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Francesco Simoncellinoreply@blogger.comBlogger1557125
Aggiornato: 1 ora 44 min fa

La BCE e il gioco dei tassi d'interesse negativi

Mer, 10/06/2015 - 10:07

Ricordo a tutti i lettori che è in vendita il mio libro "L'Economia E' un Gioco da Ragazzi". Manoscritto incentrato sulla diffusione delle idee della Scuola Austriaca attraverso spiegazioni e analisi semplificate e dirette. Una presentazione adatta ad un vasto pubblico, a dimostrazione che per capire l'economia non è necessario un gergo tecnico ma solo logica e buon senso. Il libro è disponibile sia su Lulu.com sia su Scribd.

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di Frank Hollenbeck


Sono ormai passati due mesi dall'inizio del QE europeo, ma la Banca Centrale Europea (BCE) non ne ha mai spiegato chiaramente l'obiettivo. Lo spauracchio della deflazione non ha mai rappresentato una minaccia seria, né era basato su un qualche fondamento teorico solido.

Forse la strategia era quella di far arricchire ancora di più l'1% della popolazione e a cascata far ricadere, attraverso i loro stili di vita stravaganti, i benefici sulla classe media. O forse si voleva abbassare il valore dell'euro per concedere benefici agli esportatori a scapito del resto dei consumatori europei, della classe media e dei poveri. Ci troveremmo di fronte alla violazione di quella regola non scritta secondo cui la politica monetaria non dovrebbe mirare direttamente al valore della moneta.

Naturalmente quando il regolatore infrange le proprie regole, riduce l'importanza di tutte le regole. L'impegno a non stampare denaro per finanziare la spesa pubblica è andato a farsi friggere, così come la regola del rapporto debito/PIL al 60%, o i deficit di bilancio al di sotto del 3%. Nel frattempo, le azioni della BCE si stanno facendo beffe della presunta indipendenza della banca centrale.



Le Banche Centrali Stanno Comprando Debito

In condizioni normali, gli economisti danno per scontato che i tassi d'interesse non possono scendere sotto lo zero. Invece di pagare qualcuno affinché dia in prestito i vostri soldi, potreste stiparli sotto il materasso. Allora perché così tanto debito pubblico europeo viene scambiato a tassi negativi? Perché dovreste tirare fuori i soldi dal vostro materasso e pagare €1,060 per qualcosa che tra un anno vi renderà €1,000?

La risposta è semplice: l'acquisto di debito pubblico può avere senso se non avete intenzione di tenerlo fino a scadenza e credete di trovare uno "sciocco più sciocco" che ve lo acquisterà. Questo "sciocco più sciocco" è spesso la Banca Centrale Europea che, come molte altre banche centrali di tutto il mondo, acquista debito pubblico affinché i programmi finanziati da tale debito possano sopravvivere per un altro giorno.

E ora, di fronte a tassi d'interesse molto bassi o addirittura negativi per il debito pubblico, gli stati si sono affrettati ad emettere ancora più debito rispetto a prima, in modo da accalappiare più voti mediante la spesa pubblica. Quindi non facciamoci ingannare dalla farsa della BCE, secondo cui le sue azioni non starebbero affatto finanziando indirettamente nuove spese statali.



Perché le Banche Non Stanno Concedendo Più Prestiti?

Che dire del credito bancario? Il quantitative easing della BCE e la NIRP stanno stimolando una vasta ondata di prestiti? Dopo tutto, i tassi d'interesse negativi dovrebbero avere l'effetto di scoraggiare il risparmio e incoraggiare l'allontanamento dal debito pubblico (presumibilmente sicuro) a favore di altri tipi di prestiti.

Si può condurre un asino sulla sponda del fiume, ma non si può forzarlo a bere; quindi il fatto che i tassi d'interesse siano a livelli infimi, non significa necessariamente una frenesia di prestiti.

Le banche devono affrontare nuovi ostacoli. In realtà, le azioni della BCE sono state annullate dalla sua politica monetaria precedente. Le banche, in qualità d'intermediari finanziari, fanno i soldi con i tassi di deposito e i tassi dei prestiti. Prendono in prestito a breve termine e poi prestano a lungo termine.

Imponendo tassi negativi sulle riserve, e inducendo i tassi d'interesse a diventare negativi sui titoli di stato, la BCE ha alimentato una compressione significativa dei rendimenti. Ciò ha ridotto i profitti delle banche, le quali devono chiedere un pagamento per i depositi. I grandi clienti, come gli hedge fund e i fondi comuni d'investimento, hanno ritirato i propri fondi, deprimendo ulteriormente i profitti delle banche.

Ad esempio, di recente diversi fondi pensione in Svizzera hanno riscoperto i vantaggi del "materasso". Come ha osservato Pater Tenebrarum:

Un gestore di fondi ha calcolato che per ogni 10 milioni di franchi in denaro delle pensioni, il suo fondo avrebbe risparmiato 25,000 franchi — nonostante i costi d'affitto del caveau, il trasporto del contante e altre spese.
Inoltre Basilea III costringe le banche a detenere maggiori asset privi di rischio. Pertanto le banche sono state costrette a caricarsi di debito pubblico a tassi negativi. Anche questo ha compresso i profitti. C'è ancora qualcuno che si aspetta che le banche europee concedano prestiti in un tale ambiente economico?



Come Sarà il Finale di Partita?

Il vero obiettivo del QE della BCE è essenzialmente quello di calciare il barattolo. Non risolverà i problemi strutturali profondamente radicati in Europa. Si limiterà a rimandare l'inevitabile e renderà più dolorosa la resa dei conti finale. Stampare carta senza valore non risolverà il problema fondamentale dell'Europa: disallineamento tra domanda e offerta — creato dall'incessante interferenza statale con il sistema dei prezzi.

In questa nuova fase d'espansione monetaria, l'Europa sta scivolando lentamente lungo quella china che porta all'iperinflazione, la fine inevitabile che è toccata a tutti i sistemi monetari fiat.

In questo caos, la Germania ha perso l'occasione per rimettere la nave sulla rotta giusta. Avrebbe dovuto chiarire che qualsiasi acquisto di titoli di stato da parte della BCE (cosa che vìola il diritto europeo), avrebbe significato l'uscita della Germania dall'unione monetaria e il ritorno al marco tedesco. Ciononostante, il governo tedesco non è il popolo tedesco. Il quantitative easing europeo rende molto più facile il finanziamento della spesa pubblica, e l'inflazione risultante abbasserà il valore reale del debito degli stati europei. Naturalmente questi sono tutti benefici di breve termine per lo stato, con costi di lungo termine per tutti gli altri.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il momento esatto in cui la FED lancerà il QE4

Mar, 09/06/2015 - 10:15

Ricordo a tutti i lettori che su Scribd potete acquistare il mio libro "L'Economia E' un Gioco da Ragazzi". Manoscritto incentrato sulla diffusione delle idee della Scuola Austriaca attraverso spiegazioni e analisi semplificate e dirette. Una presentazione adatta ad un vasto pubblico, a dimostrazione che per capire l'economia non è necessario un gergo tecnico ma solo logica e buon senso. Il libro è disponibile su Lulu.com e Scribd.

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di Bill Bonner


Venerdì scorso l'indice S&P 500 e il Nasdaq hanno chiuso a livelli da record.

E' la prima volta che entrambi gli indici hanno raggiunto vette simili sin dal 31 dicembre 1999.

Perché questo ottimismo?

Alti profitti, si dice. Ma da dove saltano fuori questi profitti?

Le famiglie hanno meno soldi da spendere rispetto a 15 anni fa, e le aziende non possono fare soldi vendendo le cose tra di loro.

L'unica spiegazione è che i clienti – tra cui il governo degli Stati Uniti – continuano a prendere in prestito e spendere.

Le aziende prendono in prestito soldi per comprare le proprie azioni. I consumatori accendono prestiti per acquistare prodotti. In entrambi i casi, il denaro salta fuori "dal nulla" e cade nei bilanci come una manna dal cielo.

La domanda di oggi: Dove si trova il nulla?



I Limiti del Debito

A quanto pare le famiglie statunitensi hanno raggiunto il "picco del debito" nel 2007.

Ora anche il settore corporativo e il settore pubblico – per non parlare di studenti e acquirenti di auto – stanno raggiungendo i loro limiti massimi di debito.

"Tutti – compresi le corporazioni e lo stato – hanno un limite di capacità per il debito", dice il money manager svizzero Felix Zulauf.

"Una volta raggiunta tale capacità, si fermano. Poi le vendite addizionali si trasformano in scorte supplementari, i dipendenti si trasformano in statistiche riguardanti i senza lavoro e gli utili si trasformano in perdite."

Forse il ciclo s'invertirà presto. Forse no.

Ma i profitti delle aziende USA – già a livelli record – non possono salire di più, a meno che non aumentino i salari, o i prestiti al consumo, oppure i deficit del governo. Nessuna di queste ipotesi sembra probabile.

E senza la speranza di guadagni più elevati in futuro, perché pagare così tanto oggi per azioni gonfiate?

L'S&P 500 è scambiato a 27 volte i guadagni netti medi degli ultimi 10 anni. Solo due volte nella storia i guadagni dell'S&P 500 sono stati stato così costosi: al culmine della bolla dotcom e prima del crollo del 1929.

Ah, si potrebbe dire, ma questo non tiene conto delle politiche ultra-allentate sui tassi d'interesse.

Senza i presunti guadagni "sicuri" sfornati dalle obbligazioni, cosa deve fare un investitore per raggiungere i dividendi e i guadagni in conto capitale nel mercato azionario?

Ma le azioni dovrebbero guardare avanti. Non si compra un'azione per poi rirtovarsi lo stesso ammontare con cui la si è pagata. La si compra sperando di farci qualcosa di più.

E se i prezzi sono aumentati grazie all'abbassamento dei tassi d'interesse, cosa faranno ora che i tassi d'interesse sono già vicini ai minimi di tutti i tempi?

Quanto più in basso possono scendere?

Nel frattempo, concentriamo la nostra attenzione sul mercato azionario statunitense.
Perché i titoli – e gli asset in generale – sono valutati così generosamente?



Arriva il QE4

Il "nulla" ha fornito un sacco di soldi...

Nessuno li ha guadagnati. Nessuno li ha risparmiati. Ma ecco la nostra previsione: a qualcuno mancheranno quando spariranno!

Se l'offerta di moneta degli Stati Uniti fosse un mazzo di carte, negli ultimi 44 anni lo zio Sam c'ha infilato diversi assi in più.

Tra il 1980 e il 2008 questi assi erano rappresentati da deficit delle partite correnti. Gli Stati Uniti hanno acquistato di più dall'estero rispetto a quello che hanno venduto, e hanno finanziato la differenza col credito.

I dollari sono finiti nelle tasche dei fornitori esteri. Le loro banche centrali hanno preso il denaro e l'hanno praticamente rispedito negli Stati Uniti, dove è stato utilizzato per acquistare azioni e obbligazioni.

Negli Stati Uniti dal 1990 al 2008 il flusso di dollari proveniente dai mercati finanziari di quei paesi con eccedenze commerciali (dove le esportazioni superavano le importazioni), ha fatto registrare una media di circa $400 miliardi l'anno.

Secondo l'autore di The New Depression, Richard Duncan, questo denaro ha rappresentato una fonte importante di carburante per la bolla del Nasdaq alla fine del secolo scorso... e per la bolla subprime all'inizio di quello attuale.

Quando queste bolle sono scoppiate, la FED se n'è uscita con un'altra fonte di liquidità – il QE.

Prendete il QE, aggiungeteci la quantità di dollari accumulata all'estero, sottraete l'indebitamento di Washington (che drena liquidità), e avrete ciò che Duncan chiama "Misura della Liquidità".

Seguite questa misura e saprete quanti assi ci sono nel mazzo.

Ad esempio, nel 2013 il basso indebitamento pubblico combinato col QE ha portato la liquidità vicino a livelli da record. Di riflesso, l'indice S&P 500 ha guadagno il 30%.

Cosa c'è in serbo nel 2015?

Niente di buono. Il deficit di bilancio di Washington è probabile che rimarrà a circa $500 miliardi l'anno fino al 2020. In questo modo assorbirà un sacco di liquidità per pagare gli zombie.

Inoltre, la FED ha messo in pausa il suo programma di QE. Se le cose resteranno così, un po' di liquidità potrebbe penetrare dai programmi di QE europei e giapponesi. Ma sarebbe piuttosto modesta.

L'unica fonte importante di liquidità sarebbe rappresentata dai dollari nelle riserve estere. Ma il commercio mondiale ha rallentato, riducendo di molto tali riserve.

Il risultato?

Una liquidità netta negativa per i prossimi cinque anni.

Le cattive notizie arriveranno nel terzo trimestre, dice Duncan.

Poiché le dichiarazioni dei redditi arrivano nel secondo trimestre, esse rappresentano sempre entrate fiscali per il governo degli Stati Uniti. Questo riduce la necessità di Washington di prendere in prestito... lasciando la liquidità a disposizione dei mercati azionari e obbligazionari.

Ma è probabile che nel terzo trimestre la liquidità netta diventerà negativa. Ed è probabile che il mercato azionario si dirigerà verso una correzione.

E poi?

La FED andrà nel panico e annunciare il QE4... e altre misure.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Da cinque anni l'economia è un gioco da ragazzi

Lun, 08/06/2015 - 10:06




di Francesco Simoncelli


Erano esattamente cinque anni fa che questo blog si avvicinava timidamente ad un mondo enormemente popolato da siti d'informazione. Con un piglio d'intraprendenza e buona volontà, Freedonia ha iniziato ad offrire ai lettori un prodotto che si differenziasse da quello proposto dalla maggior parte dei canali informativi. Il blog nasceva da questa idea: se una persona riesce a vedere di fronte a sé e ai lati, chi gli guarda le spalle? Freedonia, quindi, voleva fornire ai lettori uno squarcio di realtà che avveniva alle loro spalle. Ovviamente, coloro che ascoltano da estranei ciò che non riescono a vedere, conservano un certo scetticismo. Servono prove. Serve costanza. Serve caparbietà. Nel corso degli anni questo spazio virtuale si è proposto di coltivare queste caratteristiche, offrendo al pubblico pezzi che andavano ad analizzare ciò che accadeva alle sue spalle. Articolo dopo articolo, i lettori hanno iniziato a fidarsi di Freedonia. Conquistare la fiducia di chi non può vedere alle sue spalle è qualcosa di significativo. Rappresenta il dono più importante che una persona possa concedere ad un'altra. Guardare le spalle di qualcuno è fondamentale per conservare un rapporto di fiducia. Per questo viene spesso usata l'espressione "pugnalare alle spalle" per descrivere il tradimento.

L'attacco alle spalle rappresenta uno degli attacchi più vigliacchi. Non sembra, ma spesso sono questi gli attacchi che vengono sferrati più di recente. Avere qualcuno che vi guarda le spalle dà sicurezza, consente di focalizzare le energie su quello che accade intorno. Una minima distrazione e non solo si permette ad un malintenzionato di ferire colui girato di spalle, ma se sopravvive potrebbe pensare che l'avete tradito. Il tarlo del dubbio non va via facilmente. L'impegno e gli sforzi devono raddoppiare, per recuperare il terreno perso. Spesso i lettori si sono domandati come mai io sia stato così costante nelle mie pubblicazioni. Ora lo sapete. Freedonia, per tutto questo tempo, vi ha guardato le spalle e lo ha fatto senza farsi sfuggire un attacco. In ogni occasione importante, ha sempre fornito un parere alternativo a quello mainstream. Ha fornito quella sfaccettatura che spesso non trapela da quello che avete davanti, ma passa dietro di voi senza che la notiate. Se non avete qualcuno che vi guarda le spalle, vi sfuggirà. Non saprete che è passata dietro di voi. Perderete un'occasione.

In questi anni la costanza che ho infuso nel blog ha guadagnato la fiducia di coloro che si sono sentiti protetti, che hanno potuto guardare di fronte a loro e, in possesso di un punto di vista alternativo rispetto agli altri, sono riusciti a non essere feriti da notizie apparentemente innocue. Non si tratta di avere ragione o torto. Questo blog non ha intenzione di ergersi a giudice supremo. Si tratta di dare un resoconto di ciò che accade alle spalle degli individui. Pensate ad una persona che passeggia tranquillamente per il mercato rionale. davanti a lui vede solamente gente cordiale e mercanti che gli vogliono offrire la loro mercanzia. Non può vedere cosa accade alla sue spalle, quindi presuppone che tutto stia andando bene anche alle sue spalle. Non si aspetta la comparsa di un borseggiatore. Chi sta camminando dietro di lui e lo avverte di questa possibilità, non ha né ragione né torto. Lo sta mettendo in guardia nei confronti di una situazione che potrebbe venire a crearsi e che non dovrebbe sottovalutare, soprattutto in base al luogo in cui stanno passeggiando.

Non è stato un compito semplice. La difficoltà risiede nella costanza, soprattutto quando non si ha un accreditamento ufficiale da parte di quelle autorità che rappresentano lo spartiacque tra conoscenza falsa e vera. Di conseguenza discutere di una determinata materia in mancanza di certificazione ufficiale, viene visto come segno di scarsa affidabilità. In casi simili solo l'esperienza e la costante dimostrazione delle proprie capacità riesce a creare un'incrinazione in questa fallacia. Questa è fondamentalmente l'essenza che ha permeato il mio lavoro su questo blog. Ho cercato di dimostrare ai lettori la capacità analitica e d'approfondimento che questo spazio poteva offrire loro. Ciò richiede tempo. Ciò richiede confronti. Ciò richiede la diffusione delle proprie pubblicazioni su quanti più siti disponibili ad accettare di pubblicarle. Il mio lavoro su Freedonia, quindi, s'è guadagnato la possibilità di essere pubblicato su altri siti che ritenevano interessante le analisi presentate. Avevo bisogno di mostrare loro una qualche certificazione per dimostrare che stessi parlando con cognizione di causa? No. Quello che ho scritto parlava per me. La mia certificazione sono gli articoli e i commenti che potete leggere su Freedonia e sui siti che ospitano i miei lavori.

Questi anni hanno rafforzato e incrementato la mia conoscenza nel campo economico, permettendo ai miei lettori la fruizione di materiale analitico nuovo, approfondito e man mano più accurato. E' stata una trasformazione continua. Un'affinazione di quelle tecniche di difesa con cui guardare le spalle altrui. In questi anni, quindi, ci sono state le lezioni che ho appreso anch'io. Una di queste è decisamente la più importante: le persone, in base alle loro azioni, ottengono ciò che meritano. Questo è fondamentalmente l'essenza dell'economia di mercato. Ogni qual volta si commette un errore, le forze di mercato ripuliscono l'ambiente di tutta quella "sporcizia" accumulata sotto il tappeto. Quando questo accade a seguito di una serie d'errori consistente, lo definiamo recessione; quando invece è un intero modello economico che va al macero, allora possiamo definirlo depressione. Negli ultimi 40 anni, il sistema economico ha fondato la sua esistenza su un presupposto di base illusorio: esistono i pasti gratis. Ciò ha permesso l'ingresso nell'ambiente economico di una mole di errori spropositata; e ogni volta che le forze di mercato sono entrate in gioco per correggerli, le autorità si sono intromesse e hanno salvato la baracca, permettendo ai vari azzardi morali presenti di continuare la loro attività distruttiva.

Il 2008 è sembrato l'anno del redde rationem, invece, attraverso azioni di politica monetaria mai viste prima, la sopracitata illusione ha guadagnato un altro po' di tempo di vita. Ma qui possiamo apprendere un'altra lezione: la potenza della correzione sarà pari alla potenza dell'illusione che l'ha preceduta. Le timide riprese nominali di cui siamo testimoni oggigiorno rappresentano una forte prova a sostegno di questa tesi. Gli interventi centrali da parte delle autorità stanno progressivamente perdendo la loro efficacia, predisponendo una correzione epocale degli errori commessi in passato. Era evitabile questa catastrofe? Di sicuro era evitabile una correzione più dura, soprattutto se i vari stati del mondo non si fossero indebitati fino alle orecchie, se non fossero state create agenzie statali che sussidiavano gli sprechi di denaro, se le banche centrali avessero ricoperto un ruolo passivo, se i consumatori non fossero stati spinti a consumare piuttosto che risparmiare, ecc. Alla fine la maggior parte degli individui è stata fuorviata attraverso la classica formula "il capitalismo ha fallito", la quale è andata a giustificare una nuova serie di azzardi morali, speculazioni ingiustamente retribuite e la trasformazione delle borse mondiali in bische clandestine.

Ma, e questa è un'altra lezione che ho appreso, le cose spesso non vanno come vorremmo, ma vanno come dovrebbero andare. Lo stesso vale per l'economia di mercato. Tutti coloro che si sono lasciati illudere dal sopracitato presupposto, hanno deciso deliberatamente di cavalcare le bolle che sono nate a seguito dei vari allentamenti monetari da parte delle principali banche centrali. Investitori comuni e consumatori si sono lasciati abbindolare da promesse vuote, ignorando la loro lontananza dalla stampante monetaria. Questo ha significato che, oltre al loro rischio, si sarebbero portati dietro anche quello di coloro "più privilegiati". Con questo termine intendo coloro più vicini alla stampante monetaria che sono in grado di godere degli effetti redistributivi per primi. Chi è stato salvato durante l'ultima crisi? Chi continua ad essere salvato nel caos europeo? Di certo non il proprietario di una casa pignorata. Di certo non gli investitori che hanno visto svanire parte del loro capitale investito in Grecia. Meriterebbero di essere salvati? Certo che no. Ma ciò vale anche per quelle entità che invece sono state salvate e possono timbrare il biglietto per il prossimo giro; ma attenzione, perché il tutto viene messo in piedi per "salvaguardare" gli ultimi e i diseredati.

Peccato che tale salvaguardia abbia un prezzo nascosto, o forse non più di tanto. E lo pagheranno gli stessi che abboccano all'amo dell'intervento statale nell'economia.


Fonte: Il Sole 24 Ore
L'interventismo statale non sta facendo altro che preservare i propri interessi protetti. Sono grandi pachidermi che si abbeverano dai soldi estorti attraverso la tassazione, spesi in deficit, o creati ex novo dalle banche centrali. Quel è lo scopo di questa protezione? Proteggere gli interessi privilegiati dalle correzioni di mercato, remunerarle con guadagni immeritati e lasciare il conto agli sprovveduti creduloni. Quest'ultima, invece, è una delle lezioni più tristi che ho appreso in questi anni, poiché tale conto salirà all'aumentare degli interventi dello stato nell'economia. Più si impedirà a quel processo che Schumpeter chiamava "distruzione creativa" di distruggere gli errori e lasciare spazio a idee creative, più la stagnazione economica e intellettuale prenderanno d'assedio quelle economie martoriate da interventi centrali correttivi. Negli anni '30 Roosevelt tentò di correggere gli errori di politica monetaria commessi dalla FED negli anni '20. Il risultato fu la Grande Depressione, la quale ebbe fine con il periodo post-seconda guerra mondiale dove l'inversione degli interventismi centrali lasciò spazio ad una correzione di mercato genuina. Negli anni '90 il Giappone seguì lo stesso esempio, e dopo 25 anni l'economia giapponese langue ancora in una situazione di correzione di mercato.

E dato che gli stati mondiali sono decisamente dipendenti dal denaro facile e dai debiti, il crollo della bolla obbligazionaria rappresenterà il momento in cui perderanno il controllo poiché la pianificazione centrale non può gestire nel lungo periodo una crisi di simile portata.

Ho preso una decisione, quindi. Ho voluto mettere in pratica il consiglio che Leonard Read suggeriva a chiunque gli chiedesse cosa l'uomo della strada avrebbe potuto fare davanti ad una situazione del genere: "Migliorare la propria comprensione del mondo". In questo mio spazio vi offro la stessa possibilità attraverso la pubblicazione del mio primo libro: L'Economia E' un Gioco da Ragazzi. (Disponibile su Lulu.com & Scribd.) In esso troverete l'esposizione delle teorie della Scuola Austriaca "ridotte all'osso", semplificate e riassunte in modo da massimizzarne la memorizzazione. Il mio scopo è quello di aiutare quelle persone che vogliono essere aiutate a comprendere. Se si vuole aiuto, è necessario anche offrire un aiuto. Significa partecipare al sostegno di un progetto.

Chiunque non vuole aiuto e ritiene di avere il proprio set di risposte che lo soddisfano, può fare a meno di acquistare questo volume. Può affidarsi benissimo alle spiegazioni mainstream della attuali condizioni economiche. Spiegazioni il cui risultato è questo, ad esempio:




Il cuore del mio libro è quello di offrire al lettore curioso risposte specifiche a problemi specifici. Fornire al lettore curioso strumenti epistemologici chiari con cui affrontare la realtà di tutti i giorni, la quale presenta una miriade di sfaccettature nelle quali ci si può perdere. Soprattutto se non si ha una teoria chiara su cui fare affidamento. Se ritenete che quanto detto possa interessarvi, se ritenete che quanto avete letto su questo sito vi abbia aiutato ad avere una corretta visione di ciò che vi circonda, allora questo libro fa al caso vostro. E' un testo adatto anche ai "più giovani", poiché li aiuta ad entrare in contatto con un mondo le cui idee, molto spesso, vengono assorbite "per sentito dire" o per "credo popolare". Il modo peggiore per avvicinarsi al mondo dell'economia.

Se invece siete solamente interessati agli articoli giornalieri e avete apprezzato il lavoro continuo e assiduo di questi cinque anni, potete dimostrare il vostro apprezzamento lasciando una donazione. Vi basta cliccare sul pulsante Paypal che potete vedere in alto sulla colonna di destra (vi prego di farlo dal mio blog, visto che i miei articoli vengono riportati anche su siti terzi).

Quindi, grazie a voi lettori, che con le vostre azioni alimentate la fiamma della libertà.





Nel mondo delle fallacie c'è posto anche per Sraffa

Ven, 05/06/2015 - 10:13
Le supposizioni alla base dell'attuale professione economiche sono semplicemente usate per scimmiottare le scienze naturali. Presupporre come fanno molti economisti mainstream di poter "domare" l'incertezza del mercato attraverso la matematica e la statistica è qualcosa di veramente assurdo. In questo modo, o per meglio dire, in un mondo in cui è possibile predire con un relativo margine di sicurezza l'andamento futuro di grandi aggregati di attori di mercato, la tesi dell'interventismo per "aggiustare" le cose non solo diventa sensata, ma viene anche premiata qualora qualcuno riesca a "dimostrare" di poter effettivamente creare un futuro certo. Nel corso del tempo, varie figure accademiche hanno fatto sfoggio di queste tecniche divinatorie. Uno dei più famosi è stato Joseph Stiglitz, dove ammettendo il fallimento dei mercati (senza fornire spiegazioni adeguate e coerenti) incoraggia l'intervento nell'economia da parte dello stato al fine di "aggiustare le cose". Un altro è Amartya Sen. L'elenco di nomi sarebbe lungo, quindi mi limito a citare solo coloro che hanno ricevuto un premio formale decisamente conosciuto. Supporre una tesi infondata e poi infarcirla di equazioni matematiche, non rappresenta affatto la realtà delle cose. E' per questo motivo che Mises scrisse L'Azione Umana. In tale manoscritto si spiegava il perché i mercati "fallissero", indagando le cause senza saltare subito alle soluzioni. Se non si capiscono le cause di un fenomeno, è possibile confonderne gli effetti. Sen e Stiglitz confondono cause ed effetti. Avrebbero dovuto leggere Discovery and the Capitalist Process di Israel Kirzner e Knowledge and Decisions di Thomas Sowell, quest'ultimo infatti è un testo che si avvicina più di tutti a formulare una teoria generale sulle asimmetrie informative nei mercati. Invece si rintanano in castelli costruiti su distorsioni semantiche e quantità infinitesimali di numeri. Provate a chiedere a tipi come Sen o Stiglitz di partire da supposizioni reali, e in men che non si dica saranno costretti ad usare le parole. Il che significa che perderebbero tutto il loro alone di scientificità e presunta autorevolezza.
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di Robert P. Murphy


Se avete letto la storia del pensiero economico del XX secolo, potreste imbattervi nelle opere di Piero Sraffa, in particolare il suo curioso volume, Production of Commodities by Means of Commodities: Prelude to a Critique of Economic Theory (Cambridge: Cambridge University Press, 1960). Anche se questo libro è stato determinante nelle cosiddette polemiche di Cambridge,[1] il suo metodo non ortodosso lo rende incomprensibile anche agli occhi degli economisti professionisti.

Nel presente articolo cercherò di riassumere i temi principali di Sraffa e quindi offrire una critica dal punto di vista Austriaco. Il suo lavoro è stato a lungo citato da leader sindacali e socialisti di tutti i tipi, per mostrare che i sindacati possono aumentare artificialmente i salari reali e che la banca centrale può abbassare il tasso d'interesse senza effetti reali sulla produzione; ridistribuirebbe solo la proprietà della produzione netta in ciascun periodo. Si scopre che Sraffa può raggiungere tali risultati solo con l'eliminazione degli individui e le loro preferenze soggettive dal suo modello.



Approccio Macro vs. Approccio Marginale

Come suggerisce il sottotitolo del libro di Sraffa, secondo lui il suo lavoro serve a costituire la base per un'alternativa alla teoria economica ortodossa così come si è sviluppata dopo la rivoluzione marginale del 1870. Come spiega Sraffa nella sua Prefazione:

Una caratteristica peculiare di una serie di proposizioni ora pubblicate, sebbene non rientrino in nessuna discussione sulla teoria marginale del valore e sulla distribuzione, è quella di fungere da base per una critica a questa teoria. Se tale base è solida, la critica può perdurare nel tempo, usata sia da questo scrittore sia da qualcuno più giovane e meglio attrezzato. (vi)
Come vedremo, il libro di Sraffa ci offre un metodo alternativo per calcolare i prezzi d'equilibrio, i salari e i tassi d'interesse di economie ipotetiche. Piuttosto che indicare il prezzo d'equilibrio di una macchina in base al suo prodotto marginale, Sraffa invece fa un passo indietro e visualizza l'intera economia come un sistema interconnesso di vari processi di produzione. Secondo Sraffa, l'approccio marginale è carente perché incoraggia un punto di vista economico miope, il quale tende a focalizzarsi su un bene in particolare bene; mentre invece un approccio migliore (a giudizio di Sraffa) riconoscerebbe la verità lapalissiana che le merci vengono utilizzate non solo per soddisfare gli scopi dei consumatori, ma anche per produrre altre merci. Per spiegare il metodo di Sraffa, è meglio fare ricorso ad alcuni esempi concreti.



Produzione per la Sussistenza

Nel caso più semplice, Sraffa immagina "una società estremamente semplice che produce quanto basta per sostenersi. Le merci sono prodotte da settori separati e sono scambiate dopo il raccolto" (3). Sraffa continua:

Supponiamo che in un primo momento vengano prodotte solo due tipi di merci, grano e ferro. Entrambi sono utilizzati per il sostentamento di coloro che lavorano e come mezzi di produzione (es. sementi e utensili). Supponiamo che 280 quarti di grano e 12 tonnellate di ferro vengano utilizzati per produrre 400 quarti di grano; mentre 120 quarti di grano e 8 tonnellate di ferro vengano utilizzati per produrre 20 tonnellate di ferro. Le operazioni di un anno possono essere tabulate come segue:

280 qr. grano + 12 t. ferro ---> 400 qr. grano120 qr. grano + 8 t. ferro ---> 20 t. ferro
Si noti che Sraffa ha scelto i suoi numeri in modo che in ogni periodo la società produca grano e ferro appena sufficiente per rifornire le quantità utilizzate nella produzione. Nello specifico, 280 + 120 = 400 quarti di grano, sono usati nella produzione di grano e ferro; 400 quarti di grano sono esattamente ciò che viene prodotto nel primo settore. Analogamente, 12 + 8 = 20 tonnellate di ferro, sono usati nella produzione di grano e ferro; e ciò è esattamente la quantità prodotta nel secondo settore. Pertanto questa società può continuare all'infinito con questa tecnologia e queste dotazioni di risorse, perché in ogni periodo riproduce esattamente quello che utilizza nella produzione.

In un mondo del genere, fa notare Sraffa: "C'è un unico insieme di valori che se adottato dal mercato, ripristina la distribuzione originale dei prodotti e rende possibile il ripetersi del processo stesso; tali valori scaturiscono direttamente dai metodi di produzione" (3). E' qui che Sraffa si distacca dalla teoria marginale del valore. Anche se ci siamo concentrati esclusivamente su dati aggregati, piuttosto che sull'utilità marginale, o su di un prodotto, Sraffa conclude: "Nell'esempio in particolare [del grano e del ferro], lo scambio-valore richiesto è di 10 qr. di grano per 1 t. di ferro" (3).

Prima di continuare, cerchiamo di essere chiari sul ragionamento di Sraffa. Finora i fatti tecnologici ci hanno dimostrato che, da un punto di vista ingegneristico, è possibile che questa società continui a sfornare 400 quarti di grano e 20 tonnellate di ferro a tempo indeterminato. Affinché tutto ciò sia economicamente possibile in un contesto di mercato, è necessario che l'individuo(i) incaricato della produzione di grano possa guadagnare abbastanza vendendo 400 quarti di grano, in modo da comprare (a) 280 quarti di grano e (b) 12 tonnellate di ferro, dal momento che questo è ciò di cui il produttore avrà bisogno per acquistare gli input necessari per la produzione del periodo successivo. Naturalmente non c'è bisogno che il produttore venda tutta la sua produzione lorda per poi acquistare 280 quarti come input; può semplicemente deviare i 280 quarti della sua produzione lorda e utilizzarli per ricostituire le sue riserve, e poi vendere i restanti 120 quarti di grano sul mercato. Affinché il produttore di grano possa rimanere in attività, è necessario che 120 quarti di grano abbiano un valore di scambio di almeno 12 tonnellate di ferro.

Ma se si guardano le cose dal punto di vista del produttore di ferro, ci rendiamo conto che affinché egli possa rimanere in affari, il suo prodotto netto di 12 tonnellate di ferro deve avere un valore di scambio di almeno 120 quarti di grano (questo è quello che deve accadere affinché egli possa acquistare gli input per il periodo successivo). Unendo le due condizioni possiamo concludere che l'unico modo affinché entrambi i produttori possano rimanere in attività, è che 120 quarti di grano abbiano un valore di scambio esattamente pari a 12 tonnellate di ferro (che riflette il prezzo di 10 qr. di grano per 1 t. di ferro).

Il punto di questo esperimento è dimostrare che le considerazioni marginali non sono (apparentemente) necessare per calcolare i prezzi di compensazione, almeno in un'economia di sussistenza. La situazione diventa più complicata nel caso si verificano eccedenze.



Produzione con Eccedenze

Nel secondo capitolo Sraffa si occupa del caso più generale, dove la quantità di ogni merce prodotta supera i quantitativi totali utilizzati nelle varie linee di produzione. Ad esempio, supponiamo di alterare i fatti tecnologici descritti sopra e ottenere le seguenti relazioni:

280 qt. grano + 12 t. ferro ---> 575 qt. grano120 qt. grano + 8 t. ferro ---> 20 t. ferro
In questo scenario non possiamo utilizzare la tecnica precedente per determinare i prezzi d'equilibrio. Affinché gli imprenditori di ogni settore possano continuare a produrre, devono guadagnare abbastanza dalla vendita della loro produzione per ricostituire le loro scorte. Ma grazie all'eccedenza — es. perché vengono prodotte 575 quintali di grano, mentre i due settori ne necessitano solo 400 quintali — le due condizioni non sono sufficienti a "determinare" i prezzi di mercato del grano e del ferro.

Se ipotizziamo che Pw sia il prezzo del grano e Pi il prezzo del ferro, tutto ciò che possiamo dire ora è che 280Pw + 12Pi <= 575Pw e 120Pw + 8Pi <= 20Pi. A differenza del caso precedente, queste due disuguaglianze non consentono di avere valori unici per Pw e Pi.

Sraffa corre ai ripari introducendo il "tasso di profitto", che identifica con r. (Questo naturalmente è quello che gli Austriaci chiamerebbero tasso d'interesse netto reale.) A causa della concorrenza tra capitalisti, quando c'è un'eccedenza fisica in uno qualsiasi dei settori, ci deve essere una valutazione uniforme del capitale investito in tutti i settori. Pertanto, per risolvere i prezzi d'equilibrio del grano e del ferro nello scenario precedente, dobbiamo introdurre un'altra variabile, il tasso di profitto, in modo che le seguenti equazioni siano valide:

(280Pw + 12Pi) x (1 + r) = 575Pw(120Pw + 8PI) x (1 + r) = 20Pi
Risolvendo queste equazioni, possiamo concludere che 15 quintali di grano vengono scambiati per 1 tonnellata di ferro, e il "tasso di profitto" è del 25%. Anche nel caso d'eccedenze di produzione, Sraffa determina i prezzi d'equilibrio e il tasso d'interesse senza fare alcun riferimento ai valori marginali.



L'Elemento Ideologico

Ora che abbiamo compreso l'approccio di Sraffa, siamo in grado di capire alcuni dei suoi risultati e perché siano stati adottati con tanto entusiasmo da accademici di sinistra e sindacalisti italiani. Nelle sezioni successive, Sraffa propone calcoli che raffigurano un compromesso tra il salario reale e il tasso di profitto. In particolare, l'analisi di Sraffa suggerisce che in un'economia sviluppata la percentuale "dell'eccedenza" che va ai lavoratori rispetto a quella che va ai capitalisti è arbitraria, e non è affatto "determinata" da fatti tecnologici o economici. Nei modelli di Sraffa, ad esempio, i sindacati potrebbero aumentare i salari reali e ridurre i tassi d'interesse, e questo non avrebbe effetti reali sulla produzione, ma ridistribuirebbe semplicemente la proprietà della produzione netta in ciascun periodo.



La Falla nell'Approccio di Sraffa

Nonostante il suo approccio intrigante e i risultati intelligenti, Sraffa non riesce a rovesciare la teoria del valore marginale. Invece di sostituire le decisioni soggettive prese al margine, Sraffa le ignora. Ad esempio, nel caso più semplice di un'economia di sussistenza, Sraffa dà per scontato che le persone in questa economia continueranno a produrre 400 quintali di grano e 20 tonnellate di ferro per sempre. Ma perché dovrebbero farlo? Supponiamo che alle persone non piaccia più il ferro o il grano! O, più precisamente, supponiamo che scoprano un uso migliore per le loro scorte di ferro e grano piuttosto che utilizzarle per creare solo più ferro e grano. Come possono le persone emanciparsi dalla loro vita di sussistenza nel mondo di Sraffa?

Naturalmente un sostenitore delle idee di Sraffa risponderebbe che se volessimo modellare un tale scenario, dovremmo usare il caso più generale della produzione con un'eccedenza. Quindi se i membri della nostra ipotetica economia desiderassero di produrre qualcos'altro oltre al grano e al ferro, dovremmo semplicemente inserire la linea industriale relativa alla nostra lista di ricette tecnologiche.

Ma questa soluzione non coglie il punto. Il metodo di determinazione dei prezzi d'equilibrio di Sraffa in un'economia con eccedenze, presume già che il sistema abbia adottato un livello ottimale di produzione in tutte le linee industriali possibili. Le tecniche di Sraffa non lasciano spazio ai singoli membri della società d'influenzare i metodi di produzione (che ci siano o meno eccedenze) perché non ci sono affatto persone nei modelli di Sraffa.

Questa obiezione è rafforzata quando parliamo di uno dei risultati più importanti di Sraffa. Egli ha dimostrato che il tasso di profitto è "una variabile libera" (cioè, indeterminata e soggetta ad influenze esterne, in particolare verso il basso), escludendo dai suoi modelli l'ottimizzazione intertemporale. Sì, se l'unica funzione fornita dai tassi d'interesse è quella di indicare il tasso comune d'apprezzamento del capitale investito, allora ci potrebbero essere una serie di valori che dovranno essere coerenti con l'equilibrio generale.

Tuttavia se affermiamo anche che il tasso d'interesse di mercato riflette il premio soggettivo imputato al consumo presente rispetto a quello futuro — caratteristica mancante nei modelli di Sraffa — allora questo eliminerà la molteplicità dei tassi d'interesse d'equilibrio. Dato che anche questo è un "prezzo" soggetto a domanda e offerta, la determinazione del tasso d'interesse sarebbe tanto arbitraria quanto quella riguardante il prezzo dei televisori.



Conclusione

Vediamo quindi che i metodi di Sraffa soffrono di un problema molto comune, anche tra gli economisti professionisti. Nonostante la maggior parte delle persone comprende che le forze del mercato portano ad un unico (date le circostanze) prezzo "giusto" per le radio o i Big Mac, per qualche strano motivo il tasso d'interesse è considerato malleabile. Sraffa riesce a dimostrare il contrario solo eliminando gli individui (e le loro preferenze soggettive).

Detto questo, esorto gli Austriaci ad esaminare il lavoro di Sraffa. I discepoli neo-ricardiani di Sraffa[2] non avevano completamente torto nei loro attacchi contro il mainstream neoclassico durante le cosiddette polemiche di Cambridge. Avevano perfettamente ragione a criticare la giustificazione ortodossa che considerava i pagamenti degli interessi come un "rendimento del prodotto marginale del capitale". Al di fuori del mondo neoclassico caratterizzato da economie con un solo bene, non esiste qualcosa come uno "stock" di capitale; invece ci sono diverse quantità di beni capitali eterogenei. Si può calcolare solo un aggregato di "capitale" conoscendo prima il tasso d'interesse al quale capitalizzare il valore attuale dei beni eterogenei. Come spiega Sraffa stesso:

[...] in generale l'uso del termine "costo di produzione" è stato evitato, così come è stato evitato il termine "capitale" nella sua connotazione quantitativa. Questo perché suddetti termini sono diventati indissolubilmente legati alla supposizione che essi rappresentano quantità che possono essere misurate indipendentemente dai prezzi dei prodotti. Dato che liberarsi da tali presupposti è stato uno degli obiettivi di questo lavoro, evitarli sembrava l'unico modo per non pregiudicare suddetto intento. (9)
Anche se era sbagliato condannare l'interesse come mezzo di sfruttamento ed istituzione inutile, Sraffa aveva perfettamente ragione a criticare la giustificazione mainstream riguardo il reddito dei capitalisti. Per una difesa corretta del pagamento degli interessi, bisogna rivolgersi ad una teoria dell'interesse (come ad esempio le teorie proposte dagli economisti Austriaci) che non li considera come il prodotto marginale del capitale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Sulla controversia di Cambridge e la sua rilevanza per la Scuola Austriaca, consultate il mio articolo precedente.

[2] Data la somiglianza tra i suoi metodi e i modelli d'equilibrio generale di David Ricardo, Sraffa e i suoi seguaci vengono spesso definiti neo-Ricardiani. Ciò potrebbe generare confusione, poiché i loro oppositori sarebbero i neoclassici; David Ricardo era un economista calssico, dopo tutto.

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Euro-sclerosi

Gio, 04/06/2015 - 10:09




di Alasdair Macleod


Sembra che nel manuale dei monetaristi non ci sia nulla che possa permettere loro di valutare il rischio di una perdita di fiducia nel potere d'acquisto di una moneta cartacea. Inoltre, dal momento che i macroeconomisti di oggi hanno scelto di negare la legge di Say,[1] anche nota come legge dei mercati, hanno poche speranze di cogliere gli aspetti più sottili del ruolo del denaro nella formazione dei prezzi. Sembra proprio che preferiscano ignorare il problema, in un momento in cui la zona Euro affronta rischi sistemici crescenti che in ultima analisi potrebbero intaccare la validità dell'euro come moneta.

L'euro è vulnerabile soprattutto perché non esiste da molto tempo, e la sua origine come denaro è semplicemente avvenuta per decreto. Non si è evoluto dai marchi, dai franchi, dalle lire o da qualsiasi altra cosa; ha semplicemente sostituito le valute esistenti degli stati europei mediante un diktat. Ciò è in contrasto con il dollaro o la sterlina, i quali sono nati come sostituti dell'oro e poi nell'ultimo secolo si sono evoluti per diventare monete fiat scoperte. Il motivo di questa differenza importante è evidenziato dal teorema della regressione.

Il teorema postula che una moneta deve trarre il suo valore di scambio da uno scopo non monetario. Ecco perché l'oro è sopravvissuto nel tempo, in origine era una merce ornamentale ed è ancora usato in tal modo; mentre nel corso della storia tutte le valute statali sono fallite. Ne consegue che, in mancanza di un valore d'uso, per le valute moderne la fiducia è fondamentale.

Il teorema spiega anche che i prezzi riflettono i valori soggettivi che imputiamo ai beni e servizi che acquistiamo. Ciò contrasta la presupposizione secondo cui il denaro avrebbe un qualche valore intrinseco. E' per questo motivo che i sintomi dell'inflazione monetaria sono comunemente percepiti come un aumento dei prezzi, invece che una diminuzione del potere d'acquisto della moneta.

La Banca Centrale Europea (BCE) sta affermando che l'euro è una moneta uguale a tutte quelle altre valute che hanno una storia più lunga. Nonostante la cautela spesso espressa dai sostenitori di una moneta sonante presso la Bundesbank tedesca, la BCE sta perseguendo politiche monetarie volte ad indebolire la propria valuta. Per esempio, ha ridotto a -0.2% il tasso di deposito per le banche dell'Eurozona. Questo è del tutto innaturale in un mondo in cui il possesso di denaro è un'opzione migliore rispetto al possesso di una cambiale. Inoltre le banche sono incoraggiate ad ostacolare quei clienti che intendono ritirare i propri depositi, spesso con il pretesto di combattere l'evasione fiscale o il riciclaggio di denaro sporco. Ma in Grecia le restrizioni sui prelievi di contanti sono state progettate per proteggere le banche.

Finora questo articolo non ha presentato una tesi che descriva uno scenario destabilizzante per l'euro, anche se generalmente è una cattiva idea giocare coi diritti degli individui. Ma supponiamo per un momento che la Grecia vada in default. In tal caso il sistema bancario greco crollerebbe di certo (supponendo che la BCE sospenda il cosiddetto programma ELA), perché le sofferenze nei suoi bilanci superano ampiamente il patrimonio netto tangibile. Se tale assistenza venisse ritirata, circa €80 miliardi dell'ELA andrebbero persi. Inoltre gli squilibri dei TARGET2[2] ascritti nei bilanci delle banche centrali della zona Euro, emersi attraverso la fuga di capitali dalla Grecia e garantiti dalla BCE, aggiungerebbero altri €42 miliardi alla cifra precedente. Questo per la BCE significherebbe un buco da €122 miliardi. Purtroppo il patrimonio netto della BCE più le riserve ammontano a soli €96 miliardi, quindi un default della Grecia potrebbe esporla ad una triste sotto-capitalizzazione.

Pertanto, in caso d'insolvenza della Grecia, come minimo ci dovremmo aspettare che nei mercati dei cambi venga messa in discussione la validità di un nuovo euro. Anche se la BCE decidesse di salvare tutto il savabile dopo un default greco, riorganizzando a suo favore l'ordine dei creditori bancari attraverso un bail-in, si troverebbe lo stesso a dover implementare disposizioni considerevoli a causa di una base di capitale insufficiente. Per questo motivo, piuttosto che rischiare di esporre la BCE ad una sotto-capitalizzazione, è più probabile che alla fine la Grecia la spunterà, costringendo gli altri membri della zona Euro a raccogliere abbastanza soldi da pagare il suo debito in scadenza e coprire i salari del settore pubblico. Questo salverebbe l'euro?

Forse sì, ma non per molto. Se i ministri delle finanze della zona Euro si piegheranno alle richieste della Grecia, per le altre nazioni fiscalmente irresponsabili sarà più difficile imporre misure di vera austerità. I partiti anti-austerità, come Podemas in Spagna, hanno grandi possibilità di salire al governo in futuro, e proprio verso la fine di quest'anno ci saranno le elezioni generali in Spagna. Il primo ministro Renzi e il presidente Hollande sono pronti ad abbandonare qualsiasi misura di pseudo-austerità abbiano implementato finora e ad aumentare ulteriormente la spesa pubblica (come presunto strumento di salvezza economica). Purtroppo sia per la BCE sotto-capitalizzata sia per la sua giovane valuta, le possibilità di finire sotto il fuoco incrociato dei creditori del nord Europa e dei mutuatari dissoluti del sud si fanno sempre più consistenti.

Anche se la Grecia dovesse essere salvata dal default, la BCE dovrà rafforzare le banche greche. Questo rischia di essere fatto in due modi: in primo luogo, costringendole ad una ricapitalizzazione con o senza un bail-in; in secondo luogo, limitando i loro deflussi attraverso controlli sui capitali e forti limiti sui prelievi dei depositanti. Si tratta sostanzialmente di nuova soluzione alla Cipro.

Qualunque sia l'esito dell'affaire greco, i residenti della zona Euro si ritroveranno per le mani una moneta che sta diventando sempre più discutibile. Il bail-in attuato a Cipro è ancora impresso nella mente dei depositanti e di certo non è stato dimenticato in Grecia, dove la gente comune sta comprando beni strumentali mobili, come le automobili tedesche, con i saldi bancari che non possono essere ritirati in contanti e che altrimenti sarebbero a rischio di un bail-in. I depositanti greci hanno capito che i saldi in euro detenuti nelle loro banche non sono affidabili.

Inoltre il tasso di cambio potrebbe sferrare un altro colpo debilitante all'euro. Se la moneta unica continuerà a perdere potere d'acquisto rispetto alle valute estere, è probabile che la sua fiducia ne uscirà indebolita. Quando questo accadrà, per la BCE sarà più difficile recuperare la situazione e conservare la credibilità dell'euro come moneta. Non è sensato accollarsi tutti questi grandi rischi con una moneta che esiste da soli tredici anni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] La legge di Say è una regola economica enunciante che la produzione è la fonte della domanda. Secondo la legge di Say, quando un individuo produce un bene o un servizio, viene pagato per siffatto lavoro e quindi è in grado di utilizzare tale pagamento per esercitare la sua domanda di beni e servizi.

[2] Il TARGET2 è un sistema di pagamento interbancario per processare in tempo reale trasferimenti transfrontalieri in tutta l'Unione Europea. Il TARGET2 ha sostituito il TARGET (Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System) nel novembre 2007.

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Yellen & Co. sono accecati dalle bolle e dall'euforia di Wall Street

Mer, 03/06/2015 - 10:05




di David Stockman


Esaminando le parole di Janet Yellen dette durante la conferenza stampa della settimana scorsa, apprendiamo che tutto sta andando alla grande a parte le azioni che sono ormai un po' "troppo in alto" rispetto alla media storica. Può dirlo forte!

In realtà, può dirlo chiunque non si sia fatto raggirare dalla truffa dei venditori di Wall Street. Sì, questi ultimi dovrebbero essere sicuramente monitorati dai federali.

Prendete l'indice azionario Russell 2000. Si trova nel bel mezzo dei venti favorevoli della FED, poiché il 90% delle vendite e degli utili del Russell 2000 provengono da fonti interne. Quindi tra i vari indicatori di mercato, le azioni rappresentanti capitalizzazioni piccole e medie all'interno del suddetto indice stanno beneficiando delle buone azioni dell'Eccles Building. Dopo tutto, i maestri monetari che vi dimorano dichiarano di non aver alcun interesse nei confronti del tasso di cambio del dollaro e di poter addirittura micro-gestire l'economia degli Stati Uniti, perché è una vasca da bagno chiusa non influenzata da salari, prezzi e flussi di capitale esteri.

Beh, il Russell 2000 venerdì ha fatto registrare un nuovo massimo. Al suo valore di 1266, ora è salito del 260% sin dal post-crisi. Indubbiamente zia Jane pensa che vada bene. Ma sicuramente nessuno le ha detto che rappresenta un multiplo di valutazione di quasi 90X LTM (ultimi 12 mesi) degli utili dichiarati dalle 2000 compagnie che compongono l'indice.

Il mistero di come la FED non riesca a vedere, o non voglia vedere, le bolle — proprio come accadeva durante le bolle dotcom e quella immobiliare — è presto detto. La ragione più evidente è che i presunti geni che compongono il nostro politburo monetario si bevono le chiacchiere di Wall Street sugli utili per azione.

Nel caso del Russell 2000, venerdì scorso questa caterva di utili multipli per azione confezionata da Wall Street ha raggiunto il 19.9X — o come ha detto la signora J, un po' troppo in alto ma nulla di cui preoccuparsi. Perché non accelerare un po' di più allora?

Ma attenzione, perché qui abbiamo a che fare con un enorme divario. Dopo che gli analisti hanno cercato di agitare le loro bacchette magiche per scorgere il futuro e hanno escluso gli oneri previsti sui guadagni, che a detta loro potrebbero essere plausibilmente bollati come "non ricorrenti", gli utili futuri del Russell 2000 diffusi da Wall Street sono risulati essere esattamente $63.87 per azione.

Per contro, la cifra che salta fuori dai principi di contabilità generale (GAAP) dello scorso dicembre è $14.18 per azione. Inutile dire che ignorare allegramente questa differenza — come sicuramente ha fatto la Yellen — significa non saper fare il proprio lavoro.

E la ragione è questa: questo secolo la FED ha gonfiato due bolle tremende nel mercato azionario — le quali hanno provocato rispettivamente $8,000 miliardi e $10,000 miliardi di perdite devastanti. Inoltre sono scoppiate improvvisamente e la relativa pulizia si è esaurita nel giro di pochi mesi, il che significa che gli addetti ai lavori di Wall Street e i trader fast money sono dapprima usciti e poi sono ritornati a far danni, mentre Main Street ha dovuto pagare per i propri errori e per quelli degli altri.

Potreste pensare che quelle persone per cui contano soltanto i decimali nei numeri dell'IPC, si siano interrogate sul divario tra $14 e $64 per azione; o che abbiano indagato sulla natura dei numeri del GAAP: aberrazione temporanea o semplicemente l'ennesima esuberanza nel casinò di Wall Street?

Anzi la maggior parte di loro dovrebbe sicuramente riflettere su quanto segue: nel 2013 i guadagni annuali riportati nel GAAP per il Russell 2000 erano esattamente $14.10 per azione. Quindi, i $14.18 per azione riportati nel 2014 significano che il Russell 2000 ha guadagnato la somma esilarante di otto centesimi, o lo 0.6%, durante l'anno passato.

Esatto. L'indice azionario americano è scambiato a 90X sulla base di un tasso di crescita degli utili inferiore all'1%. "Un po' troppo in alto" per davvero.

Sebbene Wall Street continui a difendere l'utilizzo dei dati economici previsionali, essi non riescono a stare in piedi dopo uno scrutinio approfondito. Il casinò è diventato così corrotto e pieno di bolle che i numeri non valgono la carta su cui sono stampati.

Pensate, ad esempio, ai dati previsionali sfronati da Wall Street riguardo gli utili dell'S&P 500 per l'anno 2014. Esattamente due anni fa quella cifra era di circa $125 per azione. A quel tempo potremmo dire che fosse abbastanza normale.

L'S&P allora era tradato a 1560 — quindi le previsioni a due anni erano del 12.5X. Un anno fa il prezzo è sceso a $120 per azione — che poi ha rappresentato appena il 15.5X degli utili futuri sulla base di un indice di prezzo di 1870.

Inutile dire che qualsiasi testa vuota che lavora alla CNBC vi avrebbe detto che questi multipli erano del tutto normali e che le azioni avevano ancora "spazio per salire". Tra l'altro, quest'ultima parte sarebbe stata vera. Venerdì scorso l'S&P 500 ha chiuso a 2108, o il 35% in più rispetto a due anni fa e il 13% in più rispetto al marzo 2014.

Ahimè, la cifra degli utili per azione è l'unica cosa che non è salita. Tutte quelle bacchette magiche hanno previsto risultati un po' troppo ottimistici, perché il numero è sceso a $113 per azione, o inferiore del 10% rispetto a quello di due anni fa. E se ascoltiamo quello che ha da dire il GAAP, il numero per il 2014 è stato pari a $102 per azione.

Così scopriamo che l'S&P 500 viene capitalizzato al 20.6X rispetto agli utili per azione riportati nel GAAP. Eccetto nei vari trimestri di recessione, l'unica volta in cui il multiplo dell'S&P ha quasi pareggiato quello del GAAP è stato nel terzo trimestre 2007, quando il multiplo annuale era del 19.4X. Anche le teste di legno presso la FED ricordano quello che è successo dopo.

E, no, la differenza tra gli utili onesti del GAAP e le previsioni di Wall Street non è una questione di preferenza soggettiva. Gli oneri non ricorrenti sugli asset, le riduzioni d'avviamento, i trattamenti di fine rapporto e altri costi di ristrutturazione, rappresentano le spese reali che consumano contanti e/o distruggono capitale sociale. Per ogni impresa gli utili onesti del GAAP possono essere "minuscoli" da periodo a periodo, ma ciò si può cambiare ammortizzando, e non eliminando, questi costi.

Ma per quanto riguarda il paniere totale dell'S&P 500 non rappresenta un problema, perché per molti anni ormai la differenza tra utili GAAP e previsioni ha spaziato costantemente tra l'8 e il 15%.

Durante un qualsiasi periodo di tempo, però, questo divario dell'8-15% fa accumulare denaro vero. Durante gli otto anni tra il 2007 e il 2014, infatti, gli utili GAAP segnalati alla SEC da parte delle società nell'S&P 500 sono ammontati a circa $5,000 miliardi — mentre le previsioni di guadagni sventolate da Wall Street hanno totalizzato in tutto $6,000 miliardi. C'è la possibilità che questa differenza di $1,000 miliardi non sia solo un errore di arrotondamento!

Ancora più importante, mentre le bolle della FED continuano a gonfiarsi, le previsioni dei maghi di Wall Street tendono a diventare più assurde; e nel corso dei decenni, la creatività di questi tipi con le bacchette magiche per eliminare gli oneri "non ricorrenti" è diventata molto più spiccata. Di conseguenza il confronto tra i multipli di oggi e i multipli medi di lungo termine, rappresenta il caso classico in cui si miaschiano mele e arance.

Possiamo farci un'idea di quanto detto guardando il grafico qui sotto, che si basa sugli utili finanziari GAAP. Ci mostra che a partire dal giugno 2014, il multiplo PE mediano per tutte le azioni NYSE con guadagni positivi era ai massimi di tutti i tempi — persino superiore alle altezze degli anni della bolla dotcom.




E non è finita qui. Nell'odierno casinò sponsorizzato dalla FED ci sono molte più società con utili negativi e grandi capitalizzazioni rispetto a decenni fa quando esisteva ancora un "price discovery". E questo ci porta alla bolla nel settore biotecnologico che anche la Yellen sostiene di aver individuato nel giugno 2014.

Da allora l'indice biotech Nasdaq è salito del 50% — riportando l'indice sei volte più su rispetto al suo fondo del marzo 2009. Ma anche allora l'assurdità della sua valutazione non era pienamente evidente. Come ha documentato Zero Hedge, le 150 società dell'indice hanno una capitalizzazione di mercato collettiva di $1,060 miliardi, ma solo $21 miliardi di guadagni annuali, il che implica un multiplo PE del 50X.

Ma quando parliamo di Russell 2000 — non avete ancora visto niente. Le 5 grandi capitalizzazioni biotecnologiche dell'indice — Gilead, Amgen, Shire, Biogen e Celgen — hanno fatto registrare un utile netto di $25.5 miliardi nel corso degli ultimi anni — o ben più del totale dell'indice. Se ci aggiungiamo i 20 percettori positivi successivi, arriviamo a $30.5 miliardi di utili netti, o il 145% dei $21 miliardi riportati dall'intero paniere delle 150 compagnie.




Sono queste, quindi, le condizioni all'interno di questo indice. Le cinque grandi imprese hanno una capitalizzazione di mercato di circa $550 miliardi, o almeno ce l'hanno avuta fino a venerdì scorso prima che Gilead incappasse nella battuta d'arresto di ieri facendo perdere all'indice circa $20 miliardi. E le 20 imprese successive sono tradate ad un valore collettivo di $230 miliardi, il che significa che la capitalizzazione di mercato delle prime 25 società dell'indice (pari al 145% degli utili totali) è di circa $780 miliardi.

Inutile dire che la matematica non è un'opinione. Ovvero, ci sono 125 aziende che compongono l'indice biotecnologico del NASDAQ e sono valutate $280 miliardi, ma hanno registrato perdite complessive di quasi $10 miliardi nel periodo di riferimento più recente.

Quindi sì, cara signora Yellen, c'è una bolla nel settore biotecnologico. E' decisamente superiore ad un quarto di bilione di dollari. E' il risultato diretto di sei anni di ZIRP e di carry trade nel casinò di Wall Street, il cui unico credo ormai è che la FED continuerà a rifornirlo incessantemente di denaro gratis — anche se alla fine dovesse alzare i tassi monetari di 25 bps.

La vastita della bolla biotecnologica la si può vedere nei dati controfattuali del libero mercato: cosa dovrebbero generare queste 125 aziende per giustificare gli attuali $280 miliardi di capitalizzazione di mercato?

Beh, le cinque aziende più grandi con utili al 21X e $68 miliardi di ricavi aggregati, hanno fatto registrare un tasso di crescita quinquiennale delle vendite del 16.5% annuo. Quando abbiamo un casinò sovvenzionato costantemente dalla FED, ci vuole una quantità di vendite esigua per guadagnare un multiplo di dimensioni medie. Ma attenzione — la metà dei profitti annuali di queste cinque grandi aziende è da affibiare alla Gilead, la quale ha avuto un tasso d'utile netto annuale del 49% su $25 miliardi di fatturato. Per contro, i margini reddituali netti di Biogen e Amgen sono stati rispettivamente del 30% e del 25%.

Inoltre, il margine d'utile netto delle 20 aziende successive alle 5 più grandi — rappresentate da nomi come Mylan, Alexion, Biotechnic e Luminex — è stato del 17.5%, mentre il multiplo PE di queste imprese è stato un vivace 47X. E infatti vivace è il ​​termine corretto, perché il tasso di crescita quinquiennale del loro fatturato è stato solo leggermente superiore a quello delle 5 più grandi: 21%.

In breve, date a questi 125 buchi neri finanziari un multiplo PE del 20X e un margine d'utile netto del 20%. Ciò significa che dovrebbero generare $70 miliardi di fatturato sin da oggi. Buona fortuna, soprattutto con l'attuale tasso di sconto ZIRP.

Infatti, parlando della quantità di tempo necessario per andare da zero a 60 mph, Elon Musk ha finalmente spiegato perché l'industria della Tesla vale $35 miliardi, nonostante il fatto che non abbia mai generato uno straccio d'utile netto; nonostante il fatto che abbia registrato perdite nette di $1.4 miliardi sin da quando Goldman l'ha abbandonata nel 2007; e nonostante il fatto che non possa competere con artisti del calibro di Toyota e BMW.

Scopriamo quindi che anche Musk ha capito che la Tesla è una trappola mortale e prevede un mondo in cui gli uomini ricchi che acquistano i suoi veicoli non riusciranno nemmeno a guidarli. Detto in modo diverso, secondo lui il mercato sta capitalizzando la sua visione di un mondo con auto senza conducente — con le sue navette su Marte e treni alla velocità della luce:

Che cosa succederà quando ci arriveremo (ad avere auto senza conducente)? Musk ha detto che la mossa ovvia sarebbe quella di mettere fuori legge le auto con conducente. "Sono troppo pericolose, non si può mettere una persona alla guida di una macchina di morte."
A quanto pare anche Jim Cramer ha capito la battuta. Ai primi di febbraio Cramer ha lanciato la propria bordata:

"Sta' attento a quello che dici, Musk — genitore di quel disastro totale chiamato Tesla!........ In nessun modo il suo bilancio può sostenere gli investimenti necessari....... Musk ha confermato che spenderà somme da capogiro per gli investimenti..... Dove diavolo prenderà tutto quel denaro?"
E questo riassume il "un po' troppo in alto" della Yellen. La FED sta guidando una macchina piena di bolle, ma non si è minimamente accorta che ormai è diventata una trappola mortale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La forza del dollaro potrebbe invertirsi in un attimo

Mar, 02/06/2015 - 10:08
La cosa che più mi fa sorridere è come alcuni "giornalisti" continuino a ripetere che gli USA siano tornati ad essere la locomotiva del mondo, senza prestare attenzione ai fondamentali. E' qualcosa che capita quando non si studiano attentamente i fondamentali. E' qualcosa che capita quando non si ha una teoria attraverso la quale ponderare le proprie opinioni. Quindi, si limitano a guardare i dati in entrata e a trarre le conclusioni. Alcuni di essi mostrano miglioramenti, come gli occupati a tempo pieno, ma il più subdolo di tutti è senz'altro il PIL. Questa misura macroeconomica è un aggregato di tutto e il contrario di tutto, studiata per rappresentare una realtà distorta. La cosa peggiore che possa contenere il PIL è la spesa pubblica, componente considerata tanto buona quanto il consumo e l'investimento privato. In realtà, la spesa pubblica devia risorse reali lontano dalle mani dei clienti per redistribuirla arbitrariamente laddove una manciata di burocrati ritiene più necessario. L'insostenibilità strutturale di questo processo viene sottolineato dalle varie "cattedrali nel deserto" costruite in nome del lavoro e del bene pubblico, e le varie opere iniziate e mai finite. Poi c'è la sottrazione delle importazioni alle esportazioni. Questo calcolo viene inserito nel conteggio del PIL in virtù della vecchia credenza mercantilista secondo cui le esportazioni sono largamente più importanti delle importazioni. Adam Smith confutò questa eresia, eppure ce la ritroviamo ancora tra i piedi. Infine, c'è il problema dei beni intermedi i quali sono sottratti dal calcolo finale poiché si vuole evitare un "doppio conteggio". Di conseguenza si tiene conto solo dei beni finali e della loro vendita al pubblico. In questo modo si minimizza una grande fetta della produzione economica, mentre si sopravvaluta il consumo Non andando in profondità la stampa mainstream si perde i pezzi per strada, fidandosi ciecamente dei dati in entrata: futuro roseo. Poi arrivano notizie come questa: graduale fallimento di Chicago. "Inspiegabilmente" questo futuro tanto roseo non è. Ma perché? Nessuno lo dice. Nessuno scava in profondità. E per l'ennesima volta verranno colti di sorpresa. Quella attuale è una ripresa nei numeri, non nei fatti.
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di James Rickards


L'odierna guerra tra valute è iniziata nel 2010. Il mio primo libro, Currency Wars, uscì poco dopo. Il mondo non è sempre coinvolto in una guerra tra valute, ma quando scoppiano possono durare per molto tempo. Possono durare cinque, dieci, o anche quindici anni — a volte di più.

Non mi sorprende se nel 2015 siamo qui a parlare di guerre tra valute, perché è la stessa di cinque anni fa. In questi ultimi tempi abbiamo assistito a diverse politiche intenzionate a indebolire determinate valute, come è accaduto ad esempio in Giappone, e i giornalisti hanno detto: "C'è una guerra valutaria in corso", o "C'è una nuova guerra tra valute." Ogni volta che sento cose simili roteo gli occhi e penso tra me e me: "No, questa è la stessa guerra tra valute; è solo una nuova fase o una nuova battaglia."

Le guerre tra valute ci forniscono vari spunti di riflessione — infatti, sono una delle cose più importanti nell'economia di oggi. Mi aspetto che tra un anno a questa parte saremo ancora qui a parlarne.

Che cos'è una guerra tra valute?

In genere scoppiano quando nel mondo non c'è abbastanza crescita per rispettare tutti gli obblighi di debito. In altre parole, quando la crescita è troppo bassa rispetto agli oneri del debito.

Quando c'è crescita sufficiente, agli Stati Uniti non importa se qualche paese cerca di svilire il proprio tasso di cambio per favorire le esportazioni. E' una cosa molto piccola se considerata nel grande schema delle cose.

Ma quando non c'è abbastanza crescita, è come se stessimo parlando di un gruppo di persone che muore di fame e lotta per le briciole. Oggi è la stessa cosa.

Oggi tutti si preoccupano dei cross rate currency perché sono un modo sia per promuovere le esportazioni sia per importare inflazione sotto forma di prezzi delle importazioni più alti. Ricordate, quando un paese riduce il proprio tasso di cambio, i cittadini di tale paese devono pagare di più per le merci importate.

Gli Stati Uniti sono un importatore netto. Compriamo più di quello che vendiamo. E così l'impatto immediato di un dollaro più economico si riverbera sui costi delle cose che gli americani acquistano. Se gli Stati Uniti abbassano il tasso di cambio del dollaro, importano inflazione, esattamente ciò che vuole la FED. Quante volte avete sentito dire che la FED è alla ricerca di un tasso d'inflazione al 2%? Persegue questo obiettivo più e più e più volte.

In questo momento, tuttavia, tale target non è stato raggiunto. Nemmeno di striscio. La FED vuole riuscirci — e uno dei modi in cui può farlo è quello di svilire il dollaro. In questo modo promuoverà le esportazioni.

Prendete gli Stati Uniti come esempio. La Boeing Aircraft compete con l'Airbus, in Brasile c'è un'altra società, l'Embraer, e in Canada ce n'è un'altra, la Bombardier. Ci sono tot. costruttori di aeromobili in tutto il mondo; non molti, ma siamo in concorrenza con loro. E così un dollaro più economico, in teoria, consente alla Boeing di vendere un paio di aerei in più, creando posti di lavoro e crescita negli Stati Uniti. Queste cose sono percepite come dei benefici, ma molti di questi benefici sono illusori.

E' una cosa molto, molto attraente per i politici, perché possono dire quanto segue: "E' bello avere un dollaro a buon mercato, perché possiamo creare posti di lavoro."

La realtà, tuttavia, è che non si creano affatto posti di lavoro. Si crea solo inflazione. In realtà si sta meglio con una moneta forte, perché si attirano capitali dall'estero. La gente vuole investire in un'area valutaria forte, e sono tali investimenti e flussi di capitali che creano posti di lavoro. Quindi, come al solito, i politici e i banchieri centrali hanno torto.

Amano scegliere la soluzione apparentemente più facile. In tutto il mondo potete vedere paesi che svalutano le loro divise. Lo fanno essenzialmente tagliando i tassi d'interesse o intervenendo sui mercati. Lo fanno apparentemente per aiutare la crescita, ma non c'è alcuna crescita, solo inflazione.

Pensate ad un gruppo di persone che muore di fame e lotta per qualche briciola. Ecco cosa succede quando c'è troppo debito nel mondo e non basta la crescita. Questa è l'essenza di una guerra tra valute. Sta succedendo ora e continuerà ad andare avanti. Gli spunti di riflessione, come abbiamo visto, non mancano.

Così quando quando si cerca di capire la crescita, quando si cerca di capire la politica dei tassi d'interesse, quando si cerca di capire i settori in cui investire, quando si cerca di capire inflazione e deflazione; a tutte queste grandi questioni su cui si scervellano gli investitori, è possibile rispondervi attraverso la comprensione delle guerre tra valute.

In questo momento il dollaro è forte. Mi piace chiamare l'attuale situazione degli Stati Uniti "la teoria economica di Mick Jagger".

Mick Jagger e i Rolling Stones hanno nel loro repertorio una canzone intitolata "You Can't Always Get What You Want". La FED vuole inflazione, ma questo non significa automaticamente che la otterrà, perché ci sono altre forze al lavoro.

La politica della FED è un tentativo di svilire la valuta e ottenere inflazione, ciononostante il dollaro è molto forte. Un sacco di gente pensa che il dollaro abbia raggiunto il suo massimo storico. Non è così.

Il dollaro ha raggiunto il suo massimo di tutti i tempi a metà degli anni '80, nella prima parte dell'amministrazione Reagan. Se torniamo indietro e guardiamo all'indice del dollaro a metà degli anni '80 – fu proprio quello il massimo di tutti i tempi. Fu anche un buon periodo economico.

Il PIL in termini reali crebbe del 16% in tre anni. Questo significa più del 5% l'anno – una crescita molto, molto più forte di quella che stiamo vivendo oggi. Questo è un buon esempio per quello che sto dicendo: un dollaro forte può effettivamente portare ad una forte crescita, perché si cresce grazie ad investimenti e produttività.

Oggi il dollaro è di nuovo forte, e il motivo è molto semplice: i mercati si aspettano che quest'anno i tassi statunitensi salgano. Si aspettano che i nostri partner commerciali continuino a stampare denaro; vale a dire, i giapponesi e gli europei.

Se siete un investitore, potreste pensare: "Preferisco investire laddove io possa ottenere un ritorno. Se investo in Giappone o in Europa, potrei ottenere un rendimento negativo, perché la valuta sta andando giù e i tassi sono bassi – forse anche negativi. Se investo negli Stati Uniti, otterrò un rendimento positivo in quanto la FED alzerà i tassi e otterrò qualcosa dai miei soldi."

Pertanto gli investitori stanno affollando gli Stati Uniti e questo è il motivo per cui il dollaro è forte. I tassi trasversali, come euro/dollaro o yen/dollaro o qualsiasi altro, sono determinati da flussi di capitale puri e semplici.

In questo momento il capitale fluisce negli Stati Uniti, lontano da questi altri paesi, in parte perché c'è un'aspettativa di forte crescita e tassi più alti.

Ecco perché il dollaro è più forte oggi. La domanda ora è questa: i tassi saliranno nel 2015? Se la risposta a questa domanda è no, e credo che lo sia, allora l'attuale tendenza di un dollaro forte potrebbe invertirsi in un attimo.

Questo è uno degli urti da cui gli investitori devono guardarsi. Potrebbe finire come previsto, ma in realtà penso che ci sono altre forze al lavoro che potrebbero portare ad una rapida inversione di tendenza — soprattutto nel tasso di cambio dollaro/euro. E' una situazione che dovete tenere sott'occhio.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La Grecia è un incidente annunciato – Innescherà la dipartita della BCE e del settore bancario centrale

Lun, 01/06/2015 - 10:13




di David Stockman


Non c'è da sorprendersi se in pochi mesi Yanis Varoufakis abbia dimostrato di essere l'ennesimo statalista keynesiano. Dopo tutto, che cosa ci si poteva aspettare da un laureato in economia che ha scritto libri insieme a Jamie Galbraith? Quest'ultimo non ha mai visto una malattia economica che non potesse essere curata con deficit più grandi, prodigiosi "stimoli" monetari e interventi statali sempre più invadenti.

In quella che ormai sembra una teoria dei giochi disperata, Varoufakis ha fatto un favore ai suoi connazionali, all'Europa e al mondo. Dopo aver informato i suoi finanziatori a Bruxelles che dovranno continuare a sovvenzionare il suo stato greco in bancarotta, perché è l'unico modo per preservare il progetto europeo e l'euro, il ministro delle finanze greco ha sbottato la verità sulla questione, anche se forse non intenzionalmente:

"Sarebbe un disastro per tutti i soggetti coinvolti, sarebbe un disastro in primo luogo per l'economia sociale greca, ma sarebbe anche l'inizio della fine per il progetto della moneta comune in Europa," ha detto.

"Qualunque cosa gli analisti dicano sui firewall, non dureranno a lungo una volta che le persone e gli investitori capiranno che la zona Euro non è indivisibile", ha aggiunto.
Di sicuro ha ragione. Le persone che credono nella democrazia e nella libertà economica dovrebbero pregare per un default della Grecia. Nel corso delle prossime settimane, quando $1.8 miliardi di prestiti del FMI andranno in scadenza e la Grecia non riuscirà a ripagarli, Syriza si ritroverà in una situazione davvero ironica.

Se vorrà restare fedele alla sua agenda statalista di sinistra e vorrà ridare la democrazia alla Grecia strappandola dalle grinfie dei burocrati dell'accoppiata UE/FMI, Syriza dovrà spezzare una lancia a favore della democrazia e del capitalismo. Vale a dire, sfidare i tedeschi e la troika equivarrebbe ad una nuova Maratona; innescherebbe un crollo della BCE e del superstato canceroso costruito su di essa a Francoforte e Bruxelles — infliggendo un colpo mortale al sistema bancario centrale in tutto il mondo.

In pochi anni Draghi, nel contesto di un indebolimento fiscale ed economico in Europa, ha trasformato la BCE in un Robin Hood al contrario. Così facendo, ha donato ai giocatori d'azzardo finanziari e ai front-runner centinaia di miliardi di guadagni immeritati mediante i mercati del debito europei.

Nei giorni poco prima l'ukase di Draghi, per esempio, il decennale italiano era scambiato al 7.1%. Così gli speculatori che l'hanno acquistato in quel periodo hanno raccolto un guadagno del 350%. E adesso le loro risate riecheggiano dalle loro proprietà nel sud della Francia, soprattutto se i loro broker hanno impegnato questi titoli italiani nel mercato dei pronti contro termine prima che scadessero. In tal caso, i front-runner dello zio Mario sono entrati a far parte del club del 1000%.




Mentre è estremamente difficile pensare ad una ragione che giustifichi tale ridistribuzione sfrenata a favore dei giocatori d'azzardo finanziari, la logica della BCE è così incredibilmente trita e ritrita da essere ridicola. In una parola, Draghi e i suoi seguaci sostengono che il torpore economico dell'Europa derivi da una bassa inflazione e da un basso indebitamento delle famiglie e delle imprese. Quindi non hanno altra scelta: falsificare i prezzi nel mercato obbligazionario europeo per riaccendere il 2% d'inflazione e ravvivare la linea piatta della crescita economica.

Oh, per favore! Le economie della zona Euro non hanno avuto nessun problema nel creare un ampio quoziente d'inflazione sin dalla nascita della moneta unica — come se questo abbia qualcosa a che fare con la crescita della produzione e della ricchezza reale.

In realtà, l'ICP europeo è salito ad una media del 2.1% l'anno negli ultimi dieci anni e mezzo. L'appiattimento temporaneo della curva dell'inflazione negli ultimi anni è una conseguenza del tonfo del petrolio e di altre materie prime, nulla che possa spiegare il tasso di crescita depresso in Europa.




In realtà, l'IPC core della zona Euro è aumentato di quasi l'1% nel corso dell'ultimo anno ed è salito di circa l'1.5% all'anno nel corso degli ultimi otto anni (durante i quali il prezzo del petrolio è salito alle stelle ed è crollato due volte). Detto in modo semplice, la low-flation è solo un mito inventato dagli stampatori keynesiani per giustificare l'enorme monetizzazione del debito pubblico.




Quindi non c'è assolutamente niente dietro il mantra della low-flation, tranne la tesi spuria secondo cui i consumatori stanno rimandando gli acquisti fino a quando non saranno sicuri che i prezzi aumenteranno di nuovo.

No, caro zio Mario, i consumatori europei non stanno spendendo perché i loro redditi non crescono. La "domanda" delle famiglie è tiepida perché nell'Eurozona lo stipendio portato a casa viene eroso dalle tasse; e i consumatori non stanno prendendo in prestito perchè i loro bilanci sono già saturi di debiti, pertanto non ne possono sostenere altri.

In effetti, l'indebitamento del settore privato è quasi triplicato se pensiamo al decennio antecedente la crisi finanziaria. Che sia rimasto piatto sin da allora significa solo che l'offerta di credito a mutuatari meritevoli si è semplicemente esaurita, e non che esiste una qualche misteriosa malattia economica che può essere curata mediante la stampa monetaria della BCE.

Detto in altro modo, sin dal 1997 i prestiti al settore privato sono cresciuti di circa il 6.0% annuo, anche se teniamo conto della stagnazione in tale settore degli ultimi anni. Ora accostate questa cifra alla crescita media del PIL nominale europeo, la quale ha fatto registrare un 3.3% annuo. Ad un certo punto, ogni economia dipendente dal debito esaurisce la capacità di ingozzare i suoi bilanci — una condizione che l'Europa ha raggiunto molto tempo fa.




La cosa buona è che l'intero progetto dell'euro non sopravviverà al default della Grecia. La BCE è ora alle strette per $138 miliardi di passività greche — un ammontare pari ai depositi rimanenti in tutto il suo sistema bancario. Inutile dire che quando il cataclisma finanziario greco finirà sulle prime pagine dei giornali, ci sarà un pandemonio presso la BCE, a Bruxelles e nelle capitali di tutta la zona Euro.

I politici e gli elettori tedeschi riescono a capire che i rappresentanti della Bundesbank a Francoforte non sono stati affatto dei cani da guardia per la rettitudine monetaria? E che hanno assecondato la loro banca centrale nazionale mentre sprofondava in $35 miliardi di passività — debiti a carico di un sistema bancario greco e della relativa banca centrale irrimediabilmente insolventi?

No, il sistema bancario greco è in realtà uno zombie finanziario e la maggior parte dei suoi attivi è costituita da imposte differite; e la garanzia fornita per i prestiti ELA da $87 miliardi è composta da titoli di debito di un governo greco ormai insolvente.

Mai le istituzioni pubbliche avevano sostenuto una truffa simile in così bella vista. Mai una banca centrale aveva accettato tale spazzatura finanziaria come collaterale per gli enormi prestiti alle sue banche aderenti.

Ma settimana dopo settimana i burocrati incompetenti a Francoforte hanno sganciato miliardi di finanziamenti ELA per mantenere vivo lo zombie bancario greco. Quando la truffa infine salterà in aria, ci sarà una caccia alle streghe nei padiglioni del nuovo palazzo da $2 miliardi della BCE.




Il fatto è che nemmeno la BCE riuscirà a sopravvivere al default greco. Non solo risulterà tecnicamente insolvente, ma sarà anche spogliata da ogni traccia di credibilità. Ci si domanderà: come diavolo è possibile che Draghi e la sua combriccola di tirapiedi abbiano prestato $138 miliardi ad un sistema bancario insolvente e in palese bancarotta?

Inoltre, risulterà chiaro che non c'è mai stato alcun miracolo di Draghi — solo una gigantesca truffa. Di conseguenza, la sfilata di front-runner degli ultimi tre anni si trasformerà in una cascata di vendite in preda al panico. Saranno coinvolti i giocatori fast money (che si sono letteralmente ingozzati di bond statali), gli ottusi bond manager e gli investitori europei (che si sono fatti avanti per fare un giro sull'ottovolante della BCE).

La verità è che l'Europa è una bomba ad orologeria fiscale pronta ad esplodere. Ormai non c'è più uno straccio di onestà nei prezzi del mercato obbligazionario europeo, inclusi i decennali tedeschi tradati a 58 bps. E' stata tutta un'illusione evocata da Mario Draghi per la quale ha preso scrosciate di applausi, ignaro di come gli speculatori altamente indebitati non stavano facendo altro che affittare i bond statali tossici per poi rivenderglieli più avanti.

In breve, quando i contribuenti europei capiranno che a nome loro sono stati prestati $350 miliardi ad uno stato in bancarotta come la Grecia, e quando i politici inetti di Spagna, Italia, Portogallo, Francia e gran parte dell'Europa centrale scopriranno che non potranno più finanziare i loro bilanci mastodontici (nonostante un tasso d'interesse monetario all'1%), le furie finanziarie verranno sguinzagliate in tutto il continente.

Né vi è alcuna speranza di fuga. Ormai la zona Euro è vicina ad avere un rapporto debito/PIL al 100% e le eccedenze tedesche si stanno affievolendo a causa del rapido raffreddamento del suo boom delle esportazioni. Non solo, ma per qualche trimestre la stampante dello zio Mario ha messo una pezza sui conti disastrati degli stati europei, aiutandoli dal punto di vista dei tassi d'interesse; ora anche questo effetto sta scemando.




Il default della Grecia spazzerà via tutte queste illusioni, scaraventando la maggior parte dell'Europa in una crisi fiscale acuta e in sconvolgimenti politici (come quelli che abbiamo già visto in Grecia e in Spagna). Le probabilità che il superstato europeo e il sistema monetario keynesiano della BCE sopravviveranno allo sconvolgimento conseguente sono, per fortuna, esigue.

E c'è anche un risvolto positivo in tutta questa storia. Un giorno gli storici punteranno il dito sull'immagine qui sotto e diranno che la fine delle banche centrali è iniziata qui.




[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Benvenuti nel nuovo ciclo di recessione — E' innescato da bolle che scoppiano, non da un'inflazione in ascesa

Ven, 29/05/2015 - 10:11




di David Stockman


Siamo in primavera e i keynesiani che infestano Wall Street hanno fatto sbocciare di nuovo le fandonie sulla "velocità di fuga". Di solito accettano gli aggiustamenti stagionali del governo, ma sin dal primo trimestre siamo tornati ad abbracciare linee piatte e dati economici anemici, e sembra proprio che la causa sia da affibiare ancora una volta ad inverni estremamente rigidi. Anche i dati fiacchi sull'occupazione sono stati causati da un eccesso di neve che non lasciava uscire di casa i lavoratori.

Ma secondo il mondo fatato dei keynesiani, i posti di lavoro sono in pieno boom, i salari stanno aumentando, i prezzi delle case stanno salendo, la fiducia dei consumatori è vivace, le vendite di auto sono forti e le imprese stanno cominciando ad accendere nuovi prestiti. E' tutto così magico e incantato che a stento gli economisti di Wall Street riscono a contenere la loro euforia:

"I consumatori sono riemersi dalla depressione invernale. Se in questo momento iniziassero a spendere come se non ci fosse un domani, allora l'economia andrebbe ai massimi giri nei prossimi mesi," ha detto Chris Rupkey, capo economista finanziario presso la MUFG Union Bank di New York.
Sono ormai parecchi anni che Rupkey si aspetta un'economia ruggente, di conseguenza possiamo tranquillamente ignorare la stupidità istituzionale che sgorga da colossi pietosi che si fanno passare per banche giapponesi. Ma l'enfasi entusiasta di Rupkey rappresenta semplicemente un copione generico che va di moda a Wall Street.

Dal momento che queste persone vengono strapagate, hanno dottorati e potrebbero sembrare intelligenti, com'è possibile che per cinque anni consecutivi le loro previsioni sono risultate così maledettamente sbagliate? La risposta è semplice: lavorano su un modello di ciclo economico che è assolutamente errato e obsoleto; e che distorce e offusca i dati "in entrata" e le illazioni e le aspettative che ne derivano.

In una parola, il loro modello di ciclo economico si basa su un mondo fatto di "bilanci puliti" e guidato dall'indebitamento di Main Street. Però ora abbiamo raggiunto il cosiddetto "picco del debito" e ci troviamo in un mondo finanziario in bolla guidato dalla speculazione di Wall Street. Questo passaggio cambia tutto.

A dire il vero, il "vecchio" ciclo economico era sempre innescato dalla FED. Dopo tutto, il ciclo economico in sé è essenzialmente un prodotto della banca centrale.

Infatti, le banche centrali sono simili ad un ragazzino di 12 anni che uccide i propri genitori e poi scongiura il giudice di avere pietà poiché è orfano. Cioè, prima generano l'inflazione del credito e il conseguente ciclo di boom/bust — poi rivendicano l'indispensabile inversione della crisi per evitare un tuffo nel buio della depressione economica.

Ma ci sono alcune grandi differenze tra il passato e il presente. La FED di ieri era reattiva, prudente e pre-keynesiana. Di tanto in tanto innalzava i tassi d'interesse per "lasciarsi spingere dai venti" in caso di troppo boom economico e un aumento dell'inflazione; abbassava moderatamente i tassi d'interesse e allentava le condizioni monetarie una volta che l'inflazione si era calmata e le risorse inattive, tra lavoro e capitali, erano tornate ad essere cospicue. Ma soprattutto, era un guardiano passivo.

Detto in modo diverso, il tocco gentile attraverso modesti aggiustamenti del tasso dei Federal Fund per la durata di pochi mesi, era una cosa. Il tocco pesante di oggi è un'altra, con i 75 mesi di ZIRP e repressione finanziaria cronica mirata a controllare, gestire e manipolare il percorso di breve periodo del PIL.

All'epoca avevamo quella che potremmo definire una banca centrale in ogni paese — qualcosa di molto diverso dall'attuale convoglio sincronizzato di banche centrali keynesiane che corrono tutte nella stessa direzione: stampa monetaria a tavoletta. Anche il costo del lavoro negli Stati Uniti era alla pari con quello del resto del mondo industrializzato, diversamente dall'odierno bacino di manodopera a basso costo in Cina e nei mercati emergenti.

Ancora più importante, allora i bilanci delle famiglie erano sostanzialmente privi di debiti onerosi, consentendo una risposta forte alle variazioni nel prezzo del credito e una conseguente mobilitazione della spesa dei consumatori. Al contrario, per gli attuali bilanci delle famiglie saturi di debito la spesa è essenzialmente confinata all'entità dei salari, indipendentemente dal prezzo del credito.

Infine i vecchi mercati dei capitali erano relativamente onesti, il che significa che il debito e il capitale proprio erano valutati in modo corretto e che i dirigenti venivano premiati per investire in attività produttive di lungo termine. Inutile dire che ci sono anni luce di differenza con l'attuale casinò finanziario disonesto, dove il debito è drasticamente sottovalutato e le manovre d'ingegneria finanziaria (come il riacquisto d'azioni proprie) sono sovvenzionate e ricompensate.

Queste profonde differenze hanno modificato drasticamente il ciclo economico innescato dalla FED. Negli anni '60 e '70, ad esempio, il taglio dei tassi d'interesse spronò la costruzione di case e l'espansione degli investimenti delle imprese. Poi, quando la domanda alimentata dal credito superò l'offerta — salari e prezzi hanno accelerato bruscamente. Avevamo "inflazione in un solo paese" perché non c'era una bacino di lavoratori a basso costo e fabbriche asiatiche che potessero costringere una spiralizzazione del costo dei salari.

Sì, c'era il commercio industriale, ma i livelli dei salari europei e la rigidità normativa tendevano a correre paralleli a quelli degli Stati Uniti, e quindi non fungevano da interruttore economico. Alla fine la FED doveva pigiare i freni per estinguere la spiralizzazione dei prezzi dei salari che essa stessa aveva innescato.

Dopo la distruzione del gold-exchange standard da parte di Nixon nell'agosto 1971 e l'eliminazione della modesta disciplina finanziaria che forniva, l'impatto della FED è diventato più intenso e il ciclo economico molto più volatile. Come descritto di seguito, quando l'accoppiata Nixon-Burns aprì i rubinetti monetari durante le elezioni del 1972, all'inizio l'economia sperimentò un boom perché la risposta all'abbondanza di credito fu veloce e furiosa.

Ma ben presto portò ad una spirale travolgente di salari e prezzi, per non parlare dei goffi controlli dei prezzi approvati dall'Amministrazione Nixon. Ed è fondamentale capire come e perché le cose andarono in modo diverso — rispetto allo tsunami monetario di oggi.

La grande differenza era l'assenza della Cina, era l'assenza di quei contadini cinesi nei villaggi rurali che potevano essere utilizzati come manodopera a basso costo e mobilitati nell'economia commerciale del mondo. La forza lavoro anti-inflazionistica della Cina stava morendo di fame nei villaggi rurali a causa della calamità del Grande Balzo in Avanti (per cui gli abitanti avevano diligentemente fuso zappe e aratri per produrre acciaio) e della Rivoluzione Culturale (che aveva paralizzato la vita economica).

Le importazioni statunitensi salirono dopo che la capacità nazionale venne completamente esaurita, scatenando un boom a livello mondiale sia nei beni d'investimento sia nei beni di consumo. Ciò a sua volta fece salire il prezzo del petrolio e quello di altre materie prime, mentre la domanda mondiale per quest'ultime superò temporaneamente la loro offerta.

L'impennata del prezzo del petrolio e quello di altre materie prime si ripercosse sull'economia americana, scatenando una spirale dei salari e dei prezzi interni che si auto-alimentò. Di fronte ad una domanda dilagante e senza la scure cinese su salari e prezzi dei beni commerciabili, la marea inflazionistica si fermò solo quando nel 1973-1974 la FED premette il pedale del freno.

Di conseguenza è fondamentale capire la profonda differenza tra il ciclo economico di allora e quello di oggi. Il seguente estratto dal libro The Great Deformation cattura l'essenza di quello che è successo nel periodo post-1971/pre-Cina:

Durante quel periodo ci fu una massiccia espansione di moneta e credito alimentata dalla FED. Questo, a sua volta, generò la più grande impennata nell'inflazione dei prezzi delle commodities sin dal 1919.

Il petrolio greggio fece da apripista. Dopo essere stato valutato sul mercato mondiale a $1.40 al barile quando Nixon si riunì insieme al suo staff a Camp David nel 1971, nei quattro anni successivi salì ad un picco intermedio di $13 al barile e nel 1980 arrivò a $40 al barile.

Vennero incolpate le forze politiche piuttosto che quelle economiche per l'impennata mondiale dei prezzi del petrolio post-1971 — in particolare il presunto aggiotaggio del cartello dell'OPEC. Infatti, fatta eccezione per un breve periodo durante la guerra del Medio Oriente nel 1973, il petrolio fluiva regolarmente nel mercato.

Il problema non era una carenza di petrolio, ma un fiume di denaro e una domanda gonfiata. Tra il 1972 e il 1974 l'economia globale raggiunse un ritmo d'espansione incandescente, in parte dovuto alla trazione del boom di Nixon. Ad esempio, le importazioni non petrolifere verso gli Stati Uniti aumentarono del 15% nel primo anno dopo Camp David, poi accelerarono al 22% l'anno successivo e infine arrivarono al 28% nei dodici mesi terminanti nell'agosto 1974. Questi aumenti giganti nei beni importati erano letteralmente fuori scala.

Mentre la domanda statunitense accendeva un boom di produzione in tutto il mondo, aumentarono il numero delle fabbriche mondiali. Inoltre stava emergendo una forza ancora più potente. In risposta alle inondazioni di moneta e credito della FED, le banche centrali di tutto il mondo si accodarono con la loro espansione monetaria.

Compravano dollari e vendevano le proprie valute al fine di prevenire la pressione al rialzo sui tassi di cambio, insita nel nuovo mondo delle valute fluttuanti. In altre parole i banchieri centrali, avveduti fino a quel momento, si trasformarono in stampatori di denaro seriali per legittima difesa, perché dovevano contrastare la marea di dollari emessa da Arthur F. Burns.

Infatti, con i tassi di cambio non più fissi e visibili, un processo di svalutazione competitiva più subdolo divenne il modus operandi quotidiano. In questo modo la FED propagò le sue politiche inflazionistiche a tutta l'economia mondiale.

Quindi è stata una tempesta di denaro e credito che ha generato la prima bolla delle materie prime dopo il 1971, non il cartello dell'OPEC. Poiché se il problema fosse stata la sedicente manipolazione dei prezzi da parte del cartello petrolifero, non si spiegherebbero i vari boom nelle commodities durante lo stesso periodo di tempo.

Ovviamente non vi era alcuna prova di accordi di cartello nei mercati del riso, del rame, della pancetta di maiale, o del sego industriale. Eppure, tra il 1971 e il 1974, il riso passò da $10 a $30 per quintale, mentre la pancetta di maiale salì da $0.30 per libbra a $1.

Analogamente, il costo di una tonnellata di rottami d'acciaio salì da $40 a $140; lo stagno saltò da $2 a $5 per libbra; e il prezzo del caffè si impennò vertiginosamente fino a quasi otto volte, da $0.42 a $3.20 per libbra. Anche il sego industriale partì per la tangente, passando da $0.06 a $0.20 per libbra; e più o meno lo stesso schema si ripetè per il prezzo del grano, del rame, del cotone, del piombo, del legname e della soia.

Inutile dire che il primo ciclo inflazionistico del denaro fluttuante fu uno shock per i funzionari politici, in particolare per la Federal Reserve e il suo presidente. Mentre il presidente Burns era un pusillanime quando doveva scontrarsi con le richieste di Washington, rimase un falco anti-inflazione quasi per una questione di fede.

Così quando Nixon dovette affrontare lo scandalo del Watergate, Burns rinsavì e premette energicamente il pedale del freno monetario. Di conseguenza l'espansione del credito bancario a due cifre si arrestò, aumentando solo dell'1.2% nel 1975.
Da un punto di vista macro lo stimolo della FED funzionò egregiamente, perché le famiglie furono in grado di accendere nuovi prestiti a palate e comprare auto e case nuove. Questa impenanta di spese, a sua volta, innescò un circolo vizioso di nuovi redditi e di posti di lavoro, più spesa e ancora più consumi.

La costruzione di nuove case raddoppiò nel corso dei tre anni successivi al 1971. Poi, quando la FED fu costretta a tenere a freno il ciclo economico a causa di un aumento dell'IPC e dell'inflazione salariale, le nuove costruzioni calarono immediatamente — solo per eruttare di nuovo quando alla fine del 1974 la FED tornò in modalità espansione monetaria.




Lo stesso modello lo ritroviamo negli investimenti reali, dove la fluttuazione ciclica era ancora più estrema. Quando la FED aprì i rubinetti del credito nel 1971, gli investimenti netti in impianti e macchinari salirono del 52% nei due anni successivi, ma poi calarono di quasi il 45% dal picco 1973 quando la FED fu costretta a chiudere i rubinetti del credito.

Inutile dire che dopo il ciclo espansivo del 1974-1975, il costo del credito alle imprese scese bruscamente e la spesa per investimenti crebbe ancora una volta. In realtà, gli investimenti netti reali aumentarono del 100% tra il 1975 e il 1978 — un record mai eguagliato prima o dopo.




Senza la presenza della Cina, naturalmente, i salari e l'inflazione seguirono il ciclo espansivo perché non c'erano costi di produzione alternativi a bassissimo costo. Cioè, non c'era alcun posto all'estero in cui spostare la produzione e fare arbitraggio sui costi del lavoro. Di conseguenza la FED non ebbe altra scelta se non frenare per due volte negli anni '70, perché questi scatti viziosi di salari e inflazione dei prezzi creavano dolore economico immediato e diffuso tra la popolazione di Main Street.

Così, quando iniziò la baldoria monetaria di Nixon-Burns alla fine del 1971, l'IPC aumentò ad un tasso annuo del 3%, ma arrivò al 12% nel novembre 1974 al culmine del boom globale. Dopo che la FED frenò e mandò in tilt l'economia americana, l'indice scese al di sotto del 5% alla fine del 1976. In seguito al rinnovato slancio espansionistico della FED, l'IPC salì a quasi il 15% nei primi mesi del 1980.

Alla fine, fu proprio questo sfogo inflazionistico che screditò il keynesismo e portò Ronald Reagan alla vittoria. E ancora una volta, la ragione per cui i prezzi al consumo esplosero alla fine degli anni '70, non fu la presenza dell'OPEC sul mercato mondiale del petrolio; fu invece l'assenza della forza lavoro cinese e dei prezzi convenienti di beni commerciabili a fronte di una massiccia espansione monetaria.




Sono cambiate due cose dopo il 1979-1980. In primo luogo, i fondatori maoisti sono stati cacciati dalla Cina e sono stati sostituiti da "capitalisti rossi". Questi ultimi hanno presto scoperto che il potere dello stato si estende lungo una stampante monetaria, e non lungo una canna di fucile.

In secondo luogo, il personale della Casa Bianca ingannò Ronald Reagan affinché si sbarazzasse di Paul Volcker. Quest'ultimo sviluppo aprì le porte a Greenspan e all'età della repressione finanziaria; il precedente sviluppo, invece, mandò al potere Deng e le sue industrie dell'export, scatenando così l'età della repressione dei prezzi e dei salari globali made in China.

Il resto è storia e viene ricordata nei due grafici qui sotto. In una parola, Greenspan e i suoi successori hanno esportato l'impatto inflazionistico delle loro politiche monetarie, soprattutto prima della crisi finanziaria del 2008.

Hanno ampliato il credito interno come mai visto prima, facendo salire il debito nel mercato del credito statunitense da $11,000 miliardi, quando si insediò Greenspan, a $52,000 miliardi, quando nel 2008 Bernanke mentì ad un Congresso in preda al panico dicendo che eravamo sul punto di una Grande Depressione 2.0.

Gente, questo è un aumento di 5 volte in appena due decenni, o un tasso di crescita del credito di quasi il 10% annuo.




Eppure, a differenza degli anni '70, non c'è stato alcun attacco inflazionistico, perché la massiccia spesa interna alimentata dalla stampa monetaria della FED è stata assorbita dalla Cina e dagli altri mercati emergenti. Infatti, sin dal 1980 gli Stati Uniti hanno gestito deficit delle partite correnti di quasi $8,000 miliardi — consumo che è stato prestato al di fuori delle quattro mura dell'economia statunitense e quindi non ha alimentato pressioni inflazionistiche interne.




Ma, no, questo non è un miracolo della divisione del lavoro e del libero scambio come descriveva Adam Smith. Né rappresenta un pasto gratis finanziario. Invece questo è il classico caso di illusione finanziaria — ma su scala epica.

La Cina, i produttori di petrolio nel Golfo Persico e il resto dei mercati emergenti ci hanno sostenuti stampando le loro valute e acquistando dollari, in questo modo hanno soppresso i loro tassi di cambio proteggendo il loro modello commerciale mercantilista. Questo ha permesso alle famiglie negli Stati Uniti di affogare ancora di più nel debito, prima che il meccanismo storico dell'impennata dei tassi d'interesse soffocasse la baldoria dell'indebitamento.

L'era Greenspan-Bernanke di massiccia repressione finanziaria ha assestato una mazzata ai prezzi del credito. Vale a dire, li ha saturati fino all'orlo facendoli raggiungere il "picco del debito". Dopo il 2008 le famiglie si sono fermate perché avevano esaurito la loro capacità di trasportare più debito rispetto al reddito. Come mostrato di seguito, i rapporti di leva delle famiglie hanno effettivamente iniziato a scendere dal picco storico a cui erano arrivati prima della crisi del 2008.




Sul fronte commerciale le tendenze dei dati sono leggermente diverse, ma l'impatto è lo stesso. Sin dal 2007 il debito bancario lordo e netto ha continuato a crescere, ma i proventi sono stati quasi interamente riciclati nell'ingegneria finanziaria — inclusi più di $2,000 miliardi di riacquisti d'azioni e molte migliaia di miliardi d'inutili operazioni di Fusione e Acquisizione.




La morale della favola è quindi semplice: il canale della trasmissione della politica monetaria è ormai rotto. L'impatto della ZIRP e del QE non lascia mai i canyon di Wall Street — il che significa che serve a gonfiare gli asset finanziari anziché i salari di Main Street, come invece accadde durante l'epoca dell'inflazione in un paese.

Ma questa è una terribile ironia e al contempo un grave pericolo. I banchieri centrali keynesiani di oggi credono di poter schiacciare il pedale dell'acceleratore finché non emergerà una spirale inflazionistica in stile anni '70. Ma non sta arrivando niente di tutto ciò, perché la stampa di denaro degli ultimi due decenni ha generato un'enorme capacità in eccesso e investimenti improduttivi in tutto il pianeta. Ciò che sta arrivando, quindi, non è una spirale inflazionistica come i vecchi tempi, bensì una deflazione globale senza precedenti.

Le banche centrali continuano solamente a stampare, gonfiando bolle negli asset in tutto il mondo. Quello che fermerà il nuovo ciclo del credito, quindi, sarà lo scoppio delle bolle finanziarie.

Questo è già accaduto due volte in questo secolo. Una terza volta sembra essere proprio dietro l'angolo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Dovremmo cestinare l'euro?

Gio, 28/05/2015 - 10:10




di Frank Hollenbeck


Il dramma greco continua a tenere banco sui titoli dei giornali, con il rischio sempre più concreto di un'uscita della Grecia dall'euro. Tuttavia, la maggior parte del popolo greco vuole continuare ad usare l'euro. Ciò costringerebbe il governo greco a vivere entro i propri mezzi, il che non sarebbe una cosa negativa. Con i partiti anti-austerità che guadagnano trazione giorno dopo giorno, la Grecia potrebbe essere la prima, e non l'ultima, ad abbandonare la moneta unica. Eppure il problema in Europa non è tanto l'euro, ma le normative pubbliche asfissianti, la spesa e la tassazione.

Per molti anni è andato di moda incolpare l'euro per tutti i problemi dell'Europa. Gli economisti che suggeriscono di abbandonarlo, sono come quelle persone che vendono brodaglie miracolose in grado di farvi perdere peso senza che voi smettiate di mangiare pizze o ciambelle. Vogliono qualcosa senza pagarne il prezzo. Sostengono che sia molto meglio ridurre il debito attraverso l'inflazione – perntanto derubando i creditori – piuttosto che impegnarsi in aggiustamenti dolorosi per limitare le dimensioni dello stato e ridurne le tasse. Il vero problema non è tanto l'euro, ma la spesa pubblica finanziata dal debito.

La giustificazione teorica a favore dell'abbandono dell'euro, proviene dalla letteratura sulle aree valutarie ottimali. Spieghiamo di cosa si tratta. Supponiamo di avere due città, Los Angeles e Las Vegas, la prima in depressione e la seconda in pieno boom. Gli stipendi dovrebbero crollare a Los Angeles e salire a Las Vegas. Il lavoro si muoverebbe, quindi, da Los Angeles a Las Vegas. Immigrazione e costi dei salari mitigherebbero il boom e attenuerebbero il crollo. Questi fattori sono conosciuti come stabilizzatori automatici.

Se il lavoro non può migrare a Las Vegas a causa delle differenze di lingue, o per altre restrizioni, allora l'aggiustamento ricadrà esclusivamente sui costi del lavoro. Se invece le due città hanno valute diverse, allora un deprezzamento della moneta di Los Angeles potrebbe sostituirsi agli aggiustamenti nei salari e nei numeri dell'immigrazione. In altre parole, un aggiustamento esterno nella valuta sostituirebbe aggiustamenti interni nei costi del lavoro. Quindi una regione con una bassa mobilità del lavoro sta meglio con una moneta propria, come i singoli paesi dell'Europa, mentre una regione ad alta mobilità del lavoro, come gli Stati Uniti, starebbero meglio con una moneta comune. In altre parole, un paese con una moneta propria può gestire in modo indipendente politiche monetarie e fiscali. Naturalmente gli economisti Austriaci giudicherebbero tali vincoli in modo positivo, perché le politiche monetarie, o fiscali, vanno a ridistribuire i redditi e interferiscono con i prezzi e l'allocazione in modo efficiente delle risorse scarse.

I vantaggi di una moneta unica sono enormi. La trasparenza viene migliorata, mentre l'incertezza e i rischi vengono ridotti. Ovviamente il denaro non dovrebbe essere considerato come un'unità di misura, ciononostante ne condivide alcuni tratti filosofici: non esiste una grandezza ottimale per una riga, né vogliamo che i numeri impressi su di essa cambino costantemente; dovrebbe essere di una certa lunghezza e non dovrebbe cambiare di molto se si vuole che funzioni al meglio. Lo stesso vale per i soldi. Capitali e investimenti reali prosperano in un ambiente in cui l'unità di conto è per lo più stabile.

Chiunque abbia viaggiato in un paese straniero conosce i problemi che si hanno con una valuta estera. Innanzitutto è necessario pagare una tassa per convertire il proprio denaro, e poi bisogna spenderlo tutto prima di tornare in patria, altrimenti vi ritroverete in tasca monete e banconote inutili.

Coloro che invocano un abbandono dell'euro, citano spesso i costi del lavoro più elevati in Italia rispetto a quelli in Germania. Nessuno pare domandarsi perché il costo del lavoro sia diventato molto più elevato. Se l'Italia ha costi più elevati nella produzione delle automobili rispetto alla Germania, per esempio, allora l'industria automobilistica in Italia dovrebbe andare in bancarotta. Se il governo italiano sostiene la produzione automobilistica italiana con sovvenzioni o agevolazioni fiscali, non dovremmo sorprenderci di vedere un costo del lavoro più elevato nel settore automobilistico italiano. Non è stato l'euro che ha fatto impennare i costi del lavoro, ma le politiche statali.

Inoltre, nella maggior parte dei paesi dell'Europa meridionale, lo stato ricopre quasi il 50% dell'economia. La maggior parte delle persone o lavora per lo stato direttamente, oppure lavora nel settore privato i cui ricavi dipendono direttamente dalla generosità dello stato. Di sonseguenza la maggior parte dell'economia non è minimamente influenzata dalla competitività internazionale.

Né, a quanto pare, si parla mai dei costi del lavoro dell'Europa meridionale rispetto a quelli in Cina o in India. No, sulla bocca di tutti ci sono sempre i costi del lavoro in Germania. Il vero problema non è il costo del lavoro, ma una mancanza di competitività. Sin dal 2007 la Gran Bretagna ha guadagnato molto poco dal calo del tasso di cambio della sterlina. Oggi un prodotto fatto in Gran Bretagna contiene parti provenienti da tutto il mondo, quindi un calo del valore della sua valuta concede ai produttori un piccolo guadagno temporaneo: riduzione dei costi interni, rappresentati perlopiù dal lavoro. Questi guadagni scompaiono rapidamente dal momento che i sindacati sono consapevoli di come le svalutazioni riducono il valore reale dei salari nominali. Lo stato dovrebbe concentrarsi su politiche volte a migliorare la competitività (come la riduzione delle imposte e della burocrazia), invece di ricercare un guadagno provvisorio e illusorio svalutando la moneta.

Qualcuno potrebbe obiettare che banche centrali in concorrenza e valute concorrenti, rappresenterebbero una scelta migliore rispetto ad una singola banca centrale con una moneta unica. Naturalmente non c'è niente di "competitivo" nelle azioni dello stato, poiché si basano sul potere coercitivo. Ci basta osservare lo stato in cui versano le valute "concorrenti" di tutto il mondo, per capire che questa è semplicemente una corsa verso l'oblio. Come disse Mises:

L'accettazione dei principi di uno standard flessibile (tasso di cambio), deve pertanto portare ad una gara tra le nazioni dove l'offerta di una viene superata da quella dell'altra. Alla fine di questa gara, ci sarà solo la completa distruzione dei sistemi monetari di tutte le nazioni.
Una singola banca centrale con un'unica moneta fiat non rappresenta una panacea. Tutti i sistemi a moneta fiat, senza una riforma monetaria, finiscono per soccombere all'iperinflazione. Una banca centrale indipendente è solamente un'illusione. Quando arriva il momento critico e uno stato si ritrova con le spalle al muro, farà di tutto per sopravvivere. La presunta "indipendenza" della banca centrale sarebbe semplicemente un "ostacolo sulla sua strada". Solo qualcosa come l'oro può impedire ad uno stato di utilizzare la stampante monetaria per sedare la sua insaziabile voglia di crescere consumando sempre più risorse scarse.

Il problema con l'euro non è che si tratta di una moneta comune, ma che è una moneta fiat. A differenza della Federal Reserve negli Stati Uniti, la BCE ha un solo mandato – la stabilità dei prezzi. Tuttavia la BCE, così come la FED, è responsabile per le bolle immobiliari e altri investimenti improduttivi all'inizio del secolo.

La BCE, quindi, è solamente l'ennesima macchina gonfia-bolle. Fornisce liquidità in cambio di garanzie collaterali; più è alta la loro qualità, maggiore sarà la liquidità. Le banche europee hanno subito capito che la migliore garanzia erano i titoli di stato della zona Euro, dal momento che tutti avevano un rating AAA. L'ipotesi alla base di questo ragionamento era che gli stati non possono andare in default.

Con una forte domanda di titoli di stato, i loro tassi d'interesse sono scesi velocemente a livelli che solo la Germania aveva visto prima di allora. Con l'abbassamento del costo del denaro, paesi come la Grecia o l'Italia hanno avuto un maggiore incentivo a prendere in prestito per alimentare la loro spesa pubblica (aumentando soprattutto i salari nel settore pubblico). Gli stati hanno emesso una quantità eccessiva di obbligazioni, le quali hanno portato ad una quantità eccessiva di liquidità e di credito. Le enormi bolle immobiliari e gli altri investimenti improduttivi tra il 1999 e il 2007 in tutta la zona Euro, sono stati il risultato di questo azzardo morale.

Senza una tale politica monetaria, la Grecia, la Spagna e l'Italia non sarebbero mai state in grado di sprofondare così tanto nel debito. La bolla nei titoli di stato può essere direttamente attribuita alla liquidità concessa dalla BCE. La cosa incredibile è che questo sistema si regge ancora in piedi, e la BCE sembra totalmente inconsapevole di ciò che ha fatto e continua a fare. Le banche europee sono attualmente indebitate fino al collo, ma la BCE sembra ignara del suo ruolo in questa enorme farsa.

Tra l'altro la BCE sta acquistando €60 miliardi di titoli di stato al mese, spingendo gli stati europei a prendere in prestito ancora di più. Naturalmente la stampa di carta senza valore non risolverà il problema fondamentale dell'Europa: disallineamento tra domanda e offerta – un disallineamento creato dall'incessante interferenza statale col funzionamento del sistema dei prezzi. La stampa di denaro non farà altro che peggiorare le cose, poiché interferisce con il funzionamento di un'economia di mercato: altera i prezzi relativi e assoluti, causando una divergenza tra ciò che la società vuole che venga prodotto e ciò che viene effettivamente prodotto.

Con questo QE l'Europa sta scivolando lentamente lungo la china dell'iperinflazione, finale di partita di tutti i sistemi a moneta fiat. E' per questo motivo che lo stato non deve avere la possibilità di influenzare il valore di una valuta.

Pochi economisti capiscono perché così tanti sostengono un ritorno al gold standard. Keynes definiva l'oro come una "reliquia barbarica". Non perché l'oro sia in qualche modo speciale. L'oro ha molti svantaggi, ma il suo vantaggio principale li sminuisce tutti. Il gold standard, infatti, limita lo stato, impedendogli di fare ricorso alla stampante monetaria per finanziare le sue spese.

Un'unità di conto e di scambio stabile è una grande idea, ma ha bisogno di governi disposti ad accettarne la disciplina finanziaria. Se qualcuno deve cestinare l'euro, questa è la Germania. L'attuale strategia per proteggere la moneta comune è quella di risolvere un problema di debito con altri debiti. La Germania sarebbe saggia se unisse i paesi che la pensano allo stesso modo sulla politica monetaria e creasse un euro settentrionale coperto dall'oro. I paesi dell'Europa meridionale sono una causa persa. Le persone non stanno protestando per una minore ingerenza dello stato, ma affinché intervenga di più. Lasciate che ottengano ciò che vogliono: una moneta senza valore!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Banalità, ipocrisie e la “magnacciocrazia”

Mer, 27/05/2015 - 10:15




di Bill Bonner


Diamo uno sguardo a come sono cambiati l'economia americana, il denaro e il governo da quando il presidente Nixon abolì il sistema monetario coperto dall'oro.

Non in meglio.

Sappiamo già cosa è accaduto al denaro. Sin dal 1971 è stato un sistema basato sul credito, non sull'oro.

L'economia pre-1971 aveva tre caratteristiche fondamentali:

  1. Era in buona salute — L'industria faceva cose e le vendeva ad un profitto.
  2. Era giusta — Il progresso finanziario era equamente distribuito.
  3. Era solvibile — Gli Stati Uniti erano una nazione creditrice, non un debitrice.

Gli americani dicono ancora di credere nel libero mercato, nella democrazia e nella rettitudine finanziaria, ma sono solo luoghi comuni e ipocrisie.

Le industrie americane sono state in gran parte vendute alla Cina e ad altri produttori nei paesi emergenti.

Ma tutto ciò non è avvenuto così, "su due piedi". E' stato finanziato dalla politica monetaria allentata della FED. I consumatori americani hanno acceso prestiti per spendere più denaro di quanto potessero permettersi. Walmart ha soddisfatto i loro desideri con lo slogan "Prezzi Bassi Tutti i Giorni", per gentile concessione dei lavoratori cinesi a basso reddito.

Questi hanno spedito i dollari in Cina. I cinesi hanno usato i profitti per costruire fabbriche migliori. Peccato per gli imprenditori americani che hanno cercato di competere: sono stati sopraffatti.

Hanno dovuto pagare stipendi 10 volte superiori a quelli dei cinesi. Hanno anche dovuto piegarsi alle regole — fiscali, ambientali, lavorative — che li hanno fatti arrancare e li hanno ostacolati.

Non c'è rimasto molto nell'economia industriale americana. Il settanta per cento dell'economia degli Stati Uniti è composta dalla spesa dei consumatori. Il settore manifatturiero è sceso al 12% dell'economia... rispetto al 24% nel 1971. E oggi rappresenta la principale fonte di ricchezza in soli sette stati.

La de-industrializzazione degli Stati Uniti viene affibiata alla diminuzione dei salari della classe media americana. Stesso discorso per l'immigrazione e i robot.

"Non è ingiusto", dicono le persone che l'hanno provocata. "E' solo il libero mercato."

Ma il libero mercato è stato una delle prime vittime del denaro fiat.

In un libero mercato, le persone guadagnano soldi lavorando (reddito) o risparmiando e investendo (crescita del capitale).

Ma il denaro basato sul credito non necessita né di lavoro, né di risparmio; basta conoscere le persone giuste. Le banche private, aiutate e incoraggiate dalla Federal Reserve, hanno potuto creare tanto denaro fiat quanto desideravano e finanziare i loro compari a Wall Street.

La nuova moneta poteva quindi trasformare l'acqua in vino.

Per i privilegiati era quasi gratis; la FED ha fatto in modo che lo fosse. Ma per i consumatori è diventata un pesante fardello.

E per l'economia è diventata un meccanismo d'inflazione per le bolle finanziarie.

L'ultimo scoppio l'abbiamo sentito quando le banche e le agenzie di mutui (Fannie e Freddie in parte di proprietà dei federali) hanno prestato migliaia di miliardi di dollari a quegli individui che volevano acquistare una casa, i quali però si sono ritrovati un debito che non potevano permettersi su case di cui non avevano bisogno.

Nel 1995 il mercato dei prestiti subprime era di circa $65 miliardi. Nel 2007 si era gonfiato a $1,300 miliardi — un aumento del 1,900%.

Quando il castello di carte è crollato nel 2008, i federali si sono mossi velocemente. Non per aiutare i proprietari di case, ma per salvare Wall Street e le grandi case automobilistiche.

I salari aumentano quando i lavoratori diventano più produttivi. Gli incrementi di produttività richiedono investimenti di capitale (formazione, nuove tecnologie, nuovi materiali, ecc.). Ciò rende possibile nuovi risparmi. Questi nuovi risparmi diventano la fonte di nuovi investimenti di capitale.

Ma negli anni '80 e '90 il tasso di risparmio degli Stati Uniti è sceso.

Perché preoccuparsi di risparmiare quando si può ottenere denaro falso dalle banche controllate dalla FED?

Inoltre la FED si è assicurata che i tassi d'interesse restassero ultra bassi. Ciò ha reso più attraente il credito, poiché il costo dell'indebitamento è sceso. E ciò ha reso meno attraenti i risparmi, poiché i tassi d'interesse sui risparmi sono calati.

Meno risparmi hanno portato a meno investimenti in fabbriche, magazzini, nuove imprese e nuove tecnologie che generano posti di lavoro veri e propri.

Perché correre il rischio di sviluppare la propria attività in nuovi mercati, quando si può semplicemente prendere in prestito denaro e acquistare le proprie azioni?

Perché preoccuparsi di avviare una piccola impresa, quando tutto il credito va a quelle grandi?

Per la maggior parte della classe operaia americana, i salari reali hanno raggiunto il picco a metà degli anni '70. Da allora sono calati. I ricchi sono diventati più ricchi. Le classi povere e medie si sono indebitate ulteriormente per cercare di tenere il passo.

Sin dalla crisi del credito nel 2008, quasi il 100% dei guadagni nei prezzi degli asset è finito in tasca al 10% della popolazione. Non è stato un caso. La FED ha messo la sua stampante a disposizione dei ricchi — surriscaldando i prezzi degli asset, ma lasciando al freddo il resto dell'economia.

Ora gli Stati Uniti sono il più grande debitore del mondo. Non in rapporto al PIL. Questo titolo va al Giappone. Ma è una distinzione degna di nota: gli Stati Uniti sono passati dall'essere creditori a debitori in poco più di una sola generazione.

Cos'è successo? Il processo naturale della storia? Un colpo di fortuna?

Probabilmente no. E' il risultato di decisioni politiche prese da scribacchini, tirapiedi e vecchi politici che ne hanno ottenuto il massimo guadagno.

Non ci sono stati dibattiti popolari. Non ci sono stati voti. Piccole ma potenti élite hanno creato il dollaro fiat, il TARP, la ZIRP e il QE. Sono state anche responsabili delle spese, delle regolamentazioni e delle decisioni fiscali prese da Washington. Che queste disposizioni abbiano favorito queste stesse élite, non è solo una coincidenza.

Il nostro vecchio amico Jim Davidson la chiama "magnacciocrazia". Almeno con le passeggiatrici abbiamo un rapporto qualità/prezzo. Invece con i "magnaccia" no. Essi sfruttano le prostitute... e i loro clienti.

Oggi abbiamo semplicemente riscoperto che il denaro fiat conduce sempre alle stesse conseguenze: indebolisce l'economia e la società che lo adotta.

Può anche accadere quando si ha un sistema monetario coperto dall'oro.

L'impero romano fu una delle prime vittime. Quando conquistava qualcosa, il denaro facile — il bottino e il lavoro degli schiavi — tornava a Roma e andava ad aumentare i prezzi. Il lavoro degli schiavi riduceva i salari dei lavoratori liberi e il bottino di guerra concorreva con i prodotti di produzione locale. Ciò indebolì l'economia interna di Roma.

La Spagna cascò in questo tranello nel XVI secolo. L'oro tornava dal Nuovo Mondo in quantità tali che gli spagnoli credevano di poter vivere col denaro facile.

Trovarono una montagna piena d'argento a Potosí, in Bolivia, e vi inviarono schiavi per estrarlo. I prezzi aumentarono notevolmente in tutta Europa. E quando svanì l'illusione del denaro facile, l'economia spagnola crollò.

Non si è ripresa finché la Spagna non ha aderito all'Unione Europea nel 1986.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il “tasso d'interesse naturale” è sempre positivo, mai negativo

Mar, 26/05/2015 - 10:11




di Thorsten Polleit


Alcuni economisti hanno sostenuto che il "tasso d'interesse reale d'equilibrio" (che rappresenta il "tasso d'interesse naturale" o il "tasso d'interesse originario") sia diventato negativo poiché una "stagnazione secolare" ha generato un "eccesso di risparmi".[1]

L'idea quindi è che i risparmi superano gli investimenti, e che sia necessario un tasso d'interesse reale negativo per ri-allineare i risparmi e gli investimenti. Dal punto di vista della Scuola Austriaca, la nozione di "tasso d'interesse reale d'equilibrio negativo" non ha alcun senso.[2]

Per dimostrarlo, cerchiamo di sviluppare la tesi passo dopo passo. Per cominciare, si dovrebbe fare una distinzione tra due tipi di tassi d'interesse: c'è il tasso d'interesse di mercato e c'è il tasso d'interesse originario.

Il tasso d'interesse di mercato è il risultato dell'offerta e della domanda dei risparmi presenti sul mercato. Lo si può osservare, per esempio, nei depositi, nelle obbligazioni, o nel mercato dei prestiti per le diverse scadenze e la qualità di credito.

Il tasso d'interesse originario è una categoria dell'azione umana: l'uomo agente valuta di più i beni presenti rispetto a quelli futuri. In altre parole: i beni futuri vengono commerciati ad un prezzo di sconto rispetto ai beni presenti. Ad esempio, $1 oggi viene preferito ad $1 tra un anno.

Se il dollaro che riceveremo tra un anno viene valutato, diciamo, $0.909, il tasso d'interesse originario è il 10%. ($1 diviso 0.909 meno 1 dà 0.10, o il 10%.) Qui il 10% è il tasso d'interesse originario (a prescindere da qualunque altro premio).



Il “Tasso d'Interesse Originario” Riflette un Valore Differenziale

Il tasso d'interesse originario è espressivo di un differenziale di valore che deriva dalla cosiddetta preferenza temporale.[3] Il termine preferenza temporale denota che l'uomo agente preferisce una soddisfazione presente piuttosto che una successiva.

La preferenza temporale è sempre positiva, e quindi lo è anche il tasso d'interesse originario. Questo è semplicemente quello che ci suggerirebbe anche il buon senso.

Ad esempio, se il tasso d'interesse originario fosse vicino allo zero, significa che preferireste due mele tra 1,000 anni piuttosto che una mela oggi. Se invece scendesse a zero indicherebbe un orizzonte temporale dell'attore economico, o il "periodo di fornitura", infinitamente lungo; un altro modo per dire che non agirebbe mai, ma spingerebbe continuamente nel futuro il raggiungimento dei suoi obiettivi.

Preferenza temporale e tasso d'interesse originario pari a zero non solo sono assurdità, ma sono anche un'impossibilità logica: la preferenza temporale positiva e un tasso d'interesse originario positivo sono logicamente impliciti nell'inconfutabile "assioma dell'azione umana".

L'azione umana è un comportamento intenzionale che implica l'uso di mezzi per raggiungere determinati fini. L'azione richiede tempo (non si può pensare il contrario). Così, il tempo è un mezzo indispensabile e scarso per raggiungere i propri fini. In quanto tale dev'essere economizzato, cosa che implica necessariamente una preferebilità nel soddisfare desideri presenti rispetto a quelli futuri.

Per ragioni (prasseo-)logiche, quindi, la preferenza temporale e il tasso d'interesse originario non possono scendere a zero, tanto meno diventare negativi. Le implicazioni di un tasso d'interesse originario negativo non possono nemmeno essere concepite dalla mente umana: un tasso d'interesse originario pari a zero implicherebbe la morte dell'azione.



Argomenti Poco Convincenti

Tuttavia, alcuni sostengono che a causa delle incertezze crescenti legate alle aspettative di vita, la gente potrebbe preferire sempre più il consumo futuro al consumo attuale; e che questo potrebbe spingere la preferenza temporale e il tasso d'interesse originario in territorio negativo.

E' fuor di dubbio che la preferenza temporale dei popoli possa diminuire nel corso del tempo, il che implica un aumento dei risparmi a scapito del consumo. Sebbene la preferenza temporale, e quindi il tasso d'interesse originario, possa diminuire, per ragioni logiche non possono arrivare a zero, tanto meno diventare negativi.

Un'altra tesi fa riferimento alla questione della "saturazione", e recita: ipotizziamo di avere due mele e di mangiarne una; placata la fame si preferisce mangiare la mela rimanente domani piuttosto che oggi. Questo esempio non prova che le persone possono valutare di più i beni futuri rispetto ai beni presenti, e che la preferenza temporale e il tasso d'interesse originario possono diventare negativi?

No. Il mancato consumo della seconda mela può essere facilmente spiegato da un'utilità marginale ormai inferiore, anche quando l'utilità marginale futura è scontata ad un tasso d'interesse originario positivo.

Detto questo, l'esempio qui sopra è costruito male.[4] Non illustra il punto rilevante, vale a dire, il caso in cui l'uomo agente considera usi alternativi per uno stesso bene — e quindi non prova affatto che la preferenza temporale, e quindi il tasso d'interesse originario, possa essere negativa.



La Fine dell'Economia di Mercato

Qual è il rapporto tra il tasso d'interesse di mercato e il tasso d'interesse originario? Nel mercato dei prestiti, per esempio, il tasso d'interesse sui prestiti è aggiustato secondo entrambi i suddetti tassi. Se, per esempio, il tasso d'interesse originario è del 2% e il credito e il premio all'inflazione sono dell'1%, rispettivamente, il tasso d'interesse di mercato sarebbe del 4%.

I tassi d'interesse di mercato possono diventare negativi in termini reali. In un "mercato ostacolato", per esempio, la banca centrale può spingere il tasso d'interesse di mercato reale in territorio negativo. Tuttavia, questo non può rappresentare un equilibrio, poiché la preferenza temporale, e quindi il tasso d'interesse originario, non può diventare negativo.

Se una banca centrale riuscisse davvero a rendere negativi in termini reali tutti i tassi d'interesse di mercato, il risparmio e gli investimenti si fermerebbero bruscamente: dato che la preferenza temporale e il tasso d'interesse originario sono sempre positivi, il "risparmio capitalistico" — l'accumulo di beni progettato per migliorare il processo di produzione — giungerebbe al termine. Ne seguirebbe il consumo di capitali, scaraventando l'umanità nella povertà. Sarebbe la fine dell'economia di mercato.

Potrebbe essere interessante notare in questo contesto che, per esempio, i nazional socialisti tedeschi chiesero l'abolizione e il divieto del tasso d'interesse. Ora sapete perché: senza un tasso d'interesse (originario) positivo, l'economia di mercato cesserebbe di funzionare.



Il Vero Scopo della NIRP

Per qualche strana ragione coloro che sostengono che il tasso d'interesse originario sia diventato negativo, sembrano dimenticare che il tasso d'interesse originario è un fenomeno che non si limita ai mercati del credito. Pervade tutti i mercati nei quali i beni presenti sono scambiati per i beni futuri.[5]

Ad esempio, il tasso d'interesse originario prevale in ogni fase della produzione rotativa. Il tasso d'interesse originario esiste anche nel mercato azionario, dove gli investitori scambiano denaro presente con un credito futuro (cioè, il pagamento dei dividendi di un'azienda).

Se volessero essere coerenti, i credenti in un tasso d'interesse originario negativo dovrebbero invocare una politica che non solo renda negativi i tassi d'interesse reali nel mercato del credito, ma anche nei mercati, ad esempio, delle azioni e delle abitazioni.

Tuttavia, una politica che fomenterebbe la distruzione del valore delle imprese e la ricchezza immobiliare delle persone, non verrebbe accolta tanto bene dalla popolazione in generale; e quegli economisti che la raccomandando non potrebbero aspettarsi di essere applauditi.

La conseguenza di un tasso d'interesse reale negativo dovrebbe essere evidente ormai: è una politica perfida per svilire il valore reale del debito; ed è una ricetta per devastare l'economia.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Si veda, per esempio, Gregory Mankiw, "It May be Time for the Fed to Go Negative," New York Times, 18 Aprile 2009; o il discorso dato da Larry H. Summers all'Economic Forum del FMI, 8 Novembre 2013.

[2] Per una lettura importante sulla "teoria dell'interesse puro e della preferenza temporale," si veda Jeffrey M. Herbener, ed., The Pure Time-Preference Theory of Interest (Auburn, Ala.: Mises Institute, 2011).

[3] Per una spiegazione più approfondita si veda, Ludwig von Mises, Human Action: A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition (Auburn, Ala.: Mises Institute, 2008), Capitolo XIX: “Il Tasso d'Interesse,” pp. 521 – 534.

[4] Un esempio corretto sarebbe questo: immaginate di avere fame e di avere una mela. In questo caso preferireste mangiare la mela oggi piuttosto che domani. In altre parole: valutate la mela che avete in mano oggi di più di una mela domani.

[5] Si veda Murray N. Rothbard, Man Economy, and State (Auburn, Ala.: Mises Institute, [1962] 2001), Capitolo 6 “Produzione: Il Tasso d'Interesse e la Sua Determinazione,” pp. 313 – 386.

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Il fallimento spettacolare della FED nello stimolare il settore immobiliare

Lun, 25/05/2015 - 10:06
Una delle peggiori bolle immobiliari ancora in circolazione risiede in Norvegia. La banca centrale del paese, lasciando invariati i tassi d'interesse ad un minimo storico, sta alimentando un mercato palesemente in bolla. Come veniva scritto su queste pagine 2 anni fa: «[...] Un drastico calo nel prezzo del petrolio assesterebbe un duro colpo alla sua [della Norvegia] economia. Ma dato che i proventi petroliferi continuano a fluire nel bilancio statale e nel fondo sovrano, sembra che l'economia norvegese sia tutta rose e fiori.»
Guarda caso, adesso apprendiamo da Bloomberg che la magia del petrolio sta per finire. Finché è durata l'euforia petrolifera ha potuto mascherare i danni arrecati al paese dal duo espansione monetaria/abbassamento dei tassi d'interesse. Potreste pensare che dopo tutta questa baldoria il paese fosse disposto a mettere la testa a posto. Se non la sua banca centrale, almeno le componenti nel mercato privato. Invece ecco uno dei più grandi fondi sovrani norvegesi pronto ad "investire" i proventi petroliferi in grattacieli e centri commerciali cinesi. Giusto! Visto che avevano già toppato alla grande col debito della periferia della zona Euro, perché non tentare di nuovo la fortuna con edifici deserti cinesi? Quindi da una parte abbiamo una mega-bolla immobiliare, dall'altra abbiamo i fondi del mercato petrolifero che vengono "investiti" in costruzioni cinesi dalle stesse persone che pensavano fosse una buona idea prestare denaro ai greci. Date queste premesse cosa mai potrebbe andare storto?
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di David Stockman


I "dati in arrivo" sono stati deludenti anche ieri — questa volta i colpevoli non sono state le case in costruzione, che sono diminuite del 17% sin da gennaio. Ma per favore non date di nuovo la colpa al "clima"!

I dati seguenti riguardano la costruzione di case unifamiliari, che tra l'altro sono meno volatili rispetto alla costruzione degli appartamenti. Ad un tasso annuale di 593,000 unità a febbraio, il loro numero è rimasto pressoché piatto rispetto al febbraio dell'anno scorso (589,000). Se la memoria serve a qualcosa, il secondo mese del 2014 è stato l'epicentro del famoso vortice polare dello scorso anno — il che significa che esiste l'inverno, ma i risultati tiepidi di quest'anno non possono essere imputati ad un inverno che non è stato così rigido.




Oltre a ciò, gli aggiustamenti stagionali dovrebbero includere anche il tempo — soprattutto la possibilità di neve e freddo nel Nord-Est. Se poi gli aggiustamenti stagionali non dovessero risultare efficaci, vi basta considerare i primi numeri non rettificati del mese di febbraio. Durante l'inverno più freddo degli ultimi tempi, lo scorso anno il numero effettivo di case unifamiliari costruite è stato di 40,600 unità. Quest'anno è stato di 40,700. C'è bisogno di un microscopio per capire la differenza!

Fortunatamente non sono questi mini guadagni la causa dello stop nei numeri degli immobili. Quello che abbiamo qui è un altro caso di Grande Immoderazione. Cioè, la devastazione che le politiche della FED hanno arrecato all'economia di Main Street.

Tenendo a mente questi numeri non annualizzati riguardo la costruzione delle case unifamiliari, vi basta tornare alla fine del secolo scorso e scoprirete che il numero mensile del febbraio 2000 era di 88,000, o più del doppio del tasso attuale. Poi nel 2005, durante il picco della bolla immobiliare di Greenspan — gonfiata per ripulirsi la reputazione dal bust delle dotcom — il numero è salito a 124,000. Dopodiché è calato bruscamente fino ad implodere ad un minimo di 25,000 nel febbraio 2009.

In breve, per migliorare la presunta instabilità dell'economia privata — in assenza delle cure esperte della FED — i geni presso l'Eccles Building hanno fatto oscillare selvaggiamente il tasso di costruzione delle nuove abitazioni. Cioè, per un fattore del 5X — fino ad ora.

Forse è tempo di giocarci le nostre possibilità con la cara vecchia mano invisibile del libero mercato. Di certo non potrebbe far peggio delle oscillazioni riportate di seguito.




Il grafico qui sopra non solo mette in discussione le pretese della FED circa la sua abilità come manager economico plenario dal suo trespolo nell'Eccles Building; ma annulla anche la necessità del QE. Il fatto ovvio è che quando la costruzione di nuove era in pieno boom prima della crisi finanziaria, c'era un sacco di stimolo ma non un QE enorme. Al contrario, nel periodo tra il 2009 e il 2014, la FED ha acquistato circa $1,800 miliardi di titoli garantiti da ipoteca e debiti emessi da Fannie, Freddie e Ginnie.

Non solo questo è un numero enorme, ma in senso relativo è ultra-enorme. Ammonta a più del 30% dei $6,000 miliardi di obbligazioni GSE esistenti. E va da sé che se acquistate il 30% di qualsiasi cosa e siete disposti a pagare un prezzo più alto di quello di mercato — che è esattamente quello che ha fatto la FED con le obbligazioni GSE — contribuite a farlo rimanere al di sopra del livello di mercato; e nel caso dei mutui, i rendimenti precipiteranno in territorio sub-economico.

Come mostrato di seguito, questo è stato esattamente il risultato del massiccio programma d'acquisto di bond della FED dopo il marzo 2009. Durante questo periodo ha acquistato $2,000 miliardi in bond del Tesoro, abbassandone il tasso di riferimento rispetto a tutti gli altri debiti compresi i mutui. Ma la FED non si è affatto fermata qui. Ha acquistato $1,800 miliardi di bond d'imprese sponsorizzate dallo stato nel tentativo di abbassare ulteriormente i tassi ipotecari e di ridurre il differenziale storico tra titoli del Tesoro e titoli immobiliari garantiti dallo stato.

Nella primavera del 2013, prima che arrivassero le "chiacchiere sul taper", il rendimento medio dei mutui trentennali a tasso fisso era stato quasi dimezzato.




Allora perché le nuove costruzioni di case unifamiliari stanno ancora mangiando la polvere dopo tutto questo intervento nel mercato dei mutui e pesante repressione dei tassi d'interesse? Dopo tutto, i tassi dei mutui sopra indicati rappresentano degli affari a prezzi stracciati. Nei primi mesi del 2013 il rendimento al netto delle imposte e dell'inflazione per un mutuo sarebbe stato di soli 80 punti base.

La ragione per cui tutta questa repressione finanziaria — e la relativa punizione di risparmiatori e investitori — non ha stimolato un boom immobiliare è sostanzialmente una: l'economia degli Stati Uniti non è una vasca da bagno gigante. Il modello keynesiano dice che basta versare la "domanda" nel mercato immobiliare attraverso ciò che equivale a tassi d'interesse agevolati (in modo da far uscire i risparmiatori dai loro nascondigli) e presto l'attività economica si riprenderà.

Inoltre questa è una formula che vale per tutte le stagioni. A quanto pare non contano la vostra storia di credito e le condizioni di bilancio; o quali vincoli potrebbero derivare da fattori strutturali come la velocità di formazione delle famiglie e le condizioni delle abitazioni e dei loro tassi d'utilizzo e d'occupazione. Basta versare lo stimolo della domanda fino a quando la vasca da bagno non sarà piena fino all'orlo.

Infatti il boom di Greenspan ha precluso al boom di Bernanke la possibilità di fare il proprio corso. C'era uno stock di immobili inattivi troppo grande che si trascinava sin dalla bolla Greenspan — quasi 20 milioni di unità non occupate tra cui case stagionali e di vacanza. C'erano troppe famiglie col credito compromesso, o mutui sommersi, che non potevano alimentare la domanda di nuove costruzioni d'alto valore. E, a differenza del passato, c'erano milioni di giovani famiglie che non potevano alimentare la domanda di nuove costruzioni a basso prezzo o perché gravate dai debiti dei loro prestiti studenteschi, o perché non potevano aver accesso al finanziamento ipotecario a causa di circostanze lavorative e reddituali instabili.

Quindi nonostante ci sia stato uno stimolo finanziario pensato per rendere più accessibili i mutui, le nuove costruzioni sono rimaste al palo. Per la politica keynesiana conta solo il PIL — cioè, stimolare nuove spese per qualsiasi cosa — ma la spesa nominale per le nuove costruzioni d'immobili è ancora a livelli anemici.




Allora, dov'è finito tutto lo stimolo? E' finito principalmente nel mercato dei rifinanziamenti dove ha guidato in su il prezzo dello stock edilizio esistente, e non nel finanziamento di nuove costruzioni e nel PIL. Come tutto quello che fa la FED, questo è stato l'ennesimo gioco redistributivo, non uno stimolo della crescita.

Ma anche all'interno del regno inopportuno della redistribuzione indotta dalla banca centrale, i risultati sono stati (al meglio) incostanti... ma nella realtà sono stati profondamente ingiusti. I benefici dei "rifinanziamenti" non sono andati alle 35 milioni di famiglie che possiedono le loro case. Loro si sono ritrovate a pagare il conto, poiché i risparmiatori non guadagnano quasi nulla dai loro depositi. E, ovviamente, non sono andati ai 40 milioni d'affittuari della nazione, né alle 25 milioni di famiglie che sono ancora sommerse per i loro mutui, o che sono così vicine al pareggio da non potersi permettere i costi d'intermediazione e quindi accedere al mercato dei rifinanziamenti.

No, l'intera impresa illegittima della repressione finanziaria nel mercato dei mutui immobiliari ha consegnato una manna totalmente immeritata a 10-15 milioni di famiglie ricche che sono state in grado di cavalcare la grande onda dei "rifinanziamenti" di Bernanke.

Questa è una ridistribuzione casuale con un inghippo — un livello d'impredivibilità sociale che nemmeno i politici più stupidi di Capitol Hill avrebbero potuto immaginare. Buon lavoro a far bere un asino che non vuole bere, FED.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Ora più che mai non c'è bisogno di ripetere gli errori di Keynes, parte #2

Ven, 22/05/2015 - 10:08




di Francesco Simoncelli


[La Prima Parte di questo saggio potete leggerla cliccando qui.]


UNA BREVE PANORAMICA SULLA GENERAL THEORY: IL TASSO D'INTERESSE

[...] Troveremo che l’errore delle teorie accettate del tasso di interesse sta nel tentativo che esse compiono di ricavare il tasso di interesse dalla prima di queste due costituenti della preferenza psicologica temporale, trascurando la seconda; alla qual cosa dobbiamo cercare di porre rimedio. Dovrebbe essere ovvio che il tasso di interesse non può essere una ricompensa per il risparmio o l’astinenza come tali. Se infatti un individuo tesaurizza i suoi risparmi in denaro, non percepisce alcun interesse, benché il suo risparmio sia esattamente quello di prima. Al contrario, la semplice definizione del tasso di interesse ci dice di per sé stessa che tale tasso è la ricompensa per l’abbandono della liquidità per un periodo determinato. Infatti il tasso di interesse in sé stesso non è altro che l’inverso del rapporto fra una somma di moneta e ciò che può ottenersi per l’abbandono della disponibilità della moneta in cambio di un credito per un determinato periodo di tempo.[1]
Avendo sostenuto che l'occupazione è un fenomeno che può essere portato all'equilibrio attraverso la componente monetaria, la cui manomissione nel breve termine permette ad una commissione di presunti saggi di stemperare gli effetti nefasti della disoccupazione "involontaria", Keynes arriva ad affermare che il tasso d'interesse ricopre esclusivamente un ruolo monetario all'interno della società. Credo che il lettore, arrivati a questo punto, si sia fatto un'idea dell'impianto teorico da cui Keynes si vuole distaccare, proponendo non una nuova teoria, bensì una teoria praticamente a favore degli interventi che fino a quel momento avevano caratterizzato le "soluzioni" dello stato alla Grande Depressione. Facendo assumere al taso d'interesse un ruolo puramente monetario, Keynes tentava di recidere il legame con la teoria classica tracciando un tratto di penna sull'individuo. Ritorna ancora una volta la sua noncuranza per i diritti individuali, pensando all'essere agente come ad un automa incapace di badare a sé stesso.

Il tasso d'interesse, infatti, non rappresenta altro che il premio conferito dagli esseri agenti ai beni presenti. L'individuo tende costantemente a preferire i beni presenti rispetto a quelli futuri, evidenziando una spiccata propensione ad avere un tasso d'interesse sempre positivo. Può avvicinarsi allo zero, ma non lo raggiungerà mai. Sarebbe un controsenso. Significherebbe lasciarsi morire. La preferenza temporale degli individui per i beni presenti non è altro che la reazione naturale di noi esseri umani in un mondo costituito da incertezze e risorse scarse. L'azione umana stessa afferma la vita, di conseguenza essa sarà mirata a preservarla mediante il benessere del corpo dell'attore di mercato che agisce. I beni presenti, quindi, fungono da ottimo espediente per garantire agli individui la loro sopravvivenza nonostante le incertezze che lo circondino ogni giorno. C'è da dire, però, che l'uomo ha potuto sconfiggere la scarsità e l'incertezza che lo circondano attraverso il miglioramento e l'affinazione della produzione di beni e servizi, in questo modo ha cercato di ovviare alla sua condizione precaria attraverso un flusso costante di beni la cui abbondanza ha rappresentato un punto di svolta storico nella storia degli esseri umani. L'industrializzazione del XIX secolo ha rappresentato, infatti, lo spartiacque tra la semplice evoluzione di specie e l'evoluzione sociale. L'essere umano è riuscito ad infliggere un colpo debilitante alla povertà grazie alla Rivoluzione Industriale.[2]

Quei "lussi" che i poveri potevano solamente sognare qualche decennio prima, nel XIX secolo sarebbero diventati una realtà nelle loro mani. Di conseguenza l'abbondaza ha permesso alla società di rimodellare le proprie priorità, andando anche ad influenzare la preferenza temporale degli individui che in questo modo avrebbero potuto cambiarla al margine. Ovvero, non più preferire fortemente i beni presenti, ma distaccarsene per un certo periodo di tempo a garanzia di un flusso di beni futuri più alto. Nel campo monetario, quindi, la preferenza temporale degli individui si riflette sul denaro e sui prestiti. Intendiamoci, è sempre l'essere umano agente che sta dietro al tasso d'interesse,[3] il quale applica il proprio set di valori ad ogni tipo di bene o merce presente sul mercato. Essendo il denaro la merce più commerciata, le sue azioni ricadranno inevitabilmente più spesso su questo tipo di merce. Quindi l'accaparramento di merce monetaria servirà all'attore di mercato per destreggiarsi contro l'incertezza del futuro, ma, come abbiamo detto poco sopra, l'abbondanza è stata quella molla che ha permesso alla società di elevare il proprio standard di vita al di sopra della mera sussistenza. Di conseguenza il duro risparmio di merce monetaria permette agli individui di considerare un possibile cambiamento delle proprie preferenze temporali, aprendo la porta ad una rinuncia di merce monetaria presente a fronte di una quantità maggiore in futuro.

Il prestatore, quindi, viene allettato dalla possibilità di aumentare il suo stock di merce monetaria più di quello che avrebbe potuto fare lui stesso, rinunciando però per un certo periodo di tempo a parte della merce monetaria messa da parte e risparmiata. Più in generale, il risparmio privato permette la generazione di un flusso di capitali che vanno a formare una corrente di risparmi reali, i quali sostengono la struttura di produzione della società.[4] La specializzazione e la divisione del lavoro consentono alla società di affinare le tecniche attraverso le quali vengono prodotti determinati beni, permettendo di solidificare l'esistenza di quei beni la cui presenza costante consente la creazione di una serie nuova di prodotti. Ad esempio, l'abbondanza di pane nella nostra società ha garantito la presenza "certa" di un tipo di cibo in grado di sostenere le necessità di base degli individui, permettendo a quest'ultimi di concentrarsi con maggiore spirito di produttività nella ricerca di nuove vettovaglie in grado di portare la soddisfazione dei desideri culinari degli attori di mercato ad un "livello superiore". Intromettersi in questo processo attraverso un aumento artificiale dei risparmi può all'apparenza creare le basi per una serie d'investimenti in accordo col mercato, in realtà permette la realizzazione di progetti che saltano step produttivi fondamentali affinché possano essere realizzati. Mancando, quindi, le informazioni che permettono il completamento con profitto di questi investimenti, ciò non farà altro che consumare progressivamente risorse reali per investimenti che non avrebbero mai dovuto vedere la luce. Per farla semplice, un aumento artificiale della quantità di risparmi reali equivale a voler costruire un'automobile volante quando ancora le nostre conoscenze si fermano al motore a benzina.

Inoltre, e anche in questo caso, concepire un equilibrio nella struttura del tasso d'interesse significa una catena di produzione senza più manutenzione nel tempo. Presupporre un equilibrio significa, ancora una volta, la fine delle azioni degli individui. Quindi, anche se un presunto pianificatore centrale può in un certo senso controllare i tassi d'interesse monetari, non potrà mai controllare il tasso d'interesse puro il quale è strettamente connesso alle preferenze temporali dei singoli individui. Un esempio moderno ci porta ad osservare lo stato in cui languono i prestiti a famiglie ed imprenditori. Nonostante le banche centrali abbiano allentato oltremodo la loro politica monetaria portando a livelli infimi i tassi d'interesse nel mercato monetario, gli individui che popolano Main Street hanno preferito non avvicinarsi minimamente a questa fonte di credito facile. Sebbene siano stati anche scoraggiati dalle nuove regole imposte sulle banche commerciali, hanno deciso di affrontare un percorso di deleveraging per cercare di scrollarsi di dosso il raggiungimento del picco del debito e hanno deciso di aumentare la loro domanda di liquidità accaparrando denaro in vista di un futuro incerto. Quindi, l'alta preferenza temporale reale degli individui si scontra con una bassa preferenza temporale artificiale veicolata dal mercato monetario.

In virtù di ciò, e dal momento che Keynes considera il tasso d'interesse un fenomeno puramente monetario ignorando i singoli individui, si apre la possibilità di manomettere artificialmente l'offerta di denaro affinché si possa raggiungere una quantità ottimale attraverso la quale spingere adeguatamente l'economia verso un sentiero di rinnovata stabilità e prosperità. Keynes immaginava un fuoco che dovesse essere riacceso attraverso una nuova scintilla. Quella scintilla sarebbe stata la manomissione del tasso d'interesse monetario.

[...] Se per qualsiasi ragione il tasso di interesse non può scendere con la stessa rapidità con la quale cala l’efficienza marginale del capitale – ove il ritmo dell’accumulazione corrisponda a quanto la collettività delibera di risparmiare ad un tasso di interesse uguale all’efficienza marginale del capitale in condizioni di piena occupazione – allora perfino una diversione del desiderio di possedere ricchezza, verso attività che di fatto non frutteranno alcun reddito economico, accrescerà il benessere economico. Finché vi siano milionari che trovino soddisfazione nel costruire magnifici palazzi per contenere i loro corpi finché sono in vita e piramidi per accoglierli dopo morti, oppure che, pentendosi dei loro peccati, erigano cattedrali o elargiscano somme a monasteri o missioni estere, il giorno nel quale l’abbondanza di capitali ostacoli l’abbondanza della produzione può essere procrastinato. Lo «scavar buche nel terreno» mediante risorse tratte dal risparmio accrescerà non soltanto l’occupazione ma anche il reddito reale nazionale, di beni e servizi utili.[5]
[...] Naturalmente può darsi il caso – e in realtà è probabile che si verifichi – che le illusioni dell’espansione provochino la produzione di tipi particolari di beni capitali in tanto eccessiva abbondanza che una certa parte della produzione sia uno spreco di mezzi, con qualunque criterio la si consideri; la qual cosa, possiamo aggiungere, si verifica talvolta anche quando non vi è alcuna espansione. Vale a dire, l’espansione porta ad investimenti mal diretti. Ma all’infuori di ciò, è caratteristica essenziale dell’espansione che investimenti i quali rendono di fatto, poniamo, il 2 per cento in condizioni di occupazione piena, vengono compiuti con l’aspettativa di un rendimento, poniamo, del 6 per cento, e vengono valutati sulla base di questo rendimento. Quando viene la delusione, questa aspettativa viene sostituita da un opposto «errore di pessimismo», col risultato che dagli investimenti, che di fatto renderebbero il 2 per cento in condizioni di occupazione piena, ci si aspetta meno di zero; e il crollo che ne risulta per l’investimento nuovo conduce quindi ad uno stato di disoccupazione nel quale gli investimenti, che avrebbero reso il 2 per cento in condizioni di occupazione piena, rendono di fatto meno di zero. Giungiamo ad una situazione nella quale vi è deficienza di case, e nella quale ciononostante nessuno può permettersi di vivere nelle case esistenti.

Dunque il rimedio all’espansione eccessiva non è un aumento, ma una diminuzione del tasso di interesse! Giacché questa diminuzione può permettere alla cosiddetta espansione di durare. Il rimedio giusto per il ciclo economico non deve trovarsi nell’abolire le espansioni, mantenendoci così permanentemente in una semi-depressione; ma nell’abolire le depressioni e mantenerci così permanentemente in una quasi-espansione.[6]
L'implicazione subdola alla base del ragionamento keynesiano prevede di mimare il meccanismo di mercato, mettendo a disposizione degli attori di mercato risorse monetarie mai risparmiate affinché le spendano per creare qualcosa. Keynes stava cercando di elevare lo status dell'intervento statale a panacea suprema delle crisi di mercato, non accorgendosi che in questo modo il capitale della società si sarebbe eroso e non sarebbe stato affatto produttivo. Manomettere il tasso d'interesse monetario ignorando completamente il tasso d'interesse puro, equivale a giocare a freccette con una benda sugli occhi e girati di spalle nei confronti del bersaglio, avendo lo stesso la supponenza di poter fare centro. Creare un'abbondanza artificiale di risorse monetarie non aiuta le persone ad intraprendere sentieri sostenibili, ma offre solamente una seconda possibilità a chi si è dimostrato più e più volte incapace di soddisfare i desideri degli attori di mercato. Viene abbassata artificialmente la soglia di rischio, permettendo ad entità decotte di concorrere per le risorse scarse con quelle entità più responsabili. Creare beni e servizi solo per lo scopo di crearli, non aiuta un'economia a prosperare. Ignorare le decisioni individuali dei clienti equivale a sopprimere una domanda genuina di beni e servizi che avrebbe posto le basi per una solida stratificazione di necessità le quali, a loro volta, avrebbero aperto la porta ad altre. Invece, come detto prima, si vogliono saltare gli step intermedi, volendo creare dal nulla categorie di beni e servizi che non potrebbero esistere senza suddetta stratificazione di necessità costantemente rifornite.

La creazione di domanda artificiale da parte di Keynes era un palliativo, un effetto placebo. Voleva curare un malato sponandolo a convicersi che stesse bene. Non funziona così. Il malato può riprendersi apparentemente, ma se i sintomi non vengono curati a lungo andare uccidono il paziente. Ai politici non importa. Ai pianificatori centrali non importa. Possono benissimo lasciare il fardello alle generazioni successive, il loro mandato è l'unica preoccupazione che sta loro a cuore. Tale mandato non si estende nel lungo termine, bensì si esaurisce nel breve termine. Al massimo nel medio termine. Quale migliore pubblicità per attirare consensi se non quella di presunti "pasti gratis"?

La teoria dell'interesse di Keynes si riduce ad una mera campagna elettorale in favore delle magie che la politica può tirare fuori dal cilindro. In questo caso, una presenza di capitali in super-abbondanza tanto da soddisfare tutto e tutti. Ovviamente, c'è il trucco. Ma verrà scoperto solo molto in là nel tempo.

E' per questo motivo che la critica di Keynes si spinse oltre, andando ad attaccare quello che il mercato aveva scelto come mezzo di scambio ampiamente accettato: l'oro. Nel 1933 l'amministrazione Roosevelt aveva sequestrato l'oro della nazione pagandolo circa $20 l'oncia e l'aveva rivenduto alla FED. L'anno successivo ne aumentò il prezzo per oncia a $35, e la FED si ritrovò improvvisamente un guadagno del 75% piovuto dal cielo. Ciononostante l'oro rimase parcheggiato lì. Non venne venduto. Solo dopo la seconda guerra mondiale questo mercato iniziò ad essere terribilmente opaco, ma prima di allora l'oro era considerato la vera moneta (scacciata solamente dalle imposizioni legali del governo federale). In questo panorama la voce di Keynes era superflua, poiché voleva screditare il metallo giallo agli occhi della popolazione. Non ci riuscì. Ancora oggi quell'oro è parcheggiato presso la FED (o si presume sia così). Se cercate sul Wall Street Journal la pagina in cui c'è la voce "Federal Reserve Data" e scorrete fino a trovare la voce "Gold Stock", troverete una cifra che non cambia mai: $11 miliardi.

In realtà, Keynes voleva prendere due piccioni con una fava: indebolire la fiducia nell'oro e, in tal, modo portare ad un livello superiore il controllo dello stato sulla società. Infatti la flessibilità garantita da una cartamoneta scoperta, poteva consentire l'implementazione di quelle politiche che Keynes stava giustificando con la sua General Theory perché la banca centrale, controllando l'interesse monetario, poteva in qualche modo influenzare l'interesse puro. Ovvero, abbassando artificialmente l'interesse monetario, era possibile ridurre la scarsità presente nell'economia di mercato attraverso la sopracitata super-abbondanza di capitali. E qui incappiamo in una delle contraddizioni più eclatanti di Keynes, perché ci viene detto che questo stratagemma potrebbe essere sabotato dagli imprenditori che, mettendo da parte denaro, invaliderebbero il processo di crescita. A detta di Keynes sarebbero i cosiddetti "spiriti animali" che albergano in queste figure di mercato che le costringerebbero ad agire in questo modo. Ma, ancora una volta, egli ha una soluzione anche per questo: l'eutanasia del rentier.



L'EUTANASIA DEL REDDITIERO

I difetti più evidenti della Società economica nella quale viviamo sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi. Quanto alla prima, la portata della teoria sopra esposta è ovvia. Ma vi sono anche due aspetti importanti sotto i quali essa ha rilievo anche nei riguardi della seconda.

Dalla fine del diciannovesimo secolo si è compiuto un progresso significativo verso la rimozione di disparità molto forti delle ricchezze e dei redditi mediante lo strumento dell’imposizione diretta – l’imposta e la sovraimposta sul reddito e l’imposta sulle successioni – specialmente in Gran Bretagna. [...] Abbiamo visto infatti che, fino al punto nel quale si afferma la piena occupazione, la crescita del capitale non dipende affatto da una bassa propensione al consumo, ma ne è invece ostacolata; e che soltanto in condizioni di occupazione piena, una bassa propensione al consumo favorisce la crescita del capitale.

[...] Si è finora citata, come giustificazione di un tasso di interesse moderatamente alto, la necessità di offrire un incentivo sufficiente al risparmio. Ma abbiamo mostrato che il livello del risparmio effettivo è determinato necessariamente dalla scala dell’investimento, e che questo è favorito da un tasso di interesse basso, purché non si cerchi di stimolare in tal modo l’investimento al di là del punto corrispondente alla piena occupazione. Corrisponde quindi al nostro vantaggio massimo ridurre il tasso di interesse fino a quel punto, relativamente alla scheda dell’efficienza marginale del capitale, al quale vi è piena occupazione.

[...] Mi par certo che la domanda di capitale sia strettamente limitata, nel senso che non sarebbe difficile accrescere lo stock di capitale fino al punto in cui la sua efficienza marginale cadesse ad un livello molto basso. Ciò non significherebbe che l’uso del capitale verrebbe a costare quasi niente, ma soltanto che il reddito tratto da esso dovrebbe coprire poco più del suo esaurimento per logorio e obsolescenza, oltre ad un certo margine per coprire il rischio e l’esercizio della capacità e del giudizio personali. In breve, il rendimento complessivo tratto da beni durevoli nel corso della loro vita coprirebbe esattamente, come nel caso di beni di breve durata, il costo di lavoro della loro produzione più una quota per il rischio e per i costi di capacità e di direzione.

Ora, sebbene questo stato di cose sia del tutto compatibile con un certo grado di individualismo, esso significherebbe tuttavia l’eutanasia del redditiero e di conseguenza l’eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale. Oggi l’interesse non rappresenta il compenso di alcun sacrificio genuino, come non lo rappresenta la rendita della terra. Il possessore del capitale può ottenere l’interesse perché il capitale è scarso, proprio come il possessore della terra può ottenere la rendita perché la terra è scarsa. Ma, mentre vi può essere una ragione intrinseca della scarsità della terra, non vi sono ragioni intrinseche della scarsità del capitale.

[...] Considero perciò l’aspetto del capitalismo caratterizzato dall’esistenza del redditiere come una fase di transizione, destinata a scomparire quando esso avrà compiuto la sua opera. E con la scomparsa del redditiere, molte altre cose del capitalismo subiranno un mutamento radicale. Sarà inoltre un gran vantaggio nel corso degli eventi che qui preconizzo se l’eutanasia del redditiere, dell’investitore senza funzioni, non sia affatto improvvisa, e sia soltanto una graduale ma prolungata prosecuzione di quello che abbiamo visto recentemente in Gran Bretagna, e non richieda alcuna rivoluzione.[7]
In sostanza, Keynes si sta "augurando" una lenta dolce morte della classe risparmiatrice, obiettivo raggiungibile attraverso una crescente offerta di moneta (e un continuo ribasso dei tassi) diretta dai saggi facenti parte dell'apparato statale. Ribaltando la consequenzialità tra risparmio ed investimenti, otteniamo la presunta capacità di una ristretta cerchia d'individui d'individuare quelle aree in cui il capitale avrà una maggior resa rispetto ad altre. Intesa in questo modo, è come se lo stato restituisse una sorta di "maltolto" alla società. Eppure questi tipi di politiche sono state implementate dalle banche centrali (espansione artificiale dell'offerta di moneta) negli ultimi 30 anni, con tutte le crisi che ne sono derivate. Dopo ogni crisi gli interventi nell'economia di mercato sono aumentati e con essi il tasso d'espansionismo monetario, l'abbassamento dei tassi d'interesse e la spesa in deficit degli stati.

Sin dal 2008 la teoria keynesiana è stata imbottita di steroidi e, nonostante anche questo tentativo, l'occupazione rimane ancora anemica, gli investimenti latitano e le disuguaglianze di ricchezza aumentano. Chi sta beneficiando delle attuali politiche economiche? Il seguente grafico di McKinsey Global Institute sottolinea quelle entità che hanno beneficiato di un aumento dei flussi netti in entrata riguardanti gli interessi.


Stima variazione cumulata del margine di guadagno netto sull'interesse (miliardi di USD, convertiti al tasso di cambio 2012): 2007-12
Fonte: McKinsey Global Institute


Apprendiamo, quindi, che stati e corporazioni sono risultati i beneficiari netti della cosiddetta ZIRP. D'altronde, le attività di prestito sono il loro pane quotidiano. Vivono di prestiti. Presupponendo una certa "aura" di saggezza negli uomini che governano la macchina statale, essi avrebbero dovuto incanalare le risorse per ripianare in qualche modo le finanze disastrate gestite dalla loro presunta lungimiranza. Non è stato fatto nulla di tutto ciò. La spesa pubblica e il debito sono aumentati. La stessa cosa vale per quelle imprese che, ottenendo maggiori finanziamenti dal nulla, non hanno affatto investito nel settore Ricerca e Sviluppo, ma hanno gozzovigliato con Fusioni & Acquisizioni, riacquisti di azioni, LBO e altre amenità legate all'ingegneria finanziaria.

Coloro che invece hanno subito grandi perdite sono stati i fondi pensioni, investitori interni ed esteri, e le compagnie d'assicurazione sulla vita. In poche parole, i presunti grandi redditieri a cui si è mirato altri non erano che i risparmiatori. Questa categoria, a seguito della crisi finanziaria, ha colto l'occasione per rimescolare le proprie priorità e aumentare la propria domanda di moneta a seguito dell'incertezza pervadente l'ambiente di mercato. La loro riluttanza a contrarre nuovi prestiti e le nuove normative delle banche commerciali, hanno creato un ambiente disincentivato ad accendere prestiti e penalizzante i risparmi. Inoltre la recessione non ha allentato la sua morsa sulle piccole e medie imprese, le quali hanno visto stagnare la loro produttività. Questo ha significato salari altrettanto stagnanti, o peggio in diminuzione. Aggiungeteci la perdita di potere d'acquisto delle valute dei vari paesi e otteniamo un mix velenoso per tutti coloro che hanno avuto la "brillante" idea di risparmiare, i quali hanno dovuto intaccare i loro salvadanai per sopravvivere.


Impatto netto annuale dell'interesse per la famiglia media statunitense (miliardi di USD, % del reddito 2007)
Fonte: McKinsey Global Institute


Da come vediamo da questo grafico qui sopra, i pensionati sono stati coloro che hanno maggiormento sofferto per la ZIRP. Nemmeno i più giovani dovrebbero rallegrarsi, però, perché anche i fondi pensione sono stati danneggiati dalla politiche monetarie dei banchieri centrali. I rendimenti ridicoli sfoggiati dal mercato obbligazionario statale, obiettivo numero uno nella tabella degli investimenti da parte dei fondi pensione, sta creando flussi di cassa negativi (al netto dell'inflazione e delle tasse). A meno che non si opti per asset più rischiosi, il destino del mondo delle pensioni è segnato. Le promesse non potranno essere mantenute.

Il punto della quesitone è che il risparmio reale rappresenta un flusso genuino che viene "controllato" da imprese e consumatori i quali, attraverso le scelte in linea con l'ambiente economico i primi e il risparmio personale i secondi, sono in grado di generare in questo modo ricchezza reale. Se davvero esiste la presunta figura del "redditiero", la sua presenza nella società è altamente variabile; e cercare di pungolarla affinché spenda, andrà a svantaggio di coloro che entreranno in possesso per ultimi del mezzo con cui si tenta di intromettersi nel processo di creazione di ricchezza reale: denaro fiat ex novo. Lo stato, le grandi banche e le grandi corporazioni saranno i beneficiari netti. Le perversioni ideologiche e semantiche sul termine “capitalismo” e “tasso d'interesse” sono alla base della cortina di confusione che nel tempo ha annebbiato sempre più menti, e Keynes, come Marx, è stato uno di quelli che contribuito a rendere il fumo più denso.

In conclusione, manipolare arbitrariamente la moneta permette di deviare la ricchezza reale da chi la crea (il risparmiatore) verso chi la utilizza (stato, grandi banche, grandi corporazioni, hedge fund, ecc.), creando una concentrazione di potere nelle mani di chi si trova più vicino alla stampante monetaria. Questa distorsione comporta quindi l’impoverimento dell’economia; ciò viene temporaneamente nascosto dalle manovre dei banchieri centrali sul valore nominale della ricchezza,[8] finché questo processo d'indebolimento non sfocia in una crisi. Da qui in poi entrano in gioco le meccaniche del ciclo economico Austriaco.



ALCUNI COMMENTI SUL CICLO ECONOMICO

L’approccio keynesiano, e più in generale quello interventista, è sbagliato non perché esistono critiche che mettono in discussione i punti elencati fino ad ora, ma perché parte da premesse sbagliate; quindi prescrizioni e pseudo-soluzioni che ne conseguono, come “l’eutanasia dei redditieri”, sono semplicemente fuorvianti. Keynes quindi può essere annoverato, senza dubbio di essere smentiti, in quella categoria di pensatori socialisti/interventisti che sono bel lontani da uno schema liberale classico.[9] Secondo la sua ottica la società era fondamentalmente costituita da tre classi: i consumatori (esseri privi di raziocinio e libero arbitrio dediti esclusivamente al consumo); gli investitori (esseri con raziocinio e libero arbitrio il cui umore gioca un ruolo cruciale nella stabilità economica); lo stato (il mediatore supremo attraverso il quale tutte le cose tornano in equilibrio). Essendo i primi paragonabili a dei robot, i secondi si portano sulle spalle tutte le cause dei cicli economici. I loro capricci costringono un disallineamento tra investimenti e consumi, quindi la terza classe, lo stato, deve intervenire per compensare questo divario e la banca centrale deve intervenire per tenere basso il tasso d'interesse in modo da spingere di nuovo gli investitori a separarsi dai loro risparmi accumulati.

Apprendiamo, quindi, che le cause sono prettamente psicologiche. E' davvero possibile una cosa del genere? Innanzitutto non dobbiamo scordare, come fa Keynes, che l'economia è una scienza basata sulle azioni dei singoli individui. Lasciarsi influenzare dai propri principi ed imporli anche agli altri è quella sorta di soluzione che presuppone un'onniscienza delle proprie azioni rispetto a quelle degli altri. Questo significa avere la presunzione di poter leggere la mente. In realtà non esiste niente di tutto ciò, significa solamente avere l'ardire di conformare un altro attore economico ai propri standard. Nel nostro caso significa cercare di conformare la popolazione agli standard dello stato. E' per questo che i discorsi propagandistici sono infarciti da retorica sull'avidità e sull'egoismo, presupponendo una soluzione collettiva ai problemi concernenti le crisi economiche. Si cerca d'influenzare gli aggregati affinché si possa riuscire ad influenzare (in qualche modo) anche i singoli attori di mercato.

Ciononostante questa spiegazione è carente di dettagli funzionali affinché si possa individuare la causa reale dell'innesco  dei cicli economici. Infatti Keynes nella General Theory, e più precisamente nel Capitolo 22 del sesto libro, si sbriga a concludere che la figura dell'economista dovrebbe subito indagare su cosa accade durante la crisi. In questo modo, però, si scartano tutte le analisi antecedenti alla crisi, bollandole come "psicologiche" e quindi ampiamente irrilevanti. Le cose non stanno così, perché si finisce per confondere cause ed effetti promuovendo soluzioni che alla fine si rivelano le cause stesse della crisi.[10] La teoria keynesiana, infatti, deficita di una teoria del capitale (a differenza della teoria Austriaca) proprio perché considera il sistema capitalista come un ammasso aggregato informe di "cose" costantemente prono a cadere in recessione. Keynes, e i keynesiani in generale, non si pongono la domanda che Mises si pose quando scrisse il suo classico, The Theory of Money and Credit: "Cosa fa cadere in errore una grande fetta di imprenditori e tutti nello stesso momento?"

Analizzando la situazione solamente ex post non si accorgono come le cause sono da individuare ex ante. La causa principale delle crisi economiche è sostanzialmente imputabile agli interventi nell'economia da parte di autorità che presumibilmente si ritengono capaci di direzionare in modo sano il corso degli eventi. Ostacolando e ridirezionando il meccanismo dell'accumulo di risparmi reali, essi impediscono alle attività produttrici di ricchezza di entrare in possesso di quelle risorse che avrebbero potuto permettere loro di espandere ulteriormente la loro sfera d'attività e soddisfare, di conseguenza, le volontà degli individui. I risparmi reali vengono quindi in parte canalizzati anche in quelle attività che sprecano ricchezza, producendo beni e servizi inutili che nessuno vorrà. Disallineare domanda e offerta all'interno dell'ambiente economico presenta gravi rischi di lungo termine, poiché all'apparenza questa strategia sembra funzionare ma poi, una volta che si esaurisce l'intervento iniziale, la situazione si adatta al nuovo "equilibrio" comportando la liquidazione di quegli investimenti e quei lavori insostenibili nati sulla scia del boom artificiale. Prolungare l'intervento iniziale, o portarlo ad un livello superiore, non ne corregge la fallibilità.

La crescita economica è un altro di quei concetti di cui si parla a vanvera. In un'economia di mercato esiste solamente la soddisfazione dei desideri degli attori economici che decidono di scambiare volontariamente la loro produzione con quella altrui. Il volume degli scambi comporta, quindi, una sofisticazione della produzione economica, nonché una maggiore specializzazione. In questo ambiente, qualora privo di manipolazioni centrali, i disallineamenti periodici che possono emergere rappresentano semplicemente delle fluttuazioni dovute ad un cambiamento nelle preferenze temporali degli individui. Insomma, niente di "catastrofico" come le crisi che abbiamo sperimentato negli anni successivi al 1914.[11] La cosiddetta "crescita a tutti i costi" con cui si pavoneggiano i pianificatori centrali, rappresenta solamente un miraggio attraverso il quale conquistare quanti più voti possibile e ricoprire il ruolo di comandanti in capo della società. O presunti tali, perché in realtà i re all'interno del mercato erano, sono e saranno sempre i consumatori. La manipolazione dei tassi del mercato monetario, come già detto, rappresenta solamente un espediente per influenzare le scelte degli individui; il tasso d'interesse puro, o le loro preferenze temporali, rimarranno saldamente ancorate alla loro sfera soggettiva impossibile da decifrare. Ciò garantisce il fallimento delle politiche centrali destinate a portare di nuovo il Giardino dell'Eden tra gli esseri umani. Le figure accademiche come Keynes e il suo manoscritto, la General Theory, fungono solamente da grancassa per la presunta onniscienza di alcuni gruppi d'individui che non hanno mai perso l'ardire di provare a vivere al massimo col minimo sforzo. Se dovessi definire il messaggio di fondo della teoria di Keynes non esisterei ad usare queste parole: ingannare il prossimo affinché si possa vivere al massimo col minimo sforzo.

I violenti cicli economici dell'era delle banche centrali sono il risultato diretto della volontà pianificatrice di direzionare secondo il proprio capriccio il corso delle azioni umane. Il credo ingenuo di poter tenere sotto scacco un bacino di individui enorme. Sebbene il denaro possa accomunarli, non li definisce. Questo è il cuore dell'errore del moderno settore bancario centrale. Questo è il cuore dell'errore di Keynes nel voler ignorare le singole unità che compongono la società.



CONCLUSIONE

La Teoria Generale di Keynes era solo un corpo teorico attraverso il quale giustificare il nuovo ruolo che andava a ricoprire lo stato. L'opacità con cui ricoprì il suo manoscritto fu un'ulteriore manna per l'establishment. In questo modo lo stato ebbe modo di espandersi inevitabilmente ed esponenzialmente in più settori dell'economia, trovando terreno fertile nel mondo accademico per essere giustificato delle sue azioni espansive. I successori di Keynes, come Samuelson e Tobin, non fecero altro che ampliare le giustificazioni necessarie affinché lo stato si espandesse.

Il keynesismo è morto durante la stagflazione degli anni '70. Dalle sue ceneri nacque il neo-keynesismo, che ancora oggi continua a percorrere la strada tracciata dal maestro. E' una strada in discesa e a senso unico. Ad ogni giustificazione a sostegno dell'establishment monetario e politico, la discesa guadagna ripidità. Non si può tornare indietro. Alla fine della discesa, però, c'è un muro.

Per ulteriori approfondimenti e l'analisi di altri temi riguardanti l'economia keynesiana, consultare il mio saggio precedente: https://www.scribd.com/doc/258027000/Teorie-per-il-Default-Gli-errori-macroscopici-e-microscopici-del-keynesismo


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Note

[1] J. M. Keynes, Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta (Novara: De Agostini Libri - UTET, 2013), Libro IV, Capitolo 13, Sez. II.

[2] Robert Higgs, The Transformation of the American Economy from 1865 to 1914 (Auburn, Ala.: Von Mises Institute, 1971).

[3] Per facilitarci le cose, potremmo definire tasso d'interesse "puro" quando ci riferiamo strettamente alle preferenze temporali degli indiviui, in modo da non confoderci col suo ruolo che si riflette su quello monetario ad esempio.

[4] Per una discussione approfondita su risparmi reali e risparmi fasulli, consultare la seguente pagina: Le illusioni hanno conseguenze, Francesco Simoncelli, Francesco Simoncelli's Freedonia, 21 novembre 2014.

[5] J. M. Keynes, Teoria dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta (Novara: De Agostini - UTET, 2013), Libro IV, Capitolo 16, Sez. III.

[6] J. M. Keynes, Teoria dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta (Novara: De Agostini - UTET, 2013), Libro VI, Capitolo 22, Sez. III.

[7] J. M. Keynes, Teoria dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta (Novara: De Agostini - UTET, 2013), Libro VI, Capitolo 24, Sez. I & II.

[8] Con "valore nominale della ricchezza" s'intende quel processo di canalizzazione della ricchezza reale da quelle entità che la creano verso quelle entità che la sprecano. Finché le banche centrali mantengono un atteggiamento monetario allentato e favoriscono la soppressione del tasso d'interesse monetario, si verranno a creare delle attività in grado di sopravvivere solo grazie a questo ambiente economico distorrto dall'intervento centrale. Una volta che il processo di creazione di moneta dal nulla s'inverte, tali attività nate a seguito dell'espansione monetaria artificiale vanno incontro al loro triste destino. Questo significa che erano apparentemente proficue durante il periodo espansionistico, ma rivelano la loro vera natura fallimentare quando tale periodo termina.

[9] Keynes era un liberale?, Ralph Raico, Mises Italia, 2 giugno 2012.

[10] Bolle e banche centrali, Frank Shostak, Francesco Simoncelli's Freedonia, 7 gennaio 2014.

[11] Mistificazioni keynesiane, Domitrovic/Murphy, Francesco Simoncelli's Freedonia, 7 aprile 2015.

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Spreco di tempo e denaro -- L'Asian Infrastructure Development Bank della Cina

Gio, 21/05/2015 - 10:16




di Gary North


Forse avete sentito parlare dell'Asian Infrastructure Development Bank. Rappresenta l'ultimo spreco di tempo e denaro creato da un gruppo di burocrati comunisti. Molti di loro si sono laureati in ingegneria.

Questi politici stanno lavorando in collaborazione con un gruppo di burocrati keynesiani presso la Banca Popolare di Cina, gente che ha trascorso tutta la sua vita a sfornare scuse sul perché l'inflazione di massa fosse un bene per la Cina.

Combinando la politica comunista, l'economia keynesiana e una tradizione trentennale d'inflazione monetaria costante, il governo cinese si darà ancora una volta la zappa sui piedi. Ecco un paese che pensa che sia produttivo costruire città contenenti un milione di persone, ma dove nessuno ci andrà a vivere.



UNA BANCA PER SPRECARE TEMPO E DENARO

Questo enorme spreco di tempo e denaro, che finanzierà altri sprechi a livello regionale col beneplacito dei governi nazionali, ha ricevuto un sacco di pubblicità, tutta positiva. La stampa keynesiana si è affrettata a fornirci i particolari di questo colpo politico dei cinesi. Ci viene detto che l'amministrazione Obama ha fette di prosciutto sugli occhi, perché si oppone all'idea. Qui si tratta di un gruppo di pianificatori centrali che si oppone all'invasione del proprio territorio da parte di un altro gruppo di pianificatori centrali.

Nel frattempo, in tutto il mondo i politici si stanno affrettando ad entrare nell'affare. Lo vedono esattamente per quello che è: un gigantesco spreco da cui possono attingere denaro a tassi d'interesse inferiori a quelli di mercato in modo da poter finanziare i loro sprechi in patria.

I progetti infrastrutturali sono amati da tutti gli statalisti. Ci sono strade, ponti e altre testimonianze visibili che sottolineano l'inutilità della spesa pubblica. Questo è ciò che Frédéric Bastiat scriveva nel 1850 nel suo famoso saggio su ciò che si vede e ciò che non si vede. Sono esempi classici di quella che definiva la fallacia della finestra rotta. Le persone vedono come viene usato il denaro delle tasse: progetti di massa. Non considerano, però, le perdite che la società ha dovuto sostenere a seguito del trasferimento di ricchezza da un gruppo di persone ad un altro.

Il grande perdente in tutta questa questa storia sarà, come sempre, il popolo cinese. Denaro che non doveva essere stato creato, ora abbasserà il potere d'acquisto dello yuan cinese. Questo è il punto principale di questo spreco di tempo e denaro. Si tratta dell'ennesimo esempio di sciocchezze keynesiane e mercantiliste. E Smith le confutò nel 1776, ma i keynesiani non hanno imparato.

Così, il cittadino medio cinese pagherà di più per le importazioni provenienti da altre nazioni, perché la Banca Popolare di Cina ha creato denaro dal nulla e l'ha trasferito all'AIDB. Quest'ultima acquisterà IOU emessi da governi di tutto il mondo. I governi emetteranno IOU perché hanno intenzione di utilizzare il denaro per creare enormi sprechi infrastrutturali nei loro paesi. I governi nazionali sembreranno fucine di qualcosa di molto creativo e il denaro sarà fornito dai prestiti dell'AIDB.

Perché questi progetti non dovrebbero essere finanziati da imprenditori locali o imprenditori internazionali? La risposta è semplice: rappresentano solamente delle perdite. Sono uno spreco di tempo e denaro. Non avrebbero generato alcun ritorno se gli investitori privati avessero prestato i soldi ai governi per sviluppare progetti. Gli investitori privati hanno una marcia in più. Sanno che questi sono solamente sprechi di tempo e denaro, e non vogliono averci nulla a che fare. Ma questo non fermerà i burocrati dell'AIDB. Avranno un sacco di nuovi yuan per acquistare valute estere e poi acquistare IOU statali a tassi d'interesse inferiori a quelli di mercato. E tutti vivranno felici e contenti.

Questo è l'ennesimo esempio di spreco di stato. Questo è l'ennesimo esempio di burocrati che non hanno idea di come investire il proprio denaro, o il denaro degli investitori in cerca di profitto. Invece prenderanno i miliardi di yuan di nuova creazione e acquisteranno le valute emesse dalle banche centrali di tutto il mondo.

Potete leggere tutto su Wikipedia. E' scritto in un linguaggio neutrale, come se non fosse un gigantesco spreco di tempo e denaro da parte del governo cinese al fine di finanziare sprechi di grandi dimensioni gestiti da vari governi.

Nel giugno 2014 la Cina ha proposto di raddoppiare il capitale sociale della banca, da $50 miliardi a $100 miliardi, e ha invitato l'India a partecipare alla fondazione della banca. Il 24 ottobre 2014 una cerimonia tenutasi a Pechino ha formalmente riconosciuto la costituzione della banca. Ventuno paesi hanno firmato il Protocollo d'Intesa (MOU), tra cui Cina, India, Thailandia, Malesia, Singapore, Filippine, Pakistan, Bangladesh, Brunei, Cambogia, Kazakhstan, Kuwait, Laos, Myanmar, Mongolia, Nepal, Oman, Qatar, Sri Lanka, Uzbekistan e Vietnam.

Pressioni dagli Stati Uniti hanno cercato di impedire la partecipazione di Australia e Corea del Sud. Tuttavia, sia l'Australia sia la Corea del Sud hanno chiesto ufficialmente di aderire alla banca, ignorando le obiezioni da parte degli Stati Uniti. L'adesione dell'Indonesia è stata leggermente posticipata a causa della loro nuova amministrazione presidenziale che non è stata in grado di valutare l'adesione in tempo.

http://en.wikipedia.org/wiki/Asian_Infrastructure_Investment_Bank


SOLDI GRATIS

"Soldi gratis! Prendete i vostri soldi gratis!" Possiamo leggere sul New York Times come i burocrati che stanno dando via soldi gratis, siano rimasti stupiti dalla quantità di governi che hanno firmato per ottenerli.

La corsa improvvisa per unirsi all'AIDB prima della scadenza, compresa la compilazione di pratiche dell'ultimo minuto da parte di paesi difficilmente considerabili migliori amici di Pechino, ha lasciato attoniti anche i cinesi.
L'articolo loda i burocrati cinesi che stanno per prestare denaro contraffatto a prezzi inferiori a quelli di mercato. Dobbiamo credere che questi siano compagni molto intelligenti.

Il capo ad interim della banca, Jin Liqun, che ha lavorato presso la Banca Mondiale, è "un tipo esperto e con molta esperienza", ha detto Nicholas R. Lardy, senior fellow al Peterson Institute for International Economics di Washington. "Sta assumendo uno staff capace di circa 40 persone, costituito per metà da personale del Ministero Cinese delle Finanze e per metà da personale internazionale. Dice di voler assumere il personale migliore che può ottenere."
Questi banchieri centrali cinesi stanno imitando i banchieri centrali occidentali. Stanno assumendo un gruppo di burocrati certificati da varie istituzioni accreditate. Si presuppone che questi burocrati sapranno cosa fare con centinaia di miliardi di nuovo denaro fiat. Si presuppone che siano le persone migliori nel campo, cosa probabilmente vera, perché saranno pagate con stipendi fuori mercato. Poi decideranno come dare via il denaro a prezzi inferiori a quelli di mercato. Sono sicuro che lo daranno via tutto. Sono sicuro che ci saranno acquirenti per tutto questo denaro. Sono sicuro che spunteranno un sacco di progetti inutili, anche se naturalmente non saranno mai completati. Un sacco di questi progetti riempirà gli occhi degli elettori e tutti i governi coinvolti diranno: "Un lavoro ben fatto."

Chi ci rimetterà saranno i cittadini cinesi. Chi ci rimetterà saranno anche gli elettori nei vari paesi coinvolti, perché per ripagare i prestiti per i suddetti sprechi saranno costretti a sganciare nuove tasse. Questa è l'economia keynesiana nella sua parte più visibile.

Se i burocrati negli altri paesi vorranno costruire intere città che rimarranno vuote, ci saranno burocrati nell'AIDB che saranno lieti di fornire il denaro necessario. Queste sono persone che hanno una certa esperienza nel costruire città vuote.



CONCLUSIONE

Chiunque si stia preoccupando dei politici cinesi e degli economisti keynesiani che lavorano per il governo cinese, dovrebbe concentrarsi su qualcos'altro. Questa è l'ennesima esercitazione antincendio cinese gestita da comunisti, keynesiani e banchieri centrali.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


L'illusione della prosperità e la paralisi delle banche centrali

Mer, 20/05/2015 - 10:12
Sin da quando lo zio Mario ha lanciato il proprio QE, i titoli dei giornali non fanno altro che tessere le lodi di una ripresa immediata. Più precisamente futura, così come hanno ripetuto ogni anno da 6 anni a questa parte. Tutto punatualmente smentito. Questa volta sarà diverso? No. Questa volta sarà solamente più doloroso. Il denaro creato attraverso il quantitative easing non è finito nei numeri più ampi dell'inflazione perché è rimasto confinato nei canyon del mercato azionario. La popolazione più ampia non può permettersi più di fagocitare ulteriori debiti e, avendo raggiunto la condizione di picco del debito, rifiuterà di farvi ricorso per migliorare la propria condizione a seguito dell'ultima baldoria finita nel 2008. Il denaro di nuova creazione è rimasto intrappolato nei bilanci delle grandi banche commerciali e nei portfoli di grandi corporazioni e grandi investitori, alimentando un feedback di "investimenti" con lo scopo principale di sostenere deformazioni crescenti nei canyon dei mercati azionari. Di conseguenza l'inflazione dei prezzi è rimasta ampiamente confinata agli asset e ad altri "investimenti" che continueranno a gonfiarsi grazie all'espansione del credito da parte delle banche commerciali e all'espansione dell'offerta di denaro da parte delle banche centrali. Le deformazioni, però, non restano ferme e tendono ad espandersi senza controllo e i mercati azionari hanno bisogno di nuovi partecipanti affinché la festa possa andare avanti. L'assottigliamento dei rendimenti all'interno del mercato azionario, dove anche il pattume "high yield" è diventato un affare, rischia d'impedire ad una fetta crescente di debitori delle banche di servire i propri debiti. Se dovessi azzardare un'ipotesi, quella più probabile è il mancato servizio del debito da parte degli ultimi arrivati nella bolla: http://www.carsitaly.net/fiat-car-sales_brazil.htm
Sapremo che sta andando tutto a rotoli non appena sulla bocca di tutti le tre lettere che leggeremo saranno CDS.
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di Frank Hollenbeck


Di recente il presidente Obama e Janet Yellen hanno gongolato di fronte ad un certo miglioramento nelle condizioni economiche degli Stati Uniti. La disoccupazione è scesa al 5.5% e la crescita economica nel 2014 ha raggiunto il 2.4%.

I giornalisti e gli economisti hanno attribuito questi miglioramenti all'efficacia del quantitative easing. Sembra, invece, che abbiano solamente dei paraocchi politici. Il boom è artificiale ed è stato costruito con l'aggiunta di debito su altro debito. Nel 2014 l'indebitamento totale delle famiglie è aumentato del 2.5% – il livello più alto sin dal 2010. I prestiti ipotecari sono aumentati dell'1.5%, i prestiti agli studenti sono aumentati del 6.6% e i prestiti per automobili sono aumentati del 9.6%. Le vendite di automobili sono migliorate poiché questi mutuatari sono finiti in una nuova bolla subprime. Le vendite di automobili sono state vivaci grazie ad un aumento dei prestiti a persone con punteggi di credito sotto i 640. I prestiti per automobili a persone con punteggi di credito solidi, al di sopra dei 720, si sono mossi di poco.

Il credito al consumo subprime è salito di $189 miliardi nei primi 11 mesi del 2014. Escludendo i mutui immobiliari, i mutui per automobili hanno rappresentato il 41% del credito totale al consumo. Questo è esattamente il tipo di prestito che ci ha messo nei guai meno di un decennio fa. Questa storia non può che finire in lacrime.

Ecco la domanda persistente: il boom attuale è costruito su fondamenta solide? Riscontriamo forti aumenti di produttività o un crescita dei salari reali?

La verità è che sin dal 2010 la produttività si è appena mossa e i salari reali sono rimasti piatti, o calati, per decenni. Dalla metà del 2007 alla metà del 2014, i salari reali sono diminuiti del 4.9% per i lavoratori con un diploma di scuola superiore, sono scesi del 2.5% per i lavoratori con una laurea e sono scesi dello 0.2% per i lavoratori con una laurea specialistica.

Il boom è costruito su vasti investimenti in impianti e attrezzature? L'età media degli impianti e macchinari negli Stati Uniti è attualmente la più vecchia di sempre.

Ormai è chiaro che il boom dell'olio di scisto era l'ennesima illusione di prosperità. Lo stesso vale per i miglioramenti nel settore degli immobili. In seguito alla crisi finanziaria del 2008, i prezzi degli immobili sarebbero dovuti scendere molto, molto di più di quanto è accaduto rispetto ad altri prezzi. Il settore immobiliare sarebbe poi dovuto rimanere in crisi per un decennio o più, fino a quando il settore residenziale e commerciale non sarebbero stati ripuliti. Il nuovo rapporto tra prezzi relativi avrebbe permesso alle risorse scarse di spostarsi verso quella produzione di beni e servizi più in linea con i desideri della società.

Oggi è tornata l'euforia immobiliare e il settore delle costruzioni è in ripresa. Il miglioramento è stato fomentato da investitori affamati di rendimenti nel mercato buy-to-rent e da tassi dei mutui a lungo termine storicamente bassi, al di sotto del 4%. Eppure il post-sbornia del boom precedente non è scomparso, è stato semplicemente posticipato grazie alla strategia del "calcio al barattolo" attuata attraverso una stampa massiccia di denaro da parte della banche centrali negli ultimi 6 anni. Il numero di unità vuote negli Stati Uniti supera i 18 milioni – livello raggiunto nel 2008-2009. Il numero di unità possedute dal mercato è ancora ad un livello record di oltre 7 milioni. Quando le forze di mercato faranno tornare i tassi d'interesse a livelli più normali, l'aggiustamento nel settore immobiliare sarà ancor più disastroso.

Come hanno sempre detto gli Austriaci, non fatevi ingannare dall'euforia di un boom costruito su una montagna di investimenti improduttivi. Un boom sostenibile può essere costruito solo su una moneta sonante, altrimenti è destinato al bust. Le attuali politiche economiche sembrano essere orientate a creare una serie infinita di boom e bust. Dobbiamo trovare un modo per scendere da questo ottovolante.

Le politiche economiche degli ultimi 6 anni possono essere descritte solo come deliranti. Il problema nel 2008 era il troppo debito, ma la soluzione secondo i geni dell'Eccles Building sarebbe stata quella di abbassare i tassi d'interesse per stimolare la domanda e indurre le famiglie e i governi ad accendere nuovi prestiti. In altre parole, immaginate di aver appena avuto un attacco di cuore a causa della vostra obesità e il medico vi suggerisca di mangiare ancora di più.

Non abbiamo bisogno di banche centrali che "rilancino" la domanda. Questo indottrinamento sulla domanda aggregata è il veleno della teoria macroeconomica. Non è una mancanza di domanda che ostacola la crescita, ma un disallineamento tra offerta e domanda. Una volta capita questa realtà economica fondamentale, nessuna quantità di denaro risolverà tale problema.

Stampare denaro non risolverà un disallineamento creato dalle interferenze statali col funzionamento del sistema dei prezzi. Anzi peggiorerà le cose, poiché altererà i prezzi relativi e assoluti, causando una maggiore divergenza tra ciò che la società vuole e ciò che si produce. Interferire con i tassi d'interesse è la politica più dannosa che esista, in quanto i tassi d'interesse sono il prezzo delle preferenze temporali e svolgono un ruolo cruciale nell'allineamento temporale di produzione e domanda. Maggiore sarà il disallineamento nel tempo, più grande sarà l'aggiustamento necessario.

E' troppo tardi per evitare il reset necessario e l'aggiustamento incombente sarà orrendo. Ciononostante, abbiamo imparato qualcosa? Ripeteremo gli stessi errori degli anni '20, o della bolla immobiliare e quella delle dot-com? Quando capiremo che dobbiamo abolire l'incarnazione del male, la banca centrale, e la sua fraudolenta riserva frazionaria? Quante volte ancora dovremmo sperimentare questo ciclo di espansione e contrazione?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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di Alasdair Macleod


Anche se la FED lo nega, l'ultimo verbale del Federal Open Market Committee (FOMC) mette in chiaro che un aumento dei tassi d'interesse è stato rimandato a tempo indeterminato.

Il successivo rally nel prezzo dell'oro e l'improvviso calo del dollaro tendono a confermare questa conclusione.

Ormai sono sei anni che il Fed Funds Rate (il tasso d'interesse manipolato dalla FED per impostare tutti i tassi) rimane al di sotto dello 0.25%, scendendo a poco a poco da circa 0.15% a circa 0.10%. Nel dicembre 2008 venne fissato un obiettivo di target compreso tra lo zero e lo 0.25%.




Secondo il Policy Normalisation Principles and Plans pubblicato lo scorso settembre, il FOMC alzerà il suo target di riferimento per il Fed Funds Rate "cambiando il tasso d'interesse che paga sulle riserve in eccesso"; quando la FED normalizzerà i tassi d'interesse, "utilizzerà i pronti contro termine inversi per togliere dalla circolazione l'ammontare di denaro necessario". La FED intende anche ridurre i suoi possedimenti di titoli e contrarre il suo bilancio.

Se la normalizzazione sarà il risultato di una ripresa economica, sappiamo già come andranno le cose. La domanda di denaro nell'economia salirà, e invece di piramidare credito bancario sulle riserve detenute presso la FED, quest'ultima ritirerà le riserve in eccesso vendendo titoli di stato sui mercati. Il mercato orso in tali bond dovrebbe essere gestibile grazie alla domanda proveniente da fondi pensione e società d'assicurazione, accoppiata con un deficit di bilancio in diminuzione. Questa è la teoria che sta alla base di una riduzione del deficit.

La realtà si è rivelata molto diversa, come tutti sappiamo. La FED deve rendersi conto che i tassi d'interesse altamente soppressi possono non essere una soluzione e deve contemplare una fine della ZIRP senza ripresa economica.

Tuttavia, se la FED alzasse il Fed Funds Rate in assenza di una ripresa economica genuina, ci sarà una scarsa o addirittura nessuna espansione del credito bancario a compensazione, ed è probabile che le banche commerciali vorranno scaricare i loro titoli del Tesoro piuttosto che comprarne di più dalla FED. Non ci sarebbero compensazioni per attutire la liquidazione delle posizioni obbligazionarie long. In altre parole, anche un piccolo aumento del Fed Funds Rate potrebbe trasformarsi in un aumento dei rendimenti obbligazionari e conseguenti perdite sostanziali per le banche.

Questo è il contesto in cui dovremmo vagliare la reticenza della FED nel voler innalzare il Fed Funds Rate. Questo ci porta a concludere che se i tassi d'interesse a zero non hanno funzionato per sei anni, la politica monetaria è in un cul-de-sac senza opzioni. E quando guardiamo al Giappone e alla zona Euro, vediamo illusioni simili circa l'efficacia della politica monetaria.

E' improbabile che i mercati aspettino la presunta fine della ZIRP. Prima che gli investitori comuni vengano a conoscenza di tutte le ramificazioni del problema, banchieri e fund manager più preveggenti potranno riposizionare i loro portfoli obbligazionari scegliendo l'oro.

Quelli di noi che seguono questo mercato sanno che negli ultimi tre anni la domanda asiatica ha spostato grandi quantità di lingotti dai mercati dei capitali occidentali verso l'Asia. Il comportamento dei mercati di Londra e New York indica già una carenza di lingotti fisici, e questo ben prima che i mercati si possano rendere conto della crescente probabilità che la FED non possa permettersi di far salire i tassi d'interesse.

Se i tassi d'interesse non saliranno, il dollaro verrà infine esposto ad una perdita di fiducia nelle borse estere. La realizzazione di quanto sia ancora vulnerabile nonostante la sua recente scalata, si rifletterà in un sentimento positivo nei confronti dell'oro che, una volta in moto, potrebbe farne salire il prezzo a causa della mancanza di lingotti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il deja-vu di un contagio sistemico

Mar, 19/05/2015 - 10:09
Per molti il potere delle banche centrali è quasi senza confini. Credono fermamente che possano ovviare ad ogni situazione attraverso la stampante monetaria e tenere insieme i pezzi del sistema. Finora ci sono riuscite. Perché solo in questo periodo storico ci troviamo per la prima volta di fronte ad un pericolo tanto grande da richiedere "misure straordinarie". Eppure, nonostante l'interventismo sotto steroidi mai visto prima d'ora, ci sono ancora coloro nel campo del libero mercato che credono che le banche centrali possano tenere insieme i pezzi. Non si rendono conto di come sia sciocco per un'entità mettere a repentaglio la propria autorità ricorrendo a misure tali. Se davvero fosse in carica farebbe di tutto per rimanere fedele a questo principio: "Non agitare le acque." In realtà, le banche centrali oggi sono disperate. Perché? Perché stanno ricorrendo a misure disperate. Nel frattempo, le leggi economiche, che ricordiamolo possono essere aggirate ma non violate, continuano ad operare di nascosto creando piccole crepe nella presunta onniscienza di lungo periodo dei banchieri centrali. Una di queste crepe ha un nome: saturazione dell'utilità marginale del debito. A lungo andare, ogni unità di debito non farà altro che erodere ricchezza reale. Questo è il destino di ogni nazione che ha fatto affidamento sul welfare state per guadagnare consensi attraverso il clientelismo. Sarà il welfare state l'epitaffio sulla tomba del sistema statale. E' inutile chiedere quando andrà tutto a carte quarantotto, non esiste nessuna data precisa. Chiunque ve ne fornisca una non ha idea di quello che sta dicendo. E' la percezione delle distorsioni presenti nei vari mercati il motivo sufficiente per affermare quanto sia insostenibile l'attuale stato di cose.
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di James Rickards


Mentre il mio volo da New York a Hong Kong atterrava il 17 settembre 1997, rimasi sorpreso dall'aereo parcheggiato al gate successivo.

Era un vecchio Boeing 707 con scritto "Stati Uniti d'America" sulla fusoliera, una configurazione che ricordava stranamente l'Air Force One che trasportava il corpo del presidente Kennedy da Dallas a Washington dopo il suo assassinio nel 1963.

Ma quell'aereo non aveva il classico assetto blu della flotta presidenziale, ma uno verde scuro. Quello era l'aereo di governo che trasportava il Segretario del Tesoro, Bob Rubin, e altri funzionari alla riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale.

Ero lì per la stessa riunione in rappresentanza di Long Term Capital Management, l'allora hedge fund misterioso che dominava il trading dei titoli di stato dei vari paesi del mondo. Con me c'erano diversi partner di LTCM, tra cui David W. Mullins Jr., ex-assistente del Segretario del Tesoro e vice presidente della Federal Reserve.

Un anno dopo LTCM sarebbe finita nei guai, ma all'epoca non lo sapevamo. Nel settembre 1997 eravamo ancora sul pinnacolo del mondo. Aveva perfettamente senso che noi partecipassimo a un incontro simile con banchieri centrali, capi di stato, ministri delle finanze e banchieri privati ​​di tutto il mondo. Eravamo nel gotha.

L'incontro del settembre 1997 è stato il più importante e memorabile di tutte le riunioni semestrali del FMI. E' avvenuto poco dopo lo scoppio della crisi finanziaria asiatica, iniziata in Thailandia nel luglio 1997 con la svalutazione della moneta thailandese, il baht. Prima di quella svalutazione, il baht era stato saldamente ancorato al dollaro USA.

Questo fatto incoraggiò il "carry trade" originario: Stati Uniti e altri investitori globali prendevano in prestito dollari, li convertivano in baht, investivano in Thailandia a rendimenti più elevati grazie alla leva finanziaria e intascavano allegramente i profitti relativamente privi di rischio — almeno finché rimase in vigore il peg.

Poi, improvvisamente, gli investitori decisero di ritirarsi dalla Thailandia. Questa decisione innescò una classica corsa sulla riva. La banca centrale della Thailandia rimase rapidamente a corto di riserve in dollari, e nel mese di luglio ruppe il peg e svalutò la moneta.

Lo stesso carry trade era in atto in altri mercati emergenti. Una volta che il baht tailandese venne svalutato, gli investitori persero la fiducia in tutti i mercati emergenti e iniziarono a chiedere i soldi indietro. Il contagio si diffuse rapidamente in Malesia, dove venne attaccata la sua moneta, il ringgit.

La Malesia, guidata dal suo primo ministro Mahathir Mohamad, adottò un approccio diverso dalla Thailandia. Invece di basarsi esclusivamente sulla svalutazione, Mahathir impose controlli dei capitali. Non voleva vedere le riserve della Malesia succhiate dagli interessi finanziari occidentali. Invece dichiarò che il sistema era bloccato e che gli investitori non potevano riavere indietro i loro soldi. Il denaro sarebbe rimasto in Malesia.

Successivamente Mahathir pronunciò un discorso alla riunione del FMI. Disse: "So di prendere un grosso rischio a suggerirlo, ma il trading delle valute è inutile, improduttivo e immorale; dev'essere fermato. Bisogna renderlo illegale. Non ne abbiamo bisogno. Dobbiamo comprare denaro solo quando vogliamo finanziare un trade reale."

Mahathir continuò: "Un bel po' di persone nei media e con le tasche gonfie di denaro sembrano non apprezzare la concorrenza, o un eventuale sorpasso, dei paesi del Sud-Est asiatico, e in particolare la Malesia." Mahathir stava incolpando gli speculatori, gli hedge fund e le banche commerciali per i problemi che affliggevano la Malesia.

Due giorni dopo, lo speculatore e finanziere George Soros rispose: "Mahathir ha suggerito di vietare il trading delle valute. Quest'idea è talmente inappropriata che non merita nemmeno di essere presa in considerazione. Interferire con la convertibilità del capitale in un momento come questo è una ricetta per il disastro. Mahathir è una minaccia per il suo paese."

Il Segretario del Tesoro Rubin si trovava tra la rabbia delle nazioni sovrane, rappresentate da Mahathir, e l'indignazione dei suoi amici di Wall Street, rappresentati da Soros. Pronunciò alcune parole diplomatiche, ma le sue simpatie erano chiaramente per Soros.

I controlli dei capitali che voleva imporre Mahathir non erano accettabili per il "consenso di Washington", e questo in base alla loro visione di come dovrebbe funzionare il sistema monetario internazionale.

Quella settimana a Hong Kong mi fornì un posto in prima fila in uno dei più importanti punti di svolta nell'evoluzione del sistema monetario internazionale. Fu l'inizio del primo contagio finanziario globale post-guerra mondiale.

Il panico che ebbe inizio in Thailandia e si diffuse in Malesia, avrebbe presto fagocitato l'Indonesia e la Corea tra la fine del 1997 e l'inizio del 1998. Ci furono rivolte per le strade in entrambi i paesi e il presidente indonesiano Suharto fu costretto a dimettersi dal suo incarico dopo 30 anni di governo.

Nell'agosto 1998 il contagio colpì la Russia, la quale svalutò la sua moneta e andò in default per il suo debito interno ed estero. Questo innescò un panico globale, che ben presto travolse l'hedge fund in cui lavoravo, LTCM.

Alla fine di settembre, tutti i mercati mondiali erano sull'orlo del collasso. Wall Street organizzò un salvataggio di LTCM che negoziai io per conto dell'hedge fund. A Hong Kong non avrei mai potuto immaginare che il fuoco finanziario si sarebbe diffuso a Greenwich, Connecticut, un anno dopo, con la possibilità di bruciare tutto il mondo finanziario.

Sarebbe confortante dire che dopo il 1998 il mondo ha imparato la lezione e che una crisi come quella non potrebbe accadere di nuovo. Ma non sarebbe la verità. In realtà, il mondo sta ripetendo gli stessi errori su scala molto più grande.

La Federal Reserve ora sta allestendo la scena per un innalzamento dei tassi d'interesse. Questo renderà il dollaro ancora più forte di quanto non sia già e causerà una fuga di capitali dai mercati emergenti, mettendo un'enorme pressione al ribasso sulle loro valute e ponendo le basi per un default di massa dei mutuatari societari in quei paesi.

Ora come nel 1997 la FED è ignara di questo pericolo. Si sta preparando un contagio che la FED e la maggior parte dei partecipanti al mercato non vedono arrivare. Come nel 1997 non accadrà all'improvviso, ma si diffonderà lentamente in tutto il mondo. Tuttavia le dinamiche del contagio sono uguali.

I nodi verranno al pettine negli Stati Uniti.

Mentre osservo la situazione dei mercati emergenti, le somiglianze col 1997 sono impressionanti. Come ha detto Yogi Berra: "E' un deja vu".

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La storia di due realtà: Main Street arranca, Wall Street accelera

Lun, 18/05/2015 - 10:00




di David Stockman


Il numero più importante nelle ultime revisioni del PIL per il quarto trimestre 2014 è stato $16,200 miliardi. Questo rappresenta il valore delle vendite finali a dollari costanti e, naturalmente, non è stato menzionato in nessun servizio dei media. Ma è importante perché i dati delle vendite finali escludono il rumore delle fluttuazioni trimestrali degli inventari, e, quindi, forniscono un punto di riferimento ragionevole sull'economia globale.

In tale contesto, il secondo numero più importante è stato $14,970 miliardi — il numero delle vendite finali registrato per il quarto trimestre 2007 alla vigilia della Grande Recessione. Il tasso di variazione tra questi due numeri nel corso degli ultimi sette anni è stato dell'1.1% annuo, e incarna la storia di come Main Street stia arrancando, mentre Wall Street sia in pieno boom.

Il punto di partenza per apprezzare questa tesi, dunque, prevede la comprensione di quanto sia inutile confrontare le cifre del quarto trimestre con quelle dei trimestri precedenti — o con le cifre dei guadagni cumulati sin dal fondo della recessione nel giugno 2009. Questo tipo di confronti rappresenta l'essenza della narrazione keynesiana che viene spacciata assiduamente sia da Wall Street sia da Washington — progettata per razionalizzare lo status quo, non per chiarire la condizione reale della nostra economia nazionale.

Per quanto riguarda i confronti standard trimestre/trimestre, sono semplicemente irrilevanti e il più delle volte sono fuorvianti. Il dato trimestrale del PIL è mal aggiustato stagionalmente, pieno di stranezze di breve termine e oggetto di cosiddette revisioni future che possono cancellare le apparenti modifiche incrementali trimestre/trimestre.

Ad esempio, la componente del PIL legata alla spesa per la difesa nazionale è scesa ad un tasso annuo del 12.8% nel quarto trimestre, ma non perché Washington ha posto dei paletti al complesso militare-industriale. In realtà, quel numero riflette l'opposto — una correzione dopo un aumento uguale e contrario nel terzo trimestre. Durante tale periodo la spesa per la difesa è salita fino ad un tasso annuo del 15%, a riflesso della corsa di fine anno fiscale per spendere i dollari a disposizione del Pentagono.

Infatti, la spesa per la difesa non è cambiata di una virgola lo scorso anno. Ad un ritmo annuo di $699 miliardi nel quarto trimestre, la spesa per la difesa è stata pari a $701 miliardi nel quarto trimestre del 2013, senza quindi aggiungere o sottrarre nulla al PIL nel corso dell'anno passato. I numeri trimestrali erano solo rumore.

Ma questo non è un esempio isolato. Su base annuale, la componente del PIL rappresentata dalla sanità, che ammonta a $1,870 miliardi, è cresciuta ad un 3.7% annuo — riflettendo il fatto che l'Obamacare sta pesando sul PIL, sebbene non stia aumentando efficienza e produttività nel mondo dell'assistenza medica. Eppure, nel corso del 2014, la componente dell'assistenza sanitaria è scesa ad un tasso dell'1% nel primo trimestre e poi è salita ad un tasso annuo del 7.6% nel quarto trimestre.

Queste fluttuazioni trimestrali estreme rappresentano dislocazioni e problemi di misurazione dovuti ai radicali cambiamenti nel settore sanitario legiferato da Washington, non cambiamenti reali nella dimensione dell'economia degli Stati Uniti. E non avevano assolutamente nulla a che fare con il miglioramento della ricchezza o del benessere della nazione.

A volte queste fluttuazioni di breve termine nel PIL diventano decisamente comiche. Per esempio, a partire dalla vigilia di Natale del 2000, la FED di Greenspan inaugurò 30 mesi di stimolo durante i quali ridusse il tasso dei fondi federali dal 6.25% all'1% per scongiurare quelle che venivano definite "forti spinte recessive". E a tempo debito i cani da guardia presso il NBER avrebbero annunciato che la recessione dal marzo 2000 al novembre 2001, era stata causata da un PIL reale negativo e da fattori correlati in quel periodo.

Ooops! Durante le successive revisioni di riferimento, la recessione del 2001 è scomparsa del tutto! Come mostrato di seguito, il PIL reale nel trimestre finale della recessione è ad un livello superiore rispetto a dov'era prima che iniziasse.




Non c'è assolutamente alcuna ragione per concentrarsi sui cambiamenti di breve termine nei numeri del PIL -- date le infinite stranezze, le revisioni e le anomalie temporali sopra illustrate. In realtà, il loro unico utilizzo è quello di fornire spunti di discussione ai politici con cui vantarsi dei benefici delle loro politiche o, a seconda del caso, con cui criticare i fallimenti dei loro avversari.

Allo stesso modo, i numeri trimestrali del PIL tengono occupati gli economisti e gli strateghi di Wall Street che vanno alla ricerca di indizi utili per capire quand'è un buon momento per comprare azioni; e, soprattutto, forniscono una base sempreverde al politburo monetario per giustificare i propri sforzi cronici nella micro-gestione a breve termine dell'economia statunitense.

Ma questo ci fa capire anche che confrotnare il fondo delle recessioni rappresenta qualcosa di ben peggiore delle chiacchiere trimestrali che animano i media finanziari. Come ho già sostenuto, ci troviamo nell'era della Grande Immoderazione e non nella Grande Moderazione che Bernanke ha proclamato nel febbraio 2004.

Ciò significa che invece di un appiattimento o addirittura un ridimensionamento del ciclo economico, la politica monetaria moderna ha aggravato le fluttuazioni naturali della nostra economia capitalista. Alimentando sistematicamente le bolle finanziarie (che alla fine scoppiano), si scaraventa periodicamente l'economia di Main Street in una caduta libera durante la quale gli eccessi negli inventari e il lavoro creato artificialmente vengono bruscamente liquidati.

Ma il capitalismo non è un congegno irrazionale che vira inesorabilmente verso il collasso in assenza delle cure dello stato e della sua banca centrale. Infatti, quando vengono liquidati gli stipendi in eccesso, le capacità industriali in eccesso, gli eccessi negli inventari e altre inefficienze operative, le dinamiche ribassiste si fermano consentendo alle attività imprenditoriali di rigenerarsi e di riassegnare il lavoro e i capitali inattivi.

Nel contesto di una macroeconomia che ha raggiunto il picco del debito — e l'economia degli Stati Uniti l'ha di certo raggiunto con i suoi $58,000 miliardi di debito pubblico e privato — non esistono ragioni per "allentamenti" monetari in risposta ad una liquidazione di mercato; e certamente non esistono ragioni per i tassi d'interesse nominali a zero, i tassi reali negativi e i torrenti di liquidità stampata che abbiamo visto nel corso degli ultimi decenni.

La verità è che il FOMC non è altro che una combriccola di pupazzi. La crescita del 2% del PIL di cui si fanno fautori, non ha nulla a che fare con le loro sessioni mensili, con i fonemi che emettono dopo le riunioni o con le istruzioni che danno per gli acquisti di bond statali sul mercato aperto. Tutta questa liquidità artificiale e credito fiat non lascia mai i canyon di Wall Street.

Al contrario, l'economia di Main Street è più che capace di produrre una crescita del 2% senza alcun aiuto da parte della FED, e l'ha effettivamente fatto in modo quasi uniforme sin da quando si è conclusa la Grande Recessione — indipendentemente dalla fase in cui fosse la campagna di stampa di denaro della FED.

Alla fine la nostra banca centrale keynesiana non è altro che una macchina gonfia-bolle. Il suo denaro a buon mercato e le gravi campagne di repressione finanziaria, alimentano inesorabilmente la speculazione a leva nei mercati finanziari che distacca dalla realtà i prezzi degli asset e le relative valutazioni. Poi la bolla scoppia, come è già accaduto due volte in questo secolo — anche se la FED ne sta gonfiando una terza nei mercati finanziari, esponendoli ad un crollo ben peggiore in un futuro non troppo lontano.

Quindi il modo valido per guardare ai numeri del PIL è quello di vagliare i picchi delle varie bolle. Cioè, valutare il tasso d'espansione della produzione tra i vari crolli finanziari che sono insiti nella politica monetaria attuale.

Ed è da qui che arriva l'1.1% CAGR per quanto riguarda le vendite reali nel corso degli ultimi sette anni sin dal picco dell'ultima bolla. Rappresenta il tasso tendenziale peggiore mai registrato nel periodo post-1950.

Addirittura il periodo della bolla immobiliare/subprime dell'accoppiata Greenspan/Bernanke è stato migliore, durante il quale si è registrato un tasso annuo di crescita del 2.5% nei 7 anni dopo il picco della bolla del 2000.

Inutile dire che le precedenti "riprese" hanno generato tassi di crescita nelle vendite reali doppi o quadrupli rispetto al magro tasso tendenziale dell'1.1% registrato dopo che il crash immobiliare è stato presumibilmente "curato" con una stampa di denaro ancora più intensa. Durante i 7 anni successivi al picco dell'inflazione del 1981, per esempio, le vendite reali crebbero ad un tasso annuo del 3.6%.
Nel corso della stagflazione degli anni '70, il record fu di gran lunga migliore. Sette anni dopo il picco del 1973, questo tasso di crescita fu 3 volte superiore al tasso annuo registrato sin dal 2007.

La morale della storia è questa: dal momento che il canale della trasmissione monetaria è rotto a causa del picco del debito, l'enorme stampa di denaro della FED non ha fatto altro che reflazionare i mercati finanziari. Come mostrato di seguito, sin dall'ultimo picco l'S&P è salito del 31%.




Al contrario, l'economia di Main Street sta arrancando, facendo registrare modesti progressi con le proprie gambe — nonostante le turbolenze della finanziarizzazione e la canalizzazione dei guadagni e della ricchezza nel casinò di Wall Street. Non sorprende, dunque, se i guadagni di quelle famiglie benestanti che possiedono più dell'80% degli asset finanziari sono stati giganti.




Alla fine vi è una notevole ironia di fondo. La FED è diventata lo strumento dei liberal buonisti e keynesiani. Ma le sue politiche stanno andando esclusivamente a beneficio di Wall Street e dell'1%. Stanno ridistribuendo il reddito e la ricchezza verso l'alto, non verso il basso della società come hanno sempre sostenuto i liberal.

Inutile dire che Main Street non ha bisogno di questo tipo di "aiuto". E se la caverebbe molto meglio con le proprie gambe, se il politburo monetario si unisse ai suoi colleghi sovietici nell'aldilà delle ideologie sbagliate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La grande immoderazione: come la FED ha piantato i semi della prossima recessione

Ven, 15/05/2015 - 10:07




di David Stockman


Nel febbraio 2004 Ben Bernanke dichiarò che il ciclo economico era stata domato e si inchinò davanti alla gestione monetaria illuminata, sostenendo che fosse la fonte principale di questo sviluppo benefico. Esattamente 55 mesi più tardi terrorizzò la leadership del Congresso e il Presidente con la sua spaventosa previsione: una Grande Depressione 2.0 era proprio dietro l'angolo.

Quanto al motivo per cui si sbagliasse, Bernanke non l'ha mai detto. Né ha spiegato perché l'economia statunitense, ormai "stabile", fosse improvvisamente arrivata sul bordo di un abisso, nonostante la stampa di denaro energetica da parte della FED; il suo bilancio era cresciuto di $150 miliardi all'anno, o quasi il 4.5%, tra il febbraio 2004 e il fallimento della Lehman Brothers.




Infatti sei anni e mezzo dopo la crisi finanziaria — evento che ha sminuito la Grande Moderazione — il politburo monetario e i suoi accoliti a Wall Street non hanno offerto alcuna spiegazione coerente sul perché si profilasse l'Armageddon e il peggior ciclo economico sin dagli anni '30. Ovviamente la loro blanda scusa recitava che "la regolamentazione prudenziale" aveva fallito.

Infatti qua sotto viene raffigurata la crescita impressionante del debito delle famiglie nell'economia degli Stati Uniti tra i due eventi finanziari più importanti di questo secolo — il bust delle dotcom e la crisi Lehman. Le famiglie si sono letteralmente strafogate di prestiti durante tale periodo, tirando fuori $3 miliardi dai MEW (mortgage equity withdrawal) sui loro bancomat, ovvero, l'equity delle case. Ma affermare che questa orgia di prestiti sia stata causata da un'insufficiente vigilanza bancaria è un insulto all'intelligenza. Si potrebbe dire allo stesso modo che il "contagio finanziario" che ha alimentato la crisi, è stato causato da una misteriosa cometa proveniente dallo spazio profondo!

In realtà, i $7,000 miliardi di nuovi prestiti alle famiglie durante tal periodo — o più di tutto il debito delle famiglie alla fine del secolo scorso — sono il risultato della politica della banca centrale. Sono stati i tassi della FED all'1% e gli azzardi nel mercato azionario che hanno innescato la frenesia nel mercato immobiliare e in quello dei mutui, nonostante nel febbraio 2004 Bernanke si pavoneggiasse decantando la sua abilità di gestione.




Non avendo mai spiegato le cause della grande crisi finanziaria (GCF), o ammesso la sua complicità, la FED ha comunque raddoppiato energicamente le stesse tossine monetarie che hanno causato l'ultima crisi. Infatti, tra il crollo del settembre 2008 che Bernanke sosteneva non potesse accadere e il crollo in agguato ancora oggi, il bilancio della FED è salito del 4.5X, o ad un CAGR del 27%, per quasi sette anni consecutivi.




Così è stata pienamente gonfiata la terza bolla finanziaria più grande di questo secolo. E ci sono molteplici segni che quello che abbiamo qui è una Grande Immoderazione — uno sviluppo funesto, e non benefico, per cui può essere indubbiamente incolpata la banca centrale.

In particolare, i dati di ieri sull'impennata del rapporto tra vendite all'ingrosso/inventari (I/S ratio) non solo rappresentano un pugno allo stomaco della "velocità di fuga" per il quinto anno consecutivo; ci offrono informazioni cruciali su un problema di cui la FED non ama parlare. Vale a dire, la questione della trasmissione della politica monetaria — o la via attraverso la quale le manipolazioni del tasso d'interesse, le espansioni di bilancio e l'orientamento verbale della FED raggiungono il sistema finanziario più ampio e la macroeconomia.

Il canale della trasmissione della politica monetaria è morto stecchito, perché l'economia degli Stati Uniti ha raggiunto una condizione di picco del debito. Ma dal momento che il drappello di keynesiani presso l'Eccles Building si rifiuta di riconoscere questo fatto e persiste nel voler perseguire un massiccio stimolo monetario, è stato scavato un nuovo canale di trasmissione da quello che una volta era un sistema finanziario sano.

Chiamatelo pure "canale privilegiato dei top manager per il mercato toro". Il fatto evidente, ma mai riconosciuto nel nostro mondo dominato dalle banche centrali, è che i top manager non gestiscono più le organizzazioni e le operazioni delle loro aziende; la maggior parte di loro gestisce i prezzi azionari delle corporazioni e i propri programmi d'incentivazione.

Se volete qualche prova, vi basta guardare alla situazione degli utili netti per le società nell'S&P 500. Fino al terzo trimestre 2014 hanno generato $945 miliardi di utili netti e hanno scaraventato il 95% di questa cifra, circa $895 miliardi, nel casinò di Wall Street sotto forma di riacquisti di azioni e dividendi.

Alla luce di questi numeri mozzafiato, non credete che gli amministratori delegati abbiano in mente solo i prezzi delle azioni e i valori delle opzioni? E' ovvio che sia così, altrimenti non si spiegherebbe il numero successivo. Entro la fine dell'attuale trimestre, gli amministratori delegati e i consigli d'amministrazione avranno scaraventato la somma impressionante di $4,000 miliardi in dividendi e riacquisti di azioni, o l'85% degli utili delle 500 società più grandi con sede in America sin dal marzo 2009.

La verità è che il nuovo canale di trasmissione della politica monetaria in quest'epoca di folle stampa di denaro, è stato scavato nel casinò di Wall Street. E dopo le giganti bolle finanziarie e i bust di questo secolo — è evidente che questo nuovo canale di trasmissione sia decisamente pro-ciclico. Cioè, non attutisce il ciclo economico — lo amplifica e soprattutto ne incrementa le oscillazioni.

Come mostrato qui sotto, durante il periodo che ha preceduto la grande crisi finanziaria, è salita la quantità di denaro contante finita nel mercato azionario; e questo aumento riflette un'ampiezza di guadagno di gran lunga superiore al tasso di crescita degli utili in suddetto periodo. Ma subito dopo che l'indice S&P 500 raggiunse il picco a circa 1570 nell'ottobre del 2007, cominciò a scendere il livello dei riacquisti e dei dividendi — e poi crollarono durante la crisi finanziaria e la grande recessione del 2008-2009. Nell'ultimo trimestre del 2009 la quantità di denaro che veniva pompata nel mercato azionario era di soli $85 miliardi a trimestre, o solo un terzo rispetto al suo precedente picco.

Inutile dire che oggi la storia si sta ripetendo e il motivo non è difficile da intuire. Nel terzo trimestre del 2009, quando l'economia avrebbe iniziato a rimbalzare, le società nell'S&P 500 distribuirono solo il 63% dei loro utili netti tra dividendi e riacquisti. Per contro, cinque anni più tardi, dopo un aumento del 200% dell'indice azionario, le società nell'S&P 500 hanno distribuito $234 miliardi rispetto ai $244 miliardi di utile netto.

Proprio così. Lo scorso autunno i top manager erano preda di un sentimento rialzista tale che hanno distribuito il 96% dei guadagni agli avventori del casinò. A quanto pare i dirigenti aziendali americani risescono a pensere solo ai prezzi delle azioni e ai bonus.




Inutile dire che quando evaporeranno le "offerte d'acquisto" sostenute dal nuovo canale della trasmissione monetaria, insieme ad esse evaporeranno anche i guadagni nel mercato azionario. E, soprattutto, i punti del grafico utilizzati dai robo-trader e dai compratori durante i ribassi sono risultati inutili — causando il tipo di tonfo che si è verificato nel NASDAQ durante il marzo-aprile 2000 e quello dal crash della Lehman fino al marzo 2009.

Sfortunatamente questa storia non finisce qui. Dopo ogni bust la FED ha reflazionato il mercato finanziario mediante il finanziamento dei carry trade e le massicce iniezioni di liquidità nei canyon di Wall Street, di conseguenza l'aumento incessante delle azioni non solo ha incentivato le ondate di riacquisto di azioni e il pagamento di dividendi spropositati sopra indicati, ma ha anche causato una secondo comportamento pro-ciclico (e altrettanto controproducente).

Vale a dire, poiché i dirigenti aziendali ossessionati dalla borsa sono diventati sempre più fiduciosi nei confronti del ciclo finanziario, si sono convinti che "questa volta le cose andranno diversamente" e tale mentalità ha infettato l'intero casinò. Di conseguenza i top manager hanno allentato progressivamente i cordoni della borsa aziendale e hanno permesso l'accumulo di lavoro e produzione in eccesso con l'aspettativa che l'economia reale avrebbe presto seguito il mercato azionario.




Ad un certo punto, però, la realtà ha fatto il suo ingresso. Quando infine non si materializza il tanto aspettato boom di vendite, le aziende si ritrovano capacità in eccesso per quanto riguarda manodopera e prodotti — e vulnerabili a qualche evento sconvolgente, come il fallimento della Lehman, che innesca una forte liquidazione di questi eccessi.

Questo è in sostanza quello che sta emergendo negli attuali rapporti I/S. Come ha sottolineato Wolf Richter, all'improvviso abbiamo visto salire il rapporto I/S al livello dell'ottobre 2008.




La Grande Recessione ha rappresentato in realtà una breve ma enorme liquidazione degli inventari che avevano raggiunto un picco di saturazione alla fine del 2007. Contrariamente a quanto diceva Bernanke, il tonfo del settembre 2008 non aveva nulla a che fare con una ricaduta verso la Grande Depressione e una spirale inarrestabile in un abisso economico.

Invece, spogliati dei loro entusiasmi rialzisti grazie al crollo dei loro prezzi azionari, i dirigenti aziendali hanno liquidato gli eccessi che si erano accumulati durante la corsa dei tori Greenspan/Bernanke. Utilizzando i dati degli inventari all'ingrosso come proxy, il grafico in basso mostra che negli 80 mesi dopo il fondo dell'aprile 2002, le scorte degli inventari sono aumentate di $165 miliardi, o quasi il 60%.

Ma nei 12 mesi dopo l'agosto del 2008 era stata liquidata quasi la metà di quanto accumulato fino a quel momento. Poi si è avviato il lento processo di ricostruzione. Inoltre, il rimbalzo del novembre 2009 non aveva praticamente nulla a che fare con la stampa il denaro della FED. Alla fine del 2009, quando si era conclusa la liquidazione delle scorte degli inventari, il credito a imprese e famiglie si stava ancora contraendo — l'unica cosa che la ZIRP poteva influenzare direttamente.

Detto in altro modo, dopo aver sperimentato una paura terrificante, i top manager avevano smaltito la sbornia e la ripresa era dovuta alla capacità rigenerativa del capitalismo, non alla velocità della stampante della banca centrale.




I dati riguardo i lavori in eccesso sono quasi identici anche durante questo ciclo. Tra il settembre 2008 e il settembre 2009, i top manager spaventati hanno liquidato in fretta e furia i lavori. In quei mesi, l'indagine del BLS — sebbene di dubbia natura — stimava una riduzione media di circa 600,000 posti di lavoro al mese. Eppure negli ultimi tre mesi del 2009 era già tutto finito: il tasso di perdita dei posti di lavoro era calato a 100,000 al mese, fino a quando la manodopera in eccesso non era stata pienamente liquidata all'inizio del 2010. Anche in questo caso la stampa di denaro non ha avuto nulla a che fare con il processo di pulizia e inversione.

A quel punto, infatti, il capitalismo americano avrebbe potuto guarire sé stesso e iniziare una lunga marcia verso una crescita sostenibile e guadagni reali di ricchezza, ma il politburo monetario non voleva niente di tutto ciò.

Il resto è storia — che si ripete. La FED e le altre banche centrali di tutto il mondo hanno fomentato una nuova e ancor più virulenta bolla finanziaria. I top manager sono andati ancora una volta su di giri e ancora una volta hanno permesso l'accumularsi di scorte in eccesso tra beni e lavori. Ecco perché il BLS continua a riportare creazioni di lavori ogni mese.

Ma tali lavori non sono la prova di una velocità di fuga, di una ripresa sostenibile o il nirvana keynesiano della piena occupazione permanente.

No, è solamente l'ennesimo scoppio della Grande Immoderazione. E sappiamo già che cosa accadrà dopo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Tre catalizzatori per il prezzo dell'oro

Gio, 14/05/2015 - 10:06




di James Rickards


Gli investitori hanno capito da tempo che l'oro rappresenta un'eccellente copertura contro l'inflazione. L'analisi è semplice. L'inflazione è causata, in parte, da un eccesso di stampa di denaro da parte delle banche centrali; cosa che le banche centrali possono fare all'infinito. D'altra parte, l'oro è scarso e costoso da produrre. Si trova in piccole quantità.

La crescita totale dell'offerta d'oro a livello mondiale è di circa 1.5% all'anno e ultimamente ha rallentato alquanto. Confrontatela con la crescita del 400% della base monetaria sin dal 2008, capirete quindi che ci sono molti più soldi a caccia di una piccola quantità d'oro e tale situazione farà salire il prezzo in dollari dell'oro.

Ma questo non sarà l'unico elemento motore dei prezzi dell'oro. Ci sono almeno altri tre catalizzatori – estrema deflazione, panico finanziario e tassi d'interesse reali negativi. Un breve sguardo a tutti e tre ci darà una più robusta comprensione del potenziale insito nei prezzi dell'oro.

Una deflazione lieve potrebbe indurre una diminuzione del prezzo nominale dell'oro, ciononostante potrebbe ancora superare altre classi di asset che scenderebbero ancora di più. Ma una deflazione estrema, diciamo il 5+% l'anno nell'arco di diversi anni, è il peggior incubo di una banca centrale.

Questo tipo di deflazione distrugge i proventi erariali in quanto i guadagni per gli individui si palesano sotto forma di prezzi più bassi, non salari elevati, e gli stati non possono diminuire le tasse.

La deflazione aumenta anche il valore reale del debito, il che ne rende più difficile il rimborso per individui, aziende e stati. Di conseguenza aumentano i default e le perdite ricadono sul sistema bancario che deve poi essere salvato dalla FED.

Questa combinazione letale di minori proventi erariali, oneri del debito più elevati e banche in fallimento, è il motivo per cui la FED combatterà la deflazione con tutti gli strumenti a sua disposizione.

Finora la FED ha cercato di allontanare la deflazione utilizzando il suo manuale dell'inflazione che comprende tagli dei tassi, stampa di denaro, guerre valutarie, forward guidance e Operation Twist. Tutte queste cose hanno fallito. L'economia è ancora nella morsa della deflazione. Ma quando tutto il resto fallisce, le banche centrali possono innescare l'inflazione in cinque minuti decidendo semplicemente di fissare il prezzo dell'oro a, diciamo, $3,000 l'oncia.

La FED potrebbe bloccare il prezzo acquistando oro a $2,950/oz. e vendendolo a $3,050/oz., diventando a tutti gli effetti un market maker con una banda del 3.3% intorno al prezzo indicativo.

Se la FED facesse tutto questo, tutti gli altri prezzi, tra cui l'argento, il petrolio e altre materie prime, si adeguerebbero rapidamente al nuovo livello dei prezzi generando un'inflazione generale del 150% – problema risolto! Non vedetelo come un "aumento" del prezzo dell'oro; è una svalutazione del 60% del dollaro misurato in oro.

Se questo vi sembra inverosimile, pensateci due volte. Qualcosa di simile è accaduto due volte negli ultimi 80 anni; nel 1933-1934 e nel 1971-1980.

Il secondo scenario in cui i prezzi dell'oro aumenterebbero, prevede un panico finanziario. Ciò non si baserebbe su nessuna analisi tecnica; si tratterebbe di una semplice reazione comportamentale alla paura, all'estrema incertezza e all'avversione degli investitori per le perdite. Quando sta per iniziare un panico, l'oro spesso cala leggermente di prezzo poiché i player indebitati e le mani deboli lo vendono per raccogliere denaro e soddisfare le margin call.

Ma emergono subito le mani forti e l'oro sale fino a che il panico non si placa. Può anche raggiungere un plateau superiore, ciononostante viene soddisfatto l'obiettivo di preservare la propria ricchezza quando le altre classi di asset finiscono nel caos.

Il terzo elemento motore è un contesto di tassi d'interesse reali negativi. Questa è una condizione in cui il tasso d'inflazione è superiore al tasso d'interesse nominale di qualche strumento finanziario. Per questo confronto io uso il decennale USA.

In questo momento i tassi reali sono positivi, in quanto i rendimenti dei decennali sono di circa il 2% e l'inflazione è leggermente negativa. Si tratta di un vento contrario per l'oro, ma la FED è determinata a generare inflazione mantenendo un coperchio sui tassi del Tesoro attraverso la repressione finanziaria. La FED vuole tassi reali negativi per incoraggiare gli "spiriti animali." Gli investitori sanno che di solito non è intelligente mettersi contro la FED. In ogni caso, la FED continua a provarci, cosa che potrebbe peggiorare le bolle speculative.

Quindi l'oro performa bene quando c'è inflazione, estrema deflazione, panico e un contesto di tassi reali negativi. C'è uno scenario in cui l'oro non performa bene? Sì. Se la FED riesce ad effettuare un atterraggio morbido con una crescita tendenziale del 3+% duraturo, se evita la deflazione, se evita l'inflazione e se riesce ad avere una curva dei rendimenti con tassi reali positivi, allora l'oro non avrà alcun motivo immediato per salire. È possibile?

Sì, ma è altamente improbabile. La deflazione è il pericolo immediato. Combattere la deflazione significa premere con decisione sul pedale inflazionistico. Le bolle sono ovunque e potrebbero scoppiare in qualsiasi momento conducendo ad un panico.

Non ci sarà alcuna crescita senza modifiche strutturali nell'economia, che tra l'altro sono precluse da un sistema politico disfunzionale. Anche se emergesse uno scenario roseo per la FED, l'oro potrebbe ancora sperimentare un rally grazie agli acquisti esteri, ad un'offerta di lingotti fisici in calo e al potenziale di uno short squeeze.

In breve, tutti i possibili risultati finanziari fin qui discussi suggeriscono l'inclusione dell'oro nel vostro portfolio. Ci sono molti modi per possedere oro o avere un'esposizione al prezzo dell'oro (es. lingotti fisici, ETF, derivati, azioni minerarie, gold royalty trust, ecc.).

Se non l'avete già, vi consiglio una possesso del 10% d'oro fisico. La conservazione dev'essere affidata ad un caveau assicurato e senza contatti con le banche, o potete semplicemente fare affidamento ad una cassaforte in casa. Per essere più sicuri, è meglio non dire a nessuno che possedete monete d'oro.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/