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Francesco Simoncellihttps://plus.google.com/107590944263229374944noreply@blogger.comBlogger1388125
Aggiornato: 2 ore 35 min fa

Il massacro

Mer, 06/08/2014 - 10:15




di Murray N. Rothbard


[Pubblicato originalmente su The Libertarian Forum, ottobre 1982.]


Tutte le altre notizie, tutte le altre preoccupazioni, si dissolvono davanti all'enorme orrore del massacro di Beirut. Tutta l'umanità è indignata per la strage indiscriminata di centinaia di uomini (soprattutto anziani), donne e bambini nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. I giorni del massacro — dal 16 al 18 settembre — saranno timbrati col marchio dell'infamia.

C'è un raggio di speranza in questo bagno di sangue: l'indignazione mondiale dimostra che la sensibilità del genere umano non è stata attenuata, come alcuni hanno invece temuto, dalle carneficine del XX secolo o da quelle osservate in televisione. L'umanità è ancora in grado di reagire alle atrocità che vengono provocate da altri esseri umani: siano essi a migliaia di chilometri di distanza, o membri di una religione o cultura diverse. Quando centinaia di innocenti vengono massacrati brutalmente e sistematicamente, tutti noi che siamo ancora pienamente umani gridiamo la nostra profonda protesta.

L'indignazione e la protesta devono essere composte da diversi elementi. In primo luogo, naturalmente, dobbiamo piangere per la povera gente oppressa del Libano, in particolare i palestinesi, che nel 1948 sono stati scacciati dalle loro case e terreni e costretti ad un esilio riluttante. Dobbiamo piangere per le loro famiglie rimaste e massacrate. E per le centinaia di migliaia di persone in Libano ed a Beirut che sono state uccise, ferite, bombardate e rese vagabonde dall'aggressione dello stato d'Israele.

Ma il lutto e la compassione non sono sufficienti. Come in ogni omicidio di massa, devono essere individuate le responsabilità e la colpa del reato. Per il bene della giustizia e per fare in modo che un olocausto non accada mai più — perché di olocausto si tratta.

Chi, allora, è il colpevole? Al livello più immediato e diretto, naturalmente, i teppisti e gli assassini in divisa che hanno commesso il massacro. Si tratta di due gruppi di libanesi cristiani, che cercano di imporre la loro volontà sui musulmani innocenti: le Forze Libanesi Cristiane del maggiore Saad Haddad e la Falange Cristiana guidata dalla famiglia Gemayel, ora insediata alla presidenza del Libano.

Ma ugualmente responsabili, ugualmente colpevoli, sono i loro complici, coloro che hanno tirato i fili, i padroni di Beirut Ovest dove è avvenuta la carneficina: lo stato di Israele. Quando l'OLP è stato evacuato da Beirut Ovest sulla presunta scia di un accordo internazionale e di una supervisione armata internazionale, lo stato di Israele ha colto la sua occasione per conquistare la Beirut Ovest musulmana. Con i suoi protettori fuori dai giochi e le forze internazionali sgomberate, le povere persone accalcate a Beirut Ovest hanno dovuto sopportare la conquista degli aggressori israeliani, i quali hanno attaccato il 16 settembre. E' stata una decisione del governo israeliano quella di spingere la Falange e le forze libanesi nei campi, affinché, secondo le parole di Israele, "purificassero" i campi e si liberassero dei membri dell'OLP ancora presenti — i quali erano, senza dubbio, neonati e bambini. I carri armati israeliani sorvegliavano il perimetro di Sabra e Shatila per consentire ai cristiani il controllo illimitato dei campi, e posti di osservazione dell'esercito israeliano sui tetti tenevano d'occhio la scena (a meno di 100 metri dalla carneficina).

Venerdì scorso il corrispondente della Reuters, Paolo Eedle, ha parlato ad un colonnello israeliano il quale ha fornito una spiegazione dell'operazione: è stata progettata per "purificare" l'area senza la partecipazione diretta dell'esercito israeliano. Questa strategia ricorda vagamente quella nazista sul fronte orientale, quando i soldati tedeschi si fermarono e permisero alle SS ucraine e di altri paesi di massacrare gli ebrei ed altri nativi della Russia.

Sempre venerdì scorso abbiamo saputo che i Falangisti hanno raggiunto le posizioni israeliane per rilassarsi, mangiare, bere, leggere, ascoltare musica e, in generale, "riposarsi" prima di tornare a macellare le poche persone che rimanevano. Un ufficiale Falangista, con un crocifisso d'oro appeso al collo, ha confessato ad un giornalista che c'era ancora chi stava sparando nei campi: "Altrimenti che cosa ci starei a fare io qui?"

Scrivendo dalla scena del delitto (con un certo orrore tra l'altro), il reporter del New York Times Thomas L. Friedman (20 settembre) ha scritto che dai posti di osservazione israeliani: "Non solo è possibile accertare la carneficina con gli occhi, ma anche con le orecchie dati i rumori degli spari e le urla. Oltre a fornire alcune disposizioni ai miliziani cristiani, gli israeliani hanno carri armati di stanza in cima alla collina, per fornire una copertura se i miliziani incontrassero una resistenza più feroce di quanto previsto."

Oggi sappiamo che da giovedì notte l'esercito israeliano ed il governo erano a conoscenza della strage, e che tuttavia non hanno fatto assolutamente nulla per 36 ore, fino a sabato mattina, quando il bagno di sangue era completo e hanno invitato gli assassini cristiani ad uscire fuori dai campi. Tutto era stato messo in sicurezza.

Come finale macabro del crimine sanguinoso, l'esercito israeliano ha ceduto alle forze libanesi un numero enorme di armi sequestrate — l'esercito di Haddad che Israele ha addestrato e armato per sette anni, il quale ha occupato il confine meridionale libanese per molti mesi per conto di Israele, e che, come afferma il New York Times, è "praticamente integrato nell'esercito israeliano ed opera interamente sotto il suo comando."

Uno degli aspetti più incoraggianti della risposta al massacro è stata la tempesta di proteste all'interno dello stesso stato d'Israele. Così, Eitan Haber, corrispondente militare di Yediot Ahronot, ha scritto in stato di shock:

Già dalla notte di giovedì e la mattina di venerdì, i ministri del governo e gli alti comandanti sapevano che stava avvenendo un terribile massacro nei campi profughi di Sabra e Shatila, e nonostante lo sapessero di sicuro, non hanno mosso un dito e non hanno fatto nulla per impedire il massacro fino a sabato mattina. Per 36 ore i Falangisti hanno imperversato nei campi profughi e hanno ucciso chiunque incontrassero sul loro cammino.
Un redattore del quotidiano Maariv, ospite della trasmissione TV Nightline dell'ABC, era chiaramente scosso e ha affibiato la piena responsabilità dell'olocausto al governo Begin, e ne ha chiesto le dimissioni.

Purtroppo la risposta degli ebrei americani non conteneva la stessa indignazione di quelli d'Israele. E' ben noto che il supporto istintivo degli ebrei americani per qualsiasi atto dello stato di Israele, raramente viene replicato all'interno di Israele stesso. Ma anche qui i ranghi erano rotti o perlomeno confusi. Anche William Safire, ardente sostenitore di Israele, ha attaccato la sua "svista" — una parola forte proveniente da uno come Safire. Solo gli "ebrei professionisti", a capo delle principali organizzazioni ebraiche in America, hanno continuato a dare adito ad alibi e scuse. Per alcuni giorni hanno ripetuto che "non possiamo giudicare fino a quando non conosceremo i fatti", ma anche questo alibi è crollato quando Begin ha arrogantemente rifiutato ogni inchiesta giudiziaria imparziale e ha forzato il suo punto vista nel Knesset. Tra i leader ebrei americani, solo il rabbino Balfour Brickner ed il professor Arthur Hertzberg — che hanno sempre paura di parlare francamente — hanno evitato di dare responsabilità allo stato di Israele.

Una scena illuminante è avvenuta su Nightline dell'ABC, quando al rabbino Schindler ed a Howard Squadron, due ebrei americani molto conosciuti, è stato chiesto il loro punto di vista riguardo l'azione israeliana. Che si siano contorti è dire poco. Una domanda particolarmente forte è stata questa: Come è possibile che la protesta ebraica americana sia stata così in sordina rispetto a quella all'interno di Israele? La risposta di Rabbi Schindler: "In Israele ci sono partiti politici che possono essere critici nei confronti dell'azione del governo. Ma il nostro ruolo di ebrei americani è quello di sostenere lo stato di Israele, a prescindere dalle sue azioni." Un'ammissione agghiacciante!

E così i leader ebrei americani affermano che il loro ruolo sia quello di sostenere lo stato di Israele, succeda quel che succeda. Quanti morti ci vorrebbero? Quanti omicidi? Quante stragi di innocenti? Esistono atti possibili e immaginabili che possano indignare la leadership ebraica americana e farle smorzare la sua difesa ad oltranza dello stato di Israele?

Dopo questa affermazione, l'intervistatore di Nightline (piuttosto sorpreso) ha chiesto al rabbino Schindler: "Esiste un sostegno giusto e sbagliato?" Dopo aver camminato sul bordo del baratro e forse dopo aver rivelato troppo, il rabbino Schindler si è ricomposto e ha mormorato: "Naturalmente; ma possiamo giudicare solo dopo che saremo veuti a conoscenza dei fatti." Da quando Begin ha posto il veto su una commissione d'inchiesta che verificasse i fatti, questa linea di ragionamento è caduta definitivamente.

Nella politica americana, l'attrazione magica dello stato di Israele ha finalmente perso un po' del suo potere. Anche Scoop Jackson ed il senatore Alan Cranston (D., California) sono diventati critici nei confronti di Israele. Il leader sostenitore di Israele nel gabinetto di Reagan — Al Haig — è stato cacciato, forse in parte per tale questione. Ma questi sono solo piccoli passi spasmodici verso la "de-isrealinizzazione" della politica estera americana.

Un aspetto bizzarro di questa vicenda è stata la percezione americana — almeno fino a quando non è avvenuto il massacro — riguardo la famiglia Gemayel e la sua Falange. Ora si è scoperto che l'intelligence israeliana — gente notoriamente scaltra — aveva avvertito in anticipo Begin ed il ministro della Difesa Sharon che i Falangisti sarebbero stati inclini a commettere un massacro se avessero avuto carta bianca nei campi. Dire che questi avvertimenti sono stati "ignorati" da Begin, Sharon & Co. è dire poco.

Ebbene, chi erano i Gemayel e la Falange? Per saperlo ci tocca leggere i commenti assurdi dell'Amministrazione Reagan riguardo l'assassinio del leader Falangista, e quasi presidente del Libano, Bashir Gemayel avvenuto il 15 settembre. "Una tragedia per la democrazia libanese", ha opinato l'amministrazione Reagan, mentre Ronnie ha parlato di Bashir come un giovane e brillante politico democratico. Gli Stati Uniti e Israele speravano entrambi che Bashir potesse imporre un "governo centrale forte" per unificare il Libano anarchico.

Dopo il massacro, dovremmo avere un'idea più chiara di quale sorta di "unità" i Gemayel propongono per il Libano: quella dell'ossario e del cimitero. Forse il nome dell'organizzazione politica e militare conosciuta come la Falange, rappresentava un indizio. Il padre di Bashir, Pierre, fondò la Falange dopo una visita entusiasta alla Germania di Hitler. La Falange (dal nome della Falange di Franco) è costituita da fascisti, puri e semplici, negli obiettivi e nel metodo.

Ma concentriamoci sul giovane politico e vediamo se dobbiamo versare qualche lacrima per Bashir. Si distingue dagli altri leader politici libanesi in quanto egli stesso è un assassino di massa. I Gemayel avevano due potenti rivali nella comunità cristiano-maronita fascista. Erano i seguaci degli anziani ex-presidenti Camille Chamoun e Suleiman Franjieh.

Ecco come il giovane democratico, l'uomo di Begin e di Reagan a Beirut, ha affrontato il dissenso all'interno della comunità maronita. Cinque anni fa, l'allora ventinovenne Bashir Gemayel condusse un raid sulla roccaforte di montagna di Franjieh nel nord del Libano. Bashir lasciò che Tony, il figlio maggiore di Franjieh, guardasse mentre lui e la sua banda torturavano ed uccidevano la moglie e la figlia di due anni. Bashir poi assassinò Tony ed i suoi 29 seguaci, definendo quel massacro una "rivolta sociale contro il feudalesimo." Due anni più tardi, Bashir si prese cura dei Chamoun. Nel maggio del 1980, Bashir ed i suoi uomini massacrarono 450 dei seguaci di Chamoun in una località balneare vicino alla città di Junei. Oltre 250 vennero uccisi sulla spiaggia o mentre nuotavano. La moglie e la figlia di Dany (figlio di Camille Chamoun) vennero entrambe violentate. Meno di un mese dopo, Bashir ed i suoi uomini inveasero la sede di Chamoun nella zona est di Beirut, ed uccisero selvaggiamente più di 500 seguaci di Chamoun, nonché gli astanti. Molte delle vittime vennero castrate dai teppisti di Bashir, mentre ad uno venne infilato un candellotto di dinamite in gola e fatto esplodere.

Chi ha assassinato Bashir? Potrebbe essere stato chiunque in Libano.

La barbarie fascista e la volontà di essere un fantoccio di Israele possono essere parzialmente spiegate da fattori demografici. Il dominio politico libanese è impostato secondo un sistema di quote, in cui la dominanza — tra cui la Presidenza — viene assicurata alla comunità cristiano-maronita. Purtroppo, il censimento su cui si basano le quote risale ai primi anni '30, quando i cristiani erano la maggioranza in Libano. Questo censimento ha ancora valore, anche se è ormai ammesso da tutti che i musulmani sono circa il 55% della popolazione libanese, mentre i cristiani il 45%. Questo significa che imporre il dominio maronita-cristiano su una maggioranza di musulmani — la soluzione Begin/Reagan al problema libanese — oltre ad essere profondamente immorale, a lungo andare non funzionerà. I musulmani supereranno in numero i cristiani, non importa quanti bambini musulmani si proporranno di uccidere i Falangisti.

Nonostante l'angoscia e l'indignazione all'interno della popolazione d'Israele, ci sono poche speranze di veder risolto il problema fondamentale. Infatti, mentre le singole voci si alzano sulla strage, dal punto di vista politico non c'è quasi nessuna opposizione all'assioma sionista all'interno d'Israele. Il capo dell'opposizione nel partito laburista, il Founding Fathers and Mothers of Israel, ha spianato la strada a Begin impegnandosi a sostenere l'ideale sionista e la conseguente espulsione di 1 milione di arabi palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Solo pochi partiti minori in Israele, come quello di Uri Davis e Shulamith Aloni, si può dire che abbiano rotto con il paradigma sionista, e questi sono solo ai margini della politica israeliana.

Il problema fondamentale, il paradigma sionista, è semplicemente questo: lo stato di Israele è stato fondato espropriando la stragrande maggioranza delle terre dei palestinesi. Nel 1948 oltre un milione di arabi palestinesi fuggirono al di fuori dei confini di Israele, e gli arabi che sono rimasti sono stati sistematicamente trattati come cittadini di seconda classe in base al fatto che solo gli ebrei sono autorizzati a possedere la terra all'interno di Israele. (E sta facendo in modo che sia sempre di più.) Nel 1967 Israele aggredì e conquistò la Cisgiordania, Gaza e le alture del Golan della Siria. Gli arabi palestinesi nei territori occupati sono, ancora una volta, trattati come cittadini di seconda classe e gli insediamenti sionisti sono stati piazzati in mezzo a loro.

Israele ed i suoi apologeti americani sono soliti incolpare i soliti spauracchi, come l'OLP, e scusare tutti i crimini israeliani, se necessario, per difendere la sicurezza dello stato di Israele dal "terrorismo" dell'OLP. Eppure è stato dimenticato che non c'era nessun OLP prima della vergognosa guerra del 1967, quando i palestinesi si resero conto che dovevano smettere di fare affidamento sugli stati arabi e contare solo su sé stessi per riconquistare le loro case ed i loro beni. Dato che non c'era il "terrore dell'OLP" fino al 1968, come mai Israele ha aggredito e terrorizzato gli arabi palestinesi per due decenni in precedenza?

La risposta sta nel paradigma sionista. Il sionismo è nato nel XIX secolo dalla mente di ebrei europei (non mediorientali), e si è unito alla Gran Bretagna come partner minore dell'imperialismo britannico in Medio Oriente. Dopo la prima guerra mondiale, quando i britannici ed i francesi smembrarono l'Impero Ottomano, infransero le loro promesse di concedere agli arabi la loro indipendenza ed insediarono stati fantoccio in tutto il Medio Oriente. Stiamo ancora vivendo le conseguenze affiorate con la fine dell'imperialismo britannico.

Come hanno fatto i primi sionisti a vendere i loro progetti all'opinione pubblica occidentale? Lo slogan sionista suona particolarmente minaccioso ora: "Una terra senza popolo [Palestina] per un popolo senza terra [gli ebrei]." Una terra senza popolo; non ci sono arabi palestinesi, assicurarono i sionisti, e quindi un milione e mezzo di persone, molte delle quali agricoltori produttivi, coltivatori di agrumi, imprenditori — persone "che hanno fatto fiorire il deserto" — cessarono di colpo di esistere. E prima che l'OLP reagisse, i leader israeliani continuarono risolutamente a negare la realtà, sostenendo ripetutamente che "non ci sono palestinesi". Forse pensavano che se lo avessero ripetuto abbastanza, sarebbero scomparsi magicamente. Forse.

I libertari si oppongono ad ogni stato. Ma lo stato di Israele è particolarmente funesto, perché tutta la sua esistenza giace e continua a giacere su un'enorme espropriazione di beni e terre. Spesso i libertari negli Stati Uniti si lamentano della radicale adesione libertaria alla "riforma agraria", cioè la restituzione dei terreni rubati alle vittime. Nel caso di espropriazioni datate secoli fa, la cosa si fa abbastanza confusa ed i libertari conservatori hanno un punto a loro favore. Ma nel caso della Palestina, le vittime ed i loro figli — i veri proprietari della terra — sono proprio lì, oltre i confini, nei campi profughi, in tuguri, a sognare un ritorno nelle proprie terre. Non c'è nulla di confuso qui. Giustizia sarà fatta, e ci sarà vera pace in quelle zone devastate, solo quando accadrà un miracolo e Israele consentirà ai palestinesi di tornare indietro e rientrare in possesso delle loro legittime proprietà. Fino ad allora, fino a quando i palestinesi continueranno a vivere (e non importa quanto saranno spintonati fuori dalle loro proprietà), saranno sempre lì e continueranno a premere per il loro sogno di giustizia. Non importa quante miglia quadrate e quante città conquisterà Israele (Damasco sarà la prossima?), i palestinesi saranno lì insieme a tutti gli altri profughi arabi creati dalla politica israeliana di sangue e ferro. Ma lasciar vincere la giustizia, permettere il ritorno nelle terre espropriate, significherebbe l'abbandono da parte di Israele del suo ideale sionista. Riconoscere i palestinesi come esseri umani e con pieni diritti umani, rappresenta la negazione del sionismo; è il riconoscimento che la terra non è mai stata "vuota".

Uno stato d'Israele giusto (nella misura in cui un qualsiasi stato possa essere giusto), sarebbe necessariamente uno stato senza ideali sionisti, e nel futuro prossimo nessun partito politico israeliano è disposto a realizzarlo. E quindi il massacro e l'orrore andranno avanti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il fine partita keynesiano è vicino

Mar, 05/08/2014 - 10:16
Purtroppo per noi i vari presidenti che si sono succeduti ai posti di comando della FED hanno creduto che giocherellare col tasso di interesse fosse alquanto salutare, se non rinvigorente per l'economia nazionale. Quindi vediamo che i vari discorsi che ci propinano questi stregoni monetari sono sempre gli stessi, con qualche punta di sensazionalismo per tenere alta l'attenzione dei giornalisti. Colpi di scena come quelli della Yellen, ad esempio, secondo cui le bolle sono basate su impulsi irrazionali ed il tasso di interesse (nonché il debito) non ha nulla a che fare con la stabilità finanziaria. Com ha detto anche Draghi, non esiste alcun Piano B. Le banche centrali continueranno per la loro via, continueranno a stampare denaro aspettandosi che questo fallimento possa condurre a qualcosa di diverso. Non è così. Sebbene tali programmi debbano essere abbandonati in virtù della loro natura fallimentare, il tapering non rappresenta quello che la maggior parte degli individui pensa che sia: fine degli esperimenti monetari. Infatti la posizione della FED è tuttora espansionistica, avendo alimentato i suoi programmi di reverse repo. In questo modo gli stregoni presso l'Eccles Building rivendono alle banche debito dello zio Sam di breve periodo, e queste ultime ridanno indietro le riserve in eccesso accumulate presso la FED stessa. E' un processo ad intermittenza, perché le banche commerciali possono usare i bond per creare nuovo credito. Questo denaro ancora non influenza i prezzi di Main Street, poiché utilizzato principalmente per gonfiare i prezzi degli asset e stimolare quel che rimane del carry trade nei mercati azionari ed obbligazionari. Le grandi aziende sono quelle che possono prendere in prestito questo denaro, e lo riciclano subito nel mercato azionario per ricomprare le proprie azioni sostenendo la mania di un ambiente caratterizzato sempre da prezzi crescenti. I fondamentali di mercato sono persi per sempre, così come un sano processo di price discovery. Adesso i regolatori vorrebbero mettere una pezza a questo "abuso" di leva fiannziario, passando leggi che vadano a limitarla significativamente. Non appena verranno approvate, quello sarà il momento in cui potrete scaldare i pop-corn. L'instabilità finanziaria non è solo colpa di speculazioni selvagge nei casinò di Wall Street, ma soprattutto della miope teoria keynesiana che per tutto questo tempo ha guidato le azioni del settore bancario centrale.
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di David Stockman


Le notizie economiche degli ultimi giorni stanno smascherando la menzogna della via di fuga keynesiana. Una ripresa non è affatto dietro l'angolo — ed il 2014 è praticamente il quinto anno in cui il boom predetto dagli economisti di Wall Street sparirà in una bolla di sapone.

Ieri i numeri relativi alle spese al consumo personali nel mese di maggio, hanno rappresentato il punto di flesso. Non solo i consumatori americani non sono usciti dal loro letargo come predetto da ogni economista fiducioso nella "ripresa delle vendite", i numeri hanno segnato un ritorno al passato. Cioè, il fatto che  il PCE (es. spesa al consumo personale) sia tornato a $10.881 miliardi suggerisce che i consumatori sono tornati in letargo! Abbiamo visto la stessa cosa a febbraio, ed i numeri attuali sono addirittura al di sotto dei livelli del marzo scorso ($10.916 miliardi). In altre parole, il consumatore americano sta tirando i remi in barca, non sta acquistando, e l'inverno rigido — caratterizzato da quelle cose chiamate neve e ghiaccio — non vi ha nulla a che fare.

Questo è il momento giusto per intonare una messa funebre a Wall Street. La sua insistenza impudente, secondo cui la folle stampa monetaria della FED rappresenta l'elisir magico che ravviverà l'economia di Main Street, è andata troppo oltre.

In questo contesto, una delle solite teste di legno ospite in TV ha snobbato la scioccante diminuzione del PIL nel primo trimestre definendola roba vecchia... beh, di 100 giorni fa! Solo in un mondo in cui gli stregoni di Wall Street pensano che tutto gira intorno alle manovre settimanali e agli sproloqui della FED, 100 giorni possono essere considerati come "storia antica". Ma il giovane uomo in questione — un certo Dan Greenhaus, chief investment strategist di BTIG — non ha finito di stupirci. In base ad alcuni sondaggi sul sentiment e su altri fattori, ha divinato che i numeri negativi del primo trimestre dell'anno riflettevano solamente i mesi di gennaio e febbraio, e che l'economia statunitense è rimbalzata a marzo.

In altre parole, non ha fatto altro che operare un aggiustamento stagionale intra-trimestrale e poi si è limitato a spiegare i fatti successivi. Ci sono state 265 letture trimestrali del PIL sin dal 1947; solo 18 di queste hanno mostrato un numero inferiore a -2.9% nel primo trimestre dell'anno; e solo in uno di questi trimestri neri, l'economia USA non era in recessione. Identificare un mese di sole nascosto in 13 settimane di attività economica declinante, è la prova che il Kool-Aid ha dato alla testa.

Meglio scegliere un approccio più sobrio. Dopo due mesi, il PCE reale del secondo trimestre è risultato a $10.889 miliardi, nonostante avesse fatto registrare un rialzo dell'1.2% annuo il trimestre precedente. Per di più, anche se le letture del PCE nominale di giugno registrano un rialzo dello 0.8% mensile — un tasso che non era stato registrato da anni — il PCE reale del secondo trimestre sarebbe ancora ben al di sotto del 2%. E dal momento che la tesi keynesiana prevede che i consumatori escano in massa e si portino dietro il 70% del PIL sotto forma di PCE, esiste la possibilità che i risultati del secondo trimestre saranno ben al di sotto del 3%. Questo significa che a metà 2014 l'economia USA avrà sì e no raggiunto i livelli del quarto trimestre 2013.

Dopo tutto, non c'è speranza che gli altri componenti del PIL possano dare segnali incoraggianti per quanto riguarda il secondo trimestre. La costruzione di nuove case è al di sotto dei livelli del primo trimestre. Allo stesso modo, gli investimenti imprenditoriali reali hanno rallentato negli ultimi trimestri — e non c'è segno di un'inversione. Inoltre i dati legati al commercio globale non offrono alcuna speranza di un boom immediato nelle esportazioni USA; né c'è stata un'accelerazione evidente nel consumo e negli investimenti pubblici. Anche se le scorte vedranno un particolare rinvigorimento, ci sono stati solo tre trimestri negli ultimi 45 in cui hanno fatto segnare più di un 2.0% nelle letture trimestrali del PIL.

La verità è che il mantra "i consumi sono ripartiti" sta diventando davvero nauseante, proprio perché è smentito dai fatti. Le letture di maggio, per esempio, hanno fatto segnare solo un guadagno dell'1.8% nel PCE reale rispetto al maggio 2013. E se scendiamo nel dettaglio della cosiddetta ripresa, diviene ovvio che la spesa al consumo reale ha rallentato significativamente piuttosto che impennarsi. Da qui il misero rialzo annuale dell'1.9% del maggio 2013 rispetto a quello dell'anno precedente fermatosi al 2.4% e a quello dell'anno prima ancora fermatosi a 2.6% (es. l'anno finito a maggio 2010). In generale, il PCE reale si è espanso solo dell'1.2% annuo sin dal suo picco ciclico nella primavera del 2008.




Questo trend rappresenta il succo della storia moderna. Durante i sei anni del precedente ciclo, per esempio, il PCE reale si è espanso ad un tasso del 2.5% rispetto al picco dell'ottobre 2001 — o più del doppio rispetto al numero del ciclo attuale.




Per di più tale periodo ha usufruito della spinta della FED per quanto riguarda il debito delle famiglie, e tanto per essere chiari suddetta era è finita. Pertanto la crescita reale del PCE è una funzione della crescita dei saggi salariali, ed è evidente che questi ultimi non stanno crescendo. Infatti l'effetto ricchezza della FED sta avendo in realtà un effetto perverso. I consigli d'amministrazione delle corporazioni ed i CEO vengono remunerati per il riacquisto di azioni ed i costi di ristrutturazione. Quindi prendono in prestito di più ed assumono di meno.




La verità è che stiamo vivendo in un periodo in cui contano solo i prestiti. A breve entreremo nel sessantunesimo mese della cosiddetta ripresa, il che sancisce l'eternità dell'attuale ciclo rispetto alla media di 55 mesi dei 10 cicli sin dal 1949. Eppure ci sono due cose che gli intossicati di Kool-Aid continuano a negare.

In primo luogo, anche l'inflazione CPI è tornata nel range del due percento e potrebbe continuare a salire. Ciò significa che i saggi salariali reali sono stagnanti.

In secondo luogo, anche la tiepida ripresa che abbiamo visto nel PCE è stata raggiunta al costo di far sprofondare il tasso di risparmio delle famiglie — come mostrato qui sotto. Perché diavolo i keynesiani pensano che una popolazione in invecchiamento rimanderà indefinitamente il risparmio per la propria pensione? Più importante: perché la politica monetaria degli ultimi sette anni sarebbe stata progettata per punire i risparmiatori con tassi di deposito pari a zero?




La risposta è chiara. I drogati di Wall Street devono far girare la loro droga euforica per stimolare gli impulsi di Main Street. I tassi di interesse a zero sono progettati per aumentare il rischio nei mercati degli asset — in modo che le pecore potranno essere tosate ancora una volta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Le colpe della guerra in Medio Oriente

Lun, 04/08/2014 - 10:15
Sebbene il post di oggi sia già stato tradotto da Paxtibi sul suo blog, vale la pena di riportarlo perché ho notato una certa confusione sull'argomento. Non solo, ma il conflitto israelo-palestinese sta assumendo sempre di più dei toni da stadio andando ad intorpidire una sana ricerca della verità e della giustizia. Io, insieme ad altri amici libertari, abbiamo stilato un elenco (che continuiamo ad aggiornare) in questo post su Facebook in cui riportiamo notizie da testate giornalistiche "ufficiali" sugli eventi in Medio Oriente. Un modo per mostrare imparzialità anche di fronte a quegli accusatori che potrebbero avanzare critiche sul luogo da cui vengono prese "certe notizie". Questi ultimi, comunque, prima di avanzare le loro critiche, dovrebbero dare una bella ripassata a quel che soleva dire Randolph Bourne sulla guerra.
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di Murray N. Rothbard


[Questo pezzo è apparso originalmente su Left and Right, primavera-autunno 1967.]


Il problema con i settari, che siano libertari, marxisti, o sostenitori del governo mondiale, è che tendono ad accontentarsi della causa alla radice di ogni problema ed a non preoccuparsi mai delle cause più dettagliate o più prossime. Il migliore, e quasi ridicolo, esempio di settarismo cieco e non intelligente è il Partito Laburista Socialista, un partito venerabile senza effetto alcuno sulla vita americana. A qualsiasi problema che la condizione del mondo potrebbe porre – la disoccupazione, l'automazione, il Vietnam, i test nucleari, o qualsiasi altra cosa – il PLS ripete semplicemente, a pappagallo: “adottare il socialismo.” Poiché il capitalismo si presume essere la causa originaria di tutti questi ed altri problemi, solo il socialismo li spazzerà via, punto. In questo modo il settario, anche se la sua identificazione della causa originaria fosse corretta, si isola da tutti i problemi del mondo reale e, per ulteriore ironia, evita a sé stesso di avere un qualche effetto verso lo scopo finale che serba in cuore.

Alla domanda sulle colpe di una guerra, di qualunque guerra, il settarismo alza la sua brutta e disinformata testa molto al di là della palude in cui affonda il Partito Laburista Socialista. Libertari, marxisti, sostenitori del governo mondiale, ciascuno dalla propria diversa prospettiva, hanno l'insita tendenza di evitare di tediarsi con i pro e i contro dettagliati di ogni dato conflitto. Ciascuno di essi sa che la causa alla radice della guerra è il sistema della nazione-stato; data l'esistenza di questo sistema, le guerre ci saranno sempre e tutti gli stati se ne divideranno la colpa. Il libertario, in particolare, sa che gli stati, senza eccezione, aggrediscono i loro cittadini e sa inoltre che in tutte le guerre ogni stato aggredisce i civili innocenti “appartenenti” all'altro stato.

Ora questo tipo di visione della causa originaria della guerra e dell'aggressione, e della natura dello stato in sé, è cosa buona e giusta ed estremamente necessaria per comprendere lo stato del mondo. Ma il problema è che il libertario tende a fermarsi lì, ed eludendo la responsabilità di conoscere che cosa sta accadendo in ciascuna specifica guerra o conflitto internazionale, tende a saltare ingiustificabilmente alla conclusione che, in qualunque guerra, tutti gli stati sono ugualmente colpevoli, e quindi a continuare a farsi gli affari suoi senza pensarci due volte. In breve, il libertario (e il marxista e il partigiano del governo mondiale) tende a trincerarsi nella comoda posizione di un “Terzo Accampamento,” assegnando uguali colpe a tutte le parti in ogni conflitto, e lasciando perdere. Questa è una posizione comoda da prendere perché in realtà non aliena i partigiani dell'uno o dell'altro lato. Entrambi gli schieramenti in una guerra scarteranno quest'uomo come “idealista” senza speranza e settario, un uomo anche piuttosto amabile perché ripete meccanicamente la sua posizione “pura” senza informarsi o prendere posizione su qualsiasi guerra stia infuriando nel mondo. In breve, entrambi gli schieramenti tollereranno il settario precisamente perché irrilevante, e perché la sua irrilevanza garantisce che non avrà effetto sul corso degli eventi o sull'opinione pubblica su questi eventi.

No: libertari devono arrivare a capire che ripetere meccanicamente i principi ultimi non è abbastanza per affrontare il mondo reale. Solo perché tutte le parti condividono la colpa ultima degli stati non significa che tutte le parti sono ugualmente colpevoli. Al contrario, virtualmente in ogni guerra, una parte è molto più colpevole dell'altra e a quella parte dev'essere assegnata la responsabilità di base per l'aggressione, la conquista, ecc. Ma per per scoprire quale parte in una guerra è la più colpevole, dobbiamo informarci approfonditamente sulla storia di quel conflitto e questo richiede tempo e riflessione – ed è inoltre necessaria la volontà ultima di diventare rilevanti prendendo posizione e assegnando un maggior grado di colpevolezza su un lato o sull'altro.

Diventiamo quindi rilevanti; e, con questo in mente, esaminiamo le cause storiche alla radice dell'attuale cronica e acuta crisi in Medio Oriente; e facciamolo con lo scopo di scoprire e giudicare il colpevole.

La crisi cronica del Medio Oriente risale – come molte altre crisi – alla Prima Guerra Mondiale. I britannici, in cambio della mobilitazione dei popoli arabi contro i loro oppressori della Turchia imperiale, promisero agli arabi la loro indipendenza alla fine della guerra. Ma, allo stesso tempo, il governo britannico, con un caratteristico gioco su due tavoli, prometteva la Palestina araba come “casa nazionale” per il sionismo organizzato. Queste promesse non erano sullo stesso piano morale: per ché nel primo caso, agli arabi veniva promessa la propria terra liberata dalla dominazione turca; e nel secondo, si prometteva al sionismo mondiale una terra enfaticamente non sua. Quando la guerra mondiale finì, i britannici senza alcuna esitazione scelsero di mantenere la promessa sbagliata, quella al sionismo mondiale. La loro scelta non fu difficile; se avesse mantenuto la propria promessa agli arabi, la Gran Bretagna avrebbe dovuto andarsene gentilmente dal Medio Oriente e consegnare quella terra ai suoi abitanti; ma, per adempiere alla sua promessa ai sionisti, la Gran-Bretagna doveva rimanere come potenza imperiale che governasse la Palestina araba. Che abbia scelto il corso imperiale non sorprende affatto.

Dobbiamo, quindi, tornare ancora più indietro nella storia: a cosa serviva il sionismo mondiale? Prima della Rivoluzione Francese, gli ebrei europei in gran parte erano stati relegati in ghetti, e dalla vita del ghetto era emersa una distinta identità culturale ed etnica (così come religiosa) ebraica, con lo Yiddish come linguaggio comune (essendo l'ebraico soltanto l'antica lingua dei riti religiosi). Dopo la Rivoluzione Francese, gli ebrei dell'Europa occidentale si emanciparono dalla vita del ghetto ed affrontarono la scelta di dove dirigersi. Un gruppo, gli eredi dell'Illuminismo, scelse e sostenne la scelta di uscire dalla cultura ristretta e parrocchiale del ghetto per assimilarsi nella cultura e nell'ambiente del mondo occidentale. Ma se l'assimilazionismo era chiaramente il corso razionale in America ed Europa occidentale, questo percorso non avrebbe potuto esser seguito facilmente in Europa Orientale, dove le mura dei ghetti ancora tenevano. In Europa Orientale, quindi, gli ebrei si rivolsero ai vari movimenti per la conservazione dell'identità etnica e culturale ebraica. Quello prevalente era il Bundismo, la visione del Bund ebraico, che sosteneva l'autodeterminazione nazionale ebraica, fino ad includere uno stato ebraico nelle regioni a predominanza ebrea dell'Europa Orientale (così, secondo il Bundismo, la città di Vilna, in Europa Orientale, con una popolazione a maggioranza ebrea, avrebbe fatto parte di uno stato ebraico di nuova formazione). Un altro gruppo di ebrei, meno potente, il movimento territorialista, disperando per il futuro degli ebrei in Europa Orientale, sosteneva la conservazione dell'identità ebraica Yiddish con la formazione di colonie e comunità ebree (non stati) in varie zone non popolate e vergini del mondo.

Date le condizioni dell'ebraismo europeo alla fine del XIX ed all'inizio del XX secolo, tutti questi movimenti avevano una base razionale. L'unico movimento ebraico privo di senso era il sionismo, un movimento che ebbe inizio all'interno del territorialismo ebraico. Ma mentre i territorialisti volevano semplicemente conservare l'identità ebrea-Yiddish in una terra propria di nuova formazione, il sionismo cominciò ad insistere per una terra ebraica unicamente in Palestina. Il fatto che la Palestina non fosse una terra vergine, ma fosse già occupata da popolazioni di contadini arabi, non significava niente per gli ideologhi del sionismo. Ancora, i sionisti, lungi dallo sperare di conservare la cultura Yiddish del ghetto, voleva seppellirla e sostituirla con una nuova cultura ed una nuova lingua basate su un'artificiale espansione secolare dell'antico ebraico religioso.

Nel 1903, i britannici offrirono un territorio per la colonizzazione ebraica in Uganda ed il rifiuto di questa offerta da parte dei sionisti polarizzò i movimenti territorialista e sionista, che in precedenza erano fusi insieme. Da quel momento in poi, i sionisti si dedicheranno alla mistica terra-e-sangue in Palestina e solo in Palestina, mentre i territorialisti avrebbero cercato una terra vergine in un'altra parte del mondo.

A causa degli arabi residenti in Palestina, il sionismo dovette trasformarsi in pratica in un'ideologia di conquista. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna prese il controllo della Palestina ed usò il suo potere sovrano di promuovere, incoraggiare e favorire l'espropriazione delle terre arabe per l'uso e per l'immigrazione sionista. I vecchi titoli di proprietà terriera turchi venivano spesso raccolti e comprati a poco prezzo, espropriando così i contadini arabi in nome dell'immigrazione sionista europea. Nel cuore del mondo arabo agricolo e nomade del Medio Oriente arrivava così, sulle spalle e sulle baionette dell'imperialismo britannico, un popolo di colonizzatori in gran parte europeo.

Anche se il sionismo era ora impegnato per una Palestina come casa nazionale ebraica, non lo era ancora nell'allargamento di uno stato ebraico indipendente in Palestina. Effettivamente, soltanto una minoranza dei sionisti favoriva uno stato ebraico e molti di questi avevano rotto con il sionismo ufficiale, sotto l'influenza di Vladimir Jabotinsky, e avevano formato il movimento sionista-revisionista per mobilitarsi perché uno stato ebraico governasse l'antica Palestina storica su entrambe le rive del fiume Giordano. Non è sorprendente che Jabotinsky abbia espresso grande ammirazione per il militarismo e la filosofia sociale del fascismo di Mussolini.

All'altra ala del sionismo stavano i sionisti culturali, che si opponevano all'idea di stato politico ebraico. In particolare, il movimento del Ihud (Unità), raccolto intorno a Martin Buber e ad un gruppo di distinti intellettuali ebrei dell'università ebraica di Gerusalemme, sosteneva, quando i britannici se ne fossero andati, uno stato ebreo-arabo bi-nazionale in Palestina, in cui né l'uno né l'altro gruppo religioso dominasse l'altro, ma che lavorassero in pace ed armonia per costruire la terra della Palestina.

Ma la logica interna del sionismo non l'avrebbe tollerato. Nella tumultuoso congresso del Sionismo Mondiale all'Hotel Biltmore di New York nel 1942, il sionismo, per la prima volta, adottò l'obiettivo di uno stato ebraico in Palestina, e niente di meno. Gli estremisti avevano vinto. Da quel momento in poi, ci sarebbe stata una crisi permanente in Medio Oriente.

Pressati da lati opposti dai sionisti ansiosi di ottenere uno stato ebraico e dagli arabi che volevano una Palestina indipendente, i britannici decisero infine di andarsene dopo la Seconda Guerra Mondiale e di passare il problema alle Nazioni Unite. Con l'intensificarsi delle spinte per uno stato ebraico condizione, il riverito dott. Judah Magnes, presidente dell'Università Ebraica di Gerusalemme e capo del movimento del Ihud, denunciò amaramente il “totalitarismo sionista,” che, accusava, sta cercando di portare “l'intero popolo ebreo sotto la propria influenza con la forza e la violenza. Ancora non ho visto chiamare i terroristi sionisti con il loro giusto nome: assassini – che hanno brutalizzato uomini e donne. … Tutti gli ebrei in America condividono tale colpa, persino quelli che non sono d'accordo con le attività di questa nuova leadership pagana, ma che rimangono comodamente seduti con le mani incrociate….” Poco tempo dopo, il dott. Magnes ritenne necessario l'esilio dalla Palestina ed emigrò negli Stati Uniti.

Sotto la pressione incredibilmente intensa dagli Stati Uniti, nel novembre del 1947 l'ONU – compresi gli entusiasti Stati Uniti e l'URSS – approvò riluttante un programma di partizione della Palestina, un programma che costituì la base dell'uscita britannica e della dichiarazione dell'esistenza di Israele il 15 maggio dell'anno seguente. Il programma di partizione garantì agli ebrei, che possedevano una frazione trascurabile della terra palestinese, quasi metà dell'area territoriale del paese. Il sionismo era riuscito a ritagliare uno stato ebraico europeo in territorio arabo nel Medio Oriente. Ma non era affatto finita qui. L'accordo dell'ONU aveva permesso (a) che Gerusalemme venisse internazionalizzata secondo la regola dell'ONU e (b) che ci fosse un'unione economica fra i nuovi stati ebraico e arabo della Palestina. Queste erano le condizioni di base con cui l'ONU approvò la partizione. Entrambe vennero subito e bruscamente disattese da Israele – che cominciarono così una crescente serie di aggressioni contro gli arabi in Medio Oriente.

Mentre i Britannici erano ancora in Palestina, le forze paramilitari sioniste iniziarono a schiacciare le forze armate arabe palestinesi in una serie di scontri di guerra civile. Ma, cosa più fatidica, il 9 aprile 1948, i fanatici terroristi sionisti-revisionisti raggruppati nell'organizzazione Irgun Zvai Leumi massacrarono cento donne e bambini nel villaggio arabo di Deir Yassin. Dall'avvento dell'indipendenza di Israele il 15 maggio gli arabi palestinesi, demoralizzati, fuggivano in preda al panico dalle loro case e dalla minaccia del massacro. I vicini stati arabi mandarono allora le loro truppe. Gli storici sono soliti descrivere la guerra che seguì come invasione di Israele da parte degli stati arabi, eroicamente respinta da Israele, ma poiché tutti i combattimenti ebbero luogo su territorio arabo, questa interpretazione è chiaramente errata. Ciò che accadde, infatti, è che Israele riuscì ad occupare grossi pezzi dei territori assegnati agli arabi palestinesi dall'accordo di partizione, comprese le zone arabe della Galilea occidentale, della Palestina araba centro-occidentale come “corridoio” per Gerusalemme e delle città arabe di Jaffa e di Beersheba. Anche il grosso di Gerusalemme – la città nuova – fu occupata da Israele ed il programma di internazionalizzazione dell'ONU venne scartato. Gli eserciti arabi furono ostacolati dalla loro stessa inefficienza e disunità e da una serie di tregue imposte dall'ONU rotte solo per il tempo bastante a Israele per occupare più territorio arabo.

Prima dell'accordo di armistizio permanente del 24 febbraio 1949, allora, 600.000 ebrei avevano creato uno stato che in origine aveva alloggiato 850.000 arabi (da una popolazione araba palestinese totale di 1,2 milioni). Di questi arabi, tre quarti di milione erano stati cacciati dalle loro terre e case ed il resto sottoposto ad una dura regola militare che, dopo due decadi, è ancora in vigore. Le case, le terre ed i conti bancari dei rifugiati arabi fuggiti furono subito confiscati da Israele e consegnati agli immigranti ebrei. Israele a lungo ha sostenuto che i tre quarti di milione di arabi non furono cacciati con la forza ma piuttosto dal loro stesso ingiustificato panico indotto dai leader arabi – ma il punto chiave è che tutti conoscono il risoluto rifiuto di Israele a lasciare che questi rifugiati tornino e reclamino le proprietà a loro sottratte. Da quel giorno a oggi, per due decadi, questi sfortunati rifugiati arabi, le loro fila ora gonfiate per aumento naturale a 1,3 milioni, hanno continuato a vivere in assoluta indigenza nei campi profughi intorno ai confini israeliani, a mala pena mantenuti in vita dagli scarni fondi dell'ONU e dai pacchi CARE, vivendo soltanto per il giorno in cui potranno tornare alle loro legittime case.

Nelle regioni della Palestina originariamente assegnate agli arabi, non è rimasto nessun governo arabo palestinese. Il capo riconosciuto degli arabi palestinesi, il loro Grand Mufti Haj Amin el-Husseini, fu deposto sommariamente dallo strumento britannico di vecchia data, il re Abdullah della Trans-Giordania, che confiscò semplicemente le regioni arabe della Palestina centro-orientale, così come la città vecchia di Gerusalemme (la Legione Araba del re Abdullah era stata costruita, armata, provvista di uomini e perfino guidata da ufficiali colonialisti britannici come Glubb Pasha).

Per quanto riguarda i rifugiati arabi, Israele si aspetta che i contribuenti del mondo (ovvero, in gran parte i contribuenti degli Stati Uniti) si inseriscano e finanzino un ampio programma per risistemarli in qualche luogo in Medio Oriente – cioè, in qualche luogo lontano da Israele. I rifugiati, tuttavia, non hanno naturalmente interesse nella risistemazione; rivogliono le loro case e proprietà, punto.

L'accordo di armistizio del 1949 si presumeva fosse sorvegliato da una serie di Commissioni Miste di Armistizio, composta da Israele e dai suoi vicini arabi. Molto presto, tuttavia, Israele sciolse le Commissioni Miste di Armistizio e cominciò ad invadere sempre più territori arabi. Quindi, la zona ufficialmente demilitarizzata di El Auja venne sommariamente occupata da Israele.

Da quando il Medio Oriente era ancora tecnicamente in uno stato di guerra (c'era un armistizio ma nessun trattato di pace), l'Egitto, dal 1949 in poi, aveva continuato a bloccare lo stretto di Tiran – l'entrata al golfo di Aqaba – a tutti i trasporti israeliani e a tutto il commercio con Israele. In considerazione dell'importanza del blocco del golfo di Aqaba nella guerra del 1967, è importante ricordare che nessuno protestò per questa azione egiziana: nessuno disse che l'Egitto stava violando il diritto internazionale chiudendo questo “pacifico canale internazionale” (rendere qualsiasi canale aperto a tutte le nazioni, secondo il diritto internazionale, richiede due condizioni: (a) consenso delle potenze che si affacciano sul canale e (b) che non esista stato di guerra fra qualsiasi delle potenze che si affacciano sul canale. Nessuna di queste condizioni valevano per il golfo di Aqaba: l'Egitto non acconsentì mai ad un tale accordo e Israele era in uno stato di guerra con l'Egitto dal 1949, di modo che l'Egitto poté bloccare il golfo ai trasporti israeliani senza contestazioni dal 1949 in poi).

La storia della continua aggressione israeliana era appena cominciata. Sette anni più tardi, nel 1956, Israele, alleato agli eserciti imperialisti britannici e francesi, invase l'Egitto. E – oh, con quale fierezza Israele imitò coscientemente le tattiche naziste del blitzkrieg e dell'attacco a sorpresa! E – oh, che ironia che proprio lo stesso establishment americano che per anni aveva denunciato i blitzkrieg e gli attacchi a sorpresa nazisti fosse improvvisamente pieno d'ammirazione per esattamente le stesse tattiche impiegate da Israele! Ma in questo caso, gli Stati Uniti, abbandonando momentaneamente la loro devozione intensa e continua alla causa israeliana, si unirono alla Russia nell'obbligare gli aggressori a lasciare il territorio egiziano. Ma Israele non ha acconsentì a ritirare le proprie forze dalla penisola del Sinai finché l'Egitto non avesse acconsentito a permettere che una Forza Speciale d'Emergenza dell'ONU avesse amministrato la fortezza di Sharm-El Sheikh che controlla lo stretto di Tiran. Tipicamente, Israele rifiutò sdegnoso all'UNEF il permesso di pattugliare il proprio lato del confine. Soltanto l'Egitto acconsentì a permettere l'accesso alle forze dell'ONU, e fu a causa di questo che il golfo di Aqaba è rimasto aperto ai trasporti israeliani dal 1956 in poi.

La crisi del 1967 nacque dal fatto che, nel corso degli ultimi anni, i rifugiati arabi palestinesi avevano cominciato ad abbandonare la loro precedente disperazione triste e passiva ed a formare movimenti guerriglieri che si sono infiltrati nei confini israeliani per portare la loro lotta nella regione delle loro case perdute. Dall'anno scorso, la Siria è stata sotto il controllo del più militante governo anti-imperialista che il Medio Oriente abbia visto da anni. L'incoraggiamento siriano ai guerriglieri palestinesi ha spinto i forsennati capi di Israele a minacciare la Siria con la guerra e la conquista di Damasco – minacce punteggiate da severe incursioni di rappresaglia contro i villaggi siriani e giordani. A questo punto il primo ministro egiziano, Gamal Abdel Nasser, che era stato uno sbruffone anti-israeliano per anni, ma che si era concentrato preferibilmente su misure demagogiche e stataliste che rovinarono l'economia interna dell'Egitto, fu sfidato dai siriani a fare qualcosa di concreto per aiutare: in particolare, a metter fine al controllo dell'UNEF – e quindi al continuo passaggio israeliano – nel golfo di Aqaba. Da qui, la richiesta di Nasser perché l'UNEF se ne andasse. Le proteste pro-israeliane alla rapida acquiescenza di U Thant sono grottesche, quando consideriamo che le forze dell'ONU erano là soltanto su richiesta egiziana e che Israele ha sempre rifiutato risolutamente di avere le forze dell'ONU sul proprio lato del confine. Fu a quel punto, con la chiusura dello stretto di Tiran, che Israele ha cominciato evidentemente a prepararsi per il proprio prossimo blitzkrieg.

Mentre apparentemente approvava le trattative di pace, il governo israeliano alla fine cedeva alle pressioni dei “falchi” all'interno del paese e la nomina di un noto guerrafondaio, il generale Moshe Dayan, a ministro della difesa era ovviamente il segnale per il blitz israeliano avvenuto dopo pochi giorni. Le incredibilmente rapide vittorie israeliane; la glorificazione della stampa delle tattiche e della strategia israeliane; la chiara impreparazione delle forze arabe a dispetto della gran fanfara; tutto ciò dimostra a tutti tranne ai più ingenui il fatto che Israele lanciò la guerra del 1967 – un fatto che l'Israele a malapena si preoccupa di negare.
Uno degli aspetti più repellenti del macello del 1967 è l'aperta ammirazione per la conquista israeliana da parte di quasi tutti gli americani, ebrei e non ebrei. Sembra esserci una malattia nel profondo dell'animo americano che causa la sua identificazione con l'aggressione e l'omicidio di massa – più rapido e più brutale è, meglio è. Nell'ondata di ammirazione per la marcia israeliana, quanti si addolorarono per le migliaia di civili arabi innocenti assassinati con l'uso israeliano del napalm? E per quanto riguarda lo sciovinismo ebraico fra il cosiddetto popolo “pacifista” della sinistra, non c'è dimostrazione più nauseabonda di una totale mancanza di umanità che quella mostrata da Margot Hentoff nel liberal Village Voice:

C'è qualche guerra che ti piace? In caso affermativo, sei ebreo? Fortunato te. Che gran momento per essere ebreo. Avete mai conosciuto dei pacifisti ebrei? Ne avete conosciuto qualcuno la settimana scorsa? … Del resto, questa era una guerra differente – un vecchio genere di guerra, un genere di guerra in cui la morte era portatrice di vita e le morti arabe non contavano. Che piacere essere, ancora una volta, a favore di una guerra. Che bella sensazione, sana e pulita, acclamare quelle jeep che attraversavano lo schermo televisivo piene di soldati EBREI duri, magri, risoluti, armati.

“Guarda come vanno! WOW! ZAP! Niente li fermerà adesso!” ha detto un vecchio pacifista radicale. “Questo è un esercito di ebrei!”

Un altro (il cui contributo principale al giudaismo finora è stato di scrivere articoli che ripudiano Israele e che annunciano che il giudaismo ha fallito e se lo merita) ha passato la settimana a dissimulare la sua nazionalità. “Come stiamo?” Continuava a chiedere. “Dove arriveremo adesso?”
Che “bella sensazione pulita” davvero, quando “le morti arabe non contano!” C'è qualche differenza fra questo tipo di atteggiamento e quello dei nazisti persecutori di ebrei che la nostra stampa attacca, giorno dopo giorno, da ben più di vent'anni?

Quando ebbe inizio questa guerra, i capi israeliani affermarono che non erano interessati nemmeno in un “pollice” di territorio; la loro lotta era puramente difensiva. Ma ora che Israele siede sulle sue conquiste, dopo ripetute violazioni dei cessate il fuoco dell'ONU, spira un'aria molto diversa. Le sue forze occupano ancora tutta la penisola del Sinai; tutto il Giordano palestinese è stato occupato, spingendo altri quasi 200.000 sfortunati profughi arabi ad unirsi a centinaia di migliaia di loro compagni dimenticati; ha strappato un bel pezzo di Siria; e Israele afferma arrogante che non restituirà mai, mai, la città vecchia di Gerusalemme e non la internazionalizzerà; l'occupazione israeliana dell'intera Gerusalemme è semplicemente “non negoziabile.”

Se Israele è stato l'aggressore in Medio Oriente, il ruolo degli Stati Uniti in tutto questo è stato ancor più sgradevole. L'ipocrisia della posizione degli Stati Uniti è quasi incredibile – o lo sarebbe se non sapessimo qual è stata la politica estera degli Stati Uniti per decenni. Quando la guerra è cominciata, e per un momento è apparso come se Israele fosse in pericolo, gli Stati Uniti sono accorsi velocemente per dichiarare la propria dedizione “all'integrità nazionale del Medio Oriente” – come se i confini del 1949-67 fossero in qualche modo imbalsamati per sacro decreto e debbano essere conservati a tutti i costi. Ma – non appena è stato chiaro che Israele aveva vinto e conquistato ancora una volta, l'America si è rapidamente liberata dei propri presunti cari “principi.” Ora non si parla più “dell'integrità nazionale del Medio Oriente”; ora tutto è “realismo” e l'assurdità di tornare agli obsoleti confini dello status quo ed alla necessità che gli arabi accettino un accordo generale in Medio Oriente, ecc. Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che gli Stati Uniti hanno approvato dall'inizio, pronti ad accorrere in soccorso di Israele se necessario? Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che Israele è ora l'alleato ed il satellite degli Stati Uniti, che in Medio Oriente come in tante altre zone del mondo hanno indossato il mantello portato un tempo dall'imperialismo britannico?

La cosa più importante che gli americani non devono essere spinti a credere è che Israele sia un “piccolo” “derelitto” contro i suoi potenti vicini arabi. Israele è una nazione europea con uno standard tecnologico europeo che combatte un nemico primitivo e non sviluppato; ancora, Israele ha dietro di sé la forza concentrata di innumerevoli americani e europei occidentali che lo alimentano e lo finanziano, così come i governi leviatanici degli Stati Uniti e dei suoi numerosi alleati e stati clientelari. Israele non è un “prode derelitto” a causa dell'inferiorità numerica più di quanto lo fosse l'imperialismo britannico quando conquistava terre molto più popolate in India, in Africa ed in Asia.

E così, Israele ora si siede, occupando il proprio aumentato territorio, polverizzando case e villaggi che contengono cecchini, mettendo al bando gli arabi, uccidendo giovani arabi in nome del controllo del terrorismo. Ma questa stessa occupazione, questa stessa elefantiasi di Israele, fornisce agli arabi una potente occasione a lungo raggio. In primo luogo, come i regimi anti-imperialisti militanti di Siria e Algeria ora vedono, gli arabi possono spostare la loro enfasi strategica dalla disperata guerra convenzionale con un nemico molto meglio armato ad una prolungata e totale guerriglia popolare. Armato con armi leggere, il popolo arabo potrebbe mettere in atto un altro “Vietnam,” un'altra “Algeria” – un'altra guerriglia popolare contro un esercito d'occupazione pesantemente armato. Naturalmente, questa è una minaccia soltanto a lungo termine, perché per eseguirla gli arabi dovrebbero rovesciare tutte le loro stagnanti e reazionarie monarchie e formare una nazione unita pan-araba – perché le spaccature in nazioni-stato nel mondo arabo sono la conseguenza delle artificiose macchinazioni e delle depredazioni dell'imperialismo britannico e francese. Ma nel lungo termine, la minaccia è molto reale.

Israele, quindi, affronta un dilemma di lungo termine che un giorno dovrà affrontare. O continuare nel suo attuale percorso e, dopo anni di reciproche ostilità e di conflitto venir rovesciato dalla guerriglia popolare araba. O cambiare drasticamente direzione, liberarsi completamente dai legami imperiali occidentali e trasformarsi in semplici cittadini ebrei del Medio Oriente. Se lo facesse, allora la pace e l'armonia e la giustizia regnerebbero infine in questa regione tormentata. Ci sono molti precedenti per questa coesistenza pacifica. Per secoli prima dell'imperialismo occidentale del XIX e XX secolo, ebrei e arabi avevano sempre vissuto insieme pacificamente in Medio Oriente. Non ci sono inimicizia o conflitti inerenti fra arabi ed ebrei. Nei grandi secoli della civiltà araba nell'Africa del Nord ed in Spagna, gli ebrei avevano un ruolo felice e prominente – contrariamente alla loro continua persecuzione da parte dei fanatici dell'occidente cristiano. Ripulita dall'influenza e dall'imperialismo occidentale, quell'armonia può tornare a regnare di nuovo.


Risveglio doloroso

Ven, 01/08/2014 - 10:05




di Francesco Simoncelli


“Quella che in famiglia viene definita prudenza, difficilmente può essere chiamata follia ad un livello superiore.” ~ Adam Smith


Almeno una volta nella vita, la maggior parte di noi ha ecceduto con l'alcol e il giorno dopo si è ritrovato una gran bel mal di testa. Questo è sintomo di due cose: si è oltrepassato i propri limiti, la materia prima con cui si è ecceduto era di scarsa qualità. Sebbene eccedere sia sempre dannoso, in qualsiasi aspetto della propria vita, anche la qualità gioca un ruolo preponderante. Nel nostro caso, ovvero, nel caso della sbronza europea dovuta ad un eccesso di debiti alimentata da liquidità di scarsa qualità, il post-sbornia ancora deve arrivare. Infatti non si è fatto altro che diminuire la dose di alcol ingerito. Quel tanto che basta per tenersi brilli e rimandare ancora di un po' il duro risveglio. E' difficile affrontarlo. Non si ha affatto la voglia di affrontare il lungo percorso di riabilitazione, periodo allungato ulteriormente dalla continua ingestione di alcol monetario. Inoltre, la consapevolezza del giorno dopo, potrebbe portare ad una decisione drastica: basta sbronze.

Continuare a bere, quindi, non risolve affatto i problemi di fondo. Così come continuare a sostenere artificialmente attività fallite, non risolve i problemi alla base del caos europeo. Gli stati e le banche centrali hanno letteralmente fatto i salti mortali per evitare il fallimento del comparto bancario e di quelle attività definite TBTF, impedendo alle forze di mercato di ripulire il panorama economico da quegli errori che dal 2010 sono emersi prorompenti. L'intervento dei pianificatori centrali a tamponare in qualche modo il risultato disastroso delle loro azioni, è l'equivalente di quando si spazza la polvere sotto il tappeto. Nessuno la vede, ma è lì sotto. Fino a quando l'eccessiva quantità di sporco non finisce per invadere tutta la casa, e una nuvola bianca tossica satura l'aria dell'abitazione.

Forse è proprio l'ingestione di questa dose eccessiva di alcol monetario che ha portato alla demenza i banchieri centrali, agendo scriteriatamente con i loro "strumenti non convenzionali". In realtà questa non è altro che la conseguenza di quello che Mises descriveva in Planned Chaos: una volta che la pianificazione centrale inizia ad armeggiare con il sistema dei prezzi, non può più fermarsi pena la sua bancarotta (finanziaria ed intellettuale).

I nostri problemi, infatti, sono riconducibili essenzialmente al sistema monetario fiat in cui viviamo: il denaro elastico, emesso ad voluntatem da un ente bancario centrale, incentiva un comportamento irresponsabile attraverso l'uso della riserva frazionaria. Le banche commerciali sono, quindi, spinte a diminuire i loro rapporti di riserva ed a concedere prestiti al di là della capacità effettiva dei loro depositi (es. concedere più prestiti rispetto alla disponibilità di risparmi reali). Questo mette in moto un boom artificiale il quale deve necessariamente concludersi in un bust, ovvero, una correzione deflazionistica ed una contrazione di quei bilanci che incorporavano investimenti improduttivi. Nel caso del comparto bancario, essere purgato dai prestiti creati dal nulla e non sostenuti dal risparmio reale. Le banche centrali, il cui vero mandato è quello di salvaguardare il comparto bancario commerciale e di riflesso le finanze statali, hanno evitato tutto ciò iniettando vita artificiale in attività decotte. In questo modo hanno intorbidito i fondamentali di mercato, creando un ambiente in cui diventa sempre più impossibile discernere gli investimenti produttivi da quelli improduttivi.



LA STRATEGIA DELLA BCE: VIVERE ALLA GIORNATA

L'unico modo in cui le banche centrali stanno riuscendo a mandare avanti la baracca, è attraverso risposte che arrivano man mano che vengono individuati i problemi. Riescono a direzionare, in un modo o nell'altro, il breve termine ma non hanno alcun controllo sul lungo termine. Il problema di questo approccio è questo: anche il breve termine si sta trasformando in brevissimo termine. Impossibilitati dall'operare un calcolo economico in accordo con le forze di mercato, i pianificatori centrali si vedranno sempre più pressati da eventi imprevedibili che ricorderanno agli attori di mercato quanto siano impotenti davanti alle forze di mercato. Non hanno punti di riferimento. Quindi si adattano al mutare della situazione.

Sin da quando è scoppiato il caos europeo nel 2010, i banchieri centrali e gli stati sono intervenuti nei mercati per mitigare l'effetto purificatore di una pulizia degli errori passati. Sin da quel momento le banche centrali stanno vivendo alla giornata. Hanno proceduto a comprare asset tossici ed a nazionalizzare attività in bancarotta. La BCE, ad esempio, garantendo per le obbligazioni europee ha scatenato un'orgia di acquisti forti del sostegno dello zio Mario qualora le cose fossero peggiorate. In questo modo non si capisce più quale attività bancaria sia sana e quale no, quale riesce a tenersi a galla con le proprie forze e quale no. Arroventando il mercato obbligazionario, la BCE non ha fatto altro che permettere allo stato di ottenere finanziamenti attraverso il settore bancario commerciale e di conseguenza permettere agli investimenti improduttivi di continuare a drenare risorse dal resto dell'economia.




L'interventismo delle banche centrali sta solo nascondendo l'inevitabile bancarotta del comparto bancario commerciale e dello stato. Rappresentando entrambi investimenti improduttivi, alla fine dovranno essere purgati. Più si rimanderà questo evento, più sarà doloroso riprendersi. La BCE, prima col LTRO e poi col "whatever it takes", ha concesso spazio di manovra a stati in bancarotta e banche commerciali che nel decennio 1999-2009 hanno ecceduto con debiti e riserva frazionaria. Non bisogna scordarsi, inoltre, che questo comportamento lascivo è stato alimentato dalla stessa BCE attraverso l'espansionismo monetario durante il suddetto decennio.

Se ne stanno accorgendo gli stessi pianificatori centrali, realizzando di non essere affatto muniti di quell'onniscenza di cui tanto si vantavano durante la fase di boom artificiale. Stanno comprendendo che intaccare il meccanismo di price discovery ha un prezzo. Soprattutto se il prezzo manipolato è quello più importante di tutti: il tasso di interesse. Riallocare la produzione verso settori più desiderati dall'insieme delle forze di mercato richiede tempo, e questo processo, a causa dell'interferenza delle banche centrali, sta venendo deturpato a favore di interessi riguardanti una ristretta cerchia di individui. I banchieri centrali sono, purtroppo, fossilizzati in una mentalità in cui loro vestono il ruolo di idraulici monetari in grado di poter "aggiustare" i guai economici che emergono ciclicamente.

Non sorprende quindi se ultimamente sono emerse notizie che portavano alla nostra attenzione un rinnovato allarme per le banche europee, in particolare per quelle austriache e portoghesi. Come potete notare dal grafico qui sopra, le banche commerciali hanno investito pesantemente nei bond statali fornendo presumibilmente pasti gratis agli stati. Questi ultimi hanno continuato a sprofondare nel debito come se niente fosse. Nel frattempo i rendimenti obbligazionari sono calati, perché la manipolazione verso il basso dei tassi di interesse e il costo del denaro quasi a zero ha fornito un grande incentivo a coloro che per primi ricevono il denaro fresco di stampa. Questo carry trade ha funzionato per un po', ma l'accumularsi di nuovi errori, asset non performanti, crediti incagliati e sofferenze varie, hanno richiesto al comparto bancario commerciale la ricerca di rendimenti più alti per compensare questa triste situazione.

Questo lo ha spinto sempre di più verso le obbligazioni spazzatura. Non è una sorpresa, soprattutto in forza del bluff di Mario Draghi ed alle regole di Basilea III. Se una determinata attività fallisce significa che non riesce a stare più sul mercato a causa delle sue scelte sbagliate e alla volontà dei consumatori di "punire" quella determinata attività poiché non soddisfa più i loro desideri. Rimanere in vita significa operare in perdita. Sarebbe folle. A meno che non ci sia qualcuno che sia disposto a mettere soldi per far continuare questa follia. Durante l'ultima conferenza stampa le banche commerciali si aspettavano un QE da parte della BCE, in modo da tamponare temporaneamente le gravi difficoltà che si ritrovano nei loro bilanci. Sono stati delusi da una timida proposta d'intervento da parte della BCE. Perché? Perché gli annunci risolutivi della BCE saranno per lo più inefficaci. Fino ad ora si sono dimostrati tali.

Le banche potranno potranno prendere in prestito denaro dalla BCE allo 0.15% e prendere in prestito fondi d'emergenza allo 0.40%, inoltre i depositi presso la banca centrale richiederanno il pagamento di un interesse dello 0.1%. Quest'ultima mossa è stata salutata dalla stampa come la più stimolante nei confronti del mondo del prestito da 5 anni a questa parte. Non è così. Il denaro depositato in quei conti è registrato sul bilancio della banca centrale, questo significa che può essere prestato solo a quegli istituti finanziari che hanno un conto presso la BCE. Esatto, questo significa altre banche.

Sin dallo scoppio della crisi nel 2008 le banche non si fidano più l'una dell'altra e il tasso interbancario è letteralmente sprofondato. Perché? Perché i loro bilanci sono un disastro e temono una qualsiasi margin call da parte di un altro istituto che le potrebbe portare a finire sul lastrico e scatenare un contagio globale. La liquidità quasi gratis fornita al sistema bancario commerciale è un paravento, è un bluff, è uno specchietto per le allodole. Serve solo ad uno scopo: spruzzare profumo su un cadavere.



NEL FRATTEMPO, DALL'ALTRO LATO DELL'OCEANO...

Agendo in maniera più spregiudicata rispetto alla BCE, anche la FED sta perseguendo una politica di tassi di interesse a zero. Inoltre continua ad inondare gli istituti finanziari, ed altre attività privilegiate, di denaro a buon mercato inglobando nel suo bilancio obbligazioni e titoli tossici (es. MBS). Questa strategia ha permesso allo zio Sam di galleggiare ancora per un po', ma a che prezzo? Così come evidenziato poco sopra, la sovvenzione artificiale di attività fallite ha permesso loro di rimanere sul mercato drenando risorse dall'economia reale. La maggior parte della liquidità immessa dalla FED è rimasta nel circuito finanziario, andando a gonfiare bolle nel settore obbligazionario ed azionario.




Sin dalla fine del 2008 la FED, agendo come agente di un cartello bancario e difensore delle finanze statali, ha tenuto in piedi queste due entità infondendo in loro vita artificiale. La manipolazione risultante ha forzato progressivamente in basso tutti i vari rendimenti di quegli asset in cui l'ingegneria finanziaria ha messo gli occhi. Ora sono arrivati ai loro minimi di sempre. Questo vuol dire che il mercato obbligazionario corporativo, quello statale ed il mercato azionario sono fortemente distorti. I prezzi sono fortemente distorti. Ma la storia ha sempre dimostrato che situazioni simili non restano così per sempre, prima o poi arriva il momento della resa dei conti. O il barista smette di servire drink o l'alcolizzato di turno ci rimette le penne. Ovvero, o a causa di una FED che raffredda la sua stampante monetaria arroventata, o a causa di un aumento improvviso dell'inflazione, questi mercati gonfiati artificialmente vedranno massicce vendite.

E dopo le ultime cifre riguardanti il PIL degli Stati Uniti, per quanto possa essere una misura affidabile, sta facendo registrare una contrazione evidente, segno tangibile che non esiste alcuna ripresa sostenibile. Ormai è una questione di "quando", non di "se", arriverà il momento della resa dei conti.




La FED, come al solito verrà colta di sorpresa. Il suo modo di agire crea inevitabilmente deformazioni del tessuto economico, ma la sua retorica nega l'esistenza di un tale esito o afferma l'impossibilità di predirne la portata distruttiva. Questo perché il keynesismo è la sua religione. Gli economisti presso la FED guardano un monitor, osservano i dati ed agiscono di conseguenza. La presunta positività dei dati li induce a festeggiare. Questo perché non possiedono una teoria del capitale né una teoria del ciclo economico. Navigano in un mare in cui s'è alzata una nebbia fitta. I pianificatori centrali gridano: "Avanti tutta!" Non si preoccupano della possibilità degli scogli. Il keynesismo è questo: avere cartine di navigazione in cui sono stati cancellati gli scogli.




Il circuito finanziario è un grande casinò a cui hanno accesso solo determinati individui, di certo non è aperto alla gente comune. Quest'ultima è quella a cui viene lasciato il cerino in mano. I pezzi grossi cercheranno di calcolare il momento in cui uscire e lasciare la patata bollente al prossimo fesso di turno (di solito è quasi sempre il contribuente). E' andata così nel 2007 e andrà così anche la prossima volta. La tempistica sarà tutto.

Le crepe si formeranno nei mutuatari marginali, coloro accorsi alla fine della festa e che cercheranno di spuntare qualche profitto in un mercato vicino alla saturazione. Questo vale per la maggior parte delle nazioni indebitate di oggi: una volta che i mutuatari marginali inizieranno a fallire, si porteranno dietro tutti coloro che sono rimasti nel gioco. Questo significa che lo stato e la banca centale saranno di nuovo chiamati in causa per intervenire e fornire garanzie al fine di tamponare le perdite. I grafici qua sopra ci mostrano che le perdite da sopportare saranno enormi, ma dopo tutte le volte a cui si è ricorso a questo strategemma il bacino dei risparmi reali ne ha risentito enormemente. Quando diventerà negativo significherà questo: cirrosi epatica. Ci stiamo avvicinando.

La FED e le altre banche centrali hanno generato la terza bolla più grande della storia nel mercato azionario. Quanto tempo può mancare al suo scoppio? A giudicare da come stanno agendo i grandi player, i tempi si stanno facendo sempre più stretti. Gli hedge fund, i fondi pensione, i fondi assicurativi e gli stranieri stanno tutti vendendo azioni americane. Ma come è possibile, allora, che il mercato non sia già crollato? Perché i profitti delle corporazioni vengono "investiti" per ricomprare le azioni che sono state emesse dalle società stesse. L'ultima volta che abbiamo visto una cosa del genere era il 2007... sicuramente ricorderete cosa è successo un anno dopo. Produttività? Innovazione? Creatività? Niente di tutto questo. Solo scommesse nel casinò di Wall Street con strumenti finanziari di dubbia solvibilità.




La ZIRP ed i vari inerventi della FED hanno imbastito questo lugubre spettacolo in cui i fondamentali di mercato sono da tempo smorzati e le valutazioni di mercato impossibili da decifrare. Il denaro gratuito ha fatto ubriacare il settore azionario ancora una volta, e sebbene i profitti sembrano in ascesa ora -- anche grazie a quelle corporazioni che si ricomprano le proprie azioni -- questo modo di agire equivale ad un contadino che invece di piantare i semi se li mangia. Ad ottobre la Yellen ha affermato di voler terminare il massiccio programma mensile di acquisto di asset. Vedremo cosa succederà una volta che l'alcol monetario smetterà di fluire nel casinò di Wall Street. Ciò che conta ora per quelle attività che sono improduttive, è portare a casa rendimenti; se si fossero curati dei fondamnetali di mercato sarebbero già fallite. Sono ubriache. Non agiscono razionalmente.



Così come in un bar pieno di persone, nessuno di preoccuperà se uno o due individui lasceranno in sordina il locale. I grattacapi arrivano quando qualcuno si alza dallo sgabello in chiaro stato di panico e grida: "Al fuoco!" Perché dovete ricordare una lezione fondamentale: anche stavolta non è diverso dalla precedente. Nel frattempo, come ricordato spesso su queste pagine, i BRICS hanno fatto la loro mossa per spodestare il dollaro come valuta di riserva mondiale e (col tempo) re-introdurre un gold exchange standard, ufficializzando la nascita della BRICS Development Bank. Una sorta di "mini FMI", potremmo dire. Leggiamo dalla dichiarazione ufficiale:

Siamo seriamente delusi e preoccupati per la mancata attuazione delle riforme decise nel 2010 da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI), cosa che incide negativamente sulla sua legittimità, credibilità ed efficacia. Le riforme dell'FMI si basano su impegni di alto livello, i quali hanno già rafforzato le sue risorse e devono anche portare alla modernizzazione della sua struttura di governance in modo da rispecchiare al meglio il crescente peso degli EMDC nell'economia mondiale. L'FMI deve rimanere un'istituzione basata sulel quote. Invitiamo i membri dell'FMI a trovare il modo per attuare la 14° General Review of Quotas senza ulteriori ritardi. Ribadiamo il nostro invito all'FMI di sviluppare opzioni per andare avanti con il processo di riforma, al fine di garantire una maggiore voce e rappresentanza agli EMDC, nel caso in cui le riforme decise nel 2010 non siano entrate in vigore entro la fine dell'anno. Chiediamo inoltre ai membri dell'FMI di raggiungere un accordo definitivo su una nuova formula per la 15° General Review of Quotas, in modo da non compromettere ulteriormente la scadenza del gennaio 2015.

I BRICS, così come gli altri EMDC, continuano ad incontrare notevoli vincoli di finanziamento per colmare le lacune infrastrutturali e le esigenze di uno sviluppo sostenibile. Con questo in mente, siamo lieti di annunciare la firma dell'Accordo che istituisce la New Development Bank (NDB), con lo scopo di mobilitare risorse per le infrastrutture ed i progetti di sviluppo sostenibile nei paesi BRICS e nelle altre economie emergenti e in via di sviluppo. Apprezziamo il lavoro svolto dai nostri ministri delle finanze. Sulla base di sani principi bancari, l'NDB rafforzerà la cooperazione tra i nostri paesi ed integrerà gli sforzi dellevarie istituzioni finanziarie per uno sviluppo globale, contribuendo in tal modo al nostro impegno collettivo di raggiungere l'obiettivo di una crescita forte, sostenibile ed equilibrata.

La Banca avrà un capitale iniziale di $100 miliardi. Il capitale iniziale sottoscritto sarà di $50 miliardi, equamente ripartiti tra i membri fondatori. Il primo Presidente del Consiglio dei Governatori verrà dalla Russia. Il primo presidente del Consiglio di Amministrazione verrà dal Brasile. Il primo Presidente della Banca verrà dall'India. La sede della Banca sarà situata a Shanghai. Il New Development Bank Africa Regional Center avrà sede in Sud Africa in concomitanza con la sede centrale. Ci rivolgiamo ai nostri ministri delle finanze affinché elaborino le modalità per la sua operatività.

Siamo lieti di annunciare la firma del Trattato per l'istituzione del BRICS Contingent Reserve Arrangement (CRA) con una dimensione iniziale di $100 miliardi. Questo accordo avrà un effetto positivo: aiutare i paesi a prevenire le pressioni sulla liquidità di breve termine, promuovere ulteriormente la cooperazione dei BRICS, rafforzare la rete di sicurezza finanziaria globale e completare gli accordi internazionali esistenti. Apprezziamo il lavoro svolto dai nostri ministri delle finanze e dai governatori delle banche centrali. L'Accordo è un framework per fornire liquidità attraverso currency swap in risposta a pressioni, potenziali o effettive, di breve termine sulle bilance dei pagamenti.


IL MONDO NON SI FERMA AL DEFAULT

Nella loro cecità i pianificatori centrali non si sono accorti di una semplice cosa. La vera minaccia ai sistemi monetari fiat non è l'incombenza perenne dell'insolvenza, bensì la loro testardaggine nel voler mandare avanti questo baraccone così com'è. La storia è pingue di esempi in cui il denaro fiat è morto. E' nella sua natura. L'incentivo all'eccesso è sempre stata una caratteristica che ha rappresentato nel lungo termine il suo epitaffio. Infatti, l'insolvenza di coloro che ne hanno abusato non è stata la loro rovina, bensì nascondere il fatto che fossero ormai in bancarotta. Allo stesso modo, il "whatever it takes" di Mario Draghi rappresenta la dichiarazione palese (seppur velata) del default della zona euro, e più in particolare dell'euro.

Le banche centrali continuano a tenere bassi i tassi di interesse e continuano a sostenere una politica monetaria accomodante, in modo da tenere in vita artificialmente banche e stati. Lo stato, quindi, contribuisce a tenere in vita le banche le quali (attraverso la riserva frazionaria prestano la maggior parte del denaro allo stato) tengono in vita lo stato. Nel nostro caso, ad esempio, il governo tedesco vuole che il settore produttivo italiano sganci più soldi per tenere in piedi il governo italiano e le banche italiane. Questo dovrebbe far guadagnare tempo ai pianificatori centrali, permettendo alle banche commerciali del nord Europa (tedesche incluse) di rimanere solvibili dopo che hanno stupidamente prestato denaro a quelle dei PIIGS ed ai relativi governi. In caso di necessità incombente, invece, sarà il settore produttivo tedesco che sgancerà denaro a favore di quelle entità in più urgente bisogno di fondi.

In questo gioco, il contribuente è il bancomat della pianificazione centrale. Sarà spremuto fino all'osso, fino a quando il bacino dei risparmi reali non sarà prosciugato. Arrivati a quel punto il default non concederà più ritardi. Il settore statale e clientelare ad esso connesso dreneranno le risorse e la vitalità di quello produttivo, cercando in ogni modo di sfuggire al giudizio del mercato. Più a lungo sarà rimandato questo giudizio, più la ripresa necessiterà di tempo per sopraggiungere e più dolore sopporteranno gli attori economici. Coloro che hanno prestato denaro allo stato imperarenno una dura lezione. Coloro che hanno supportato entità privilegiate impareranno una dura lezione. Coloro che hanno spinto affinché la pianificazione centrale continuasse nel sua opera di distorsione e distruzione, imperareranno una dura lezione.

E tutti gli altri? Avranno ancora le loro capacità. Avranno ancora le loro idee. Avranno ancora il loro spirito imprenditoriale. Queste cose nessuno le può togliere agli individui. Sebbene possa cadere un'organizzazione sociale, gli individui al suo interno sono in grado di ricostruire dalle macerie ciò che è andato perduto. C'è bisogno di tempo, certo, ma questo non ferma l'animo umano. E se si sono preparati in anticipo al default mettendo al sicuro i prori asset, avranno un vantaggio considerevole sugli altri. La società ripartirà da loro. Non c'è bisogno di preoccuparsi, l'esistenza di persone talmente lungimiranti non può che essere una manna ed una sicurezza di un futuro migliore per tutti gli attori economici. Nel 1933, ad esempio, quando gli altri temporeggiavano, Mises vide la proverbiale scritta sul muro rappresentata dall'incubo nazista. Lasciò immediatamente l'Europa senza pensarci due volte. Molti si affidarono fiduciosi ad un cambio degli eventi. Si sbagliavano.

La morale della favola ce la fornisce William English nel suo Understanding the Costs of a Sovereign Default: American State Debts in the 1840s.

Tra il 1841 ed il 1843 otto Stati andarono in default per i loro obblighi, ed alla fine del decennio quattro Stati ripudiarono tutti o parte dei loro debiti. Erano debiti sovrani sia perché la Costituzione degli Stati Uniti impedisce azioni legali contro gli Stati per imporre un ripagamento, sia perché la maggior parte dei debiti degli Stati era posseduta dai residenti di altri Stati e di altri paesi (principalmente Inghilterra). [...]

Nonostante l'incapacità dei creditori esteri di imporre sanzioni dirette, la maggior parte degli Stati negli Stati Uniti ripagava i propri debiti. Pare che pagassero con una certa costanza in modo da conservare il loro accesso ai mercati di capitale internazionali, come modelli di reputazione. Gli Stati che ripagavano erano capaci di prendere in prestito di più negli anni che conducevano alla Guerra Civile, mentre quelli che non ripagavano erano, per la maggior parte, incapaci di farlo. Gli Stati che andavano in default temporaneamente erano capaci di riguadagnare accesso al mercato del credito saldando i loro vecchi debiti. Sorprendentemente, due Stati che ripudiarono un parte del loro debito furono capaci di riguadagnare accesso ai mercati di capitale dopo l'ammortamento del resto del loro debito.
Il default non fermerà la capacità e la volontà produttive degli attori economici. La sobrietà nella conduzione dei loro affari li avvantaggia considerevolmente. Chi invece finora ha gozzovigliato e vissuto negli eccessi, scansando l'affinamento delle proprie capacità e magnificando i privilegi di cui ha abusato, si troverà in grosse difficoltà qualora vedrà sgretolarsi quei sistemi che fino al giorno prima avevano allungato nel tempo la sua baldoria. Questi ultimi faranno di tutto per guadagnare ancora un altro po' di tempo. Negheranno il default. Truccheranno i libri contabili. Prometteranno all'elettorato la luna. Più guadagneranno tempo, più l'inevitabile default del sistema monetario fiat e di quello previdenziale inonderanno la società di dolore economico. Più si crederà alle loro promesse, più si ritarderà il momento in cui trovare riparo dalla tempesta. Perché una cosa è certa, ci sarà una tempesta. Ma non preoccupatevi, alla fine passano.



CONCLUSIONE

L'alcol monetario è una droga potente che crea assuefazione. Le banche centrali di tutto il mondo hanno dimostrato finora che la sua assunzione smodata porta conseguenze nefaste. Tutti gli strumenti messi in campo hanno fallito. Fare la stessa stupida cosa non ne cambia l'esito: risultati dannosi. Le nuove misure messe in campo dalla BCE, ad esempio, non faranno altro che spronare il mercato a chiedere ulteriori fondi per sostenere una ripresa reale. Le banche torneranno a concedere prestiti. Ma a chi? Se la risposta sarà l'economia reale, allora otterranno nuovi fondi dalla BCE -- ma questo manderà fuori controllo l'inflazione e farà accumulare altri errori in un ambiente già saturo di allocazioni errate. Se la risposta è circuito finanziario, cercando di staccare profitti dall'inflazionamento dei prezzi degli asset, l'implacabilità della stagflazione di Main Street si trasformerà in una lunga depressione culminante con l'implosione del sistema finanziario e successivamente dell'economia nel suo complesso.

Prima del 2008 le banche centrali si limitavano ad influenzare i tassi di interesse a breve termine nel mercato interbancario attraverso l'iniezione di nuove riserve bancarie, e il resto poi lo lasciavano ai mercati. Ora stanno progressivamente intralciando e burocrattizando il panorama economico, decidendo quali asset sono di buona qualità, modellando la curva dei rendimenti, decretando chi sia degno di credito, ecc.

Siamo sulla via verso la schiavitù. Ma ogni via ha una deviazione. Ogni strada ha il suo percorso alternativo. L'imprevedibilità umana ed il cambiamento di vedute sono quegli spauracchi che le élite temono di più. Il default farà cambiare idea agli individui circa la presunta onniscenza dei pianificatori centrali. Questo cambiamento di paradigma sarà innescato da un fenomeno specifico: le promesse fatte in passato andranno in frantumi. Quindi, non pensate al viaggio; decidete saggiamente quale dovrà essere la vostra meta.


Comprendere l'incombente default dell'Argentina

Gio, 31/07/2014 - 10:14
Sono già passati due anni da quando su queste pagine si avvertiva di un crollo dell'Argentina a causa della sua sconsideratezza economica. Eccesso di debito e lassismo nella politica monetaria hanno fatto da padroni nella conduzione degli affari economici del paese, truccando le statistiche ufficiali per nascondere sotto il tappeto la "sporcizia" accumulata. Il Venezuela e l'Ecuador sono nella stessa situazione, ma sotto i riflettori al momento c'è il governo della Kirchner. Quest'ultima, insieme ad Hugo Chavez, ha rappresentato quanto di più deletereo ci possa essere nella repressione delle libertà civili ed economiche. Purtroppo l'America Latina è un coacervo di ideologismo anti-libero mercato che fa del populismo il suo cavallo di battaglia (anche se ci sono paesi che stanno cercando di liberarsi da queste pastoie mentali, come il Brasile, il Perù, il Paraguay, il Cile, la Colombia), pensando, di conseguenza, di poter portare prosperità attraverso tanti foglietti di carta colorata. Sebbene abbiano la loro dose di colpe, non bisogna dimenticare anche l'influenza della politica monetaria USA in questi paesi. I paesi sudamericani, infatti, sono grandi esportatori di materie prime, settori particolarmente sensibili ai cicli economici. Possiamo affermare, quindi, che non è un caso se negli ultimi 30 anni le due crisi più grandi che hanno attanagliato l'America del Sud, siano coincise con il periodo più espansivo della politica della FED (es. 1980; 2009).
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di Nicolás Cachanosky


Al momento in cui scrivo, l'Argentina è a pochi giorni di distanza da un default per i suoi debiti. Come è potuto accadere tre volte in soli 28 anni?

Dopo il default del 2001, l'Argentina nel 2005 ha offerto una conversione del debito (ristrutturazione del debito) ai suoi creditori. Molti obbligazionisti hanno accettato l'offerta argentina, ma alcuni di loro no. Coloro che non hanno accettato la conversione del debito sono chiamati i "contrari". Quando l'Argentina ha iniziato a pagare le nuove obbligazioni a chi ha accettato la conversione del debito (i "favorevoli"), i contrari hanno portato l'Argentina in tribunale ai sensi del diritto di New York, la giurisdizione in base alla quale è stato emesso il debito argentino. Dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di ascoltare il caso argentino poche settimane fa, la sentenza del giudice Griesa è divenuta definitiva.

Tale sentenza impone all'Argentina di pagare il 100% del suo debito nei confronti dei contrari, mentre deve continuare a pagare ai "favorevoli" le cedole dei bond ristrutturati. All'Argentina non è consentito, come recita la sentenza di Griesa, di pagare alcuni creditori e altri no. La data del pagamento era il 30 giugno scorso. Poiché l'Argentina ha mancato il suo pagamento, ora è sotto un periodo di grazia di 30 giorni. Se l'Argentina non paga entro la fine di luglio finirà, ancora una volta, formalmente in default.

Si tratta di un caso complesso che ha prodotto diverse interpretazioni da parte di analisti e responsabili di politica. Alcune di queste interpretazioni, però, non sono fondate.



Come l'Argentina E' Diventata un Cattivo Debitore

Una comprensione della situazione argentina necessita di un contesto storico.

All'inizio degli anni '90, l'Argentina implementò la Legge della Convertibilità come misura per frenare la banca centrale e mettere fine all'iperinflazione che aveva avuto luogo alla fine degli anni '80. Questa legge fissava il tasso di cambio peso/dollaro ad 1:1 e dichiarava che la banca centrale poteva emettere pesos solo in rapporto alla quantità di dollari che entrava nel paese. La Legge della Convertibilità era più di un semplice tasso di cambio fisso. Era una disposizione di legge che trasformava la banca centrale in un comitato valutario in cui i pesos erano convertibili in dollari ad un rapporto "uno a uno". Tuttavia, poiché la banca centrale aveva una certa flessibilità nell'emettere pesos rispetto all'afflusso di dollari, è meglio descriverla come un comitato valutario "eterodosso" piuttosto che "ortodosso".

Comunque, nell'ambito di questo sistema, l'Argentina non poteva monetizzare il proprio deficit come fece negli anni '80 sotto il governo di Ricardo Alfonsin. Fu la monetizzazione del debito che produsse l'alta inflazione che si concluse in iperinflazione. A causa della Legge della Convertibilità degli anni '90, il governo di Carlos Menem non poteva finanziare il deficit fiscale con denaro facile. Così, invece di ridurre il deficit, Menem cambiò il modo in cui veniva finanziato: da uno schema basato sull'emissione di denaro ad uno schema basato sul debito estero. Il debito estero era in dollari e questo permise alla banca centrale di emettere i pesos corrispondenti.

L'Argentina degli anni '90 era già andata in default sei volte sin dalla sua indipendenza dalla Spagna nel 1816 (probabilmente un terzo della storia argentina ha avuto luogo in uno stato in bancarotta), e come se non bastasse assicurava una tutela istituzionale discutibile dei contratti e dei diritti di proprietà. Con il risparmio interno distrutto dopo gli anni dell'alta inflazione degli anni '80 (e degli anni precedenti), l'Argentina dovette rivolgersi ai fondi internazionali per finanziare il suo deficit. E a causa della mancanza di credito, l'Argentina dovette "importare" credibilità giuridica mediante l'emissione dei suoi titoli sotto la giurisdizione di New York. Se ci fosse stato un contenzioso con i creditori, l'Argentina dichiarò che avrebbe accettato la decisione della corte di New York.

Molti oppositori della sentenza di oggi sostengono che i creditori dell'Argentina hanno cospirato per togliere sovranità alla nazione sudamericana, ma la responsabilità è del governo argentino in sé che ha stabilito una lunga storia di inaffidabilità nel pagamento dei suoi debiti.



La Strada Verso l'Ennesimo Default

Questi bond degli anni '90 avevano due caratteristiche importanti, oltre ad essere emessi sotto la giurisdizione legale di New York: la presenza della clausola paripassu e l'assenza della clausola dell'azione collettiva. La clausola paripassu sostiene che l'Argentina si impegna a trattare tutti i creditori a parità di condizioni (in particolare per quanto riguarda i pagamenti delle cedole e del capitale). La clausola dell'azione collettiva stabilisce che nel caso di una ristrutturazione del debito, se una certa percentuale dei creditori accetta la conversione del debito, allora i creditori che rifiutano l'offerta (i "contrari") devono accettare automaticamente i nuovi bond. Tuttavia, quando l'Argentina è andata in default alla fine del 2001, i bond coinvolti includevano la clausola paripassu ma non quella dell'azione collettiva da parte dei creditori.

In base al contratto che l'Argentina offriva ai suoi creditori, che non includeva la clausola dell'azione collettiva, qualsiasi creditore aveva il diritto di ricevere un rimborso del 100%, anche se il 99.9% dei creditori avesse deciso di accettare una conversione del debito. E questo è esattamente quello che è successo con il default del 2001. Quando l'Argentina ha offerto le nuove obbligazioni ai suoi creditori a seguito del default, i "contrari" hanno fatto sapere all'Argentina che ai sensi del contratto stipulato avevano ancora il diritto ad un rimborso del 100% secondo la "parità di condizioni" (clausola paripassu). Cioè, l'Argentina deve pagare i "favorevoli" senza astenersi dal pagare anche i "contrari".

I governi di Nestor Kirchner e Cristina Kirchner, tuttavia, nell'ennesimo atto di disprezzo per le istituzioni, hanno deciso di ignorare i contrari al punto da cancellarli come creditori nei loro rapporti ufficiali (uno dei motivi per i quali il livello del debito sul PIL risulta più basso nelle statistiche ufficiali rispetto alla realtà).

Potremmo dire che il giudice Griesa non ha dovuto far altro che leggere il contratto che l'Argentina aveva offerto ai suoi creditori. Nonostante ciò, molto è stato detto in Argentina (e all'estero) su come la sentenza del giudice Griesa abbia danneggiato la sicurezza giuridica delle obbligazioni sovrane e della ristrutturazione del debito.

Il problema non è la sentenza del giudice Griesa. Il problema è che l'Argentina aveva deciso di preferire ancora una volta il deficit e la spesa pubblica sfrenata al pagamento dei suoi obblighi. La sentenza di Griesa suggerisce che un default non può essere utilizzato come strumento politico per ignorare i contratti. In effetti, i paesi con economie emergenti dovrebbero ringraziare la sentenza del giudice Griesa poiché questo permette loro di prendere in prestito a tassi più bassi, dato che molti di questi paesi o non sono in grado o non vogliono offrire protezione giuridica credibile ai propri creditori. Una sentenza favorevole al governo argentino avrebbe permesso al governo di violare i propri contratti, rendendo ancora più difficile l'accesso ai capitali ai paesi poveri.

Possiamo semplificare la nostra tesi proponendo un'analogia su scala minore. Provate a spiegare alla vostra banca che dopo aver sperperato i vostri guadagni per oltre un decennio, ora avete il diritto di non pagare il mutuo con il quale avete acquistato la vostra casa. Quando la banca vi porta in tribunale, spiegate al giudice che siete una povera vittima di avvoltoi malvagi e che avete il diritto di ignorare i creditori, poiché non avevate voglia di cambiare le vostre abitudini economicamente insostenibili. Quando il giudice vi dà torto, provate a spiegare al mondo come la decisione del giudice sia un'ingiustizia che mette a repentaglio il mercato bancario internazionale (come ha fatto di recente il governo argentino). Provate ora a giustificare la posizione del governo argentino.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Perché non ci sarà una rivoluzione

Mer, 30/07/2014 - 10:11




di Gary North


Di recente ho letto un articolo sul sito web del The Guardian. Questo è stato il giornale di sinistra più coerente d'Inghilterra. Ha fatto parte della sinistra organizzata sin dagli anni '20, e la cosa non è cambiata neanche di un po'.

L'autore ha intervistato un'ex-spia americana. La spia è una persona molto colta, ma non riesce ad inanellare due pensieri coerenti. Non è di sinistra, è di super sinistra. Parla di "beni comuni". Non gli piace la proprietà privata. Considera il capitalismo come un tentativo di derubare il popolo e privatizzare la ricchezza, ma non sono mai esistiti beni comuni senza stato. Nel corso della storia, quando si ha a che fare con una terra comune, essa è gestita da un ente che possiede il potere politico. Possiede il potere di coercizione. Ogni volta che vedete le parole "beni comuni" pensate a "commissari". Non esistono beni comuni senza commissari.

Quest'uomo sta cantando la stessa vecchia canzone che ha cantato da giovane. Dice che ci sarà una rivoluzione. No, non ci sarà. Dice che la tecnologia open source creerà la rivoluzione. Invece no.

L'essenza della rivoluzione è il potere centralizzato. Engels lo sapeva bene, e ce lo ha ricordato per anni. Non c'è niente di più accentratore che una rivoluzione. Ogni rivoluzione nella storia si è spostata verso la centralizzazione del potere, inclusa la Rivoluzione Americana. Questa ex-spia, cantando le canzoni che cantava da giovane, dice che siamo proprio sull'orlo di una rivoluzione.

Siamo sull'orlo di una non-rivoluzione.

Quello a cui stiamo assistendo è decentramento. Stiamo assistendo alla rottura dell'Impero Romano. Non c'è stata nessuna rivoluzione contro l'Impero Romano. Si è semplicemente disintegrato. Il mondo medievale è stato un periodo di enorme decentramento.

Nel XVII secolo ci furono tentativi di far scoppiare rivoluzioni. La rivoluzione puritana in Inghilterra era un esempio. Fu una rivolta contro il potere centralizzato del re, ma venne fatta in nome del potere centralizzato del Parlamento. Si concluse con un dittatore militare, Oliver Cromwell: 1649-1659. Venne sostituito da un nuovo re nel 1660, ma il Parlamento continuò a centralizzare il suo potere, e la Gloriosa Rivoluzione del 1688 e 1689 spogliò il re di gran parte del suo potere, ma non ridusse il potere del governo; lo trasferì semplicemente al Parlamento. Quest'ultimo adottò una teoria della sovranità parlamentare seconda a nessuna tirannia nella storia. Sosteneva, e sostiene tuttora, la sovranità definitiva su tutti gli aspetti della vita britannica. Non c'era costituzione scritta a limitarlo. C'era solo il common law a frenarlo. Era importante che fosse così, ma la centralizzazione continuò. Continua ancora oggi.

Con il decentramento non arriva la rivoluzione, ma la secessione. Non sto parlando di quella degli Stati Uniti del sud, che era solo un altro modo per centralizzare il potere. Il governatore della Georgia, Joe Brown, la vide per quello che era: solo un altro gruppo di rivoluzionari armati che cercava di centralizzare il potere nella regione che voleva controllare.

Le rivoluzioni vogliono la centralizzazione del potere. Fino a quando i conservatori non lo capiranno, non comprenderanno cosa sta succedendo e che cosa è accaduto negli ultimi 500 anni. Le rivoluzioni centralizzano il potere. Per combattere un potere centralizzato militarmente, è necessario centralizzare il potere e questo porta solo ad uno spostamento di fedeltà nei confronti di un nuovo gruppo. Siamo lenti ad apprendere.

Non vedremo un'estensione dei beni comuni; vedremo un'estensione della proprietà privata. La recinzione privata dei beni comuni è stata cruciale per l'istituzione della libertà inglese. Questa è una guerra contro lo stato federale. Si tratta di una guerra contro il potere centrale. Si tratta di una guerra contro i burocrati che ci dicono cosa fare con la nostra proprietà.

Non avete bisogno di una rivoluzione per sfuggire al sistema. Avete bisogno di una secessione. Bisogna ritirare il sostegno ai sistemi esistenti. È necessario revocare la legittimità che estendete a queste organizzazioni. Dovete farlo, e tutti gli altri devono farlo. Nessuno può organizzare una cosa simile. La gente apprende, scandalo dopo scandalo, casino burocratico dopo casino burocratico, che il sistema è irreparabile. Non può essere riformato. Non può essere controllato. Deve essere affamato dal punto di vista finanziario. Il segreto della libertà non è la rivoluzione; il segreto della libertà è quello di affamare finanziariamente l'ordine centralizzato esistente.

Il segreto della stabilità monetaria e della moneta sonante, non è quello di prendere il controllo del Federal Reserve System. Il segreto è quello di approvare una legge molto semplice che abolisca il Federal Reserve System: abrogazione del Federal Reserve Act del 1913. Il segreto non è la sovranità monetaria nelle mani del Congresso; il segreto è la sovranità monetaria nell'ordine sociale del libero mercato.

Il segreto di un'istruzione migliore non è quello di prendere il controllo del sistema scolastico pubblico. Il segreto di un'istruzione migliore è di andare online, tagliarne il costo, decentralizzare l'intero processo e mettere i genitori al controllo dei programmi istruttivi delle loro famiglie. Ma i conservatori sono lenti ad apprendere. Vogliono sempre prendere il controllo del sistema liberale, perché hanno un piano migliore. Questo è ciò che fecero i bolscevichi con la burocrazia dello zar. Questo è ciò che fecero i rivoluzionari francesi con la burocrazia di Luigi XVI. Questo è ciò che fecero i rivoluzionari americani con la burocrazia di Giorgio III. Questo è ciò che avrebbe fatto il Sud, se avesse vinto. Il governatore Brown lo capì, e resistette.

La rivoluzione open source decentralizzerà il mondo. Il decentramento non porterà ad una rivoluzione. Il decentramento porterà alla secessione. Intendo secessione alla maniera di Gandhi. Mi riferisco al ritiro del sostegno. Non si prendono le armi contro lo stato; ci si rifiuta semplicemente di collaborarvi. Fate in modo che allo stato costi di più opprimervi.

Non c'è più la Jugoslavia. Non c'è più alcuna Unione Sovietica. Questa è l'onda del futuro. Gli statalisti e gli aspiranti statisti continuano a cercare la grande rivoluzione. Proprio come Marx, la vedono da tutte le parti. Beh, non è mai arrivata. La rivoluzione comunista è arrivata laddove non doveva arrivare, secondo la teoria marxista: l'Impero rurale della Russia. Il proletariato urbano non ha lanciato la rivoluzione; l'ha fatto un gruppo di intellettuali alienati e di rapinatori.

Assisteremo al ritiro del sostegno ai governi centrali. Le rivoluzioni nel mondo arabo non hanno decentrato nulla. Hanno solo centralizzato il potere nelle mani di un altro gruppo di tiranni. E' bello vederli spodestati. E' bello vederli rovesciati, almeno da una certa distanza. Ma non cambia nulla. L'Egitto è proprio quello che era sotto Mubarak. Si tratta di una dittatura militare. La rivoluzione non ha cambiato nulla.

I rivoluzionari hanno uno scopo scandito dalla centralizzazione. Implicito od esplicito, c'è sempre un programma di centralizzazione in ogni movimento rivoluzionario. Ogni rivoluzionario pensa sempre che la sua rivoluzione sarà l'ultima. Ogni rivoluzionario pensa che quando raggiungerà l'apice della catena gerarchica di comando, le cose saranno diverse. Sì, saranno diverse. Ci sarà un insieme diverso di saccheggiatori che deprederà la produttività delle vittime.

Fino a quando i conservatori non smetteranno di sognare di prendere il controllo dei sistemi gerarchici di potere, non cambierà nulla.

Un sistema di comunicazione decentrato non partorirà mai un programma centralizzato. Questi sono i Balcani digitali, non è la Jugoslavia.

Facebook decentrerà il mondo. Ha frammentato il mondo e continuerà a segmentarlo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Le timide riforme delle banche centrali non funzioneranno

Mar, 29/07/2014 - 10:08
Le notizie di banche in difficoltà continuano a veicolare una certa diffidenza in Europa. Prima quelle austriache, poi quelle portoghesi. Ormai credo sia diventato palesemente chiaro a tutti che la tanto decantata ripresa è fasulla oltre ogni limite, soprattutto se consideriamo quanto debito della periferia hanno in pancia le varie banche europee. La farsa è andata avanti perché lo zio Mario è riuscito a calmare i mercati grazie al suo bluff, ma in realtà tutti si stanno aspettando un QE vero e proprio. Sebbene abbia promesso qualcosa di vagamente simile col TLTRO, non se ne faranno niente se salterà in aria una di queste banche sull'orlo della bancarotta. Vendere bond in questo momento non sarebbe saggio visto che gli investitori se ne tengono alla larga, rendendo illiquido un mercato che la pianificazioen centrale non desidera affatto che sia illiquido. Finirà male.
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di Frank Hollenbeck


Il Federal Reserve System nacque come risposta al panico finanziario del 1903 e 1907 che scombussolò il sistema finanziario degli Stati Uniti. Uno degli obiettivi chiave, se non quello reale, era di controbilanciare gli effetti nefasti della riserva frazionaria. E' ormai un secolo che conviviamo con il settore bancario centrale e possiamo solo concludere che ha fallito nel suo compito, peggiorando quello che si presumeva doveva aggiustare. La prova è schiacciante e la riforma di tale sistema non è la risposta. Solo l'abolizione di questa istituzione metterà sul giusto sentiero il nostro sistema economico.

La banca centrale non sarebbe mai dovuta essere un "prestatore di ultima istanza", cosa che all'apparenza potrebbe sembrare positiva, e invece non lo è.

Avere un "prestatore di ultima istanza" permette alle banche di vincere a spese di tutti gli altri. Con un tale sistema, le banche sono più propense a sottoporre a leva i loro depositi (ingigantire la frode) e ad aumentare la rischiosità dei loro prestiti. Se una persona con un problema di gioco d'azzardo ha uno zio ricco pronto a salvarlo, sarà più o meno incentivato a finire nei guai facendo sommesse sempre più rischiose?

Eliminando quella parte del rischio legata alle corse agli sportelli bancari, la banca centrale ha anche tolto la paura che sosteneva pratiche di prestito responsabili. La paura di una corsa agli sportelli, ovviamente, è un aspetto benefico della questione e quando una banca centrale etichetta alcune banche commerciali come troppo grandi per fallire, distorce il sistema profitti/perdite e di conseguenza il sistema capitalista.

Alcuni economisti sostengono che il doppio mandato della FED era uno sbaglio, ed alcune riforme minori (come ad esempio limitare il mandato legato all'inflazione) potrebbero indirizzare la sua politica monetaria sul giusto sentiero. Gli americani non devono far altro che guardare oltreoceano per capire che anche tali riforme indirizzeranno la politica monetaria sulla strada sbagliata.

La Banca Centrale Europea (BCE) è tanto colpevole quanto la FED per aver creato una bolla immobiliare all'inizio di questo secolo. Eppure la BCE è stata strutturata legalmente per essere più conservatrice rispetto alla FED. I tedeschi hanno accettato l'euro come il prezzo per poter riunificare la Germania Est con quella Ovest, ma hanno richiesto che la struttura della banca centrale rassomigliasse essenzialmente a quella della Bundesbank.[1] L'unico obiettivo della BCE era la stabilità dei prezzi ed il suo mandato escludeva chiaramente il finanziamento del debito dei vari stati. La sua sede principale è a Francoforte, in modo da trasmettere l'immagine di una banca centrale in stile tedesco.

Tuttavia, anche con una struttura conservatrice come quella descritta, ha commesso essenzialmente gli stessi errori della FED.

Il primo problema con la politica monetaria della BCE è questo: la stabilità dei prezzi viene definita come un indice dei prezzi al consumo (CPI) piatto. La teoria quantitativa del denaro relazionava il denaro con il prezzo delle transazioni, non solo col prodotto interno lordo (PIL). Quando l'inflazione viene confusa col CPI, invece di considerarla come il prezzo di tutto quello che può comprare il denaro (inclusi i prezzi degli asset), la politica monetaria si concentra su un piccolo gruppo di alberi buoni mentre tutta la foresta è malata. Per di più, l'inflazione a zero potrebbe anche riflettere una politica monetaria eccessivamente aggressiva se i prezzi medi dovessero scendere.

Il secondo problema è il modo in cui è attualmente strutturata la politica monetaria della BCE. E' una macchina gonfia-bolle. La BCE fornisce liquidità in cambio di una garanzia; più è alta la qualità della garanzia, più sarà cospicua la liquidità. Le banche europee hanno subito compreso che la garanzia migliore erano i bond statali, poiché le agenzie di rating avevano dato loro una classificazione AAA. Il presupposto, ovviamente, è che gli stati non possono fallire.

Con una grande domanda di bond statali, i tassi di interesse sono subito scesi a livelli visti solo dalla Germania prima che entrasse nell'euro. Diminuendo il costo dei finanziamenti, paesi come la Grecia e l'Italia hanno avuto un grande incentivo per prendere in prestito e spendere denaro per scopi clientelari (in special modo aumenti nei salari pubblici). Gli stati europei hanno quindi emesso una quantità enorme di bond, cosa che ha generato una quantità enorme di liquidità la quale tra il 1999 ed il 2007 è andata a gonfiare bolle immobiliari ed a creare investimenti improduttivi. Senza una struttura monetaria simile, Grecia, Spagna ed Italia non avrebbero mai avuto così tanti problemi legati al debito. La bolla nei bond statali può essere attribuita direttamente alla liquidità generata e dispensata dalla BCE. Di incredibile c'è che questo sistema è ancora in piedi, e la BCE sembra totalmente inconsapevole di quello che ha fatto e che continua a fare. Le banche europee sono ora ricolme di debito statale fino alle orecchie, ma la BCE sembra ignara circa il suo ruolo in questa grande farsa.

La BCE ha di recente implementato tassi di interesse negativi sui depositi, e sta considerando la possibilità di avviare un QE. Sarebbe più saggio impossibilitare l'uso dei bond statali come garanzia collaterale in cambio di prestiti dalla BCE, ed adottare limiti restrittivi e chiari (se non la completa abolizione) alla capacità di creare denaro, prendere in prestito e tassare. La tassazione diretta degli stati, la riserva frazionaria delle banche commerciali e le azioni delle banche centrali non risolveranno i problemi che languono alla base del caos europeo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note

[1] Alcuni concetti presentati in questo pezzo sono stati ripresi dal libro eccellente del Dr. Philipp Bagus, La Tragedia dell'Euro.

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La Prima Guerra Mondiale

Lun, 28/07/2014 - 10:22




da Taki's Magazine


Ad agosto salteranno fuori centinaia di libri, migliaia di articoli e milioni di parole (pronunciate da persone per lo più pompose) su chi fece scoppiare la prima guerra mondiale. Gli inglesi furono i primi a dare la colpa ai tedeschi. E' così, no? Max Hastings, un ottimo storico inglese influenzato dai manierismi delle classi superiori (il padre era un giornalista di tabloid) e dal disperato tentativo di dimostrare che fosse di sangue blu, fu tra i primi a pubblicare un libro dando la colpa a chi non apparteneva. Tra i pochi che dissero le cose come stanno c'è Christopher Clark, il cui The Sleepwalkers colpisce il segno. L'ironia è che sedici milioni di morti, la scomparsa delle grandi dinastie reali e delle classi superiori, e la nascita del comunismo e del nazismo si potevano tutti evitare se un certo Joseph Caillaux avesse tenuto su i pantaloni. Mi spiego.

Caillaux era il primo ministro francese ed un amico della Germania. Diffidava degli inglesi che governavano mezzo mondo. Decise che i tedeschi non avrebbero dovuto costruire una flotta più grande per timore che avessero voluto costruire un impero d'oltremare come la perfida Albione. Si dimise nel 1912 e corse contro un guerrafondaio alle elezioni del 1914. Nei primi mesi del 1914, Le Figaro, il giornale più rispettato della Francia, pubblicò uno scandalo riguardante Monsieur Caillaux ed una certa madame Henriette. (Plus ça change, come si dice nel paese dei formaggi.)

La signora Caillaux, nota per la sua eleganza e per il suo lignaggio nobile, si spinse fino agli uffici de Le Figaro e chiese di vedere il direttore. Era fuori a pranzo, così aspettò nel suo ufficio. Appena entrato, lei lo salutò educatamente, annunciò il suo nome, tirò fuori una pistola dalla borsetta dorata e lo uccise. Venne immediatamente processata e prosciolta — i francesi lo chiamavano crimine passionale — ma il marito dovette dimettersi. Il guerrafondaio Raymond Poincaré rimase al potere.

Gaston Calmette, il direttore morto, fu il primo uomo a cadere ma non troverete il suo nome tra coloro che caddero sul "Champs d'Honneur," o campo d'onore. Solo una minoranza dell'aristocrazia francese venne spazzata via, ma ancor più nobili morirono sul lato tedesco. Anche le classi superiori inglesi persero qualche pezzo, ma non tanti quanti tra le fila tedesche e francesi. L'ironia è che il tanto vituperato Kaiser Guglielmo — non uno svitato normale, ma al quadrato — rifiutò di credere che sarebbe scoppiata una guerra tra suo cugino Giorgio V e l'altro suo cugino di primo grado Nicky, il quale venne assassinato dai rossi insieme a tutta la sua famiglia. L'ironia ancora più grande è che la Germania fece del suo meglio fino all'ultimo secondo, per evitare di andare in guerra.

La Serbia era un dominio austriaco, o come volete chiamarla. Faceva parte dell'impero austro -ungarico. Il principe ereditario Francesco Ferdinando visitò Sarajevo e venne ucciso insieme alla moglie da un nazionalista serbo con stretti legami con altri nazionalisti serbi nelle forze armate. L'Austria ne rimase oltraggiata e fece richieste pesanti, così come avrebbe dovuto fare. Ci stiamo dilungando, ma cerchiamo di divertirci. Che cosa avrebbe fatto lo zio Sam se, per esempio, qualche estremista avesse tagliato la gola a Hillary e Chelsea Clinton a Puerto Rico? Beh, per prima cosa il giorno dopo andrei in vacanza a San Juan e ci spenderei anche un sacco di soldi, ma si sa io dico e faccio cose avventate. Così i serbi chiesero aiuto e garanzie ai russi nel caso in cui gli austriaci li avessero invasi, ed i russi accettarono. Il guaio è che questi ultimi avevano un trattato con i francesi e gli inglesi: se fossero scesi in guerra, gli altri due li avrebbero seguiti. Così gli austriaci chiesero aiuto ai tedeschi, però questi ultimi rifiutarono.

Questa è la grande bugia che gli storici hanno perpetrato sin dalla Prima Guerra Mondiale. Hanno rifiutato di riconoscere questo fatto. Secondo la maggior parte degli scrittori britannici, la Germania spinse l'Austria a dichiarare guerra alla Russia e alla Serbia. Invece la Germania dichiarò guerra alla Russia una volta che lo sciocco zar mobilitò e inviò centinaia di migliaia di soldati sul suo fronte occidentale. (Se qualcuno è in procinto di darvi un pugno, voi lo colpite per primi; questo è il motivo per cui la Germania dichiarò guerra alla Russia.)

Beh, tutti sappiamo come andò a finire. Sì, le grandi potenze finirono in guerra e venne dichiarata mentre tutti i ministri degli esteri coinvolti erano in vacanza (quello francese a prendere il sole a Vichy, quello tedesco a sposarsi a Baden-Baden, quello inglese — e tra i pochi disperati a mantenere la Gran Bretagna fuori dai giochi — Sir Edward Grey, era da qualche parte in Scozia; e tutti e tre i monarchi erano sulle rispettive barche a lavorare sulla loro gotta). La civiltà europea non si riprese mai più. La Russia, nella sua volontà di smantellare la Turchia ed avere accesso ai Dardanelli, voleva la guerra con l'alleato della Turchia: la Germania. La Francia voleva la guerra per vendicarsi della batosta del 1870, quando le truppe prussiane marciarono sugli Champs-Élysées. La Gran Bretagna, subdolamente, voleva limitare il potere tedesco e circondarla di alleanze ostili. La Serbia voleva dividere l'impero austriaco. La Germania dovette rimanere con i suoi fratelli austriaci e andò in guerra controvoglia.

E' una storia molto triste, una grande tragedia che non finì prima del 1945. L'intervento delle truppe americane salvò la baracca per gli imperialisti, e quel tremendo Wilson si assicurò che la Germania sarebbe stata messa in croce. Hitler fu una conseguenza diretta della grettezza degli alleati vittoriosi, soprattutto di quella rana di Clemenceau. Oh sì, quasi dimenticavo. Monsieur Caillaux divorziò da sua moglie e sposò Henriette. Visse fino al 1944, abbastanza a lungo da vedere i tedeschi marciare lungo gli Champs-Élysées.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Fiat money, fiat market, fiat people

Ven, 25/07/2014 - 10:17
Oggi battezziamo su queste pagine il primo scritto di uno degli utenti più affezionati di Freedonia. Attraverso i suoi pensieri ci farà viaggiare nel flusso del tempo e dello spazio portandoci ad osservare la realtà nuda e cruda. Attraverso le sue parole il lettore riesce ad immedesimarsi nel mondo che lo circonda e a comprendere in modo netto e conciso causa ed effetto in economia. Non è un esercizio semplice. Al giorno d'oggi la maggior parte degli individui è incapace di scandagliare correttamente questo principio fondante dell'economia. Addirittura la maggior parte degli economisti mainstream non riesce a carpire questo principio. Altrimenti non penserebbero che la stupenda performance dell'S&P500 sia dovuta a fondamentali sani e segnali economici in accordo con le forze di mercato. Guardate questo grafico. Pensate che sia una coincidenza? Se il piano sarà quello di terminare il QE ad ottobre, vedremo le conseguenze. Nel frattempo abbiamo l'occasione di assumere quegli anticorpi che ci permetteranno di comprendere come i manipolatori centrali tentano di direzionare artificialmente l'ambiente economico. Nel frattempo avremo la possibilità di immunizzarci da tutti quei venditori di fumo che cercano di vendere vecchie soluzioni come nuove, cercando di tirare nuovamente a lucido la figura di una entità centrale. Nel frattempo avremo l'occasione di ricordare agli individui come la Scuola Austriaca abbia affermato sin dal crollo del 2008: "Vi avevamo spiegato come e vi avevamo spiegato perché." Vi lascio, quindi, alle semplici, seppur incisive, parole del nostro Dna, il quale ci darà prova di come la società attuale possa ancora avere una speranza di sopravvivere al dolore economico prossimo venturo e di come possa ritrovare il proprio faro nella notte dell'ignoranza: il buon senso.
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di Dna


“[…] Mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. […] Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole.. non c'è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. E chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie. C'era una quantità enorme di problemi […].”

-- V for Vendetta (2005)


Con questo testo vi propongo alcune riflessioni da affezionato lettore/commentatore di Freedonia. Mi auguro che la lettura risulti agile, interessante, non banale e che possa fornire ulteriori spunti per altre riflessioni a tutti quelli che stanno cercando risposte alternative a quelle che finora hanno trovato o sono state loro fornite. Risposte alle domande di V: Che è successo? Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Come andrà a finire? Non troverete alcun contributo "scientifico" al corpus della Scuola Austriaca di Economia, né citazioni particolari di opere ed autori. Tutto ciò che leggerete è solo la mia opinione e deriva dalla mia interpretazione degli eventi secondo ciò che fin qui credo di aver capito dell'ottica economica "austriaca". Alla fine, troverete alcune considerazioni, probabilmente non originali, ma credo coerenti e stimolanti.

Una delle linee di ricerca della Scuola Austriaca di economia è lo studio delle conseguenze pratiche, non solo economiche, ma anche sociali e culturali, di un mercato profondamente controllato/regolato da un’autorità centrale dotata di potere inoppugnabile e costante d’intervento. Dal mio punto di vista, questo rappresenta uno dei contributi più importanti per comprendere il quadro generale ed anche i dettagli della realtà quotidiana. Una volta che si afferra la lente “austriaca” e si capisce come usarla, si riesce a “vedere” laddove, altrimenti, sarebbe soltanto una densa nuvola di fatti sconnessi, di sensazioni alterate, di immagini incerte, di illusioni ingannevoli, di parole oscure e numeri misteriosi.

Tanti pezzi dispersi di un immenso puzzle difficile da ricomporre se non si dispone di una corretta linea interpretativa, di un metodo chiaro e di una metodologia sicura, di una sana teoria della conoscenza, cioè, di una epistemologia appropriata e veritiera. Questa è, secondo me, la “pillola rossa” di Matrix, il filo di Arianna che consente a Teseo di entrare ed uscire vivo dal Labirinto di Minosse. Di vedere con chiarezza l’oggi e prevedere alcuni probabili esiti.

Ebbene, la Scuola Austriaca, attraverso l’interpretazione dell’azione economica umana, individuale, libera e volontaria, fornisce gli strumenti cognitivi più idonei a capire come opera quel gruppo di individui che prospera organizzandosi in un sistema di controllo e coercizione che per semplificazione chiamiamo Potere. Cioè, per dirla alla Oppenheimer, come operano i mezzi politici quando si sostituiscono ai mezzi economici per creare prosperità materiale per coloro che ne dispongono.

Cominciamo dai fondamentali. Quando gli uomini interagiscono per ottenere dei vantaggi economici di valenza soggettiva, l’interazione comporta uno scambio. Lo scambio economico, superato il semplice ma limitante baratto, ha bisogno di uno strumento di intermediazione, cioè di un medium, di un mezzo efficiente di scambio. Ovviamente, il mezzo di scambio deve essere reciprocamente accettato dagli attori dello scambio. Può essere, pertanto, qualsiasi cosa. Deve solo rispettare il requisito della reciproca soddisfazione che conduce alla realizzazione dello scambio stesso.

Estrapolando, paragonate il mezzo di scambio economico al mezzo di comunicazione linguistico od a qualsiasi altra cosa intermedi uno scambio di qualsiasi natura. Fate voi. L’importante è che sia reciprocamente inteso. Altrimenti, non funziona.

L’esperienza storica degli uomini ha fatto emergere, in ogni luogo ed in ogni epoca, come mezzo di scambio economico migliore e preferito tra tutti gli altri, i metalli preziosi, oro ed argento, cioè l’uso di merci dotate di certe caratteristiche ritenute da tutti le più idonee allo scopo; in particolare, la qualità del mezzo, il peso specifico e la conservazione sostanzialmente stabile nel tempo del valore attribuitogli dall’esperienza storica.

Il mezzo di scambio emerso in questo modo, da miliardi di interazioni avvenute nel corso della storia, si chiamava denaro sonante, sound money. Non aveva bisogno di organi di controllo centralizzato, non aveva bisogno di erogatori centralizzati, non aveva soprattutto bisogno di essere prezzato, valutato, da qualcuno in particolare, perché tutti ne potevano riconoscere la qualità ed il valore, che emergeva in modo dinamico e spontaneo da tutti gli scambi del libero mercato.

La sua quantità complessiva era assai poco variabile nel tempo perché la sua estrazione dalle miniere necessitava di molta fatica. Pertanto le variazioni quantitative erano, in sostanza, insignificanti e non influivano sul valore. E l’unico modo in cui poteva essere manipolato da un sovrano irresponsabile, corrotto e spendaccione era quello di falsificarne il titolo nelle monete che coniava. Ma questo era un segno premonitore del fallimento incipiente del monarca e, se con tasse vessatorie e/o guerre di conquista e rapina, cioè col sangue dei suoi sudditi e di quelli altrui, non riusciva a procurarsene di nuovo, il suo destino era segnato.

Questo segno premonitore non ha tempo e luogo, ed è infallibile. Alcuni lo chiamano “la scritta sul muro”. L’Impero Romano d’Occidente è finito così e molte teste coronate sono cadute per lo stesso motivo sostanziale. Ed oggi è ricomparso.

Pertanto il vero sound money era un mezzo di scambio non imposto, ma accettato da tutti con fiducia rafforzatasi nel lunghissimo periodo. Un mezzo sano ed onesto di scambio volontario, scelto dal libero mercato, cioè, strumento di libertà economica e di libertà in senso generale. La cartamoneta, che soltanto per comodità lo rappresentava, ne conservava tutte le caratteristiche poiché poteva essere convertita nel metallo sottostante. Così definito, il sound money era denaro-merce, cioè, la merce di scambio più commerciata perché la più facilmente commerciabile. Accettata sempre e dovunque.

E tutti i mezzi di scambio, attuali o del futuro, che posseggono o dimostreranno di possedere quelle caratteristiche, soprattutto un riconoscimento (controllo) decentrato ed un valore stabile nel tempo, potranno fregiarsi del titolo di sound money, di strumento scelto dal libero mercato. Bitcoin è qualcosa di più di un’ipotesi di lavoro in questa direzione. Ma soltanto il tempo, cioè la diffusione o meno degli scambi volontari che liberamente lo useranno come mezzo di scambio, dirà qual è il suo valore, cioè, se avrà davvero un futuro.

Purtroppo, però, da oltre 40 anni il mezzo di scambio che usiamo quotidianamente è tutta un’altra cosa. E’ difficile pure chiamarlo denaro in senso proprio, come il suo nobile predecessore. Infatti, non è un mezzo di scambio emerso storicamente dalle interazioni umane, non è uno strumento emerso dal libero scambio, non è uno strumento del mercato.

E’, invece, un mezzo di scambio imposto da un’autorità, che gestendone la quantità ne determina il valore. Più ce n’è in circolo e più velocemente vi giunge e meno vale, cioè, meno compra, meno scambia, meno funziona. L’autorità ha il potere di erogarlo, svalutarlo e rivalutarlo, può confiscarlo, dematerializzarlo, proibirne od autorizzarne l’utilizzo.

Il suo prezzo/valore (il tasso di interesse che il debitore deve pagare al creditore) viene fissato arbitrariamente da una banca centrale e perciò questo mezzo di scambio non appartiene realmente a chi lo usa, ma solo formalmente; è e rimane di chi lo impone e può manipolarne il valore secondo le proprie intenzioni. Questo mezzo è quindi uno strumento del Potere. Un cosiddetto instrumentum regni. Si chiama fiat money, denaro flessibile, manipolabile da ogni punto di vista. Cioè, non ha un valore stabile e non è un valore stabile, ma un valore relativo determinato dal Potere che lo gestisce. E’ un mezzo di scambio relativista. Ha una natura corruttibile. E perciò può diventare fonte di corruzione. In tal caso, merita davvero l’appellativo di sterco del demonio.

Cosa rappresenta, dunque, il fiat-money?

Certamente nessuna merce sottostante come un metallo prezioso, come un asset concreto, definito dal valore stabile e riconosciuto universalmente. Al contrario, esso rappresenta solo il Potere che lo usa come strumento di esercizio per realizzare i propri fini politici. E’ perciò il Potere che deve, per forza di cose, dimostrarsi, in ogni modo, stabile nel tempo. Ed, infatti, cerca di suggerire questa sua caratteristica fin dal nome che ha modernamente assunto: Stato, da status quo, potere costituito permanente. Il fiat-money è solo uno strumento politico. Ogni scambio economico mediato da esso riconosce implicitamente, come intermediario, il Potere che lo ha imposto ed autorizzato. Il fiat-money non è strumento del libero mercato. Perciò, il vero libero mercato non esiste quando esiste il fiat-money. Esiste solo una pantomima di libero mercato. Esiste qualcosa che viene arbitrariamente deformato per ingabbiarlo in una innaturale staticità, quando esso, al contrario, è intrinsecamente un fenomeno dinamico di collaborazione e libera scelta in continuo divenire.

Oggigiorno, essendosi affermato in maniera progressiva e costante nell’arco di tutto il XX secolo insieme alla forma di Potere moderno che ne ha fatto il suo strumento principale di controllo e regolazione, il mezzo dei nostri scambi economici quotidiani è solo il fiat-money. Siamo autorizzati/obbligati ad usare solo uno strumento del Potere. Idoneo ad attuare gli scopi del Potere. Ed il Potere moderno è un apparato burocratico nazionale e sovranazionale. Ed il primo potere moderno è il potere politico-finanziario: istituzioni pubbliche centrali e banca centrale che sostiene le banche commerciali e il debito pubblico. Il potere militare ed ogni altro potere coercitivo dell’apparato è soltanto funzionale all’esercizio del potere politico-finanziario. Questo Potere si chiama Sistema fiat-money.

Benevolo o implacabile che esso possa sembrarci, il sistema fiat-money domina le nostre vite decretando la prosperità materiale di ciascuno di noi; proteggendo e favorendo tutti coloro che ne compongono la corte e ne riconoscono il ruolo dominante; sfruttando in modo più o meno evidente tutti coloro che non fanno parte del suo entourage. A voi lettori, lascio individuare ruoli, protagonisti, comprimari, buffoni, alfieri e trombettieri, profittatori, sgherri, comparse e platea di questo paradossale teatro. Platea spesso inconsapevole e plaudente.

Il Novecento, nel quale ancora ideologicamente viviamo, è stato il secolo dell’affermazione contemporanea del socialismo politico e delle costruzioni stataliste quale mezzo per la realizzazione dei fini sociali del primo attraverso la compressione ed il controllo della autentica libertà economica.

Le masse popolari, quelle raffigurate simbolicamente da Pellizza da Volpedo, emerse finalmente dal recinto della miseria più nera grazie ai progressi tecnici dell’industrializzazione ottocentesca, nella rivendicazione dei propri diritti naturali alla vita, alla libertà ed alla proprietà dei frutti del proprio lavoro, sono illusoriamente precipitate, nei primi decenni del XX secolo, in un altro recinto fatto di retorica nazionalista e razzista e di anti-individualismo, di conformismo ideologico ed uniformi militari, di cieco e tragico credo nelle promesse di sicurezza sociale del potere salvifico del Partito-Stato.

Ai totalitarismi fascista, nazionalsocialista e comunista dell’Europa continentale ed al loro sanguinoso fallimento è subentrata poi, dal secondo dopoguerra, una variante atlantica ed occidentale decisamente più accettabile ed apparentemente meno cruenta. La socialdemocrazia interventista e clientelare ha mantenuto, fatto proprie e sviluppato gran parte delle istituzioni dello stato sociale nate sull'onda dei suddetti totalitarismi; ha aperto formalmente la conquista del Potere sfruttando la bolgia tra fazioni politiche di differente ispirazione, purchè stataliste; ha favorito l’imprenditoria clientelare e corporativa, l’azzardo morale e gli eccessi finanziari.

Questo sistema politico-economico, interventista e mercantilista, ha avuto innegabilmente il merito storico di contrastare l’ultimo totalitarismo europeo, il comunismo sovietico, che, come previsto dagli economisti della Scuola Austriaca, è crollato per l’insostenibilità del suo sistema economico pianificato. E, grazie ai progressi tecnologici, di migliorare enormemente le condizioni di vita dei più.
Tuttavia, adesso, anche questo sistema politico-economico mostra la sua enorme debolezza strutturale essendosi progressivamente convertito ad un sistema economico basato solo sul Potere: il Sistema del fiat-money non convertibile.

Cosa è successo? Perché si sta rivelando un sistema fragile e forse senza speranza? Che orrore è stato compiuto? Perché c’è un divario sempre maggiore tra pochissimi ricchi e tutti gli altri individui ai quali i soldi risultano non bastare mai e ce ne vogliano sempre di più? Perché è riapparso il segno premonitore del fallimento, la scritta sul muro?

Tutto può essere ricondotto ad una idea geniale e terribilmente truffaldina al contempo, che di tanto in tanto è stata riproposta nel corso della storia da chi voleva esercitare un potere immenso ed occulto: dominare il prossimo, controllandone il mezzo usato per gli scambi economici, per arricchirsi silenziosamente alle sue spalle. Usare un artifizio ben congeniato per redistribuire silenziosamente la ricchezza dal basso verso l’alto, come in una piramide il cui vertice è così in alto da non poter essere neppure intuito dalla base.

Ma così facendo, si è deliberatamente violata la legge non scritta, ma ovvia, che non consente interferenze di sorta nello svolgimento di uno scambio economico volontario senza mettere a grave rischio la tenuta dell’intero mercato. Una legge che non consente di limitare la libertà senza attendersi una reazione. Si sono gettate le basi della distruzione del libero mercato ed i presupposti della sua immancabile vendetta.

Istituire un gestore finanziario centrale del Potere, una banca centrale per dare stabilità al sistema bancario commerciale, spesso avido ed irresponsabile nel fare credito illimitato e nel creare strumenti finanziari talmente complessi da risultare misteriosi e pericolosissimi, ma in realtà necessaria per creare e manipolare completamente il mezzo di scambio economico e permettere a tutte le altre istituzioni centrali gestite dalla politica, col consenso (ignorante, complice o illuso?) degli elettori, di operare in costante deficit di bilancio per attuare le crescenti promesse di sicurezza e benessere, accumulando debito su debito fino all’inverosimile ed insostenibile situazione odierna. In altre parole, illudendosi ed illudendo di poter vivere al di sopra delle proprie possibilità di spesa, facendo debito e rinviando il redde rationem ai posteri.

Posteri che siamo proprio noialtri ed i nostri figli, che cominciamo a percepirci incatenati come schiavi a ripagare i debiti accumulati irresponsabilmente nel passato. E l’iter ideale per creare e reggere questo sistema non poteva che essere la progressiva trasformazione del mezzo di scambio da strumento economico, sound-money, rappresentante stabile di qualità, lavoro, proprietà e libertà individuale, in strumento politico, fiat-money, rappresentante flessibile di quantità, furto legale, debito e dominio oligarchico.

Ma... Ma tutto quello che ho cercato di semplificare in modo discorsivo fino ad ora, con imprecisioni e forse superficialità, sorvolando il mare oscuro dei dati, delle informazioni e delle esperienze personali, per mostrarvi e tagliare con la spada lucida del Buon Senso i tanti nodi gordiani che uniscono la nassa intricata nella quale siamo finiti, come pesci inconsapevoli della trappola, e dalla quale sembra che non riusciremo più ad uscire…

...Tutto questo sistema di Potere, di passata pia illusione e di odierna crescente vessazione evidente ed occulta (es. le tasse, la dematerializzazione del contante, l’inflazionismo quantitativo monetario che svaluta il fiat-money ed i debiti pubblici denominati in esso, che finisce soprattutto nelle tasche dei cortigiani politici, finanziari, imprenditoriali e corporativi del Potere e che viene ancora invocato dai manipolatori più irresponsabili, veri demagoghi moderni, ignoranti e dimentichi delle libere praterie di un tempo ed orgogliosi sostenitori del recinto traballante che è questo sistema farlocco)…

Tutto questo quadro… è un’interpretazione “austriaca” della realtà perfettamente trasferibile dovunque e sempre, o ci sono varianti che dimostrano che anche ciò che è intrinsecamente tossico e pericoloso, come il fiat-money ed il sistema che sostiene, come un veleno od una droga, se assunto in dosi davvero minuscole ed accorte ed in modo appropriato può, nonostante tutto, funzionare da farmaco? Dipende. Il medium conta, ma non è tutto.

Credo, per individualismo metodologico, che qualsiasi strumento abbia una valenza positiva o negativa dipendente dall’utilizzatore. Che quello che conta, sia ancora e sempre, l’individuo che usa lo strumento. Pensate a tutti gli esempi che volete. Io vi propongo questo.

Dal 15 Agosto del 1971 tutte le valute del pianeta sono inconvertibili in oro. Tutte sono soltanto valute fiat a corso legale. Eppure, è dato di realtà storica, che non tutte hanno creato gli stessi problemi nella stessa entità a tutti i governi che le hanno gestite ed alle popolazioni che le hanno usate.

Pensate al Marco tedesco ed alla Lira italiana dal secondo dopoguerra fino alla fine del secolo scorso. Il primo è rimasto sostanzialmente stabile nel corso dei decenni, addirittura rafforzandosi nel valore di cambio con il fiat-money per eccellenza, il dollaro americano, e tutte le altre valute mondiali. La nostra Lira, viceversa, ha, nel corso dei decenni, subito numerose svalutazioni “competitive” che sono risultate evidenti alla fine del secolo scorso nel rapporto di quasi 2,000 ad 1 col Marco tedesco. Vien da chiedersi, allora, cosa differenzi così tanto due divise di eguale natura. Entrambe inconvertibili, entrambe sostenute solo dal proprio Potere di riferimento. Me lo sono chiesto anch’io e sono giunto alla conclusione che Marco e Lira si sono comportate diversamente tra loro perché sostenute, appoggiate a popolazioni, storie e culture profondamente diverse tra loro. Il sottostante per entrambe non era più il metallo prezioso, eppure c’era sempre un sottostante, immateriale, ma determinante, che ne ha segnato il differente destino.

Il fiat-money chiamato Marco, gestito con rigore e responsabilità dalla Bundesbank come fosse stato sound-money, cioè, puntando non sulla sua quantità, ma attribuendogli una rigida qualità gestionale, si è dimostrato strumento, nonostante tutto, adatto a favorire la crescita economica e lo sviluppo produttivo ed il benessere complessivo dei Tedeschi.

A dimostrazione inoppugnabile che l’aumento artificiale della quantità monetaria, tutti i quantitative easing e via discorrendo che vengono proposti e riproposti coi nomi più ingannevoli dai banchieri centrali e dai politici peggiori di tutto il pianeta alle prese con gli esiti disastrosi dell’uso irresponsabile del fiat-money, nulla ha a che fare con la ripresa della crescita economica di un Paese. A dimostrazione ovvia che l’inflazione fiat-monetaria non è mai fattore di crescita, ma solo arma di distruzione di ricchezza. A dimostrazione evidente che creare mezzo di scambio economico dal nulla non solo non serve proprio a nulla, ma è solo una breve illusione, un inganno del tutto controproducente. Solo un trucco disonesto per sostenere ancora una volta l’insostenibile, depredando la popolazione in maniera occulta e non uniforme, favorendo solo lo status quo ed i suoi cortigiani più stretti a discapito della platea più ampia che subisce gli effetti della svalutazione coatta dei propri risparmi senza capirne il motivo profondo. E così, ci sentiremo ripetere ogni volta, con legittima disperazione, che “i soldi non sono mai abbastanza, che non bastano per arrivare a fine mese”. Una volta a causa dell’inflazione monetaria (tassa occulta sulla platea più ampia), adesso per la deflazione monetaria causata dalle tasse crescenti e dai costi crescenti di tutti i servizi pubblici.

Tutt’altra storia quella della nostra Lira. Davvero storia esemplare dell’abuso politico del tossico fiat-money.

Gli effetti negativi non si sono manifestati subito, anzi, per molto tempo si è vista soltanto l’illusione, ma si sono sommati progressivamente nel tempo fino a diventare evidenti ed insostenibili nel momento in cui il nostro status quo ha dovuto “mollare” la macchina della svalutazione con la quale riusciva a conservare sé stesso (al di là delle apparenti differenze del gestore politico temporaneo "eletto democraticamente") ed a tenere in piedi l’enorme e tuttavia inefficiente apparato dello stato sociale che fino ad allora sembrava in grado di mantenere tutte le promesse di benessere e prosperità di cui effettivamente alcune generazioni di conterranei hanno potuto godere. Perché il conto, fattosi col tempo insostenibile da pagare, veniva sempre rinviato ad un domani… che è il nostro oggi. E poiché, per ora, pare che non potrà inflazionare platealmente, è inevitabile che lo status quo nostrano si sorregga soltanto incrementando in maniera pesante e pervasiva la tassazione evidente, propagandando inesistenti, sostanziali riduzioni della spesa complessiva. Che, comunque, colpisce sempre e soltanto la base della piramide e mai il vertice.

Pensando ai decenni passati di relativo benessere e crescita del risparmio nel nostro territorio, alle attività produttive e non, all’assistenzialismo agli zombie, alla politica clientelare, agli interessi altissimi sul debito pubblico che si andava inevitabilmente accumulando, credo che oggigiorno lo status quo del nostro paese si stia riprendendo con disperata ed inflessibile determinazione quanto erogato in passato durante gli anni del consenso più diffuso ad un sistema di cui nessuno pareva più dubitare.

Tutto sommato, un bengodi che elargiva pasti gratuiti e promesse di prosperità diffusa, crescente ed infinita. Un’illusione collettiva: lo Stato siamo noi. Per inciso: si riprenderanno il “loro” fiat-money. Gli resterà lo strumento del loro Potere, ma poi? Poi dovranno scappare.

A questo punto, è chiaro che le differenze storiche e culturali hanno giocato un ruolo importante. E sono diventate differenze antropologiche. Che, a mio parere, spiegano tante cose. Non è difficile comprendere il rigore tedesco nella gestione della valuta nazionale, indipendentemente che fosse sound- o fiat-money, ricordando l’esperienza tragica ed indelebile della Repubblica di Weimar. Ma un ruolo non secondario l’ha svolto anche il tessuto culturale di un popolo unito da secoli e permeato di etica calvinista del lavoro, per cui la ricchezza guadagnata legittimamente è segno della benevolenza divina e la ricchezza e la prosperità derivano solo dalla costante abnegazione e dalla produzione sempre più efficiente. E che buona parte della ricchezza guadagnata venga reinvestita di nuovo e costantemente, spiega la minore ricchezza privata dei Tedeschi rispetto a quella accantonata da noi Italiani.

In pratica, credo che, se non è importante e necessario l’intermediario tra l’individuo ed il Padreterno, come non lo è per Protestanti e Calvinisti, non è neppure fondamentale cosa funga da intermediario nello scambio economico. L’importante è che avvenga lo scambio di prodotti di valore fatti da lavoro di qualità. Innovazione e produttività.

Molto diversa la nostra storia, fatta di lunghe e continue dominazioni straniere, di costante e necessario adattamento rassegnato al Potere di turno, di divisioni e diversificazioni territoriali. Una condizione che dopo l’Unità d’Italia ha continuato ad influenzare l’atteggiamento e la mentalità da sudditi timorosi, servi sciocchi o furbi profittatori nei confronti dell’intermediario di turno tra le aspirazioni e le loro realizzazioni concrete. Una mentalità più che identitaria, direi intimamente statalista e collettivista, il fascismo/comunismo come dna di un popolo da secoli soggiogato e questuante, che tiene famiglia.

Ed anche nel nostro caso la religione ha svolto il suo ruolo. L’intermediario col trascendente diventava concretamente la richiesta mediata dal prete di paese al Potere. Il diritto come concessione. E quanto era ed è importante l’intermediario! Come oggi lo Stato, la politica, la burocrazia sono l’intermediario tra, per esempio, il lavoro ed il posto di lavoro, tra l’imprenditore e l’appalto. Ecco, in questa ottica, la ragione dell’abuso del fiat-money nel nostro caso ed in quello di realtà simili alla nostra. Il mezzo di intermediazione, di scambio, è la chiave, non importa se disonesta, per la prosperità e chissenefrega se non è strumento di libero mercato, ma strumento politico, del Potere. Ecco spiegato il trasformismo del sistema all'interno della continuità come cifra politica. Ecco perché la corruzione domina la scena politico-economica. Ecco perché la deresponsabilizzazione dello stato sociale ha trovato consenso promettendo sicurezza in cambio di una libertà comoda solo per approfittare dei propri agganci col potere e dei propri privilegi. Ecco perché funzionano ancora le balle della sovranità monetaria da riconquistare, dell’inflazione monetaria benefica e del debito pubblico come ricchezza nazionale. Ecco perché si guarda sempre al mezzo, anche se è solo un mezzuccio, per trovare una soluzione, per conseguire un fine.

Mi fermo qui.

Troverete voi lettori il modo di ampliare ancora queste riflessioni, se convincenti come punto di partenza. Per esempio, pensate agli Americani ed al loro dollaro, a come era stato concepito ed a cosa è diventato.

Sono partito dal sound-money e dal fiat-money, e concludo azzardando la definizione di sound-people per i Tedeschi e di sound-market per il loro sistema produttivo, nonostante i campioni nazionali dell’industria e della finanza siano stati, anche da loro, sostenuti e tutelati a livello centrale. E la definizione assai meno dignitosa di fiat-market, per la nostra imprenditoria clientelare e corporativa, e di fiat-people per la nostra gente. Manipolata e manipolabile come il fiat-money che, forse, le si confà antropologicamente, che l’ha condotta sin qui e ne ha determinato il destino inevitabile, ma non nuovo, di schiava rassegnata o plaudente del Potere di turno.

Una vera rivoluzione antropologica potrà avvenire solo quando, chissà quando, la nostra gente comincerà a recuperare la fiducia in sé stessa a livello individuale, non avrà più paura di accettare le proprie responsabilità e così, inevitabilmente, ritroverà la propria ed autentica libertà. Libertà da ogni Potere.


E se avessero creato uno stato che nessuno userà più?

Gio, 24/07/2014 - 10:20
Il più grande vantaggio che il libero mercato offre agli individui, è quello di potersi incontrare e stringere volontariamente un accordo per migliorare le proprie condizioni. Sebbene esistano differenze economiche tra di loro, questo non ferma gli individui dal soddisfare i propri bisogni ignorando tale fatto. Certo, le persone ricche possono stringere accordi con altre persone ricche, ma stringono accordi anche con persone "povere". Pensate ai giardinieri, alle babysitter, ai cuochi. Dal punto di vista sociale, vivono separati; dal punto di vista economico, lavorano insieme. Entrambi ci guadagnano, ed è questa la meraviglia del libero mercato. Un giorno, coloro assunti dalla gente ricca potrebbero avere abbastanza referenze e risorse da poter avviare un'azienda tutta loro ed "elevarsi" socialmente. Quando invece si fa ricorso alla violenza dello stato si vengono a creare barriere tra le varie classi: i poveri spronano lo stato a ridistribuire la ricchezza e diventano invidiosi dei ricchi; questi ultimi, per difendersi, cercano di organizzarsi politicamente per rispondere agli attacchi dei primi. L'unica cosa che li spaventa è che anche i poveri si organizzino politicamente. Minacce e paura vanno così a governare quello che prima era un ambiente pressoché pacifico e dedito alla cooperazione. La libera volontà, infatti, va a beneficio di tutte le classi sociali. Quando, invece, una classe manda un agente del governo a bussare alla porta di un'altra classe, potete star sicuri che il futuro sarà costellato da meno cooperazione e più conflitto.
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di Jeffrey Tucker


Ho chiesto ad un mio amico in Cina come funzionassero le poste. La sua risposta è stata rivelatrice: esiste un sistema postale statale, China Post. E' una grande burocrazia che si muove alla vecchia maniera. Le sue origini risalgono al 1870.

Ma oggi, quasi più nessuno pensa di usarla. Rimane lì. Le filiali postali sono qua e là, e vari burocrati vi bazzicano dentro. Invece quasi tutte le persone e aziende si rivolgono ai servizi privati. Ce ne sono decine, addirittura centinaia, tutti specializzati in qualche altro tipo di servizio. Ogni settimana ne spuntano di nuovi.

Perché la gente li usa? I servizi privati dispongono della tracciabilità. Sono veloci. Prendono la consegna da qualsiasi luogo e la portano a destinazione quasi istantaneamente. Sono incredibilmente competitivi, quindi i prezzi sono in costante calo. E' un mercato in forte espansione che al confronto quello statale è ridicolo.

Questi imprenditori, che hanno innovato nonostante i monopoli e le normative vigenti, hanno creato maggiori opportunità, prosperità e libertà. Le persone non sono più legate alle scelte dello stato. Possono lasciare il sistema e trovare nuovi e migliori modi di vivere. Questo è ciò che significa essere liberi.

Eppure il governo cinese va avanti facendo sempre meno. Per quanto tempo può mantenere viva la farsa? Probabilmente molto tempo. Forse anche di più. Ma i suoi servizi diventeranno obsoleti, ingestibili, inefficaci, irrilevanti per la vita delle persone e, quindi, costantemente minacciati di chiusura.

Negli Stati Uniti sta accadendo qualcosa di simile. Il servizio postale è in continua remissione. Le varie filiali vengono chiuse. Il servizio si sta riducendo. A volte si allea con i servizi privati, e talvolta si limita solamente a schiacciare i concorrenti — qualsiasi cosa pur di sopravvivere un altro giorno.

Privato e pubblico continuano ad esistere fianco a fianco. Ma chi è favorito dalla direzione della storia? I servizi che rendono la vita migliore sopravvivono, gli altri perdono energia e muoiono, anche quando sono finanziati dallo stato.

Lo stato può prolungare una funzione inutile, ma non per sempre. La tecnologia è una forza inesorabile. Il governo può rallentarla, ma non può fermarla. Il settore privato continua a sorprendere sempre di più, mentre i servizi statali — in tutto il mondo — continuano a peggiorare.

Il trend si sta diffondendo. Sta colpendo il settore del trasporto: i monopoli di stato vengono frantumati da parvenu privati​​. Sta accadendo nella comunicazione, dove, nel giro di pochi decenni, siamo passati da scatole parlanti di proprietà dello stato ad una conoscenza a portata di mano nelle nostre tasche.

Sta accadendo all'istruzione (raramente l'istruzione pubblica è la prima scelta), alle pensioni (nessuno sotto i 50 crede più a quelle statali), alla sanità (dove quella statale è sinonimo di scandalo) e alla sicurezza (anche lo stato ora ingaggia servizi privati).

In ogni ambito della vita, il trend è evidente ed è intensificato dalla rivoluzione digitale, la quale ha aperto una nuova frontiera agli imprenditori affinché innovino al di fuori del sistema statale. Le innovazioni sono diventate essenziali per la nostra vita.

Grazie alle app, per esempio, possiamo ascoltare la musica, impostare i nostri modelli di riposo, navigare per le mappe delle città, suonare uno strumento musicale; il tutto dai nostri telefoni cellulari. Grazie ai siti web peer-to-peer, possiamo vendere la nostra roba, affittare una stanza in più a casa nostra, affittare un'auto, frequentare lezioni con grandi maestri — o possiamo fare il contrario: comprare roba, trovare una camera, essere pagati per guidare, o insegnare. Gli strumenti per fare tutte queste cose vengono distribuiti a tutti, bypassando completamente gli stati.

Questo è un percorso molto più efficace verso la libertà rispetto alla via che passa dalla politica convenzionale. In tutto il mondo le persone soffrono sotto il peso della pianificazione centrale, della regolamentazione, della tassazione elevata, degli ostacoli al commercio e dei monopoli sull'educazione, sulle banche, sul denaro e su tanti altri settori. Le persone chiedono a gran voce più spazio per respirare, creare e servire. Ma come si arriva da qui a lì? L'innovazione è il percorso produttivo che sta facendo la differenza.

Facciamo un passo indietro ed esaminiamo una questione fondamentale: perché lo stato dovrebbe fornire un qualche servizio? Perché l'elite politica ed i suoi burocrati debbono prendere i nostri soldi per vivere a nostre spese? Perché si prendono la briga di fingere di fare qualcosa per noi come proteggerci, darci sicurezza, pulire l'ambiente, difenderci dai cattivi, amministrare la giustizia ed impedirci di comportarci in modo autodistruttivo?

Lo stato farebbe meglio a non fare nulla di tutto ciò. Invece di far finta di fare cose gloriose per noi, sarebbe molto meglio se si comportasse come un parassita in modo esplicito.

Ma ecco il problema. Gli stati hanno bisogno del sostegno delle persone, come minimo tacitamente. Nessun governo può governare solo con la forza. Il controllo è strettamente dipendente dai cuori e dalle menti. E' quel profondo impegno culturale nei confronti dello stato e di un governo della minoranza sulla maggioranza, che assicura stabilità allo stato e tiene a bada sconvolgimenti e rivoluzioni. Questa è la ragione fondamentale per cui lo stato continua a definirsi indispensabile.

Ma guardate cosa succede quando lo stato non è più così meraviglioso, quando i suoi sistemi di sicurezza, i sistemi bancari, i sistemi monetari, i sistemi educativi, i sistemi normativi, i programmi di pensionamento, le burocrazie ambientali e del lavoro sono poco efficienti rispetto a quello che può essere realizzato al di fuori della sua sfera d'azione. La gente, per una questione di interesse personale, si allontana da ciò che non funziona verso ciò che funziona.

Possono anche aver costruito lo stato, ma non possono costringere le persone ad usarlo, soprattutto se esistono alternative migliori. Ci sono migliaia e milioni di modi per lasciare il leviatano oggi. Ci circondano: da Uber taxi a Bitcoin, all'homeschooling, ai servizi medici privati, ​​alle farmacie online, alla conservazione ambientale privata​​.

Dite il nome di un qualsiasi servizio apparentemente essenziale che lo stato ha offerto nel XX secolo e potete dire il nome di un'alternativa privata più economica, più efficace, più innovativa e più accessibile. Non c'è nulla che gli stati possono fare che i mercati non sappiano fare meglio. La traiettoria attuale della tecnologia sta confermando questo punto, più volte.

Il risultato è l'instabilità politica. Un cambiamento di paradigma. L'obsolescenza del settore pubblico. La crescente irrilevanza del potere. Sempre meno dipendenza, e quindi meno fedeltà, verso una struttura di potere coercitivo e di conseguenza sempre più affidamento verso strutture culturali, economiche e sociali che la società crea per sé stessa. La tolleranza per la tassazione, la schiavitù, l'annullamento della privacy, la regolamentazione e la guerra sta cominciando a declinare. Alla fine morirà, perché è insostenibile senza il sostegno pubblico. Questa è la storia di come la libertà umana prevarrà sulla tirannia. Potrebbe essere la storia del nostro futuro a breve termine.

Si tratta di un percorso pacifico. Non è un percorso certo, ma guardando al mondo di oggi, rappresenta uno dei più produttivi per quanto riguarda i bisogni umani e soprattutto quello più temuto dall'élite politica. L'élite al potere non se ne andrà senza lottare, ma combatterà sempre di più queste persone che stanno già scoprendo un modo migliore di vivere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La pianificazione centrale dei banchieri centrali

Mer, 23/07/2014 - 10:20




di Gary North


Uno dei problemi che affronta chi critica il Federal Reserve System, è che viene considerata come una persona senza alcuna competenza in materia monetaria e bancaria.

In un articolo del 2009, l'Huffington Post ha descritto in modo molto dettagliato il numero di persone con dottorati in economia impiegati dal Consiglio dei Governatori del Federal Reserve System. Questo è il ramo del governo nella Federal Reserve. Non è una delle 12 banche regionali Federal Reserve, le quali sono tutte di proprietà privata. Quando uscì l'articolo il Consiglio dei Governatori aveva 220 economisti a tempo pieno nel suo personale. L'autore cercava di scoprire quanti economisti fossero a libro paga delle 12 banche regionali, ma non ci riuscì. Queste sono le istituzioni principali. Ognuna di loro pubblica una propria rivista mensile.

Se parliamo del numero di persone con dottorati in economia che si specializzano in materia monetaria e bancaria a livello nazionale, ce ne possono essere fino a 1500, ma potrebbero essere anche 1000. Ad ogni modo, questo accadeva nel 2009. Quindi stiamo parlando di una situazione in cui circa un terzo di tutti gli specialisti del settore, sono impiegati in qualche ramo della Federal Reserve. Ma questa è solo la punta dell'iceberg. La Federal Reserve offre anche contratti part-time. Mette da parte quasi mezzo miliardo ogni anno per pagare gli economisti. E' una quantità enorme di denaro che scorre nella direzione di una singola professione.

L'articolo conclude che la Federal Reserve ha praticamente acquistato il controllo del campo. Quasi nessuno contesta la Federal Reserve in modo serio.

Ecco una situazione in cui l'agenzia che controlla la politica monetaria per gli Stati Uniti ha una quantità illimitata di denaro per comprare il sostegno, la conformità o il silenzio di quel segmento di economisti che si specializza in materia monetaria e bancaria. La Federal Reserve riesce a conservare tutti i soldi che vuole per le sue operazioni. Tutto il denaro non utilizzato per questo scopo deve tornare indietro al Dipartimento del Tesoro, ma non risponde né al Congresso né al Tesoro su come spende i suoi soldi. Ciò significa che la Federal Reserve ha essenzialmente fondi illimitati per acquistare quei critici che potrebbero mettere in discussione la sua politica.

La Federal Reserve è un cartello. Essa opera a vantaggio di un numero relativamente piccolo di banche, probabilmente meno di due dozzine, che come minimo inglobano l'80% di tutti i depositi bancari negli Stati Uniti. In realtà, la Federal Reserve sta trattando solo con una dozzina di queste enormi banche. Essa non risponde alle 7,000 piccole banche. Non hanno alcun peso. Hanno così pochi depositi, rispetto ai giganti, che se sopravvivono o meno non importa al Federal Reserve System.

Questa organizzazione è davvero intoccabile oggi. Non è mai stata sottoposta ad un audit da parte di un organismo indipendente da essa, sebbene suddetto audit sia solo un miraggio. Nessuno sa quanto oro abbia in deposito. Nessuno sa quanti debiti o crediti abbia nei confronti di questo oro. In altre parole, l'agenzia principale che controlla l'ente economico centrale nella società moderna, ovvero il sistema bancario commerciale, è al di là del controllo della maggior parte di queste banche ed è al di là del controllo del Congresso. Nessun presidente osa contestare il Federal Reserve System.

In queste circostanze, quale possibile effetto possono avere le critiche al di fuori della Federal Reserve? Lo sappiamo: nessuno. Se il Congresso, che si suppone sia in carica, non ha i voti necessari per ottenere un audit della Federal Reserve da parte del Government Accountability Office, allora la Federal Reserve è veramente indipendente dal governo. Può assecondare una particolare amministrazione presidenziale, ma non è obbligata.

Non credo che esista una qualsiasi altra istituzione negli Stati Uniti, che abbia questo grado di autonomia dal governo. Si proclama indipendente dal governo. E' lodata nei libri di testo perché è indipendente dal governo. Non sono a conoscenza di nessun'altra istituzione negli Stati Uniti, la cui fama principale è quella di essere indipendente dal controllo del governo. Nei libri di testo scritti da autori di sinistra che vogliono imbrigliare, o come minimo regolamentare, ogni aspetto dell'economia capitalistica, tutti alzano le mani quando si parla del Federal Reserve System. In questo caso, si tirano indietro dalla loro posizione ideologica e sostengono che il grande vantaggio della Federal Reserve è la sua indipendenza dalla politica. Questo è del tutto in contraddizione con la linea politica della sinistra americana, eppure non ci sono molte deviazioni da questa linea di partito.

E' un sistema arcano. Quasi nessuno capisce come funziona. Si suppone che nessuno capisca come funzioni. Coloro che pubblicano i propri articoli illeggibili sulle riviste delle Federal Reserve regionali, non arrivano mai al cuore del sistema. Non scriveranno una chiara spiegazione di quello che rappresentano le riserve in eccesso. Non troverete una spiegazione di come sia possibile che, sin dalla fine del 2008, le riserve in eccesso siano salite di quasi $3 bilioni, quando queste riserve erano praticamente inesistenti prima del 2008. Non esiste discussione su questo argomento. È il fatto centrale della politica monetaria di oggi: ancora non viene dibattuta apertamente. Questo tipo di silenzio non è casuale. E' imposto.

Se l'istituzione centrale di un'economia è il sistema monetario, e questa istituzione è controllata da un cartello creato dal governo, e questo cartello è indipendente dal governo, allora quale possibile occasione avrebbe la popolazione per rivendicare la propria libertà negli affari monetari? La risposta è ovvia: nessuna.

Se si considera il fatto che il Federal Reserve System è la banca centrale tra le varie banche centrali del mondo, almeno per il momento, si inizia a capire come una piccola manciata di persone, che si occupano di un istituto che è al di là del controllo politico e la cui proprietà è nascosta rispetto alle 12 banche regionali, possa essere al comando dell'economia. Questa è la pianificazione centrale. Dovremmo chiamarla per quello che è. Nessun governo socialista in Occidente ha mai avuto lo stesso grado di potere su tutta l'economia come quello che ha il Federal Reserve System negli Stati Uniti. Non sto parlando dell'Unione Sovietica o della Cina comunista. La Federal Reserve non è mai stata in una posizione per poter far arrestare persone nel bel mezzo della notte e giustiziarle. Ma se si sta parlando di pianificazione centrale sull'istituzione centrale dell'economia, questa è la vera pianificazione centrale. E' autorizzata dal governo federale, ma non è controllata dal governo federale.

In altre parole, le economie occidentali sono economie pianificate centralmente. Non vengono definite così, ma questo è quello che sono. Non sono pianificate centralmente dal governo, ma da un cartello che rappresenta circa una dozzina di banche. I libri di testo di economia non discutono di questo aspetto.

Ci sono alcuni critici del sistema sia a destra che a sinistra, e c'è il vecchio movimento populista che è stato critico fin dall'inizio nei confronti della banca centrale. Dal punto di vista politico propenderei ad inquadrare questo movimento nella sinistra, ma dal punto di vista sociale penso che faccia riferimento alla destra. E' rappresentato in questi giorni da Ellen Brown. Che una persona con scarsa conoscenza economica come Ellen Brown possa diventare il portavoce principale del movimento populista, è indicativo di quanto sia compromessa la situazione della popolazione. Lei non ha alcuna influenza. Le ho risposto qui.

Andare contro la Federal Reserve oggi, è davvero un atto suicida dal punto di vista politico. La FED è davvero intoccabile.

Le persone nella FED pensano di sapere quello che stanno facendo. Ma questa è un'organizzazione che, dal 1914 al 2008, ha accumulato $800 miliardi di debito del Tesoro. Lo ha fatto attraverso due guerre mondiali. Lo ha fatto nella Grande Depressione. E poi, in un periodo di cinque anni, ne ha aggiunto $3.2 bilioni al suo portfolio. Questa non è la risposta di un gruppo di professionisti che sa quello che sta facendo. Questa non è la risposta di un gruppo di tecnici che ha un piano per dirigere l'economia. Questo è il Keystone Cops. Eppure queste persone sono davvero responsabili della politica monetaria, il che significa che sono responsabili dell'ampiezza del ciclo economico. Non possono sopprimerlo definitivamente, ma possono fare molto, molto peggio. Possono contenere il disastro, ma non possono evitarlo. L'abbiamo visto nel 2008 e nel 2009. Ci sarà un altro evento simile, purtroppo di maggiore entità.

Allora la domanda sarà questa: chi rappresenterà i critici della Federal Reserve? Ci saranno milioni di critici a quel punto. La Federal Reserve può correre, ma non può nascondersi. Sarà lasciata con un pugno di mosche in mano. Verrà incolpata per il ciclo. Non sfuggirà alla critica la prossima volta. L'unico problema è che non è chiaro quali critici della Federal Reserve guadagneranno l'orecchio del pubblico, e non è chiaro se il Congresso ascolterà effettivamente gli elettori. Il settore bancario centrale è il cuore dell'economia moderna, ed è un organo di pianificazione centrale che sta tentando di controllare la vita di diversi miliardi di persone in tutto il mondo. Questo può andare avanti per un po', ma non può andare avanti a tempo indeterminato.

Non sappiamo che cosa potrebbe sostituire le banche centrali, ma sappiamo questo: la magnitudine del prossimo fallimento non potrà essere nascosta. La prossima volta, o forse quella dopo ancora, il pubblico capirà che la Federal Reserve è la causa del problema, e che deve essere abolita. Milton Friedman giunse infine a questa conclusione dopo aver difeso la legittimità delle banche centrali in quasi tutta la sua carriera. Alla fine rinunciò: http://bit.ly/FriedmanFed

Le persone si arrabbiano per la Federal Reserve. Non fa bene arrabbiarsi. Non è possibile modificare il sistema nelle circostanze attuali. Ma, ad un certo punto, la pianificazione centrale farà ciò che la pianificazione centrale fa sempre, e cioè, mandare in crash l'economia. A quel punto è molto probabile che i critici della Federal Reserve se la prenderanno coi burocrati, nonostante abbiano dottorati di ricerca in economia. Saranno lasciati con un pugno di mosche in mano. Saranno lasciati con la colpa della crisi, che hanno creato loro tra l'altro. In quel momento vedremo ciò che la popolazione vuole davvero.

Il mio timore è che la popolazione accetterà che il Congresso possa intervenire per prendere in consegna la Federal Reserve. Questa sarebbe una vera catastrofe. Vedremo se la gente crede davvero nel libero mercato. E' il nostro lavoro come critici della pianificazione centrale, e anche come critici dell'inflazione monetaria, di far avverare la migliore situazione possibile.

La scuola austriaca avrà la chance migliore, perché è stata la più coerente e si è sempre opposta alle banche centrali. Ciò risale al libro di Ludwig von Mises pubblicato nel 1912, The Theory of Money and Credit, in cui attaccò l'idea di una banca centrale. Ma durante la fase di cambiamento, ci sarà molto dolore. Ci saranno un sacco di disoccupati che non capiranno perché saranno disoccupati. Ci saranno impressionanti perdite nei mercati azionari, le quali faranno impallidire quelle avvenute nel 2008-2009. La Federal Reserve sembra intoccabile oggi, e lo è. Ma questo tipo di potere porta sempre ad un fallimento del mercato. Il nostro compito è di rendere certo che, la prossima volta che succederà, il Federal Reserve System non se la caverà a buon mercato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come il Giappone s'è mangiato i suoi risparmi: La distopia keynesiana in tutto il suo orribile splendore

Mar, 22/07/2014 - 10:08
"Tante grazie Mr. Abe", molto probabilmente è questo quello che molti speculatori staranno sogghignando mentre possono sguazzare in lauti profitti grazie alle sciocchezze propugnate da sedicenti salvatori della patria... i quali altro non sono che semplici cialtroni ansiosi di infilare le loro sudice mani nelle tasche dei contribuenti (giapponesi). E' così che quindi possiamo riassumere la politica espansiva inaugurata dalla nuova gestione pianificatrice in Giappone, grazie alla quale i prezzi dei beni importati schizzano in alto ed i salari ristagnano alla grande. A cosa è servito, quindi, inondare i mercati con tutta questa liquidità? Sovvenzionare situazioni ben peggiori. Come ad esempio l'Europa. In questo modo i grandi player (es. banche commerciali, hedge fund, fondi pensione, ecc.) hanno potuto prendere in prestito yen a prezzi ridicoli ed acquistare bond italiani o spagnoli che rendevano molto. Scommettendo sul deprezzamento dello yen, non solo hanno fornito un salvagente ad entità in bancarotta, ma si sono garantiti una vincita facile staccando profitti miliardari. Hanno cavalcato la bolla dei bond statali aiutando a far calare drasticamente i rendimenti obbligazionari di quei paesi in seria difficoltà, e ora possono rivenderli in virtù del loro status di "investimenti sicuri" (tante grazie zio Mario e Basilea III) e ricomprare yen. Essendo questi grandi player in estrema sintonia con la leva finanziaria, ciò significa lauti profitti. Ma non è finita qui, perché come se non bastasse tasse e spesa del governo stanno torturando quel che rimane di quel barlume di sanità finanziaria che il Giappone pareva aver flebilmente riacquistato durante i cosiddetti "decenni perduti". O beh... potrebbe andare peggio, no? Certamente! Infatti sta andando peggio proprio adesso.
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di David Stockman


Finanziariamente parlando, il Giappone sta rapidamente diventando una distopia keynesiana. Tutta la sua economia è ormai ostaggio di una bomba fiscale ad orologeria. Vale a dire, il debito pubblico che supera già il 240% del PIL e che sta crescendo rapidamente, poiché nemmeno il recente aumento dell'imposta sulle vendite (dal 5% all'8%) si avvicina a colmare il gap fiscale. Inoltre, anche con il tasso dei titoli statali assurdamente basso e truccato dalla BOJ (allo 0.6%), quasi il 25% delle entrate pubbliche viene assorbito dal pagamento degli interessi.

Ora arriva il colpo di grazia. Il tasso dei risparmi del Giappone è crollato (vedi sotto) e il tanto decantato surplus delle partite correnti è quasi pronto a sparire. Questo significa che i conti del Giappone con il resto del mondo finiranno in una "terra finanziaria di nessuno"; sarà costretto a liquidare progressivamente i suoi investimenti all'estero per pagare i suoi conti attuali — un surplus costruito nel corso degli ultimi 50 anni. Ma questo ridurrà anche i guadagni esteri e quindi espanderà il crescente deficit del Giappone.

Di conseguenza, per finanziare i suoi "deficit gemelli" dovrà attrarre enormi quantità di capitali stranieri per i decenni a venire — un imperativo che richiederà un aumento devastante dei tassi di interesse, forse più in alto del 4% secondo un esperto:

Il rendimento del decennale giapponese, ora intorno allo 0.6%, potrebbe salire al 4% — un livello non visto sin dal marzo 1995 — qualora il saldo delle partite correnti dovesse finire in deficit mentre il debito pubblico eclisserebbe i risparmi della nazione, ha detto Toshihiro Nagahama, capo economista presso il Dai-ichi Life Research Institute.
Inutile dire che se i costi dei debiti fiscali del Giappone dovessero aumentare anche meno di quella cifra, sarebbe game over lo stesso. Le spese per gli interessi assorbirebbero praticamente il 100% delle entrate attuali, costringendo il governo ad aumentare sempre di più le tasse. Un esperto citato nell'articolo di Bloomberg dice che sarebbe necessaria una imposta sulle vendite del 20% — quasi il triplo del livello attuale — per abbattere il mostro fiscale che nascerebbe dalla normalizzazione del tasso di interesse.

"A meno che il governo non aumenti l'IVA al 20% o approvi una riforma drastica della spesa sociale, questo scenario è altamente probabile", ha detto Ogawa. "Tassi di interesse più alti scoraggeranno gli investimenti di capitale interni e stimoleranno lo spostamento della produzione all'estero, aumentando il numero di disoccupati."
La citazione qui sopra ci dice perché la distopia keynesiana rappresenta una descrizione calzante di ciò che sta emergendo in Giappone; e perché impersoni l'orrore finanziario che si sta palesando qui da noi da un decennio o due a questa pate.

Come indicato in precedenza, l'alternativa ad un terribile aumento dell'imposta sulle vendite è "una drastica riforma della spesa sociale". Ma quest'ultima non è nemmeno una possibilità remota. La popolazione del Giappone si sta riducendo e sta invecchiando rapidamente, al punto che presto diventerà un arcipelago di case di riposo.

Il tasso di risparmio del Giappone, come illustrato di seguito, è sceso da oltre il 20% nel corso degli anni '70 e '80 (il suo periodo di massimo splendore come potenza esportatrice) al solo 3% di oggi. Quando la popolazione pensionata del Giappone raggiungerà quasi il 40% di quella totale nei prossimi anni, questo tasso diventerà ovviamente negativo poiché le famiglie intaccheranno i risparmi per sopravvivere.




Cosa è successo all'enorme surplus nel risparmio del Giappone? Il governo l'ha preso in prestito! E sprecato in massicci progetti di stimolo keynesiani che hanno tenuto il LDP al potere per decenni, costruendo ponti e autostrade verso il nulla che non saranno di alcuna utilità per la colonia di pensionati.

E l'invecchiamento demografico ha un effetto determinante sulla popolazione del Giappone in età lavorativa. In pochi anni quella che era un popolazione in età lavorativa di 88 milioni è scesa a 79 milioni; e scenderà al di sotto dei 50 milioni di persone nei prossimi due decenni.

Quello che gli stregoni keynesiani (che hanno consigliato al Giappone di sprofondare in stimoli fiscali dopo la crisi finanziaria del 1989-1990) non hanno spiegato, è come questo inesorabile calo della popolazione lavorativa possa portare sulle sue spalle l'onere fiscale di un enorme debito pubblico.

Eppure non c'è altra via d'uscita dalla trappola del debito keynesiana in cui è finito il Giappone. Al peggioramento delle partite correnti, come mostrato di seguito, la necessità di importare capitali per finanziare il divario porterà alle stelle i tassi di interesse. L'onere sui contribuenti giapponesi diventerà schiacciante.






Il grafico qui sotto dovrebbe essere incollato sulla fronte di ogni membro del Congresso degli Stati Uniti. Quando la spirale del debito va troppo oltre — diventa una trappola finanziaria devastante. E non può essere risolta con la stampa di soldi perché se portata all'estremo — anche per la cosiddetta valuta di riserva mondiale — distruggerà completamente il sistema monetario.

Inoltre non dovreste dimenticare che la drastica degenerazione delle finanze pubbliche del Giappone è accaduta in tempo reale — in meno di due decenni dopo che la sua leadership ha preso una cantonata fiscale dopo l'altra a causa della burocrazia keynesiana nel Tesoro degli Stati Uniti, nel FMI, nell'OCSE e altrove. E questo è chiaramente un caso di cattive idee importate dall'estero. La generazione di funzionari che ha assistito al miracolo post-guerra del Giappone può anche essere stata irrimediabilmente attratta da modelli insostenibili di matrice mercantilista, ma non era credente nel debito e nella spesa keynesiana.

Lo so per esperienza personale, per aver trattato con la burocrazia giapponese durante i primi giorni dell'amministrazione Reagan. Erano scioccati di come l'America potesse prendere parte ad un immenso gioco d'azzardo tagliando drasticamente le tasse prima di ridurre la spesa interna ed i finanziamenti alla difesa.

Questo era allora — in un momento in cui il debito del Giappone era sotto il 50% del PIL, nonostante due decenni di sviluppo economico interno direzionato dallo stato. Eppure solo un decennio più tardi — dopo essere stati penalizzati per aver lasciato apprezzare drasticamente lo yen in seguito agli Accordi del Plaza del 1985 — il loro modello di mercantilismo è andato in frantumi allo scoppio di una grande bolla finanziaria.

Così, lasciati completamente alla deriva, erano ansiosi per la visita di vigili del fuoco keynesiani come i professori Bernanke e Summers. Il Giappone ha poi lanciato il più grande esperimento keynesiano di stimolo fiscale mai immaginato. I risultati catastrofici parlano da soli ed evidenziano marcatamente come le cattive idee possono provocare enormi danni una volta che vengono abbracciate dalla macchina dello stato.




[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La manipolazione del prezzo dell'oro non avrà ripercussioni

Lun, 21/07/2014 - 10:10
«Due settimane fa, quando è uscita la notizia del primo caso confermato di manipolazione dei prezzi dell'oro (perché nonostante tutti gli "scettici" sostenessero il contrario, e cioè che ogni altra classe di asset poteva essere sistematicamente manipolata, ma non l'oro, giammai l'oro, si è invece scoperto che -- sì -- anche il prezzo dell'oro è stato manipolato), avevamo detto che questo sarebbe stato solo il primo di molti casi simili (e molto diversi) presentati alla popolazione. Oggi, tramite il Financial Times, apprendiamo solo una minuscola frazione di ciò che potrebbe saltare fuori da questo articolo: "Trading to influence gold price fix was ‘routine’." Approviamo la supervisione editoriale che ha preferito la parola "influenzare" a "manipolare" -- trasmette al lettore sensazioni molto più... distaccate.»

~ Gold Price Manipulation Was "Routine", FT Reports, Zero Hedge, 3 giugno 2014.
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di Greg Canavan


Che si tratti di una coincidenza o no, non lo sappiamo, ma l'oro è rimasto molto tranquillo sin da quando lo scorso aprile Deutsche Bank ha lasciato la propria posizione nel London gold fixing panel.

Prima di ciò, i regolatori stavano indagando su questo London gold "fix"... e qualcosa puzzava.

Il London gold fix è un processo mediante il quale cinque banche di investimento impostano (errr... aggiustano) il prezzo dell'oro due volte al giorno a Londra. E' andato avanti così sin dal 1919, quando N.M. Rothschild controllava il processo.

Ma a gennaio la Deutsche Bank ha annunciato che avrebbe abbandonato la sua posizione (sotto la pressione del regolatore finanziario tedesco). Si sperava che avesse venduto la sua posizione ad un altro player, ma stranamente nessuno era interessato. Di conseguenza a fine aprile ha lasciato il suo posto con un preavviso di due settimane.

Allo stesso tempo la Deutsche si è dimessa anche dal silver fix. Poiché la correzione quotidiana del prezzo dell'argento aveva solo tre partecipanti, questa mossa ha effettivamente ucciso il processo di fissaggio dei prezzi. La correzione del prezzo dell'argento, che ha avuto inizio nel 1897, cesserà ad agosto di quest'anno.

Quindi qui abbiamo un player importante che esce da una posizione apparentemente venerabile. Poi, poche settimane più tardi, la Financial Services Authority (FSA) del Regno Unito ha multato Barclays Bank per un ammontare di £26 milioni per aver manipolato il processo del gold fix. Naturalmente questo è stato solo un incidente isolato, e la FSA ha anche multato un "trader ombra" di Barclays per un ammontare di £96,000 per aver preso parte alla manipolazione.

Forse è per questo che il prezzo dell'oro è stato molto tranquillo in queste ultime settimane. I manipolatori sanno che i regolatori stanno guardando. Ognuno si sta comportando "bene", ma non durerà a lungo.

La multa a Barclays per aver manipolato il gold fix, evidenzia che razza di racket degenere sia diventato l'intero sistema finanziario. E' un grande modello di business per le banche e gli stati. Ecco come funziona:

I governi e le banche centrali assicurano una costante politica di inflazionismo e di denaro facile... il quale fluisce nelle grandi banche commerciali prima che arrivi a chiunque altro nell'economia. Questo fiume di denaro è sicuro che corromperà anche il cittadino più onesto, perché quando si tratta di soldi se ne può sempre avere di più, giusto?

E' ovvio poi che in un tale sistema si avranno errori di giudizio, mancanza di supervisione, inganno e corruzione. Ma le autorità di regolamentazione cercano di fermare tutto ciò?

No, impongono solo multe per ottenere la loro parte. Le multe non scoraggiano il comportamento negativo; sono solo un costo del fare business.

Nel 2013 la FSA ha incassato quasi £500 milioni... finora è arrivata a £141 milioni.

Secondo l'analisi del Financial Times, le banche d'investimento globali hanno pagato $100 miliardi per vertenze giuridiche dopo la crisi finanziaria del 2008. Eppure nessun dirigente di una qualsiasi grande banca ha avuto a suo carico accuse penali.

Il nostro insegnante di economia al liceo una volta ci disse: "Ragazzi, se state pensando di entrare nel business della criminalità, fate il lavoro dei colletti bianchi. Ci andranno leggeri se vi coglieranno in fallo." Aveva fatto centro... più di quanto avrebbe pensato al momento.

I regolatori non sono interessati alle accuse penali. Non sono interessati a scoraggiare tale comportamento. Sono interessati a prendere la loro parte ed a mandare avanti il gioco. E' uno sporco racket e siete voi che ne state pagando il prezzo.

Date un'occhiata alla storia di Barclays. La recente multa per il gold fixing fa riferimento al 2012, pochi giorni dopo che la stessa banca ha ricevuto una multa record per la manipolazione del tasso di interesse "Libor". Ora i dirigenti della banca sono sotto investigazione da parte del Serious Fraud Office del Regno Unito, per affari sporchi in Qatar nel corso del 2008. Ma che bella banca che è Barclays!

Non aspettatevi che queste cose si fermino qui. E' quello che succede nelle ultime fasi del capitalismo clientelare. I critici sono pronti a sottolineare come il capitalismo sia il problema. Non è così.

Il problema principale è la manipolazione costante del tasso di interesse. Mantenendo i tassi al di sotto del "tasso naturale" (il tasso di libero mercato in cui si incrociano le esigenze dei risparmiatori e degli investitori) per un periodo di tempo prolungato, si vengono a creare distorsioni su grande scala; non c'è, quindi, una sana correzione degli errori accumulati.

Nel frattempo, i banchieri si comportano male ed i regolatori tassano questo comportamento (ma non lo scoraggeranno). Questa situazione porterà ad un maggiore risentimento e ad una la lotta di classe. Gli estimatori di Thomas Piketty e dei suoi schemi marxisti di ridistribuzione della ricchezza guadagneranno trazione, e la ricchezza reale diminuirà ulteriormente poiché i produttori verranno tassati a morte.

Tornando alla manipolazione dell'oro, stiamo asisstendo all'inizio della fine di un'epoca a Londra. Il Financial Review riporta oggi che:

La Cina ha avvicinato banche estere e produttori di oro affinché partecipino insieme ad un gold exchange mondiale a Shanghai, hanno riferito persone vicine alla vicenda. Il più grande produttore e importatore mondiale del metallo giallo cerca una maggiore influenza sulla determinazione dei prezzi.

La scorsa settimana lo Shanghai Gold Exchange (SGE) ha ottenuto il via libera dalla banca centrale per lanciare una piattaforma di trading globale, una mossa che potrebbe sfidare il predominio di New York e di Londra nel commercio dell'oro e nella determinazione dei prezzi.
Questa è una grande impresa, e ci vorrà un po' di tempo. Ma se la Cina può garantire un processo di prezzaggio più trasparente rispetto a Londra, sarà sulla buona strada per usurparne il posto come centro importante di commercio di oro. L'altra grande sfida per la Cina è quella di proteggere i diritti della proprietà privata.

I grandi detentori di oro (pensate ai sauditi) sono felici di lasciare il loro oro a Londra, perché il Regno Unito è sicuro (è un'isola ed è difficile da invadere) e sanno che le autorità non confischeranno il loro oro. Ha una lunga storia di protezione della proprietà privata.

I sauditi si sentirebbero sicuri a lasciare il loro oro sul continente cinese? Non adesso. Ma la Cina può sgretolare il vantaggio competitivo del Regno Unito promulgando leggi sui diritti di proprietà e sostenendole in tutte le circostanze.

Per lo meno la Cina vuole sviluppare un hub di trading asiatico per il metallo prezioso, così come per altre materie prime di cui è grande consumatrice. Strappare una parte di questo ruolo a Londra dovrebbe migliorare la trasparenza dei prezzi e del business. Quando si tratta di hub di trading, la liquidità genera altra liquidità e potrebbe presto dominare il mercato, trasformando Londra in una semplice unità di immagazzinamento... non è un business molto redditizio.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Sprechi, Sprechi e Null'altro

Ven, 18/07/2014 - 10:09




di Francesco Simoncelli


Prendere spunto dalle situazioni che circondano la nostra vita è quella fonte inesauribile di ispirazione che permette ai prasseologi di occuparsi delle azioni umane che caratterizzano la nostra società. Sicuramente, o per meglio dire, quasi sicuramente, la prerogativa di qualsiasi essere umano è quella di massimizzare quelle due componenti che più ha a cuore: tempo ed efficienza. Non è certo un capriccio. Nel corso dei secoli la volontà umana è stata caratterizzata dalla necessità di soddisfare i propri desideri. Raggiungere questo scopo ha permesso di dare i natali a tutte quelle migliorie che hanno scandito il progresso ed il successo del genere umano. Consentire la realizzazione e proteggere tale processo è stata una delle priorità degli individui.

Infatti, se una determinata cosa o percorso ha la tendenza a migliorare la nostra vita, perché abbandonarlo o sabotarlo? In questo processo l'efficienza ed il tempo giocano un ruolo predominante: minore è il tempo impiegato nella realizzazione di quei prodotti che andranno a soddisfare i desideri degli individui, maggiore sarà la remunerazione e la probabilità di progredire nel campo in questione. Maggiore sarà l'efficienza con cui verranno realizzati quegli elementi che andranno a soddisfare i desideri degli individui, maggiore sarà il grado di specializzazione con cui verranno creati e minore sarà la possibilità di incappare in errori.

In questo contesto il calcolo economico scevro da influenze destabilizzanti, rappresenta un imperativo imprescindibile da cui partire. Tutti gli strumenti insiti nel suo corretto svolgimento, devono essere puramente accompagnati da fondamentali economici veicolanti segnali di mercato il più vicino possibili alla realtà. Di conseguenza il fallimento non è un evento da cui rifuggire ad ogni costo, bensì un monito di fronte al quale cercare di operare nel modo più affine possibile a ciò che desiderano le forze di mercato.

Cercare di mantenere in una vita artificiale entità in disaccordo con le forze di mercato, costringe un'allocazione errata delle risorse scarse presenti sul mercato. La vita artificiale presuppone, infatti, la preclusione di risorse di capitale ed umane nelle mani di quelle attività che più soddisferebbero i desideri degli individui o che sarebbero nate a seguito della scomparsa di quelle fallite.

L'apparato statale, purtroppo per noi, rappresenta il più grande elargitore di vita artificiale a fini clientelari. Sebbene possano esistere degli investimenti presumibilmente produttivi con una certezza quasi tangente alla sicurezza, poiché presi in alta considerazione dalla maggior parte delle persone la maggior parte del tempo, lo stato è riuscito a trasformare anch'essi in un'orgia di azzardo morale e spese sconsiderate. L'apparato statale tende ad essere un predatore il più silenzioso possibile, ed è ben noto per non fare prigionieri. E' alla stregua di un coyote affamato: quando non trova di che cibarsi, inizia a mangiare sé stesso. Non fidatevi dei riformatori, nessuno potrà mai riformare quella grande regola enunciata da Frederic Bastiat: "Lo stato è quella grande illusione dove tutti cercano di vivere a spese di tutti."

Infatti lo stato è riuscito a corrompere il sistema sanitario a tal punto, da renderlo uno dei più grandi pachidermi burocratici/clientelari/spendaccioni che sia mai esistito. Insieme alla Previdenza Sociale, il SSN sarà l'innesco per la detonazione finale di tutti gli errori finora commessi e mai corretti. In Italia le spese del sistema sanitario ammontano a circa €100 miliardi annui, con una spesa pro-capite che ammonta a circa €1,800. Un esborso non indifferente se pensate alla qualità che viene resa al contribuente (per non parlare delle spese aggiuntive che bisogna sopportare quando ci si rivolge al settore privato). Negli anni l'aumento perenne dei costi sanitari ha rappresentato un fardello gravoso sulle spalle del contribuente, il quale è stato soverchiato dalla comparsa di una selva intricata di nuove tasse facenti riferimento al SSN.

In questo periodo stiamo raggiungendo a passi spediti il punto di saturazione, con debiti irrimediabilmente impagabili ed una propaganda incentrata sulla levitazione della spesa sanitaria. Da investimento potenzialmente proficuo, la sanità è diventata una dolina per le risorse scarse che vi vengono convogliate, assicurando all'apparato statale quel "vizio" a cui ha ceduto per tutto questo tempo: prendere in prestito a lungo termine e spendere a breve termine.

Ma se le soluzione che sono state calate costantemente dall'alto hanno dato prove di essere dei fallimenti sequenziali, per non provare l'opposto? Perché concentrarsi sempre e comunque nel fare la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso? Lo stato sottomette l'efficienza ai suoi scopi clientelari, e questo significa che mette in secondo piano anche le cure erogate. Non bisogna gridare allo scandalo davanti al fallimento, né richiedere maggiore presenza dell'ingerenza statale, bensì prendere atto di come le scelte del passato siano state sbagliate e ritornare in carreggiata permettendo alle risorse (materiali ed umane) di andare laddove se ne richiede la presenza più urgentemente. La via da intraprendere per migliorare il settore sanitario, è senza dubbio quella che passa da una deregolamentazione del settore sanitario/medico e dall'abolizione delle restrizioni che frenano l'ingresso di nuove figure in questo mercato.

A questo proposito mi piacerebbe portare come esempio il caso della Germania. Negli ultimi 20 anni il modello tedesco ha prediletto una struttura di erogazione del servizio sanitario orientata al settore privato, dove la ricerca del profitto ha stimolato un accrescimento dell'efficienza, della qualità ed un controllo dei costi. Sebbene sappiamo sin dal 1776, anno in cui Adam Smith pubblicò The Wealth of Nations, che la ricchezza delle nazioni si basa sul libero commercio e su tasse basse, e non su opere finanziate dal clientelismo dello stato, siamo un popolo lento ad apprendere: nel campo sanitario, in Italia solo il 25% di tutte le prestazioni viene fornita da privati.

In Germania esistono circa circa 2,100 ospedali i quali si possono dividere in tre categorie: privati a scopo di lucro, privati non a scopo di lucro, pubblici. Dando per scontato la comprensione della natura di questi ultimi, i primi due fanno riferimento a strutture totalmente private (gli ospedali non a scopo di lucro sono spesso posseduti da organizzazioni religiose). Il sistema di finanziamento passa attraverso un canale duplice: per le infrastrutture c'è l'erogazione di fondi prelevati dalla fiscalità generale, mentre i costi operativi sono sovvenzionati dai singoli pazienti. Sebbene il sistema si appoggi ancora allo stato, il ruolo di quest'ultimo non è preponderante come ci si aspetterebbe, lasciando al paziente la facoltà di scelta sul dove essere curato. In questo modo gli ospedali devono competere per ottenere la fiducia e la rispettabilità dei pazienti, altrimenti finirebbero in bancarotta. Quindi lo spazio per gli errori è davvero ristretto, e farne uno significherebbe intraprendere successivamente un duro percorso di riabilitazione agli occhi dei consumatori delle prestazioni mediche.

Il settore privato ha accettato la sfida e negli ultimi decenni si è mosso per aumentare l'efficienza nelle prestazioni mediche, mentre il settore pubblico, a causa delle sue inefficienze intrinseche, è stato costretto a cedere il passo. Di conseguenza non ha potuto far altro che privatizzare (o privatizzare almeno in parte) quegli istituti sanitari che in precedenza aveva sotto la sua ala. Negli ultimi 20 anni il numero degli ospedali a scopo di lucro è pressoché raddoppiato, mentre quelli pubblici sono dimezzati. E tutto ciò non ne ha inficiato la qualità del servizio, poiché è sottoposto a regole stringenti sulla trasparenza. La loro ricerca del profitto, quindi, permette di soddisfare adeguatamente il volere principale di quei consumatori che si rivolgono a questi ospedali privati: curare il paziente. L'esempio tedesco vuole semplicemente mostrare al lettore come la competitività, la soddisfazione dei desideri degli consumatori ed il libero accordo tra attori economici genera prosperità all'interno della società.

Chiunque voglia mettere le mani sulla sanità per permettere un cambiamento dovrebbe tener nota della Germania e di come il laissez-faire produca quell'agognato benessere di cui i pianificatori centrali amano riempirsi la bocca... ma solo a parole. Essi, invece, tendono a difendere strutture di produzione che garantiscano ai loro protetti un privilegio a scapito del resto della popolazione e soprattutto a spese del contribuente. Difendono queste posizioni di privilegio sventolando il feticcio del duro lavoro immesso da coloro che operano nell'attività in questione. Illustrano scenari apocalittici in cui il servizio offerto scomparirebbe magicamente dalla faccia della terra, come se coloro che fino al giorno prima lo svolgevano di colpo facessero tabula rasa delle proprie competenze e conoscenze.

Nel 1871 Carl Menger pubblicò il libro Principi di Economia, in cui smentiva tutti quegli economisti neoclassici (tra cui Marx) che ritenevano il lavoro come la quintessenza del valore di un determinato bene o servizio. I pianificatori centrali hanno pensato che, essendo la sanità una componente altamente importante nella vita degli individui, potevano gozzovigliare a loro piacimento in questo settore senza conseguenze significative. Non è così. Perché? Perché non esistono pasti gratis ed il valore non è qualcosa di oggettivo e misurabile. Le persone cambiano idea. Quando i consumatori tolgono il loro voto (es. denaro) da questa o quella attività e smettono di finanziarla, il suo destino è segnato se non riesce a reinventarsi ed a soddisfare i loro desideri. Che si tratti di pianificazione centrale o libero mercato, le forze di mercato sono inesorabili. In un modo o in un altro prevalgono sempre, facendo emergere "vincitori" e "vinti".

Lasciarle agire senza ostacoli non comporta conseguenze negative per la società, ma solo per coloro che non soddisfano i desideri degl iattori economici o commettono errori su errori di calcolo economico. Se invece le si tenta di arginare, le conseguenze per tutta la società saranno tanto ampie quanto più si è tentato di sopprimerle.


“Sovranità monetaria”: parole in codice per “keynesismo nazionale”

Gio, 17/07/2014 - 10:07




di Gary North


Una delle frasi più perverse che possiamo sentire oggi tra i conservatori ed i sostenitori del libero mercato, è questa: "sovranità monetaria". Ogni volta che leggete o sentite le parole "sovranità monetaria", pensate al "Federal Reserve System".

Oggi qualsiasi difesa della sovranità monetaria, è una difesa del Federal Reserve System e di un sistema monetario fiat gestito dal governo federale: biglietti verdi. E' sia Janet Yellen sia Ellen Brown. In entrambi i casi, è keynesismo.

Non vedo alcuna ragione per sostenere la sovranità monetaria, a meno che non siate molto precisi e dite che la sovranità monetaria significa sovranità esclusiva del libero mercato, il che significa niente licenze statali per le banche -- locali, statali, nazionali o internazionali. Questo non è ciò che la maggior parte delle persone intende con sovranità monetaria, né è ciò che la maggior parte delle persone capisce quando ascolta le parole "sovranità monetaria".



NIENTE SOVRANITA' MONETARIA IN MANO ALLO STATO

C'è stato un tempo, nella storia di questa nazione, in cui non esisteva alcuna sovranità monetaria. Questo era prima della Rivoluzione Americana. Sotto il monopolio della Banca d'Inghilterra, i governi coloniali non erano autorizzati a rilasciare le proprie valute fiat. Benjamin Franklin fu un grande promotore del denaro fiat, ma non fu mai in grado di veder realizzato il suo piano, perché l'Impero Britannico non concedeva questa sovranità ai governi coloniali. Questo era un vantaggio enorme per le persone che vivevano sotto il dominio britannico in Nord America. Nessun governo statale poteva costringerle ad adottare denaro di carta. Non esisteva il corso legale nelle colonie britanniche.

Il sistema monetario era completamente nelle mani delle piccole banche locali e del governo della Spagna. La valuta principale in Nord America era il dollaro d'argento spagnolo. L'articolo di Wikipedia è molto buono, e lo consiglio. Abbiamo dimenticato che cosa fosse la libertà monetaria.

Il real da 8 (noto anche come pezzo da otto o dollaro spagnolo; in spagnolo real de a ocho, peso de ocho o dólar español; in inglese eight real coin, piece of eight o Spanish dollar) è una moneta d'argento, dal valore di otto real, che fu coniata nell'Impero spagnolo dopo una riforma della monetazione nel 1497. Ebbe corso legale negli Stati Uniti fino all'emissione dell'Act del Congresso che abolì la pratica nel 1857. A causa dell'ampia diffusione in Europa, nelle Americhe e nell'Estremo Oriente, divenne la prima moneta mondiale verso la fine del XVIII secolo. Molte monete in circolazione, come dollaro canadese, dollaro statunitense e lo yuan cinese, come la maggior parte delle monete dell'America Latina e il peso filippino erano inizialmente basati sulle monete da 8 real.

Il termine peso era usato in spagnolo per indicare questa moneta e divenne la base per molte delle monete delle ex-colonie spagnole, tra cui i peso di Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Repubblica Domenicana, Ecuador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Paraguay, Filippine, Porto Rico, San Salvador, Uruguay e Venezuela.
Apprendiamo anche questo: "Il Coniage Act del 1792 creò la Zecca degli Stati Uniti, ma i primi dollari non erano così popolari come i dollari spagnoli, i quali erano più pesanti ed erano fatti di argento più fine."

In altre parole, la base economica di questa nazione si fondava principalmente su una valuta estera. Non c'è stata sovranità monetaria in Nord America fino a quando il Congresso non iniziò a stampare moneta nel 1777, cosa che portò alla prima ed unica iperinflazione nella storia americana. Quando il Congresso affermò la sovranità monetaria nel 1777, fu il passo preliminare per distruggere il sistema monetario. Era il classico esempio di sovranità monetaria federale.

Subito dopo la seconda ratificazione della Costituzione -- la prima venne ratificata nel 1781 -- Alexander Hamilton promosse la Banca degli Stati Uniti come banca centrale controllata a livello nazionale. Questo fu il secondo grande esperimento di sovranità monetaria nella storia degli Stati Uniti. Il primo fu il sistema monetario fiat della rivoluzione. Durò 20 anni: 1791-1811. Nel 1811 non venne rinnovato l'atto costitutivo. Nel 1816 iniziò il terzo esperimento: la Seconda Banca degli Stati Uniti, che durò fino al 1836 quando il presidente Jackson terminò la sovranità monetaria delegata ad un'organizzazione bancaria privata. Questa grande lotta politica ebbe luogo nel 1832, e Jackson sconfisse le forze di Henry Clay quando pose il veto sul rinnovo dell'atto costitutivo della Seconda Banca degli Stati Uniti. Quindi non esistette sovranità monetaria fino al 1913, quando un immigrato tedesco di nome Paul Warburg si alleò con le forze dei Morgan e dei Rockefeller per promuovere l'atto costitutivo della Federal Reserve. Fu il più grande periodo di crescita economica nella storia americana. Fu il periodo di maggiore libertà economica nella storia. Il cuore, la mente e l'anima di quella libertà erano legate a questo fatto centrale: non vi era alcuna sovranità monetaria nazionale negli Stati Uniti. C'erano le banche. Non esisteva alcuna banca centrale. C'erano monete d'oro e d'argento emesse dalla zecca, ma potevano essere usate anche altre monete.

Questa era l'epoca del gold standard internazionale. Non esisteva sovranità monetaria internazionale.

Esisteva sovranità monetaria statale, la quale fu un errore enorme. Se non fosse esistita alcuna sovranità monetaria statale, allora avremmo avuto una vera moneta di libero mercato, che è ciò che Ludwig von Mises raccomandò nel suo libro, La Teoria della Moneta e del Credito. Il suo grande avversario fu Irving Fisher, economista di Yale, che invece promuoveva una moneta nazionale fiat. Fisher era un grande difensore del settore bancario centrale. Vinse il dibattito, ma non riuscì mai a raggiungere il suo obiettivo: riserva al 100% per le banche commerciali. Era l'imbonitore accademico di Warburg, dei Rockefeller e dei Morgan.

Nel 1913, verso la fine del mese di dicembre, gli Stati Uniti ingoiarono forzatamente la sovranità monetaria federale: il Federal Reserve System. Gli americani non hanno mai più avuto libertà nel campo monetario. Il motivo è chiaro: la sovranità monetaria federale.



INTERNAZIONALISMO MONETARIO

Il gold standard è rimasto internazionale fino alla fine del XIX secolo. Non era controllato dai governi nazionali. Incorporava la sovranità monetaria, ed è per questo che era odiato da tutti i difensori del denaro fiat. Viene ancora odiato. I difensori del denaro fiat cercano la sovranità monetaria nazionale e disprezzano quella internazionale: il gold standard. Lo considerano come un freno alla manipolazione keynesiana dell'economia. Hanno ragione. Ecco perché Nixon abolì le sue ultime tracce il 15 Agosto 1971. Lo aveva annunciato il 4 gennaio 1971: "Ora sono un keynesiano." Potete scommetterci che lo fosse -- soprattutto negli affari monetari. Lo dimostrò il 15 agosto.

Oggi assistiamo ad una versione fiat money dell'internazionalismo monetario. Si sta cercando di convertire la sovranità della banca centrale nella sovranità internazionale della banca centrale. Ci sono banchieri centrali che vogliono un cartello internazionale paragonabile a quello nazionale, il quale è rappresentato dal Federal Reserve System. Ci sono 7,000 banche commerciali negli Stati Uniti, ed i pianificatori monetari centrali preferirebbero il modello canadese, che porterebbe il numero delle banche a circa una dozzina, con il conseguente predominio delle quattro o cinque più importanti. Questo può essere fatto solo con la sovranità monetaria federale.

E' iniziato con la sovranità monetaria statale. E' continuato con la sovranità monetaria federale. Ora, si suppone, si concluderà con la sovranità monetaria internazionale. Ogni passo è peggiore di quello precedente.

La soluzione, teoricamente e moralmente, alla sovranità monetaria è il free banking. Questo è ciò che Mises raccomandò nel 1912. Ciò significa che i banchieri, i quali non si fidano l'uno dell'altro, ricoprono il ruolo di agenti economici della popolazione. I banchieri generano corse agli sportelli delle altre banche richiedendo il rimborso, in monete d'argento o d'oro, di quelle ricevute di deposito emesse da altre banche commerciali.



I CARTELLI BANCARI

Fintanto che le grandi banche non possono costituire un cartello a livello statale, che è quello che cercano sempre di fare, la sovranità monetaria viene conservata nel libero mercato, non nello stato. I banchieri commerciali vogliono sempre la sovranità monetaria statale, perché non vogliono corse agli sportelli nei confronti delle grandi quantità di ricevute di deposito che in realtà non possiedono nei loro caveau. Vogliono un cartello autorizzato dallo stato per proteggersi dagli altri banchieri. In primo luogo, c'è lo stato che autorizza le banche ad operare. In secondo luogo, subentra la licenza federale. In terzo luogo, c'è un trasferimento di sovranità monetaria federale ad una banca centrale privata, che viene creata per proteggere le grandi banche commerciali. Infine, c'è il tentativo di trasferire la sovranità monetaria ad un cartello bancario internazionale.

Il problema con tutte queste sciocchezze è il concetto di sovranità statale sul denaro. Non c'è nulla nell'etica o nella teoria economica che possa giustificare la sovranità monetaria statale. L'autorizzazione statale è sempre il tentativo dei banchieri commerciali, che cercano di formare un cartello, di tenere fuori i vari concorrenti e di stabilire tassi di rendimento superiori a quelli di mercato per coloro all'interno del cartello bancario. I banchieri commerciali difendono sempre la sovranità monetaria statale perché vogliono tenere fuori i nuovi concorrenti, ed usano lo stato per ottenere un oligopolio sulla popolazione.

Più e più e più volte vediamo che i conservatori, nonostante le buone intenzioni, si ritrovano a promuovere questo sistema di intervento statale negli affari monetari. Questa è una richiesta di keynesismo pura e semplice. Significa contraffazione della banca centrale -- fiat money -- per comprare il debito del governo federale, il quale va in deficit per cercare di controllare l'economia. Questa pratica viene difesa come una sorta di diritto naturale del governo civile. Non esiste un diritto simile. Si tratta semplicemente di una intrusione dello stato nel libero mercato, sempre in nome del consumatore e sempre gestita dai banchieri commerciali (soprattutto dai grandi banchieri commerciali che tentano di stabilire un cartello per se stessi e che usano l'intervento dello stato per mantenere fuori i concorrenti).

Questa situazione è andata avanti per così tanto tempo che oggi è stata metabolizzata ed inglobata nel pensiero della popolazione, la quale non appena sente le parole "sovranità monetaria" pensa ad una difesa contro la "sovranità monetaria internazionale". In realtà è un attacco all'idea di un libero mercato nel settore bancario. E' keynesismo nazionale contro keynesismo internazionale.

I conservatori americani sono stati nella tasca del Federal Reserve System per così tanto tempo da credere onestamente che una difesa della sovranità monetaria, che per un secolo è stata una difesa politica del Federal Reserve System, sia una sorta di dovere patriottico degli americani. Non è così.



CONCLUSIONE

Per favore non usate le parole "sovranità monetaria" senza usare anche le parole "nessuna licenza statale per le banche". Se non lo fate, diventerete un utile idiota del Federal Reserve System. La Federal Reserve ha tutti gli utili idioti di cui ha bisogno nel Congresso, nei media e nelle università. Non aumentatene il numero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La fase terminale di una gigantesca bolla del credito

Mer, 16/07/2014 - 10:15
Come ho ripetuto più volte, l'innesco della prossima crisi saranno i fallimenti aziendali. Eventi apparentemente di poco conto, che invece metteranno a dura prova il recalcitrante esperimento monetario che va avanti da 100 anni ormai. L'ho detto per l'Europa, ma vale anche per gli USA. Le nenie tedianti di una ripresa dietro l'angolo si sono sfracellate ancora una volta contro il muro della realtà: nel primo trimestre di quest'anno il PIL USA è sceso del 2.9%. Tutte le menzogne vomitate dai media mainstream su una ripresa sostenibile, annunciavano solamente il tentativo goffo dei banchieri centrali di riparare l'economia mondiale col nastro adesivo. Hanno drogato l'economia con tassi di interesse ridicolmente bassi, inviando informazioni errate in tutto il panorama economico. Agendo in questo modo non si veicolano altro che errori. Ad oggi le corporazioni, grazie ai proventi che riescono ad incamerare grazie alla falsa fiducia nel mercato obbligazionario, stanno facendo incetta di azioni. Il circuito finanziario è un grande casinò a cui hanno accesso solo determinati individui, di certo non è aperto alla gente comune. Quest'ultima è quella a cui viene lasciato il cerino in mano. I pezzi grossi cercheranno di calcolare il momento in cui uscire e lasciare la patata bollente al prossimo fesso di turno (di solito è quasi sempre il contribuente). E' andata così nel 2007 e andrà così anche la prossima volta. La tempistica sarà tutto. Fatevi trovare pronti, perché non è una questione di "se" bensì una questione di "quando".
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di Byron King


"Il mondo è entrato nella fase terminale di una gigantesca bolla del credito e degli asset?"

Tale domanda ha aperto la stimolante relazione del noto commentatore economico Marc Faber alla conferenza Wolrd War D in Australia, a cui ho partecipato e discusso. Questo era solo l'inizio. Il suo messaggio era come minimo preoccupante, per non dire altro.

Ma ho un modo migliore per descriverlo.

Fase terminale? Se questo non attrae la vostra attenzione, nient'altro potrà farlo. "Il panico non distrugge il capitale", ha continuato Faber, citando un principio classico della Scuola Austriaca. "Rivela la misura in cui è già stato distrutto dalle decisioni sbagliate."

Ancora peggio, secondo Faber la maggior parte di coloro che hanno preso "cattive decisioni" — i banchieri centrali, i politici, i burocrati senza volto ed i privilegiati nel ramo aziendale — non pagano alcun prezzo per i loro errori. Uno di questi giorni, andranno in pensione e vivranno comodamente ... o almeno così pensano.

Tra questi c'è la Federal Reserve. Presumibilmente ricopre il ruolo di banca centrale "indipendente". Ma la FED marcia ad un ritmo dettato dal governo degli Stati Uniti. Anno dopo anno, la FED immette liquidità in modo che il Dipartimento del Tesoro possa firmare assegni a fronte di un budget fuori controllo approvato dal Congresso, inondando il mondo di dollari.

Cioè, la FED stampa mucchi di denaro per pagare livelli esplosivi di spesa federale. Il grafico che segue ci mostra la base monetaria degli Stati Uniti sin dal 1920.




Come illustra questo grafico, la politica monetaria degli Stati Uniti è stata espansionista sin dal 1960. Abbiamo a che fare con un problema multigenerazionale che ora è sistemico. Cioè, "tanta spesa" è così che funziona. E' diventata parte del DNA nazionale, per così dire.

Dove ci porterà? Beh, per Faber, le cose "andranno a fuoco, ad un certo punto." Poi ha aggiunto seccamente: "Sarà un evento spiacevole."

Guardando indietro, l'economia statunitense pre-1960 non necessitava di grandi quantità di nuovo denaro per funzionare. In passato, l'economia statunitense funzionava abbastanza bene. Ad esempio, negli anni '60 potevate acquistare una nuova auto per circa $2,000, al contrario dei $30,000 che ce ne vogliono oggi. La retta di Harvard era di $2,000 alla fine degli anni '60, rispetto ai $50,000 di oggi. Nessuno nota un certo trend inflazionistico?

Si noti, inoltre, che anche durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale — gli anni '40 — la spesa pubblica non ha portato ad un'espansione permanente della base monetaria. Non era così che si agiva allora.

Allora qual è il problema attuale? Perché far crescere l'offerta di moneta? Perché sin dal 1960 il governo federale ha continuamente richiesto più e più fondi ogni anno, oltre al prelievo fiscale, per bilanciare i suoi conti.

Guardatela in un altro modo. "Governare significa scegliere", disse il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher. Ma oggi il governo non sceglie; finanzia praticamente tutto ciò che può generare consenso politico.

In altre parole, la grande questione del nostro tempo — la versione moderna di "Roma brucia", per così dire — è come pagare per il Big Government e il suo welfare state, più la sua controparte "warfare state". "Entrambi sono i riflessi dell'arroganza politica all'interno della classe politica. Dimenticatevi della formula "In God We Trust". Il motto moderno è: "Noi governiamo perché possiamo."

Triste a dirsi, il Big Government riflette un ethos politico che crede con fervore nel gravare il futuro con debito impagabile del passato. Ad esempio, una volta ho sentito che il senatore Edward Kennedy diceva: "Noi non saremo qui per affrontare il problema", quando gli venne chiesto di parlare del debito nazionale degli Stati Uniti. "Qualcun altro si ritroverà per le mani questa gatta da pelare", aggiunse.

Ancora peggio, quelli di noi ancora tra i vivi devono vedersela col decollo dell'offerta di moneta statunitense dopo il crollo del 2008. Come è evidente dal grafico di sopra, questa esplosione della base monetaria riflette i salvataggi federali di banche, stati, città e gruppi politici privilegiati, oltre ad altre spese post-crash. Erano i politici, i burocrati ed i banchieri che facevano il proverbiale "qualcosa" di fronte ad un disastro totale. Abbiamo speso i soldi, e siamo ancora nei guai. Ora che cosa accadrà?

Non è difficile concludere che il sistema monetario degli Stati Uniti sia crollato catastroficamente nel 2008, innescato dalla crisi dei mutui subprime. Cioè, nel 2008 gran parte dell'economia degli Stati Uniti — e l'economia globale — era legata alla bolla ipotecaria/finanziaria. Questa bolla è stata gonfiata dalla politica del governo degli Stati Uniti: espandere l'offerta di moneta e lasciare che le persone, le imprese ed altri enti governativi prendessero in prestito fondi, sebbene non avessero alcuna possibilità di rimborsarli.

La bolla dei mutui è scoppiata improvvisamente nell'autunno del 2008. Incolpate Lehman Bros., se volete, ma c'è qualcosa di più. L'intero sistema finanziario basato sul dollaro era sul punto di capitolare. Nel 2008 ho sentito dire all'ex-Segretario del Tesoro Paul O'Neill che gli americani avrebbero potuto svegliarsi una mattina e scoprire che gli "sportelli bancomat in tutto il paese non funzionano." Più di recente, nel 2013, ho sentito dire all'ex-presidente George W. Bush che "stava per scatenarsi l'inferno. "

Quindi cosa ha fatto la FED? Ha aperto i rubinetti della liquidità, ha fissato i tassi di interesse ad una spanna sopra lo zero per cento e ha chiarito che la politica monetaria allentata sarebbe durata a tempo indeterminato. Infatti, con i livelli crescenti del debito federale, per la FED è diventato quasi impossibile alzare i tassi di interesse, per timore che la spesa possa sopraffare rapidamente la capacità del governo di far fronte ai propri obblighi.

Nel frattempo, dopo il 2008, il Dipartimento del Tesoro e la FED hanno cominciato a monetizzare i titoli di stato tramite il quantitative easing (QE). In un certo senso, secondo Faber, questa strategia rappresenta la campana a morto del dollaro. Cioè, è la prima fase dell'iperinflazione monetaria. Naturalmente, non l'abbiamo ancora vista... o l'avremmo saputo — carriole piene di valuta e cose simili.

E' giusto chiedersi se questa nuova generosità della FED — maggiore liquidità e bassi tassi di interesse — abbia realizzato qualcosa. Dopo tutto, le ali sono ancora attaccate al velivolo, giusto? Non si è scatenato l'inferno come temeva l'ex-presidente Bush.

Guardandoci intorno, abbiamo ancora un'economia e sembra funzionare. Avete ancora soldi in banca. Acquistate generi alimentari presso i negozi e riempite il serbatoio della vostra auto al distributore di benzina, giusto? Quando le cose vanno male in altre parti del mondo — Ucraina o simili — il denaro ritorna negli Stati Uniti e il dollaro si rafforza, giusto? Beh, sì... ma per quanto tempo?

"Il problema con l'offerta di moneta gonfiata", afferma Faber, "è sapere dove finisce. Non tutto il denaro rialza tutti i prezzi e gli asset nello stesso tempo... I prezzi aumentano in modo differenziato." In altre parole, dice Faber, ciò che accade dipende dai tempi e dalle circostanze.

Ad esempio, l'aumento dell'offerta di moneta può creare una bolla in uno o più parametri chiave quali salari, energia, cibo, altre materie prime, immobili, obbligazioni, azioni, arte "da collezione" e molto altro. A volte, non si sa davvero dove possa trovarsi la prossima bolla fino a quando non è pronta a scoppiare. Tecnologia? Rette del college? Pensioni comunali? Anche la Cina potrebbe innescare un crollo, ora che il Regno di Mezzo ha gonfiato una bolla del credito attraverso il leverage delle esportazioni; questo ha generato città e magazzini pieni di di rame a sostegno di prestiti in sofferenza.

A questo punto, consideriamo quello che l'offerta di moneta ha fatto al prezzo dell'oro. Quando si parla di oro, la FED non lavora da sola. Cioè, le banche centrali di tutto il mondo coordinano le rispettive politiche monetarie. I risultati si riflettono nel prezzo dell'oro, che agisce come una sorta di barometro monetario.

Ecco un grafico che confronta gli sforzi combinati di Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa e Giappone nella creazione di denaro rispetto all'oro sin dal 2001.




Negli ultimi 14 anni il continuo aumento dei prezzi dell'oro ha seguito l'offerta di moneta, riflettendo un consenso nell'investimento globale — certamente tra coloro che acquistavano oro — secondo cui l'offerta di moneta stava crescendo troppo in fretta. Molti dollari-sterline-euro-yen si sono spostati nel metallo giallo, per preservare la ricchezza e cavalcare l'onda. Anche dopo il recente pullback dei prezzi dell'oro è chiaro che, più o meno, l'oro segue l'offerta di moneta.

Qual è la fonte della domanda per l'oro? I gold bug, giusto? In termini di quantità, qualche acquisto è ancora concluso da parte di, diciamo, persone come voi — o acquisti molto più grandi da parte di individui molto ricchi. La domanda per l'oro proviene anche da fondi e istituzioni rispettabili, inclusi nomi risonanti come Northwest Mutual Life Insurance Co. e l'Università del Texas.

Negli ultimi dieci anni, più e più oro è finito nelle banche centrali, come ad esempio in quelle di Cina e Russia, passando dal Medio Oriente e altrove. Il recente calo dei prezzi dell'oro è solamente una pausa nel lungo schema delle cose. Il pullback permette il ribilanciamento delle riserve auree mondiali, mentre gli investitori di tutto il mondo attendono altre notizie circa la politica monetaria degli Stati Uniti. Date al processo un po' di tempo...

Da qui, dove potrebbe arrivare l'oro? Rispetto ai livelli attuali a $1,300 l'oncia, il prezzo dell'oro potrebbe muoversi verso i $2,000 grazie ad una semplice notizia riguardante la sua "offerta" (come un crollo minerario in Sud Africa, per non parlare di un annuncio importante sui numeri delle riserve d'oro da parte, per esempio, della banca centrale della Cina). Rispetto a tutti i problemi economici che ha la Cina, accumulare oro non è uno di essi.

Alcuni gold bug credono che l'oro potrebbe poi arrivare a $5,000 o $10,000 l'oncia (con l'argento che arriverebbe a $200 o $400 l'oncia). Ancora una volta, dategli tempo. Uno dei motivi principali per esser rialzisti è che prima o poi le banche centrali di tutto il mondo avranno bisogno di più oro quando smetteranno di aver fiducia nei dollari — per non parlare dei titoli di stato degli Stati Uniti — come fonte di preservazione della ricchezza.

Infatti, nelle giuste circostanze (o nelle circostanze sbagliate, a seconda del vostro punto di vista) i titolari esteri di dollari potrebbero decidere di vendere le obbligazioni americane e comprare oro in modo da mettere in sicurezza i propri sistemi bancari. Alla fine, come ha sottolineato Marc Faber e come ho sostenuto più e più volte anch'io, l'oro è un asset chiave per la conservazione della ricchezza nel lungo periodo. Il dollaro soffre da decenni a causa di errori monetari vari. D'altra parte, l'oro è un hard-asset di lungo termine con cui preservare la ricchezza.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il castello di carte della banca centrale europea

Mar, 15/07/2014 - 10:11
«Quando chiedete lumi sulla crisi dei debiti sovrani al chief investment officer di Allianz, preparatevi a sentire una risposta che avete già sentito. "I problemi fondamentali non sono stati risolti, e tutti lo sanno," ha detto Maximilian Zimmerer a Bloomberg. "La crisi della zona euro non è finita." Mentre lo stimolo straordinario della Banca Centrale Europea ha incoraggiato gli investitori ad ingozzarsi di bond degli stati europei, secondo Zimmerer, il quale è responsabile di €556 miliardi ($757 miliardi) in una delle compagnie assicurative più grandi d'Europa, questa presunta soluzione non rappresenta un rimedio sufficiente. I paesi europei continuano ad accumulare debiti, e questo significa problemi nel futuro prossimo. Come ha ricordato Zimmerer, quando le azioni e le obbligazioni delle istituzioni finanziarie portoghesi sono di recente finite sotto pressione, agli investitori è stato dato un promemoria sulla volatilità della crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2009. Nel mezzo di una quattro giorni di crisi, i rendimenti dei decennali portoghesi sono saliti di 279 punti base rispetto alla loro controparte tedesca, il differenziale più marcato sin dallo scorso 18 marzo. "C'è solo un paese il cui livello di debito lo scorso anno è risultato inferiore a quello del 2012 e questo può solo significare che la crisi del debito non è finita," ha detto Zimmerer il 9 luglio. "Se i livelli di debito non scenderanno i nostri problemi si faranno sempre più asfissianti, questo è certo."»

-- Portugal Smolders as Allianz Says Crisis Isn't Over, Eshe Nelson, Bloomberg, 11 luglio 2014
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di Frank Hollenbeck


La Banca Centrale Europea (BCE) di recente ha imposto tassi negativi sui depositi e sta preparando una forma di quantitative easing (QE) per acquistare titoli coperti da asset, obbligazioni societarie o forse obbligazioni. Questa politica può sembrare sorprendente. Perché la BCE vorrebbe costringere le banche a concedere prestiti non performanti, o prendere in considerazione l'attuazione di una politica di quantitative easing la quale è stata chiaramente un fallimento totale (con ovvie conseguenze indesiderate) sia negli Stati Uniti sia in Giappone? La risposta si trova altrove. Con la scusa di evitare la deflazione o la "lowflation", la BCE è, in realtà, in preda al panico e sta cercando di salvarsi dalla scure del boia. Il settore bancario europeo e la sua schiera di giornalisti, sostengono all'unanimità questa prospettiva di un furto continuo tramite la svalutazione. Sono eccitati alla prospettiva di un aumento dei prezzi degli asset, di redditi bancari più alti (ingiustificati dai fondamentali) e dal massiccio trasferimento di reddito e di ricchezza dai non abbienti ai ricchi.

L'Europa è un incidente annunciato. Poco è stato fatto per arginare l'ingolfamento dei settori pubblici. In quasi tutti i paesi europei la spesa pubblica è aumentata sin dal 2008. I rapporti debito/PIL continuano ad aumentare e molti paesi hanno sforato la soglia del 100%. I tassi di crescita del PIL avrebbero dovuto superare il 3% solo per stabilizzare questi rapporti. La soglia di deficit del 3% è priva di significato quando la crescita economica è in gran parte bloccata. Fatta eccezione per la Germania, la crescita nella zona euro è stata praticamente inesistente. La crescita italiana sin dal 1990 è stata in media meno dell'1%. Tali obiettivi di deficit sono un'illusione di sostenibilità e, in realtà, garantiscono semplicemente una morte lenta.

La cosiddetta austerità attuata in Europa è stata pingue di massicci aumenti delle imposte sul settore privato, costringendolo a sopportare il peso di quello che è sempre stato un problema del settore pubblico. Naturalmente, questa è una politica molto miope. Ai livelli fiscali correnti, aumentare le tasse alla fine si rivelerà controproducente. Tali aumenti fiscali possono aumentare i ricavi nel brevissimo termine, ma avranno conseguenze devastanti più avanti nel tempo. Implementare un tax rate marginale al 75%, come in Francia, può gonfiare le entrate fiscali quest'anno, ma probabilmente costringerà la vostra base imponibile a trovare pascoli verdi altrove. Vauban nel 1707 riteneva che la “dîme royale” (la decima reale) non dovesse superare il 30%. La curva di Laffer probabilmente ha un tax rate marginale massimo al di sotto del 30%. Eppure anche un tax rate pesante al 30% è di gran lunga auspicabile rispetto al carico fiscale di oggi in tutti i paesi europei.

Sotto le attuali condizioni economiche e politiche, una rottura dell'euro è quasi una conclusione scontata. Invece di lasciare che questo accada, la BCE, nel tentativo di salvare se stessa, preferisce rischiare di distruggere il valore dell'euro (cosa che si suppone dovrebbe proteggere) creando enormi distorsioni dei prezzi ed allocazioni errate e sperando che il quantitative easing possa risolvere magicamente i profondi problemi strutturali radicati nell'Europa.

Mario Draghi considera il suo commento del luglio 2012, "all'interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'EURO; e, credetemi, sarà sufficiente", una delle sue azioni politiche di maggior successo. Purtroppo per lui, si sbagliava. Il suo commento ha portato ad un calo dei tassi di interesse in tutta Europa, cosa che ha alleviato la pressione sul blocco meridionale dei paesi europei nell'adottare riforme strutturali significative. I mercati finanziari sono ormai totalmente dipendenti dalle conseguenze non intenzionali di questo commento che ora viene chiamato “bluff di Draghi”.

I tassi di interesse in Europa sono ormai totalmente distorti. Essi sono i prezzi più importanti in un'economia e riflettono le scelte di consumo intertemporali della società ed i rischi di default insiti in un'economia capitalista. Distorcere i tassi di interesse vuol dire distorcere tutti gli altri prezzi, causando un divario sempre crescente tra ciò che la società vuole che sia prodotto e ciò che viene effettivamente prodotto. Più questa distorsione va avanti, maggiore sarà il suddetto divario, e più a lungo durerà l'aggiustamento necessario per riallineare la produzione più vicino a ciò che la società vuole davvero.

Inoltre, tutto ciò ha solo aumentato il sentimento anti-europeo. Le recenti elezioni europee hanno visto un rafforzamento dei movimenti euroscettici. Prima del commento di Draghi, le riforme strutturali sarebbero state estremamente difficili, ma fattibili. Oggi, l'ambiente politico è molto meno favorevole ad approvare tali riforme, seppur essenziali.

L'Europa è un treno in corsa il cui futuro la porterà in un burrone. La BCE ne è ben consapevole, ed è anche consapevole della fragilità politica dell'Europa. E non è cieca alle pressioni politiche, come quella di Berlusconi nel 2012 quando auspicava che l'Italia potesse avere una stampante. Il blocco meridionale dell'Europa, come ha fatto in precedenza, sceglierà sempre la strada più facile (che passa attraverso la svalutazione). La conseguenza di questa scelta, naturalmente, è la distruzione completa della funzione di allocazione dei prezzi. E' difficile immaginare una Germania disposta ad andare avanti in questo modo, data la sua passata esperienza con l'iperinflazione.

Quasi tutti gli episodi di iperinflazione seguono un percorso simile. C'è una breve ripresa dell'attività economica che diventa sempre più breve, poi c'è bisogno di un'espansione monetaria esponenzialmente crescente, fino a quando il denaro non perde sia la sua funzione di mezzo di scambio sia la sua funzione di riserva di valore. L'attività economica si arresta e sono necessari decenni per ripristinare il capitale, l'industria, il commercio ed il credito ai livelli pre-iperinflazione.

La Germania e altri paesi affini farebbero meglio a riflettere sul vero scopo delle azioni attuali della BCE. Meglio contrastare le azioni ora con il rischio di una rottura dell'Euro, piuttosto che avere a che fare con una rottura dopo ed affrontare anche gli effetti distorsivi della stampa di denaro una volta che prenderà piede.

Invece di lasciar accadere questa inevitabile rottura, l'attuale politica della BCE è quella di far affondare tutta la nave se questo salverà temporaneamente la situazione. Questo è un perfetto esempio dell'aforisma di Robert Burn “The best laid schemes o’ mice an’ men.” La BCE è stata istituita per essere una banca centrale indipendente, il cui scopo era quello di ridurre le pressioni politiche in materia di politica monetaria. Eppure tale indipendenza non ha protetto la politica monetaria dagli interessi personali degli individui che la gestiscono. Quando si tratta di BCE o, se è per questo, di qualsiasi altra banca centrale, gli interessi personali di chi gestisce la politica monetaria vinceranno sempre sugli interessi pubblici molto più grandi!

La BCE finirà per morire, ma solo dopo enormi sofferenze. Sembra che la gente non riesca ad imparare dal passato. L'unica strada per la stabilità economica di lungo termine e la prosperità, è basata sul denaro stabile divorziato da qualsiasi interferenza dello stato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Una soluzione confortevole ad un incubo economico

Lun, 14/07/2014 - 10:15




di Richard Daughty (alias The Mogambo Guru)


Come ho capito dagli incessanti e rumorosi piagnistei all'interno della mia famiglia, affinché io metta mano al portafoglio e sganci tanti dollari, l'inflazione dei prezzi li sta colpendo piuttosto duramente. Lo sapete ormai: la stessa vecchia storia.

Mi vanto di essere sempre stato un marito e un padre amorevole, premuroso abbastanza da affrontare gentilmente le loro preoccupazioni finanziarie con la mia solita ed attenta considerazione: "State zitti!" Dopo di che diventano tutti isterici!

Ok, ammetto che la prima colazione è un brutto momento in cui affrontare questo schifo. Immaginate la scena: mi alzo, vago per la casa intontito e inciampo per la cucina in uno stato di shock poiché vengo aggiornato sui terrori economici che sono trapelati in tutto il mondo durante la notte — una notte in cui mi rigiravo nel letto, tormentato dagli orrori di incubi vividi in cui lupi famelici mi mangiavano le gambe e io urlavo di dolore; a quanto pare i lupi NON stavano mangiando nessun'altro della mia famiglia, anche se erano LORO la causa di quel delirio!

Sdraiato a terra sanguinante, agonizzante di dolore, li vedevo in lontananza oziare e rilassarsi su una bella veranda, allegri e gioiosi in mezzo a tavole imbandite con pile di beni e servizi, e tutti bevevano champagne, ridendo come i banchieri ridono quando si accendono i sigari con le banconote! Tipi grassi e unti che si accendono sigari! Brrrr! Orrore!

Non c'è bisogno di essere uno psichiatra sbruffone con una siringa enorme che mi dice di "calmarmi" e che presto mi "sentirò meglio", o essere un Junior Mogambo Ranger (JMR) istruito a sufficienza in economia che inorridisce di fronte all'inflazione dell'offerta di moneta la quale porta all'inflazione dei prezzi la quale porta alla miseria economica, per interpretare con precisione questo sogno terrificante.

Ovviamente i lupi rappresentavano l'inflazione dei prezzi, i tipi grassi erano i banchieri ed è garantito che la calamità economica incipiente (dovuta alla rovinosa inflazione dei prezzi che pagherete voi e la vostra famiglia per aver consumato al di là dei vostri mezzi) vi mangerà vivi, un pezzo alla volta, grazie soprattutto alla disgustosa Federal Reserve che ha creato Così Dannatamente Tanta (CDT) valuta nel corso degli anni. Per più di un decennio! Quasi mezzo secolo, infatti!

Ma rilassiamoci. Non si tratta della mia famiglia che mi odia fin nel profondo o che mi chiama vecchio avaro, o io che li chiamo sanguisughe e parassiti zombie, o l'orario della colazione che rappresenta uno dei momenti più brutti dell'Inferno Vivente del Mogambo (IVM).

Invece, uscendo dagli orrori degli incubi ed entrando negli orrori della realtà, apprendo dal Consumer Metric Institute l'esistenza di una relazione agghiacciante sull'inflazione dei prezzi nel corso dell'ultimo anno, la quale si è attestata al 3.91%! Oddio!

Se questo non bastasse, l'economia si sta ancora dirigendo verso il basso, il che spiega perché i lavori stiano scomparendo. La relazione prosegue dicendo che: "L'inflazione non riportata permette l'esposizione di dati eccessivamente ottimistici, e se i numeri del BEA fossero corretti per quanto riguarda l'inflazione, utilizzando il BLS CPI-U l'economia si starebbe contraendo ad un tasso annualizzato di -0.38%. E se dovessimo utilizzare i dati BPP, il tasso di contrazione del primo trimestre si sarebbe attestato ad un incredibile -2.50%." Oddio!

E se usiamo le misure dell'inflazione non edoniche, come accuratamente calcolate da John Williams di Shadowstats.com (nei confronti del quale abbiamo un debito di riconoscenza), l'inflazione dei prezzi è davvero, davvero, davvero intorno all'8 o 9%, il che significa che il PIL reale sta crollando del 7% o più!

David Stockman di DavidStockmansContraCorner.com starà pensando lungo le stesse linee, poiché dice: "Siamo dannatamente fregati! L'aumento dei prezzi alimentari e dell'energia vi mangerà vivi come i lupi sbavanti di cui sopra!" Infatti scrive che i prezzi dell'elettricità sono aumentati ad "un tasso di crescita composto del 4.5% in oltre un decennio."

Ho capito che nessuno, come si suol dire, "comprende la funzione esponenziale" di un "aumento composto del 4.5% in dieci anni", così ho deciso di riempire tale bisogno educativo con qualcosa di più concreto, più afferrabile, più comprensibile, più in linea col Mogambo: "Facendo due conti, state pagando il 50% in più per l'energia elettrica, la quale rappresenta un bene fondamentale su cui fate un enorme affidamento ogni giorno della vostra stupida vita! Ed è una situazione destinata a peggiorare! Vi piacciono i risultati di un'inflazione costante e latente, idioti che non siete altro? Idioti perché avreste dovuto ascoltare il Mogambo quando vi diceva di scacciare quelle mezzeseghe spendaccione al Congresso, le quali ci stanno scavando la fossa con deficit terrificanti, consentendo inoltre alla malvagia Federal Reserve di creare così tanto denaro da provocare tanta miseria inflazionistica che, come precedentemente ipotizzato, ci farà secchi tutti quanti."

Pensando lungo le stesse linee, vale a dire, che la malvagia Federal Reserve è la causa di tutti i nostri problemi, Stockman dice: "Partendo da una prospettiva di 100 anni sui prezzi dell'energia elettrica, l'emersione del settore bancario keynesiano dopo l'agosto 1971 è stato associato ad un'inflazione persistente, non ad una deflazione."

Voglio dire, guardatevi intorno! O ascoltate le lagne della mia famiglia che mi chiede costantemente soldi! Le cose costano molto di più rispetto al passato!

Ad esempio, di quanto sono saliti i suddetti prezzi dell'elettricità sin dal 1971? Un aumento del 300%! Triplicati! Immaginate una bolletta dell'energia elettrica tre volte superiore a quella che pagate adesso!

Naturalmente ci sono quelli che sostengono: "Ma i redditi erano più bassi allora, quindi le cose si compensavano, e comunque sei uno stupido idiota che non sa nulla, quindi stai zitto Stupido Mogambo Cretino (SMC)."

Colpito da cotanta maleducazione e indifferenza per i poveri, rimango a corto di parole davanti ad una risposta così dannatamente stupida, sorapttutto quando Stockman sembra essere un telepate visto che ha perfettamente compreso il mio problema! La buona notizia è che ha deciso di commentarlo, spiegando tutto per filo e per segno, mentre la cattiva notizia è che mi sta privando dell'attenzione di cui ho disperatamente bisogno, in questo modo non sono io quello che sale sul podio gonfiando il petto per la soddisfazione di aver dato una risposta intelligente.

E riesce anche ad eclissarmi nei calcoli, perché aggiunge: "Per coloro che pensano che questo tipo di inflazione 'moderata' sia una cosa salutare, considerate quanto un dollaro risparmiato oggi varrà dopo 30 anni di inflazione al 3.5%. Risposta: 35 centesimi."

Mi strofino gli occhi incredulo, la mia voce trema, e considerando il futuro della mia pensione rimango scioccato se penso che devo risparmiare tre dollari di potere d'acquisto oggi per ritrovarmi un pidocchioso dollaro di potere d'acquisto domani. Per 30 anni mi servirà un 3.73% annuo sul mio investimento, solo per restare in pareggio in termini di potere d'acquisto! Oddio! Solo per restare schifosamente in pareggio!

E questo ESCLUSE commissioni, tasse e spese! Gaaahhh! Siamo dannatamente fregati!

Ma va avanti, ogni statistica è come un pugnale rovente nel mio cuore. Infatti scrive: "I prezzi della benzina sono saliti di quasi il 6.0% negli ultimi nove anni", gli affitti sono aumentati ad un tasso composto del 3% e anche il costo delle utenze come acqua, fogna e raccolta dei rifiuti sono salite del 4.5% annuo nello stesso periodo di tempo!

Poi ecco che arriva dal nulla Greg Guenthner con la sua newsletter Rude Awakening, anch'egli a scrivere sull'inflazione dei prezzi e di come "il cacao è in crescita del 34% da giugno" grazie ad una "cocente" domanda proveniente dalla Cina.

Poi offre questo distico profetico: "Dite quello che volete sull'economia della Cina, ma il suo vizio per il cioccolato è in aumento ed i prezzi stanno andando a ruota."

Io dico, in veste di Mogambo Brillante e Chiassoso (MBC) che disprezza tutti quelli che lo contraddicono e li respinge con un sopracciglio alzato e un ghigno sulle labbra, che un terzo della popolazione mondiale è scarsamente ingombrata da problemi di debito personale e può facilmente ricorrere al debito per comprare le cose!

E il commento di Guenthner quando dice che "i prezzi stanno andando a ruota" è particolarmente agghiacciante, poiché la crescente domanda cinese e un dollaro più basso renderanno le cose molto, molto, MOLTO più costose per noi americani che amiamo il cioccolato. Beh, più che amare bramiamo, ma non è questo il punto e lo sapete.

Il punto è che ora non possiamo più permetterci nemmeno il cioccolato. Grande. Davvero grande.

Ed a peggiorare le cose, si scopre che "i prezzi delle carni bovine sono aumentate del 16% annuo", cosa che farà aumentare il prezzo degli hamburger ancora e ancora. Ripeto: grande. Davvero grande.

Se NON avete dato ascoltò al mio saggio consiglio di comprare oro e argento, né avete preso a calci i perdenti di sinistra i quali pensano che il governo dovrebbe aiutare tutti e che di fatto hanno permesso alla malvagia Federal Reserve di creare così tanta liquidità che ha gonfiato bolle mega-galattiche in azioni, obbligazioni, case, prestiti studenteschi e debito personale, non è ancora troppo tardi per salvare, in lingua volgare, il vostro Dolce Culo Finanziario (DCF) dagli orrori dell'inflazione dei prezzi.

Tutto quello che dovete fare è investire il vostro denaro in oro e argento! E' così incredibilmente semplice! Questa filosofia esplosiva di investimento ha funzionato alla grande negli ultimi mille anni malgrado gli sforzi frenetici e bancarottieri di tutti i governi, e funzionerà anche questa volta, per la semplice ragione che non ci sono altri "finali alternativi"!

Quindi, hahahaha! Che altro si può fare se non ridere davanti alla semplicità disarmante quando si tratta di scambiare dollari fiat per oro reale e argento, i quali possono rendervi ricchi durante condizioni monetarie estreme come queste? Whee! Questa roba dell'investire è facile!

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Draghi banchiere “Hayekiano”? E l'inflazione monetaria si impenna!

Ven, 11/07/2014 - 10:19
Capita spesso di leggere castronerie sul web. La maggior parte delle volte accade perché chi le scrive non ha compreso appieno quello che decide di attaccare o "confutare". Non sorprende, quindi, che il blogger di Archeo-finanza riempia le pagine del suo blog di sciocchezze sulla teoria Austriaca, chiamando in causa una puntuale replica (si veda qui e qui). La confusione manifesta su quanto asserisce, purtroppo, non l'ha fermato dal tornare sull'argomento e perseverare a stravolgere concetti che gli sono poco chiari. Non è l'unico nella lunga lista di coloro che ci hanno provato, studiosi presumibilmente più in vista di lui ci hanno provato in passato, come Milton Friedman ieri e Paul Krugman oggi. Allora come oggi, si utilizzano travisazioni del pensiero accademico di un determinato individuo per stravolgerne le fondamenta. Magicamente, quindi, Rothbard diventa un sedicente affamatore di popoli, il quale trarrebbe solo gioia dal vedere crollare il sistema bancario. E' davvero così? In realtà Rothbard non fece altro che sottolineare l'ovvio: il sistema bancario commerciale, spalleggiato da uno centrale, aveva eccesso nei bagordi della riserva frazionaria andando a piantare i semi della sua futura morte. Il sistema si era auto-distrutto ed aveva trascinato con sé l'intera economia. Rothbard non voleva cancellare qualcosa di sano, ma stava evidenziando che il sistema era ormai defunto. Sebbene questa spiegazione era stata fornita per spiegare la grande depressione degli anni '30, le sue conclusioni sono tuttora valide per la grande recessione di cui siamo protagonisti.
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di Luca Fusari


In un recente articolo intitolato Ricordiamo alcuni concetti, apparso sul blog Archeo-finanza.blogspot.it da parte di Massimo Fontana, si asserisce in maniera più o meno esplicita che il banchiere centrale europeo Mario Draghi sarebbe non solo “hayekiano” ma addirittura un vero e proprio esempio vivente di “economista austriaco” impegnato a contrastare la crisi economica e i suoi dannosi effetti sociali!

L’autore di simili allucinanti affermazioni parrebbe non esser stato influenzato nella stesura del suo articolo dalla consegna dello Schumpeter Award 2014, avvenuta Giovedì 13 Marzo 2014, all’ex-Governatore della Banca d’Italia, già Vice Presidente e Managing Director di Goldman Sachs International nella cerimonia tenutasi presso la Oesterreichische Nationalbank (OeNB) di Vienna da parte del socialdemocratico Andreas Mailath-Pokorny, assessore viennese per gli Affari Culturali, con la motivazione: «per la sua pratica innovativa in economia e in politiche monetarie».

Ewald Nowotny, governatore della Oesterreichische Nationalbank (OeNB) e membro sin dal 1974 del Partito Socialdemocratico austriaco (SPÖ), ha sottolineato il ruolo determinante di Draghi nella gestione delle crisi: «Ho conosciuto e ammirato Mario Draghi per molti anni. Egli unisce idealmente precisione dell’analisi economica con un approccio pragmatico alle questioni in gioco. Questo risultato spiega il successo della BCE nell’affrontare la crisi con le sue misure standard e non standard. Sono molto lieto di vedere che questo straordinario risultato viene riconosciuto attraverso la presentazione del Premio Schumpeter».

Come J. Hanns Pichler, membro del consiglio della Schumpeter Gesellschaft, ha sottolineato: «Mario Draghi esemplifica i principi di Schumpeter per le sue pratiche innovative in economia e politiche monetarie simili. E’ in gran parte dovuto a Draghi se la BCE, come innovazione schumpeteriana, ha cambiato il mercato, non solo per i 18 Paesi della zona euro, ma su scala globale». Pichler ha continuato osservando che: «la BCE è stata veramente messa alla prova dall’inizio della crisi finanziaria internazionale nel 2008. Mario Draghi ha difeso la politica di bassi tassi di interesse della BCE contro tutti i critici».

Cerchiamo di azzerare ogni sorta di equivoco o leggenda metropolitana-telematica sorgente da simili dichiarazioni e sinistre premiazioni: ricevere un premio economico in Austria non comporta essere o divenire esponenti della Scuola Economica Austriaca! Lo stesso economista Joseph Schumpeter, benché fosse un economista di nazionalità austriaca, non fu membro della Scuola Economica Austriaca marginalista di Menger e Mises.

Quest’ultima ha sempre criticato l’operato espansivo ed interventista dei banchieri centrali; tant’è che contrariamente alla teoria del ciclo economico della scuola austriaca, la teoria del ciclo economico schumpeteriano sostiene invece che l’espansione del credito ed i bassi tassi di interesse facilitino l’introduzione di innovazioni tecnologiche ed imprenditoriali che favoriscono lo sviluppo economico.

Questa argomentazione schumpeteriana, tipicamente progressista tesa a rendere filantropico il ruolo del pianificatore, oltre ad aver influenzato le teorie economiche di Keynes fu a sua volta influenzata dall’interpretazione del ciclo economico prodotta dalla Scuola Storica Tedesca la quale metolodologicamente, culturalmente e concettualmente differisce dalla Scuola Economica Austriaca (come spiegato nel libro Economica Fenice di Carmelo Ferlito).

D’altronde che Mario Draghi non sia un membro della Scuola Economica Austriaca né un ammiratore di Mises e dei suoi allievi Rothbard e Hayek è cosa nota e risaputa a chiunque abbia un briciolo di conoscenza dei fondamenti economici di tale scuola economica.

La Scuola Economica Austriaca è una scuola di economia nata nell’Ottocento con le considerazioni sulle scelte soggettive marginali di Carl Menger nel libro del 1871, Principles of Economics, avente nel XX secolo nell’austriaco Ludwig von Mises, nel premio Nobel Friedrich von Hayek, i principali suoi esponenti economici.

Il fatto che si chiami austriaca non significa che essa sia legata o abbia a che fare con l’attuale Repubblica d’Austria o con l’attuale politica austriaca (sia essa monetaria, economica, finanziaria o di bilancio nei conti pubblici) né necessariamente con la precedente economia in vigore nell’Impero Austro-Ungarico.

Si chiama austriaca perché i suoi protagonisti nacquero anagraficamente in possedimenti territoriali appartenenti amministrativamente e politicamente all’ex-impero Austro-Ungarico. Siccome non si vuole personificare la scuola austriaca ad un unico protagonista-economico (Mises, Menger o Hayek) si è deciso di usare tale etichetta identificativa “austriaca” per definire un gruppo di economisti che nel corso del tempo hanno elaborato un medesimo sistema di pensiero economico refrattario alla presenza dello stato in economia.

Per la precisione oggi gli economisti austriaci, avrebbero differenti nazionalità, Carl Menger sarebbe polacco e Ludwig von Mises ucraino, ma ovviamente nessuno chiama rispettivamente le loro considerazioni “economia polacca” o “ucraina” dato che per meglio descrivere le idee condivise da questi pensatori si è preferito un termine che li potesse definire nel loro complesso aldilà del criterio della nazionalità.

La Scuola Economica Austriaca ha però dei propri solidi e peculiari principi economici caratterizzanti le sue interpretazioni soggettivistiche dell’economia: l’economia è la scienza dell’azione umana; l’uomo è un essere sociale che scambia liberamente prodotti o informazioni con altri individui; il libero mercato è il prodotto dello scambio reciproco e volontario di beni da parte degli individui (ossia come il risultato di una interazione tra differenti esigenze degli esseri umani derivanti a loro volta da scelte marginali soggettive singolarmente prese entro una scala di valori di utilità a loro rispettivamente convenienti); il prezzo stabilisce l’incontro della domanda e dell’offerta tra consumatore e produttore in relazione ai loro beni e bisogni soggettivi.

Nella teoria economica della scuola austriaca il denaro viene considerato una merce-prodotto di scambio per altre merci, esso quindi viene a costituire una merce avente un suo valore di mercato (di richiesta e offerta) che in ragione delle sue particolari caratteristiche di accettazione e utilizzo universale assume un ruolo fondante per tutti gli altri scambi.

Gli economisti di Scuola Economica Austriaca sono inoltre favorevoli a ritenere come moneta (e quindi come bene di scambio universale in cambio di altri beni) l’oro o altri metalli (argento e platino) o minerali preziosi. Sono quindi considerate come monete quelle valute-merci monetarie utilizzate come promesse di pagamento nelle compravendite aventi un legame o meccanismi di riserva di valore.

In ragione di ciò gli economisti della Scuola Economica Austriaca sono contrari al legal tender e alla fiat money (moneta fiduciaria) emessa senza equivalenti in oro o argento dalle banche centrali (enti monopolisti aventi tendenze inevitabilmente inflazionistiche/espansive sull’offerta e disponibilità di denaro sul mercato), la presenza di questi enti implica l’impossibilità che la moneta sia un bene di mercato non falsificabile a livello politico.

La moneta di stato in assenza di un legame sonante risulta essere una moneta fiduciaria inflazionata, dunque in costante perdita di potere d’acquisto a causa della sua stessa diffusione; la moneta fiduciaria a corso forzoso non è dunque un bene auto-regolato dal mercato attraverso liberi scambi, avendo un decrescente potere d’acquisto nei confronti degli altri beni.

Gli economisti della Scuola Economica Austriaca hanno vari approcci (non necessariamente antitetici tra loro) per superare il legal tender e con esso il rischio inflazionistico statale, oltre al ritorno al gold coin standard (ovvero ad una moneta legata all’oro) vi è anche la proposta del free banking (ovvero di libera competizione tra monete private) che di fatto si basa sulle intuizioni presenti nel saggio di Hayek, La denazionalizzazione della moneta.

Hayek quando parlò di denazionalizzazione della moneta non aveva certo in mente la creazione di una moneta unica europea o a livello mondiale, né di un ente centrale di emissione della moneta sovranazionale quale è di fatto la Banca Centrale Europea.

Il concetto di denazionalizzazione hayekiana della moneta si basa sull’eliminazione del legal tender, ovvero la fine del controllo monopolistico da parte dei governi sulla moneta al fine di evitare distorsioni e manipolazioni clientelari legate all’offerta discrezionale politica di nuova moneta sul mercato.

Con la denazionalizzazione della moneta suggerita da Hayek, l’emissione di moneta ritornerebbe al libero mercato, dunque ai privati produttori di valuta e di ricchezza, i quali potrebbero concorrere tra loro nell’offerta di tale merce fondamentale per tutti i tipi di scambi.

Mario Draghi sia quando era a capo di Bankitalia (si veda la questione del Monte dei Paschi) sia ora alla guida dell’eurotower di Francoforte, ha agito da keynesiano in completa antitesi con qualsiasi visione economica della Scuola Economica Austriaca e dunque anche con quella hayekiana: mentendo spudoratamente circa il piano Z sull’Ue, ripetutamente tagliando i tassi d’interesse sul denaro (portandoli al minimo storico dello 0.15%, con i tassi sui depositi presso lo stesso istituto centrale che diventano negativi a -0.10%) espandendo la massa monetaria in circolo con l’avvio del Quantitative Easing, del LTRO per le banche, ed operando una svalutazione competitiva con la FED e le altre banche centrali.

Avendo dunque ben chiaro tutto questo, è un palese controsenso logico asserire che un banchiere centrale possa essere un economista della Scuola Economica Austriaca dato che i fondamenti di tale scuola economica si basano sull’abolizione di un ente di pianificazione monetaria quale è una banca centrale.

Dopo tale doverosa premessa, procediamo dunque all’analisi dei contenuti “più pittoreschi” espressi da Massimo Fontana all’interno del suo articolo, cercando di evidenziare e correggere le sue palesi inesattezze.

Mises e soprattutto Rothbard, arrivano a conclusioni che della scuola austriaca stessa non hanno più molto a che vedere.
Tale frase è la premessa cardine sulla quale inizia tutta una serie di fallaci argomentazioni. Ovviamente appare del tutto evidente come Mises e Rothbard rappresentino, assieme ad Hayek, due delle colonne portanti della Scuola Economica Austriaca nel XX secolo, volerne negarne legittimità ed autorità in seno alla loro stessa Scuola economica, addirittura alla luce di una presunta “più coerente” attestazione di austrismo risulta essere esercizio in sé sofistico e assurdo, a maggior ragione se si vuole con tal affermazione seriamente rivalutare Hayek (senza dimenticare che questi fu allievo di Mises durante il periodo viennese).

L’autore dell’articolo retoricamente si domanda:

C’è qualcosa di sbagliato in questa teoria? No e si. No perché è vero che un aumento della quantità di moneta induce una pressione al rialzo dei prezzi di tutti i beni. Si perché almeno per aumenti entro certi valori ci sono in gioco anche altre variabili che impediscono una trasmissione automatica della nuova moneta in un rialzo dei prezzi. No perché è vero che l’espansione monetaria artificiale determina una cattiva allocazione dei capitali. Si perché si è dimostrato empiricamente che tale distorsione non è automatica ed ha la tendenza a verificarsi in modo negativo per l’economia solo quando colpisce il mercato immobiliare (a suo favore).
La Scuola Economica Austriaca, pur evidenziando il rapporto tra quantità di massa monetaria in circolo e l’innalzamento degli indici dei prezzi al consumo, non asserisce che l’inflazione sia un fenomeno di trasmissione automatica tra quantità di moneta emessa e il prezzo dei beni di consumo.

In primo luogo gli austriaci tendono ad evidenziare come il meccanismo di innalzamento dei prezzi si sviluppi secondo le dinamiche di diffusione di tale nuova moneta creata dal nulla nell’ambito economico, di fatto la sua diffusione segue l’effetto Cantillon con una redistribuzione della ricchezza a favore dei suoi primi percettori.

Dato che lo stato e le banche centrali erogano denaro quale stimolo keynesiano in primo luogo alle loro clientele politico-economiche appare evidente come tale innalzamento dei prezzi avvenga innanzitutto nei settori più connessi alla struttura finanziaria pubblica, propagandosi “a cascata” solo successivamente entro l’ambito economico generale, influenzando le tappe della struttura produttiva dei beni capitali.

In secondo luogo è evidente come l’iniezione di moneta creata dal nulla mediante il meccanismo della riserva frazionaria e/o con l’emissione di moneta ad opera della banca centrale siano due differenti modalità di espansione della massa monetaria in circolazione, le quali seppur collegate tra loro hanno tempi e modalità differenti e non necessariamente coincidenti.

Ad esempio, le restrizioni dei prestiti da parte delle banche commerciali americane dopo la crisi dei mutui subprime, hanno ridotto l’effetto inflattivo derivante dell’immissione di moneta creata dal nulla da parte della FED. Questa stretta sulla liquidità ad opera delle banche commerciali ha paradossalmente in parte calmierato gli effetti dell’inflazione monetaria sui portafogli degli americani.

In ogni caso molto del denaro emesso dalla FED è andato soprattutto a beneficio del settore finanziario di Wall Street e come prestiti, quali riserve di deposito alle banche commerciali a rischio di insolvenza. Questo spiega l’aumento di alcuni titoli borsistici statunitensi e il perché l’inflazione sia ancor oggi un fenomeno limitato e non ancora degenerato in iperinflazione nonostante tutti i trilioni di dollari creati dal nulla dalle autorità monetarie statunitensi.

In ogni caso le distorsioni dell’espansione monetaria artificiale nel medio-lungo periodo costituiscono inevitabilmente delle distorsioni non solamente limitate al settore finanziario, ma anche alla struttura economica produttiva reale. Il mercato immobiliare in realtà è solo un ambito nel quale si possono generare bolle, in ogni caso esso non è esposto al laissez-faire, dato che la bolla dei subprime fu conseguenza del piano casa voluto da Bill Clinton e proseguito da Bush Jr da parte di agenzie semi-federali come Fannie mae e Freddie mac.

Fontana propone dunque una dialettica tra presunte affermazioni economiche austriache giuste e sbagliate che è in sé capziosa, in realtà sono quattro affermazioni di buon senso e in sé tutte vere.

Il problema è dunque nell’interpretazione data da tale blogger, il quale pur citandole (ed apparentemente dando dimostrazione di una certa loro conoscenza) le presenta volutamente come se esse fossero autoescludenti e in contraddizione tra loro o come affermazioni in sé stesse insostenibili, ma questo è ovviamente un problema legato all’onestà intellettuale di tale persona e non ai principi economici austriaci.

Basta leggere nei vari siti italiani e esteri di ispirazione austriaca quanto viene detto sulla FED e sui quantitative easing per capire come secondo questi supposti discepoli di Mises la fine del mondo (sicuramente economica) sia vicina.
Tralasciando che Archeo-finanza in forma assai irriverente continui a prendersi gioco della Scuola Economica Austriaca preferendo ad essa il keynesiano Modigliani, non si comprende quale “reato o crimine” commettano i siti e gli economisti della Scuola Economica Austriaca quando denunciano come il QE della FED o il LTRO della BCE siano in sé operazioni frutto di un errore di presunzione da parte dei banchieri-pianificatori nel voler risolvere con fiumi di denaro creato dal nulla una crisi generata in precedenza dal credito erogato mediante la manipolazione artificiosa al ribasso dei tassi di interesse sul denaro.

Non mi pare che gli economisti della Scuola Economica Austriaca impediscano ai marxisti, ai monetaristi e ai keynesiani o persino ai tizi della MMT di propagandare le loro assurde ed erronee teorie economiche alternative, anzi è semmai vero il contrario. Nonostante la correttezza delle loro analisi, gli economisti della Scuola Economica Austriaca sono sovente censurati e banditi dai circuiti accademici e dell’informazione a beneficio delle altre linee economiche più funzionali ai potentati e alle élite.

In ogni caso gli Economisti della Scuola Austriaca sono estranei dalle logiche presenti nelle stanze dei bottoni dei governi e delle banche centrali. La fallacia delle banche centrali è un problema inerente proprio alla loro esistenza (come ha spiegato distintamente sia Mises che Hayek nei loro libri) ed è legata all’impossibilità da parte di una istituzione dedita alla pianificazione (governo, stato o banca centrale) di attuare una corretta allocazione delle risorse, dunque di effettuare un corretto calcolo economico, in quanto chi la controlla non avrà mai tutte le informazioni disponibili al fine di sostituirsi alle azioni e decisioni spontaneamente esercitate da milioni (o miliardi) di individui attraverso i processi di scambio in un libero mercato, al fine di soddisfare i loro bisogni.

Non è solo una questione di variabili legate alla quantità o di qualità dell’informazione (dato che ogni individuo ha preferenze soggettive personali) è anche una questione di marginalità nelle preferenze temporali. La domanda e l’offerta non è uniforme nel tessuto sociale, ergo una pianificazione centrale standardizzata quale suo intervento macroeconomico non può soddisfare adeguatamente differenti richieste nello stesso tempo a livello microeconomico (tenendo presente che in realtà tale divisione per aree economiche non esiste e come la macroeconomia sia perlopiù puramente statistica non esaustiva quanto a descrizione della realtà).

Nella fattispecie monetaria, la banca centrale manipolando i tassi d’interesse distorce il ciclo economico produttivo dei beni capitali in favore dei beni di consumo, tale differenza di redditività dai primi ai secondi causa cicli di brevi boom e di successive recessioni protratte nel medio-lungo periodo in vari settori economici.

Tutto questo è legato alla distribuzione a cascata di tipo clientelare del nuovo denaro creato dal nulla, il quale oltre a costituire una perdita netta del potere d’acquisto del denaro (e in particolare nei confronti di quello già in circolo) incentiva con falsi ed illusori segnali di redditività d’investimento delle attività economiche che in un libero mercato sarebbero in sé economicamente poco vantaggiose, diminuendo apparentemente il moral hazard e modificando il sistema dei prezzi.

Tale ciclo di espansione creditizia comporta successive ed inevitabili crisi economiche strutturali conseguenti alla mancanza di risparmio reale e ad una erronea allocazione imprenditoriale delle risorse conseguente all’interventismo pianificatore messo in atto dalla banca centrale. Queste crisi avvengono aldilà di chi Draghi o Yellen prediligano quali loro autori economici (è comunque assai provato che non siano sostenitori di autori della Scuola Economica Austriaca).

La bravura o l’intenzionalità morale di tali pianificatori nella gestione monetaria dell’economia non hanno in sé una importanza significativa nel giudizio complessivo sul loro comunque dannoso operato (questo ovviamente non significa che quanto da loro deciso non costituisca, anche sul piano morale ed economico, un giudizio negativo in ottica economica della scuola austriaca).

La banca centrale, al pari dello stato, è infatti una struttura in sé tendente ad espandersi inevitabilmente come sue funzioni e potere d’intervento, influenzando artificialmente e negativamente il ciclo economico.

Non è dunque importante se le decisione assunte dai banchieri centrali siano in buona o cattiva fede, è comunque inevitabile una loro condotta costruttivista basata sulla presunzione di conoscenza in quanto la premessa teorica della pianificazione centrale, sulla quale si basa il funzionamento della FED, della BCE o simili istituzioni, è in sé fallace.

Non è per nulla un atto millenaristico o di fede affermare che la pianificazione centrale è in sé fallace, è semmai una obiezione logica, razionale e di buon senso sostenere che i politici e i banchieri centrali non siano esseri onniscienti ed onnipotenti.

Ludwig von Mises lo ha spiegato chiaramente in Economic Calculation in the Socialist Commonwealth denunciando l’impossibilità del calcolo economico in un sistema economico pianificato quale era quello sovietico. Friedrich von Hayek lo ha spiegato in The Pretense of Knowledge, Collectvist Economic Planning e in The Use of Knowledge in Society.

Mises nell'Azione Umana scrisse questa celebre frase:

Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom economico creato dalla espansione del credito. La alternativa è soltanto se la crisi debba arrivare prima, quale conseguenza di una volontaria rinuncia ad espandere ulteriormente il credito od invece più tardi quale catastrofe totale del sistema monetario coinvolto.
Tale frase non è una profezia esoterica ma è la descrizione di un risultato inevitabile di un processo economico espansivo; dunque appare del tutto evidente come una politica monetaria espansiva causante una crisi economica non possa che produrre un ulteriore peggioramento della crisi economica stessa sino alla distruzione terminale della moneta (ovvero del mezzo con il quale i pianificatori operano ripetuti stimoli nella struttura economica).

Date le premesse inerenti l’erronea allocazione di capitali e risorse messe in atto da precedenti fasi monetarie espansive risulta evidente come proseguire a “calciare il barattolo”, rimandando l’auto-correzione del mercato, non costituisca la soluzione al problema derivante dal moral hazard favorito dall’attività di stimolo artificiale lanciata dalla pianificazione centrale.

Ovviamente in molti ambiti ed aspetti le analisi economiche di Mises, Rothbard e Hayek, pur essendo tutti e tre economisti della Scuola Economica Austriaca, sono differenti tra loro per temi analizzati e metodologia d’indagine (a tal riguardo suggerisco la lettura specifica di analisi sulle differenze metodologiche tra Rothbard e Mises, sulle differenze culturali d’approccio tra Hayek e Rothbard e sulle differenze tra Mises e Hayek per quanto riguarda i processi di mercato ed il calcolo economico).

Sul piano concettuale Mises opera con criteri prasseologici utilitaristi, Rothbard è un giusnaturalista tomista, Hayek è un anti-costruttivista socratico evoluzionista (ergo ha volutamente lasciato meno certezze ed analisi sistematiche rispetto a Rothbard o a Mises).

Anche in ambito giuridico e politico vi sono differenze sostanziali tra i tre personaggi come approccio e proposte circa la presenza o l’assenza dello stato e il suo eventuale ruolo nella società. Mises era contro l’interferenza dello stato in economia, non contro l’esistenza dello stato, in chiave liberale classica.

Hayek da liberale classico riformatore non ha mai nascosto l’idea di una sua preferenza per un’approccio realistico graduale verso lo stato minimo, questo implica una sua visione di fondo dello stato entro i canoni del costituzionalismo lockeiano.

Rothbard accentua politicamente il liberalismo classico radicalizzandolo in chiave anarchica individualista ed antistatalista. Laddove Hayek ha cercato di porre limiti teorici allo stato, Rothbard politicamente ha cercato idealmente di ignorare lo stato. Rothbard agisce da miniarchico avendo come obiettivo l’anarcocapitalismo. Hayek sostiene da miniarchico che la miniarchia è l’obiettivo finale.

Sia Hayek che Mises, a differenza di Rothbard, non hanno mai interpretato le loro opere e il loro ruolo di economisti in funzione finalistica tesa al rilancio del movimento libertario americano nel secondo dopoguerra, limitandosi invece ad esprimere loro idee personali frutto di ricerche e riflessioni iniziate in Europa.

In tal senso, a differenza delle opere di Rothbard, le opere di Hayek e di Mises non nacquero con lo scopo di dar identità politica al libertarianism e al punto di vista anti-statalista, quanto semmai per argomentare una critica economica alla pianificazione centrale dal punto di vista liberale classico (non a caso Mises scrisse il libro Liberalism, mentre Hayek scrisse la voce ‘liberalismo’ nel 1973 per l’Enciclopedia del Novecento).

Le idee economiche di Hayek e di Mises pur contribuendo a definire il libertarianism alla luce della Scuola Economica Austriaca non furono da parte loro certamente, consapevolmente e strettamente formulate con mentalità rothbardiana.

L’apporto dato dallo stesso Mises alla causa politica del libertarianism è stata dunque indiretta anche grazie alla rielaborazione fattane da Rothbard del pensiero del proprio maestro all’interno delle proprie opere.

Anche Hayek è stato rivalutato in termini postumi divenendo da liberale classico un’icona del libertarianism (affermandosi nell’immaginario come tale nonostante le critiche mosse da Rothbard né L’etica della libertà), paradossalmente alla luce anche della divulgazione culturale delle idee di libero mercato seminate dal Ludwig von Mises Institute in funzione di tale Scuola Economica.

Capita però anche in seno all’ambito austro-libertario che si tenda sovente ad interpretare Hayek e la sua non-sistematicità argomentativa quale punto dolente (e di partenza) per una sua banalizzazione o per ridimensionarne il suo pensiero economico, la sua originalità di idee, appiattendone le sue riflessioni ed intuizioni in funzione di altri economisti austriaci a lui contemporanei o in funzione della critica mossa da questi nei suoi confronti.

A mio giudizio è scorretto analizzare, ad esempio, il pensiero politico di Hayek in funzione del pensiero politico di Rothbard, ed è altrettanto scorretto analizzare l’ambito politico ed ideologico di questi due pensatori al fine di valorizzarne/delegittimarne i rispettivi pensieri economici.

Questo tende a sottovalutare il fatto che ciascun esponente della Scuola Economica Austriaca del XX e XXI secolo (Mises, Hayek Rothbard, Hoppe, Hülsmann, De Soto, Bagus ed altri) non solo si differenzi e si distingua (per approccio ai temi e ai percorsi d’interesse studiati ed approfonditi) rispetto ai suoi colleghi e predecessori, ma anche che costoro abbiano affrontato tali interessi alla luce delle problematiche soggettivamente percepite come importanti e da affrontare nel proprio rispettivo tempo ed ambito umano d’azione.

Massimo Fontana si è invece prefissato nel cercare di giustificare l’ingiustificabile superando ogni confine del buon senso, la sua assurda tesi è quella di un Mario Draghi hayekiano ed economicamente addirittura più austriaco di Mises e di Rothbard! Per dimostrare tale fantasioso “affiatato nuovo sodalizio” tra il premio Nobel del 1974 e il capo della BCE egli cita una frase del primo contro la “deflazione”:

Da questo non segue che non ci si debba sforzare di fermare un’effettiva deflazione quando questa minacci di prendere piede. Anche se non considero la deflazione come la causa originaria del declino dell’attività economica , non ho dubbi sul fatto che la mancata realizzazione delle aspettative abbia sempre avuto l’effetto di indurre un processo di deflazione (…), le cui conseguenza possono essere peggiori (…), di quelle che la causa originaria della reazione rende effettivamente necessarie (…).
Leggendola così come riportata da Archeo-finanza parrebbe più un Hayek keynesiano che un Draghi austriaco, ma in difesa di Hayek bisogna sottolineare come questa citazione, al pari di successive frasi menzionate dal blogger, non corrispondano all’effettivo autentico pensiero di Hayek.

Tali frasi sono infatti citate dall’Archeo-blogger con un taglia e cuci realizzato ad hoc e prive di una loro corretta contestualizzazione alla luce dello scritto dal quale sono tratte. Riporto qui l’effettiva frase originale integrale, in lingua inglese, scritta da Hayek nel saggio Full Employment at Any Price? del 1975:

It does not follow [from the fact that a disequilibrium generating inflation cannot be allowed to expand forever] that we should not endeavour to stop a real deflation when it threatens to set in. Although I do not regard deflation as the original cause of a decline in business activity, a disappointment of expectations has unquestionably tended to induce a process of deflation — what more than 40 years ago I called a ‘secondary deflation’ — the effect of which may be worse, and in the 1930s certainly was worse, than what the original cause of the reaction made necessary, and which has no steering function to perform.
Analizzando la versione originale emerge chiaramente come Hayek, in linea con quanto scritto da Mises, reputi che l’espansione monetaria non possa durare per sempre; inoltre egli non giudica la deflazione un problema o una minaccia per la società, in concordanza con Rothbard e in antitesi con il pensiero economico dei keynesiani.

Ciò nonostante, nel suo scritto originale, Hayek usa il termine ‘deflazione’ per indicare non tanto il calo dei prezzi, quanto semmai il calo delle aspettative soggettive marginali avutesi in occasione della Grande Depressione in America nella struttura produttiva.

Hayek parla di deflazione dando al termine una differente interpretazione rispetto a quella keynesiana di calo dei consumi o da quella monetarista friedmaniana relativa all’assenza d’intervento immediato da parte della banca centrale per contrastare il manifestarsi della crisi economica.

Hayek parlando di deflazione e in particolare di ‘deflazione secondaria’ allude a quel processo di risanamento del ciclo produttivo a seguito dello scoppio della bolla di Wall Street del 1929.

Per la teoria del ciclo economico della Scuola Economica Austriaca la crisi economica è infatti solo l’emergere di una cattiva allocazione dei capitali. Dunque il manifestarsi della crisi, in assenza di ulteriori successivi interventi ad opera dei regolatori, consente al mercato di eliminare spontaneamente quei cattivi investimenti precedentemente originatesi dall’espansione monetaria del credito facile (si pensi all’espansione monetaria avvenuta con la prima guerra mondiale e negli anni ’20 in America) messi in atto dalla pianificazione centrale.

Ovviamente tale processo di risanamento è necessario ma non è indolore. Hayek lo evidenzia rimarcandone la necessità in quanto esso costituisce una correzione severa della struttura produttiva, fallacemente indotta ai cattivi investimenti a causa delle manipolazioni sulla moneta prodotte dal pianificatore.

Friedrich von Hayek è noto per le sue critiche alle politiche keynesiane di pianificazione centrale governativa e di stimoli monetari per risolvere il problema occupazionale, tale tema oltre che nello scritto del 1975 è trattato in altri suoi saggi (come ad esempio Full employment, planning and inflation).

In particolare Hayek, conscio che l’inflazione dei prezzi al consumo non è altro che conseguenza dell’inflazione della massa monetaria, sostiene che una correzione del sistema produttivo e una stretta sulla liquidità facile debba contemplare anche una riduzione dei salari dei lavoratori evitando così l’infantile, quanto inutile, espediente di aumentare i salari dei lavoratori al di sopra della soglia d’inflazione dei prezzi.

Nel suo saggio Inflation, the Misdirection of Labor, and Unemployment, sempre del 1975, Hayek scrive a tal riguardo:

Ma, pur ammettendo che una riduzione generale dei salari monetari è politicamente impossibile, sono ancora convinto che il necessario aggiustamento della struttura dei salari relativi può essere conseguito senza inflazione solo attraverso la riduzione dei salari monetari di alcuni gruppi di lavoratori (…).
Le differenze tra Hayek e Keynes in tal senso sono alquanto evidenti (si veda qui e qui), ma evidentemente non per Massimo Fontana. Tant’è che il blogger rimarca come:

Hayek è chiaro: secondo lui l’espansione monetaria conduce comunque alle bolle finanziarie e di conseguenza alla crisi, ma una volta che questa si palesa e arriva a tal punto da portare il tasso d’inflazione in territorio negativo, la deflazione, bisogna comunque fare di tutto per evitare questo evento.
Fontana arriva a desumere con la sua fervida immaginazione ciò che Hayek non ha mai affermato: l’espansione monetaria una volta in atto non dovrebbe mai essere fermata onde evitare la dolorosa deflazione! L’economista austriaco non ha però mai asserito che la deflazione debba essere evitata, egli ha semmai scritto che essa produce correzioni le quali non sono indolori ma seppur spiacevoli esse sono necessarie onde evitare l’iperinflazione.

Per confermare tale lettura assai poco hayekiana, l’autore dell’articolo tira fuori dal cilindro quest’altra frase del premio Nobel all’economia:

Se fossi oggi responsabile della politica monetaria di un paese, cercherei senz’altro di impedire con tutti i mezzi disponibili una deflazione minacciosa, e cioè una diminuzione assoluta del flusso di reddito, e annuncerei le mie intenzioni di farlo. Con ogni probabilità, questo annuncio sarebbe di per se stesso sufficiente ad impedire che la recessione possa degenerare in una depressione di lunga durata.
Anche qui è bene citare il testo originale di Hayek sempre tratto da Full Employment at Any Price? del 1975. Effettivamente Hayek afferma che:

If I were responsible for the monetary policy of a country I would certainly try to prevent a threatening deflation, that is, an absolute decrease in the stream of incomes, by all suitable means, and would announce that I intended to do so. This alone would probably be sufficient to prevent a degeneration of the recession into a long-lasting depression.
Ma basta questo per fare di Hayek un punto di riferimento e un maestro di Draghi? Hayek è un fautore della stampante magica al servizio permanente contro le correzioni spontanee attuate dal mercato dei cattivi investimenti? Ovviamente no, dato che Fontana volutamente dà importanza a questa seconda citazione decontestualizzandola ed isolandola anche rispetto alla precedente, inerente il medesimo saggio!

Invece tale seconda citazione di Hayek va letta sia alla luce della precedente che in riferimento al modus ragionandi austriaco del premio Nobel all’economia del 1974. Come abbiamo scritto le effettive argomentazioni di Hayek sono in linea con la tradizione della Scuola Economica Austriaca, circa l’interpretazione dell’emergere di una crisi economica conseguente ad una fase di boom del ciclo economico, ponendo la fine dell’espansione monetaria quale condizione per il ripristino di un più sano ordine spontaneo del ciclo produttivo in favore dei beni capitali; la deflazione per Hayek è un fenomeno non indolore ma comunque necessario.

Hayek ovviamente afferma di temere una deflazione minacciosa (intendendo con essa una ‘deflazione secondaria’), ovvero il risultato conseguente ad una duratura cattiva allocazione delle risorse dovuta ad una duratura espansione monetaria. Questo non significa continuare a “calciare il barattolo” come sta facendo Draghi e come auspica lo stesso Fontana! Hayek semmai sta dicendo l’esatto contrario!

Hayek sta implicitamente evidenziando come egli eviterebbe ben volentieri che un paese si trovasse a dover affrontare le conseguenze inerenti lo scoppio di una crisi economica derivante da una prolungata espansione monetaria. Dunque egli eviterebbe ben volentieri la realizzazione di una serie di errori di pianificazione comportanti un necessario e severo riassetto della struttura produttiva con conseguente riduzione generale delle attività produttive.

Nella fattispecie la ‘deflazione secondaria’ altro non è che il risultato di una stratificazione di errori operati dai pianificatori centrali nel corso del tempo, essi sono il risultato proprio di una duratura espansione monetaria atta ad impedire l’autoregolamentazione/autocorrezione del mercato da quei cattivi investimenti verificatisi a causa della riduzione dei margini di rischio imprenditoriale derivante dal credito facile.

In ottica d’ambito economico di scuola austriaca (e non monetarista e/o keynesiana) ciò significa che Hayek non avrebbe mai iniziato un ciclo d’espansione monetaria per stimolare i consumi, il quale è fonte di successive, ripetute e prolungate cattive ed erronee allocazioni stratificate negli investimenti e nella struttura produttiva, le quali comportano l’emergere successivo di una crisi in tali settori. Fontana però non lo capisce tant’è che proseguendo nella sua personale costruzione di una giustificazione all’operato di Draghi cita ancora Hayek:

La prima cosa che è necessario fare, ora (1975, ndr), è fermare la crescita della quantità di moneta, o perlomeno ridurne il tasso di crescita, fino a portarlo al livello del tasso di crescita reale della produzione.
Pur non avendo trovato in rete la frase originale di Hayek, anche qualora sia stata tradotta correttamente, ciò non muta comunque il senso di quanto ha precedentemente realmente affermato il premio Nobel austriaco, anzi tale terza citazione rafforza a sua volta la seconda affermazione, sconfessando l’assurda ipotesi di un Hayek maestro di Draghi!

Benché Massimo Fontana interpreti tale citazione addirittura come una legittimazione keynesiana della manipolazione creditizia in funzione e alla luce della crescita del PIL (curioso, l’Archeoblogger reputa la quantità di moneta in funzione del PIL, cioè se il PIL non cresce ed è fermo allo 0% secondo lui sarebbe legittimo spostare i tassi d’interesse sul denaro allo stesso livello, cosa in sé assurda quanto attendersi che la neve si raffreddi se messa in forno), Hayek è in realtà contrario all’espansione monetaria e allo stimolo economico keynesiano, dunque egli sarebbe contrario alla politica dei tassi d’interesse negativi promossi da Mario Draghi.

Hayek in termini economici austriaci afferma che è necessario fermare/ridurre la quantità di moneta creata dal nulla messa in circolo; dunque egli ha affermato che è necessario non ridurre il tasso d’interesse sul denaro.

Il tasso di crescita da ridurre è quello della massa monetaria, dunque egli propone la riduzione della crescita quantitativa degli stimoli economici, l’esatto contrario di ciò che ha fatto Bernanke e di ciò che stanno facendo Yellen e Draghi.

La crescita quantitativa denunciata (e da interrompere) è in realtà quella della crescita della massa monetaria. Il tasso di interesse da arrestare è dunque quello della massa monetaria stessa in circolazione, questa deve essere rapportata alla crescita reale della produzione ovvero alla struttura produttiva del mercato, dunque essa deve essere conseguenza della sua spontanea domanda ed offerta generata sul libero mercato della moneta.

Il confuso blogger invece strumentalizza tale frase affermando che «l’inflazione deve crescere al tasso di crescita del pil», sostenendo (senza alcuna prova) che Hayek si riferirebbe per crescita reale della produzione al PIL (una misura statistica macroeconomica).

Ma nella frase riportata dallo stesso Fontana, Hayek non ha scritto PIL, egli ha invece testualmente scritto «crescita reale della produzione», il che nella sua concezione austriaca economicamente anti-interventista ed anti-keynesiana significa che la quantità di moneta deve essere stabilita dal mercato.

L’autore del libro La denazionalizzazione della moneta è perfettamente consapevole che il mercato è l’ambito in cui opera una sana struttura produttiva economica imprenditoriale, ed è dunque il mercato che deve scoprire il tasso di interesse sul denaro (e dunque la quantità di tale merce) al fine di consentire una successiva corretta formulazione del calcolo economico imprenditoriale per poter produrre maggiori beni capitali.

Come ha spiegato l’economista spagnolo di scuola austriaca Jesús Huerta De Soto nelle sue lezioni universitarie:

Il tasso di interesse è il prezzo più importante di una economia di mercato. Orienta tutti gli agenti economici, coordinandone il comportamento relativo. (….) Cosa succede se si manipola e si riduce artificialmente il tasso di interesse attraverso una espansione creditizia dovuta alla riserva frazionaria? Il movimento dei tassi verso il basso è lo stesso generato dall’aumento del risparmio nel sistema che invece di fatto non c’è! Ciò nonostante gli imprenditori avviano nuovi investimenti, nei quali impegnano i loro sforzi e la loro creatività, compiendo un tragico errore di valutazione.
Peraltro è bene evidenziare come anche un innalzamento artificiale del tasso di interesse del denaro ad opera della banca centrale comporti una pur sempre scorretta allocazione di risorse (influenzando i processi economici imprenditoriali) come in parte è avvenuto storicamente con il repentino innalzamento dei tassi d’interesse voluto da Paul Volcker sul finire degli anni ’70 del secolo scorso.

L’analisi economica austriaca, a differenza di quella monetarista, non si limita a definire una soglia di riferimento ottimale di regolazione del costo del denaro da parte dei pianificatori centrali, ma mira radicalmente a togliere alla banca centrale il monopolio sul denaro, dunque mira sostanzialmente a liberalizzare sul mercato il tasso di interesse sul denaro e dunque la produzione stessa dell’offerta di moneta.

Giunti a questo punto appare alquanto evidente come Hayek non c’entri nulla con Mario Draghi. L’intento di Massimo Fontana è di difendere l’interventismo monetario più sfrenato mascherando il tutto con la giustificazione circa la sedicente esistenza di un filone della Scuola Economica Austriaca (a suo giudizio personale rappresentato da Hayek) a favore dell’operato espansivo di ogni banca centrale al fine di evitare l’emergere dei segnali di una crisi economica (ovvero di una correzione da parte degli attori di mercato degli errori dei pianificatori).

Ovviamente tale filone pro-banca centrale non esiste all’interno della Scuola Economica Austriaca misesiana ed Hayek non ha mai sostenuto tali tesi, dunque appare evidente che quando questo economista si scaglia contro la deflazione, non lo faccia in ottica keynesiana e neppure sinceramente in termini monetaristi (benché egli abbia detto il contrario in un’intervista del 1979 citando Milton Friedman).

Ad onor di cronaca non è solo Massimo Fontana a travisare l’autentico pensiero di Hayek, analoghe erronee interpretazioni sono persino comparse in un articolo pubblicato sul sito Taking Hayek Seriously dedicato alla divulgazione del pensiero dell’economista austriaco. In quest’ultimo, Greg Ransom si limita a citare le solite frasi tratte da Hayek (estrapolate anche da Archeo-finanza nel suo articolo) per poter giustificarne la sua presunta precocità di opinione rispetto a quanto poi postulato nel 1978 dal neokeynesiano James Meade (premio Nobel nel 1977).

Appare del tutto evidente come anche in ambito anglosassone e in siti in teoria dedicati nominalmente alla divulgazione del pensiero di Hayek, latiti una coerente e corretta chiave di lettura ed interpretativa del pensiero originale di questo economista esponente della Scuola Economica Austriaca.

Sovente Hayek viene interpretato alla luce del monetarismo, del keynesismo o in funzione delle opinioni politico-economiche di altri singoli suoi colleghi alla luce dell’interpretazione terminologica e delle problematiche d’ambito economico sollevate e canonizzate dall’élite accademica dei commentatori mainstream.

Molto spesso vi è la tendenza strumentale ad interpretare questo economista austriaco di libero mercato alla luce delle sue successive riflessioni prettamente politiche (si pensi a The Constitution of Liberty) o sulla base di sue opinioni concesse in interviste o in sue successive pubblicazioni valorizzandole maggiormente rispetto a quelle iniziali prettamente d’ambito economico (The Road to Serfdom).

Hayek al pari di tutti gli individui era un essere umano dotato di proprie idee e propri principi, esse e i suoi interessi potevano anche divergere da quelli di altri economisti di Scuola Economica Austriaca circa le funzioni e il ruolo che uno stato avrebbe dovuto assolvere, ma benché Hayek da liberale classico propendesse per una visione giuridica evoluzionistica del diritto e spontaneista della società libera, è indubbio come anche per tale pensatore non si possa asserire che vi sia una contraddizione tra la sua visione economica di scuola austriaca (inerente la teoria del ciclo economico in opposizione agli interventi delle banche centrali) e il suo successivo pensiero politico più politologico (anche laddove egli successivamente postula o commenta in termini meramente descrittivi, paradossali o esemplificativi alcune proposte o provvedimenti politici del suo tempo).

Inoltre, come ha denunciato Philipp Bagus, molto spesso alcuni economisti sostenitori del free banking a riserva frazionaria temono irrazionalmente la deflazione giungendo alla “curiosa” conseguenza di aver appoggiato il salvataggio di Bernanke di Wall Street attraverso i QE. E’ del tutto probabile che Ransom sia tra coloro i quali propongono una cattiva interpretazione della teoria economica e del pensiero di Hayek alla luce di tale erronea ricezione del messaggio hayekiano.

Tale loro reazione, assai incoerente, viene sovente giustificata citando impropriamente Hayek, dimenticando il fatto, non irrilevante, che questi avendo proposto la denazionalizzazione della moneta era certamente contrario all’esistenza di un’autorità centrale monopolistica tesa ad espandere una moneta a corso forzoso.

Come abbiamo dimostrato, Hayek denunciando gli effetti della deflazione e della ‘deflazione secondaria’, era ben lungi dal sostenere automaticamente i quantitative easing, e le altre forme interventiste di stimolo economico o d’espansione monetaria creditizia. Egli non era affatto persuaso che la deflazione della struttura produttiva giustificasse l’esistenza e l’operato di una banca centrale, anzi la prima era da lui considerata conseguenza della seconda.

Come ha spiegato anche Jörg Guido Hülsmann in Deflation and Liberty sul piano del sistema dei prezzi la deflazione dei beni di consumo non è una evento negativo in economia. Ad ogni modo l’interpretazione hayekiana sul fenomeno non corrisponde a quella keynesiana.

A differenza di Ransom, Fontana non si limita ad evidenziare che Hayek sia un anti-deflazionista (non comprendendo però neppure lui cosa Hayek intendesse per deflazione) ma si spinge fino a giustificare l’operato anti-ciclico di Mario Draghi etichettandolo come “hayekiano” arrivando perfino ad elogiare Ben Bernanke per tali suoi precedenti interventi definendoli “austriaci”!

Quindi, riassumendo, visto che agli inizi del 2009, quando l’inflazione americana viaggiava a -2% annuo, e Ben Bernanke mise in essere il primo imponente quantitative easing per contrastare la deflazione, come esattamente ottenne, non solo fece la cosa giusta, ma fece la cosa giusta anche sotto il framework teorico austriaco. Almeno quello più ancorato alla realtà.
Peccato che Bernanke si sia sempre dichiarato un monetarista allievo di Milton Friedman e non un economista della Scuola Economica Austriaca. Il suo modello di riferimento per affrontare le depressioni economiche è desunto da A Monetary History of the United States scritto da Milton Friedman e da Anna J. Schwartz non da La Grande Depressione di Rothbard o dai testi di Mises ed Hayek.

Il QE promosso da Bernanke da intervento “a pioggia” temporaneo di tipo friedmaniano è divenuto di lunga durata e dunque neo-keynesiano. Bernanke non ha fatto nulla di teoricamente ed economicamente austriaco e di hayekiano.

Fontana giunge strumentalmente a confondere addirittura Milton Friedman con Friedrich von Hayek al solo scopo di voler omologare la Scuola Economica Austriaca a quella dei monetaristi e (a stretto giro di boa con la seconda) anche con quella dei neo-keynesiani.

Ovviamente tale mistificazione mira a voler ridimensionare l’apporto teorico caratteristico e peculiare della Scuola Economica Austriaca, e in particolare la sua opposizione alle banche centrali, facendone una sorta di fazione addomesticabile da parte dei sedicenti “liberali” di “libero mercato” monetaristi e keynesiani, per poter gattopardescamente giustificare lo status quo economico e la tendenza monetaria espansiva in atto da parte della BCE e FED.

Ormai completamente auto-suggestionato dalle proprie menzogne propugnate, Fontana arriva persino ad attribuire ad Hayek assurde tesi palesemente neo-keynesiane:

Il tasso inflattivo di intere aree europee è negativo e quello generale è prossimo allo zero. Non abbiamo il minimo dubbio che almeno Hayek, memore dei disastri economici, politici e infine umani, che la deflazione tedesca dei primi anni ’30 ha imposto all’Europa intera, sosterrebbe senza se e senza ma la politica monetaria della Bce, che di espansivo per’altro ha ancora ben poco.
Hayek non concorderebbe con Draghi sul tasso negativo dato che la deflazione secondaria è inevitabile e sarà frutto proprio di tali durature politiche monetarie espansive anti-cicliche promosse dalla Bce. Altra strampalata affermazione su cui lo stesso Hayek non concorderebbe con il suo sedicente esegeta, è il fatto che abbia mai parlato di deflazione tedesca nei primi anni ’30.

Hayek nel saggio del 1975 fa riferimento alla Grande Depressione americana post-1929. In realtà in Germania negli anni ’20 del secolo scorso vi fu l’iperinflazione del Reichsmark la quale causò il crack up boom del sistema monetario tedesco, così come denunciato da Mises per tempo in Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. Il dissesto del sistema produttivo tedesco fu dunque causato non da una deflazione dei prezzi al consumo, quanto semmai da una distruzione del sistema produttivo causato da una precedente espansione monetaria.

Dunque più che una mera deflazione secondaria hayekiana dovuta all’espulsione dei cattivi investimenti, nella Germania di Weimar vi fu in primo luogo una distruzione del valore monetario del Reichsmark. La crisi di Wall Street del 1929 e l’iperinflazione tedesca sono due fenomeni distinti e differenti quanto a gradiente di conseguenze e loro peculiare fenomenicità.

Calata la maschera keynesiana e ormai giunto alla difesa più sfacciata del ruolo espansivo della politica monetaria, il tenutario di Archeo-finanza ritorna ad elogiare l’uomo di Francoforte ritenendo addirittura che la BCE stia facendo troppo poco a causa del suo statuto!

La BCE per statuto ha solo la responsabilità della stabilità dei prezzi.
Peccato che questa sua responsabilità e tale limite statutario non stia impedendo alla BCE di agire al pari della FED preoccupandosi anche dei livelli occupazionali nell’eurozona. Inoltre avendo promosso misure di salvataggio degli stati in crisi per i debiti sovrani, ha già ampiamente superato il proprio mandato statutario, come denunciato da Philipp Bagus in La tragedia dell’euro, attuando una unione dei trasferimenti nel settore statale-bancario dai paesi ricchi del nord a quelli in difficoltà mediterranei.

Ovviamente per chi difende il ruolo della banca centrale la minaccia all’operato di Draghi proviene dalle teorie euroscettiche promosse dai libertari e da quegli economisti austriaci che puntano all’uscita dall’euro per tornare al gold standard.

La BCE usa la teoria monetarista e basa anche se in via non esclusiva la sua politica sul controllo a valori minimali del tasso di crescita della quantità di moneta. Quindi? Quindi se il gold standard è un sistema a tasso di crescita della quantità di moneta positivo e basso e l’euro è un sistema a tasso di crescita della quantità di moneta positivo e basso è con tutta evidenza che l’euro è perfettamente assimilabile ad un gold standard.
Come abbiamo già scritto, le operazioni di salvataggio nell’eurozona e il LTRO dimostrano come la politica monetaria della BCE sia già da tempo espansiva, l’euro non è quindi una moneta rigida come in teoria avrebbe dovuto essere.

L’euro non è paragonabile all’oro, dato che l’emissione di tale fiat money non fa riferimento ad alcuna politica di redimibilità sonante. Quanto sostenuto dall’economista austriaco Huerta De Soto in difesa dell’euro è dunque una sua ipotesi teorica, la quale è del tutto ideale ma peregrina quanto all’odierna situazione e quale sua realizzazione e fattibilità.

L’Archeofinanziere ovviamente teme follemente l’uscita dall’euro promossa dagli economisti austriaci euroscetttici (ignorando volutamente come anche Hayek non avrebbe mai sostenuto l’introduzione di una moneta come l’euro, propugnando il free banking, il quale implica l’assenza di un monopolista centrale nell’emissione di fiat money) e in particolare dai promotori del metallo giallo.

Quindi, austriaci che chiedono la morte dell’euro e l’uscita dell’Italia dall’euro semplicemente non sono austriaci visto che chiedono la scomparsa dell’unica cosa che monetariamente più si avvicina al loro pensiero.
Dopo essersi inventato un inesistente Hayek favorevole all’espansione monetaria anti-ciclica, Fontana asserisce, a partire da tale sua fantasiosa idea sul premio Nobel del 1974, che coloro i quali non si conformano al suo personale Hayek immaginario (propugnante una falsa versione della Scuola Economica Austriaca) sono dei falsi economisti austriaci.

Ma la realtà è ben diversa dalle bislacche allucinazioni economiche presenti unicamente nella testa di Fontana. Philipp Bagus è un economista austriaco, allievo critico di Huerta De Soto. Ne La tragedia dell’euro, Bagus muove una critica indiretta alle tesi di De Soto sull’euro quale moneta rigida, evidenziando le ragioni austriache per uscire dall’euro, al contempo manifestando hayekianamente come tale uscita dall’euro non sarebbe comunque priva di iniziali conseguenze indolori (specie per paesi come l’Italia aventi una struttura economica e produttiva assai meno solida e libera rispetto alla Germania).

Giunto a questo punto, se per Fontana la banca centrale “è cosa buona e giusta” è ovvio che i suoi stanziamenti di denaro creato dal nulla alle banche in difficoltà siano da lui ritenuti “normale e doverosa amministrazione dell’esistente”, giustificando il tutto in nome dell’assenza di concorrenza perfetta.

Nel marginalismo la posizione sui fallimenti è chiara: in mercati perfettamente concorrenziali il fallimento è la via principale da percorrere. In mercati perfettamente concorrenziali. Ovvero in mercati nei quali nessun soggetto è grande a tal punto da influenzare i prezzi e i beni prodotti nel mercato nella sua totalità.
Tralasciando il non indifferente fatto che ragionando come fa Fontana la realtà sarebbe una dimensione statica in sé immutabile (dunque ben poco marginalista e prasseologica), dove ogni bencheminimo cambiamento dell’esistente status quo sarebbe in sé mera utopia in ragione del mancato raggiungimento ideale della concorrenza perfetta; ciò che apparentemente sfugge a tale blogger è il fatto che la concorrenza perfetta non sarà mai raggiungibile.

In realtà io credo che Fontana sappia perfettamente che la concorrenza perfetta sia una condizione mai raggiungibile, il suo menzionarla è per l’appunto un escamotage funzionale atto a giustificare il presunto vigente (e perpetuo) “necessario” salvataggio degli istituti bancari alla luce dell’assenza di tale “unicorno volante” quale prerequisito fondamentale per poter non salvare le banche.

In primo luogo è bene sottolineare come la concorrenza e l’equilibrio concorrenziale sono due concetti completamente differenti tra loro. Gli economisti austriaci propongono la libera concorrenza (si pensi anche al free banking), mentre i monetaristi e i neoclassici perseguono l’ideale di un equilibrio di mercato concorrenziale (comprensivo di authority anti-trust ed altre forme di regolamentazione per giungere ad una presunta invocata concorrenza perfetta in economia, in realtà assai ben poco perfetta e di mercato).

La concorrenza perfetta è infatti uno dei temi principali sostenuti dagli economisti della Scuola di Chicago. L’idea della concorrenza perfetta come finalità economica da realizzarsi artificialmente e sistematicamente a tavolino sul mercato (non solo nelle opportunità di ingresso di nuovi soggetti fornitori di servizi, ma anche come suo funzionamento e indotto prodotto) è la costante che accomuna le generazioni di Irving Fisher e di Milton Friedman.

Come ha spiegato Murray Rothbard, pur moderando e riformando il modello di Fisher, gli esponenti di Chicago restano promotori di una visione di egualitarismo economico e commerciale attraverso lo strumento di un mercato strettamente controllato nel suo funzionamento e nelle sue regole dallo stato anche attraverso lo strumento monetario.

In pratica l’intervento teorizzato dai Chicago boys risulta essere teso ad una forma di dirigismo e di mascherato social-corporativismo. Per costoro non è nella mano visibile del pubblico e nel monopolio dello stato il problema, quanto semmai nell’azione privata (addirittura umana) presente nelle scelte di mercato dei consumatori.

La Scuola di Chicago è quindi antitetica per finalità, soluzioni e punti di vista basilari da quella della Scuola Economica Austriaca. Per gli economisti della Scuola Economica Austriaca la concorrenza perfetta e un prezzo d’equilibrio costante non esistono (si veda qui, qui, qui, qui), ed esponenti come Rothbard e Mises non l’hanno mai sostenuta, dato che non vi è un prezzo di equilibrio oggettivamente riconoscibile, ma solo quello liberamente desunto dall’interazione tra domanda ed offerta.

Bruno Leoni, sulla scia di Rothbard, non ha mai sostenuto né sul piano giuridico né sul piano economico la concorrenza perfetta. Un economista che propugnava teoricamente l’equilibrio economico generale (venendo poi recepito anche sul piano della concorrenza), fu Léon Walras, economista francese assai apprezzato da Schumpeter, che benché ottemperasse criteri di utilità marginale, di fatto non è ascrivibile alla visione della Scuola Economica Austriaca.

Dunque se per la Scuola Economica Austriaca la concorrenza perfetta a priori è condizione che non potrà mai esistere e realizzarsi, è del tutto assurdo pretendere/attendere che essa vi sia per poter eventualmente giustificare la successiva assenza di salvataggi bancari ad opera della banca centrale.

La Scuola Economica Austriaca reputa che i profitti e le perdite siano degli indicatori economici in grado di selezionare e definire spontaneamente una corretta valutazione delle attività degli attori sociali in competizione tra loro. Profitti e perdite caratterizzano le attività economiche, dunque anche l’attività bancaria, ne consegue che se un istituto bancario ha delle perdite e rischia la bancarotta, per la Scuola Economica Austriaca è controproducente operare un salvataggio che perpetui e aggravi le sue perdite (e dunque il suo cattivo operato).

La Scuola Economica Austriaca è dunque favorevole ai fallimenti degli istituti bancari commerciali proprio perché l’assenza di concorrenza perfetta non è un alibi in grado di giustificare l’incremento dell’espansione dello stato mediante i salvataggi di istituti dediti al moral hazard.

I vari attacchi di Massimo Fontana: verso la deflazione; nei confronti dei difensori del gold standard e in chi propugna l’abolizione della banca centrale per una visione anti-interventista durante una crisi economica o bancaria; il suo astio personale rivolto verso Mises; la sua sedicente retorica in favore di un fantasioso Hayek (ben lontano dal pensiero di quello realmente esistito) mirano unicamente a definire il vero bersaglio preso di mira in tutto il suo articolo.

La persona nel mirino del sito Archeo-finanza è ovviamente l’irrefrenabile Murray Rothbard. D’altrocanto è sovente in uso tra i pseudo-liberali italioti (siano essi liberal o liberaldemocratici) e tra i sedicenti LINO (Libertari In Name Only) ammantarsi da seguaci di Hayek (salvo non contestare poi la pianificazione monetaria centrale, il legal tender dell’euro e l’inutile esistenza d’operato dei burocrati e tecnocrati dell’UE) per poter muovere patetiche crociate di moderatismo e ruffianeria verso il Palazzo scagliandosi contro quegli austro-libertari i quali sul piano economico e politico sono i promotori di idee abolizioniste coerenti ed autenticamente tese alla promozione di maggior libertà economica ed individuale.

Murray Rothbard fa paura agli economisti statolatri che in Italia amano fingersi come liberali “pragmatici e realisti” al solo scopo di poter accampare posizioni politicanti di rendita analoghe a quelle dei socialisti di centrodestra e di centrosinistra. Le stringenti logiche aprioristiche, quali argomentazioni propugnate da ‘Mr. Libertarian’, smascherano le “finte anime candide” che amano per opportunità ed interesse personale non denunciare quei temi economici fondamentali per poter invece auspicare una vera società libera.

Gli economisti sedicenti liberali amano segretamente conservare ed accrescere la presenza dello stato italiano, pur continuando retoricamente a difendere il mercato. Il gold standard o la riserva frazionaria sono ovviamente dei temi tabù per ogni intellettuale di corte propenso a fare della spesa pubblica la propria fonte di guadagno e reddito; non stupisce quindi che Rothbard venga attaccato in maniera infantile e scomposta pure dal sito Archeo-finanza di Massimo Fontana.

Innanzitutto, tralasciando il fatto che comunque tutto il discorso di Rothbrad, anche fosse giusto e non lo è, si basa sull’inesistente gold standard.
Tralasciando il fatto non secondario che Fontana non spieghi perché quanto storicamente ed economicamente sostenuto da Rothbard sia sbagliato, il ragionamento contro i salvataggi bancari ad opera dello stato denunciato dall’economista americano è valido aldilà che oggi sia assente il gold standard.

L’argomentazione rothbardiana si basa sui principi della Scuola Economica Austriaca, ovvero sull’opposizione alle espansioni monetarie derivanti dalla riserva frazionaria delle banche commerciali e dall’attività della banca centrale, le quali influenzano il ciclo economico distorcendo la struttura produttiva e il calcolo imprenditoriale.

Nella fattispecie è l’espansione derivante dal meccanismo della riserva frazionaria che causa il fallimento delle banche commerciali e la necessità di un loro successivo salvataggio, con ulteriori dosi di liquidità immesse nel sistema, da parte della banca centrale. Fontana invece non si preoccupa di questo, egli è tutto intento a fornire patentini di sedicente hayekiano austrismo a Draghi e a Bernanke costruendo una stucchevole dialettica tra Rothbard ed Hayek perfino laddove non è presente tra i due!

(…) ma vediamo subito che però la posizione è in pieno contrasto con quella di Hayek. Come visto sopra Hayek dice esplicitamente che la deflazione va evitata.
In realtà, in questo caso specifico, non c’è alcun contrasto su tale questione da parte di Hayek e da parte di Rothbard, come in precedenza qua dimostrato, ambedue da coerenti economisti della Scuola Economica Austriaca si oppongono all’espansione monetaria e sono favorevoli alla deflazione. Terminata la fase espansiva del ciclo economico la deflazione è necessaria per il ripristino di una successiva corretta allocazione imprenditoriale delle risorse.

Hayek dice esplicitamente che gli effetti della pulizia dai cattivi investimenti non sono indolori, il che è quanto evidenzia anche Rothbard ne La grande depressione (citata in nota nell’articolo di Fontana ma evidentemente non da lui letta). Rothbard senza dubbio a differenza di Hayek pone una maggior enfasi sull’aspetto della deflazione alla luce della questione dei prezzi al consumo, quale rivalutazione monetaria del potere d’acquisto della moneta da parte dei consumatori.

Rothbard è inoltre più chiaro nel definire il problema espansivo monetario quale problema all’origine dei problemi successivi alla fine di un ciclo economico espansivo. Ad ogni modo, Hayek pur delineando una propria spiegazione della teoria del ciclo economico austriaca non si distanzia di molto da Rothbard in tale specifico tema.

Hayek pone in evidenza come con la fine di un ciclo economico espansivo, con la necessità di una selezione operata dal mercato tra gli investimenti produttivi da quelli cattivi improduttivi, si riducano temporaneamente (e logicamente) le possibilità di crescita e di moral hazard. Dunque come vi sia una riduzione (la deflazione secondo Hayek) della presenza complessiva degli investimenti esistenti rispetto alla situazione antecedente allo scoppio della crisi.

In ogni caso Hayek non ha mai sostenuto né gli stimoli monetari artificiali anti-ciclici né una concorrenza bancaria perfetta (nemmeno in ottica free banking), dunque tale economista non avrebbe rimpianti nel mancato prosieguo delle politiche monetarie inflattive attuate da Draghi né nell’abolizione della BCE stessa.

La deformazione concettuale operata da Fontana del pensiero di Hayek mira a creare una scappatoia ad uso e consumo di monetaristi e pseudo-assertori di libero mercato italiani, nel tentativo di squalificare Mises e Rothbard e i successivi suoi allievi, il tutto allo scopo di svuotare la Scuola Economica Austriaca della sua vera identità, per poter poi riempirla di idee ben poco attinenti con i suoi principi originari e fondamentali.

Appellarsi impropriamente alla figura di Hayek descrivendolo quale economista favorevole alle banche centrali è semplicemente demenziale ed è una strumentalizzazione distopica infame degna del peggior bispensiero orwelliano.

La risposta è semplice: Hayek, al contrario dello storico Rothbard, era un economista.
L’informatissimo Minimax (alias di Massimo Fontana) ignora che Rothbard oltre ad essere stato uno storico, un filosofo, un politologo era anche un economista. Rothbard si laureò in matematica (1945) e in storia economica (1956) alla Columbia University (il che lo rende un economista a tutti gli effetti senza necessità di millantare falsi titoli accademici), e fu allievo di Ludwig von Mises alla New York University.

Voler squalificare Rothbard dal ruolo di economista e di esponente di spicco della Scuola Economica Austriaca è grottesco quanto voler rendere la pioggia non bagnata! Ma tant’è che a tanto sono giunti i finti liberali italioti, i quali al pari dei complottisti sugli OGM, sulle scie chimiche, sul signoraggio o ai seguaci della MMT propugnano narrazioni francamente imbarazzanti per l’intelletto di buon senso, al solo scopo di voler inquinare i pozzi e creare nicchie parassitarie per poter continuare a galleggiare sull’ignoranza dei loro seguaci, tutelando così il loro ruolo di cortigiani e le loro discrete fonti di reddito.

La critica mossa nei confronti di Rothbard, in virtù della sua opposizione ai salvataggi bancari, è davvero esilarante. Sicché dopo aver ignorato quanto scrisse Hayek e Mises, e perso ogni contatto con la realtà, Massimo Fontana arriva a scrivere che:

in un sistema non concorrenziale parlare di fallimenti semplicemente è sbagliato: all’interno di qualsiasi scuola economica compresa quella austriaca.
Non sapendo se Fontana detenga azioni di MPS o di Carige, sicuramente le sue argomentazioni sono prive di ogni valore economico austriaco. In un sistema non concorrenziale, parlare di fallimenti è sbagliato solo in ragione della presenza/esistenza di un ente supervisore centrale (banca centrale) che opera salvataggi discrezionali “too big to fail” verso taluni istituti commerciali.

Ma questo non ha nulla a che fare con la Scuola Economica Austriaca, la quale non crede alla concorrenza perfetta pur essendo a favore della libera concorrenza, e si oppone ai salvataggi bancari essendo favorevole all’abolizione della banca centrale.

Ovviamente in Italia i sedicenti liberali e i pseudo-liberisti vogliono conservare il corporativismo e il socialismo costruitosi nel corso degli ultimi 150 anni, sicché appare evidente che non vogliano ridurre il peso dell’interventismo pubblico statale né ridimensionare il potere dei quartierini e delle élite bancario-finanziarie.

Denunciare ed opporsi, come fa Rothbard, alla riserva frazionaria (ovvero il meccanismo con il quale legalmente le banche commerciali falsificano i loro certificati di credito e i loro bilanci, stanziando in prestito a terzi denaro a loro depositato dai clienti correntisti delle banche) risulta essere anche in Italia un “reato di lesa maestà” nei confronti di uno schema Ponzi a danno dei risparmiatori perpetrato dai banchieri.

Sicché non stupisce che si arrivi a mistificare lo stesso pensiero rothbardiano asserendo che tale economista menta sulle sue stesse idee propugnate:

E, postilla finale, di questo fatto deve essersene accorto anche se non completamente pure Rothbard se scriveva: “L’enorme incremento dei fallimenti bancari fece rallentare l’attività delle banche, in particolare perché i banchieri sapevano in cuor loro che nessuna banca (al di fuori dell’INESISTENTE E IDEALE riserva del 100 per cento) può mai resistere ad una corsa allo sportello”. A questo punto, visto che lo stesso Rothbard dice che banche a non riserva frazionaria non esistono e che in simile situazione il fallimento è assicurato per tutte in ogni caso, non si capisce come consigli come cura per la crisi quei fallimenti che lui stesso ritiene sempre ingestibili.
In realtà Murray Rothbard sostiene che con una riserva integrale aurea al 100% diminuisce l’incentivo al moral hazard d’investimento da parte dell’istituto bancario. Nella fattispecie viene nullificato quello di prestito bancario sui risparmi in deposito bancario, dunque è ovvio che con tale regole, in assenza di una banca centrale, gli istituti bancari commerciali con scarse riserve in cassa si troverebbero in difficoltà nel dover affrontare una corsa agli sportelli, e molti fallirebbero riducendo temporaneamente la concorrenza qualora la loro attività di prestito bancario si estenda eccessivamente sulla base del meccanismo della riserva frazionaria.

Proprio come al termine della fase espansiva del ciclo economico, anche in ambito bancario l’assenza di salvataggi comporterebbe un periodo in cui il numero di banche commerciali attive diminuirebbe, venendo chiuse quelle insolventi. Di fatto vi è un parallelismo tra la deflazione secondaria hayekiana nella struttura economica produttiva derivante dall’emergere della crisi derivante dall’espansione monetaria e le conseguenze descritte da Rothbard nella struttura bancaria commerciale qualora gli istituti di credito dovessero affrontare le conseguenze di una loro crisi derivante dall’espansione creditizia dei prestiti mediante riserva frazionaria.

Sia la cattiva allocazione delle risorse economiche nel sistema produttivo imprenditoriale a causa della manipolazione dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali che la cattiva allocazione delle risorse creditizie ad opera del sistema bancario commerciale, sono entrambe conseguenze di una espansione artificiale del flusso monetario; in entrambe avviene un incentivo al moral hazard (ovvero gli operatori economici possono sentirsi incentivati a intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi, qualora essi possano contare su una significativa probabilità che i costi associati a un eventuale esito negativo delle loro azioni ricadano sulla collettività, o su altri operatori o categorie di operatori).

Leggendo l’effettiva frase scritta da Rothbard a pagina 304 in America’s Great Depression si può notare come anche in questo caso Fontana cerchi di spacciare nozioni fallaci di Economia Austriaca al fine di poter sostenere le proprie erronee convinzioni economiche:

This enormous increase in bank failures was enough to give any bank pause—particularly when the bankers knew in their hearts that no bank (outside of the nonexisting ideal 100 percent bank) can ever withstand a determined run. Consequently, the banks permitted their commercial loans to run down without increasing their investments.
Qualsiasi persona di buon senso e non in malafede capirebbe che Rothbard laddove parla di inesistenza ideale di una banca a riserva integrale al 100% sta retoricamente parlando in terza persona, illustrando in forma indiretta come ragionano i banchieri sulla riserva integrale.

Dunque se i banchieri credono in cuor loro (volutamente per opportunità) che non potrebbe/dovrebbe esistere alcuna banca a riserva integrale al 100%, è ovvio che costoro continueranno ad aumentare i prestiti bancari senza incrementare i loro investimenti di riserva, ovvero senza avere sufficienti riserve (in special modo oro quale bene per la redimibilità) in caso di corsa allo sportello.

Dunque non è Murray Rothbard a sostenere che non possa esistere una banca a riserva integrale al 100%, quanto semmai il tipico modus ragionandi dei banchieri. Rothbard invece sapeva bene che una banca a riserva integrale è storicamente fattibile sul piano commerciale dato che ne ha scritto in vari saggi (ad esempio in What Has Government Done to Our Money? o nel Il mistero dell’attività bancaria).

Anche Huerta De Soto ha scritto in favore della riserva integrale bancaria in Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici così come spiegato anche da Francesco Carbone nel libro A scuola d’economia desunto dalle sue lezioni universitarie a Madrid.

Giunto alla conclusione del suo articolo, l’autore dell’articolo ci ricorda ciò che dovremmo tenere “bene a mente”:

Riassumendo abbiamo visto che alcuni assunti della scuola austriaca in generale sono non corretti, mentre altri sono come minimo male interpretati da alcuni esegeti postumi. Questo è un peccato. Un vero peccato, perché la distorsione verso posizioni da un lato errate anche all’interno della stessa scuola, dall’altro col rifiuto di ogni impegno matematico di prova delle proprie posizioni relega una scuola che comunque ha importanti cose da dire verso la marginalità antiscientifica che la avvicina più ad una religione che ad una disciplina anche solo umanistica.
Riassumendo il blogger Massimo Fontana ha scarsa comprensione della lingua inglese e tende a trollare i veri fondamenti teorici della scuola economica austriaca. Questo comporta che alcuni assunti della scuola austriaca da lui interpretati e riportati non siano corretti o non siano da lui volutamente compresi per ciò che testualmente essi in realtà esprimono.

La distorsione è dunque tutta ed unicamente dell’autore di Archeo-finanza, egli insinuando false dicotomie e false interpretazioni concettuali impedisce una corretta conoscenza della Scuola Economica Austriaca, riducendola ad un sottoprodotto del keynesismo/monetarismo, ovvero all’oppio dei popoli instillato dai banchieri centrali e dai politicanti pseudo-liberali e non.

Suggerisco a lui minor supponenza e una maggior approfondita lettura dei siti e dell’ampia bibliografia scritta dagli esponenti della Scuola Economica Austriaca prima di lanciarsi nel commento su di essi. La Scuola Economica Austriaca mostra senza dubbio al suo interno degli approcci metodologici e concettuali differenti a seconda degli autori presi in considerazioni, tali differenze concettuali senza dubbio mostrano filoni di indagine e di riflessione che sono peculiari al singolo economista analizzato.

In tal senso è senz’altro possibile che su alcuni temi politico-economici specifici vi possano essere delle difformità di giudizio tra il pensiero, ad esempio, di Rothbard e quello di Mises o di Hayek, ma tutto questo non implica in tali autori e nei loro scritti una differenza tale da comportare un totale stravolgimento concettuale in antitesi coi precetti di base riconosciuti come peculiari a tali membri di questa Scuola Economica.

L’articolo di Fontana è una summa di strafalcioni economici, di cattiva divulgazione e di mera disinformazione; sicché se ciò è quanto solitamente da lui divulgato è francamente ridicolo che il suo blog si prefigga di essere strumento di indagine atto a “rivelare” ai suoi lettori la realtà economica con tale incipit:

Su come le cose non sono mai come sembrano, su come bisogna sempre scavare, scavare, scavare per capire. E per finire su come non esistano investimenti sicuri.
Sicuramente la Scuola Economica Austriaca è differente da come la descrive Massimo Fontana ai suoi lettori. I contenuti sono da lui stati palesemente trattati in malafede; nonostante una certa sua conoscenza di alcuni rudimenti della teoria economica austriaca appare evidente come egli mirasse a scavare, scavare, scavare la fossa a tale scuola economica.

In ogni caso se Massimo Fontana e i suoi amichetti pseudoliberali monetaristi/keynesiani pensavano di poter segnare un punto a loro favore travisando palesemente Hayek, attaccando alcuni dei principali esponenti economici austriaci (Mises e Rothbard) e i fondamenti di tale Scuola, hanno commesso un grosso fatale errore di presunzione.

E’ bene dunque rammentare a costoro quanto scrisse Rothbard sui sedicenti economisti da tastiera che amano straparlare di cose lontane dal loro orizzonte di interesse e conoscenza:

Non è un crimine essere ignoranti in economia, dopo tutto si tratta di una disciplina specializzata, considerata dalla maggior parte delle persone una triste scienza. Ma è totalmente irresponsabile fare la voce grossa ed esprimere opinioni in materie economiche mentre si persiste in tale stato di ignoranza.
Negli anni ’90, in un famoso sketch televisivo, il comico Walter Fontana, a fronte delle grottesche imprese economiche di un noto caricaturale commendatore milanese, commentava fuori campo ogni insano atto del protagonista con la frase-tormentone «… E la lira s’impenna!».

Oggi nel 2014 abbiamo il blogger Massimo Fontana il quale, a fronte delle grottesche sue caricaturali falsificazioni della teoria economica di scuola austriaca, auspica che le azioni di un noto contraffattore europeo producano ulteriori danni all’economia, dunque che in primo luogo l’inflazione monetaria dell’euro s’impenni!

In conclusione le cosiddette “argomentazioni” tese a sostenere la sedicente hayekianità di Mario Draghi o una qualche visione economica di scuola austriaca d’operato in altri attuali o passati banchieri centrali (nazionali e/o sovranazionali); l’esistenza di sedicenti esponenti economici della Scuola Austriaca d’Economia in difesa dei salvataggi bancari e/o a favore della necessità dell’interventismo monetario da parte delle banche centrali al fine di contrastare la crisi economica; sono tutte mere illazioni che obiettivamente risultano essere ben poco divertenti e per nulla attinenti con i veri contenuti riguardanti lo studio dell’economia dell’azione umana.