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I problemi con la curva della domanda

Lun, 26/12/2016 - 11:11




di Frank Shostak


Una delle poche cose su cui gli economisti concordano è che i prezzi sono determinati dalla domanda e dall'offerta. Questo concetto viene riassunto attraverso le curve della domanda e dell'offerta, le quali descrivono il rapporto tra i prezzi e la quantità dei prodotti forniti e richiesti.

Nell'ambito delle curve domanda/offerta, un aumento del prezzo di un bene è associato ad una diminuzione della quantità domandata e ad un aumento della quantità offerta. Al contrario, una diminuzione del prezzo di un bene è associata ad un aumento della quantità domandata e ad un calo della quantità offerta. In breve, la legge dell'offerta è rappresentata da una curva ascendente, mentre la legge della domanda è rappresentata da una curva discendente.

Il prezzo di equilibrio si stabilisce nel punto in cui le due curve si intersecano. In questo punto, la quantità fornita e la quantità domandata sono uguali — al prezzo di equilibrio, si dice che il mercato si "pulisce".



Grafici contro realtà

Nel quadro domanda/offerta convenzionale, i consumatori e i produttori si confrontano ad un determinato prezzo; cioè, ad un dato prezzo, i consumatori domandano e i produttori forniscono una certa quantità di un bene. La domanda non è una quantità particolare, come ad esempio 10 patate, ma piuttosto una descrizione completa della quantità di patate che l'acquirente acquisterebbe a qualsiasi prezzo a cui potrebbe essere addebitato. Analogamente, l'offerta non è una particolare quantità ma una descrizione completa della quantità a cui i venditori vorrebbero vendere ad ogni prezzo possibile. Ad un determinato prezzo, la gente richiederà una certa quantità di un bene mentre i produttori ne forniranno una certa quantità.

In questo quadro, né i consumatori né i produttori hanno qualcosa da dire per quanto riguarda l'origine del prezzo di un bene. Il prezzo è dato. In breve, sia i consumatori che i produttori reagiscono ad un determinato prezzo. Ma chi ha dato il prezzo? Da dove viene?

La legge della domanda e dell'offerta, come presentata dall'economia tradizionale, non ha origine dalla realtà, ma piuttosto dalla costruzione immaginaria degli economisti. Nessuno dei dati che sono alla base delle curve della domanda e dell'offerta provengono dal mondo reale; sono puramente immaginari.

Il quadro delle curve della domanda e dell'offerta si basa sull'ipotesi che le preferenze dei consumatori rimangono invariate e che i ricavi e i prezzi rimangono invariati. In realtà, però, le preferenze dei consumatori non sono congelate e le altre cose non sono costanti. Altrimenti nessuno avrebbe potuto osservare queste curve. Secondo Mises: "È importante rendersi conto che non abbiamo alcuna conoscenza o esperienza in relazione alla forma di tali curve."[1]

Tuttavia, gli economisti discutono animatamente sulle varie proprietà di queste curve invisibili e sulle loro implicazioni per quanto riguarda le politiche statali.

Il grafico della domanda/offerta è in contrasto con il fatto che le azioni umane sono consapevoli e propositive. Nei grafici, non ci sono imprenditori. Invece lo spostamento delle curve avviene in risposta a vari fattori che determinano i prezzi. Per esempio, si ritiene che uno spostamento della curva della domanda verso destra per una determinata offerta, farà aumentare il prezzo di un bene. Il prezzo aumenterà anche se, per una data curva della domanda, la curva dell'offerta si sposta verso sinistra. In altre parole, il quadro domanda/offerta non tratta di esseri umani, ma di automi che reagiscono a diversi fattori.

L'idea che il prezzo di un bene sia semplicemente dato, produce l'impressione che il prezzo sia un attributo di un bene (cioè, è parte del bene stesso). Tuttavia non esiste qualcosa come un prezzo di un bene in generale. I prezzi dei beni sono stabiliti in una determinata transazione, in un determinato luogo e in un determinato momento. Secondo Ludwig von Mises:

Un prezzo di mercato è un fenomeno storico reale, il rapporto quantitativo a cui in un determinato luogo e in una data precisa due individui scambiano quantità definite di due beni definiti. Si riferisce alle condizioni speciali dell'atto di scambio concreto. In definitiva è determinato dai giudizi di valore degli individui coinvolti. Non deriva dalla struttura generale dei prezzi o dalla struttura dei prezzi di una classe speciale di merci o servizi. Quella che viene chiamata struttura dei prezzi è una nozione astratta derivata da una molteplicità di singoli prezzi concreti. Il mercato non genera prezzi di terreni o di automobili, né dei salari in generale, ma i prezzi di un certo pezzo di terra, di una certa auto e salari per una performance di un certo tipo.[2]
Il valore che un individuo assegna ai beni è il prodotto della sua mente, la quale giudica i fatti della realtà. Gli individui valutano l'utilità di un bene come mezzo per sostenere la loro vita e il loro benessere. Su questo argomento Carl Menger scrisse:

Il valore non è quindi intrinseco alle merci, né è una loro proprietà, né una cosa indipendente, esistente di per sé. Si tratta di un giudizio che gli uomini economizzanti esprimono riguardo l'importanza dei beni a loro disposizione, affinché possano sostenere la loro vita e il loro benessere. Quindi il valore non esiste al di fuori della coscienza degli uomini. È errato definire un bene "di valore" poiché ha un certo valore per alcuni individui economizzanti, o perché gli economisti lo definiscono così, come qualcosa d'indipendente e di oggettivo.[3]
Allo stesso modo Mises scrisse:

Sarebbe assurdo considerare un prezzo come se fosse un oggetto isolato di per sé. Un prezzo è espressivo della valutazione che gli uomini agenti attribuiscono ad una cosa in base ai loro sforzi per eliminare il disagio.[4]
Dal momento che i prezzi sono sempre in riferimento ad una determinata transazione, e dal momento che ogni transazione è unica, è erroneo omogeneizzare tali transazioni per mezzo di curve.



Come sono determinati i prezzi

Contrariamente a quanto sostiene il punto di vista mainstream, i prezzi non sono solo dati; qualcuno li definisce — questo qualcuno è un produttore. Ogni volta che un produttore fissa un prezzo per il suo prodotto, è nel suo interesse ottenere un prezzo a cui la quantità che viene prodotta può essere venduta con un profitto. Nel fissare questo prezzo, il produttore/imprenditore dovrà considerare quanti soldi i consumatori sono propensi a spendere sul prodotto, i prezzi dei vari prodotti competitivi, e il costo di produzione.

I produttori impostano il prezzo, ma i consumatori, acquistando o astenendosi dall'acquisto, decreteranno in ultima analisi se il prezzo stabilito porterà ad un profitto. I produttori, in questo senso, sono in balia dei consumatori. Se, ad un prezzo stabilito, un produttore non può avere un ritorno positivo sul suo investimento, perché non abbastanza persone sono disposte a comprare il suo prodotto, il produttore sarà costretto ad abbassare il prezzo per aumentare il fatturato. Ovviamente, regolando il prezzo del bene, l'imprenditore deve regolare anche i suoi costi al fine di realizzare un profitto.

Di conseguenza un produttore si assicurerà un profitto quando, al prezzo fissato di un bene, la scelta d'acquisto dei consumatori genererà ricavi che supereranno il costo più gli interessi. Il profitto indica che sia i produttori sia i consumatori hanno migliorato il loro benessere.

Investendo una data quantità di denaro, i produttori si sono assicurati una maggiore quantità di denaro. Questo, a sua volta, consente loro di acquistare una maggiore quantità di beni e servizi, che a sua volta migliora la loro vita e il loro benessere. Allo stesso modo i consumatori, scambiando i loro soldi per quei beni che si trovano all'apice della lista delle loro priorità, aumentano i loro standard di vita.

In realtà, il settaggio dei prezzi non è mai meccanicistico e automatico. Spetta al produttore/imprenditore valutare se si tratta di una buona o di una cattiva idea aumentare i prezzi; dopo tutto, ciò che conta per lui è staccare un profitto. Quando un bene genera un profitto ad un prezzo particolare, allora questo segnala agli imprenditori che i consumatori sono disposti a sostenere il prodotto al prezzo stabilito. I prezzi, quindi, sono un fattore importante per stabilire come i produttori possono impiegare le loro risorse.

Bisogna osservare, quindi, che ciò che determina la quantità offerta di beni non è una domanda ipotetica, ma la valutazione di un produttore sul fatto che, in un dato luogo e in un dato tempo, i consumatori approveranno i beni offerti. Deve essere quanto più preciso possibile nel fissare il giusto prezzo che gli permetterà di vendere la sua offerta con un profitto.



Ulteriori fallacie

Nel quadro domanda/offerta, un aumento del costo di produzione sposterà la curva dell'offerta verso sinistra. Per una data curva della domanda, ciò farà salire il prezzo di un bene. Nel quadro domanda/offerta, il costo di produzione è un importante contributo nella determinazione dei prezzi dei beni.

Abbiamo già visto, però, che si tratta dell'acquisto o dell'astensione dall'acquisto da parte dei consumatori, l'unico fattore determinante i prezzi dei beni. Nessun singolo acquirente è preoccupato per il costo di produzione di un bene particolare. Il prezzo che accetterà è in accordo con le sue particolari priorità in un determinato momento. Per lui il costo di produzione non è di alcuna rilevanza.

Inoltre la teoria del costo della produzione svanisce quando si tenta di spiegare prezzi di beni e servizi che non hanno alcun costo, in quanto non sono prodotti -- beni che sono semplicemente lì, come terreni non edificati. Allo stesso modo, la teoria non può spiegare il motivo dei prezzi elevati dei quadri famosi. Su questo tema Murray Rothbard scrisse:

Allo stesso modo i servizi immateriali, come i prezzi dell'intrattenimento, dei concerti, dei medici, dei domestici, ecc, difficilmente possono essere rappresentati dai costi incarnati in un prodotto.[5]
Utilizzando il quadro domanda/offerta per un bene particolare, gli economisti mainstream vanno oltre e introducono le curve della domanda e dell'offerta per l'intera economia. Sostengono, per esempio, che se l'economia non sta andando bene, allora serve un rafforzamento della domanda attraverso politiche fiscali o monetarie. Per una data curva dell'offerta, questo spingerà la curva della domanda verso destra, aumentando in tal modo la produzione complessiva. Inutile dire che il quadro domanda/offerta fornisce il motivo affinché lo stato e la banca centrale possano intervenire al posto delle imprese.

Questo quadro, tuttavia, non dice assolutamente nulla su come l'aumento della domanda genera più produzione. Per di più tace per quanto riguarda il finanziamento necessario al fine di aumentare la produzione. Inoltre sono i produttori che avviano l'introduzione ai nuovi prodotti. Sono loro che mettono in moto un aumento di beni e servizi, e non i consumatori in quanto tali. I produttori presentano nuovi prodotti, per così dire, affinché i consumatori, a loro volta, acquistando o non acquistando possano determinare il destino di suddetti prodotti. Quindi non esiste una cosa come un domanda autonoma che fa scattare in qualche modo l'offerta.

Il grafico domanda/offerta fornisce anche la giustificazione per varie teorie monopolistiche immaginarie, che a loro volta forniscono il motivo affinché lo stato possa distruggere le aziende di successo. Per esempio, si ritiene che una società che fissa il prezzo al di sopra del livello di quello competitivo svolga un'attività monopolistica e, pertanto, debba essere fermata.

Anche se dovessimo ritenere valido questo modo di pensare, non c'è modo di stabilire se il prezzo di un bene è al di sopra del cosiddetto livello concorrenziale dei prezzi (prezzo di monopolio). In base a quali criteri si può decidere se un prezzo è competitivo? Su questo punto Rothbard scrisse:

Non c'è modo di definire il 'prezzo di monopolio' perché non c'è modo di definire il prezzo competitivo a cui deve fare riferimento.[6]
Nel quadro domanda/offerta, gli economisti utilizzano la quantità di output prodotto e il suo prezzo medio. Tuttavia non possono essere definiti né il prezzo medio, né l'output totale. Non è possibile stabilire un prezzo medio per una camicia da $10 e $50 in litri di vino. Analogamente, non è possibile aggiungere dieci camicie e un litro di vino per stabilire la produzione totale. Quindi l'intera struttura grafica dell'economia mainstream riguardante la domanda e l'offerta, si basa su premesse fuorvianti.

Inoltre l'intera questione del cosiddetto equilibrio è fuorviante, nel modo in cui viene presentato dal quadro domanda/offerta. L'equilibrio, nel contesto di un comportamento consapevole e propositivo, non ha nulla a che fare con l'intersezione delle curve della domanda e dell'offerta. L'equilibrio viene raggiunto quando sono soddisfatti gli scopi di un individuo. Quando un fornitore vende la sua fornitura ad un prezzo che produce profitto, possiamo dire che abbia raggiunto l'equilibrio.

Allo stesso modo, i consumatori che acquistano l'offerta lo fanno per soddisfare i loro obiettivi. Pertanto le politiche dello stato e delle banche centrali che mirano a spostare le curve immaginarie verso il cosiddetto equilibrio, impediscono sia ai consumatori sia ai produttori di raggiungere i loro obiettivi e, quindi, impediscono il raggiungimento dell'equilibrio vero.



Conclusione

Nonostante il grande fascino per la sua semplicità, il grafico domanda/offerta, come impiegato dall'economia tradizionale, è uno strumento che si distacca dalla realtà. L'economia del mondo reale è troppo complessa per essere trasposta fedelmente su semplici grafici che non tengono conto dell'incertezza, della speculazione imprenditoriale, e del cambiamento incessante dell'economia di mercato.

Questo quadro di riferimento non è affatto innocuo, perché lo stato e la banca centrale fanno uso di questo strumento per dar forma a diverse politiche. Questo è il motivo per cui sono continuamente sorpresi quando l'economia reale vira in una direzione diversa da quella che aveva previsto la loro analisi grafica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Ludwig von Mises, Human Action, chapter 16(2), "Valuation and Appraisement," p. 333.

[2] Ludwig von Mises, Human Action, chapter 16(13), "Prices and Income," p. 393.

[3] Carl Menger, Principles of Economics (New York, London: New York University Press), pp. 120-21.

[4] Mises, Human Action, chapter 16(12), p. 392.

[5] Murray N. Rothbard, Economic Thought Before Adam Smith: An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, vol.1 (Edward Elgar), p. 452.

[6] Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State, (Nash Publishing), p. 607.

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Gli elfi del capitalismo

Ven, 23/12/2016 - 11:07
Eccoci in prossimità del Natale, e un nuovo anno è in procinto di volgere al termine. La pubblicazione di oggi è sostanzialmente una potente lezione riguardo il sistema capitalista e la sua funzione fisiologica all'interno della società. Non un sistema produttivo "predatore", come ritenuto da parecchi individui, bensì un sistema produttivo in sintonia con le esigenze di consumatori e produttori. Ovviamente, quando lo stesso non viene trasformato in un mostro clientelare manipolato e distorto da una ristretta cerchia d'individui in cerca di mantenere le proprie poltrone di comando. Il sistema produttivo capitalista altro non è che un miracolo. Nessuno di noi sa come funziona, ma siamo tutti noi che siamo in grado di farlo funzionare. Questa è la lezione di Leonard Read nel suo magnifico saggio "Io, la matita". La versione moderna del saggio di Read è rappresentata dal programma televisivo "Come è fatto." Un riassunto di questa lezione ce lo offre oggi Tucker con l'analisi di una favola di Natale, puntualizzando come la libertà sia il cardine cruciale della vita umana e come lo scambio volontario sia un atto per migliorare reciprocamente le proprie esistenze. Questo spazio informativo, ad esempio, continua ad esistere solo perché i lettori che lo leggono seguono appassionati ciò che viene pubblicato e lo sostengono attivamente. È per questo che esorto voi, cari lettori e lettrici, a lasciare una donazione sul blog cliccando sul pulsante Paypal qui sulla colonna di destra (non fatelo su siti terzi, ma solo qui sul blog). Oppure acquistando una copia dei miei lavori sullo shop di Freedonia. Ringraziandovi lettori e lettrici, auguro a voi tutti un sereno Natale.
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di Jeffrey Tucker


Una ragione per cui le fiabe dei fratelli Grimm hanno molto appeal è perché mostrano un mondo che ci è familiare, un mondo che era appena stato "inventato" nel XIX secolo, quando queste storie vennero stampate e diffuse per la prima volta. Parlano di persone, scene ed eventi che influenzano quella che noi oggi chiamiamo classe media, o borghesia. Sì, le storie hanno re, regine, principi e principesse, ma più spesso le nostre simpatie come lettori ricadono sulle persone semplici ed i loro trionfi.

Sia Marx che Mises concordavano sul fatto che quella che noi chiamiamo classe media, era una nuova creazione nella storia del mondo ed era nata dal capitalismo. Le voragini di casta che una volta persistevano tra i contadini ed i signori, tra quelli privilegiati per titolo e concessioni di terre e quelli destinati a servirli, vennero colmate con l'avvento della società commerciale. Il possesso universale di beni e denaro sostituì la servitù e il baratto, ed i rapporti di scambio tra la gente sostituirono gradualmente le associazioni per nascita e casualità. Il segno distintivo di questa nuova classe media fu la prospettiva di progresso sociale attraverso una prosperità crescente. Una classe fluida, quindi, sostituì caste fissi.

Questo era il mondo che faceva da sfondo ai racconti dei fratelli Grimm.

Un grande esempio è il racconto breve intitolato "Gli elfi e il calzolaio". Un calzolaio, non per colpa sua, era diventato talmente povero che gli rimaneva solo il cuoio per fare un paio di scarpe. La sera tagliò la tomaia per metterla in lavorazione il giorno dopo e, con la coscienza pulita andò tranquillamente a letto, si raccomandò a Dio e si addormentò.

La mattina, dopo aver detto le sue preghiere, voleva mettersi al lavoro, ma le scarpe erano sul deschetto belle e pronte. Si meravigliò e non sapeva cosa dire. Prese le scarpe in mano per osservarle meglio ed erano fatte così bene che nemmeno un punto era sbagliato, proprio un capolavoro come doveva essere. Subito dopo entrò un cliente e le scarpe gli piacquero talmente che le pagò più del solito. Con quella somma il calzolaio poté acquistare il cuoio per due paia di scarpe. La sera le tagliò per mettersi al lavoro la mattina di buona voglia, ma non ce ne fu bisogno: quando si alzò le scarpe erano già finite e non mancarono i compratori che gli diedero tanto denaro da acquistare il cuoio per ben quattro paia di scarpe. Di buon mattino trovò pronte anche queste altre quattro paia e così andò via. Quello che tagliava la sera era pronto al mattino così che ben presto egli poté di nuovo vivere più che bene e finì per diventare un uomo benestante.

Ora accadde che una sera, era vicino il Natale, l’uomo preparò le scarpe tagliate e, prima di andare a letto, disse alla moglie: “Cosa diresti se questa notte stessimo svegli per vedere chi ci aiuta con mano così generosa?” La donna acconsentì, accese una candela e si nascosero dietro gli abiti che erano appesi nella stanza e cominciarono a fare la guardia. A mezzanotte arrivarono due omini nudi, si misero al deschetto, presero tutto il cuoio preparato, cominciarono coi loro ditini a forare, cucire e battere talmente in fretta che il calzolaio non poteva distogliere lo sguardo dalla meraviglia. E non si smisero finché non furono alla fine, con le scarpe belle e pronte sul deschetto, poi svelti se ne andarono. La mattina dopo la donna disse: “Quegli ometti ci hanno fatto diventare ricchi e noi dovremo essere loro riconoscenti. Vanno in giro con niente addosso e devono aver freddo. Sai cosa? Cucirò per loro una camicina, una giacca, un panciotto e un paio di calzoncini e tu aggiungi un paio di scarpine”. L’uomo rispose: “D’accordo”. La sera quando ebbero tutto finito, misero sul deschetto i regali al posto del cuoio e si nascosero per vedere che faccia avrebbero fatto gli gnomi.

A mezzanotte arrivarono saltellando e volevano mettersi al lavoro ma, invece del cuoio, trovarono i bei vestitini. Prima si stupirono, poi mostrarono una gran gioia. A tutta velocità li indossarono, se li sistemarono e cantarono: Non siamo forse giovanotti belli e gai? Basta fare i calzolai! Poi saltarono e ballarono e fecero capriole sulle sedie e sulle panche. Infine, ballando, giunsero alla porta. Da allora in poi non tornarono più, ma il calzolaio se la passò bene ed ebbe fortuna in tutto ciò che faceva.

Possiamo vedere in questa storia l'archetipo di quello che allora era il successo della classe media nel quadro di una società commerciale. La coppia passò dalla povertà alla ricchezza in tempi relativamente brevi. Ciò non a causa di favori di re o per la scoperta di un tesoro, tanto meno per furto o pirateria, ma semplicemente in virtù del lavoro e del commercio, insieme all'aiuto di alcuni benefattori.

Traslate questa storia ai giorni nostri: siamo tutti nella posizione di calzolai poveri con benefattori. In uno stato di natura, dovremmo lottare per la sopravvivenza, come ha fatto la maggior parte di tutta l'umanità dall'inizio della storia documentata fino al tardo medioevo, quando cominciarono ad apparire all'orizzonte le prime luci del capitalismo. Nel corso delle centinaia d'anni successive, e in particolare nel corso del XIX secolo, la vita stessa passò attraverso una trasformazione. Lo stato di natura venne sconfitto e il mondo si asservì completamente al benessere umano.

Come William Bernstein riassume bene: "A partire dal 100 d.C. circa, vi fu un miglioramento nel benessere del genere umano, ma era così lento ed inaffidabile da essere impercettibile durante la vita media (25 anni) di una persona. Poi, non molto tempo dopo il 1820, la prosperità iniziò a scorrere lungo un torrente sempre crescente; dopo ogni generazione, la vita del figlio sarebbe diventata più comoda, informata e prevedibile di quello del padre."

Siamo nati in un mondo di straordinaria prosperità che la nostra generazione non ha creato. Abbiamo l'aspettativa di vivere fino alla vecchiaia, ma questa situazione è del tutto nuova nella storia, un'aspettativa che abbiamo potuto avere solo dal 1950. Anche il cambiamento numerico della popolazione riflette tale mutamento. Probabilmente c'erano circa 250 milioni di persone in vita 2,000 anni fa, e c'è voluto fino al 1800 affinché si raggiungesse il miliardo. Centoventi anni dopo, questo numero è raddoppiato. Nel 1960 vivevano sul pianeta tre miliardi di persone, ed oggi ce ne sono 7 miliardi. Quello che abbiamo è un mondo in stagnazione e stasi dall'inizio della storia documentata fino alla rivoluzione industriale, quando il genere umano sperimentò dapprima uno stile di vita così come la conosciamo oggi.

Se tutti noi fossimo il calzolaio nella storiella qui sopra, il mondo prospero in cui viviamo — il mondo che ci concede smartphone, assistenza sanitaria, benzina per le nostre auto e la capacità di comunicare in video e in tempo reale con il clic di un pulsante — potrebbe essere considerato come gli elfi che durante la notte erano venuti a trasformare la pelle in un prodotto commerciabile. La maggior parte di noi non ha fatto nulla di proprio merito affinché beneficiassimo di questo fantastico mondo. Alla nostra nascita, ci siamo svegliati la mattina e abbiamo trovato il paio di scarpe finite.

Ciò che mi sembra strano è che il calzolaio e sua moglie abbiano aspettato tanto prima di voler capire chi o cosa stesse trasformando la loro pelle in scarpe. Davvero hanno potuto vivere per mesi senza voler sapere chi o cosa li stesse facendo diventare ricchi?

Ma è così che oggi si comporta ognuno di noi. Siamo circondati da bellezze in questo mondo plasmato dall'uomo, un mondo completamente diverso da quello che è esistito nel 99.9% del resto della storia umana. E ben pochi si preoccupano d'indagare le cause! Diamo tutto per scontato.

Usiamo la nostra tecnologia, mangiamo cibi provenienti da tutto il mondo in vendita a pochi isolati da casa nostra, saliamo su aerei che ci portano verso qualsiasi destinazione sul pianeta, possiamo comunicare con chiunque e ovunque, e abbiamo un'aspettativa di vita intorno agli 80 anni e oltre; ciononostante siamo notevolmente indifferenti e privi di curiosità riguardo quelle forze che operano all'interno di questo mondo e l'hanno trasformato da inferno a paradiso terrestre.

In realtà, la situazione è peggiore. Molti sono apertamente ostili alle istituzioni e alle idee che hanno dato origine alla nostra epoca di abbondanza. Tutti vediamo le proteste in televisione in cui folle di giovani "armati" di iPhone, alzano i pugni arrabbiati con la società commerciale, il capitalismo e l'accumulo di capitale, e richiedono il tipo di controlli, espropriazioni e irreggimentazioni che ci porteranno indietro al tempo delle caste, della povertà e delle vite misere. Stanno complottando per uccidere gli elfi.

Nella fiaba ci sono solo due elfi. Nel mondo reale gli studiosi dicono che ce ne sono sei...

Il primo è la proprietà privata, senza la quale non ci può essere controllo sul mondo che ci circonda. Non sarebbe necessaria se ci fosse sovrabbondanza di tutte le cose, ma la realtà della scarsità significa che la proprietà esclusiva è la prima condizione che ci permette di migliorare il mondo. La proprietà collettiva è una frase priva di senso, in quanto stiamo parlando di risorse scarse.

Il secondo è lo scambio. Fino a quando sono volontari, tutti gli scambi avvengono con l'aspettativa di un reciproco vantaggio. Lo scambio è un passo oltre il dono, perché la vita di entrambe le parti migliora con l'acquisizione di qualcosa di nuovo. Lo scambio è ciò che rende possibile la formazione di rapporti di cambio e, in un'economia monetaria, lo sviluppo di bilanci per il calcolo dei profitti e delle perdite. Questo è il fondamento della razionalità economica.

Il terzo è la divisione del lavoro che permette a tutti di beneficiare dalla cooperazione per un arricchimento reciproco. Vuol dire di più che dividere le attività produttive. Si tratta d'integrare tutti nel grande progetto della costruzione della civiltà. Anche il maestro di tutti i talenti e competenze può beneficiare cooperando coi lavoratori meno qualificati in mezzo a noi. La scoperta di questa realtà è l'inizio della vera illuminazione. Ciò significa la sostituzione di una guerra commerciale e dello sfruttamento con la cooperazione.

Il quarto è l'imprenditorialità, che coraggiosamente squarcia il velo dell'incertezza e ci porta verso il futuro dove risiede ogni sorta di progresso materiale. L'incertezza del futuro è una realtà che lega tutta l'umanità; gli imprenditori sono quelli che non temono questa condizione, ma piuttosto la considerano come un'opportunità per migliorare la vita degli altri, ad un profitto.

Il quinto è l'accumulo di capitale, l'accumulo di beni che non sono prodotti per il consumo, ma per la produzione di altri beni. Il capitale è ciò che rende possibile ciò che F. A. Hayek definiva "l'ordine esteso", il macchinario intertemporale che stabilizza gli eventi della vita nel corso del tempo. Il capitale rende possibile la pianificazione imprenditoriale. Rende possibile l'assunzione della forza lavoro. Consente agli investitori di pianificare e costruire un futuro luminoso.

Il sesto elfo non è un'istituzione, ma uno stato d'animo. È il desiderio di una vita migliore e la convinzione che possa avverarsi se compiamo i passi giusti. Credere nella possibilità di progresso. Se perdiamo questa prospettiva, perdiamo tutto. Anche se tutte le altre condizioni sono in atto, senza l'impegno intellettuale e spirituale a scacciare sempre di più lo stato di natura, scivoleremo solamente nel baratro. Questo stato d'animo è l'essenza della cosiddetta mente occidentale, e che ora s'è diffusa in tutto il mondo.

Insieme, questi elfi costituiscono una squadra con un nome, e quel nome è capitalismo. Se non vi piace questo nome, lo potete chiamare in modo diverso: libero mercato, libera impresa, società libera, liberalismo, o come volete. Ciò che conta non è il nome della squadra, ma i suoi elementi costitutivi.

Lo studio dell'economia è molto simile alla decisione del calzolaio di rimanere alzato per scoprire la causa della sua fortuna. Erano elfi e non avevano vestiti. Ottennero vestiti come ricompensa per il loro servizio. Anche noi dovremmo fare vestiti per quelle istituzioni che hanno migliorato il nostro mondo e proteggerle, così, dagli elementi e dai loro nemici. E anche se dopo se ne andranno via nel cuore della notte, non dobbiamo mai dimenticare ciò che hanno fatto per noi.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


L'inflazione è oltre i target da cinque anni di fila ormai

Gio, 22/12/2016 - 11:15




di Lee Adler


A giugno 2012 Ben Bernanke è stato il primo che ha fissato un obiettivo d'inflazione ufficiale al 2%. Da allora la FED ha sostenuto che avrebbe cominciato a normalizzare i tassi d'interesse quando l'obiettivo sarebbe stato raggiunto e la disoccupazione sarebbe scesa al di sotto del 5%. Quest'ultimo obiettivo è stato a lungo soddisfatto, ma per quanto riguarda l'obiettivo dell'inflazione?

Beh, dipende da come si misura l'inflazione. E non sto parlando delle misure private che riflettono davvero la realtà, come il cosiddetto Flyover CPI di David Stockman. Sto parlando delle misure ufficiali.

Ce ne sono molte tra cui scegliere. Ed ecco, sorpresa delle sorprese, la FED ha scelto quella che è più soppressa e più lontana dall'esperienza della maggior parte delle famiglie americane: le spese personali al consumo (PCE), che sono salite di appena l'1% nel corso dell'ultimo anno e hanno avuto una media dell'1.2% negli ultimi 5 anni. Così la FED può far finta che l'inflazione sia "troppo bassa", qualunque cosa voglia significare.

La mia misura ufficiale preferita, che i media mainstream non riportano, è l'indice dei prezzi alla produzione (PPI) per i prodotti al consumo finiti meno cibo ed energia. Rappresenta le variazioni di prezzo che i rivenditori pagano per il loro inventario di prodotti finiti. Ha costantemente superato l'indice dei prezzi al consumo (CPI) e la PCE sin da quando l'inflazione ha cominciato a rimbalzare dai minimi della recessione nel 2009.

Il calo dei prezzi dell'energia nel 2014 ha causato un grande tonfo nell'IPC totale, ma la misura Core ha continuato a salire più in alto. È risultata al di sopra del target della FED negli ultimi 2 anni, mentre la PCE è risultata meno della metà che nel corso degli ultimi 2 anni, facendo registrare una media dell'1.2% sin dal 2011.

Il PPI per i beni di consumo di base finiti, non soffre di tali manipolazioni. Tuttavia non è un indicatore perfetto dell'inflazione globale, poiché comprende solo i prodotti finiti e non comprende né le abitazioni né i servizi. Non ci sono nemmeno istruzione e servizi sanitari, i cui prezzi sembrano essere quasi iperinflazionati. Ma il PPI per i beni di consumo finiti è una rappresentazione molto più realistica dell'inflazione effettiva rispetto all'IPC.

Allora dove è finito tutto il denaro stampato dalla FED? Che tipo d'inflazione ha stimolato la ZIRP? La risposta è semplice: inflazione degli asset. Ma gli economisti non la tengono in conto. È pazzesco; tutto ciò che non è un bene di consumo, non conta. Non è inflazione. Quando i prezzi degli asset salgono, viene chiamato "apprezzamento", quando in realtà è un risultato diretto dell'inflazione monetaria.

Quando la FED fissa un obiettivo d'inflazione, esso non ha nulla a che fare con l'inflazione monetaria, che in economia classica è un aumento sostenuto della massa monetaria. E non è quello che è accaduto? Fino al 2011, poco prima che Ben Bernanke decidesse che avremmo avuto bisogno di un obiettivo d'inflazione al 2%, l'offerta di moneta M2 era cresciuta ad un tasso annuo composto del 7.1%.

Ciò superava, ovviamente, l'obiettivo della FED. Ma questo non conta, così la FED si ritrova una scusa per continuare a stampare moneta o, mantenere i tassi d'interesse a zero.

Nel frattempo l'IPC è cresciuto a solo l'1.6% l'anno, perché il Bureau of Labor Statistics (BLS) l'ha sottovalutato. Quando aggiungiamo le abitazioni all'IPC e vi diamo il giusto peso, l'inflazione al consumo è tra il 2.5% ed il ​​3%. Sì, al di sopra dell'obiettivo della FED.

Cosa succede quando si continua ad avere un'inflazione monetaria al 7%, ma l'economia statunitense cresce solo tra l'1.5% ed il ​​2.5%? Succede che ci ritroviamo un'inflazione degli asset. La FED dice che gli appartamenti multifamiliari, la quintessenza del bene d'investimento immobiliare, sono stati inflazionati al 3.4% l'anno. Freddie Mac ha dichiarato alla fine del 2015 che le proprietà multifamiliari erano aumentate in valore del 13-15% l'anno dal 2009 al 2015.

Il Joint Center For Housing Studies di Harvard, ha dichiarato che gli investimenti immobiliari multifamiliari si sono "apprezzati" del 40% nei 5 anni fino al 2015. Quindi, chi lo sa? Una cosa sembra certa, i suoi numeri sono ovviamente troppo bassi, come tutto il resto della misure dell'inflazione.

Nel mercato delle case unifamiliari il Federal Housing Finance Agency (FHFA) afferma che i prezzi sono in aumento del 5.9% l'anno. Il FHFA utilizza una misurazione estremamente conservatrice, in cui sono sovraponderate le vecchie case. L'indice dei prezzi delle case del NAR mostra una crescita dei prezzi del 7% l'anno sin dal 2011, esattamente lo stesso tasso dell'inflazione monetaria.

Nel frattempo il Census Bureau dice che i nuovi prezzi di vendita delle case sono aumentati del 5.2% l'anno, e questo dopo una grande crisi nel corso dell'ultimo anno, il che suggerisce che il mercato immobiliare si sta indebolendo.

La FED vuole rialzare i tassi dei mutui proprio quando il mercato immobiliare sta iniziando a mostrare segni di debolezza?

Non sarebbe una sorpresa per nessuno di noi se la FED commettesse l'ennesimo errore grossolano. Il suo tempismo è stato atroce sin da quando Greenspan è succeduto a Volcker. Siamo semplicemente di fronte all'ennesimo abbaglio nella sua storia di errori seriali e strategici.

Sì, i tassi devono salire qualora volessimo ritornare ad un'economia sana con tassi d'interesse razionali che portano a rendimenti degli investimenti e decisioni razionali, ma la FED ha aspettato troppo a lungo. E non ha lasciato nessuna via di fuga che non coinvolga un dolore economico enorme. È troppo tardi per un atterraggio morbido.

Quindi la FED si concentra sull'inflazione al consumo utilizzando misure soppresse e sottovalutare in maniera massiccia la PCE. Al contempo, il consumo aumenta più rapidamente rispetto alle misure ufficiali, danneggiando le famiglie statunitensi.

L'inflazione al consumo ha in realtà più che compensato gli aumenti salariali che sono stati in media dell'1.5-2.5% sin dal 2011. Se i consumatori non stanno guadagnando di più, non possono spingere più in alto l'inflazione dei beni di consumo, perché non hanno i soldi. I banchieri e gli speculatori ce li hanno, e hanno fatto in modo di non condividerli con i lavoratori che raschiano il fondo del barile per tirare avanti.

Se i salari non crescono, non c'è modo affinché salgano i prezzi al consumo, non importa quanto la FED arroventi la sua stampante e mantenga i tassi d'interesse a zero. C'è un eccesso d'offerta di lavoro e le imprese stanno riducendo la necessità di manodopera automatizzando ogni attività possibile. Questa non è una novità. L'automazione è una caratteristica fondamentale del mercato. I sindacati sono crollati anni fa. La globalizzazione ha abbassato i salari.

Tutti questi processi sono strutturali. La politica monetaria allentata non stimolerà mai la crescita dei salari e l'inflazione al consumo. Ogni grande banca centrale c'ha provato, nel caso del Giappone parliamo di decenni, e non ha mai funzionato. E non funzionerà mai. Eppure, proprio di recente, Janet Yellen ha minacciato d'implementare più di quella cosa che finora è fallita. È folle.

Quello che otteniamo dall'allentamento monetario è l'inflazione degli asset, la quale ha impresso una patina di stabilità su quella che è una situazione pericolosamente instabile. È all'orizzonte una perdita di fiducia, e una volta palesata non passerà molto tempo prima che arrivi una margin call facendo crollare i prezzi degli asset in un'ondata di liquidazioni e deleveraging.

Una volta che la fiducia viene a mancare, non ci sarà abbastanza denaro per soddisfare tali obblighi, in quanto le margin call ne distruggeranno più di quello che può essere raccolto per ripagare i debiti. Continue vendite di asset porteranno ad un crollo deflazionistico.

E a quel punto cosa farà la FED? Comprerà tutto? Non ci scommetterei, ma sarà troppo tardi.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il libero commercio è sinonimo d'abbondanza — Il protezionismo è sinonimo di scarsità

Mer, 21/12/2016 - 11:12




di Frank Hollenbeck


In un attacco mirato contro il commercio con la Cina, Donald Trump ha sostenuto che l'America abbia perso posti di lavoro altamente remunerati nell'industria manifatturiera perché la Cina promuove le sue esportazioni attraverso sussidi, vantaggi fiscali e manipolazioni della valuta. La realtà è che non dovremmo preoccuparci di che cosa faccia la Cina. Più la Cina sovvenziona le sue industrie, tanto più ci guadagniamo in abbondanza di beni e servizi a basso costo e, contrariamente a quanto crede Trump, posti di lavoro altamente remunerati.



Vogliamo abbondanza ed una produttività elevata

In un'economia di scambio c'è una sorta di antagonismo naturale tra produttori e consumatori. I produttori beneficiano dalla scarsità dei beni che vendono, mentre i consumatori vogliono l'abbondanza di tali beni. (I produttori, ovviamente, beneficiano anche dall'abbondanza di beni intermedi utilizzati per produrre i loro prodotti.)

Un produttore vuole essere l'unico in un determinato luogo che vende un numero limitato di prodotti per un periodo di tempo limitato. I consumatori, invece, vogliono abbondanza, con più produttori e prodotti disponibili per un periodo di tempo più lungo. Questo "conflitto" emerge spontaneamente in un'economia di scambio. Robinson Crusoe che va a caccia preferisce chiaramente l'abbondanza alla scarsità.

Fortunatamente la concorrenza promuove l'abbondanza, consentendo un'eguaglianza tra reddito e ricchezza.

In un ambiente non competitivo i posti di lavoro altamente remunerati possono emergere nelle industrie protette, ma questo dipende dalla capacità dei sindacati di controllare l'offerta di lavoro. La pressione proveniente dal lavoro non sindacalizzato è una minaccia costante per questi posti di lavoro altamente remunerati creati dalle azioni dello stato. Eppure, anche in questo caso, non vi è alcuna garanzia che questo assetto porterà a posti di lavoro con paghe più elevate, forse ci saranno solamente profitti superiori per queste industrie protette.

In un ambiente competitivo, dove l'abbondanza è la norma, una paga alta deve provenire da un'elevata produttività. I nostri standard di vita sono superiori rispetto a quelli di coloro che vivono in Africa, non perché siamo più intelligenti o lavoriamo di più in questo momento, ma perché il nostro lavoro si innesta su una base di capitale molto più grande. Robinson Crusoe catturerà più pesci con una rete piuttosto che con le sue mani: e più reti avrà, più pesci prenderà. La sua produttività aumenta costantemente con più risorse a sua disposizione.

Pertanto, al fine di ottenere un'alta retribuzione, il lavoratore deve produrre beni o servizi di valore. Nessuno pagherà un lavoratore più del valore di ciò che lui o lei produce. Ad esempio, supponete di poter creare un aggeggio composto da cinque parti che possa essere venduto ad un prezzo massimo di $100 per unità in un settore altamente competitivo. Per fare questo aggeggio vengono assunti 100 lavoratori che lavorano in modo indipendente e che necessitano di 10 ore per ultimarlo. A parte gli altri costi, quanto verrebbe pagato ciascun lavoratore? $10 l'ora. Ora supponiamo che si specializzino e ogni lavoratore lavori su una sola delle cinque parti. I vantaggi derivanti dalla divisione del lavoro consentirebbero di creare un aggeggio impiegando solo la metà del tempo, ovvero, 5 ore. Quanto verrebbero pagati ora? Fino a $20 l'ora. Supponiamo ora di aggiungere una macchina che permetta ad ogni lavoratore di completare un aggeggio in un'ora. Quanto verrebbero pagati ora? Un lavoratore potrebbe guadagnare fino a $100 l'ora. Scopriamo, quindi, che i salari alti provengono dalla divisione del lavoro e dall'abbondanza di capitale. Maggiore è la quantità di capitale, maggiore sarà la produttività e, in un ambiente competitivo, maggiore sarà il salario.

Naturalmente la concorrenza ridurrà il prezzo dell'aggeggio, come conseguenza della crescente abbondanza e dei salari nominali. Eppure anche se la deflazione dovesse divenire la norma, i redditi reali o il tenore di vita del lavoratore medio risulteranno in costante aumento: ogni uomo trarrà vantaggio dalla crescita dei salari reali derivanti da una maggiore abbondanza e da prezzi più bassi.

Supponiamo ora che la Cina sovvenzioni le sue esportazioni al punto che possiamo comprarle gratuitamente. Ciò significherebbe che non dovremmo più utilizzare le risorse scarse per produrre in patria questi prodotti e potremmo deviare una parte del capitale da queste industrie (acciaio, tessuti, ecc.) e trasferirlo in altri settori. Con più capitale queste altre industrie, ceteris paribus, si ritroverebbero lavori con paghe più elevate rispetto al periodo antecedente gli scambi commerciali con la Cina.



Utilizzare lo stato per creare una scarsità artificiale

La politica commerciale protezionistica è strutturata sulla creazione di scarsità. Le restrizioni commerciali non aumentano la quantità di capitale, ma ne forzano un dirottamento. Visto che il paese protezionista stimolerebbe meno specializzazione, il capitale finirebbe disperso e quindi i salari risulterebbero inferiori a quello che sarebbero stati altrimenti.

Inoltre proteggere l'industria americana dalla concorrenza "sleale" è più difficile e complesso rispetto a quanto Donald Trump e altri protezionisti pensano. Per esempio, come risponderebbe un protezionista ai reclami di tre grandi case automobilistiche, come Audi, Land Rover, BMW, secondo cui Hyundai e Toyota posseggono ingiusti vantaggi competitivi nazionali e internazionali poiché utilizzano acciaio cinese a basso costo? Un protezionista imporrebbe restrizioni su tutte le importazioni che utilizzano componenti cinesi? È chiaro che questa situazione degenererebbe rapidamente in una guerra commerciale in cui tutti perderebbero. La globalizzazione, o la concorrenza internazionale, ha condotto a margini sottili e una linea di politica anti-commercio metterebbe l'industria statunitense in una situazione di svantaggio competitivo, sia a livello nazionale che internazionale.

Se "l'equità" nel commercio è una preoccupazione, si possono adottare molti passi senza privare i produttori ed i consumatori americani di beni e servizi esteri. Un buon punto di partenza sarebbe quello di chiudere la Export-Import Bank che avvantaggia ingiustamente gli esportatori statunitensi.

Un altro buon punto di partenza sarebbe quello di tornare ad una moneta sonante.

Quando si tratta di commercio, la migliore politica che gli Stati Uniti possano adottare, o quella che qualsiasi altro paese possa adottare, è eliminare tutte le barriere alle importazioni. Questo può essere fatto unilateralmente. L'abbondanza deve sempre avere la priorità sulla scarsità.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Come andrà a finire – Parte II

Mar, 20/12/2016 - 11:15




di Bill Bonner


OUZILLY, FRANCIA – [...] La stampa riporta che i trader sono tranquilli, chiedendosi quale sarà la prossima cosa stupida che farà la FED.

Si dice che nella riunione odierna potrebbe decidere di alzare i tassi ad ottobre... o forse novembre... o forse mai.

Poco importa. La FED ha creato un'economia innaturale, come una serra.

Né le banche, né le imprese, né gli investitori temono una gelata. Nessuno soffre per la siccità o per le inondazioni.

I federali hanno lavorato duramente e per tanto tempo per proteggerli dal mondo esterno... e ora possono sopravvivere solo nello strano mondo dove la luce, l'acqua e la temperatura sono tutti controllati... e possono ottenere denaro a quelli che sono gli interessi più bassi da 5,000 anni a questa parte.

Aprire le porte? Spegnere l'acqua?

Neanche per sogno. La FED non tornerà mai, mai a tassi d'interesse normali determinati dal mercato – almeno non per suo volere. Ci sono troppe orchidee preziose in quella serra. Votano. Elargiscono contributi elettorali. Impiegano milioni di lavoratori. E non possono sopravvivere al mondo esterno.

Basta guardare i numeri...

Gli Stati Uniti hanno un debito totale di circa $65,000 miliardi. Anche ad un semplice 2%, vuol dire che costa $1,300 miliardi l'anno pagare gli interessi. Oppure circa il 7% del PIL.

Ciò lascia l'economia in un equilibrio precario – dove si ha un reddito sufficiente solo per pagare le spese. La crescita economica, se si crede alle cifre, è inferiore al 2%.

Ora aggiungeteci solo 1% ai tassi d'interesse. Che cosa avete?

Altri $650 miliardi di PIL che devono essere dedicati a pagare gli interessi... o più di 1 su un ogni 10 dollari.

Improvvisamente miliardi – forse migliaia di miliardi – di investimenti, speculazioni, miglioramenti del capitale, famiglie, piccole imprese e grandi aziende, finirebbero nei guai. Molti andrebbero in rovina. E l'intero sistema finanziario potrebbe gelare, proprio come accaduto nel 2008.

Aprire le finestre ad ottobre? Può essere. Ma solo un'anta. E poi chiuderle in fretta quando il tempo diventa freddo!

In che modo tutto questo finirà? Continuiamo a chiedercelo in questa seconda parte. (Qui invece la Prima Parte.)

Quando Francis Fukuyama scrisse il suo saggio “The End of History?” nel 1989, le battaglie del XX secolo sembravano essere finite.

Avevamo raggiunto il "punto finale dell'evoluzione ideologica dell'umanità insieme all'universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale di governo umano", scrisse.

Con la guerra fredda alle battute finali, il capitalismo democratico moderno poteva essere perfezionato. Le aziende statunitensi potevano affrettarsi a vendere i loro prodotti a 1.5 miliardi in più di consumatori, usciti dalla cortina di ferro. E gli Stati Uniti non avrebbero dovuto spendere così tanto per la difesa.

Questo era il vantaggio più evidente e immediato per gli Stati Uniti – un "dividendo di pace". Miliardi di dollari potevano essere liberati dal bilancio della difesa e usati in modo migliore altrove.

Le cose stavano migliorando.

Ben presto, tutti avrebbero cercato d'imparare le ultime tecniche nel mondo della finanza e dell'imprenditoria... aprendo fabbriche per produrre cose per quelle persone che prima non potevano permettersi... giocando d'azzardo sul debito del Terzo Mondo (con una garanzia dei federali nella loro tasca posteriore)... accumulando scorte commerciali di aziende che appartenevano allo stato... e con l'obiettivo di mandare i propri figli e figlie alla Stanford in modo che sarebbero stati in prima linea per trovare un lavoro presso Goldman Sachs.

Le cose sono migliorate ancor di più quando, alla fine degli anni '90, sembrava che l'Era dell'Informazione ci avrebbe liberati dai vincoli dell'Era delle Macchine.

Basta assi e motopropulsori. Basta pozzi di petrolio. Due cose sostenevano la crescita economica, o almeno così si diceva all'epoca: l'ignoranza e le risorse. C'era bisogno di scienziati e ingegneri per progettare e costruire una ferrovia. C'era inoltre bisogno di input di materiali: ferro, rame, acciaio, ecc... e cosa più importante: l'energia.

L'istruzione sottraeva tempo e denaro. E la Stanford era in grado di gestire solo poche migliaia di studenti. La maggior parte delle persone – in particolare quelli in Africa, Asia, e Oklahoma – non avevano accesso facile alle informazioni di cui avevano bisogno per andare avanti.

Internet ha cambiato tutto.

Volete costruire un reattore nucleare?

Cercate su Google!

Volete sapere come funziona la Legge di Say? O la Legge di Boyle? O la Legge delle Conseguenze Non Intenzionali?

È tutto lì. Con abbastanza immaginazione si può quasi vedere un Okee in una roulotte a Muskogee che studia metallurgia on-line. Si può quasi vederlo guidare fino alle Koch Industries a Wichita con un piano per un nuovo modo di processare il tungsteno.

E se si beve abbastanza, si può quasi mettere a fuoco un mondo di persone che studiano... comparano... inventano ... innovano...

...il che porta – alla velocità di un elettrone che rimbalza in un disco rigido – ad un favoloso universo di iper-progresso.

Il MIT ha solo 11,319 studenti. Ma con Internet, milioni di persone in tutto il mondo hanno ora accesso a più o meno le stesse informazioni.

Ci sono anche università gratuite che rendendo più facile studiare e apprendere.

Vi è un numero quasi illimitato di scienziati e ingegneri – per non parlare di scienziati pazzi e scienziati sociali pronti a mettere in pista il loro pensiero e fare del mondo un posto migliore. Sicuramente vedremo un'esplosione di nuovi brevetti, nuove idee e nuove invenzioni.

Per quanto riguarda le risorse, anch'esse sarebbero fluite a frotte. Nella nuova Era dell'Informazione, non sarebbe stato più necessario tanto acciaio o così tanta energia. C'era bisogno solo di un paio di elettroni per diventare miliardari.

Dopo tutto, quanti laminati d'acciaio produce Bill Gates? Quanta terra smuove Larry Ellison?

Il capitale che conta davvero è il capitale intellettuale, non le risorse fisiche. O almeno così si diceva. Se usaste il vostro cervello, potreste interrompere le attività tradizionali, dis-intermediare gli intermediari e ridurre la necessità di energia e risorse. La nuova economia era leggera, in rapido movimento, e infinitamente arricchente. Non c'erano limiti conosciuti su quanto velocemente potesse crescere questa nuova economia!

Queste erano idee velenose e verso la fine degli anni '90 intossicarono gli investitori. Hanno fatto salire i prezzi delle società dot-com a livelli vertiginosi.

E poi, naturalmente, il Nasdaq s'è schiantato.

Una dopo l'altra, le illusioni, le truffe e le fallacie del tardo XX secolo si sono sfaldate:

Niente "dividendi in tempo di pace"... L'esercito ed i suoi clientelisti ingrassano i propri bilanci.

Niente "fine della storia"... ciò era fin troppo evidente il 9 settembre 2011.

Niente "iper-progresso"... niente "Grande Moderazione"... nessuna economia "Goldilocks" – tutto questo s'è concluso il 15 settembre 2008, quando Lehman Brothers ha dichiarato bancarotta.

E per quanto riguarda la produzione reale, la ricchezza misurabile – anche Internet è stato un vero disastro. Nel 2015 il World Wide Web ha collezionato due decenni di vita. E i ritmi della crescita economica sono stati in media solo la metà di quelli di mezzo secolo prima.

Mentre il nuovo secolo diventava l'equivalente di un adolescente scontroso, il terreno era disseminato di residui, caduti dagli occhi di milioni di genitori.

L'intero XXI secolo è stato un flop. Le persone non sono affatto diventate più ricche. Invece, sono diventate più povere. A seconda di come la si voglia misurare, il tipico uomo bianco ha perso fino al 40% dei suoi guadagni reali dall'inizio del secolo.

Le persone si sono strofinate gli occhi e hanno provato a guardare meglio; una volta messa a fuoco, l'immagine risultate era più spettrale. Hanno capito che la promessa di un maggiore progresso materiale e di una maggiore libertà politica era una farsa.

Negli Stati Uniti, i ritmi della crescita economica sono diminuiti ad ogni decennio sin dagli anni '70. Anche la crescita dei salari reali è rallentata... e addirittura s'è invertita. Ed il sistema finanziario è diventato così contorto che il settore pubblico è stato l'unico ad avere facile accesso al capitale.

Lo stato ora è più potente e più invadente che mai... e in grado di prendere in prestito ai tassi più bassi della storia.

Ci sono stati anche segni di una profonda rottura.

I soldati di ritorno dal Medio Oriente si stavano uccidendo a frotte.

L'uomo a Muskogee è probabile che sia un tossicodipendente a salario minimo che guarda porno su Internet piuttosto che studiare metallurgia.

Il debito ha raggiunto livelli record – al 355% del PIL. La pace sembra tanto remota quanto la prosperità reale.

E poi... a giugno del 2016... il partito repubblicano ha scelto uno sviluppatore immobiliare di New York (ed ex-demoratico), Donald Trump, come suo candidato presidenziale – l'alfiere più improbabile per un importante partito politico nella storia degli Stati Uniti.

Per la maggior parte dei repubblicani, Trump aveva solo un titolo di studio importante: non era Hillary Clinton.

La Clinton, forse più di ogni altro politico, era il volto dell'establishment. Aveva le sue impronte digitali su ogni pezzo del puzzle – il calo dei salari e del PIL... l'ascesa di Wall Street e del cosiddetto "Un Percento"... le guerre... il debito... e lo stesso Stato Profondo.

Come queste cose siano venute in essere, e dove ci condurranno, è oggetto di molte speculazioni. Soprattutto di quelle nel libro The Breaking Point di Dale Davidson.

Il piacere del libro è che si avvicina a questi problemi in modo originale e interessante. Thomas Piketty (i ricchi diventano più ricchi), Robert Gordon (le innovazioni importanti sono già dietro di noi), Joseph Tainter (è troppo complicato) – hanno tutti teorie sul motivo per cui il XXI secolo sia una vera delusione.

Anche Davidson unisce i puntini... ma più puntini... e puntini più inaspettati... che forse nessuno ha mai unito.

Alla fine, scrive Davidson, "il lungo periodo incontra il presente [dove] i sistemi non più redditizi esauriscono il loro credito e vanno in rovina. Il punto di rottura è una partenza non lineare sulla strada verso il nulla. È qualcosa che si verifica quando le garanzie crollano, seppellendo la fiducia della popolazione nel denaro fiat e nelle istituzioni che lo creano e lo regolano."

Ecco perché Donald Trump nell'estate 2016 s'è alzato in piedi davanti al popolo americano promettendo di "far tornare grande l'America."

Quelli che lo ascoltavano sapevano che c'era qualcosa di profondamente sbagliato. E volevano disperatamente credere che Trump potesse risolvere il problema.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Come andrà a finire – Parte I

Lun, 19/12/2016 - 11:11




di Bill Bonner


OUZILLY, Francia – "Come andrà a finire?"

È una domanda ricorrente su questo blog.

È anche una domanda che appare nel libro, The Breaking Point, di un nostro vecchio amico e consulente per gli investimenti, James Dale Davison.

Naturalmente per vedere cosa accadrà, bisogna guardare indietro a ciò che è avvenuto prima.

Nel 1900 venne lanciato un sondaggio: "Che cosa vedete nel futuro?"

Tutte le persone interrogate prevedevano tempi migliori. Le automobili stavano facendo il loro debutto, ma già la gente ne vedeva il potenziale.

È possibile vedere parte di quell'ottimismo in mostra oggi nella metropolitana di Parigi.

Nella stazione di Montparnasse c'è un'illustrazione di fine 1800 in cui viene rappresentato quello che l'artista immaginava che sarebbe accaduto il secolo successivo. Si tratta di una visione fantastica – veicoli volanti... marciapiedi elevati... dispositivi meccanici incredibili, il tutto elaborato dalla tecnologia dell'Età delle Macchine com'era compresa a quell'epoca.

Non c'è alcun segno di idraulica, motori a reazione, o dispositivi elettrici, per esempio, solo ingranaggi e pulegge... e le macchine volanti che agitavano le ali come un uccello.

Ma quando veniva chiesto loro che cosa li aspettava, il parere più notevole, almeno dal nostro punto di vista, era che lo stato si sarebbe ridotto in termini di dimensioni e potere.

Quasi tutti la pensavano così. Secondo loro non avremmo avuto bisogno di uno stato invadente. Le persone sarebbero state tutte ricche. Le persone ricche possono intessere frodi e intrallazzi, ma non si nascondono in vicoli scuri per colpire in testa le persone e rubare loro i portafogli.

Non hanno bisogno delle pensioni statali, né dell'assistenza sanitaria statale. Né attaccano i loro vicini.

Nel 1909 il politico britannico Norman Angell pubblicò un libro best-seller, The Great Illusion.

La ricchezza non si basava più sulla terra, sosteneva Angell. Invece dipendeva dalle fabbriche, dalla finanza e dalle relazioni delicate tra fornitori, produttori e consumatori. E mentre questo capitalismo migliorava la vita delle persone, diceva, non avrebbe dovuto interferire con essa. Altrimenti li avrebbe solo resi più poveri.

Uno dei suoi più importanti lettori era il visconte Esher del Britain’s Committee of Imperial Defense. Istituito nel 1904, il suo compito era quello di ricercare e coordinare la strategia militare per l'impero. Esher disse che "nuovi fattori economici dimostrano chiaramente l'inanità delle guerre."

Uno dei componenti più importanti della ricchezza del tardo XIX secolo era il commercio internazionale. Il capitalismo fiorisce in tempo di pace, quando c'è una moneta sonante, quando c'è il rispetto dei diritti di proprietà, e quando c'è il libero scambio. Era chiaro che tutti ne beneficiavano. Chi avrebbe voluto sconvolgere questa cornucopia?

"La guerra deve essere un ricordo del passato," concluse Escher.

Aveva torto. Nell'agosto 1914, la cornucopia finì.

La Grande Guerra scoppiò cinque anni dopo la pubblicazione del libro di Angell. Il primo giorno della Battaglia della Somme – 100 anni fa – ci furono più di 70,000 vittime.

All'arrivo degli americani nel 1917, il soldato medio in prima linea aveva una speranza di vita di soli 21 giorni. E il Giorno dell'Armistizio – l'undicesimo giorno dell'undicesimo mese alle ore 11 del 1918 – la guerra aveva ucciso 17 milioni di persone, ne aveva ferite altre 20 milioni e aveva spodestato le grandi famiglie regnanti dell'Europa continentale – gli Hohenzollern, gli Asburgo e i Romanoff (i Borboni e i Bonaparte erano già stati scacciati dalla Francia).

Dopo la Grande Guerra ci fu un periodo di 30 anni di guai.

In linea con la metafora dell'Età delle Macchine, la disintegrazione delle istituzioni pre-belliche ruppe i tiranti che collegavano le economie civili ai loro governi.

Le riparazioni imposte alla Repubblica di Weimar dopo la guerra scatenarono l'iperinflazione in Germania. L'America, nel frattempo, godeva dei "ruggenti anni '20", mentre gli europei pagavano i loro debiti – in oro – a istituti di credito degli Stati Uniti.

Ma questa illusione di gioia si concluse nel 1929. Poi i federali si sbizzarrirono per cercare di far ripartire la giostra – come la legge Smoot-Hawley che limitava il commercio transfrontaliero.

Spuntarono gli "ismi" – il fascismo, il comunismo, il sindacalismo, il socialismo, l'anarchismo.

Tutti offrivano soluzioni!

Infine il comunismo (aiutato dal capitalismo democratico moderno) s'unì col fascismo, in una miscela letale di violenze che condussero alla seconda guerra mondiale.

Alla fine di questo periodo, l'Occidente ne aveva avuto abbastanza. L'Europa scelse governi borghesi di varie forme socialdemocratiche.

L'America tornò al lavoro, con le sue fabbriche ancora intatte.

Gli "ismi" rimasero intatti in Unione Sovietica e si spostarono verso l'Oriente – con un'ulteriore vampata della macchina bellica in Corea... e poi in Vietnam.

Infine, nel 1979, il leader cinese Deng Xiaoping annunciò che, anche se il partito comunista sarebbe rimasto al potere, il paese avrebbe abbandonato il suo credo marxista-leninista-maoista.

La Cina aderì all'economia mondiale con una propria versione di capitalismo a guida statale. Poi, 10 anni dopo, fu il turno dell'Unione Sovietica... rifiutando sia il partito comunista, sia il comunismo stesso.

Infine, la lunga battaglia era stata vinta. L'umanità era arrivata al suo picco, definita dallo scienziato politico Francis Fukuyama il "punto finale dell'evoluzione ideologica dell'umanità e l'universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale di governo umano."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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