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Francesco Simoncellinoreply@blogger.comBlogger1711125
Aggiornato: 1 ora 14 min fa

Dimenticatevi della formula “azioni per il lungo termine”

Mar, 09/02/2016 - 11:10
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di Bill Bonner


BALTIMORE – Dopo un anno di vagabondaggio in tutto il globo, siamo tornati in patria... e pronti a mettere a letto il nostro passaporto.

Viaggiare può essere divertente. Può anche "espandere i propri orizzonti". Ma la cosa più interessante a questo proposito non è tanto quello che si può trovare negli altri luoghi. È quello che si scopre sulla propria casa.

Ci si ritorna dove si è vissuti, come disse T.S. Eliot, e pare come se fosse la prima volta.

Quindi, siamo pronti a riscoprire Baltimora – un luogo in cui i ragazzini definiscono le pistole "materiale scolastico".

Ma andiamo avanti...

In primo luogo, torniamo alle domande che c'hanno fatto a Mumbai due giorni fa.

"Cosa dovrebbe fare un investitore?" c'ha chiesto un vecchio con una giacca Nehru.

"Dovrei rimanere nel mercato azionario? Dopo tutto, questa sembra una strategia che paga sempre nel lungo termine. O dovrei scegliere oro e denaro contante?"

Abbiamo continuato a dire alle persone che "non c'è vergogna a scegliere i contanti" fino a quando il mercato non raggiunge il fondo.

Se ci sbagliamo e i prezzi schizzano in alto, perderemo il rialzo. Ma il rischio di perdere notevoli guadagni è un peccato veniale. Gli utili stanno scendendo. Quasi tutti i segnali provenienti dal settore industriale e commerciale sembrano puntare verso il basso.

Nel frattempo, le azioni degli Stati Uniti sono ancora costose.

Il rapporto CAPE cattura la media degli ultimi 10 anni tra utili e prezzi delle azioni aggiustata all'inflazione. Su questa base l'S&P 500 è stato un pessimo affare solo tre volte negli ultimi 100 anni: poco prima del crash del 1929... il bust dot-com nel 2000... e prima del crollo del 2008.




Non solo, ma oggi anche i livelli del debito globale sono più alti che mai.

Non avrebbe senso scegliere i contanti... rimanere a bordo campo... fino a quando i prezzi non scendono e i problemi del debito non vengono risolti?

Non secondo gli scrittori di newsletter del The Motley Fool.

Matthew Frankel ci dà "tre motivi per cui non dovremmo preoccuparci del mercato azionario nel 2016."

"Niente panico", è il messaggio di fondo.

Il defunto Richard Russell, di Dow Theory Letters, c'ha insegnato che ci sono cicli brevi e cicli lunghi.

I cicli lunghi sono quelli che contano. Si può perdere un rally di tanto in tanto; non farà molta differenza. Ma perdere un mercato toro importante, a lungo termine, significa perdere l'occasione di una vita.

Dall'altra parte, dirigersi verso un mercato orso consistente può sembrare una marcia verso l'inferno. La cosa peggiore che possa accadere, diceva Russell, è quella d'incappare in una "perdita rovinosa" – una dalla quale non si può mai recuperare.

Le grandi oscillazioni del mercato richiedono tempo. Il Dow ha raggiunto un picco nel 1929. Non ha ritrovato quel picco fino alla fine degli anni '50. Da allora abbiamo affrontato boom e bust, raggiungendo l'ultimo picco nel 2015, quando il Dow è salito oltre i 18,000.

Le domande che dovete porvi sono queste: Dove siamo? Abbiamo superato la cima? Siamo diretti verso un lungo declino?

Poi ci sono le domande personali: Fino a quando vivrete? Quando avrete bisogno dei soldi? A quanta volatilità potete resistere?

Sebbene intercorra un lungo periodo di tempo tra picco e picco, può anche volerci molto tempo prima di ritornare in pari. Il picco del 1929 non è stato raggiunto di nuovo fino al 1956 – 27 anni dopo. In Giappone sono ancora in attesa di recuperare la metà delle perdite del crollo del 1989 – 26 anni.

Come vi sentireste se doveste aspettare fino al 2042 prima di tornare al nuovo picco?

L'altra cosa da capire è che le prestazioni a lungo termine del mercato azionario sono per lo più un mito.

Sì, avreste potuto raccogliere circa il 10% l'anno se foste entrati 100 anni fa senza uscirne. Ma questa cifra è soggetta ad alcune riflessioni importanti.

In primo luogo, non si ottiene realmente un 10% costante l'anno. Questa percentuale la si ottiene quando si fa la media dei propri utili annuali nel corso di un secolo.

È come marciare costantemente su per una montagna e infine sedersi sulla cima. Ma arrivati a tal punto l'unica strada che si può prendere è quella verso il basso! Poi quando arrivate giù, vi tocchereà tirare le somme. Scoprirete che il vostro tasso di rendimento medio è terribile.

In secondo luogo, chi vive abbastanza a lungo da far funzionare una cosa del genere?

La crescita composta è fantastica, in teoria. Ma funziona solo verso la fine.

Ad esempio, se utilizzate la crescita composta con un centesimo – da uno a due... da due a quattro... da quattro a otto, ecc. – dopo 10 anni vi ritroverete $10.24.

Se invece prendiamo come esempio $1,000 che crescono al 10% l'anno, dopo 10 anni avremo $2,593.

Niente male. Ma di certo non è il genere di roba di cui sono fatti i sogni.

E tutto questo presupponendo il 10% l'anno. Ai prezzi attuali, le azioni sono già così alte che non c'è più una montagna da scalare.

L'economista e premio Nobel Robert Shiller stima che per i prossimi 10 anni il rendimento medio annuo per le azioni degli Stati Uniti sarà solo del 3%. Il fondatore del Vanguard Group, Jack Bogle, ritiene che tale percentuale sarà poco più dell'1%. E Rob Arnott del Research Affiliates stima un rendimento meno dell'1%.

A questi livelli possiamo scordarci la magia della crescita composta.

Quindi bisogna preoccuparsi di questi declini – dai picchi alle perdite nel vostro portfolio.

Se la crescita composta procede ad un tasso del 10% l'anno, ma nel terzo anno arriva un declino del 40%, avrete bisogno di altri tre anni solo per tornare dove siete partiti. Peggio ancora, la vostra vita di risparmi ed investimenti verrà spazzata via da un grande mercato orso. Vi ritroverete la "perdita rovinosa" di cui Russell aveva messo in guardia, senza tempo sufficiente per riprendervi.

La maggior parte degli investitori non ha abbastanza tempo per far funzionare la crescita composta così come viene pubblicizzata. La maggior parte degli individui è già oltre i 50 anni quando comincia ad investire. Non ha a disposizione 100 anni, è fortunata se ne ha 15 o 20.

In base a questo lasso di tempo, se ci sono battute d'arresto sostanziali, questi investitori sono finiti.

Ecco perché è così importante entrare quando il mercato è basso. Poi nel corso di molti anni gli utili a due cifre possono essere una possibilità teorica.

Ma se abbiamo ragione riguardo l'attuale stato di salute dell'economia... il mercato azionario i cui prezzi sono alle stelle... e la difficoltà nel generare ulteriori utili, allora questo non è probabilmente il momento migliore per iniziare un programma di pensionamento finanziato tramite le azioni.

Secondo noi l'ago della bilancia tra rischio e rendimento riguardo le azioni degli Stati Uniti, punta pesantemente verso il rischio. C'è una ragionevole probabilità di una perdita rovinosa piuttosto che un grande guadagno.

Quindi potete tranquillamente cedere al panico. Sarete contenti per averlo fatto.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Oligarchie mascherate da democrazie

Lun, 08/02/2016 - 11:10
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di Gary North


Il Messico è un'oligarchia. Guardate le foto di ogni presidente che non era un dittatore militare. Sembrano europei. Questo perché lo erano.

Il Messico finge d'essere una democrazia. Le foto dicono il contrario. Nessuno che sembri un messicano è stato mai eletto come presidente.

Gli americani che sono a conoscenza di questa anomalia -- e sono pochi -- la considerano superficialmente come una maledizione dell'America Latina. "Non può succedere qui".

Ho ho ho. E, aggiungo io, ah, ah, ah.



SCREENING E FORMAZIONE DI UN'OLIGARCHIA

Una volta nate, le oligarchie, per sopravvivere in un mondo economicamente competitivo, devono reclutare giovani brillanti per superare la regressione verso la media: i figli medi degli oligarchi.

È un'operazione che viene compiuta attraverso uno screening educativo. Questo è il messaggio del libro, The Bell Curve. È anche quello del libro, Superclass.

Quali scuole hanno frequentato i presidenti americani? Ho segnato con un asterisco coloro che non si sono laureati all'Ivy League o all'accademia militare.

    1904: T. Roosevelt (Harvard/Porcelian)
    1908: Taft (Yale/Skull & Bones -- seconda generazione -- il padre era uno dei fondatori)
    1912: Wilson (Princeton -- studente e presidente)
    1920: *Harding (niente college)
    1924: *Coolidge (Amherst -- Harvard lite)
    1928: *Hoover (Stanford -- West Coast Ivy League)
    1932: F. Roosevelt (Harvard)
    1948: *Truman (niente college)
    1952: Eisenhower (West Point)
    1960: Kennedy (Harvard)
    1964: *Johnson (Southwest Texas State Teacher's College)
    1968: *Nixon (Duke Law School)
    1976: Carter (Annapolis)
    1980: *Reagan (Eureka College)
    1988: Bush I (Yale/Skull & Bones)
    1992: Clinton (Yale Law School)
    2000: Bush II (Yale/Skull & Bones)
    2008: Obama (Harvard Law School)

Nota: T. Roosevelt, Coolidge, Truman e Johnson erano vice-presidenti che sono diventati presidenti. Reagan era l'outsider. Possiamo dire che s'è intrufolato. Ma il suo staff era controllato da James Baker III, alleato della famiglia di Bush I.

Ciò che vediamo qui è un'oligarchia basata sullo screening accademico.

L'anno simbolico è stato il 2004, quando sono stati nominati due membri della Skull & Bones -- un'organizzazione che inizia 15 uomini l'anno. Un bonesman doveva essere eletto in una nazione di 100 milioni di maschi adulti. In modo casuale? Non credo.



NOI, IL POPOLO

Agli elettori piace immaginare che essi sono i sovrani. Questa è l'illusione politica più efficace della storia americana, quella che fa riferimento a questo slogan: "Noi, il popolo". Fu coniato da James Madison (Princeton). Venne affibiato ad un documento ratificato da una riunione a porte chiuse a Philadelphia nel quale Madison scrisse le note ufficiali, le quali non potevano essere rilasciate fino a quando non sarebbe morto ogni membro. L'ultimo membro a morire è stato Madison (1836). Davvero comodo.

La migliore mente politica femminile della Rivoluzione americana fu Mercy Otis Warren. Era la cugina della migliore mente politica femminile, Abigail Adams. Era un'anti-federalista. In un articolo anonimo pubblicato nel 1788, poco prima della ratifica della Costituzione alla Convenzione della Virginia, scrisse quanto segue:

Nemmeno i sostenitori più sagaci nel partito hanno mai manifestato la necessità d'adottare questo mostro a più teste; un mix talmente eterogeneo che i suoi nemici non possono neanche tracciare una caratteristica d'estrazione democratica o repubblicana; né i suoi amici hanno il coraggio di denominarlo monarchia, aristocrazia, o oligarchia, sebbene Wilson, nella fertilità del suo genio, abbia suggerito l'appellativo di Repubblica federale. . . .

È un fatto indiscutibile che nemmeno un legislatore negli Stati Uniti, nel momento di nominare i membri della convenzione o nel momento in cui venivano autorizzati a prendere in considerazione alcuni emendamenti dell'unione Federale, avesse idea della distruzione che ne sarebbe scaturita nonché della sua irreversibilità e selettiva penetrabilità. . . .

Ma è inutile enumerare altri casi in cui la proposta di Costituzione sembra in contraddizione con i principi primi che dovrebbero governare l'umanità; ed è altrettanto inutile indagare i motivi che hanno indotto a compiere un passo così audace, annientando l'indipendenza e la sovranità dei tredici stati distinti.
La Warren aveva compreso che c'era stata una cospirazione a Philadelphia.

Questa era la conclusione -- una sorta di epitaffio:

E mentre lo statista è ossessionato dal potere e il cortigiano pratica le arti della dissimulazione -- mentre i rapaci si arricchiscono tramite l'oppressione e gettando le briciole in grembo agli stolti che le accettano -- lasciate che i personaggi sublimi, gli amanti filosofici della libertà che hanno pianto per la sua dipartita, si ritirino nelle calme sfumature della contemplazione; lì potranno osservare con pietà l'inconsistenza della natura umana, le rivoluzioni degli stati, l'ascesa dei regni e la caduta degli imperi.
C'è un tempo per la contemplazione, ed è arrivato.

Vari imperi sono caduti nel corso della storia. Ce n'è un altro cui attende la stessa sorte.

Pazienza. Gli assegni di Washington continuano ad essere firmati, ma un giorno saranno in bianco.



LA RESA DEI CONTI

La Warren aveva ragione. Alexander Hamilton lo dimostrò nel 1791: l'assorbimento dei debiti dei singoli stati da parte del governo federale (consolidamento di debito e potere) e la creazione della Banca degli Stati Uniti.

Nel 1816 Madison consolidò questa situazione con la creazione della Seconda Banca degli Stati Uniti.

Andrew Jackson sfidò l'oligarchia per ben tre volte: la sua elezione nel 1828, il suo diritto di veto sul rinnovo dell'atto costitutivo della Seconda Banca nel 1832, e la creazione di un governo senza debiti nel 1836.

Il primo confronto rappresentò un punto di svolta simbolico: il giorno dell'insediamento alla Casa Bianca. I democratici riconquistarono il paese che gli oligarchi avevano rubato nel 1788.

I libri di testo non descrivono il secondo confronto come una rivolta democratica contro l'oligarchia: il veto rappresentò una ferita mortale per l'oligarchia finanziaria nazionale. Gli storici sono ufficialmente democratici, ma in realtà sono agenti dell'oligarchia. I libri di testo stroncano e ridicolizzano il veto di Jackson.

Il terzo confronto fu l'ultimo anno in carica di Jackson: l'unico anno in cui il debito del governo federale era pari a zero.

La guerra civile ristabilì questo debito e lo rese permanente. La creazione del Federal Reserve System nel 1913, rappresentò il ripristino del prestatore d'ultima istanza degli oligarchi. Ciò significava che il debito federale sarebbe diventato il fondamento di tutta l'economia: debito acquistato dalla banca centrale per gonfiare la base monetaria. Ripagare il debito avrebbe creato deflazione di massa e depressione. Gli oligarchi ora hanno l'immunità. Il Congresso non ordinerà mai un audit indipendente della FED.

Il modello è la Banca d'Inghilterra. È stata l'agenzia d'assicurazione dell'oligarchia anglo-americana fin dal 1694. La "Gloriosa Rivoluzione" del 1688-1689 rappresentò infatti il ​​trionfo simbolico degli oligarchi nei confronti del re. Non hanno mai ceduto il potere al popolo -- le persone detestate da Cromwell. La City -- il quartiere finanziario -- è ancora giuridicamente autonoma dal parlamento. È qui che si trova la Banca d'Inghilterra in tutta la sua comodità sovrana. La vecchia signora a Threadneedle Street ha più sovranità della vecchietta a Buckingham Palace.



CONCLUSIONE

Ci sono solo due movimenti economici contrari all'oligarchia del settore bancario centrale: quello dei greenbacker e quello degli economisti della Scuola Austriaca. I greenbacker vogliono vedere la sostituzione della Federal Reserve. Anche gli economisti Austriaci. Ma che cosa dovrebbe sostituirla?

I greenbacker richiedono denaro fiat al 100% nelle mani del Congresso. Si fidano del Congresso. Gli economisti Austriaci richiedono un sistema monetario basato sul mercato senza autorizzazione statale o federale. Si fidano dei consumatori.

I greenbacker credono nel potere politico democratico: un uomo, un voto. Gli Austriaci credono nella democrazia del potere economico: un dollaro, un voto.

Gli oligarchi hanno fiducia nel Congresso. Ecco perché ce l'hanno in tasca. Non si fidano del libero mercato non regolamentato, perché sarebbero i consumatori a controllarlo.

I greenbacker sognano un Congresso al 100% dipendente dagli elettori, non dagli oligarchi. Gli Austriaci sognano un Congresso che presiede un governo federale in bancarotta e l'abrogazione del Federal Reserve Act del 1913.

Quale sogno pensate che sia più realizzabile?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


L'oro nel 2016: “Il vento del potere economico sta cambiando”

Ven, 05/02/2016 - 11:12
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di Alasdair Macleod


Nel 2015 sono emersi ulteriori segni di un crollo globale dell'attività economica.

Inoltre la forza del dollaro, insieme all'ampliamento degli spread del credito, confermano la tendenza globale verso una contrazione del debito. Questi sviluppi in genere precedono una crisi economica, la quale potrebbe manifestarsi nel 2016, in parte confermata dall'andamento deludente dei mercati azionari. In tal caso, ci si può aspettare che la domanda d'oro fisico cresca rapidamente man mano che la crisi finanziaria guadagnerà trazione.



Introduzione

L'oro si trova in un mercato orso sin dal settembre 2011. Le principali banche centrali nelle economie avanzate hanno implementato politiche che hanno segretamente soppresso il prezzo dell'oro, mentre hanno gonfiato apertamente i prezzi degli asset. Ciò ha condotto a valutazioni estreme in tutti i mercati degli asset, tra cui anche quello dell'oro, il quale al giorno d'oggi non è più considerato come moneta sonante. Possiamo essere certi che le distorsioni di prezzo di oggi verranno corrette dalle forze di mercato, probabilmente nei prossimi mesi. L'inizio di una crisi è già evidente dal crollo dei prezzi dell'energia e delle materie prime industriali, eventi che hanno causato gravi problemi alle nazioni e alle aziende internazionali con obblighi in dollari USA e che all'improvviso ne sono rimaste senza per soddisfarli. L'ammontare delle perdite legate al settore delle commodity non è ben chiaro, ma non possono essere ignorate ancora a lungo.

La rapida espansione dei bilanci delle banche centrali dopo la crisi Lehman, è la fase finale di un processo che può essere fatto risalire (come minimo) agli anni '80. A quel tempo le banche londinesi, statunitensi ed europee presero il controllo dei mercati mobiliari. Da allora hanno spinto sempre più credito bancario verso l'espansione di questi mercati mobiliari, principalmente attraverso lo sviluppo di derivati over-the-counter (OTC), ma anche dominando i mercati obbligazionari e azionari.

L'espansione del credito bancario ha gonfiato le attività finanziarie, ha soppresso i prezzi delle materie prime sottostanti e ha stimolato la domanda internazionale di dollari USA. Il risultato è stato un ampliamento senza precedenti del debito globale, mentre la fiducia nella valuta di riserva mondiale rimaneva inalterata. Tuttavia vi sono indicazioni che questo periodo d'espansione è ora alla fine. Secondo i documenti statistici della Banca dei Regolamenti Internazionali, il valore lordo dei derivati detenuti dalle banche s'è contratto sin dal 2013. I valori nominali dei contratti totali OTC hanno raggiunto un picco alla fine del 2013 a $711,000 miliardi, e a giugno 2015 erano scesi a $553,000 miliardi.

Questo è un punto importante, perché si sta sgonfiando una bolla invisibile al cuore del sistema finanziario e le conseguenze sconosciute. Quando le bolle si sgonfiano, e qui stiamo parlando di una da centinaia di migliaia di miliardi, emergono i crediti inesigibili. Parte della riduzione dei derivati ​​OTC in circolazione è dovuta al consolidamento delle posizioni in seguito alla legge Dodd-Frank, ma la gran parte non lo è.

Quando il libero mercato si riafferma, e lo fa sempre, le correzioni sono consistenti. Ora siamo nelle prime fasi di questo processo.



Dollaro e Pericoli Europei

Come notato sopra, il valore crescente del dollaro rispetto alle commodity è un problema importante. Nel breve termine il dollaro è estremamente comprato rispetto alle posizioni short da record nei confronti delle commodity. Degno di nota è il prezzo in dollari del petrolio, con il West Texas Intermediate sceso da $105 a giugno 2013 ai $32 di oggi. Mentre gran parte della discesa può essere attribuita ad un calo della domanda a causa di un rallentamento dell'economia globale, un'altra parte è senza dubbio stata causata della forza del dollaro. I crediti inesigibili e potenziali tali sono un problema globale, e le banche degli Stati Uniti stanno cercando di controllare la loro esposizione al credito internazionale. Di conseguenza i mutuatari internazionali con debiti in dollari sono costretti a vendere le valute locali e acquistare biglietti verdi per coprire i loro obblighi in dollari. Il problema è stato ulteriormente aggravato dagli speculatori che fanno salire il dollaro nei confronti di questi acquirenti in difficoltà.

La sopravvalutazione del dollaro è supportata anche dalla convinzione che l'economia americana sia in buona salute. Con la disoccupazione ufficiale al 5%, la domanda di credito interno, sebbene irregolare, sta crescendo ad un ritmo moderato. Tuttavia la crescita del PIL nominale è interamente dovuta ad uno stimolo monetario non ancora compensato dall'inflazione dei prezzi, e non è il tipo di ripresa economica che s'intende generalmente. Ma per i rialzisti nei confronti del dollaro, la forza apparente dell'economia statunitense rappresenta l'ennesimo motivo per credere che il dollaro rimarrà forte, data la prospettiva di un continuo rialzo dei tassi d'interesse. Ci sono notevoli pericoli che aleggiano intorno a questa visione rialzista nei confronti del dollaro, non ultimo il grado in cui è già scontata ai prezzi correnti.

Un secondo problema globale è la situazione finanziaria ed economica della zona Euro. Il 2015 ha visto la posticipazione della crisi greca, ma secondo noi nel 2016 i protagonisti saranno Spagna e Portogallo, con il rispettivo debito pubblico in percentuale del PIL al 100% e al 130%. Le elezioni spagnole del dicembre scorso hanno visto la vincita di partiti anti-austerità come Podemas e PSOE, i quali hanno ottenuto 159 seggi rispetto ai 123 dei partiti dominanti. I negoziati sono ancora in corso, ma sembra che il prossimo governo sarà costituito da una coalizione anti-austerità. La Grecia era una bella gatta da pelare, ma la Spagna è molte volte più grande in termini d'impatto economico e debito pubblico. Inoltre anche in Portogallo, la cui economia è quasi identica a quella della Grecia, ci sono state le elezioni e il partito di governo ha perso la sua maggioranza assoluta, il che suggerisce che anche a Lisbona aumenteranno le pressioni anti-austerità. E i problemi in Grecia non sono stati affatto risolti.

Nel 2015 la Grecia è stato solo l'antipasto per la zona Euro. Nel frattempo €3,000 miliardi di titoli di stato in Europa sono tradati con rendimenti negativi, una situazione senza precedenti che illustra quanto siano diventate sopravvalutate le obbligazioni statali europee, soprattutto se si tiene conto della condizione precaria delle finanze di alcuni stati importanti. Anche le banche della zona Euro si trovano in una condizione finanziaria precaria, con un rapporto medio tra il capitale Tier 1 e gli asset tangibili al 5.1% (al 4.1% quando s'includono le voci fuori dallo stato patrimoniale). Inoltre le nuove regole del Comitato di Basilea sui credit default swap ha consentito alle banche di nascondere il loro rischio di credito reale. La combinazione di banche europee che giocano d'azzardo, una leva finanziaria media rispetto al loro bilancio (compresi gli obblighi fuori bilancio) di 24:1, ed i loro bilanci carichi di titoli di stato drasticamente sopravvalutati, ha tutta l'aria di una crisi alla disperata ricerca di un innesco.

Una crisi bancaria europea potrebbe degenerare molto rapidamente qualora iniziasse, e sarebbe qualcosa al di fuori del controllo di una BCE pericolosamente sotto-capitalizzata. All'inizio potrebbe spingere più in su il valore del dollaro negli scambi esteri, in particolare nei confronti dell'euro, e avviare un'ulteriore decurtazione dei prezzi delle commodity, poiché i mercati cercherebbero di scontare le implicazioni economiche di un problema sistemico nella zona Euro. Se accadesse un evento come questo, sarebbe impossibile da limitare ad una singola area geografica. Le principali banche centrali sarebbero costrette ad intraprendere un programma di salvataggio coordinato, coinvolgendo una grande espansione di tutti i loro bilanci, superiore all'espansione messa in atto durante la crisi Lehman.

Una volta palesate le incertezze iniziali, la prospettiva di un rischio sistemico crescente dovrebbe essere molto positiva per l'oro, il quale è l'unica protezione sicura contro questi eventi. Per determinare il potenziale del prezzo dell'oro, il suo valore attuale dovrebbe essere valutato osservando il lungo periodo d'inflazione dei dollari in relazione all'aumento dello stock d'oro e aggiustando di conseguenza il prezzo in dollari dell'oro.



FMQ e Oro

La fiat money quantity rappresenta la quantità totale di denaro fiat che è stata creata dal sistema bancario americano. Comprende la moneta fiat non in circolazione, essendo principalmente riserve bancarie parcheggiate nel bilancio della FED. Il grafico qui sotto mostra l'accumulo mensile di dollari FMQ sin dal 1959.




A seguito della crisi Lehman, l'oro prezzato in dollari è inizialmente sceso prima di recuperare e arrivare ai massimi storici nel settembre 2011. Con il senno di poi, si può supporre che l'effetto immediato della crisi Lehman sia stato quello d'innescare una fuga verso il dollaro, prima che diventasse evidente che le azioni della FED volte a stabilizzare il settore finanziario stavano avendo successo a scapito dell'inflazione monetaria. Questo fornisce anche una spiegazione sul motivo per cui, al fine di conservare la fiducia nel dollaro, il prezzo dell'oro è stato successivamente soppresso. A giudicare da tutti gli indizi a seguito della crisi di Cipro, la prova più evidente di una soppressione del prezzo dell'oro ce l'abbiamo nell'aprile 2013, e un attento studio sulle azioni di mercato e sui volumi rivela che ci sono state anche altre soppressioni di prezzo meno drastiche.

Data questa esperienza, sarebbe sbagliato escludere un tentativo di soppressione dei prezzi dell'oro da parte delle banche centrali occidentali in caso di crisi. Tuttavia sta diventando chiaro che possono sopprimerlo solo attraverso i mercati della carta, data la relativa scarsità dei lingotti fisici nei caveau delle banche centrali occidentali e la riluttanza delle banche centrali individuali di compromettere ulteriormente le loro riserve auree. Queste incertezze di breve termine non possono essere quantificate, ma possiamo farci un'idea guardando al valore reale attuale dell'oro espresso in dollari USA.




Il grafico mostra il prezzo dell'oro deflazionato sia dall'aumento della FMQ nel corso degli anni, sia dall'espansione delle riserve d'oro estratte sin da quando il prezzo è stato fissato a $35 nel 1934 dal presidente Roosevelt. Aggiustato in base a questi due fattori, l'oro a fine dicembre 2015 era valutato a $3.25 del 1934, meno del 10% rispetto al prezzo di quell'anno. Il 1971 è stata l'unica occasione in cui il prezzo aggiustato è risultato più basso, pochi mesi prima dello shock di Nixon e del crollo di Bretton Woods. Il prezzo aggiustato era pari a $3.13 a marzo di quell'anno.

Il grafico seguente mostra gli stessi aggiustamenti di prezzo, questa volta sin dall'agosto 2008, quando eruttò la crisi Lehman e il prezzo nominale dell'oro era di $918.




Il prezzo aggiustato, che riflette l'espansione sia della FMQ sia delle riserve d'oro estratte, è attualmente pari a $402, un calo del 56% in termini reali sin dalla crisi Lehman.

Possiamo pertanto concludere quanto segue:

• Il prezzo dell'oro è più conveniente di quanto non sia mai stato rispetto alla moneta di riserva mondiale, con la sola eccezione del momento in cui era così underpriced che il governo degli Stati Uniti fu costretto a scartare il suo peg a $35 e abbandonare l'accordo di Bretton Woods.

• Rispetto al momento della crisi Lehman, l'oro è oggi significativamente più economico; situazione del tutto in contrasto con il rischio sistemico che corrono le valute fiat a causa di banche sotto-capitalizzate e impreparate alla prospettiva di mercati normalizzati.

Molti analisti finanziari contemporanei sostengono che l'oro non è rilevante quando si affrontano questi problemi, perché non è più denaro. Questa linea di ragionamento ignora il fatto che la gente comune in occidente non ha questa percezione e sta accumulando monete d'oro e piccoli lingotti a ritmi crescenti. E fatto ancora più importante, il potere economico si sta spostando da paesi dove questa visione keynesiana è prevalente a paesi in cui non lo è.



Cina, India e il Resto dell'Asia

Cina e India, insieme a tutti gli altri paesi dell'Asia continentale, hanno accumulato oro proveniente dai caveau occidentali molto più a lungo di quanto si possa rendere conto la maggior parte delle persone nei mercati finanziari occidentali. La Cina, attraverso norme adottate nel 1983, ha inizialmente delegato alla PBOC la gestione della politica dell'oro, una mossa che ha fatto seguito alle riforme post-Mao del 1979-1982. L'intenzione alla base di queste norme era quella di permettere allo stato d'acquisire notevoli quantità d'oro, svilupparne l'estrazione mineraria e controllarne tutte le attività di trasformazione e raffinazione. All'epoca l'occidente stava facendo del suo meglio per reprimere i prezzi dell'oro e rafforzare quindi la credibilità delle valute di carta, di conseguenza inondò i mercati con grandi quantità di lingotti attraverso il leasing e la vendita definitiva. Questo è il motivo per cui la tempistica è importante: con la sua popolazione alle prese con una rapida riforma economica, la Cina colse questa occasione per diversificare il suo crescente surplus di valuta estera; la stessa strategia seguita dalle nazioni arabe tra il 1973 e il 1990 a cavallo del boom del prezzo del petrolio.

Quando la Cina nel 2002 ha istituito lo Shanghai Gold Exchange e ha incoraggiato il settore privato ad accumulare oro, lo stato cinese aveva evidentemente acquisito abbastanza lingotti per i propri scopi strategici. Non sappiamo quanti ne abbia effettivamente accumulato, o addirittura fino a che punto l'oro estratto sia stato definito proprietà statale sin da allora, ma è probabile che la quantità sia molto consistente. Sappiamo che dal 2002 fino ad oggi le consegne lorde nelle mani pubbliche, soddisfatte principalmente da importazioni provenienti dai caveau occidentali, hanno superato le 11,000 tonnellate. È quindi possibile che ora la Cina e i suoi cittadini abbiano più oro di tutte le altre banche centrali messe insieme, visto che queste ultime hanno in parte dato in leasing l'oro ufficiale e in parte l'hanno venduto segretamente per sopprimerne il prezzo.

Di conseguenza le relazioni mensili cinesi riguardanti le proprie riserve d'oro, sono inutili. Anche la Russia sta accumulando riserve ufficiali e lo stato indiano sta cercando d'acquistare segretamente oro dai suoi cittadini, essendo il mercato carente d'offerta. La maggior parte dell'Asia è, o sarà, legata insieme attraverso lo Shanghai Cooperation Organization, un partenariato economico dominato da Cina e Russia, il quale comprende più della metà della popolazione mondiale e che accetta l'oro fisico come denaro. Inoltre nel 2015 è anche emerso che la moneta dominante in questo blocco sarà senza dubbio lo yuan, la valuta del paese che ha ormai conquistato il mercato dell'oro fisico del mondo.

Il futuro del denaro è in rapido sviluppo, come risulterà sempre più evidente nel 2016. L'era della supremazia del dollaro sta volgendo al termine, situazione senza dubbio accelerata dalle politiche monetarie distruttive della FED. La minaccia alla supremazia del dollaro rappresenta anche una minaccia per le altre valute cartacee: l'euro, lo yen e la sterlina. Che queste perdano il loro status di moneta prima o dopo il dollaro, è solo una questione di tempistica. La Cina deve aver previsto questo possibile esito, altrimenti non avrebbe intrapreso una politica d'accumulo di oro già nel 1983, non avrebbe investito notevoli risorse in miniere d'oro e nella raffinazione, non avrebbe incoraggiato attivamente i suoi cittadini a comprare oro, ed oggi non promuoverebbe l'uso della sua valuta per il commercio globale e per il prezzaggio dell'oro.

Gli osservatori nei mercati occidentali sembrano non essere a conoscenza di quanto sia sviluppata la politica cinese nel campo delle valute. Invece si aspettano una vera e propria crisi del credito, il risultato dell'espansione monetaria di questi ultimi anni compromessa da un'economia in rapido rallentamento. Inoltre sostengono che il costo del lavoro cinese sia aumentato e che ciò richieda un tasso di cambio dello yuan molto più basso affinché possa tornare ad essere competitivo. Basandosi su un'analisi macroeconomica occidentale, concludono che la Cina necessiterà di un sostanziale svalutazione monetaria affinché riesca a contenere questi problemi.

Sebbene sia un errore quello di sorvolare le notevoli difficoltà economiche, quest'analisi è errata e lo è per due ragioni. In primo luogo, lo stato possiede le banche, quindi una crisi del credito si ferma ai debitori. In secondo luogo, la Cina sta mettendo in campo un ri-orientamento delle risorse economiche: vuole smettere d'essere un produttore per il resto del mondo e servire la sua classe media in crescita e lo sviluppo delle infrastrutture trans-asiatiche. Il tasso di disoccupazione della Cina è stimato a circa il 5%, quindi i lavoratori impiegati nelle linee di produzione attuali dovranno essere riposizionati se la strategia economica dello stato vorrà essere quella di progredire. Una svalutazione monetaria sostanziale sarebbe quindi controproducente, sebbene la banca centrale sposti di tanto in tanto l'ancoraggio dello yuan rispetto al dollaro.

Lo scopo dietro all'enorme accumulo d'oro, può essere solo quello di rendere lo yuan una riserva di valore affidabile. La Cina avrà bisogno di un prezzo dell'oro in yuan più alto, probabilmente in concomitanza con determinati eventi esterni (che sta pazientemente attendendo). È per questo che, dopo aver sviluppato lo Shanghai Gold Exchange nel mercato dell'oro fisico più importante del mondo, la Cina prevede di prezzare l'oro in yuan: l'obiettivo è quello d'ancorare lo yuan all'oro in modo da sostituire l'ancoraggio dello yuan al dollaro.

Sicuramente il 2016 si concluderà con la convinzione che il dollaro non è più il re, e che nel futuro del denaro ci sono l'Asia, lo yuan e l'oro.



Conclusione

Nel breve termine l'oro di carta è estremamente ipervenduto, cosa che riflette il sentimento dell'establishment occidentale nei paper market. I mercati futures e i mercati a termine sono su posizioni short nei confronti dell'oro di carta. Che questo lasci aperta la possibilità di ulteriori diminuzioni del prezzo in dollari dell'oro nei prossimi mesi, non è il punto cruciale. Più importante è il quadro più a lungo termine: l'oro non è stato così sottostimato sin dagli eventi che portarono al collasso degli accordi di Bretton Woods. Se gli eventi in corso porteranno ad una crisi sistemica nei mercati dei capitali occidentali, cosa che appare sempre più probabile data la crisi globale dell'attività economica, un'ulteriore espansione dei bilanci delle banche centrali sembra proprio certa. Se questo accadrà, è improbabile che il potere d'acquisto del dollaro e delle altre valute principali rimarrà ai livelli attuali. E se il dollaro perde potere d'acquisto, l'inflazione dei prezzi salirà, accompagnata da un incremento dei tassi d'interesse nominali e da una liquidazione del debito nei mercati dei capitali occidentali.

La Cina e i suoi partner nello SCO hanno adottato misure cautelative per proteggersi da questo risultato e hanno conquistato il mercato dell'oro. Una persona saggia dovrebbe prenderne atto e pensare seriamente alle implicazioni.

Godetevi il 2016.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Perché gli Austriaci non sono neoliberisti

Gio, 04/02/2016 - 11:10
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di Philipp Bagus


Philip Mirowski, noto per il suo libro More Heat than Light: Economics as Social Physics, Physics as Nature’s Economics in cui critica l'economia neoclassica per aver adottato metodi facenti riferimento alle scienze naturali, ha pubblicato di recente un libro sul neoliberismo e sulla professione economica durante la crisi finanziaria. In Never Let a Serious Crisis Go to Waste: How Neoliberalism Survived the Financial Meltdown, la sua tesi principale è che la professione economica ha fallito nel prevedere e spiegare la crisi finanziaria. Tuttavia gli economisti mainstream non hanno subito alcuna conseguenza negativa, ma continuano ad operare come se niente fosse.

Secondo Mirowski, l'economia neoclassica, il neoliberismo e la destra politica, sono usciti dalla crisi più forti che mai grazie ad un complicato sforzo di propaganda e ad intricate pressioni politiche per opera del Mont Pelerin Society. Secondo Mirowski, le funzioni del Mont Pelerin Society sono al centro di una complessa rete di conservatori, think tank di libero mercato ed accademici neoliberali che controllano la politica.

L'analisi di Mirowski è interessante, sebbene la sua prospettiva sia di sinistra ed egualitaria. Particolarmente pertinente è la sua analisi e la sua critica dell'economia neoclassica.



Lo stato deplorevole in cui versa la professione economica mainstream

Il pensiero economico neoclassico non è stato in grado di predire la Grande Recessione. Mentre gli economisti neoclassici credevano in una nuova era di stabilità macroeconomica, soprannominata la Grande Moderazione, in cui le banche centrali pareva avessero abolito le recessioni, sono stati colti di sorpresa dagli immensi problemi che il sistema finanziario e l'economia mondiale hanno iniziato a sperimentare nel 2008.

Mirowski spiega questo fallimento come il risultato di una metodologia sbagliata. La scuola neoclassica non è stata in grado di prevedere la grande recessione nonostante i suoi strumenti metodologici, come ad esempio i famigerati modelli dinamici di equilibrio stocastici (DSGE). Poiché secondo i modelli DSGE non c'è praticamente spazio per le crisi, gli economisti neoclassici non solo non sono stati in grado di prevedere la crisi finanziaria, ma non sono neanche stati in grado di spiegarla a posteriori.

Mirowski diagnostica un dissonanza cognitiva nel campo neoclassico. Dato che le teorie neoclassiche non sono state in grado di spiegare la crisi finanziaria, c'è un divario tra la teoria e la realtà. Per colmare questa lacuna, secondo Mirowski i neoclassici hanno reagito aggiustando (o distorcendo) l'evidenza empirica per soddisfare, in qualche modo, le loro teorie. Invece di riconoscere la necessità di un cambiamento paradigmatico nell'economia, la professione economica s'è ostinatamente attaccata ai suoi modelli matematici.

Mirowski descrive accuratamente l'inerzia dell'ortodossia mainstream. Per gli economisti neoclassici, il costo degli investimenti legato al capitale intellettuale è enorme. La scuola neoclassica, quindi, resta senza orientamento, inciampa e ristagna nella mediocrità. E l'indottrinamento propaga l'ortodossia. Gli studenti vengono fuorviati con libri di testo d'economia al cui interno c'è un pot-pourri incoerente di teorie. Vengono istruiti per leggere articoli brevi pubblicati su riviste altamente specializzate, le quali utilizzano la metodologia mainstream. In questo contesto, Mirowski sottolinea come tali riviste abbiano smesso di pubblicare articoli sulla metodologia e sulla storia economica in favore di articoli sulla matematica e sulla statistica. Mirowski collega correttamente la matematizzazione dell'economia e la figura degli economisti mainstream come scienziati naturali, e considera questo sviluppo una delle ragioni della crisi finanziaria.



Il problema metodologico

La critica di Mirowski alla metodologia neoclassica descrive come gli economisti tendano ad invidiare le scienze fisiche. A causa di questa invidia, gli economisti hanno iniziato ad imitare il metodo e i modelli della fisica. E' stato l'approccio matematico usato in fisica che ha reso gli economisti neoclassici incapaci di prevedere la crisi. La critica di Mirowski non si lascia intimidire dagli economisti neoclassici di sinistra. Coerente col suo approccio, non solo rimprovera Greenspan e Bernanke, ma anche Stiglitz e Krugman. Sebbene ci possano essere differenze ideologiche tra di loro, tutti impiegano modelli DSGE in cui un agente rappresentativo massimizza le funzioni dell'utilità.

Secondo Mirowski è stato il modello DSGE che ha permesso la riunificazione tra microeconomia e macroeconomia, separate a causa della rivoluzione keynesiana. I modelli DSGE hanno permesso l'impiego del metodo matematico nella microeconomia, introducendo agenti massimizzanti l'utilità e un'elevata aggregazione. Mirowski si spinge fino a dire che senza i modelli DSGE, l'economia neoclassica scomparirebbe.

Mentre Mirowski richiede un reset dell'economia e la fine del paradigma neoclassico, non riesce a fornire un'alternativa e non sembra essere a conoscenza dell'approccio prasseologico della Scuola Austriaca. L'alternativa realistica richiesta da Mirowski, esiste già. Gli sfugge anche che grazie al loro approccio realistico, gli economisti Austriaci non sono stati affatto colti di sorpresa dalla crisi finanziaria, la quale è stata "predetta" da alcuni di loro. Purtroppo l'ignoranza di Mirowski per quanto concerne la Scuola Austriaca è immensa, e possiamo dire la stessa cosa per la sua interpretazione di Hayek e per il suo negletto nei confronti delle opere di Ludwig von Mises e Murray Rothbard; per non parlare del suo negletto nei confronti degli Austriaci contemporanei.



La confusione di Mirowski sulle scuole di pensiero

Il problema principale di Mirowski è la sua confusione quando si tratta di Scuola Austriaca e libertarismo. Egli inserisce nella categoria dei neoliberisti la maggior parte degli economisti neoclassici (con alcune eccezioni per gente di sinistra, come Stiglitz e Krugman). Mirowski incorpora implicitamente anche la Scuola Austriaca nel campo neoliberista. Ha anche scritto qualcosa sui "neoliberisti hayekiani." Tuttavia gli Austriaci non sono né neoclassici né neoliberisti.

E' vero che in alcune parti del suo libro Mirowski fa distinzione tra neoliberista e libertario, neoclassico e Austriaco, ma non applica queste distinzioni in modo coerente. Questa mancanza di coerenza produce risultati a dir poco curiosi.

Ad esempio, egli sostiene che l'ipotesi dei mercati efficienti (IME), avanzata dai Chicagoboys, vada a formalizzare la teoria della conoscenza di Hayek. Ciò sembra implicare che Hayek, o altri Austriaci, condividano il metodo degli economisti neoclassici e appartengano al campo neoliberista.

Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. La teoria della conoscenza soggettiva di Hayek considera la conoscenza come tacita, privata, soggettiva e decentrata. Una conoscenza soggettiva è fondamentalmente agli antipodi rispetto a qualsiasi trattamento matematico delle informazioni. Più in particolare, la natura creativa della conoscenza imprenditoriale nella tradizione Austriaca è in contrasto con l'informazione oggettiva e data della IME.

La IME afferma che i prezzi di mercato sono efficienti in quanto incorporano tutte le informazioni necessarie. Inoltre afferma anche che un'informazione oggettiva può essere comprata e venduta sul mercato. Eppure ciò che è importante non è un'informazione oggettiva e data, ma piuttosto l'interpretazione soggettiva della stessa e la creazione di una nuova conoscenza imprenditoriale all'interno di un processo dinamico. I prezzi del passato rappresentano solamente rapporti di scambio storici che servono agli attori di mercato per creare nuove informazioni. Mirowski distorce Hayek quando afferma che secondo quest'ultimo il mercato trasmette la conoscenza di ciò che dobbiamo sapere. Invece Hayek ha sottolineato che i prezzi di mercato ci permettono di utilizzare la conoscenza personale di altri attori di mercato. Il mercato non trasmette automaticamente la conoscenza di cui abbiamo bisogno, anzi gli attori di mercato devono scoprire e creare ciò di cui hanno bisogno per raggiungere i loro scopi.

Ci sono problemi supplementari con il minestrone di Mirowski tra il soggettivismo di Hayek e la IME, il CAPM e il modello di Black-Scholes. Non c'è nulla di soggettivo in un costrutto teorico ricercante l'equilibrio come la IME, il CAPM, o il Black-Scholes. In tutti questi modelli matematici, tutte le informazioni rilevanti sono già date. Sono, quindi, modelli statici. Mirowski non comprende il punto principale di Hayek: gli imprenditori nel processo di mercato scoprono nuove informazioni. Poiché il mercato è un processo, non è mai perfetto. Gli attori di mercato possono errare o cadere preda d'illusioni; tutto il libro di Mirowski ne è un esempio.

Quando Mirowski arriva a parlare di costruttivismo, abbiamo l'ennesima prova di come non sappia distinguere tra Austriaci e neoliberisti. Mirowski considera i neoliberisti come dei costruttivisti. Allo stesso tempo, include Hayek nel gruppo dei neoliberisti e cerca di conciliare la critica di Hayek al costruttivismo col neoliberismo. Ma come può Hayek essere un contruttivista, lui che ha combattuto contro lo scientismo e il costruttivismo del XX secolo?



Vienna & Chicago

Il mix implicito tra Scuola Austriaca e Scuola di Chicago è particolarmente problematico. Mirowski sostiene che i neoliberisti sottoscrivono il concetto di ordine spontaneo. Eppure l'ordine spontaneo è un concetto utilizzato soprattutto da Hayek e da altri Austriaci. Al contrario, i neoliberisti della Scuola di Chicago usano il costrutto d'equilibrio come strumento analitico. Tuttavia tale analisi è fondamentalmente contraria a quella della Scuola Austriaca, la quale è incentrata sul processo di mercato dinamico. In breve, i neoliberisti della Scuola di Chicago non utilizzano il concetto di ordine spontaneo.

Scrittori come Mark Skousen (2006) hanno cercato di colmare il divario tra la Scuola di Chicago e la Scuola Austriaca. Tuttavia questo sforzo s'è rivelato un'impresa impossibile. La differenza principale e fondamentale tra le due scuole di pensiero è rappresentata dal loro approccio metodologico. Gli Austriaci nella tradizione misesiana derivano a priori le leggi economiche attraverso l'assioma dell'azione umana con l'aiuto di alcuni presupposti generali. Invece di fare esperimenti e guardare al mondo esterno, usano l'introspezione per trovare la verità.

Al contrario, gli economisti della Scuola di Chicago che seguono Milton Friedman (1953), impiegano una metodologia positivista. Mentre gli Austriaci sostengono che si ha dapprima bisogno di una teoria al fine di comprendere la storia, i seguaci della Scuola di Chicago cercano di ricavare le leggi economiche dalla storia; applicando a volte l'analisi econometrica. Mentre gli studiosi della tradizione Austriaca considerano la realtà come un processo dinamico d'interazione umana, i Chicagoboys impiegano modelli d'equilibrio in cui l'imprenditorialità e la creatività sono assenti, per definizione, e il processo di mercato dinamico è bloccato. Mentre gli Austriaci considerano che l'obiettivo di un economista sia quello di capire e spiegare le leggi che governano il processo dinamico del mercato, l'obiettivo dei seguaci di Friedman è quello di fare previsioni corrette. Mentre gli economisti Austriaci mirano ad una spiegazione realistica del processo di mercato, per i seguaci di Friedman il realismo delle ipotesi è irrilevante. Conta solo il potere predittivo di una teoria.

Nel suo libro, Mirowski critica l'approccio dei seguaci di Friedman dicendo che la creazione di modelli per le previsioni è stato un fallimento disastroso, una valutazione che molti Austriaci condividerebbero. Purtroppo Mirowski non menziona la metodologia Austriaca nel suo libro e non sembra essere a conoscenza di questa alternativa.

In relazione a queste differenze metodologiche tra Vienna e Chicago, ci sono i loro punti di vista contrastanti in merito alla concorrenza: mentre gli studiosi di Chicago tendono a sostenere e a mettere a punto leggi antitrust al fine di condurre la realtà più vicino al loro modello di concorrenza perfetta, gli studiosi Austriaci si oppongono all'intervento statale (sotto forma di leggi antitrust) nel processo dinamico del mercato.

L'elevata aggregazione richiesta dai modelli matematici ha anche condotto entrambe le scuole di pensiero ad opinioni opposte sul capitale. Quest'ultimo, che viene associato alla lettera "K" nei modelli dei Chicagoboys, è considerato come un amalgama omogeneo e permanente che in modo sincrono e automatico produce reddito. Il punto di vista sul capitale come amalgama omogeneo e permanente, rappresenta una diretta conseguenza della matematizzazione e della formalizzazione della Scuola di Chicago.

Il punto di vista Austriaco sul capitale è fondamentalmente contrario a quello neoclassico. Infatti c'è stato un intenso dibattito tra Vienna e Chicago sul concetto di capitale. Friedrich Hayek (1936) e Fritz Machlup (1935) hanno criticato Frank Knight per la definizione del capitale come amalgama omogeneo e permanente. La teoria Austriaca del capitale e il punto di vista sulla produzione come processo che richiede tempo, ha permesso agli economisti Austriaci di sviluppare una teoria delle distorsioni intertemporali indotte da un'espansione del credito non coperta da risparmio reale. La teoria Austriaca del ciclo economico non è compresa dalla Scuola di Chicago, poiché gli economisti neoclassici non hanno gli strumenti teorici necessari; strumenti che non sono in grado di sviluppare con il loro approccio metodologico.



Spiegare i boom e i bust

Di conseguenza differiscono ampiamente anche le interpretazioni della Scuola Austriaca e della Scuola di Chicago riguardo la Grande Depressione (e la Grande Recessione). La Scuola di Chicago, seguace di Milton Friedman e Anna J. Schwartz, sostiene che la gravità della Grande Depressione fu causata da errori commessi dalla Federal Reserve. Più precisamente, secondo Friedman e la Schwartz la Federal Reserve non espanse la base monetaria abbastanza velocemente durante i primi anni '30. Seguendo l'interpretazione dei Chicagoboys, Ben Bernanke (2002) ha promesso a Milton Friedman che non avrebbe commesso di nuovo lo stesso errore, il che spiega la reazione della Federal Reserve nei confronti della Grande Recessione: quantitative easing.

Al contrario, la teoria Austriaca del ciclo economico spiega che la Grande Depressione venne causata dall'espansione del credito degli anni '20. Reflazionare l'offerta di moneta, secondo il punto di vista Austriaco, disturba il riaggiustamento economico necessario, in quanto stabilizza artificialmente i vecchi investimenti improduttivi e ne stimola di nuovi. Gli Austriaci spiegano la gravità della Grande Depressione basandosi sulla dimensione dell'espansione del credito degli anni '20, sui successivi investimenti improduttivi e sugli interventi statali introdotti negli anni '30 (come lo Smoot-Hawley Tariff Act o il New Deal).

Gli economisti Austriaci non erano accecati dalla stabilità dei prezzi nei primi anni 2000. In realtà, Mises e Hayek misero in guardia contro le politiche di stabilizzazione dei prezzi acclamate da Fisher e da altri monetaristi. In tempi di crescita economica, tali politiche richiedono l'iniezione continua di nuovi capitali, fonte di distorsioni intertemporali. Grazie alla loro teoria del ciclo economico, gli Austriaci non sono stati colti di sorpresa dalla crisi finanziaria. La stessa cosa non vale per gli economisti di Chicago. Mirowski, quindi, ha torto quando afferma che la professione economica (in toto) non è riuscita a prevedere la crisi finanziaria. E' vero che nei primi anni del 2000 gli economisti neoclassici, in base al loro approccio metodologico, non hanno potuto sviluppare gli strumenti teorici necessari per comprendere i problemi insiti nell'espansione del credito. Al contrario, gli economisti Austriaci ce li avevano questi strumenti.

Un'altra area di disaccordo tra Chicago e Vienna, che Mirowski non spiega, è la politica monetaria. La maggior parte degli Austriaci favorisce l'abolizione delle banche centrali e l'introduzione di una moneta di libero mercato, come ad esempio un gold standard al 100 per cento. Gli economisti della Scuola di Chicago non vogliono affidare l'offerta di moneta al mercato, ma sono a favore di una banca centrale che emette denaro fiat. Non considerano la pianificazione centralizzata del denaro un problema, piuttosto una soluzione alla crisi del settore bancario.

Mirowski non sfiora nemmeno tutte queste differenze fondamentali. Ha ragione, invece, quando considera la banca centrale un'istituzione neoliberista. Tuttavia egli sostiene che anche il Tea Party sia fondamentalmente un gruppo neoliberista. Più avanti nel libro descrive la volontà di Ron Paul di abolire la Federal Reserve e di come segua la tradizione di Hayek, il quale è a favore di un free banking. Tuttavia Ron Paul viene affiancato al Tea Party. Il lettore ne rimane confuso. Perché l'eroe (Ron Paul) di un gruppo neoliberista (Tea Party) vuole abolire un'istituzione neoliberista (Federal Reserve)?

Siamo di fronte ad un'altra contraddizione scaturita da una mancata distinzione tra Austriaci e Chicagoboys, o neoliberisti e libertari. Se Mirowski avesse spiegato che Ron Paul è un seguace della Scuola Austriaca, il lettore non sarebbe rimasto sorpreso dalla sua opposizione nei confronti della Federal Reserve. Ma Mirowski afferma solo che Bernanke appoggia la posizione neoliberista di Milton Friedman. Non riesce a capire che i Chicagoboys e gli Austriaci si trovano su posizioni diametralmente opposte per quanto riguarda questioni fondamentali e che è sbagliato considerarli ideologicamente e metodologicamente vicini.



L'origine della confusione di Mirowski

Da dove nasce la confusione di Mirowski? Perché non fa distinzioni nette tra la scuola di Chicago e quella Austriaca?

Ci sono fondamentalmente tre ragioni che possono aver contribuito a questa confusione. In primo luogo, la Scuola Austriaca e quella di Chicago condividono molte idee riguardo il libero mercato. I membri di entrambe le scuole si oppongono al controllo dei prezzi, alla regolamentazione dei prodotti e ai servizi educativi pubblici. Eppure, come abbiamo sottolineato in precedenza, le differenze abbondano. La Scuola di Chicago favorisce le banche centrali e le leggi antitrust, mentre la Scuola Austriaca no. Se Mirowski avesse guardato alle posizioni libertarie sostenute da molti Austriaci, avrebbe compreso che la maggior parte degli Austriaci è ben distante dalle posizioni neoliberiste della Scuola di Chicago.

In secondo luogo, Hayek divenne professore presso l'Università di Chicago nel 1950. Tuttavia questo fatto non implica che fosse vicino alle idee della Scuola di Chicago. Infatti Hayek divenne professore presso il Committee of Social Thought in Chicago, perché gli economisti di Chicago si opposero alla sua nomina al dipartimento d'economia. Ciò è comprensibile, poiché Hayek era stato molto critico nei confronti dell'approccio positivista seguito dagli economisti di Chicago.

In terzo luogo, uno dei punti che possono più confondere è il Mont Pelerin Society, dove Austriaci e Chicagoboys spesso si riuniscono. A partire dalla sua fondazione nel 1947, esistevano tre scuole di pensiero principali: la Scuola Austriaca, l'Ordoliberalismo e la Scuola di Chicago. Mises e Hayek erano della Scuola Austriaca, Walter Eucken e Wilhelm Röpke erano ordoliberali, e George Stigler, Frank Knight e Milton Friedman erano della Scuola di Chicago.

Sia la Scuola di Chicago sia la Scuola Ordoliberale, possono essere classificate come neoliberiste. Si oppongono al socialismo, ma anche al Manchesterismo, cioè, si oppongono al laissez-faire del liberalismo classico. Sia gli ordoliberali, che si trovano principalmente nei paesi di lingua tedesca, sia la Scuola di Chicago, favoriscono uno stato forte per definire il quadro riguardo il mercato e la vita economica. Vogliono anche che lo stato fornisca una certa sicurezza sociale.

Fin dall'inizio c'è stata una certa tensione tra Austriaci e neoliberisti all'interno del Mont Pelerin Society. Come scrisse Mises nel 1950: "Io ho sempre più dubbi se sia possibile collaborare con l'Ordo-interventismo del Mont Pelerin Society."

Col senno di poi e dal punto di vista della Scuola Austriaca, può essere stato un errore strategico fondare un'alleanza con la Scuola di Chicago e gli altri neoliberisti all'interno del Mont Pelerin Society. Poiché Austriaci e neoliberisti stanno insieme nel Mont Pelerin Society, autori come Mirowski tendono a confondere il neoliberismo con il libertarismo, e le posizioni della Scuola di Chicago con le posizioni Austriache. Invece di trattare i neoliberisti come amici con una causa comune, gli Austriaci avrebbero potuto cavarsela meglio se avessero considerato i neoliberisti come nemici dei loro nemici; cioè del socialismo. Gli Austriaci avrebbero potuto chiarire meglio le loro differenze ideologiche e metodologiche in un Mont Pelerin Society senza Chicagoboys e senza altri neoliberisti. La maggior parte degli attacchi di Mirowski contro la professione economica di per sé, o contro il liberalismo, avrebbe perso credibilità. Di conseguenza Mirowski avrebbe dovuto indirizzare la sua critica solo contro la Scuola di Chicago ed i neoliberisti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La calma prima della tempesta: le cose si fanno più difficili — Parte 2

Mer, 03/02/2016 - 11:05
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di David Stockman


Il pericolo in agguato nei mercati degli asset rischiosi è stato succintamente catturato dal post di MarketWatch sul comportamento del mercato asiatico. Quest'ultimo ha dimostrato ancora una volta che i giocatori d'azzardo nel casinò non sono in grado di riconoscere il treno in corsa verso la recessione globale, perché sono diventati dipendenti dallo "stimolo" come modo di vita:

Martedì le azioni di Hong Kong hanno innescato un rally nella maggior parte dell'Asia, poiché gli investitori si aspettavano ulteriori stimoli da parte delle autorità cinesi, in particolare nel settore immobiliare [...]. Il rally ha fatto seguito alle letture fresche sull'economia cinese, la quale ha mostrato ulteriori segnali di rallentamento nei dati della produzione diffusi martedì (la quale) resta afflitta da un eccesso di capacità, prezzi in calo e domanda debole. Questi dati gettano qualche dubbio sulla possibilità che la seconda economia più grande del mondo possa raggiungere il suo obiettivo di crescita di circa il 7% l'anno. La banca centrale ha tagliato i tassi d'interesse per sei volte sin dallo scorso novembre.
Più stimolo dalla Cina? Questa sì che è una vera assurdità — non perché i suzerain disperati a Pechino non vogliano provarci, ma perché non possono assolutamente migliorare la capacità di guadagno delle aziende cinesi o delle azioni internazionali.

In realtà, è chiaro come il sole che la Cina ha raggiunto la condizione di "picco del debito". L'indebitamento addizionale non solo prolungherà lo schema di Ponzi, e quindi aggraverà l'eventuale crash, ma non servirà nemmeno nel breve periodo per frenare l'attuale spirale economica negativa.

Questo perché la Cina è così satura di debiti che tassi d'interesse ancora più bassi, o un'ulteriore riduzione degli obblighi di riserva delle banche, non farebbero altro che spingere un asino che non vuole bere al torrente del credito.

Vale a dire, al momento della crisi del 2008, il PIL "ufficiale" della Cina era di circa $5,000 miliardi e il suo debito complessivo nel mercato del credito era di circa $8,000 miliardi. Da allora il debito è salito a $30,000 miliardi, mentre il PIL è presumibilmente raddoppiato. Ma questo solo quando si contano le spese enormi per gli "elefanti bianchi" e gli investimenti improduttivi che vengono conteggiati come spese di capitale fisso.

Così, come minimo, la Cina ha preso in prestito $4.50 per ogni nuovo dollaro di PIL riportato, e molto di più quando parliamo di produzione di ricchezza sostenibile. Infatti, tutto è così massicciamente sovradimensionato in Cina — dagli aeroporti inutilizzati ai centri commerciali, gli appartamenti di lusso vuoti, le miniere di carbone, le acciaierie, i cementifici, gli impianti di automobili, le fattorie solari e molto, molto di più — che una maggiorazione dei prestiti e delle costruzioni non solo è assolutamente inutile; è decisamente distruttiva, perché si tradurrà in un ciclo d'aggiustamento ancor più costoso.

Cioè, aggiungerà solamente immensa pressione al ribasso sui prezzi, sulle rendite e sui profitti in Cina, assicurando in tal modo l'implosione di migliaia di miliardi di crediti in sofferenza. Cosa che, a sua volta, prolungherà la depressione delle spese in conto capitale, l'inesorabile rovescio della medaglia del credito facile che ha alimentato la baldoria degli investimenti in Cina.

In breve, il dead cat bounce registrato nelle borse asiatiche, non ha praticamente nulla a che vedere con le prospettive di una recessione globale che può essere invertita dalle banche centrali o da altre azioni fiscali dello stato. Questi mini-rally sono degli spasmi finanziari innescati dagli algoritmi e dai grafici dei robo-trader.

Ma questo è esattamente il motivo per cui le bolle alla fine scoppiano. Quando si raggiunge la condizione di picco del debito, il credito aggiuntivo non lascia mai il sistema finanziario; finanzia solamente la fase finale della speculazione a leva nei mercati secondari.

Infatti, ciò che sta accadendo ora è che la mandria di speculatori "sbavanti durante i ribassi" viene spinta in una fetta sempre più stretta di mercato. Poco tempo fa abbiamo fatto notare questa cosa in relazione al quartetto FANG:

In realtà la scorsa settimana ci ha consegnato alcuni fuochi d'artificio nei rendimenti, ma se la storia è di una qualche guida si trattava esattamente del tipo di pattern che precede un bust tonante. Vale a dire, il mercato s'è stretto intorno a quattro azioni che trattengono ancora una parvenza di salita — il quartetto FANG: Facebook, Amazon, Netflix e Google — le quali stanno succhiando tutto l'ossigeno nel casinò.

Alla fine dell'anno scorso, le azioni FANG avevano una capitalizzazione di mercato complessiva di $740 miliardi e rendimenti totali di $17.5 miliardi. Quindi un multiplo di valutazione del 42X poteva non sembrare stravagante per questa squadra di cavalli da corsa, ma quello che è successo sin da allora lo è sicuramente.

Alla chiusura della scorsa settimana, le azioni FANG sono state stimate a poco meno di $1,200 miliardi, questo significa che negli ultimi 11 mesi hanno guadagnato $450 miliardi di capitalizzazione di mercato, o il 60% in più — anche se i loro rendimenti combinati in tale periodo sono aumentati solo del 13%.
Ciò significa che le azioni FANG sono arrivate ad un PE del 60X, mentre i giocatori d'azzardo si accalcavano sugli ultimi treni in partenza.

Eppure, dopo 27 tentativi falliti di rally, il modesto rimbalzo delle ultime settimane è sicuramente l'ennesimo spasmo del toro morente.




Questa tesi, infatti, è avvalorata ancora di più dal diluvio di notizie economiche negative: l'inizio della quinta crisi in 7 anni in Giappone, le voragini del credito e dell'attività industriale in Cina, l'ennesimo tonfo del Brasile che Goldman ha descritto come una vera e propria depressione, la forte pressione sui tassi di cambio e sui mercati del credito nei mercati sviluppati, e lo spettro di una convenzione termidoriana sulla scia degli eventi terroristici a Parigi.

Infatti, come recita il vecchio adagio di Wall Street, i picchi di mercato sono un processo, non un evento. L'ennesimo picco dell'indice S&P 500, infatti, rivela esattamente questo.

Veniamo quindi a scoprire che l'elenco dei mega-titoli presenti nel grafico qui sotto, ha una capitalizzazione di mercato combinata di $3,760 miliardi. Questo è un aumento considerevole di $440 miliardi, o del 14%, sin dall'inizio del 2015.

Ma ciò che non è aumentato è l'utile netto del gruppo nel suo complesso. Nei 12 mesi terminati lo scorso settembre, hanno incassato $158 miliardi e questa è una cifra inferiore del 17% rispetto ai $190 miliardi registrati nei 12 mesi terminati il dicembre 2014.




Sì, ci sono controtendenze all'interno della suddetta lista. I guadagni di Google sono saliti di $2 miliardi, o del 14%, nel corso degli ultimi nove mesi, mentre quelli di Exxon sono scesi di $12.5 miliardi, o quasi del 40%.

Ma il punto è che gli speculatori si stanno nascondendo in un numero sempre più ristretto di questi paradisi apparentemente sicuri. A questo punto, per esempio, la capitalizzazione di mercato di Exxon è sotto solo di $50 miliardi, o del 13%, rispetto a fine anno 2014, il che significa che è ancora tradata al 18X dei suoi guadagni (i quali finiranno in un gorgo senza fondo).

Allo stesso modo, la capitalizzazione di mercato di Microsoft (MSFT) è effettivamente salita di $50 miliardi, o de 13%, a $435 miliardi. Con l'economia globale diretta verso una depressione delle spese in conto capitale, MSFT sembra un po' in ritardo nello sfoggiare un rapporto PE del 35X.

Ancora più importante, gli altri 490 titoli nell'S&P sono calati per gran parte dell'anno. La loro capitalizzazione di mercato combinata era di $15,100 miliardi alla fine dello scorso anno, ma da allora è scivolata a soli $14,600 miliardi.

E così dovrebbe essere. Il totale dell'S&P 500 è ancora tradato al 23X dei guadagni, malgrado un calo dell'11% del rendimento netto sin dal picco del terzo trimestre 2014.

Tutto questo per dire che il terzo crollo del mercato azionario di questo secolo è decisamente prossimo. L'economia globale è nel bel mezzo di una deflazione senza precedenti nelle commodity e di una depressione delle spese in conto capitale — la resa dei conti dopo 20 anni di folle stimolo monetario ed espansione del credito.

Eppure le banche centrali non sono in grado di contrastarle. Quando la FED annuncerà un aumento dei tassi dopo 84 mesi di tentennamenti, a fronte di una crescita del PIL che ha già rallentato ad appena l'1% in questo trimestre, le chiacchiere staranno a zero.

La monumentale stampa di denaro ha fallito. Presto non ci sarà posto per nascondersi — neanche nel gruppetto dei dieci titoli azionari sopracitati.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


=> Per chi si fosse perso la Prima Parte, ecco il link: http://francescosimoncelli.blogspot.it/2016/02/la-calma-prima-della-tempesta-il.html


Questo non è un mercato orso, è un dannato mercato grizzly

Mar, 02/02/2016 - 11:15
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di Bill Bonner


LONDRA – Sono le 05:30 del mattino. Siamo all'aeroporto di Londra in attesa di un volo per Dublino. Intorno a noi ci sono imprenditori che devono prendere il primo volo per l'Irlanda.

Ieri le azioni degli Stati Uniti sono riuscite a prendersi una pausa. Il Dow è salito di 282 punti – o poco meno del 2% – nonostante un'altra ondata di vendite in Cina.

Il petrolio greggio è sceso un po'. Ma continua ad essere negoziato sopra i $30 al barile.

La scorsa settimana un titolo del Wall Street Journal ha attirato la nostra attenzione: "Azioni di nuovo giù. Dov'è la FED?"

Abbiamo pensato a questa cosa più volte durante il nostro recente viaggio d'affari a Mumbai.

Siamo stati intervistati dall'Economic Times of India e da Bloomberg TV. Volevano sapere quello che stavamo facendo in India e quello che il futuro ha in serbo per i mercati mondiali.

La nostra risposta vi sarà familiare...

"Quello che sale deve scendere," abbiamo detto in molti modi diversi. "Quello che va un sacco su, va un sacco giù."

Nella mente dei giornalisti e degli economisti di alto livello, non c'è nulla di più inevitabile del su e del giù. Invece pensano che i mercati possano andare in una sola direzione – su – talvolta soggetti a battute d'arresto ed errori di politica.

E secondo loro la FED ha commesso un errore quando ha iniziato a "restringere" il credito.

"Non direste che la FED abbia anticipato un po' troppo il rialzo dei tassi... alla luce del recente declino infernale nelle azioni?", c'ha chiesto un giornalista.

"No. In primo luogo, non diremmo che l'ondata di vendite sia stata 'infernale'. Finora questo mercato orso è stato relativamente calmo. Si tratta di un panda di peluche. E la FED non ha affatto agito in anticipo. Era in estremo ritardo."

Il problema con questa risposta è che richiede troppe spiegazioni. I mezzi finanziari non hanno tempo. Vogliono lo slogan... quelli preferibilmente positivi.

Dopo un po' ci siamo calati nello spirito. Abbiamo dimenticato le sottigliezze. Abbiamo dimenticato l'ironia. Abbiamo dimenticato le conseguenze indesiderate. È lo show business.

"Non abbiamo ancora visto niente", abbiamo detto ad un intervistatore. "Questa è una nuova correzione peggiore di quella del 2008. Il mondo s'è caricato di altri $57,000 miliardi di debiti sin dal crollo della Lehman Brothers. Quindi vedremo il Dow sotto i 6,000 punti prima della fine di questa storia."

Detto tra noi... non era una previsione seria. Siamo abbastanza sicuri che il Dow scenderà in modo sostanziale. Ma non abbiamo idea del quando e di quanto in basso.

Il contesto crea contenuti. I media finanziari fanno parte del mondo dello spettacolo, in gran parte finanziato da Wall Street. Non aspettatevi commenti o analisi serie.

I commentatori sono tenuti a fornire analisi semplici e dirette... con il minor numero possibile di dettagli. Analisi enfatiche. Fiduciose. Placide.

I nostri partner editoriali a Mumbai hanno chiamato alcuni dei loro migliori clienti per una conversazione più approfondita.

Sono state sollevate le stesse questioni, ma abbiamo avuto più tempo per rispondere:

"Il problema è il debito. Ce n'è troppo. Ecco cosa succede quando si presta denaro per troppo tempo a tassi che sono troppo bassi. La gente prende in prestito per consumare... o investire in cose che in realtà non hanno senso."

"Poi non riescono a rimborsare il debito. Questo è stato il problema con il debito ipotecario subprime nel 2007 e 2008. Oggi abbiamo il debito degli studenti, il debito per le automobili, il debito societario e il debito pubblico. Il mondo ha creato $170,000 miliardi di debiti aggiuntivi nel corso degli ultimi 20 anni. Ma l'economia mondiale è cresciuta solo il 3% l'anno."

"La cosa interessante è il modo in cui questa bolla del debito ha avuto origine, con i consumatori e il settore finanziario negli Stati Uniti... poi è stata spedita agli esportatori in Cina... e dalla Cina ai suoi fornitori in Brasile e nelle altre economie emergenti."

"Ora la palla dei crediti inesigibili rimbalza da un'economia all'altra."

Abbiamo spiegato la nostra ipotesi...

"I mercati sfatano i miti. Per la terza volta in questo secolo, stanno attaccando il mito finanziario del nostro tempo: quello di un gruppo d'economisti che può avere successo laddove generazioni di banchieri centrali prima di loro hanno fallito... gestire una moneta cartacea – e un'economia mondiale – senza farsi esplodere."

"Paul Volcker ce l'ha fatta," abbiamo concesso. "Ma è accaduto quando gli Stati Uniti avevano solo una frazione del debito che hanno ora... ed è stato prima che l'economia mondiale annegasse nel debito."

"Adesso non appena arriva una grave recessione – e non ci siamo ancora arrivati ​​– tutte le banche centrali vanno nel panico e lanciano programmi di stimolo più aggressivi."

Non abbiamo detto proprio così. Ma forse dovremmo dirlo ora: questa fase – in cui le banche centrali spingono in su i prezzi degli asset con politiche sperimentali – probabilmente non è finita.

I mercati metteranno alla prova i nervi della FED. Metteranno alla prova il suo coraggio con un calo dei mercati azionari e una recessione. Poi la FED reagirà. Si tratta, dopo tutto, di un'istituzione "dipendente dai dati."

"Aspettate. Sarà emozionante. Questa è probabilmente l'unica cosa di cui possiamo essere certi. Diventerà più interessante."

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La calma prima della tempesta: il momento propizio per uscire dal casinò — Parte 1

Lun, 01/02/2016 - 11:07
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di David Stockman


Domenica notte l'azione dei mercati asiatici ci ha portato un altro avvertimento: il ciclo di deflazione globale sta accelerando. Il ferro ha rotto sotto i $40 a tonnellata per la prima volta da quando le banche centrali hanno dato il via alla baldoria del credito facile due decenni fa; quest'anno è in calo del 40% e dell'80% rispetto al suo picco 2011-2012.




Come si dice spesso, non avete ancora visto niente. Questo perché il grafico qui sopra non riflette solo un eccesso d'offerta e un eccesso d'entusiasmo nel settore del ferro, o anche un qualche tipo di super-ciclo delle commodity che ha raggiunto la fase di bust.

Invece l'implosione del prezzo del ferro è sintomatica di una malattia molto più profonda e più distruttiva. Vale a dire, riflette i monumentali investimenti improduttivi generati da due decenni d'espansione del credito dilagante e falsificazione dei prezzi del debito, entrambi i fattori scatenati dalla stampante monetaria delle banche centrali.

Sin dal 1994 il bilancio aggregato delle banche centrali del mondo s'è ampliato del 10X — passando da $2,100 miliardi a $21,000 miliardi. Questo aumento non rappresenta alcun tipo di tendenza ordinaria che è temporaneamente andata fuori controllo; rappresenta un focolaio di follia monetaria che è qualcosa di completamente nuovo.

Ciò significa che la FED, la BCE, la BOJ, la PBOC e il collettivo delle altre banche centrali minori, hanno acquistato $19,000 miliardi in titoli di stato, obbligazioni societarie, ETF e perfino singole azioni e li hanno pagati spingendo il tasto "stampare" sulle loro stampanti monetarie.

Questa espansione dei bilanci delle banche centrali, infatti, ha rappresentato il 70% dell'intero PIL mondiale sin da quando è iniziata la festa nel 1994. Ciononostante, dal punto di vista contabile questa espansione monumentale era intrinsecamente sospetta.

Questo perché il lato dell'attivo è stato moltiplicato con l'acquisizione degli asset — crediti finanziari che in origine avevano finanziato l'acquisto di beni e servizi reali.

Per contro, l'espansione dal lato delle passività è consistita in credito monetario creato dal nulla; non rappresentava valore tangibile, e soprattutto non era risparmio ottenuto dalla produzione nell'economica reale.

Detto in altro modo, le banche centrali hanno sostituito $19,000 miliardi di credito fiat a $19,000 miliardi di risparmi reali, i quali sarebbero stati necessari per finanziare debito ed equity emessi da imprese, famiglie e governi negli ultimi due decenni.

Inutile dire che questa gigantesca sostituzione ha drasticamente falsificato il prezzo del denaro e del capitale. Ha rappresentato una grande offerta d'acquisto nei mercati finanziari, la quale ha spinto i tassi di capitalizzazione a livelli profondamente sub-economici, il che significa che i rendimenti obbligazionari erano troppo bassi e i rapporti PE e i prezzi troppo alti.

Se l'economia mondiale avesse cercato d'emettere migliaia di miliardi di nuovi titoli e prestiti in assenza di questa massiccia espansione dei bilanci delle banche centrali, i tassi d'interesse sarebbero saliti alle stelle e i rapporti PE si sarebbero indeboliti, cortocircuitando così l'espansione sconsiderata della finanza di cui siamo stati testimoni.

In breve, il ritmo forsennato d'acquisto di bond statali intrapreso dalle banche centrali nel corso degli ultimi 20 anni, ha ingolfato l'economia globale con un eccesso di finanziarizzazione.

Nel caso del debito, per esempio, il rapporto d'espansione è stato quasi del 4X. Cioè, il debito mondiale totale è salito da $40,000 miliardi a $225,000 miliardi. Questo incredibile aumento da $185,000 miliardi dobbiamo paragonarlo a quello del PIL da $50,000 miliardi, il che significa che il rapporto di leva del mondo è salito a livelli senza precedenti.




L'espansione del capitale azionario sui mercati di tutto il mondo ha mostrato la stessa tendenza. La capitalizzazione globale del mercato azionario è salita di $60,000 miliardi, o ad un tasso annuo dell'11% nel corso dei due decenni fino al picco del maggio 2015. Più del doppio rispetto al tasso di crescita del 5.0% del PIL nominale, il che significa che il tasso di capitalizzazione del reddito mondiale stava salendo — anche se l'economia mondiale veniva gonfiata e deformata dalla più grande bolla del credito mai immaginata.




Al picco più recente, di conseguenza, la finanza di tutto il mondo era a $300,000 miliardi ($225,000 miliardi di debito più $75,000 miliardi di patrimonio netto) rispetto ai soli $60,000 miliardi ($40,000 miliardi di debito e $20,000 miliardi di patrimonio netto) nel 1994. Inutile dire che questo aumento del 5X ha alimentato, tra l'altro, la più grande abbuffata di spese in conto capitale che il mondo abbia mai visto.

Ma non erano sostenibili, perché il debito sottostante e l'equity erano drasticamente mispriced. Di conseguenza, ora il mondo sta annegando nella capacità in eccesso lungo tutta la catena della produzione — estrazione, trasporto, immagazzinamento, logistica, portacontainer e trasporto aereo.

Il crollo dell'estrazione mineraria in Australia e della perforazione petrolifera in Nord Dakota, quindi, non indicano solo i classici cicli delle materie prime riguardanti petrolio e acciaio. Segnano l'arrivo di quella che sarà una lunga depressione delle spese in conto capitale, la quale andrà a ridurre la domanda finale di prodotti energetici e di acciaio.




Il grafico qui sotto si propone di mostrare una prospettiva difficile per i prezzi del ferro a causa di un'ulteriore riduzione della domanda, mentre l'offerta è destinata a crescere di un altro 5% fino al 2017 a causa del completamento dei progetti già in cantiere.

Ma questo è solo il pio desiderio della stampa mainstream. Infatti tutte le principali fonti di domanda dell'acciaio sono in profonda contrazione. Il settore cantieristico mondiale sta frenando bruscamente; la costruzione delle infrastrutture industriali in Brasile, in Turchia e in tutto le economie emergenti è in caduta libera; e lo schema di Ponzi cinese, che ha generato eccessi d'investimento in condomini, produzione industriale e infrastrutture pubbliche, sta andando a gambe all'aria.

Di conseguenza la domanda globale di ferro diminuirà del 20%, e non del 2% come mostrato nel grafico. I prezzi si stanno quindi dirigendo molto più in basso, forse nella gamma dei $20 a tonnellata. Ci saranno fallimenti nelle industrie dei metalli a livello mondiale e un effetto moltiplicatore tra i settori adiacenti.




Questa implosione della domanda non può essere sanata con un altro giro di stampa monetaria da parte delle banche centrali, perché il mondo ha già raggiunto la condizione di picco del debito. Di conseguenza il ciclo globale dei profitti aziendali si sta dirigendo verso una profonda recessione — proprio come i mercati azionari stanno sperimentando uno spasmo finale basato su una manciata di titoli ancora in aumento.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


=> Cliccate qui per leggere la Parte 2.


Un sistema basato sul furto e sulla frode dev'essere terminato

Ven, 29/01/2016 - 11:05




di Francesco Simoncelli


L'ultima barriera che separa il controllo dello stato sulle vite degli individui e un duro risveglio per quanto riguarda le condizioni economiche/finanziarie, è quella rappresentata dal sistema pensionistico. La maggior parte delle persone continuerà a stare al gioco, continuerà a subire le angherie fiscali e burocratiche dello stato, continuerà a subire i furti delle banche centrali, finché gli accrediti della pensione arriveranno puntuali ogni inizio mese. In fin dei conti non è quello che succede in ogni schema di Ponzi? Nessuno vuole fare la figura dello sciocco, quindi resterà al gioco finché riuscirà ad incassare quanto più possibile e abbandonare il tavolo da gioco. I primi pensionati sono stati i vincitori. Quelli già morti sono stati vincitori. La generazione attuale, a cui fa parte anche il sottoscritto, farà parte degli sconfitti. Lo stesso discorso vale per tutti coloro che fanno affidamento sul welfare state per sopravvivere. È insostenibile. È stata una situazione insostenibile sin da quando è stata avviata per la prima volta. Quello a cui assistiamo ora è un lento deterioramento.

Non è una sorpresa quindi leggere una notizia simile. Una delle tesi che spesso sentiamo ripetere recita che i ricchi, in realtà, non hanno bisogno della pensione. Può benissimo essere tagliata, poiché non hanno bisogno di ulteriore denaro. In questo modo verrebbero rimpolpate le pensioni più basse. Inutile dire che questo sarebbe puro e semplice furto. È un default palese nei confronti di quelle persone che hanno versato enormi contributi durante la loro carriera lavorativa. Infatti la realtà dei fatti ci dice che i contributi non riescono più a sostenere il bilancio on-budget del fondo adibito al pagamento delle pensioni. Ormai è un fiume d'inchiostro rosso. Per non parlare delle passività off-budget che nemmeno vengono prese in considerazione. Questo significa che al diminuire dei contributi e della popolazione pagante, dovranno essere venduti IOU del governo (di cui è pieno il fondo delle pensioni) e questo, a sua volta, significa che lo stato dovrà accendere ulteriori prestiti per compensare questa situazione.

Può permettersi una cosa del genere l'Italia? Non credo proprio. Già quest'anno verrà aumentato il deficit di bilancio per compensare il rinvio delle clausole di stabilità, figuriamoci compensare scompensi a livello previdenziale e pensionistico. È chiaro che questa storia può finire solo in due modi: o default palese per le pensioni, o raid nei fondi pensione finché gli elettori non staccheranno la spina. In un modo o nell'altro l'era della pianificazione centrale sperimenterà un brusco risveglio.



MANCATE RIVALUTAZIONI

Parecchie persone sanno cos'è uno schema di Ponzi, ovvero, uno schema all'interno del quale a fronte di pagamenti esorbitanti coloro che vi entrano per primi vengono pagati coi soldi di coloro che entrano successivamente. Finché ci sono polli da spennare, il gioco può andare avanti. Nel settore privato abbiamo visto molti esempi riconducibili a questo tipo di schema, da Bernie Madoff al nostrano Gianfranco Lande. Tutti gli schemi di Ponzi, oltre ad una componente finanziaria, contengono una componente psicologica. Cioè, coloro che vi finiscono dentro non danno retta ai cosiddetti "messaggeri" che intendono far vedere loro la natura dell'investimento in cui si sono andati ad immischiare. Anzi spesso viene attaccato. Perché? Perché fondamentalmente le persone odiano fare la figura degli sciocchi. In uno schema di Ponzi le persone che se ne rendono conto vogliono evitare di fare la figura degli sciocchi cercando di racimolare quanto più denaro possibile prima di uscirne.

Non solo. Anche l'ideatore cade preda delle proprie menzogne. Crede che riuscirà sempre a trovare un pollo più pollo di quello precedente in modo da poter continuare ad ottenere un free ride. La storia si conclude sempre con una sentenza di tribunale e l'incarceramento dell'ideatore. Non scappa mai col bottino. Ai suoi occhi è più attraente vivere al massimo col minimo sforzo. Al di là di ciò, gli schemi di Ponzi privati si concludono sempre con truffati e imprigionati.

Le pensioni, invece, sono uno schema di Ponzi forzoso. Ovvero, lo stato costringe gli individui a contribuire ad uno schema truffaldino, spacciandosi per un agenzia assicurative il cui unico interesse è il benessere futuro del contribuente. Le cose, in realtà, non stanno così. Innanzitutto non ci sono abbastanza persone che pagano i contributi in entrata per pagare le prestazioni in uscita. Non solo questo fatto è riconducibile ad una componente demografica in diminuzione, ma anche alla qualità dei lavori, i quali, a causa delle continue ingerenze statali all'interno dell'ambiente economico, si sono spostati sempre di più verso il part-time. Le politiche fiscali e burocratiche hanno progressivamente annientato i lavori da capofamiglia, alimentando l'emersione di boom economici fasulli che non hanno fatto altro che creare posti di lavoro fasulli i quali sono stati inevitabilmente liquidati al momento del bust. Ma gli errori economici si sono accumulati, poiché le succursali degli stati, le banche centrali, sono intervenute per prevenire le salutari correzioni. Questo ha inficiato il calcolo economico degli imprenditori, i quali hanno trovato più difficile soddisfare una sana domanda di mercato e si sono visti oscurare segnali genuini di mercato. L'economia di Main Street ne sta risentendo.

Non solo questo abbassa la qualità di vita di Main Street, ma lo costringe anche ad intaccare i propri risparmi per sopravvivere. I meno fortunati si affidano all'elemosina statale del welfare state. Questo significa più spese per lo stato. Questo significa più deficit per lo stato. Questo significa più tasse per i contribuenti e pagamenti inferiori. Infatti, come riportato nel link precedente, non è un caso che quest'anno gli adeguamenti per alcune pensioni non sono scattati. Poiché l'inflazione ha fatto registrare dati numerici molto bassi, gli stati hanno deciso che non era necessario far scattare suddetti adeguamenti. Inutile ricordare che l'aggregato dei prezzi attraverso il quale viene riportato il numero dell'inflazione dei prezzi, pecca di mal aggiustamenti e sottostime radicali che ne inficiano la validità. Vi basta guardare ai prezzi relativi per giudicare voi stessi: i prezzi delle utilità aumentano, quelli della sanità aumentano, i costi della scuola aumentano, i costi degli affitti aumentano, le tasse aumentano, la burocrazia diventa sempre più opprimente, ecc. Di conseguenza i mancati aggiustamenti rappresentano un mini-default del sistema pensionistico, perché significa rompere la promessa dell'adeguamento delle pensioni all'inflazione reale. E' per questo motivo che, ad esempio, si sente spesso parlare di pensionati che faticano ad arrivare alla fine del mese.

Quindi, oltre ad essere uno schema di Ponzi forzoso, non rappresenta neanche un'assicurazione per il benessere futuro. I beneficiari, infatti, non possono recriminare alcuna rivendicazione sui versamenti affidati allo stato e il fondo che si presume debba erogare le prestazioni non è altro che un'enorme stanza piena di bond statali. Ovvero, non esiste alcun conto bancario col vostro nome sopra che si suppone contenga il totale di quanto avete versato. Il vostro denaro è già stato speso da un bel pezzo. Ma questo non accade solo in Italia, anche nel resto del mondo e soprattutto negli Stati Uniti. Gli adeguamenti negli USA sono chiamati COLA e visto che l'IPC era dell'1.5% su base annua, neanche lo zio Sam li ha concessi. Questo significa che la FED può falsificare denaro per comprare (direttamente o indirettamente) il debito dello zio Sam, e le banche commerciali che ricevono le nuove riserve si rifiutano di concedere nuovi prestiti. Questo ha fatto collassare il tasso di velocità di M1, abbassando i rischi legati a questa folle politica di stampa di denaro. Oltre al mercato obbligazionario statale, viene sovvenzionato anche il mercato dei mutui grazie alla FED che acquista MBA da società fallite come Fannie/Freddie.

I politici, quindi, ottengono un free ride. Gli elettori ottengono un free ride sui mutui. A meno che di fronte alla prossima recessione la FED non inverta la sua politica monetaria, il percorso di normalizzazione dei tassi innescherà un nuovo bust. Questo non piacerà né agli elettori né ai politici. Il motto della FED è questo: "Non agitare le acque." E' per questo che abbiamo visto solo un misero aumento di 25 punti base nei fondi federali. La FED s'è limitata ad assecondare i fallimenti emersi sin dall'estate scorsa nel settore dell'olio di scisto, e l'ha fatto aumentando lievemente il tasso nei mercati monetari. Finché la FED continuerà a far fluire denaro gratuito nelle casse di Washington non ci saranno problemi, ovvero, continuare a re-investire i proventi dei suoi investimenti (la maggior parte bond del Tesoro USA). Grazie alle banche commerciali la maggior parte del denaro creato dalla FED è rimasto parcheggiato nelle riserve in eccesso e grazie alla gigantesca bolla dell'olio di scisto alimentata dal boom del credito abilitato dalle principali banche centrali del mondo negli ultimi venti anni, l'offerta di petrolio è ai massimi contribuendo ad abbassare il prezzo di molti prodotti necessari agli individui.

Quindi, con l'aggregato dei prezzi pressoché stabile e niente adeguamenti per le pensioni, i pensionati devono imparare a vivere con meno. I loro conti bancari non fruttano niente. Non ottengono incrementi nelle loro pensioni. Così sono costretti ad intaccare i loro risparmi. Diversamente dallo stato, i pensionati non dispongono di un flusso di denaro virtualmente infinito sgorgante dalla FED.



SPENNARE LENTAMENTE ED INESORABILMENTE LA POPOLAZIONE

In questo frangente la domanda di denaro è ai massimi livelli, poiché l'incertezza all'interno dell'ambiente di mercato non può essere contrastata attraverso un calcolo economico quanto più preciso possibile a causa di segnali di mercato distorti. La politica economica della ZIRP ha annientato anche la più flebile delle possibilità di vedere un price discovery onesto, costringendo gli attori di mercato a finire sempre più spesso in errore. Non solo, ma negli ultimi 30 anni la popolazione ha creduto nel mito che una crescita economica poteva solamente avvenire attraverso un'espansione del credito. Il mondo ormai è dipendente dal credito. Ne è stato offerto così tanto sino ad ora che non se ne può fare più a meno. Le statistiche sono realizzate in funzione di tale espansione ed è per questo che la propaganda martellante mainstream continua a lamentarsi affinché le banche concedano più prestiti.

In realtà, Main Street è tornata a vivere seguendo quel saggio adagio che suggerisce agli individui di non spendere oltre i propri mezzi. La baldoria del credito facile all'inizio di questo secolo ha fatto credere all'uomo comune di poter raggiungere la luna se fosse entrato nelle bische clandestine dei mercati azionari e se avesse fatto bagordi con l'ingegneria finanziaria (es. MEW). Quegli azzardi ancora pesano sulle spalle degli individui, i quali sono tornati a spendere solo quello che incassano attraverso il loro lavoro. Ci sono debiti da ripagare. Accendere nuovi prestiti non è nelle loro priorità.




Di conseguenza il canale della trasmissione della politica monetaria a Main Steet è rotto. Ora questa gente è costretta a vivere di espedienti, ricorrendo spesso e volentieri al part-time e andando in affitto. In poche parole, sta affrontando un percorso di deleveraging dagli eccessi del passato. Qual è il problema? Le distorsioni delle banche centrali. Infatti Main Street avrebbe potuto benissimo riprendersi dal caos immobiliare di 8 anni fa, avrebbe potuto spazzare via le incertezze riguardo il futuro e avrebbe potuto ricostruire un ambiente economico genuino, se un libero mercato fosse stato lasciato operare in assenza di pastoie centrali. Sarebbe stata eliminata l'obsolescenza e sarebbero stati abbassati tutti quei prezzi gonfiati artificialmente durante il periodo euforico, permettendo l'emersione di nuove realtà in grado sobbarcarsi l'onere di migliorare gli standard di vita e il benessere degli attori di mercato. E' un processo che avrebbe richiesto tempo. Gli aggiustamenti avrebbero richiesto tanto tempo quanto sarebbero stati gli errori da cancellare. Sin dal fondo della recessione nel 2009, il vigore capitalistico di Main Street c'ha provato ma le banche centrali hanno messo i bastoni tra le ruote a tale processo, salvaguardando quelle entità protette dal loro cartello e permettendoli di scaricare i loro errori sulla collettività.

Infatti il manifesto di questa sconsideratezza sono le cosiddette riserve in eccesso parcheggiate presso le banche centrali, le quali hanno permesso la sopravvivenza artificiale di quelle entità che ne sono entrate in possesso e hanno impedito a realtà concorrenti di prendere il loro posto. Dopo il 2008, infatti, le balle di Bernanke circa una nuova depressione erano tutte infondate. Gli Stati Uniti non sono più l'economia industrializzata degli anni '30, il mondo intero non dipende più dalle loro esportazioni. Sin da allora la de-industrializzazione ha eroso la manifattura statunitense, lasciando il paese in balia del settore dei servizi. Tale settore, non avendo scorte da smaltire, subisce correzioni rapide e repentine e di certo non scaraventa una nazione in depressione. In pericolo, in realtà, c'erano entità nel mondo finanziario sistematicamente preziose per la pianificazione centrale. Non solo statunitense. Stiamo parlando a livello mondiale. Al giorno d'oggi i mercati finanziari sono un abnorme pila di cartaccia e numeri digitali dove più nessuno sa cosa è di chi e chi possiede cosa. Il risultato dell'azzardo morale degli ultimi 30 anni è proprio questo. E il sistema finanziario è estremamente vulnerabile, questo Bernanke lo sapeva bene, di conseguenza è intervenuto per far rimanere a galla istituti di credito e assicurativi che avrebbero potuto scatenare un pandemonio a livello globale.

Ciò non avrebbe riguardato solo le banche commerciali, ad esempio, ma anche gli stati e in ultima istanza le banche centrali stesse. Per questo motivo sono state messe in campo misure di politica monetaria e fiscale senza precedenti. Qui finiamo di diritto nella categoria "A cosa stavano pensando mentre lo facevano", perché in tal modo le banche centrali hanno piantato i semi della loro futura disfatta. Infatti, sebbene la maggior parte del denaro di nuova creazione sia rimasto intrappolato nelle riserve in eccesso, esso è servito come garanzia collaterale per mostrare ai mercati la presenza di liquidità in caso di margin call. Una mossa atta semplicemente a riportare fiducia nei mercati e tentare gli speculatori/investitori con denaro facile. Inutile dire come i carry trade e i front-running siano corsi veloci negli ultimi 5 anni, garantendo guadagni inattesi a tutta una serie di giocatori d'azzardo che hanno approfittato della "generosità" della FED e della BCE.

Non solo, ma la promessa dei presidenti delle banche centrali di fornire tanta liquidità quanto la situazione avrebbe ritenuto opportuno, ha creato una gigantesca offerta d'acquisto per quei titoli che sarebbero finiti nel bilancio delle banche centrali: obbligazioni statali e ABS. I prezzi di questo pattume finanziario sono schizzati alle stelle, inficiandone però i rendimenti. Sulle spalle di questa espansione del credito nei recinti finanziari, quegli zombie tenuti in vita artificialmente dalla manna monetaria delle banche centrali hanno "ampliato i loro orizzonti" iniziando a tradare nuovi asset spinti dalla fame di rendimenti alimentata dal debito a buon mercato e dalla ZIRP. Ovvero, hanno trasformato i mercati azionari di tutto il mondo in enormi bische clandestine, permettendo alle grandi aziende di guadagnare prestigio a livello economico. Ciò ha permesso loro di poter accendere nuovi prestiti portando come garanzia il loro rinnovato vigore a livello finanziario.




L'espansione del credito da parte delle banche centrali, quindi, oltre ad interessare il settore bancario commerciale e assicurativo, s'è esteso anche al settore delle grandi aziende. E dove è stata riallocata questa montagna di credito? Ma nell'ingegneria finanziaria, ovviamente, togliendo linfa vitale alla R&S e ad una conduzione aziendale in linea col sentimento del mercato. Infatti è stato proprio quest'ultimo punto l'anello mancante nella prosperità di queste aziende, perché ciò che loro sfornavano non aveva affatto una domanda di mercato genuina. Anzi, non ne aveva affatto! Di conseguenza la triade della crescita economica (avanzamento tecnologico, conoscenze, innovazione) ha lasciato il posto ad una crescita basata su falsi segnali, inondando gli azionisti con enormi guadagni inattesi e gonfiando il valore delle aziende attraverso riacquisti d'azioni proprie, fusioni & acquisizioni e LBO vari.





Nel frattempo la domanda associata a questo tipo di prestiti e alla presunta crescita economica è stata di un misero 6% del totale dei prestiti. Di conseguenza non sorprende se, a causa della fame di rendimenti scatenata dalla ZIRP e dalla riluttanza di famiglie e piccole/medie imprese ad accendere nuovi prestiti, i depositi bancari e postali ormai non pagano quasi niente. Inutile ricordare come questo significhi solamente che stiamo raggiungendo il punto di saturazione. Infatti viene da chiedersi fin dove saranno disposti a spingersi i banchieri centrali per sostenere lo status quo e fino a quando gli individui saranno disposti ad ingoiare il rospo. Per quest'ultima domanda sarebbe interessante ottenere una risposta dagli svizzeri, ad esempio, poiché la loro banca centrale sta letteralmente seguendo fin nell'oblio la politica monetaria allentata dello zio Mario, portando dapprima i tassi d'interesse di riferimento sotto lo zero e ora estendendo questa follia anche ai depositanti. Ma le campagne di QE comportano molti rischi, uno tra i più importanti è quello di una bancarotta della banca centrale stessa. Leggiamo da un documento della RBS:

Qual è il fine partita per il QE? Bilanci delle banche centrali più grandi del PIL, potenziali perdite o addirittura capitale proprio negativo. Grandi bilanci possono esporre le banche centrali a pesanti perdite. La BNS, ad esempio, ha perso CHF52 miliardi, o il 60% del patrimonio netto, nei primi sei mesi dell'anno dati i movimenti FX sfavorevoli e le diminuzioni dei prezzi nei suoi titoli obbligazionari/azionari. Come vedremo più avanti, in passato ci sono anche altre banche centrali che hanno accumulato perdite e si sono ritrovate un patrimonio netto negativo, tra cui quella del Cile, della Repubblica Ceca, del Costa Rica e della Giamaica. In teoria, le banche centrali possono assumersi le perdite e vivere con un patrimonio netto negativo, come suggerito da vice-presidente della BNS Thomas Jordan nel 2011. L'esempio della Repubblica Ceca mostra anche che le banche centrali possono talvolta risolvere una situazione di patrimonio netto negativo attraverso i rendimenti degli investimenti. Tuttavia, come suggerito dalla BCE, il capitale negativo può limitare l'indipendenza delle banche centrali. Un documento della BRI sostiene inoltre che le perdite significative potrebbero indebolire la loro credibilità, la quale è già in declino.

Secondo la BCE le banche centrali potrebbero operare con un patrimonio netto negativo, ma col rischio di pregiudicare "la credibilità della [...] politica monetaria". La banca centrale cilena e ceca sono esempi di banche centrali che hanno operato con patrimonio netto negativo per un periodo di tempo prolungato (per quanto riguarda il Cile quasi ininterrottamente sin dal 1982). Tuttavia, mentre la banca centrale ceca ha ridotto il suo patrimonio netto negativo grazie a buoni investimenti azionari, la banca centrale del Cile ha ricevuto due ricapitalizzazioni da parte del governo. Questa dipendenza dal governo mette in discussione l'indipendenza delle banche centrali.

Capitale negativo ostacolerebbe la capacità delle banche centrali di soddisfare i loro obiettivi monetari. La banca centrale del Costa Rica ha sofferto di perdite per quasi 20 anni consecutivi, e alla fine del 2000 il suo bilancio aveva un saldo negativo di capitale. Per timore della sua sostenibilità di bilancio, la banca centrale ha scelto di non abbassare il suo obiettivo d'inflazione. La Giamaica è un altro esempio. Le stime mostrano che nel 1991 aveva un patrimonio netto negativo pari a $1.5 miliardi. Grandi perdite limitavano gli strumenti a disposizione della banca. Come risultato, il paese è entrato in una fase d'iperinflazione dove l'IPC è salito oltre l'80%.

Preoccupazioni riguardo a possibili perdite potrebbero anche limitare la flessibilità della politica delle banche centrali. Secondo un documento del FMI, il mercato ha messo in dubbio la capacità della banca centrale del Giappone di continuare ad acquistare debito pubblico poiché potrebbe incorrere in perdite in conto capitale sostanziali. Secondo suddetto documento, a causa di queste preoccupazioni, la politica monetaria non ha avuto l'effetto desiderato e non è riuscita a portare i tassi d'interesse ai livelli desiderati. A gennaio 2015, la BNS ha sorpreso i mercati ponendo fine al suo programma d'acquisto di euro a causa di problemi con la svalutazione della moneta europea. Ma questo cambiamento nella politica monetaria, che ha causato un rafforzamento del franco svizzero, ha anche danneggiato le esportazioni svizzere (-3.8% anno/anno a settembre).



Quindi, lontano dal poter risolvere un problema di capitale negativo arroventando semplicemente la stampante monetaria, le banche centrali in una situazione simile o potrebbero perdere la loro indipendenza e la politica monetaria finire sotto il controllo dello stato, o forzate a prendere decisioni che altrimenti non avrebbero preso, oppure perdere la credibilità di fronte ai mercati. Ovviamente, più una banca centrale otterrà attenzioni, più nel dettaglio sarà passato al vaglio il suo bilancio. Per non parlare del tipo di asset presenti per la maggiore nel suo bilancio, ovvero, i bond del Tesoro del relativo paese. Cosa succederebbe se si trovasse ad operare con capitale negativo e finalmente si realizzerebbe che in realtà "l'imperatore è nudo"? Le uscite sarebbero prese d'assalto e investitori/speculatori farebbero a gara a chi spingerebbe più furiosamente il pulsante "vendere". E quali altre entità hanno nei loro bilanci una caterva di IOU statali? Esatto, cari lettori, i fondi pensione.



IL GRANDE DEFAULT

Ma nel mondo dell'informazione troverete sempre qualcuno disposto a spiegarvi come mai il sistema pensionistico è solido e performante. Qualcuno sarà sempre disposto a mostrare "prove" attraverso le quali cercherà di convincervi che le pensioni saranno lì ad aspettarvi quando raggiungerete l'età giusta per abbandonare il mondo del lavoro. Qual è questa età? Oggi è una, ma domani potrebbe essere un'altra. Questo significa rompere le promesse. Questo significa che il sistema che si gestisce è in default. Ma agli apologeti del sistema pensionistico attuale non interessa. Due sono le cose: o questi tipi sono dei bugiardi, o sono ignoranti dal punto di vista economico. Non esiste una terza opzione. Al limite potrebbero affermare che avrà problemi contabili, ma solo in un futuro lontano da adesso. Richiederanno interventi statali nell'immediato affinché in futuro non si debba affrontare difficoltà. Ma lo stato non fa niente. Ogni volta che leggete inviti simili nei confronti dello stato, potete star certi che si tratta di un esercizio futile e fuorviante.

Perché? Perché il sistema pensionistico è in bancarotta ora. In realtà lo è sempre stato, sin da quando è stato messo in atto la prima volta. Ma dal punto di vista dell'intellighenzia mainstream affermare ciò significherebbe essere accademicamente maleducati. È esattamente quello che voglio essere io. Se servirà a permettere ai miei lettori di prepararsi adeguatamente, allora sarò accademicamente maleducato. I fondi pensione sono pieni di asset non commerciabili, per la precisione IOU dello stato, quindi qualsiasi discussione sulla solvibilità del sistema pensionistico è essenzialmente una discussione sulla volontà dello stato di pagare gli interessi su questa cartaccia e di rimborsarli al valore nominale in caso di necessità.

Lo stato, però, è un debitore incallito e finanzia le proprie entrate attraverso deficit e tasse. Di conseguenza la solvibilità del sistema pensionistico dipende da tre fattori principali:

  1. volontà e disponibilità dei creditori (tra cui le banche centrali) di prestare denaro allo stato;
  2. volontà e disponibilità dei contribuenti di pagare i contributi;
  3. passività non finanziate.

Quest'ultimo fattore è il più importante, perché la maggior parte delle persone lo ignora completamente. Per gli Stati Uniti, ad esempio, parliamo di circa $222,000 miliardi secondo il professore della Boston University Lawrence Kotlikoff. E questo non è il valore futuro che assumeranno queste passività, si tratta del loro valore attuale. Detto in altro modo, affinché lo zio Sam non vada in bancarotta per i suoi oneri nei confronti dei pensionati, quest'anno dovrebbe avere un surplus pari a $222,000 miliardi da investire nei mercati dei capitali ad un tasso di rendimento almeno del 4% (il governo USA paga il trust fund della previdenza sociale il 4.4%) per i prossimi 75 anni. Con la propensione cronica degli stati per i deficit, non esiste modo che riescano a trovare cifre simili e ottenere rendimenti simili nei mercati di oggi sull'orlo della NIRP. Questo, ovviamente, non riguarda solo gli Stati Uniti ma ogni nazione d'occidente, Italia compresa.

Se ci aggiungete la recessione in cui sono entrati gli Stati Uniti, la stagnazione secolare dell'Europa, la pazzia monetaria del Giappone e la depressione in stile anni '30 a cui si sta affacciando la Cina, potete capire come il Grande Default stia lentamente prendendo forma. Le pensioni rappresentano solo l'ultimo tassello prima del fallimento totale della pianificazione centrale.



CONCLUSIONE

Lo schema di Ponzi forzoso delle pensioni è l'ultimo baluardo che tiene in piedi la pianificazione centrale dell'economia. Coloro che vi fanno parte cercheranno di riprendersi quanti più contributi versati durante i loro anni di lavoro. Di conseguenza sarà una lenta agonia. Boom e bust si susseguiranno, gettando nel panico le economie pianificate ma non sarà questo il fine partita reale. Finché lo stato riuscirà a tenere in piedi l'illusione del sistema pensionistico, riuscirà a tirare fuori dal cappello qualche altro trucco per far sopravvivere l'attuale sistema economico. Questa volta è stato il turno dei mancati adeguamenti all'inflazione delle pensioni. Agli occhi della maggior parte delle persone ciò non equivale ad un default del programma e ad una rottura di una promessa. Questo perché la maggior parte delle persone non sa leggere la proverbiale "scritta sul muro". Ho provveduto a metterla in evidenza per chi non l'avesse notata scrivendo questo lungo saggio sulle pensioni. Potete scaricarlo gratuitamente a questo indirizzo.

Nel frattempo è possibile schermarsi cogliendo le opportunità che offre la mancanza di lungimiranza dei pianificatori centrali. Per il breve termine, infatti, dovreste scommettere su una svalutazione dello yuan, tanto per fare un esempio. In questo modo sarà possibile barcamenarsi in un mondo in cui chi si farà trovare impreparato verrà derubato di tutto. Le pensioni, quindi, sono l'ultimo anello prima del crollo definitivo della pianificazione centrale dell'economia di mercato.

I burocrati non ammetteranno mai che il sistema pensionistico è in bancarotta. Nemmeno i politici. Nemmeno i media mainstream. Ma come definire altrimenti un sistema che non ha attivi in bilancio ed è costretto a pagare i propri conti prendendo costantemente in prestito denaro? Oltre alle tasse insufficienti in entrata, i fondi pensioni sono costretti ad intaccare la loro pila di IOU statali: devono scambiarli e usare il denaro ricevuto per pagare i loro oneri. A meno che non aumentino i contributi in entrata o le prestazioni vengano tagliate, il destino del sistema pensionistico è quello d'andare in default.


Tre e basta

Gio, 28/01/2016 - 11:15
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di James Rickards


Nell'interminabile periodo che ha preceduto l'inizio del primo ciclo di restringimento della FED in undici anni, molti analisti hanno usato la formula "uno e basta" per descrivere la politica che Janet Yellen avrebbe seguito.

L'idea alla base di questa previsione era che dopo il primo rialzo dei tassi, la FED si sarebbe fermata prima di rialzarli di nuovo. Più precisamente, la FED voleva solo effettuare il primo rialzo dei tassi e poi muoversi lentamente e con cautela.

Non è esattamente quello che è successo. La FED ha rialzato i tassi a dicembre e potrebbe prendersi una pausa al prossimo meeting del Federal Open Market Committee (FOMC) il 28 gennaio. Ciononostante la prospettiva è molto più complessa rispetto alla formula "uno e basta".

Mentre Janet Yellen è stata attenta a dire che le politiche future della FED dipenderanno dai dati e non da un programma già predefinito, in realtà è trapelato proprio un programma predefinito: si basa sulla sua previsione della crescita economica e dell'inflazione. Il ciclo di restringimento implica un target del tasso dei fondi federali: 100 punti base l'anno per tre anni (fino alla fine del 2018).

In linea con il desiderio della FED di non perturbare i mercati, è anche probabile che ogni aumento dei tassi sarà di 25 punti base, la stessa misura che usò Greenspan nel suo ciclo di restringimento tardivo dal 2004 al 2006, anche se con una lentezza maggiore.

Ci sono otto riunioni del FOMC in un anno. Quattro di queste includono conferenze stampa che sono utili per spiegare le azioni della FED. La Yellen, e prima di lei Bernanke, pone grande enfasi sulla comunicazione e la trasparenza.

Aumentare i tassi di 100 punti base l'anno con incrementi di 25 punti base dopo ognuno di questi meeting, significa quattro rialzi dei tassi l'anno.

Prendendo in considerazione questi parametri, la strategia prevista per il 2016 sarebbe un incremento di 25 punti base il 16 marzo, il 15 giugno, il 21 settembre e il 14 dicembre. Secondo la FED, questo modello potrebbe essere prolungato anche nel 2017 e nel 2018, fino a quando il tasso dei Fed Funds non raggiungerà il 3.25% a dicembre 2018.

Di conseguenza il progetto della FED è quello d'andare ben oltre un solo rialzo, sfoggiando aggressività in un contesto in cui la crescita globale sta rallentando e la deflazione sta imperversando in quattro delle più grandi economie del mondo — Stati Uniti, zona Euro, Cina e Giappone.

L'unica cosa di cui possiamo essere ragionevolmente certi è che questo non accadrà. Il percorso previsto dalla FED si basa su modelli d'interazione tra i mercati del lavoro, la crescita e l'inflazione. Questi modelli sono gravemente viziati e obsoleti.

Chi volesse le prove non deve far altro che guardare le previsioni di crescita annuali della FED: per nove anni consecutivi hanno sempre mancato il bersaglio. Credere che le previsioni della FED per il 2016 possano essere accurate, rappresenta una pia illusione.

Uno dei motivi per cui le previsioni della FED sono sballate, è la sua continua ed inutile dipendenza dalla curva di Phillips (dimostrare una relazione inversa tra disoccupazione e inflazione) e dal NAIRU (tasso naturale d'inflazione della disoccupazione).

La curva di Phillips è una candidata perfetta per un ruolo da protagonista in un film di zombie. Non importa quante volte gli accademici la uccidano, continua a tornare in vita per spaventare i decisori della politica. Ad esempio, prendete in considerazione la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80 quando gli Stati Uniti stavano sperimentando recessioni, aumenti della disoccupazione e inflazione alle stelle; un tasso d'inflazione cumulato ben oltre il 50% dal 1977 al 1981.

Il NAIRU assomiglia ad un unicorno, cioè, una creatura che può essere descritta e visualizzata, ma che non esiste in natura. Ad esempio, prendete in considerazione quante volte negli ultimi anni la FED ha spostato i suoi punti di riferimento riguardanti la disoccupazione — dal 6.5% al 5.5%, poi al 5% e ora sta prendendo in considerazione il 4.8%. Come l'unicorno, il NAIRU è sempre dietro l'angolo.

Dati gli errori di previsione della FED e la sua dipendenza da modelli sballati, dovremmo aspettarci che qualcosa andrà sicuramente storto con i suoi piani. Se si utilizza il modello sbagliato, ogni volta si otterrà il risultato sbagliato.

La FED probabilmente alzerà i tassi a marzo e a giugno 2016. La Yellen ha aspettato troppo a lungo per lanciare un ciclo di restringimento per poi chiuderlo su due piedi. In ogni caso, è raro che la FED inverta la rotta tanto facilmente e di solito favorisce lunghi periodi d'inattività tra i cambiamenti di rotta.

Entro fine estate o inizio autunno di quest'anno, la debolezza globale e, eventualmente, una recessione negli Stati Uniti saranno le storie sulla bocca di tutti. Questa recessione è già evidente a molti osservatori, ma ci vorrà più tempo affinché tale realtà venga accettata anche dalla FED.

A quel punto il corso normale della linea di politica sarebbe quello di tagliare i tassi per mitigare l'impatto del rallentamento economico. Ma un taglio dei tassi a settembre 2016 sarà politicamente impossibile, a soli 48 giorni dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

La Yellen è una liberal democratica. Ogni suo sforzo per rilanciare l'economia poco prima delle elezioni, inviterà un contraccolpo politico da parte del candidato repubblicano. La Yellen è già parte di un'indagine penale per insider trading alla FED e non ha alcun interesse ad attirare ulteriori attenzioni.

Questo significa che il primo taglio dei tassi potrebbe arrivare il 14 dicembre 2016, la prima riunione post-elettorale del FOMC.

Il massimo che la Yellen può fare a settembre per garantire un ambiente accomodante è quello d'usare la forward guidance, promettendo di non aumentare i tassi per un periodo di tempo prolungato e di rimanere "paziente" nel considerare ulteriori rialzi.

Ci sono due rischi con questa previsione. Il primo è che la recessione consegni dati talmente tetri da impedire alla FED un rialzo dei tassi a giugno. Il secondo è che la FED attui un nuovo rialzo a settembre, perché non farlo potrebbe essere visto come un segnale accomodante con ripercussioni politiche negative per la FED stessa.

Monitoreremo da vicino gli sviluppi per tenervi aggiornati. Per ora sembra che la strategia sia tre e basta.

Vi auguro il meglio,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Perché quest'affare sta colando a picco... ancora una volta!

Mer, 27/01/2016 - 11:12
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di David Stockman


George Bush, a seguito della bancarotta della Lehman, disse ad un gruppo di leader congressuali che se non avessero immediatamente approvato un piano di salvataggio per Wall Street, "quest'affare sarebbe colato a picco".

L'approvarono ciecamente. Eppure per un po' sembrò inutile.

Con la crisi che raggiunse il fondo nel primo trimestre del 2009, il patrimonio netto delle famiglie era calato da $68,000 miliardi a $55,000 miliardi, o di quasi il 20%. Un crollo del 60% nelle medie azionarie e un crollo del 35% dei prezzi delle abitazioni.

Per un attimo sembrò che i nodi della verità economica stessero venendo al pettine. Vale a dire, la speculazione rampante e la finanziarizzazione alimentata del debito che avevano generato il boom fasullo dell'era Greenspan, non potevano garantire la permanenza di quel tipo di miglioramenti negli standard di vita.

Ma questo non ha impedito l'incidente più grande e più sfortunato della storia finanziaria moderna. I consulenti alla Casa Bianca, che nel settembre 2008 consigliarono George Bush di violare il libero mercato al fine di salvarlo, hanno dimostrato molto tempo fa la loro stupidità in materia economica. Dapprima lo spronarono a fare entrare Ben Bernanke nella FED nel 2002, poi a promuoverlo presidente del Council of Economic Advisors nel 2005 e, infine, a farlo diventare capo della FED nel gennaio 2006.

Ma ecco il punto. Bernanke è un ibrido accademico delle due peggiori scuole economiche del XX secolo — lo statalismo diretto di John Maynard Keynes e lo statalismo indiretto del monetarismo di Milton Friedman.

Entrambi questi grandi teorici capirono alla rovescia le cause della Grande Depressione, e Bernanke ha raddoppiato gli errori. È possibile condensare tutta la sua esperienza circa gli anni '30 in una sola proposizione.

Vale a dire, la FED all'epoca avrebbe dovuto acquistare i $17 miliardi di titoli di stato in circolazione per fornire liquidità al sistema bancario e quindi arrestare il tonfo della produzione economica.

Ho confutato queste sciocchezze in dettaglio nel mio libro, The Great Deformation. La versione corta è che il sistema bancario crollò perché era insolvente dopo 15 anni di boom alimentato dal debito, non perché era a corto di liquidità o perché la FED era troppo avara nel fornire riserve.

Infatti i tassi d'interesse del mercato monetario a malapena superarono l'1% nel periodo 1930-1932, lasso di tempo in cui Friedman e Bernanke sostengono che la FED sia stata troppo conservatrice; e le riserve in eccesso (cioè, inattive) nel sistema bancario salirono del 15X.

Non esiste alcuna prova che a qualsiasi banca solvente, membro del Federal Reserve System, fossero stati negati prestiti a sconto o che le attività imprenditoriali di Main Street solventi che volessero più credito non potessero ottenerlo.

Invece quello che successe fu che l'espansione del credito bancario durante gli anni precedenti al crollo del 1929, venne liquidata perché non poteva essere rimborsata.

Il totale dei crediti esistenti era cresciuto da $15 miliardi a $40 miliardi durante i 15 anni precedenti, ma gran parte erano finiti in margin loan a Wall Street, speculazione immobiliare e in enormi investimenti nell'esportazione e nei beni strumentali che crollarono quando, dopo il crash, si prosciugò il finanziamento di Wall Street ai clienti esteri.

Così l'offerta di moneta M1 si ridusse di circa il 30% nel corso dei tre anni successivi al crash, perché i crediti inesigibili vennero liquidati e i depositi bancari estinti. Non era scomparsa quella cosa eterea che i keynesiani chiamano "domanda aggregata". Piuttosto fu la ricchezza fasulla del boom del credito precedente che evaporò inesorabilmente.

Inutile dire che gli eventi del 2008 non avevano nulla a che fare con ciò che accadde dopo il crollo del 1929. Allora gli Stati Uniti erano gli esportatori e i creditori del mondo, ma come in Cina oggi l'apparente prosperità di quei tempi dipendeva dal fornitore dei finanziamenti a basso costo.

Vale a dire, con l'aiuto della Federal Reserve, il sistema bancario e il mercato obbligazionario statunitense avevano fornito l'equivalente di $2,000 miliardi di oggi ai clienti esteri degli agricoltori e dei produttori americani.

Quando la bolla del mercato azionario scoppiò nell'ottobre 1929, il mercato di Wall Street del debito estero venne pietrificato, innescando una cascata di default in tutto il mondo. All'inizio del 1933 il mercato del debito estero, in forte espansione negli anni '20, era diventato il mercato dei mutui subprime di quei tempi — con i prezzi del debito in calo a meno di dieci centesimi a dollaro.

In breve tempo si avverò la famosa metafora di Warren Buffett sui bagnanti nudi che vedono esposte le loro pudenda quando la marea si ritira; emerse che i clienti dell'export statunitense avevano acceso nuovi prestiti per pagare gli interessi sui loro vecchi debiti, ma senza l'accesso al nuovo credito non avevano altra scelta che ridurre drasticamente i nuovi ordini.

Di conseguenza le esportazioni statunitensi crollarono dell'ottanta percento nel corso dei tre anni successivi al picco del 1929, lasciando bloccata l'industria statunitense con un eccesso di capacità, materie prime, beni intermedi e prodotti finiti.

Questi ultimi, per esempio, scesero da $40 miliardi a $18 miliardi e le spese in conto capitale scesero del 75% dal 1930 al 1933. Allo stesso modo, con il crollo del mercato azionario e del boom del credito facile, le vendite dei beni durevoli come le automobili, le lavatrici e le radio diminuirono del 70%.

In breve, la Grande Depressione non fu un errore evitabile come Bernanke ha dichiarato falsamente quando ha ripetuto la storia erronea di Milton Friedman; fu la conseguenza economica della bolla del credito insostenibile del 1916-1929, la quale venne gonfiata dalla FED.

Quindi Bernanke ha capito alla rovescia i fatti storici. Cioè, mentre nell'autunno del 2008 correva a Washington e gridava che la Gran Depressione 2.0 era ad un tiro di schioppo, in realtà stava diffondendo un'isteria infondata.

Il fatto è che all'epoca del bust immobiliare nel 2008, l'economia statunitense non assomigliava affatto a quella del 1929; e non c'era nemmeno un rischio remoto di quel tipo di depressione industriale avvenuta nei primi anni '30.

Questo perché dopo 20 anni di stampa di denaro targata Greenspan/Bernanke, e la sua replica da parte della Cina e del resto delle banche centrali mercantiliste nei mercati emergenti, l'economia americana è stata essenzialmente de-industrializzata. Non c'era alcun rischio che il tipo di riduzione delle spese in conto capitale e di liquidazione degli inventari avvenuti nei primi anni '30, potessero essere replicati.

Infatti, per un breve periodo di tempo, il peso dell'aggiustamento nella produzione industriale è ricaduto sulla Cina e sui mercati emergenti. Infatti la Cina e la sua catena d'approvvigionamento sono diventati gli esportatori/creditori dell'epoca attuale.

Così il post-crash ha riguardato in gran parte la Cina, poiché 100 milioni di lavoratori si sono ritrovati improvvisamente senza lavoro quando il commercio mondiale è crollato nell'autunno/inverno del 2008-2009.

Allo stesso modo, la spesa delle famiglie americane dopo la crisi del 2008 è stata sostenuta da un aumento dei trasferimenti sociali (come le indennità di disoccupazione, i buoni pasto, Medicaid/Medicare e altri programmi del welfare state) e dall'occupazione nel vasto settore dei servizi, il quale non si ferma per liquidare le scorte poiché non ne ha.

Nel corso di una recessione, la spesa delle imprese nel settore dei servizi si restringe in modo incrementale, ma non radicalmente. Gli istruttori di pilates vengono prenotati per meno ore, ma i loro studi non scompaiono come le fabbriche sature.

Inutile dire che gli Stati Uniti, diventati  dopo il settembre 2008 debitori globali, grandi importatori, terra di welfare state e zona de-industrializata, sono l'esatto opposto della loro economia negli anni '30. Ed è per questo motivo che una depressione industriale non è mai stata una possibilità.

Tanto per fare un esempio, la liquidazione degli inventari durante la Grande Depressione era stata pari ad una contrazione del PIL del 20%, ma durante la Grande Recessione è stata pari al 2%.

In realtà, come ho dimostrato anche nel mio libro The Great Deformation, la liquidazione moderata degli inventari e dei libri paga avvenuta dopo la crescita insostenibile alimentata della FED, era già finita a metà del 2009. Infatti la recessione era finita ben prima che il programma di stimolo di Obama, o il QE della FED, avessero un impatto misurabile sull'economia degli Stati Uniti.

Quindi la folle stampa di denaro di Bernanke, che ha portato il bilancio della FED dai $900 miliardi alla vigilia della crisi ai $4,500 miliardi odierni, non ha affatto sventato una presunta Grande Depressione 2.0.

Quello che ha fatto, invece, è stato gonfiare la madre di tutte le bolle finanziarie. Non solo la falsa ricchezza delle famiglie, distrutta durante l'ultima crisi, era stata già recuperata, ma è aumentata di altri $18,000 miliardi.




Inutile dire che il grafico qui sopra è il prodotto di una massiccia inflazione dei prezzi degli asset, non di aumenti negli ingredienti della ricchezza reale della società. Cioè, aumenti delle ore di lavoro degli occupati, aumenti di produttività ed energie imprenditoriali libere di scatenarsi.

Nel caso della crescita delle ore di lavoro, per esempio, non ce n'è stata alcuna.

Proprio così!

Tra il picco pre-crisi nel terzo trimestre 2007 e il trimestre più recente, la ricchezza delle famiglie misurata dalla FED è salita di $18,000 miliardi, o del 24%, ma le ore di lavoro sono aumentate meno della metà dell'uno percento.




Allo stesso modo, la produttività del lavoro è bloccata. Sin dal picco pre-crisi, la produttività aziendale non agricola è cresciuta solo del 1.1% su base annua, o semplicemente della metà rispetto al suo tasso storico del 2.3%. Inoltre negli ultimi cinque anni la produttività è cresciuta ad appena lo 0.4% annuo.

Ovviamente non c'è modo di quantificare l'attività imprenditoriale di per sé. Infatti le sue varie sfaccettature — distruzione creativa, innovazione imprenditoriale e dirompente cambiamento tecnologico — sono fondamentali per la prosperità capitalistica, proprio perché non possono essere quantificate nelle statistiche dei mulini sforna-dati dello stato.

Tuttavia Gallup è da tempo che monitora la nascita, la morte e la variazione netta delle imprese statunitensi, e questa tendenza è inequivocabile. Per molti anni i dati sono stati negativi, precipitando radicalmente dopo la crisi finanziaria; e da allora non si sono più ripresi.




Inoltre è normale che, senza aumenti negli investimenti netti reali, non ci possa essere alcun aumento della ricchezza reale. Al giorno d'oggi gli investimenti netti reali negli Stati Uniti sono diminuiti dell'otto percento rispetto al picco del 2007 e del 17% rispetto ai livelli d'inizio secolo.




Quindi come fa a crescere la ricchezza delle famiglie di $18,000 miliardi a fronte di queste tristi tendenze del mondo reale?

In una parola, con la stampante monetaria. Ma quello che è successo oggi è che Draghi ha dimostrato d'essere a corto di trucchi e la Yellen ha confessato d'essere a corto di scuse.

Sì, quest'affare sta colando a picco. E questa volta tutti i professori d'economia diventati banchieri centrali saranno incapaci d'invertire il grande tonfo.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La fine del mondo è già iniziata

Mar, 26/01/2016 - 11:15
Sebbene il titolo del seguente articolo sia un po' "catastrofico", non è poi così lontano dalla realtà. Sarà la fine del mondo per i clientelisti, per i parassiti e per gli zombie finanziari. Il loro destino è stato segnato sin da quanto è entrato in vigore il welfare state. Infatti quest'ultimo è destinato al fallimento, soprattutto a causa delle passività non finanziate che ha alle sue spalle. Lo scopo di una critica seria al welfare state dovrebbe essere articolata non solo dal punto di vista statistico, ma anche dal punto di vista filosofico e morale. Ovvero, non rubare. E' per questo che ho tradotto l'ultimo libro di Gary North, "L'economia cristiana in una lezione". Potete acquistarlo a questo indirizzo. Quando arriverà il giorno del Grande Default dovremmo essere pronti a non ricadere negli stessi errori e nel fornire a coloro confusi una spiegazione chiara e precisa del perché il welfare state ha mandato in bancarotta lo stato e del perché era fallimentare sin dall'inizio. Ci sta volendo un po' per arrivare al punto di non ritorno. Forse potrebbe volerci un decennio o due prima d'arrivare al Grande Default, ma arriverà. Dal punto di vista statistico è sicuro che arriverà e i burocrati statali non potranno fare nulla per evitarlo. E' vostro dovere, cari lettori, capire perché è giusto non ripetere i vecchi errori che c'hanno condotto fin qui. Portate pazienza, è qualcosa che arriverà; nel frattempo è opportuno diffondere le basi filosofiche e morali per dire: "No, grazie."
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di Bill Bonner


FRANCOFORTE, Germania – Non c'è molto da dire sul mercato azionario. Gli investitori stanno riguadagnando la calma.

Qualche settimana fa sembrava che fosse cominciata la fine del mondo.

Stiamo parlando, naturalmente, del mondo in cui il credito, le azioni e la reputazione della banca centrale salgono solamente.

Ma dopo un grande spavento ad agosto, gli investitori hanno recuperato la loro follia. Hanno concluso che non c'era nulla di cui preoccuparsi.

Potrebbero aver ragione. Non si sa mai. Ma la nostra ipotesi è che la fine del mondo è già iniziata... e non riescono a rendersene conto.

Sin dalla fine della seconda guerra mondiale, il credito s'è espanso negli Stati Uniti.

Inizialmente s'è trattato di un'espansione salutare. Le famiglie della classe media accendevano mutui e utilizzavano "carte ricaricabili", come Diners Club e American Express.

Poi, alla fine degli anni '50, sono arrivate le prime carte di credito. Ciò è stato accompagnato da forti aumenti del credito al consumo.

Fino agli anni '70 tutto andava bene, anche perché i salari aumentavano. E con così tante nuove tecnologie, la gente ha creduto che i salari sarebbero solamente aumentati.

Il debito non era un problema – né per la nazione né per le famiglie. Saremmo "cresciuti e in tal modo avremmo risolto tali grattacapi."

Ma negli anni '70 è iniziata una nuova e strana tendenza – e non pienamente compresa. Dopo l'aggiustamento all'inflazione, il reddito della maggior parte degli americani è drammaticamente rallentato.

Anche l'economia stava rallentando, se si fossero presi in considerazione gli effetti dell'inflazione.

In un primo momento questa tendenza era ritenuta temporanea – forse causata dalla crisi petrolifera del 1973. Ma la tendenza verso una minore crescita economica è persistita. Decennio dopo decennio, il trend di crescita del PIL è sceso. Nella maggior parte degli Stati Uniti, il PIL pro-capite ha raggiunto il picco negli anni '70 o '80.

Il lavoratore americano medio guadagna meno oggi rispetto a mezzo secolo fa (considerando le variazioni dei prezzi al consumo).

Non è la stessa cosa quando oggi si dice che una persona con un buon lavoro guadagna meno rispetto agli anni '60. Secondo i dati del Census Bureau, sin dal 1967 il salario medio aggiustato all'inflazione per gli americani nel ventile più alto dei percettori di reddito, è cresciuto di oltre il 75%. Anche le donne guadagnano molto di più.

Ma i posti di lavoro buoni sono diventati scarsi. I tassi di partecipazione al lavoro – il numero di persone che ha un lavoro, o è alla ricerca di un posto di lavoro, in percentuale delle persone in età lavorativa – sono ai livelli più bassi sin dal 1977.




Ma anche se la crescita economica e il reddito di molte persone sono rallentati, il debito (il rovescio della medaglia del credito) ha continuato a crescere.

Questa era la Fase II – la fase malsana dell'espansione del credito. Non più sostenuto da aumenti salariali su larga scala, il debito si stava espandendo al di là della capacità dell'economia – e della capacità dei mutuatari di rimborsarlo.

Questi sì che erano guai.

Potreste chiedervi come sia stato possibile. Perché i creditori avrebbero dovuto estendere il credito a persone che non potevano ripagarlo?

Risposta: c'era il trucco.

Nel 1971 il presidente Nixon ha trasformato radicalmente il sistema monetario globale. In base al sistema di Bretton Woods, il dollaro era coperto dall'oro. E le principali valute mondiali erano scambiate ad un tasso fisso col dollaro... e per estensione con l'oro.

Ciò significava una nazione che non sarebbe andata troppo lontano in quanto a debiti... soprattutto in considerazione dei suoi partner commerciali.

Le nazioni con surplus commerciali – che avevano ammassato dollari in cambio d'esportazioni verso gli Stati Uniti – potevano chiedere il rimborso dei loro dollari in oro. In questo modo l'oro lasciava le nazioni con eccessi di spese e finiva nelle nazioni creditrici.

È così che, in primo luogo, gli Stati Uniti hanno accumulato tanto oro. Francia e Gran Bretagna avevano speso più di quanto potessero permettersi durante la prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti vendevano loro cibo, armi e carburante... e chiedevano oro in cambio.

Ma negli anni '60 il vento è cambiato.

Gli Stati Uniti hanno iniziato a spendere soldi – la Great Society in patria e la guerra in Vietnam.

Gran parte della spesa per finanziare la guerra in Vietnam finì nei rami vietnamiti delle banche francesi. E quando nel 1965 il presidente Charles de Gaulle inviò la marina francese per prelevare oro per un valore di $150 milioni, venne accolto come un estraneo alla lettura di un testamento.

Infine, mentre l'oro continuava ad uscire da Fort Knox per soddisfare le richieste estere, piuttosto che onorare la promessa di rimborso Nixon cedette al panico e dichiarò bancarotta.

Da quel momento in poi chiunque fosse stato in possesso di dollari, sarebbe stato in possesso di un semplice pezzo di carta...

Tutto sarebbe andato in malora molto velocemente. Nell'aprile del 1980 il tasso annuo dell'inflazione dei prezzi al consumo era arrivato a quasi il 15%.

L'oro era salito a $800 l'oncia. Il nuovo sistema a denaro fiat di Nixon sembrava proprio avere i giorni contati – destinato a deragliare come accaduto a tutti i precedenti esperimenti con i soldi di carta.

Invece, nel 1979, il presidente Carter nominò Paul Volcker presidente della FED. Volcker fece un passo di fronte al treno in corsa e gli ordinò di fermarsi. E si fermò...

Nel gennaio del 1981 "Tall Paul" lasciò salire il tasso dei fondi federali – il tasso di rifinanziamento chiave per l'economia – non al 2%... o al 4%... o addirittura all'8%. Al 19% – e rimise il treno sui binari.

Ricordiamo ancora le urla di malcontento. Volcker stava "soffocando l'economia", dissero i politici. Stava "uccidendo i posti di lavoro", dissero i giornali. Stava causando "la peggiore recessione sin dalla Grande Depressione", dissero gli economisti.

Ma Volcker non si mosse. E quando Ronald Reagan entrò alla Casa Bianca nel 1981, lo sostenne.

Volcker, non appena venne appuntato presidente della FED, annunciò la sua intenzione d'estirpare l'inflazione dal sistema.

I prezzi delle obbligazioni – che vanno bene quando l'inflazione è bassa – sarebbero dovuti salire. Gli investitori sarebbero dovuti accorrere per cementarsi al rendimento del 10% sui decennali del Tesoro USA.

Invece i prezzi delle obbligazioni scesero... e i rendimenti aumentarono.

Allora, come oggi, la gente non s'era accorta – o non voleva crederci – che era avvenuto un cambiamento importante. Il vento nel mercato obbligazionario sarebbe cambiato dopo il 1982; infine gli investitori avrebbero compreso che si trattava di un mondo nuovo.

Volcker salvò il sistema. I rendimenti obbligazionari – e i tassi d'interesse – sono scesi sin da allora.

Peccato che abbia salvato un sistema per nulla meritevole d'essere salvato.

Non molti uomini possono resistere al fascino del denaro gratuito. Nemmeno gli americani.

Il calo dei tassi d'interesse e il dollaro di carta hanno fornito loro la possibilità d'impoverirsi – spendere soldi che non avevano guadagnato.

Hanno colto l'occasione che è stata offerta loro. Hanno preso in prestito e speso... e hanno spinto il mondo intero in avanti ad un ritmo furioso.

Ma ora quella fase è finita.

E c'è dell'altro…

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Diciamolo tutti insieme! Siamo dannatamente fregati (SDF)! Fregati!

Lun, 25/01/2016 - 11:08
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di Richard Daughty (alias The Mogambo Guru)


Ultimamente il mondo è comprensibilmente nervoso per molte cose, soprattutto quelle che riguardano l'economia...

Ad esempio, il mercato azionario sopravvalutato, il mercato obbligazionario sopravvalutato, il mercato immobiliare sopravvalutato, le banche sovraccariche, gli stati sovraccarichi, le promesse assurde degli stati, le imprese sovraccariche e i cittadini carichi di debiti, tutti finiranno per crollare in un'enorme pozza puzzolente e mostruosa di rovina totale.

Forse... pausa per riprendere fiato... a causa di qualcosa (detto sommessamente sottovoce) di spiacevole.

"Avvenimento spiacevole". E' un modo di dire vagamente sinistro, e soprattutto utile quando i figli si lamentano di qualcosa come: "E cosa ci farai se NON smetteremo di comportarci come piccoli mocciosi ritardati e avidi che vogliono nuovi cellulari e automobili più belle? Proprio come tutti i nostri amici, i cui padri non sono avari, paranoici e strambi come te, ed è per questo che ti odiamo nel caso in cui te lo stessi chiedendo."

Essendo un buon padre che cerca d'educare con amore i suoi figli a suon di grida, saprete già che quando sono piccoli i loro tempi d'attenzione risultano limitati e i loro pensieri sono troppo concreti per comprendere concetti astratti. Una volta capito questo, voi, in quanto genitori premurosi e amorevoli, potete calmarli e cavarvela dicendo semplicemente: "Silenzio!"

Ma una volta che crescono, bisogna spiegare tutto e iniziare da qui: "Che razza di deficienti!"

In quanto genitori premurosi e attenti, dovete spiegare pazientemente la situazione: "Per qualche strana ragione il vostro cervello fa acqua da tutte le parti, altrimenti capireste la necessità assoluta d'acquistare oro e argento dopo che la Federal Reserve ha creato così tanto denaro e credito... Voi imbranati ancora non avete capito che Tutta la Dannata Economia (TDE) e la metà della popolazione dipendono direttamente dalla gigantesca spesa in deficit dello stato, alimentata da una massa monetaria sempre crescente che a sua volta ha permesso la nascita di bolle mortali!"

Inoltre, cercando d'essere i migliori genitori in circolazione, potreste anche spiegare che qualora lo stato SMETTESSE d'aumentare la spesa in deficit, questo significherebbe che il leggendario moltiplicatore keynesiano ingranerà la retromarcia (attualmente equivarrebbe a cinque), e spariranno cinque dollari di spesa per ogni dollaro non creato.

Ma tornando ai principi fondamentali riguardanti lo Spiegare le Cose Ai Figli Stupidi (SCAFS), non sarebbe male tirare in ballo un po' di senso di colpa: "Perché vi divertite a mettermi in imbarazzo, più e più volte, non capendo che la stupida Cazzata della Spesa in Deficit (CSD) finisce sempre male? Ci aspetta un inferno inflazionistico per quelle cose che ci servono per sopravvivere e un inferno deflazionistico per gli asset di carta."

Infine, come colpo di grazia, bisogna fare appello alla loro avidità: "E poi l'oro e l'argento regneranno di nuovo supremi, come accade sempre, e allora potrete — gloria delle glorie! — avere tutti i soldi che vorrete! Pile e pile di soldi! Tutti per voi!"

Al giorno d'oggi, purtroppo, sono abbastanza svegli d'avere un'infarinatura (seppur minima) nella Scuola Austriaca, e quindi sanno che quei mucchi di soldi, con cui ho provato a stuzzicarli, non compreranno un tozzo di pane a causa di una mancanza di potere d'acquisto; il tutto grazie alla mostruosa emissione di liquidità e di credito supervisionata dalla Federal Reserve.

Ad esempio, date un'occhiata al caso pietoso dello Zimbabwe: ha stampato così tanto denaro in un solo decennio che la sua vecchia moneta è letteralmente inutile, e la sua economia (una volta stella splendente di tutta l'Africa) è crollata a tal punto d'avere di nuovo bisogno di aiuti esteri per impedire che i suoi cittadini muoiano di fame.

Potete capire, quindi, la mia irritazione: la mia amorevole famiglia ignora tutto questo e preferisce cibo nutriente, abiti decenti, lavatrici che non abbiano perdite, cure odontoiatriche e tutti quegli altri lussi che non posso permettermi anche se NON STESSI furiosamente acquistando oro e argento con ogni centesimo a mia disposizione, perché (diciamolo tutti insieme ora!) Siamo Dannatamente Fregati (SDF)!!! Fregati!

Bene, ora che vi ho istruito, potete rilassarvi. Sì, un giorno saremo SDF, ma forse — solo forse — non ancora! La verità terrificante è che tra stati eticamente corrotti e monete fiat, ci sono ancora un sacco di cose che loro possono fare. Molte!

Possono, come esempio estremo, creare letteralmente abbastanza denaro fiat da comprare Ogni Dannata Cosa (ODC) sul mercato. Ogni azione. Ogni bond. Ogni casa. Ogni debito. Tutto ciò di cui hanno bisogno è un venditore.

Più realisticamente, lo stato può depositare denaro fiat sui vostri conti correnti ("denaro gratis"). Può inviarvi un assegno ("rimborso fiscale anticipato") per posta, o lasciare che voi lo inseriate sulla vostra prossima dichiarazione dei redditi.

Può farvi dedurre il debito attuale dalla vostra dichiarazione dei redditi (riducendo così il vostro debito), mentre allo stesso tempo lascia che i creditori detengano un credito d'imposta del 100% per compensare la loro perdita! Tutti vincono!

In breve, non c'è niente che non possano fare. E non c'è niente che si può fare per fermarli, soprattutto ora che lo stato ha approvato leggi che gli consentono di commettere atti illegali in nome della sicurezza nazionale e/o dell'integrità dei mercati.

Quindi dov'è che sono finiti i mercati? Beh, con poteri monetari e fiscali del genere, sarebbe un gioco da ragazzi lasciare che i mercati affondino un po', si sbarazzino delle mani più deboli e riducano i prezzi degli asset da "Bolla mortale" a "Comprare come se non ci fosse un domani", consolidando gli asset recuperati dalle banche e infliggendo dolore reale sulle persone e sui loro piani di pensionamento.

Poi basterebbe solamente sedersi e attendere coloro che sbracciandosi dicono: "Qualcuno faccia qualcosa! Che lo stato faccia qualcosa!" Questa è la classica luce verde per la manipolazione dei mercati attraverso la spesa in deficit e nuove bolle, fornendo così alle industrie dei servizi finanziari/bancari l'ennessima possibilità d'imbastire l'ennesimo imbroglio da cui trarranno profitto.

Come ci si può, quindi, rifiutare di comprare oro e argento davanti alle azioni disperate di tutte le migliaia e migliaia di governi e le milioni e milioni di persone colpite? Come si può ignorare la storia?

Hahahaha! Una cosa ha sempre fallito e l'altra ha sempre vinto, e ancora avete il coraggio di domandarmi quale scegliere? Hahahaha! Ovviamente devo spiegarvelo come se foste dei bambini: zitti! Hahahaha!

Se foste più vecchi, forse avreste già comprato oro e argento, i vostri genitori sarebbero orgogliosi di voi e potreste gridare: "Whee! Questa roba dell'investire è facile!"

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Non abbiamo nulla di cui aver paura, ad eccezione dei politici venditori di paure

Ven, 22/01/2016 - 11:10
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di David Stockman


Lo scorso anno Sonya Jones è stata uccisa mentre raccoglieva mirtilli; Carla Grow è stata uccisa durante un picnic di famiglia; Megan Nickell è morta mentre giocava a palla al volo in spiaggia; e Gage McFadden ha incontrato lo stesso destino mentre giocava a Disc Golf. William Clevenger è stato colpito mentre radunava il bestiame, stesso discorso per Frankie Roberts mentre portava a passeggio il cane.

Il killer in tutti questi casi — un fulmine!

Infatti sin dall'11 settembre 2001 ci sono state più di 400 persone uccise da un fulmine in America, secondo il servizio meteorologico nazionale.

E già che ci siamo, ecco un altro paio di fatti. Negli ultimi 14 anni sul suolo americano ci sono stati solo sei civili uccisi da jihadisti terroristi. Due sono stati uccisi all'aeroporto di Los Angeles nel 2002 e quattro durante la maratona di Boston nel 2013.

Ci sono state anche cinque morti per gli attacchi all'antrace del 2001, ma probabilmente non erano opera di terroristi, così come gli eventi a Ft. Hood nel 2009 e le uccisioni nei centri militari di Chattanooga la scorsa estate. Ma la maggior parte degli americani non ha mai messo piede in una base militare e non corre alcun rischio visto che non ha accesso a tali strutture.

Sì, i fatti della scorsa settimana sono chiaramente attribuibili ad un lupo solitario/i, o a quello che la CNN ama definire "terrorismo fai da te".

Ma la cosa migliore che possono fare i 318 milioni d'americani di fronte a tale pericolo, è quella d'ignorare ogni singola parola che i politici hanno da dire in proposito.

Questo perché per il 99.99% degli americani il rischio di finire uccisi, o feriti, da un lupo solitario jihadista, è inferiore a quello d'essere colpiti da un fulmine; in verità, è inferiore alle periodiche uccisioni di massa compiute da psicopatici nati qui.

Solo negli ultimi quattro anni, 105 persone sono state uccise e 100 ferite da uccisioni non jihadiste in una dozzina di città diverse da costa a costa. Tra questi i recenti avvenimenti della clinica di Colorado Springs e al campus di Roseburg, Oregon, così come gli orribili omicidi di Charleston il giugno scorso, o la follia alla scuola elementare di Newton nel dicembre del 2012 e la macellazione al cinema di Aurora nel luglio 2012.

In totale ci sono state 26 uccisioni di massa sin dal 9/11, compresa quella al campus di Blacksburg in Virginia che ha provocato quasi 50 morti e feriti. Sono stati uccisi, o feriti, circa 425 americani nel corso di questi episodi di terrore — reati commessi prevalentemente da giovani malati spesso ostentanti un super-machismo della razza bianca o altre motivazioni dettate dall'odio.

Vorrei che entrambi i tipi di terrorismo potessero essere sradicati dalla terra — le azioni odiose di Syed Rizwan Farooks e il caos demenziale dei Dylann Storm Roofs. Ma non c'è praticamente nulla che i politici di Washington possano fare per entrambi — salvo non peggiorare la situazione cercando di bombardare, invadere e occupare quel tipo di terrorismo propugnato dai jihadisti.

Dopo tutto, non è vero che dopo due decenni di terrorismo jihadista — sia di matrice organizzata, incitata a distanza, o eseguita da lupi solitari — esso è stato alimentato dal caos imperiale di Washington? E soprattutto dalla terribile violenza militare del XXI secolo inflitta alle popolazioni musulmane del Medio Oriente?

Il fatto è che il terrorismo non è spuntato improvvisamente fuori dagli insegnamenti di una religione vecchia di 1300 anni; né da una tardiva comprensione delle nazioni in lotta nel Medio Oriente di odiare la libertà, la prosperità e la cultura materialistica dell'America.

No, il terrorismo jihadista è stato rivolto all'America solo dopo che Washington ha addestrato e armato i Mujahedeen negli anni '80, ha portato guerra in Arabia e Mesopotamia negli anni '90, e ha promosso l'anarchia tra gli stati mediorientali falliti da allora in poi.

Infatti una volta che i neocon hanno vinto le elezioni del 2000, Washington li ha falciati — Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen — con la stessa alacrità di un jihadista. Ora tutti questi stati falliti sono terreno fertile per il terrorismo, ma nessuno di loro lo era mai stato fino a quando i regime changer della Beltway non hanno promosso la propria agenda spalleggiando tiranni e dittatori assortiti in quelle terre sfortunate.

Probabilmente non c'è miglior esempio di ciò del fatto che negli ultimi mesi la città natale di Gheddafi, Sirte, è diventata la seconda capitale dell'ISIS; o che il cosiddetto "governo" a Baghdad non riesce neanche a tenere la città natale di Saddam, Tikrit.

Né lo Stato Islamico rappresenta qualcosa di nuovo o più minaccioso per gli Stati Uniti di quanto non fosse al-Qaeda nel suo massimo splendore. L'unico motivo per cui può persino atteggiarsi a "stato" è dovuto ai doni infiniti di Washington e dei suoi alleati.

Cioè, lo Stato Islamico è riuscito ad occupare una stretta striscia desolata di polvere, i villaggi impoveriti sull'Eufrate in Siria, la distesa di deserto occidentale dell'Iraq, i paesi in frantumi della provincia di Anbar e Mosul, raccogliendo tutte le migliori armi che il Pentagono s'era lasciato alle spalle dopo che Washington aveva "liberato" l'Iraq; inoltre lo Stato Islamico ha aumentato la sua potenza di fuoco attraverso l'integrazione forzata, o volontaria, dei cosiddetti "moderati" in Siria, i quali avevano accesso alle migliori armi americane fornite dalla CIA, dall'Arabia Saudita, dal Qatar e dai vari mercanti d'armi e contrabbandieri della regione.

Inoltre la brutale tirannia dello Stato Islamico non durerebbe più di qualche mese senza i proventi del petrolio che viene contrabbandato in bella vista attraverso l'alleato della NATO: la Turchia, con l'intermediazione della società commerciale della famiglia Erdogan.

L'idea che questo cripto-stato possa effettivamente sostenersi chiedendo riscatti, vendendo le donne e riscuotendo tasse su un'attività economica praticamente inesistente all'interno dei suoi confini, è pura finzione spacciata da Washington. Sigillate il confine con la Turchia e l'ISIS avrà i giorni contati.

Inoltre la Turchia, sebbene non possieda la più grande organizzazione militare tra le forze NATO con i suoi 500,000 militari, 1,000 aerei e 3,000 carri armati, non è incapace di sigillare i suoi confini. In particolare quello a nord-est controllato dai curdi è un suk a cielo aperto per il transito di petrolio, armi e guerriglieri solo perché Washington e l'occidente hanno dato il via libera alla campagna per rovesciare il governo siriano.

Se il nostro ben intenzionato, ma inetto, Presidente volesse davvero "eliminare" lo Stato Islamico, non dovrebbe far altro che siglare la pace con Damasco; e poi dire ad Erdogan di zompettare di nuovo a nord del suo confine e isolarlo, o altrimenti essere espulso dalla NATO.

Questo riuscirebbe a fermare l'ISIS più di tutti i bombardamenti di questo mondo, presenti e futuri.

Washington potrebbe fare altre tre cose per ridurre ulteriormente il rischio già marginale di attacchi terroristici in patria. In primo luogo, fermare i bombardamenti e smobilitare le truppe americane in Iraq e in Siria. Nessuno ci vuole lì — neanche i nostri cosiddetti alleati e vassalli.

La scorsa settimana il nostro guerrafondaio in carriera che dirige il DOD, Ashton Carter, ha detto che avrebbe dato l'approvazione per mobilitare altre forze speciali in Iraq. Le milizie irachene hanno subito detto che li avrebbero cacciati via, e il primo ministro fantoccio insediato di recente da Washington a Baghdad, ha pubblicamente detto: "No, grazie".

E poi durante il fine settimana, lo stesso governo di Baghdad ha minacciato di chiedere l'aiuto delle forze russe per espellere dal proprio territorio le truppe turco-NATO indesiderate. Tanto per chiarire, si tratta dello stesso governo turco che è alleato con le autorità curde a Erbil, ma che sta facendo guerra alle milizie curde a nord della Siria che secondo Washington sono l'unica forza efficace sul terreno contro l'ISIS.

C'è davvero bisogno di un manoscritto in più volumi per districare i secoli di storia settaria, etnica, tribale e politica incorporati nelle terre che secondo Washington possono essere pacificate con missili cruise e bombardieri d'alta quota.

In secondo luogo, Washington potrebbe riconoscere che non esiste una coalizione dei volenterosi. L'Arabia Saudita e il Qatar sono in Siria non per sconfiggere l'ISIS, ma per segnare una vittoria settaria e politica contro Assad e i suoi alleati della Mezzaluna iraniano-sciita; e per assicurarsi i diritti sui gasdotti a cui Assad e i suoi sostenitori russi si oppongono.

Ecco il punto. Non c'è mai stato un singolo attacco sciita — organizzato o ispirato — sul suolo americano. Il terrorismo jihadista è essenzialmente un veleno derivante dal mondo wahhabita-sunnita — vale a dire, in Arabia Saudita.

Il modo per combattere questa particolare maledizione è quello di ritirare la Quinta Flotta dal Golfo Persico. La soluzione per i prezzi elevati del petrolio è solo una: prezzi elevati e un mercato globale, come è stato dimostrato dal crollo del cosiddetto cartello dell'OPEC in risposta all'ondata di scisti, sabbie bituminose, petrolio a grosse profondità e alternative ai carburanti fossili.

Infatti si da il caso che le province pingui di petrolio lungo il Golfo Persico, siano abitate sia da sciiti che da sunniti.

Quindi se i governanti corrotti, tirannici e insaziabilmente avidi della Casa di Saud fossero costretti a svignarsela a Ginevra sui loro 747, i loro odiosi chierici wahhabiti verrebbero condannati ad una vita di silente clausura; non sarebbero più influenti grazie alle rendite petrolifere di Riyadh.

Infine, se Obama volesse davvero rendere più sicura San Bernardino, infarcirebbe i suoi ultimi 400 giorni di mandato con un po' di grinta e direbbe al Partito della Guerra di Washington che la sua campagna contro Assad e la cosiddetta Mezzaluna sciita è finita.

Con il confine turco sigillato a nord, l'alleanza tra Iran, Iraq sciita, il governo alawita di Damasco, Hezbollah e il loro alleato russo, farebbe piazza pulita dei barbari sunniti medievali residenti lungo la valle dell'Eufrate.

Alla fine, il cosiddetto braccio principale di reclutamento dello Stato Islamico non è la sua perversione sanguinosa dell'Islam, ma i bombardamenti della US Air Force; e i combattenti che addestra non sono motivati dal fanatismo religioso, ma dai profitti petroliferi. Fermate i bombardamenti e il reclutamento si fermerà; tagliate i profitti petroliferi e i suoi combattenti svaniranno progressivamente proprio come fanno tutti i soldati non pagati da tempo immemore.

Il discorso di Obama di domenica sera era soprattutto un tentativo di placare il Partito della Guerra e i politici rabbiosi che banchettavano con le sue menzogne e le sue depredazioni. Ma almeno verso la fine ha fatto uno sforzo dicendo quello che non possiamo fare.

Ha detto che Washington non può invadere quei territori e la nazione non può buttare via le sue libertà in un attacco d'islamofobia ed isteria per il terrorismo. Forse il capo della Homeland Security non ha sentito il discorso. Ha detto Jeh Johnson:

Ci siamo spostati in una nuova fase della minaccia terroristica globale, e la stessa cosa vale anche per i nostri sforzi per la sicurezza nazionale. I terroristi hanno tentato di attaccare la nostra patria [...]. Ciò richiede un approccio completamente nuovo, a mio avviso.
In realtà il loro modo di diminuire la minaccia del terrorismo che oggi affronta la nazione, non fa altro che aumentarlo. Non pensano minimamente a fermare gli interventi imperiali di Washington che causano evidenti vendette.

C'è anche un'altra cosa che si potrebbe fare. Potremmo riconoscere che l'America è un campo armato; che questa sfortunata condizione contribuisce alla paura del terrorismo e alla violenza sfrenata che pervade la terra; che il feticismo della destra per il Secondo Emendamento ha ben poco a che fare con la libertà; e che la nazione starebbe molto meglio senza il suo culto febbrile delle armi.

Secondo le ultime stime negli Stati Uniti ci sono 300 milioni di armi in mani private — 114 milioni di pistole, 110 milioni di fucili, 86 milioni di fucili da caccia e qualche milione di armi d'assalto militari. Questo significa che circa il 40% di tutte le pistole non militari registrate nel mondo, si trova nelle mani del 4% della popolazione del pianeta.

No, questo enorme arsenale non è per la caccia — probabilmente non ci sono neanche così tante anatre, fagiani, conigli e cervi in America. E non si tratta nemmeno di difesa delle persone e della proprietà.

Nel contempo l'esistenza di questo arsenale non giustifica gli psicopatici, i razzisti e i dementi che sono responsabili di terrorismo non jihadista e delle varie uccisioni di massa. Lo alimentano, ma sono i malati i veri responsabili.

Purtroppo ora abbiamo una cultura delle armi così endemica e un arsenale così immenso che nessuna ulteriore legge sul controllo delle armi potrebbe fare alcuna differenza. È una causa senza speranza.

Alla fine il pericolo più grande per la patria è l'isteria anti-terrorismo fomentata dai politici nazionali. Sono i Donald Trump e i suoi imitatori che minacciano le nostre libertà costituzionali di parola, di riunione, di religione, di proprietà e di un giusto processo.

Sono loro che non comprendono la follia d'armare ulteriormente la popolazione nazionale per lottare contro le barbarie estere scatenate dalla macchina da guerra di Washington. La critica della sinistra al Secondo Emendamento è banale al confronto.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Perché gli amanti dello stato odiano Uber

Gio, 21/01/2016 - 11:14

Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.

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di Gary North


La regolamentazione statale delle strade di Londra risale al 1635. Iniziò sotto il re Carlo I, il quale era un tiranno e la cui vita finì sul patibolo nel 1649.

Carlo decise che le strade erano troppo affollate a Londra, e quello di cui la città aveva bisogno era il controllo statale sul numero di vetture. Questa tradizione s'è estesa fino ad oggi. Nelle principali città lo stato regola l'offerta di taxi, e il risultato è stato un aumento dei prezzi e il peggioramento del servizio. La regolamentazione statale ha creato un oligopolio delle imprese di taxi, le quali utilizzano il potere dello stato per estrarre maggiore ricchezza dalle persone che vogliono usufruire del loro servizio.

Questo assetto di cose, naturalmente, viene lodato da coloro che credono che lo stato debba essere chiamato in causa per regolare le nostre vite. Di recente mi sono imbattuto in un articolo scritto da un individuo simile. È stato pubblicato su un sito dedicato alla regolamentazione internazionale delle economie del mondo: www.theglobalist.com. Il sito non spiega come questo possa essere fatto senza un governo mondiale con il potere d'imporre le sue regole. L'articolo è intitolato: "Rethinking the Uber Vs. Taxi Battle: How Uber could be part of the solution (instead of embroiled in controversy)". Il presupposto è che Uber non sia la soluzione.

L'autore ha scritto un libro di prossima pubblicazione. Il titolo dice tutto: Raw Deal: How the "Uber Economy" and Runaway Capitalism Are Screwing American Workers. Vi siete fatti un'idea. Odia il libero mercato. Odia Uber perché sta facendo un profitto a scapito dei politici e del loro oligopolio, l'industria dei taxi.



GRATIS PER TUTTI

Inizia a descrivere il libero mercato come un posto in cui tutto è gratuito. In realtà, è lo stato che fa questa promessa: strade senza pedaggi costruite con i soldi delle tasse. Come per tutte le imprese finanziate dallo stato, vi è una maggiore domanda rispetto all'offerta quando il costo scende a zero. Questa è nota come la tragedia dei beni comuni. È il risultato inevitabile della politica statale quando fornisce qualcosa di gratuito per tutti. Nel 1973 ho scritto un articolo su questo argomento: "The Free-for-All Society." È breve. Potete leggerlo qui.

Tuttavia, questa storia mostra anche che molti di questi regolamenti sono stati emanati per buone ragioni. Dovrebbero essere condotti alcuni studi specifici per capire le cause del recente aumento della congestione del traffico a San Francisco, a New York e altrove.

Ciò porterebbe ad intuizioni più definitive su quanto il ride-sharing possa contribuire alla congestione -- o quanto di ciò possa essere il risultato atteso da un'economia in crescita.

Guardando indietro ai fatti storici, quello che spesso ha chiamato in causa interventi normativi è stata la proliferazione e il conseguente caos di una maggiore presenza di veicoli sulla strada.

Con la popolarità del ride-sharing, non è difficile immaginare come questo nuovo servizio possa tradursi, città dopo città, in un'abbondanza di vetture, scarsa sicurezza e inadeguata tutela dei consumatori.
Ah, sì: "tutela dei consumatori inadeguata." Protezione fornita da chi? Dallo stato. Questo produce sempre oligopoli, prezzi più alti e servizi scadenti. Tale protezione è un racket.

Questa è la critica standard alla libertà: gratis per tutti. Ci viene detto che il sistema profitti/perdite produce il caos. Ci viene detto che è necessario lo stato per portare ordine. Per avere ordine, stabilità ed equità, ci dev'essere un agente statale con un distintivo e una pistola. Poi la deve puntare contro il fornitore di un servizio a prezzi competitivi e dire: "Questo è illegale. Non farlo più."

La storia dei servizi livrei ci mostra come sia importante considerare le nostre strade un servizio pubblico, con le metropolitane, gli autobus, i taxi e ora i veicoli del ride-sharing uniti insieme in un sistema di trasporto da cui dipende la popolazione.

Negli spazi urbani densi, le diverse componenti del sistema di trasporto devono essere coordinate.

Dev'esserci un equilibrio di "convenienze concorrenti", con il bene pubblico tenuto in prima linea in queste discussioni -- invece di concentrarsi su quali aziende vinceranno nella battaglia tra Uber, Lyft e Big Taxi. Concentrarsi su tale questione significa farsi sfuggire l'importanza del quadro generale.
Ha deplorato la terribile situazione della congestione. Ha deplorato il fatto che, laddove il libero mercato viene autorizzato a fornire servizi di trasporto, le strade sono intasate. È tutta colpa del libero mercato, il quale permette a chiunque d'aprire un'attività come tassista, cosa che porta a lunghe ore di traffico.

Egli non precisa come questa situazione possa essere risolta. Non ha una soluzione specifica. Ma sa questo: lo stato deve fare qualcosa.  E qualcosa sarà fatto: una fusione tra Uber e corse finanziate con le tasse.

Sarebbe terribile, ha detto, se fosse permesso a pulmini di condurre più persone esattamente dove vogliono andare, perché questo indebolirebbe le linee degli autobus urbani. Non possiamo permetterlo.

Abbiamo bisogno del "giusto mix" tra libertà e tirannia.

Se le aziende di ride-sharing iniziano ad offrire pulmini che vanno su e giù lungo le tratte più frequentate e più redditizie, distruggerebbero le entrate del trasporto pubblico.

Le metropolitane, gli autobus, le automobili personali, i camion, i taxi e i veicoli di ride-sharing on-demand formano un sistema di trasporto per lo spostamento delle persone e delle merci da un luogo all'altro.

Ottenere il giusto mix di queste diverse opzioni, in particolare nelle aree urbane affollate, può fare la differenza: avere mezzi di trasporto efficienti ed eco-sostenibili, o avere una congestione perenne di veicoli.
Per secoli i funzionari statali ci hanno promesso il giusto mix tra libertà e tirannia, ma non hanno mai fatto la scelta giusta. Se invece l'avessero fatta, ora non avremmo servizi come Uber.

È a Londra che possiamo vedere tutta la disperazione dell'oligopolio dei taxi. Hanno convinto i politici a prendere in considerazione nuove norme nei confronti di Uber. Se tali norme verranno approvate, Uber non potrà accettare alcun cliente prima che siano passati cinque minuti dalla chiamata. Ad Uber non sarà consentito inviare la posizione di una sua vettura sul cellulare del cliente. Questo perché la vettura potrebbe essere nelle vicinanze. Ciò è considerato intollerabile dai tassisti.

I politici e i tassisti pensano di poter ingannare la popolazione. Pensano che gli elettori che utilizzano Uber non lo capiscano. Questa non è tutela dei consumatori, è invece protezione di un oligopolio. Uber può informare i propri clienti di tali regole. L'ha già fatto.

Mi piace citare Joe Louis su Billy Conn. "Può correre, ma non può nascondersi."



CONCLUSIONE

L'eredità di Carlo I è sopravvissuta fino ai giorni nostri: la regolamentazione dettagliata delle nostre vite.

Passo dopo passo la tecnologia sta respingendo questi regolamenti. Passo dopo passo i consumatori stanno cominciando a riaffermare la propria autorità. Passo dopo passo l'estensione della libertà sta infliggendo colpi apoplettici al pensiero dei difensori di Carlo I e delle sue migliaia di eredi. Per queste persone il mondo intero è come un chiodo, e loro dispongono del martello statale. Secondo loro ogni problema ha la stessa soluzione: una maggiore regolamentazione da parte dello stato, e maggiori sanzioni negative nei confronti di coloro che partecipano allo scambio volontario.

Per 150 anni l'hanno passata liscia dal punto di vista intellettuale. Le scuole pubbliche finanziate con le tasse hanno concesso loro questo vantaggio. Ma ora non potranno più goderne. Internet fornisce tecnologie di liberazione. Le persone stanno riguadagnando il loro potere di scelta.

Chi si oppone a questo potere di scelta da parte del consumatore, lo fa in nome del potere statale. Ma convincono sempre meno persone. La popolazione sta diventando consapevole del fatto che ci sono alternative alla regolamentazione statale. Gli imprenditori in cerca di profitto e i clienti in cerca di benefici si stanno unendo grazie ad Internet, che non è controllato dallo stato. È iniziata una nuova era di libertà, e i difensori degli eredi spirituali di re Carlo I sono ora sulla difensiva.

Pensate ad Internet come ad un patibolo. Uno dopo l'altro, regolamento dopo regolamento, Internet sta decapitando questi piccoli tiranni. La concorrenza dei prezzi è la lama.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il ciclo della finanza delle bolle: quello che la scuola keynesiana non arriva a capire — Parte 2

Mer, 20/01/2016 - 11:08
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di David Stockman


Nella Parte 1 abbiamo dimostrato che una spiralizzazione di salari e prezzi precedeva sempre una recessione durante l'era della politica monetaria "Tocco Leggero" (1951-1985). Questo succedeva perché la FED era perennemente costretta a spingere i freni monetari per raffreddare un'economia surriscaldata.

Così facendo, prosciugava le riserve dal sistema bancario, causando una brusca interruzione del credito alle famiglie e alle imprese. Il forte calo conseguente nelle spese in conto capitale delle imprese, nei beni durevoli e nei mutui, provocava una breve battuta d'arresto nell'attività economica aggregata.

Tale discontinuità, il relativo tasso di disoccupazione e la perdita della produzione, erano del tutto inutili e non erano affatto una conseguenza naturale del libero mercato.

In un sistema con tassi d'interesse di libero mercato, infatti, il meccanismo dei prezzi per il credito avrebbe funzionato in modo molto più regolare e continuo, il che significa che il boom del credito sarebbe stato stroncato sul nascere. Tassi flessibili nel mercato monetario e curve dei rendimenti in continuo cambiamento, avrebbero soffocato l'indebitamento insostenibile e avrebbero indotto un aumento del risparmio privato grazie a premi più elevati per il differimento della spesa presente.

Di conseguenza le recessioni dell'era monetaria "Tocco Leggero" erano principalmente un fenomeno "correttivo" che rifletteva la pulizia di quelle attività economiche improduttive nate grazie all'intervento monetario. Cioè, l'economia "stop & go" criticata dai sostenitori di una moneta sonante, era influenzata dal settore bancario centrale e dalla sua manipolazione del prezzo del denaro e del flusso e riflusso del credito.

Durante i boom inflazionistici alimentati dal credito bancario, le aziende tendevano a sovra-investire negli asset a reddito fisso e negli inventari ed a sovra-assumere in base al presupposto che i bei tempi sarebbero continuati indefinitamente. Ma quando la banca centrale era costretta a togliere il piede dall'acceleratore monetario (es. rifornire il sistema bancario commerciale di riserve di credito fiat) ed a spingere i freni, le imprese dovevano per forza di cose cancellare gli eccessi precedenti.

Il boom del 1972-1973 e la recessione successiva, sono stati un caso da manuale. Ma è essenziale ricordare che tutto è avvenuto a causa del boom monetario alimentato dall'Eccles Building, e non come conseguenza di un complotto nefasto del cartello dell'OPEC o addirittura di una "carenza di petrolio".

Il problema non era una carenza di petrolio, ma una marea di credito fiat e relative spese. Infatti, durante i 24 mesi dopo l'agosto 1971, la FED sotto Arthur Burns alimentò una pesante espansione del credito bancario. Questa tempesta monetaria, composta da $200 miliardi di nuovi prestiti bancari e pari ad un incredibile 20% del PIL dell'epoca, rappresentò un tasso di crescita del credito senza precedenti — superato solo dai suzerain rossi di Pechino dopo il crollo del commercio mondiale nell'autunno del 2008.

In ogni caso, l'economia globale raggiunse un ritmo rovente d'espansione nel 1972-1974, che per lo più era dovuto alla locomotiva del credito Nixon-Burns e al boom di spesa dell'economia statunitense.

Ad esempio, le importazioni non petrolifere degli Stati Uniti aumentarono del 15% nel primo anno dopo Camp David e poi accelerarono al 22% nel 1973 e al 28% nei 12 mesi terminanti l'agosto 1974. Questi giganteschi aumenti nei beni importati erano letteralmente fuori scala, e ben oltre la capacità dell'offerta del mercato mondiale.

La domanda rovente statunitense innescò boom di produzione in tutto il mondo, facendo aumentare l'operatività delle industrie e le capacità degli inventari.

Quindi fu una tempesta di denaro e credito che generò la prima bolla delle commodity dopo il 1971, non il cartello dell'OPEC. Infatti se il problema fosse stato solo la manipolazione del prezzo da parte del cartello del petrolio — e il prezzo del greggio aumentò da $1.40 al barile a $13 durante questo periodo — non potremmo spiegare le decine di boom paralleli nello stesso arco di tempo di 2-3 anni.

Vale a dire, non vi sono prove di un accordo di cartello nei mercati del riso, del rame, della pancetta di maiale, del ferro e del sego industriale, per esempio. Eppure, tra il 1971 e il 1974, il riso passò da $10 a $30 al quintale, mentre la pancetta di maiale triplicò di prezzo da $0.30 per libbra a $1.

Analogamente il costo di una tonnellata d'acciaio salì da $40 a $140; lo stagno saltò da $2 a $5 per libbra; e il prezzo del caffè aumentò di quasi otto volte, da 42 centesimi a $3.20 per libbra. Anche il sego industriale prese un vento di poppa, passando da 6 centesimi a 20 centesimi per libbra, e più o meno lo stesso ordine di grandezza lo vedemmo per il prezzo del grano, del rame, del cotone, del piombo, del legname e della soia.

In ogni caso, quando Nixon percorse il suo viale del tramonto lungo il Watergate, il presidente della FED Arthur Burns — che per una questione di fede era un falco nei confronti dell'inflazione, nonostante si fosse comportato come un pusillanime quando pressato da Nixon — rinsavì e spinse i freni monetari.

Di conseguenza s'arrestò la crescita a doppia cifra del credito bancario sopra descritta. Crebbe solo dell'1.2% nel 1975.

All'epoca la recessione risultante venne descritta come la più profonda sin dal 1930, ma non c'erano molti parallelismi. La costruzione degli immobili subì un ridimensionamento acuto a causa del prosciugamento del credito ipotecario e diminuì moderatamente anche la spesa delle imprese per gli investimenti.

Eppure la componente principale dell'economia statunitense — la spesa dei consumatori che già allora rappresentava i due terzi del PIL — non mostrò alcuna riduzione.

Come ho spiegato meglio in The Great Deformation, il calo in termini reali è stato solo dello 0.7%.

Questa non era certo roba da depressione, e non si avvicinava nemmeno al calo del 20% dei consumi delle famiglie avvenuto durante la Grande Depressione. Invece il cuore della crisi 1974-1975 era la liquidazione delle scorte industriali e commerciali, le quali rappresentavano i due terzi del calo del PIL reale.

Inoltre tale fatto seguiva esattamente il tipo di boom inflazionistico che era stato reso possibile dalla distruzione di Bretton Woods.

Vale a dire, nel 1972-1973 il drastico aumento dei prezzi mondiali delle commodity discusso sopra, portò ad una corsa da parte delle imprese per acquistare e accumulare scorte di materie prime, componenti e prodotti finiti prima che i prezzi aumentassero ancora di più.

Questo acquisto anticipato di scorte era al centro del ciclo boom/bust post-Camp David.

Quando l'espansione monetaria terminò alla fine del 1974 e si placarono le pressioni sui prezzi, le imprese si sbarazzarono di suddette scorte durante la fase di correzione successiva.

Di conseguenza ciò che viene ricordato come un profondo declino del 3% del PIL reale durante il ciclo di recessione 1973-1975, fu solo un calo dell'1% sulla base delle vendite finali. Tutto il resto rifletteva lo smaltimento di quelle che erano scorte in eccesso.

Detto in altro modo, i numeri del PIL nel 1972-1973 s'erano gonfiati a causa della produzione in eccesso di scorte, e quindi le cifre nei due anni successivi riflettevano la loro liquidazione.

Questa prova piuttosto convincente che la politica monetaria inflazionistica non aumenta la crescita di lungo termine, ma destabilizza solo il ciclo delle scorte, non è mai stata compresa dai decisori della linea di politica.

Infatti quando la crisi ruppe il ciclo della speculazione sulle materie prime e fece scendere temporaneamente il tasso dell'IPC sotto il 5%, Burns e la Casa Bianca fecero la cosa sbagliata: lanciarono un nuovo ciclo di "stimolo" e presto riaccesero un'inflazione ancor più virulenta.

Infatti dopo aver frenato nel 1975 a causa del drenaggio delle riserve dal sistema bancario, il credito bancario aumentò del 10% nel 1976 e poi del 15% nel 1978 e 1979. Alla fine la spiralizzazione di salari e prezzi andò fuori giri ancora una volta.

Alla fine Paul Volcker dovette domare l'inflazione a due cifre che nacque dall'accelerazione del credito dell'accoppiata Burns/Miller.

E mentre Volcker mostrava notevole finezza e coraggio nel rifiutare di "accomodare" la spirale inflazionistica con iniezioni di riserva monetarie — peccato principale di Burns durante il 1973-1974 — riuscì soltanto a smorzare la spirale inflazionistica; non pose fine al ciclo "stop & go" dell'era monetaria "Tocco Leggero".

Questo merito è da attribuire ad Alan Greenspan, ma non in senso buono. Quando Deng scoprì la stampante monetaria nel seminterrato della PBOC e scaraventò la sua nazione in un modello di crescita mercantilista alimentato dal credito, fu lui, e non i discepoli di Milton Friedman, che ruppe la spiralizzazione di salari e prezzi che aveva plasmato il ciclo economico e il comportamento reattivo della FED durante l'era della politica monetaria "Tocco Leggero".

In una parola, Deng svuotò le risaie cinesi dai suoi lavoratori e li diede in pasto ad una macchina industriale dedita all'esportazione, la quale venne messa in piedi dai capitali a basso costo sfornati dalla stampante monetaria cinese.

A quel tempo l'alluvione di merci a basso costo sul mercato mondiale venne chiamato il "prezzo cinese". Divenne ben presto l'oggetto degli attacchi velenosi dei soliti industriali, sindacalisti e protezionisti, i quali assistevano ad un costante outsourcing della base manifatturiera degli Stati Uniti in Cina. Ma il discepolo di Ayn Rand al timone dell'Eccles Building, non conosceva la differenza tra libero scambio e denaro gratuito.

Di conseguenza Greenspan non comprese che mentre le risaie cinesi venivano drenate dalla loro forza lavoro, i salari reali nelle industrie dei beni commerciabili scendevano in tutto il mondo. Secondo lui, quindi, per proteggere il libero commercio i salari americani sarebbero dovuti calare in termini reali e la struttura dei costi degli Stati Uniti doveva essere sgonfiata affinché rimanesse competitiva nei mercati mondiali.

L'ultima cosa di cui necessitava l'economia americana di fronte a questo cambiamento epocale nella curva dei costi del lavoro, era il credito facile e un consumo a livelli artificialmente elevati ed insostenibili. Ma questa è stata l'essenza di tutta l'era Greenspan, oltre alla menzogna d'aver domato l'inflazione.

Tra il 1993, all'inizio della vera baldoria delle esportazioni della Cina, e il 2006, l'IPC degli Stati Uniti è aumentato del 40% o ad un tasso annuo del 2.6%. Ma dato lo tsunami delle esportazioni cinesi, sarebbe dovuto calare.

Greenspan non ha fatto altro che gonfiare l'economia di Main Street con uno tsunami di credito, permettendo ai livelli del consumo interno di rimanere ben al di sopra di quelli che potevano essere sostenuti da salari e stipendi. Il credito totale degli Stati Uniti si triplicò da $15,000 miliardi a $42,000 miliardi negli ultimi 13 anni del mandato di Greenspan, mentre il leverage ratio delle famiglie s'impennò letteralmente.




Inutile dire che tutta questa emissione di nuove passività in dollari avrebbe provocato il crollo del dollaro USA in condizioni normali e avrebbe fatto salire il tasso di cambio in Cina e nella sua catena d'approviggionamento nei mercati emergenti. Ma dopo aver scoperto che il potere del partito comunista poteva essere meglio preservato con la stampante piuttosto che con le armi, come Mao aveva erroneamente predicato, i suzerain rossi di Pechino non avrebbero seguito l'ingenuo suggerimento di Milton Friedman di valute liberamente fluttuanti.

Invece hanno trasformato il mercato FX mondiale nella cosa più sporca che si potesse immaginare, continuando ad agganciare il RMB a livelli artificialmente bassi e accumulando in tal modo migliaia di miliardi di cosiddette riserve di dollari.

Infatti le riserve FX della Cina sono passate da zero nel 1993 a $4,000 miliardi nei due decenni successivi, ma non per politiche di gestione prudenti. È successo a causa della folle espansione del suo sistema monetario e del credito interno.

La baldoria del credito in Cina ha messo fine alla spiralizzazione di salari e prezzi negli Stati Uniti, perché le emissioni di passività in dollari non si sarebbero tradotte in un classico "surriscaldamento" dell'economia nazionale. Cioè, l'assorbimento totale dell'offerta di lavoro e della capacità di produzione degli Stati Uniti com'era avvenuto durante i cicli economici degli anni '60 e '70.

Capacità di produzione e offerta di lavoro in Cina/mercati emergenti erano pressoché illimitate, oltre ad un caveau praticamente senza fondo nella PBOC in cui sequestrare dollari indesiderati.

Com'è accaduto, infatti, il successo della falsa disinflazione di Greenspan ha portato la FED ad abbracciare una politica monetaria massicciamente invadente e la teoria dell'effetto ricchezza tramite il gonfiaggio degli asset finanziari. A tempo debito le incursioni sperimentali di Greenspan nei mercati finanziari sarebbero state soppiantate dal modello keynesiano hard-core di Bernanke e della Yellen.

Ahimè, hanno operato assecondando la grande illusione di una spiralizzazione interna di salari e prezzi, la quale avrebbe detto loro quando la vasca da bagno del PIL sarebbe stata riempita fino all'orlo di piena occupazione, e quindi quando sollevare il piede dall'acceleratore monetario.

Non è mai successo e mai lo solleveranno. L'era della politica monetaria "Tocco Leggero" è ormai storia antica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


12% l'anno in azioni

Mar, 19/01/2016 - 11:07
L'S&P 500 ha chiuso l'anno a 2,043, esattamente dov'era un anno prima. Quindi negli ultimi 12 mesi il mercato azionario statunitense non è andato da nessuna parte, barcollando come un marinaio ubriaco lungo una linea di trend altalenante. Ma la cosa veramente fuori dal mondo è che le previsioni dei giocatori d'azzardo del casinò dicono di vedere per quest'anno un $126 per azione, ovvero, un nuovo mercato toro per l'S&P 500. Questa previsione fa sorgere una domanda: chi diavolo pagherebbe un ammontare simile quando secondo la contabilità GAAP gli utili per azione torneranno a $90 per azione quest'anno? Soprattutto vedendo come sta barcollando il mercato azionario, il quale, secondo gli stessi previsori/giocatori d'azzardo del casinò, avrebbe dovuto sfoggiare $137 per azione nell'anno appena conclusosi! Ad oggi, sta tentennando a $104 ad azione. È stata l'ingegneria finanziaria che, tra riacquisti d'azioni proprie e fusioni & acquisizioni gonfiate, ha permesso al mercato azionario di barcollare in avanti ancora un po', in virtù anche del fatto che la FED fino al dicembre scorso aveva tenuto i tassi d'interesse ancorati allo zero. Ora si presuppone che voglia normalizzare i mercati e questo significa la fine dei carry trade da favola per i grandi dealer e una cascata di margin call. L'enorme quantità di trade finora effettuati nei mercati, i quali hanno portato alla ribalta il mercato junk, verrà liquidata un pezzo alla volta cercando di non agitare troppo le acque. Lo sgonfiamento della bolla intorno alle patch di scisto ne è la prova, ovvero, operazioni finanziate con denaro facile preso in prestito alla cui base non c'era un flusso di cassa sostenibile, ma solo aria fritta. Questa è l'era del Grande Sgonfiamento di tutti quegli asset gonfiati artificialmente durante questi anni di ZIRP e follia finanziaria sfrenata. Non fatevi trovare impreparati.
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di Bill Bonner


ZURIGO – "Le dispiacerebbe stare zitto?!"

Questo è ciò che volevamo dire questa mattina qui a Zurigo, Svizzera.

Al tavolo accanto al nostro, un promotore di hedge fund sta lavorando sodo...

"La proposta di valore... fuori dagli schemi... stiamo parlando solo di due punti... possiamo parlarne... Goldman... il nostro modello di business... privilegiare le nostre priorità... ottenere il giusto equilibrio..."

Nel frattempo, sulla prima pagina del Financial Times c'è un bel tipo con una cattiva idea.

Il figlio di Pierre Trudeau, Justin, è il nuovo primo ministro del Canada. (Un'altra dinastia politica!) "Approfitterà dei bassi tassi d'interesse" per avviare un programma d'infrastrutture da $60 miliardi.

Per la cronaca, i federali canadesi non stanno approfittando dei tassi d'interesse bassi. Stanno truffando i risparmiatori... i pensionati... e i cittadini responsabili le cui spese sono inferiori rispetto ai loro redditi.

In gran parte del mondo sviluppato, le banche centrali hanno spinto i tassi d'interesse al livello più basso da 5,000 anni a questa parte. Questa non è una "buona gestione economica." È un furto. Stanno prendendo soldi dai risparmiatori e li stanno dando ai mutuatari – in particolare al settore finanziario e al governo.

Ma occupiamoci d'altro....

"Non prestiamo alcuna attenzione al mercato azionario, compriamo buone aziende a prezzi buoni", c'ha spiegato un vecchio amico mentre ci parlava di come funziona il suo fondo. (Ai fini d'una informazione completa, noi siamo uno dei suoi investitori.)

"Il nostro obiettivo è il 12% l'anno", ha continuato. "Ed è quello che otteniamo, più o meno."

Ieri gli investitori nel mercato azionario statunitense non hanno guadagnato nulla, ma neanche hanno perso. Tra i tori e gli orsi, la paura e l'avidità, i profitti e le perdite, c'è stato un pareggio.

Ma il nostro amico – che ha inaugurato il suo fondo nel 2008 – non è né rialzista né ribassista.

"Quando s'investe in azioni, ci saranno periodi in cui i rendimenti del mercato azionario saranno negativi. Ma non vi preoccupate. Quando comprate azioni, accettate il rischio di mercati orso."

"Ma venite pagati. Circa il 5% l'anno secondo i miei calcoli. Si chiama ‘equity risk premium.’ È quello che si guadagna se si è disposti a sopportare periodi di perdite."

Ma vi daremo anche il nostro parere: è un investitore coraggioso – o spericolato – che sta facendo una grande scommessa sul mercato azionario degli Stati Uniti.

Ci possono essere diamanti grezzi, ma nel complesso questo mercato è costoso.

La scelta dei parametri di valutazione è vasta. Ma in base al P/E ratio (che prende in esame la media degli ultimi 10 anni di guadagni reali relativi ai prezzi delle azioni), l'S&P 500 è risultato più costoso solo prima dei crolli del 1929, 2000 e 2008.

In altre parole, il rischio di perdite è elevato. Se da qui in poi le azioni crollano, potrebbe volerci molto, molto tempo prima che possano recuperare.

Il nostro amico sostiene un punto di vista diverso...

"Qual è lo scenario peggiore? Durante la Grande Depressione il mercato azionario è sceso del 90%. Se compro azioni non mi dispiacerebbe possederle durante una depressione. Faccio più soldi rispetto alla maggior parte degli investitori, perché vengo pagato per essere disposto a soffrire durante i periodi di flessione. Se si guadagna dal premio per il rischio, bisogna correrlo questo rischio."

"Anche se il mercato dovesse scendere del 90%, non influirebbe sul mio stile di vita. Posso dormire su un materasso di notte e mangiare uno ciotola di cereali al mattino."

Ha un punto a favore. Il nostro amico crede che investire nel mercato azionario sia un po' come lavorare su una piattaforma petrolifera nel Nord Atlantico: si viene pagati meglio – ma bisogna essere disposti a stare lontano dalla famiglia e dagli amici.

Non sempre. Ma a volte.

Allo stesso modo, i rendimenti forniti dal mercato azionario sono maggiori – nel lungo periodo, almeno – rispetto ai rendimenti delle obbligazioni, perché ci sono momenti in cui l'investitore nel mercato azionario deve dire addio al suo amato capitale.

Alla fine ritorna... ma potrebbe richiedere un po' di tempo. Mentre l'investitore obbligazionario sta comodo nel suo letto, notte dopo notte, l'investitore nel mercato azionario è, di volta in volta, costretto a trascorrere lunghe notti buie lontano dal focolare domestico.

Non se ne preoccupa, naturalmente. È pagato per farlo. Questo è il suo premio per il rischio.

Ma ci sono momenti in cui gli investitori vedono solo il premio e non vedono il rischio. Non vedendo alcun rischio, ignorano eventuali pericoli.

Inoltre credono che i federali guardino loro le spalle... o almeno così pensano.

Sin da quando Alan Greenspan è diventato presidente della FED nel 1987, gli investitori hanno avuto in gran parte ragione. Lui e i suoi successori si sono inoltrati laddove gli sciocchi temevano di camminare – assumendosi gran parte del rischio del mercato azionario.

Naturalmente non potevano eliminare completamente il rischio. Di tanto in tanto, i mercati sono andati in crash. Gli investitori hanno visto grosse perdite. Di tanto in tanto sono stati costretti a fare le valigie.

Ma dopo che le sale del mercato azionario sono state invase dal credito facile, la FED ha ridotto notevolmente il tempo del loro esilio.

Nel crash del 2008, ad esempio, le azioni degli Stati Uniti hanno perso circa la metà del loro valore. Ma grazie agli sforzi erculei da parte della FED, gli investitori si sono riuniti con i loro soldi solo tre anni più tardi.

Man mano che è cresciuta la fiducia nella volontà della FED di sostenere il mercato, il premio al rischio è diminuito. Almeno questa è la nostra ipotesi.

Le persone non hanno bisogno d'essere pagate per assumersi un rischio che non pensano sia reale. Così fanno salire le azioni ad un livello dove non ci sarà più un premio.

Ecco cosa potrebbe accadere: quando arriverà la prossima crisi, i federali arriveranno in soccorso, come previsto. Ma con i tassi in prossimità dello "zero", che cosa possono fare?

Forse non avranno più successo dei giapponesi, le cui azioni sono scese del 80% dopo il 1990... e non hanno mai recuperato... nonostante i tassi d'interesse vicini allo zero negli ultimi 20 anni!

"Ho tempo", dice il nostro amico.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il ciclo della finanza delle bolle: quello che la scuola keynesiana non arriva a capire — Parte 1

Lun, 18/01/2016 - 11:10
Ricordo a tutti i lettori interessati che è in vendita la mia traduzione dell'ultimo libro di Gary North, L'economia cristiana in una lezione, acquistabile a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt. Con questo manoscritto North, attraverso uno sforzo letterario pregevole, unisce ciò che è stato diviso per anni da un mondo accademico cieco e sordo alla centralità dell'individuo nell'analisi economica: etica ed economia. L'escamotage della chiave di lettura teologica è utilizzata per chiarire al lettore come una visione epistemologica chiara sia fondamentale per uscire dall'attuale pantano intellettuale in cui è finita la teoria economica moderna.
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di David Stockman


Il mondo della Finanza delle Bolle creato dalla FED e dalle altre banche centrali è fondamentalmente diverso da quello esistito durante l'era del "Tocco Leggero" nelle politiche monetarie che ha preceduto l'era Greenspan.

Tali intrusioni minime nei mercati monetari e dei capitali hanno prevalso dai tempi del grande William McChesney Martin sino al settembre 1985, quando il Tesoro USA/Casa Bianca hanno ripreso il controllo delle stampanti della FED e hanno ordinato a Volcker di svilire il dollaro tramite gli Accordi del Plaza. A tempo debito, la Casa Bianca l'avrebbe silurato.

Il problema oggi è che i laureati presso la FED hanno un modello economico che è una reliquia dell'era "Tocco Leggero". Non solo è del tutto irrilevante nel sistema odierno, ma in realtà equivale ad una benda sugli occhi. Li induce a guardare ad una lavagna piena d'indicatori, come i posti di lavoro e le componenti del PIL, ignorando l'esplosività di quelli principali che scorrono lungo i titoli della CNBC.

In una parola, il tasso di riacquisto delle azioni proprie e di F&A è 100 volte più importante della relazione mensile sui posti di lavoro, sui nuovi immobili e sulle vendite al dettaglio.

Gli abitanti ignari dell'Eccles Building non capiscono che hanno creato un mondo in cui Wall Street sostituisce Main Street; e in cui l'inflazione monetaria è in forte aumento nei prezzi degli asset finanziari, non nei saggi salariali e nei prezzi delle auto nuove.

Durante l'era "Tocco Leggero", le recessioni erano innescate da una politica monetaria restrittiva che faceva salire i tassi d'interesse. Questo avrebbe presto strangolato l'indebitamento delle famiglie e delle imprese perché il credito sarebbe diventato troppo costoso. E questa interruzione nel ciclo dell'espansione del credito, a sua volta, avrebbe fatto scendere la spesa per asset aziendali a reddito fisso e beni durevoli (ad esempio, auto ed elettrodomestici), innescando una cascata d'aggiustamenti recessivi.

Ma il punto di flesso prima della recessione era sempre caratterizzato da una cosiddetta spiralizzazione di salari e prezzi, risultante da un surriscaldamento dell'economia di Main Street. I professori keynesiani degli anni '60 la definivano "eccesso di domanda".

Il professor James Tobin, in particolare, è stato l'artefice di un'epidemia virulenta di questa teoria durante il suo mandato alla Casa Bianca sotto Kennedy/Johnson. È stato un sostenitore dei disavanzi di bilancio con il pretesto della piena occupazione, incoraggiando Johnson ad intimidire senza pietà William McChesney Martin affinché monetizzasse l'enorme flusso d'inchiostro rosso proveniente dalle politiche welfariste di LBJ.

Anzi, secondo alcuni storici Tobin e la schiera di keynesiani alla Casa Bianca convinsero LBJ a spezzare la riluttanza di Martin nell'accendere la stampante monetaria, quando venne convocato nel ranch del presidente in Texas. Ecco un resoconto secondo le parole di un giornalista:

E nel 1965 il presidente Lyndon B. Johnson, che voleva credito a basso costo per finanziare la guerra in Vietnam e la sua Great Society, convocò il presidente della FED, William McChesney Martin, nel suo ranch in Texas. Lì, dopo aver chiesto agli altri funzionari di lasciare la stanza, Johnson sbatté Martin contro il muro intimando che la FED tornasse ad abbassare i tassi d'interesse. Martin cedette, la FED stampò denaro e l'inflazione continuò a salire fino agli inizi degli anni '80.
Questo per dire che le economie di libero mercato, in realtà, non si "surriscaldano" da sole. La spiralizzazione vecchio stile di salari e prezzi, accadeva perché anche l'era del "Tocco Leggero" non permetteva ai mercati finanziari di ripulirsi pienamente e costantemente.

Invece tendevano a sedersi sulla sinistra della curva dei rendimenti per troppo tempo. Questa tendenza impediva al mercato di razionare la domanda in eccesso di fondi mutuabili attraverso un tasso d'interesse flessibile e di libero mercato. Un aumento del prezzo del credito avrebbe limitato l'indebitamento e avrebbe spronato un maggior risparmio e una minore spesa, impedendo in tal modo all'economia generale di spostarsi da una situazione "d'equilibrio".

Nell'era del "Tocco Leggero" era la FED che causava ogni recessione, anche quando alimentò boom economici artificiali generati dalle spese per le guerre in Corea e in Vietnam. Ecco perché è stata perennemente criticata dai sostenitori di una moneta sonante.

Tuttavia, nel tentativo tardivo di normalizzare le cose, la FED era sempre costretta a spingere i freni monetari. A tempo debito l'aumento dei lavoratori inattivi e della capacità industriale inattiva, avrebbe fatto scendere l'inflazione dei prezzi dei prodotti e avrebbe ridotto le pressioni sindacali per aumenti dei salari.

Alla fine la spiralizzazione salari/prezzi si sarebbe smorzata ad un punto sufficientemente basso da soddisfare il FOMC, il quale avrebbe dato luce verde per rifornire il sistema bancario commerciale con nuove riserve e quindi riavviare il processo d'espansione del credito.

La grande differenza tra il successo relativo della politica monetaria del "Tocco Leggero" durante l'era di Martin e il disastro degli anni '70 sotto Arthur Burns e William Miller, era una semplice questione di grado.

William McChesney Martin aveva vissuto in prima persona il boom finanziario degli anni '20 e il bust tonante della Grande Depressione. Era quindi estremamente reticente ad utilizzare l'acceleratore monetario durante le espansioni e si affrettava a spingere i freni dopo l'inizio della ripresa.

Lo fece in pochi mesi nel 1958 e descrisse così la decisione d'aumentare i tassi d'interesse e i requisiti dei margin loan: "Togliere la brocca del punch all'inizio della festa."

Invece Arthur Burns era un economista che negli anni '30 e '40 aveva aperto la strada agli studi sul ciclo economico alla Columbia University e, ironia della sorte, era stato anche tutor di Milton Friedman.

A differenza di Martin, Burns era un presuntuoso arrogante che pensava di poter predire l'andamento dei mercati rivolgendosi semplicemente al suo intelletto. Era anche un vigliacco che ambiva solamente a conquistare il potere politico, a farsi pubblicità e a pavoneggiarsi.

Stava soffiando un brutto vento il giorno in cui affiliò la sua stella a quella di Richard Nixon alla Casa Bianca. Ma subito dopo essere stato nominato presidente della FED nel gennaio 1970, venne trascinato nell'ufficio ovale dalla guardia pretoriana di Tricky Dick e gli venne detto senza mezzi termini che la sua unica missione presso l'Eccles Building era quella di generare un boom economico entro le elezioni del 1972.

Burns s'inginocchiò con entusiasmo. Presto la spiralizzazione di salari e prezzi interni sarebbe stata aggravata da un boom delle materie prime a livello mondiale, tra cui l'aumento dei prezzi del petrolio verso la fine del 1973. Tutto questo venne attribuito alla manovra politica scellerata dei sauditi e del cartello dell'OPEC, ma le cose non stavano veramente così.

Come ho documentato in dettaglio in The Great Deformation, l'esplosione monetaria durante l'era Nixon/Burns causò un enorme aumento delle importazioni negli Stati Uniti, il quale assorbì letteralmente tutta la capacità mondiale disponibile di petrolio, rame, soia, ferro, polietilene, gomma, sego industriale, ecc.

Si trattava sostanzialmente di un'enorme domanda mondiale proveniente dall'Eccles Building. I dati storici mostrano chiaramente com'è stata trasmessa: attraverso un ampliamento del credito bancario statunitense, il quale, a sua volta, ha finanziato una massiccia domanda artificiale di beni strumentali e beni di consumo.

Alla fine anche il vile Burns dovette porre finire alla festa, tirando i freni monetari e scatenando così la più grave recessione del dopoguerra. Senza dubbio il suo quoziente di coraggio era salito bruscamente dopo lo scandalo del Watergate che spodestò Nixon.

Tuttavia il modello di ciclo economico "stop & go" dell'era "Tocco Leggero" era ormai ben consolidato. Tuttavia, piuttosto che essere preso come un segnale d'avvertimento, le banche centrali e le colonie d'economisti a Wall Street e Washington presero come riferimento il disastro Nixon/Burns per interferire di più, non di meno.

Ben presto si dotarono di computer basati su modelli econometrici che aspiravano a catturare e collegare la totalità dei flussi e riflussi dell'economia degli Stati Uniti da migliaia di miliardi di dollari. Da allora la politica della FED avrebbe evitato gli "stop & go", dotando il FOMC della capacità di prevedere la direzione futura della macroeconomia e di calibrare le politiche adeguate.

Sarebbe diventato un "Tocco Leggero" su un mainframe. Era destinato a fallire, ma Milton Friedman e i suoi discepoli hanno offerto una deviazione storica che alla fine ha portato all'era della bolle Greenspan/Bernanke/Yellen e alla conseguente crisi di crescita, democrazia e capitalismo che ora grava su di noi.

La deriva Friedmaniana rappresentava la massiccia e continua esportazione di passività in dollari USA al resto del mondo, dopo che Nixon chiuse la finestra dell'oro a Camp David nell'agosto 1971. Questa mossa disastrosa — sostenuta e suggerita a Nixon dal professor Friedman — sollevò l'Eccles Building dal suo bisogno di gestire con parsimonia le riserve auree della nazione e permise all'accoppiata Nixon/Burns d'essere rieletta nel 1972.

Se gli Stati Uniti avessero onorato i propri obblighi di Bretton Woods, ovvero, rimborsare in oro l'enorme mole di dollari indesiderati che s'era ammassata all'estero a causa delle politiche keynesiane degli anni '60, ci sarebbe stata una recessione nel 1972 e il mondo non avrebbe visto né la rielezione di Nixon né il caos monetario che ne seguì.

Infatti nel giro di pochi anni anche Arthur Burns comprese l'immenso errore che era stato commesso a Camp David e auspicò un ritorno ad una qualche versione di un tasso di cambio fisso e convertibilità in oro. Ma non c'era più nulla da fare ormai.

La Casa Bianca brulicava di discepoli del professor Friedman, tra cui un professore insopportabilmente pedante della Chicago Business School, George Shultz, il quale condivideva la visione ingenua di Friedman: la FED è un'istituzione degna di fiducia. Secondo lui un organo dello stato poteva essere messo a capo del meccanismo dei prezzi più importante di tutto il capitalismo — il price discovery nei mercati monetari e dei capitali — proprio per favorire la prosperità capitalistica.

Tuttavia quello che in realtà ha favorito è stata la più grande abbuffata di dissolutezza monetaria della storia, e vi è un semplice indicatore che la misura con precisione. Vale a dire, i giganteschi disavanzi delle partite correnti che sono emersi dopo gli anni '70 — e che ora hanno raggiunto gli $8,000+ miliardi.




In un sistema a denaro sonante il grafico qui sopra non l'avremmo mai visto. Il deflusso d'oro, o di altri asset di riserva in risposta a questa emorragia di prestiti, avrebbe fermato decenni fa gli stampatori di denaro presso la FED. E Alan Greenspan non avrebbe mai scoperto la stampante monetaria nel seminterrato dell'Eccles Building nell'ottobre 1987, in quanto il crollo di quel periodo non sarebbe mai accaduto in un sistema monetario sonante con una banca centrale incatenata.

E questa non è solo una curiosità storica. Il rovescio della medaglia degli enormi deficit delle partite correnti negli Stati Uniti, è stata un'esplosione dei bilanci delle banche centrali a livello mondiale. Questo perché le banche centrali estere, soprattutto quelle nelle economie mercantiliste asiatiche e negli stati esportatori di petrolio del Golfo Persico, sono state sotto l'incessante pressione d'agganciare le loro valute al dollaro — ampliando di conseguenza le proprie offerte di denaro.

Non a caso questo è esattamente ciò che il professor Tobin prescrisse per il resto del mondo negli anni '60. Vale a dire, se si stanno accumulando troppi dollari indesiderati vi è una soluzione semplice: accendere la propria stampante, sequestrando così le passività in dollari indesiderate nel proprio bilancio.

Questo è esattamente quanto è successo a partire dalla metà degli anni '90 ed è il motivo per cui la versione keynesiana della vasca da bagno è diventata una forza distruttiva.

Ciò che ha fatto è stato obliterare i confini economici sui quali si basavano le politiche di gestione delle banche centrali e ha reso irrilevanti gli indicatori economici che i keynesiani si sforzano di seguire così ciecamente.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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L'economia cristiana in una lezione

Ven, 15/01/2016 - 11:10




di Francesco Simoncelli


[La seguente è la “Prefazione all'edizione italiana” dell'ultimo libro di Gary North, Christian Economics in One Lesson, da me tradotto e commercializzato a questo indirizzo.]


L'economia moderna è pregna di quello che potremmo definire "pragmatismo economico". Ovvero, se qualcosa funziona dal punto di vista empirico, allora funzionerà per sempre. Questa massima viene sostenuta dalla maggior parte della popolazione, nonché dall'establishment accademico e politico. Non esiste alcuna teoria a sostegno di questo punto di vista, solo la praticità di un sistema che riesce a protrarsi tanto a lungo da convincere chicchessia che tutto continuerà ad andare così. Non c'è modo di convincere tali persone della proposizione errata delle loro convinzioni, anche se intorno a loro non ci sarà altro che devastazione economica, continueranno a chiedere penitenti una dose maggiore di quello che credevano fosse un percorso risolutivo "nella pratica".

Cosa ci vuole affinché cambino idea? Un crollo tonante dell'economia. Una discontinuità talmente monumentale nell'attuale pratica economica, da incitare gli attori di mercato a riconsiderare le loro posizioni riguardo l'economia. Infatti la maggior parte delle persone aderisce all'economia keynesiana anche senza saperlo. Anche se non ha mai letto nulla di teoria economica, ha una propensione a seguire il pensiero keynesiano. Perché? Due parole: pasti gratis.

La promessa di una vita all'insegna di grandi ricchezze guadagnate col minimo sforzo, stimola la maggior parte degli individui a cedere parte delle loro libertà personali a favore di un politburo monetario in grado, presumibilmente, di direzionare l'intera economia verso lidi di maggiore prosperità e nel contempo sganciare una valanga di pasti gratis. Sicurezze in ogni dove, certezze dietro ogni angolo, e più nessuna responsabilità. È questa la promessa del politburo monetario. È una promessa vuota. È la promessa presente in qualsiasi schema di Ponzi.

Non tutti abbandoneranno le vecchie abitudini di cadere vittima di simili promesse, ma di certo staranno più attenti. Dopo essere rimasti scottati una volta, sarà più difficile che la seconda cadranno nello stesso tranello. Cosa può facilitare loro il compito? Un promemoria sempre a disposizione. Di che tipo? Economico? Soprattutto. Ma non basta. Perché? Perché il messaggio dell'economia non è tanto potente come quello etico. Quest'ultimo chiama in causa la singola persona. La mette di fronte ai propri sbagli. La mette di fronte ai propri difetti morali.

Per molto tempo l'etica è stata distaccata dalla materia economica, poiché si pensava che potesse inficiare la rigidità degli enunciati in essa contenuti. Si pensava che potesse intorbidire i dettami sapienti e oggettivi elencati dalle prescrizioni economiche. Nel seguente libro, invece, torneremo ad apprezzare la congiunzione tra etica ed economia. Vedremo come entrambe lavorino in sinergia per permettere agli individui d'agire lungo linee economiche corrette. Vedremo come entrambe lavorino per fornire agli individui un quadro analitico e comportamentale coerente e potente. Infatti, in questo libro non troverete grafici o equazioni. Non si ha alcun bisogno di arzigogoli econometrici per comprendere come sia eticamente sbagliato infilare le proprie mani nei portafogli altrui.

Questo libro non solo vi permette di comprendere l'economia in una sola lezione, ma vi permette di comprendere come affiancarvi una teoria etica coerente. Il tutto, ovviamente, in una sola lezione. È questa l'idea rivoluzionaria di Gary North: fare quello che Hazlitt non riuscì a fare nel 1946, ovvero, insegnare l'economia insieme ad una teoria etica coerente in una sola lezione. Hazlitt, infatti, pensava che sarebbe bastato sottolineare gli errori economici che fino a quel momento avevano condotto l'umanità verso lidi molto pericolosi. Pensava che indicare laddove si stesse sbagliando sarebbe stato sufficiente affinché il grande pubblico avesse riconsiderato i principi keynesiani che sin dal 1936 avevano goduto di un successo straordinario. Non bastò e il suo libro venne ignorato. Perché? Perché la teoria era stata enunciata 10 anni prima e quello ormai era il tempo del pragmatismo. Nessuno aveva più intenzione di riconsiderare la teoria. Le promesse erano già state fatte ed erano allettanti. Perché abbandonarle quando potevano essere ancora soddisfatte nonostante ci fosse qualcuno che ne metteva in dubbio la realizzazione?

Ecco il nodo cruciale. È proprio quest'ultima domanda a cui Hazlitt non riuscì a dare risposta e che lasciò annegare nell'oblio la sua opera. Il suo libro, sebbene fosse economicamente coerente e analiticamente perfetto, non spingeva la maggior parte della popolazione a riconsiderare le proprie posizioni. Il loro orecchio era teso verso le promesse dello stato e del suo potere salvifico. Il suo messaggio era eticamente superiore. Sebbene fosse un'etica sbagliata, la sua apparente legittimità e plausibilità è stata accettata a braccia aperte dal grande pubblico.

Ora questo messaggio sta gettando la maschera e si sta rivelando per la mostruosità che è. In poche parole, Hazlitt aveva ragione. Ma ci saremmo potuti evitare questi decenni bui se, oltre al messaggio economico, Hazlitt avesse inserito nel suo manoscritto anche un messaggio etico. Il problema fondamentale con il libro di Hazlitt è che si rivolgeva ad un pubblico in particolare, ben istruito, e questo lo portò ad abbandonare la componente etica poiché accademicamente irrilevante. Fu un grande errore, perché ciò non gli permise di scorgere il vero nemico: la pianificazione economica statale.

Il messaggio etico dello stato era potente: è legittimo infilare la propria mano nel portafoglio altrui se questo porta ad un bene superiore. Il libro di Hazlitt non si prefiggeva d'essere latore di un'etica coerente col proprio messaggio economico, quindi le sue tesi non sono riuscite a permeare le menti della maggior parte delle persone che ritenevano plausibilmente accettabile il compromesso etico dello stato. Nessuno lo metteva in dubbio. L'economia, infatti, riteneva l'etica neutrale dal suo punto di vista. Quindi perché preoccuparsene?

Questo libro cerca di correggere l'errore di Hazlitt, fornendo ai lettore principi economici ed etici totalmente coerenti e sani. Quando infine il credo keynesiano di una salvezza economica attraverso lo stato verrà fatto a pezzi dalla bancarotta del sistema pensionistico, si creerà un vuoto sia di teoria che di pratica nel mondo delle idee. Questo vuoto sarà colmato solo se il messaggio di coloro che intendono riempirlo sarà sufficientemente potente e coerente. Visto che gli economisti Austriaci stanno mettendo in guardia la popolazione da molto tempo circa i difetti dell'economia keynesiana, otterranno gran parte delle attenzioni. Questo libro, quindi, intende essere il riferimento principale di suddetto nuovo inizio, poiché fornisce adeguati strumenti economici ed etici per tutti coloro che finiranno col mettere inevitabilmente in discussione i principi economici keynesiani e i principi etici dello stato.

Quando gli assegni del governo non verranno più mandati nella cassetta delle lettere delle varie persone, ci sarà un ripensamento generale sul ruolo dello stato e di come la filosofia dei pasti gratis sia in realtà una bufala. Quando le promesse verranno infrante, le persone deluse e arrabbiate andranno alla ricerca di una nuova teoria sulla quale fare affidamento. Ne avranno bisogno. Non solo per avere una visione più chiara di quello che accadrà, ma soprattutto per lenire il dolore dell'aver fatto la figura degli sciocchi dato che c'erano diversi scrittori che avvertivano di tal esito. La domanda è: a chi si rivolgeranno?

Di sicuro non a coloro che li avranno delusi. Statalisti e keynesiani possono scordarsi, stavolta, di godere del cosiddetto free ride. Chi raccoglierà i pezzi? Più nello specifico, chi raccoglierà i prezzi nel proprio paese, nella propria città, nella propria regione? È praticamente certo che le reazioni saranno diverse e nuove teorie spunteranno fuori, ansiose d'essere prese come modello di riferimento. La maggior parte di queste sicuramente tenderanno a concentrarsi su come evitare i danni dovuti al collasso dell'attuale sistema economico, o al minimo, come schivarne la maggior parte. Il pragmatismo economico sarà fatto a pezzi in tal processo, lasciando la sperimentazione di nuovi modelli sostitutivi.

Di certo la pianificazione statale centrale avrà grossi problemi a far rispettare i suoi dettami e spunteranno varie sacche di resistenza alla sua influenza. È per questo che è cruciale avere quante più persone possibili istruite nei principi della teoria economica Austriaca supportati da una visione etica ben chiara e coerente. Un piccolo drappello di tali persone in ogni comunità garantirà alle tesi Austriache di diffondersi più rapidamente e di instillare nella popolazione confusa un senso etico sano e genuino. Non sarà così facile, perché le alternative al modello prevalente ci metteranno tempo per guadagnarsi la fiducia di coloro che sono stati delusi. Ma se il messaggio economico ed etico saranno entrambi potenti, si può stare certi che non verranno respinti. E questo libro offre ai lettori un messaggio etico ed economico potente.

Una volta letto entrerete anche voi, cari lettori, a far parte del suddetto drappello d'individui il cui compito sarà quello d'istruire i futuri delusi dall'attuale sistema economico/sociale.

Sarà un lungo e lento processo d'istruzione, ma alla fine darà i suoi frutti. Essere ottimisti richiede tempo e pazienza, ma alla fine porta alla vittoria; mentre invece è facile cadere vittime del pessimismo, e la sconfitta sarà la meta finale sicura.


Ecco cosa hanno in serbo per noi quei pagliacci dei banchieri centrali...

Gio, 14/01/2016 - 11:15




di Bill Bonner


PARIGI – Il Dow Jones è sceso di 50 punti ieri, fermando un impressionante attacco di follia.

Anche i mercati asiatici ed europei sono in calo questa mattina. Se le vendite continuano, il Dow potrebbe cadere al di sotto dei 17,000 punti oggi.

Dopo l'eccitazione nei mercati, ci rivolgiamo al "giornale rosa" della Gran Bretagna per un po' d'intrattenimento.

Il Financial Times ci propone sempre qualcosa per ridere – di solito nelle pagine editoriali.

Il commentatore economico, Martin Wolf, è un comico involontario. È sempre pronto a dare spazio a quelle idee che non hanno mai nidificato nelle dissertazioni universitarie.

Dal suo pulpito sul FT, è considerato come uno degli scrittori più influenti al mondo in materia d'economia.

Ci auguriamo che questa sia un'esagerazione; ma temiamo che non lo sia.

Spesso Wolf nei suoi editoriali annuncia con un certo anticipo le politiche assurde e disastrose delle banche centrali e degli stati. Quindi facciamo attenzione – in parte per il divertimento e in parte per il preavviso.

Nell'edizione di oggi Wolf è pieno di speranza, pieno di consigli, pieno di... beh, non importa.

"Deficit della domanda", segnala la prima pagina. "Perché i politici devono stimolare un boom globale degli investimenti".

Uh-oh... eccoci qui. Non contento di rovinare una sola economia – o anche un'intera economia continentale – si rivolge al mondo intero.

La Cina sta rallentando, osserva Wolf, e il mondo "ha perso il suo motore più significativo che alimentava la domanda di credito."

Questo ci porta ad un rallentamento più generale... e presumibilmente a cose troppo terribili da citare in un giornale pubblicato a Londra, la città più finanziarizzata del mondo.

(Pssst.... calo dei prezzi degli asset!)

Sniff. Sniff. La Cina non sta più acquistando come prima rame, petrolio, alluminio e altre materie prime.

Questo è un grosso problema, perché andrà sicuramente ad inasprire la battaglia "dell'eccesso di risparmio". (Un eccesso di risparmio si verifica, dicono i keynesiani, quando la domanda è debole rispetto all'offerta.)

O, come dice l'ex-segretario del Tesoro americano Larry Summers, peggiorerà il problema della "stagnazione secolare" (stagnazione economica di lungo termine).

In altre parole, tempi duri per l'industria finanziaria.

Perché?

La gente non è disposta a spendere soldi che non ha per cose di cui non ha bisogno.

Se si ignora l'assurdità del cosiddetto "eccesso di risparmio", tutto ha più senso.

E ci domandiamo: come mai la gente ha preso in prestito e speso così tanto, in primo luogo? E come mai le persone non hanno più potere d'acquisto reale?

Notiamo, per inciso, che ora la famiglia media negli Stati Uniti guadagna $53,000 l'anno. Non un centesimo di più (al netto dell'inflazione) di quanto guadagnava nel 1989 – un quarto di secolo fa.

Come ci si potrebbe aspettare che la gente spenda di più?

Se ci chiedessimo come mai gli americani non comprano più merci dalla Cina, non sarebbe un buon punto di partenza?

Ma no. Wolf non è uno che si pone domande. Senza fermarsi nemmeno un attimo a riflettere sulla relazione causa ed effetto, si precipita a fornire una soluzione.

"Come si deve gestire un mondo in queste condizioni?" si chiede.

La nostra testa gira. Le nostre ginocchia si piegano. Beviamo un bicchiere di Henry Downes No. 9 (distillato nei locali del nostro bar preferito a Waterford City) per stabilizzare il nostro equilibrio.

Abbiamo difficoltà a gestire il nostro account di posta elettronica. Gestire la fattoria di famiglia è una sfida. E gestire una famiglia è senza speranza.

Ma Wolf propone, con la faccia seria, di gestire l'intero globo – con i suoi 7 miliardi di persone, 6,500 lingue, migliaia – no, milioni! – di economie locali e regionali...

Cosa s'è fumato quest'uomo? Ha mangiato qualcosa di strano per caso? Da quale manicomio è scappato?

Una volta recuperato l'equilibrio e le nostre facoltà mentali, abbiamo proseguito la lettura!

"È di vitale importanza evitare un rallentamento significativo", dice Wolf.

Cosa?

Tutto rallenta, prima o poi. Il traffico. Le persone. I mercati. Com'è possibile fermare qualcosa che è inevitabile?

Wolf non ce lo dice.

Sono necessarie maggiori "politiche non convenzionali", continua, senza specificare quali potrebbero essere. Poi ci fa sapere quello che ha in mente: un mondo con tassi d'interesse reali bassi "offre enormi opportunità d'investimento".

Ma se così fosse, non spunterebbero in ogni dove interrogativi circa la veridicità di questa affermazione?

Non vi chiedereste il motivo per cui milioni d'imprenditori seri... e milioni d'imprenditori fantasiosi... non dovrebbero approfittare di queste opportunità?

Se questo "eccesso di risparmi" fosse una realtà agli "attuali tassi d'interesse bassi", perché il mercato non scopre il prezzo al quale gli acquirenti e i venditori stringerebbero un accordo?

I mercati non risolverebbero prontamente e facilmente i problemi della "sovrabbondanza", come sostenevano Say e Ricardo?

Se foste come Martin Wolf, non vi prendereste la briga di pensarci. Invece vi lamenterete: "Il mondo è a corto di grandi economie disposte a lasciar sfogare prestiti e spese".

Cosa? È questo tutto ciò che c'è da fare? È questa la soluzione? Più della stessa cosa?

Negli ultimi due decenni il debito mondiale è cresciuto a circa due volte il tasso del PIL mondiale. È salito da circa $40,000 miliardi nel 1994 a più di $200,000 miliardi di oggi.

Le politiche interventiste ci hanno portato alla situazione in cui ci troviamo oggi.

I politici dovrebbero semplicemente spargerne un po' di più? Dovrebbero prendere in prestito di più? Spendere di più? E definirlo "investimento"? Dire che stanno "gestendo" il mondo?

FT – grazie per le risate.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il campo minato di Wall Street: il quartetto FANG

Mer, 13/01/2016 - 11:04




di David Stockman


Mentre il mercato azionario ha arrancato per tutta la settimana scorsa, la CNBC ha cercato d'aiutarlo dicendo che l'indice S&P 500 si stava dirigendo verso la sua "migliore settimana dell'anno". Poi abbiamo scoperto che si trattava di un misero 1% in più rispetto al capodanno dell'anno scorso.

In realtà ci sono stati alcuni fuochi d'artificio nei rendimenti della scorsa settimana, ma se la storia rappresenta una qualche guida, si trattava esattamente del tipo di pattern che precede un bust tonante. Vale a dire, il mercato s'è stretto intorno a quattro titoli che trattengono ancora una parvenza di salita — il quartetto FANG: Facebook, Amazon, Netflix e Google — i quali stanno risucchiando tutto l'ossigeno del casinò.

Alla fine dell'anno scorso le azioni FANG avevano una capitalizzazione di mercato complessiva di $740 miliardi e rendimenti totali di $17.5 miliardi. Quindi un multiplo di valutazione del 42X poteva non sembrare stravagante per questa squadra di cavalli da corsa, ma quello che è successo sin da allora lo è sicuramente.

La settimana scorsa le azioni FANG sono state stimate a poco meno di $1,200 miliardi, questo significa che negli ultimi 11 mesi hanno guadagnato $450 miliardi di capitalizzazione di mercato, o il 60% in più — anche se i loro rendimenti combinati durante suddetto periodo sono aumentati solo del 13%.

In una parola, i giocatori si stanno affrettando a prendere l'ultimo treno in partenza dalla stazione. E questo significa che dovrebbero guardare di sotto!

Infatti il grafico del mercato (S&P 500) dovrebbe essere abbastanza chiaro. Su e giù, su e giù, su e giù, praticamente non è andato da nessuna parte sin dallo scorso novembre.




Dopo 27 tentativi falliti di rally, il 3% di guadagno della scorsa settimana è sicuramente solo un altro spasmo del toro morente. Infatti l'economia interna non ha offerto alcuna notizia positiva, in Giappone sta iniziando la quinta crisi in 7 anni, in Cina il credito continua a contrarsi, in Brasile le cose peggiorano e dopo gli eventi di Parigi gran parte del mondo sviluppato sembra una convenzione termidoriana.

Un vecchio adagio di Wall Street sostiene che i picchi di mercato sono un processo, non un evento.

Il giorno dopo il Natale dello scorso anno la capitalizzazione totale di mercato dell'indice S&P 500, escludendo le azioni FANG, era di $17,700 miliardi. Invece venerdì scorso ha chiuso a $17,260 miliardi, riflettendo una perdita di valore del 2.5%, o quasi mezzo bilione di dollari.

E vi è un crescente deterioramento per una buona ragione. Ogni volta che il FOMC ha posticipato il rialzo dei tassi d'interesse dopo ogni sua riunione, ciò ha segnalato ai giocatori d'azzardo cronici domiciliati a Wall Street che la festa non era ancora finita.

Prima o poi la FED finirà le scuse per continuare ad implementare la ZIRP, e ora, dopo 83 mesi filati di zero bound, sono finite.

E non in un momento opportuno. L'economia mondiale sta andando alla deriva, o peggio, e gli utili societari stanno già sperimentando un innegabile calo. L'utile per azione dell'indice S&P 500 durante il periodo annuale conclusosi a settembre, è stato di $94 per azione o l'undici percento al di sotto dei $106 per azione registrati un anno fa.

Quindi la verità è che gli smart money stanno alleggerendo il carico, vendendo durante i mini ribassi indicati sopra e salendo a bordo del treno FANG.




Inutile dire che questo processo di restringimento è una vecchia storia. Avvenne nel mercato toro del 1972-1973 quando l'imminente crollo del mercato venne oscurato dai guadagni spettacolari del cosiddetto "Nifty Fifty". Ed è successo a palate nella primavera del 2000, quando i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse (Microsoft, Dell, Cisco e Intel) offuscarono un mercato in piacchiata inneggiando in coro "Questa volta è diverso".

Ma vediamo un po' di cose. È la solita vecchia illusione secondo cui gli alberi crescono fino a toccare il cielo. Al suo picco nel marzo del 2000, ad esempio, Cisco era valutata $540 miliardi, ovvero, $340 miliardi in più, o il 170% in più, rispetto all'anno precedente.

Dal momento che aveva guadagnato $2.6 miliardi negli ultimi 12 mesi, la sua capitalizzazione di mercato rappresentava un multiplo di valutazione del 210X. E all'epoca Cisco non era una start-up con un futuro glorioso, essendo stata pubblica per un decennio e avendo fatto registrare $15 miliardi d'entrate l'anno precedente.

Tuttavia, il coro rialzista sosteneva che Cisco era un mostro dell'informatica quando si trattava di dispositivi di rete e che nessuno sarebbe rimasto turbato dal suo multiplo PE assurdamente elevato.

La stessa storia valeva per gli altri tre membri del gruppo. Nel corso dei 24 mesi precedenti, la capitalizzazione di mercato di Microsoft era esplosa da $200 miliardi a $550 miliardi, tradata al 62X rispetto agli utili riportati. La capitalizzazione di mercato di Intel era salita da $200 miliardi a $440 miliardi, tradata al 76X. La capitalizzazione di mercato di Dell era quasi triplicata durante suddetto periodo, ed era tradata al 70X.

In tutto, i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse avevano fatto levitare il mercato azionario di $800 miliardi nei 12 mesi che hanno preceduto il picco del 2000.

Proprio così. In modo non dissimile all'attuale quartetto FANG, la capitalizzazione di mercato dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse era salita da $850 miliardi a $1,650 miliardi, o del 94% in più quando la bolla raggiunse il suo picco.

Questa impennata nella capitalizzazione di mercato non aveva alcun motivo d'esistere, e l'abbiamo vista solo perché durante le fasi finali della bolla dotcom gli speculatori s'erano addensati sugli ultimi treni in partenza.

Ma sarebbe stata una corsa breve e sgradevole. A settembre del 2002, la capitalizzazione di mercato dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse era crashata ad appena $450 miliardi. Dal casinò fuoriuscirono esattamente $1,000 miliardi d'aria fritta.

Inutile dire che i valori assurdamente gonfiati dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse nella primavera del 2000, sembrano esattamente come quelli del quartetto FANG di oggi. Facebook ha fatto registrare $2,800 miliardi d'utile netto nel periodo più recente, mostrando così un multiplo PE del 107X.

Allo stesso modo, Netflix è attualmente tradato al 307X dei suoi guadagni annuali e Amazon al 950X. Anche Google, che ora ha schiaffeggiato la legge dei grandi numeri sfoggiando una crescita del fatturato del 13% nel corso dell'ultimo anno, è valutato al 32X.

Inoltre, nonostante la sua creatività e l'abilità competitiva, GOOG non è una società di tecnologia che ha inventato un razzo per andare su Marte. Quasi il 90% dei suoi $72 miliardi di ricavi annuali arrivano dalla pubblicità.

Ma l'attuale spesa pubblicitaria mondiale da $575 miliardi, è un mercato in crescita del 5% nei momenti buoni e uno che scivolerà di nuovo in territorio negativo quando arriverà la prossima recessione. Anche il sotto-settore della pubblicità digitale, sebbene in rapida crescita, si sta dirigendo verso la terra a singola cifra; e questo secondo gli ottimisti del settore, le cui proiezioni, come il grafico qui sotto, sostengono che il ciclo economico e le recessioni siano stati banditi.

Il fatto è che GOOG possiede già più della metà di questo mercato. Come nel caso dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse all'inizio del secolo, in futuro non riuscirà a sostenere una crescita degli utili a doppia cifra e quindi nemmeno il suo multiplo PE di 32X.

Quindi, ecco la morale della favola. I Quattro Cavalieri dell'Apocalisse erano grandi aziende che hanno continuato a crescere e prosperare sin dal crollo delle dotcom. Ma le loro valutazioni non sono mai state lontanamente giustificate da un qualsiasi scenario di crescita degli utili plausibile.

A tal proposito, Cisco è il manifesto di questa disconnessione. Nel corso degli ultimi 15 anni i suoi ricavi sono cresciuti da $15 miliardi a quasi $50 miliardi, e l'utile netto è più che triplicato di quasi $10 miliardi l'anno.

Eppure la capitalizzazione di mercato di oggi, a $140 miliardi, è solo il 25% rispetto al suo picco nella bolla delle dotcom. In breve, la sua capitalizzazione di mercato è stata trainata alle altezze assurde registrate nel marzo 2000 dallo spasmo finale di un mercato toro, quando gli scommettitori s'affrettavano a saltare sugli ultimi treni fuori dalla stazione.




Questa volta è sicuramente diverso. Il quartetto FANG può continuare a dominare i propri settori per anni, o addirittura decenni. Ma le loro valutazioni assurdamente gonfiate presto si sfracelleranno.

Quando ciò accadrà, guardate di sotto.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/