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Aggiornato: 13 min 38 sec fa

4 anni di Freedonia

Dom, 08/06/2014 - 10:00




di Francesco Simoncelli


Oggi è un gran giorno per questo spazio virtuale. Probabilmente non ci avete fatto caso, ma per me che lo gestisco da anni ormai rivedere sul calendario questa data riporta alla mente i primi tempi in cui mi avvicinavo alla teoria austriaca. Ero un neofita all'epoca. Sono passati quattro anni. In questo lasso di tempo ho imparato molte cose, di certo non sono un "professore" della materia ma insieme al blog ho appreso tante cose. Spero soprattutto di aver trasferito parte della mia conoscenza anche a voi, cari lettori.

Non ricordo quali fossero le mie aspettative quattro anni fà, ero fresco di letture austriache e desideroso di condividere quello che avevo assorbito con coloro nella rete che avevano il mio stesso interesse. Pubblicavo post uno dopo l'altro, vedendo grandi lezioni in ogni antro del web, della carta stampata, dei film, ecc. Le dita si muovevano da sole ogni volta che scattava nella mia testa quella scintilla che teneva sempre viva l'ispirazione.

Ma c'era qualcosa che mi spingeva ogni volta a migliorare la qualità del materiale presentato, una forza che mi spingeva ad aumentare i target della mia indagine. Quella forza sconosciuta... beh, sono riuscito a darle un nome: passione. Non sapevo di averla, ma l'ho coltivata con dovizia e attenzione. Mi preoccupavo di andare sempre più a fondo alle notizie e agli articoli di cui mi occupavo, presentando ai lettori punti di vista alternativi e in linea con una visione della società legata al libero mercato. La mia esperienza è cresciuta insieme a questo spazio, attraverso ore su ore di traduzioni e di materiale personale.

Non sono, ovviamente, un accademico. Non sono nemmeno un laureato. Ma i miei articoli sono lì, parlano per me. Sono il mio curriculum. Con gli anni, infatti, il mio spazio ha guadagnato visibilità e con essa le proposte di allargare la mia sfera d'azione. Al pubblico piaceva ciò che presentavo, quindi voleva che ampliassi il bacino di utenti che avrei potuto raggiungere. Infatti, grazie a siti come Rischio Calcolato e Trend Online, gli insegnamenti austriaci che ho potuto divulgare hanno goduto di una bella spinta. Ottenere visibilità su altri siti con una maggiore portata di utenti, è fondamentale affinché i lettori interessati possano accorgersi del tuo lavoro. Sfruttando questa cassa di risonanza si crea un buon legame con quei lettori che, invece di spulciare il web in cerca del materiale che desiderano approfondire, possono trovarlo più facilmente accedendovi da spazi a loro ben noti e di cui si fidano.

Poi ho iniziato a scrivere per altri siti, come Il Portico Dipinto ad esempio, fino ad arrivare a divenire collaboratore di una prestigiosa associazione come il Mises Italia. Infine, la mia carriera ha incrociato la strada del magazine The Fielder, alla quale ho affidato la pubblicazione (futura) del mio primo libro. Ma non ho mai "tradito" le mie origini, tenendo sempre un occhio di riguardo per Freedonia. In retrospettiva, ho ben poco da rimproverarmi. Ho costruito la mia reputazione attravero la glorificazione di scrittori passati che ci hanno lasciato in eredità un grande sapere che ancora pochi riescono ad apprezzare.

Tutti i grandi nomi della scuola austriaca, e in altri settori, hanno costruito le proprie reputazioni amplificando il messaggio dei loro predecessori. E' così che si riesce a comunicare le proprie idee. E' così che si riesce a svilupparle. E' così che si guadagna un posto tra le sedie di coloro che ci hanno preceduto e che ci ispirano. E' così che la scuola austriaca sta guadagnando di nuovo trazione nel panorama mondiale, e nomi come Mises e Rothbard iniziano a circolare tra le bocche degli individui. Nonostante abbiano vissuto nell'anonimato in vita, i loro scritti sono stati tramandati e studiati. Come è possibile? Dieci parole: non si sono sporcati le mani con il mondo accademico. Diversamente dai keynesiani, non hanno ceduto alle lusinghe e ai privilegi dell'establishment statale. Hanno perseverato a portare avanti le loro tesi nell'ombra, forti del loro ragionamento e delle loro intuizioni.

E' questo che li ha spinti a continuare. E' questo che li ha spinti a rimanere nell'anonimato. E' questo che ha fatto guadagnare loro prestigio tra il pubblico in generale. Loro hanno scritto per noi, non per quelle figure autoreferenziali nel mondo accademico.

Sono rimasti sul campo di battaglia fino all'ultimo, combattendo per i principi che avevano difeso per tutta una vita. Nonostante la gilda accademica proseguisse a testa bassa nella sua magnificazione dell'establishment statale, persone come Mises e Rothbard reggevano il colpo. Nonostante venissero attaccati dalla gilda economica, persone come Mises e Rothbard reggevano il colpo. Hanno combattuto strenuamente perché sapevano che quello che stavano trasmettendo ai loro lettori era niente di più e niente di meno la pura realtà. Per anni hanno avvertito del collasso dell'Unione Sovietica e del fallimento del socialismo, ma furono inascoltati. Profeti accademici, come Paul Samuelson, cantavano le lodi dell'URSS in base a teorie basate sul semplice dirigismo in ogni settore della vita umana.

Gente simile non era solo socialista, era comunista. Il socialismo prevede una cricca di tecnocrati con l'autorità di prelevare soldi degli altri e finanziarie progetti cosiddetti pubblici; il comunismo predicava, invece, la conversione totale alla religione rivoluzionaria del partito. Poi arrivò il dicembre del 1991 e il partito comunista della Russia andò a gambe all'aria. Gli alti funzionari trasferirono quel che rimaneva dei fondi del partito su conti in Svizzera e levarono le tende. Per chi conosceva Rothbard e Mises il messaggio era chiaro: "Ve l'avevamo detto e vi avevamo detto anche perché". Oggi l'unico esempio di come possa "funzionare" uno stato socialista (sotto steroidi) è la Corea del Nord. Chi prende sul serio la Corea del Nord? Nessuno.

Le dittature degli anni '30, malgrado venissero etichettate come l'onda del futuro, sono perite sotto il peso gravoso delle loro contraddizioni. Le forze di mercato hanno prevalso allora e continueranno a prevalere oggi. Sono inarrestabili. Sono inesorabili. Rosicchiano lentamente la struttura dirigista che intende imbrigliarle alla sua volontà. Più diventa dirigista la presa, più le forze di mercato sgretolano più velocemente tale struttura. Questo significherà che il prossimo sulla lista è il keynesismo. La sua natura non è di stampo socialista, è mercantilista ed interventista. Ma questo punto venne già affrontato nel 1776 da Adam Smith. Non c'è modo che una società fondata su tali basi possa prosperare.

Perché? Perché si basa su promesse che non possono essere mantenute. Una volta che i dirigenti politici vedranno crollare la fiducia nei loro preti, la gilda accademica keynesiana, non potranno più vendere all'elettorato la menzogna di una salvezza attraverso lo stato. Crescita economica bassa e recessioni inaspettate sono la scintilla che conduce al barilotto di polvere da sparo: passività non finanziate. Ancora una volta, quindi, potremmo sfoderare la frase: "Ve l'avevamo detto e vi avevamo detto anche perché".

Questo spazio ha cercato sempre di offrire materiale di qualità e di libera consultazione. Si è sempre rimesso nelle mani degli utenti che, leggendo e apprezzando quanto letto, decidevano di lascire un contributo per il lavoro svolto. E' gratificante vedere i propri sforzi ricompensati pecuniarmente. Non è solo un fatto di compiacenza quando si riceve qualcosa in cambio del proprio lavoro, ma sprona anche a portare ad un livello superiore i compiti a cui uno si prefigge di adempiere. Questo spazio virtuale rimarrà con voi, cari lettori, per altro tempo e finché sarà possibile portarlo avanti; nel frattempo se gradite quanto leggete e volete dimostrare il vostro apprezzamento in maniera materiale, state certi che non disdegnerò una vostra donazione.




Come una banca centrale modella l'economia

Ven, 06/06/2014 - 10:09




di David Stockman


Tra i tanti mali che spuntano in serie dalla macchina delle bolle presso l'Eccles Building c'è il ciclo boom e bust tra i cosiddetti "asset rischiosi."

Questo non è libero mercato. Sotto un regime di tassi di interesse onesti e price discovery (cioè, in assenza di una banca centrale) non sarebbe mai esistita la legione di miliardari dotcom della bolla Greenspan, né i multi-miliardari che sono usciti in tempo prima che la bolla immobiliare della FED scoppiasse nel 2007-2008. E le decine di milioni di investitori retail, che sono stati attirati in queste manie dalla remota possibilità di diventare ricchi, non sarebbero stati separati da quasi tutti i loro risparmi.

Quando le banche centrali trasformano i mercati monetari ed i mercati dei capitali in un'orgia di carry trade, il risultato è di per sé una massiccia perdita di ricchezza nazionale e di efficienza nella produzione economica. Ecco perché il capitale e altre risorse economiche sono state letteralmente sprecate e allocate malamente in inutili speculazioni sul mercato secondario. Ad esempio, ora ci sono più di un bilione di dollari in asset gestiti dai cosiddetti "fondi di fondi."

Questi ultimi incamerano diversi punti percentuali di profitto su quel 20% che gli hedge fund sottostanti portano a casa grazie alle loro vincite nel casinò della banca centrale. Eppure non forniscono alcun valore economico aggiunto basato sul libero mercato — a parte fornire consigli ai propri clienti facoltosi su quali hedge fund riusciranno a vincere nelle settimane o trimestri successivi.

E così, vivendo alla grande grazie a queste rendite non acquisite, i gestori e proprietari di fondi dei fondi — artefatti della finanziarizzazione — consumano i servizi di resort, grandi chef e commercialisti che non sarebbero richiesti in un libera mercato. Nei mercati onesti non ci potrebbero mai essere abbastanza profitti con i cosiddetti "asset rischiosi", tali da assorbire la stratificazione che esiste oggi nel casinò di Wall Street.

Al contrario, in un libero mercato sarebbero precluse le principali caratteristiche della macchina delle bolle della FED. Non esisterebbero i giochi d'azzardo risultanti dalla speculazione di breve periodo in asset rischiosi (finanziati principalmente dalla ZIRP, da pronti contro termine a basso costo e da altri tipi di finanziamenti), perché non esisterebbero mercati monetari disposti ad offrire un'assurdità economica come denaro gratis per sette anni consecutivi. Non esisterebbe nemmeno l'abietto saccheggio di quei poveracci che vengono attirati in queste manie speculative, perché il "pompa e sgonfia" cronico non potrebbe sopravvivere nei mercati onesti.

Tuttavia, in assenza degli equilibri e delle sanzioni del libero mercato, questi casinò abilitati dalla banca centrale non si limitano a generare cicli di boom e bust per caso — lo fanno cronicamente e in modo prevedibile. Con i livelli di fiducia crescenti che si sono susseguiti nei cicli economici a partire dai primi anni '90, una classe di speculatori professionisti ha imparato a prevedere quasi perfettamente le manovre del nostro politburo monetario.

Di conseguenza essi non esitano a cavalcare la bolla fino a quando non vedono spegnersi le luci presso l'Eccles Building, né esitano ad immergersi di nuovo nella carneficina post-crollo quando la FED riapre i rubinetti, come ha fatto durante l'inverno del 2008-2009. Ciò che è emerge è una festa permanente della speculazione, dove gli stessi "asset rischiosi" vengono commerciati più e più volte quando queste grandi bolle finanziarie si gonfiano, scoppiano e si gonfiano di nuovo.

L'esempio numero uno in questo momento potrebbe essere lo stipendio annuale da $119 milioni del trentenne Jimmy Levin, guadagnato di recente mediante la negoziazione del "credito strutturato" presso l'Ochs-Ziff Capital Management. Durante l'anno in questione, le sue vincite hanno apparentemente superato del 25% i $94 milioni totali che guadagnano gli amministratori delegati delle 6 grandi banche degli Stati Uniti — vale a dire, i capitalisti clientelari che gestiscono JPM, BAC, GS, MS, C e WFC.

Ma quando si eliminano gli eufemismi, diventa chiaro che la sorprendente vittoria del giovane Levin non è riconducibile all'invenzione di qualcosa di unico e utile (come, ad esempio, il software desktop di Bill Gates). No, la manna è arrivata perché è stato tanto audace quanto fortunato a rimanere in prossimità della FED mentre si "rituffava per la terza volta" nei titoli tossici subprime.

Nel corso del 2012 il team di speculatori di Levin ha staccato un profitto da $2.0 miliardi con una scommessa di breve termine su circa $7.5 miliardi di prestiti e obbligazioni in sofferenza — soprattutto i resti fumanti di CDO subprime e MBS. In qualità di capo del gruppo, la quota di Levin è stata quindi di $119 milioni e questo magnifico risultato è stato veramente una passerella nel mondo dei ricchi.

Sembra che solo pochi anni addietro Jimmy avesse fatto un buon lavoro nell'insegnare al figlio del co-fondatore, Daniel Och, come fare sci d'acqua al campo estivo. Levin poi si è laureato in "informatica" a Harvard, ha ottenuto un lavoro da stagista presso la società che lo ha lanciato e, infine, l'arrivo definitivo alla Ochs-Ziff Capital Management — dove si è presentata l'ennesima mania dei subprime. E poi Levin è finito tra lo 0.0001% dei possessori di ricchezza, dove sicuramente non c'è più Horatio Alger.

Ecco il punto. In un mercato libero e onesto, non ci sarebbe una Ochs-Ziff Capital Management con $40 miliardi di fiches del casinò. Non ci sarebbero state le decine di miliardi di asset finanziari al collasso, che girerebbero per le strade di Wall Street in attesa che qualcuno li raccolga al momento propizio prevedendo le mosse della FED.

Allo stesso modo, in un mercato onesto nessuno sano di mente avrebbe scommesso $7.5 miliardi utilizzando un'alta leva finanziaria e protezioni minime. E a nessun trentenne sarebbe stato dato il permesso di chiudere gli occhi e scommettere il ranch, come ha apparentemente fatto Levin, su una "ripresa immobiliare" basata su una nuvola di parole del politburo monetario e sul suo eco nella stampa finanziaria.

In breve, il capitalismo di libero mercato non presuppone uno scambio di qualcosa per niente.

Il casinò della banca centrale che ha dato origine alla fortuna di Levin, ha anche partorito un figlio ancora più nocivo: vale a dire, una cultura della pretesa tra i giocatori del casinò che alimenta il saccheggio di tutto il paese. Così oggi si fa avanti un certo Vincent Viola, fondatore della ditta Virtue Financial, che pretende $100 milioni ai contribuenti sfortunati della Florida — uno stato che potrebbe anche essere etichettato come la ground zero della macchina delle bolle presso la FED.

Sembra che solo pochi mesi fa Viola abbia acquistato una squadra di hockey della Florida per $750 milioni — nonostante il fatto che essa perdesse circa $25 milioni l'anno. Inutile dire che, durante i 5 anni in cui stava costruendo la Virtue Financial, Viola — benedetto dalla casualità di un nome di famiglia veramente risonante — non aveva molta esperienza quando si trattava di perdere denaro. Secondo i suoi modelli IPO, Virtue Financial è risultata redditizia 1,277 giorni su 1,278 sotto la sua gestione.

Questo è un tasso di vincita dello 0.9992175.

Solo nel casinò delle bolle dello zio Ben!

Il punto è semplice. Una volta nessun magnate capitalista avrebbe avuto la faccia tosta di chiedere che i contribuenti finanziassero i suoi cavalli da polo e i suoi giocatori. Quindi aggiungete la cultura nociva della pretesa e la corruzione politica, alla lista dei mali che hanno creato i nostri pianificatori centrali monetari.

Persone come Vincent Viola dovrebbero far indignare i veri credenti nella libertà e nella libera impresa!

La cosa peggiore è che la storia Vince Viola è solo l'ultima in ordine cronologico.

Un altro esempio di questo tipo di saccheggio ci arriva dal salvataggio clientelare della General Motors: ricattando la Casa Bianca, i tipi dalle dita veloci hanno mietuto miliardi dai titoli scoppiati della suddetta società automobilistica in bancarotta. Da The Great Deformation: The Corruption of Capitalism In America, pp. 662-665:

Delphi era composta da ex-divisioni — radiatori, assali, illuminazione, interni — che alla fine degli anni '90 erano state tolte a GM dagli investment banker, i quali sostenevano che tale soluzione avrebbe reso GM più "concentrata" e "gestibile". In verità, Delphi era una discarica per $10 miliardi di debito di GM, oneri pensionistici ed obblighi legati all'assistenza sanitaria, così come per decine di stabilimenti UAW irrimediabilmente non redditizi e altri miliardi di passività nascoste.

Non sorprende che Delphi sia andata a sbattere, entrando nel Chapter 11 nell'autunno del 2005. Che questa società fosse destinata ad essere la bestia da soma di GM, diviene evidente dai dati finanziari riportati nei suoi sei anni di esistenza come società indipendente. Durante questo periodo le sue vendite (il cui destinatario pincipale era GM) ammontavano a $165 miliardi, ma fece registrare una perdita netta cumulata di $6 miliardi e generò un flusso di cassa operativo negativo. Infatti, gravata dal costo di una manodopera a $60 l'ora rispetto alla concorrenza exra-sindacato di $15 l'ora, è stata tenuta in vita da uno schema di di Ponzi intra-industriale: Delphi si ingolfava (per conto di GM) di cattivo credito commerciale e GM strapagava le parti vendute da Delphi.

Inutile dire che Delphi ha rappresentato un disastro economico che non aveva alcuna prospettiva di un'onesta riabilitazione, ma sotto la pressione di GM e UAW è rimasta impantanata nel tribunale fallimentare per i quattro anni successivi. Nel frattempo ha continuato a sopportare miliardi di debiti di GM, e in ultima analisi è stata in grado di emergere dal Chapter 11 solo perché la task force della Casa Bianca ha ritenuto opportuno pompare miliardi di soldi dei contribuenti nel suo cadavere (come parte del salvataggio di GM).

Il primo effetto di questo terribile abuso di potere statale, è stato più posti di lavoro a $60 l'ora a Saginaw, Michigan, e pochi a $15 l'ora non sindacalizzati in Tennessee e Alabama. Ma il vero male del salvataggio giace nella sua castigazione della disciplina del libero mercato e nel forte messaggio trasmesso dalla Casa Bianca: il fallimento non ha più importanza. Anche gli zombie come Delphi potrebbero essere risparmiati, purché il capitalismo clientelare rimanga vivo e vegeto a Washington.

In realtà Delphi doveva essere liquidata, dovevano essere messe all'asta le sue poche operazioni vitali e dovevano essere chiuse le sue decine di stabilimenti UAW non competitivi ed obsoleti. Dovevano essere cancellati i miliardi di crediti commerciali che aveva stupidamente esteso a GM, e soprattutto non dovevano essere pagati per intero dai contribuenti. Eppure questo assalto al mercato libero è stato solo uno dei mali che provenivano dai salvataggi del settore automobilistico.

Dopo che Delphi è stata inutilmente rianimata con $13 miliardi di denaro dei contribuenti, una banda di hedge fund predoni è stata in grado di guadagnare $4 miliardi da questa azienda che, in presenza di un libero mercato e del diritto fallimentare, non avrebbe mai più visto la luce una volta finita nel Chapter 11.

Infatti uno degli investitori, un cosiddetto fondo avvoltoio di nome Elliot Capital, sembra aver realizzato un guadagno del 4,400%, o $1.3 miliardi, sul suo investimento in Delphi, la quale è stata nazionalizzata con una IPO nell'autunno 2011.

I particolari di questo caso puzzano di capitalismo clientelare. Illuminano chiaramente come il ciclo boom/bust della FED inondi iniquamente di ricchezze l'1% della popolazione. Secondo i rapporti presentati alla SEC, Elliot Capital ha acquisito la sua posizione in Delphi per $0.67 ad azione nel bel mezzo del crollo dell'industria automobilistica (mentre GM e Delphi erano ancora in pieno Chapter 11). Due anni più tardi ha avuto la fortuna di vendere azioni al pubblico a $22 l'una.

L'archiviazione del caso non ha tenuto conto che nel frattempo Elliot Capital ed i suoi complici avevano ottenuto il controllo del fallimento della Delphi acquistando i cosiddetti "titoli fulcro" a pochi centesimi l'uno. Poi hanno minacciato di paralizzare GM non spedendo alcune parti insostituibili, come gli ingranaggi dello sterzo: GM possedeva tecnicamente l'attrezzatura, ma era fisicamente ostaggio degli stabilimenti della Delphi.

Inutile dire che in una procedura fallimentare normale, un giudice sarebbe piombato sulla Elliot Capital come una tonnellata di mattoni; un giudice duro avrebbe potuto anche far scattare arresti. Ma secondo le regole ad hoc del capitalismo clientelare, la legge conta poco e il modus operandi passa attraverso lo scrutinio della politica. Ciò significava che gli hedge fund erano letteralmente in grado di usare le maniere forti sulla Casa Bianca affinché fornisse un piano di salvataggio da $13 miliardi alla Delphi. Anche lo zar del settore automobilistico, Steve Rattner, anch'egli impegnato alacremente a spennare i contribuenti, ha descritto la posizione degli hedge fund come una "richiesta di estorsione da parte di pirati barbareschi".

Le vincite della Elliot Capital rappresentano una lezione oscena sul modo in cui il capitalismo clientelare e la stampante della FED distorcono il libero mercato. Senza il trasferimento fiscale di quei $13 miliardi, la Delphi non sarebbe mai scampata alla bancarotta; e senza la marea di liquidità proveniente dall'Eccles Building, non ci sarebbe stato alcun mercato in cui scaricare l'IPO della Delphi.

Oltre alla Elliot Capital anche altri avvoltoi hanno potuto godere di lauti pasti. In particolare, un hedge fund chiamato Silver Point (in stretta connessione con Goldman Sachs) ha ottenuto un profitto da $900 milioni, e questo non era un risultato atipico: rappresenta uno degli speculatori più abili nei prestiti in sofferenza e nelle obbligazioni in crisi che sono stati miracolosamente riportati in vita dal diluvio di denaro della FED.

Un altro grande vincitore è stato il fondo di John Paulson. Questa volta il suo più grande affare l'ha fatto sul contribuente americano, e il guadagno è stato di $2.6 miliardi. Ma la manna più eclatante è arrivata per Third Point Capital, il cui guadagno è stato di $400 milioni. Questo hedge fund è gestito da Daniel Loeb, il quale era stato un sostenitore di Obama nel 2008, ma che poi lo ha attaccato per averlo ingiustamente incluso nell'1%.

Potreste pensare che qui abbiamo a che fare con un caso di rivolta contro la mano che ti nutre... Nonostante Loeb non abbia abbassato i toni della sua critica alla "guerra di classe" di Obama, ha finanziato la raccolta fondi di Romney contribuendo con $500,000 per la campagna del GOP.

In tal modo, Loeb ha aiutato a chiarire perché il capitalismo clientelare è così nocivo e pervasivo. Si è scoperto che un altro vincitore di guadagni faraonici sulla carcassa della Delphi, è stato un oppositore alacre del piano di salvataggio per GM; cioè, l'autore di un celebre articolo pubblicato sul New York Times intitolato “Let Detroit Go Bankrupt”.

La facilità con cui gli avvoltoi hanno intascato i loro miliardi da questo raid nel Tesoro degli Stati Uniti, è evidente dalle vincite di Mitt Romney che ammontano a $15 milioni. In base alla tempistica di questa saga, sembra che questa pioggia di soldi sia arrivata mentre Romney sfoderava la sua retorica anti-Big Government per la successiva campagna presidenziale.

Va da sé che con amici come questi, il libero mercato non ha bisogno di nemici. Ancora più importante, sotto la repressione finanziaria e le politiche della FED che coccolano Wall Street, il libero mercato non esiste più. E' stato sostituito da un ciclo continuo e distruttivo di boom-bust proveniente dalle depredazioni monetarie della banca centrale.

Nel processo di inflazionamento delle azioni, della leva finanziaria e della speculazione, la FED perderà il controllo, trasformando i mercati finanziari in campi di sterminio economico. Con le sue manovre di reflazione, favorisce un raccolto di tale portata per i capitalisti clientelari che una cosa del genere è impensabile in un libero mercato. Questa è la fine della politica monetaria di Greenspan e dell'affermazione fallace che le bolle non possono essere previste, ma solo lasciate scoppiare. Questo è il modo in cui l'1% si riprende.
Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Una barriera mentale per la libertà?

Gio, 05/06/2014 - 10:17




di James E. Miller


E' possibile convincere gli altri dei benefici della libertà? Può l'uomo-massa convincersi che lo stato impedisce la sua prosperità?

Ho i miei dubbi. Lo stato promette una fuga dalle fatiche della vita. Fornisce anche un mezzo affinché le persone si sentano parte di qualcosa di superiore rispetto a loro. E, naturalmente, c'è sempre l'incentivo monetario a sostenere un welfare state generoso.

Oltre a ciò, perché sembra così difficile convincere i nostri amici, vicini, colleghi e collaboratori della moralità insita nei diritti di proprietà? Walter Block sospetta che siamo biologicamente predisposti ad essere contrari alla libertà. Data la mia convinzione del diritto naturale di essere sub specie aeternitatis, non sono d'accordo col suo punto di vista. L'uomo è stato fatto per essere libero. Non tutti riescono a capirlo. I politici con un minuscolo QI lo dimostrano. Ma la verità è lì, affinché possiamo coglierla e seguirla.

Esiste quindi una spiegazione migliore sul perché il divario tra governanti e governati non mostra segni di diminuzione? In un recente post sul blog del New York Times, Ross Douthat esplora la dicotomia tra la visione laicista e creazionista. A parere di Douthat, la mente moderna, che è stata invasa da un eccesso di scientismo mescolato ad incredulità, non è costruita per gestire i miracoli. Cita l'esperienza del regista olandese Paul Verhoeven, che, dopo aver avuto un'esperienza mistica in una chiesa pentecostale, ha negato la percezione corporea di quello che aveva sentito. Verhoeven dice di "aver sentito fisicamente [...] la discesa dello Spirito Santo" e il suo cuore andare "a fuoco." Invece di abbracciare l'esperienza, l'ha evitata. Come direbbe Groucho Marx, ha optato per la sua nozione preconcetta di verità invece di credere ai suoi "occhi."

Prendendo spunto dal lavoro del filosofo britannico Charles Taylor, Douthat sostiene che l'esperienza di Verhoeven è stata respinta dalla sua stessa mentalità. Questa barriera auto-imposta agisce come una rete per catturare tutto ciò che potrebbe contraddire la propria visione del mondo. Anche se Verhoeven avesse subito un vero e proprio miracolo, non ci avrebbe creduto lo stesso. Non sarebbe stato disposto a viaggiare così in profondità lungo il percorso della considerazione. Nella sua mente, la laicità è troppo radicata. Tutta la sua percezione era governata da una forza troppo potente per essere superata. La fragilità di questo muro dipende da Verhoeven; e da tutti gli individui.

Nel suo libro A Secular Age, il sopra citato Taylor scrisse:

Affrontiamo grandi difficoltà quando le nostre menti si trovano a dover fronteggiare eventi simili, e ci sforziamo rapidamente di raggiungere spiegazioni intra-psichice, in termini di illusioni, proiezioni e simili. Ma una cosa che sembra chiara, è che l'io coinvolto nell'esperienza è sostanzialmente diverso in questi mondi e nel nostro.
L'antipatia, o anche la riluttanza, ad accettare ciò che è reale ha caratterizzato molte delle tragedie della storia. I dittatori che uccidono milioni di persone senza alcun pensiero; il burocrate statale che calpesta un imprenditore senza pensare al valore perduto; gli amoralisti che parlano eloquentemente di fare la cosa giusta; il soldato che sfonda la porta di una casa e rende orfani i bambini, mentre ripete a sé stesso che è tutto per la libertà – questi tipi di individui intraprendono una guerra nella loro testa contro la coscienza. L'erroneità delle loro azioni è evidente. Invece di farvi fronte, le razionalizzano con un senso perverso di giustizia ed erroneità.

I tipi di sinistra, in genere, hanno uno di questi due problemi: o perseguono sordidamente l'autorità o credono infantilmente nella bontà dei loro sforzi.

Per gli ingenui c'è ancora speranza di ravvedersi. Presumibilmente hanno solo le migliori intenzioni. Per loro lo stato è uno strumento per la prosperità, invece che un corpo contundente di oppressione. Da qui la loro approvazione per le iniziative statali. Ma se si dimostra loro che la regolamentazione statale ostacola la creazione di ricchezza reale, forse il fronte della libertà si ritroverebbe alcune nuove reclute.

Coloro che usano lo stato solo per il loro tornaconto, sono una causa persa. Sanno bene che quello che stanno facendo è sbagliato. Li preoccupa poco. Lo stato si muove sempre verso più potenza e più controllo. Coloro al comando raramente vogliono diminuire i loro poteri. Ogni incentivo dice loro "fai di più." Ogni volta che la moralità cerca di farsi strada nella loro coscienza, deve essere oscurata.

Rod Dreher scrive che se la mentalità secolare continua ad agire come baluardo contro ogni tipo di prova divina, presto potrebbe essere impossibile far rivivere una comprensione religiosa di massa. Come egli osserva: "Dopo aver perso la capacità di percepire la realtà spirituale, in circostanze normali non sarà più possibile riconquistarla [...]."

Quanto alla libertà le circostanze possono essere altrettanto terribili, almeno nei paesi occidentali, dove l'influenza dei liberali classici come John Locke e Thomas Jefferson è più forte. Oltre un secolo di indottrinamento progressivo ha trasformato le scuole da luoghi di apprendimento in fabbriche di robot. Lo stato fornisce più servizi rispetto al passato. Qualora uno qualsiasi di questi dovesse deficitare del controllo statale, molti non riuscirebbero ad immaginare come il settore privato potrebbe gestirli.

Se la libertà ha la possibilità di influenzare qualcuno, è quella persona che fa del suo meglio per evitare la politica. Le loro menti potrebbero non essere così sensibili alla propaganda filo-statale. Quel muro mentale può non essere così forte; potrebbe essere facile da sgretolare.

Il grande compito dei libertari, o dei fautori dell'economia sonante, non è necessariamente diffondere le idee. Questo è un passo necessario, naturalmente. Le teste dure sono il vero ostacolo da superare. Si può predicare il messaggio della legge, della proprietà e dei diritti per tutto il giorno e la notte; se qualcuno non è in grado di cogliere la sistematicità con cui le cose si incastrano per formare un insieme logico, allora stareste parlando al vento. Infrangere un pregiudizio epistemologico non è facile. Tuttavia, deve essere fatto. Se non ha successo, e l'intervento dello stato progressista rimane la norma, allora la libertà potrebbe benissimo estinguersi.

Questo è un pensiero terribile. Ma i pensieri terribili sono l'acqua fredda sulla calda compiacenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La truffa finanziaria di cui si innamora ogni americano

Mer, 04/06/2014 - 10:13




di Bill Bonner


L'economia viene chiamata la "scienza triste," anche se a volte vengono usati aggettivi più forti come truffaldina e ingannatrice. L'economia è triste, ma non è una scienza.

Nella migliore delle ipotesi si tratta semplicemente di voyeurismo — fare capolino davanti le finestre della gente mentre bada ai propri affari e cercare di capire cosa stia facendo. Nel peggiore dei casi, si tratta di una teoria pomposa che cerca di migliorare gli stupidi.

Dubitiamo che siate particolarmente interessati all'economia, cari lettori. Noi non lo siamo. Ma non possiamo resistere ad una buona commedia... o ad una buona occasione per farci una risata. Osserviamo economisti e politici nel modo in cui i bambini osservano i clown; non vediamo l'ora che qualcuno gli dia una botta in testa, o che inciampino e cadano a terra.

Ma ciò che è divertente è anche istruttivo. I pagliacci sono anche persone, dopo tutto. Non sono forse parte della vita umana... dell'organizzazione umana... e dell'economia umana?

Ognuno di essi è guidato dalle stesse cose che guidano tutti gli altri. Vogliono potere... gloria... denaro. Ma come si ottengono? Guardando politici ed economisti, possiamo imparare qualcosa su noi stessi?

Uno dei tanti concetti riguardanti politici ed economisti, è che sono in qualche modo fuori dal comune. Sono divini, o almeno così fanno finta di essere, non avendo nessun'altra ambizione se non quella di rendere il mondo un posto migliore.

Né bere, né mangiare, né falsa testimonianza. Non sono attratti da alcun guadagno materiale... e non conoscono la lussuria — salvo per il miglioramento di tutta l'umanità. Approvano leggi... emanano codici e regolamenti... muovono queste leve e ne attivano altre — come se fossero i padroni di tutto il genere umano piuttosto che essere semplici componenti al suo interno.

Dal momento che sono una spanna al di sopra di tutti, non sono soggetti alle normali tentazioni. Il resto di noi trascorre tutta la propria vita come animali — bramando profitti, amici, status sociale, orgoglio, amore e denaro come i procioni bramano un secchio della spazzatura senza coperchio. A meno di non essere chiusi in gabbia, chissà cosa faremo?

Ecco perché la stampa scandalistica — soprattutto in Gran Bretagna — ama le storie di ministri del governo che hanno relazioni con le loro segretarie o evadono le loro imposte sul reddito.

A chi non piace vedere l'ipocrisia rivelata in pubblico? E' come se il re stesso fosse stato sorpreso con i pantaloni abbassati; noi a bocca aperta... mentre vediamo che lui è umano, proprio come noi.

Ma grazie a Dio ci sono i leader! I pensatori! I teorici con i loro "ismi " ed il loro recinti... pronti non solo ad impedire di ferirci l'un l'altro, ma anche a darci un senso di scopo morale.

Non è sufficiente aspirare alla felicità a modo proprio, dobbiamo Liberare la ragioe dei Sudeti! Abolire la povertà ! Rendere il Mondo Sicuro per la Democrazia! Noi dobbiamo realizzare il nostro destino... e fornire lebensraum (spazio vitale) al popolo tedesco! Piena occupazione! Un salario minimo! Non lasciare indietro nessuno!

Ricordiamo queste cose soltanto per ridere.

Nel XX secolo John Maynard Keynes se ne uscì con una nuova idea di economia. Ai politici piacque molto; Keynes spiegò loro come avrebbero potuto intromettersi su larga scala negli affari privati — e, naturalmente, per migliorare le cose.

Keynes sosteneva che quando l'offerta di denaro subiva una contrazione, uno stato avrebbe potuto superare una recessione estendendo più credito... spendendolo poi per compensare la spesa mancante di consumatori e imprenditori.

Keynes suggerì, capricciosamente, di nascondere bottiglie di denaro in tutta la città, in modo che i ragazzi le avrebbero potute trovare, spendere i soldi al loro interno e rilanciare l'economia.

La nuova idea prese piede. Presto gli economisti iniziarono a consigliare a tutti i principali governi come attuare il nuovo "ismo." Non sembrò importare a nessuno che il nuovo sistema fosse una frode. Da dove sarebbe uscito questo nuovo denaro? E che cosa fece pensare che il giudizio (spendere o risparmiare) degli economisti avesse più senso di quello di un qualsiasi altro individuo?

Tutti quello che hanno fatto i keynesiani è stato sostituire le loro ipotesi alle opinioni economiche di milioni di cittadini comuni. Avevano fatto ricorso a quello che Franz Oppenheimer definì "mezzi politici," invece di lasciare che i "mezzi economici" facessero il loro corso.

Gli economisti hanno voluto ciò che tutti vogliono — potere, prestigio, donne (tranne lo stesso Keynes, che preferiva gli uomini). E ci sono solo due modi per ottenere ciò che si vuole nella vita, caro lettore. Ci sono i mezzi onesti e quelli disonesti.

Ci sono i mezzi economici, e ci sono i mezzi politici. C'è la persuasione... e c'è la forza. Ci sono i modi civili... e quelli barbari.

L'economista è innocuo fintanto che rimane a guardare dalla finestra. Ma quando si impegna a convincere la gente affinché faccia quello che lui vuole — offrendo denaro non suo... frodandoli con tassi di interesse artificialmente bassi... o stampando denaro che non è sostenuto da qualcosa con valore reale (ad esempio l'oro)... passa al lato oscuro. Ha abbracciato i mezzi politici per ottenere ciò che vuole. È diventato un asino.

I "miglioramenti" keynesiani vennero applicati negli anni '20 — quando l'allora governatore della FED, Ben Strong, decise di dare all'economia un piccolo "coup de whiskey" — e poi negli anni '30 quando il mercato azionario si stava riprendendo dalla sbornia.

Come prevedibile i risultati furono disastrosi. E arrivarono altri economisti con le proprie cattive idee. Rari erano gli uomini, come Robert Lucas e Murray Rothbard, che sottolineavano come non si potessero migliorare i risultati economici con i mezzi politici.

Se un'assemblea nazionale potesse rendere ricche le persone approvando leggi, saremmo tutti miliardari, perché le assemblee hanno approvato una moltitudine di leggi e sembrano in grado di emanare qualsiasi atto legislativo proposto loro. Se le leggi potessero rendere ricche le persone, sarebbero spuntati da qualche parte gli editti magici — semplicemente per caso.

Ma invece di renderle più ricche, ogni legge le rende un pò più povere. Ogni volta vengono utilizzati i mezzi politici per interferire con la sfera privata (la quale permette alle persone di ottenere ciò che vogliono).

Un uomo produce scarpe. Un altro coltiva patate. Il coltivatore di patate va dal calzolaio per comprare un paio di scarpe. Deve scambiare due sacchi di patate per un paio di mocassini.

Ma poi si presentano i ficcanaso e gli dicono che deve chiedere tre sacchi... in modo che possa pagarne uno in "tasse" per i ficcanaso stessi. E poi deve montare un sistema di allarme nel suo negozio, acquistare un elmetto, pagare il salario minimo al suo aiutante e compilare i moduli per tutti i tipi di scopi lodevoli. Quando il coltivatore di patate si presenterà finalmente dal ciabattino, scoprirà che le scarpe costeranno sette sacchi di patate!

Questo è proprio quello che deve far pagare per avere i due sacchi di prima. "No, grazie," dice l'uomo delle patate, "A questo prezzo non posso permettermi un paio di scarpe."

Ciò di cui ha bisogno il coltivatore di patate, dicono gli economisti, sono più soldi! L'offerta di moneta non è riuscita a tenere il passo, aggiungono. Ecco perché hanno spronato lo stato ad istituire la Federal Reserve; volevano una moneta-fantoccio che si fosse conformata ai loro piani.

L'oro va bene, dissero, ma è anti-sociale. Resiste ai nuovi "ismi" e si mette di traverso per il finanziamento di nuovi programmi sociali. E' positivamente recalcitrante!

Ovviamente quando ci troviamo di fronte ad una guerra o ad un Grande Scopo Nazionale, abbiamo bisogno di denaro che sia pronto all'uso senza fare storie. L'oro è titubante. L'oro esita. L'oro è riluttante e reticente. L'oro va bene come moneta privata. Ma quello che ci serve è una fonte di finanziamento pubblico... una valuta nazionale espandibile e flessibile... denaro politico con cui poter lavorare. Abbiamo bisogno di un dollaro che non sia legato all'oro.

In tanti anni, sin dalla creazione del Federal Reserve System come banca centrale americana, l'oro è rimasto fermo ed immobile come sempre. Un'oncia di oggi acquista circa la stessa quantità di beni e servizi di quanti ne acquistava nel 1913.

Ma il dollaro è andato a braccetto con ogni lugubre piano politico apparso sulla scena mondiale — la guerra in Europa, il New Deal, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la guerra del Vietnam, la guerra alla povertà, la guerra all'analfabetismo, il New Frontier, la Great Society, la previdenza sociale, il Medicare, il Medicaid, la guerra in Iraq, la Guerra al Terrore — la lista è lunga e sordida.

Indovinate quanto vale un dollaro oggi rispetto a quanto valeva nel 1913? Cinque centesimi.

Il keynesismo è una frode. La teoria supply-side è una truffa. Il dollaro è una truffa. Sono stati sviluppati da persone con buone intenzioni. Ma questi buoni propositi non solo hanno lastricato la strada per l'inferno, l'hanno anche lucidata. Non ha senso frenare. Una volta partiti non ci si può più fermare.

In questo momento gli Stati Uniti stanno scivolando in una sorta di Inferno. Mezzo secolo di inganni ha prodotto una nazione che è pronta a credere a qualsiasi cosa... ed a seguire qualsiasi cosa... a condizione che si prometta di farli diventare ricchi.

Resteranno molto delusi quando scopriranno che tutti i mezzi politici su cui contavano — il denaro farlocco, le leggi, le normative e le guerre — li avranno resi più poveri. In quel momento avremo davvero bisogno di gabbie...

"Niente in natura è malvagio," disse Marco Aurelio. Keynes era umano. Anche Adolf Hitler era un uomo, una parte della natura stessa. E l'Impero del Male non è stato creato da uomini, uomini che — come economisti e politici — hanno seguito i propri impulsi naturali?

Adolf potrebbe aver commesso errori. Ma lo fece con le migliori intenzioni: pensava di poter creare un mondo migliore. E aveva tutte le "ragioni" per farlo. Avrebbe potuto parlare tutto il giorno; "dimostrando" che il suo piano era il modo migliore di procedere.

Non che non ci fossero argomenti dall'altro lato. Cosa dovevano fare le persone intelligenti?

Le persone hanno discusso in merito al keynesismo per molti anni. Ogni lato ha buoni punti. Uno era convincente; l'altro era persuasivo. E' come una coppia che litiga in tribunale per il divorzio — il marito ha dimenticato di portare fuori la spazzatura e ha fatto cadere un vaso; la moglie lo ha investito con l'auto di famiglia. "Non l'ho visto," dice.

Cosa dovrebbe pensare un osservatore?

La logica qui non può essere d'aiuto. Entrambe le parti hanno buoni punti. Tutto quello che può fare l'osservatore è ripiegare sul suo profondo senso di giusto e sbagliato... e buon gusto. "Non avrebbe dovuto investirlo."

"Ama l'uomo, odia il peccato," dicono i predicatori battisti. Un punto di vista utile. Non ha senso odiare Adolf, Josef, Osama... John Maynard... o un altro qualsiasi delle migliaia di clown che ci intrattengono, ci infastidiscono e ci uccidono.

Sono lo stesso creature di Dio, proprio come il resto di noi. Quello che hanno fatto di sbagliato è quello che fanno sempre di sbagliato... tutti hanno fatto ricorso a mezzi politici per ottenere ciò che volevano.

Non odiamoli; speriamo solo che ottengano ciò che si meritano.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La BCE è sotto pressione affinché abbandoni la sua strategia di politica “superiore”

Mar, 03/06/2014 - 10:09

Giovedì sarà un giorno davvero interessante, almeno dal punto di vista dei mercati europei. Lo zio Mario terrà la sua classica conferenza stampa, e sebbene ci si aspetti un ulteriore taglio dei tassi di interesse di riferimento, alcuni attendono anche una sorta di QE "made in UE". Insomma, la crisi ancora attanaglia la zona Euro, proprio perché niente è stato risolto fino ad ora; si è solo guadagnato tempo in attesa di un miracolo. Ora "tutti" si aspettano che questo miracolo sia dispensato dallo zio Mario... in un modo o nell'altro. Fino ad ora il suo bluff ha fatto credere ai mercati che sarebbe stato disposto ad intervenire sedutastante in caso di necessità, quindi i mercati hanno continuato ad operare "forti" di questa promessa. Il problema è che stiamo parlando del comparto bancario, uno degli investimenti improduttivi più grandi di sempre che sarebeb dovuto esplodere tra il 2008 ed il 2010. La sua esistenza non fa altro che generare instabilità perché drena risorse dall'economia più ampia. Il settore bancario centrale, con il suo aiuto a banche comemrciali e stati, sostiene artificialmente quei titoli importanti per suddette entità: obbligazioni statali, MBS, ecc. Gonfiando il valore di questi asset si dà una parvenza di solidità a coloro che li possiedono, abbassandone quindi il rendimento e generando una lotta per ritorni decenti in un ambiente economico ostile al prestito. I lrischio non viene prezzato adeguatamente, e si fa più semplice incappare in nuovi errori. Fino ad ora la BCE è riuscita ad astenersi dall'ufficializzare un QE proprio, ma ha continuato ad espandere "silenziosamente" l'offerta di moneta grazie soprattutto agli aiuti provenienti dalla FED. Una cosa è certa: ci si aspetta un cambiamento netto nella politica della BCE. E Draghi sembra intenzionato ad accontentare tutti senza scontentare nessuno (es. i tedeschi). Probabilmente non si chiamerà QE, ma nell'ombra c'è necessità che si faccia qualcosa. Le banche commerciali ne hanno bisogno, la loro fame di rendimenti necessita di ulteriori distorsioni e prezzi gonfiati artificialmente. Il cartello bancario centrale non si tirerà indietro. In un modo o nell'altro terranno vivo l'ottovolante del boom-bust.
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di Detlev Schlichter


La Banca Centrale Europea è sotto pressione. L'inflazione nella zona euro è allo 0.7%, ma come ha dichiarato Ben Bernanke, non siamo mai sicuri se queste cose vengono misurate correttamente. Quindi tutto quello che sappiamo, è che la zona euro potrebbe già trovarsi in una mite deflazione.

Questa non dovrebbe essere una sorpresa. Per un certo periodo di tempo la zona euro ha praticamente avuto una crescita zero dell'offerta monetaria ed una crescita zero dell'offerta dei prestiti. Come riportato oggi, ad aprile la crescita dell'aggregato monetario M3 è scesa dello 0.8% annuo. Sempre ad aprile i prestiti al settore privato sono scesi dell'1.8% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Questa situazione è andata avanti per qualche tempo, come mostrato in questi grafici:




Naturalmente la brigata dell'allentamento monetario è in subbuglio. Il manager miliardario David Tepper ha detto che la BCE è "rimasta molto, molto indietro." Martin Wolf chiede "un altro bazooka" e Ambrose Evans-Pritchard sospetta da tempo che la BCE sia sotto il controllo di una congrega fedele all'hard money, la quale gestisce l'intera economia da dietro le quinte.



La BCE è controllata da alcuni veterani estremisti della Bundesbank?

Beh, io per primo lo spero ma comunque ne dubito.

A mio avviso la politica della BCE è stata la più sensata (o forse dovrei dire, la meno irresponsabile) tra quelle delle altre banche centrali principali. Certo, sostengo che solo il denaro completamente apolitico e anelastico sia adatto ad un'economia di mercato (o ad un'economia di libero mercato in generale); e sostengo anche che il denaro fiat elastico, qualsiasi forma di politica monetaria (intervento persistente sulla moneta e nel settore bancario) e quindi le stesse banche centrali, non abbiano posto nel capitalismo di libero mercato. Non sono amico delle banche centrali, ma so che non scompariranno molto presto. Quindi se bisogna ancora tenersi i banchieri centrali, ci sono tipi ben peggiori del vecchio e burbero Helmut Schlesinger. Secondo i miei parametri, l'inattività è una virtù per un banchiere centrale. Se Evans-Pritchard ha ragione ed esiste una rete di bocconiani sostenitori dell'hard money, di spagnoli ispirati dalla scuola austriaca e di vecchi dirigenti della Bundesbank da qualche parte nelle viscere della burocrazia europea ed essa costituisce un muro ideologico contro lo stimolo alla Krugman, io dico mettete nelle loro mani tutte le decisioni!

Un periodo di scarsa crescita monetaria, o anche contrazione moderata e prolungata, non solo non dovrebbe essere una sorpresa dopo un boom del credito artificiale che ha portato ad un grande bust, dovrebbe essere eminentemente ragionevole e completamente raccomandabile.

I grafici qui sopra non solo illustrano la crescita piatta del credito e, quindi, dell'aggregato monetario più ampio sin dal 2009, ma anche la forte crescita del credito bancario nel periodo precedente alla crisi. Pensavo che dopo il 2009 la maggior parte delle persone avrebbe convenuto che un periodo di deleveraging e una riparazione dei bilanci bancari fossero inevitabili. Non è chiaro quello che stiamo vedendo adesso?

Non vedo alcuna ragione per sostenere una politica attiva di disinflazione o deflazione, ma se il sano ridimensionamento del sistema bancario europeo debba portare ad un periodo di prezzi moderatamente in calo, così sia. L'obiettivo della BCE di un'inflazione al 2% è stupido perché può essere realizzato solo con la creazione di credito bancario, i cui pericoli dovrebbero essere evidenti dopo il recente ciclo di boom-bust. Ma questo obiettivo sembra particolarmente controproducente in un momento in cui la riparazione dei bilanci bancari dovrebbe essere l'obiettivo primario.

La crisi finanziaria non è stato un atto di Dio o una forza della natura, e da qualunque lato la si voglia guardare, i prestiti sconsiderati hanno giocato un ruolo importante; i prestiti sconsiderati generosamente finanziati dalle banche centrali. Le banche spagnole, italiane, francesi, tedesche, greche – sembravano tutte dei morti viventi nel 2009, e molte lo sono tuttora. Dormirei meglio se da domani la BCE iniziasse a pompare miliardi nel sistema bancario incoraggiando i banchieri a tornare alle loro vecchie abitudini? Dovrebbe rassicurarmi il fatto che ingenti somme di liquidità attraverserebbero il sistema alla ricerca di un altro Fred Goodwin che le mettesse a "buon uso"?

Per inciso, va sottolineato che una scarsa crescita del credito, o addirittura leggermente negativa, non vuol dire che nessuno sta contraendo prestiti; le banche stanno semplicemente concedendo un minor numero di prestiti rispetto a quelli che vengono rimborsati dai mutuatari esistenti.

Naturalmente l'assenza di crescita monetaria favorisce rigidità strutturali di cui la zona euro è pingue, per non parlare di mercati del lavoro ingessati, una spesa pubblica insostenibile e un debito soverchiante. Ricorrere a strategie simili non và nemmeno vicino a risolvere i problemi, e l'élite politica paralizzata ha a lungo considerato di affrontarli commettendo un potenziale suicidio politico. Il rischio di una nuova crisi è alto, ma la colpa non sarà della banca centrale.



La politica: Germania vs. Francia

Il progetto Euro dipende dall'asse Germania-Francia e può essere considerato come una guerra fredda tra le élite politiche delle due nazioni, le quali hanno le loro diverse opinioni sulla politica economica. Per l'élite francese l'euro è sempre stato un veicolo per rompere l'egemonia tedesca, la quale era rappresentata dal marco e dall'onnipotente (ma rigida) Bundesbank. Una volta sparito il DM e nuetralizzata la Bundesbank, il puritanesimo monetario tedesco doveva essere passé, poiché una burocrazia francesse avrebbe gestito lo spettacolo europeo ed infuso il tutto con un certo vigore gallico.

Qualche anno fa era un'idea diffusa: la Francia avrebbe comandato il blocco anti-austerità del Mediterraneo contro la Germania. Sembra un lontano ricordo ormai.

L'élite politica francese è interamente screditata e sembra in uno stato di completo disordine. Alle elezioni europee della scorsa settimana gli sfidanti anti-euro della Merkel, Alternative für Deutschland, hanno ottenuto il 7%; l'ala più a destra della Francia e completamente anti-euro, Front National, il 25%.

I media parlano di una reazione populista alle elezioni. Molti potrebbero aver pensato che Hollande con il suo socialismo "eat-the-rich" potesse essere il volto del nuovo populismo europeo, ma in realtà non lo era (Ed Miliband, prendete nota.) In ogni caso, Hollande è politicamente un morto che cammina, mentre la Merkel regna sovrana in Europa. Potrebbe non voler esagerare con l'austerità, ma spingerà ancora per riforme strutturali e una austerità "moderata" nella zona euro. Una Germania politicamente ed economicamente (abbastanza) forte, riduce al margine la pressione sulla BCE.

In qualsiasi modo la si pensi, la Germania è attualmente il rifugio della stabilità in Europa: basso tasso di disoccupazione, nessun deficit significativo, crescita piuttosto solida e stabilità politica fino alla noia. (Nel lungo termine rimango pessimista sui fondamentali tedeschi. Questa osservazione è un'istantanea e fondata unicamente su una base relativa.)



I tedeschi e la BCE

Il binomio Draghi-BCE non è popolare tra l'elite politica tedesca. I tedeschi sono scettici per quanto riguarda il quantitative easing e molti condividono le riserve della Corte costituzionale tedesca, la quale ha suggerito che tali politiche potrebbero essere considerate finanziamenti agli stati attraverso la stampa di denaro (ovviamente!). Né il famoso “whatever it takes” di Draghi per salvare l'euro è popolare tra il governo tedesco (e la Bundesbank), anche se tutti sono felici che fino ad ora abbia funzionato. E' semplicemente una fortuna che i mercati non abbiano testato la risolutezza di Draghi. Anche se la BCE cedesse alle pressioni ed iniziasse ad espandere l'offerta di moneta, a mio parere qualsiasi QE su larga scala è improbabile per il momento.



Pensieri finali

Cosa significa tutto questo? – Non lo so (e ovviamente potrei sbagliarmi), ma credo quanto segue:

La prossima settimana la BCE taglierà ulteriormente i tassi di interesse, ma non sarà annunciato alcun QE per il momento. Penso che la BCE implementerà pronti contro termine a tassi negativi, prima di adottare un QE su larga scala. Questa mossa è stata ampiamente prevista. Penso che l'impatto sui mercati valutari e sui mercati in generale sarà lieve. Non rappresenta un punto di svolta.

A differenza del pensiero mainstream, non credo che questa sia una politica migliore di quella che è in atto ora. Preferisco la politica della BCE a quella della FED, quindi qualsiasi movimento verso una strategia in stile FED non otterrà la mia benedizione (anche se non credo che importi a qualcuno).

Gli aggregati monetari degli Stati Uniti (tra cui le metriche del credito) si stanno espandendo, poiché sembra che sia stata la FED ad innescare una ripresa con l'allentamento monetario, cosa che porterà problemi nel lungo periodo (vecchia storia). Ma non adesso. Non vedo un grande deragliamento dell'economia nel breve periodo (le ultime parole famose). Nei prossimi mesi probabilmente si intensificherà la discussione sul quando la FED e la Banca d'Inghilterra restringeranno i loro bilanci. La BCE è fuori sincronia con le altre banche centrali. Il taglio dei tassi della settimana prossima potrebbe essere l'ultimo – almeno fino a quando non si materializzeranno altri problemi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il triste stato in cui langue la professione economica

Lun, 02/06/2014 - 10:13
Stranamente, o forse non tanto alla fine, anche il magazine Forbes si è accorto che l'Europa e i rendimenti ridicoli della sua periferia sono certamente "probabilmente" da annoverare ad una seria bolla nelle obbligazioni statali. Nonostante il pezzo sia pregno di una certa cautela da parte dello scrittore, su queste pagine avete potutto leggere per molto tempo di come questa bolla sia figlia degli interventi delle banche centrali a seguito dello scoppio della crisi del 2010. La BCE è riuscita a reflazionare la stessa bolla che ha portato ad un passo dal collasso la zona euro nel 2010. Ma come riassume l'articolo di Forbes, con questa mossa lo zio Mario ha solo guadagnato tempo, ritardando e incrementando il dolore economico. Il quale, tra l'altro, non ha tardato a ripresentarsi: ripresa/boom fasullo. Questo significa che prossimamente ci sarà un nuovo bust, ma stavolta di dimensioni maggiori rispetto a quello di 4 anni fa. E con la Bundesbank che sta capitolando a favore di un QE "made in Europe", l'ottovolante del boom/bust si farà sempre più terrificante. Finirà male.
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di Frank Hollenbeck


Non è un'esagerazione quando si dice che la reputazione degli economisti è inferiore solo a quella di un venditore di auto usate. I recenti fallimenti delle politiche economiche per stimolare la crescita e l'occupazione, hanno intorbidito ulteriormente questa immagine. Cio' è in netto contrasto con il passato, quando gli economisti erano visti come il posto di blocco intellettuale a idee sbagliate, cattive idee, o, ancora più importante, a politiche statali vendute alla popolazione su falsi presupposti. Gli slogan popolari come "proteggere i posti di lavoro americani" giocano sul nazionalismo, ma in realtà servono solo ad alcuni interessi particolari. L'economista del passato non avrebbe mai esitato a sottolineare l'incosistenza di tale ragionamento.

La maggior parte degli economisti di oggi, tuttavia, si è venduta al nemico. Lavorano per agenzie governative come il FMI, l'OCSE, la Banca Mondiale, le banche centrali o le istituzioni accademiche in cui la loro ricerca è fortemente sovvenzionata dalle suddette agenzie. Per avere successo devono "mettersi in riga." Non si morde la mano che ti nutre.

Oggi questi economisti e giornalisti ci informano dei pericoli della deflazione e dei rischi di una "lowflation," e come la stampante monetaria ci proteggerà da questa catastrofe. Eppure non vi è alcuna giustificazione teorica o empirica per questa paura. Al contrario, un'offerta di moneta stabile consentirebbe ai prezzi di svolgere meglio la loro funzione: allocare le risorse dove sono più necessarie. La crescita risultante sarebbe caratterizzata da prezzi in rapido calo, come è accaduto durante la maggior parte del XIX secolo.





Quando il presidente Obama ha parlato dell'aumento del salario minimo, Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, ha pubblicato un articolo a sostegno di un tale aumento. Eppure anche uno studente del primo anno di economia sà che i controlli dei prezzi distorcono i prezzi e di conseguenza la loro funzione di allocazione delle risorse, andando a beneficio di un gruppo a scapito del resto della società. Anche se alcuni riceveranno un salario minimo più elevato, molti altri saranno semplicemente lasciati indietro. Un commentatore politico non dovrebbe mascherarsi da economista.

Gli economisti hanno anche una sorta di "invidia della fisica" e sono innamorati dell'empirismo e dei modelli matematici. Per lavorare in una banca centrale bisogna essere a conoscenza dei modelli DSGE, se non esserne quasi esperti. Il problema con questi modelli, o con qualsiasi modello economico, è che i parametri non sono costanti; la maggior parte delle variabili è correlata con la costante evoluzione delle interrelazioni, altre sono omesse del tutto, come le aspettative, e alcune non sono misurabili. Questo equivarrebbe a prendere una cartina marittima e cancellare la posizione delle isole.





L'economia è una scienza sociale e le tecniche mutuate dalle scienze fisiche sono semplicemente inadeguate. Dal momento che non abbiamo un laboratorio per condurre esperimenti economici, è difficile distinguere tra associazione e causalità o determinare correttamente la loro direzione. L'attività economica si basa sulle azioni umane, e presenta una scarsa regolarità empirica. Potrebbe uscire una giornata di sole dopo che avete sciato per tre giorni, ma questo non significa che non scierete il quarto giorno. Le vostre azioni non possono essere modellate come le reazioni dei topi da laboratorio in un esperimento di biologia. A differenza della reazione al rumore degli zombie in The Walking Dead, gli esseri umani non reagiscono necessariamente agli stessi eventi nello stesso modo. Gli economisti della FED si staranno grattando la testa chiedendosi il perché le aziende non abbiano reagito ai tassi di interesse più bassi, come è accaduto dopo la bolla dot-com. E' il vecchio adagio “fool me once, shame on you; fool me twice, shame on me.”

Quando si consegue un dottorato di ricerca in fisica o in medicina, non si spende tempo per comprendere le teorie di 200 anni fa. La professione si muove sempre in avanti, giusto? In economia, perseguiamo erroneamente lo stesso atteggiamento. La macroeconomia come professione non è progredita, ma è regredita. Avevamo una migliore comprensione della macroeconomia 80 anni fa. I politici misero Keynes su un piedistallo perché diede loro la base teorica per giustificare quelle politiche che in passato furono giustamente ridicolizzate dagli economisti classici.

Questi economisti come Smith, Say, Ricardo e Mill combatterno duramente per dissipare l'equivoco popolare secondo cui il problema era la sovrapproduzione e la mancanza di denaro. Oggi la maggior parte degli economisti ci dice che tutto andrà bene se saremo in grado di stimolare la domanda o se otterremo più soldi attraverso il quantitative easing. Queste sono le stesse idee sbagliate promulgate da mercantilisti 250 anni fa. La differenza, oggi, è che gli economisti non sono più i nemici dei mercantilisti, ma i loro alleati.

Il ruolo dell'economista dovrebbe essere quello di spiegare non solo gli effetti diretti, ma anche gli effetti indiretti delle politiche economiche. Gli economisti non dovrebbero dirci solo ciò che si vede, ma anche ciò che non si vede, e soprattutto quello che dovrebbe essere previsto. Gli economisti avrebbero dovuto informare la popolazione dell'inutilità della massiccia spesa pubblica dopo il crollo del 2008, perché quei soldi avrebbero creato una maggiore crescita ed occupazione se fossero rimasti nei portafogli dei privati. Per finanziare il programma “cash for clunkers,” il governo prese in prestito denaro che normalmente sarebbe stato utilizzato per costruire impianti, attrezzature o beni capitali, la vera fonte di una crescita economica. Come disse eloquentemente Murray Rothbard, si tratta di un trasferimento di "risorse dal [settore privato] produttivo al settore pubblico controproducente e parassita."

Viviamo su un pianeta con un vincolo chiamato gravità. Siamo in grado di adattarci alla legge di gravità, creando innovazioni come gli aerei, ma non siamo in grado di infrangerla saltando senza paracadute da un grattacielo. Lo stesso vale in economia e per la legge della scarsità. Crediamo falsamente che se lo stato falsifica legalmente carta intrinsecamente inutile o spende i soldi di qualcun altro, saremo in grado di capovolgere la legge della scarsità.

J.B. Say una volta disse che gli economisti dovrebbero essere "spettatori passivi" che non danno consigli. Avrebbe potuto aggiungere: "e non vanno a letto col nemico."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Contro la deflazione: Una prospettiva austriaca

Ven, 30/05/2014 - 10:11
Il periodo attuale è pingue di discussioni sulla deflazione e sull'inflazione. Di certo è l'argomento caldo del momento visto che si schierano, come da copione, i vari intellettuali di corte che spingono i pianificatori centrali a pigiare l'acceleratore: ovvero, fanno quello per cui sono pagati e per cui sono stati accreditati. La scuola austriaca in questo dibattito ha poco ascolto, l'opinione pubblica tende ad ascoltare saccenti professori che si guardano bene dal mordere la mano che li ha fatti arrivare dove sono: il sistema accademico sovvenzionato dallo stato. Le fallacie vengono reiterate e la retorica pianificatrice fa il suo scorso, continuando a dissanguare la classe media e quella porzione di popolazione che è più esposta ai cambiamenti di politica monetaria. Certo, può essere individualmente soddisfacente affermare "Ve l'avevamo detto", ma in caso di disastro finanziario non c'è tempo per queste cose. Ecco perché presento con orgoglio questo scritto di un "cittadino" di Freedonia. Credo che ormai lo conosciate tutti. In questo pezzo viene fugato ogni dubbio (che potevate ancora avere) per quanto riguarda il tema inflazione vs. deflazione. La chiara epistemologia della scuola austriaca permette ai suoi studiosi di riuscire a ragionare e creare simili opere. Per mio conto ho sempre cercato di mantenere una certa neutralità nei confronti della deflazione in un ambiente a pianificazione centrale, ritenendo implicitamente assorbito il concetto che in tale panorama gli effetti deflazionistici lasciano il tempo che trovano se non c'è un cambiamento totale di paradigma. Qui viene sottolineato forte e chiaro, ed è un bene perché spesso certe cose non dette azzoppano il pensiero che si vuole veicolare. Ma soprattutto ci ricorda come la deflazione in un ambiente a pianificazione centrale, presenti anch'essa una sorta di "effetto Cantillon", dove quelle entità che vengono tutelate artificialmente sono in grado di fare shopping a prezzi stracciati di quegli asset scoppiati durante il bust (come Blackstone ed altri hedge fund stanno facendo con gli immobili negli USA). Insomma, in queste condizioni avremmo potuto osannare la deflazione solo se avessimo potuto comprare l'intero comparto bancario commerciale del mondo per un nichelino.
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di Giandomenico Barcellona


«L’unico episodio in cui possiamo trovare prova d’un collegamento tra deflazione e depressione è la Grande Depressione (1929–1934). Non troviamo un tale collegamento in nessun altro periodo. […] Ciò che colpisce è che quasi il 90% degli episodi con deflazione non ha visto una depressione. In un contesto storico piú ampio, al di là della Grande Depressione, scompare l’idea che deflazione e depressione siano collegate.»

-- Andrew Atkeson & Patrick Kehoe (Federal Reserve Bank of Minneapolis), Deflation and Depression: Is There an Empirical Link?, gennaio 2004

1. QUALCHE CHIARIMENTO INTRODUTTIVO

Questa citazione precede un articolo intitolato “La deflazione è davvero una minaccia?” di Francesco Simoncelli apparso su The Fielder il 16 aprile del 2014, in difesa della deflazione. Nell’articolo l’autore, pur affermando che “non è certamente auspicabile un simile evento, e si dovrebbe condannare in primo luogo l’espansione monetaria artificiale che ha preceduto tale esito inevitabile”, asserzione indiscutibile che costituisce uno dei principali assunti della scuola austriaca, prosegue poi sottolineando il positivo effetto della deflazione, che consiste  nella liquidazione degli investimenti improduttivi e nel riallineamento del livello dei prezzi all’effettiva domanda di mercato. Tale visione si ritrova in altri lavori di economisti austriaci, come ad esempio in Patrick Barron “Temete il boom, non il bust”, in vari interventi di Gary North, ma costituisce in generale anche un mantra ripetuto ossessivamente dal liberismo vicino alla visione monetarista più ortodossa. Questo approccio ha tuttavia il difetto di presentare il ragionamento più dal punto di vista dei macroaggregati che da quello dell’analisi delle vicende dei singoli soggetti, delle loro sorti, delle loro interazioni e delle conseguenze delle loro azioni, discostandosi dall’individualismo metodologico caratterizzante la  scuola austriaca.

La questione va invece a mio avviso  meglio precisata in quanto si corre il rischio di confondere la stabilità della moneta con lo sgonfiamento delle bolle sorte in virtù della precedente espansione artificiale; come se quest’ultimo riconducesse alla stabilità monetaria, cosa che evidentemente non è. Invece si va a distruggere produzione reale interferendo nel processo di riallineamento e quando infine si ritorna al punto di partenza di un relativo equilibrio del sistema finanziario, ebbene tale fatto è visto come l’occasione per ripartire con un nuovo ciclo espansivo. Così, confondendo i piani, non solo si perde un’occasione fondamentale per evidenziare la realizzazione degli ammonimenti austriaci, ma  si viene ad essere addirittura male interpretati, finendo per sembrare cinici osservatori dei “giusti e sani” effetti di una spietata competizione.

Ora, se chi conosce i dettami misesiani può comprendere il senso del discorso riportandolo ad una salutare sveglia dopo una ubriacatura collettiva, l’assenza di specificazioni e il peana alla deflazione divengono un esercizio di massimalismo che porta ad un comprensibile ostracismo collettivo ancora maggiore verso l’economia austriaca, che viene ad essere ingiustamente percepita come l’etica economica della selezione naturale.

La deflazione non è una minaccia, come si legge nel titolo dell’articolo citato: è proprio l’avveramento della minaccia insita nel boom. Se ci sta un momento di sofferenza sociale che costituisce la riprova della validità dell’approccio austriaco, ebbene quello è il momento del bust: lì c’è la rivincita della formica sulla cicala, dell’imprenditore einaudinano su quello keynesiano, della scuola austriaca sulle altre scuole economiche mainstream. Quello è pertanto il momento di dire “ve l’avevamo detto”, non di indicare gli effetti taumaturgici della deflazione in corso. Ciò facendo, invece, la posizione austriaca si indebolisce: prima il boom viene esorcizzato, poi il bust lodato, e nessuno ovviamente può credere a chi afferma che si sta meglio quando si sta peggio.

Innanzi tutto vorrei sottolineare, con riferimento alla citazione posta come introduzione, che non è per nulla un caso che il collegamento tra deflazione e depressione si manifesti compiutamente nella grande depressione 1929-1934. Va precisato che la deflazione definita come diminuzione generalizzata dei prezzi (aggiungo per precisare: in regime di libero mercato), è cosa ben diversa dal bust misesiano. Mentre in regime di gold standard, od addirittura  in periodo di gold coin standard e di assenza negli USA di banca centrale (mi riferisco alla grande crescita economica, uno dei periodi di maggiore crescita nella storia economica,  avvenuto in regime di deflazione dei prezzi dal 1873 al 1896, secondo le statistiche contenute nel libro del 1963 di Friedman e Schwartz “A monetary History of the United States”), la diminuzione dei prezzi, definita come peraltro avviene generalmente “deflazione”, è stato fenomeno avvenuto come conseguenza del funzionamento del libero mercato, quello che è accaduto invece durante la crisi del 1929, come ha spiegato Rothbard nel suo libro “America’s great depression”, è stato un classico bust misesiano; una vera depressione, e non una diminuzione dei prezzi, che ha fatto seguito necessario alle politiche fortemente inflazioniste adottate dalla FED sin dall’epoca della sua creazione, nel 1913, ed in special modo a partire dal 1920.



2. LA DEFINIZIONE DI DEFLAZIONE E LA DINAMICA DELLA CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA IN REGIME DI FIAT MONEY

Quel che voglio precisare è dunque in prima istanza la definizione: non va fatta alcuna identificazione tra deflazione e diminuzione generalizzata dei prezzi, ciò che crea confusione al pari dell’identificazione tra inflazione ed aumento generalizzato dei prezzi. Perché  si tratta di fatti diversi, che contengono correlazioni e causalità, ma non hanno corrispondenza biunivoca: una diminuzione generalizzata dei prezzi, fenomeno altamente auspicabile dal consumatore ed indice di aumentata ricchezza collettiva, può avvenire, ed avviene costantemente nell’economia, per molte ragioni attinenti al funzionamento del libero mercato: tra tutte l’aumento di produttività, la concorrenza e l’innovazione tecnologica. In tutti questi casi i soggetti economici diventano più ricchi, perché possono acquistare una maggiore quantità di beni possedendo la stessa quantità di moneta. Mentre non è affatto vero l’inverso, cioè che il possesso di una minore quantità di moneta, la deflazione monetaria, rende più ricchi coloro che subiscono questo fenomeno.

La deflazione va identificata pertanto come una diminuzione della quantità di moneta disponibile per le transazioni economiche.

Chi segue le teorie della scuola austriaca sa che nella sua epistemologia l’inflazione non è definita come un aumento generalizzato dei prezzi, bensì come aumento della quantità di moneta. E’ poi vero che l’aumento della quantità di moneta porta, ceteris paribus, ad un aumento dei prezzi. Ma, appunto, ceteris paribus è impossibile in un sistema complesso come il mercato. E pertanto l’aumento avviene a livelli macro e nel tempo, laddove nel tempo accadono tante cose. L’innalzamento dei prezzi è fenomeno conseguenziale che non si presenta in modo uniforme nello spazio e nel tempo, né sui beni né in capo agli attori economici. Questa difformità accade in virtù di una serie di fattori concomitanti ma, dal punto di vista monetario, in quanto la diffusione della moneta fiat avviene attraverso fonti specifiche che avvantaggiano i primi prenditori: si tratta del c.d. Effetto Cantillon.

L’accumulo di liquidità nei prenditori privilegiati, i più vicini alla fonte monetaria, cioè il settore finanziario, quello pubblico ma anche quello privato imprenditoriale vicino al pubblico (ad esempio il settore degli appalti pubblici o le imprese che operano in regime di privilegio normativo in virtù di normative che comportano, anche indirettamente -- ad esempio  attraverso il possesso di elevati requisiti standard -- barriere all’accesso), provoca un aumento dei prezzi che non riguarda immediatamente i beni di consumo, pur a lungo termine toccati anch’essi. Sia perché nessuno può consumare quantità smisurate di beni di consumo, sia perché vengono presi una serie di accorgimenti affinché i costi dei beni di consumo principali restino bassi il più possibile: un costante e fortissimo impulso a migliorare la produttività del lavoro e delle imprese, l’apertura a mercati maggiormente concorrenziali, una attenta rivisitazione della composizione degli indici inflattivi, fino al caso disperato del controllo dei prezzi.

Pertanto la massa monetaria accumulata si riversa prima di tutto su determinate classi di asset, i cui prezzi aumentano a dismisura e si gonfiano sino a  finire in bolla: azioni, obbligazioni, opere d’arte, mercato del lusso, e, soprattutto e sfortunatamente, il settore immobiliare, che diviene così proprietà di grandi soggetti economici e meno accessibile per chi necessita dell’acquisto dell’abitazione. Insomma, la ricchezza da moneta fiat, creata ad libitum e dal nulla, non ha sempre a che vedere con la dinamica della domanda e dell’offerta di beni e servizi sul mercato, ma ha spesso a che fare col posizionamento dei soggetti nella catena distributiva del denaro, la c.d. cinghia di trasmissione.

Questo è uno dei modi in cui la ricchezza si concentra e si polarizza, aumentando e non diminuendo le diseguaglianze (per chi vede nelle diseguaglianze un necessario disvalore), ma soprattutto aumentandole in ragione di fattori esogeni alle libere scelte dei consumatori. Ecco, in breve, il motivo per cui continuare a creare nuova moneta non cambia la solita musica, anzi al contrario aggrava la situazione dei soggetti chiamati a rispondere del debito da emissione monetaria: la produzione reale. Che di rado consiste nei primi prenditori posizionati, i quali si posizionano altrettanto bene sia nel momento dell’apprensione del nuovo denaro quanto in quello della fuga dal pagamento del relativo debito da emissione.

En passant, l’altro fondamentale modo per ottenere e detenere posizioni non guadagnate nell’ambito di una libera concorrenza, è la manipolazione della regolamentazione normativa, fenomeno che si può denominare path dependance normativa, che ha a che fare con i casi di monopoli, oligopoli, concessioni, privilegi di qualsiasi genere, barriere all’ingresso di ogni tipo.



3. LA DEFLAZIONE IN REGIME DI FIAT MONEY

Allo stesso modo di quanto avviene per la definizione di inflazione, dunque, la deflazione dovrà quindi essere definita come una diminuzione della quantità di moneta, ancora più precisamente della quantità di moneta disponibile per le transazioni commerciali, e non come una diminuzione generalizzata dei prezzi. Difatti nell’articolo da cui ho preso le mosse, ad un certo punto la deflazione viene meglio precisata leggendosi testualmente “la deflazione monetaria, e la deflazione dei prezzi che ne segue”. In ipotesi di tal genere, l’eventuale diminuzione dei prezzi avviene non come benefico effetto dei meccanismi del libero mercato, ma come effetto conseguente alla diminuzione di moneta disponibile. Si verifica successivamente ad una stretta di politica monetaria ed al credit crunch che segue la parte espansiva del ciclo, dato che le banche hanno la necessità di ripulire i bilanci dai crediti in sofferenza concessi nel periodo di boom e sbornia monetaria.

Si tratta quindi di fenomeno del tutto artificiale, perché tutto in moneta fiat artificiale: sia l’aumento che la diminuzione di offerta monetaria. Precisamente, questa diminuzione è la conseguenza necessaria dell’espansione artificiale che l’ha preceduta.

Va solo precisato che la concessione del credito non è affatto fattispecie esclusiva del regime monetario fiat: il credito è stato il compagno di avventura dello sviluppo dell’economia e dell’umanità. La riserva reale, e la quantità di riserva, ne costituivano il limite, oltre il quale si giungeva al fallimento. Le banche centrali come detentori della riserva aurea fungevano, nella loro funzione ideale originaria (la realtà è sempre un’altra cosa) come una sorta di riassicuratori del sistema. Ma nell’attuale sistema delle banche centrali in moneta fiat, ogni limite pratico è rimosso: la politica monetaria fa da padrona assoluta ed il limite diviene esclusivamente politico, o comunque altamente discrezionale, altamente manipolabile, aggirabile, sino ai limiti dell’arbitrario. Ad esso concorrono certamente i fondamentali economici dell’area monetaria emittente, ma spesso essi emergono quando è troppo tardi. Invece sono di grande rilevanza soft power, hard power, capacità negoziale e statura politica, posizione geopolitica, media power.

Insomma, si sfiora l’arbitrio, tanto che le conseguenze sono le forti oscillazioni e manipolazioni dei prezzi create dall’economia finanziaria e dalle politiche delle banche centrali, divenute più importanti dell’economia reale, nel mentre si continua a ripetere che la loro mission è, addirittura, la stabilità dei prezzi. Se la stabilità dei prezzi debba essere poi effettivamente un valore da proteggere, è un altro argomento: ma è certo che la loro instabilità non dev’essere generata dalle manipolazioni nella creazione di moneta.

In una crisi deflattiva, cioè in una diminuzione di moneta in regime di fiat money, la diminuzione dei prezzi non avviene quindi in modo progressivo e spontaneo, non avviene per effetto di un benefico miglioramento delle condizioni di mercato, e non avviene senza traumi, perché la deflazione monetaria è ben più veloce dell’adeguamento sul mercato dei prezzi delle merci e del lavoro. Quest’ultimo, poi, soffre in modo particolare in virtù degli stringenti vincoli normativi, e ciò  poi si riflette anche sui prezzi delle merci.

Ma quello su cui desidero appuntare l’attenzione, è che, analogamente a quanto avviene con l’Effetto Cantilllon per l’aumento della quantità di moneta, la diminuzione della quantità di moneta non si presenta in maniera uniforme nella società.

Perché la moneta, che continua ad essere moneta fiat, e perciò creata dal nulla e messa in circolo attraverso il sistema bancario e la spesa pubblica (indipendentemente dalle leggere diversità tecniche presenti nelle varie aree monetarie mondiali) non diventa indisponibile per tutti, ma solo, selettivamente, per quelle classi di soggetti economici che la pianificazione economica,  monetaria, politica, colpisce per prime.

Come nell’Effetto Cantillon i primi prenditori, al vertice della piramide economica, beneficiano della vicinanza alla sorgente del denaro approvvigionandosi per primi ed in maggiore quantità; analogamente, in caso di repentina diminuzione di moneta, è la base della piramide economica, quella che riceve il denaro per ultima, a subire per prima gli effetti del prosciugamento della fonte.

Per cui prima di affermare che con la deflazione vengono colpite le inefficienze e la misallocation, si deve considerare la dinamica reale della restante distribuzione monetaria in momento deflattivo.



4. LE DINAMICHE E GLI EFFETTI DELLA DEFLAZIONE MONETARIA: SU CHI GRAVA UNA CRISI DEFLATTIVA E CHI NE BENEFICIA

Ovviamente la dinamica è in effetti molto complessa, direi caotica, e non così, per dire, geometrica come appena detto nell’esempio della piramide. Cionondimeno è possibile estrapolare qualche tendenza di massima, ed è senza meno possibile rilevare un fenomeno opposto ma analogo all’effetto Cantillon.

Siccome la cornucopia del denaro continua ovviamente a funzionare, seppur a regime ridotto, ci si ritrova ad osservare che i soggetti riparati dalla concorrenza o vicini all’emissione monetaria possono sopravvivere con più facilità alla deflazione di coloro che alla concorrenza sono esposti o sono lontani dall’emittente. Addirittura coloro che si trovano in posizione riparata dagli effetti deflattivi possono beneficiare del calo dei prezzi per acquisire a buon mercato i beni oggetto delle realizzazioni necessarie per finanziare i costi imposti, attraverso le forme tributarie più varie e fantasiose, per il ripiano delle passività finanziarie sistemiche.

La pulizia della deflazione avviene sovente a carico eccessivo dell’economia reale, produttiva di beni e servizi richiesti sul mercato, mentre non vengono toccate, o vengono comunque toccate di meno e solo in un secondo momento, se e quando si rivela imprescindibile, quelle sacche di inefficienza presenti tanto nel settore pubblico quanto nel settore privato (impresse sussidiate, protette ed in monopolio od oligopolio legale). D’altra parte non si può chiamare a pagare i debiti chi non ha la disponibilità finanziaria e patrimoniale; si dovrebbe però almeno avere la linearità comportamentale di cessare di finanziare le diseconomie.

Per quanto riguarda gli attori economici, sospinti in un ambiente sempre più competitivo, solo i più forti passeranno il bust. Costituisce tangibile riprova dell’iniquità dello svolgersi delle deflazioni il fatto che nel momento in cui molte imprese private, in specie medio piccole, entità comunque produttive di beni e servizi, sono costrette a chiudere sotto il peso di concorrenza sempre più forte e imposte gravose ed oneri accessori, la burocrazia non si ridimensiona, anzi magari accresce le sue fila per moltiplicare i controlli. E mentre i dipendenti privati perdono il lavoro, i dipendenti pubblici non soffrono analoga situazione (il che spiega bene il motivo per cui, nonostante molti si lamentino anche nel settore del pubblico impiego, ad ogni concorso si presenta un numero di persone impressionante rispetto ai pochi posti disponibili); le pensioni privilegiate e non contributive continuano ad esistere, le imprese sussidiate pure, le banche too big to fail continuano ad essere salvate, gli incarichi politici non recedono, i grandi appalti internazionali continuano allegramente così come per le industrie belliche non mancano i grandi contratti; le associazioni politiche, religiose e sindacali (e non solo quelle) continuano a beneficiare di finanziamenti ed esenzioni d’imposta.

Al contempo i produttori reali, imprese e lavoro in tutte le sue forme (autonomo, dipendente, etc.) debbono battersi sino allo stremo per la sopravvivenza. Non chiamerei tutto ciò “pulizia ad opera del mercato delle allocazioni errate”. Questo è un ragionamento di filosofia teoretica, non quanto avviene nella realtà. In parte sarà certamente pure così, ma non mi sembra che sia quello che accade in prima istanza.

La diminuzione di moneta non avviene primariamente per il tramite della diminuzione della spesa pubblica, e non avviene certamente in quel modo se non dopo aver esplorato ogni possibilità di resistenza. Viene bensì attuata sovente con l’aumento dell’imposizione sulla produzione reale e sui patrimoni più facilmente aggredibili (primo tra tutti: l’immobiliare). La deflazione in un sistema monetario a carattere non “reale” ma “obbligatorio”, basato sulla relazione credito/debito, altro non è che il rientro dall’eccesso di crediti divenuti inesigibili in capo al sistema finanziario, attraverso la diminuzione delle passività del settore finanziario medesimo verso i detentori del risparmio. Per diminuire il debito, visto da diversa prospettiva, devi diminuire i crediti. Si potrà trattare di bail-in, bail-out, default, aumento dell’imposta sul reddito, patrimoniale: sono tutte forme nelle quali si concreta la mediazione del potere che funge da cassa di compensazione delle partite creditorie e debitorie. In tutti i suddetti casi muta la scelta dei soggetti sui quali si decide di incidere attraverso scelte politiche che si rivelano episodiche, frammentarie, occasionali, non trasparenti ed autoritarie.

Ma non mutano il fine ed il risultato: abbassare l’esposizione debitoria complessiva del sistema divenuta eccessivamente gravosa e densa di insolvenze in seguito alla precedente espansione creditizia. Il ripristino dell’equilibrio del sistema creditizio per il caso della deflazione (ovvero, in assenza di operazioni di ristabilimento delle riserve da parte della banca centrale o di monetizzazione del debito pubblico) avviene quindi prelevando moneta a chi si può prelevare facilmente. Meglio ancora sarebbe dire che avviene annullando, sempre a chi è più a portata di mano e meno dotato di strumenti difensivi, i crediti dei depositanti verso il sistema finanziario a compensazione delle perdite sui crediti che tale sistema ha subito per aver concesso finanziamenti divenuti inesigibili. Il che non significa quindi che si vada a reperire le risorse nei confronti di chi ne ha di più (né tantomeno di chi le ha ottenute in virtù della posizione privilegiata al momento della distribuzione). Difatti la pianificazione concessa dalla libertà di circolazione di merci, capitali, persone, imprese (ed è una fortuna che questa libertà ci sia) ha un costo sostenibile solo da una dimensione economica e finanziaria di un certo livello. V’è una sorta di selezione naturale anche in questo momento, che ha a che vedere con la capacità e la possibilità di gestione delle complesse regolamentazioni.

E’ pertanto l’eccesso di oneri (tributari, burocratici, transattivi) e di regolamentazione, che spero nessuno vorrà sostenerne la scarsità, a creare quel fenomeno di autodifesa da parte degli attori economici che diventa e viene visto come prevaricazione da parte del più forte; è errato invece addebitare il fenomeno tratteggiato, come si fa solitamente, all’assenza di regole, tanto da discutersi impropriamente di “liberismo/capitalismo selvaggio” o  di “far west”. Perché la causa vera è all’opposto: la costrizione, l’asfissia, l’iper-regolamentazione, insomma l’assenza di libertà costringono i soggetti alla difesa dall’aggressività del dirigismo. E tuttavia solo chi è in possesso di maggiori risorse riesce effettivamente a tutelarsi.

Qui di libertà se ne vede ben poca: i soggetti economici sono costretti ad una competizione sempre più serrata da parte della pianificazione e dal settore parassitario; e l’unico mercato selvaggio è quello che riguarda il raggiungimento, personale od aziendale, di posizioni privilegiate e protette. E’ evidente che non si può dare la colpa a chi fugge da inferni fiscali, quanto si deve dare a chi li crea. Salvo, però, se da parte del fuggitivo non vi sia una sorta di compartecipazione nella creazione dell’inferno per chi vi rimane prigioniero.

Tornando all’esame della crisi deflattiva, le sacche di inefficienza e di potere resistono il più possibile, caricando sempre in misura maggiore il peso sull’economia produttiva. Solo quando non ci sta più nulla da prelevare, allora il settore parassitario tutelato dovrà necessariamente adeguarsi alla realtà: dopo che il sangue è scorso nelle strade, per citare il famoso aforisma di Nathan Rothschild, che nel frattempo avrà compiuto il suo shopping. Ma prima di allora sarà ragionevolmente stata fatta a spese dei produttori abbastanza pulizia nei bilanci da poter ricominciare.

Si arriva così ad un altro nodo della questione: si osserva che i settori più riparati dalla deflazione monetaria paradossalmente si arricchiscono in misura ancora maggiore che i primi prenditori durante la fase di boom, perché mentre durante questo tutti o quasi, seppur chi in misura maggiore chi minore, beneficiano dei flussi monetari, la deflazione monetaria è molto più selettiva nella distribuzione di quella minore quantità di moneta disponibile.

Certamente avviene che anche qualche importante player ci vada di mezzo. Ma sono casi minoritari, spesso sensazionali, e di solito i vertici sono protetti da precedenti distribuzioni, paracadute finanziari, e sono velocemente cooptati altrove.

Persino nel principale settore esposto ad una rapida dissoluzione delle bolle, il mercato azionario e finanziario in generale, spesso gli insider che muovono capitali enormi, gli stessi soggetti che hanno generato la rapida ascesa dei corsi, magari con consigli di strong buy, escono in tempo trasferendo le prossime perdite ai loro clienti privati o finanche istituzionali. Alcuni ritengono che nei mercati non solo si approfitti delle possibilità di arbitraggio, ma le oscillazioni siano addirittura create ad arte. D’altra parte si usano programmi di high frequency trading, strumenti sofisticati di ricopertura, credit default swap, derivati. Non invano. Chi dovrà essere uscito al momento opportuno lo sarà. Chi è dentro ne soffrirà. Non sarebbe la prima volta che qualcuno specula sull’andamento ondivago dei corsi azionari. Successe d’altronde anche nel 1929.

Il mercato azionario, si badi bene, è un luogo imprescindibile dell’economia e del moderno capitalismo; ma quanto evidenziato, che non si può negare che accade, non è un modo diverso dalla tassazione per trasferire ricchezza e mantenere in vita un settore improduttivo.

Sia nell’economia reale che finanziaria, pertanto, la dimensione assurge ad un ruolo importantissimo nel momento della crisi deflattiva, tanto che viene da ritenere che i cicli di boom e bust siano funzionali all’espansione di alcuni a danno di altri.

Chi ha accumulato beni reali e ricchezza finanziaria, i grossi attori economici che hanno accesso a più mercati, effettuano delocalizzazioni e pianificazione fiscale, continuano ad accumulare beni reali anche a più buon mercato, dato che molti sono costretti a monetizzare le loro proprietà per far fronte al pagamento dei debiti, di più difficile assolvimento poiché che la moneta non è più agevolmente disponibile.

Quegli stessi soggetti continuano a ricevere il credito bancario con maggiore facilità, sia per possibilità di dare maggiori garanzie, in quanto la centralizzazione del credito va di pari passo con la concentrazione dei soggetti economici, o solo per necessità sistemica dato che dal loro mantenimento in vita dipende la buona sorte delle erogazioni finanziarie già ricevute.

Chi può, beneficia dell’eccesso di offerta che fa calare i prezzi. Così è in questi periodi che si sviluppano ulteriori concentrazioni e si riducono classe media come anche la piccola e media impresa. Ci sta chi pensa che a livello macro questo sia un bene, ma il progresso esige i suoi capri espiatori.

In via più istantaneamente percepibile, e meno sistematica e generale, l’appropriazione da parte del settore privilegiato e da parte di quello parassitario, che avviene nel boom attraverso l’inflazione, nel bust avviene con l’aumento impositivo. In maniera forse più antipatica perché lascia minor scampo di quanto faccia l’inflazione, dalla quale almeno il risparmiatore può proteggersi con l’acquisto di beni reali, materie prime, oro. E’ difficile in effetti scegliere quale delle due piaghe sia preferibile, anche qui dipendendo dal posizionamento personale. La deflazione fa probabilmente più paura perché dà il senso del nowhere to run, perché avviene in clima di crisi e persecuzione fiscale, ma soprattutto perché genera recessione, e poi fallimenti e disoccupazione. Però va evidenziato che inflazione e deflazione sono due facce della stessa medaglia, e la seconda segue la prima come la notte segue il giorno, seppure la durata del ciclo è incerta dipendendo da scelte di politica monetaria, fattori economici, tecnologici, politici ed accadimenti geopolitici.

La moneta fiat, centralizzata ed a corso forzoso, è corrotta in qualsiasi momento, nel boom come nel bust: se affami la bestia allora la bestia ti divora; se levi al drogato il denaro per acquistare la droga, egli verrà a rubarti dentro casa. Non ci sta via di scampo, le scialuppe non sono sufficienti per tutti i naufraghi, ma ci sta pur sempre chi ha le scialuppe private prenotate. Od è già sbarcato.

E’ vero che lo stato teme la deflazione e la vive come la fine della festa, ma anche i sudditi dovrebbero temerla, a meno che non abbiano anche loro una scialuppa di salvataggio, perché è durante la deflazione che lo stato è capace di mostrare il lato oscuro del suo volto, la vessazione fiscale e burocratica. Nel mondo manipolato del fiat money tutto viene capovolto: la deflazione fa male al mercato e fa bene a chi al mercato non è esposto.



5. DALLA DEFLAZIONE ALLA RECESSIONE

La deflazione monetaria comporta di per sé una crisi di liquidità, anzi più esattamente essa è una crisi di liquidità. Ma è in virtù delle scelte arbitrarie della pianificazione sulla scelta dei soggetti chiamati a pagarne il conto che una deflazione si trasforma in recessione.

Invece di lasciare liquidare le posizioni frutto delle precedenti errate allocazioni al mercato, si interviene ancora, scegliendo di tassare dove si trova possibilità di aggredire con facilità e continuando a sussidiare. Talora per motivi squisitamente opportunistici, talora per motivi occupazionali (di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno), sempre aggravando la situazione.

Giunti gli interventi pianificatori, non vengono necessariamente eliminati gli investimenti improduttivi o toccate le aree di privilegio: l’arbitrarietà esiste nel bust come nel boom, i banchieri centrali, le banche ed i politici decidono chi salvare e chi no.

Se dapprima si crea debito eccessivo con l’inflazione monetaria rispetto agli investimenti possibili (i famosi falsi segnali al mercato, gli investimenti non sorretti da risparmi reali), e pertanto si dà luogo ad eccesso di investimenti che non trovano remunerazione, non si danno infiniti modi per il rientro: la prima possibilità, all’inutilità della quale ho in precedenza accennato -- a causa della modalità del funzionamento del finanziamento -- è rifinanziare il sistema. Ciò è comunque possibile solo per quelle aree economicamente ancora forti che possono permettersi un ulteriore giro ed, usando una terminologia mutuata dal diritto commerciale, un annacquamento del capitale monetario. Ma è chiaro che in questo modo si rinvia la questione, aspettando il Godot del salto tecnologico che garantisca la crescita costante richiesta dall’infinita emissione monetaria a debito. Non considerandosi che il progresso ha i suoi tempi, le sue accelerazioni ed i momenti di stasi, che non possono essere continuamente ed eccessivamente forzati dall’espansione creditizia e dalla pianificazione monetaria. Quando, poi, così fan tutti, si arriva alla currency war.

La seconda possibilità è attraverso una rapida crescita del PIL in ragione di aumento dell’export, attrazione degli investimenti dall’estero, e di una veloce circolazione monetaria interna. Questo è quanto si cerca di raggiungere, anche imponendo legislativamente una serie di oneri transattivi, che sono costi transazionali da una parte e che dall’altra invece costituiscono PIL e gettito tributario. Ma non è facile raggiungere l’obiettivo in questo modo, perché ci vuole capacità e disciplina; perché i soggetti economici fanno di tutto per evitare l’imposizione di oneri non desiderati, correndo il rischio concreto di una fuga dei capitali; perché così facendo si appesantisce la circolazione con burocrazia e controlli che rallentano anziché  accelerare la vcm; perché è di ostacolo la concentrazione finanziaria (od accumulazione, o tesaurizzazione, o trappola della liquidità che dir si voglia) che richiede una rendita (anche perciò si tenta in ogni modo di manipolare  i tassi di interesse al ribasso) ma è statica quanto a circolazione;  perché, soprattutto, la psicologia della crisi induce i soggetti sfiduciati nel futuro al risparmio (ma al risparmio passivo, magari al ritiro del contante in banca; non agli investimenti) e non alla spesa, nel mentre i meccanismi emozionali dell’invidia e dell’attribuzione della colpa all’evasione sconsigliano la spesa medesima.

Se quindi questi modi di procedere al ripiano delle perdite sono insufficienti, ecco che si arriva alla modalità più dolorosa: l’aggressione al risparmio ed ai beni reali, ed i fallimenti.

Se v’è meno moneta in circolazione, e meno circolazione monetaria, se non calano le spese pubbliche, né i sussidi anti-economici, né i prezzi (costi) che sono più resistenti ad adeguarsi di quanto la deflazione sia veloce (anzi, con fare schizofrenico, i costi vengono aumentati per cercare di movimentare la vcm), e se infine il creditore finanziario è il soggetto protetto del rapporto, perché il mancato pagamento dei crediti oltre un certo ammontare conduce al crollo del sistema finanziario intero in virtù della forte interdipendenza, succede che il soggetto chiamato a farsi carico delle passività insolute, eccessivamente gravato da oneri improri, non può pagare il debito che su di lui viene imposto se non smobilizzando beni reali facenti parte del suo patrimonio. Siccome senza moneta che circola, e col prelievo di quella residua, è difficile saldare i debiti monetari, ecco che si verifica l’impossibilità di assolvere alle obbligazioni correnti e si giunge alle crisi di insolvenza.

L’insolvenza è impossibilità di fare fronte alle proprie obbligazioni pecuniarie: è questione di liquidità, e non sempre ha a che fare con la patrimonializzazione. Allora ecco la decrescita dei prezzi ma anche i fallimenti delle imprese. Il resto viene da sé: disoccupazione, calo dei consumi, del PIL, delle imposte, aumento del debito pubblico e delle sofferenze bancarie in un avvitamento che sembra non avere fine.

Nel periodo del boom, il momento della corsa all’oro, si indebitano i soggetti creando moneta (che sia debito pubblico o debito bancario, poco cambia visto che poi il settore bancario è pubblico anch’esso nel senso che nel sistema di moneta fiat deve essere protetto dal fallimento, a parte episodi minori, pena il default sistemico). Poi durante il bust, il momento del "si salvi chi può," si chiede alla collettività di pagare il debito artificialmente creato che il debitore prenditore originario non è in grado, per i più svariati motivi, di assolvere. Persino richiedendosi allo stesso tempo di continuare a sostenere il settore improduttivo. Purtuttavia non si fornisce la nuova moneta per pagare questo debito, per cui infine si aggredisce il patrimonio, finanziario o reale. Non ci può poi meravigliare della recessione. Il capitale viene bruciato due volte: una prima nel momento dell’allocazione improduttiva, la seconda nel momento del trasferimento dal settore produttivo a quello sussidiato per ristabilire l’equilibrio preduto.



6. CONCLUSIONI

Bisogna distinguere rigidamente la deflazione monetaria dalla deflazione dei prezzi, al pari di come si distingue l’inflazione monetaria dall’inflazione dei prezzi. La deflazione monetaria è un male perché si manifesta repentinamente e rende imprevedibile il calcolo economico. Questo evidentemente non vuol dire affatto che l’inflazione sia un bene: ogni artificiosa manipolazione del mercato monetario che lo rende instabile avvantaggia solo chi è nella posizione di poterne approfittare.

Ma va ripetuto che il fenomeno della deflazione monetaria in moneta fiat non è la stessa cosa che la deflazione dei prezzi da mercato libero in regime monetario aureo od in regime di libertà monetaria hayekiana, od anche dalla normale discesa dei prezzi nello stesso regime di fiat money in virtù del funzionamento del mercato concorrenziale. Non è di fronte a quella benefica discesa dei prezzi dei beni che ci si trova, ma alla mancanza della liquidità necessaria agli scambi e per l’assolvimento delle proprie obbligazioni, pur magari in presenza di adeguata capitalizzazione. Liquidità che in regime di corso forzoso ed assenza di libertà monetaria è difficilmente surrogabile. E’ sempre difficile e doloroso uscire da una crisi recessiva da deflazione monetaria, mentre la deflazione dei prezzi è benvenuta al consumatore, costituendo indice del progresso da buon funzionamento del mercato e della maggiore accessibilità e diffusione del benessere.

Di certo la questione è articolata ed anche in questo scenario il libero mercato non scompare del tutto: gli imprenditori reali, che hanno buoni prodotti o servizi, che innovano ed hanno idee, esistono e resistono.

Ma purtroppo avviene che la crisi deflattiva è controllata, gestita selettivamente, pianificata, premiante verso chi non sarebbe premiato dal mercato, conservatrice del privilegio e del parassitismo. La sofferenza e l’ingiustizia di una crisi deflattiva sono alimentate e moltiplicate dagli interventi della pianificazione che ritarda la guarigione, sottraendo ulteriori risorse produttive per dirigerle a salvaguardia dei soggetti meglio posizionati.

Fortunatamente il sistema è altamente caotico, di difficile prevedibilità e difficile controllo, per cui la moltitudine di soggetti presenti sul mercato, il sussistere in capo al medesimo soggetto -- in ragione appunto della struttura sistemica caotica e multiforme -- di posizioni attive e passive, il continuo riposizionarsi dei singoli che con la loro conoscenza diffusa risanano al meglio possibile la propria situazione e di riflesso quella generale, l’interdipendenza dei mercati, il lavoro quotidiano di milioni di imprenditori e lavoratori, la forza di ciò che sopravvive del mercato, attenuano i danni ed aiutano ad uscire dalla crisi. C’è il rischio che tutto questo sforzo divenga uno sforzo di Sisifo se le energie lavorative e creative imprenditoriali impiegate per l’uscita dalla recessione, vengono sprecate a causa di un altro momento espansivo.

Non bisogna arrivare ad una deflazione monetaria. La crisi deflattiva non si evita inflazionando, anzi l’inflazione ne costituisce premessa e causa, perché l’esito ultimo dell’inflazione è che il denaro non è mai sufficiente -- dando così origine ad una deflazione. Ed a ben vedere se si avverte la necessità di inflazionare, vuol dire che alla crisi deflattiva si è già arrivati. A quel punto l’opera di pulizia dei malinvestiment, che doveva avvenire già in precedenza in tempo pressoché reale, dev’essere la più immediata possibile, anche tenendo conto dei costi sociali. Gli economisti austriaci non dovrebbero lodare in maniera moralistica gli effetti curativi e taumaturgici della deflazione, che pur sussistono, ma sottolineare il dolore che ne viene e la eventuale gestione perversa della stessa, al fine di diminuire, non rafforzare, la richiesta di intervento statale. E dovrebbero chiaramente indicarne l’origine nel risalente eccesso di offerta creditizia e monetaria, proponendo le modifiche alla regolamentazione affinché il ciclo non si ripeta nuovamente. Insieme a tutto ciò potranno rivendicare la correttezza dell’analisi precedentemente effettuata.


Delirio keynesiano: i banchieri centrali dichiarano guerra alla stabilità dei prezzi, ovvero, ai risparmiatori

Gio, 29/05/2014 - 10:08
Non è esilarante (in un certo senso) notare come i media mainstream si straccino le vesti per vendere la balla di una ripresa nominale, mentre la popolazione nel suo complesso annaspa pesantemente? La realtà a quanto pare è un optional per coloro che amano sguazzare nel masochismo, le statistiche ed i modelli DSGE sono un fiorire di numeri allegramente rosei e decisamente positivi. In questo panorama economico, distorto fino al midollo, notiamo come alcuni indicatori vengano garbatamente ignorati: come ad esempio, la mole di sofferenze in pancia alle banche commerciali italiane. Restando sempre all'interno dell'acronimo PIIGS, troviamo come una delle banche commerciali del Portogallo navighi in acque agitate, la Francia che continua a stringere il cappio intorno al collo del contribuente francese, ecc. Ma qual è il problema? La presunta "lowflation". Chi se ne frega se gli investimenti improduttivi continuano ad essere un buco nero per risorse materiali ed umane! Anzi, si potrebbe fare come Detroit, no? Scavare buche e poi riempirle. Finirà male.
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di Detlev Schlichter


Apparentemente c'è un nuovo pericolo economico là fuori. Si chiama "inflazione molto bassa" e la zona euro è a grande rischio di soccombere sotto questa minaccia. "Un lungo periodo di bassa inflazione – o deflazione, quando i prezzi scendono con insistenza – allarma i banchieri centrali", spiega il Wall Street Journal, "perché [la bassa inflazione, DS] può paralizzare la crescita e rendere più difficile il ripagamento dei debiti per governi, imprese e consumatori". Le statistiche ufficiali dell'inflazione presso la BCE segnalano uno 0.7%, ancora positive e quindi non c'è alcuna deflazione.

Come la bassa inflazione possa paralizzare la crescita, non mi è chiaro. "Inflazione molto bassa" una volta era conosciuta come "stabilità dei prezzi" e veniva utilizzata per richiamare connotazioni più positive. In precedenza non era considerata come un pericolo per la salute. Perché questo sia improvvisamente cambiato, resta un mistero. Certamente non vi è alcun supporto empirico – di solito altamente considerato dai commentatori di mercato – quando si afferma che la bassa inflazione, o addirittura la deflazione, sia legata a recessioni o depressioni, anche se tale collegamento viene sospinto quasi ogni giorno (implicitamente o esplicitamente) nella stampa finanziaria. Nel XX secolo gli Stati Uniti hanno avuto tanti anni di inflazione molto bassa, e addirittura deflazione, i quali non sono stati segnati da recessioni. Nel XIX secolo, in un mondo in rapida industrializzazione, "l'inflazione molto bassa", o addirittura la deflazione persistente, erano la norma e tale deflazione era spesso accompagnata da tassi di crescita che oggi scatenerebbero l'invidia di qualsiasi paese del G8. A pensarci bene, l'economia capitalista con la sua costante tendenza ad aumentare la produttività dovrebbe creare deflazione persistente. La roba diventerebbe più accessibile. Le cose sarebbero più convenienti.



"Ultime notizie: i consumatori sono scioccati per la bassa inflazione e quindi non consumano!"

Allora qual è il punto in cui la bassa inflazione si trasforma improvvisamente in "inflazione molto bassa", e quindi diventa pericolosa? A giudicare dalla relazione della Banca d'Inghilterra rilasciata da Mark Carney la scorsa settimana e dalla dose di scherno che il settore finanziario scarica sulla BCE – "stupida" è come David Tepper di Appaloosa Management definisce l'istituto di Francoforte, stando a quanto riporta il FT (16 maggio) – la delimitazione deve ritrovarsi da qualche parte tra l'1.6% e lo 0.7% che tanto imbarazza Draghi.

Spesso si ripete che la bassa inflazione o la deflazione inducano la gente a rinviare gli acquisti, a differire il consumo. Secondo questa logica gli europei si aspettano che in un anno una cosa passi da €1,000 a €1,007, un cambiamento che non rappresenta una minaccia per il loro potere di acquisto poiché non li spinge fuori di casa a comprare qualsiasi cosa IN VISTA! Quindi, ecco il motivo per cui l'economia è depressa. Gli inglesi, invece, possono ragionevolmente aspettarsi che una cosa passi da £1,000 a £1,016 in un anno, e questo è un motivo più che convincente, si presume, per consumare nel presente. Gli inglesi sono così desiderosi di battere il 2% negli aumenti dei prezzi che si stanno caricando di ulteriori debiti e di ingenti spese in modo da comprare qui e ora. I "britannici sono in re-leveraging", ci dice Anne Pettifor sul The Guardian, "solo a marzo il credito netto al consumo è aumentato di £1.1 miliardi. Nello stesso mese il debito totale delle carte di credito ammontava a £56.9 miliardi. Il tasso di interesse medio sui prestiti delle carte di credito [si attesta] al 16.86 %." La Gran Bretagna è, come ci ricorda la Pettifor, la nazione più indebitata al mondo.

Per un attimo lascio da parte la questione se questi sviluppi dovrebbero costituire un motivo di maggiore "allarme per i banchieri centrali" rispetto "all'inflazione molto bassa". Di certo non hanno allarmato Carney ed i suoi colleghi, i quali hanno allegramente lasciato i tassi ai minimi e nessuno ha definito "stupida" la Banca d'Inghilterra. Di certo non sembrano allarmare la Pettifor. Vuole che la Banca d'Inghilterra mantenga i tassi bassi per aiutare tutti quei cittadini britannici gravati da debiti – e probabilmente ancora più britannici contrarranno debiti.

La Pettifor ha una visione altamente politicizzata della moneta e della politica monetaria. Per lei tutto questo è una gigante lotta di classe tra la classe dei risparmiatori/creditori e la classe degli spendaccioni/debitori, e la sua fedeltà è per quest'ultimi. Quei commentatori che invece richiedono un aumento dei tassi rappresentano "certi interessi", cioè i risparmiatori avari ed i creditori avidi. Che la politica possa far ripiombare l'economia in un'altra crisi, non sembra turbarla.

Alla Pettifor fà eco Martin Wolf, il quale ha categoricamente affermato sul FT che il "risparmiatore in cerca di un rischio basso" non è più una figura utile all'economia globale, e ha citato con approvazione John Maynard Keynes auspicando "l'eutanasia del rentier". "Oggi gli interessi non premiano alcun sacrificio," scrisse Keynes allora, sbagliando ovviamente: chiedetelo ai britannici di oggi se non spendere i loro soldi ora, ma risparmiarli per i giorni di magra, non comporti un vero e proprio sacrificio. I rentier di oggi non ottengono nemmeno l'interesse per i loro sacrifici, grazie a tutta questa politica di "stimolo". E ora si richiede a gran voce la fine della stabilità dei prezzi, per combinare una maggiore inflazione con tassi a zero. Non è molto divertente essere un risparmiatore in questi giorni – e dubito che queste politiche possano far felice qualcuno nel lungo periodo.



L'eutanasia del rentier giapponese

Quello che si intende con "eutanasia del rentier" lo possiamo vedere in Giappone, dato che nel paese la popolazione dei risparmiatori è in rapido invecchiamento e dovrà affidamento sui propri risparmi nella vecchiaia. Si presume che la nuova politica dell'Abenomics debba rinvigorire l'economia attraverso la svalutazione monetaria. "L'Abenomics era destinata a generare una forte crescita nominale," ha scritto Trevor Greetham (Fidelity Worldwide Investment) sul Financial Times la scorsa settimana (FT, 15 maggio 2014, pagina 28). "Il Giappone è in deflazione del debito da oltre 20 anni."

Davvero? – A marzo 2013, quando Abe scelse Haruhiko Kuroda come governatore della Banca del Giappone e venne inaugurata l'Abenomics, l'indice dei prezzi al consumo del Giappone era a 99.4. 20 anni prima, a marzo 1994, era pari a 99.9 e 10 anni fa, a marzo 2004, a 100.5. In 20 anni i prezzi al consumo del Giappone sono scesi dello 0.5%. Certo, ci sono stati periodi di calo dei prezzi e periodi di aumento dei prezzi nel mezzo, ma è necessario un microscopio per rilevare eventuali variazioni dei prezzi nel paniere giapponese dei consumi. Il consumatore giapponese non ha sofferto per la deflazione, ma ha goduto di una stabilità dei prezzi per 20 anni.

"Il problema principale dell'economia giapponese non è la deflazione, è la demografia," ha dichiarato Masaaki Shirakawa in un discorso al Dartmouth College due settimane fa (come riportato dal Wall Street Journal Europe il 15 maggio). Shirakawa è l'ex-governatore della Banca del Giappone il quale nel 2013 è stato estromesso senza tanti complimenti da Abe, quindi si può dire che sia prevenuto. Non importa, le sue argomentazioni hanno senso secondo me. "Shirakawa," riporta il Journal, "la chiama 'una deflazione molto mite' [e io invece la chiamo stabilità dei prezzi, DS] la quale ha avuto il vantaggio di aiutare il Giappone a mantenere basso il tasso di disoccupazione." Il tasso di disoccupazione ufficiale in Giappone si attesta ad uno strabiliante 3.60%. Forse i giapponesi non se la sono cavata così male con la stabilità dei prezzi.

Sia come sia, dopo un anno di Abenomics si scopre che un aumento dell'inflazione non era proprio quel veicolo di prosperità che ci si aspettava. Ecco di nuovo Greetham: "Le cose non sono così semplici come erano... L'aumento dell'imposta sulle vendite ha spinto l'inflazione di Tokyo ad un picco ventennale del 2.9% ad aprile, andando a diluire il potere d'acquisto reale ed a peggiorare il tenore di vita di molti consumatori più anziani a reddito fisso."

I "consumatori più anziani" di Greetham sono probabilmente i "rentier" di Wolf, ma in ogni caso queste persone non stanno passando un bel periodo. I sostenitori di "politiche moentarie allentate" ci dicono che una valuta più debole rappresenta una spinta per le esportazioni, ma nel caso del Giappone uno yen più debole aumenterà i prezzi dell'energia poiché il paese è fortemente dipendente dalle importazioni di energia.

Prima si pensava che i giapponesi non consumassero abbastanza perché i prezzi non stavano aumentando abbastanza velocemente, ora non possono consumare abbastanza perché i prezzi stanno aumentando. Il problema con l'inseguire la "crescita nominale" è che il "potere d'acquisto reale" può prendere una batosta.

Se tutto questo è fonte di confusione, Greetham ci offre una speranza. Abbiamo solo bisogno di una barca più grande. Altro stimolo. Vedete, questo è il problema con lo stimolo keynesiano: è necessario implementarne sempre di più e renderlo sempre più grande, nel tentativo di sfuggire alle conseguenze non intenzionali.

Se Greetham ha ragione o no sul mercato azionario, non lo so. Ma una cosa sembra abbastanza ovvia secondo me: se si potesse migliorare la propria economia attraverso l'allentamento monetario e la svalutazione monetaria, oggi l'Argentina sarebbe uno dei paesi più ricchi del mondo, come in effetti lo era all'inizio del XX secolo prima che iniziassero le varie svalutazioni dei suoi molti governi incompetenti.

Nessun paese è mai diventato più prospero mediante la svalutazione della sua moneta e la rapina dei suoi risparmiatori.

Finirà male – anche se probabilmente non subito.



Pensieri finali

Cosa significa tutto questo? – Non lo so (e, ovviamente, potrei aver torto), ma credo quanto segue:

La BCE taglierà i tassi a giugno, ma questa è la politica più pubblicizzata e attesa da lungo tempo. Alla fine i ribassisti sull'euro rimarranno delusi. La BCE non andrà "all in", e non c'è motivo per farlo. La mia impressione è che un indebolimento pronunciato dell'euro rimane improbabile.

A mio modesto parere, e contrariamente al consenso del mercato, la BCE ha perseguito una strategia "meno brutta" rispetto a tutte le principali banche centrali. Niente QE; lo stato patrimoniale si sta ancora restringendo; inattività su larga scala. Che cos'è che non va?

Pettifor ed i suoi compari odiatori dei risparmiatori possono star sicuri che un qualsiasi restringimento del bilancio delle banche centrali è lontano, specialmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Le banche centrali considerano fondamentale il loro ruolo, soprattutto nel sostenere i mercati degli asset, l'economia, le banche e lo stato. Sono pietrificate all'idea di poter far deragliare qualsiasi cosa se adotteranno una politica più restrittiva. Un'inflazione più alta rappresenterà il fine partita, ma quando arriverà è ancora una congettura. La crescita, di per sé, non porterà ad una risposta significativa da parte dei banchieri centrali.

L'Abenomics andrà avanti, ma fallirà. La domanda è se verrà attuata su una tale scala da provocare disastri, o se riceverà la propria "eutanasia".


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Le follie della FED

Mer, 28/05/2014 - 10:12




di David Stockman


Finora ci sono stati 7 milioni di pignoramenti. Al di là di ciò, ci sono ancora 9 milioni di proprietari di case gravemente sommersi per i mutui e ce ne sono altrettanti milioni con l'acqua alla gola perché non hanno abbastanza equity positivo per coprire i costi di transazione e le esigenze di pagamento più stringenti.

Tutto questo prima della prossima flessione dei prezzi immobiliari — uno sviluppo che può presentarsi da un giorno all'altro. In realtà un'altra flessione è una certezza ormai, dato che gli speculatori si stanno rapidamente tirando fuori da questi mercati toro in Arizona, California, Los Vegas, Florida e altrove. Gli ultimi segnali di prezzo erano semplicemente eruzioni di breve durata, un artefatto delle politiche monetarie allegre della FED.

Anche se Wall Street si dirigerà verso le uscite, ancora non si è vista la normale ondata di acquirenti. Questo perché la normalizzazione inesorabile dei tassi di interesse sta spingendo più a sud l'accessibilità ad un immobile, tra la coorte sempre più scarna di quelle famiglie con un reddito sufficiente da soddisfare gli attuali standard di finanziamento.

Tra queste ultime, i redditi sono stagnanti in termini reali e lo sono stati per un decennio. In assenza di guadagni nel reddito reale, dunque, il prezzo "abbordabile" per le abitazioni è essenzialmente una funzione inversa del leveraged carry trade.

In breve, il caos socio-economico mostrato nel grafico sottostante non è la fine di un incubo dal quale ci stiamo riprendendo lentamente (come gli stampatori folli vorrebbero farci credere in base ai "dati presenti" nel grafico). I produttori seriali di bolle presso l'Eccles Buolding hanno già gettato le basi per il prossimo bust dei mutui, i prossimi pignoramenti di case e la relativa ondata di famiglie esposte a disagio sociale.




Eppure questa carneficina non era inesorabile o necessaria. In realtà, la gigantesca bolla immobiliare gonfiata durante l'era Greenspan non si sarebbe potuta verificare in un libero mercato. Il guadagno di 3x nei prezzi delle abitazioni tra il 1994 e il 2007, era solo un artefatto della massiccia effusione di debito ipotecario a buon mercato che c'era in quel periodo. Tale debito ipotecario, a sua volta, era una conseguenza delle politiche di repressione finanziaria della FED — manovre che sono andate a disattivare e paralizzare i tassi di interesse di mercato e, quindi, hanno consentito speculazioni selvagge su debito a buon mercato virtualmente illimitato.




Anche i piccoli passi intrapresi dalla FED verso la normalizzazione dei tassi di interesse, ci permettono di confrontare la monumentale bolla dei mutui gonfiata dalla capitolazione abietta del Maestro nei confronti di Wall Street dopo che nel dicembre 2000 i repubblicani di Bush si insediarono alla Casa Bianca. La stampa sconsiderata di denaro da parte di Greenspan, aumentò i volumi dei mutui fino a 5x rispetto a quello che sarebbe successo in un libero mercato.

Come ho scritto nel capitolo 20 del mio libro, The Great Deformation (“How The Fed Brought The Gambling Mania To America’s Neighborhoods”), durante i 30 mesi successivi alla prima bolla della FED — il crollo delle dotcom — Greenspan tagliò stupidamente i tassi di interesse del mercato monetario; nel giugno 2003 il costo del denaro arrivò all'1%, rispetto al 6.5% alla vigilia di Natale del 2000. Mai nella storia centenaria della FED i tassi erano stati ridotti dell'85% in un tale breve intervallo e con suddetto sconsiderato abbandono.

Non sorprende, quindi, che i mutui a tasso variabile andassero di moda, proprio perché i tassi di interesse teaser crollarono a livelli inferiori di quelli nella Grande Depressione. Mentre negli anni precedenti i mutui raramente superarono i $1,000 miliardi, nel secondo trimestre del 2003 oltrepassarono i $5 bilioni.

Una tale esplosione di debito ipotecario a prezzi stracciati, era ovvio che scatenasse una frenesia speculativa nell'edilizia residenziale. Infatti, come è evidente nel grafico sopra, durante i 60 mesi dopo la riduzione dei tassi, l'indice nazionale dei prezzi delle abitazioni è raddoppiato.

I grandi presidenti della FED di ieri come William McChesney Martin e Paul Volcker sarebbero inorriditi davanti a un tale scoppio di speculazione e non avrebbero esitato a buttare fuori dalla finestra la fischetta di alcol monetario. Questo è ciò che fece Martin nell'agosto 1958, quando pensò che ci fosse troppa speculazione a Wall Street sei mesi dopo una ripresa dell'economia.

Ma Greenspan era stato incoronato come il Maestro e procedette a dimostrare il motivo per cui la pianificazione monetaria centrale è una dottrina pericolosa. Quando divenne evidente che grandi quantità di questa massiccia effusione di debito ipotecario venivano utilizzate come finanziamento per spese correnti (come nuovi tappeti, auto e crociere ai Caraibi), andando a compromettere l'equity sottostante, Greenspan annoverò questa follia tra i favolosi progressi dell'innovazione finanziaria. La chiamò “mortgage equity withdrawal.” Avrebbe addirittura superato Keynes: il popolo, non il suo governo, avrebbe assorbito l'elisir magico del debito e quindi avrebbe generato più spesa, più reddito e più crescita economica.

In realtà la generazione dei baby-boomer americani stava intaccando gli anni della propria pensione futura, ma il Maestro ne era ignaro. Invece era occupato a monitorare il tasso trimestrale del MEW (“mortgage equity withdrawal”) e si vantava di come stesse contribuendo alla prosperità senza precedenti di Main Street. Naturalmente l'esperimento è finito in una conflagrazione di prestiti non performanti, frodi, default e migliaia di miliardi di perdite finanziarie, ma non prima che i $5 bilioni di MEW rovinassero il benessere finanziario della classe media americana.

Con tassi di interesse di libero mercato i $5 bilioni di MEW — cioè, compromettere il proprio futuro per fare festa oggi — non sarebbero esistiti. Senza il periodo 2003-2006, i tassi di interesse dei mutui sarebbero saliti a livelli a due cifre, causando un raddoppio o una triplicazione mensile dei ripagamenti dei debiti. Inoltre, in un contesto di tassi di interesse di libero mercato, non ci sarebbe stata alcuna espansione monetaria artificiale; non ci sarebbero stati nemmeno finanziamenti ultra-convenienti che Wall Street avrebbe utilizzato per finanziare mutui ipotecari e generare cartolarizzazioni tossiche con pronti contro termine a prezzi stracciati.

In breve, i tassi di interesse di libero mercato rappresentano il meccasimo vitale di controllo e di equilibrio che impediscono spirali di debito e una frenetica ascesa dei prezzi degli asset. Eppure è stata la dottrina "dell'effetto ricchezza" di Greenspan che ha distrutto il meccanismo onesto di price discovery. La carneficina nei mercati del credito e delle abitazioni, quindi, è colpa tua, Alan Greenspan.

Anche l'esito della stampa di denaro di Bernanke (2008-2013) fornisce un'ulteriore prova della colpevolezza di Greenspan. Durante tale periodo, la FED ha spinto il tasso ipotecario a 30 anni dal 6.5% ad un minimo del 3.3%, innescando così una nuova ondata di "euforia."

Sin dalla primavera del 2013, quando la FED ha segnalato che i suoi massicci acquisti di obbligazioni avrebbero subito un "rallentamento," il tasso dei mutui è rimbalzato a circa 4.5%. Di conseguenza circa il 35% della repressione di Bernanke è già stata revocata e anche quel modesto inizio verso la normalizzazione dei tassi di interesse ha avuto un impatto drammatico sui volumi dei mutui.

La macchina di rifinanziamento dei mutui è ormai praticamente spenta, il che significa che il ritmo dei mutui è sprofondato a $1 bilione. Quindi i calcoli sono piuttosto semplici: durante la bolla immobiliare di Greenspan il ritmo dei mutui cumulava circa $3-4 bilioni l'anno — un livello notevolmente superiore rispetto a quello che viene generato in questo momento, in un mercato che ha intrapreso solo un piccolo passo verso la normalizzazione.

Inutile dire che è stata l'artificialità di questo enorme eccesso di finanziamenti ipotecari che ha creato la bolla immobiliare di Greenspan; la quale ha indotto il suo successore a superare la carneficina del bust con un nuovo ciclo di follia; il quale ha devastato il mercato immobiliare residenziale del paese per la quarta volta sin dal 1990.

Come mostrato di seguito, questo rapido boom dei prezzi delle abitazioni indotto dalla stampa di denaro di Bernanke, ha buttato fuori dal mercato gli acquirenti di prime case. Ed ora sempre più acquirenti "trade-up" verranno buttati fuori dal mercato — mentre sperimenteranno tassi di interesse costantemente più alti sui nuovi mutui e quindi livelli di prezzo degli immobili progressivamente più bassi:




Il mercato immobiliare è alla vigilia di un altro viaggio verso il tritacarne del calo dei prezzi, dell'aumento delle insolvenze e della diffusione di disagio socio-economico per Main Street. Tuttavia, poiché la FED cerca di cavarsela con scuse ridicole per il caos che provoca — come l'affermazione patetica di Greenspan secondo cui la bolla immobiliare è stata causata dalla propensione al risparmio degli ex-agricoltori cinesi che si sono trasferiti nelle città — il ciclo debilitante delle bolle seriali va avanti.

Come sottolinea anche il Wall Street Journal, i dirigenti politici e gli istituti di credito sono tanto a caccia di una ripresa fasulla dei finanzimaenti immobiliari da riesumare la caparra del 3% per i mutui, e le 10,000 pagine di normative della Dodd-Frank non hanno fatto nulla per fermarlo:

Un tale istituto di credito è la TD Bank, che venerdì ha iniziato ad accettare caparre del 3% attraverso un'iniziativa chiamata "Right Step," operazione indirizzata ai compratori di prime case e famiglie a basso-medio reddito.
Agricoltori cinesi che risparmiano... Tsk, roba da pazzi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Mercati FX: La chiave per predire i movimenti di prezzo dell'oro

Mar, 27/05/2014 - 10:15




di Greg Canavan


Nel 1914 l'oro era denaro.

Allora il denaro non era un debito o un credito, era semplicemente oro e le banche creavano credito in cima alle loro riserve d'oro. Non potevano sbizzarrirsi nel processo di creazione del credito, perché c'era solo tot. oro nel mondo e la sua offerta cresceva di circa il 2%.

Inoltre l'oro (non il debito) era una forma di pagamento internazionale, quindi la crescita del debito era fortemente contenuta. Se si aveva un deficit commerciale, i creditori richiedevano il pagamento in oro per saldare il debito. Se si era a corto di oro, i tassi di interesse sarebbero saliti (per scoraggiare il consumo e favorire il risparmio) e il deficit commerciale sarebbe oscillato lentamente verso un surplus.

Questo è più o meno come il gold standard manteneva le cose in equilibrio. Ma nel 1922 tutto è cambiato...

Dopo quella data il mondo imboccò il percorso su cui è oggi, dove denaro, debito e credito sono tutti termini intercambiabili. Dove il debito deve aumentare affinché il sistema possa andare avanti, e dove aumenterà a tal punto che collasserà su se stesso.

La maggior parte della gente pensa che l'architettura monetaria mondiale sia cambiata in peggio nel 1971, quando Nixon recise il legame del dollaro con l'oro . Ma in realtà fu un piccolo evento nel 1922 che diresse il sistema monetario globale sul suo attuale corso.

Nel frattempo, abbiamo dato uno sguardo alla presentazione di Marc Faber ad una conferenza tenutasi a Melbourne, Australia, e la sua premessa fondamentale è che il sistema sia ormai agli sgoccioli.

Per quanto riguarda il denaro, il Wall Street Journal descrive come nel 2013 sia rallentata la crescita degli utili per le grandi banche cinesi. I profitti delle banche industriali e commerciali della Cina sono cresciuti del 10%, il ritmo più lento sin dal 2006. Gli utili della Banca di Cina sono cresciuti del 12%, il secondo ritmo più lento sin dal 2006. E la Banca Agricola di Cina ha fatto registrare un 15% di aumento degli utili, ma si trattava ancora del ritmo più lento sin dal 2010.

Le grandi banche cinesi fanno profitti grazie allo stato. Anche se la normativa è stata un po' allentata di recente, per anni la repressione finanziaria ha permesso alle grandi banche di intascare uno spread del 3% sui prestiti. Cioè, i depositanti ricevevano un interesse del 3%, mentre gli oneri finanziari erano del 6%. La differenza se la portava a casa la banca.

Come mostra il grafico qui sotto, dal 2009 la crescita dei prestiti in Cina è stata enorme. Anche se sta rallentando leggermente, è ancora di poco inferiore al 15%. Il recente rallentamento è per la maggior parte dovuto al "settore bancario ombra," che è incluso nel tasso di crescita del "total credit."




Ma il problema è che alcuni dei prestiti concessi dalle banche durante la fase di boom, stanno tornando indietro a chiedere il conto...

Le sofferenze bancarie sono in aumento e la bolla del credito si sta sgonfiando, le banche dovranno scordarsi i profitti del passato. Aspettatevi una maggiorazione di questi problemi nei prossimi anni. Il mercato se li aspetta sicuramente, motivo per cui le banche cinesi sembrano "a buon mercato."

Cosa è successo al buon vecchio "denaro"? L'oro, àncora di salvataggio del sistema finanziario globale, ora non è altro che un relitto in un mare di debiti. Ieri sera è sceso di un altro paio di dollari, e attualmente è circa $100 l'oncia inferiore a quello che era 10 giorni fa. Addio alla ripresa dell'oro!

L'oro è una mera ombra di se stesso. Il trading nel mercato dell'oro è ora dominato da moduli cartacei (derivati) del metallo. Il trading del metallo fisico costituisce una parte molto piccola del mercato totale.

Quando un sistema finanziario passa da sonante a non-sonante, crea più rivendicazioni sugli asset reali rispetto alla loro disponibilità fisica. Quindi il sistema crea asset di carta per assorbire l'offerta costante di nuovo denaro/credito/debito. Da qui l'esplosione del mercato dei derivati ​​negli ultimi decenni.

La maggior parte degli investitori non possiede asset reali; vi è semplicemente "esposto" tramite il mercato dei derivati​​. Oppure nel caso dell'oro, che ricopre anche il ruolo di moneta alternativa, i derivati ​​(o i relativi moduli cartacei) si estendono ai mercati valutari. Già negli anni '70 l'oro ha ricevuto un simbolo di valuta, XAU, che lo ha reso disponibile per il trading nei mercati dei cambi (FX).

I mercati FX sono enormi. Sono i più grandi mercati del mondo per volume. Nel 2011 il London Bullion Market Association (LBMA) ha pubblicato una relazione nella quale mostrava come la compensazione giornaliera nel mercato dell'oro raggiungesse l'equivalente di 5,400 tonnellate, pari a circa $240 miliardi di quell'anno.

L'anno scorso abbiamo inviato una e-mail al LBMA nella quale chiedevamo se il trading dell'oro, come valuta FX, fosse il responsabile degli enormi volumi. Abbiamo ottenuto la seguente risposta:

La relazione comprendeva tutte le forme di trading dell'oro, incluso quello valutario che ha contribuito ai numeri significativi che sono risultati dall'indagine.
Quindi la maggior parte del trading "dell'oro" avviene nei mercati FX e non ha nulla a che fare con l'oro fisico. Non c'è da sorprendersi se sia stato trasformato in una bestia volatile. I segnali di prezzo corretti che il povero vecchio oro fisico veicolava, mettendo in guardia dagli eccessi del sistema, sono stati smorzati per bene.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come il QE stimola una ripresa reale dell'economia

Lun, 26/05/2014 - 10:02
Non contenti dei guai eruttati nel 2008, i pianificatori centrali hanno combianto un altro bel casino con la tanto decantata strategia della ZIRP. Il mercato immobiliare sta tornando ad essere la patata bollente che è stata fino al 2007. Dopo che i grandi fondi sono stati dietro alla politica della FED creando volume con l'inglobamento degli asset scoppiati, hanno lanciato un nuovo modo di condurre gli affari: "buy to rent." Invece di permettere una sana pulizia del mercato immobiliare, i prezzi negli ultimi due anni sono stati riportati su del 25-50% con l'ennesima bella botta di debito. Questa volta, però, la macchina gonfiabolle di Wall Street ha prodotto qualcosa di simile ai titoli spazzatura apparsi grazie alla bolla immobiliare dell'era Greenspan-Bernanke: si è passato dal cartolarizzare i mutui a cartolarizzare il flusso di pagamenti degli affitti. La ripresa del lavoro stenta a decollare? I salari reali sono in caduta libera? Con cosa pagheranno gli affittuari se non possono permettersi il costo dell'affitto? Questo ovviamente i modelli di Wall Street non se lo domandano, come non si spiegano nemmeno un aumento vertiginoso dei prezzi degli immobili in così poco tempo rispetto alle loro previsioni più miti. Arrivederci anche alla ponderazione del rischio. Nell'ambiente economico distorto di oggi, con le entità sussidiate dalla FED in cerca di rendimenti decenti, chi correrà per primo verso l'uscita se ne andrà con qualcosa in tasca.
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di Bill Bonner


Di recente il nostro collega presso la rivista britannica MoneyWeek, Merryn Somerset-Webb che vive a Edimburgo, in Scozia, si è occupato del nostro suggerimento: si sta meglio, ceteris paribus, in uno stato la cui influenza è davvero ristretta:

Se la Scozia voterà per l'indipendenza diventerà una nazione socialista, non una ricca e capitalista. Il risultato sarà una profonda miseria. Non credo che sia qualcosa di desiderabile. E' un disastro annunciato. Quello che stanno facendo le piccole realtà in questi giorni, a meno che non siano paradisi fiscali pieni di persone istruite (Svizzera), è gozzovigliare in un ventaglio di nepotismo/furto/danneggiamento/settore pubblico e poi crollare.
Merryn probabilmente ha ragione. Grandi o piccole, le élite al potere vogliono sempre quanto più malgoverno possibile – e spesso anche di più!

L'idea dello stato moderno, cari lettori, è far finta che i federali lavorino per il cittadino. La popolazione è portata a credere che i suoi nemici saranno sconfitti, che i ricchi saranno derubati in modo che essa possa beneficiare del bottino e che tutto quello che ha di più caro sarà protetto, valorizzato e reso obbligatorio.

Nel frattempo, il nostro collega presso Diary of a Rogue Economist, Chris Hunter, ci informa che il consumatore americano non è più in deleveraging. Si sta di nuovo rivolgendo ai prestiti. Scrive Reuters:

Il debito delle famiglie americane è aumentato nell'ultimo trimestre, segno che gli americani possono finalmente smettere di stringere la cinghia, come mostrano i dati di martedì della Federal Reserve Bank di New York.

Secondo il quarterly household debt and credit report della FED di New York, il debito totale dei consumatori è salito del 2.1%, raggiungendo nel quarto trimestre 2013 $11.520 miliardi rispetto agli $11.280 miliardi del trimestre precedente. L'aumento, $241 miliardi, ha segnato il salto trimestrale più grande sin dal terzo trimestre del 2007.
Questa notizia puo' essere: (1) erronea, (2) casuale o (3) rappresentare un nuovo trend importante. Per il momento ci schieriamo con l'opzione #2.

Ma diamo al consumatore americano il beneficio del dubbio: se c'è un modo affinché possa scavare più in profondità, allora tirerà fuori la vanga. I bassi tassi di interesse della FED stanno aspettando solo lui. Ed ora che ha un pò più di equity sulla sua casa, può essere incline a scavare.

Ma sta invecchiando. Si stanca presto. E ha visto cosa succede quando ha l'acqua alla gola. Ricorda quanto era pressante il disagio.

Inoltre, la demografia sta cominciando a rivoltarsi contro il metodo "prendi in prestito e spendi." Quindi non è chiaro se continuerà a prendere prestito al tasso dello scorso trimestre.

L'età e la popolazione — insieme con il debito — hanno grandi conseguenze per i prezzi delle azioni. Ai livelli di oggi — sulla base di modelli storici sin dal 1871 — alcuni prevedono che le azioni crolleranno... per tanto, tanto tempo.

La demografia è solo una componente. Il nostro analista ci dice che solo la demografia rappresenterebbe un dato negativo pari a circa il 5% annuo — il peggiore mai registrato. Infatti ha senso; mai così tante persone negli Stati Uniti si sono avvicinate al pensionamento nello stesso frangente di tempo.

Ma aspettate. Una popolazione che diventa più vecchia è veramente importante?

Questa è una domanda che ci hanno posto di recente.

"Quasi metà dei profitti dell'S&P500 provengono oltreoceano," sottolinea Chris, che lavora anche come family office project’s Investment Director. "La demografia degli Stati Uniti non dovrebbe avere tanto effetto."

"Ma la maggior parte di quei profitti provengono dall'Europa e dal Giappone," ribatte Rob Marstrand, il nostro Chief Investment Strategist. "E i loro dati demografici sono peggio dei nostri."

Infine abbiamo deciso che la fonte dei profitti dell'S&P500 non importa. Il modello esamina l'effetto della demografia sui prezzi delle azioni, non sui guadagni. I prezzi di oggi sono costruiti sui guadagni di oggi – che comprendono le vendite ed i profitti all'estero.

Lo studio si limita a prevedere che gli anziani potranno vendere azioni – non importa quali siano i loro profitti – riducendo il rapporto P/E... e, naturalmente, i prezzi.

Per una nazione, come per la sua struttura del capitale, il debito e la demografia sono il destino.

Naturalmente, qualsiasi modello basato sulla storia presuppone che il futuro sarà più o meno come il passato. Anticipa che le cose straordinarie che stanno accadendo oggi, domani verranno "normalizzate."

In passato, quando i prezzi delle azioni, il PIL, il debito e la demografia erano simili a oggi, il processo di normalizzazione ha fatto scendere le azioni – un sacco... e per tanto tempo.

Ma mai in passato una nazione aveva fatto ricorso al QE ed a Janet Yellen.

Come abbiamo detto spesso, il debito può essere gentile (come il Dr. Jekyll) quando si espande. Ma diventa maniacale quando si contrae.

Mr. Hyde si è presentato nel 2008, e la festa è finita. Gli Stati Uniti sono quindi passati attraverso una fase di contrazione del debito. Ce la siamo sciroppata fino ad ora. Fino all'ultimo trimestre dello scorso anno, il settore privato o ripagava il debito o andava in default.

Ma sin dal 2008, abbiamo avuto a che fare con ambiguità, personalità multiple e confusione. Mentre le famiglie e le imprese affrontavano il deleveraging, Washington faceva l'opposto.

I federali hanno accumulato quasi $7 bilioni di debiti dopo il 2007. Nel complesso, il debito in rapporto al PIL si è ridotto... ma non di molto. E' sceso dal 360% fino al 345%.

Il deleveraging era la reazione naturale del mercato al debito in eccesso. Il QE è stata la risposta innaturale e mostruosa della FED. Ha ampliato il suo bilancio raggiungendo l'incredibile cifra di $4 bilioni. Da un recente rapporto di ricerca della Bank of America Merrill Lynch:

Il modus operandi della FED ha riguardato i prezzi degli asset e gli spiriti animali. Ciò ha fatto salire i prezzi delle azioni, ha stimolato gli spiriti animali delle corporazioni mediante l'emissione di debito a buon mercato, ha permesso il riacquisto di azioni con denaro contante o con debito a buon mercato per aumentare gli utili per azione, ha ridotto il costo di finanziamento dello stato ed i costi dei mutui e ha fatto salire i rapporti consumi/reddito. Inoltre, ha generato bolle speculative nei mercati emergenti, aumentando il costo del lavoro e della valuta.
Quegli operatori che hanno colto la palla al balzo, hanno seguito la FED come avvoltoi che puntano una mucca malata. Hanno preso in prestito a tassi ultra-bassi... e hanno comprato azioni, immobili, pezzi di arte contemporanea e debito dei mercati emergenti. Qualsiasi cosa promettesse rendimenti più elevati rispetto ai bond del Tesoro.

QE è il nome del gioco, ma ha aiutato Wall Street, non Main Street. Vi basta guardare i grafici degli indici di spedizione, i salari reali o la velocità del denaro per capirlo. Vedrete linee che scendono in basso dopo il 2008... e non tornano su.

Alla fine, avremo quasi certamente ragione circa l'andamento futuro del mercato azionario, ma potrebbe ancora volerci un pò. Il che ci porta al nostro punto di vista aggiornato, riveduto e migliorato. Sei anni fa abbiamo scritto:

"Tokyo, poi Buenos Aires."

L'idea era che l'economia americana sarebbe rimasta in modalità deleveraging per "7-10 anni"... e poi sarebbe uscita fuori strada.

Avevamo il sospetto che i federali si sarebbero stancati di Tokyo. Abbiamo pensato che sarebbero stati pronti ad una certa azione in stile America latina – un pò di salsa alla maniera della banca centrale... un pò di mambo monetario.

Abbiamo previsto che il QE non avrebbe funzionato... e che la FED sarebbe dovuta diventare più attiva – rinunciando probabilmente al QE ed intervenendo direttamente sull'offerta di moneta (cosa che le è proibita; gli effetti del QE sono limitati a rafforzare solo la base monetaria).

Che cosa abbiamo imparato negli ultimi sei anni? E' cambiato il nostro punto di vista?

La risposta a entrambe le domande è "non molto." Come abbiamo imparato nel corso degli anni, un'economia zombie fortemente indebitata non migliorerà con l'aggiunta di più debito. Invece è destinata a seguire il Giappone lungo quella strada solitaria costellata di bassi prezzi al consumo, bassa crescita e alto debito.

Questa strada porta alla distruzione finale. Ma quando? E come?

Negli Stati Uniti, come in Giappone, il QE non aiuta a stimolare una ripresa reale. Ma aiuta a simularla.

I prezzi delle case sono saliti (in parte grazie ai tassi dei mutui ultra-bassi). La classe media ha più "ricchezza" (anche se di carta) grazie agli aumenti nei suoi portfoli azionari. Anche i ricchi si sentono grassi e impertinenti.

La FED può continuare a perseguire un modesto tapering, ma è proabile che causerà una svendita nel mercato azionario. Poi la FED invertirà il tapering, ma sarà troppo tardi per correggere il danno. Il mercato azionario andrà giù per molti anni... portandoci ancora più vicino al modello giapponese.

La nostra ipotesi è che questa situazione persisterà per alcuni anni. Finché il dolore sarà tollerabile, la FED non sarà così audace da abbandonare il QE o da prendere misure più audaci.

Tokyo oggi. Tokyo domani. Dopodomani... vedremo.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Lo specchietto per le allodole

Ven, 23/05/2014 - 10:06




di Francesco Simoncelli


[Questo articolo è apparso anche sul magazine online The Fielder.]


Sono sempre più divertito dall'escalation che sta prendendo piede nel dibattito sull'inflazione vs. deflazione. Pare di essere al campetto di calcio, o di essere regrediti allo stadio di pre-adolescenza in cui si fa a botte per sostenere che la propria squadra sia la migliore dell'universo. Il campo viene diviso ed ognuna delle due squadre si prende a randellate sulla testa. Uno spettacolo curioso da vedere, soprattutto se cerchiamo intrattenimento, ma dal punto di vista economico-sociale è una disfatta della ragione. Eppure si è cercato di sottolineare più e più volte quali fossero le differenze epistemologiche di entrambi i fenomeni. Siamo d'accapo, un nuovo giro di fallacie montate su un argomento inesistente. Così si è aperta l'ennesima relazione di Mario Draghi: all'insegna del nulla. La BCE continua a sostenere il mercato obbligazionario con la sua promessa di intervento, il settore bancario commerciale accumula quanto più pattume obbligazionario statale possibile, questo tira giù i loro rendimenti, il settore bancario commerciale quindi utilizza folli rapporti di leva finanziaria per giocare d'azzardo in borsa e ottenere rendimenti soddisfacenti per i propri bilanci, e gli errori crescono a dismisura. Le vette a cui è arrivato il settore azionario fanno rabbrividire. Cosa significa? Che l'atterraggio sarà fragoroso.

Proprio in questo momento negli Stati Uniti è in atto una reflazione della bolla immobiliare, la quale è stata rigonfiata, otlre che dalla disponibilità di credito a buon mercato per gli istituti di credito, anche dall'enorme leva finanziaria con cui vengono sovvenzionati i titoli tossici. Se prima dello scoppio della bolla del 2008 le cartolarizzazioni impacchettavano caterve di mutui e venivano sponsorizzate come titoli sicurissimi, ora si stanno concentrando sui flussi di pagamento di quei poveri fessi che hanno una casa in affitto. I grandi player della finanza moderna, in combutta con i pianificatori centrali, hanno aspettato pazientemente davanti ai tribunali e hanno creato volume con tutte quelle proprietà finite all'asta. Si sono lanciati in una nuova attività: buy to rent.

Illusioni di ripresa. Il tasso dei mutui è sceso, certo, ma non appena questi grandi player tireranno la catena e usciranno "di casa," potremmo dire addio ai dolci segnali che per anni Bernanke si è sforzato di inanellare. Il mercato del lavoro è ancora a pezzi, con le unità nella forza lavoro in drastico calo: quanto ci metteranno questi poveracci a divenire impossibilitati nel pagare costantemente l'affitto? Tutto inizia con qualche "piccolo" default, per trasformarsi in una gigante supernova di fallimenti. Fioccheranno le margin call, questo è certo. E data l'interconnessione del settore bancario commerciale odierno, i guai finanziari americani ci metteranno poco a trasferirsi a quelli europei. Le banche europee, infatti, non sono in condizioni migliori. I fondamentali economici non sono più affidabili, visto che raccontano una storia diversa da quello che è la realtà. Cosa ci dice la realtà? Siamo sommersi in un coacervo di azzardo morale. I banchieri centrali vanno a tentoni. Sperimentano giorno dopo giorno.

Se non fosse così le conferenze stampa di Draghi e di Bernanke non sarebbero state così spudoratamente uguali l'un l'altra, come è accaduto negli ultimi 4 anni a questa parte. Non sanno cosa fare. Hanno inserito nel sistema una bomba a tempo pronta ad esplodere in ogni momento qualora le banche commerciali dovessero riprendere ad estendere il credito all'economia più ampia. Quando accadrà? Non lo sanno. Perché? Perché stanno aspettando una ripresa dell'economia. Come faranno a saperlo che l'economia sarà su un sentiero di sostenibilità? Ecco il punto: non lo sapranno mai. Qualsiasi ripresa che verrà sventolata davanti all'opinione pubblica sarà solamente di natura nominale, non reale. I pianificatori centrali sperano che un piccolo deleveraging del settore privato possa fare la magia. E poi? Stessa storia di prima: non si sa cosa fare.

Ci ammazzeremo dalle risate soprattutto il mese prossimo, ora che Draghi ha rimandanto ancora una volta l'implementazione di un QE; ciò ha permesso ai trader di andare long sull'EURUSD e portare più in alto il valore di cambio dell'euro nei confronti del dollaro. Un incubo per i pianificatori centrali europei, i quali si ritrovano in svantaggio nell'odierna guerra delle valute. Il mercato non tollererà un ulteriore ritardo da parte di Draghi, c'è in gioco la sua credibilità ora. La credibilità della BCE. E qui si inserisce l'attuale discorso inflazione vs. deflazione, il quale non fa altro che giustificare per l'ennesima volta agli occhi dell'opinione pubblica quanto lo stato (in realtà) abbia bisogno di liquidità a buon mercato per lenire il peso dei propri debiti.




Le entità che non creano ricchezza hanno bisogno di fondi per sopravvivere, perchè stanno prociugando voracemente il bacino della ricchezza reale tassando e sperperando le risorse che raccolgono dai popoli che governano. Tanto per cambiare, i prezzi al consumo (anche se prendiamo come riferimento il CPI europeo) non sono affatto in calo.




In questo contesto di fumo negli occhi e nebbia fitta, gli attori economici devono muoversi per condurre in un certo modo armonico i loro affari. Ogni loro azione viene ponderata con quello che hanno di fronte, ma se di frotne hanno un muro oltre il quale non è possibile orientarsi, è chiaro che molto probabilmente faranno scelte sballate. Per colpa loro? In parte. Ma soprattutto perché l'ambiente che prima utilizzavano come riferimento, è stato progressivamente invaso da incertezza e confusione. Sarà superfluo ricordarlo, ma la storia è sempre quella: i pianificatori centrali hanno spezzato il meccanismo attraverso il quale gli attori economici riuscivano a trasmettere nell'ambiente economico le informazioni vitali attraverso le quali l'ecnomia avrebbe potuto prosperare. L'ambiente presumibilmente favorevole al prestito, ad esempio, in realtà non lo è. Il mercato corre su due binari ormai: quello "ufficiale" e quello ombra.

Le forze di mercato sono la montagna che si staglia per mantenere vivo un ambiente economico funzionante attraverso le sue direzioni, la pianificazione centrale spinge affinché vengano mantenute in vita entità economicamente insostenibili. Quest'ultima è un treno che si infrangerà inevitabilmente contro l'oggetto inamovibile. Sarà un bel botto.

Le banche centrali non sono onnipotenti. Non possono dirigere con una bacchetta i dati economici. Possono manipolarli, nasconderli, torcerli, ma non possono indirizzarli come vogliono. Non hanno questo potere. Li influenzano pesantemente, ma non li obbligano a finire laddove fà loro più comodo. Le banche centrali hanno pieno potere sulla base monetaria, ma non sugli aggregati monetari più ampi. Questi ultimi sono cresciuti inesorabilmente negli ultimi anni, facendo percolare parzialmente il denaro creato da poco dai banchieri centrali. La BCE ha continuato a sostenere le azioni delle banche commerciali, è ancora il loro protettore. Basta mostrare la garanzia: bond statali. Infatti, M2 è passato dai €8,989.4 miliardi nel 2012 ai €9,282.1 miliardi a marzo di quest'anno; e la valuta in circolazione è aumentata dai €863.9 miliardi nel 2012 ai €926.3 miliardi a marzo di quest'anno. Nonostante l'ambiente "potenzialmente" favorevole, invece, i prestiti sono scesi inesorabilmente.




Oltre alla mancanza di volontà da parte delle banche commerciali di estendere nuovo credito, c'è la riluttanza degli individui stessi che preferiscono non avere debiti in un ambiente simile. La distorsione dei pianificatori centrali ha intorbidito i meccanismi di trasmissione delle informazioni economiche tanto da farli impazzire. In questo modo la velocità di circolazione del denaro è diminuita, gli individui acquistano meno prodotti per unità di tempo e con un'euro "più forte" il prezzo delle improtazioni cala. E' per questo che il CPI mostra un rallentamento. Questo significa solo una cosa: le forze di mercato stanno spingendo ancora la recessione. E' stato impedito al mercato di ripulirsi, ma esso ne ha bisogno. Quindi le forze di mercato agiscono per implementare questa soluzione. Infatti, i consumatori si sono seduti e stanno aspettando. E' una corda sottile quella su cui stanno camminando i banchieri centrali, è il vento si sta facendo sempre più forte. L'altezza è rappresentata dalla quantità di pattume accumulato finora nel mercato dei derivati: $441 bilioni. Per non parlare delle passività non finanziate degli stati mondiali.

L'attuale periodo è un lasso di tempo caratterizzato da disinflazione, crescita bassa dei prezzi, e non di deflazione; non aspettatevi, infatti, una crescita negativa dei prezzi. Quella è stata accuratamente schivata con i vari LTRO. A gennaio le banche a cui erano stati estesi tali prestiti, ne avevano ripagato circa €450 miliardi. Questo ha permesso di drenare le riserve in eccesso nell'eurozona e di sgonfiare il bilancio della BCE, rispedendo al mittente i bond statali precedentemente inglobati nel bilancio della BCE. Insomma, l'aumento farlocco di capitale per tamponare le falle di bilancio delle varie banche commerciali europee sta venendo ritirato grazie alla rinnovata fiducia germogliata a seguito del bluff di Draghi. Ma questa diminuzione delle riserve in eccesso ha fatto impazzire i tassi EONIA, segno distintivo di una chiara e crescente mancanza di fiducia nel mercato scoperto del finanziamento interbancario.




“Aggiustata” una cosa, se ne rompono due. Senza ulteriori iniezioni di vita artificiale da parte della BCE, questa situazione non farà altro che peggiorare. I debiti pubblici, senza ulteriori iniezioni di vita artificiale da parte della BCE, continueranno a peggiorare. Ogni azione sconsiderata sarà seguita da un’azione ancora più sconsiderata: la Polonia ha compiuto diversi raid nei fondi pensione, in Argentina ci sono pesanti controlli dei capitali, l’Italia sta tassando alla follia le persone, ecc. Sembra che non ci siano state conseguenze per queste misure ripugnanti. Quindi si alza l’asticella. Nessuna conseguenza (visibile)? Nessun problema. Almeno così sembra… Finirà male.


L'Europa e la paranoia per la deflazione

Gio, 22/05/2014 - 08:17
Secondo chi mette in guardia dalla deflazione, essa è un male perché costringe le persone a rinviare nel tempo i consumi, in attesa di prezzi piú vantaggiosi. Si dimentica che i risparmi sono necessari affinché un’economia possa prosperare su fondamenta economiche sane. Si dimenticano le preferenze individuali degli attori economici, le quali variano da persona a persona. Si dimentica, soprattutto, l’ABC dell’economia: a prezzi inferiori, ceteris paribus, la domanda aumenta. Pensate al settore dell’elettronica. Pensate al settore informatico. Pensate al settore tecnologico. Quel che in realtà dobbiamo temere è la manipolazione dei dati cui facciamo riferimento. Il paniere dell’inflazione, infatti, è un parametro che varia molto d’anno in anno, e non presenta alcuni oggetti che sono reputati «troppo» volatili per una misurazione precisa. Cosí, i pianificatori centrali possono rigirare i dati come vogliono, usando la statistica come arma per i propri scopi. Infatti, la realtà ci racconta tutta un’altra storia, se consideriamo il cosiddetto «carrello della spesa» o i prezzi degli alimenti in generale. Perché i consumi languiscono, quindi? Perché l’ABC dell’economia è ancora valido: a prezzi crescenti, ceteris paribus, la domanda diminuisce.
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di Frank Hollenbeck


C'è un flusso incessante di articoli che ci avvertono di una calamità economica se la deflazione dovesse mostrare il suo muso anche per un brevissimo periodo di tempo. Questo mostro della deflazione, ci viene detto, deve essere sconfitto con la stampante monetaria a tutti i costi. Naturalmente il vero obiettivo di questa paura è quello di permettere allo stato di continuare a rubare attraverso la svalutazione. Ogni euro stampato è una tassa governativa sui saldi di cassa.

Ci sono due principali tipi di deflazione. Il primo deriva da un generale aumento della quantità di beni e servizi disponibili. In questo tipo di deflazione una riduzione dei costi, in un ambiente competitivo, conduce a prezzi più bassi. Il settore dell'alta tecnologia ha prosperato per decenni in questo tipo di deflazione, poiché il progresso tecnico (ad esempio, l'effetto della Legge di Moore) ha alimentato innovazioni e potenza di calcolo a costi progressivamente decrescenti. Lo stesso vale per la maggior parte delle industrie durante gran parte del XIX secolo, mentre il tenore di vita aumentava notevolmente. Ogni uomo beneficiò dell'aumento dei salari reali derivanti da prezzi più bassi.

Il secondo tipo di deflazione prevede una riduzione dell'offerta di moneta che proviene da un aumento nel desiderio della popolazione o del settore bancario di trattenere liquidità (cioè, tesaurizzazione).[1] Un esempio semplice renderà questo punto più chiaro. Supponiamo di avere 10 matite e €10. Solo ad un prezzo di equilibrio di €1 non ci sarà produzione in eccesso o soldi in eccesso.





Supponiamo che il costo di produzione di una matita sia 80 centesimi. Il tasso di guadagno sarebbe del 25%. Ora supponiamo che le persone accumulino €5 e li mettano sotto il materasso. Il prezzo di una matita sarà tagliato della metà, passando da €1 a 50 centesimi, dal momento che ora abbiamo un'offerta di moneta di €5 a caccia di 10 matite. Se scendono anche i prezzi degli input a 40 centesimi per matita, allora non vi è alcun problema in quanto il tasso di guadagno rimarrà ancora del 25%. In questo esempio, un calo dei prezzi nella produzione ha costretto un adeguamento dei prezzi degli input.

Il timore keynesiano è che i prezzi degli input non si aggiustino abbastanza velocemente a fronte di un calo dei prezzi nella produzione, in modo che l'economia non finisca in una spirale di deflazione-depressione. La soluzione keynesiana-monetarista è quella di spingere lo stato a stampare €5 per evitare questa deflazione.

Questa creazione di moneta è distorsiva e causerà una cattiva allocazione delle risorse, in quanto il nuovo denaro non verrebbe speso nelle stesse aree o nelle stesse proporzioni di quell denaro che ora viene "tesaurizzato" (come definito dai keynesiani). Inoltre, anche se lo stato trovasse le aree giuste o le giuste proporzioni, il risultato sarebbe comunque un'errata allocazione, in quanto la tesaurizzazione riflette il desiderio degli individui di riallineare i prezzi relativi più vicino a quello che vogliono che sia davvero prodotto. La stampa di denaro può effettivamente aumentare il desiderio di trattenere liquidità, come vediamo oggi. Trattenere contanti può essere la scelta preferita rispetto al consumo o all'investimento (risparmi) quando i prezzi relativi e assoluti sono stati distorti dalla stampa monetaria.

Naturalmente, nessuno si sta veramente ponendo la domanda cruciale. Perché trattenere contanti dovrebbe cambiare l'offerta di moneta, e perché la popolazione e le banche decidono di aumentare la loro liquidità in primo luogo?[2] Senza la riserva frazionaria, né la popolazione né le banche potrebbero cambiare in modo significativo l'offerta di moneta tesaurizzando contanti, né le banche potrebbero estendere il credito più velocemente di un risparmio più lento. Il boom ed i cattivi investimenti che ne derivano diventerebbero un ricordo del passato e, quindi, anche il desiderio di trattenere più contanti durante la fase bust del ciclo economico. Se le banche centrali sono molto preoccupate per questo tipo di deflazione, devono affrontare le cause — riserva frazionaria — e non le cosneguenze. Raccontare ad un ubriaco che può evitare la sbornia bevendo ancora più whisky, non farà altro che peggiorare le situazione.[3] La vera soluzione è quella di smettere di bere.

Secondo Mario Draghi:

Il secondo aspetto negativo di una bassa inflazione [...] è che impedisce l'aggiustamento degli squilibri. Una cosa sono i prezzi relativi che si devono aggiustare con un tasso di inflazione intorno al 2%, un'altra cosa sono i prezzi relativi che si devono aggiustare con un tasso di inflazione di circa lo 0.5%. Ciò significa che la variazione di alcuni prezzi, affinché si possano aggiustare, dovrà diventare negativa. E si sa che i prezzi ed i salari hanno una certa rigidità nominale che rende questi aggiustamenti più complessi.
Draghi confonde il primo tipo di deflazione con il secondo. La bassa inflazione nella zona euro è attribuibile principalmente al rafforzamento dell'euro, e ad un calo dei prezzi degli alimenti e dell'energia.

Gli economisti della Bundesbank staranno dando testate davanti ai muri. Ovviamente hanno capito lo scopo della BCE: monetizzare indirettamente il debito del blocco meridionale. Il “whatever it takes” di Draghi ha fatto guadagnare un pò di tempo ai paesi del blocco meridionale. Tuttavia, è stato fatto poco nel tenere sotto controllo la dimensione dei settori pubblici. I rapporti debito/PIL continuano a salire e tasse più alte nei paesi del blocco meridionale hanno provocato una contrazione ancora maggiore del settore privato. Molte banche in Europa meridionale sono tecnicamente in bancarotta. In Italia i prestiti non performanti sono passati da circa il 5.8% nel 2007 a oltre il 15% di oggi. E la situazione sta peggiorando.

Di recente la Grecia ha collocato i bond a 5 anni ad un rendimento inferiore al 5%, otto volte l'ammontare offerto. Ciò mette in evidenza quanto il settore finanziario europeo sia dipendente dal "bluff di Draghi." Come nel resto del mondo, i tassi di interesse in Europa sono totalmente distorti e non allocano più le risorse in base alla preferenza temporale della società, non riflettono neanche il rischio reale di default.

La BCE probabilmente imporrà a breve tassi negativi, ma scoprirà, come la FED ed altri prima di essa, che è inutile portare un asino al torrente se non vuole bere. Il QE può anche essere sul tavolo, ma a differenza della FED la BCE è limitata nella scelta degli asset che può acquistare (dal momento che l'acquisto diretto di titoli di stato europei vìola la Costituzione tedesca). Un giorno la Germania ed i paesi del blocco meridionale, tra cui la Francia, si scontreranno su quale sarà una politica monetaria appropriata.

Per la Germania sarebbe saggio pianificare una possibile uscita dall'euro.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note

[1] I keynesiani considerano “tesaurizzazione” la mancata spesa di denaro e anche il risparmio nei despositi bancari, ma propriamente intesa, è l'equivalente di stipare i contati sotto il materasso.

[2] Il prestito a riserva frazionaria è inflazionistico, cosa che contribuisce allo scoppio di boom artificiali. Le banche trattengono denaro quando temono una crisi della fiducia, anche questo esito del suddetto boom.

[3] Dal momento che il prestito a riserva frazionaria è la fonte del problema, perseguire su questa strada non è la soluzione.

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Un modo per sopravvivere alla prossima bolla del debito

Mer, 21/05/2014 - 10:06




di David Stockman


In Cina c'è la più grande bolla immobiliare e la più grande bolla del credito della storia. Un'intera nazione di 1.3 miliardi di persone è letteralmente impazzita per immobili, indebitamento, speculazione, imbrogli, menzogne e furti.

La fonte di questa epidemia non è un difetto nella cultura o nel carattere cinese — e neppure il tipo di avidità e ingordigia che affligge tutti i popoli nelle ultime fasi di una bolla finanziaria.

La causa è la follia monetaria. Il presidente Mao non aveva del tutto torto quando proclamò che il potere politico scaturisce dalla canna di un fucile — soggiogò una nazione di un miliardo di persone sulla base di tale principio. Ma fu la scoperta di Deng che salvò il regime tirannico del partito comunista di Mao dalla calamità dei suoi folli esperimenti economici post-rivoluzione.

Proprio nel momento in cui la Cina annaspò verso il Grande Balzo in Avanti, dopo 40 milioni di morti per carestia ed una psicosi di massa dovuta alla Rivoluzione Culturale, Deng imparò che il potere poteva essere mantenuto ed esteso attraverso una stampante. E questo è il cuore del cosiddetto miracolo economico cinese. Non si tratta del capitalismo, contro cui i giocatori di Wall Street e Londra hanno ragliato per quasi due decenni; si tratta di un caso monumentale di inflazione monetaria che non ha precedenti.

All'inizio del nuovo secolo l'indebitamento totale nel mercato del credito USA era pari a circa $27 bilioni, e abbiamo continuato a seguire questa strada. L'indebitamento totale nel mercato del credito è arrivato ora a $59 bilioni — quindi l'America è sprofondata nel debito ad un tasso annuo del 7%.

Ma levati di torno America! All'inizio del XXI secolo, la Cina aveva raggiunto circa $1 bilione di debiti nei mercati del credito, ma dopo un ritmo incessante di "indebitamento e costruzione di immobili" durato 14 anni, ora ne trasporta circa $25 bilioni. Questa stupefacente crescita del debito è avvenuta nel contesto di un sistema economico ideato e gestito da burocrati di partito che avevano imparato la loro economia dal Libretto Rosso di Mao!

Ciò significa che non è esistito alcun sistema bancario valido in Cina — solo agenzie di stato gestite da agenti di partito, il cui modus operandi parcellizzava le quote del credito nazionale e le faceva ricadere a cascata su una vasta catena di comando nelle contee, nelle borgate e nei villaggi. Non sono mai esistiti prezzi finanziari validi in Cina — tutti i tassi di interesse ed i tassi FX sono stati ancorati e regolati fino all'ultima cifra; né vi è mai stata alcuna contabilità onesta — i prestiti si sono perpetuamente basati sul detto "aspetta e spera."

E, manco a dirlo, non esiste un sistema di disciplina nei bilanci basato sul diritto contrattuale. Solo in quest'ultimo secolo il PIL della Cina è cresciuto di $10 bilioni — vale a dire, c'è stato un boom in tutto il paese che al confronto la corsa all'oro in California sembra una scampagnata. Eppure in tutta questa frenesia non ci sono stati quasi mai errori, tracolli settoriali, musi lunghi o addirittura fallimenti personali. Quando di tanto in tanto qualcosa è andato storto con un "investimento," i "cercatori d'oro" dell'era moderna si sono riuniti per le strade in folle rumorose e hanno allungato la mano per essere salvati — una cortesia che il governo ha sempre concesso.

Così, in due decenni, la Cina ha costruito una grande economia di Ponzi che è marcia fino al midollo. Ha 1.5 miliardi di tonnellate di acciaio, ma un "volume di vendita" di meno della metà — cioè, la domanda di acciaio per automobili, elettrodomestici ed edfici una volta che svanirà l'attuale sbronza per la costruzione di cattedrali nel deserto. Lo stesso vale per le sue industrie nel settore del cemento, le costruzioni navali, quelle solari ed il settore dell'alluminio — per non parlare dei 70 milioni di appartamenti di lusso vuoti e le vaste distese di autostrade, ferrovie veloci, aeroporti, centri commerciali e nuove città.

In breve, la gigantesca bolla del credito cinese rappresenta il più grande malinvestment delle varie risorse economiche — manodopera, materie prime e beni strumentali. In effetti i porcili nelle campagne sono stati riempiti di rame e i quartieri urbani rimpinzati di vetro e cemento; accorgimenti che non rendono nulla, ma in questo schema di Ponzi cinese ognuno di essi è diventato "garanzia" per altri "prestiti."

La Cina si è diretta verso i confini economici del pianeta — in quelle che potremmo definire Terre Monetarie Sconosciute — il quale si basa sul principio circolare del prestito, della costruzione e di altri prestiti. In sostanza, si tratta di una gigante re-hypothecation dove il "debito" di uno diventa "l'attivo" di un altro.

Così i governi locali si ritrovano magri introiti, ma enormi debiti basati sulla sopravvalutazione delle terre. Gli imprenditori minerari affrontano un crollo dei prezzi e dei ricavi, ma allo stesso tempo anche un'impennata a doppia cifra dei tassi di interesse sui prestiti bancari ombra garantiti da riserve di carbone sopravvalutate. I cantieri navali non hanno ordini, ma enormi debiti garantiti dalla costruzione di nuove baie. Gli speculatori hanno collateralizzato enormi scorte di rame e di ferro a prezzi che stanno già diventando storia antica.

La Cina è sulla cuspide della più grande margin call della storia. Una volta che i valori degli asset inizieranno a declinare, le sue piramidi di debito si ritroveranno esposte a fallimenti e crolli. Indubbiamente il governo lotterà per mantenere viva la prosperità attraverso la stampante, forse ci riuscirà per un altro mese o trimestre, ma si stanno formando crepe ovunque perché la frenesia del credito è stata troppo estrema. Forse Zhejiang Xingrun Real Estate, che è andata a gambe all'aria la scorsa settimana, è il catalizzatore finale, ma ce ne sono altre migliaia messe nelle stesse condizioni. Come la canna del fucile di Mao, anche la stampante ha una "data di scadenza."

Dei $562 milioni (RMB3.5 miliardi) che deve a debitori, $112 milioni sono stati presi in prestito da 98 soggetti privati a tassi di interesse annui che raggiungono anche il 36%, almeno stando alle recenti rivelazioni da media cinesi. Sotto tale tipo di pressione, l'unica sorpresa è che il default non sia avvenuto prima. La società ha faticato per anni nel tentativo di trovare i capitali; il presidente è sospettato di aver preso in prestito $38.6 milioni da "mutui falsi."

Ma prima che Xingrun venga bollata come la peggior impresa edile della Cina, è importante capire come sia finita nel caos e quali fattori specifici l'abbiano portata al collasso, o almeno sull'orlo del collasso (i funzionari statali continuano ad affermare il contrario).

Xingrun ha sede a Fenghua, una città che fa parte della contea di Ningbo situata sulla costa orientale della Cina; l'attività ha iniziato ad aver problemi dal 2007. L'azienda, dopo essersi assicurata il sostegno del governo ed essersi fusa con un'altra impresa edile in difficoltà, ha tentato di costruire condomini in un villaggio chiamato Changting. Il progetto richiedeva la costruzione di una serie di case temporanee per i residenti, prima che il villaggio esistente potesse essere abbattuto e che potessero essere finiti i condomini. L'inizio fu previsto nel primo semestre del 2012. Xingrun aveva previsto che sarebbe riuscita a pagare i suoi debiti entro tre anni.

Il progetto non è mai arrivato alla fase di costruzione. Infatti, le piccole case del villaggio sono ancora in piedi. Xingrun ha costruito le case di transizione per gli abitanti del villaggio, ma non c'è alcun segno del suo prodotto principale: i condomini. Nulla è accaduto perché il progetto è finito male e la società è finita in tribunale.

Questo spiega perché Xingrun non era in grado di ripagare i suoi prestiti. Ma perché si è arrivati ​​così vicino al collasso? I suoi problemi con il progetto Changting sono persistiti per anni, ma l'azienda ha semplicemente rinnovato i prestiti e ne ha contratto altri a tassi elevati da istituti di credito privati​​.

Un problema per gli imprenditori edili a corto di capitali nella zona di Ningbo, è che i creditori privati ​​non vogliono più concedere prestiti alle imprese ad alto rischio. In realtà, rivogliono indietro i loro soldi. Questo è solo uno dei problemi che affliggono Xingrun. Stanno diminuendo due cose: il valore degli immobili in alcune aree di Fenghua e la fiducia che gli imprenditori edili possano ripagare i tassi di interesse vertiginosamente alti.

Nemmeno le banche sono tanto disposte a concedere credito agli imprenditori edili. In passato, un'impresa edile come Xingrun poteva chiedere più creadito alla filiale locale di una banca commerciale. La filiale locale si sarebbe presa questo rischio perché sapeva che i funzionari statali promuovevano il prestito.

Tale sostegno non esiste più. Ora, quando gli imprenditori edili mendicano credito alle banche locali, è probabile che vengano allontanati. Ai dirigenti bancari locali viene detto che possono estendere il credito ai mutuatari a rischio, se lo desiderano, ma adesso saranno loro ad essere ritenuti responsabili di eventuali perdite.

In questi giorni il rischio alto è qualcosa che nessuno sembra disposto a digerire – in netto contrasto ad appena un anno fa.

Fenghua è una piccola città, e la portata di Xingrun al di là di quella zona è limitata. Gli analisti sono stati audaci nel dire che un suo default non genererà un rischio sistemico. Il quadro generale della regione, tuttavia, non può essere ignorato.

I guai di Xingrun sono ancora i mali delle autorità locali. Il default aggiungerà $305 milioni (RMB1.9 miliardi) ai prestiti non performanti di Fenghua, spingendo al 5.27% la percentuale di asset tossici e rendendo la provincia di Zhejiang la più indebitata (secondo i calcoli del quotidiano The Economic Observer).

Aggiungete ai problemi di Fenghua quelli della grande regione di Ningbo. La zona ha come minimo sei anni di patrimonio edilizio vuoto o in costruzione. La selva di costruzioni metterà grande pressione agli imprenditori edili affinché rimborsino i prestiti, soprattutto se gravati da tassi di interesse alti. Un rallentamento dei prezzi degli immobili non farà altro che aggiungere benzina al fuoco. Senza un salvataggio da parte delle banche provinciali, Fenghua non sarà l'ultimo governo locale bloccato in un groviglio di guai finanziari.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come la riduzione dello stato ha messo fine alla grande depressione svedese

Mar, 20/05/2014 - 10:07




di Per Bylund


Durante la recente crisi finanziaria, la Svezia è risultata una delle poche economie finanziariamente solide. La forte posizione del paese, che lo contraddistingue dalla maggior parte delle nazioni occidentali, lo rende un esempio interessante di ciò che si sarebbe potuto — o si sarebbe dovuto — fare. Infatti Paul Krugman, economista e premio Nobel, ha più volte ricordato con entusiasmo come gli svedesi abbiano gestito la loro depressione dei primi anni '90. Secondo lui la ragione del recente successo svedese è da ritrovarsi nella nazionalizzazione di alcune banche al tempo della crisi. Mentre non coglie il punto perché si concentra esclusivamente su una selezione ristretta di misure a breve termine (piuttosto che sui cambiamenti a lungo termine), segno distintivo che è un keynesiano, Krugman ha ragione quando dice che la Svezia ha fatto bene alcune cose.

Nel settembre del 1992 la Riksbank, la banca centrale della Svezia, ha alzato il tasso di interesse al 500% nel vano tentativo di salvare il tasso di cambio fisso della corona svedese (la valuta della Svezia). Questa misura drastica è stata presa in concomitanza con grandi tagli di spesa e aumenti delle tasse per affrontare la caduta libera dell'economia. La crisi economica è stato il culmine di due decenni di pieno declino, e ha cambiato radicalmente la situazione politica in Svezia.

Sin dal 1992 la Svezia ha ritenuto opportuno ridurre le dimensioni dello stato, aumentando le restrizioni del welfare, liberalizzando i mercati e privatizzando gli ex-monopoli statali. Il paese ha istituito una nuova struttura di incentivi nella società, rendendola più operativa ed efficiente. Il debito nazionale è sceso da quasi l'80% del PIL nel 1995 a solo il 35% nel 2010.

In altre parole, la Svezia ha smontato con successo il suo welfare state insostenibile ma di fama mondiale. Nonostante il pio desiderio di Krugman, è questo il vero motivo per cui la Svezia è riuscita ad uscire dall'attuale crisi finanziaria.



Ascesa e Caduta del Welfare State

La Svezia ha vissuto un secolo di forte crescita economica dal 1870 al 1970, periodo che rese uno dei paesi più poveri d'Europa il quarto più ricco del mondo. La prima metà di questo periodo di crescita fu caratterizzato da riforme di libero mercato, e la seconda metà fu notevole per la Svezia perché restò fuori delle due guerre mondiali e le infrastrutture industriali rimasero intatte mentre quelle del resto d'Europa erano in rovina. Nonostante venne istituito ed espanso un welfare state nel periodo post-bellico, fu costruito intorno ad istituzioni capitalistiche e quindi ebbe un impatto limitato sulla crescita economica.

Ma la situazione politica cambiò. Gli anni '70 e '80 videro un ampliamento spropositato del welfare state: nuovi sussidi statali, introduzione di normative molto rigide nel mercato del lavoro, sostegno di settori dell'economia stagnanti e drastici aumenti delle aliquote fiscali con alcune di quelle marginali superiori al 100%. Nel tentativo di nazionalizzare completamente l'economia, nel 1983 i löntagarfonder ("i fondi degli impiegati") vennero costretti a "reinvestire" i profitti delle imprese private nelle azioni della società e ad essere gestiti dalle organizzazioni sindacali.

Dal 1975 al 1985 i deficit pubblici abbondavano e il debito pubblico aumentò di quasi dieci volte. La Svezia sperimentò anche un'elevata inflazione dei prezzi, una situazione aggravata da ripetute svalutazioni del tasso di cambio della moneta per rilanciare le esportazioni: nel 1976 del 3%; nel 1977 del 6% in un primo momento, e poi un ulteriore 10%; nel 1981 del 10%, e nel 1982 del 16%.

Nel complesso, la rapida espansione del welfare state può essere illustrata dal rapporto tra occupazione privata e quella finanziata dalle tasse, il quale è passato da 0.386 nel 1970 a 1.51 nel 1990. La Svezia si stava dirigendo verso il baratro.



La Grande Depressione della Svezia: Una Spiegazione

Una spiegazione popolare per il tracollo degli anni '90, incolpa la deregolamentazione dei mercati finanziari che avvenne nel novembre 1985. Ma come suggerisce la nostra ricerca (ancora in corso), la deregolamentazione era un tentativo di risolvere i gravi problemi di finanziamento del governo svedese. Nel solo anno fiscale 1984-1985, il pagamento degli interessi sul debito nazionale svedese ammontava al 29% del gettito fiscale — pari alla spesa totale del governo in materia di previdenza sociale. L'insostenibile situazione finanziaria del paese rese necessaria la deregolamentazione.

Il maggiore accesso ai mercati finanziari trasformò una situazione disperata in una un pò più sostenibile. Ma la Svezia poi sperimentò un enorme aumento del credito. I nostri numeri mostrano che il volume dei prestiti alle imprese aumentò da 180 miliardi alla fine del 1985 a 392 miliardi alla fine del 1989, con un incremento del 117% totale o 21% l'anno. Da dov'è è arrivato tutto questo denaro? Parte dalla deregolamentazione e dall'afflusso di fondi che ne seguì, e parte dall'inflazione monetaria.

Il boom del credito (1986-1990), che si concluse con la depressione del 1990-1994, vide all'opera diversi fattori. Alcuni non hanno avuto alcun effetto inflazionistico (o addirittura ne hanno avuto uno deflazionistico), ma altri fattori, in particolare quelli che si riferiscono alla politica del governo o influenzati da questa, erano fortemente inflazionistici e abbastanza consistenti. Questi includono aumenti nei prestiti della Riksbank alle banche (un aumento del 975% dal 1985 al 1989) ed acquisti di debito pubblico e di titoli (un aumento del 47% dal 1985 al 1987, seguito da un calo del 7% dal 1987 al 1989).

La Svezia è un caso interessante da studiare. Come Krugman tiene a ripeterci, abbiamo molto da imparare: dall'epoca della crescita economica grazie al libero mercato fino all'ascesa e alla caduta del welfare state. La forza finanziaria riacquistata di recente dal paese e la sua capacità di resistere ad una recessione globale non sono dovute ad un forte welfare state come sostiene Krugman (e che spesso i keynesiani lodano), ma ad una sua diminuzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il capo della Banca Centrale Europea mente spudoratamente: Il Piano Z

Lun, 19/05/2014 - 10:09




da Zero Hedge


Chi si può dimenticare di questo scambio dell'aprile 2013 in cui venne posta una domanda molto semplice? Così elementare che a quanto pare nessun altro organo d'informazione serio ha mai preso in considerazione.

Scott Solano, DPA: Ho un paio di domande dai lettori di Zero Hedge. La prima: diciamo che la situazione in Grecia o in Spagna si deteriori ancora di più, e che vogliano o siano costrette ad uscire dalla zona Euro, esiste un piano per questa evenienza in modo che i mercati non crollino? Esiste una sorta di sistema strutturale, di rete di sicurezza strutturale, soprattutto nel settore dei derivati? La seconda domanda: lei ha parlato in precedenza dell'Emergency Liquidity Assistance... Cosa sarebbe successo all'ELA, circa €10 miliardi, se Cipro avesse deciso di lasciare l'Eurozona?

Mario Draghi, BCE: Beh, in realtà sta ponendo domande talmente ipotetiche per le quali non ho una risposta precisa. Beh, ne ho una parziale. Queste domande sono formulate da persone che sottovalutano ampiamente quello che significa l'Euro per gli europei, per l'area Euro. Sottovalutano enormemente la quantità di capitale politico che è stata investita nell'Euro. E così continuano a porre domande del tipo: "E se l'Euro va in frantumi, e se un paese lascia l'Euro"... Non è come una porta girevole. E' una cosa molto importante. E' un progetto dell'Unione Europea. Ecco perché si casca male quando si chiede a persone come me "cosa succederebbe se". Nessun piano B.

In secondo luogo, penso che la BCE abbia dimostrato la sua determinazione nel combattere qualsiasi rischio di ridenominazione. E l'OMT con le sue regole precise, è lì per questo scopo. Ecco, questa è la risposta alla prima domanda.

La seconda domanda riguardava l'ELA, ma ancora una volta è correlate a "se Cipro lasciasse", e questo non è quello che abbiamo in mente, quindi.... Nessun piano B.
Lo scambio completo si è svolto al minuto 57 e 45 secondi del video qui sotto:





Mentre abbiamo apprezzato che i gentiluomini presso la BCE leggono regolarmente Zero Hedge, le risposte di Mario Draghi hanno lasciato a desiderare perché non sembravano razionali: dopo tutto, in quella stanza c'erano le cosiddette persone più intelligenti -- e non avere un piano di emergenza sarebbe davvero da idioti. Cosa che avrebbe dovuto spiegare perché fosse stato proprio Zero Hedge ad aver posto quelle domande a Draghi: a quanto pare le risposte erano così "chiare" a tutti gli altri, che nessuno dei "reporter" servili istituzionali si è mai preoccupato di porle in una delle altre conferenze stampa mensili della BCE.

Siamo lieti di annunciarvi che Zero Hedge è il primo media d'informazione ad affermare che Mario Draghi ha mentito pubblicamente e ufficialmente.

Perché, come abbiamo appreso da poco, l'Europa ha certamente un "piano affinché i mercati non crollino". Solo che non era il cosiddetto Piano B di Mario Draghi.

Era una lettera diversa dell'alfabeto.

Grazie a Peter Spiegel dell'FT ora sappiamo che poco più di un anno fa, al fine di preservare il mito della "fiducia" in un'Eurozona unita e lungi da una potenziale rottura, Draghi ha mentito spudoratamente.

Vi presentiamo, quindi, il Piano Z dell'Europa.

Cos'è il piano Z?

All'insaputa di quasi tutto l'establishment politico greco, un piccolo gruppo di funzionari dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale ha lavorato in segreto per mesi alla preparazione di un crollo delle banche della Grecia. Il loro progetto segreto, noto come "Piano Z", descriveva nel dettaglio come ricostruire l'infrastruttura economica e finanziaria della Grecia se avesse dovuto lasciare l'euro.

Il piano è stato elaborato da circa due dozzine di funzionari raggruppati in piccole squadre presso la Commissione Europea a Bruxelles, la Banca Centrale Europea a Francoforte e il Fondo Monetario Internazionale a Washington. I funzionari che hanno lavorato a questo piano hanno insistito che non rappresentava una "road map" per buttare la Grecia fuori dall'euro -- piuttosto il contrario. Temevano che il "Grexit" avrebbe devastato i mercati finanziari europei, causando corse agli sportelli bancari in altre economie della zona euro e sollevando interrogativi su quale paese sarebbe stato il prossimo ad uscire.

All'inizio del 2012, molti di quegli stessi funzionari credevano che fosse irresponsabile non prepararsi ad una uscita della Grecia. "Abbiamo sempre detto: è nostro obiettivo tenerli dentro", ha detto uno dei partecipanti. "È zero la probabilità che se ne vadano? No. Se si è a capo di un'azienda e si ha solo una probabilità del 10% che accada un evento del genere, vi preparereste".
Ma... che dire di tutte quelle stronzate sul "capitale politico che è stato investito"? A quanto pare il "capitale politico" non era affatto sufficiente, e non nel 2013 addirittura un anno prima; l'Europa stava già preparando a staccare la spina.

Ecco i punti salienti della creazione del Piano Z:

Con la maggior parte della leadership economica del mondo che raggiungeva Los Cabos, in Messico, per il summit del G-20 (lo stesso fine settimana del voto greco), un piccolo gruppo di alti funzionari dell'UE rimaneva alle proprie scrivanie nel caso in cui fosse stato dato il via libera al Piano Z. Erano guidati da Olli Rehn, commissario economico dell'UE, che cancellò il suo volo per il Messico in modo da rimanere a Bruxelles. Mario Draghi, il capo della Banca Centrale Europea, rimase a Francoforte e Jean-Claude Juncker, primo ministro lussemburghese che ha guidato l'Eurogruppo dei ministri delle finanze, rimase disponibile.

Quando il Grexit fu presentato pubblicamente per la prima volta durante il vertice del G-20 del novembre 2011 a Cannes -- dove la Merkel e Nicolas Sarkozy spinsero per un referendum dentro/fuori della Grecia -- non esisteva uno scenario postumo all'abbandono dell'euro da parte della Grecia.

Diversi alti funzionari rimasero sorpresi che la Merkel e Sarkozy avessero potuto ventilare l'idea che qualcuno potesse lasciare volontariamente la zona euro, cosa che era stata negata vigorosamente in precedenza. Anche i funzionari che avevano lavorato a stretto contatto con i due, dichiararono di essere stati colti di sorpresa.

"Sono caduto dalla sedia", disse uno di quei funzionari che aveva partecipato alle discussioni a porte chiuse con entrambi i leader. "Per la prima volta, invece di omettere quella parola dalle conversazioni, la usarono. Mi ricordo di aver pensato: siamo nei guai".
Chi era stato incaricato di creare il piano? Quattro uomini, uno dei quali faceva direttamente riferimento .. (rullo di tamburi!)... a Mario Draghi.

I lavori sul Piano Z iniziarono nel gennaio 2012, supervisionati in gran parte da quattro uomini. Jörg Asmussen, un tedesco che si era unito al comitato esecutivo della BCE proprio in quel mese, fu assegnato dallo stesso Draghi per dirigere una task force sul Grexit. Thomas Wieser, a lungo funzionario del ministero delle finanze austriaco, venne nominato capo permanente del "gruppo di lavoro" e contribuì a coordinare i lavori a Bruxelles, insieme a Marco Buti. E Poul Thomsen, un danese che sin dall'inizio della crisi aveva guidato il team del FMI adibito al salvataggio della Grecia, fornì un contributo da Washington.



I lavori si svolsero in assoluta segretezza: si capisce, quindi, perché era fondamentale che Draghi mentisse.

Gli sforzi per impedire la fuoriuscita di informazioni dalle piccole squadre dei quattro uomini sono stati estremi, per lo stesso motivo per cui Jean-Claude Trichet aveva vietato un tale progetto: se il grande pubblico ne fosse venuto a conoscenza, sarebbe stato sufficiente a scatenare il tipo di panico che avrebbe forzato l'attuazione del loro piano.

Secondo un partecipante ai lavori, non è stato mai compilato alcun documento unico sul Piano Z e gli addetti ai lavori non si scambiavano nemmeno e-mail. "Era stato totalmente blindato, tanto che nemmeno le istituzioni ne erano a conoscenza", ha riferito suddetto partecipante. "Anche tra le squadre c'era un muro impenetrabile". Fu presa la decisione di non coinvolgere i funzionari greci per paura di una fuga di notizie.

Questi firewall hanno funzionato. Durante una cena tra José Manuel Barroso, il presidente della Commissione Europea, e la Merkel meno di due settimane prima del voto greco, la cancelliera tedesca chiese rassicurazioni al presidente Barroso sull'esistenza di un piano nel caso in cui la Grecia avesse respinto le condizioni di salvataggio e ne fosse seguita una sua uscita dall'euro.
I firewall hanno funzionato così bene che nemmeno il capo della BCE lo sapeva.

Sarcasmo a parte, ciò che è veramente patetico è che mentre Zero Hedge stava facendo il possibile per esporre la verità, una verità che sarebbe costata (e ancora costerà, perché in Europa non è stato aggiustato nulla e ciò diventerà chiaro quando verrà rilasciato uno tsunami di liquidità) ai tedeschi miliardi se non bilioni, anche la cancelliera tedesca Angela Merkel fece tutto quanto in suo potere per tenerla nascosta ai suoi stessi elettori.

Questi firewall hanno funzionato. Durante una cena tra José Manuel Barroso, il presidente della Commissione Europea, e la Merkel meno di due settimane prima del voto greco, la cancelliera tedesca chiese rassicurazioni al presidente Barroso sull'esistenza di un piano nel caso in cui la Grecia avesse respinto le condizioni di salvataggio e ne fosse seguita una sua uscita dall'euro.

Barroso confermò l'esistenza del piano e si offrì di mostrarlo alla Merkel, ma lei si fidava della sua parola, secondo i funzionari in quella stanza. In base al sistema tedesco, tali documenti possono essere richiesti dal Bundestag, e gli alti funzionari tedeschi erano preoccupati che sarebbero stati obbligati a divulgare un tale progetto se lo avessero avuto per iscritto.
E chissà che caos sarebbe potuto scoppiare se la gente nelle "democrazie" europee fosse venuta a conoscenza della verità. Per quanto riguarda la Merkel, la morale della storia è chiara: "Al diavolo quello che vogliono e pensano i tedeschi, l'unica cosa che conta è la mia eredità".

Il dibattito politico a Berlino sul Grexit era il più soggettivo. Molti leader europei che hanno avuto direttamente a che fare con la Merkel, dicono che lei ha meno attaccamento sentimentale al progetto europeo rispetto ai suoi predecessori democratici cristiani, come Helmut Kohl e Konrad Adenauer. I leader dell'UE attribuiscono questo atteggiamento alla sua vita pre-politica nella Germania est, dove vi si trasferì da bambina e ci visse fino all'età adulta.

Allo stesso tempo, diversi funzionari hanno detto che doveva cominciare a sentire il peso della storia sulle sue spalle. La cancelliera tedesca voleva essere ricordata come la persona che "avrebbe potenzialmente distrutto l'Europa, anche se non è chiaro che cosa sarebbe accaduto -- ma era una possibilità concreta?" ha detto un funzionario tedesco.

A metà luglio la Merkel si concesse sei settimane di pausa per riflettere sulla situazione. Anche se la cancelliera era indecisa, la cacofonia degli alti politici tedeschi chiedeva pubblicamente l'uscita della Grecia dall'euro. "Se la Grecia non soddisfa più i suoi doveri, non ci possono essere ulteriori pagamenti", disse Philipp Rösler, capo di un partito minoritario nella coalizione della Merkel, mentre quest'ultima si preparava per la sua vacanza estiva. "Secondo me, un'uscita della Grecia ha da tempo perso la sua accezione negativa".
E poi, al ritorno dalle vacanze, annunciò il suo verdetto:

Alla fin fine, l'ultima parola l'avrebbe avuta la Merkel stessa, e dopo sei settimane di contemplazione, la cancelliera tedesca tornò a Berlino con il suo verdetto. Prudente per natura, non poteva avallare il Grexit se nessuno dei suoi consiglieri era d'accordo sulle conseguenze.

"Voi tutti dite: “Mi dispiace, in definitiva, non lo sappiamo”; Se non lo sapete, allora non vorreste accollarvi un certo grado di rischio", queste furono le parole della Merkel secondo un consigliere. "Quello che stava dicendo in realtà era: tutte queste persone potrebbero essere degli idioti, ma non lo sanno".
Due cose sapeva la Merkel: lei è un politico di carriera e lei doveva preservare il suo lavoro altrimenti la gente avrebbe appreso quanto erano state grandi le sue bugie. In altre parole, sarebbe stato sufficiente calciare il barattolo in modo da venire rieletta l'anno successivo e poter quindi conservare la sua eredità. E per quanto riguarda la Grecia e l'Eurozona? Beh, non è stato risolto niente e Draghi è riuscito a bluffare i bond vigilantes per un anno o due, ma la realtà è che dal 2012 il debito in Europa è salito ancora di più sforando tutti i massimi storici. Ed è solo una questione di tempo prima che tutto crolli nuovamente. Solo che questa volta il costo del collasso dell'Eurozona sarà molto, molto più salato di quanto lo sarebbe stato nel 2012. Soprattutto per il popolo tedesco.

Il resto della storia è in gran parte noto: le quisquilie sulla Grecia hanno avuto un lieto fine, poiché la caccia globale a rendimenti decenti ha permesso anche alla Grecia di emettere debito nei mercati pubblici. Ciò ha portato Peter Spiegel ad affermare con piena fiducia che "La Grecia non minaccerà più l'esistenza dell'euro".

Oh, ma la minaccerà invece. Perché, come osservato in precedenza, assolutamente nulla di ciò che ha causato la crisi europea è stato risolto o aggiustato: non ci sono state riforme, non ci sono state decisioni difficili, non ci sono stati cambiamenti nei comportamenti sconsiderati -- in realtà tutti i banchieri centrali del mondo hanno calciato il barattolo lungo la strada, da Bernanke alla Yellen, fino a Draghi.

Lo stesso Draghi è stato colto a mentire, ed è tutto registrato grazie ad un blog che ha osato porre una domanda.

E mentre la Merkel e il suo seguito possono fare tutto quanto in loro potere per usurpare la democrazia e consegnare il potere nelle mani di un pugno di burocrati ubriachi di potere, noi (si spera non da soli, ma la prospettiva non è così buona) continueremo a sottolineare le ciarlatanerie dei pianificatori centrali, questi imperatori nudi, arroganti e bugiardi.

Infine, la prossima volta che la zona euro sarà sull'orlo del collasso e il Grexit (a cui seguirà la Spexit, l'exIt, e quant'altro) finirà di nuovo sul tavolo, la BCE non potrà più prendersi il lusso di mentire. Poiché il capitale politico dell'Europa, a differenza delle stronzate di Mario Draghi, è molto limitato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La BCE abbraccia la logica fallace del QE

Ven, 16/05/2014 - 10:13




di Detlev Schlichter


"Chi può stampare moneta, provvederà a stamparla" è quello che mi ha detto il mio amico Patrick Barron l'altro giorno. Vale la pena di ricordare questo adagio quando i banchieri centrali di tanto in tanto tolgono il piede dall'acceleratore, o perché credono veramente di aver risolto i problemi, o perché vogliono far finta di essere attenti e misurati.

La Federal Reserve è un esempio calzante. L'anno scorso la FED ha annunciato che avrebbe implementato il "tapering," cioè, una riduzione attenta del suo programma di monetizzazione del debito ("quantitative easing," QE) e questa politica è ampiamente considerata come l'inizio della normalizzazione dell'economia e parte della sua "exit strategy." Ma, come Jim Rickards ha sottolineato, la FED l'ha già pienamente implementato due volte – dopo il QE1 e il QE2 – solo per sentirsi in dovere di lanciare un nuovo "qe" qualche tempo dopo. Resterà da vedere se la Yellen andrà fino in fondo col tapering e se l'intero progetto sarà ricordato in futuro come una "exit strategy."

Finora nessuna delle grandi banche centrali ha imboccato la via dell'uscita, nonostante voci occasionali dicano il contrario. Sin dall'inizio della crisi finanziaria nell'estate del 2007, la tendenza globale è andata in una direzione e in una sola direzione: dal denaro facile siamo arrivati al denaro più facile. Il QE è stato seguito da più QE. Come ho detto in precedenza, l'anno più generoso della FED è stato il 2013, malgrado le chiacchiere sul "tapering."



Il consenso keynesiano guarda con sospetto la BCE

Ogni volta che la Banca Centrale Europea riduce la stampa di denaro e il grado di manipolazione dei mercati, si scatena sempre la furia dei commentatori keynesiani e degli inflazionisti. Agli occhi dei suoi numerosi critici, la BCE non ha le credenziali per stampare denaro rispetto alle banche centrali più attive e presumibilmente più "moderne." E' ancora posseduta dallo spirito della vecchia Bundesbank, anche se qualche anno fa, quando la BCE ha inondato il sistema bancario europeo con liquidità a buon mercato, il suo bilancio in percentuale del PIL era più grande rispetto a quello della FED e della Banca d'Inghilterra.

La BCE ha attraversato due periodi di contrazione del bilancio dopo la crisi: all'inizio del 2011 ha cominciato ad alzare i tassi di interesse e nel 2013, dopo il raffreddamento della crisi del debito nella zona euro, la BCE ha permesso al suo bilancio di ridursi di oltre €700 miliardi (poiché le banche hanno rimborsato i prestiti a basso costo concessi dalla BCE). Questo in netto contrasto con l'espansione del bilancio della FED: circa $1,000 miliardi nello stesso periodo. Il primo episodio di contrazione del bilancio si è concluso nel 2012, quando la BCE ha invertito i suoi rialzi dei tassi e poi li ha tagliati ulteriormente fino allo 0.25%. Attualmente siamo ancora nel secondo periodo di contrazione del bilancio, anche se sembra essere sul punto di finire presto: nella sua ultima conferenza stampa Mario Draghi ha fatto capire di aver ritrovato la volontà di abbracciare politiche non convenzionali per combattere la "deflazione" o i "lunghi periodi di bassa inflazione." (L'indice armonizzato dei prezzi al consumo si è attestato allo 0.5% il mese scorso.) Ciò significa che la BCE può tagliare i tassi a zero e farli finire in territorio negativo, o iniziare acquisti di asset ("QE"), o forse entrambe le cose.



Una logica davvero misera

Questa mossa non sorprende (dato il grande schema delle cose descritto sopra) e la BCE la illustrerà ufficialmente facendosi scudo del suo mandato di mantenere l'inflazione al 2%, target dal quale non vuole discostarsi. Questo obiettivo è stupido, in quanto presuppone che un'inflazione dell'1.8% sia intrinsecamente migliore di un'inflazione pari a zero (stabilità dei prezzi vera), o di un'inflazione al di sotto dell'1.8% (deflazione). Questa è proprio la tesi che è stata inesorabilmente e rumorosamente sbandierata dai sostenitori del denaro facile come Martin Wolf e Wolfgang Münchau del Financial Times, Ambrose Evans-Pritchard del Daily Telegraph, ecc. Un certo numero dell'inflazione è considerato un bene, un'inflazione molto bassa invece no; addirittura anche una lieve deflazione potrebbe rappresentare un potenziale disastro. Ma perché?

Una deflazione moderata, cioè, un lento declino dei prezzi monetari, può o non può essere un sintomo di problemi in altri settori dell'economia, ma il fenomeno in quanto tale non costituisce un problema economico e la sua natura presumibilmente nociva può essere facilmente confutata dando un rapido sguardo alla storia. Nel XIX secolo troviamo lunghi periodi di deflazione moderata in molte economie, le quali sperimentarono contemporaneamente una solida crescita della produzione ed aumenti considerevoli nei livelli di vita; una "coincidenza" scrissero Milton Friedman e Anna Schwartz in A Monetary History of the United States, 1867 – 1960 "che getta seri dubbi sulla validità dell'opinione ormai diffusa che la deflazione dei prezzi e la rapida crescita economica siano incompatibili."

Molti commentatori sostengono che i prezzi in calo deprimono i consumi poiché gli acquisti vengono continuamente rinviati. Anche il più sobrio John Authers del FT sembra aver ceduto a questa tesi, come ha spiegato ai suoi lettori sabato scorso: "I prezzi calano a causa di un'attività economica lenta. I consumatori non comprano ora, poiché si aspettano che le merci costeranno di meno in futuro. Questa mancanza di consumi rallenta ulteriormente la crescita, e spinge giù i prezzi." (James Authers, “Draghi has to back his QE words with action” Financial Times, sabato 5 aprile/domenica 6 aprile 2014, pagina 24)

Questa tesi, costantemente rigurgitata dalle cheerleader del denaro fiat, è debole. Innanzitutto, non è una tesi valida nel contesto attuale con un tasso di inflazione ancora positivo. Se la BCE intende combattere un'inflazione ancora più bassa, come ha affermato Draghi durante l'ultima conferenza stampa della BCE, allora questa tesi non fa nulla per sostenere tale politica. Certo, nessuno rinvia eventuali acquisti quando i prezzi sono stabili. Tuttavia, e più importante, anche in un ambiente leggermente deflazionistico, diciamo 1-2% l'anno, tale tesi sembra essere una forzatura.



Ignorare la preferenza temporale

I consumatori acquistano qualcosa quando la considerano utile, quando la vogliono perché nella loro ottica (soggettiva) possiede un certo valore d'uso. Rinviando un possibile acquisto, in un ambiente deflazionistico, risparmiano denaro, ma in questo modo non possono godere del possesso di ciò che vogliono. Non comprare un tostapane ora vuol dire acquistarlo all'1% o 2% di meno tra un anno, o al 2% o 4% di meno tra due anni (sempre ammesso, naturalmente, che la deflazione persista tanto a lungo, cosa che nessuno può garantire), ma anche questi piccoli guadagni monetari non permettono il godimento della proprietà del tostapane. Il piccolo guadagno monetario ottenuto ritardando gli acquisti non è gratuito, come sembra presumere la tesi, ma richiede un periodo di attesa. Suggerisco che solo un piccolo numero di oggetti, e solo quelli per i quali esiste una domanda molto marginale, ne sarebbero interessati.

La preferenza temporale non è un concetto della psicologia, è un elemento costitutivo dell'azione umana. E' un a priori dell'azione umana, il che significa che esiste indipendentemente dall'esperienza o dalle circostanze personali, come insito nella nozione stessa di ciò che costituisce un "bene economico."

Se non riscontrate nessuna preferenza temporale in relazione ad un bene specifico, allora vi resterete indifferenti oggi e anche domani. E domani potreste diventare indifferenti a quello che vi piaceva ieri, e così via. Dal punto di vista logico, potreste essere indifferenti ad un certo bene a prescindere, e questo significa che il bene in questione non è un bene economico per voi. Non ve ne importa nulla.

Come ha detto George Reisman: volere qualcosa, ceteris paribus, significa volerla al più presto.

Siate onesti, negli ultimi 12 mesi quanti acquisti non avreste fatto se aveste avuto una ragionevole possibilità di ottenere l'oggetto in questione con uno sconto dell'1% o 2% l'anno successivo?

Esattamente.

Che la prospettiva di un calo dei prezzi non scoraggi il consumo può essere visto nel mercato dell'elettronica (telefoni cellulari, computer), il quale è stato in deflazione – una notevole deflazione – per un bel pò di tempo.



Ignorare i costi opportunità quando si parla di possedere moneta

La tesi contro la deflazione sembra anche ignorare che detenere la propria ricchezza sotto forma di denaro, comporti costi di opportunità. Piuttosto che sedersi sui contanti, si potrebbe godere dei beni che essi possono acquistare. In un contesto deflazionistico, il potere d'acquisto del proprio gruzzolo di denaro aumenta lentamente e ci si può permettere cose sempre più belle, il che significa che il costo di opportunità sale costantemente se non lo si spende. (In un certo senso, mentre si attendono quattro anni per acquistare il tostapane ad uno sconto dell'8% rispetto al prezzo di oggi, l'acquisto del tostapane diventa marginalmente più attraente agli occhi degli altri che attualmente detengono contanti e che inizialmente potevano non avere un interesse nel tostapane.)

Credo che tutto ciò che seguirebbe dalla deflazione (continua, sistematica e moderata) è che il denaro diventerebbe un concorrente più significativo rispetto al consumo differito. Risparmiare denaro ha senso in un contesto deflazionistico, quindi altri tipi di risparmio (obbligazioni e azioni) dovrebbro offrire un rendimento ragionevolmente superiore al tasso di deflazione per attrarre fondi. Penso che questo non sia un ostacolo insormontabile.

Inoltre, se ciò che Authers e altri descrivono fosse vero anche per una deflazione marginale, cioè, se la deflazione marginale dovesse effettivamente portare ad un progressivo indebolimento dell'economia, dovrebbe essere logicamente vero anche l'inverso riguardo un'inflazione marginale. I consumatori dovrebbero accelerare i loro acquisti per evitare la perdita di potere d'acquisto dell'1% o 2% l'anno, e questo condurrebbe rapidamente ad un aumento dell'inflazione. Se un 2% di deflazione portasse all'accaparramento di denaro e ad un crollo dei consumi, un'inflazione del 2% (auspicata come "stabilità dei prezzi") non condurrebbe ad un picco nella velocità del denaro e ad un boom inflazionistico? Entrambi gli scenarii sembrano molto irreali.



Cause monetarie vs. cause non monetarie

Se usiamo la terminologia economica corretta, allora inflazione e deflazione sono sempre fenomeni monetari, cioè, hanno sempre cause monetarie. (Per inciso, da qui in poi userò la definizione ormai standard dell'inflazione come un continuo aumento del livello generale dei prezzi e della deflazione come l'opposto, piuttosto che usare il significato tradizionale di inflazione come un ampliamento dell'offerta di moneta e di deflazione come una sua contrazione.) L'attuale discussione si è originata da una serie di fattori presentati dai sostenitori di un QE: le basse statistiche ufficiali dell'inflazione nella zona euro, la loro presunta causa non monetaria che potrebbe ritrovarsi in un calo della domanda reale in alcuni settori e in alcuni paesi, ecc. La deflazione viene attualmente registrata in Grecia, Cipro e Spagna. E anche la breve affermazione di John Authers sulla deflazione parte dal presupposto che "i prezzi scendono a causa di un'attività economica lenta."

Nella misura in cui la deflazione non è dovuta ad un aumento generale del potere d'acquisto del denaro (grazie ad un aumento generale della domanda di moneta o di un offerta di moneta invariata o in diminuzione), ma è il risultato di alcuni produttori che tagliano alcuni prezzi in alcuni settori e regioni (prezzi in calo che non vengono pienamente compensati da prezzi in ascesa in qualche altra parte dell'eurozona), allora ci ritroviamo davanti diverse implicazioni.

I consumatori non possono semplicemente supporre che questo possa essere un trend duraturo. La liquidazione di un'errata allocazione del capitale e l'attualizzazione delle merci sono fenomeni che si palesano durante una crisi, e non possono essere semplicemente estrapolati nel futuro nel modo in cui lo facevano i consumatori con la deflazione secolare del gold standard nel XIX secolo. Ma l'estrapolazione futura delle recenti variazioni di prezzo è al centro di quella discussione che definisce disastrosa anche una piccola deflazione.

Inoltre potrebbe sembrare bizzarro dire ai commercianti di non tagliare i prezzi quando la domanda scende, cosa di cui sono convinti Authers et al, poiché nella loro ottica non farebbe altro che condurre ad un ulteriore rinvio dei consumi e ad un ulteriore calo della domanda (in quanto i consumatori si aspetterebbero un continuo calo dei prezzi). Una strategia migliore per contrastare il calo della domanda sarebbe quella di aumentare i prezzi? Dovremmo riconsiderare il concetto di "vendita" e di "attualizzazione" per incoraggiare gli acquisti?

La riduzione di alcuni prezzi per motivi economici "reali" potrebbe essere parte del processo di guarigione dell'economia. E' un modo per molti produttori, settori dell'economia e regioni economiche di riguadagnare competitività. E' vero che salari calanti in determinati settori o regioni economiche rendono più difficile ripagare mutui e prestiti al consumo, ma spesso un salario più basso può essere l'unico modo per evitare la disoccupazione (il che continuerebbe a non facilitare il ripagamento del debito). Dietro all'attuale tasso di inflazione dello 0.5% annuo, troviamo numerosi cambiamenti dei prezzi relativi mediante i quali l'economia si riequilibra. Tutte le discussioni "sull'indice dei prezzi" ignorano le importanti variazioni dei prezzi relativi. Quindi ciò che accade con una moltitudine di singoli prezzi viene fuso, secondo le tecniche degli statistici della BCE, ad un tasso di inflazione armonizzato dello 0.5%, e potrebbe diventare -0.5% il mese prossimo o l'anno prossimo, o addirittura -1%. Di conseguenza sarebbe sbagliato concludere che l'economia sta peggiorando basandosi semplicemente su questo numero aggregato.

Non si può scappare dal fatto che le recenti difficoltà economiche siano il risultato di squilibri che si sono accumulati durante il boom del credito che ha preceduto la crisi finanziaria 2007/2008. Il denaro artificialmente a buon mercato ha creato il boom del credito e questi squilibri. Ora sono necessari un periodo di liquidazione, una contrazione e variazioni dei prezzi relativi, e sabotare questo processo tramite l'ennesimo intervento della banca centrale sarà controproducente e, in definitiva, pericoloso.

Vi è, ovviamente, la possibilità che ci sia un comportamento monetario responsabile dietro alla bassa inflazione della zona euro, e che potrebbe persistere. Le banche sono ancora riluttanti ad estendere nuovi prestiti e creare quindi nuovo denaro. La crescita dei prestiti bancari e degli aggregati monetari più ampi potrebbe non essere all'altezza della domanda di moneta, ma è una caratteristica essenziale del denaro che la sua domanda possa essere pienamente soddisfatta mediante un aumento del suo prezzo. La domanda di denaro rappresenta sempre una domanda di potere d'acquisto, e permettere al mercato di far salire il potere d'acquisto della moneta (attraverso la deflazione) significa soddisfarne la relativa domanda. La deflazione moderata, e in gran parte innocua, del gold standard del XIX secolo ha essenzialmente la stessa origine. La produzione di denaro non teneva il passo con la domanda di denaro, così quest'ultima era soddisfatta attraverso una lenta discesa dei prezzi.

E qui arriviamo alla solita conclusione: potrebbe essere cosa buona e giusta adottare un approccio più sobrio per quanto riguarda il credito, il rischio di credito e la leva finanziaria, e sembra folle che una banca centrale interferisca con questo processo ed usi misure "non convenzionali" per forzare più prestiti bancari e per creare moneta (solo per rientrare in qualche sciocco impegno di raggiungere un obiettivo statistico arbitrario del 2% di inflazione). In caso di successo nel sollevare il tasso di inflazione, si potrebbero ricreare gli stessi squilibri (indebitamento eccessivo, errata allocazione dei capitali, prezzi degli asset distorti) che hanno creato la recente crisi.

Un commentatore ha detto di recente che la zona euro potrebbe permettersi la deflazione, considerando le dimensioni del suo settore bancario stressato. Ma la questione è se può permettersi un certo livello di prestiti per raggiungere il 2% di inflazione, considerando le dimensioni del suo settore bancario stressato.



La fallacia della macroeconomia e della politica macroeconomica

Permettetemi di essere chiaro: io non consiglio un obiettivo di zero inflazione o di moderata deflazione. Quest'ultima non è in sé e per sé una soluzione, così come non lo è un'inflazione moderata. Non raccomando alcun obiettivo poiché respingo il concetto stesso di "politica monetaria": l'idea che un ente statale sia in grado di migliorare (attraverso la manipolazione dei tassi di interesse e le riserve bancarie) i poteri di coordinamento del mercato, i quali aiutano le persone a realizzare i loro obiettivi personali.

Dovremmo ricordare che nessuno partecipa alla vita economica e commerciale perché il suo obiettivo è che il livello generale dei prezzi aumenti del 2%, o che il PIL nomnale aumenti del 5%. Le persone hanno i propri scopi. Il mercato è semplicemente uno strumento che coordina le azioni volontarie di individui e gruppi di individui, i quali perseguono i propri obiettivi indipendenti. E' meglio lasciarli indisturbati. L'intero progetto della "politica monetaria" è semplicemente assurdo, indipendentemente da quale sia l'obiettivo.

E' una delle fallacie della macroeconomia che alcuni aggregati statistici, come il CPI, il PIL o il PIL nominale, vengano considerati rappresentanti affidabili di ciò che accade in un'economia di mercato, ed è arrogante e pericoloso credere che lo stato debba definire gli "obiettivi" per questi aggregati statistici e quindi utilizzare interventi politici per il loro adempimento. Questo potrebbe essere un approccio intellettualmente adatto per il sovrano di una società comunista o fascista. E' fondamentalmente in contrasto con il libero scambio ed un libero mercato, e porterà al fallimento. La crisi finanziaria avrebbe dovuto insegnare proprio questo.

Invece il consenso mainstream, profondamente influenzato dal keynesismo e dalla macroeconomia, continua ad abbracciare l'attivismo politico e l'interventismo. Mi aspetto che le banche centrali proseguano il loro cammino verso un'ingerenza più aggressiva ed una creazione di maggior denaro fiat. Non ci vorrà molto affinché la BCE faccia il passo successivo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


“Oro a $50,000 nel 2020” -- La sparata di Jim Sinclair

Gio, 15/05/2014 - 10:16




di Gary North


Reality Check

Jim Sinclair ora prevede che l'oro arriverà a $50,000 nel 2020. Questa notizia ha fatto il giro del Web.

Con l'oro a circa $1,330 l'oncia in questi giorni, il prezzo dovrebbe moltiplicarsi per 38 affinché possa raggiungere i $50,000.

Lasciate che sia il primo a dirvi che questo non accadrà. Lo dico in veste di gold bug sin dai primi anni '60.

Per gli investitori esistono fonti di profitto e reddito di gran lunga migliori dell'oro a $50,000 l'oncia. Nessuno pagherà voi o chiunque altro $50,000 per un Krugerrand.

Se riusciste a comprare quattro monete d'oro da un'oncia l'una, potreste venderle in cambio di $200,000, pagare le imposte sul reddito e comprare una casa da $150,000 che genererà il 10% annuo... quindi perché mantenere le monete? Non le conservereste se ne aveste 100, o 300. Ne vendereste la maggior parte. La popolazione degli Stati Uniti raggiungerà i 400 milioni di persone entro il 2050. Queste persone dovranno pur vivere da qualche parte. Perché dovreste conservare monete d'oro, quando potreste acquistare una casa solo con la vendita di quattro monete? Sedetevi e raccogliete i frutti della locazione per il resto della vostra vita, e guardate salire il valore delle vostre case.

Con gli immobili si ottengono benefici fiscali sulle plusvalenze. Con i lingotti d'oro no. Pagherete il doppio del tasso d'imposta.

Sinclair sostiene che l'iperinflazione colpirà gli Stati Uniti prima del 2021. Non mera inflazione. Iperinflazione. Sì, è una cosa che già avete sentito nel gennaio del 1980, quando l'oro era arrivato a $840 dollari. La gente sarà disposta a pagare una casa 38 volte quello che costa oggi? Il prezzo mediano sarà $200,000 moltiplicato 38? Pensate davvero che la tipica casa arriverà a costare $7.6 milioni? Se sì, puntate sull'investment house, non le monete d'oro. Potete acquistare case con l'owner financing. Potete usare una leva almeno di 10 a 1 sul vostro investimento. I locatari pagheranno i mutui. Nel frattempo, è possibile svalutare le case. È possibile dedurre i pagamenti degli interessi ipotecari come spese aziendali.

Se l'iperinflazione farà aumentare i prezzi di 38 a uno, sfruttate la leva finanziaria. Le monete d'oro non vi daranno questa possibilità.

Sinclair ha bisogno di sdraiarsi, mettersi un panno fresco sulla fronte e fare un pisolino. Per noi che abbiamo superato i 70 anni le sviste sono sempre più frequenti. Di solito, le superiamo.

Ecco la sua posizione.

Il rinomato esperto sull'oro Jim Sinclair sostiene che una calamità finanziaria sia proprio dietro l'angolo: "Siamo di fronte all'annientamento della moneta. Siamo di fronte alla trasformazione dell'America da nazione leader e più influente del mondo, a repubblica delle banane. . . . Se non fosse stato per i food stamp, ci saremmo ritrovati con lunghe file di persone in attesa di cibo gratis." Per quanto riguarda l'oro, tutto ruota intorno al dollaro statunitense, e Sinclair dice: "Penso che il dollaro verrà fatto a pezzi. Credo che è l'iperinflazione quello che ci attende." Uno dei tanti eventi imprevedibili, secondo Sinclair, è il possibile abbandono del dollaro da parte dell'Arabia Saudita. Se quest'ultima smettesse di vendere petrolio solo in dollari americani, che cosa accadrebbe al potere d'acquisto del dollaro? Sinclair dice che la benzina salirebbe presto a "$10 dollari al gallone."

Prevede che fondi pensione e depositi bancari verranno sequestrati dal governo. Quanti soldi potreste perdere? "A Cipro, circa l'83% del totale. . . . Cipro è il modello, ed è quello che sperimenteremo anche qui negli Stati Uniti." Jim Sinclair, che ha appena accettato la carica di Presidente del Comitato Consultivo nel Singapore Gold Exchange, dice: "Gli scambi si baseranno solo sull'oro fisico. . . . I futures saranno inutili." Questo vuol dire che non ci saranno più vendite allo scoperto o manipolazioni in questo nuovo mercato. Sinclair dice: "Questo emanciperà l'oro dal suo prezzo cataceo." Quanto in alto potrà andare? Sinclair prevede che entro il 2016 "l'oro arriverà a $3,200-$3,500 l'oncia; entro il 2020 arriverà a $50,000 l'oncia."

http://usawatchdog.com/jim-sinclair-50000-gold-us-dollar-collapse-hyperinflation-and-more/
Nell'aprile 2008 ha predetto che l'oro sarebbe arrivato a $1,650. Era una buona previsione. Infatti l'oro ha raggiunto quella cifra per ben due volte: salendo e scendendo.



IPERINFLAZIONE

In primo luogo, contrariamente alla previsione di Sinclair, non siamo di fronte all'annientamento di una qualsiasi delle principali valute. Da due secoli non accade una cosa simile in una qualsiasi nazione industriale occidentale sopra l'equatore, a meno che non avesse perso una grande guerra. L'iperinflazione della Germania nel 1921-1923 è stato il risultato della sua sconfitta nella prima guerra mondiale. Lo stesso si puo' dire per l'Austria e l'Ungheria. Il motivo per cui si predice un'iperinflazione in Occidente, basandosi su tali esempi, è questo: non ci sono altri esempi. Hanno avuto luogo oltre 90 anni fa. Sin da allora più niente.

Se la seconda guerra mondiale non ha prodotto iperinflazione in Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda, perché la dovrebbe creare la crisi dei capitalisti clientelari di oggi?

Sinclair sta dicendo che prima del 2021 accadrà una cosa che non è accaduta sin dagli Assegnati della Rivoluzione francese nel 1794. Ho sentito ripetere questa previsione per 50 anni.

Ma non sta parlando solo dell'annientamento del dollaro. Sta parlando dell'annientamento di tutte le principali valute. Questo significa l'annientamento della civiltà occidentale entro la fine del 2020: la distruzione della divisione del lavoro.

Oggi ogni nazione inflaziona la sua moneta per mantenerne basso il prezzo in dollari rispetto al dollaro USA. Questa è una tecnica prescritta dal mercantilismo: sovvenzionare le esportazioni attraverso il deprezzamento della moneta. Gli Stati Uniti sono il luogo dove il mondo vuole vendere. Dire che solo il dollaro crollerà, equivale a dire che crollerà il commercio internazionale moderno. Tutto il mondo cesserà di inflazionare. Il mondo intero non venderà più agli Stati Uniti. La più grande economia produttiva sulla terra diventerà improduttiva nel 2020: una repubblica delle banane isolata.

Offre questa ipotesi: i sauditi potrebbero smettere di vendere petrolio in cambio di dollari? Mi chiedo: cosa sceglieranno come alternativa? Lo yen? L'euro? Perché tali monete ed economie dovrebbero essere migliori della nostra? Di sicuro non lo sono oggi.

Oggi esiste una divisione internazionale del lavoro basata sulle valute fiat. Un passaggio ad una moneta internazionale basata esclusivamente sull'oro potrebbe avvenire solo dopo un crollo di tutte le valute fiat, non solo del dollaro USA. Tra oggi e il 2021 dovrebbe cessare il commercio, così come la divisione del lavoro. Ciò significherebbe il collasso della civiltà. Non accadrà nel 2020.

La seconda guerra mondiale non ha causato un esito simile, ma il capitalismo clientelare sì. In realtà, un evento simile non è mai accaduto nella storia umana: iperinflazione internazionale simultanea. Ma è inevitabile oggi, o almeno così ci viene detto. Accadrà entro sette anni. Questa è l'implicazione inevitabile della previsione di Sinclair. Non la prendo sul serio. Nemmeno voi dovreste.

Un momento senilità non è fatale. Sono sicuro che Sinclair si riprenderà.

Ci possono essere grandi recessioni. Ne abbiamo vista una nel 2008-9. Ci possono essere notevoli perdite di capitale per quel 20% che possiede almeno l'80% della ricchezza. Ma i banchieri centrali non inflazioneranno loro valute nazionali, contemporaneamente, fino a quando non varranno più niente. Non è mai accaduto nella storia, e non è nell'interesse delle banche centrali. Secondo loro sarà meglio ricorrere a cicli di boom-bust per andare avanti tra oggi e il 2020. David Stockman le chiama "bolle in serie." Cio' descrive abbastanza bene il processo. Ha funzionato bene per i capitalisti clientelari sin dal 1947. Non è una cosa che cambierà tanto presto.

Sinclair dice che la benzina costerà $10 dollari al gallone nel 2016. Penso che abbia torto, ma se avesse ragione? E allora? E' circa tre volte il prezzo di oggi. Se nel 2016 l'oro sarà inferiore al triplo del suo prezzo attuale, come egli predice -- forse $3,500 -- e allora? E' una lunga, lunga strada fino a $50,000 -- in particolare, $46,500.

Dice che Cipro è un modello. Sì? Davvero? Per quale nazione? Forse Malta. Cipro non è un modello per qualcosa di più grande di un'isola. E' stata una coincidenza fin dall'inizio, e alcuni ricchi russi hanno pensato che sarebbero riusciti a battere il sistema euro investendo i loro soldi lì. Oggi ci sono meno ricchi russi. E allora? Il crollo parziale del sistema bancario cipriota non ha avuto ripercussioni altrove. La crisi in Grecia ha avuto un paio di ricadute, ma è finita per ora. La Banca Centrale Europea non ha inflazionato la moneta fino a ridurla cartastraccia.

Sinclair crede che quando gli investitori in futures sulle materie prime inizieranno a chiedere il delivery dell'oro, questo farà schizzare in alto i prezzi del metallo giallo. Chiedo: è accaduto ad una qualsiasi merce in passato? La risposta è no. Lo sa. Dice che il COMEX può iniziare a liquidare i gold contract in dollari. Probabilmente ha ragione. Ma questo non significa che l'oro raggiungerà $50,000. Le persone usano i dollari USA per speculare nei futures sulle materie prime per un motivo: ottenere più dollari, non per ottenere oro. Quando possono intascare più dollari, prendono i soldi e scappano. Non hanno intenzione di chiedere il delivery. Vogliono solo i loro ritorni gonfiati dalla leva finanziaria, pagati da coloro all'altro lato dei contratti.

Il trading con i futures sulle materie prime è un gioco a somma zero. C'è qualcuno che si posiziona long e qualcuno che si posiziona short. C'è chi guadagna e chi paga. Sinclair prevede un aumento di 38 a 1. Perché solo l'oro? Non l'ha detto. L'iperinflazione avrà questo effetto su tutte le merci.

Se pensate che il suo scenario non abbia senso, è perché non siete affetti da un momento di senilità. Ma se pensate che abbia senso, e siete sotto i 70 anni, consultate il medico. O il vostro psichiatra.



LA SUPERCLASSE E L'ORO

All'apice della piramide della ricchezza mondiale ci sono circa 6,000 persone, secondo il libro di David Rothkopf, Superclass. Sono loro a gestire lo spettacolo. Uno show non va in onda a meno che non lo approvino loro.

Queste persone non possiedono oro. Non vogliono possedere oro. Possiedono beni capitali. Possiedono grandi banche. Sicuramente possiedono i politici. Pensate a loro come il COMEX delle elezioni: un vero e proprio gioco a somma zero per gli elettori. Quello che dicono queste persone, è legge. Queste persone non venderanno i loro asset per l'oro. Tra l'altro, nessuno potrebbe comprare questi asset. Per vendere asset bisogna che ci sia un acquirente. Per ottenere valuta (il che significa denaro digitale) e comprare oro fisico, bisogna vendere qualcosa in cambio di dollari. Bisogna vendere qualcosa ad un altro membro della superclasse.

Perché alcuni di loro dovrebbero comprare oro tra oggi e il 2020? Non l'hanno mai fatto sin dal 1914. Perché ci si aspetterebbe da loro un cambio di atteggiamento? Certo, potrebbero acquistare qualche lingotto d'oro. Potrebbero far aumentare il prezzo dell'oro, ma non di 38 a 1.

Anche se iniziano a comprare, guardate cosa succede in India. Gli indiani venderanno oro fisico. Sono esperti quando parliamo di metallo giallo, e non lo accantonano al margine quando possono ottenere un sacco di dollari in cambio. Sono speculatori. Sono anche accaparratori, ma sono soprattutto speculatori. Se il prezzo sale, l'oro fisico sarà fornito dall'India. Contateci.

Sinclair sostiene che nei prossimi sei anni un segmento significativo della vecchia combriccola che gestisce il mondo, la superclasse, invertirà la sua opposizione all'oro. Scambieranno quantità significative della loro ricchezza in oro, nonostante il fatto che controllino tutto il mondo, comprese le strutture politiche. Come? Mediante il sistema finanziario, che non si basa più sull'oro sin dall'Agosto 1914. Egli si aspetta che questo enorme cambiamento abbia luogo al vertice, il che significa tra l'elite istruita nel keynesismo, un terzo della quale ha frequentato una delle 20 università d'elite in Occidente. Tutto ad un tratto, senza preavviso, queste persone abbandoneranno il keynesismo e il loro odio per l'oro, e adotteranno una qualche versione dell'economia austriaca.

Non accadrà.

Nel frattempo, se il prezzo dell'oro volerà, milioni di persone (il che significa indiani che comprano oro per le doti delle figlie) entreranno nel mercato e venderanno oro fisico, sgonfiando così il suo prezzo in dollari. Pertanto le persone al vertice, che prendono le decisioni, non diventeranno gold bug, e le persone in fondo, che sono realmente gold bug, venderanno oro nei mercati occidentali, o nei mercati cinesi, se penseranno di poter ricavare denaro vendendo oro.

Non ci sarà iperinflazione nelle economie occidentali tra oggi e il 2020. Il mondo intero detiene dollari come valuta di riserva n°1. Questo è il modo con cui finanziare le esportazioni: mercantilismo. Non andremo da circa il 2% di inflazione dei prezzi annuo nel 2014 all'iperinflazione nel 2020. Non c'è modo che questo possa accadere. Sinclair non presenta alcuno scenario che lo farebbe presumere. Questo perché non esiste tale scenario, a meno che non scoppi una guerra nucleare o crolli la civiltà occidentale. Nella sua intervista non ha affatto parlato di guerre nucleari.

Le riserve in eccesso detenute dalle banche commerciali presso la Federal Reserve sono sufficienti per assicurarci che non ci sarà iperinflazione. Ecco perché non c'è stata iperinflazione nel 2008. Le banche commerciali non presteranno questo denaro se pensano che stia per arrivare l'iperinflazione. Ciò significherebbe la distruzione della civiltà. Ma di certo non compreranno oro. La Federal Reserve può fermarle in qualsiasi momento.

I ricchi al vertice della piramide della ricchezza sono keynesiani. Sono devoti al tempio di Keynes. Non abbandoneranno questa religione tra oggi e il 2020. Sinclair non capisce quanto sia potente questa religione. Il keynesismo ha tutti i segni di una religione. Ha una confessione: "Il denaro fiat permette di superare le recessioni." Ha un programma: salvezza attraverso la crescita economica. Ha una dottrina di onniscienza: pianificazione centrale monetaria. Ha un sacerdozio: economisti in possesso di dottorati. Ha evangelizzazione: il Congresso, le università ed i media mainstream.

Sinclair non sta solo parlando di un cambiamento di investimento nel mercato delle materie prime. Sta parlando, in primo luogo, della trasformazione religiosa della superclasse internazionale, e in secondo luogo, di un crollo della civiltà occidentale, che è ciò che produrrebbe l'iperinflazione.

Permettetemi di dirlo forte e chiaro: tra oggi e il 2021 non accadrà niente di tutto cio'.

Dopo aver visualizzato questo video, potete tranquillamente ignorarlo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli





L'inflazione è un bene per la crescita economica?

Mer, 14/05/2014 - 10:12
Mentre i media mainstream si dilettano a spaventare l'opinione pubblica con il mostro della deflazione, la realtà presenta tutta un'altra versione dei fatti: l'inflazione dei prezzi è più viva che mai. Il paniere con cui si calcolano i prezzi ovviamente non deve contenere simili "assurdità," altrimenti quale altra giustificazione bizzarra potrebbero inventarsi i pianificatori centrali per salvare i loro amiconi di merende? Oltre a martellare gli individui sin da piccoli nei recinti scolastici con la nenia "lo stato è qui per proteggervi," i pianificatori centrali schivano la pallottola della colpa intorbidendo ulteriormente la mente della popolazione accusando presunti "speculatori cattivi" di tutto quello che capita nell'ambiente economico qualora vi sia una crisi. Durante il boom tutto andava bene e la speculazione non era cattiva, poi d'improvviso esplode la sua avidità e si trasforma in uno spauracchio pronto a succhiare l'anima dei poveri cittadini inermi. Grazie agli insegnamenti assorbiti nella scuola dell'obbligo si levano gli scudi a difesa dello stato, domandando a gran voce il suo intervento: controlli dei prezzi. Nonostante si possa essere convinti che questa sia la strada giusta verso la ripresa, in realtà non lo è perché le forze di mercato vengono semplicemente limitate ma non annullate. A lungo andare emergono le inevitabili conseguenze: carenze. Tutto cio' si ripete sempre, ogni qual volta il controllo centrale sull'economia predne il sopravvento sul libero mercato, eppure ancora questa lezione non riesce a venire assorbita dalla maggior parte della popolazione. L'ultima vittima in ordine cronologico è stata l'Argentina. Ce ne saranno altre.
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di Frank Shostak


Dopo essersi attestato al 3.9% del luglio 2011, il tasso annuale di crescita dell'indice dei prezzi al consumo (IPC) è sceso all'1.6 % a gennaio di quest'anno. Inoltre, il tasso annuale di crescita dell'indice dei prezzi al consumo meno cibo ed energia mostra una visibile tendenza al ribasso, dal 2.3% dell'aprile 2012 all'1.6% di gennaio.




A causa di un declino visibile nella dinamica di crescita dell'indice dei prezzi al consumo (IPC), molti economisti hanno concluso che questo è il motivo per cui la banca centrale degli Stati Uniti debba mantenere una politica monetaria aggressiva.

Altri economisti, come il presidente Charles Evans della Federal Reserve Bank di Chicago, sostengono addirittura che il calo nel ritmo di crescita dell'IPC abiliti la FED a rafforzare ulteriormente il pompaggio monetario. Questo, dice Evans, invertirà il calo dell'inflazione dei prezzi e porterà l'economia su un sentiero di crescita economica sana. Secondo il presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, la banca centrale degli Stati Uniti dovrebbe essere disposta a lasciare che l'inflazione superi temporaneamente il livello del 2%. Ha anche detto che un tasso di disoccupazione di circa il 5.5% e un tasso di inflazione di circa il 2% sono indicativi di un'economia sana.

Ma come è possibile che un aumento dell'inflazione dei prezzi possa rendere più forte l'economia? Se un'inflazione dei prezzi leggermente superiore al 2% rappresenta un bene per l'economia, perché non puntare ad un tasso molto più elevato di inflazione?

Contrariamente a quanto dice Evans, un rafforzamento del pompaggio monetario per alzare il tasso di inflazione dei prezzi acuirà solamente l'impoverimento economico, consentendo la nascita di nuove bolle e il rafforzamento di quelle esistenti.

Aumenterà il ritmo della deviazione di ricchezza dai generatori di ricchezza verso le varie attività non produttive, indebolendo così il processo di generazione di ricchezza.

Evans ed altri economisti sono del parere che un rafforzamento del pompaggio monetario rafforzerà il flusso della spesa monetaria, che a sua volta non mancherà di far crescere l'economia.

Secondo questo modo di pensare un aumento della spesa monetaria di un individuo accresce il reddito di un altro individuo, il cui aumento della spesa accresce i redditi di più individui, i cui aumenti di spesa accrescono i redditi di altri individui, ecc.

Se, per qualsiasi motivo, la gente riducesse le proprie spese questo flusso monetario verrebbe interrotto e l'economia si indebolirebbe. Per rilanciarlo si consiglia che la banca centrale amplifichi il pompaggio monetario. Una volta ristabilito il flusso monetario, esso metterà in moto una crescita economica sostenibile.

Anche in questo caso vi suggeriamo che il pompaggio monetario non può mettere in moto una crescita economica sostenibile. Puo' solo mettere in moto uno scambio di qualcosa per niente, cioè, un impoverimento economico.

Finché il bacino della ricchezza reale è ancora in crescita, il pompaggio monetario puo' creare l'illusione di una crescita economica. Una volta pero' che tale bacino si restringe, va in frantumi l'illusione che le politiche allentate della FED possano mettere in moto una crescita economica.

Se a causa del deterioramento delle infrastrutture la produzione di un fornaio per unità di tempo è ora di 8 pagnotte invece che 10, e la produzione del calzolaio per unità di tempo è ora 4 paia di scarpe invece che 8, allora nessuna quantità di denaro potrà spronare la produzione di ricchezza reale per unità di tempo (cioè, pagnotte e scarpe). Il pompaggio monetario non può sostituire strumenti inesistenti e macchinari.

Al contrario, i detentori di moneta appena stampata che non producono alcuna ricchezza reale, indeboliscono la capacità degli attori economici di creare ricchezza. Come? Deviando a loro favore pagnotte e scarpe, lasciando quindi meno ricchezza reale per finanziare la manutenzione e l'ampliamento delle infrastrutture.

I funzionari della FED dicono questo: una volta che l'economia imbrocca il cosiddetto percorso di crescita sostenibile, la rimozione dello stimolo monetario non genererà effetti collaterali importanti. Si noti che una politica monetaria allentata gonfia delle bolle. La loro esistenza è alimentata dal pompaggio monetario, che sottrae ricchezza reale alle attività generatrici di ricchezza.

Una volta che viene interrotto il pompaggio monetario le bolle scoppiano, in quanto non si possono finanziare senza il sostegno di una politica monetaria allentata – assistiamo ad un bust. L'illusione che la FED possa condurre l'economia su un sentiero di crescita sostenibile, va in frantumi.



Sintesi e conclusione

A causa di un declino visibile nella dinamica di crescita dell'indice dei prezzi USA, molti economisti hanno concluso che questo è un motivo sufficiente affinché la banca centrale americana (FED) continui la sua politica monetaria aggressiva. Alcuni economisti, come il presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, Charles Evans, sostengono addirittura che il calo del ritmo di crescita dell'IPC abiliti la FED a rafforzare ulteriormente il pompaggio monetario. Questo, si dice, invertirà il calo dell'inflazione dei prezzi e porterà l'economia americana su un sentiero di crescita economica sana. Suggeriamo che, contrariamente a quanto sostiene Evans, un rafforzamento del pompaggio monetario aggraverà solamente l'impoverimento economico, consentendo la nascita di nuove bolle e il rafforzamento di quelle esistenti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli