo ho imparato molte cose, di certo non sono un "professore" della materia ma insieme al blog ho appreso tante cose. Spero soprattutto di aver trasferito parte della mia conoscenza anche a voi, cari lettori.

Non ricordo quali fossero le mie aspettative quattro anni fà, ero fresco di letture austriache e desideroso di condividere quello che avevo assorbito con coloro nella rete che avevano il mio stesso interesse. Pubblicavo post uno dopo l'altro, vedendo grandi lezioni in ogni antro del web, della carta stampata, dei film, ecc. Le dita si muovevano da sole ogni volta che scattava nella mia testa quella scintilla che teneva sempre viva l'ispirazione.

Ma c'era qualcosa che mi spingeva ogni volta a migliorare la qualità del materiale presentato, una forza che mi spingeva ad aumentare i target della mia indagine. Quella forza sconosciuta... beh, sono riuscito a darle un nome: passione. Non sapevo di averla, ma l'ho coltivata con dovizia e attenzione. Mi preoccupavo di andare sempre più a fondo alle notizie e agli articoli di cui mi occupavo, presentando ai lettori punti di vista alternativi e in linea con una visione della società legata al libero mercato. La mia esperienza è cresciuta insieme a questo spazio, attraverso ore su ore di traduzioni e di materiale personale.

Non sono, ovviamente, un accademico. Non sono nemmeno un laureato. Ma i miei articoli sono lì, parlano per me. Sono il mio curriculum. Con gli anni, infatti, il mio spazio ha guadagnato visibilità e con essa le proposte di allargare la mia sfera d'azione. Al pubblico piaceva ciò che presentavo, quindi voleva che ampliassi il bacino di utenti che avrei potuto raggiungere. Infatti, grazie a siti come Rischio Calcolato e Trend Online, gli insegnamenti austriaci che ho potuto divulgare hanno goduto di una bella spinta. Ottenere visibilità su altri siti con una maggiore portata di utenti, è fondamentale affinché i lettori interessati possano accorgersi del tuo lavoro. Sfruttando questa cassa di risonanza si crea un buon legame con quei lettori che, invece di spulciare il web in cerca del materiale che desiderano approfondire, possono trovarlo più facilmente accedendovi da spazi a loro ben noti e di cui si fidano.

Poi ho iniziato a scrivere per altri siti, come Il Portico Dipinto ad esempio, fino ad arrivare a divenire collaboratore di una prestigiosa associazione come il Mises Italia. Infine, la mia carriera ha incrociato la strada del magazine The Fielder, alla quale ho affidato la pubblicazione (futura) del mio primo libro. Ma non ho mai "tradito" le mie origini, tenendo sempre un occhio di riguardo per Freedonia. In retrospettiva, ho ben poco da rimproverarmi. Ho costruito la mia reputazione attravero la glorificazione di scrittori passati che ci hanno lasciato in eredità un grande sapere che ancora pochi riescono ad apprezzare.

Tutti i grandi nomi della scuola austriaca, e in altri settori, hanno costruito le proprie reputazioni amplificando il messaggio dei loro predecessori. E' così che si riesce a comunicare le proprie idee. E' così che si riesce a svilupparle. E' così che si guadagna un posto tra le sedie di coloro che ci hanno preceduto e che ci ispirano. E' così che la scuola austriaca sta guadagnando di nuovo trazione nel panorama mondiale, e nomi come Mises e Rothbard iniziano a circolare tra le bocche degli individui. Nonostante abbiano vissuto nell'anonimato in vita, i loro scritti sono stati tramandati e studiati. Come è possibile? Dieci parole: non si sono sporcati le mani con il mondo accademico. Diversamente dai keynesiani, non hanno ceduto alle lusinghe e ai privilegi dell'establishment statale. Hanno perseverato a portare avanti le loro tesi nell'ombra, forti del loro ragionamento e delle loro intuizioni.

E' questo che li ha spinti a continuare. E' questo che li ha spinti a rimanere nell'anonimato. E' questo che ha fatto guadagnare loro prestigio tra il pubblico in generale. Loro hanno scritto per noi, non per quelle figure autoreferenziali nel mondo accademico.

Sono rimasti sul campo di battaglia fino all'ultimo, combattendo per i principi che avevano difeso per tutta una vita. Nonostante la gilda accademica proseguisse a testa bassa nella sua magnificazione dell'establishment statale, persone come Mises e Rothbard reggevano il colpo. Nonostante venissero attaccati dalla gilda economica, persone come Mises e Rothbard reggevano il colpo. Hanno combattuto strenuamente perché sapevano che quello che stavano trasmettendo ai loro lettori era niente di più e niente di meno la pura realtà. Per anni hanno avvertito del collasso dell'Unione Sovietica e del fallimento del socialismo, ma furono inascoltati. Profeti accademici, come Paul Samuelson, cantavano le lodi dell'URSS in base a teorie basate sul semplice dirigismo in ogni settore della vita umana.

Gente simile non era solo socialista, era comunista. Il socialismo prevede una cricca di tecnocrati con l'autorità di prelevare soldi degli altri e finanziarie progetti cosiddetti pubblici; il comunismo predicava, invece, la conversione totale alla religione rivoluzionaria del partito. Poi arrivò il dicembre del 1991 e il partito comunista della Russia andò a gambe all'aria. Gli alti funzionari trasferirono quel che rimaneva dei fondi del partito su conti in Svizzera e levarono le tende. Per chi conosceva Rothbard e Mises il messaggio era chiaro: "Ve l'avevamo detto e vi avevamo detto anche perché". Oggi l'unico esempio di come possa "funzionare" uno stato socialista (sotto steroidi) è la Corea del Nord. Chi prende sul serio la Corea del Nord? Nessuno.

Le dittature degli anni '30, malgrado venissero etichettate come l'onda del futuro, sono perite sotto il peso gravoso delle loro contraddizioni. Le forze di mercato hanno prevalso allora e continueranno a prevalere oggi. Sono inarrestabili. Sono inesorabili. Rosicchiano lentamente la struttura dirigista che intende imbrigliarle alla sua volontà. Più diventa dirigista la presa, più le forze di mercato sgretolano più velocemente tale struttura. Questo significherà che il prossimo sulla lista è il keynesismo. La sua natura non è di stampo socialista, è mercantilista ed interventista. Ma questo punto venne già affrontato nel 1776 da Adam Smith. Non c'è modo che una società fondata su tali basi possa prosperare.

Perché? Perché si basa su promesse che non possono essere mantenute. Una volta che i dirigenti politici vedranno crollare la fiducia nei loro preti, la gilda accademica keynesiana, non potranno più vendere all'elettorato la menzogna di una salvezza attraverso lo stato. Crescita economica bassa e recessioni inaspettate sono la scintilla che conduce al barilotto di polvere da sparo: passività non finanziate. Ancora una volta, quindi, potremmo sfoderare la frase: "Ve l'avevamo detto e vi avevamo detto anche perché".

Questo spazio ha cercato sempre di offrire materiale di qualità e di libera consultazione. Si è sempre rimesso nelle mani degli utenti che, leggendo e apprezzando quanto letto, decidevano di lascire un contributo per il lavoro svolto. E' gratificante vedere i propri sforzi ricompensati pecuniarmente. Non è solo un fatto di compiacenza quando si riceve qualcosa in cambio del proprio lavoro, ma sprona anche a portare ad un livello superiore i compiti a cui uno si prefigge di adempiere. Questo spazio virtuale rimarrà con voi, cari lettori, per altro tempo e finché sarà possibile portarlo avanti; nel frattempo se gradite quanto leggete e volete dimostrare il vostro apprezzamento in maniera materiale, state certi che non disdegnerò una vostra donazione.




Come una banca centrale modella l'economia

Ven, 06/06/2014 - 10:09




di David Stockman


Tra i tanti mali che spuntano in serie dalla macchina delle bolle presso l'Eccles Building c'è il ciclo boom e bust tra i cosiddetti "asset rischiosi."

Questo non è libero mercato. Sotto un regime di tassi di interesse onesti e price discovery (cioè, in assenza di una banca centrale) non sarebbe mai esistita la legione di miliardari dotcom della bolla Greenspan, né i multi-miliardari che sono usciti in tempo prima che la bolla immobiliare della FED scoppiasse nel 2007-2008. E le decine di milioni di investitori retail, che sono stati attirati in queste manie dalla remota possibilità di diventare ricchi, non sarebbero stati separati da quasi tutti i loro risparmi.

Quando le banche centrali trasformano i mercati monetari ed i mercati dei capitali in un'orgia di carry trade, il risultato è di per sé una massiccia perdita di ricchezza nazionale e di efficienza nella produzione economica. Ecco perché il capitale e altre risorse economiche sono state letteralmente sprecate e allocate malamente in inutili speculazioni sul mercato secondario. Ad esempio, ora ci sono più di un bilione di dollari in asset gestiti dai cosiddetti "fondi di fondi."

Questi ultimi incamerano diversi punti percentuali di profitto su quel 20% che gli hedge fund sottostanti portano a casa grazie alle loro vincite nel casinò della banca centrale. Eppure non forniscono alcun valore economico aggiunto basato sul libero mercato — a parte fornire consigli ai propri clienti facoltosi su quali hedge fund riusciranno a vincere nelle settimane o trimestri successivi.

E così, vivendo alla grande grazie a queste rendite non acquisite, i gestori e proprietari di fondi dei fondi — artefatti della finanziarizzazione — consumano i servizi di resort, grandi chef e commercialisti che non sarebbero richiesti in un libera mercato. Nei mercati onesti non ci potrebbero mai essere abbastanza profitti con i cosiddetti "asset rischiosi", tali da assorbire la stratificazione che esiste oggi nel casinò di Wall Street.

Al contrario, in un libero mercato sarebbero precluse le principali caratteristiche della macchina delle bolle della FED. Non esisterebbero i giochi d'azzardo risultanti dalla speculazione di breve periodo in asset rischiosi (finanziati principalmente dalla ZIRP, da pronti contro termine a basso costo e da altri tipi di finanziamenti), perché non esisterebbero mercati monetari disposti ad offrire un'assurdità economica come denaro gratis per sette anni consecutivi. Non esisterebbe nemmeno l'abietto saccheggio di quei poveracci che vengono attirati in queste manie speculative, perché il "pompa e sgonfia" cronico non potrebbe sopravvivere nei mercati onesti.

Tuttavia, in assenza degli equilibri e delle sanzioni del libero mercato, questi casinò abilitati dalla banca centrale non si limitano a generare cicli di boom e bust per caso — lo fanno cronicamente e in modo prevedibile. Con i livelli di fiducia crescenti che si sono susseguiti nei cicli economici a partire dai primi anni '90, una classe di speculatori professionisti ha imparato a prevedere quasi perfettamente le manovre del nostro politburo monetario.

Di conseguenza essi non esitano a cavalcare la bolla fino a quando non vedono spegnersi le luci presso l'Eccles Building, né esitano ad immergersi di nuovo nella carneficina post-crollo quando la FED riapre i rubinetti, come ha fatto durante l'inverno del 2008-2009. Ciò che è emerge è una festa permanente della speculazione, dove gli stessi "asset rischiosi" vengono commerciati più e più volte quando queste grandi bolle finanziarie si gonfiano, scoppiano e si gonfiano di nuovo.

L'esempio numero uno in questo momento potrebbe essere lo stipendio annuale da $119 milioni del trentenne Jimmy Levin, guadagnato di recente mediante la negoziazione del "credito strutturato" presso l'Ochs-Ziff Capital Management. Durante l'anno in questione, le sue vincite hanno apparentemente superato del 25% i $94 milioni totali che guadagnano gli amministratori delegati delle 6 grandi banche degli Stati Uniti — vale a dire, i capitalisti clientelari che gestiscono JPM, BAC, GS, MS, C e WFC.

Ma quando si eliminano gli eufemismi, diventa chiaro che la sorprendente vittoria del giovane Levin non è riconducibile all'invenzione di qualcosa di unico e utile (come, ad esempio, il software desktop di Bill Gates). No, la manna è arrivata perché è stato tanto audace quanto fortunato a rimanere in prossimità della FED mentre si "rituffava per la terza volta" nei titoli tossici subprime.

Nel corso del 2012 il team di speculatori di Levin ha staccato un profitto da $2.0 miliardi con una scommessa di breve termine su circa $7.5 miliardi di prestiti e obbligazioni in sofferenza — soprattutto i resti fumanti di CDO subprime e MBS. In qualità di capo del gruppo, la quota di Levin è stata quindi di $119 milioni e questo magnifico risultato è stato veramente una passerella nel mondo dei ricchi.

Sembra che solo pochi anni addietro Jimmy avesse fatto un buon lavoro nell'insegnare al figlio del co-fondatore, Daniel Och, come fare sci d'acqua al campo estivo. Levin poi si è laureato in "informatica" a Harvard, ha ottenuto un lavoro da stagista presso la società che lo ha lanciato e, infine, l'arrivo definitivo alla Ochs-Ziff Capital Management — dove si è presentata l'ennesima mania dei subprime. E poi Levin è finito tra lo 0.0001% dei possessori di ricchezza, dove sicuramente non c'è più Horatio Alger.

Ecco il punto. In un mercato libero e onesto, non ci sarebbe una Ochs-Ziff Capital Management con $40 miliardi di fiches del casinò. Non ci sarebbero state le decine di miliardi di asset finanziari al collasso, che girerebbero per le strade di Wall Street in attesa che qualcuno li raccolga al momento propizio prevedendo le mosse della FED.

Allo stesso modo, in un mercato onesto nessuno sano di mente avrebbe scommesso $7.5 miliardi utilizzando un'alta leva finanziaria e protezioni minime. E a nessun trentenne sarebbe stato dato il permesso di chiudere gli occhi e scommettere il ranch, come ha apparentemente fatto Levin, su una "ripresa immobiliare" basata su una nuvola di parole del politburo monetario e sul suo eco nella stampa finanziaria.

In breve, il capitalismo di libero mercato non presuppone uno scambio di qualcosa per niente.

Il casinò della banca centrale che ha dato origine alla fortuna di Levin, ha anche partorito un figlio ancora più nocivo: vale a dire, una cultura della pretesa tra i giocatori del casinò che alimenta il saccheggio di tutto il paese. Così oggi si fa avanti un certo Vincent Viola, fondatore della ditta Virtue Financial, che pretende $100 milioni ai contribuenti sfortunati della Florida — uno stato che potrebbe anche essere etichettato come la ground zero della macchina delle bolle presso la FED.

Sembra che solo pochi mesi fa Viola abbia acquistato una squadra di hockey della Florida per $750 milioni — nonostante il fatto che essa perdesse circa $25 milioni l'anno. Inutile dire che, durante i 5 anni in cui stava costruendo la Virtue Financial, Viola — benedetto dalla casualità di un nome di famiglia veramente risonante — non aveva molta esperienza quando si trattava di perdere denaro. Secondo i suoi modelli IPO, Virtue Financial è risultata redditizia 1,277 giorni su 1,278 sotto la sua gestione.

Questo è un tasso di vincita dello 0.9992175.

Solo nel casinò delle bolle dello zio Ben!

Il punto è semplice. Una volta nessun magnate capitalista avrebbe avuto la faccia tosta di chiedere che i contribuenti finanziassero i suoi cavalli da polo e i suoi giocatori. Quindi aggiungete la cultura nociva della pretesa e la corruzione politica, alla lista dei mali che hanno creato i nostri pianificatori centrali monetari.

Persone come Vincent Viola dovrebbero far indignare i veri credenti nella libertà e nella libera impresa!

La cosa peggiore è che la storia Vince Viola è solo l'ultima in ordine cronologico.

Un altro esempio di questo tipo di saccheggio ci arriva dal salvataggio clientelare della General Motors: ricattando la Casa Bianca, i tipi dalle dita veloci hanno mietuto miliardi dai titoli scoppiati della suddetta società automobilistica in bancarotta. Da The Great Deformation: The Corruption of Capitalism In America, pp. 662-665:

Delphi era composta da ex-divisioni — radiatori, assali, illuminazione, interni — che alla fine degli anni '90 erano state tolte a GM dagli investment banker, i quali sostenevano che tale soluzione avrebbe reso GM più "concentrata" e "gestibile". In verità, Delphi era una discarica per $10 miliardi di debito di GM, oneri pensionistici ed obblighi legati all'assistenza sanitaria, così come per decine di stabilimenti UAW irrimediabilmente non redditizi e altri miliardi di passività nascoste.

Non sorprende che Delphi sia andata a sbattere, entrando nel Chapter 11 nell'autunno del 2005. Che questa società fosse destinata ad essere la bestia da soma di GM, diviene evidente dai dati finanziari riportati nei suoi sei anni di esistenza come società indipendente. Durante questo periodo le sue vendite (il cui destinatario pincipale era GM) ammontavano a $165 miliardi, ma fece registrare una perdita netta cumulata di $6 miliardi e generò un flusso di cassa operativo negativo. Infatti, gravata dal costo di una manodopera a $60 l'ora rispetto alla concorrenza exra-sindacato di $15 l'ora, è stata tenuta in vita da uno schema di di Ponzi intra-industriale: Delphi si ingolfava (per conto di GM) di cattivo credito commerciale e GM strapagava le parti vendute da Delphi.

Inutile dire che Delphi ha rappresentato un disastro economico che non aveva alcuna prospettiva di un'onesta riabilitazione, ma sotto la pressione di GM e UAW è rimasta impantanata nel tribunale fallimentare per i quattro anni successivi. Nel frattempo ha continuato a sopportare miliardi di debiti di GM, e in ultima analisi è stata in grado di emergere dal Chapter 11 solo perché la task force della Casa Bianca ha ritenuto opportuno pompare miliardi di soldi dei contribuenti nel suo cadavere (come parte del salvataggio di GM).

Il primo effetto di questo terribile abuso di potere statale, è stato più posti di lavoro a $60 l'ora a Saginaw, Michigan, e pochi a $15 l'ora non sindacalizzati in Tennessee e Alabama. Ma il vero male del salvataggio giace nella sua castigazione della disciplina del libero mercato e nel forte messaggio trasmesso dalla Casa Bianca: il fallimento non ha più importanza. Anche gli zombie come Delphi potrebbero essere risparmiati, purché il capitalismo clientelare rimanga vivo e vegeto a Washington.

In realtà Delphi doveva essere liquidata, dovevano essere messe all'asta le sue poche operazioni vitali e dovevano essere chiuse le sue decine di stabilimenti UAW non competitivi ed obsoleti. Dovevano essere cancellati i miliardi di crediti commerciali che aveva stupidamente esteso a GM, e soprattutto non dovevano essere pagati per intero dai contribuenti. Eppure questo assalto al mercato libero è stato solo uno dei mali che provenivano dai salvataggi del settore automobilistico.

Dopo che Delphi è stata inutilmente rianimata con $13 miliardi di denaro dei contribuenti, una banda di hedge fund predoni è stata in grado di guadagnare $4 miliardi da questa azienda che, in presenza di un libero mercato e del diritto fallimentare, non avrebbe mai più visto la luce una volta finita nel Chapter 11.

Infatti uno degli investitori, un cosiddetto fondo avvoltoio di nome Elliot Capital, sembra aver realizzato un guadagno del 4,400%, o $1.3 miliardi, sul suo investimento in Delphi, la quale è stata nazionalizzata con una IPO nell'autunno 2011.

I particolari di questo caso puzzano di capitalismo clientelare. Illuminano chiaramente come il ciclo boom/bust della FED inondi iniquamente di ricchezze l'1% della popolazione. Secondo i rapporti presentati alla SEC, Elliot Capital ha acquisito la sua posizione in Delphi per $0.67 ad azione nel bel mezzo del crollo dell'industria automobilistica (mentre GM e Delphi erano ancora in pieno Chapter 11). Due anni più tardi ha avuto la fortuna di vendere azioni al pubblico a $22 l'una.

L'archiviazione del caso non ha tenuto conto che nel frattempo Elliot Capital ed i suoi complici avevano ottenuto il controllo del fallimento della Delphi acquistando i cosiddetti "titoli fulcro" a pochi centesimi l'uno. Poi hanno minacciato di paralizzare GM non spedendo alcune parti insostituibili, come gli ingranaggi dello sterzo: GM possedeva tecnicamente l'attrezzatura, ma era fisicamente ostaggio degli stabilimenti della Delphi.

Inutile dire che in una procedura fallimentare normale, un giudice sarebbe piombato sulla Elliot Capital come una tonnellata di mattoni; un giudice duro avrebbe potuto anche far scattare arresti. Ma secondo le regole ad hoc del capitalismo clientelare, la legge conta poco e il modus operandi passa attraverso lo scrutinio della politica. Ciò significava che gli hedge fund erano letteralmente in grado di usare le maniere forti sulla Casa Bianca affinché fornisse un piano di salvataggio da $13 miliardi alla Delphi. Anche lo zar del settore automobilistico, Steve Rattner, anch'egli impegnato alacremente a spennare i contribuenti, ha descritto la posizione degli hedge fund come una "richiesta di estorsione da parte di pirati barbareschi".

Le vincite della Elliot Capital rappresentano una lezione oscena sul modo in cui il capitalismo clientelare e la stampante della FED distorcono il libero mercato. Senza il trasferimento fiscale di quei $13 miliardi, la Delphi non sarebbe mai scampata alla bancarotta; e senza la marea di liquidità proveniente dall'Eccles Building, non ci sarebbe stato alcun mercato in cui scaricare l'IPO della Delphi.

Oltre alla Elliot Capital anche altri avvoltoi hanno potuto godere di lauti pasti. In particolare, un hedge fund chiamato Silver Point (in stretta connessione con Goldman Sachs) ha ottenuto un profitto da $900 milioni, e questo non era un risultato atipico: rappresenta uno degli speculatori più abili nei prestiti in sofferenza e nelle obbligazioni in crisi che sono stati miracolosamente riportati in vita dal diluvio di denaro della FED.

Un altro grande vincitore è stato il fondo di John Paulson. Questa volta il suo più grande affare l'ha fatto sul contribuente americano, e il guadagno è stato di $2.6 miliardi. Ma la manna più eclatante è arrivata per Third Point Capital, il cui guadagno è stato di $400 milioni. Questo hedge fund è gestito da Daniel Loeb, il quale era stato un sostenitore di Obama nel 2008, ma che poi lo ha attaccato per averlo ingiustamente incluso nell'1%.

Potreste pensare che qui abbiamo a che fare con un caso di rivolta contro la mano che ti nutre... Nonostante Loeb non abbia abbassato i toni della sua critica alla "guerra di classe" di Obama, ha finanziato la raccolta fondi di Romney contribuendo con $500,000 per la campagna del GOP.

In tal modo, Loeb ha aiutato a chiarire perché il capitalismo clientelare è così nocivo e pervasivo. Si è scoperto che un altro vincitore di guadagni faraonici sulla carcassa della Delphi, è stato un oppositore alacre del piano di salvataggio per GM; cioè, l'autore di un celebre articolo pubblicato sul New York Times intitolato “Let Detroit Go Bankrupt”.

La facilità con cui gli avvoltoi hanno intascato i loro miliardi da questo raid nel Tesoro degli Stati Uniti, è evidente dalle vincite di Mitt Romney che ammontano a $15 milioni. In base alla tempistica di questa saga, sembra che questa pioggia di soldi sia arrivata mentre Romney sfoderava la sua retorica anti-Big Government per la successiva campagna presidenziale.

Va da sé che con amici come questi, il libero mercato non ha bisogno di nemici. Ancora più importante, sotto la repressione finanziaria e le politiche della FED che coccolano Wall Street, il libero mercato non esiste più. E' stato sostituito da un ciclo continuo e distruttivo di boom-bust proveniente dalle depredazioni monetarie della banca centrale.

Nel processo di inflazionamento delle azioni, della leva finanziaria e della speculazione, la FED perderà il controllo, trasformando i mercati finanziari in campi di sterminio economico. Con le sue manovre di reflazione, favorisce un raccolto di tale portata per i capitalisti clientelari che una cosa del genere è impensabile in un libero mercato. Questa è la fine della politica monetaria di Greenspan e dell'affermazione fallace che le bolle non possono essere previste, ma solo lasciate scoppiare. Questo è il modo in cui l'1% si riprende.
Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Una barriera mentale per la libertà?

Gio, 05/06/2014 - 10:17




di James E. Miller


E' possibile convincere gli altri dei benefici della libertà? Può l'uomo-massa convincersi che lo stato impedisce la sua prosperità?

Ho i miei dubbi. Lo stato promette una fuga dalle fatiche della vita. Fornisce anche un mezzo affinché le persone si sentano parte di qualcosa di superiore rispetto a loro. E, naturalmente, c'è sempre l'incentivo monetario a sostenere un welfare state generoso.

Oltre a ciò, perché sembra così difficile convincere i nostri amici, vicini, colleghi e collaboratori della moralità insita nei diritti di proprietà? Walter Block sospetta che siamo biologicamente predisposti ad essere contrari alla libertà. Data la mia convinzione del diritto naturale di essere sub specie aeternitatis, non sono d'accordo col suo punto di vista. L'uomo è stato fatto per essere libero. Non tutti riescono a capirlo. I politici con un minuscolo QI lo dimostrano. Ma la verità è lì, affinché possiamo coglierla e seguirla.

Esiste quindi una spiegazione migliore sul perché il divario tra governanti e governati non mostra segni di diminuzione? In un recente post sul blog del New York Times, Ross Douthat esplora la dicotomia tra la visione laicista e creazionista. A parere di Douthat, la mente moderna, che è stata invasa da un eccesso di scientismo mescolato ad incredulità, non è costruita per gestire i miracoli. Cita l'esperienza del regista olandese Paul Verhoeven, che, dopo aver avuto un'esperienza mistica in una chiesa pentecostale, ha negato la percezione corporea di quello che aveva sentito. Verhoeven dice di "aver sentito fisicamente [...] la discesa dello Spirito Santo" e il suo cuore andare "a fuoco." Invece di abbracciare l'esperienza, l'ha evitata. Come direbbe Groucho Marx, ha optato per la sua nozione preconcetta di verità invece di credere ai suoi "occhi."

Prendendo spunto dal lavoro del filosofo britannico Charles Taylor, Douthat sostiene che l'esperienza di Verhoeven è stata respinta dalla sua stessa mentalità. Questa barriera auto-imposta agisce come una rete per catturare tutto ciò che potrebbe contraddire la propria visione del mondo. Anche se Verhoeven avesse subito un vero e proprio miracolo, non ci avrebbe creduto lo stesso. Non sarebbe stato disposto a viaggiare così in profondità lungo il percorso della considerazione. Nella sua mente, la laicità è troppo radicata. Tutta la sua percezione era governata da una forza troppo potente per essere superata. La fragilità di questo muro dipende da Verhoeven; e da tutti gli individui.

Nel suo libro A Secular Age, il sopra citato Taylor scrisse:

Affrontiamo grandi difficoltà quando le nostre menti si trovano a dover fronteggiare eventi simili, e ci sforziamo rapidamente di raggiungere spiegazioni intra-psichice, in termini di illusioni, proiezioni e simili. Ma una cosa che sembra chiara, è che l'io coinvolto nell'esperienza è sostanzialmente diverso in questi mondi e nel nostro.
L'antipatia, o anche la riluttanza, ad accettare ciò che è reale ha caratterizzato molte delle tragedie della storia. I dittatori che uccidono milioni di persone senza alcun pensiero; il burocrate statale che calpesta un imprenditore senza pensare al valore perduto; gli amoralisti che parlano eloquentemente di fare la cosa giusta; il soldato che sfonda la porta di una casa e rende orfani i bambini, mentre ripete a sé stesso che è tutto per la libertà – questi tipi di individui intraprendono una guerra nella loro testa contro la coscienza. L'erroneità delle loro azioni è evidente. Invece di farvi fronte, le razionalizzano con un senso perverso di giustizia ed erroneità.

I tipi di sinistra, in genere, hanno uno di questi due problemi: o perseguono sordidamente l'autorità o credono infantilmente nella bontà dei loro sforzi.

Per gli ingenui c'è ancora speranza di ravvedersi. Presumibilmente hanno solo le migliori intenzioni. Per loro lo stato è uno strumento per la prosperità, invece che un corpo contundente di oppressione. Da qui la loro approvazione per le iniziative statali. Ma se si dimostra loro che la regolamentazione statale ostacola la creazione di ricchezza reale, forse il fronte della libertà si ritroverebbe alcune nuove reclute.

Coloro che usano lo stato solo per il loro tornaconto, sono una causa persa. Sanno bene che quello che stanno facendo è sbagliato. Li preoccupa poco. Lo stato si muove sempre verso più potenza e più controllo. Coloro al comando raramente vogliono diminuire i loro poteri. Ogni incentivo dice loro "fai di più." Ogni volta che la moralità cerca di farsi strada nella loro coscienza, deve essere oscurata.

Rod Dreher scrive che se la mentalità secolare continua ad agire come baluardo contro ogni tipo di prova divina, presto potrebbe essere impossibile far rivivere una comprensione religiosa di massa. Come egli osserva: "Dopo aver perso la capacità di percepire la realtà spirituale, in circostanze normali non sarà più possibile riconquistarla [...]."

Quanto alla libertà le circostanze possono essere altrettanto terribili, almeno nei paesi occidentali, dove l'influenza dei liberali classici come John Locke e Thomas Jefferson è più forte. Oltre un secolo di indottrinamento progressivo ha trasformato le scuole da luoghi di apprendimento in fabbriche di robot. Lo stato fornisce più servizi rispetto al passato. Qualora uno qualsiasi di questi dovesse deficitare del controllo statale, molti non riuscirebbero ad immaginare come il settore privato potrebbe gestirli.

Se la libertà ha la possibilità di influenzare qualcuno, è quella persona che fa del suo meglio per evitare la politica. Le loro menti potrebbero non essere così sensibili alla propaganda filo-statale. Quel muro mentale può non essere così forte; potrebbe essere facile da sgretolare.

Il grande compito dei libertari, o dei fautori dell'economia sonante, non è necessariamente diffondere le idee. Questo è un passo necessario, naturalmente. Le teste dure sono il vero ostacolo da superare. Si può predicare il messaggio della legge, della proprietà e dei diritti per tutto il giorno e la notte; se qualcuno non è in grado di cogliere la sistematicità con cui le cose si incastrano per formare un insieme logico, allora stareste parlando al vento. Infrangere un pregiudizio epistemologico non è facile. Tuttavia, deve essere fatto. Se non ha successo, e l'intervento dello stato progressista rimane la norma, allora la libertà potrebbe benissimo estinguersi.

Questo è un pensiero terribile. Ma i pensieri terribili sono l'acqua fredda sulla calda compiacenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La truffa finanziaria di cui si innamora ogni americano

Mer, 04/06/2014 - 10:13




di Bill Bonner


L'economia viene chiamata la "scienza triste," anche se a volte vengono usati aggettivi più forti come truffaldina e ingannatrice. L'economia è triste, ma non è una scienza.

Nella migliore delle ipotesi si tratta semplicemente di voyeurismo — fare capolino davanti le finestre della gente mentre bada ai propri affari e cercare di capire cosa stia facendo. Nel peggiore dei casi, si tratta di una teoria pomposa che cerca di migliorare gli stupidi.

Dubitiamo che siate particolarmente interessati all'economia, cari lettori. Noi non lo siamo. Ma non possiamo resistere ad una buona commedia... o ad una buona occasione per farci una risata. Osserviamo economisti e politici nel modo in cui i bambini osservano i clown; non vediamo l'ora che qualcuno gli dia una botta in testa, o che inciampino e cadano a terra.

Ma ciò che è divertente è anche istruttivo. I pagliacci sono anche persone, dopo tutto. Non sono forse parte della vita umana... dell'organizzazione umana... e dell'economia umana?

Ognuno di essi è guidato dalle stesse cose che guidano tutti gli altri. Vogliono potere... gloria... denaro. Ma come si ottengono? Guardando politici ed economisti, possiamo imparare qualcosa su noi stessi?

Uno dei tanti concetti riguardanti politici ed economisti, è che sono in qualche modo fuori dal comune. Sono divini, o almeno così fanno finta di essere, non avendo nessun'altra ambizione se non quella di rendere il mondo un posto migliore.

Né bere, né mangiare, né falsa testimonianza. Non sono attratti da alcun guadagno materiale... e non conoscono la lussuria — salvo per il miglioramento di tutta l'umanità. Approvano leggi... emanano codici e regolamenti... muovono queste leve e ne attivano altre — come se fossero i padroni di tutto il genere umano piuttosto che essere semplici componenti al suo interno.

Dal momento che sono una spanna al di sopra di tutti, non sono soggetti alle normali tentazioni. Il resto di noi trascorre tutta la propria vita come animali — bramando profitti, amici, status sociale, orgoglio, amore e denaro come i procioni bramano un secchio della spazzatura senza coperchio. A meno di non essere chiusi in gabbia, chissà cosa faremo?

Ecco perché la stampa scandalistica — soprattutto in Gran Bretagna — ama le storie di ministri del governo che hanno relazioni con le loro segretarie o evadono le loro imposte sul reddito.

A chi non piace vedere l'ipocrisia rivelata in pubblico? E' come se il re stesso fosse stato sorpreso con i pantaloni abbassati; noi a bocca aperta... mentre vediamo che lui è umano, proprio come noi.

Ma grazie a Dio ci sono i leader! I pensatori! I teorici con i loro "ismi " ed il loro recinti... pronti non solo ad impedire di ferirci l'un l'altro, ma anche a darci un senso di scopo morale.

Non è sufficiente aspirare alla felicità a modo proprio, dobbiamo Liberare la ragioe dei Sudeti! Abolire la povertà ! Rendere il Mondo Sicuro per la Democrazia! Noi dobbiamo realizzare il nostro destino... e fornire lebensraum (spazio vitale) al popolo tedesco! Piena occupazione! Un salario minimo! Non lasciare indietro nessuno!

Ricordiamo queste cose soltanto per ridere.

Nel XX secolo John Maynard Keynes se ne uscì con una nuova idea di economia. Ai politici piacque molto; Keynes spiegò loro come avrebbero potuto intromettersi su larga scala negli affari privati — e, naturalmente, per migliorare le cose.

Keynes sosteneva che quando l'offerta di denaro subiva una contrazione, uno stato avrebbe potuto superare una recessione estendendo più credito... spendendolo poi per compensare la spesa mancante di consumatori e imprenditori.

Keynes suggerì, capricciosamente, di nascondere bottiglie di denaro in tutta la città, in modo che i ragazzi le avrebbero potute trovare, spendere i soldi al loro interno e rilanciare l'economia.

La nuova idea prese piede. Presto gli economisti iniziarono a consigliare a tutti i principali governi come attuare il nuovo "ismo." Non sembrò importare a nessuno che il nuovo sistema fosse una frode. Da dove sarebbe uscito questo nuovo denaro? E che cosa fece pensare che il giudizio (spendere o risparmiare) degli economisti avesse più senso di quello di un qualsiasi altro individuo?

Tutti quello che hanno fatto i keynesiani è stato sostituire le loro ipotesi alle opinioni economiche di milioni di cittadini comuni. Avevano fatto ricorso a quello che Franz Oppenheimer definì "mezzi politici," invece di lasciare che i "mezzi economici" facessero il loro corso.

Gli economisti hanno voluto ciò che tutti vogliono — potere, prestigio, donne (tranne lo stesso Keynes, che preferiva gli uomini). E ci sono solo due modi per ottenere ciò che si vuole nella vita, caro lettore. Ci sono i mezzi onesti e quelli disonesti.

Ci sono i mezzi economici, e ci sono i mezzi politici. C'è la persuasione... e c'è la forza. Ci sono i modi civili... e quelli barbari.

L'economista è innocuo fintanto che rimane a guardare dalla finestra. Ma quando si impegna a convincere la gente affinché faccia quello che lui vuole — offrendo denaro non suo... frodandoli con tassi di interesse artificialmente bassi... o stampando denaro che non è sostenuto da qualcosa con valore reale (ad esempio l'oro)... passa al lato oscuro. Ha abbracciato i mezzi politici per ottenere ciò che vuole. È diventato un asino.

I "miglioramenti" keynesiani vennero applicati negli anni '20 — quando l'allora governatore della FED, Ben Strong, decise di dare all'economia un piccolo "coup de whiskey" — e poi negli anni '30 quando il mercato azionario si stava riprendendo dalla sbornia.

Come prevedibile i risultati furono disastrosi. E arrivarono altri economisti con le proprie cattive idee. Rari erano gli uomini, come Robert Lucas e Murray Rothbard, che sottolineavano come non si potessero migliorare i risultati economici con i mezzi politici.

Se un'assemblea nazionale potesse rendere ricche le persone approvando leggi, saremmo tutti miliardari, perché le assemblee hanno approvato una moltitudine di leggi e sembrano in grado di emanare qualsiasi atto legislativo proposto loro. Se le leggi potessero rendere ricche le persone, sarebbero spuntati da qualche parte gli editti magici — semplicemente per caso.

Ma invece di renderle più ricche, ogni legge le rende un pò più povere. Ogni volta vengono utilizzati i mezzi politici per interferire con la sfera privata (la quale permette alle persone di ottenere ciò che vogliono).

Un uomo produce scarpe. Un altro coltiva patate. Il coltivatore di patate va dal calzolaio per comprare un paio di scarpe. Deve scambiare due sacchi di patate per un paio di mocassini.

Ma poi si presentano i ficcanaso e gli dicono che deve chiedere tre sacchi... in modo che possa pagarne uno in "tasse" per i ficcanaso stessi. E poi deve montare un sistema di allarme nel suo negozio, acquistare un elmetto, pagare il salario minimo al suo aiutante e compilare i moduli per tutti i tipi di scopi lodevoli. Quando il coltivatore di patate si presenterà finalmente dal ciabattino, scoprirà che le scarpe costeranno sette sacchi di patate!

Questo è proprio quello che deve far pagare per avere i due sacchi di prima. "No, grazie," dice l'uomo delle patate, "A questo prezzo non posso permettermi un paio di scarpe."

Ciò di cui ha bisogno il coltivatore di patate, dicono gli economisti, sono più soldi! L'offerta di moneta non è riuscita a tenere il passo, aggiungono. Ecco perché hanno spronato lo stato ad istituire la Federal Reserve; volevano una moneta-fantoccio che si fosse conformata ai loro piani.

L'oro va bene, dissero, ma è anti-sociale. Resiste ai nuovi "ismi" e si mette di traverso per il finanziamento di nuovi programmi sociali. E' positivamente recalcitrante!

Ovviamente quando ci troviamo di fronte ad una guerra o ad un Grande Scopo Nazionale, abbiamo bisogno di denaro che sia pronto all'uso senza fare storie. L'oro è titubante. L'oro esita. L'oro è riluttante e reticente. L'oro va bene come moneta privata. Ma quello che ci serve è una fonte di finanziamento pubblico... una valuta nazionale espandibile e flessibile... denaro politico con cui poter lavorare. Abbiamo bisogno di un dollaro che non sia legato all'oro.

In tanti anni, sin dalla creazione del Federal Reserve System come banca centrale americana, l'oro è rimasto fermo ed immobile come sempre. Un'oncia di oggi acquista circa la stessa quantità di beni e servizi di quanti ne acquistava nel 1913.

Ma il dollaro è andato a braccetto con ogni lugubre piano politico apparso sulla scena mondiale — la guerra in Europa, il New Deal, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la guerra del Vietnam, la guerra alla povertà, la guerra all'analfabetismo, il New Frontier, la Great Society, la previdenza sociale, il Medicare, il Medicaid, la guerra in Iraq, la Guerra al Terrore — la lista è lunga e sordida.

Indovinate quanto vale un dollaro oggi rispetto a quanto valeva nel 1913? Cinque centesimi.

Il keynesismo è una frode. La teoria supply-side è una truffa. Il dollaro è una truffa. Sono stati sviluppati da persone con buone intenzioni. Ma questi buoni propositi non solo hanno lastricato la strada per l'inferno, l'hanno anche lucidata. Non ha senso frenare. Una volta partiti non ci si può più fermare.

In questo momento gli Stati Uniti stanno scivolando in una sorta di Inferno. Mezzo secolo di inganni ha prodotto una nazione che è pronta a credere a qualsiasi cosa... ed a seguire qualsiasi cosa... a condizione che si prometta di farli diventare ricchi.

Resteranno molto delusi quando scopriranno che tutti i mezzi politici su cui contavano — il denaro farlocco, le leggi, le normative e le guerre — li avranno resi più poveri. In quel momento avremo davvero bisogno di gabbie...

"Niente in natura è malvagio," disse Marco Aurelio. Keynes era umano. Anche Adolf Hitler era un uomo, una parte della natura stessa. E l'Impero del Male non è stato creato da uomini, uomini che — come economisti e politici — hanno seguito i propri impulsi naturali?

Adolf potrebbe aver commesso errori. Ma lo fece con le migliori intenzioni: pensava di poter creare un mondo migliore. E aveva tutte le "ragioni" per farlo. Avrebbe potuto parlare tutto il giorno; "dimostrando" che il suo piano era il modo migliore di procedere.

Non che non ci fossero argomenti dall'altro lato. Cosa dovevano fare le persone intelligenti?

Le persone hanno discusso in merito al keynesismo per molti anni. Ogni lato ha buoni punti. Uno era convincente; l'altro era persuasivo. E' come una coppia che litiga in tribunale per il divorzio — il marito ha dimenticato di portare fuori la spazzatura e ha fatto cadere un vaso; la moglie lo ha investito con l'auto di famiglia. "Non l'ho visto," dice.

Cosa dovrebbe pensare un osservatore?

La logica qui non può essere d'aiuto. Entrambe le parti hanno buoni punti. Tutto quello che può fare l'osservatore è ripiegare sul suo profondo senso di giusto e sbagliato... e buon gusto. "Non avrebbe dovuto investirlo."

"Ama l'uomo, odia il peccato," dicono i predicatori battisti. Un punto di vista utile. Non ha senso odiare Adolf, Josef, Osama... John Maynard... o un altro qualsiasi delle migliaia di clown che ci intrattengono, ci infastidiscono e ci uccidono.

Sono lo stesso creature di Dio, proprio come il resto di noi. Quello che hanno fatto di sbagliato è quello che fanno sempre di sbagliato... tutti hanno fatto ricorso a mezzi politici per ottenere ciò che volevano.

Non odiamoli; speriamo solo che ottengano ciò che si meritano.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La BCE è sotto pressione affinché abbandoni la sua strategia di politica “superiore”

Mar, 03/06/2014 - 10:09

Giovedì sarà un giorno davvero interessante, almeno dal punto di vista dei mercati europei. Lo zio Mario terrà la sua classica conferenza stampa, e sebbene ci si aspetti un ulteriore taglio dei tassi di interesse di riferimento, alcuni attendono anche una sorta di QE "made in UE". Insomma, la crisi ancora attanaglia la zona Euro, proprio perché niente è stato risolto fino ad ora; si è solo guadagnato tempo in attesa di un miracolo. Ora "tutti" si aspettano che questo miracolo sia dispensato dallo zio Mario... in un modo o nell'altro. Fino ad ora il suo bluff ha fatto credere ai mercati che sarebbe stato disposto ad intervenire sedutastante in caso di necessità, quindi i mercati hanno continuato ad operare "forti" di questa promessa. Il problema è che stiamo parlando del comparto bancario, uno degli investimenti improduttivi più grandi di sempre che sarebeb dovuto esplodere tra il 2008 ed il 2010. La sua esistenza non fa altro che generare instabilità perché drena risorse dall'economia più ampia. Il settore bancario centrale, con il suo aiuto a banche comemrciali e stati, sostiene artificialmente quei titoli importanti per suddette entità: obbligazioni statali, MBS, ecc. Gonfiando il valore di questi asset si dà una parvenza di solidità a coloro che li possiedono, abbassandone quindi il rendimento e generando una lotta per ritorni decenti in un ambiente economico ostile al prestito. I lrischio non viene prezzato adeguatamente, e si fa più semplice incappare in nuovi errori. Fino ad ora la BCE è riuscita ad astenersi dall'ufficializzare un QE proprio, ma ha continuato ad espandere "silenziosamente" l'offerta di moneta grazie soprattutto agli aiuti provenienti dalla FED. Una cosa è certa: ci si aspetta un cambiamento netto nella politica della BCE. E Draghi sembra intenzionato ad accontentare tutti senza scontentare nessuno (es. i tedeschi). Probabilmente non si chiamerà QE, ma nell'ombra c'è necessità che si faccia qualcosa. Le banche commerciali ne hanno bisogno, la loro fame di rendimenti necessita di ulteriori distorsioni e prezzi gonfiati artificialmente. Il cartello bancario centrale non si tirerà indietro. In un modo o nell'altro terranno vivo l'ottovolante del boom-bust.
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di Detlev Schlichter


La Banca Centrale Europea è sotto pressione. L'inflazione nella zona euro è allo 0.7%, ma come ha dichiarato Ben Bernanke, non siamo mai sicuri se queste cose vengono misurate correttamente. Quindi tutto quello che sappiamo, è che la zona euro potrebbe già trovarsi in una mite deflazione.

Questa non dovrebbe essere una sorpresa. Per un certo periodo di tempo la zona euro ha praticamente avuto una crescita zero dell'offerta monetaria ed una crescita zero dell'offerta dei prestiti. Come riportato oggi, ad aprile la crescita dell'aggregato monetario M3 è scesa dello 0.8% annuo. Sempre ad aprile i prestiti al settore privato sono scesi dell'1.8% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Questa situazione è andata avanti per qualche tempo, come mostrato in questi grafici:




Naturalmente la brigata dell'allentamento monetario è in subbuglio. Il manager miliardario David Tepper ha detto che la BCE è "rimasta molto, molto indietro." Martin Wolf chiede "un altro bazooka" e Ambrose Evans-Pritchard sospetta da tempo che la BCE sia sotto il controllo di una congrega fedele all'hard money, la quale gestisce l'intera economia da dietro le quinte.



La BCE è controllata da alcuni veterani estremisti della Bundesbank?

Beh, io per primo lo spero ma comunque ne dubito.

A mio avviso la politica della BCE è stata la più sensata (o forse dovrei dire, la meno irresponsabile) tra quelle delle altre banche centrali principali. Certo, sostengo che solo il denaro completamente apolitico e anelastico sia adatto ad un'economia di mercato (o ad un'economia di libero mercato in generale); e sostengo anche che il denaro fiat elastico, qualsiasi forma di politica monetaria (intervento persistente sulla moneta e nel settore bancario) e quindi le stesse banche centrali, non abbiano posto nel capitalismo di libero mercato. Non sono amico delle banche centrali, ma so che non scompariranno molto presto. Quindi se bisogna ancora tenersi i banchieri centrali, ci sono tipi ben peggiori del vecchio e burbero Helmut Schlesinger. Secondo i miei parametri, l'inattività è una virtù per un banchiere centrale. Se Evans-Pritchard ha ragione ed esiste una rete di bocconiani sostenitori dell'hard money, di spagnoli ispirati dalla scuola austriaca e di vecchi dirigenti della Bundesbank da qualche parte nelle viscere della burocrazia europea ed essa costituisce un muro ideologico contro lo stimolo alla Krugman, io dico mettete nelle loro mani tutte le decisioni!

Un periodo di scarsa crescita monetaria, o anche contrazione moderata e prolungata, non solo non dovrebbe essere una sorpresa dopo un boom del credito artificiale che ha portato ad un grande bust, dovrebbe essere eminentemente ragionevole e completamente raccomandabile.

I grafici qui sopra non solo illustrano la crescita piatta del credito e, quindi, dell'aggregato monetario più ampio sin dal 2009, ma anche la forte crescita del credito bancario nel periodo precedente alla crisi. Pensavo che dopo il 2009 la maggior parte delle persone avrebbe convenuto che un periodo di deleveraging e una riparazione dei bilanci bancari fossero inevitabili. Non è chiaro quello che stiamo vedendo adesso?

Non vedo alcuna ragione per sostenere una politica attiva di disinflazione o deflazione, ma se il sano ridimensionamento del sistema bancario europeo debba portare ad un periodo di prezzi moderatamente in calo, così sia. L'obiettivo della BCE di un'inflazione al 2% è stupido perché può essere realizzato solo con la creazione di credito bancario, i cui pericoli dovrebbero essere evidenti dopo il recente ciclo di boom-bust. Ma questo obiettivo sembra particolarmente controproducente in un momento in cui la riparazione dei bilanci bancari dovrebbe essere l'obiettivo primario.

La crisi finanziaria non è stato un atto di Dio o una forza della natura, e da qualunque lato la si voglia guardare, i prestiti sconsiderati hanno giocato un ruolo importante; i prestiti sconsiderati generosamente finanziati dalle banche centrali. Le banche spagnole, italiane, francesi, tedesche, greche – sembravano tutte dei morti viventi nel 2009, e molte lo sono tuttora. Dormirei meglio se da domani la BCE iniziasse a pompare miliardi nel sistema bancario incoraggiando i banchieri a tornare alle loro vecchie abitudini? Dovrebbe rassicurarmi il fatto che ingenti somme di liquidità attraverserebbero il sistema alla ricerca di un altro Fred Goodwin che le mettesse a "buon uso"?

Per inciso, va sottolineato che una scarsa crescita del credito, o addirittura leggermente negativa, non vuol dire che nessuno sta contraendo prestiti; le banche stanno semplicemente concedendo un minor numero di prestiti rispetto a quelli che vengono rimborsati dai mutuatari esistenti.

Naturalmente l'assenza di crescita monetaria favorisce rigidità strutturali di cui la zona euro è pingue, per non parlare di mercati del lavoro ingessati, una spesa pubblica insostenibile e un debito soverchiante. Ricorrere a strategie simili non và nemmeno vicino a risolvere i problemi, e l'élite politica paralizzata ha a lungo considerato di affrontarli commettendo un potenziale suicidio politico. Il rischio di una nuova crisi è alto, ma la colpa non sarà della banca centrale.



La politica: Germania vs. Francia

Il progetto Euro dipende dall'asse Germania-Francia e può essere considerato come una guerra fredda tra le élite politiche delle due nazioni, le quali hanno le loro diverse opinioni sulla politica economica. Per l'élite francese l'euro è sempre stato un veicolo per rompere l'egemonia tedesca, la quale era rappresentata dal marco e dall'onnipotente (ma rigida) Bundesbank. Una volta sparito il DM e nuetralizzata la Bundesbank, il puritanesimo monetario tedesco doveva essere passé, poiché una burocrazia francesse avrebbe gestito lo spettacolo europeo ed infuso il tutto con un certo vigore gallico.

Qualche anno fa era un'idea diffusa: la Francia avrebbe comandato il blocco anti-austerità del Mediterraneo contro la Germania. Sembra un lontano ricordo ormai.

L'élite politica francese è interamente screditata e sembra in uno stato di completo disordine. Alle elezioni europee della scorsa settimana gli sfidanti anti-euro della Merkel, Alternative für Deutschland, hanno ottenuto il 7%; l'ala più a destra della Francia e completamente anti-euro, Front National, il 25%.

I media parlano di una reazione populista alle elezioni. Molti potrebbero aver pensato che Hollande con il suo socialismo "eat-the-rich" potesse essere il volto del nuovo populismo europeo, ma in realtà non lo era (Ed Miliband, prendete nota.) In ogni caso, Hollande è politicamente un morto che cammina, mentre la Merkel regna sovrana in Europa. Potrebbe non voler esagerare con l'austerità, ma spingerà ancora per riforme strutturali e una austerità "moderata" nella zona euro. Una Germania politicamente ed economicamente (abbastanza) forte, riduce al margine la pressione sulla BCE.

In qualsiasi modo la si pensi, la Germania è attualmente il rifugio della stabilità in Europa: basso tasso di disoccupazione, nessun deficit significativo, crescita piuttosto solida e stabilità politica fino alla noia. (Nel lungo termine rimango pessimista sui fondamentali tedeschi. Questa osservazione è un'istantanea e fondata unicamente su una base relativa.)



I tedeschi e la BCE

Il binomio Draghi-BCE non è popolare tra l'elite politica tedesca. I tedeschi sono scettici per quanto riguarda il quantitative easing e molti condividono le riserve della Corte costituzionale tedesca, la quale ha suggerito che tali politiche potrebbero essere considerate finanziamenti agli stati attraverso la stampa di denaro (ovviamente!). Né il famoso “whatever it takes” di Draghi per salvare l'euro è popolare tra il governo tedesco (e la Bundesbank), anche se tutti sono felici che fino ad ora abbia funzionato. E' semplicemente una fortuna che i mercati non abbiano testato la risolutezza di Draghi. Anche se la BCE cedesse alle pressioni ed iniziasse ad espandere l'offerta di moneta, a mio parere qualsiasi QE su larga scala è improbabile per il momento.



Pensieri finali

Cosa significa tutto questo? – Non lo so (e ovviamente potrei sbagliarmi), ma credo quanto segue:

La prossima settimana la BCE taglierà ulteriormente i tassi di interesse, ma non sarà annunciato alcun QE per il momento. Penso che la BCE implementerà pronti contro termine a tassi negativi, prima di adottare un QE su larga scala. Questa mossa è stata ampiamente prevista. Penso che l'impatto sui mercati valutari e sui mercati in generale sarà lieve. Non rappresenta un punto di svolta.

A differenza del pensiero mainstream, non credo che questa sia una politica migliore di quella che è in atto ora. Preferisco la politica della BCE a quella della FED, quindi qualsiasi movimento verso una strategia in stile FED non otterrà la mia benedizione (anche se non credo che importi a qualcuno).

Gli aggregati monetari degli Stati Uniti (tra cui le metriche del credito) si stanno espandendo, poiché sembra che sia stata la FED ad innescare una ripresa con l'allentamento monetario, cosa che porterà problemi nel lungo periodo (vecchia storia). Ma non adesso. Non vedo un grande deragliamento dell'economia nel breve periodo (le ultime parole famose). Nei prossimi mesi probabilmente si intensificherà la discussione sul quando la FED e la Banca d'Inghilterra restringeranno i loro bilanci. La BCE è fuori sincronia con le altre banche centrali. Il taglio dei tassi della settimana prossima potrebbe essere l'ultimo – almeno fino a quando non si materializzeranno altri problemi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il triste stato in cui langue la professione economica

Lun, 02/06/2014 - 10:13
Stranamente, o forse non tanto alla fine, anche il magazine Forbes si è accorto che l'Europa e i rendimenti ridicoli della sua periferia sono certamente "probabilmente" da annoverare ad una seria bolla nelle obbligazioni statali. Nonostante il pezzo sia pregno di una certa cautela da parte dello scrittore, su queste pagine avete potutto leggere per molto tempo di come questa bolla sia figlia degli interventi delle banche centrali a seguito dello scoppio della crisi del 2010. La BCE è riuscita a reflazionare la stessa bolla che ha portato ad un passo dal collasso la zona euro nel 2010. Ma come riassume l'articolo di Forbes, con questa mossa lo zio Mario ha solo guadagnato tempo, ritardando e incrementando il dolore economico. Il quale, tra l'altro, non ha tardato a ripresentarsi: ripresa/boom fasullo. Questo significa che prossimamente ci sarà un nuovo bust, ma stavolta di dimensioni maggiori rispetto a quello di 4 anni fa. E con la Bundesbank che sta capitolando a favore di un QE "made in Europe", l'ottovolante del boom/bust si farà sempre più terrificante. Finirà male.
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di Frank Hollenbeck


Non è un'esagerazione quando si dice che la reputazione degli economisti è inferiore solo a quella di un venditore di auto usate. I recenti fallimenti delle politiche economiche per stimolare la crescita e l'occupazione, hanno intorbidito ulteriormente questa immagine. Cio' è in netto contrasto con il passato, quando gli economisti erano visti come il posto di blocco intellettuale a idee sbagliate, cattive idee, o, ancora più importante, a politiche statali vendute alla popolazione su falsi presupposti. Gli slogan popolari come "proteggere i posti di lavoro americani" giocano sul nazionalismo, ma in realtà servono solo ad alcuni interessi particolari. L'economista del passato non avrebbe mai esitato a sottolineare l'incosistenza di tale ragionamento.

La maggior parte degli economisti di oggi, tuttavia, si è venduta al nemico. Lavorano per agenzie governative come il FMI, l'OCSE, la Banca Mondiale, le banche centrali o le istituzioni accademiche in cui la loro ricerca è fortemente sovvenzionata dalle suddette agenzie. Per avere successo devono "mettersi in riga." Non si morde la mano che ti nutre.

Oggi questi economisti e giornalisti ci informano dei pericoli della deflazione e dei rischi di una "lowflation," e come la stampante monetaria ci proteggerà da questa catastrofe. Eppure non vi è alcuna giustificazione teorica o empirica per questa paura. Al contrario, un'offerta di moneta stabile consentirebbe ai prezzi di svolgere meglio la loro funzione: allocare le risorse dove sono più necessarie. La crescita risultante sarebbe caratterizzata da prezzi in rapido calo, come è accaduto durante la maggior parte del XIX secolo.





Quando il presidente Obama ha parlato dell'aumento del salario minimo, Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, ha pubblicato un articolo a sostegno di un tale aumento. Eppure anche uno studente del primo anno di economia sà che i controlli dei prezzi distorcono i prezzi e di conseguenza la loro funzione di allocazione delle risorse, andando a beneficio di un gruppo a scapito del resto della società. Anche se alcuni riceveranno un salario minimo più elevato, molti altri saranno semplicemente lasciati indietro. Un commentatore politico non dovrebbe mascherarsi da economista.

Gli economisti hanno anche una sorta di "invidia della fisica" e sono innamorati dell'empirismo e dei modelli matematici. Per lavorare in una banca centrale bisogna essere a conoscenza dei modelli DSGE, se non esserne quasi esperti. Il problema con questi modelli, o con qualsiasi modello economico, è che i parametri non sono costanti; la maggior parte delle variabili è correlata con la costante evoluzione delle interrelazioni, altre sono omesse del tutto, come le aspettative, e alcune non sono misurabili. Questo equivarrebbe a prendere una cartina marittima e cancellare la posizione delle isole.





L'economia è una scienza sociale e le tecniche mutuate dalle scienze fisiche sono semplicemente inadeguate. Dal momento che non abbiamo un laboratorio per condurre esperimenti economici, è difficile distinguere tra associazione e causalità o determinare correttamente la loro direzione. L'attività economica si basa sulle azioni umane, e presenta una scarsa regolarità empirica. Potrebbe uscire una giornata di sole dopo che avete sciato per tre giorni, ma questo non significa che non scierete il quarto giorno. Le vostre azioni non possono essere modellate come le reazioni dei topi da laboratorio in un esperimento di biologia. A differenza della reazione al rumore degli zombie in The Walking Dead, gli esseri umani non reagiscono necessariamente agli stessi eventi nello stesso modo. Gli economisti della FED si staranno grattando la testa chiedendosi il perché le aziende non abbiano reagito ai tassi di interesse più bassi, come è accaduto dopo la bolla dot-com. E' il vecchio adagio “fool me once, shame on you; fool me twice, shame on me.”

Quando si consegue un dottorato di ricerca in fisica o in medicina, non si spende tempo per comprendere le teorie di 200 anni fa. La professione si muove sempre in avanti, giusto? In economia, perseguiamo erroneamente lo stesso atteggiamento. La macroeconomia come professione non è progredita, ma è regredita. Avevamo una migliore comprensione della macroeconomia 80 anni fa. I politici misero Keynes su un piedistallo perché diede loro la base teorica per giustificare quelle politiche che in passato furono giustamente ridicolizzate dagli economisti classici.

Questi economisti come Smith, Say, Ricardo e Mill combatterno duramente per dissipare l'equivoco popolare secondo cui il problema era la sovrapproduzione e la mancanza di denaro. Oggi la maggior parte degli economisti ci dice che tutto andrà bene se saremo in grado di stimolare la domanda o se otterremo più soldi attraverso il quantitative easing. Queste sono le stesse idee sbagliate promulgate da mercantilisti 250 anni fa. La differenza, oggi, è che gli economisti non sono più i nemici dei mercantilisti, ma i loro alleati.

Il ruolo dell'economista dovrebbe essere quello di spiegare non solo gli effetti diretti, ma anche gli effetti indiretti delle politiche economiche. Gli economisti non dovrebbero dirci solo ciò che si vede, ma anche ciò che non si vede, e soprattutto quello che dovrebbe essere previsto. Gli economisti avrebbero dovuto informare la popolazione dell'inutilità della massiccia spesa pubblica dopo il crollo del 2008, perché quei soldi avrebbero creato una maggiore crescita ed occupazione se fossero rimasti nei portafogli dei privati. Per finanziare il programma “cash for clunkers,” il governo prese in prestito denaro che normalmente sarebbe stato utilizzato per costruire impianti, attrezzature o beni capitali, la vera fonte di una crescita economica. Come disse eloquentemente Murray Rothbard, si tratta di un trasferimento di "risorse dal [settore privato] produttivo al settore pubblico controproducente e parassita."

Viviamo su un pianeta con un vincolo chiamato gravità. Siamo in grado di adattarci alla legge di gravità, creando innovazioni come gli aerei, ma non siamo in grado di infrangerla saltando senza paracadute da un grattacielo. Lo stesso vale in economia e per la legge della scarsità. Crediamo falsamente che se lo stato falsifica legalmente carta intrinsecamente inutile o spende i soldi di qualcun altro, saremo in grado di capovolgere la legge della scarsità.

J.B. Say una volta disse che gli economisti dovrebbero essere "spettatori passivi" che non danno consigli. Avrebbe potuto aggiungere: "e non vanno a letto col nemico."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Contro la deflazione: Una prospettiva austriaca

Ven, 30/05/2014 - 10:11
Il periodo attuale è pingue di discussioni sulla deflazione e sull'inflazione. Di certo è l'argomento caldo del momento visto che si schierano, come da copione, i vari intellettuali di corte che spingono i pianificatori centrali a pigiare l'acceleratore: ovvero, fanno quello per cui sono pagati e per cui sono stati accreditati. La scuola austriaca in questo dibattito ha poco ascolto, l'opinione pubblica tende ad ascoltare saccenti professori che si guardano bene dal mordere la mano che li ha fatti arrivare dove sono: il sistema accademico sovvenzionato dallo stato. Le fallacie vengono reiterate e la retorica pianificatrice fa il suo scorso, continuando a dissanguare la classe media e quella porzione di popolazione che è più esposta ai cambiamenti di politica monetaria. Certo, può essere individualmente soddisfacente affermare "Ve l'avevamo detto", ma in caso di disastro finanziario non c'è tempo per queste cose. Ecco perché presento con orgoglio questo scritto di un "cittadino" di Freedonia. Credo che ormai lo conosciate tutti. In questo pezzo viene fugato ogni dubbio (che potevate ancora avere) per quanto riguarda il tema inflazione vs. deflazione. La chiara epistemologia della scuola austriaca permette ai suoi studiosi di riuscire a ragionare e creare simili opere. Per mio conto ho sempre cercato di mantenere una certa neutralità nei confronti della deflazione in un ambiente a pianificazione centrale, ritenendo implicitamente assorbito il concetto che in tale panorama gli effetti deflazionistici lasciano il tempo che trovano se non c'è un cambiamento totale di paradigma. Qui viene sottolineato forte e chiaro, ed è un bene perché spesso certe cose non dette azzoppano il pensiero che si vuole veicolare. Ma soprattutto ci ricorda come la deflazione in un ambiente a pianificazione centrale, presenti anch'essa una sorta di "effetto Cantillon", dove quelle entità che vengono tutelate artificialmente sono in grado di fare shopping a prezzi stracciati di quegli asset scoppiati durante il bust (come Blackstone ed altri hedge fund stanno facendo con gli immobili negli USA). Insomma, in queste condizioni avremmo potuto osannare la deflazione solo se avessimo potuto comprare l'intero comparto bancario commerciale del mondo per un nichelino.
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di Giandomenico Barcellona


«L’unico episodio in cui possiamo trovare prova d’un collegamento tra deflazione e depressione è la Grande Depressione (1929–1934). Non troviamo un tale collegamento in nessun altro periodo. […] Ciò che colpisce è che quasi il 90% degli episodi con deflazione non ha visto una depressione. In un contesto storico piú ampio, al di là della Grande Depressione, scompare l’idea che deflazione e depressione siano collegate.»

-- Andrew Atkeson & Patrick Kehoe (Federal Reserve Bank of Minneapolis), Deflation and Depression: Is There an Empirical Link?, gennaio 2004

1. QUALCHE CHIARIMENTO INTRODUTTIVO

Questa citazione precede un articolo intitolato “La deflazione è davvero una minaccia?” di Francesco Simoncelli apparso su The Fielder il 16 aprile del 2014, in difesa della deflazione. Nell’articolo l’autore, pur affermando che “non è certamente auspicabile un simile evento, e si dovrebbe condannare in primo luogo l’espansione monetaria artificiale che ha preceduto tale esito inevitabile”, asserzione indiscutibile che costituisce uno dei principali assunti della scuola austriaca, prosegue poi sottolineando il positivo effetto della deflazione, che consiste  nella liquidazione degli investimenti improduttivi e nel riallineamento del livello dei prezzi all’effettiva domanda di mercato. Tale visione si ritrova in altri lavori di economisti austriaci, come ad esempio in Patrick Barron “Temete il boom, non il bust”, in vari interventi di Gary North, ma costituisce in generale anche un mantra ripetuto ossessivamente dal liberismo vicino alla visione monetarista più ortodossa. Questo approccio ha tuttavia il difetto di presentare il ragionamento più dal punto di vista dei macroaggregati che da quello dell’analisi delle vicende dei singoli soggetti, delle loro sorti, delle loro interazioni e delle conseguenze delle loro azioni, discostandosi dall’individualismo metodologico caratterizzante la  scuola austriaca.

La questione va invece a mio avviso  meglio precisata in quanto si corre il rischio di confondere la stabilità della moneta con lo sgonfiamento delle bolle sorte in virtù della precedente espansione artificiale; come se quest’ultimo riconducesse alla stabilità monetaria, cosa che evidentemente non è. Invece si va a distruggere produzione reale interferendo nel processo di riallineamento e quando infine si ritorna al punto di partenza di un relativo equilibrio del sistema finanziario, ebbene tale fatto è visto come l’occasione per ripartire con un nuovo ciclo espansivo. Così, confondendo i piani, non solo si perde un’occasione fondamentale per evidenziare la realizzazione degli ammonimenti austriaci, ma  si viene ad essere addirittura male interpretati, finendo per sembrare cinici osservatori dei “giusti e sani” effetti di una spietata competizione.

Ora, se chi conosce i dettami misesiani può comprendere il senso del discorso riportandolo ad una salutare sveglia dopo una ubriacatura collettiva, l’assenza di specificazioni e il peana alla deflazione divengono un esercizio di massimalismo che porta ad un comprensibile ostracismo collettivo ancora maggiore verso l’economia austriaca, che viene ad essere ingiustamente percepita come l’etica economica della selezione naturale.

La deflazione non è una minaccia, come si legge nel titolo dell’articolo citato: è proprio l’avveramento della minaccia insita nel boom. Se ci sta un momento di sofferenza sociale che costituisce la riprova della validità dell’approccio austriaco, ebbene quello è il momento del bust: lì c’è la rivincita della formica sulla cicala, dell’imprenditore einaudinano su quello keynesiano, della scuola austriaca sulle altre scuole economiche mainstream. Quello è pertanto il momento di dire “ve l’avevamo detto”, non di indicare gli effetti taumaturgici della deflazione in corso. Ciò facendo, invece, la posizione austriaca si indebolisce: prima il boom viene esorcizzato, poi il bust lodato, e nessuno ovviamente può credere a chi afferma che si sta meglio quando si sta peggio.

Innanzi tutto vorrei sottolineare, con riferimento alla citazione posta come introduzione, che non è per nulla un caso che il collegamento tra deflazione e depressione si manifesti compiutamente nella grande depressione 1929-1934. Va precisato che la deflazione definita come diminuzione generalizzata dei prezzi (aggiungo per precisare: in regime di libero mercato), è cosa ben diversa dal bust misesiano. Mentre in regime di gold standard, od addirittura  in periodo di gold coin standard e di assenza negli USA di banca centrale (mi riferisco alla grande crescita economica, uno dei periodi di maggiore crescita nella storia economica,  avvenuto in regime di deflazione dei prezzi dal 1873 al 1896, secondo le statistiche contenute nel libro del 1963 di Friedman e Schwartz “A monetary History of the United States”), la diminuzione dei prezzi, definita come peraltro avviene generalmente “deflazione”, è stato fenomeno avvenuto come conseguenza del funzionamento del libero mercato, quello che è accaduto invece durante la crisi del 1929, come ha spiegato Rothbard nel suo libro “America’s great depression”, è stato un classico bust misesiano; una vera depressione, e non una diminuzione dei prezzi, che ha fatto seguito necessario alle politiche fortemente inflazioniste adottate dalla FED sin dall’epoca della sua creazione, nel 1913, ed in special modo a partire dal 1920.



2. LA DEFINIZIONE DI DEFLAZIONE E LA DINAMICA DELLA CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA IN REGIME DI FIAT MONEY

Quel che voglio precisare è dunque in prima istanza la definizione: non va fatta alcuna identificazione tra deflazione e diminuzione generalizzata dei prezzi, ciò che crea confusione al pari dell’identificazione tra inflazione ed aumento generalizzato dei prezzi. Perché  si tratta di fatti diversi, che contengono correlazioni e causalità, ma non hanno corrispondenza biunivoca: una diminuzione generalizzata dei prezzi, fenomeno altamente auspicabile dal consumatore ed indice di aumentata ricchezza collettiva, può avvenire, ed avviene costantemente nell’economia, per molte ragioni attinenti al funzionamento del libero mercato: tra tutte l’aumento di produttività, la concorrenza e l’innovazione tecnologica. In tutti questi casi i soggetti economici diventano più ricchi, perché possono acquistare una maggiore quantità di beni possedendo la stessa quantità di moneta. Mentre non è affatto vero l’inverso, cioè che il possesso di una minore quantità di moneta, la deflazione monetaria, rende più ricchi coloro che subiscono questo fenomeno.

La deflazione va identificata pertanto come una diminuzione della quantità di moneta disponibile per le transazioni economiche.

Chi segue le teorie della scuola austriaca sa che nella sua epistemologia l’inflazione non è definita come un aumento generalizzato dei prezzi, bensì come aumento della quantità di moneta. E’ poi vero che l’aumento della quantità di moneta porta, ceteris paribus, ad un aumento dei prezzi. Ma, appunto, ceteris paribus è impossibile in un sistema complesso come il mercato. E pertanto l’aumento avviene a livelli macro e nel tempo, laddove nel tempo accadono tante cose. L’innalzamento dei prezzi è fenomeno conseguenziale che non si presenta in modo uniforme nello spazio e nel tempo, né sui beni né in capo agli attori economici. Questa difformità accade in virtù di una serie di fattori concomitanti ma, dal punto di vista monetario, in quanto la diffusione della moneta fiat avviene attraverso fonti specifiche che avvantaggiano i primi prenditori: si tratta del c.d. Effetto Cantillon.

L’accumulo di liquidità nei prenditori privilegiati, i più vicini alla fonte monetaria, cioè il settore finanziario, quello pubblico ma anche quello privato imprenditoriale vicino al pubblico (ad esempio il settore degli appalti pubblici o le imprese che operano in regime di privilegio normativo in virtù di normative che comportano, anche indirettamente -- ad esempio  attraverso il possesso di elevati requisiti standard -- barriere all’accesso), provoca un aumento dei prezzi che non riguarda immediatamente i beni di consumo, pur a lungo termine toccati anch’essi. Sia perché nessuno può consumare quantità smisurate di beni di consumo, sia perché vengono presi una serie di accorgimenti affinché i costi dei beni di consumo principali restino bassi il più possibile: un costante e fortissimo impulso a migliorare la produttività del lavoro e delle imprese, l’apertura a mercati maggiormente concorrenziali, una attenta rivisitazione della composizione degli indici inflattivi, fino al caso disperato del controllo dei prezzi.

Pertanto la massa monetaria accumulata si riversa prima di tutto su determinate classi di asset, i cui prezzi aumentano a dismisura e si gonfiano sino a  finire in bolla: azioni, obbligazioni, opere d’arte, mercato del lusso, e, soprattutto e sfortunatamente, il settore immobiliare, che diviene così proprietà di grandi soggetti economici e meno accessibile per chi necessita dell’acquisto dell’abitazione. Insomma, la ricchezza da moneta fiat, creata ad libitum e dal nulla, non ha sempre a che vedere con la dinamica della domanda e dell’offerta di beni e servizi sul mercato, ma ha spesso a che fare col posizionamento dei soggetti nella catena distributiva del denaro, la c.d. cinghia di trasmissione.

Questo è uno dei modi in cui la ricchezza si concentra e si polarizza, aumentando e non diminuendo le diseguaglianze (per chi vede nelle diseguaglianze un necessario disvalore), ma soprattutto aumentandole in ragione di fattori esogeni alle libere scelte dei consumatori. Ecco, in breve, il motivo per cui continuare a creare nuova moneta non cambia la solita musica, anzi al contrario aggrava la situazione dei soggetti chiamati a rispondere del debito da emissione monetaria: la produzione reale. Che di rado consiste nei primi prenditori posizionati, i quali si posizionano altrettanto bene sia nel momento dell’apprensione del nuovo denaro quanto in quello della fuga dal pagamento del relativo debito da emissione.

En passant, l’altro fondamentale modo per ottenere e detenere posizioni non guadagnate nell’ambito di una libera concorrenza, è la manipolazione della regolamentazione normativa, fenomeno che si può denominare path dependance normativa, che ha a che fare con i casi di monopoli, oligopoli, concessioni, privilegi di qualsiasi genere, barriere all’ingresso di ogni tipo.



3. LA DEFLAZIONE IN REGIME DI FIAT MONEY

Allo stesso modo di quanto avviene per la definizione di inflazione, dunque, la deflazione dovrà quindi essere definita come una diminuzione della quantità di moneta, ancora più precisamente della quantità di moneta disponibile per le transazioni commerciali, e non come una diminuzione generalizzata dei prezzi. Difatti nell’articolo da cui ho preso le mosse, ad un certo punto la deflazione viene meglio precisata leggendosi testualmente “la deflazione monetaria, e la deflazione dei prezzi che ne segue”. In ipotesi di tal genere, l’eventuale diminuzione dei prezzi avviene non come benefico effetto dei meccanismi del libero mercato, ma come effetto conseguente alla diminuzione di moneta disponibile. Si verifica successivamente ad una stretta di politica monetaria ed al credit crunch che segue la parte espansiva del ciclo, dato che le banche hanno la necessità di ripulire i bilanci dai crediti in sofferenza concessi nel periodo di boom e sbornia monetaria.

Si tratta quindi di fenomeno del tutto artificiale, perché tutto in moneta fiat artificiale: sia l’aumento che la diminuzione di offerta monetaria. Precisamente, questa diminuzione è la conseguenza necessaria dell’espansione artificiale che l’ha preceduta.

Va solo precisato che la concessione del credito non è affatto fattispecie esclusiva del regime monetario fiat: il credito è stato il compagno di avventura dello sviluppo dell’economia e dell’umanità. La riserva reale, e la quantità di riserva, ne costituivano il limite, oltre il quale si giungeva al fallimento. Le banche centrali come detentori della riserva aurea fungevano, nella loro funzione ideale originaria (la realtà è sempre un’altra cosa) come una sorta di riassicuratori del sistema. Ma nell’attuale sistema delle banche centrali in moneta fiat, ogni limite pratico è rimosso: la politica monetaria fa da padrona assoluta ed il limite diviene esclusivamente politico, o comunque altamente discrezionale, altamente manipolabile, aggirabile, sino ai limiti dell’arbitrario. Ad esso concorrono certamente i fondamentali economici dell’area monetaria emittente, ma spesso essi emergono quando è troppo tardi. Invece sono di grande rilevanza soft power, hard power, capacità negoziale e statura politica, posizione geopolitica, media power.

Insomma, si sfiora l’arbitrio, tanto che le conseguenze sono le forti oscillazioni e manipolazioni dei prezzi create dall’economia finanziaria e dalle politiche delle banche centrali, divenute più importanti dell’economia reale, nel mentre si continua a ripetere che la loro mission è, addirittura, la stabilità dei prezzi. Se la stabilità dei prezzi debba essere poi effettivamente un valore da proteggere, è un altro argomento: ma è certo che la loro instabilità non dev’essere generata dalle manipolazioni nella creazione di moneta.

In una crisi deflattiva, cioè in una diminuzione di moneta in regime di fiat money, la diminuzione dei prezzi non avviene quindi in modo progressivo e spontaneo, non avviene per effetto di un benefico miglioramento delle condizioni di mercato, e non avviene senza traumi, perché la deflazione monetaria è ben più veloce dell’adeguamento sul mercato dei prezzi delle merci e del lavoro. Quest’ultimo, poi, soffre in modo particolare in virtù degli stringenti vincoli normativi, e ciò  poi si riflette anche sui prezzi delle merci.

Ma quello su cui desidero appuntare l’attenzione, è che, analogamente a quanto avviene con l’Effetto Cantilllon per l’aumento della quantità di moneta, la diminuzione della quantità di moneta non si presenta in maniera uniforme nella società.

Perché la moneta, che continua ad essere moneta fiat, e perciò creata dal nulla e messa in circolo attraverso il sistema bancario e la spesa pubblica (indipendentemente dalle leggere diversità tecniche presenti nelle varie aree monetarie mondiali) non diventa indisponibile per tutti, ma solo, selettivamente, per quelle classi di soggetti economici che la pianificazione economica,  monetaria, politica, colpisce per prime.

Come nell’Effetto Cantillon i primi prenditori, al vertice della piramide economica, beneficiano della vicinanza alla sorgente del denaro approvvigionandosi per primi ed in maggiore quantità; analogamente, in caso di repentina diminuzione di moneta, è la base della piramide economica, quella che riceve il denaro per ultima, a subire per prima gli effetti del prosciugamento della fonte.

Per cui prima di affermare che con la deflazione vengono colpite le inefficienze e la misallocation, si deve considerare la dinamica reale della restante distribuzione monetaria in momento deflattivo.



4. LE DINAMICHE E GLI EFFETTI DELLA DEFLAZIONE MONETARIA: SU CHI GRAVA UNA CRISI DEFLATTIVA E CHI NE BENEFICIA

Ovviamente la dinamica è in effetti molto complessa, direi caotica, e non così, per dire, geometrica come appena detto nell’esempio della piramide. Cionondimeno è possibile estrapolare qualche tendenza di massima, ed è senza meno possibile rilevare un fenomeno opposto ma analogo all’effetto Cantillon.

Siccome la cornucopia del denaro continua ovviamente a funzionare, seppur a regime ridotto, ci si ritrova ad osservare che i soggetti riparati dalla concorrenza o vicini all’emissione monetaria possono sopravvivere con più facilità alla deflazione di coloro che alla concorrenza sono esposti o sono lontani dall’emittente. Addirittura coloro che si trovano in posizione riparata dagli effetti deflattivi possono beneficiare del calo dei prezzi per acquisire a buon mercato i beni oggetto delle realizzazioni necessarie per finanziare i costi imposti, attraverso le forme tributarie più varie e fantasiose, per il ripiano delle passività finanziarie sistemiche.

La pulizia della deflazione avviene sovente a carico eccessivo dell’economia reale, produttiva di beni e servizi richiesti sul mercato, mentre non vengono toccate, o vengono comunque toccate di meno e solo in un secondo momento, se e quando si rivela imprescindibile, quelle sacche di inefficienza presenti tanto nel settore pubblico quanto nel settore privato (impresse sussidiate, protette ed in monopolio od oligopolio legale). D’altra parte non si può chiamare a pagare i debiti chi non ha la disponibilità finanziaria e patrimoniale; si dovrebbe però almeno avere la linearità comportamentale di cessare di finanziare le diseconomie.

Per quanto riguarda gli attori economici, sospinti in un ambiente sempre più competitivo, solo i più forti passeranno il bust. Costituisce tangibile riprova dell’iniquità dello svolgersi delle deflazioni il fatto che nel momento in cui molte imprese private, in specie medio piccole, entità comunque produttive di beni e servizi, sono costrette a chiudere sotto il peso di concorrenza sempre più forte e imposte gravose ed oneri accessori, la burocrazia non si ridimensiona, anzi magari accresce le sue fila per moltiplicare i controlli. E mentre i dipendenti privati perdono il lavoro, i dipendenti pubblici non soffrono analoga situazione (il che spiega bene il motivo per cui, nonostante molti si lamentino anche nel settore del pubblico impiego, ad ogni concorso si presenta un numero di persone impressionante rispetto ai pochi posti disponibili); le pensioni privilegiate e non contributive continuano ad esistere, le imprese sussidiate pure, le banche too big to fail continuano ad essere salvate, gli incarichi politici non recedono, i grandi appalti internazionali continuano allegramente così come per le industrie belliche non mancano i grandi contratti; le associazioni politiche, religiose e sindacali (e non solo quelle) continuano a beneficiare di finanziamenti ed esenzioni d’imposta.

Al contempo i produttori reali, imprese e lavoro in tutte le sue forme (autonomo, dipendente, etc.) debbono battersi sino allo stremo per la sopravvivenza. Non chiamerei tutto ciò “pulizia ad opera del mercato delle allocazioni errate”. Questo è un ragionamento di filosofia teoretica, non quanto avviene nella realtà. In parte sarà certamente pure così, ma non mi sembra che sia quello che accade in prima istanza.

La diminuzione di moneta non avviene primariamente per il tramite della diminuzione della spesa pubblica, e non avviene certamente in quel modo se non dopo aver esplorato ogni possibilità di resistenza. Viene bensì attuata sovente con l’aumento dell’imposizione sulla produzione reale e sui patrimoni più facilmente aggredibili (primo tra tutti: l’immobiliare). La deflazione in un sistema monetario a carattere non “reale” ma “obbligatorio”, basato sulla relazione credito/debito, altro non è che il rientro dall’eccesso di crediti divenuti inesigibili in capo al sistema finanziario, attraverso la diminuzione delle passività del settore finanziario medesimo verso i detentori del risparmio. Per diminuire il debito, visto da diversa prospettiva, devi diminuire i crediti. Si potrà trattare di bail-in, bail-out, default, aumento dell’imposta sul reddito, patrimoniale: sono tutte forme nelle quali si concreta la mediazione del potere che funge da cassa di compensazione delle partite creditorie e debitorie. In tutti i suddetti casi muta la scelta dei soggetti sui quali si decide di incidere attraverso scelte politiche che si rivelano episodiche, frammentarie, occasionali, non trasparenti ed autoritarie.

Ma non mutano il fine ed il risultato: abbassare l’esposizione debitoria complessiva del sistema divenuta eccessivamente gravosa e densa di insolvenze in seguito alla precedente espansione creditizia. Il ripristino dell’equilibrio del sistema creditizio per il caso della deflazione (ovvero, in assenza di operazioni di ristabilimento delle riserve da parte della banca centrale o di monetizzazione del debito pubblico) avviene quindi prelevando moneta a chi si può prelevare facilmente. Meglio ancora sarebbe dire che avviene annullando, sempre a chi è più a portata di mano e meno dotato di strumenti difensivi, i crediti dei depositanti verso il sistema finanziario a compensazione delle perdite sui crediti che tale sistema ha subito per aver concesso finanziamenti divenuti inesigibili. Il che non significa quindi che si vada a reperire le risorse nei confronti di chi ne ha di più (né tantomeno di chi le ha ottenute in virtù della posizione privilegiata al momento della distribuzione). Difatti la pianificazione concessa dalla libertà di circolazione di merci, capitali, persone, imprese (ed è una fortuna che questa libertà ci sia) ha un costo sostenibile solo da una dimensione economica e finanziaria di un certo livello. V’è una sorta di selezione naturale anche in questo momento, che ha a che vedere con la capacità e la possibilità di gestione delle complesse regolamentazioni.

E’ pertanto l’eccesso di oneri (tributari, burocratici, transattivi) e di regolamentazione, che spero nessuno vorrà sostenerne la scarsità, a creare quel fenomeno di autodifesa da parte degli attori economici che diventa e viene visto come prevaricazione da parte del più forte; è errato invece addebitare il fenomeno tratteggiato, come si fa solitamente, all’assenza di regole, tanto da discutersi impropriamente di “liberismo/capitalismo selvaggio” o  di “far west”. Perché la causa vera è all’opposto: la costrizione, l’asfissia, l’iper-regolamentazione, insomma l’assenza di libertà costringono i soggetti alla difesa dall’aggressività del dirigismo. E tuttavia solo chi è in possesso di maggiori risorse riesce effettivamente a tutelarsi.

Qui di libertà se ne vede ben poca: i soggetti economici sono costretti ad una competizione sempre più serrata da parte della pianificazione e dal settore parassitario; e l’unico mercato selvaggio è quello che riguarda il raggiungimento, personale od aziendale, di posizioni privilegiate e protette. E’ evidente che non si può dare la colpa a chi fugge da inferni fiscali, quanto si deve dare a chi li crea. Salvo, però, se da parte del fuggitivo non vi sia una sorta di compartecipazione nella creazione dell’inferno per chi vi rimane prigioniero.

Tornando all’esame della crisi deflattiva, le sacche di inefficienza e di potere resistono il più possibile, caricando sempre in misura maggiore il peso sull’economia produttiva. Solo quando non ci sta più nulla da prelevare, allora il settore parassitario tutelato dovrà necessariamente adeguarsi alla realtà: dopo che il sangue è scorso nelle strade, per citare il famoso aforisma di Nathan Rothschild, che nel frattempo avrà compiuto il suo shopping. Ma prima di allora sarà ragionevolmente stata fatta a spese dei produttori abbastanza pulizia nei bilanci da poter ricominciare.

Si arriva così ad un altro nodo della questione: si osserva che i settori più riparati dalla deflazione monetaria paradossalmente si arricchiscono in misura ancora maggiore che i primi prenditori durante la fase di boom, perché mentre durante questo tutti o quasi, seppur chi in misura maggiore chi minore, beneficiano dei flussi monetari, la deflazione monetaria è molto più selettiva nella distribuzione di quella minore quantità di moneta disponibile.

Certamente avviene che anche qualche importante player ci vada di mezzo. Ma sono casi minoritari, spesso sensazionali, e di solito i vertici sono protetti da precedenti distribuzioni, paracadute finanziari, e sono velocemente cooptati altrove.

Persino nel principale settore esposto ad una rapida dissoluzione delle bolle, il mercato azionario e finanziario in generale, spesso gli insider che muovono capitali enormi, gli stessi soggetti che hanno generato la rapida ascesa dei corsi, magari con consigli di strong buy, escono in tempo trasferendo le prossime perdite ai loro clienti privati o finanche istituzionali. Alcuni ritengono che nei mercati non solo si approfitti delle possibilità di arbitraggio, ma le oscillazioni siano addirittura create ad arte. D’altra parte si usano programmi di high frequency trading, strumenti sofisticati di ricopertura, credit default swap, derivati. Non invano. Chi dovrà essere uscito al momento opportuno lo sarà. Chi è dentro ne soffrirà. Non sarebbe la prima volta che qualcuno specula sull’andamento ondivago dei corsi azionari. Successe d’altronde anche nel 1929.

Il mercato azionario, si badi bene, è un luogo imprescindibile dell’economia e del moderno capitalismo; ma quanto evidenziato, che non si può negare che accade, non è un modo diverso dalla tassazione per trasferire ricchezza e mantenere in vita un settore improduttivo.

Sia nell’economia reale che finanziaria, pertanto, la dimensione assurge ad un ruolo importantissimo nel momento della crisi deflattiva, tanto che viene da ritenere che i cicli di boom e bust siano funzionali all’espansione di alcuni a danno di altri.

Chi ha accumulato beni reali e ricchezza finanziaria, i grossi attori economici che hanno accesso a più mercati, effettuano delocalizzazioni e pianificazione fiscale, continuano ad accumulare beni reali anche a più buon mercato, dato che molti sono costretti a monetizzare le loro proprietà per far fronte al pagamento dei debiti, di più difficile assolvimento poiché che la moneta non è più agevolmente disponibile.

Quegli stessi soggetti continuano a ricevere il credito bancario con maggiore facilità, sia per possibilità di dare maggiori garanzie, in quanto la centralizzazione del credito va di pari passo con la concentrazione dei soggetti economici, o solo per necessità sistemica dato che dal loro mantenimento in vita dipende la buona sorte delle erogazioni finanziarie già ricevute.

Chi può, beneficia dell’eccesso di offerta che fa calare i prezzi. Così è in questi periodi che si sviluppano ulteriori concentrazioni e si riducono classe media come anche la piccola e media impresa. Ci sta chi pensa che a livello macro questo sia un bene, ma il progresso esige i suoi capri espiatori.

In via più istantaneamente percepibile, e meno sistematica e generale, l’appropriazione da parte del settore privilegiato e da parte di quello parassitario, che avviene nel boom attraverso l’inflazione, nel bust avviene con l’aumento impositivo. In maniera forse più antipatica perché lascia minor scampo di quanto faccia l’inflazione, dalla quale almeno il risparmiatore può proteggersi con l’acquisto di beni reali, materie prime, oro. E’ difficile in effetti scegliere quale delle due piaghe sia preferibile, anche qui dipendendo dal posizionamento personale. La deflazione fa probabilmente più paura perché dà il senso del nowhere to run, perché avviene in clima di crisi e persecuzione fiscale, ma soprattutto perché genera recessione, e poi fallimenti e disoccupazione. Però va evidenziato che inflazione e deflazione sono due facce della stessa medaglia, e la seconda segue la prima come la notte segue il giorno, seppure la durata del ciclo è incerta dipendendo da scelte di politica monetaria, fattori economici, tecnologici, politici ed accadimenti geopolitici.

La moneta fiat, centralizzata ed a corso forzoso, è corrotta in qualsiasi momento, nel boom come nel bust: se affami la bestia allora la bestia ti divora; se levi al drogato il denaro per acquistare la droga, egli verrà a rubarti dentro casa. Non ci sta via di scampo, le scialuppe non sono sufficienti per tutti i naufraghi, ma ci sta pur sempre chi ha le scialuppe private prenotate. Od è già sbarcato.

E’ vero che lo stato teme la deflazione e la vive come la fine della festa, ma anche i sudditi dovrebbero temerla, a meno che non abbiano anche loro una scialuppa di salvataggio, perché è durante la deflazione che lo stato è capace di mostrare il lato oscuro del suo volto, la vessazione fiscale e burocratica. Nel mondo manipolato del fiat money tutto viene capovolto: la deflazione fa male al mercato e fa bene a chi al mercato non è esposto.



5. DALLA DEFLAZIONE ALLA RECESSIONE

La deflazione monetaria comporta di per sé una crisi di liquidità, anzi più esattamente essa è una crisi di liquidità. Ma è in virtù delle scelte arbitrarie della pianificazione sulla scelta dei soggetti chiamati a pagarne il conto che una deflazione si trasforma in recessione.

Invece di lasciare liquidare le posizioni frutto delle precedenti errate allocazioni al mercato, si interviene ancora, scegliendo di tassare dove si trova possibilità di aggredire con facilità e continuando a sussidiare. Talora per motivi squisitamente opportunistici, talora per motivi occupazionali (di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno), sempre aggravando la situazione.

Giunti gli interventi pianificatori, non vengono necessariamente eliminati gli investimenti improduttivi o toccate le aree di privilegio: l’arbitrarietà esiste nel bust come nel boom, i banchieri centrali, le banche ed i politici decidono chi salvare e chi no.

Se dapprima si crea debito eccessivo con l’inflazione monetaria rispetto agli investimenti possibili (i famosi falsi segnali al mercato, gli investimenti non sorretti da risparmi reali), e pertanto si dà luogo ad eccesso di investimenti che non trovano remunerazione, non si danno infiniti modi per il rientro: la prima possibilità, all’inutilità della quale ho in precedenza accennato -- a causa della modalità del funzionamento del finanziamento -- è rifinanziare il sistema. Ciò è comunque possibile solo per quelle aree economicamente ancora forti che possono permettersi un ulteriore giro ed, usando una terminologia mutuata dal diritto commerciale, un annacquamento del capitale monetario. Ma è chiaro che in questo modo si rinvia la questione, aspettando il Godot del salto tecnologico che garantisca la crescita costante richiesta dall’infinita emissione monetaria a debito. Non considerandosi che il progresso ha i suoi tempi, le sue accelerazioni ed i momenti di stasi, che non possono essere continuamente ed eccessivamente forzati dall’espansione creditizia e dalla pianificazione monetaria. Quando, poi, così fan tutti, si arriva alla currency war.

La seconda possibilità è attraverso una rapida crescita del PIL in ragione di aumento dell’export, attrazione degli investimenti dall’estero, e di una veloce circolazione monetaria interna. Questo è quanto si cerca di raggiungere, anche imponendo legislativamente una serie di oneri transattivi, che sono costi transazionali da una parte e che dall’altra invece costituiscono PIL e gettito tributario. Ma non è facile raggiungere l’obiettivo in questo modo, perché ci vuole capacità e disciplina; perché i soggetti economici fanno di tutto per evitare l’imposizione di oneri non desiderati, correndo il rischio concreto di una fuga dei capitali; perché così facendo si appesantisce la circolazione con burocrazia e controlli che rallentano anziché  accelerare la vcm; perché è di ostacolo la concentrazione finanziaria (od accumulazione, o tesaurizzazione, o trappola della liquidità che dir si voglia) che richiede una rendita (anche perciò si tenta in ogni modo di manipolare  i tassi di interesse al ribasso) ma è statica quanto a circolazione;  perché, soprattutto, la psicologia della crisi induce i soggetti sfiduciati nel futuro al risparmio (ma al risparmio passivo, magari al ritiro del contante in banca; non agli investimenti) e non alla spesa, nel mentre i meccanismi emozionali dell’invidia e dell’attribuzione della colpa all’evasione sconsigliano la spesa medesima.

Se quindi questi modi di procedere al ripiano delle perdite sono insufficienti, ecco che si arriva alla modalità più dolorosa: l’aggressione al risparmio ed ai beni reali, ed i fallimenti.

Se v’è meno moneta in circolazione, e meno circolazione monetaria, se non calano le spese pubbliche, né i sussidi anti-economici, né i prezzi (costi) che sono più resistenti ad adeguarsi di quanto la deflazione sia veloce (anzi, con fare schizofrenico, i costi vengono aumentati per cercare di movimentare la vcm), e se infine il creditore finanziario è il soggetto protetto del rapporto, perché il mancato pagamento dei crediti oltre un certo ammontare conduce al crollo del sistema finanziario intero in virtù della forte interdipendenza, succede che il soggetto chiamato a farsi carico delle passività insolute, eccessivamente gravato da oneri improri, non può pagare il debito che su di lui viene imposto se non smobilizzando beni reali facenti parte del suo patrimonio. Siccome senza moneta che circola, e col prelievo di quella residua, è difficile saldare i debiti monetari, ecco che si verifica l’impossibilità di assolvere alle obbligazioni correnti e si giunge alle crisi di insolvenza.

L’insolvenza è impossibilità di fare fronte alle proprie obbligazioni pecuniarie: è questione di liquidità, e non sempre ha a che fare con la patrimonializzazione. Allora ecco la decrescita dei prezzi ma anche i fallimenti delle imprese. Il resto viene da sé: disoccupazione, calo dei consumi, del PIL, delle imposte, aumento del debito pubblico e delle sofferenze bancarie in un avvitamento che sembra non avere fine.

Nel periodo del boom, il momento della corsa all’oro, si indebitano i soggetti creando moneta (che sia debito pubblico o debito bancario, poco cambia visto che poi il settore bancario è pubblico anch’esso nel senso che nel sistema di moneta fiat deve essere protetto dal fallimento, a parte episodi minori, pena il default sistemico). Poi durante il bust, il momento del "si salvi chi può," si chiede alla collettività di pagare il debito artificialmente creato che il debitore prenditore originario non è in grado, per i più svariati motivi, di assolvere. Persino richiedendosi allo stesso tempo di continuare a sostenere il settore improduttivo. Purtuttavia non si fornisce la nuova moneta per pagare questo debito, per cui infine si aggredisce il patrimonio, finanziario o reale. Non ci può poi meravigliare della recessione. Il capitale viene bruciato due volte: una prima nel momento dell’allocazione improduttiva, la seconda nel momento del trasferimento dal settore produttivo a quello sussidiato per ristabilire l’equilibrio preduto.



6. CONCLUSIONI

Bisogna distinguere rigidamente la deflazione monetaria dalla deflazione dei prezzi, al pari di come si distingue l’inflazione monetaria dall’inflazione dei prezzi. La deflazione monetaria è un male perché si manifesta repentinamente e rende imprevedibile il calcolo economico. Questo evidentemente non vuol dire affatto che l’inflazione sia un bene: ogni artificiosa manipolazione del mercato monetario che lo rende instabile avvantaggia solo chi è nella posizione di poterne approfittare.

Ma va ripetuto che il fenomeno della deflazione monetaria in moneta fiat non è la stessa cosa che la deflazione dei prezzi da mercato libero in regime monetario aureo od in regime di libertà monetaria hayekiana, od anche dalla normale discesa dei prezzi nello stesso regime di fiat money in virtù del funzionamento del mercato concorrenziale. Non è di fronte a quella benefica discesa dei prezzi dei beni che ci si trova, ma alla mancanza della liquidità necessaria agli scambi e per l’assolvimento delle proprie obbligazioni, pur magari in presenza di adeguata capitalizzazione. Liquidità che in regime di corso forzoso ed assenza di libertà monetaria è difficilmente surrogabile. E’ sempre difficile e doloroso uscire da una crisi recessiva da deflazione monetaria, mentre la deflazione dei prezzi è benvenuta al consumatore, costituendo indice del progresso da buon funzionamento del mercato e della maggiore accessibilità e diffusione del benessere.

Di certo la questione è articolata ed anche in questo scenario il libero mercato non scompare del tutto: gli imprenditori reali, che hanno buoni prodotti o servizi, che innovano ed hanno idee, esistono e resistono.

Ma purtroppo avviene che la crisi deflattiva è controllata, gestita selettivamente, pianificata, premiante verso chi non sarebbe premiato dal mercato, conservatrice del privilegio e del parassitismo. La sofferenza e l’ingiustizia di una crisi deflattiva sono alimentate e moltiplicate dagli interventi della pianificazione che ritarda la guarigione, sottraendo ulteriori risorse produttive per dirigerle a salvaguardia dei soggetti meglio posizionati.

Fortunatamente il sistema è altamente caotico, di difficile prevedibilità e difficile controllo, per cui la moltitudine di soggetti presenti sul mercato, il sussistere in capo al medesimo soggetto -- in ragione appunto della struttura sistemica caotica e multiforme -- di posizioni attive e passive, il continuo riposizionarsi dei singoli che con la loro conoscenza diffusa risanano al meglio possibile la propria situazione e di riflesso quella generale, l’interdipendenza dei mercati, il lavoro quotidiano di milioni di imprenditori e lavoratori, la forza di ciò che sopravvive del mercato, attenuano i danni ed aiutano ad uscire dalla crisi. C’è il rischio che tutto questo sforzo divenga uno sforzo di Sisifo se le energie lavorative e creative imprenditoriali impiegate per l’uscita dalla recessione, vengono sprecate a causa di un altro momento espansivo.

Non bisogna arrivare ad una deflazione monetaria. La crisi deflattiva non si evita inflazionando, anzi l’inflazione ne costituisce premessa e causa, perché l’esito ultimo dell’inflazione è che il denaro non è mai sufficiente -- dando così origine ad una deflazione. Ed a ben vedere se si avverte la necessità di inflazionare, vuol dire che alla crisi deflattiva si è già arrivati. A quel punto l’opera di pulizia dei malinvestiment, che doveva avvenire già in precedenza in tempo pressoché reale, dev’essere la più immediata possibile, anche tenendo conto dei costi sociali. Gli economisti austriaci non dovrebbero lodare in maniera moralistica gli effetti curativi e taumaturgici della deflazione, che pur sussistono, ma sottolineare il dolore che ne viene e la eventuale gestione perversa della stessa, al fine di diminuire, non rafforzare, la richiesta di intervento statale. E dovrebbero chiaramente indicarne l’origine nel risalente eccesso di offerta creditizia e monetaria, proponendo le modifiche alla regolamentazione affinché il ciclo non si ripeta nuovamente. Insieme a tutto ciò potranno rivendicare la correttezza dell’analisi precedentemente effettuata.


Delirio keynesiano: i banchieri centrali dichiarano guerra alla stabilità dei prezzi, ovvero, ai risparmiatori

Gio, 29/05/2014 - 10:08
Non è esilarante (in un certo senso) notare come i media mainstream si straccino le vesti per vendere la balla di una ripresa nominale, mentre la popolazione nel suo complesso annaspa pesantemente? La realtà a quanto pare è un optional per coloro che amano sguazzare nel masochismo, le statistiche ed i modelli DSGE sono un fiorire di numeri allegramente rosei e decisamente positivi. In questo panorama economico, distorto fino al midollo, notiamo come alcuni indicatori vengano garbatamente ignorati: come ad esempio, la mole di sofferenze in pancia alle banche commerciali italiane. Restando sempre all'interno dell'acronimo PIIGS, troviamo come una delle banche commerciali del Portogallo navighi in acque agitate, la Francia che continua a stringere il cappio intorno al collo del contribuente francese, ecc. Ma qual è il problema? La presunta "lowflation". Chi se ne frega se gli investimenti improduttivi continuano ad essere un buco nero per risorse materiali ed umane! Anzi, si potrebbe fare come Detroit, no? Scavare buche e poi riempirle. Finirà male.
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di Detlev Schlichter


Apparentemente c'è un nuovo pericolo economico là fuori. Si chiama "inflazione molto bassa" e la zona euro è a grande rischio di soccombere sotto questa minaccia. "Un lungo periodo di bassa inflazione – o deflazione, quando i prezzi scendono con insistenza – allarma i banchieri centrali", spiega il Wall Street Journal, "perché [la bassa inflazione, DS] può paralizzare la crescita e rendere più difficile il ripagamento dei debiti per governi, imprese e consumatori". Le statistiche ufficiali dell'inflazione presso la BCE segnalano uno 0.7%, ancora positive e quindi non c'è alcuna deflazione.

Come la bassa inflazione possa paralizzare la crescita, non mi è chiaro. "Inflazione molto bassa" una volta era conosciuta come "stabilità dei prezzi" e veniva utilizzata per richiamare connotazioni più positive. In precedenza non era considerata come un pericolo per la salute. Perché questo sia improvvisamente cambiato, resta un mistero. Certamente non vi è alcun supporto empirico – di solito altamente considerato dai commentatori di mercato – quando si afferma che la bassa inflazione, o addirittura la deflazione, sia legata a recessioni o depressioni, anche se tale collegamento viene sospinto quasi ogni giorno (implicitamente o esplicitamente) nella stampa finanziaria. Nel XX secolo gli Stati Uniti hanno avuto tanti anni di inflazione molto bassa, e addirittura deflazione, i quali non sono stati segnati da recessioni. Nel XIX secolo, in un mondo in rapida industrializzazione, "l'inflazione molto bassa", o addirittura la deflazione persistente, erano la norma e tale deflazione era spesso accompagnata da tassi di crescita che oggi scatenerebbero l'invidia di qualsiasi paese del G8. A pensarci bene, l'economia capitalista con la sua costante tendenza ad aumentare la produttività dovrebbe creare deflazione persistente. La roba diventerebbe più accessibile. Le cose sarebbero più convenienti.



"Ultime notizie: i consumatori sono scioccati per la bassa inflazione e quindi non consumano!"

Allora qual è il punto in cui la bassa inflazione si trasforma improvvisamente in "inflazione molto bassa", e quindi diventa pericolosa? A giudicare dalla relazione della Banca d'Inghilterra rilasciata da Mark Carney la scorsa settimana e dalla dose di scherno che il settore finanziario scarica sulla BCE – "stupida" è come David Tepper di Appaloosa Management definisce l'istituto di Francoforte, stando a quanto riporta il FT (16 maggio) – la delimitazione deve ritrovarsi da qualche parte tra l'1.6% e lo 0.7% che tanto imbarazza Draghi.

Spesso si ripete che la bassa inflazione o la deflazione inducano la gente a rinviare gli acquisti, a differire il consumo. Secondo questa logica gli europei si aspettano che in un anno una cosa passi da €1,000 a €1,007, un cambiamento che non rappresenta una minaccia per il loro potere di acquisto poiché non li spinge fuori di casa a comprare qualsiasi cosa IN VISTA! Quindi, ecco il motivo per cui l'economia è depressa. Gli inglesi, invece, possono ragionevolmente aspettarsi che una cosa passi da £1,000 a £1,016 in un anno, e questo è un motivo più che convincente, si presume, per consumare nel presente. Gli inglesi sono così desiderosi di battere il 2% negli aumenti dei prezzi che si stanno caricando di ulteriori debiti e di ingenti spese in modo da comprare qui e ora. I "britannici sono in re-leveraging", ci dice Anne Pettifor sul The Guardian, "solo a marzo il credito netto al consumo è aumentato di £1.1 miliardi. Nello stesso mese il debito totale delle carte di credito ammontava a £56.9 miliardi. Il tasso di interesse medio sui prestiti delle carte di credito [si attesta] al 16.86 %." La Gran Bretagna è, come ci ricorda la Pettifor, la nazione più indebitata al mondo.

Per un attimo lascio da parte la questione se questi sviluppi dovrebbero costituire un motivo di maggiore "allarme per i banchieri centrali" rispetto "all'inflazione molto bassa". Di certo non hanno allarmato Carney ed i suoi colleghi, i quali hanno allegramente lasciato i tassi ai minimi e nessuno ha definito "stupida" la Banca d'Inghilterra. Di certo non sembrano allarmare la Pettifor. Vuole che la Banca d'Inghilterra mantenga i tassi bassi per aiutare tutti quei cittadini britannici gravati da debiti – e probabilmente ancora più britannici contrarranno debiti.

La Pettifor ha una visione altamente politicizzata della moneta e della politica monetaria. Per lei tutto questo è una gigante lotta di classe tra la classe dei risparmiatori/creditori e la classe degli spendaccioni/debitori, e la sua fedeltà è per quest'ultimi. Quei commentatori che invece richiedono un aumento dei tassi rappresentano "certi interessi", cioè i risparmiatori avari ed i creditori avidi. Che la politica possa far ripiombare l'economia in un'altra crisi, non sembra turbarla.

Alla Pettifor fà eco Martin Wolf, il quale ha categoricamente affermato sul FT che il "risparmiatore in cerca di un rischio basso" non è più una figura utile all'economia globale, e ha citato con approvazione John Maynard Keynes auspicando "l'eutanasia del rentier". "Oggi gli interessi non premiano alcun sacrificio," scrisse Keynes allora, sbagliando ovviamente: chiedetelo ai britannici di oggi se non spendere i loro soldi ora, ma risparmiarli per i giorni di magra, non comporti un vero e proprio sacrificio. I rentier di oggi non ottengono nemmeno l'interesse per i loro sacrifici, grazie a tutta questa politica di "stimolo". E ora si richiede a gran voce la fine della stabilità dei prezzi, per combinare una maggiore inflazione con tassi a zero. Non è molto divertente essere un risparmiatore in questi giorni – e dubito che queste politiche possano far felice qualcuno nel lungo periodo.



L'eutanasia del rentier giapponese

Quello che si intende con "eutanasia del rentier" lo possiamo vedere in Giappone, dato che nel paese la popolazione dei risparmiatori è in rapido invecchiamento e dovrà affidamento sui propri risparmi nella vecchiaia. Si presume che la nuova politica dell'Abenomics debba rinvigorire l'economia attraverso la svalutazione monetaria. "L'Abenomics era destinata a generare una forte crescita nominale," ha scritto Trevor Greetham (Fidelity Worldwide Investment) sul Financial Times la scorsa settimana (FT, 15 maggio 2014, pagina 28). "Il Giappone è in deflazione del debito da oltre 20 anni."

Davvero? – A marzo 2013, quando Abe scelse Haruhiko Kuroda come governatore della Banca del Giappone e venne inaugurata l'Abenomics, l'indice dei prezzi al consumo del Giappone era a 99.4. 20 anni prima, a marzo 1994, era pari a 99.9 e 10 anni fa, a marzo 2004, a 100.5. In 20 anni i prezzi al consumo del Giappone sono scesi dello 0.5%. Certo, ci sono stati periodi di calo dei prezzi e periodi di aumento dei prezzi nel mezzo, ma è necessario un microscopio per rilevare eventuali variazioni dei prezzi nel paniere giapponese dei consumi. Il consumatore giapponese non ha sofferto per la deflazione, ma ha goduto di una stabilità dei prezzi per 20 anni.

"Il problema principale dell'economia giapponese non è la deflazione, è la demografia," ha dichiarato Masaaki Shirakawa in un discorso al Dartmouth College due settimane fa (come riportato dal Wall Street Journal Europe il 15 maggio). Shirakawa è l'ex-governatore della Banca del Giappone il quale nel 2013 è stato estromesso senza tanti complimenti da Abe, quindi si può dire che sia prevenuto. Non importa, le sue argomentazioni hanno senso secondo me. "Shirakawa," riporta il Journal, "la chiama 'una deflazione molto mite' [e io invece la chiamo stabilità dei prezzi, DS] la quale ha avuto il vantaggio di aiutare il Giappone a mantenere basso il tasso di disoccupazione." Il tasso di disoccupazione ufficiale in Giappone si attesta ad uno strabiliante 3.60%. Forse i giapponesi non se la sono cavata così male con la stabilità dei prezzi.

Sia come sia, dopo un anno di Abenomics si scopre che un aumento dell'inflazione non era proprio quel veicolo di prosperità che ci si aspettava. Ecco di nuovo Greetham: "Le cose non sono così semplici come erano... L'aumento dell'imposta sulle vendite ha spinto l'inflazione di Tokyo ad un picco ventennale del 2.9% ad aprile, andando a diluire il potere d'acquisto reale ed a peggiorare il tenore di vita di molti consumatori più anziani a reddito fisso."

I "consumatori più anziani" di Greetham sono probabilmente i "rentier" di Wolf, ma in ogni caso queste persone non stanno passando un bel periodo. I sostenitori di "politiche moentarie allentate" ci dicono che una valuta più debole rappresenta una spinta per le esportazioni, ma nel caso del Giappone uno yen più debole aumenterà i prezzi dell'energia poiché il paese è fortemente dipendente dalle importazioni di energia.

Prima si pensava che i giapponesi non consumassero abbastanza perché i prezzi non stavano aumentando abbastanza velocemente, ora non possono consumare abbastanza perché i prezzi stanno aumentando. Il problema con l'inseguire la "crescita nominale" è che il "potere d'acquisto reale" può prendere una batosta.

Se tutto questo è fonte di confusione, Greetham ci offre una speranza. Abbiamo solo bisogno di una barca più grande. Altro stimolo. Vedete, questo è il problema con lo stimolo keynesiano: è necessario implementarne sempre di più e renderlo sempre più grande, nel tentativo di sfuggire alle conseguenze non intenzionali.

Se Greetham ha ragione o no sul mercato azionario, non lo so. Ma una cosa sembra abbastanza ovvia secondo me: se si potesse migliorare la propria economia attraverso l'allentamento monetario e la svalutazione monetaria, oggi l'Argentina sarebbe uno dei paesi più ricchi del mondo, come in effetti lo era all'inizio del XX secolo prima che iniziassero le varie svalutazioni dei suoi molti governi incompetenti.

Nessun paese è mai diventato più prospero mediante la svalutazione della sua moneta e la rapina dei suoi risparmiatori.

Finirà male – anche se probabilmente non subito.



Pensieri finali

Cosa significa tutto questo? – Non lo so (e, ovviamente, potrei aver torto), ma credo quanto segue:

La BCE taglierà i tassi a giugno, ma questa è la politica più pubblicizzata e attesa da lungo tempo. Alla fine i ribassisti sull'euro rimarranno delusi. La BCE non andrà "all in", e non c'è motivo per farlo. La mia impressione è che un indebolimento pronunciato dell'euro rimane improbabile.

A mio modesto parere, e contrariamente al consenso del mercato, la BCE ha perseguito una strategia "meno brutta" rispetto a tutte le principali banche centrali. Niente QE; lo stato patrimoniale si sta ancora restringendo; inattività su larga scala. Che cos'è che non va?

Pettifor ed i suoi compari odiatori dei risparmiatori possono star sicuri che un qualsiasi restringimento del bilancio delle banche centrali è lontano, specialmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Le banche centrali considerano fondamentale il loro ruolo, soprattutto nel sostenere i mercati degli asset, l'economia, le banche e lo stato. Sono pietrificate all'idea di poter far deragliare qualsiasi cosa se adotteranno una politica più restrittiva. Un'inflazione più alta rappresenterà il fine partita, ma quando arriverà è ancora una congettura. La crescita, di per sé, non porterà ad una risposta significativa da parte dei banchieri centrali.

L'Abenomics andrà avanti, ma fallirà. La domanda è se verrà attuata su una tale scala da provocare disastri, o se riceverà la propria "eutanasia".


[*] traduzione di Francesco Simoncelli