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Francesco Simoncellinoreply@blogger.comBlogger1514125
Aggiornato: 1 ora 20 min fa

Ora più che mai non c'è bisogno di ripetere gli errori di Keynes, parte #1

Ven, 08/05/2015 - 10:07




di Francesco Simoncelli


La pubblicazione di questo saggio sul keynesismo è stata stimolata dalla mole di sciocchezze che sovente mi tocca leggere in giro per il web. Là fuori ci sono ancora ferventi sostenitori di una teoria accademicamente accettata, ma scarsamente compresa. Forse perché mai letta. Forse perché l'autore è stato coscenziosamente opaco nell'esposizione delle sue idee ponendole ad un rischio prevedibile di distorsione. L'unico indizio a supporto di questa tesi sarebbe la sua volontà di "fare ammenda" nell'ultima parte della sua vita, come ci ricorda Hayek, ma l'eredità che ci ha lasciato è identificabile la sua opera del 1936, The General Theory.

Non lasciatevi ingannare, a causa della sua opacità e delle sue contraddizioni, negli anni in cui divenne presumibilmente famoso la sua era una semplice estensione delle strategie messe in campo da vari governi dell'epoca. La crisi degli anni '30 stava lasciando il segno e le politiche messe in campo dai politici dell'epoca erano controproducenti e sequenzialmente fallimentari. Keynes, in realtà, funse da spalla di Roosevelt andando a giustificare dal punto di vista accademico quanto finora messo in campo dalla sua amministrazione. Il keynesismo nasce dalle ceneri dei fallimenti e degli interventi degli stati nell'economia e nella vita dei loro sottoposti, una sorta di bollino di garanzia a tutta una serie di ricette che solo coloro facenti parte della classe dirigente potevano implementare. E' per questo che nel corso del tempo vari intellettuali si sono dovuti prendere la briga di "riproporre" le tesi keynesiane in chiave moderna.

A questo proposito Economics di Paul Samuelson è servito a questo scopo. L'attuale richiesta dei neo-keynesiani per un ritorno al Keynes "originale" è futile, nonché decisamente fuori luogo. Perché? Perché non hanno capito Keynes o non hanno letto la General Theory. Ignorano come quel manoscritto fosse stato ideato per quei tempi. Ignorano di come ci fosse la necessità di distaccare l'establishment accademico da quella che era una teoria economica orientata al liberalismo classico. Keynes e i neo-keynesiani non sono altro che la progenie deforme di uno strappo tra economia di mercato ed economia pianificata avvenuto precisamente nel 1913. In questo modo bisognava addolcire il passaggio tra i due guadi, c'era bisogno di qualcosa che giustificasse una sorta di interventismo soft nell'economia. C'era bisogno delle basi per questo interventismo soft.

Queste basi non esistevano nel 1921, quando la depressione più breve della storia economica statunitense post-1913 relegò ad un ruolo passivo la banca centrale americana. I successori di Keynes, sfruttando la sua opacità d'esposizione, hanno trasformato l'interventismo soft in un intervenstismo hard. Vorrebbero tornare ad un interventismo soft. Non è possibile. Ignorano cosa voglia dire fornire allo stato giustificazioni affinché possa espandere la propria influenza. Ce lo spiega la legge di Parkinson sulla burocrazia: lo stato amplierà il suo raggio d'azione in base al tempo che i burocrati dovranno impiegare per svolgere determinati lavori. Quanto ci vuole, al giorno d'oggi, per aggiustare le crisi economiche? "Tutto il tempo necessario", ci viene ripetuto. Questo significa che, al giorno d'oggi, la sfera d'azione dello stato è praticamente infinita. Non c'è modo di invertire questa situazione a meno di andare in bancarotta.

Ciò, alla fine, sarà inevitabile.

Sebbene sia ormai alquanto futile continuare ad attaccare Keynes, è giusto fornire al lettore il motivo per cui fu sbagliato in primo luogo dar retta alle sue tesi. Al giorno d'oggi i suoi dettami sono stati sottoposti a forti dosi di steroidi, ma non mancano ingenui dell'ultim'ora che decantano le lodi di questa figura accademica sbandierando la necessità di applicare le cosiddette "tesi originali". La maggior parte delle volte sono neo-laureati in economia, il cui compito è quello di difendere la gilda che li ha accreditati. E' comprensibile. Invece è fuorviante per quel lettore che si lascia raggirare dalle parole infuse di supponenza per via dell'accreditamento statale. Le loro, in realtà, sono solo chiacchiere e distintivo. Potete ignorarle.

Il keynesismo e le sue evoluzioni hanno gettato le basi affinché la classe dirigente potesse promettere la luna agli elettori. Ora quest'ultimi imporranno alla prima di mantenere le promesse. Il ritorno ad un interventismo soft non farà calmare le acque. Le promesse sono troppo onerose. La classe dirigente lo sa, quindi deve continuare a fingere. Gli elettori lo sanno, quindi ne chiedono di più visto che è l'unico modo affinché gli assegni mensili dello stato arrivino nella cassetta delle lettere. Gli unici ad ignorarlo sono coloro nel mondo accademico. Vivono in un mondo a parte. Credono che esista un freno da qualche parte che possa impedire alla legge di Parkinson di fare il suo corso. Si sbagliano. Sono ingenui. Il primo di questi ingenui è stato proprio Keynes.



IL BACKGROUND FILOSOFICO

Prima di analizzare criticamente le idee di Keynes, capiamo chi fosse realmente e come sviluppò le sue idee. In primo luogo, egli era un grande estimatore di Edmund Burke. Fu da quest'ultimo che pose le basi per generare i concetti politici che sarebbero stati inclusi nella General Theory. Da Burke ereditò il suo disprezzo per i principi astratti, in particolar modo i diritti individuali. Il filosofo irlandese credeva che i diritti individuali avessero un "difetto pratico", ovvero, quello di essere astratti e che in tal modo dovessero essere concessi da un ente più saggio.

[...] Lo stato non è creato in virtù dei diritti naturali, i quali possono esistere in totale indipendenza da esso e la loro esistenza è decisamente ricondubile ad una chiara e perfetta astrazione; ma tale astrazione perfetta è il loro difetto pratico. Avendo diritto su ogni cosa, vogliono ogni cosa. Lo stato è un artificio della saggezza umana affinché fornisca agli uomini ciò che vogliono. Gli uomini hanno il diritto che i loro desideri vengano soddisfatti attraverso suddetta saggezza.[1]
Burke, infatti, non credeva nell'azione dei singoli individui, poiché decisamente imprevedibile ai suoi occhi. La necessità di stabilità ed equilibrio erano costanti raggiungibili solamente tramite un dominio saggio e profondamente consapevole della natura umana, e tale dominio era esclusivamente appartenente allo stato. Affinché quest'ultimo potesse offrire i consigli più saggi, doveva fare affidamento su una schiera di esperti di vari settori. In questo scenario i diritti individuali erano una sorta di intralcio per lo stato, il quale attraverso la sua saggezza doveva dosarne la disponibilità affinché si potesse vivere nel migliore dei mondi possibile. Tale approccio favoriva l'aggregato piuttosto che la singola unità. Keynes, infatti, riprese da Burke anche questo feticismo per la classe dirigente. Per l'economista inglese, infatti, l'integrità della classe dirigente era il pre-requisito fondamentale affinché la saggezza burkiana potesse diffondersi al resto della società.

Infine, la denigrazione delle singole unità da parte di Burke, fondava le sue basi sulla presunta imprevedibilità delle azioni dei singoli. I diritti individuali erano una responsabilità troppo grande da poter essere lasciata nelle mani dei singoli individui, poiché in futuro non si poteva sapere a che rischi si sarebbe andati incontro. Di conseguenza la saggezza dello stato doveva ovviare a questa inconvenienza. E qui potete ben capire come Keynes sviluppò la sua predilezione per il breve termine rispetto al lungo termine, in cui lo stato avrebbe dovuto assicurare una certa stabilità della società nel breve termine senza dedicare un minimo pensiero ai rischi futuri.

Non solo Burke, in questa lista possiamo aggiungerci anche Thomas Malthus dal quale ereditò il suo disprezzo nei confronti della "classe borghese". Keynes ce l'aveva a morte con questa classe, soprattutto con la sua moralità. In questo caso particolare, Malthus sosteneva che la società necessitava di una ridistribuzione più equa della ricchezza affinché si potessero scongiurare stagnazioni e recessioni. E indovinate un po'? Egli predicava la necessità di lavori pubblici per la classe operaia in modo da alleviarne le sofferenze.

[...] Per assistere le classi operaie del nostro periodo, è desiderabile impiegarle in lavori improduttivi, o metterle comunque a lavoro, i cui risoltati non sono prodotti che si possono vendere, come strade o altri lavori pubblici.[2]
Queste sono le figure che influenzarono più di tutte il pensiero e la filosofia alla base del keynesismo. Noterete quindi il forte spicco verso una tendenza all'intervento attivo nel mercato da parte di persone presumibilmente "superiori" in integrità morale e mentale; e Keynes si considerava tra di esse, per di più la plausibilità di questa tesi lo portò ad affermare la famosa frase "il gold standard è una reliquia barbarica". Perché avere questo artefatto del passato quando ci si poteva affidare a persone in carne ed ossa capaci di traghettare la società verso gli stessi lidi, se non superiori, che fino a quel momento erano stati raggiunti grazie ad una prosperità senza precedenti nella storia umana? Tutto ciò di cui c'era bisogno era un gruppo di persone degne di fiducia. Affidabili. In realtà Keynes era solamente un arrogante e un bugiardo. Pensate che una volta disse ad Hayek che se il ciclo economico fosse andato troppo oltre tra inflazione e debito pubblico, gli sarebbe bastato schioccare le dita per far cambiare le cose.

Purtroppo Keynes è morto, o forse non è riuscito a schioccare le dita in tempo, lasciandoci in eredità il suo lungo termine. Tra l'altro, recensì il libro di Mises, The Theory of Money and Credit, dicendo che sebbene il libro fosse interessante conteneva solamente idee datate. Poi, in Treatise on Money, ammise con leggerezza di non saper leggere il tedesco e quindi non comprendere se fosse stata pubblicata qualche nuova idea in campo economico. Ma l'apice della sua presuntuosità la raggiunse nella General Theory, in cui ammise candidamente che nessun economista prima di lui si adoperò per analizzare il problema della disoccupazione e quindi trovarne cause, rimedi e soluzioni.



UNA BREVE PANORAMICA SULLA GENERAL THEORY: LA DISOCCUPAZIONE

[...] È ovvio tuttavia che se la teoria classica è applicabile soltanto al caso di occupazione piena, è errato applicarla ai problemi della disoccupazione involontaria – ammesso che questa esista, cosa che nessuno vorrà negare. I teorici classici assomigliano a geometri euclidei in un mondo non-euclideo, i quali, scoprendo che nell’esperienza due rette apparentemente parallele spesso si incontrano, rimproverassero alle linee di non mantenersi diritte, come unico rimedio alle disgraziate collisioni che si verificano; mentre in realtà non vi è altro rimedio che respingere l’assioma delle parallele e costruire una geometria non-euclidea. In economia occorre oggi qualcosa di simile: dobbiamo respingere il secondo postulato della dottrina classica ed elaborare il comportamento di un sistema in cui è possibile la disoccupazione involontaria in senso stretto.[3]
Iniziamo, quindi, con il punto più importante riportato nella Teoria Generale di Keynes: la disoccupazione. Il problema principale quando uscì il suo manoscritto era proprio la disoccupazione, soprattutto negli Stati Uniti. Nella sua ricostruzione, Keynes vuole trovare possibili falle nella teoria della disoccupazione classica in modo da proporne una nuova con la quale curare i malanni in cui erano finite le economie mondiali. Ma non ci riesce. Anzi, ci riesce travisando la realtà. Infatti egli afferma che la teoria classica fallisce nel comprendere come una disoccupazione involontaria sia in realtà possibile in un ambiente di libero mercato. E' da questo errore di fondo che egli elabora tutta la sua teoria dell'occupazione, presupponendo che un mercato non ostacolato possa contenere al suo interno sacche di disoccupazione involontarie e ciononostante raggiungere "un equilibrio".

In realtà, quello di Keynes è un controsenso. E' un escamotage. E' un presupposto affinché si possa dare licenza ad uno stato "illuminato" di riempire quelle aree del mercato afflitte dalla "piaga" della disoccupazione. Inoltre, avendo una repulsione per i diritti individuali, Keynes non si preoccupa dei desideri insiti nei vari attori di mercato. E' come se le persone fossero solamente dei robot che agiscono mosse dai sapienti fili di persone presumibilmente superiori dal punto di vista intellettuale. Cerchiamo quindi di capire cosa voglia dire disoccupazione volontaria e involontaria.

In un mercato non ostacolato, gli attori di mercato entrano in contatto con altri attori di mercato e in modo volontario concludono degli accordi. Che si tratti di beni scambiati o prestazioni lavorative, esiste ogni giorno una grande asta nella quale siamo immersi e nella quale operiamo degli scambi. Per quanto riguarda le prestazioni lavorative, abbiamo a che fare con domanda e offerta. Inoltre bisogna anche tenere conto delle preferenze individuali di ogni singolo attore di mercato, il quale pondera la situazione che gli si presenta davanti e decide come comportarsi di conseguenza. Nel caso di un lavoro deve scegliere, principalmente, tra essere occupato ad un determinato salario oppure continuare a consumare la disutilità del lavoro. Anche quest'ultimo è un bene di consumo e possiamo dire che diventa preferibile all'aumentare del benessere all'interno della società. Gli imprenditori, dal loro canto, offriranno salari in base al valore marginale dei prodotti sfornati dai lavoratori. Maggiore sarà il valore, maggiore saranno i salari.

Oltre al consumo della disutilità del lavoro, o per meglio dire, la rinuncia volontaria a svolgere un particolare lavoro, esiste anche la possibilità che l'attore di mercato diventi "impiegato di sé stesso". Ovvero, scelga di intraprendere un'attività munito solamente delle sue capacità senza l'utilizzo di ulteriore aiuto umano. In entrambi i casi, quindi, stiamo parlando di disoccupazione volontaria. E questa è l'unica disoccupazione che può esistere in un mercato non ostacolato, dal momento che le scelte individuali contano enormemente nella decisione ultima di essere impiegati alle dipendenze di qualcuno oppure avviare un'attività in proprio oppure rimanere inattivi per scelta. Ovviamente potremmo parlare di disoccupazione "involontaria" se dall'oggi al domani mi mettessi in testa di voler fare a tutti i costi l'astronauta senza aver mai aperto un libro di fisica. Mi rendo conto che è un esempio al limite, ma è necessario per far notare come non stiamo parlando di forze avulse dalla realtà, bensì di scelte ponderate e ragionate in base alle quali si concludono determinati scambi.

La disoccupazione che aveva in mente Keynes, invece, e per la quale vuole trovare una soluzione attraverso l'enunciazione di una teoria che si distacchi da quella classica, riguarda un perturbamento del mercato: non più un mercato NON ostacolato, bensì un mercato ostacolato. Un esempio in tal senso lo ritroviamo nei controlli dei prezzi emanati dagli stati, più in particolare i cosiddetti salari minimi. In questo modo si impedisce agli attori di mercato di concludere le proprie transazioni in base ad accordi volontari, impedendo ai lavoratori meno capaci di poter accedere al mondo del lavoro. Quale fu quel corpus di leggi che negli anni '30 rappresentò un'enorme intrusione dello stato nella vita degli attori di mercato? Il New Deal.

[...] Non c'è alcun dubbio che Roosevelt cambiò in peggio il carattere del governo americano. Molte delle riforme degli anni '30 sono in vigore ancora oggi: ripartizione degli acri di terreno, supporto dei prezzi e controllo del marketing nell'agricoltura, ampia regolamentazione dei titoli di proprietà privata, intrusione federale nelle relazioni sindacali, prestiti e assicurazioni statali, salario minimo, indennità di disoccupazione nazionale, Previdenza Sociale, assegni provenienti dai programmi di welfare, produzione e vendita di energia elettrica da parte del governo federale, denaro fiat -- l'elenco va avanti.[4]
Qui non stiamo più parlando di un pinco pallino qualunque che vorrebbe fare l'astronauta senza aver aperto un libro di fisica, ma, ad esempio, delle nuove leve nel mercato del lavoro che richiederebbero un salario inferiore rispetto a quello imposto sul mercato per contribuire con la loro utilità marginale alla produzione. Durante un ciclo economico, infatti, viene liquidata quella domanda di lavoro basata su investimenti improduttivi, di conseguenza la struttura economica ha bisogno di tempo per riallocare secondo i desideri più urgenti degli individui tutte le risorse inattive che vengono a generarsi nel processo. Il New Deal aveva lo scopo di impedire questa liquidazione della domanda, creando un mercato artificiale per lavoratori la cui utilità marginale sarebbe stata meglio utilizzata in altri campi.

E' questa intromissione che crea disoccupazione involontaria, non un presunto fallimento del mercato di re-indirizzare la forza lavoro altrove. Infatti Keynes lo sapeva bene. Sapeva che quella che lui chiamava disoccupazione "involontaria" altro non era che un effetto del ciclo economico ripulente degli errori economici del passato. Ma nel suo delirio di onniscienza era convinto di poter ideare un modello economico "nuovo" col quale rendere sostenibile un'intromissione dello politiche pianificatrici nelle transazioni volontarie degli attori di mercato. In poche parole voleva ribaltare la realtà e modellarla a suo piacimento. Il tentativo di Keynes mirava a produrre un ambiente economico in linea con quello ideato dalla classe dirigente la quale, si presumeva, avesse a cure il bene della società.

Sono disposto a concedere la possibilità della benevolenza, ma ciò non toglie che la disoccupazione involontaria come proposta da Keynes era un ribaltamento della realtà. A meno di non voler concepire campi di lavoro forzati, la piena occupazione è un'utopia. Perché? Perché in un mercato non ostacolato qualsiasi sia il livello di occupazione è sempre quello ottimale. Keynes parlava di equilibri nella disoccupazione, ma continuava ad insistere nel voler travisare la realtà e modellarla a suo piacimento. In un mercato non ostacolato non esistono equilibri, questo è un concetto utilizzato dalla propaganda di coloro che vorrebbero spacciare la favola di un'economia gestibile centralmente; esistono flussi dinamici che informano gli attori di mercato su quali siano i parametri migliori con cui concludere un affare.

Quindi, a differenza dell'esposizione di Keynes, la disoccupazione è un fenomeno sempre volontario... in un mercato non ostacolato. Se invece abbiamo a che fare, ad esempio, con un salario minimo o un'indennità di disoccupazione parliamo di mercato ostacolato, e di conseguenza la disoccupazione risultante non sarà affatto volontaria. Mises la chiamava disoccupazione "istituzionale", poiché gli individui vengono incentivati artificialmente dalle istituzioni a preferire la disutilità del lavoro rispetto al lavoro. L'obiettivo di Keynes, quindi, era quello di fornire una teoria "nuova" in base alle nuove disposizioni intromissive statali, andandole a giustificare.

In conclusione, la cosiddetta disoccupazione involontaria è possibile quando un libero mercato viene distorto da un'istituzione che esercita il controllo su una serie di scambi volontari. Imponendo un salario minimo superiore al valore della produzione marginale, l'istituzione centrale proibisce il buon fine di uno scambio tra un lavoratore e un datore di lavoro. In questo modo il lavoratore diviene disoccupato involontariamente e il datore di lavoro deve disporre i fattori di produzione in usi meno produttivi. Presupporre, inoltre, come fa Keynes, di poter agognare ad una sorta di "equilibrio", significa assenza di ulteriori cambiamenti nell'ambiente di mercato; significa che tutte le azioni degli attori di mercato sono ininfluenti; significa che tutti i fattori di produzione, incluso il lavoro, sono impiegati nell'uso migliore possibile per fare le stesse cose. Credere una cosa del genere vuol dire l'annullamento delle facoltà cognitive e celebrali degli attori di mercato. Una contraddizione in termini.



UNA BREVE PANORAMICA SULLA GENERAL THEORY: IL DENARO

[...] Perciò l’importanza della moneta deriva essenzialmente dal fatto che essa è un anello fra il presente e il futuro. Possiamo considerare quale distribuzione di risorse fra diversi impieghi sarà compatibile con l’equilibrio sotto l’influenza dei moventi economici normali in un mondo nel quale le nostre opinioni riguardo al futuro siano fisse e diano affidamento sotto ogni aspetto; forse con un’ulteriore divisione fra un’economia che non cambia ed un’economia soggetta a variazioni, ma nella quale ogni cosa sia prevista fin dall’inizio. Oppure possiamo passare da questa propedeutica semplificata ai problemi del mondo reale, nel quale le nostre aspettative precedenti sono passibili di andar deluse e le aspettative concernenti il futuro influiscono su quello che facciamo oggi. È quando abbiamo compiuto questa transizione che devono entrare nei nostri calcoli le proprietà peculiari della moneta come anello fra il presente e il futuro. Ma sebbene la teoria dell’equilibrio mobile debba essere necessariamente sviluppata in termini di un’economia monetaria, essa rimane una teoria del valore e della distribuzione e non una «teoria della moneta» separata. La moneta, nei suoi attributi significativi, è soprattutto un sottile espediente per legare il presente al futuro; e non possiamo nemmeno cominciare a discutere l’effetto di aspettative mutevoli sulle attività correnti se non in termini monetari.[5]
Qui Keynes, perseguendo la sua idolatria per Burke, tenta di collegare il denaro ad una prospettiva temporale. Così facendo sta cercando di convincere il lettore che attraverso la moneta si possono in qualche modo controllare le azioni presenti degli individui in modo da permettere al solito bacino di sapienti nel governo di trovare soluzioni ai malanni economici. Ma è inconcepibile l'affermazione proposta da Keynes, perché significherebbe che la moneta sia una sorta di essere vivente. Gli attori di mercato, infatti, quando devono impegnarsi in uno scambio lo fanno attraverso una serie di azioni. Il concetto di azione presuppone, infatti, un suo inizio nel presente e una sua conclusione nel futuro. L'attore di mercato agente, attraverso la propositività delle sue azioni, non fa altro che affermare la propria vita e la continuità della stessa ogni qual volta ricorre all'azione. L'anello, in realtà, che lega l'inizio della sua azione nel presente e ne permette la conclusione nel futuro è la preferenza temporale. Attraverso i suoi bisogni e i suoi desideri egli stila un elenco di priorità a cui deve far fronte per permettere alla propria vita di continuare e di migliorarne le condizioni. Presente e futuro in quest'ottica rappresentano una catena di eventi e azioni che lo porteranno a soddisfare progressivamente le sue necessità secondo le sue priorità. Anche se dovessimo supporre che il fine ultimo di un determinato attore di mercato sia quello di arrivare un giorno ad avere enormi quantitativi di denaro, anche così il denaro non sarebbe affatto classificabile nel modo in cui Keynes lo classificò. Il fine ultimo di questo presunto attore di mercato, infatti, sarebbe il miglioramento finale della sua esistenza, raggiungibile attraverso investimenti oculati e produttivi.

Il denaro, infatti, non è altro che un mezzo di scambio. Serve solamente come merce intermedia per entrare in possesso di quei beni posseduti da altri che ci fanno gola. Non possiamo nemmeno dire che il denaro serve a combattere l'incertezza del futuro, perché, in realtà, essa è possibile scongiurarla solo attraverso una produzione di beni e servizi superiore. E' stata la specializzazione e una divisione del lavoro più ramificata che hanno permesso agli attori di mercato di produrre una quantità sempre crescente di beni e servizi con cui soddisfare i desideri di tutti gli altri attori di mercato. Il denaro è servito solamente come "facilitatore" degli scambi, andando ad eliminare uno dei limiti più fastidiosi dello scambio indiretto.[6] Infatti non è stata la quantità di una particolare merce a farla diventare "denaro", bensì la sua commerciabilità. Il valore d'uso viene acquisito da una particolare merce attraverso lo storico delle sue transazioni. La frequenza con cui viene scambiata all'interno della società segnala al mercato un'utilità nascosta di tale merce che può essere sfruttata per velocizzare gli scambi tra attori che dovrebbero passare per altre merci prima di soddisfare il loro bisogno di entrare in possesso degli oggetti che vogliono a vicenda. All'apparenza sembra che in questo modo la merce più commerciata abbia una sorta di valore intrinseco, ma così non è.

Più velocizza gli scambi, più la produttività aumenta all'interno di un determinato tessuto economico. Fin qui di questioni temporali non ne abbiamo trovate. Abbiamo solo compreso come il denaro non sia altro che un mezzo di scambio capace di permettere agli attori di mercato di velocizzare i propri scambi. In questo modo possono dedicare più risorse temporali e materiali alla produzione di beni e servizi, aumentandone la varietà e la prestigiosità. Infatti sarà la preferenza temporale degli attori di mercato e i loro set di valori che fungeranno da sestanti per investimenti e consumi.

Ciononostante il denaro rimane pur sempre una merce di mercato, e questo significa essere soggetta alle stesse leggi che la influenzavano prima della sua "nomina" a denaro. Ad esempio, domanda e offerta.

[...] I beni sono utili e scarsi, e ogni loro incremento rappresenta un beneficio sociale. Ma il denaro è utile non direttamente, solo negli scambi [...]. Quando c'è poco denaro, sale il valore di scambio dell'unità monetaria; quando c'è troppo denaro, scende il valore di scambio dell'unità monetaria. Possiamo concludere che non esiste qualcosa come "troppo" o "troppo poco" denaro, qualunque sia lo stock di moneta i benefici del denaro sono sempre utilizzati alla loro massima estensione.[7]Sembrerebbe che le ragioni comunemente avanzate come prova che la quantità del mezzo di scambio in circolazione dovrebbe variare al variare della produzione (se aumenta o diminuisce) siano interamente infondate. Sembrerebbe anche che la caduta dei prezzi proporzionale all'aumento della produttività, che necessariamente accade quando la quantità di denaro rimane la stessa e la produzione aumenta, non sia interamente pericolosa, ma infatti il solo mezzo per evitare maldirezionamenti della produzione.[8]
Queste due citazioni ci informano che una volta che una merce diviene denaro, qualunque sia la sua offerta affronterà sempre al meglio il suo ruolo di mezzo di scambio. Questo, ovviamente, non vuol dire "importunare" artificialmente l'offerta di denaro in qualsiasi momento. Keynes infatti, sebbene sostenitore della teoria quantitativa della moneta enunciata da Irving Fisher,[9] riteneva che il solito gruppo di "sapienti" potesse essere in grado nel breve termine di controllare a piacimento la quantità di moneta in modo da alleviare i malanni legati all'occupazione.

[...] Una prima conclusione molto importante è che «l’inflazione è ingiusta e la deflazione è dannosa. Delle due […] la deflazione è forse la peggiore perché, in un mondo impoverito, è peggio provocare la disoccupazione che disilludere i rentiers». L’inflazione non risana, se non a prezzo di gravi iniquità, le finanze pubbliche; per tale scopo è meglio utilizzare un’imposta sui capitali. Non è opportuno far troppo affidamento su quanto sembra affermare la teoria quantitativa, cioè che per avere prezzi stabili basta tenere ferma la quantità di moneta. Ciò è probabilmente vero per il lungo periodo. Ma, dice Keynes, «nel lungo periodo siamo tutti morti». Piuttosto che limitarsi a tenere ferma la quantità di moneta, è molto più sensato regolarla in funzione degli andamenti di breve periodo del credito e dell’attività produttiva.[10]
Keynes, quindi, confonde la neutralità dell'offerta di moneta quando lasciata alle forze di mercato (es. domanda/offerta) con la presunta neutralità di aggiungere nuove unità di moneta nel breve periodo da parte di un gruppo di sapienti. In realtà, in questo modo avrebbe fornito la giustificazione per le azioni compiute dalla FED allo scoppio della crisi del '29, la quale cercò di sostenere una parte del settore bancario commerciale nello sforzo di renderlo solvibile agli occhi del mercato. Era questo il suo compito: contorcere la realtà per farle assumere l'aspetto desiderato dai pianificatori centrali. Ma non si distacca marcatamente dal pensiero classico, conservandone ancora alcune vestigia. Il suo è un tentativo di giustificare l'operato dello stato nei casi "d'emergenza", affermando di come potesse essere in grado di attuare una strategia d'uscita soddisfacente da situazioni critiche. Problema: se allo stato viene dato un dito, finisce per prendersi tutto il braccio. Voglio pensare che Keynes lo ignorasse. Questo fu un grosso errore da parte sua. Diversamente da lui, però, non possono essere giustificati i suoi successori che non fecero altro che rincarare la dose: giustificarono un'interferenza maggiore dello stato nell'economia. I risultati di queste giustificazioni sequenziali possiamo saggiarle osservando il caos economico odierno.

Se, infatti, l'offerta di moneta viene perturbata artificialmente, ad esempio, viene aumentata artificialmente, avremo un aumento di prezzi e salari. Non subito, ma dopo un certo lasso di tempo e in modo scomposto, non lineare. Pertanto un aumento artificiale dell'offerta di moneta cambia sempre i prezzi relativi e altera la ditribuzione dei redditi e della ricchezza, quindi non c'è nulla di neutrale qui. Inoltre, se tale espansione artificiale avviene attraverso il credito bancario, si innescherà un processo ciclico che prima avvierà un boom artificiale e poi darà vita ad un bust. Quindi neanche in questo caso c'è alcuna neutralità nel processo, perché attraverso un'elargizione di credito a buon mercato si incentiva a percorrere investimenti improduttivi che non sarebbero stati percorribili in un ambiente privo di manipolazioni. La deturpazione del calcolo economico degli attori economici porta, quindi, all'emersione di attività apparentemente proficue, ma in realtà sperperatrici di ricchezza reale. L'inevitabilità di una pulizia di mercato pone fine a questa baldoria. Ciò abbasserà quei prezzi gonfiati dall'euforia del boom e liquiderà quelle imprese quei lavori superfluei per il processo produttivo, creando di conseguenza un bacino di disoccupati che nel tempo verranno riallocati verso percorsi produttivi in linea con segnali genuini di mercato.

Nei momenti di bust cresce anche ala domanda di moneta in riflesso al panorama incerto che devono affrontare gli attori economici. Non si tratta, ovviamente, di risparmio reale ma della semplice volontà da parte degli individui di fare ordine nelle priorità che fino a quel momento si erano rivelate sbagliate poiché influenzate da segnali economici distorti. Pungolarli come suggerisce Keynes attraverso ulteriori misure monetarie e fiscali, rappresenta un ritardo degli aggiustamenti necessari per permettere alla struttura produttivi di recuperare dagli errori passati. "Fintanto che c'è disoccupazione, l'occupazione cambierà nella stessa proporzione della quantità di denaro," con questa affermazione Keynes non fa altro che aizzare lo stato affinché entri in gioco e continui a distorcere il tessuto economico nonostante quest'ultimo stia tentando di lasciarsi alle spalle gli eccessi del passato. Keynes, in conclusione, dimostra di non comprendere l'importanza della struttura temporale nella produzione e nelle scelte degli attori di mercato, condensando entrambi questi aspetti nel denaro e rendendolo la panacea ultima per "curare" le depressioni.

Preoccupandosi del breve termine, Keynes dimostra la sua noncuranza ignobile per ciò che accadrà ai posteri.


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Note

[1] Edmund Burke, Reflections on the Revolution in France, (Indianapolis: Hackett, 1987), p. 52.

[2] T.R. Malthus, Principles of Political Economy, (1820), p. 392.

[3] J.M. Keynes, Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta (Novara: De Agostini Libri - UTET, 2013), Libro I, Cap. 2, Sez. IV.

[4] Robert Higgs, How FDR Made the Depression Worse, The Free Market 13, no. 2 (Febbraio 1995).

[5] J.M. Keynes, Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta (Novara: De Agostini Libri - UTET, 2013), Libro V, Cap. 21, Sez. I.

[6] Lo scambio indiretto non presuppone automaticamente la presenza di denaro. Presuppone invece la presenza di una merce intermedia che viene usata come mezzo di scambio per convincere la nostra controparte a cedere il bene in suo possesso da noi desiderato. La ricerca di questa merce intermedia potrebbe richiedere all'attore di mercato una serie numerosa di scambi per entrarrne in possesso. Sarebbe decisamente un ammontare di tempo considerevole dedicato a tali opeazioni. Il denaro permette di ridurre tali tempi, fornendo ad uno degli attori di mercato la merce intermedia con cui entrare in possesso del bene desiderato e consegnando nelle mani del secondo attori di mercato una merce da lui o desiderata o scambiabile con un altro bene.

[7] Murray N. Rothbard, Man Economy, and State (New York: Van Nostrand, 1962), p. 669-71.

[8] F. A. Hayek, Prices and Production (New York: Kelly Publishers, 1931).

[9] La velocità di circolazione, Henry Hazlitt, Mises Italia, 21 giugno 2013.

[10] J.M. Keynes, Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta (Novara: De Agostini Libri - UTET, 2013), p. 74.

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Valutare l'oro

Gio, 07/05/2015 - 10:12
Pensate alla riserva frazionaria. Ora pensate alla rehypothecation dell'oro. Sono esattamente la stessa cosa, oro di terzi posto come garanzia a fronte di molteplici certificati cartacei su tale oro. Durante la seconda guerra mondiale molte nazioni europee pensarono di immagazzinare il proprio oro oltreoceano, presso quello che era noto come un paese neutrale: gli Stati Uniti. C'era una certa fiducia nei confronti degli USA all'epoca, quindi quell'oro venne lasciato a Fort Knox anche successivamente, soprattutto con la Guerra Fredda alle porte. Proteggerlo costava molto e le commissioni per l'immagazzinamento non erano abbastanza. Quindi gli USA decisero di trarvi profitto emettendo certificati cartacei basati su quest'oro ed incassare qualcosa. Il gioco andò avanti fino al 1971, quando i debiti dello zio Sam lo stavano prosciugando del suo oro. Una volta chiusa la finestra dell'oro, si pensava, nessuno avrebbe richiesto indietro tutto il proprio oro, quindi gli USA si spinsero oltre. Fusero il metallo giallo di altri paesi e lo spacciarono come proprio per impegnarlo come garanzia. Presto quest'oro avrebbe avuto più possessori. Non solo, ma le emissioni cartacee sull'oro non smisero certo di circolare nei mercati mondiali: strumenti finanziari coperti presumibilmente da un certo quantitativo d'oro da cui trarre profitto. Al giorno d'oggi nessuno sa quanto oro ci sia a Fort Knox, per anni Ron Paul ne ha chiesto una revisione senza successo. La Germania ha chiesto di vedere il suo oro presso Fort Knox: richiesta negata. Ha chiesto, quindi, di poterlo rimpatriare. La risposta è stata: "Più in là... in futuro..." La Germania ha desistito. Sa cosa sta accadendo. Sa che il mercato dei futures sull'oro è un gigantesco incidente annunciato in cui esistono tonnellate di cartaccia a fronte di una piccola quantità d'oro fisico. Sa che il suo oro non esiste più (o perlomeno quello con il suo marchio). Sa che la Cina e la Russia non molleranno quello accumulato finora, e una volta esaurita quella piccola quantità i contratti futures verranno rimborsati in moneta fiat piuttosto che con l'asset sottostante qualora richiesto: game over. Di conseguenza, deve guardarsi intorno per appropriarsi della quantità d'oro che desidera. Rivolgendo lo sguardo alla Grecia, ad esempio.
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di Alasdair Macleod


C'è solo un modo per valutare l'oro ed è quello di quantificare l'espansione della moneta fiat con cui viene prezzato.

Questo è l'unico scopo della Fiat Money Quantity (FMQ), che dall'ultima volta che ho scritto è aumentata di $375 miliardi per un totale di $13,700 miliardi. Questo nonostante la fine del quantitative easing, che è stato attenuato prima di essere abbandonato del tutto. Il grafico di lungo termine della FMQ è riportato di seguito.




La FMQ rappresenta il contante totale e i depositi nelle banche commerciali, oltre alle loro riserve presso la FED e le modalità temporanee con cui tali riserve vengono cambiate. Il suo scopo è quello di quantificare la differenza tra moneta sonante e moneta fiat, includendo le fasi attraverso le quali l'oro è stato progressivamente assorbito nel sistema bancario e nei caveau del governo per mezzo delle banche commerciali e della FED. Una descrizione più esaustiva può essere visionata qui.

Il ritmo a cui è cresciuta la FMQ sin dal 2008 è continuato ben al di sopra del trend pre-Lehman, e ora è di $8,259 miliardi superiore a quel periodo, un aumento del 152% in 78 mesi. Chi avrebbe mai pensato che una disposizione monetaria temporanea per stabilizzare il sistema finanziario dopo la crisi Lehman sarebbe diventata permanente?

Come misura d'inflazione monetaria, la FMQ differisce dalle metriche più tradizionali poiché include asset bancari liquidi detenuti nel bilancio della FED. Includendo il denaro parcheggiato fuori dalla vista, possiamo ottenere una posizione più vera. I critici di questo approccio affermano che rappresenta un doppio conteggio, in quanto le riserve bancarie presso la FED sono registrate anche presso le banche commerciali come depositi della clientela. Questo è senza dubbio vero, ma tutto il sistema a riserva frazionaria prevede il conteggio multiplo degli stessi soldi, per cui è una critica decisamente debole.

Il seguente grafico mostra come la FMQ abbia sgonfiato il prezzo dell'oro, misurato in dollari costanti. Il 1934 fu l'anno in cui il presidente Roosevelt svalutò il dollaro da $20.67 a $35 per oncia d'oro.




Il prezzo dell'oro è indicato in dollari USA nominali e anche in dollari costanti aggiustati all'aumento della FMQ; la disparità tra i due prezzi si è ampliata nel corso degli anni rispettivamente a $1,211 e $3.91. Le volte in cui il prezzo dell'oro ha raggiunto questi livelli bassi sono state due: nell'aprile 1971 a $3.31, quattro mesi prima che il presidente Nixon fu costretto a sospendere l'accordo di Bretton Woods; nell'ottobre 2001 all'inizio dell'ultimo mercato toro quando è sceso a $3.45. Questa volta il più alto tasso di crescita della FMQ ci suggerisce che il prezzo di oggi è più sottovalutato rispetto alle due volte precedenti.

L'ultimo grafico rappresenta il prezzo dell'oro in dollari costanti dopo la crisi Lehman e nel luglio 2008, quando la FMQ è accelerata al di sopra del trend di lungo periodo, come mostrato nel primo grafico.




Mentre il prezzo nominale nel febbraio 2015 era di $1,211, il prezzo aggiustato era di $480, un calo del 45% rispetto al prezzo di $918 nel luglio 2008.

In sintesi, la FMQ dimostra che l'oro è sostanzialmente "sotto-prezzato" in dollari sulla base del valore di lungo termine. In passato livelli simili di "sotto-prezzo" sono stati seguiti da grandi movimenti al rialzo nei prezzi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Perché il dollaro sta salendo mentre la bolla monetaria globale si gonfia sempre di più

Mer, 06/05/2015 - 10:10




di David Stockman


Questo blog non tratta di consigli per gli investimenti, ma la sua critica senza riserve all'attuale regime monetario non implica solamente che il casinò di Wall Street sia un luogo pericoloso per i vostri soldi. No, lo grida a squarciagola!

Eppure sono costantemente bombardato di domande sul dollaro statunitense e sulla sua dipartita incipiente. Se l'America è una disptopia dipendente dal debito — e lo è sicuramente — prima o poi il giorno della resa dei conti non disintegrerà il dollaro USA? Non sarebbe meglio fare soldi shortando il dollaro?

Santi numi, no! Almeno non in tempi brevi. Il motivo è che le altre tre grandi economie del mondo — Giappone, Cina ed Europa — sono in condizioni ancora più disastrose. Peggio ancora, i loro governi e banche centrali sono più incapaci di Washington e stanno conducendo politiche che sono totalmente folli — il che significa che le loro economie vacillanti dovranno affrontare una punizione ancor più distruttiva nei giorni a venire.

Infatti Draghi, Kuroda e i commissari del capitalismo rosso di Pechino fanno sembrare dei santi Janet Yellen e Stanley Fischer (vice presidente della FED). Quindi il dollaro USA è il più pulito tra i panni sporchi in lavanderia. E su base relativa, sembrerà ancora più pulito quando i nodi ventennali della follia monetaria mondiale giungeranno al pettine.

Bisogna iniziare con la valutazione delle altre tre economie. A detta degli analisti e degli economisti di Wall Street, il Giappone, la Cina e l'Europa sono solo delle varianti dell'economia degli Stati Uniti con diversi vantaggi e svantaggi. Secondo il loro punto di vista vivono fasi un po' diverse del ciclo economico e, ovviamente, sono plasmate da diverse linee di politica interna e di governance economica. Nonostante queste differenze superficiali, si dice che queste tre grandi economie siano solo una parte del convoglio economico globale diretto verso una continua crescita economica, un aumento del tenore di vita e un aumento dei prezzi di borsa.

In realtà, non è così. Il Giappone è una colonia di vecchi in bancarotta. La Cina è il più grande schema di Ponzi della storia umana. L'Europa è una vittima del welfare socialista e del dirigismo statalista. Tutti e tre stanno tentando di rinviare il giorno della resa dei conti ricorrendo ad una stampa di denaro e alla manipolazione cronica dei mercati. Una strategia così disperata e folle può solo finire in un disastro.

Quindi non c'è nessun convoglio globale diretto verso la crescita economica e un progresso inarrestabile. Invece stiamo entrando in una nuova era di disordine finanziario alimentato dai boom che si trasformano in bust. E sono proprio le tre grandi economie al di fuori degli Stati Uniti che si sfracelleranno per prime, permettendo al dollaro USA di prosperare... relativamente parlando.

Si consideri la follia monetaria in Giappone — dove l'attuale politica della BOJ è quella di espandere il suo bilancio ogni mese di circa $250 miliardi (in relazione al PIL USA). Eppure questa folle stampa di denaro non può assolutamente aiutare l'economia giapponese, perché i tassi d'interesse sono già a zero e lo sono stati per quasi due decenni. Quindi Kuroda non può assolutamente indurre le famiglie giapponesi e le imprese a contrarre ulteriori prestiti, e non può affatto stimolare la crescita perché esse hanno raggiunto il cosiddetto "picco del debito" e non potrebbero prendere in prestito neppure se venissero pagate per farlo.

Allo stesso modo, l'enorme campagna d'acquisto di bond statali della BOJ sta risucchiando il 100% delle emissioni di nuovo debito pubblico — e il deficit di bilancio del Giappone è gigantesco — e sta ingurgitando anche quello esistente. Di conseguenza, il mercato dei titoli di stato giapponesi è morto stecchito; l'unica "offerta d'acquisto" arriva dalla BOJ.

Il governo giapponese detiene il più grande debito del mondo, con il suo debito pubblico lordo attualmente al 240% del PIL. Di conseguenza avrebbe bisogno di un mercato del debito pubblico sano, ma la sua politica monetaria l'ha effettivamente ucciso.

Le conseguenze della sua politica fiscale e l'incapacità di finanziare il suo immenso debito pubblico, mentre il paese continua ad invecchiare, puntano direttamente verso un baratro senza fondo. Se il Giappone continuerà a monetizzare il debito pubblico ai ritmi attuali, distruggerà lo yen — facendolo precipitare dai presenti 121/dollaro a 200, 300 o anche peggio.

Se invece i pazzi che attualmente gestiscono la BOJ dovessero consentire ai tassi d'interesse di normalizzarsi, il servizio del debito pubblico giapponese arriverà alle stelle. Al giorno d'oggi oltre il 40% delle entrate fiscali del Giappone finisce per ripagare gli interessi sul debito pubblico, e questo con il rendimento dei decennali allo 0.4%. A tassi normalizzati, il servizio del debito assorbirebbe tutte le entrate fiscali attuali del Giappone, causando il taglio del welfare e della prestazioni pensionistiche a circa il 40+% della popolazione e causando un aumento degli oneri fiscali a livelli veramente brutali. Un binomio catastrofico per una popolazione in rapido invecchiamento e una forza lavoro in restringimento.

Quindi l'equazione fiscale del Giappone è allo stadio terminale. I suoi governi ricorreranno a espedienti sempre più pericolosi e distruttivi, mentre lotteranno per impedire l'inevitabile. In effetti gli attuali trend finanziari, fiscali, demografici ed economici sono così potenti che praticamente non esiste alcuna misura politica che possa invertire la caduta a capofitto del Giappone.

Come illustrato di seguito, il suo debito in rapporto al PIL e la dimensione del bilancio della BOJ sono aumentati per decenni. Eppure queste manovre non hanno fatto altro che peggiorare le cose. Oggi il PIL nominale del Giappone in termini di dollari non è superiore a quello del 1996:






Nonostante le perenni aspettative rialziste dei keynesiani a Wall Street, la folle campagna monetaria della BOJ non ha raggiunto nessuno degli scopi prefissati. Infatti dopo la revisione al ribasso del PIL nel quarto trimestre, è assolutamente evidente che la sua economia è ancora tremolante. Il PIL reale è di poco superiore al punto raggiunto nel dicembre 2012, prima che venisse lanciata l'Abenomics.

Eppure il governo Abe e la BOJ non esitano a minacciare una dose maggiorata di questa carneficina monetaria — nonostante i fallimenti abissali, mese dopo mese, delle attuali politiche monetarie. Così lo yen sta sprofondando, giù, giù. Non perché il dollaro sia intrinsecamente forte, ma perché attualmente viene commerciato contro un incidente annunciato visto allo slow-motion.




In Cina lo scenario è ancor più tremendo. Come documentano i grafici di McKinsey, i sorveglianti del capitalismo rosso a Pechino hanno condotto la Cina in una trappola del debito.

La sua massiccia baldoria di immobili e investimenti in asset fissi ha creato un'economia assolutamente deformata che imploderà se non si smetterà di costruire appartamenti di lusso vuoti, città fantasma, centri commerciali silenziosi e strade orribilmente ridondanti, ponti, metropolitane e aeroporti. Eppure ogni volta che gli indicatori a breve termine fanno registrare uno stop, il governo escogita un qualche nuovo modo contorto per rilasciare più credito nel sistema.

Abbiamo di gran lunga superato la fase del delirio. Durante i sei anni dopo la crisi finanziaria, la Cina ha aumentato il debito nel mercato del credito per la somma impressionante di $20,000 miliardi, o quattro volte la crescita del PIL nello stesso periodo. Come si può pensare che il castello di carte traballante della Cina possa essere salvato accumulando ulteriore debito?




Sta aumentando la velocità con cui la Cina-Ponzi sta cadendo a pezzi. Questa mattina Mish Shedlock ha pubblicato un sondaggio sulla terrificante capacità in eccesso che attanaglia quasi tutti i settori e la massiccia cementificazione delle infrastrutture pubbliche e delle abitazioni basate su debiti che non possono essere ripagati.

Ma ora le cose stanno finendo nell'assurdo. I funzionari statali stanno forzando il riavvio degli impianti siderurgici inattivi per sfornare forniture indesiderate e riversarle sul mercato mondiale al fine di generare abbastanza denaro con cui ripagare gli interessi.

Tra l'altro, le tesi ottimiste basate su una crescita stimolata dalle "campagne d'urbanizzazione" si sono rivelate per quelle che sono — l'ennesimo schema di Ponzi basato sui prestiti per saldare vecchi prestiti.

Milioni di contadini hanno visto confiscata la loro terra dai governi locali, i quali hanno preso in prestito ingenti somme per pagare risarcimenti gonfiati — in modo che i contadini sfollati potessero acquistare appartamenti nuovi anch'essi costruiti con denaro preso in prestito. E' stata chiamata "urbanizzazione", in realtà sta a significare che gli ex-contadini sono stati lasciati letteralmente a bocca asciutta, senza reddito e senza fattorie, mentre le agenzie di sviluppo locale hanno preso in prestito montagne di soldi che non possono ripagare.

Inutile dire che mentre la Cina vira sempre di più verso un atterraggio di fortuna, le economie emergenti dipendenti dalla sua economia stanno rapidamente vacillando. Ora sembra che il Brasile, per la prima volta dal 1930-1931, soffrirà anno dopo anno di cali del PIL. Infatti il boom delle materie prime e della produzione industriale alimentato dalla Cina si sta raffreddando così velocemente che il CapEx globale nel settore minerario ed energetico, nel trattamento dei materiali, nella produzione e nella spedizione è sull'orlo di un'enorme correzione al ribasso. E ciò colpirà anche gli esportatori di fascia alta come la Germania e gli Stati Uniti, creando un ciclo più negativo in quella che si profila una crisi deflazionistica.

L'implosione della Cina avrà anche effetti sul dollaro, facendolo salire ancora più in alto. Questo perché le aziende cinesi hanno preso in prestito circa $1,500 miliardi nei mercati esteri, e anche le economie emergenti, che sono prosperate all'ombra del boom cinese, hanno contratto prestiti per migliaia di miliardi di dollari nei mercati esteri — a causa dei tassi d'interesse infimi prodotti dalla FED e della corsa globale per "rendimenti" decenti.

Finché è durato, lo tsunami di capitali a basso costo finiti in Cina e nei mercati emergenti sembrava alimentare miracoli economici. I socialisti del Brasile, i truffatori dell'Indonesia e i capitalisti clientelari della Turchia, tutti si sono cibati delle deformazioni nei mercati dei capitali cucinate dall'Eccles Building.

Ma ora il boomerang finanziario sta tornando indietro a velocità devastante. Mentre la Cina e i mercati emergenti lottano contro una deflazione globale, le loro economie si stanno sfaldando e i tassi di cambio stanno affondando. Di conseguenza, stanno disperatamente cercando di coprire le loro immense esposizioni nei confronti del dollaro — un processo che spinge il biglietto verde costantemente in alto.

Infine, la follia in Europa parla da sé. La BCE sta letteralmente distruggendo l'euro nella sua disastrosa ricerca di una crescita economica, arrivando a monetizzare $1,200 miliardi di debito pubblico europeo. Ma la stagnazione dell'Europa non è dovuta ad uno scarso indebitamento del settore privato o a tassi d'interesse che lo scoraggiano.

Il problema è un settore statale che ha raggiunto quasi il 50% del PIL e sta soffocando gli imprenditori e gli investimenti in tutto il continente. E significa anche un debito pubblico talmente oneroso che gli attuali livelli proibitivi della tassazione sono inevitabili.

Detto diverso, il problema della crescita economica europea è strutturale ed è stato il risultato di politiche stataliste decennali. L'unica cosa che Draghi otterrà dalla sua campagna europea di acquisto di bond, sarà una parità dell'euro col dollaro; e consentirà all'Europa — che ora può prendere in prestito denaro all'1% o meno — di calciare il barattolo lungo la strada. In tal modo l'eventuale giorno della resa dei conti sarà catastrofico.


Debito in % PIL dei Governi Europei



Quindi c'è un motivo per cui il dollaro è in forte aumento. Gli altri panni in lavanderia non solo sono più sporchi, si stanno sfilacciando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Tre modi in cui il denaro finisce nelle tasche dei ricchi

Mar, 05/05/2015 - 10:15




di James Rickards


Mentre l'America sostiene di essere una società libera dalle classi, spesso e volentieri accade il contrario. Gli americani sono ossessionati dallo status sociale in tutte le sue forme, quello basato sulla celebrità, sulla realizzazione artistica o atletica, o semplicemente sul denaro.

Sebbene non esista qualcosa come una famiglia reale in America, i nostri reali in campo economico, tra cui Bill Gates e Warren Buffett, sono considerati alla stregua di duca o conti inglesi.

Quando si parla di status, non guardiamo solo alla dimensione del conto in banca, facciamo distinzioni anche in base al denaro e alla posizione sociale. Questo ci porta a distinguere tra "vecchi" ricchi e "nuovi" ricchi, con i primi che sono composti da famiglie che vivono in tenute di campagna e vantano credenziali della Ivy League, mentre i secondi sono qualcosa di più vistoso.

La famiglia Astor è stata ricca per oltre 200 anni e rappresenta praticamente i "vecchi" ricchi in America.

Eppure, come accade anche all'estero, ce ne sono altri ancora più "vecchi" la cui tradizione esiste da oltre 300 anni.

La loro ricchezza non solo è sopravvissuta ai cicli economici, ma anche a guerre, invasioni, crolli degli imperi, rivoluzioni e disastri naturali.

Affinché la ricchezza di una famiglia possa persistere per molti secoli e superare tali avversità, è necessario qualcosa di più della semplice intuizione per gli investimenti giusti.

Questo raro successo nella conservazione della ricchezza richiede una visione di lungo termine, infusa con un senso della storia e una consapevolezza che gli scenari peggiori troppo spesso diventano reali.

Quando si indaga sui membri e sui rappresentanti di una certa famiglia che sono riusciti a preservare la propria ricchezza nel corso dei secoli, il minimo comun denominatore è: "Un terzo, un terzo e un terzo." Questa è una scorciatoia per dividere la propria ricchezza: un terzo in terra, un terzo in oro e un terzo in opere d'arte

Ovviamente è necessaria anche un po' di liquidità per le spese giornaliere e per qualche investimento azionario, ma l'idea di base (terra, oro e opere d'arte) supera di gran lunga asset più rischiosi (azioni, obbligazioni e liquidità), e ciò sembra confermato quando inquadriamo questo punto di vista in un quadro temporale composto da secoli e non solo anni o decenni.

Questo può essere qualcosa di difficile comprensione per la maggior parte degli americani che sono stati assillati col mantra "azioni per il lungo periodo" dai venditori di Wall Street, più interessati alle loro commissioni piuttosto che ai loro clienti. Le azioni possono anche comportarsi bene per lunghi periodi.

Ma azioni, obbligazioni e anche i contanti coinvolgono la presenza di terze parti e quindi contengono un rischio di credito, oltre a qualsiasi altro rischio di mercato che incorporano. L'investitore è sempre in balia di coloro che emettono questi asset. Le aziende alla fine falliscono e con esse anche i loro bond.

Ogni cartamoneta nella storia del mondo si è infine rivelata inutile e non vi è alcuna ragione per credere che i campioni in carica come il dollaro, l'euro, o lo yen facciano una qualche eccezione.

Al contrario, il valore dei terreni, dell'oro e delle opere d'arte è intrinseco. (Qui Rickards si sbaglia; nessuno di questi elementi possiede un qualche valore intrinseco, bensì storico che è una cosa nettamente diversa, ndT) Se li si possiede, ci sarà pure una ragione... Non c'è nessuno che li emette e che possa improvvisamente far scomparire la terra o trasformare il vostro oro in coriandoli. Un quadro non può andare in bancarotta. Naturalmente è possibile che un regime totalitario o un esercito invasore possano confiscare la ricchezza tangibile, ma anche in questo caso ci sono strategie difensive che sono state perseguite con successo.

L'oro può essere stipato in una valigia o cucito nella fodera di un cappotto. L'opera d'arte può essere rimossa dalla cornice, arrotolata e trasportata in una valigia. Ovviamente la terra non può essere spostata, ma con un buon titolo e una buona dose di pazienza una famiglia può riaffermare il suo possesso anche generazioni più tardi, una volta che gli intrusi sono stati estromessi.

Molte famiglie cubane nel sud della Florida sono in attesa di recuperare i loro beni sequestrati da Castro alla fine degli anni '50 una volta che il governo comunista crollerà, e potrebbero anche avere successo.

Nessun portfolio è perfetto e senza rischi. Eppure troppo spesso non ci preoccupiamo del rischio e ignoriamo quelli più grandi come il collasso monetario, il disordine sociale, un cambiamento di regime ed editti d'emergenza. Warren Buffett disprezza l'oro perché non garantisce rendimenti.

La ragione per cui non ha rendimenti è perché non ha alcun rischio. Il rendimento è quel qualcosa che si ottiene quando ci si assume dei rischi. L'oro non ha alcun rischio di credito, nessun rischio di cambio, nessun rischio di maturità, insomma non ha alcun ​​rischio. È solo oro.

C'è stato un apprezzamento simile nel valore delle opere d'arte. Certo, questo è un esempio selettivo. Ciononostante nel corso dei secoli sono stati gli hard asset, e non la cartamoneta, che hanno conservato il proprio valore nonostante crolli e catastrofi.

Le "vecchie" famiglie ricche lo sanno — e lo sanno da un bel pezzo.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La pazzia finanziaria in agguato dietro la paziente mancanza d'impazienza della Yellen

Lun, 04/05/2015 - 10:06
Come avevo scritto in un precedente articolo, esattamente questo qui, la FED non ha alcuna intenzione di alzare i tassi d'interesse. Nelle ultime esternazioni pubbliche la Yellen l'ha fatto capire molto bene. Eppure ci si aspetta che la politica monetaria venga normalizzata. Ciò ha sorpreso gli investitori, ma non ha affatto sorpreso me. In realtà, non è cambiato nulla. La FED è tanto in trappola oggi quanto lo era prima. Il quantitative easing è un trucco una tantum che serve solo a guadagnare tempo in attesa di un qualche miracolo. Non è avvenuto. Non avverrà mai. I prezzi distorti dalla sua influenza si aggiusteranno. Guardate cosa sta accadendo al mercato azionario mondiale: non sta andando da nessuna parte. Su, giù, su, giù, senza alcun pattern. Poi abbiamo grandi scossoni che le banche centrali non possono prevedere. Perché? Perché non esistono più punti di riferimento nei mercati mondiali a causa delle distorsioni di prezzo generate dall'intromissione delle banche centrali. A meno di ulteriori interventi, il mercato azionario farà il morto a galla per qualche tempo, poi colerà a picco. I cali nei mercati azionai sono quasi sempre forieri di una recessione. Attenzione a dove mettete i piedi.
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di David Stockman


Oggi le parole insignificanti della Yellen sulla sua mancanza d'impazienza erano piuttosto patetiche. Le sue esternazioni farebbero sembrare sensate le farneticazioni degli stregoni del medioevo.

Ma a differenza dei media finanziari addormentati, la Yellen ha qualcosa da nascondere dietro tutte queste insensatezze. Ogni mese che passa lei e la sua allegra banda di stampatori sono sempre più impietriti all'idea di dover "normalizzare" i tassi d'interesse — anche se stanno cominciando a rendersi conto che il proseguimento della ZIRP intensificherà la dipendenza del mercato dalla speculazione rampante, dai carry trade connessi al denaro quasi gratis e dai rischi connessi alla stabilità finanziaria.

Ma la nuova preoccupazione della FED, che lo tsunami di liquidità possa avere effetti indesiderati, possiamo paragonarla alle chiacchiere durante un funerale. E' troppo tardi per preoccuparsi di una bolla finanziaria che è diventata pericolosamente grande; ed è anche troppo tardi per pensare che possa essere ignorata con qualche discorso ingarbugliato.

La FED è finita in trappola per un motivo molto semplice: si sta chiudendo il cerchio della sua storia. Ad oggi abbiamo avuto tre decenni d'inflazione monetaria sempre più aggressiva — una tendenza corrosiva che sta culminando in quelli che ormai sono 80 mesi di tassi a zero nel mercato monetario e una monetizzazione massiccia di quei debiti che hanno alimentato il consumo di lavoro reale e capitali.

Inutile dire che questa situazione ha generato uno scollamento pericoloso e sempre crescente tra l'economia reale e il valore nominale di quegli asset nel sistema finanziario. Questo scollamento è stato chiamato "finanziarizzazione", ma equivale agli stimoli monetari della FED; la liquidità aggiuntiva è stata essenzialmente sequestrata all'interno del sistema finanziario in cui genera un'inflazione persistente nei valori degli asset. Cioè, lo stimolo monetario non lascia mai i canyon di Wall Street.

Non vi è alcuna trasmissione della politica monetaria verso l'esterno, verso l'economia reale, perché il canale del credito a famiglie e imprese è rotto. Questa condizione è in parte dovuta al picco del debito delle famiglie, il che significa che non possono accendere ulteriori prestiti, anche se il costo dell'interesse è praticamente gratuito; e in parte è dovuta all'arbitraggio finanziario nel settore corporativo, in cui il capitale viene sistematicamente eroso dall'ingegneria finanziaria sotto forma di riacquisti di azioni, acquisizioni M&A e LBO.

Di conseguenza, negli ultimi decenni il sistema finanziario è cresciuto a dismisura rispetto all'economia reale — anche quando misurato in rapporto al PIL nominale. Il legame economico tra i due, quindi, è ora allungato come un elastico fino al punto di rottura. Quello che teme il politburo monetario, è che possa spezzarsi e causare una drastica implosione del sistema finanziario, anche se non riesce a realizzare la vera natura di questo pericolo.

Un riferimento generale a questo scollamento può essere visto nel rapporto tra il valore di mercato delle azioni aziendali rispetto al PIL nominale. Basta solo vedere questo dato e risulta evidente che l'attuale rapporto tra capitalizzazione e PIL al 127% rappresenta qualcosa di mai visto nella storia. Infatti, durante i 250 trimestri sin dal 1950, il rapporto ha raggiunto un picco superiore solo una volta: al culmine della bolla dotcom alla fine del 1999!

Ma questa è solo una parte della storia. Prima dell'arrivo di Greenspan alla FED nel 1987 e la successiva evoluzione della "dottrina dell'effetto ricchezza" sotto la sua sovrintendenza, il rapporto medio tra capitalizzazione di mercato e PIL è stato in media di circa il 60% e l'ampiezza ciclica ha oscillato tra il 40% e l'80%. Sin dal 1994, quando la FED capitolò a Wall Street durante il bust del mercato obbligazionario e la crisi del peso messicano, il rapporto è stato in media quasi il 100% del PIL e l'ampiezza dell'oscillazione ciclica si è allargata notevolmente.

Il punto è che non si tratta solo di cicli senza tempo che salgono e scendono — sebbene anche in tal contesto il punto attuale sarebbe debole in base a tutte le esperienze passate. In realtà ci troviamo in un nuovo ciclo di bolle seriali alimentate dalla banca centrale, il quale riflette la progressiva radicalizzazione della politica monetaria.




Le implicazioni di questa finanziarizzazione sono enormi. La FED non sta affatto gestendo in modo razionale o proattivo il macro-ciclo di Main Street come accadeva nell'era pre-Greenspan — che questo abbia funzionato oppure no. Ora sta semplicemente gareggiando contro l'ondata d'inflazione finanziaria che ha scatenato nei canyon di Wall Street, sperando di non essere superata dall'inesorabile bust che segue i boom speculativi.

Come sempre, la folla rialzista nel casinò pensa che questa volta sia diverso, ma in realtà questa volta è solamente più pericoloso. Prima o poi la bolla scoppierà quando le ultime pecore verranno ammassate nel casinò, come è successo già due volte in questo secolo. Ma ora il legame tra sistema finanziario ed economia reale è più fragile che mai, il che significa che alla fine l'odierna dissimulazione della FED comporterà solo una dislocazione più traumatica.

Su questo punto i dati recenti sul flusso dei fondi sono molto eloquenti, i quali mostrano che il patrimonio netto delle famiglie è ormai ben al di sopra i livelli degli ultimi due picchi di mercato. Come mostrato di seguito, il patrimonio netto è in crescita e nel quatro trimestre 2014 è risultato pari a $83,000 miliardi. Ciò a fronte dei $68,000 miliardi durante il picco pre-Lehman e dei $45 miliardi all'epoca della bolla dotcom.

Inutile dire che questi enormi aumenti si sono verificati non perché le famiglie stanno risparmiando e investendo di più, o perché l'economia degli Stati Uniti sta diventando nettamente più produttiva e redditizia. In realtà rappresentano una grande inflazione degli asset finanziari e immobiliari.

Anche se gli attuali $83,000 miliardi di patrimonio netto delle famiglie sono aggiustati al deflatore del PIL, significa ancora che sin dalla fine del secolo scorso c'è stato un aumento del 40% in termini reali nel patrimonio netto aggregato delle famiglie. Al contrario, i salari reali sono aumentati solo del 17% e il reddito medio reale delle famiglie è sceso da $57,000 a $52,000, o di quasi il 10%.

Quest'ultimo dato evidenzia il doppio smacco della finanziarizzazione alimentata dalle banche centrali. Le valutazioni degli asset finanziari sono insostenibilmente gonfiate; ma anche i cosiddetti effetti ricchezza di questi guadagni artificiali, e in fin dei conti temporanei, non sono finiti a cascata nel settore delle famiglie (che ricopre solo una piccola frazione degli asset finanziari). Di conseguenza non vi è alcuno scatto del PIL se non per gli strati più alti della società, anche se la bolla finanziaria si allarga costantemente.

Non solo questo è un problema per la stabilità finanziaria, alla fine potrebbe anche diventare un problema ben più insidioso per la stabilità politica. Infatti il divario tra il patrimonio netto medio delle famiglie con $300,000 di reddito e quello delle famiglie con $45,000 di reddito, ci suggerisce che il giorno dei forconi e delle torce non è poi così lontano nel tempo.




Nel frattempo, la bomba ad orologeria della finanziarizzazione continua a ticchettare nei mercati. Il patrimonio netto aggregato delle famiglie non è salito perché c'è stata una riduzione significativa della leva finanziaria sin dalla crisi finanziaria. In realtà, il debito delle famiglie è diminuito solo marginalmente — dopo essere salito per più di tre decenni.

E qui arriviamo al cuore del problema. Nonostante l'enorme aumento del debito aggregato, il patrimonio netto ha continuato a salire perché i valori patrimoniali sono stati gonfiati in modo esagerato. Così, il rapporto tra gli asset finanziari delle famiglie e il PIL è ora ai massimi di sempre.




Quando ci aggiungiamo anche gli immobili delle famiglie, anch'essi guidati dalla finanziarizzazione, il quadro diventa ancor più estremo. Nel 1970 il valore combinato degli immobili e degli asset finanziari delle famiglie era di $3,900 miliardi ed era solo 3.5 volte il PIL. Anche dopo l'inflazione indotta dalla FED degli anni '70, il valore complessivo era solo di $19,000 miliardi o 3.9X il PIL quando Greenspan arrivò alla FED nel 1987.

Al contrario, oggi gli immobili e gli asset finanziari totalizzano $92,000 miliardi o 5.2X il PIL. C'è solo una spiegazione per questa condizione aberrante: l'inflazione monetaria alimentata dalla banca centrale. Se non altro l'efficienza, la competitività internazionale e la capacità di crescita dell'economia di Main Street si sono erose sin dai primi anni '70, il che significa che i multipli di valutazione avrebbero dovuto essere temperati, non drasticamente estesi.




Così abbiamo imparato anche oggi che la FED ha ancora un sacco di pazienza. Presto potremmo anche imparare che il nostro politburo monetario sta rendendo l'eventuale resa dei conti molto più pericolosa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La trappola della disuguaglianza ci distrae dal vero problema riguardante la libertà

Ven, 01/05/2015 - 10:05




di Richard Ebeling


Il nuovo libro dell'economista francese Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, ha causato grande scalpore sulle pagine di giornali e riviste. Piketty ha resuscitato dalle ceneri della storia il punto di vista di Karl Marx: il capitalismo conduce inevitabilmente ad una maggiore disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza con conseguenze pericolose per la società umana.

Non che Piketty sia un marxista nel senso tradizionale del termine, non crede che l'umanità segua una traiettoria preordinata attraverso la storia che porta inevitabilmente ad un'utopia chiamata socialismo o comunismo. Al contrario, egli ritiene che il capitalismo sia un sistema economico meravigliosamente efficiente che produce prodotti e servizi migliori.



Considerare la Disuguaglianza di Reddito come un Pericolo Sociale

Ciò che lo infastidisce moralmente è la disuguaglianza di reddito e ricchezza a cui secondo lui conduce l'economia capitalista, e potrebbe peggiorare negli anni a venire. Egli ammette che per gran parte del XX secolo la disparità di reddito tra "ricchi" e il resto della società diminuì considerevolmente. La classe media è cresciuta poiché sempre più persone nelle nazioni occidentali dell'Europa e dell'America si sono emancipate dalla povertà, e i redditi della classe media sono aumentati ad un ritmo più rapido rispetto ai livelli di reddito delle classi superiori.

Ma egli crede che una serie di dati statistici suggerisce fortemente che nel corso degli ultimi decenni tutto ciò è cambiato. I redditi della classe media stanno aumentando molto più lentamente rispetto a quelli delle fasce di reddito più alte. Piketty ritiene che ciò continuerà anche nel futuro prossimo, con la ricchezza della società che si concentrerà sempre meno nelle mani della classe medio/bassa della società, come profetizzò Karl Marx.

Non sorprende, quindi, che Piketty abbia intitolato il suo libro, Capital in the Twenty-First Century, perché la grande opera di Karl Marx venne chiamata Il Capitale e Piketty sta offrendo quello che alcuni chiamano un aggiornamento della previsione di Marx: il capitalismo fa diventare ricca una ristretta cerchia di individui a discapito degli altri che diventano più poveri.

Propone anche dei calcoli per giustificare tale valutazione, con poche discostanze dalla teoria del valore/lavoro di Marx. Piketty ritiene che determinare la produttività sia abbastanza facile e di conseguenza anche il valore di un operaio comune, come l'operaio nella catena di montaggio o un cameriere in un fast-food. Tot. è il tempo di lavoro e di sforzo "in entrata" e tot. sarà la produzione fisica di valore "in uscita".

Secondo lui non esiste un modo equivalente per misurare in modo obiettivo e giustificare gli stipendi stratosferici e i bonus di banchieri, finanzieri e amministratori delegati o direttori di alto rango. Dal momento che secondo lui non esiste alcun modo per misurare la produttività di tali lavoratori multi-milionari, allora deve essere necessariamente vero che i loro stipendi e la loro ricchezza non possano essere giustificati.

Pertanto i redditi di tali membri della società dovrebbero essere considerati come arbitrari e ingiusti. Dal momento che non è possibile dimostrare come i loro guadagni abbiano contribuito allo sviluppo dei processi di produzione "sociali", è ingiusto che possano continuare a goderne.



Tassare la Ricchezza

Le sue conclusioni economiche seguono necessariamente la sua diagnosi del "male sociale" legato alla disparità di reddito. I redditi superiori a $500,000 o al milione di dollari dovrebbero essere tassati all'80%, e quei redditi tra i $200,000 e i $500,000 dovrebbero essere tassati al 50-60%. Inoltre propone una tassa patrimoniale annuale del 10% proprio per impedire accumuli di ricchezza più concentrati.

Chiaramente se venisse stabilito una tale regime fiscale non produrrebbe tante entrate, perché dopo i primi anni non ci sarebbero più molti componenti tra quei redditi più elevati; e quasi più nessuno avrebbe un qualche motivo per cercare di raggiungere quel livello di reddito dal momento che verrebbe tassato a morte.

Ma per Piketty è questo il punto. Non spera di creare una macchina ridistributiva perpetua in cui i redditi da milioni di dollari siano pronti per essere tassati ogni anno e trasferiti attraverso lo stato verso coloro presumibilmente più meritevoli a basso reddito. Il suo scopo, invece, è quello di evitare che ci siano tali redditi alti.

Per esempio, se un uomo guadagna un milione di dollari, mentre 100 uomini guadagnano, per esempio, circa $40,000 l'anno, il reddito del milionario sarà 25 volte superiore a quello dei percettori di reddito nella classe media. Tuttavia, se il fisco toglie al milionario l'80% di quello che ha guadagnato, allora il suo reddito netto da $200,000 sarebbe solamente cinque volte più grande rispetto a quelli della classe media. Quindi la disuguaglianza di reddito verrebbe ridotta notevolmente.

Piketty non vuole aumentare i redditi della classe medio/bassa (anche se a prima vista può sembrare che lo voglia), in realtà vuole distruggere quelli che considera i percettori di un reddito oggettivamente ingiustificato.

Quindi non si tratta tanto di "prendere da Pietro per dare a Paolo", più che altro si tratta di "portare Pietro al livello di Paolo" e impedire per sempre che Pietro possa aumentare significativamente il suo reddito rispetto a Paolo. Si tratta di invidia e di un'ideologia dell'egualitarismo vendicativo.

Inoltre ci sono alcune idee sbagliate ed errori fondamentali nel libro di Thomas Peketty, i quali distorcono la natura e ignorano il funzionamento di un sistema capitalista di libero mercato.



Il Reddito Guadagnato Non Deriva da un Processo Arbitrario

Tanto per cominciare, pensa erroneamente che la "produzione" nel processo di mercato sia indipendente, o in un certo senso separabile, dalla "distribuzione" di ciò che viene prodotto.

Questo è un vecchio errore che risale all'economista britannico del XIX secolo, John Stuart Mill. Nel suo libro Principi di Economia Politica del 1848, Mill sosteneva che le "leggi" della produzione sono più o meno fisse e immutabili come le leggi della natura, ma le "leggi" della distribuzione sono una questione di valori culturali ed etici di una società.

Questo punto di vista concepisce la produzione totale come una grande quantità di "roba" prodotta dalla "società", che poi può essere versata dalla pentola della produzione comunitaria a ciascuno dei membri della società in quei modi che sono considerati "buoni", "giusti" e "meritevoli".

Ora, in tutta onestà, né John Stuart Mill né Thomas Piketty credono che il livello e la quantità di tasse influenzino la disponibilità delle persone a lavorare e a produrre tutta questa "roba". Ma Piketty crede che dal momento che i redditi multi-milionari guadagnati da "pochi" non sono in alcun modo razionalmente o oggettivamente legati alla produttività reale e misurabile di un individuo, essi possono essere tassati senza che le persone che li percepiscono perdano la volontà, l'interesse, o la capacità di lavorare.

In primo luogo bisogna ricordare che "la società" non produce "roba", e per la semplice ragione che non esiste alcuna entità pensante o agente che possa "essere" definita "la società".

Tutto viene prodotto da individui che lavorano da soli o in collaborazione associativa con altri, come accade più comunemente in un sistema di mercato complesso di divisione del lavoro.



Il Profitto Imprenditoriale e la Remunerazione dei Dirigenti d'Azienda Non Sono Irrazionali

In secondo luogo, ciò che viene prodotto non appare dal nulla e la quantità di produzione non cresce per magia anno dopo anno. Buona parte di quel valore che si riflette nei redditi più alti, e che preoccupa Piketty, è il frutto della creatività, l'innovazione e la capacità imprenditoriale di anticipare meglio la domanda dei consumatori.

Cosa produrre, come produrre, dove e quando produrre rappresentano gli atti creativi di una mente umana in un mondo incerto e in continuo cambiamento. Come disse l'economista Austriaco Ludwig von Mises: "L'impresa senza spirito imprenditoriale e creatività, non è altro che un mucchio di spazzatura e ferro vecchio."

Il mercato ci dà una misura chiara e "oggettiva" di quanto valgono i risultati di un imprenditore: è riuscito a guadagnare o ha subito una perdita? In un mercato libero e competitivo, ogni giorno l'imprenditore deve dimostrare con successo queste capacità, e soprattutto deve farlo meglio dei suoi rivali che come lui tentano di entrare nelle grazie dei consumatori. Se non ci riesce, i profitti che ha guadagnato ieri diventano le perdite di domani.

Non tutti i percettori di un reddito alto sono imprenditori. Il mercato premia anche quelle persone che hanno competenze, abilità e talenti per soddisfare i vari compiti di cui hanno bisogno imprese e consumatori.

In un libero mercato aperto e competitivo, nessuno è pagato più di quanto il datore di lavoro o il consumatore pensa che valgano i suoi servizi. Il direttore esecutivo, sia nel settore manifatturiero sia in quello finanziario, per esempio, ha il salario che riceve perché gli altri apprezzano i suoi servizi.



Il Fisco Distorce il Funzionamento del Mercato

Le sanzioni fiscali proposte da Piketty sugli stipendi possono essere considerate come una forma di salario massimo. Cioè, un tetto al di sopra del quale diminuisce enormemente l'incentivo a guadagnare salari più alti a causa del tasso d'imposta all'80%.

Ma come dovrebbero essere allocate nel mondo degli affari le competenze preziose e scarse di queste persone, se lo stato usa il fisco per falsare il sistema dei prezzi di mercato?

Nel corso del tempo questo assetto porterà a discrepanze nei mercati: persone che dovrebbero essere impiegate in determinati luoghi, vengono invece dirottate in altri. Come con qualsiasi squilibrio tra domanda e offerta, le esigenze dei consumatori e l'efficienza produttiva saranno meno soddisfatte.

Se venisse istituito un certo tax rate, non ci dovremmo sorprendere se le persone nel mercato cercassero di aggirare l'interferenza statale.

Negli anni '60 e '70 la Gran Bretagna era considerata il "malato d'Europa" a causa di una performance economica anemica. Uno dei motivi era il tax rate estremamente elevato sugli stipendi aziendali e su quelli dei dirigenti, cosa che comportò una "fuga di cervelli" poiché alcuni tra gli uomini d'affari "migliori e più brillanti" si trasferirono negli Stati Uniti e in altri posti in cui il fisco non sanzionava pesantemente il loro successo.

Per aggirare il "tetto salariale" imposto dal fisco, le aziende britanniche trattenevano o attiravano il talento di cui avevano bisogno attraverso postille nei contratti d'assunzione. Le aziende fornivano ai dirigenti automobili di lusso per uso proprio, o appartamenti di lusso, oppure conferivano loro un ampio margine di spese personali. Queste aziende avrebbero quindi detratto tutte queste spese dalle loro imposte sul reddito.



Il Sistema dei Prezzi e l'Uso Razionale delle Competenze Individuali

L'economia di mercato ha un meccanismo di controllo: il sistema dei prezzi. Attraverso i prezzi i consumatori informano le imprese su quei beni e servizi che vorrebbero comprare e il valore che vi imputerebbero per ottenerli. I prezzi dei "fattori di produzione" -- terra, lavoro, capitale, risorse e materie prime -- informano le imprese sul valore imputato loro dalle altre aziende per quanto concerne la produzione e la realizzazione di quei prodotti che i consumatori vorrebbero.

I prezzi offerti e pagati ai lavoratori nelle catene di montaggio, o ai dirigenti aziendali, non sono arbitrari o "irrazionali". Date le loro competenze, le loro abilità e i loro talenti nell'eseguire le operazioni, sono pagati ciò che gli altri pensano che valgano. Se si scopre che questa era una stima incorretta, i lavoratori salariati in posizione "superiore" o "inferiore" vedranno aggiustarsi il loro salario in base a quello che oggi è considerato il loro valore più ragionevole.

Che si tratti di controlli dei prezzi che congelano il sistema dei prezzi al livello che politici e burocrati ritengono adeguato, o un fisco che discrimina e penalizza il successo imprenditoriale così come gli incentivi e la capacità di lavorare, risparmiare e investire, tali politiche distruggono l'economia di mercato destabilizzando la direzione naturale che domanda e offerta avrebbero preso in assenza di interventi centrali.

In una recente intervista Thomas Piketty ha detto di non avere una formula per determinare quando la quantità di disuguaglianza sociale diventa eccessiva. Ma ha considerato una serie di posizioni multi-milionarie e multi-miliardarie socialmente inutili e dannose.



Considerare il Singolo uno Strumento Posseduto e Usato dalla Collettività

Da notare il tipo di parole e la mentalità sfoggiati da Piketty. La società, la comunità, la tribù si presume che possiedano l'individuo e decidano collettivamente a quanto debbano ammontare i redditi diseguali "necessari" per indurre la gente ad essere produttiva o "abbastanza" innovativa.

Abbastanza per cosa? Per far crescere la torta economica comune ad un ritmo che lui e altri come lui ritengono "ottimale" -- non "troppo" e non "troppo poco" -- da cui lo stato dovrà decidere quale sarà la "quota" di ognuno.

In base a quale criterio sarà determinato tutto ciò, ammette di non saperlo nemmeno lui, ma non smette di infarcire il suo discorso con termini come "giusto", "corretto" o "equo". Come la difficoltà di offrire una definizione oggettiva di pornografia, quello che gli frulla in testa lo sa solo lui.

Nella moderna società democratica abbiamo già visto dove può condurre tutto ciò. E' una terra in cui gli individui si saccheggiano a vicenda e i gruppi d'interesse giustificano ogni tassa, redistribuzione e normativa che può servire ai loro scopi a scapito degli altri che sono costretti a pagare, direttamente o indirettamente.



Una Società Caratterizzata da una Produzione Pacifica o dal Saccheggio Politico?

Probabilmente tutto questo discorso si origina da una comprensione errata di disuguaglianza ingiusta e sleale, perché le disuguaglianze emergono proprio quando il sistema politico viene utilizzato per manipolare i risultati all'interno e all'esterno del mercato. Andiamo a gettare le basi per concepire una nozione di "conflitto di classe" agli antipodi di quella marxista.

Un liberale classico francese, Charles Dunoyer (1786-1862), lo spiegò tempo fa all'inizio del XIX secolo. In un articolo pubblicato nel 1817, Dunoyer distingueva due gruppi nella società: uno lo chiamava "Persone Dedite al Lavoro" e l'altro era composto da coloro che desideravano utilizzare il governo per vivere a spese degli altri.

Le "Persone Dedite al Lavoro", diceva Dunoyer, erano "agricoltori, commercianti, produttori e studiosi; gente operosa di tutte le classi e di tutte le nazioni. Nell'altro gruppo ci sono tutte le vecchie e nuove aristocrazie europee, titolari di cariche e soldati professionisti, ambiziosi nullafacenti di tutti i ceti e di tutte le nazioni che chiedono di arricchirsi a spese di coloro che lavorano."

"L'obiettivo dei primi è di estirpare dall'Europa i tre flagelli: la guerra, il dispotismo e il monopolio affinché gli uomini di ogni nazione possano esercitare liberamente i loro lavori e, infine, istituire forme di governo maggiormente in grado di garantire questi vantaggi ad un costo minore. L'unico obiettivo dei secondi è quello di esercitare il potere, di esercitarlo con massima sicurezza e profitto, e, quindi, fornire lunga vita alla guerra, al dispotismo e al monopolio."

In altre parole, Dunoyer stava dicendo che la società è composta da un gruppo di persone che lavora diligentemente, risparmia coscienziosamente, produce onestamente e commercia pacificamente; e c'è un altro gruppo di persone che vuole acquisire e consumare quello che gli altri hanno risparmiato e prodotto. Quest'ultimo gruppo acquisisce la ricchezza prodotta dal primo gruppo con mezzi politici -- tassazione, regolamentazione e privilegi statali che interferiscono con il libero mercato competitivo. Questa fonte di ingiustizia, e di sfruttamento, è la stessa in tutti i paesi.



Il Saccheggio Democratico Moderno

Al giorno d'oggi chi vuole "arricchirsi a spese di coloro che lavorano" sono gli statalisti amanti del welfare state, gli interventisti economici e i fautori/sostenitori di qualsiasi altra forma di collettivismo.

Sono i capitalisti clientelari che, usando la loro influenza sul potere politico, ottengono sovvenzioni, normative che limitano la concorrenza e salvataggi a spese dei contribuenti. I loro potenziali rivali restano bloccati fuori dai mercati e i consumatori finiscono per pagare di più e avere meno scelte.

Sono uno sciame di locuste che esiste solo per uno scopo: guadagnare profumatamente dai produttori e dai contribuenti.

Sono la classe politica formata da politici in carriera e burocrati che hanno redditi, ricchezza e posizioni solo perché controllano le leve del potere statale; le porzioni di potere che danno in affitto controllano il successo e il fallimento, la vita e la morte di ogni lavoratore onesto, laborioso e pacifico; imprenditori e lavoratori vengono spremuti per alimentare il canale finanziario a cui si abbeverano i saccheggiatori politici.

I mercati regolamentati servono a preservare la ricchezza degli "amici degli amici" e ostacolano il potenziale produttivo e innovativo di coloro che vorrebbero migliorare il proprio status sociale. La ricchezza e lo status sociale potrebbero non essere completamente congelati, ma sono irrigiditi dalla protezione politica e scudati dalla concorrenza di mercato.

La dipendenza dal welfare state blocca le persone in una certa condizione sociale, facendole vivere di quello che lo stato ridistribuisce dal reddito e dalla ricchezza degli altri e impedendo loro l'uscita da questo pauperismo moderno. Viene creata una sottoclasse di povertà intergenerazionale, la quale riduce la mobilità e rende difficile il miglioramento sociale di quelli che finiscono in questa trappola; allo stesso tempo, serve agli interessi di coloro che detengono il potere politico poiché giustifica la loro posizione e il loro ruolo di presunti custodi necessari.



Gran Parte della Storia Umana si Basa sulla Disuguaglianza Generata dal Saccheggio

Per gran parte della storia umana, quelli con determinate dotazioni ereditate e competenze sviluppate hanno usato la loro forza fisica superiore o l'agilità mentale per conquistare, uccidere, saccheggiare e schiavizzare i loro simili. Qualunque fosse la magra ricchezza prodotta durante i vari secoli di storia, è finita nelle mani di pochi attraverso la coercizione e l'astuzia politica.

C'era poca giustizia in un mondo in cui il "forte" rubava al "debole" sottomesso. Ma gli uomini hanno cominciato lentamente a ribellarsi contro questa disuguaglianza "innaturale", secondo la quale ciò che alcuni avevano prodotto doveva essere sequestrato con la forza da una manciata di potenti.

Contro questo sistema di ineguaglianza politica e di ricchezza, si sviluppò lentamente una contro-concezione di una società giusta e buona. Il suo segno distintivo fu l'invito ad una nuova visione dell'uomo e della società basata sulla nozione alternativa dei diritti individuali uguali per tutti.



Una Nuova Società Fondata su Pari Diritti Individuali Davanti alla Legge

In un sistema politico in cui gli individui possano avere gli stessi diritti (alla vita, alla libertà e alla proprietà acquisita onestamente), ogni persona potrebbe arrivare al successo in base alle sue capacità naturali e a quello che acquisirebbe con l'esperienza e la determinazione.

I risultati e lo status sociale che gli individui raggiungerebbero, sarebbero inevitabilmente ed ineluttabilmente diversi -- in termini di realizzazione materiale e sociale. Ma se alcuni uomini guadagnassero e accumulassero più ricchezza degli altri, le basi sarebbero una produzione pacifica e il libero scambio.

In un tale mondo di libertà e di diritti, le capacità e le abilità di alcuni uomini non conferirebbero loro posizioni materialmente superiori attraverso il saccheggio e il privilegio; sarebbero il risultato di una produzione creativa e della vendita di ciò che gli altri vorrebbero acquistare. E' questo il metodo non violento attraverso il quale ognuno dovrebbe perseguire il proprio interesse personale.

Se fosse possibile dare un significato ragionevole al termine ambiguo "giustizia sociale", sarebbe questo: "La differenza materiale tra i membri di una società dovuta ad associazioni pacifiche e scambi volontari tra gli individui in un mercato libero, aperto e competitivo."



Una Domanda Appropriata: Ricchezza Tramite la Produzione o la Politica?

L'unico problema etico e politico importante in una società libera dovrebbe essere questo: l'individuo come si è guadagnato la sua ricchezza materiale? Lo ha fatto attraverso la produzione e lo scambio, o attraverso la rapina e il saccheggio?

Invece di chiedersi la fonte o l'origine di quella ricchezza -- produzione o saccheggio -- gli egualitari come Thomas Piketty vedono solo che alcuni hanno più ricchezza di altri e condannano tale "distribuzione diseguale".

In questo modo, attraverso la tassazione e la confisca della ricchezza, puniscono "l'innocente" e il "colpevole". Ciò rappresenta una disuguaglianza di trattamento particolarmente perversa, soprattutto perché coloro che hanno ottenuto i loro guadagni attraverso il processo politico spesso sanno come superare il labirinto del fisco e quello normativo in modo da conservare ciò che hanno acquisito in modo non etico.

Gli egualitari come Thomas Piketty sono bloccati in una mentalità pre-capitalista, quando la ricchezza accumulata era molto spesso il prodotto del furto, dell'omicidio e dell'inganno. Loro, così come i socialisti che sono venuti prima di loro, non riescono a capire che il liberalismo classico e il capitalismo di libero mercato consentono di liberare la produzione e la ricchezza dal potere politico.

E che qualsiasi disparità di reddito e di ricchezza in una società veramente libera, rappresenta semplicemente le diversità naturali tra gli esseri umani e le loro diverse capacità nel servire i desideri degli altri in quel processo competitivo pacifico che serve a migliorare la propria condizione individuale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Perché è importante che il dollaro sia la valuta di riserva mondiale?

Gio, 30/04/2015 - 10:14




di Patrick Barron


Quando definiamo il dollaro "valuta di riserva", lo facciamo in riferimento al suo utilizzo da parte di altri paesi per saldare conti commerciali internazionali. Ad esempio, se il Canada acquista merci dalla Cina, quest'ultima potrebbe preferire un pagamento in dollari USA invece che in dollari canadesi. Il dollaro USA è la valuta più "commerciabile" a livello internazionale, il che significa che la maggior parte dei paesi lo accetta in pagamento, per cui la Cina può usare i suoi dollari per acquistare beni da altri paesi, non solo dagli Stati Uniti. Tale non è il caso per il dollaro canadese, e la Cina dovrebbe detenere dollari canadesi fino a quando non troverebbe qualcosa da comprare dal Canada. Moltiplicate questo scenario per tutti i paesi del mondo che stampano la propria valuta, scoprirete che senza una valuta ampiamente accettata in tutto il mondo il commercio internazionale rallenterebbe e diventerebbe più costoso. L'effetto sarebbe simile a quello di erigere barriere commerciali, come ad esempio il famigerato Smoot-Hawley Tariff del 1930 che acuì la Grande Depressione.

Ci sono molti che tracciano un collegamento tra il crollo del commercio internazionale e la guerra. Il grande economista francese Frédéric Bastiat disse che "quando le merci non attraversano le frontiere, lo fanno i soldati." Nessuna nazione può raggiungere uno standard di vita dignitoso con un'economia completamente autarchica, cioè completamente autosufficiente in tutte le cose. Se non è possibile acquisire i beni di cui si ha bisogno, ci si sente costretti ad invadere i propri vicini per derubarli. Così, una valuta accettata quasi universalmente può essere vitale sia per la pace nel mondo sia per la prosperità mondiale.



Cosa Significa Veramente “Valuta di Riserva”

Tuttavia le fondamenta da cui deriva il concetto "valuta di riserva" non esistono più. In origine il termine "riserva" si riferiva al fatto che la valuta poteva essere riscattata in cambio di una merce, di solito l'oro, ad un rapporto di cambio fisso. La prima valuta di riserva globale fu la sterlina britannica. Poiché la sterlina era "buona come l'oro", molti Paesi trovarono più conveniente detenere sterline piuttosto che l'oro stesso durante l'era del gold standard. Le grandi nazioni commerciali del mondo saldavano i loro scambi in oro, ma accettavano anche sterline, fiduciosi che la Banca d'Inghilterra avrebbe consegnato su richiesta il metallo giallo ad un tasso di cambio fisso. Verso la fine della seconda guerra mondiale, il dollaro USA acquisì questo status attraverso l'accordo di Bretton Woods. Gli Stati Uniti facevano la parte del leone in quanto a possedimenti d'oro, diventando "l'arsenale della democrazia" ancor prima dell'entrata in guerra degli alleati. (Ancora oggi gli Stati Uniti possiedono più oro di qualunque altro Paese, con le loro 8,133.5 tonnellate scaraventano al secondo posto le 3,384.2 tonnellate della Germania.)

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) venne istituito con il preciso scopo di monitorare le azioni della Federal Reserve, garantendo che non avrebbe inflazionato il dollaro e che sarebbe sempre stata pronta a scambiare dollari in oro a $35 l'oncia. I Paesi avevano, quindi, fiducia che i dollari in loro possesso erano tanto "buoni come l'oro", come lo era stata la sterlina inglese tempo prima.



L'Avvento della Valuta di Riserva Fiat

Tuttavia la FED non ha mantenuto il suo impegno preso a Bretton Woods e il Fondo Monetario Internazionale non ha cercato di costringerla a detenere abbastanza oro da onorare il rimborso della valuta in circolazione a $35 l'oncia. Durante gli anni '60 gli Stati Uniti finanziarono la guerra in Vietnam e la guerra alla povertà con denaro stampato. Il volume di dollari in circolazione superò la capacità degli Stati Uniti di rimborsarli a $35 l'oncia. La FED venne chiamata a renderne conto alla fine degli anni '60, dapprima dalla Banca di Francia e poi anche da altre.

Le banche centrali di tutto il mondo, disposte a possedere dollari piuttosto che oro, temevano che gli Stati Uniti non avessero riserve auree sufficienti per onorare il rimborso dei dollari. La margin call della Francia alla FED fece ridurre drasticamente le riserve auree degli Stati Uniti, da oltre 20,000 tonnellate nel 1958 a poco più di 8,000 tonnellate nel 1970. Questi rimborsi avvenivano ad un ritmo talmente frenetico che gli Stati Uniti si ritrovarono di fronte ad un bivio: o lasciare che il dollaro si rivalutasse, o abrogare le proprie responsabilità di rimborsare i dollari in oro. Per loro eterna vergogna, gli Stati Uniti scelsero quest'ultima strada e "uscirono dal gold standard" nel settembre del 1971. (In quell'anno gli Stati Uniti avrebbero dovuto svalutare il dollaro da $35 l'oncia a $400 l'oncia per avere scorte d'oro sufficienti e rimborsare coloro che lo richiedevano.) Tuttavia il dollaro si trovava ancora nelle mani di grandi nazioni, poiché serviva ancora a saldare i conti commerciali internazionali. Non c'era altra valuta che potesse competere col dollaro, nonostante il fatto che fosse "slegato" dall'oro.



Perché il Dollaro Ha Continuato ad Essere una Valuta di Riserva

Esistono due caratteristiche affinché una valuta possa essere considerata utile nel commercio internazionale: viene emessa da una grande nazione commerciale e conserva il suo valore nel tempo. Questi due fattori creano una domanda per una valuta di riserva. Anche se il dollaro veniva inflazionato dalla FED, perdendo così il suo valore nei confronti di altre materie prime nel corso del tempo, non c'era concorrenza. Il marco tedesco riuscì a conservare meglio il suo valore, ma l'economia tedesca e il suo commercio erano una frazione di quella degli Stati Uniti, il che significa che i titolari di marchi avrebbero trovato meno cose da comprare in Germania rispetto ai possessori di dollari negli Stati Uniti. Quindi la domanda per il marco era inferiore alla domanda per il dollaro. Naturalmente anche i fattori psicologici sono entrati nella domanda di dollari, dal momento che gli Stati Uniti erano il protettore militare di tutte le nazioni occidentali contro i paesi comunisti.

Oggi stiamo vedendo l'inizio di un cambiamento. La FED ha inflazionato il dollaro a tutto spiano, riducendone il potere d'acquisto e stimolando le grandi nazioni commerciali del mondo ad utilizzare altre valute migliori. Questo è importante, perché una perdita di domanda per il possesso del dollaro come valuta di riserva significa che migliaia di miliardi di dollari detenuti all'estero potrebbero rifluire negli Stati Uniti, causando o inflazione, o recessione, o entrambe le cose. Ad esempio, la quota globale di dollari detenuti dalle banche centrali è attualmente il 62%, per lo più sotto forma di debito del Tesoro americano. (Le banche centrali detengono debito fruttifero del Tesoro USA piuttosto che i dollari stessi.) Le partecipazioni estere al debito degli Stati Uniti sono attualmente $6,154 miliardi. Confrontate questa cifra con la base monetaria degli Stati Uniti: $3,839 miliardi.

Qualora la domanda estera dovesse diminuire la quota di asset denominati in dollari, il Tesoro USA potrebbe finanziarne la rimborsabilità in soli tre modi. Gli Stati Uniti potrebbero aumentare le tasse per rimborsare il debito detenuto all'estero; potrebbero alzare i tassi d'interesse per rifinanziare il loro debito detenuto all'estero; potrebbero semplicemente stampare denaro. Naturalmente potrebbero utilizzarli tutti e tre a vari livelli. Se gli Stati Uniti si rifiutassero di aumentare le tasse, o di aumentare i tassi d'interesse, e ripiegassero sulla stampa di denaro (lo scenario più probabile, a meno di un ripudio totale della dottrina keynesiana e l'adozione dell'economia Austriaca), la base monetaria aumenterebbe dello stesso ammontare dei rimborsi. Ad esempio, se la domanda di possedere asset denominati in dollari calasse del 50% ($3,077 miliardi) la base monetaria degli Stati Uniti dovrebbe aumentare del 75%, cosa che indubbiamente porterebbe ad un'inflazione dei prezzi molto elevata e a danni economici nazionali. Qui è in gioco il nostro standard di vita.

Quindi è nell'interesse di molti che il dollaro rimanga molto domandato in tutto il mondo come valuta di riserva. E' una cosa necessaria per evitare un'inflazione dei prezzi ed evitare che le imprese americane vengano caricate con un aumento dei costi se fossero costrette a saldare i loro conti d'importazione/esportazione in una valuta diversa dal dollaro.



Le Minacce allo Status Internazionale del Dollaro

Le minacce allo status di valuta di riserva arrivano dalle politiche della FED stessa. A mio parere, non c'è alcuna cospirazione messa in atto da altri Paesi per "attaccare" il dollaro. Tuttavia c'è una presa di coscienza da parte del resto del mondo: gli Stati Uniti stanno indebolendo il dollaro attraverso la ZIRP e il QE. Di conseguenza gli altri Paesi sono consapevoli di dover cercare un mezzo migliore per saldare i conti del commercio mondiale. Nonostante le politiche inflazionistiche della FED, un fattore che ha contribuito a sostenere la domanda del dollaro come valuta di riserva nel breve periodo è che anche le altre valute sono state inflazionate.

Ad esempio, il Giappone ha inflazionato lo yen in misura maggiore rispetto al dollaro nel suo folle tentativo di rilanciare la sua economia stagnante. Ora anche la Banca Centrale Europea avvierà un QE, nonostante le obiezioni della Germania. Le banche centrali di tutto il mondo sembrano sottoscrivere la convinzione erronea che aumentare l'offerta di moneta porterà prosperità senza la minaccia dell'inflazione. Ciò sfida la legge economica e la realtà economica. Non si può avere prosperità o ripresa stampando denaro. Aumentare l'offerta di moneta non potrà mai creare prosperità. Per di più, questa convinzione contiene un secondo errore: la spesa viene considerata il fondamento della prosperità piuttosto che il risparmio. Commettere questo errore significa mettere il carro davanti ai buoi.

Un terzo errore è credere che abbassare il valore di cambio della valuta nei confronti delle altre porterà ad una ripresa trainata dalle esportazioni, o ad un qualche sussulto economico che porterà ad una ripresa sostenibile. Non è così. Senza scavare troppo in profondità nella teoria economica Austriaca, vorrei solo sottolineare che la stampa di denaro sconvolge la struttura della produzione scombinando il "processo di price discovery" del capitalismo. Quando questo accade, il capitale è allocato in progetti che non verranno mai completati con profitto. Emergono bolle e le imprese vengono improvvisamente danneggiate in massa, distruggendo così le risorse scarse.



Possibili Scenari Futuri

Queste convinzioni erronee faranno perdere al dollaro il suo status di valuta di riserva a vantaggio del primo grande Paese commerciale che smetterà di inflazionare la sua valuta. Ci sono prove che la Cina capisca quello che c'è in gioco; ha aumentato le sue riserve d'oro e ha istituito controlli per impedire che l'oro di lasci la nazione. Se la seconda economia più grande del mondo e una delle più grandi nazioni commerciali del mondo legasse la sua moneta all'oro, la domanda di yuan aumenterebbe e la domanda di dollari diminuirebbe.

Oppure la lunga crisi in Europa potrebbe portare la Germania a lasciare la zona Euro e a reintrodurre il marco tedesco. Ho sempre sostenuto che la Germania sia in grado di farlo, cosa che senza dubbio rivelerebbe il marcio che c'è nell'euro, la valuta comune che ha saccheggiato metà dei Paesi del continente per finanziare i loro welfare state insostenibili. Il continente europeo al di fuori del Regno Unito potrebbe diventare una zona legata al marco tedesco, e quest'ultimo potrebbe sostituire il dollaro come valuta di riserva più importante del mondo.

Il problema di fondo, però, risiede nella capacità di stampare denaro fiat, la cui unica copertura è il potere coercitivo dello stato tramite le leggi del corso legale. Le banche centrali non sono altro che contraffattori legalizzati. La pressione di stampare denaro proviene dal mondo politico, il quale desidera sia la guerra sia il welfare state. Entrambe rappresentano attività che consumano capitale; non sono "investimenti" che possono garantire un rendimento.

In un ambiente con denaro sonante, dove l'offerta di moneta non può essere inflazionata, viene a galla la vera natura della guerra e del welfare state. La presenza del denaro sonante applica un limite naturale alla quantità di fondi che una società è disposta a dedicare a ciascuno. Ma in un contesto di denaro fiat, sia la guerra sia il welfare state possono espandersi nel breve periodo in modo incontrollato, perché le conseguenze negative si fanno sentire solo più tardi e il legame tra la spesa e il danno che arreca all'economia è poco conosciuto.

Il miglior antidoto è quello di abolire del tutto le banche centrali e consentire agli enti privati di impegnarsi nella produzione di denaro sotto la normativa della legge commerciale. Il denaro sonante sarebbe coperto al 100% da merci — oro, argento, ecc. Ogni produttore monetario che emetterebbe certificati di denaro o conti scritturali (conti correnti) in eccesso rispetto al loro rapporto di cambio con le merci sottostanti, sarebbe colpevole di frode e punibile secondo il diritto commerciale e penale, così come oggi vengono puniti i falsari. Sarebbe abolito il corso legale che vieta l'uso (in molti casi) di qualsiasi valuta diversa da quella approvata dallo stato, e sarebbe incoraggiata la produzione di valute concorrenti. Il mercato scoprirebbe le monete migliori e scaccerebbe quelle meno negoziabili.

Dobbiamo guardare al concetto di valuta di riserva in modo diverso, perché è importante. Dobbiamo considerare tale status come un privilegio e una responsabilità, e non come un'arma che possiamo usare contro il resto del mondo. Se aboliamo, o addirittura allentiamo, le leggi del corso legale e consentiamo al processo di price discovery di scoprire la moneta sonante migliore, se permettiamo che il nostro dollaro diventi la migliore valuta possibile — una valuta davvero sonante — allora le possibilità di una crescita personale e collettiva saranno notevolmente aumentate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


La nuova proposta di riforma bancaria salverà l'Islanda dall'instabilità economica?

Mer, 29/04/2015 - 10:06




di Ash Navabi


Una notizia recente proveniente dall'Islanda ha mandato su di giri quella parte di blogosfera dedita all'economia. Frosti Sigurjonsson critica l'attuale sistema bancario a riserva frazionaria e propone invece un sistema che definisce a "Moneta Sovrana". Ma cos'è una "moneta sovrana", come si diversifica dal sistema attuale e come dovrebbe funzionare? In questo post prima vi spiegherò, seguendo un approccio Austriaco, come funziona il sistema attuale e quali sono i suoi problemi, poi passerò ad analizzare la proposta della moneta sovrana per vedere come tenterebbe di risolvere le carenze del sistema attuale.



Come Viene Creato il denaro Nel Sistema Attuale?

Prima di poter analizzare la proposta della moneta sovrana, dobbiamo capire come funziona il sistema attuale. Possiamo suddividere la spiegazione in 15 passi. Ma prima bisogna capire che una banca centrale (come la Banca del Canada o la Federal Reserve) è molto simile a qualsiasi altra banca: offre conti di deposito e prestiti alla clientela. La differenza è che si può diventare clienti della banca centrale solo su invito.

  1. La banca centrale decide di aumentare la quantità di denaro nell'economia.
  2. Per invogliare le banche private ad accendere nuovi prestiti presso di essa, la banca centrale abbassa il tasso d'interesse per i prestiti.
  3. Le banche private poi prendono in prestito denaro dalla banca centrale.
  4. E' importante rendersi conto che la banca centrale crea letteralmente dal nulla i soldi per questi prestiti.
  5. Funziona in questo modo: una banca privata, come Goldman Sachs, vuole un prestito da $1000 dalla banca centrale, allora quest'ultima digita sui suoi computer che la banca privata ora detiene $1000 in più sul suo conto.
  6. In breve, la banca centrale dice alla banca privata che ora ha un migliaio di dollari in più sul suo conto e, come per magia, compaiono mille dollari in più sul conto della banca privata.
  7. Poi le banche private prestano questo nuovo denaro ai clienti (ad un tasso d'interesse superiore rispetto a quello applicato loro dalla banca centrale) tramite un sistema chiamato "prestito a riserva frazionaria". Ecco una versione molto semplice di come funziona:
  8. Diciamo che Goldman Sachs presta tutti i $1000 ricevuti dalla banca centrale ad un cliente, Alfa. Goldman firma un assegno ad Alfa di $1000.
  9. Alfa poi va in un'altra banca, diciamo la Scotia Bank, per depositare il suo assegno.
  10. Ma Scotia sa (in realtà lo presume) che Alfa non spenderà i suoi $1000 tutti in una volta. Potrebbe avere bisogno solo del 10% ($100) al momento.
  11. Così Scotia si ritrova a poter fare una scelta: o può lasciare in deposito i $900 che Alfa non usa... o può prestarli a qualcun altro — ad un interesse!
  12. Poiché esistono leggi che gli permettono di farlo, Scotia sceglie di perseguire la seconda opzione — conservando solo una frazione del deposito originale, mentre presta il ​​resto a Beta.
  13. Beta ha ora un assegno da $900. Lo deposita presso la Royal Bank, ma quest'ultima sa che Beta ne utilizzerà solo il 10%. Così ora la Royal Bank si ritrova a poter fare una scelta...
  14. E così via.
  15. Se questo processo va avanti, con ogni banca che conserva il 10% mentre presta il resto, alla fine ci saranno 10 volte tanto i $1000 iniziali. Se le banche ne conservassero il 20%, il sistema creerà 5 volte tanto i $1000 entrati inizialmente nel sistema.

Questa è l'esposizione standard della riserva frazionaria.[1] Poiché il nuovo denaro viene creato ogni volta che c'è un nuovo prestito, questo sistema talvolta viene chiamato "denaro basato sul debito". I vantaggi sono evidenti: le banche ottengono nuove entrate utilizzando denaro che altrimenti non verrebbe utilizzato. I consumatori e i produttori ne traggono beneficio perché tutto il denaro di nuova creazione abbasserà i tassi d'interesse, il che significa che ottenere prestiti sarà molto più facile.

Per il pensiero mainstream il problema principale è se qualcuno volesse indietro più di quel 10%. Le banche dovrebbero iniziare a ritirare i prestiti, forse iniziare a vendere asset, e se non riuscissero a raccogliere soldi abbastanza velocemente andrebbero in bancarotta. La soluzione mainstream prevede di conferire alla banca centrale il potere di "prestatore d'ultima istanza" affinché possa concedere prestiti d'emergenza e arginare questi tipi di problemi.



Riserva Frazionaria e Ciclo Economico

Ma per molti economisti, per esempio Ludwig von Mises, Friedrich Hayek, Murray Rothbard e Roger Garrison, ci sono anche altri problemi. Secondo questi economisti è di vitale importanza comprendere come i tassi d'interesse forniscano informazioni fondamentali sull'economia. Vale a dire, ci informano della volontà e della disponibilità delle persone di prestare e prendere in prestito denaro.

Ricordiamoci che domanda e offerta rappresentano volontà e disponibilità. Quando si tratta di prestiti, la loro offerta rappresenta la volontà e la disponibilità di concedere prestiti, mentre la domanda rappresenta la volontà e la disponibilità di prendere in prestito. Ceteris paribus, all'aumentare dei tassi d'interesse, i risparmiatori possono fornire più prestiti (essere disposti a risparmiare di più) ma i mutuatari ne richiedono meno (perché non sono disposti a pagare di più per un prestito).

Inoltre i tassi d'interesse ci dicono come i risparmiatori e gli imprenditori stiano investendo i loro soldi. Alti tassi d'interesse ci dicono che i risparmiatori preferirebbero spendere i loro soldi ora piuttosto che metterli in una banca. Così gli imprenditori produrranno merci che possono essere consumate ora invece che in futuro.

Bassi tassi d'interesse ci dicono che i risparmiatori sono disposti a rinunciare al consumo presente in favore di uno maggiore in futuro. Così gli imprenditori inizieranno ad investire in progetti a lungo termine finanziati dal risparmio dei risparmiatori per soddisfarne i desideri futuri.

Ma quando le banche centrali abbassano i tassi d'interesse, confondono questi segnali. I risparmiatori, pensando che non ci sia tanta domanda per i loro soldi, risparmiano di meno; i mutuatari, pensando che ci sia un eccesso di risparmio, decidono di prendere in prestito più soldi. Poiché i risparmiatori stanno risparmiando di meno, spendono di più nel presente. Poiché i mutuatari devono rimborsare i loro prestiti, decidono di fare investimenti che daranno i loro frutti in futuro. Durante questo periodo in cui i consumatori spendono e gli investitori investono, l'economia sembra essere in piena espansione.

Ma a causa della mancata corrispondenza tra i desideri dei mutuatari e le aspettative dei risparmiatori, alla fine qualcuno chiederà alla propria banca più soldi di quelli che quest'ultima ha in riserva. Questo porterà ad una corsa agli sportelli che destabilizzerà l'intero sistema. Questo è il succo della cosiddetta "teoria Austriaca del ciclo economico".



L'Approccio della Moneta Sovrana

Le notizie che ci arrivano dall'Islanda parlano di un approccio risolutivo chiamato "moneta sovrana". Secondo questa tesi, il sistema della moneta sovrana richiederà alle banche commerciali di mantenere il 100% delle loro riserve, terminando quindi la pratica del prestito a riserva frazionaria.

Tuttavia la banca centrale continuerà ad esistere e si riserverà il diritto di creare denaro dal nulla in modo arbitrario. La banca centrale potrà creare soldi senza al contempo concedere un prestito. Quindi se lo stato avesse bisogno di $1 miliardo, al posto del sistema attuale in cui deve raccogliere tale denaro vendendo un bond da $1 miliardo, la banca centrale gli concederebbe letteralmente questa somma senza il bisogno di nulla in cambio.

La tesi della moneta sovrana afferma di portare diversi vantaggi nell'ambiente economico, ma per problemi di tempo mi concentrerò su una sola affermazione: la moneta sovrana si tradurrà in una maggiore stabilità economica.



Un Sistema con Riserve Bancarie al 100% e con una Banca Centrale è Sinonimo di Stabilità Economica?

Se le banche private operassero in un sistema con riserve bancarie al 100%, non c'è alcun dubbio che i prestiti rifletterebbero le condizioni reali di domanda e offerta sul mercato. Se una banca è limitata a prestare solo quella somma che i suoi clienti hanno designato come prestabile — cioè, la quantità di denaro che i risparmiatori sono disposti ad offrire — allora i mutuatari potranno prendere decisioni più consapevoli riguardo gli interessi di lungo periodo della società.

In altre parole, in un sistema con riserve bancarie al 100%, non ci sarebbero più disallineamenti sistemici tra la spesa dei risparmiatori e gli investimenti degli investitori. Quindi non ci sarebbe più alcun ciclo economico Austriaco.

Ma se la banca centrale è ancora in grado di creare denaro dal nulla, quali conseguenze avrà sul resto dell'economia? Il problema riguarda il modo in cui viene introdotta la nuova moneta.

Immaginate di trovare una banconota da $100 che è caduta dal cielo. Sicuramente la spendereste in cambio di qualcosa che comprate di solito; diciamo una collezione di libri da un'asta online. Se non aveste mai trovato quella banconota, non avreste partecipato all'asta online e così qualcun altro avrebbe comprato quella collezione di libri per meno soldi. Ovviamente voi siete più ricchi, però nessun altro è più povero perché avete trovato e speso $100 che si sono materializzati dal nulla.

Ma le vostre nuove ricchezze hanno fatto aumentare il prezzo dei libri rispetto a quello che altrimenti sarebbe stato in assenza di quei $100 trovati. Inoltre ora anche l'organizzatore dell'asta ha più soldi da spendere. Diciamo che è disposto a pagare un po' di più per guanti di pelle e DVD. Ora anche i rispettivi venditori di suddette merci hanno un po' più da spendere, mentre altre persone possono permettersi un minor numero di guanti di pelle e DVD.

Si noti che l'effetto della nuova moneta diminuisce dopo ogni transazione. In un primo momento sale solo il prezzo dei libri, poi il prezzo di guanti di pelle e DVD. Così ora la gente può acquistare meno libri, guanti e DVD rispetto a prima.

Chi entra in possesso del nuovo denaro per primo ottiene un grande vantaggio, e chi ne entra in possesso più in avanti perde su diverse cose. Il nuovo denaro distorce i prezzi relativi dei beni in modo tale che solo i suoi primi ricevitori ne traggano beneficio, e danneggia le persone che ne entrano in possesso più in avanti nel tempo. Questo è chiamato Effetto Cantillon.

Se nella società il potere di creare denaro è l'esclusiva solo di un'agenzia, allora essa trae enormi benefici dall'Effetto Cantillon. Di conseguenza le imprese private avranno un grosso incentivo a posizionarsi il più vicino possibile a tale agenzia, in modo da sfruttare anch'esse l'Effetto Cantillon.

Così, affidare la creazione di denaro ad un soggetto estremamente potente, significa assicurare agli agenti che lo controllano un ampio margine discrezionale su beni e servizi. Se sono i politici questi agenti, allora è probabile che i gruppi avvantaggiati saranno coloro che costruiscono infrastrutture e promettono altri "tipi di lavoro". Se invece sono i banchieri centrali, allora le istituzioni finanziarie saranno probabilmente le più avvantaggiate.

Avere un "comitato per la creazione della moneta" (come si propone dall'Islanda) dove i tecnocrati decidono quanti soldi saranno creati, mentre i burocrati decidono come verranno spesi, non farà che acuire l'incentivo al clientelismo.

Inoltre se il nuovo denaro viene utilizzato per comprometterne i tassi d'interesse — per esempio, per acquistare bond — allora (nonostante le riserve bancarie al 100%) ancora una volta l'economia sarà suscettibile ad una mancata corrispondenza tra ciò che i risparmiatori vogliono e ciò che gli investitori stanno facendo, portando così ad un altro ciclo economico Austriaco.[2]



Conclusione

Il sistema della moneta sovrana, con una banca centrale e con riserve bancarie al 100%, è probabile che possa ridurre significativamente le fluttuazioni associate alla riserva frazionaria. Tuttavia non è una panacea contro le distorsioni sistemiche dell'economia. Centralizzare qualsiasi potere, specialmente uno così importante come la creazione del denaro, porterà inevitabilmente al clientelismo. E seppur in maniera ridotta, esisterà ancora una manipolazione dei mercati del credito che porterà al ciclo economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Nel report islandese si dice che questa descrizione da manuale sia sbagliata, tema a cui mi dedicherò un'altra volta. Ciononostante non altera il resto dell'analisi.

[2] Per ulteriori dettagli su questo argomento, si veda la nota 89 a pagina 662 del libro di Jesus Huerta De Soto, Money, Bank Credit and Economic Cycles.

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Profeti inascoltati: Mises, Hayek, Richebächer e Stockman

Mar, 28/04/2015 - 10:18
Incredibile ma vero, lo zio Ben ha aperto un blog e sta scrivendo a ruota libera su come le decisioni prese da Presidente della FED siano state oculate e ponderate con cognizione di causa. Non contento, ha rincarato la dose: il suo nuovo libro. Chissà se l'edizione includerà anche le ripetute figure da fesso che gli ha fatto fare Ron Paul. Chissà se l'edizione conterrà anche le continue affermazioni sull'inesistenza di una bolla immobiliare negli USA, solo per ritrovarsela poi tra capo e collo nel 2008. Chissà se l'edizione conterrà anche i dettagli della più grande catastrofe economica degli USA inaugurata proprio sotto la sua presidenza con l'implementazione della ZIRP. Infatti è stata proprio questa strategia, in linea con l'eutanasia del rentier promossa da Keynes nella General Theory, che ha disintegrato i risparmiatori americani, i quali hanno visto annichiliti i loro sforzi decennali nel lavorare e mettere da parte qualcosa. Se il mercato avesse potuto ripulire gli errori economici all'alba della Grande Recessione, sarebbe stato promosso un sano accumulo di risparmi reali che fino a quel momento erano stati divorati dalle attività in bolla. Invece il Grande Esperimento Monetario dello zio Ben ha rifornito i mercati finanziari con denaro gratis e la conseguente speculazione alla ricerca di rendimenti decenti ha alimentato tutta un serie di nuove bolle. Disconnettendo l'economia reale (ad esempio la produzione industriale è ancora quella di 6 anni fa) da quella nominale (registrata nell'euforico mercato azionario e obbligazionario), le banche centrali si sono scavate la propria fossa economica. Il denaro irredimibile è irrimediabilmente bancarottiero.
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di Gary North


A partire dal 2001 il dottor Kurt Richebächer iniziò a descrivere nella sua newsletter mensile il destino che attendeva i mercati dei capitali, ovvero, l'espansione monetaria delle banche centrali di tutto il mondo li avrebbe distrutti.

In ognuna delle sue newsletter ritornava su questo tema. In ognuna avvertiva di come ci sarebbe stata una recessione devastante e un collasso dei mercati dei capitali. Il problema è questo: nonostante le sue analisi fossero fondate, tema dopo tema, sono diventate noiose. Era sempre la stessa vecchia storia, più e più volte. Avrebbe parlato della cattiva allocazione del capitale e poi nella newsletter successiva avrebbe parlato di un altro aspetto. Ed è andato avanti così.

E' morto all'età di 88 anni il 24 agosto del 2007. Il dicembre successivo la recessione colpì gli Stati Uniti. Per tutto il 2008 le grandi banche e le case finanziarie traballarono, e il momento clou arrivò con il fallimento della Lehman Brothers nel settembre 2008. Nel 2009 era chiaro a tutti che quella era la peggiore recessione dell'era post-seconda guerra mondiale.

Non è vissuto abbastanza a lungo da vedere i frutti delle sue previsioni. Ha avuto ragione per tutto il tempo, ma quando era in vita sembrava come se i suoi avvertimenti non si sarebbero mai avverati. Non è vissuto abbastanza a lungo da poter assaporare la soddisfazione delle sue previsioni. Non è vissuto abbastanza a lungo da vedere l'esito di quel processo contro il quale aveva inveito per sei anni.

Il suo problema è ora il problema di David Stockman. Stockman sta facendo la stessa cosa. Parla della cattiva allocazione del capitale, non una volta al mese, ma ogni giorno. Scrive articoli lunghi e dettagliati su questo tema. E' ben informato sui dettagli dei mercati finanziari ed è un Austriaco quando parla degli effetti dell'espansione monetaria delle banche centrali e commerciali. Capisce la teoria monetaria del ciclo economico di Ludwig von Mises. Non solo la capisce, ma ci crede fermamente. Non solo ci crede, ma la mette in pratica. Non solo la mette in pratica, ma trova riferimenti nel mondo attuale.

Non voglio dire che gli scritti di Stockman siano noiosi. E' uno scrittore vivace. Ma il suo tema è lo stesso, giorno dopo giorno: la cattiva allocazione del capitale a seguito dell'espansione monetaria della banca centrale. Guarda un mercato. Poi ne guarda un altro. Vede lo stesso modello. Continua a tornare sullo stesso messaggio, che è questo: l'inflazione della banca centrale e la riserva frazionaria delle banche commerciali allocano malamente il capitale, e quando il processo infine cesserà, ci sarà un crash.

Non ho dubbi sul fatto che abbia ragione. Anch'io la vedo più o meno allo stesso modo. Ma il problema di Stockman era il problema di Richebächer. La gente è stanca di sentire la stessa vecchia storia, nonostante il fatto che sia giusta.

Stockman non si trova più negli anni '80. A meno che non ci sia un evento irreversibile statisticamente anomalo, vedrà convalidate le sue predizioni nei mercati dei capitali. Non morirà quattro mesi prima che i mercati dei capitali comincieranno a collassare, come è accaduto nel dicembre 2007.

Il problema che deve affrontare è questo: la sindrome cinese. Il governo centrale cinese, gestito da burocrati comunisti, è stato in grado di mantenere un periodo di crescita economica senza precedenti sin dal 1979. Se il governo comunista non avesse avuto una banca centrale e se non avesse avuto banche statali, ma avesse semplicemente fatto affidamento su uno standard monetario aureo, il tasso di crescita economica sarebbe stato più lento ma ora la nazione non sarebbe minacciata da un bust. Non ci sarebbero le città vuote. Non ci sarebbero le autostrade verso il nulla. Non ci sarebbe un gran numero di persone che vive in aree urbane e che dipende totalmente dalla capacità della banca centrale di sostenere il boom economico mediante infusioni senza fine di denaro fiat.



A TIGER BY THE TAIL

Nel 1972 F. A. Hayek descrisse questo processo come "una tigre tenuta per la coda". Potete leggere questo libro qui. Oggi il mondo sta cavalcando delle tigri. In tutto il mondo le banche centrali hanno ampliato le varie offerte di denaro, cosa che ha innescato un boom in ogni nazione. Le banche centrali non possono smontare dalla schiena della tigre, né possiamo noi. Non possiamo scendere senza essere dilaniati dagli artigli della tigre.

All'epoca in cui venne pubblicato il libro, Hayek aveva scritto su questo argomento per quattro decenni. Cominciò nei primi anni '30. Oggi il suo avvertimento è ancora più rilevante, ma sono ormai passati 85 anni da quando ha iniziato a scrivere su questo tema. Ecco quello che scrisse nel 1960 nel suo classico, The Constitution of Liberty.

Una banca centrale può esercitare solo un controllo indiretto, e quindi limitato, su tutti i mezzi di circolazione. Il suo potere si basa principalmente sulla minaccia di non fornire liquidità quando è necessaria. Ma allo stesso tempo, viene considerato il suo dovere non rifiutare di fornire questa liquidità quando necessaria. E' questo il problema, piuttosto che gli effetti generali della politica sui prezzi o il valore del denaro, che preoccupa necessariamente il banchiere centrale nelle sue azioni giornaliere. E' un compito che richiede alla banca centrale una continua prevenzione o una neutralizzazione degli sviluppi nel campo del credito, per i quali delle semplici regole non possono fornire indicazioni sufficienti.
Questo è quello che stiamo vedendo oggi in Europa. Lo vedremo di nuovo negli Stati Uniti entro i prossimi 18-24 mesi, perché la Federal Reserve ha cessato di monetizzare il debito federale. Ha concluso il QE3. Possiamo essere certi che ci sarà un QE4.

L'entità della recessione nel 2008 e nel 2009 è stata sufficiente da catturare l'attenzione di tutto il mondo. L'espansione della base monetaria USA dopo il 2008 è stata più grande di quanto finora visto nella storia degli Stati Uniti. Questo è quello che ci voleva per salvare le varie banche e le compagnie d'assicurazione che avevano messo a rischio il capitale degli investitori. Avevano preso in prestito a breve e prestato a lungo termine: carry trade. Oggi questo carry trade è sfruttato fino all'osso. Con i tassi d'interesse a breve termine quasi a zero, vengono costruite grandi fortune attraverso investimenti a leva in obbligazioni che pagano il 3% o più. Ma ad un certo punto questo spread si inverte sempre. Si chiama curva dei rendimenti invertita. Le grandi fortune si trasformeranno in grandi perdite. Potete contarci. Preparatevi.



CONCLUSIONE

Ludwig von Mises ha sviluppato la teoria monetaria del ciclo economico. La comunità accademica ha ignorato questa teoria dal 1912 fino alla sua morte nel 1973. Essa ha preferito la spiegazione di Keynes, la quale giustificava i deficit pubblici e la contraffazione delle banche centrali. Il mondo è ora intrappolato nella versione keynesiana di questi cicli di boom-bust, che invece la teoria di Mises spiega e potrebbe eliminare se venissero abolite le banche centrali e la riserva frazionaria autorizzata dallo stato.

Per sei anni Richebächer ha scritto pezzi che si basavano sulla teoria di Mises. Aveva ragione, ma non è vissuto abbastanza a lungo da vedere quanto avesse ragione.

Questo è il problema di quelle persone che capiscono la teoria Austriaca del ciclo economico. Sanno cosa sta per accadere; raramente sanno quando. Ma quando accade, proprio come hanno previsto, non ottengono nessun credito, perché i loro avvertimenti sono stati visti da pochi e presi sul serio da ancora meno.

Quindi noi Austriaci aspettiamo il nostro tempo. Lanciamo i nostri avvertimenti e aspettiamo il loro inevitabile avveramento. Poi facciamo quello che possiamo per ricordare al pubblico che l'avevamo visto arrivare, sapevamo come e perché. Questo è il meglio che chiunque possa fare nell'era di Keynes.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Il giorno in cui i bancomat finiranno i soldi...

Lun, 27/04/2015 - 10:10




di Bill Bonner


Vi prego di ricordare questo avviso quando andrete al bancomat per prelevare denaro... e non ci sarà!

Mentre stavamo pensando a quello che sta accadendo nell'attuale sistema monetario, la nostra mente è stata attraversata da un pensiero allarmante.

Il nostro sistema finanziario potrebbe prendere una piega inaspettata e catastrofica che quasi nessuno immagina, figuriamoci anticipare.

Ricordate quando uno tsunami ha colpito le spiagge del sud-est asiatico, uccidendo migliaia di persone e causando miliardi di dollari di danni?

Beh, poco prima di quel muro d'acqua da 80 metri, sulla costa accadde una cosa strana: l'acqua era scomparsa.

La marea si era ritirata più di quanto chiunque avesse mai visto prima. I pescatori si diressero immediatamente verso le alture. Sapevano cosa stava per accadere. Invece i turisti se ne andarono sulla spiaggia a cercare conchiglie!

La stessa cosa potrebbe accadere all'offerta di moneta: la liquidità potrebbe evaporare improvvisamente – poco prima di poterci annegare dentro.

Ecco come... e perché.

Se osservate l'offerta di denaro M2 — che misura monete e banconote in circolazione, nonché i depositi bancari e i conti del mercato monetario — il mese scorso era pari a $11,700 miliardi.

Ma c'erano solo $1,300 miliardi di moneta fisica in circolazione — circa la metà della quale negli Stati Uniti. (Nessuno lo sa per certo.)

Quello che noi oggi usiamo come denaro, è in gran parte credito. Esiste come zeri e uno nei conti bancari elettronici. Non lo vediamo, né lo tocchiamo, né lo percepiamo, né lo contiamo o lo perdiamo dietro i cuscini dei divani

Le banche traggono un — lauto — proffito creando questo credito e finché le banche hanno capitale sufficiente, sono felici di creare tanto credito quanto noi siamo disposti ad accettarne.

Dopo tutto, alla banca costa pochissimo creare nuovo credito. Ecco perché ce n'é così tanto.

Un sistema monetario come questo non è mai esistito prima, e sta sopravvivendo solo perché il credito è stato espanso in modo preponderante.

Così, il nostro sistema monetario non è mai stato testato. Come reagirà durante una contrazione del credito profonda o prolungata? Può sopravvivere ad un lungo un mercato orso in obbligazioni o azioni? Che cosa accadrebbe se i prezzi al consumo andassero fuori controllo?

Il nostro sistema monetario attuale è iniziato nel 1971, e nel 1980 è sopravvissuto ad un'inflazione dei prezzi al consumo di quasi il 14% l'anno. Ma Paul Volcker era già al lavoro, aumentando i tassi d'interesse e portando l'inflazione sotto controllo.

Ed è sopravvissuto al "credit crunch" del 2008-09. Ben Bernanke ha fatto scendere il prezzo del credito quasi a zero, tagliando i tassi d'interesse a breve termine e acquistando migliaia di miliardi di dollari in titoli di stato.

Ma la prossima crisi potrebbe essere molto diversa...

I tassi d'interesse a breve termine sono già prossimi allo zero negli Stati Uniti (sotto lo zero in Svizzera, Danimarca e Svezia). E secondo un recente studio di McKinsey, il debito totale mondiale (almeno quello registrato ufficialmente) è attualmente pari a $200,000 miliardi – un aumento di $57,000 miliardi rispetto al 2007. Questa cifra rappresenta il 286% del PIL mondiale... ed è di gran lunga superiore a quella che può sostenere l'economia reale.

Ad un certo punto una correzione del debito sarà inevitabile. Le espansioni del debito conducono sempre – sempre – a successive contrazioni del debito. Non c'è altro modo. Il debito non può aumentare per sempre.

E quando succede, ZIRP e QE non saranno sufficienti ad invertire il processo perché sono già a pieni giri.

Che cosa accadrà allora?

Il valore del debito scenderà bruscamente e velocemente. I creditori guarderanno ai loro debitori... i trader guarderanno le loro controparti... i banchieri si guarderanno l'un l'altro...

...e all'improvviso nessuno vorrà separarsi nemmeno da un centesimo, per paura che non lo rivedrà mai più. Il credito si arresterà.

Non solo nessuno vorrà più concedere prestiti, ma nessuno vorrà nemmeno accendere un nuovo prestito – ad eccezione dei disperati senza scelta, anche se di solito questi non hanno alcuna speranza di ripagare i loro debiti.

Proprio come abbiamo visto dopo la crisi del 2008, ci si può aspettare una risposta rapida dai federali.

La FED annuncerà la possibilità di accedere ad un numero illimitato di nuove linee di credito. Ma non importa....

I prezzi delle case crolleranno. (Chi presterà denaro se la garanzia sarà il valore di una casa?) I prezzi delle azioni crolleranno. (Chi sarà in grado di prendere in prestito denaro se la garanzia sono le sue azioni?) Arte, collezionismo e risorse – tutti in caduta libera.

Nell'ultima crisi, ogni grande banca e società d'investimenti a Wall Street sarebbe andata in bancarotta se i federali non fossero intervenuti. La prossima volta potrebbe non essere così facile salvarli.

La prossima crisi è probabile che possa intaccare tutte le classi di asset. E con $57,000 miliardi di debito globale in più rispetto al 2007, è probabile che sia molto più difficile da fermare.

Siete ancora con me?

Perché qui è dove la storia si fa interessante...

In un sistema monetario coperto dall'oro i prezzi scendono, ma il denaro è ancora lì. Il denaro diventa più prezioso, non scompare. Acquista valore perché lo si può usare per comprare più roba.

Ovviamente la gente tende a trattenerlo. Di conseguenza cala la velocità del denaro – la frequenza alla quale ciascuna unità di denaro viene utilizzata per acquistare qualcosa. E questo fa sembrare che anche l'offerta di denaro stia calando.

Ma immaginate che cosa succede al denaro fiat. Non solo smette di circolare, ma svanisce.

Una banca che aveva un "asset" (sotto forma di un prestito ad un cliente) da $100,000 a giugno, può ritrovarsi con un pugno di mosche in mano a luglio. Una società che in questa settimana si impegna a riacquistare le proprie azioni, quella successiva potrebbe scoprire che quelle stesse azioni si sono dimezzate in valore. Una persona che oggi ha un portfolio di borsa da $100,000, domani potrebbe non avere più alcun valore.

Tutto questo è "normale" in una crisi del credito. Il problema – uno devastante – è che la gente oggi fa quello che ha sempre fatto, ma è costretta a farlo in un modo radicalmente diverso.

Smette di spendere. Accumula contanti. Ma che contanti si possono accumulare quando la maggior parte delle operazioni viene effettuata mediante il credito? Si può accumulare una linea di credito? Basta semplicemente mettere la carta di credito nella cassaforte?

No. La gente accumulerà quel tipo di denaro che capisce... qualcosa su cui può mettere le mani... qualcosa che sta guadagnando valore – rapidamente. Vorrà banconote, dollari.

Inoltre, seguendo un percorso ben noto, questi dollari di carta scompariranno rapidamente. Le persone assalteranno i bancomat. Dreneranno le linee di credito. Chiederanno indietro denaro tangibile sventolando le loro carte di credito. Vorranno denaro reale – la cara vecchia banconota di carta che si può mettere in tasca e nella cassaforte...

Fermiamoci qui e ricordiamoci che stiamo parlando di un breve lasso di tempo – giorni... forse settimane... un paio di mesi al massimo. Questo è tutto. E' il periodo dopo la crisi del credito che risucchierà il denaro del sistema... e prima che arriverà lo tsunami dell'inflazione.

Come ha detto Ben Bernanke: "Una banca centrale determinata può sempre creare inflazione positiva." Ma ci vuole tempo!

E durante tale intervallo, ci sarà panico. Un panico relativo al dollaro – con persone disperate che vorranno mettere le proprie mani sui dollari... per pagare il cibo... il carburante... e per tutto il resto di cui hanno bisogno.

Il credito potrà anche essere ancora disponibile, ma sarà inutile. Nessuno lo vorrà. I bancomat e le banche resteranno a corto di contanti. Le linee di credito verranno svuotate per ottenere denaro reale. Le banche dovranno mettere dei cartelli: "Prelievi in ​​contanti limitati a $500." E poi: "Nessun prelievo di contanti."

Avrete una carta di credito con una linea di credito da $10,000. Sul vostro conto di debito ci saranno solo $5,000. Ma tutte le istituzioni finanziarie barcolleranno e le notizie vi informeranno che la vostra banca è andata in default ed è stata posta in amministrazione controllata. Cosa preferireste avere? La vostra linea di credito da $10,000 o una pila di banconote da $50?

Se andrete a fare rifornimento di benzina, potreste seguire l'abitudine e pagare con la carta di credito.

"Solo Denaro Contante," reciterà l'avviso. Poiché la macchina del credito starà collassando, il distributore di benzina... i suoi fornitori... e i suoi finanziatori non vorranno rimanere bloccati con un "credito" nei confronti del vostro prestatore in bancarotta!

Quali linee di credito saranno ancora valide? Quale banca fallirà per prima? Chi potrà ripagare il suo mutuo? Chi onorerà il suo debito sulla carta di credito? In una crisi, queste domande diventeranno comuni.

Ma nessuno saprà le risposte. Ben presto le persone semtteranno di porsele... e andranno a caccia di contanti.

Il nostro consiglio: conservatene un po' a portata di mano. Potreste averne bisogno.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/