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Il rigor mortis europeo

Freedonia - Ven, 19/09/2014 - 10:06




di Francesco Simoncelli


[Questo articolo è apparso in precedenza sul magazine online The Fielder.]


Scrivere della crisi europea equivale ormai a sparare sulla croce rossa. La visione mainstream di una Europa unita sta cadendo a pezzi sotto gli incessanti fallimenti della pianificazione centrale. Gli eurocrati credevano, infatti, di poter dar luce al loro esperimento monetario unico senza intoppi; per un certo periodo di tempo è andata così, ma come accade sempre quando abbiamo a che fare con la pianificazione centrale, essa è destinata a vedersi sgretolare tra le sue mani i suoi piani presumibilmente ben congeniati. Di conseguenza, sono iniziati i salti mortali per tenere a galla una barca che fa, vistosamente, acqua da tutte le parti. Finora, tutto non ha fatto altro che fallire. Dai fondi di "solidarietà" tra i vari stati membri fino ad una burocrazia invadente, la persistenza della stagnazione (che man mano si è tramutata in stagflazione) sta facendo arrovellare il cervello di coloro i quali si presume "sappiano meglio" cosa sia bene per il resto delle persone.

L'unica idea che sono stati in grado di avanzare non è affatto originale: pungolare la BCE affinché arroventi le rotative. In questi giorni il cambio EUR/USD ha visto un considerevole assottigliamento, da 1,338 nella seconda settimana di agosto fino a 1,313 dell'ultima. Come possiamo vedere da questo grafico, la BCE è tornata ad emettere foglietti di carta colorata. Stando a quanto riferisce Bloomberg, Draghi è ancora impegnato a sorreggere in tutti i modi possibili un comparto bancario i cui ultimi spasmi vengono scambiati per segnali di vita. Se non fosse stato per l'intervento attivo della banca centrale, a quest'ora i banchieri commerciali starebbero vendendo polizze assicurative porta a porta. Ma tutto ha un suo tempo.

Ad ora, la BCE si limiterà ad una sorta di mini-QE andando ad acquistare titoli cartolarizzati nel mercato degli ABS. Questi titoli fanno riferimento principalmente al settore subprime dei prestiti automobilistici ed immobiliari, ovvero, si cercherà di alleggerire ulteriormente il fardello del comparto bancario commerciali trasformando la BCE in una discarica in cui gettare tutto quel pattume generato fino ad ora dal suddetto settore finanziario in grave crisi. Infatti, i bilanci delle banche sono totalmente un disastro e continuare a nascondere questa evidenza con soluzioni di fantasia che rimandano nel tempo il giudizio finale del mercato, non aiuterà affatto una ripresa dell'economia.

Questo non fermerà affatto le banche commerciali dal prestare denaro allo stato comprando i loro titoli di stato, ma ciò che si vuole  conseguire (in potenza) con tale mossa è la ripresa del credito all'economia più ampia. In realtà questa è solo una pia illusione. Per quanto riguarda la società, e quindi gli individui in generale, è riluttante a prendere in prestito nuovi fondi per avviare un'attività. Il panorama economico è estremamente incerto, i segnali di mercato distorti e la voracità dello stato picchia forte sull'entusiasmo degli imprenditori. Inoltre, e ciò è più sconcertante, in Italia un terzo di tutte le richieste di prestito è destinato a saldare debiti preesistenti. Lo scoraggiamento è il vero padrone qui, ed i tassi di interesse reali raccontano tutta un'altra storia.





Al contrario, per le banche commerciali e lo stato i costi di finanziamento sono ultra bassi. Questo perché il compito ufficioso del settore bancario centrale è quello di aiutare in qualsiasi modo queste due entità. Sebbene i bond statali siano stati considerati "privi di rischi" da Basilea III, essi nella realtà non lo sono affatto poiché rappresentano la capacità dei singoli stati i estrarre ricchezza crescente dalla propria popolazione. Ovvero, la capacità degli stati di predare voracemente il bacino dei risparmi reali. Fin quando è in crescita, seppur esigua, questa strategia può andare avanti; una volta che diventa stagnante, o peggio si riduce, la capacità dello stato di garantire per le sue spese folli viene a mancare.

Il segnale di un bacino dei risparmi reali in pericolo è il fallimento coatto delle piccole e medie imprese, oltre ad una mancanza di rotazione economica all'interno dell'economia. Queste due principali condizioni rappresentano due spie dall'allarme che ci avvertono che bisogna fare attenzione a come si agisce. Allo stato attuale, tali segnali sono stati ignorati con noncuranza. Si offre allo stato un pasto gratis attraverso l'intermediazione delle banche commerciali che, forti dell'appoggio della banca centrale, sono disposte ad ingozzarsi di pattume oggligazionario statale per continuare a mandare avanti la giostra. Poi, a loro volta, gli stati salvano le banche in difficoltà.

Il coacervo di azzardo morale creato finora è qualcosa di abnorme, e va oltre qualsiasi cosa vista finora. Sin dal panico del 2008, è stato fatto poco e niente per risolvere il caos finanziario prolungato dalla necessità di salvaguardare i cosiddetti TBTF. Visto che gli artifizi contabili hanno consentito ai pianificatori centrali di schivare il proiettile fatale ancora una volta, si è preferito tornare a strafogarsi con l'indebitamento tronfi del fatto che in un modo o nell'altro è sempre possibile sfuggire alla sorte avversa. La formula magica è la solita: denaro dei contribuenti, interventismo crescente, manipolazione dei parametri economici. E' questo quello che è stato fatto finora, non c'è quindi da sorprendersi se le cattive si rincorrono giorno dopo giorno.

In Italia, ad esempio, in questi giorni si parla di un decreto del governo che dovrebbe finalmente sbloccare la situazione incagliata. In sostanza, lo stato italiano sta cercando in tutti i modi di ridare vita ad una bolla (presumibilmente quella dei lavori pubblici) per sostituire la bolla immobiliare scoppiata dopo la chiusura dei rubinetti da parte della BCE. Il governo Renzi non farà altro che spendere e creare nuovi investimenti improduttivi sopra quelli ancora da liquidare.


Ameco Chart: Total expenditure: general government :- ESA 1995 (Including one-off proceeds (treated as negative expenditure) relative to the allocation of mobile phone licences (UMTS)) (UUTG)

Ma la cosa che fa impallidire è come verrà utilizzata la CDP, la quale rappresenta una fonte di finanziamento non indifferente per lo stato italiano. Nel decreto ci saranno: "[...] disposizioni per il potenziamento dell’operatività di Cassa Depositi e prestiti a supporto dell’economia." Questo significa più passività off-budget. Questo significa più intromissione della burocrazia nel libero mercato. Questo significa un default più doloroso. Perché a tutto ciò dobbiamo aggiungere la falsa efficienza dello stato nel campo imprenditoriale, il deserto industriale incalzante ed un sistema pensionistico condannato sin dalla nascita.



PATTINARE SUL GHIACCIO SOTTILE

Tali problemi, tuttavia, non riguardano solo il nostro paese. La decisione di continuare a calciare il barattolo è ormai una strategia implementata a livello globale. Infatti, come ci spiega Reuters, i pianificatori centrali del mondo sono finalmente giunti ad una risposta all'annosa domanda "Cosa fare per uscire dal tunnel della crisi?" Come soleva dire Quelo: "La risposta è dentro di te, però è sbagliata." I leader mondiali del G-20 hanno fatto sapere che a novembre alle banche sarà permesso di emettere particolari obbligazioni che permetteranno loro di aumentare la qualità del loro capitale. Beh, come se JP Morgan e Deutsche Bank non fossero già abbastanza ingombrate di titoli di debito tossico da far girare in tutto il mondo!

Arrivati a questo punto, apprendiamo come gli stimoli economici attuati fino ad ora non siano più sufficienti per tenere in piedi l'attuale sistema (soprattutto grazie alla FED, la quale non solo ha supportato artificilamente il mercato americano ma anche quello europeo), quindi la richiesta è per una loro maggiorazione. Nonostante i bilanci delle banche commerciali siano una catastrofe, pieni zeppi di asset non performanti, si cerca di farli apparire sani con una domanda artificiale  per titoli che di produttivo non hanno nulla. Si continuerà semplicemente a gettare cartastraccia ai problemi economici.

Questa strategia è in netto contrasto con il volere del libero mercato, il quale sta forzando ancora una recessione in questo ambiente economico dati i livelli di errori accumulati fino ad ora.




Gli attori di mercato pagheranno a caro prezzo la presunzione dei pianificatori centrali, ricoprendo il ruolo di garanzia ultima dietro i loro azzardi morali. I contribuenti, infatti, saranno persistentemente chiamati a salvare la giornata qualora la situazione dovesse sfuggire di mano ed i piani ben congeniati dovessero dileguarsi in una bolla di sapone. Quanto può andare avanti una cosa del genere? Non per molto. Il numero di persone da parassitare si sta facendo sempre più esiguo, date le distorsioni che continuano ad accumularsi ed i fondamentali di mercato palesemente truccati.




Questo significa che più persone diventeranno dipendenti dagli assegni di Washington. Questo significa spesa pubblica fuori controllo. Questo significa Grande Default. Il welfare state manderà in bancarotta il moderno sistema statale, e con esso verranno infrante le tante promesse fatte all'elettorato. Quel giorno la maggior parte delle persone che verrà colta di sorpresa imparerà una lezione che, si spera, ricorderà a vita: non prestare più denaro allo stato e non credere nel suo potere presumibilmente salvifico.




Nel frattempo, sul fronte estero lo Shanghai Cooperation Organisation (SCO) continua a raccogliere adesioni. Il suo intento è chiaro: spodestare il dollaro come valuta universale nei pagamenti internazionali. Ultima a cedere al suo fascino è stata la Turchia, il cui ruolo di intermediario l'ha avvicinata ai BRICS sgonfiando il suo interesse per la NATO. Russia e Cina si stanno muovendo per offrire un'alternativa concorrenziale al biglietto verde, ed è davvero interessante notare come la banca centrale della Russia e tutte quelle facenti parte dello SCO abbiano aumentato le loro riserve d'oro negli ultimi anni.



UNA PROPOSTA MODESTA

Il contesto finora presentato, ha le sue radici in un sistema bancario protetto da un cartello e forte di privilegi d'impresa unici. La possibilità di poter in qualche modo manipolare il mezzo di scambio della società, pone il settore bancario in una posizione decisamente invidiabile. Questo risultato è stato raggiunto, nel corso degli anni, attraverso favori chiesti ed attuati dagli stati, i quali non hanno fatto altro che consolidare il potere degli istituti di credito. Propaganda e leggi ad hoc hanno lavorato per mettere fuori gioco le forze di mercato e sopprimerle quanto più a lungo possibile. Ciò ha posto barriere all'ingresso nel mercato monetario, impedendo ad eventuali concorrenti di presentare la loro offerta.

Seppur soppresse, le forze di mercato sono ancora vive. Non ci hanno mai abbandonato, perché siamo noi stesse ad alimentarle. I pianificatori centrali lo sanno, ed è per questo che stanno intensificando le normative per rendere il sistema bancario commerciale il referente principale per la maggior parte delle persone. Pensate, ad esempio, ai vostri conti in banca, a cosa succederebbe se voleste ritirare tutto il contato depositato. Sareste sommersi di scartoffie, per non parlare della visita a casa vostra di un agente del governo intenzionato "ad aiutarvi". Il vostro controllo sulla vostra vita è qualcosa che lo stato in questo momento non può permettersi. La volontà volubile degli individui li rende delle mine vaganti impossibili da predire. Questo significa che la situazione potrebbe sfuggire di mano in modi repentini ed imprevedibili.

Gli stessi metodi utilizzati per reprimere le libertà individuali si ritorceranno contro a coloro che li stanno implementando. La riserva frazionaria dà, la riserva frazionaria toglie. Se volete guardare la morte dello stato e dei suoi tentacoli, allora tenete d'occhio Bitcoin. Non ci sarà alcuna rivoluzione. Non ci sarà alcuna riforma partorita da una commissione qualsiasi. Il dinamismo del mercato spazzerà via, una volte per tutte, l'immobilismo anacronistico dello stato. Pensate alle poste.

Nel futuro prossimo, sempre più persone si rivolgeranno al laissez-faire per riscoprire quanto potenziale è stato finora represso da una manica di parassiti in giacca e cravatta. Ed è per questo che vi dico: abbracciate il laissez-faire! E' l'unico modo per velocizzare il processo di erosione di quei privilegi costruiti nel tempo da un sistema truffatore ed ingannatore. E' l'unico modo per smantellare le barriere all'entrata erette a difesa dello status quo monetario. E' l'unico modo per liberarsi una volte per tutte del cartello rappresentato dalle banche centrali.

Un ritorno alla concorrenza nel sistema monetario significherebbe disciplina, ponderazione del rischio e, soprattutto, calcolo economico. Le banche commerciali non avrebbero più salvagenti lanciati dalla politica per uscire da situazioni pericolose create da esse stesse. Niente più FDIC. Niente più soldi dei contribuenti. Niente più pistole e distintivi a guardia di entità protette. Solo la libertà, e nel nostro caso il free banking, metterebbe un serio freno alle espansioni monetarie incontrollate ed ai tremendi bust che ne seguono. Le azioni degli individui faranno il resto, andando a soddisfare le necessità di coloro che desiderano accendere prestiti e di coloro che desiderano depositare denaro.

Non c'è niente che la normativa civile e commerciale non possa affrontare quando si parla di banche, obbligando coloro che intendono fare affari con gli istituti di credito a rispettare gli oneri dei termini contrattuali stipulati. Lasciare che lo stato continui a controllare e regolamentare il settore bancario commerciale fino alle sua inevitabile implosione, non farà altro che ingigantire gli errori ed il dolore economico da sopportare quando questa situazione non potrà più andare avanti.


Il ciclo naturale: VIII parte

Von Mises Italia - Ven, 19/09/2014 - 08:00

VII. Conclusioni

 

L’analisi sin qui svolta ci permette di concludere, in maniera molto semplice, e sulla scia di autorevoli economisti del passato, che l’andamento ciclico è la forma che lo sviluppo assume in un’economia capitalistica.

Pur riconoscendo validi i presupposti di fondo della teoria austriaca del ciclo economico, in particolare nella versione di Hayek, dobbiamo riconoscere che non è sufficiente eliminare la banca centrale e il suo ruolo di ‘inganno’ esercitato attraverso il saggio di interesse monetario al fine di annientare le dinamiche cicliche dello sviluppo.

L’introduzione sistematica del ruolo di aspettative ‘reali’, che agiscono nel tempo ‘reale’, nel senso auspicato da Ludwig Lachmann, non può che condurci verso la riscoperta delle ondate secondarie di investimenti (imitazioni e speculazioni) sulle quali si è soffermato in particolare Schumpeter. Esse, rese possibili da una politica bancaria sensibile e parte del generale sentiment positivo di una fase di espansione, corrispondono precisamente a quella parte della fase di crescita che dovrà essere liquidata attraverso una crisi di riaggiustamento.

Riteniamo pertanto valido trattenere la distinzione austriaca tra crescita sostenibile e non. Ciò che invece intendiamo superare è la credenza che nel primo caso la fase espansiva non venga seguita da una crisi. Al contario, una crisi di liquidazione avviene in entrambi i casi. Sono l’intensità e la durata della crisi a marcare la differenza. In caso di boom originatosi in modo malsano sin dal principio, gran parte dei progetti imprenditoriali di lungo respiro avviati dagli imprenditori faticheranno ad essere completati. Nel caso invece di crescita avviata in modo ‘sostenibile’, sono solo le iniziative di imitazione e speculazione che non potranno essere completate. Per cui gli effetti positive della prima parte dell’espansione non saranno cancellati. Si tratterà solo di ‘fare pulizia’. Chiamiamo questo caso ciclo naturale. Nel caso precedente, invece, si tratterà di ricostruire su un mare di macerie.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

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REFERENCES

 

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Lettera di un ragazzo omosessuale

Luogocomune.net - Gio, 18/09/2014 - 17:50
Lettera di un ragazzo omosessuale, che si domanda che cosa ci sia dietro all'improvvisa apertura verso i gay in tutto il mondo.

Ciao Massimo, sono un tuo accanito lettore, appena sento una notizia al tg che mi puzza, corro su LuogoComune per vedere se hai pubblicato qualcosa a riguardo. Volevo farti i complimenti perché penso che il tuo lavoro sia molto importante per garantire la libertà di pensiero e di espressione che sempre più spesso sono in pericolo in una società come la nostra, all’apparenza democratica, ma che in realtà viola costantemente i diritti che afferma di garantire. Ti scrivo questa mail perché volevo denunciare una situazione che secondo me sta raggiungendo ultimamente l’apice della vergogna. L’argomento è diverso da quelli che solitamente tratti, ma le tecniche di disinformazione sono sempre le stesse. La verità viene nascosta, chi prova a contestare la tesi ufficiale viene messo a tacere. La stragrande maggioranza della popolazione vive nella più completa e totale ignoranza a riguardo. L’argomento di cui voglio parlarti è l’omosessualità, io sono una voce fuori dal coro, anzi fuori da tutti i cori.

Cominciamo dal dire chi sono: sono un ragazzo di 22 anni, ho avuto relazioni con entrambi i sessi e ho vissuto nel cosiddetto “ambiente gay” per anni, nonostante la mia giovane età. A chi mi chiede con chi mi vedo in futuro, rispondo con una donna, nonostante non mi vergogni del mio passato e non me ne penta. Premetto che non penso di avere la verità in tasca e quello che dirò è frutto di miei ragionamenti, non solo miei per fortuna, e si basa anche sulla mia esperienza personale.

Vorrei trattare principalmente due questioni riguardo all’omosessualità:

1) Da qualche decina d’anni nel mondo occidentale si è assistito ad una grande apertura verso il mondo LGBT (Lesbiche - Gay – Bisessuali – Transgender), è frutto di un rinnovato sentimento filantropico o c’è dell’altro?

2) Ambienti gay: sono davvero così “normali”?

Partiamo dal primo punto. Sempre più spesso nelle serie tv e nei film si vedono personaggi gay, ...

Eroi veri: i “giusti” ed i buoni

Freedonia - Gio, 18/09/2014 - 10:19




di Bill Bonner


“Se tutti spazzassero le proprie soglie, il mondo sarebbe un luogo più pulito.”

-Goethe


Esistono così tanti difetti nel carattere umano che anche una parrucchiera si annoierebbe se dovesse elencarli.

Ma oggi ci concentreremo solo su due che reputiamo più divertenti: voglio usare il cervello per migliorare il mondo, ma quando mi ci metto, il cervello cessa di funzionare.

Il difetto comincia ad apparire, acutamente, quando il tipico Homo sapiens raggiunge la sua adolescenza. Qui è quando il suo cervello è forte ed attivo, ma non è ancora stato messo alla prova dall'esperienza. Pensa ancora di poter risolvere qualsiasi problema.

In un libro di memorie della sua giovinezza, per esempio, un amico d'infanzia di Adolf Hitler ha scritto che il futuro Fuhrer attraversava il quartiere e sottolineava come avrebbe migliorato le cose — cambiato il colore di una casa... abbattuto le colonne di un'altra... riparato il tetto di una terza. Ma, invece di comprarsi una casa e cercare di realizzare le sue ambizioni architettoniche, il giovane Hitler cercò di cambiare il volto del mondo intero.

E qui arriviamo all'altro difetto — non dei leader, ma dell'uomo comune. Si è pronti ad andare avanti a tutti i costi. In pochi anni, i tedeschi si espansero in tutta Europa, creando scompiglio e caos... cercando di imporre lo sconclusionato nuovo ordine di Hitler.

"Ricordo", ha detto un uomo che abbiamo incontrato ieri, "che io ero lì; e oggi non sarei qui se non fosse stato per una di quelle persone che noi chiamiamo i “giusti”."

Sì, caro lettore, ancora una volta non scriveremo sui tanti imbranati in mezzo a noi, ma di pochi eroi veri. Molti di loro sono stati premiati qui a Parigi ieri, durante una cerimonia speciale nel Pantheon.

Quando i nazisti rivelarono i loro piani per il miglioramento del mondo, gli ebrei scoprirono che non c'era posto per loro in quel progetto. Molti fuggirono in Francia. Poi, quando i panzer entrarono a Parigi, scoprirono che non avevano fatto abbastanza. La razza padrona, con la connivenza attiva del governo francese, rastrellò presto gli ebrei e li rimpatriò in Germania, o per lavorare nei campi di concentramento... o per essere sterminati.

Solo poche persone — i Giusti — si presero la briga di fare qualcosa.

"Avevo solo tre anni all'epoca", ha spiegato il nostro amico a pranzo. "Ma mia madre e mio padre sapevano che potevano essere presi da un giorno all'altro. Avevamo amici che possedevano un bar/hotel fuori Parigi. Si offrirono di prendersi cura di me. Furono davvero coraggiosi, perché se fossero stati scoperti probabilmente sarebbero stati mandati nei campi di concentramento — o addirittura uccisi. E la cosa peggiore era che ci si doveva nascondere... non solo dai tedeschi, ma anche dai vicini di casa, perché non si sapeva se avessero potuto denunciarti alla Gestapo o no."

"Allora queste persone mi presero con loro e dissero a tutti che ero il loro nipote... scaricando le “colpe” su un figlio troppo libertino ed una madre sconosciuta. Se qualcuno mi avesse chiesto chi fossero i miei genitori, avrei dovuto dire che non lo sapevo."

"Per un po' i tedeschi rimasero accampati nel cortile dell'hotel, con gli ufficiali nelle camere. Erano davvero molto cordiali. Uno di loro mi diede una tavoletta di cioccolato. Ma avevo paura di mangiarla perché mia madre mi aveva detto che i tedeschi avrebbero potuto avvelenarmi. Così la diedi al cane e guardai per vedere cosa sarebbe successo. Al cane non accadde niente... così ne tenni anche un po' per me."

"Quelli erano tempi spensierati. Ma oggi, sto andando al Pantheon. Sono un testimone... una testimonianza viva... di come alcune persone possono fare davvero cose coraggiose, anche quando non ne avrebbero ragione. E si sa, questa è una cosa della seconda guerra mondiale... e forse l'unica cosa... di cui i francesi possono essere orgogliosi."

Sì, caro lettore. Ci sono persone che non cercano di migliorare il mondo, cosa che non solo è senza speranza, ma anche inutile e disastrosa. Invece i veri eroi fanno quello che possono per migliorare il mondo intorno a loro. Qui, rendiamo onore ad un altro paio di loro.

Negli Stati Uniti eseguire un'operazione alla cataratta costa circa $1,650. Probabilmente non vi aspetterete molte operazioni simili in un paese come l'India, dove il reddito pro capite è meno di $1,000. Ma oggi in India ci sono cinque ospedali che eseguono più di 180,000 operazioni agli occhi ogni anno. Ogni operazione costa circa $110. La maggior parte dei pazienti non paga nulla.

Questo grazie al Dr. Govindappa Venkataswamy, che nel 1976 a Madurai ha fondato il suo Aravind Eye Hospital da 12 posti letto. All'epoca aveva già 57 anni.

Il dottor V. voleva diventare un ginecologo, ma rimase paralizzato da un'artrite reumatoide in tenera età. Gli ci vollero due anni per riprendersi. Visto che non poteva più prendersi cura dei neonati, rivolse lo sguardo allo studio dell'oculistica, e progettò strumenti speciali che si fossero adattati alle sue mani. Scoprì che poteva fare operazioni agli occhi in modo più semplice, veloce e molto più conveniente.

L'ispirazione, dice, gli venne da McDonald. Scoprì la famosa M dell'insegna a 55 anni e questa scoperta gli cambiò la vita.

"In America ci sono potenti dispositivi di marketing per vendere prodotti come la Coca-Cola e gli hamburger," dice. "Tutto quello che voglio vendere è una buona vista, e ci sono milioni di persone che ne hanno bisogno... Se la Coca-Cola può vendere miliardi di bibite e McDonald può vendere miliardi di hamburger, perché Aravind non può vendere milioni di operazioni di ripristino della vista? Con la vista le persone potrebbero essere liberate dalla fame, dalla paura e dalla povertà."

"Nel terzo mondo una persona non vedente viene indicata spregiativamente come “una bocca senza mani”," dice il dottor V. "E' dannoso per la sua famiglia e per tutto il villaggio. Ma tutto quello di cui ha bisogno è un intervento di 10 minuti. Per una settimana deve portare le bende, quella successiva gliele vengono tolte. La gente non si rende conto che un tale intervento chirurgico è disponibile, o che può permetterselo, perché è gratis. Dobbiamo vendere a chi ha più bisogno."

L'ospedale si accolla i costi di coloro che non possono pagare. I clienti paganti sborsano 50 rupie (circa $1) per la consultazione e scelgono la loro sistemazione: camere di "classe A" ($3 al giorno) che sono private; camere di "classe B" ($1,50 al giorno) in cui un bagno è condiviso; o camere di "classe C" ($1 al giorno), essenzialmente un tappeto sul pavimento. I clienti paganti scelgono tra un intervento chirurgico con punti di sutura ($110) e uno senza ($120).

Da quando ha iniziato, i suoi ospedali oculistici hanno ripristinato la vista ad oltre un milione di persone in India. Anche con piccole entrate per paziente, Aravind realizza un profitto con un margine lordo del 40%. Un'operazione viene completata; un'altra ne segue a ruota. E' apparentemente un'impresa molto efficiente e produttiva.

Aravind ora fa più interventi chirurgici agli occhi di qualsiasi altra clinica in tutto il mondo, e senza accettare contributi pubblici. Questi ospedali sono totalmente auto-sostenuti. Né il dottor V. tenta di intascare un profitto per sé dall'impresa. Vive con una pensione, senza prendere soldi dall'Aravind.

Il dottor V. sta aiutando i poveri alla grande. Ma li aiuta anche in maniera molto diversa da un qualsiasi "miglioratore del mondo". Li considera degli individui.

"I consulenti parlano dei “poveri”", dice. "Nessuno all'Aravind fa discorsi simili. “Il povero” è un termine volgare. Definireste Cristo un uomo povero? Definire “povere” certe persone vi mette in una posizione superiore, vi acceca non permettendovi di comprendere quanto voi siate poveri — e in Occidente ce ne sono molti: emotivamente e spiritualmente. In America avete molti comfort, ma avete paura gli uni degli altri."

Il dottor V. si occupa solo di fare operazioni agli occhi... rapide ed economiche. Il miglioramento del mondo è venuto — come sempre — come un sottoprodotto dell'azione privata. Nello stato di Tamil Nadu, dove si trova il suo ospedale principale, l'incidenza della cecità è del 20% inferiore rispetto al resto dell'India.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Luogocomune.net - Mer, 17/09/2014 - 17:07
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

Il giorno in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di pagare i loro debiti

Freedonia - Mer, 17/09/2014 - 10:11




di Addison Wiggin


L'anno era il 1944. Per la prima volta nella storia moderna venne raggiunto un accordo internazionale per gestire la politica monetaria tra le nazioni. C'era la possibilità di creare una valuta internazionale stabile e garantire la stabilità monetaria una volta per tutte. In totale, 730 delegati provenienti da 44 nazioni si riunirono per tre settimane in un hotel a Bretton Woods, New Hampshire.

Fu un'opportunità significativa, ma non raggiunse il vero potenziale che conteneva. Tuttavia, rappresentò lo stesso un punto di svolta nella storia monetaria.

Il risultato di questo incontro internazionale, l'accordo di Bretton Woods, aveva lo scopo originario di rimarginare le ferite lasciate dalla seconda guerra mondiale attraverso una serie di programmi di stabilizzazione delle valute e prestiti infrastrutturali alle nazioni devastate dalla guerra. Nel 1946 il sistema era in piena attività, grazie anche alla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS, la Banca Mondiale) ed al Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Ciò che rende così interessante l'accordo di Bretton Woods è il fatto che il piano per la politica monetaria internazionale si basava su nazioni che accettavano di aderire ad un gold standard globale. Ogni paese che firmò l'accordo promise di mantenere il valore della sua moneta all'interno di uno stretto margine connesso al valore dell'oro. Il FMI venne istituito per occuparsi degli squilibri di pagamento temporanei.

Questo sistema ha funzionato per 25 anni, ma era viziato nelle sue ipotesi sottostanti. Agganciare una valuta internazionale all'oro ad un cambio fisso di $35 l'oncia, non prese in considerazione la variazione del valore reale dell'oro sin dal 1934. Il dollaro aveva perso potere d'acquisto durante e dopo la seconda guerra mondiale, e mentre le economie europee si riprendevano, il crescente drenaggio delle riserve auree degli Stati Uniti condannò l'accordo di Bretton Woods.

Questo problema è stato descritto da un ex-vice presidente della Federal Reserve Bank di New York:

Fin dall'inizio, l'oro è stato il punto vulnerabile del sistema di Bretton Woods. Eppure l'impegno assunto dal governo degli Stati Uniti ai sensi della legislazione di Bretton Woods è facilmente comprensibile, tenuto conto delle circostanze eccezionali del momento.

Alla fine della guerra, il nostro ammontare di oro era pari a $20 miliardi, circa il 60% del totale delle riserve auree ufficiali. Nel 1957 le riserve auree degli Stati Uniti superarono, con un rapporto di 3 ad 1, le riserve totali in dollari di tutte le banche centrali estere. Il dollaro cavalcava i mercati dei cambi come un colosso.
Con l'esaurimento delle sue riserve auree nel 1971, gli Stati Uniti sganciarono la loro moneta dal gold standard e Bretton Woods non fu più praticabile.

Per certi aspetti, le idee alla base del sistema monetario di Bretton Woods erano molto simili ad un'economia da nazioni unite. La combinazione della depressione mondiale del 1930 e la seconda guerra mondiale furono cruciali nel condurre tante nazioni ad un vertice economico di tale portata.

La scusa fu che le barriere commerciali ed i costi elevati causarono una depressione mondiale, almeno in parte. Inoltre, in quel periodo era pratica comune usare la svalutazione della moneta per incidere sulle importazioni dei paesi limitrofi e ridurre i disavanzi di pagamento.

Purtroppo tale pratica portò a deflazione, a disoccupazione cronica, e ad una riduzione del commercio internazionale. Tra le lezioni apprese nel 1930 (ma poi dimenticate da molte nazioni) c'era la comprensione che l'uso della moneta come strumento economico tattico provoca sempre più problemi di quanti ne risolva.

La situazione è stata riassunta bene da Cordell Hull, Segretario di Stato degli Stati Uniti dal 1933 al 1944, che scrisse:

Il commercio senza ostacoli combacia con la pace; le tariffe elevate, le barriere commerciali e la concorrenza economica sleale combaciano con la guerra [...]. Se potessimo ottenere più libertà nel flusso del commercio [...] in modo che un paese non divenisse geloso di un altro e il tenore di vita di tutti i paesi potesse salire, eliminando così l'insoddisfazione economica che genera la guerra, potremmo avere una ragionevole possibilità di una pace duratura.
Il suggerimento di Hull, secondo cui la guerra ha spesso una radice economica, è ragionevole data la posizione della Germania e del Giappone negli anni '30. L'embargo commerciale imposto dagli Stati Uniti contro il Giappone, inteso specificamente a ridurre l'espansione giapponese, può essere stata una delle cause principali per l'atteggiamento belligerante del Giappone.

Un altro osservatore ha concordato con questa posizione, dicendo che i rapporti economici scadenti fra le nazioni "si traducono inevitabilmente in guerra economica che sarà un preludio ad una guerra militare su scala più vasta."

Bretton Woods aveva l'intenzione originaria di appianare il conflitto economico, in riconoscimento dei problemi che provoca la disparità economica. Le nazioni alla riunione sapevano che questi problemi economici erano in parte responsabili della guerra stessa, e che la riforma economica avrebbe aiutato a prevenire guerre future.

A quel tempo, gli Stati Uniti erano senza dubbio la nazione più potente del mondo, sia militarmente che economicamente. Dato che i combattimenti non ebbero luogo sul suolo americano, il paese costruì la sua potenza industriale durante la guerra vendendo armi ai suoi alleati. La produzione nel 1945 era due volte quella dell'intero quadriennio 1935-1939.

Grazie al loro predominio economico, gli Stati Uniti ottennero la leadership a Bretton Woods. E' anche importante notare che gli Stati Uniti all'epoca possedevano l'80% delle riserve auree del mondo. Di conseguenza gli Stati Uniti avevano ogni motivo per accettare l'uso del gold standard al fine di organizzare le valute del mondo e di creare e favorire il libero scambio. Il gold standard si è evoluto nel corso di un periodo di centinaia di anni, passando attraverso varie forme: pianificato da una banca centrale, dal governo, o da un comitato di imprenditori.

Durante la maggior parte del XIX secolo, il gold standard ha dominato il cambio delle valute. L'oro ha creato un tasso di cambio fisso tra le nazioni. L'offerta di moneta era limitata alle riserve auree, così le nazioni prive di oro erano tenute a prendere in prestito denaro per finanziare la produzione e gli investimenti.

Quando era in vigore il gold standard, è vero che la somma netta del surplus e del deficit commerciale era pari a zero, perché i conti infine venivano saldati in oro — ed anche il credito era limitato. Nel sistema monetario fiat di oggi è il credito (e non l'oro) che determina la quantità di denaro che un paese può spendere. La potenza economica non viene più dettata dalle riserve auree, ma dal potere di indebitamento di un paese. Il deficit commerciale ed il surplus commerciale sono "in equilibrio" solo in teoria, perché la disparità tra le due parti è finanziata con il debito.

I tassi ancorati — il valore della valuta al valore dell'oro — mantenevano ragionevole la politica economica, la quale era basata sulla produttività e sulle riserve d'oro di una nazione. A seguito di Bretton Woods, il tasso ancorato venne formalizzato da un accordo tra le principali potenze economiche del mondo.

Il concetto era buono. Tuttavia, il dollaro divenne la valuta internazionale e le altre nazioni ancorarono le loro valute al dollaro piuttosto che al valore dell'oro. Il risultato effettivo di Bretton Woods fu quello di sostituire il gold standard con il dollar standard. Una volta che gli Stati Uniti legarono il dollaro all'oro al valore di $35 l'oncia, l'intero sistema si stabilizzò, almeno per un po'. Dal momento che il dollaro era convertibile in oro e le altre nazioni ancorarono le loro valute al dollaro, si venne a crare uno pseudo-gold standard.

L'economista britannico John Maynard Keynes rappresentava la Gran Bretagna a Bretton Woods. Keynes preferiva istituire un sistema che avrebbe favorito una crescita economica piuttosto che un sistema ancorato all'oro. Preferiva la creazione di una banca centrale internazionale e forse anche una moneta mondiale. Propose alla conferenza di perseguire tale obiettivo: "Trovare una misura comune, uno standard comune, una politica comune, accettabile da tutti e che non infastidisca nessuno."

Le idee di Keynes non vennero accettate. Gli Stati Uniti, nella loro posizione economica di primo piano, preferirono il piano offerto dal loro rappresentante, Harry Dexter White. La posizione degli Stati Uniti aveva lo scopo di creare e mantenere la stabilità dei prezzi, piuttosto che una crescita economica. Di conseguenza, il progresso del Terzo Mondo sarebbe stato raggiunto attraverso prestiti e investimenti nelle infrastrutture attraverso il FMI, che venne incaricato di gestire i deficit commerciali al fine di evitare la svalutazione della moneta.

Unendosi al Fondo Monetario Internazionale, ad ogni paese veniva assegnata una quota di commercio per finanziare lo sforzo internazionale, preventivato in origine a $8.8 miliardi. La disparità tra i paesi doveva essere gestita attraverso una serie di prestiti. Un paese poteva prendere in prestito dal FMI che avrebbe agito come una banca centrale.

L'accordo di Bretton Woods non conteneva alcuna disposizione per la creazione di riserve. Si pensava che la produzione di oro sarebbe stata sufficiente per continuare a finanziare la crescita e che eventuali problemi di breve termine sarebbero stati risolti attraverso i prestiti.

Anticipando un volume elevato di domanda per tali prestiti, i partecipanti a Bretton Woods formarono la BIRS, elargendo ulteriori $10 miliardi (che sarebbero stati sborsati dai paesi membri). Gli accordi e le istituzioni che emersero da Bretton Woods, non erano adeguati per i problemi economici dell'Europa del dopoguerra. Gli Stati Uniti sperimentavano enormi surplus commerciali mentre il fardello del debito bellico europeo si faceva più pesante. Le riserve statunitensi erano enormi ed in crescita ogni anno.

Nel 1947 divenne chiaro che il FMI e la BIRS non avrebbero risolto i problemi economici del dopoguerra europeo. Per aiutare ad affrontare il problema, gli Stati Uniti istituirono un sistema per stimolare la ripresa economica tra i paesi europei.

L'European Recovery Program (meglio conosciuto come Piano Marshall) fu organizzato per dare sussidi ai paesi in modo che potessero portare avanti la ricostruzione. I problemi delle nazioni europee, secondo il segretario di Stato George Marshall: "Sono molto più grandi della loro attuale capacità contributiva, quindi devono ricevere un aiuto sostanziale o affrontare il deterioramento economico, sociale e politico."

Tra il 1948 ed il 1954, gli Stati Uniti diedero a 16 nazioni dell'Europa occidentale $17 miliardi in sovvenzioni. Credendo che gli ex-nemici Giappone e Germania sarebbero diventati i mercati futuri per le esportazioni degli Stati Uniti, vennero emanate politiche per favorire la crescita economica. Durante questo periodo, fece la sua comparsa la guerra fredda e la relativa corsa agli armamenti. L'URSS aveva firmato l'accordo di Bretton Woods, ma si rifiutò di aderire al FMI.

Pertanto le riforme economiche proposte si trasformarono, in parte, nella lotta tra il capitalismo ed il comunismo.

Divenne sempre più difficile mantenere l'ancoraggio del dollaro all'oro a $35 l'oncia. C'era un mercato aperto per l'oro a Londra, e le crisi ne influenzarono il valore. Il conflitto tra il prezzo fisso dell'oro fra le banche centrali ed il suo valore di mercato aperto, dipendevano dal momento. Durante la crisi dei missili di Cuba, per esempio, il valore dell'oro sul mercato aperto era di $40 l'oncia. La fede nel gold standard da parte dei leader degli Stati Uniti, iniziò a vacillare.

Il presidente Lyndon B. Johnson disse nel 1967 che:

L'offerta mondiale di oro non è sufficiente a far funzionare l'attuale sistema — perché l'uso del dollaro come valuta di riserva è essenziale al fine di creare la liquidità internazionale necessaria per sostenere il commercio mondiale e la crescita.
Nel 1968 Johnson approvò una serie di misure volte a ridurre il deflusso di oro dagli Stati Uniti. Nonostante ciò, il 17 marzo del 1968 una corsa all'oro fece chiudere il London Gold Pool in modo permanente. A questo punto era ormai chiaro che mantenere il gold standard sotto la configurazione di Bretton Woods non era più pratico. O il sistema monetario cambiava o il gold standard doveva essere rivisto.

Durante questo periodo, il FMI istituì i Diritti Speciali di Prelievo (DSP) per utilizzarli nel commercio tra i paesi. L'intenzione era quella di creare un tipo di sistema con oro cartaceo, sgonfiando la pressione sugli Stati Uniti in modo che potessero continuare a ricoprire il ruolo di banchieri centrali del mondo.

Tuttavia, ciò non risolse il problema; l'esaurimento delle riserve auree degli Stati Uniti andarono avanti fino al 1971. A quel tempo, il dollaro USA era sopravvalutato in relazione alle riserve auree. Gli Stati Uniti detenevano solo il 22% della copertura in oro delle riserve valutarie. I DSP agirono come un paniere di valute nazionali per scongiurare gli inevitabili squilibri commerciali.

Tuttavia Bretton Woods mancava di un qualsiasi meccanismo efficace per controllare la crescita delle riserve. Solo l'oro e l'asset degli Stati Uniti erano considerati seriamente come riserve, ma la produzione di oro era in ritardo. Di conseguenza, le riserve in dollari dovettero espandersi per compensare la mancanza di oro, causando un crescente deficit delle partite correnti negli Stati Uniti. La soluzione, si sperava, sarebbero stati i DSP.

Mentre nascevano questi strumenti, la loro efficacia di lungo termine poteva solo essere oggetto di discussione. Oggi i DSP costituiscono circa l'1% delle riserve non auree dei membri del FMI, e quando nel 1971 gli Stati Uniti uscirono dal gold standard, Bretton Woods smise di funzionare come un organismo monetario centrale.

In teoria i DSP — usati oggi su una scala molto limitata di transazioni tra il FMI ed i suoi membri — potrebbero rappresentare l'inizio di una moneta internazionale. Anche il nostro amico Jim Rickards pensa che sia probabile. Ma dato l'ampio uso del dollaro come piolo per tante valute in tutto il mondo, è improbabile che possa verificarsi un tale cambiamento prima che le circostanze la rendono l'unica scelta.

Il sistema di Bretton Woods crollò, in parte a causa dell'espansione eccessiva delle capacità di finanziamento degli Stati Uniti e di altri paesi membri in relazione alla quantità d'oro disponibile. In sostanza, gli Stati Uniti avevano dichiarato implicitamente il default.

Come ci ha detto Lewis Lehrman in una intervista nella sua casa nel Connecticut, co-autore di Case for Gold insieme a Ron Paul, il presidente Nixon: "Approvò un ordine esecutivo il 15 agosto 1971 ed annunciò 'Mi dispiace, noi non pagheremo i nostri debiti'."

Per i prossimi due minuti smettete di fare quello che state facendo e guardate il video qui sotto, ne vale davvero la pena. Vedrete il vero intento di Nixon nel voler rimuovere le "manette d'oro" dal polso degli Stati Uniti, in modo da poter spendere i vostri soldi...





Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Capitalismo vs razzismo – I parte

Von Mises Italia - Mer, 17/09/2014 - 07:00

Prima parte di due della traduzione del brano Equal Pay for Equal Work: Capitalism vs. Racism, tratto dal volume Capitalism di George Reisman, capitolo VI, parte 1, paragrafo 4. Reisman illustra il processo con cui la funzione imprenditoriale opera spontaneamente una uniformazione dei salari tra esponenti di diversa razza e sesso, contrariamente all’opinione diffusa che serva invece il pugno del legislatore per correggere le deviazioni del sistema capitalistico dalla “corretta morale”.

* * *

 

Salari

Il principio di “uniformità dei salari” va inteso nel senso che, nel sistema capitalistico, esiste una forte tendenza a che per l’esecuzione del medesimo lavoro si percepisca una eguale retribuzione. Nonostante l’opinione prevalente secondo cui il capitalismo realizzerebbe discriminazioni arbitrarie nei confronti di quei gruppi come i “neri” e le “donne”, la realtà è che lo scopo di lucro dei datori di lavoro provoca l’eliminazione di tutte le differenze nella retribuzione che non siano basate su differenze nel rendimento lavorativo. Dove queste differenze persistono,  esse sono il risultato dell’intervento governativo o della coercizione posta in essere da privati e autorizzata dal governo.

Quando lo scopo di lucro è libero di operare, se due tipi di lavoro sono ugualmente produttivi, ed uno è meno costoso dell’altro, i datori di lavoro sceglieranno il meno costoso perché, così facendo, potranno abbattere i propri costi e aumentare iprofitti. L’effetto della scelta del lavoro meno costoso, però, è di aumentare la sua remunerazione, in quanto adesso è soggetto ad una domanda maggiore; mentre l’effetto del trascurare il lavoro più costoso consiste in una riduzione della sua remunerazione, dal momento che adesso è soggetto ad una domanda minore. Questo processo continua fintanto che le remunerazioni dei due tipi di lavoro diventano o perfettamente eguali oppure la differenza residua è cosi piccola che nessuno ne tiene conto.

A dimostrazione del fatto che anche le differenze molto piccole tra i salari non potrebbero permanere nel sistema capitalistico, considerate il seguente esempio. Ipotizzate che i lavoratori bianchi con un certo livello di abilità siano pagati 5$ all’ora. Ipotizzate, poi, che i lavoratori di colore con lo stesso livello di abilità possano essere assunti per appena il 5% in meno, cioè appena 25 centesimi all’ora in meno. Ipotizzate che un’industria impieghi 500 lavoratori con questo livello di abilità. Con una settimana lavorativa di 40 ore, per 50 settimane all’anno, questa insignificante differenza nei salari orari comporterebbe un risparmio nei costi del lavoro e un corrispondente ulteriore profitto annuale pari a 250,000$ se il proprietario dell’industria impiegasse 500 lavoratori di colore invece dei 500 bianchi (perché 25 cent. x 500 x 40 x 50 = 250,000$).

Anche nel caso di un piccolo stabilimento che impieghi solo 10 lavoratori, il risparmio annuale in termini di costo del lavoro, e quindi l’ulteriore profitto legato all’assunzione dei lavoratori di colore, sarebbe 5,000$ (dal momento che 25 cent. x 10 x 40 x 50 = 5,000$) – abbastanza da permettere al proprietario di acquistare una nuova auto ogni anno o per operare significativi miglioramenti nella propria impresa.

 Si può dubitare che ci siano tanti datori di lavoro così intolleranti da voler indulgere nel proprio pregiudizio in favore dei bianchi ad un costo di 250,000$ l’anno, o anche di 5,000$ l’anno. La chiara conseguenza di tutto ciò è che anche sottili differenze nei salari renderebbero l’impiego dei lavoratori di colore rispetto ai bianchi praticamente irresistibile. Non solo un differenziale del 5% nei salari non sarebbe sostenibile, ma neanche uno del 2% o persino dell’1%. Ogni differenziale di questo tipo spingerebbe i datori di lavoro ad assumere i lavoratori di colore preferendoli ai bianchi, e perciò comporterebbe un ulteriore aumento nei salari dei lavoratori di colore ed una ulteriore diminuzione nei salari dei bianchi, fino al raggiungimento di una perfetta uguaglianza.

Infatti, i datori di lavoro alla ricerca di profitto, proprio perché tali, sono del tutto indifferenti alla razza. La loro regola è: tra due lavoratori egualmente validi, assumi quello che è disposto a lavorare per una minore quantità  di denaro; tra due lavoratori  disposti a lavorare per la stessa quantità di denaro, assumi il lavoratore con le migliori capacità. La razza è semplicemente irrilevante. Ogni considerazione di razza significa costi extra e minori profitti; trattasi di un cattivo affare nel senso letterale del termine.

Si dovrebbe comprendere come uno dei più grandi meriti del capitalismo sia quello per cui i datori di lavoro sono praticamente costretti, per loro natura, ad ignorare la razza. La libera concorrenza nel capitalismo assicura questo risultato. Infatti, anche se inizialmente la maggioranza dei datori di lavoro fosse così fanaticamente intollerante da voler rinunciare ai profitti ulteriori per il gusto del proprio pregiudizio, essi non avrebbero il potere di impedire a una minoranza di datori di lavoro più razionali di guadagnare questi profitti extra (“razionalità” in questo contesto significa non esprimere giudizi morali su una persona in base alla sua appartenenza razziale e non permettere a questo giudizio di superare la voglia di profitto. Un giudizio di questo tipo rappresenterebbe una contraddizione logica in quanto la moralità attiene solo ad atti per i quali è possibile una scelta. L’irrazionalità è allora costituita dal sacrificio di un proprio bene oggettivo – l’ottenimento di un profitto – per il gusto di un giudizio irrazionale.)Grazie ai loro più alti profitti, i datori di lavoro più razionali avrebbero un reddito relativamente maggiore tramite il quale risparmiare ed estendere la propria impresa rispetto alla maggioranza irrazionale. Inoltre, operando a costi minori, potrebbero permettersi di vendere a prezzi minori e perciò aumentare ancor più i profitti, sottraendo clienti alla maggioranza irrazionale dei datori di lavoro. Il risultato sarebbe che i datori di lavoro più razionali tenderebbero a rimpiazzare quelli meno razionali in termini di importanza economica. Essi andrebbero a dettare le tendenze dell’economiae i loro atteggiamenti sarebbero trasmessi agli altri datori di lavoro, che cercherebbero di emulare il loro successo. In questo modo, il capitalismo garantisce praticamente la vittoria della razionalità sulla intolleranza razziale.

Questa discussione costituisce, inoltre, una confutazione delle accuse secondo cui, nel sistema capitalistico, le competenze e le abilità dei gruppi come quello delle persone di colore non siano utilizzate. Lo scopo di lucro, quando non ostacolato, conduce i datori di lavoro a porre i membri di tutti i gruppi nella più alta posizione che le loro competenze e qualifiche permettono. Considerate il seguente esempio. Ipotizzate che un esperto tornitore debba essere pagato 15$ all’ora, e che i lavoratori di colore che hanno appreso questa abilità in una scuola professionale siano attualmente impiegati come bidelli a 5$ l’ora. Qualunque datore di lavoro che li impiegasse  come tornitori a 10$ all’ora aggiungerebbe perciò ai suoi profitti 5$ per ogni ora del loro lavoro, rispetto all’impiego di lavoratori bianchi.

È ovvio che nel sistema capitalista, se le competenze e le abilità dei lavoratori di colore o di chiunque altro fossero sprecate in lavori poco qualificati e a bassa retribuzione, sarebbe nell’interesse finanziario personale del datore di lavoro cambiare questa situazione e ricercare quei lavoratori, in molti casi incorrendo anche in notevoli costi per la loro formazione. Di conseguenza, maggiore è il grado in cui le competenze e le abilità di un gruppo sono sprecate, maggiore è il profitto che può essere ottenuto modificando questa situazione. Ad esempio: se un lavoratore di colore, con la capacità di svolgere il lavoro da 100,000$ all’anno di vicepresidente di una società,stesse lavorando come commesso per 20,000$ all’anno, sarebbe nell’interesse di un datore di lavoro scovarlo e rettificare la sua situazione ancor più che nel caso del tornitore che lavorava come bidello. In questo caso, il datore di lavoro potrebbe duplicare il salario del lavoratore di colore, portandolo a 40,000$ e allo stesso tempo aggiungere 60,000$ ai propri profitti impiegandolo in una funzione appropriata alle sue competenze e abilità.

Certamente, come nel caso iniziale, i salari e gli stipendi dei lavoratori di colore impiegati nei lavori più qualificati e di più altro livello tenderebbero a corrispondere sempre più a quelli dei bianchi che svolgono i medesimi lavori. Perché se i datori di lavoro si facessero concorrenza tra loro per aggiudicarsi i lavoratori di colore, i salari di questi aumenterebbero laddove, per competere con i lavoratori di colore, i lavoratori bianchi dovrebbero accettare delle riduzioni. Infatti non appena le prime persone di colore, o i membri di altri gruppi in una situazione simile,fossero impiegate in una occupazione in cui non erano prima rappresentati e dimostrassero con successo la propria abilità con prestazioni effettive e soddisfacenti, ne seguirebbe un effetto dinamico: la rottura del taboo, seguita dalla prova visibile della sua carenza di fondamenta razionali, cambierebbe il modo in cui queste persone sono considerate. La domanda per i loro servizi allora aumenterebbe di molto (la storia del campionato di serie A di baseball ne fornisce una eccellente illustrazione. Una volta rotto il taboo sull’accesso delle persone di colore grazie all’impiego dell’abilissimo Jackie Robinson, tutte le barriere all’accesso caddero presto.)

Unitamente al fatto che la libera concorrenza coi membri del cosiddetto gruppo di minoranza possa comportare una caduta nei salari del membro medio del gruppo già costituito, in particolare i lavoratori maschi bianchi, dovrebbe essere compreso come ciascuna di queste riduzioni nei salari sarebbe parte di un processo teso all’aumento dei salari reali – lo standard di vita – del membro medio di tutti i gruppi. Perché esso sarebbe accompagnato da una riduzione nei prezzi dei beni di consumo maggiore di qualsiasi riduzione nel reddito monetario (al netto della tassazione) goduto dal membro medio dei gruppi già costituiti. Questa conclusione sarà definitivamente dimostrata nei capitoli successivi di questo libro.

Certamente, nessuno degli sviluppi di cui sopra può verificarsi nel caso siano ostacolati dall’esercizio della forza fisica. Ad esempio, quando i membri del Ku Klux Klan locale danno fuoco alla fabbrica di chi impieghi lavoratori di colore invece che bianchi, poiché certi di non essere puniti dalla legge. Oppure quando gli ufficiali del governo locale si attivano immediatamente per scovare ogni tipo di violazione delle normative edilizie, sanitarie e di sicurezza a carico di tale imprenditore, al punto da compromettere ogni sua attività: come conseguenza, nessun datore di lavoro cercherà più di avvantaggiarsi del basso salario delle persone di colore, dunque il salario di queste non tenderà a pareggiare quello dei bianchi aventi eguali competenze.

Sebbene non motivato dal pregiudizio razziale, ciò che è inoltre capace di interrompere l’avanzata delle persone di colore (e delle donne), sopratutto negli impieghi di alto livello, è un sistema di tassazione che sottragga la maggior parte del profitto addizionale ottenibile sfidando la consuetudine e ponendo in essere le necessarie innovazioni per condurle negli impieghi in cui non erano precedentemente rappresentate. Settori i cui profitti sono limitati dal governo, come le “public utilities”,  o il cui prodotto è acquistato secondo il principio del costo maggiorato (cost-plus), come quello degli appaltatori della Difesa, non hanno infatti alcun incentivo finanziario a porre in essere tali operazioni. Sicuramente in un ambiente dove la dannosa regolamentazione governativa può essere sguinzagliata in ogni momento praticamente su ogni impresa, o dove si possono accaparrare preziosi privilegi o sussidi governativi – cioè,ambienti dove non paga avere nemici o offendere qualsiasi gruppo significativo ed in cui,come dice il proverbio, “agitare le acque” non porta vantaggio – gli uomini d’affari non si affretteranno a realizzare tali controverse innovazioni e occupazioni. Ironia della sorte, misure come le leggi in materia di pari opportunità sul lavoro escludono direttamente la possibilità stessa di impiegare le persone di colore o le donne a salari più bassi per lo stesso lavoro come i bianchi o gli uomini. Esse perciò impediscono agli imprenditori di trovare insolitamente profittevole – profittevole abbastanza per iniziare a sfidare le tradizioni e le consuetudini basate su niente più che vuoti stereotipi – l’impiego di persone di colore o di donne nelle posizioni più alte.

Le discussioni successive mostreranno i particolari effetti distruttivi del salario minimo e delle legislazioni pro sindacati sulle persone di colore nell’impedire la possibilità stessa di un loro significativo avanzamento.

Tratto da Capitalism di George Reisman

Traduzione di Miki Biasi

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Intervista di ReOpen a Massimo Mazzucco

Luogocomune.net - Mar, 16/09/2014 - 15:30
Intervista di ReOpen911 a Massimo Mazzucco, regista di "11 settembre - La nuova Pearl Harbor". Parigi, 13 settembre 2014.



Traduzione dell'intervista

Nel 2006 ho avuto la possibilità di mostrare il mio primo film sull'11 settembre alla televisione italiana. Questo ha creato una grande confusione, un grande dibattito, una grande discussione che è continuata per due anni su tutti i media italiani più importanti. Da quel giorno in poi, tutti in Italia sanno che ci sono dei problemi con la versione ufficiale dell'11 settembre.

E' un peccato che un dibattito del genere qui in Francia non sia ancora avvenuto. Sarebbe davvero bello se un giorno anche la Francia, il grande paese della libertà, eguaglianza e fraternità, ...

I sindacati sono nemici del lavoro

Freedonia - Mar, 16/09/2014 - 10:16




di George Reisman


Molti americani, forse una sostanziale maggioranza, credono ancora che, indipendentemente da eventuali problemi che potrebbero aver causato, i sindacati sono un'istituzione che esiste nell'interesse personale dei salariati. Infatti molti credono che sono i sindacati che si frappongono tra il salariato medio ed una vita di salari di sussistenza, un orario di lavoro estenuante e condizioni lavorative terribili.

I sindacati e la popolazione ignorano quasi totalmente il ruolo essenziale svolto dal calo dei prezzi per raggiungere un aumento dei salari reali. Considerano degno di nota solo l'aumento dei salari monetari. Infatti nel nostro ambiente economico con un'inflazione cronica, trovare prezzi che in realtà calano è relativamente raro.

Tuttavia l'unica cosa che può spiegare un aumento dei salari reali in tutto il sistema economico, è un calo dei prezzi in relazione ai salari. E l'unico modo per realizzare una cosa simile è un aumento della produzione per lavoratore. Più produzione per lavoratore — una maggiore produttività della manodopera — serve ad aumentare l'offerta di beni e servizi in relazione all'offerta di manodopera che li produce. In questo modo, si riducono i prezzi in relazione ai salari e quindi aumentano i salari reali e gli standard di vita.

Ciò che fa aumentare i salari monetari in tutto il sistema economico, non coincide con ciò che fa aumentare i salari reali. Gli incrementi dei salari monetari sono essenzialmente il risultato dell'aumento dell'offerta di denaro e del conseguente aumento del volume complessivo della spesa nel sistema economico. In assenza di un aumento della produttività, l'espansione monetaria e la spesa vanno ad aumentare i prezzi più dei salari. Questo risultato può essere impedito solo se la produzione per lavoratore aumenta in contemporanea con l'incremento dell'offerta di denaro e dei volumi di spesa, di conseguenza in questo scenario i prezzi aumentano meno dei salari. La presenza di questi prezzi inferiori sarebbe stata cancellata se i protagonisti fossero stati solo l'aumento dell'offerta di moneta  e dei volumi di spesa.

Con poche eccezioni, i salari reali di tutto il sistema economico non salgono perché emergono salari monetari più elevati. In sostanza, salgono solo in presenza di una maggiore offerta di beni e servizi in relazione all'offerta di manodopera, abbassando i prezzi rispetto ai salari. La verità è che il miglioramento del tenore di vita viene percepito diversamente quando paragoniamo singoli salariati, uomini d'affari e capitalisti con i salariati medi. L'individuo lo percepisce attraverso il guadagno di più soldi. Il salariato medio lo percepisce attraverso prezzi più bassi.

Questa discussione vuole dimostrare che l'aumento dei salari monetari, per cui lottano i sindacati, non è affatto la fonte di un aumento dei salari reali. La fonte di un aumento dei salari reali è una produttività crescente della manodopera, che avviene sempre con un calo dei prezzi, non con l'aumento dei salari monetari.

Infatti, gli sforzi dei sindacati nell'aumentare i salari monetari sono profondamente contrari all'obiettivo di innalzare i salari reali ed il tenore di vita. Quando i sindacati cercano di elevare il tenore di vita dei loro membri mediante l'aumento dei loro salari monetari, questo sforzo si trasforma inevitabilmente in un tentativo di rendere artificialmente scarso il lavoro. Questo è il loro unico modo per aumentare i salari dei loro membri. I sindacati non hanno molto potere sulla domanda di lavoro, ma spesso esercitano un notevole potere sull'offerta di lavoro. E la loro tecnica per innalzare i salari prevede di rendere l'offerta di lavoro la più scarsa possibile, almeno nel particolare settore o attività di cui si occupa un determinato sindacato.

Così, ogni volta che possono, i sindacati tentano di ottenere il controllo sull'ingresso nel mercato del lavoro. Cercano di imporre programmi di apprendistato, o requisiti vari imposti dallo stato. Tali misure hanno lo scopo di abbassare l'offerta di manodpera in un determinato settore e quindi consentire di guadagnare redditi più alti a chi ha la fortuna di esservi ammesso. Anche quando i sindacati non riescono a ridurre direttamente l'offerta di manodopera, l'imposizione delle loro richieste per salari al di sopra del mercato ha l'effetto di ridurre il numero dei posti di lavoro in un determinato settore e, di conseguenza, l'offerta di manodopera.

Gli aumenti salariali artificiali imposti dai sindacati hanno come risultato la disoccupazione. Questa situazione si viene a creare quando è possibile una formazione rapida dei sindacati. Se, come negli Stati Uniti di oggi, la maggioranza dei lavoratori in uno stabilimento decide di voler essere rappresentata da un sindacato, allora i salari imposti dai sindacati saranno effettivi anche in quei settori senza sindacati.

I datori di lavoro nei settori senza sindacati si sentiranno in dovere di offrire ai loro dipendenti stipendi paragonabili a quelli percepiti dai lavoratori nel sindacato — anzi, forse addirittura ancora più elevati — al fine di impedire la loro sindacalizzazione.

Aumenti salariali diffusi vanno a trincerare un gran numero di lavoratori in numerose occupazioni, cosa che mette estrema pressione ai saggi salariali di qualsiasi area del sistema economico che rimane scoperta. A salari sufficientemente bassi, queste aree scoperte avrebbero potuto assorbire la fuoriuscita di lavoratori provenienti da altre aree. Ma le leggi del salario minimo impediscono a queste aree scoperte di far scendere abbastanza in basso i loro salari.

Per la maggior parte di coloro abbastanza fortunati da conservare i propri posti di lavoro, la conseguenza più grave dei sindacati è l'abbassamento o la riduzione drastica della produttività dei lavoratori. Con poche eccezioni, i sindacati sono in aperto contrasto con l'aumento della produttività dei lavoratori. E' come se fosse una questione di principio. Si oppongono all'introduzione di macchinari per risparmiare lavoro sulla base del fatto che essi provocano disoccupazione. Si oppongono alla concorrenza tra i lavoratori. Come ha sottolineato Henry Hazlitt, costringono i datori di lavoro a tollerare livelli occupazionali gonfiati, come ad esempio i fochisti, il cui ruolo è quello di spalare carbone sulle locomotive a vapore, che vengono riassegnati sulle locomotive a diesel. Impongono situazioni in cui la forza lavoro viene utilizzata in modo anti-economico per creare lavori, come la richiesta di svitare e avvitare quei materiali già adeguatamente avvitati. Impongono classificazioni dei lavoratori, e richiedono che gli specialisti siano impiegati per svolgere un lavoro che altri potrebbero fare facilmente — per esempio, richiedere le capacità di un imbianchino per riparare danni accidentali ad una parete commessi da un elettricista, i quali potrebbero essere facilmente riparati dall'elettricista stesso.

A chi comprende il ruolo cruciale svolto dalla produttività del lavoro nell'innalzamento dei salari reali, dovrebbe essere anche ovvio che la lotta dei sindacati contro l'aumento della produttività del lavoro li rende acerrimi nemici dell'aumento dei salari reali. Per quanto possa essere radicale questa conclusione, per quanto possa essere in contrasto con l'opinione prevalente dei sindacati stessi (i quali si considerano la fonte della crescita dei salari reali negli ultimi centocinquanta anni o più), il fatto è che nella loro lotta contro l'aumento del produttività del lavoro, i sindacati hanno combattuto attivamente l'aumento dei salari reali!

Lungi dall'essere i fautori del miglioramento del tenore di vita del lavoratore medio, i sindacati operano più o meno in totale ignoranza di ciò che effettivamente aumenta il tenore di vita del lavoratore medio. In conseguenza della loro ignoranza, sono responsabili delle disuguaglianze artificiali nei saggi salariali, della disoccupazione e dell'abbassamento dei salari reali e del tenore di vita del lavoratore medio. Tutte queste conseguenze distruttive ed anti-sociali derivano dal fatto che mentre le persone guadagnano più denaro attraverso l'aumento della produzione e dell'offerta complessiva di beni e servizi (cosa che riduce i prezzi ed innalza i salari reali in tutto il sistema economico), i sindacati aumentano i guadagni monetari dei loro membri facendo esattamente l'opposto. Riducono l'offerta e la produttività dei lavoratori, e quindi riducono l'offerta dei beni e dei servizi (aumentandone di conseguenza i prezzi) che i loro membri contribuiscono a produrre, andando a ridurre i salari reali in tutto il sistema economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La Russia cerca di avvisare l'Europa sui rischi di una guerra mondiale

Luogocomune.net - Lun, 15/09/2014 - 15:09
Video di propaganda russo che accusa l'America di volere la terza guerra mondiale.

Krugman e l'economia della vasca da bagno

Freedonia - Lun, 15/09/2014 - 10:10
L'economia keynesiana vive in un mondo di fiabe, in cui i deficit non contano e l'ammassarsi di debiti su debiti forma montagne verdi con tanti bei fiorellini. Nella realtà, gli economisti formati nelle aule universitarie vengono a contatto con queste sciocchezze quotidianamente e non tutti riescono a scamparvi. Basterebbe usare la logica, ma questa non è prerogativa comune a quanto pare. Infatti, non desta alcuno scalpore l'apparizione di articoli come questo in cui si dice chiaramente che il debito, in sostanza, non conta e che il trend previsto è del tutto "rassicurante". Addirittura sottoscrive le previsioni del CBO secondo cui il PIL nominale crescerà del 4.3% nei prossimi 25 anni! Questo significa luce verde per le spese del governo, il quale si ritroverà la giustificazione accademica per aumentare l'attuale deficit di bilancio. Cosa potrà mai andare storto? Il mercato dei prestiti automobilistici, ad esempio. E' passato quasi un anno ormai da quando il deterioramento di questi prodotti finanziari ha iniziato ad avanzare a passi da gigante, con ritardi nei ripagamenti e tassi di insolvenza in ascesa. La distorsione dei segnali economici da parte della FED ha creato un ambiente falsamente accomodante per la concessione di nuovo credito, e nell'ultimo anno Main Street si è unito di nuovo a Wall Street nei bagordi finanziari. Oltre alla bolla dei prestiti studenteschi, la bolla dei prestiti automobilistici è destinata a scoppiare e creare ulteriore scompiglio in un mercato ormai distaccato da fondamentali economici sani. Krugman ignora causa ed effetto, preferisce affidarsi a numeri e modelli econometrici pensando di poterli sostituire alla volontà di milioni di individui. In "The Use of Knowledge in Society", Hayek rimarcava la differenza tra informazione e conoscenza e la loro importanza nei processi di mercato. Senza proprietà privata non esistono prezzi sani, e senza di essi non esiste informazione; la conoscenza, invece, è un concetto qualitativo (piuttosto che quantitativo come l'informazione, poiché essa può essere parziale). L'imprenditorialità è qualcosa che si impara attraverso la propria esperienza ed il proprio piglio creativo, e non può essere trasmesso o insegnato al primo che passa. La pianificazione centrale crede di poterli manipolare entrambi. Così facendo è come se creasse una macchina senza freni (imprenditori) ed una strada senza segnali (prezzi). Finché non ci sarà comprensione di come funziona il mercato, l'interventismo ed il clientelismo continueranno a favorire i privilegiati a scapito del resto della popolazione... col beneplacito dei cosiddetti accademici.
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di David Stockman


E' una fortuna che Paul Krugman scriva una rubrica per quei lettori del New York Times che vogliono ascoltare la linea di partito senza tutto quel gergo da economisti ed equazioni. Quindi ecco una spiegazione direttamente dall'oracolo keynesiano: l'economia statunitense è in realtà una vasca da bagno gigante che soffre costantemente di perdite. Di conseguenza, il percorso per la prosperità è che lo stato — soprattutto la sua banca centrale — pompi nuova "domanda" nella vasca fino a che non sia piena fino all'orlo. Semplice.

Spesso ci sono persone che parlano delle nostre difficoltà economiche come se fossero complicate e misteriose, senza presentare una soluzione. Come ha sottolineato di recente l'economista Dean Baker, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Enunciare quello che è andato storto, infatti, è assurdamente semplice: abbiamo avuto una gigantesca bolla immobiliare, e, quando è scoppiata, ha lasciato un buco enorme nella spesa. Tutto il resto sono note a margine.

E la risposta politica adeguata è stata semplice: riempire quel buco nella domanda.
È vero, la bolla immobiliare e del credito sono scoppiate. Ma questo è l'unico punto di contatto nel dibattito tra keynesiani ed austriaci. Questi ultimi considerano le bolle come un ampliamento artificiale dell'attività economica dovuto al credito a buon mercato e ad investimenti improduttivi che ne derivano.

Quando le bolle scoppiano, quindi, vengono eliminati — o per dirlo alla vecchia maniera, liquidati — la falsa redditività degli investimenti, la produzione, l'occupazione ed i redditi. Inoltre, la liquidazione è l'equivalente della rimozione di un cancro; viene rimosso un tumore maligno, ma non si riduce la ricchezza reale della società o il tenore di vita della popolazione.

La ragione di ciò è la legge di Say. Cioè, una domanda sostenibile deve scaturire dalla produzione; una "spesa" valida deve provenire dal reddito guadagnato nel processo di offerta di beni e servizi reali. Ciò include la spesa che viene finanziata attraverso i redditi attuali dei risparmiatori, e la spesa che viene finanziata dalle tasse sui produttori.

In tale contesto, il "denaro" è solo un intermediario: facilita gli scambi tra i produttori, ma non dà luogo ad una "domanda" incrementale indipendente da beni e servizi già consegnati. Di conseguenza, quando scoppia una bolla del credito non c'è perdita di domanda aggregata basata sulla produzione. Ciò che scompare è la domanda monetaria artificiale che è stata originariamente attivata dalla banca centrale e dal sistema finanziario, e non dall'economia produttiva di Main Street.

Pertanto, non c'era nessun "buco" da riempire dopo l'implosione della bolla immobiliare e creditizia nel 2008. La voglia di Krugman di "riempire quel buco" implica l'opposto della legge di Say. Vale a dire, abbraccia il concetto keynesiano di quella che potrebbe essere definita la "conservazione della domanda". Secondo questo ragionamento, la spesa che si è originata dal credito fiat deve essere preservata da stimoli monetari e fiscali, sempre e dovunque, attraverso nuove iniezioni di "domanda" artificiale.

Non c'è bisogno di molta fantasia, però, per vedere dove si va a parare — diritti verso l'elicottero che sgancia denaro. Nei sette anni prima dello scoppio della crisi finanziaria nel 3° trimestre 2008, il debito totale del mercato del credito è salito da $28 bilioni a $53 bilioni — o ad un tasso annuo del 9.2%.




Al contrario, il PIL nominale durante lo stesso periodo si è espanso di un "misero" 4.8% annuale, o alla metà del tasso di crescita del credito. Di conseguenza, proprio durante questo breve intervallo di 7 anni, il rapporto aggregato leva finanziaria/PIL si è espanso dal 2.7x al 3.5x. In breve, il boom della "domanda" della bolla immobiliare di Greenspan/Bernanke stava prendendo in prestito risorse dal futuro, e non veniva finanziato mediante la produzione corrente.




L'insostenibilità della crescita nominale del PIL finanziata da un rapporto di leva sempre crescente, è evidente ricorrendo alla semplice aritmetica. Supponete che l'enorme espansione del credito del 2001-2008 fosse una cosa buona e che il trend dovesse essere preservato per altri 7 anni, come recita il mantra keynesiano che segue il copione della conservazione della domanda. Anche se l'espansione del credito avesse perso rapidamente la sua efficacia durante l'ultima bolla (poiché ulteriore debito sfornava meno PIL ogni anno), supponete inoltre che il PIL nominale fosse riuscito a crescere dell'4.8% l'anno — paragonato al misero 2.4% attuale.

Sotto tali ipotesi, un "taglia e incolla" del trend 2001-2008 porterebbe entro il 2015 a $100 bilioni di debito nei mercati del credito su $20.6 bilioni di PIL. Il rapporto leva finanziaria/PIL si attesterebbe poi al 4.8x.

Inutile dire che il trend alimentato dal credito del 2001-2008 non potrebbe essere sostenuto senza un collasso economico e finanziario. Detto diversamente, il tasso di crescita della domanda diretto dalle politiche espansionistiche di Greenspan/Bernanke non potrebbe essere perseguito, e in primo luogo non dovrebbe essere attuato.

Ironia della sorte, la bolla immobiliare che il professor Krugman vuole preservare era in realtà la sua idea. Nel 2002 ha suggerito alla FED di sostituire la bolla dotcom con una bolla immobiliare. Ora propone che il "buco" lasciato dal crollo immobiliare venga riempito da un'espansione aggressiva negli investimenti pubblici, vale a dire, una bolla dei lavori pubblici.

In particolare, lo scoppio della bolla è stato (ed è tuttora) un buon momento per investire in infrastrutture. In tempi prosperi, la spesa pubblica per strade, ponti e così via concorre con il settore privato per le risorse. Dal 2008, tuttavia, la nostra economia è stata inondata da disoccupati (soprattutto lavoratori nel settore edile) e da capitale senza un posto dove andare (motivo per cui gli oneri finanziari del governo sono ai minimi storici). Mettere a frutto queste risorse inutilizzate per costruire cose utili, avrebbe dovuto essere un gioco da ragazzi.

Ma ciò che è realmente accaduto è stato esattamente l'opposto: un crollo senza precedenti nella spesa per infrastrutture. La spesa pubblica per le costruzioni (aggiustata all'inflazione ed alla crescita della popolazione) è scesa di oltre il 20% dall'inizio del 2008. In termini politici, ciò rappresenta una terribile piega; siamo riusciti ad indebolire l'economia nel breve periodo ed anche nel lungo periodo. Ben fatto!
Ecco la parte che il professor Krugman non ha menzionato. Abbiamo già avuto una bolla dei lavori pubblici! La spesa pubblica per le costruzioni è cresciuta ad un tasso annuo del 10% nel lasso di tempo fino al crollo del 2008. Il declino di cui si lamenta è modesto, e ancora riflette un tasso di crescita reale del 2% sin dal 1990. Riempire il "buco" con la prosecuzione delle opere pubbliche pre-bolla 2008, dunque, comporterebbe lo stesso tipo di cattivi investimenti e sprechi che sono scaturiti dalla bolla immobiliare.




Ecco gli stessi dati in dollari. Data la natura clientelare delle spese per opere pubbliche, è del tutto improbabile che una bolla in questo settore (raccomandata dal professor Krugman) possa andare a migliorare la ricchezza nazionale e gli standard di vita. Ma riempirebbe la vasca da bagno keynesiana, ed a quanto pare è esattamente quello che Krugman vuole.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli


I disastri naturali non aumentano la crescita economica

Von Mises Italia - Lun, 15/09/2014 - 08:00

La stagione degli uragani è alle porte e, ogni volta che un uragano colpisce, i commentatori televisivi e radiofonici, così come quelli che dovrebbero essere economisti, frettolosamente annunciano l’impatto positivo sulla crescita che segue le vicissitudini naturali. Ovviamente, se questo fosse vero, perché aspettare per la prossima calamità? Creiamone una radendo al suolo la città di New York e ammiriamo lo slancio generato. Distruggere case, palazzi e attrezzatura indubbiamente aiuterà parti dell’industria edile e, possibilmente, economie regionali, ma è un errore concludere che spingerà la crescita generale.

Questo popolare luogo comune è tirato in ballo ogni anno, nonostante Freédéric Bastiat, nel 1848, chiaramente lo accantonò con la sua parabola della finestra rotta. Ipotizziamo di rompere una finestra. Chiameremo il vetraio e lo pagheremo 100 dollari per la riparazione. Le persone che guardano diranno che è una cosa positiva. Cosa sarebbe successo al vetraio se non ci fossero state finestre rotte? I 100 dollari permetteranno al vetraio di comprare altri beni e servizi, creando utili per gli altri. Questo è “ciò che si vede”.

Se invece la finestra non fosse stata rotta, i 100 dollari sarebbero potuti servire per comprare un nuovo paio di scarpe. Il calzolaio avrebbe fatto un acquisto e avrebbe speso i soldi in modo diverso. Questo è “ciò che non si vede”.

La società (in questo caso, questi tre suoi membri) sta meglio se la finestra non fosse stata rotta, perché saremmo rimasti con una finestra intatta ed un paio di scarpe, invece che solo una finestra. La distruzione non porta a più beni e servizi o crescita. Questo è ciò che dovrebbe essere previsto.

Uno dei primi tentativi di quantificare l’impatto economico di una catastrofe fu un libro del 1969, The Economics of Natural Disasters. Gli autori, Howard Kunreuther e Douglas Dacy, studiarono ampiamente il caso del terremoto dell’Alaska del 1964, il più potente mai registrato in Nord America. Loro, prevedibilmente, conclusero che gli abitanti dell’Alaska stavano molto meglio dopo il terremoto, poiché erano piovuti soldi da donatori privati e concessioni e prestiti agevolati dal governo. Di nuovo, questo è “ciò che si vede”.

Mentre le compagnie edili beneficiano dalla ricostruzione dopo un disastro, dobbiamo sempre chiederci: “da dove provengono i soldi?” Se i fondi vengono dalla Federal Emergency Management Agency (FEMA) o dal National Flood Insurance Program (NFIP), il governo deve tassare, prendere in prestito, o stampare moneta. I contribuenti rimangono con meno soldi da spendere in altri settori.

L’economia dei disastri rimane un piccolo campo di studio. C’è stato un numero limitato di studi empirici che ha esaminato la connessione tra la crescita e i disastri naturali. Questi possono essere divisi in studi che esaminano l’impatto a breve e a lungo termine dei disastri. Gli studi a breve termine, in generale, hanno trovato una correlazione negativa tra disastri e crescita, mentre un minor numero di studi sul lungo termine ha avuto risultati misti.

Lo studio di lungo termine maggiormente citato è “Do Natural disasters Promote Long-run Growth?” di Mark Skidmore e Hideki Toya, i quali hanno esaminato la frequenza di disastri in 89 Paesi confrontandola con i loro tassi di crescita economica in un periodo di 30 anni. Gli autori hanno provato a controllare una moltitudine di fattori che potrebbero distorcere le scoperte, includendo la dimensione del Paese, la dimensione del governo, la distanza dall’equatore e la tendenza al commercio. Operando in questo modo, hanno trovato una correlazione positiva tra i disastri climatici (per esempio uragani e cicloni) e la crescita. Gli autori spiegano questa scoperta invocando ciò che potrebbe essere detto il contributo di Madre Natura a quello che l’economista Joseph Schumpeter notoriamente chiamò “distruzione creativa” del capitalismo. Distruggendo vecchie industrie e strade, aeroporti e ponti, i disastri permettono che vengano costruite infrastrutture nuove e più efficienti, forzando la transizione ad un’economia più raffinata e più produttiva. I disastri forniscono il servizio economico di ripulire infrastrutture obsolete per fare spazio a rimpiazzamenti più efficienti.

Ci sono tre principali problemi con questi studi empirici. Il primo è controfattuale: non possiamo misurare quale sarebbe stata la crescita se non fosse mai avvenuto il disastro; il secondo riguarda la correlazione e la causalità: non possiamo dire se il disastro abbia causato la crescita o se era semplicemente associato ad essa.

Il terzo problema è ciò che gli economisti chiamano “ceteris paribus”. È impossibile mantenere altri fattori costanti e misurare esclusivamente l’impatto di un disastro sulla crescita. Non ci sono laboratori per testare i concetti macroeconomici. Questa è la stessa limitazione dei lavori di Rogoff e di Reinhart sul debito e la crescita, e molte altre relazioni bilaterali in economia. Usando i dati storici dai primi anni del 1900, i ricercatori hanno trovato che al crescere del prezzo del grano anche il consumo di grano è cresciuto. Essi proclamarono trionfalmente che la curva di domanda aveva pendenza positiva. Ovviamente, la loro relazione non è una curva di domanda, ma rappresenta i punti di intersezione tra provviste e domanda. L’assunzione di “tenere tutto il resto costante” è stata violata. In economia, i dati empirici possono sostenere un ragionamento teorico, ma non possono provarlo o confutarlo.

Dunque, cosa facciamo se gli studi empirici hanno serie limitazioni? Torniamo alla teoria. Sappiamo che una curva di domanda ha una pendenza negativa a causa degli effetti di sostituzione e reddito. Wal-Mart non fa una svendita per vendere meno! Dalla teoria ci si aspetta anche che i disastri naturali riducano la crescita (ovvero, più capitale viene distrutto, maggiore è l’impatto negativo sulla crescita).

Più capitale significa maggiore crescita. Robinson Crusoe catturerebbe più pesce se sacrificasse del tempo che usa per pescare con le sue mani per costruire una rete. Ora, ipotizziamo che un uragano colpisca l’isola e distrugga tutte le sue reti. Robinson potrebbe tornare indietro a pescare a mani nude e la sua resa sarebbe stata permanentemente ridotta. Egli potrebbe soffrire addirittura un declino più grande nella rendita perdendo tempo nel fare nuove reti. La spiegazione di Skidmore-Toya è che lui applicherebbe nuovi metodi e nuove tecniche per costruire persino reti migliori, che gli permetterebbero di catturare più pesce di prima. Ovviamente, potremmo chiederci: se lui aveva questa conoscenza, perché Robinson non ha costruito tali reti migliori prima dell’uragano? Qui è dove la logica di Skidmore-Toya va in pezzi. Robinson non aveva costruito migliori reti prima dell’uragano perché non era ottimale per lui farlo.

Se una compagnia decide di sostituire una vecchia macchina con una nuova, tra le prime considerazioni ci sono il prezzo iniziale della nuova macchina, il tasso di interesse applicabile e i costi di operazione annuali ridotti della nuova macchina. Usando un’analisi di valore attuale netto, la compagnia determina il tempo ottimale per realizzare lo scambio (un’operazione reale). Un uragano forza uno scambio ad avvenire prima di quando sarebbe stato ottimale da un punto di vista di prezzo e profitto. L’uragano dunque ha creato un diverso percorso per la crescita. La distruzione creativa sarebbe avvenuta, ma su una diversa, e più ottimale, linea temporale.

Le stesse conclusioni possono essere tratte per ciò che riguarda i disastri creati dall’uomo. Al contrario di ciò che molti economisti keynesiani vorrebbero farci credere, la seconda guerra mondiale non tirò gli Stati Uniti fuori dalla grande depressione. Il capitalismo lo fece!

Articolo di Frank Hollenbeck su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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HRN live: Scenari internazionali

Luogocomune.net - Dom, 14/09/2014 - 07:00
Hangout con Giulietto Chiesa, Massimo Mazzucco e altri ospiti sulla situazione internazionale. (Per chi ha poco tempo suggerisco di ascoltare l'intervento di Giulietto Chiesa che iniza al minuto 29).

L'ascesa del “Petro-yuan” e la lenta erosione dell'egemonia del dollaro

Freedonia - Ven, 12/09/2014 - 10:10
L'introduzione all'articolo di oggi sarà breve perché esso stesso dice molto. Voglio solo aggiungere un paio di notizie attraverso le quali poter capire a che punto è arrivato il processo di de-dollarizzazione tra le varie nazioni del mondo e come lo yuan ne sta traendo beneficio. Gli ultimi tre mesi, infatti, hanno visto una Russia in crescente contrasto con gli USA, il risultato è stato sfavorevole per il biglietto verde. Prima Gazprom inizia ad accettare pagamenti in yuan, poi l'Inghilterra concorda con la Cina swap di valute (e la Svizzera la segue a ruota), poi la Turchia rompe i rapporti con gli USA, infine i BRICS lanciano il loro veicolo di finanziamento estraneo al dollaro. Russia e Cina non hanno dimostrato teoricamente che un mondo senza dollaro è possibile, bensì quel mondo è già qui... nella pratica. Vediamo chi saranno i prossimi a salire su questo treno.
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di Ron Paul


Per 70 anni uno dei fondamenti del potere americano è stato il dollaro, il cui ruolo è stato quello di moneta più importante del mondo. Negli ultimi 40 anni la sua dominanza nei mercati energetici internazionali ha rappresentato la sua presunta inossidabilità. Oggi la Cina non solo sta diventando una potenza economica, ma anche un mercato importante per gli esportatori di idrocarburi nel Golfo Persico ed una minaccia per il predominio del dollaro nel mercato energetico — con profonde conseguenze per la posizione strategica dell'America.

Sin dalla seconda guerra mondiale, la supremazia geopolitica dell'America ha fatto leva non solo sulla forza militare, ma anche sulla posizione del dollaro come valuta di riserva mondiale. Dal punto di vista economico il primato del dollaro gli consente di godere di "enormi vantaggi", minimizzando il rischio di cambio per le imprese statunitensi. La sua reale importanza, però, è strategica: il primato del dollaro permette all'America di coprire i suoi deficit di bilancio e delle partite correnti stampando semplicemente più cartamoneta — questo è precisamente il modo in cui Washington finanzia il suo potere da oltre mezzo secolo.

Sin dagli anni '70 una colonna del primato del dollaro è stato il suo ruolo dominante nella determinazione dei prezzi del petrolio e del gas. Ciò mantiene alta la domanda mondiale di dollari. Alimenta anche la voglia di dollari da parte dei produttori di energia, cosa che rafforza la posizione del dollaro come asset di riserva a livello mondiale; inoltre, i dollari possono essere "riciclati" nell'economia degli Stati Uniti per coprire i deficit americani.

Molti ritengono che la preminenza del dollaro nei mercati dell'energia deriva dal suo status di valuta di riserva mondiale. Ma il ruolo del dollaro in questi mercati non è né naturale né una funzione della sua posizione dominante. In realtà, è stato progettato dai responsabili della politica statunitense dopo il crollo dell'ordine monetario di Bretton Woods nei primi anni '70, ponendo fine alla versione iniziale del primato del dollaro ("egemonia del dollaro 1.0"). Collegare il dollaro alla negoziazione internazionale del petrolio è stata la chiave per creare una nuova versione del primato del dollaro ("egemonia del dollaro 2.0") — e, per estensione, per finanziare altri quaranta anni di egemonia americana.



Oro ed Egemonia del Dollaro 1.0

Il primato del dollaro è stato sancito in occasione della conferenza di Bretton Woods nel 1944, dove gli alleati degli americani aderirono al progetto di Washington di un ordine monetario internazionale. La delegazione della Gran Bretagna — guidata da Lord Keynes — e quella di ogni altro paese partecipante, salvo gli Stati Uniti, preferiva la creazione di una nuova valuta emessa dal neonato Fondo Monetario Internazionale (FMI) come principale fonte di liquidità globale. Ma questo avrebbe ostacolato le ambizioni americane di un ordine monetario dollaro-centrico. Anche se quasi tutti i partecipanti preferivano l'opzione inglese, il potere schiacciante dell'America fece sì che alla fine prevalessero le sue preferenze. Così, sotto il gold exchange standard di Bretton Woods, il dollaro fu ancorato all'oro e le altre valute ancorate al dollaro, il che lo rese la principale forma di liquidità internazionale.

C'era, però, una contraddizione nella visione di Washington. L'unico modo in cui l'America poteva diffondere abbastanza dollari per soddisfare le esigenze di liquidità mondiali, era attraverso disavanzi nelle partite correnti a tempo indeterminato. Mentre l'Europa occidentale ed il Giappone si riprendevano e riconquistavano la competitività, questi deficit crescevano. Data la domanda crescente dell'America — per finanziare l'aumento dei consumi, l'espansione dello stato sociale e l'allargamento del suo potere nel mondo — l'offerta di moneta statunitense presto superò le riserve auree. Sin dagli anni '50 Washington lavorò per convincere o costringere i titolari di dollari stranieri a non scambiare i biglietti verdi con l'oro. Ma l'insolvenza non poteva essere scongiurata a lungo: nell'agosto del 1971 il presidente Nixon sospese la convertibilità dollaro/oro, ponendo fine al gold exchange standard; nel 1973 sparirono anche i tassi di cambio fissi.

Questi eventi sollevarono diversi interrogativi sulla solidità a lungo termine di un ordine monetario basato sul dollaro. Per conservare il loro ruolo di fornitori di liquidità internazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare ad accumulare disavanzi delle partite correnti. Ma questi deficit stavano andando fuori controllo, poiché l'abbandono di Bretton Woods si intersecò con altri due sviluppi: l'America divenne un importatore netto di petrolio nei primi anni '70; l'affermazione sulla scena mondiale dei membri chiave dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1973-1974 generò un aumento del 500% del prezzo del petrolio, aggravando la pressione sulla bilancia dei pagamenti statunitense. Con il legame tra il dollaro e l'oro reciso ed i tassi di cambio non più fissi, la prospettiva di un deficit statunitense sempre più grande faceva germogliare preoccupazioni circa il valore di lungo termine del dollaro.

Queste preoccupazioni ebbero risonanza speciale tra i grandi produttori di petrolio. Sin dagli anni '20 il petrolio era prezzato in dollari sui mercati internazionali — ma, per decenni, venne utilizzata anche la sterlina negli acquisti di petrolio transnazionali, anche dopo che il dollaro la sostituì come valuta di riserva mondiale. Fino a quando la sterlina fu ancorata al dollaro e il dollaro era "buono quanto l'oro", il sistema era economicamente sostenibile. Ma dopo che Washington abbandonò la convertibilità dollaro/oro e il mondo passò da tassi di cambio fissi a fluttuanti, emerse la necessità di scegliere una nuova valuta per commerciare il petrolio. Con la fine della convertibilità dollaro/oro, i principali alleati dell'America nel Golfo Persico — lo Scià in Iran, il Kuwait e l'Arabia Saudita — finirono per favorire un cambio nel sistema dei prezzi dell'OPEC: dai prezzi denominati in dollari, alla loro denominazione secondo un paniere di valute.

In questo contesto, molti degli alleati europei dell'America volevano far rivivere l'idea (enunciata da Keynes a Bretton Woods) di fornire liquidità internazionale tramite una valuta emessa dal FMI — i cosiddetti "diritti speciali di prelievo" (DSP). Dopo che l'aumento dei prezzi del petrolio gonfiò i loro conti correnti, l'Arabia Saudita ed altri alleati arabi degli Stati Uniti spinsero affinché l'OPEC iniziasse la fatturazione in DSP. Inoltre guardavano con interesse le proposte europee per riciclare i petrodollari attraverso il FMI, al fine di incoraggiare la sua affermazione come fornitore principale di liquidità internazionale post-Bretton Woods. Ciò avrebbe significato che Washington non avrebbe più potuto continuare a stampare dollari per sostenere l'aumento dei consumi, l'incremento delle spese sociali e l'espansione della sua influenza globale. Per evitare tutto ciò, i politici americani dovettero trovare nuovi modi per incentivare gli stranieri a detenere quelli che ormai erano dollari fiat.



Petrolio ed Egemonia del Dollaro 2.0

A partire dalla metà degli anni '70 le amministrazioni degli Stati Uniti misero a punto due strategie. Una era massimizzare la domanda di dollari come valuta transnazionale. L'altra era invertire le restrizioni di Bretton Woods sui flussi di capitali transnazionali; con la liberalizzazione finanziaria, l'America poteva sfruttare l'ampiezza e la profondità dei suoi mercati dei capitali, e poteva coprire i suoi deficit di bilancio e delle partite correnti attirando capitali stranieri a costi relativamente bassi. Forgiare forti legami tra la vendita di idrocarburi e il dollaro era fondamentale su entrambi i fronti.

Per creare tali legami, Washington convinse i suoi alleati arabi nel Golfo a cedere la gestione della loro sicurezza agli Stati Uniti in cambio di un aiuto finanziario. Oltre ad infrangere le promesse fatte ai partner europei e giapponesi, l'amministrazione Ford spinse clandestinamente l'Arabia Saudita e gli altri produttori arabi a riciclare quantità sostanziali dei loro petrodollari nell'economia statunitense attraverso intermediari privati (in gran parte degli Stati Uniti), piuttosto che attraverso il FMI. L'amministrazione Ford chiese anche il supporto per le finanze tese di Washington, raggiungendo accordi segreti con l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti affinché le loro banche centrali acquistassero grandi quantità di titoli del Tesoro USA al di fuori delle aste normali. Queste disposizioni impedirono al FMI di spodestare gli Stati Uniti come principale fornitore di liquidità internazionale; inoltre contribuirono all'ampliamento dei deficit degli Stati Uniti, spalleggiato dal re-investimento di dollari esteri in America tramite i mercati finanziari privati e gli acquisti di titoli di stato statunitensi.

Pochi anni dopo, l'amministrazione Carter strinse un altro accordo segreto con i sauditi: Riyadh si impegnava ad esercitare la sua influenza in modo da garantire che l'OPEC continuasse a prezzare in dollari il petrolio. Tale impegno risultò fondamentale per ampliare l'egemonia del dollaro come valuta transnazionale nel mercato petrolifero. Col collasso del sistema dei prezzi amministrato dall'OPEC a metà degli anni '80, l'amministrazione Reagan suggerì che le vendite di petrolio transfrontaliere fossero fatturate in dollari. Prezzare il petrolio — e, più tardi, il gas — in dollari garantiva che le vendite di idrocarburi non solo fossero espresse in dollari, ma venissero anche saldate col biglietto verde, generando un costante sostegno alle domanda di dollari in tutto il mondo.

In breve, queste occasioni furono fondamentali nella creazione "dell'egemonia del dollaro 2.0". E sostanzialmente hanno retto finora, nonostante la periodica insoddisfazione araba per la politica mediorientale degli Stati Uniti, ovvero, l'allontanamento degli Stati Uniti da altri produttori del Golfo (l'Iraq di Saddam Hussein e la Repubblica islamica dell'Iran) e l'interesse per il "petro-Euro" nei primi anni 2000. I sauditi, in particolare, hanno difeso vigorosamente la tradizione di un prezzo del petrolio espresso in dollari. Mentre l'Arabia Saudita ed altri importanti produttori petroliferi ora accettano il pagamento in altre valute quando parliamo delle loro esportazioni di petrolio, la quota maggiore delle vendite mondiali di idrocarburi continua ad essere saldata in dollari, perpetuando lo status del dollaro come valuta transnazionale più importante del mondo. L'Arabia Saudita ed altri produttori nel Golfo hanno rispettato la loro parte dell'accordo acquistando grandi partite di armi statunitensi; la maggior parte ha anche agganciato le proprie valute al dollaro — un impegno che gli alti funzionari sauditi descrivono come "strategico". Mentre la quota dei dollari nelle riserve globali è scesa, il riciclaggio dei petrodollari aiuta a mantenerli la valuta di riserva mondiale.



La Sfida della Cina

Eppure la storia e la logica ci avvertono che le pratiche attuali non sono scolpite nella pietra. Infatti l'ascesa del "petroyuan" sta spronando il sistema monetario ad essere meno dollaro-centrico nei mercati internazionali dell'energia.

Mentre la Cina diventata uno dei principali attori sulla scena energetica mondiale, ha anche intrapreso una campagna di internazionalizzare della propria valuta. Una quota crescente del commercio estero della Cina viene espresso e regolato in renminbi; sta crescendo anche l'emissione di strumenti finanziari denominati in renminbi. La Cina sta perseguendo un processo di liberalizzazione dei capitali, essenziale per la piena internazionalizzazione del renminbi; inoltre sta permettendo una maggiore flessibilità ai tassi di cambio dello yuan. La Banca Popolare di Cina (PBOC) ora ha accordi di swap con oltre trenta banche centrali — il che significa che il renminbi già svolge efficacemente il ruolo di valuta di riserva.

I politici cinesi apprezzano i "vantaggi" di cui gode il dollaro; il loro scopo non è quello di rimpiazzarlo col renminbi, ma di posizionare lo yuan a fianco del biglietto verde come valuta transnazionale e di riserva. Oltre ai benefici economici (ad esempio, riduzione dei costi di cambio per le imprese cinesi), Pechino vuole — per motivi strategici — rallentare ulteriormente la crescita delle sue enormi riserve in dollari. La Cina ha visto aumentare la propensione americana a tagliare fuori i paesi dal suo sistema finanziario come strumento di politica estera, e si preoccupa che Washington possa farlo anche con lei; l'internazionalizzazione del renminbi può mitigare tale vulnerabilità. Più in generale, Pechino comprende l'importanza del dollaro per il potere americano; intaccandolo, la Cina può contenere un eccessivo unilateralismo degli Stati Uniti.

Da tempo la Cina ha inserito gli strumenti finanziari nel suo programma per accedere agli idrocarburi stranieri. Ora Pechino vuole che i principali produttori di energia accettino il renminbi come valuta transnazionale — il che include la risoluzione degli acquisti di idrocarburi in renminbi — e lo incorporino nelle riserve delle loro banche centrali. I produttori hanno motivo di essere ricettivi. La Cina, nel futuro prossimo, diventerà il principale mercato incrementale per gli idrocarburi del Golfo Persico e dell'ex-Unione Sovietica. Le aspettative di lungo termine sull'apprezzamento dello yuan facilitano l'accumulo di renminbi in termini di diversificazione del portfolio. E mentre l'America è vista sempre più come una potenza egemone in declino, la Cina viene vista come il suo sostituto per eccellenza. Anche per il Golfo arabo, che per tanto tempo ha fatto affidamento su Washington come suo garante della sicurezza, sarà più conveniente stringere legami con Pechino. Per la Russia i rapporti in deterioramento con gli Stati Uniti spingono una cooperazione con la Cina, contro quello che sia Mosca che Pechino considerano una potenza in declino, ma ancora pericolosamente instabile e nervosa.

Per diversi anni la Cina ha pagato con i renminbi alcune delle sue importazioni di petrolio dall'Iran; nel 2012 la PBOC e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti hanno istituito uno swap di valute da $5.5 miliardi, gettando le basi per saldare in renminbi le importazioni di petrolio da Abu Dhabi — un importante ampliamento dell'utilizzo del petroyuan nel Golfo Persico. L'accordo sino-russo da $400 miliardi sul gas che è stato siglato quest'anno, prevede il pagamento in renminbi per gli acquisti cinesi di gas russo; se completato, questo significherebbe un ruolo apprezzabile per il renminbi nelle transazioni relative al gas.

Guardando al futuro, l'uso del renminbi per saldare le vendite internazionali degli idrocarburi aumenterà sicuramente, accelerando il declino dell'influenza americana nelle regioni produttrici di energia. Inoltre, per Washington diventerà più difficile finanziare quelle che la Cina ed altre potenze considerano politiche estere eccessivamente interventiste — una prospettiva su cui la classe politica americana non ha ancora cominciato a riflettere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il ciclo naturale: VII parte

Von Mises Italia - Ven, 12/09/2014 - 08:00

VI. L’introduzione delle imitazioni nel modello. Inevitabilità della crisi. Il ciclo naturale

 

Stando a quanto descritto nel paragravo V, la nostra visione sembra essere semplicemente la riscrittura dell’impostazione hayekiana, arricchita da alcuni elementi legati alla teoria delle aspettative. Infatti, ci siamo volutamente tenuti a distanza dai distinguo, per poterli approfondire nella presente sezione. Nel paragrafo precedente, infatti, ci siamo limitati a parlare di boom sostenibile e boom artificioso, descrivendo la crisi come una inevitabile conseguenza di una crescita dovuta a distorsioni nella struttura della produzione generate da squilibri nel sistema delle preferenze. Ora cercheremo di dimostrare come, invece, la crisi sia una conseguenza di tutte le fasi di crescita e come a distinguere un boom sostenibile da uno artificioso non sia l’insorgere della depressione, ma la sua intensità e durata. Pertanto, a nostro modo di vedere, anche in caso di espansione ‘sana’ la fase di crescita sarà seguita da un processo di riassestamento (crisi). Questo perché, anche, nello sviluppo sostenibile, positive aspettative di profitto, a ciclo innescato, facilitano l’emergere di iniziative speculativo-imitative che, ad un certo punto, devono essere liquidate al fine di ‘normalizzare’ il cammino di crescita. Ciò che distingue sviluppo sostenibile da boom artificioso non è l’emergere di una crisi; la differenza giace nella natura della crisi e nella sua intensità.

Gli elementi cruciali della nostra analisi sono quindi le aspettative e il processo imitativo. Come visto, Hayek (1929, p. 147) già nel 1929 riconosce il ruolo centrale delle aspettative, quando enfatizza le aspettative di profitto come il motore che guida le preferenze imprenditoriali, con la possibilità di rendere gli imprenditori maggiormente orientati al futuro e quindi portanto il tasso di interesse d’equilibrio verso un valore più alto.

Le aspettative di profitto sono un elemento chiave per la visione hayekiana sia in caso di crescita sostenibile sia nel caso opposto. Esse ci serviranno per descrivere l’insorgere delle imitazioni e dell’espansione secondaria, seguita poi da una crisi. È tempo dunque di vedere come la cosiddetta crescita sostenibile austriaca si trasformi, nella nostra visione, nel ciclo naturale.

Nella situazione ideale in cui non esista il tasso monetario (e la banca centrale), un allungamento del periodo di produzione, con l’emergere di processi di investimento capital-intensive, è possibile quando o i consumatori o gli investitori diventano maggiormente future-oriented. Se sono i consumatori a modificare le loro preferenze per primi, ciò si manifesterà in un accresciuto risparmio cui seguirà una diminuzione del tasso naturale di interesse, al fine di attirare gli investitori ad utilizzare quelle risorse per investimenti più roundabout. Se sono, invece, gli imprenditori a spingere per primi verso un allungamento della struttura produttiva, il tasso naturale si eleverà al fine di attirare i risparmiatori nella stessa direzione, fornendo le risorse necessarie ai nuovi investimenti. In entrambi i casi, il tasso naturale è mosso da una modifica della struttura delle preferenze temporali, generata a sua volta da diverse aspettative. Ciò che segue è un processo di sviluppo sostenibile.

Il ruolo delle aspettative imprenditoriali in generare investimenti capital-intensive è enfatizzato anche da Schumpeter, come è ben noto. Più sopra abbiamo anche visto come Hayek si riferisca esplicitamente a Schumpeter nel sottolineare il processo innovativo e di investimento che segue ad aspettative di profitto positive. In tale processo di espansione, secondo la tradizionale versione della ABCT, non sorgono gli elementi necessari a generare una crisi.

Tuttavia, l’osservazione della realtà ci spinge ad enfatizzare, come abbiamo già sottolineato sopra, che la prima ondata di investimenti è sempre seguita da un’ondata secondaria di imitazioni e speculazioni. Come analizzato, il ritmo della crescita economica diventa particolarmente sostenuto quando all’ondata primaria di investimenti imprenditoriali si aggiunge una fase di crescita secondaria spinta dagli istinti imitativi di imitatori alla ricerca di profitto e spinti dalla ‘moda’. A ben guardare, le speculazioni imitative sono tipiche di tutte le fase di boom registrate storicamente, dalla bolla dei tulipani del Seicento a quella della new economy nel 2001 a quella recente del settore immobiliare. Perché le imitazioni sono inevitabili? È quanto abbiamo visto precedentemente, riportando la visione lachmanniana sullo sviluppo capitalistico caratterizzato da innovazioni e imitazioni. Rimanendo fedeli al soggettivismo e al ruolo delle aspettative, è facile intuire come il successo di iniziative imprenditoriali sia facilmente seguito da imitatori alla ricerca di successo all’interno di ciò che all’inizio sembra sempre un periodo di crescita destinato a non finire. La fase primaria di crescita è carattarizzata da investimenti messi in moto da un numero limitato di imprenditori, coloro che sono in grado di cogliere opportunità che ai più rimangono oscure, e quindi i primi a modificare le proprie aspettative. La fase secondaria invece è caratterizzata dall’apparire sul mercato di una numero eccezionale di imitatori.

Abbiamo così individuato le prime due fasi del nostro ciclo naturale: l’espansione primaria, generata da un mutamento della struttura delle preferenze temporali e delle aspettative, e l’espansione secondaria, caratterizzata da investimenti imitativi.

Se la realtà delle speculazioni imitative è dunque ineliminabile, essa delinea i caratteri del processo di crescita, enfatizzando lo sviluppo al di sopra del livello immaginato inizialmente. Come l’ondata primaria di investimenti, anche la seconda è generata da aspettative di profitto, in particolare dall’aspettativa che la situazione in corso non cambi (Schumpeter, 1939, p. 145). Dal punto di vista quantitativo, inoltre, l’imitazione potrebbe essere addirittura più consistente del primo ciclo di investimenti, perché coinvolge un maggior numero di individui, con aspettative ‘sovraeccitate’ dal boom (Schumpeter, 1939, p. 146). Saranno proprio tali investimenti secondari a dover venire liquidati attraverso una crisi di aggiustamento, come cercheremo di dimostrare.

Il fatto che gli investimenti di ondata secondaria portino necessariamente ad una loro liquidazione, generando una crisi, anche in caso di boom non artificialmente indotto da scoordinamento tra tasso naturale e tasso monetario, sembrerebbe evidentemente in contraddizione con la versione tradizionale della teoria austriaca, che invece non ammette crisi qualora tale scoordinamento non sia alla base del processo di crescita. Noi riteniamo invece che tale visione debba essere superata, pur non negando la validità di fondo dell’approccio austriaco.

Ricapitoliamo il sorgere dell’espansione primaria caratterizzante il nostro ciclo naturale. Quando, per via di positive aspettative di profitto, gli imprenditori diventano maggiormente future-oriented, il tasso naturale di interesse cresce, al fine di muovere nella stessa direzione le preferenze dei consumatori, inducendoli a risparmiare di più, per generare risorse disponibili a soddisfare l’accresciuta richiesta di loanable funds da parte degli investitori. La situazione speculare è quella in cui sono le aspettative dei consumatori a mutare in un senso maggiormente orientato al futuro; in questo caso il tasso naturale di interesse scende, comunicando agli imprenditori che nuove risorse sono disponibili per investimenti più lunghi. In entrambe le situazioni inizia ciò che nel gergo austriaco è un boom sostenibile.

Secondo tale schema, visto che l’allungamento della struttura produttiva deriva da un mutamento delle preferenze temporali e gli operatori del mercato non sono ingannati da un tasso monetario non coerente con quello naturale, gli investimenti in atto troveranno sempre risorse a disposizione per completare i progetti imprenditoriali avviati. Questo proprio perché, senza l’interferenza delle autorità politico-monetarie, gli operatori del mercato sono liberi di ‘scoprirsi’ vicendevolmente e di riadattare il proprio schema di preferenze in modo conforme alla mutata situazione.

Tuttavia, a noi sembra di cogliere che tale visione non tenga conto di un dato fondamentale: il ritmo degli investimenti nel tempo reale. La distinzione schumpeteriana di ondata primaria e ondata secondaria degli investimenti diventa a questo proposito fondamentale. Infatti, sembra non generare alcun problema l’iniziale aumento degli investimenti seguito da una modifica nella struttura delle preferenze temporali. Sia nel caso di risparmio in salita che in quello di tasso naturale in crescita a causa delle aspettative di profitto, i tempi di insorgenza delle iniziative imprenditoriali sono necessariamente dettati dal riallineamento delle preferenze. Quando i risparmi aumentano, infatti, il problema non si pone proprio perché le aumentate risorse sono la la causa prima della diminuzione del tasso naturale e l’allungamento della struttura produttiva una conseguenza. Nel caso di aumentata domanda di loanable funds, inoltre, le nuove risorse per gli investimenti non sono a disposizione finché i consumatori non decidono di accrescere la propria propensione al risparmio, cioè fino a quando le intenzioni dei due gruppi di attori non si riallineano.

Il discorso cambia quando ad entrare in gioco è l’ondata secondaria degli investimenti, quella generata dal processo imitativo. Essa è anzitutto un fatto naturale, intrinseco al boom, di qualunque boom si tratti. Infatti, come enfatizzato da Schumpeter, il moto innovativo non si genera mai come fenomeno di massa; al contrario, esso sorge per iniziativa di alcuni spiriti ‘eletti’, gli imprenditori, la cui essenza consiste proprio nell’essere in grado di cogliere opportunità di profitto laddove altri non riescono invece a vederle[85]. In seguito, peraltro, quando il fenomeno espansivo è già in moto, quando ormai un’opportunità di profitto è stata individuata e colta da alcuni, la prospettiva di acciuffare una fetta della torta diventa allettante per i molti (ruolo delle aspettative). Non per coloro che hanno colto l’opportunità in gioco e hanno iniziato a investire, e che ormai sono sulla strada del raccoglimento dei frutti; ma per coloro che invece erano stati alla finestra e che ora tentano di prendere parte alla fase ascendente (con un lack temporale rispetto all’ondata primaria).

In che cosa si materializza il desiderio imitativo? In una nuova domanda di loanable funds, al fine di un inserimento nel ciclo espansivo di un processo produttivo più roundabout. Ciò significa il tentativo di allungare temporalmente il processo di espansione, aumentando il grado di incertezza.

 

More time taken implies more things can happen – providing the possibility of greater productivity but also greater uncertainty. Since the value of higher order (capital) goods depends on the prospective value of the consumer goods they are expected to produce, the elapse of time, and with it the arrival of unexpected events, implies that some production plans are bound to be disappointed and thus the value of specific capital goods will be affected[86].

 

Ed eccoci alla seconda fase del ciclo naturale, l’espansione secondaria. La pressione sulla domanda di fondi prestabili porta il tasso d’interesse naturale a salire ulteriormente, al fine di attirare nuovi risparmi per finanziare tali investimenti. E qui entra il gioco il ruolo delle banche in una misura molto simile a quella indicate da Schumpeter. Inizialmente la richiesta di loanable funds non può essere soddisfatta, perché le preferenze non si sono ancora riallineate sul nuovo livello di tasso di interesse, ed è anche probabile che questo riallineamento non avvenga.

Tuttavia, il sentiment positivo, le aspettative positive di profitto, che diventano ‘incandescenti’ al termine dell’espansione primaria, esercita un ruolo anche sull’azione delle banche. Infatti, proprio per quanto sta accadendo durante l’espansione, è molto probabile che le banche mettano a disposizione ‘fondi virtuali’, non rappresentati da risparmio reale (come durante la prima ondata di investimenti), spinte dall’aspettativa che l’adattamento delle preferenze dei consumatori (ulteriore risparmio) non può non avvenire, proprio a causa dell’entusiasmo generato dal boom. Così si torna al fenomeno misesiano della creazione di moneta, enfatizzato, con tutt’altro accento, anche da Schumpeter.

D’altro canto, è molto probabile che il riallineamento atteso non avvenga. Per quanto il tasso naturale sia accresciuto, per via delle aspettative di profitto manifestatesi nella richiesta di una seconda ondata (imitativa) di investimenti, la possibilità per il risparmio di accrescersi è limitata da due fattori in gioco. Uno, il più evidente, è che ovviamente i consumatori debbono anche consumare, quindi la loro possibilità di risparmiare (di allinearsi) è limitata oggettivamente dalla necessità di consumare. Inoltre, con tutta probabilità, anche i consumatori verranno influenzati dall’entusiasmo generale della fase di boom, mutando le loro preferenze in senso contrario, cioè accrescendo la loro propensione al consumo. Questo è maggiormente vero per il fatto che nella fase di boom i salari reali crescono, per attirare lavoratori nei nuovi settori d’investimento o per impiegare lavoratori prima disoccupati. Ciò, come nella tradizionale spiegazione austriaca, porta ad una pressione della domanda verso i beni di consumo, con un iniziale fenomeno di risparmio forzato e una susseguente necessità della struttura produttiva di tornare verso progetti present-oriented (beni di consumo). A questo punto, la crescita dei prezzi dei salari e la pressione sui prezzi dei beni di consumo porta a ciò che Hayek ha chiamato effetto Ricardo e che è una delle spiegazioni per cui una prolungata fase di boom sospinta da espansione monetaria è destinata a trasformarsi in una crisi.

 

[I]f the credit expansion boom does not come to an end sooner for some other reason, it must come to an end when consumer product prices advance ahead of wage and resource prices. The Ricardo effect lowers real wages and encourages a shift toward labor-intensive methods of production. A lowering of the real wage of labor makes short-term (labor-intensive) projects appear to be more profitable than long-term (capital-intensive) methods of production. The Ricardo effect may account for the sudden wave of bankruptcies among the large fixed-investment projects that occurred toward the end of many nineteenth-century business cycles[87].

 

Così, mentre la prima ondata di investimenti può completare il suo ciclo a causa dell’esistenza reale di fondi prestabili (senza la quale il ciclo espansivo non sarebbe neppure iniziato), la seconda si vedrà frustrata da un mutamento nella struttura delle preferenze dei consumatori e da una politica bancaria influenzata dalle aspettative di profitto.

La differenza tra crescita sostenibile e boom artificioso, dunque, giace nel seguente fatto: laddove il ciclo ‘viziato’ sia innescato da uno scoordinamento tra un tasso naturale e un tasso monetario controllato dalle autorità monetarie, in generale molti dei roundabout processes of production si trovano ad essere frustrati per l’insorgere del fenomeno hayekiano della scarsità di capitale così come descritto più sopra. In caso, invece, di boom sostenibile (ciclo naturale), generato per la modifica delle aspettative, è solo l’inevitabile ondata di investimenti imitativo-speculativi, sostenuta da una politica bancaria influenzata dal sentiment positivo, che si troverà in un secondo momento ad essere frustrata e la crisi sarà il necessario moto di liquidazione di tali malsane iniziative.

Ciò che seguirà in quest’ultimo caso sarà dunque una crisi (terza fase del ciclo naturale), ma limitata nella sua intensità, durata e quantità dei settori coinvolti. Potremmo chiamarla una crisi di riaggiustamento momentaneo, che non annulla gli effetti benefici del boom precedente, ma si limita a liquidare le iniziative imprenditoriali sorte a fine speculativo-imitativo. Non si verificherà, invece, il quarto stadio, tipico della crescita non sostenibile: la depressione.

Possiamo rappresentare la differenza tra espansione tra il tipico ‘boom and bust cycle’ austriaco e il ciclo naturale per il mezzo dei seguenti diagrammi.

 Figura 1: ‘Boom and Bust’ Cycle, generato dal conflitto tra tasso monetario e tasso naturale.

Figura 2: Il Ciclo Naturale.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

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Note

[85] In ciò consiste la funzione imprenditoriale anche per la teoria austriaca tradizionale, che individua nella capacità di cogliere opportunità di profitto la causa del profitto.

[86] Lewin (2005, p. 151).

[87] Moss (2005, pp. 8-9).

 

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Le esercitazioni dell’Undici Settembre

Luogocomune.net - Gio, 11/09/2014 - 15:50
di Riccardo Pizzirani

Le esercitazioni dell’Undici Settembre
Quando un evento grande e complesso come l’undici settembre viene esaminato in lungo e in largo, è perfettamente naturale che emergano delle coincidenze e anche qualche piccola contraddizione. Succederebbe anche in una giornata come tutte le altre, se ci si dedicasse l’attenzione, il tempo e l’energia che sono stati spesi per analizzare gli eventi di quel giorno. E’ però altrettanto vero quello che dicono gli investigatori americani: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova. Ma una prova di cosa, eventualmente? Beh, come spiega il ricercatore Webster Tarpley le esercitazioni sono il perfetto cavallo di troia per un piccolo gruppo di cospiratori che voglia condurre un evento false-flag sul proprio territorio. Questo per vari motivi: prima di tutto, proprio per il modo con cui funzionano le esercitazioni: due schieramenti, un blue team di difensori che compone la stragrande maggioranza dei militari coinvolti, che si sta addestrando e si aspetta di essere attaccato, e dall’altro lato un red team di pochi attaccanti che cerca di metterli alla prova. E’ solo all’ultimo momento che si passa dall’esercitazione all’atto terroristico vero e proprio, quindi se qualche operativo del complotto viene intercettato e scoperto, può sempre dire che faceva parte del red team dell’esercitazione e può farla franca, e magari continuare anche il suo compito. Secondo punto, un cospiratore può aprirsi strade che normalmente gli sono precluse, sia facendo leva sulla confusione che si genera durante un esercitazione, sia sulla maggiore autorità che temporaneamente gli viene assegnata. Ultimo, ma non meno importante, tutte le forze di reazione e soccorso sono già dispiegate, e un gruppo di cospiratori altolocato può quindi controllare anche gli eventi che seguono l’attacco, nascondendo o distruggendo le prove e ostacolando le prime investigazioni. Questo articolo intende ricapitolare e analizzare nel dettaglio le numerose esercitazioni civili e militari che si tennero prima e durante l’undici settembre, mettendole nel contesto degli eventi di quel giorno, in modo che ciascuno possa valutare autonomamente se è legittimo pensare ad un complotto, o se è più ragionevole concludere che si sia trattato semplicemente di coincidenze.

Iniziamo però con lo sfatare un vecchio mito: quello che gli attacchi non fossero prevedibili.


“Nessuno poteva prevederlo”
Come sappiamo dalle affermazioni dirette del Presidente e degli altri membri del governo e delle Forze Armate, gli attacchi del 9/11 non potevano essere previsti, anzi nemmeno ipotizzati:

“Mai i processi mentali di chiunque su come proteggere l'America hanno ipotizzato che i malfattori avrebbero fatto schiantare non uno, ma quattro aerei commerciali contro obiettivi preziosi degli Stati Uniti - mai.”
Presidente G.W.Bush, sito web della Casa Bianca (16 settembre 2001)

E' ovvio che il governo sta mentendo sul 9/11

Freedonia - Gio, 11/09/2014 - 10:20




di Gary North


Questo mese, in Canada, una campagna sta sfidando la versione del governo sul 9/11. Sono a favore di questa iniziativa, sia professionalmente come storico sia come severo scrutinatore delle posizioni ufficiali del governo.

Ecco un breve video su questa campagna.





Si tratta di un video dall'aspetto professionale. Può funzionare. Un sacco di persone possono essere coinvolte. Ma meno di 4,000 l'hanno visto.

Il gruppo vuole svolgere un'opera divulgativa. Sono totalmente a favore di opere divulgative sul 9/11. Questo potrebbe essere un appiglio per spronare opere divulgative su altre questioni. Le persone che finalmente capiscono come siano state manipolate dai manipolatori nel governo degli Stati Uniti, diventeranno probabilmente più inclini ad accettare il messaggio che gli inganni partono da molto lontano.

Il video si concentra sul Canada. Può funzionare. Rispetto ai loro cugini americani, i canadesi sono più propensi a pensare che il governo americano sia disposto a mentire. Comunque, questa è la mia ipotesi.

Ma la domanda che mi viene in mente è questa: "Chi sta mettendo i soldi per questa campagna?" E successivamente: "Perché?"

Sono un grande credente nella ricerca della verità storica. Credo anche che quasi nessuno si sia impegnato in tale ricerca, e la maggior parte di quelli che l'hanno fatto non aveva molto denaro.

Quando abbiamo a che fare con la versione del governo, fatevi sempre questa domanda: "Chi sta coprendo?" Ma non dimenticate quest'altra: "Chi paga per scoprirlo?" E questa: "Perché?"



DIVULGARE

Fatto: non serve divulgare qualcosa se non avete un programma molto esplicito e ben focalizzato per mobilitare le persone. La campagna di marketing deve essere un'estensione del piano di mobilitazione. Deve rafforzare questo piano. Deve ignorare tutto ciò che non è un aspetto di questo piano.

Abbiamo risorse limitate. È molto facile sprecarle. Questo è il motivo per cui è necessaria una campagna di marketing: risparmiare risorse. Bisogna avere un obiettivo specifico per le spese. Bisogna avere indicatori di successo. Bisogna avere una rapida comunicazione delle spese. Bisogna avere un modo per generare denaro dalla campagna in modo che non debba essercene un'altra.

Fino a quando tutto questo non sarà a posto, e testato su scala limitata e statisticamente rappresentativa, il denaro sparirà.

Potremmo chiamarlo direct marketing. Eppure solo poche persone riescono a comprenderlo, e meno ancora si impongono di seguire questa procedura.

Le persone che salgono a bordo di progetti "divulgativi" lo fanno per molte ragioni. Non esiste un modello universale per aderire ad una causa. E' troppo costoso ideare una campagna di reclutamento separata da ciascuna di queste motivazioni. Il budget è troppo piccolo. I mercati sono troppo diversificati. Le motivazioni personali sono troppo varie.

Anche coloro che promuovono la versione ufficiale hanno molteplici motivazioni. Ma hanno un enorme vantaggio: i soldi del governo, il potere del governo ed i media mainstream, che temono il potere del governo e vogliono i suoi soldi.

Molte persone non hanno il tempo di ripensare a tutte le posizioni del governo. Anche se si tratta di grandi posizioni, le persone non hanno il tempo di ripensarci nel dettaglio. Percepiscono il costo personale di tali indagini. Semmai capissero che sono stati ingannati deliberatamente, potrebbero perdere la fiducia nel governo. Questo equivale ad abbandonare quella religione che avete coltivato sin dalla vostra giovinezza. I costi sono alti. Più si è anziani, più capitale emotivo è stato investito in questo "mercato". Abbandonare la fede nella linea ufficiale significa ammettere di essere già caduti preda di un grande inganno. Significa fare la figura degli scemi. Eravate un "capro espiatorio", come potremmo definire Lee Harvey Oswald.

Un vecchio adagio recita: "Non si può cambiare solo una cosa." Quando si abbandona la fiducia nelle spiegazioni ufficiali del governo, allora vi sentite come se doveste offrirne uno migliore. Questo apre un enorme vaso di Pandora. Questo vi farà seguire le orme del bianconiglio. Poi vi farà scendere a fondo nella sua tana. Diverrete come Alice. Potreste entrare nel paese delle meraviglie. Potreste non uscirne più.



PERDITA DI FIDUCIA

La mia perdita di fiducia nelle versioni ufficiali della storia americana, è iniziata nell'autunno del 1958. Scrissi una tesina sull'attacco giapponese a Pearl Harbor. Raggiunsi una conclusione: non solo nella prima settimana del dicembre 1941 il presidente Roosevelt sapeva dell'imminenza di un attacco, per un anno aveva autorizzato politiche che secondo lui avrebbero provocato un attacco del genere. Il ministro della guerra Henry L. Stimson parlò per Roosevelt quando nel 25 novembre 1941 scrisse questa voce nel suo diario: "La domanda era come avremmo dovuto manovrarli [i giapponesi] affinché sparassero il primo colpo. . . ."

Nel 1958 non sapevo che era stato ministro della guerra sotto Taft, segretario di stato sotto Hoover e successivamente conosciuto come "presidente dell'establishment americano". Ero giovane e ingenuo nel 1958. Non sono più giovane. Confido di non essere nemmeno ingenuo . . . non sul governo degli Stati Uniti comunque.

Questa settimana ho letto un altro libro che pretende di spiegare il perché i giapponesi attaccarono Pearl Harbor: Operation Snow (2012). Incolpa Stalin e Harry Dexter White. Non si avvicina nemmeno a dimostrare la sua tesi. L'autore dice esplicitamente che il presidente Roosevelt non sapeva nulla di quello che stava per accadere a Pearl Harbor, che non pungolo' in alcun modo i giapponesi affinché attaccassero la flotta. Quindi, sostiene il libro, Harry Elmer Barnes aveva torto (Prefazione, p. xx). Questo libro è stato pubblicato dalla Henry Regnery Company, il cui fondatore ha pubblicato il resoconto più dettagliato sulle manipolazioni dietro le quinte di Roosevelt: Back Door to War: The Roosevelt Foreign Policy, 1933-1941 (1952) di Charles C. Tansill, che nel 1952 era uno dei due o tre storici americani più illustri in fatto di politica estera americana. Non compare nella bibliografia di Operation Snow. Né in quella di President Roosevelt and the Coming of the War (Yale University Press, 1948) di Charles Beard. Operation Snow non ha alcuna nota a pié pagina. Eppure la Regnery l'ha pubblicato.

Questo è ciò che accade ad ogni movimento che si dedica a respingere la posizione ufficiale del governo. I dilettanti poco qualificati ottengono uno sbocco per le loro teorie raffazzonate. Lo stesso vale per gli squinternati totali. Allora gli scettici devono spendere più tempo e denaro per cercare di mantenere in carreggiata il movimento.

Problema: non esiste solo una carreggiata. Per il governo sì, ma non per gli scettici.

Questo è il motivo per cui ci sono più libri sull'assassinio di Kennedy di quelli su qualsiasi altro evento della storia moderna: troppe tracce. Il governo ha una sola traccia: la relazione della Commissione Warren.

Al centro di ogni movimento revisionista ci deve essere un presupposto fondamentale: "Le versioni del governo sugli eventi storici nazionali sono vere fino a prova contraria."

Il movimento revisionista è infatti un movimento di resistenza. E' quello su cui poggia l'onere della prova, almeno nella mente della maggior parte dei cittadini. Deve quindi iniziare la sua ricerca raccogliendo prove schiaccianti riguardo un singolo fatto centrale. Deve dimostrare che tutto quello che il governo ed i media mainstream hanno promosso, non esiste. Sono questi i semi iniziali del dubbio: piantateli, irrigateli, nutriteli e poi aspettate che germoglino per raccogliere altri semi.

Problema: non appena uno scettico di primo piano nel campo dei revisionisti offre una teoria di ciò che è accaduto, viene aperto il vaso di Pandora. Ciò inizierà quasi immediatamente. Può anche dare slancio al movimento revisionista.

Quando si identifica ciò che non poteva essere successo, si mette in dubbio la versione del governo. Si puo' anche mettere un cartello di "Deviazione" sul sentiero del bianconiglio.

Nel caso del 9/11, gli scettici dovrebbero iniziare dal luogo dello schianto del volo United Airlines 93 a Shanksville, Pennsylvania. Non c'erano detriti. Conclusione: non era il luogo dello schianto. Qualunque cosa sia successa all'aereo, non è finito nel sito ufficiale dello schianto.

Il decollo dello scetticismo dovrebbe iniziare laddove non ci può essere un contro-argomento -- preferibilmente un argomento basato sulla fisica o sull'ingegneria. Iniziare dove il rapporto ufficiale non offre alcuna prova. Iniziare dove c'è un silenzio auto-imposto accompagnato da una ridicolizzazione delle teorie cospirazioniste.

Questo sarà sufficiente a sollevare seri dubbi.

Non appena i ricercatori di Shanksville riescono a far trapelare questa storia e la difendono in modi diversi -- video, articoli, libri -- si può andare avanti e parlare dell'Edificio 7.

Nel frattempo, gli specialisti dell'Edificio 7 costruiscono la loro tesi. "Perché questa sembra una demolizione controllata?"

Intanto ci sono anche gli scettici sull'incidente del Pentagono che fanno il loro lavoro. "Cosa ha colpito veramente il Pentagono?"

Tutti loro dovrebbero continuare a chiedere questo: "Perché non ci hanno mai fatto sentire le registrazioni delle "scatole nere" -- che in realtà sono arancioni -- le quali tengono traccia dei dati di volo che precedono un incidente?" Buio assoluto da parte del governo.

"Ce ne sono quattro di quelle dannate cose."

Se l'obiettivo è quello di sollevare seri dubbi sulla versione del governo, questo approccio avrà successo. D'altra parte, se l'obiettivo è quello di spiegare i quattro incidenti aerei mediante una narrazione coerente, ci vorrà una vita e non ci sarà concordanza. La narrazione verrà sopraffatta dal rumore. La complessità irriducibile della storia farà affondare un resoconto che ha note sufficienti da fonti sufficientemente affidabili.

Per chi è alla ricerca di una teoria su quello che è accaduto il 9/11, questo è un buon punto di partenza: http://www.garynorth.com/public/12227.cfm



CONCLUSIONE

La conclusione del teorema di Gödel si applica anche alla storiografia. E' impossibile che gli esseri umani possano proporre un unico resoconto (coerente ed al contempo completo) su un qualsiasi evento basandosi solamente sulla propria evidenza limitata. Più informazioni abbiamo, meno consistenza avrà il nostro resoconto.

Ciò vale anche per la versione ufficiale. Quindi cerchiamo di concentrare le nostre risorse limitate per persuadere le persone intelligenti: il governo non sta dicendo la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità.

Poi procederemo al passo successivo: "Il governo sta mentendo."

Poi seguiremo la confessione, seguiremo il denaro e seguiremo le organizzazioni coinvolte nella versione ufficiale del governo. Poniamoci questa domanda economica: "Chi vince? Chi perde?" Poi passiamo a quella politica: "Chi? Per chi?" Questa era la domanda di Lenin, un maestro di domande simili.

Poi poniamo la domanda che pose Lenin, rubandola a Cherneshevsky: "Che cosa si deve fare?"

Non si può giungere alla verità, tutta la verità e nient'altro che la verità. Nemmeno il governo può. Ma potete scommettere che non ci proverà nemmeno. Mostrate come e perché il governo sta mentendo. Mostrate che la menzogna fa parte del programma del governo. Questo dovrebbe essere abbastanza per chiunque.

Sarà sicuramente abbastanza per me.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come prendere in prestito denaro o stamparlo dal nulla conduce ad un vicolo cieco: il caso italiano

Freedonia - Mer, 10/09/2014 - 10:01




di David Stockman


All'inizio di questa settimana Bloomberg ha pubblicato un grafico sulla crescita reale della retribuzione oraria nei primi 60 mesi di ogni ciclo sin dal 1949. Il guadagno medio in 11 cicli è stato del 9% e la cifra più grande è stata del 19% mezzo secolo fa.

Dopo 60 mesi di ZIRP e QE sin da quando è ufficialmente finita la Grande Recessione nel giugno 2009, otteniamo un quadro molto diverso: i salari reali sono aumentati di appena lo 0.5%, e nel grande schema delle cose è semplicemente un arrotondamento.




Sicuramente il grafico qui sopra rappresenta anche la prova che la massiccia stampa di denaro non funziona. Dopo tutto, il Politburo monetario afferma che serva a reflazionare salari, posti di lavoro e redditi. Infatti, la FED ha manifestato noncuranza per le enormi bolle nel sistema finanziario, e per sei anni consecutivi ha mantenuto i tassi del mercato monetario inesorabilmente a zero sostenendo come non avesse ancora finito di "stimolare" il mercato del lavoro.

Allora perché questo esperimento fallimentare e pericoloso continua senza sosta — come la Yellen confermerà a Jackson Hole? Evidentemente è irresistibilmente comodo sia per Wall Street che per Washington. Il primo gode di un carry trade favoloso grazie alla ZIRP ed a Greenspan/Bernanke/Yellen; il secondo gode della carta "esci di prigione" grazie alla massiccia repressione dei tassi di interesse da parte della FED. Infatti, con il debito pubblico a $17.7 bilioni, la riduzione fraudolenta (intrinseca a tassi di interesse ultra bassi) del ripagamento del debito ammonta a $500 miliardi l'anno (in crescita).

Detto in modo diverso, mentre Wall Street dovrebbe agire con la massima cautela, vi è in realtà un'esuberanza irrazionale oltre la più fervida immaginazione. E mentre ci dovrebbe essere nervosismo a Washington a causa dell'accumulo di altri $15 bilioni di debito nel prossimo decennio (sotto uno "scenario non-roseo"), c'è compiacimento assoluto ed universale.

Il male della pianificazione centrale monetaria, naturalmente, lo possiamo individuare in quello che sta accadendo: distorce drasticamente i segnali di prezzo e, quindi, semina i semi di shock finanziari correttivi e diffonde disordine economico. Ma c'è qualcos'altro, e di peggio. Vale a dire, la dipendenza dalla stampa di denaro e dal debito è diventata così profondamente radicata a Wall Street ed a Washington, che la propaganda mainstream ha perso ogni parvenza di prospettiva storica e giudizio realistico sul percorso suicida su cui è diretto l'attuale sistema.

Per esempio, non viene riconosciuta la portata monumentale dell'espansione monetaria e dell'accrescimento del debito sin dall'inizio del XXI secolo, e si presume che sia solo una caratteristica permanente e sostenibile del panorama finanziario. E tale cecità potrebbe anche essere comprensibile se fosse stata accompagnata da un insolito aumento della prosperità. In realtà, le metriche fondamentali della prosperità — crescita reale del PIL, occupazione dei capifamiglia, investimenti in beni produttivi e redditi reali delle famiglie — sono andate tutte nella direzione opposta, dopo essere scese drasticamente al di sotto di tutte le medie storiche.

I grafici qui sotto sono tutti connessi. La crescita del PIL in termini reali nel corso degli ultimi 14 anni è stata in media solo dell'1.8% — appena la metà del tasso medio durante i precedenti 50 anni. Allo stesso modo, i lavori dei capifamiglia sono ancora del 5% al di sotto dei livelli di inizio secolo; l'investimento netto reale in impianti e macchinari è del 20% al di sotto dei suoi livelli alla fine degli anni '90; ed il reddito reale medio delle famiglie è diminuito del 5%.







La giustapposizione di queste tendenze funeste con le metriche del debito e del denaro, non ha bisogno di ulteriori elaborazioni. Se prendere in prestito e stampare denaro fosse il modo per arrivare alla prosperità, i grafici qui sotto sarebbero le nostre cartine tornasole. Sin dalla fine del secolo precedente, il bilancio della FED si è ampliato del 10x; il debito totale nel mercato del credito è aumentato a $30 bilioni; e il debito federale è salito del 3x.






Eppure queste giustapposizioni si perdono nel marasma propagandistico dei media mainstream. I dati "in entrata" vengono torturati e razionalizzati per dimostrare che un paio di dosi di denaro e di debito in più risolveranno la situazione. Di conseguenza, il modello ed i segnali vengono oscurati in mezzo al rumore.

Forse è utile considerare un caso più avanzato di questa follia keynesiana. Prendiamo in considerazione l'Italia. Nonostante tutte le isterie circa il fatto che la BCE non abbia implementato un QE a tutti gli effetti, non vi può essere alcun dubbio che il denaro ed il debito in Europa siano fluiti liberamente sin dalla fine degli anni '90 e dal lancio ufficiale dell'Euro. E come si poteva prevedere, un carry trade meno costoso sul debito pubblico non ha aiutato l'Italia a superare la sua propensione verso un debito pubblico fuori misura.




Come mostrato di seguito, il debito pubblico in Italia è attualmente pari al 135% del PIL, cifra che rappresenta un fardello maggiore di $500 miliardi solo dal 2000, quando il debito pubblico ha superato per la prima volta la soglia del 100% del PIL.




Inutile dire che negli ultimi 14 anni il massiccio stimolo fiscale ed i tassi di interesse ultra-bassi della BCE, non hanno prodotto la crescita e la prosperità promessa. In realtà, la macroeconomia in Italia è precipitata in un declino secolare scioccante. I consumi reali delle famiglie, per esempio, hanno ormai ripercorso tutta la strada fino ai livelli del 1998.




Lo stesso schema lo ritroviamo nelle tendenze del PIL complessivo dell'Italia — la cui base imperfetta considera la spesa pubblica come parte della "crescita". Sin dal 2005, il PIL in Italia ha fatto registrare performance più negative che positive. Di conseguenza, il livello effettivo del PIL reale è ormai decaduto ai livelli raggiunti 14 anni fa.





Secondo una prospettiva storica più ampia, ed azzerando il rumore di breve termine, la media mobile della crescita decennale del PIL reale italiano ci dice come stanno veramente le cose. Dopo 14 anni di espansione del debito senza precedenti e di finanziamenti allegri della BCE, la crescita del PIL in Italia è precipitata dal 4% al -0.5% secondo l'osservazione più recente. Eppure non c'è mai stato nemmeno un accenno nel copione keynesiano che ritenesse possibile una contrazione secolare di questa grandezza.




Aggiungeteci anche i dati demografici negativi in Italia, ed otterrete una trappola del debito che non lascia scampo. Se George W. Bush fosse stato un economista, avrebbe esclamato: "Questa bagnarola non reggerà molto a lungo".




Tra un decennio o due i dati demografici della forza lavoro saranno così anche negli USA, e forse per allora avrete capito dove ci hanno condotto i nostri politici e le stampanti monetarie keynesiane. E no, la destinazione non è la terra della prosperità permanente propagandata dai media mainstream.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La filosofia della proprietà: II parte

Von Mises Italia - Mer, 10/09/2014 - 08:00

Proprietà e diritti di proprietà

La vera funzione dell’individuo, nella sua veste di proprietario, ha fatto capolino per la prima volta con gli economisti Austriaci, i quali, nello sviluppare la teoria dell’utilità marginale, hanno constatato che il valore è una caratteristica tipicamente umana, la quale viene conferita a dei beni suscettibili di divenire oggetto di proprietà: una caratteristica che ha poco o nulla a che fare con la produzione o con i costi di produzione. Gli studiosi della prasseologia hanno enfatizzato che il soggetto predicabile di essere analizzato e compreso è solamente l’individuo agente. Ma anche in tal caso, una vera e propria indagine volta allo studio dell’aspirazione umana alla proprietà non si è affermata, in quanto, ancora una volta, si è posta maggiore attenzione ad approfondire la questione concettuale, nonché i flussi ed i riflussi associati alle curve di domanda ed offerta.

La natura della proprietà, le modalità di acquisizione, il suo sviluppo, la produzione, la distribuzione, il mantenimento, la conservazione e la sua protezione sono tutti aspetti che non devono certo essere trascurati.

Ma il primo e principale sforzo deve essere orientato a distinguere i “diritti di proprietà”, volti ad organizzare i rapporti tra gli uomini in merito all’uso dei beni e delle cose, dalla “proprietà”, nozione che identifica il bene suscettibile di divenire oggetto di appropriazione.

Possedere tale caratteristica non significa altro che i beni individuati sono soggetti alla sfera di azione del diritto di proprietà [da intendersi come un titolo legittimo a compiere azioni, ndt]. La proprietà della “cosa” sussiste fin tanto e nella misura in cui vi è un legittimo titolo di proprietà sulla stessa. In un territorio vergine, ancora inesplorato dall’uomo, la terra e tutte le pertinenze naturali sono oggetto di appropriazione. L’avvento dell’uomo non cambia il loro carattere, in quanto beni fisici. Ma il rapporto tra l’uomo e la terra, in merito all’organizzazione e all’uso di quest’ultima, cambia radicalmente nel momento in cui il processo acquisitivo prende corpo.

Intenderei qualificare questo tipo di proprietà, che si concretizza prima della integrazione di un atto di acquisizione, come “proprietà senza proprietario”. Analogamente, utilizzerei la stessa definizione per gli oggetti scartati, che un tempo facevano parte dell’assetto proprietario di un soggetto, ma a cui ora si vuole rinunciare. [Trattasi, in buona sostanza, del concetto delle “res nullius, ovvero il complesso delle “cose” che possono astrattamente essere oggetto di diritti, ma le quali attualmente non si trovano in proprietà di alcuno, ndt].

Una seconda classificazione di proprietà comprende tutti i beni che sono stati correttamente e legittimamente acquisiti. In costanza di questa tipologia di relazione, un proprietario (l’uomo) ha assunto il controllo sovrano su quei beni che egli rivendica come propri. Supponendo che non vi siano diritti di prelazione o pretese antagoniste nei confronti di questa proprietà, in modo tale che le determinazioni inerenti alla stessa originino dall’autorità del legittimo proprietario, e supponendo che l’esercizio di tale sovranità si sostanzi in un titolo a compiere azioni su quello specifico bene, allora il diritto di proprietà può ben dirsi pieno e completo: e ne consegue una condizione di titolarità corretta e legittima.

Una terza classificazione concerne la proprietà che non è stata legittimamente acquisita.

1. Un soggetto può presumere di disporre di qualcosa che invece non è di sua proprietà.
2. Un soggetto può conseguire i titoli di proprietà su di un bene ricorrendo al furto o alla frode, in forza dei quali il legittimo proprietario viene spogliato di ciò che è suo, attraverso l’esternazione di pretese confliggenti, fondate esclusivamente sul possesso fisico o sul controllo materiale della cosa, ed intese a negare  le legittime rivendicazioni dell’effettivo proprietario.

3. Un soggetto può acquistare un bene, per il quale ha corrisposto una contropartita piena, e venire al contempo a scoprire che un’altra persona o un gruppo di persone, le quali, al contrario, non hanno versato somma alcuna per la sua acquisizione, hanno la facoltà di interferire con il suo controllo esclusivo della proprietà, minando in tal modo la piena realizzazione della titolarità a compiere azioni.

La ricerca di uno specifico termine che veicolasse il significato che qui si va intendendo, in quanto e per quanto via sia il rimando ad un titolo di proprietà del tutto illegittimo, si è dimostrata infruttuosa. La persona o l’istituzione che eserciti il possesso su dei beni attraverso la forza o la frode può, dopo che il possesso si sia appalesato, agire come se la proprietà così acquisita lo sia in virtù di un titolo pieno e legittimo. Una disputa in ordine al suo controllo può pertanto conseguirne, o meno, a seconda che l’intromissione si possa configurare come legale o addirittura obbligatoria.

Ma la proprietà acquisita con la forza o con la frode non conserva delle prerogative specifiche, tali da consentirci di affermare inequivocabilmente, previa valutazione della situazione, “che i beni difettino di una legittima appropriazione”. La responsabilità del furto, della frode, o della violenza è ascrivibile alle persone coinvolte, non ai beni oggetto di appropriazione. La proprietà rimane innocente.

Tutti i beni passibili di essere appropriati sono soggetti al controllo esclusivo di qualche essere umano. Qualcuno, da qualche parte, dispone di un potere decisionale assoluto. Quando colui che reclama la proprietà ha versato l’intero corrispettivo per il suo conseguimento, ovvero ne ha legittimamente acquisito il titolo in virtù della propria incontestabile rivendicazione di un diritto alla prima occupazione [il cosiddetto atto di homesteading, ndt], possiamo senz’altro affermare  che la sovranità gestoria gli appartenga in maniera piena e valida.

Se, al contrario, esiste un uomo o un’agenzia cui il proprietario deve ricorrere per richiedere il permesso di utilizzare la propria proprietà come più gli aggradi, o per poterne disporre come meglio egli creda, non ci troviamo di fronte ad un proprietario sovrano, bensì la sovranità di controllo spetta a qualcun altro.

Nell’epoca in cui viviamo, una riflessione sui diritti di proprietà si prefigura di vitale importanza. Per molti anni si è ritenuto che delle ideologie confliggenti mettessero in discussione la questione se un sistema capitalistico fosse più o meno opportuno. Il socialismo veniva visto come l’antitesi del capitalismo. Ma il dibattito è incontroverso da tempo. Il capitalismo sopravviverà. Con il capitalismo intendiamo un sistema economico nel quale la ricchezza, tanto nella forma di risorse naturali o di prodotti finiti, è suscettibile di essere impiegata per generare ricchezza supplementare. Non vi è più una questione che affligge l’umanità, a questo punto. Perché la ricchezza sarà messa a frutto per la produzione di nuova ricchezza. La questione che rimane impregiudicata concerne invece i diritti di proprietà e la titolarità a disporre di quella ricchezza.

Deve, questa, essere posseduta da soggetti privati che la gestiranno come meglio credono (capitalismo privato)? Oppure, essa deve essere confiscata ai privati, non importa in base a quale pretesto, affinché possa essere ascritta alla proprietà pubblica e gestita collettivamente (capitalismo di Stato)? O, ancora, tale  ricchezza deve essere mantenuta, almeno da un punto di vista meramente formale, nelle mani dei privati, ancorché la sua effettiva gestione spetti poi a dei gruppi collettivi, non importa se di emanazione governativa o meno, i quali, pur non configurandosi come gli effettivi proprietari, possano comunque far valere determinate prerogative rivenienti dalla titolarità dei diritti (economia mista – fascismo)?

Se esiste un sistema di capitalismo privato, questo deve essere ineludibilmente fondato sulla proprietà privata e sulla gestione e sul controllo diretto dei mezzi di produzione e di distribuzione. Detto altrimenti, i beni strumentali (imprenditoriali) devono essere mantenuti e controllati dai privati.
Il socialismo, in tutto o in parte, caldeggia l’abolizione della proprietà privata degli strumenti di produzione e di distribuzione. La proprietà privata dei beni che non possiedono tali caratteristiche è tollerata, ma i mezzi produttivi (beni strumentali) devono essere posseduti e controllati dallo Stato o da qualche altra agenzia collettiva (certamente, non una società di proprietà privata), nell’alveo di un qual certo tipo di economia pianificata centralmente.

Esiste poi una particolare tipologia di socialismo, ai nostri giorni preminente, che di solito viene qualificata come “fascismo” [lo scritto, di cui si sta curando la traduzione, è stato edito negli anni sessanta, ndt]. Il fascismo è “socialismo nazionale” (nazi – ismo), in cui sono stati del tutto nazionalizzati l’uso, la funzione e la destinazione della proprietà (si assiste alla loro socializzazione); spogliato di questi requisiti essenziali, il concetto di proprietà privata comunque sopravvive, ancorché solo formalmente.

In tutte le tipologie di socialismo, si rivendica esclusivamente il perseguimento del benessere dell’intero corpo sociale, nel suo complesso. I diritti individuali di proprietà possono essere soppressi in qualsiasi momento, da parte del gruppo egemone al comando. Un’economia pianificata dal centro implica, per definizione, una proprietà privata limitata ai soli beni di consumo.
Fa comunque riflettere il fatto che in quei Paesi in cui si sia adottato il socialismo, non importa se sotto il vessillo comunista o sotto quello di uno stato sociale, ne è scaturito inevitabilmente una sorta di capitalismo di Stato. Lo Stato diventa sempre più parte attiva in materia economica, ponendosi al contempo come imprenditore, produttore, distributore, e finanziatore. In tal caso, il socialismo non conduce all’abolizione del capitalismo: di fatto, determina piuttosto la soppressione della proprietà privata e dell’effettivo controllo dei beni strumentali.

Vi è solo un autentico sistema che si contrappone al socialismo, ponendosi agli antipodi: ed è l’individualismo. In un sistema economico informato ai principi dell’individualismo, la proprietà privata e la gestione dei mezzi di produzione, di distribuzione e dei mezzi finanziari sarebbero del tutto preservate.

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Traduzione di Cristian Merlo

 

Link alla prima parte

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