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War Isn’t Free … How The American People Pay Dearly For It

Lew Rockwell Institute - Ven, 20/03/2026 - 17:35

Just because we don’t get invoices in the mail, doesn’t mean we don’t pay dearly for the empire’s senseless wars. Most of us Americans have been hammered our entire lives to pay for them. It was hoped that the long-train of disasters was coming to an end with the second Trump Administration. But alas, it has not. And the crushing bills are continuing to come in.

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Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #2)

Freedonia - Ven, 20/03/2026 - 11:00

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese-afc)

Il precedente articolo di questa serie sosteneva che i conflitti che affliggono diverse parti del mondo, evidenti soprattutto in Medio Oriente – gli attacchi all'Iran, l'instabilità nel Levante – non sono ciò che sembrano. Non riguardano principalmente Teheran, né il Medio Oriente, né tantomeno l'apparente competizione tra grandi potenze con Russia o Cina. Sono l'ultimo e più rivelatore teatro di una guerra che infuria da 400 anni: una guerra interna ai popoli anglofoni, giunta ormai alla sua fase finale e decisiva.

La mia tesi si fonda su un presupposto principale: che il mondo anglofono sia impegnato in un conflitto civile sin dalla metà del XVII secolo e che questo conflitto sia entrato nella sua fase attuale – la Guerra Civile Inglese 3.0 – con il trasferimento del potere imperiale da Londra a Washington dopo il 1945. Ma se si tratta di una guerra che dura da 400 anni, deve esserci un evento genesi: un momento in cui il DNA istituzionale delle parti in conflitto è stato codificato per la prima volta, quando si è aperta la frattura critica.

Il saggio di oggi esamina quel momento. Sostiene che la Rivoluzione Gloriosa del 1688 – convenzionalmente celebrata come un trionfo incruento della libertà parlamentare sull'assolutismo monarchico – fu in realtà il punto di svolta cruciale in cui lo Stato inglese venne radicalmente riorganizzato per servire gli interessi di una nuova classe dirigente. Tale classe, che definirò più precisamente nella Terza Parte e chiamata “finanziarista”, traeva il suo potere non dalla sovranità territoriale o dalla capacità produttiva, bensì dalla gestione del debito pubblico e dall'estrazione di rendite finanziarie. Il modello istituzionale creato a Londra dopo il 1688 – una banca centrale privata che gestiva un debito pubblico permanente, una classe finanziaria fusa con il potere statale, un esercito riorientato per il controllo del commercio globale – si dimostrò straordinariamente resistente e trasferibile. Attraversò l'Atlantico con i coloni americani, sopravvisse alla Guerra Civile e alla Rivoluzione Industriale e fu trasferito con successo da Londra a Washington dopo la Seconda Guerra Mondiale. Coinvolgere l'America in 80 anni di conflitti per il recupero del debito, di estorsione di beni e di guerre per l'accumulo di debiti, costi che gli americani pagheranno per oltre un altro secolo se Washington non riuscirà a prevalere nella guerra civile contro Londra, sarà un'impresa che la porterà inevitabilmente a perdere per oltre un secolo.

Per comprendere questo evento genesi, dobbiamo accantonare la storiografia whig che ha plasmato la memoria popolare del 1688. Non dobbiamo chiederci “Cosa credevano di fare i contemporanei”, ma “Quale architettura istituzionale è stata creata e a quali interessi ha servito nel corso dei secoli”. Dobbiamo esaminare la Rivoluzione Gloriosa attraverso le lenti dell'economia istituzionale, dell'analisi delle reti d'élite e dell'economia politica comparata. E dobbiamo affrontare una questione più profonda che le narrazioni dominanti eludono sistematicamente: la questione della sovranità stessa.


Contesto precedente al 1688: la sovranità era oggetto di controversia

L'impresa dei Tudor: l'affermazione della sovranità nazionale

Per comprendere ciò che andò perduto nel 1688, dobbiamo prima capire ciò che era stato realizzato nel secolo e mezzo precedente. I monarchi Tudor, a partire da Enrico VII e culminando con Elisabetta I, avevano costruito qualcosa che non aveva precedenti nella storia inglese: uno Stato-nazione autenticamente sovrano, capace di affermare la propria indipendenza da poteri transnazionali sia laici che ecclesiastici.

La rottura con Roma sotto Enrico VIII non fu semplicemente una disputa teologica o una convenienza dinastica. Fu un'affermazione di sovranità nazionale contro un'autorità transnazionale che, per secoli, aveva rivendicato la giurisdizione ultima sulle anime, le proprietà e la politica inglesi. L'Atto di Supremazia (1534) dichiarò il re “l'unico capo supremo sulla terra della Chiesa d'Inghilterra”, un titolo che significava, in pratica, che nessuna potenza esterna poteva pretendere fedeltà dai sudditi inglesi. La soppressione dei monasteri (1536-1541) trasferì enormi ricchezze – forse un quarto di tutte le proprietà terriere in Inghilterra e il sessanta per cento di tutte le terre e i beni che generavano reddito – da una corporazione ecclesiastica internazionale alla Corona, alla sua nobiltà fedele e alla Camera dei Comuni. Non si trattò di un furto, bensì di una rivendicazione. La ricchezza che per secoli era confluita a Roma ora rimaneva in Inghilterra, finanziando le istituzioni e gli scopi inglesi.

L'Accordo elisabettiano (1559) completò questo progetto. La Chiesa d'Inghilterra fu istituita come via di mezzo, ma il suo carattere era nazionale e sovrano. Il monarca, non il papa, era il governatore supremo. La legge inglese, non il diritto canonico, governava i sudditi inglesi. L'identità inglese, forgiata nel crogiolo dell'anno dell'Invincibile Armata (1588), divenne qualcosa che poteva essere affermato contro le potenze continentali che cercavano di riassorbire l'Inghilterra nei loro sistemi transnazionali. Nella seconda Roma.

Non si trattava semplicemente di una questione di politica religiosa. Il successo dei Tudor fu anche economico e finanziario. L'Inghilterra sviluppò una propria marina mercantile, proprie compagnie commerciali e propri meccanismi di credito. La Borsa di Anversa poteva anche dominare la finanza continentale, ma i mercanti inglesi impararono a operare senza dipendere dalle banche italiane o tedesche. Il credito della Corona, sebbene a volte precario, era in ultima analisi garantito dalla ricchezza tangibile del regno: terre, dazi doganali, la lealtà della nobiltà e dei suoi uomini d'arme, e il popolo. Le guerre erano finanziate tramite sussidi parlamentari, non tramite debiti permanenti. Lo Stato poteva, in casi estremi, rinegoziare i propri obblighi, come fece Elisabetta nei suoi primi anni di regno, perché la legittimità della Corona si fondava sulla sua incarnazione della nazione, non sui suoi contratti con i creditori.

Questo fu il risultato che gli eventi del 1688 avrebbero sistematicamente smantellato.

Gli Stuart come bersagli: una dinastia screditata

La costruzione dell’“Altro” Stuart

La successione degli Stuart (1603) portò sul trono inglese una dinastia che sarebbe diventata bersaglio della più prolungata e riuscita campagna diffamatoria della storia politica inglese. L'immagine di Giacomo I e Carlo I che ci è giunta – quella di re culturalmente e caratterialmente attratti dall'assolutismo continentale, innamorati dei modelli di governo francesi e spagnoli, sostenitori della teoria del diritto divino che giustificava il governo senza la partecipazione parlamentare – non è una descrizione neutrale. È un ritratto composito, meticolosamente elaborato dalle stesse forze che avrebbero poi finanziato l'invasione per rovesciarli.

Gli interessi romani e veneziani, che miravano a riportare l'Inghilterra nell'orbita transnazionale, avevano compreso una verità fondamentale: prima di conquistare una nazione, bisogna delegittimarne i governanti. Gli Stuart vennero dipinti come stranieri nelle loro simpatie, cripto-cattolici nelle loro lealtà e ostili alle antiche libertà degli inglesi. Il loro genuino interesse per le alleanze continentali – elemento normale della diplomazia dinastica per qualsiasi monarchia europea – venne ingigantito fino a diventare una cospirazione per vendere l'Inghilterra al papa. Le loro simpatie teologiche, che in realtà erano molto più complesse di quanto la caricatura lasci intendere, vennero presentate come un tradimento. Le loro rivendicazioni di prerogativa reale, che differivano per grado ma non per natura da quelle dei loro predecessori Tudor, vennero presentate come una nuova forma di dispotismo.

Questa campagna di propaganda servì a due scopi. In primo luogo, giustificò in anticipo le misure straordinarie che sarebbero state necessarie per rimuoverli: invasione straniera, ribellione armata, rovesciamento della legittima successione. In secondo luogo, cancellò dalla memoria la conquista dei Tudor che gli Stuart avevano ereditato, seppur in modo imperfetto. Perché se gli Stuart erano tiranni, allora la loro caduta non fu un colpo di stato, bensì una liberazione: non la cattura della sovranità inglese da parte della finanza transnazionale, ma il salvataggio della libertà inglese dall'assolutismo continentale.

La verità era ben diversa. Gli Stuart non erano ostili alle conquiste dei Tudor; ne erano gli eredi... a volte goffi, a volte tragici. Il loro coinvolgimento nelle reti continentali, per quanto limitato, era il normale coinvolgimento di qualsiasi dinastia europea. Ma nella narrazione costruita dai loro nemici, questo coinvolgimento divenne la prova di tradimento e il fondamento per la presa del potere ostile del 1688.

Sovranità contestata: la crisi creata ad arte

La tensione tra Corona e Parlamento che dominò l'inizio del XVII secolo non riguardava principalmente il denaro, sebbene si manifestasse in dispute fiscali. Riguardava la sovranità. Ma anche in questo caso dobbiamo distinguere tra la realtà del conflitto e la narrazione costruita attorno ad esso.

Il Parlamento pretendeva di rappresentare i “beni comuni” dell'Inghilterra – la nobiltà terriera, i mercanti, i proprietari terrieri – le cui proprietà e i cui privilegi erano stati conquistati a caro prezzo nel corso dei secoli. Questa affermazione non era falsa, ma era incompleta. Il Parlamento che si faceva portavoce dei “beni comuni” era sempre più infiltrato dagli stessi interessi finanziari che cercavano di allentare il controllo della Corona sul credito e sulla sovranità inglese. I mercanti che sedevano alla Camera dei Comuni non erano semplici rappresentanti di interessi locali; erano nodi di reti transnazionali in espansione, le cui fortune erano legate a prestiti olandesi, metodi veneziani e a capitali che non riconoscevano alcuna lealtà nazionale.

La Corona, dal canto suo, rivendicava una prerogativa che trascendeva il consenso parlamentare. Anche questa pretesa non era falsa. Era l'eredità di ogni monarca inglese sin dalla Conquista normanna, esercitata dai Tudor con il consenso generale perché l'avevano utilizzata per scopi nazionali. La differenza, sotto gli Stuart, non fu che rivendicassero troppo, ma che fossero sempre meno in grado di far valere le proprie pretese, perché la narrazione generalista si era rivoltata contro di loro. Erano stranieri in Inghilterra e quindi facile preda di signori e nobili inglesi traditori e della disapprovazione orchestrata dalla Camera dei Comuni.

Dietro queste argomentazioni costituzionali si celavano questioni più profonde: a chi dovevano la lealtà ultima gli inglesi? Dove risiedeva l'autorità legittima? Non si trattava di astratte questioni filosofiche. Erano le domande che avrebbero determinato se l'Inghilterra sarebbe rimasta uno Stato-nazione sovrano, responsabile nei confronti del proprio popolo e delle proprie istituzioni, o se sarebbe stata riassorbita nei sistemi transnazionali che i Tudor avevano abbandonato.

La tragedia degli Stuart sta nel fatto che ereditarono una struttura di sovranità già sotto attacco, e mancarono del genio politico e della spietata, ma necessaria, capacità dei Tudor per difenderla. Ogni passo falso, ogni errore di valutazione, veniva amplificato da nemici che avevano imparato a usare le armi della narrazione con la stessa efficacia con cui altri usavano le spade.

Il governo personale: la necessità dipinta come tirannia

Il tentativo di Carlo I di governare senza Parlamento (1629-1640) è giunto fino a noi come la “Tirannia degli Undici Anni”, un'espressione che racchiude in sé la narrazione vittoriosa dei suoi nemici. Ma qual era la realtà?

Carlo non governò senza Parlamento perché amasse l'assolutismo; governò senza Parlamento perché il Parlamento era diventato un forum per le stesse forze che cercavano di limitare e infine impadronirsi della Corona. I leader parlamentari che gli si opponevano non erano disinteressati difensori della libertà inglese; erano uomini con i propri obiettivi, i propri legami con il continente, i propri interessi finanziari che divergevano da quelli della Corona. Erano stati comprati e pagati dalle stesse forze che avrebbero posto fine a ciò che Alfredo il Grande aveva instaurato: la sovranità individuale.

I suoi metodi – prestiti forzati, tasse sulle navi, incarcerazioni arbitrarie – non erano innovazioni. Erano i tradizionali espedienti dei monarchi inglesi di fronte alle crisi finanziarie. Elisabetta li aveva usati; Enrico VIII li aveva usati. Ciò che rese “tirannia” l'uso che ne fece Carlo non furono i metodi in sé, ma la narrazione che era stata costruita attorno a lui. Un monarca Tudor che ricorreva alle tasse sulle navi difendeva il regno; un monarca Stuart che ricorreva alle tasse sulle navi attaccava la libertà.

Ma c'è una verità più profonda che la narrazione trionfale oscura. I metodi di Carlo erano indubbiamente quelli di un re che si riteneva responsabile solo davanti a Dio, ma erano anche i metodi di un re che era stato costretto a dipendere da fonti di sostegno alternative – le potenze cattoliche, i sussidi stranieri, i buoni uffici di regine con legami continentali – perché le normali fonti di finanziamento della monarchia inglese gli erano state precluse proprio dal Parlamento che pretendeva di parlare a nome dell'Inghilterra.

L'ironia è amara: il Parlamento che accusò Carlo di intrighi all'estero, negandogli i rifornimenti, aveva reso necessari quegli stessi intrighi... di proposito. E le forze che finanziavano i suoi nemici – i banchieri olandesi, i finanzieri veneziani, le reti transnazionali che vedevano nell'Inghilterra un premio da conquistare – erano in agguato, pronte a raccogliere i cocci. I veri padroni dei traditori in Inghilterra. Padroni del Parlamento e dei fiorenti industriali e delle corporazioni a loro collegate.

Quando i pezzi furono raccolti nel 1688, non fu la libertà inglese a trionfare bensì la Seconda Roma, la quale operava attraverso i suoi emissari olandesi e veneziani, a riappropriarsi finalmente di ciò che i Tudor le avevano sottratto. Gli Stuart furono sconfitti non perché fossero tiranni, ma perché si frapponevano a quella riconquista.


La prima guerra civile inglese: distruzione sistemica (1642-1651)

La Prima Guerra Civile Inglese è convenzionalmente intesa come un conflitto tra Corona e Parlamento, tra Cavalieri e Parlamentari. Questa interpretazione non è errata, ma è anch'essa incompleta. La guerra fu anche, e forse soprattutto, un conflitto interno alla classe dirigente inglese, un conflitto che distrusse irreparabilmente le vecchie strutture di legittimità.

La causa realista traeva la sua forza dalla tradizionale nobiltà territoriale: i grandi proprietari terrieri il cui potere si fondava su patrimoni ereditati, lealtà locali e obblighi di servizio feudale. La causa parlamentare traeva la sua forza dalla piccola nobiltà e dalle classi mercantili: uomini il cui potere si basava sulla lana, sui tessuti, sul commercio e sulle nuove forme di ricchezza rese possibili dalla pace dei Tudor. Tra di loro si collocava la massa del popolo inglese, le cui alleanze mutavano a seconda delle circostanze e i cui interessi furono articolati – brevemente e radicalmente – dai Livellatori e dai Digger, i quali esigevano che il conflitto producesse non solo un cambio di governanti, ma una trasformazione del governo stesso.

Ai dibattiti di Putney (1647), il colonnello Thomas Rainborough si fece portavoce di questa corrente radicale quando dichiarò: “Anche il più povero d'Inghilterra ha la possibilità di vivere una vita pari a quella del più ricco”. Non si trattava di un'argomentazione costituzionale; era l'affermazione che la sovranità risiedeva nel popolo, non nella Corona o nel Parlamento, non nella nobiltà o nella piccola nobiltà, ma in ogni inglese. Era una reiterazione di quanto i tre re fondatori d'Inghilterra avevano proclamato e per cui i baroni avevano combattuto e lottato contro re Giovanni e la sua corte quattrocento anni dopo. I dibattiti di Putney rappresentano il momento più radicale della Rivoluzione inglese: un momento in cui sembrò possibile che la guerra potesse produrre un ordine veramente nuovo.

Non andò così. Il Protettorato di Cromwell represse i Livellatori, annientò i sogni dei Digger e instaurò una dittatura militare che preservò la gerarchia sociale pur cambiandone il personale. Ma la guerra aveva compiuto la sua opera distruttiva. L'antica nobiltà fedele alla Corona fu decimata: proprietà confiscate, titoli revocati, famiglie esiliate o impoverite. I tradizionali legami di lealtà che avevano tenuto unita la società inglese per secoli furono spezzati. La strada era spianata per un nuovo tipo di classe dominante, il cui potere non si basava sulla terra e sul lignaggio, ma sul credito e sulle conoscenze.

In questo senso, la Prima guerra civile fu una condizione necessaria per il 1688. Distrusse il vecchio ordine senza crearne uno nuovo e stabile. Lasciò l'Inghilterra indebolita, divisa e vulnerabile alle incursioni esterne.


Interregno e Restaurazione: creazione di una vulnerabilità (1649-1685)

La Restaurazione di Carlo II nel 1660 fu presentata come un ritorno alla normalità: il re avrebbe finalmente goduto del suo potere e l'antica costituzione sarebbe stata ripristinata. Ma la Restaurazione non poté annullare la distruzione dei due decenni precedenti. L'antica nobiltà, laddove era sopravvissuta, era impoverita e dipendente. La Corona, privata delle entrate feudali e dei poteri di prerogativa che l'avevano sostenuta, fu costretta a fare affidamento sui finanziamenti parlamentari e sulla benevolenza di coloro che controllavano il credito.

Il regno di Carlo II fu una lunga lezione sulla vulnerabilità di una Corona priva di indipendenza finanziaria. Il Trattato di Dover (1670), segreto tra il re e Luigi XIV, che prometteva il sostegno inglese alle ambizioni francesi in cambio di sussidi, non fu un tradimento; fu una questione di sopravvivenza. Se il Parlamento non avesse stanziato fondi sufficienti, il re avrebbe dovuto trovarli altrove: dalla Francia cattolica, dai banchieri di Amsterdam, da chiunque fosse disposto a concedere credito a fronte di entrate future.

Il blocco dello Scacchiere (1672) rivelò la gravità del problema. Carlo sospese il rimborso dei suoi debiti, distruggendo la sua affidabilità creditizia e dimostrando che una Corona senza il controllo parlamentare sulla tassazione non poteva assumere impegni credibili nei confronti dei creditori. Ai mercanti e ai banchieri che avevano anticipato denaro al re furono forniti gli argomenti per un cambiamento: mai prestare denaro a un sovrano che può ripudiare i suoi obblighi a piacimento. In altre parole, le banche e gli industriali dovevano possedere la Corona.

Questo era il problema strutturale che il 1688 avrebbe “risolto”, ponendo il controllo delle finanze nelle mani di coloro che gestivano il credito. O almeno così si racconta. Non importa che questa versione dei fatti ometta tutti i modi in cui il re e la Corona furono intenzionalmente impoveriti e privati ​​dei mezzi per sostenere il regno a proprie spese, il tutto per preparare il terreno alla grande espropriazione che sarebbe poi diventata la Rivoluzione Gloriosa.

Il breve regno di Giacomo II (1685-1688) fornì il pretesto per l'intervento, ma la vera vulnerabilità che i suoi nemici sfruttarono non aveva nulla a che fare con le sue convinzioni religiose personali – che potevano essere o meno così ferventi come si diceva – e tutto a che fare con la trappola strutturale in cui la monarchia Stuart era stata intrappolata nei decenni precedenti. Quando Giacomo salì al trono, l'indipendenza fiscale della Corona era stata sistematicamente smantellata: il tesoro era vuoto, le entrate ordinarie insufficienti e i meccanismi del credito reale così profondamente compromessi che un governo efficace senza il sostegno del Parlamento era diventato impossibile.

Il “cattolicesimo” per cui Giacomo II è ricordato – le sue nomine di correligionari, i suoi gesti di tolleranza – non furono la causa della sua caduta, bensì i comodi pretesti sfruttati da coloro che si erano già assicurati che non avesse i mezzi finanziari per difendere sé stesso o il suo regno. Un re senza denaro non è affatto un re e Giacomo II regnava su un'Inghilterra la cui ricchezza era stata di fatto resa irraggiungibile – custodita nelle casse di mercanti fedeli ad Amsterdam, incanalata attraverso reti di credito che rispondevano alla finanza transnazionale, sottratta a una Corona che gli interessi finanziari avevano già destinato a essere sostituita. L'invasione che ne seguì non fu una reazione alla tirannia degli Stuart; fu l'atto finale di una conquista pianificata da tempo, resa possibile dal fatto che Giacomo II era stato reso impotente prima ancora che una singola nave olandese apparisse all'orizzonte.


L'evento del 1688: le prove

Quello che segue non è una narrazione, bensì una catena di prove. Ogni passaggio è documentato da fonti primarie e supportato dal consenso accademico; o, laddove manchi il consenso, viene evidenziata la natura del disaccordo. Lo scopo non è dimostrare una cospirazione, ma dimostrare una trasformazione strutturale.

Fase 1: Vulnerabilità — Lo Stato inglese era esausto finanziariamente e militarmente 

Affermazione: nel 1688 l'Inghilterra era particolarmente vulnerabile alle infiltrazioni finanziarie esterne a causa di decenni di guerre, dell'insolvenza della Corona e della distruzione della vecchia classe nobiliare e dei suoi fedeli inglesi.

Prove:

• Alla sua morte (1685) i debiti di Carlo II superavano i £2 milioni, pari a circa il doppio delle entrate ordinarie annuali.

• Il blocco del tesoro (1672) aveva distrutto la solvibilità della Corona; i tassi di interesse sui prestiti della Corona superavano il 10% quando era ancora possibile ottenere prestiti.

• La marina, principale forza di difesa dell'Inghilterra, versava in pessime condizioni; i diari di Pepys documentano navi che marcivano nei porti per mancanza di fondi.

• L'esercito permanente era di piccole dimensioni (circa 8.000 uomini) e inaffidabile, con la lealtà divisa tra la Corona e il Parlamento.

Supporto accademico: North e Weingast (1989) documentano l'incapacità della Corona di assumere impegni credibili nei confronti dei creditori; Brewer (1989) descrive in dettaglio le debolezze dello stato fiscale-militare prima del 1688.

Controargomentazione: l'Inghilterra non era un caso unico di vulnerabilità; tutti gli stati europei si trovavano ad affrontare pressioni fiscali simili.

Replica: è vero, ma la struttura istituzionale dell'Inghilterra – una Corona dipendente dal sostegno parlamentare ma incapace di vincolare il Parlamento al rispetto dei suoi impegni – ha creato una forma unica di rischio sovrano che ha reso lo Stato dipendente da coloro che potevano risolvere il problema.

Fase 2: L'invito — Non spontaneo, ma organizzato

Affermazione: l'“Invito a Guglielmo” (giugno 1688) non fu una richiesta spontanea di nobili protestanti indignati, bensì un segnale attentamente orchestrato da una fazione che, sotto la guida delle reti politico-finanziarie olandesi, aveva creato le condizioni necessarie nel corso di diversi decenni.

Prove:

• Tra i sette firmatari (i “Sette Immortali”) figuravano uomini con precedenti esperienze di esilio nei Paesi Bassi e consolidati legami con istituti bancari di Amsterdam.

• Il testo dell'invito fa riferimento a comunicazioni in corso e assicura a Guglielmo un sostegno sostanziale al suo arrivo.

• Tempistica: l'invito fu inviato solo dopo che Guglielmo aveva già iniziato a radunare una flotta d'invasione, il che suggerisce un coordinamento piuttosto che un appello spontaneo.

Supporto accademico: Jones (1972) documenta i precedenti contatti tra i dissidenti inglesi e lo statolder olandese; Israel (1995) descrive in dettaglio la pianificazione a lungo termine di Guglielmo per l'intervento.

Controargomentazione: l'invito era una risposta legittima alla tirannia di Giacomo II.

Replica: anche se la lamentela fosse legittima, il meccanismo – invitare una potenza straniera con un grande esercito d'invasione – ha creato un rapporto di dipendenza che trascendeva qualsiasi giustificazione costituzionale.

Fase 3: L'invasione — La portata e i finanziamenti dimostrano il controllo esterno

Affermazione: l'invasione non fu uno “sbarco”, bensì un'operazione militare su vasta scala che richiese ingenti finanziamenti esterni, provenienti dal capitale mercantile di Amsterdam... proprio come il sostegno finanziario per la precedente guerra civile inglese – imposta attraverso lo sterminio della nobiltà leale e dei suoi uomini d'arme – era provenuto anch'esso da Amsterdam e Roma.

Prove:

• Dimensioni della flotta: circa 463 navi con a bordo 15.000-20.000 soldati, un numero superiore a quello dell'Invincibile Armata spagnola del 1588.

• Finanziamento: 2 milioni di fiorini anticipati da Francisco Lopes Suasso, un banchiere di Amsterdam di origine portoghese-ebraica; finanziamenti aggiuntivi dalla Compagnia olandese delle Indie orientali e dalla città di Amsterdam.

• Logistica: la flotta era rifornita per una campagna, il che suggerisce una preparazione ben più complessa di una semplice spedizione.

Supporto accademico: Israel (1995) fornisce un resoconto dettagliato della mobilitazione finanziaria olandese; Haley (1972) documenta il coinvolgimento della Compagnia olandese delle Indie orientali.

Controargomentazione: Guglielmo agiva in qualità di soggetto interessato, preoccupato per l'eredità di sua moglie e per la causa protestante.

Replica: le motivazioni personali non annullano le conseguenze strutturali. Resta il fatto che l'invasione fu finanziata da capitali commerciali che si aspettavano un ritorno economico, non una soddisfazione religiosa che non gli interessava, ma un vantaggio economico.

Fase 4: L'accordo — Guglielmo e Maria come figure di rappresentanza, non come sovrani

Affermazione: l'assetto costituzionale del 1689 pose il potere effettivo nelle mani di un Parlamento ormai completamente dominato dagli interessi finanziari, con Guglielmo e Maria come figure di rappresentanza dell'esecutivo.

Prove:

• La Dichiarazione dei Diritti (1689) ribadiva la legislazione esistente, ma il meccanismo di applicazione era nuovo: il Parlamento si sarebbe riunito annualmente, avrebbe controllato l'offerta e verificato le spese.

• Composizione del Parlamento della Convenzione: l'analisi del profilo dei membri mostra una sovrarappresentazione di interessi commerciali e finanziari rispetto ai Parlamenti precedenti.

• Figure chiave: uomini come Sir John Houblon (in seguito primo governatore della Banca d'Inghilterra) e altri mercanti con legami con i Paesi Bassi esercitarono un'influenza senza precedenti.

Supporto accademico: Pincus (2009) sostiene che la rivoluzione fu “moderna” proprio perché diede potere agli interessi commerciali; Dickson (1967) documenta la “rivoluzione finanziaria” che ne seguì.

Controargomentazione: l'accordo rappresentò una vittoria della libertà parlamentare sull'assolutismo monarchico.

Replica: libertà parlamentare per chi? Il Parlamento che ne emerse non rappresentava il popolo inglese, bensì le classi possidenti e, sempre più, la proprietà mobile della finanza anziché la proprietà fissa della terra. Mentre la Corona divenne poco più di una figura di rappresentanza, priva di qualsiasi potere di agire per conto del popolo.

Fase 5: Fondazione della sede centrale della Banca d'Inghilterra (1694)

Affermazione: La Banca d'Inghilterra non era e non è un'istituzione pubblica, bensì una società privata a cui sono stati concessi privilegi monopolistici in cambio del finanziamento del debito pubblico, creando così una classe di creditori permanente con potere di veto sulle politiche statali.

Prove:

• Termini dell'accordo: la banca concesse al governo un prestito di £1,2 milioni a un tasso di interesse dell'8%, più una commissione di gestione annuale di £4.000.

• Elenco dei sottoscrittori: 1.307 persone fisiche e istituzioni sottoscrissero azioni con una partecipazione media di circa £918. I primi 50 sottoscrittori detenevano circa il 40% delle azioni.

• Struttura societaria: Governatore, Vice Governatore e Consiglio di Amministrazione eletti dagli azionisti, non dal Parlamento o dalla Corona.

• Privilegi di monopolio: alla Banca d'Inghilterra fu concesso il diritto esclusivo di emettere banconote in Inghilterra e Galles.

Fonte primaria: “Atto per la concessione alle loro Maestà di diversi dazi sulle botti di vino... e per l’istituzione di una Banca d’Inghilterra” (1694), Sezione XIX.

Supporto accademico: Clapham (1944), storico ufficiale della Banca d'Inghilterra, ne documenta il suo carattere privato; Dickson (1967) analizza gli elenchi dei sottoscrittori e dimostra il predominio whig/commerciale.

Controargomentazione: la Banca d'Inghilterra era semplicemente una soluzione pragmatica alle esigenze di finanziamento della guerra.

Replica: anche se di origine pragmatica, la struttura istituzionale ha creato un gruppo di interesse permanente con potere di veto sulla politica monetaria, un risultato che ha trasceso qualsiasi intento pragmatico immediato e si è costituito come il potere supremo del Paese.

Fase 6: Il meccanismo del debito — Estrazione perpetua istituzionalizzata

Affermazione: la creazione di un debito pubblico permanente significava che i contribuenti avrebbero pagato interessi a tempo indeterminato agli obbligazionisti, mentre i rappresentanti degli obbligazionisti in Parlamento avrebbero controllato la tassazione.

Prove:

• Crescita del debito pubblico: da circa £1 milione nel 1694 a £36 milioni nel 1714.

• Il servizio del debito in percentuale della spesa pubblica è passato da valori trascurabili a oltre il 30% entro il 1714.

• Chi deteneva il debito: concentrazione a Londra e nelle contee limitrofe tra mercanti, finanzieri e nobili con capitali liquidi.

Supporto accademico: Dickson (1967) fornisce un'analisi esaustiva della proprietà del debito; Brewer (1989) documenta lo “stato fiscale-militare” che ne è emerso.

Controargomentazione: tutti gli stati moderni hanno un debito pubblico; in questo caso l'Inghilterra si è semplicemente messa al passo.

Replica: la differenza sta in chi controlla il debito. Quando gli obbligazionisti controllano il potere legislativo che impone le tasse per il servizio del debito, lo Stato diventa uno strumento degli interessi dei creditori.

Fase 7: Il riutilizzo delle forze armate — Dalla difesa nazionale al recupero crediti

Affermazione: l'esercito e la marina permanenti, una volta istituiti, venivano utilizzati per proteggere le rotte commerciali, imporre i monopoli coloniali e proiettare il potere in modi che avvantaggiavano la classe dei creditori.

Prove:

• Guerra dei nove anni (1688-1697): combattuta in gran parte sotto la direzione strategica olandese per obiettivi commerciali olandesi.

• Guerra di successione spagnola (1701-1714): finanziata tramite debito, arricchì gli obbligazionisti attraverso il pagamento degli interessi e la conquista dei mercati coloniali.

• Espansione coloniale dopo il 1688: un modello di guerre per il vantaggio commerciale, non per la sicurezza territoriale.

Supporto accademico: Brewer (1989) documenta il ruolo dei militari nella protezione degli interessi commerciali; consenso tra gli storici sullo “stato fiscale-militare”.

Controargomentazione: le guerre furono combattute per l'interesse nazionale, non per il profitto dei creditori.

Replica: la distinzione viene meno quando è la classe dei creditori a definire l'interesse nazionale. Le guerre che hanno arricchito gli obbligazionisti imponendo tasse alle classi produttive erano guerre per un interesse particolare, non per l'interesse generale.

Fase 8: La City di Londra come Stato corporativo sovrano

Affermazione: lo status giuridico extraterritoriale unico della City, unito al suo controllo sull'emissione di debito, la rendeva uno stato nello stato, responsabile nei confronti dei propri membri e non della nazione.

Prove:

• Gli antichi privilegi della Corporazione di Londra furono confermati dopo il 1688, tra cui l'autogoverno, la giurisdizione separata e l'immunità dal controllo parlamentare in settori chiave.

• Amministratori con partecipazioni incrociate: Banca d'Inghilterra, Compagnia delle Indie Orientali, Compagnia dei Mari del Sud, importanti società commerciali avevano amministratori e azionisti in comune.

• Immunità legali: le controversie commerciali erano regolate dai tribunali della City, non da quelli reali; il Lord Mayor, non la Corona, controllava le forze armate della City.

Supporto accademico: Kynaston (1994) documenta lo status peculiare della City; gli storici della governance di Londra ne confermano l'autonomia.

Controargomentazione: la City era semplicemente un comune come tanti altri.

Replica: nessun altro comune controllava il credito della nazione, ospitava la sua banca centrale e godeva di immunità legali che lo rendevano di fatto una giurisdizione separata. Nessun'altra città poteva mandare gli uomini di una nazione a uccidere e morire in guerre straniere.

Fase 9: Il modello esportato — Applicazione coloniale

Affermazione: lo stesso modello istituzionale fu esportato nelle colonie americane, creando le condizioni sia per la dipendenza coloniale che per la successiva ribellione.

Prove:

• Restrizioni monetarie coloniali: gli atti del Parlamento (1696, 1708, 1741) proibivano alle colonie di emettere una propria valuta cartacea o di istituire banche fondiarie.

• Applicazione degli Atti di Navigazione: dopo il 1688 l'applicazione si intensificò, convogliando il commercio coloniale attraverso i porti e le navi britanniche.

• Board of Trade and Plantations (1696): istituito per sovrintendere al commercio coloniale con personale composto da mercanti con interessi finanziari.

Supporto accademico: Greene (1988) documenta la frustrazione dei coloni nei confronti del controllo metropolitano; consenso tra gli storici sul “sistema mercantilista”.

Controargomentazione: queste linee di politica erano prassi imperiale standard.

Replica: la prassi standard serviva interessi standard, ovvero gli interessi della classe finanziaria metropolitana, non quelli dei produttori coloniali.

Fase 10: Continuità attraverso i secoli  L'architettura sopravvive

Affermazione: Nonostante rivoluzioni, riforme e il trasferimento del potere da Londra a Washington, il modello di base – una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico, una classe finanziaria con accesso privilegiato al potere statale e un finanziamento bellico perpetuo – è rimasto invariato.

Prove:

• Prima Banca degli Stati Uniti (1791): Hamilton la modellò esplicitamente sulla Banca d'Inghilterra.

• Seconda Banca degli Stati Uniti (1816): stessa struttura, stesse controversie.

• Federal Reserve (1913): banche regionali private con consiglio di amministrazione pubblico, un sistema ibrido che preserva il controllo privato sulla politica monetaria.

• Il sistema di Bretton Woods del secondo dopoguerra: il dollaro come valuta mondiale, l'FMI e la Banca Mondiale come gestori del debito globale.

Supporto accademico: Timberlake (1993) documenta la storia delle banche centrali; gli storici del sistema bancario americano confermano la continuità istituzionale.

Controargomentazione: ogni istituzione è stata creata per il proprio tempo e per i propri scopi.

Replica: è vero, ma lo schema – controllo privato del credito pubblico, fusione del potere finanziario e statale – si ripete nei secoli e in diverse nazioni, evidenziando cause strutturali piuttosto che contingenti.

Fase 11: Operazione presente — La catena è completata

Affermazione: lo stesso identico meccanismo è in funzione ancora oggi, ovvero debito pubblico detenuto da istituzioni finanziarie private, banche centrali che gestiscono la politica monetaria nell'interesse dei creditori, guerre perenni come causa del debito.

Prove:

• Il debito pubblico statunitense attuale ammonta a circa $36.000 miliardi, detenuti in gran parte da istituzioni finanziarie e creditori stranieri.

• Espansione del bilancio della Federal Reserve (2008-oggi): trasferimento di ricchezza ai detentori di obbligazioni attraverso tassi di interesse prossimi allo zero e acquisti di asset.

• Complesso militare-industriale-congressuale: un sistema clientelare alimentato dal debito che arricchisce le aziende del settore della difesa e i loro finanziatori.

Supporto accademico: Tooze (2018) documenta il sistema del debito post-2008; Hudson (2015) analizza il “capitalismo finanziario” come sistema estrattivo.

Controargomentazione: questo è semplicemente il capitalismo moderno.

Replica: il capitalismo moderno di questo tipo è il prodotto dell'accordo del 1688, ovvero l'istituzionalizzazione del potere dei creditori sugli interessi dei produttori, l'asservimento di un popolo al lavoro per ripagare i debiti e la brutale imposizione delle guerre degli obbligazionisti.


La questione della “Seconda Roma”: sovranità contro potere transnazionale

A questo punto il lettore scettico potrebbe obiettare: questa è una storia finanziaria sofisticata, ma dov'è la riflessione più ampia su Roma, sul potere transnazionale, sulla lotta tra lealtà locale e impero universale?

L'obiezione è fondata. La sezione precedente ha volutamente messo tra parentesi le questioni più importanti per stabilire le basi probatorie. Ora dobbiamo affrontarle direttamente. Qual è la natura della Guerra Civile Inglese e chi è veramente il burattinaio di questa macabra distruzione dall'interno della civiltà inglese?

Le guerre di religione del XVI e XVII secolo non riguardavano, nella loro essenza, la teologia. Riguardavano la sede della sovranità. La Riforma protestante fu, tra le altre cose, un'affermazione che l'autorità ultima sulle anime inglesi apparteneva alle istituzioni inglesi – la Corona, la Chiesa nazionale, la comunità dei credenti – e non a un'istituzione transnazionale con sede a Roma. La Controriforma cattolica fu un'affermazione che la Chiesa universale, incarnata nel papato e nei suoi alleati temporali, manteneva la giurisdizione suprema su tutti i cristiani, a prescindere dai confini nazionali.

Non si trattava semplicemente di una disputa dottrinale. Era una disputa di potere. A chi doveva fedeltà ultima un inglese: al suo re, al suo Parlamento, al suo signore locale, oppure a un papa che poteva essere italiano, spagnolo o francese, i cui interessi erano necessariamente transnazionali, le cui pretese si estendevano oltre ogni confine?

Il Grande Scisma del 1054 aveva diviso la cristianità in due rami, orientale e occidentale, ma la Chiesa occidentale che emerse da quello scisma era essa stessa una sorta di impero: la “Seconda Roma” che rivendicava l'eredità dei Cesari. La sua legge (il diritto canonico) prevaleva sulle consuetudini locali. La sua lingua (il latino) trascendeva le lingue volgari. La sua gerarchia non rispondeva ai re, ma al successore di Pietro. La sua ricchezza, accumulata nel corso dei secoli, non veniva impiegata per scopi nazionali, ma per gli scopi della Chiesa universale, ovvero per gli scopi di coloro che la controllavano.

La rottura dei Tudor con Roma fu una dichiarazione di indipendenza da questo impero transnazionale. Affermò che la ricchezza inglese doveva servire a scopi inglesi, che la legge inglese doveva governare i sudditi inglesi, che la sovranità inglese era reale e assoluta. Questa fu la conquista che gli eventi del 1688 avrebbero infine vanificato, non ripristinando l'autorità papale, che rimase formalmente ripudiata, ma ristabilendo un diverso tipo di controllo transnazionale: il controllo attraverso il debito piuttosto che attraverso la dottrina, attraverso il credito piuttosto che attraverso il credo.

La Repubblica di Venezia aveva perfezionato questo metodo nel corso dei secoli. Venezia, il più cattolico degli stati commerciali, aveva imparato a esercitare il potere non attraverso la conquista territoriale, bensì attraverso la penetrazione finanziaria. I banchieri veneziani finanziavano le guerre di entrambe le fazioni, prestavano denaro a re e imperatori, accumulavano crediti sulle entrate di metà Europa. L'oligarchia veneziana, a differenza della nobiltà territoriale, traeva il suo potere dalla mobilità: dalla capacità di spostare capitali oltre confine, di convertire l'influenza politica in leva finanziaria, di estrarre ricchezza senza gli oneri del governo.

Quando il potere di Venezia fu minacciato a causa del suo ruolo nella caduta di Bisanzio, i suoi metodi non scomparvero. Si diffusero invece ad Amsterdam, a Londra, nei centri finanziari che avrebbero dominato il mondo moderno. La rivoluzione finanziaria olandese del XVII secolo fu, in larga parte, l'applicazione su scala più ampia del metodo veneziano. E la Rivoluzione Gloriosa del 1688 segnò il momento in cui quel metodo conquistò lo Stato inglese.

Non è necessario ipotizzare l'esistenza di un comitato segreto a Roma che manovrasse i fili attraverso i secoli. È sufficiente osservare che gli interessi del papato, dell'oligarchia veneziana e dei banchieri mercantili di Amsterdam convergevano verso lo stesso risultato: un'Inghilterra perennemente indebitata, la sua sovranità compromessa e il suo esercito disponibile per scopi cosmopoliti anziché nazionali. Che questa convergenza fosse pianificata o si sia sviluppata spontaneamente è meno importante del fatto che si sia verificata.

Ciò che Roma non riuscì a ottenere con l'Invincibile Armata, lo ottenne con la Banca d'Inghilterra. Ciò che l'Inquisizione non riuscì a estirpare, lo estirpò il debito nazionale. L'Inghilterra rimase protestante solo di facciata, ma il suo protestantesimo ora serviva la finanza transnazionale anziché l'indipendenza nazionale. La City di Londra divenne la nuova Venezia: uno stato corporativo sovrano la cui lealtà era al capitale finanziario, non alla patria.

Questo è il cuore della Guerra Civile Inglese, di cui stiamo ora giungendo al culmine del terzo atto. Chi è sovrano, noi, i popoli di lingua inglese, o le istituzioni, straniere e nazionali, che gli obbligazionisti e la Seconda Roma hanno istituito per gestire il loro regime schiavista e sfruttatore?


Obiezioni e risposte

Obiezione 1: “La Rivoluzione Gloriosa riguardava la religione e l'equilibrio di potere in Europa, non la finanza”.

Risposta: queste due cose non si escludono a vicenda. I mezzi scelti per raggiungere fini religiosi e strategici – l'invasione straniera, la nuova costituzione fiscale, il debito permanente – hanno creato una nuova realtà strutturale che è sopravvissuta alle motivazioni originarie. La rivoluzione finanziaria ne è stata una conseguenza, ma una volta creata, ne è diventata la causa.

Obiezione 2: “La Banca d'Inghilterra fu semplicemente una risposta pragmatica alle esigenze di finanziamento bellico”.

Risposta: le risposte pragmatiche possono creare traiettorie istituzionali dipendenti dal percorso storico. La questione non è se la Banca d'Inghilterra fosse stata concepita per creare una classe dirigente permanente, ma se abbia effettivamente contribuito a crearla. Le prove dei secoli successivi suggeriscono di sì.

Obiezione 3: “Stai selezionando le prove in modo arbitrario per supportare una conclusione predeterminata”.

Risposta: questo saggio, e decenni di lavori precedenti, esaminano la Rivoluzione Gloriosa attraverso una lente specifica, ovvero la continuità istituzionale e la formazione delle classi. Non pretende di essere l'unica lente valida, ma dimostra che, se si osservano le prove attraverso questa lente, emerge uno schema coerente che la storiografia ufficiale solitamente ignora. La prova sta nel verificare se tale schema contribuisca a spiegare gli eventi successivi. Il potere predittivo del quadro teorico – la sua capacità di spiegare la Rivoluzione americana come Guerra civile 2.0, la Guerra civile come interazione intermedia e il conflitto attuale come 3.0 – ne costituisce la validazione.

Obiezione 4: “Questa è solo l'ennesima teoria del complotto”.

Risposta: le teorie del complotto ipotizzano accordi segreti tra un piccolo gruppo per spiegare gli eventi. Questo schema presuppone interessi di classe e incentivi istituzionali che operano in modo trasparente una volta che si sa dove cercarli. I sottoscrittori della Banca d'Inghilterra non sono segreti; i loro nomi sono nei registri pubblici. La composizione del Parlamento dopo il 1688 non è segreta; le liste di votazione sono giunte fino a noi. La crescita del debito pubblico non è segreta; i registri del Tesoro sono archiviati. Ciò che è “nascosto” non è la prova, ma l'interpretazione che collega questi fatti in una narrazione coerente di formazione di classe e continuità istituzionale.

Obiezione 5: “L'affermazione relativa a Roma/Venezia non è supportata da prove”.

Risposta: l'affermazione non è che Roma abbia orchestrato gli eventi del 1688, ma che il modello di controllo finanziario transnazionale instaurato nel 1688 replicasse il modello che Venezia aveva perfezionato e che serviva agli interessi a lungo termine di Roma. Questa è un'ipotesi interpretativa, non un'affermazione di fatto. Viene proposta come un modo per comprendere perché la specifica forma istituzionale – banca centrale privata, debito permanente, fusione del potere finanziario e statale – sia emersa proprio in quel momento e perché si sia dimostrata così duratura. Il lettore è libero di accettare o rifiutare questa ipotesi, pur accettando la catena di prove relative alla trasformazione istituzionale stessa.


In conclusione: dalla Genesi al Giudizio Universale

La Rivoluzione Gloriosa del 1688 creò un modello istituzionale che ha plasmato il mondo anglofono per oltre tre secoli. Tale modello si componeva di quattro elementi essenziali:

  1. Una banca centrale privata che gestisce il debito pubblico con privilegi di monopolio e azionisti privati.

  2. Un debito nazionale permanente che crea una classe di creditori permanenti con un interesse nella capacità fiscale dello Stato.

  3. Una fusione di potere finanziario e statale attraverso élite interconnesse che si muovono senza soluzione di continuità tra servizio pubblico e profitto privato.

  4. Un esercito riconvertito dalla difesa nazionale all'imposizione commerciale mondiale, le cui operazioni sono finanziate dal debito che arricchisce la classe dei creditori. Una popolazione costretta a pagare debiti per guerre in cui è anche costretta a morire, il tutto per imporre un regime mercantilista transnazionale, non offre altro che modeste comodità e una vita spesa in lavoro per ripagare i debiti o per perdersi nel debito e nei contratti che creano e impongono conflitti e guerre.

Questo modello si dimostrò straordinariamente versatile. Attraversò l'Atlantico con i coloni americani che si ribellarono al controllo di Londra, ma non poterono o non vollero sfuggire al DNA istituzionale che Londra aveva impiantato. Il programma di Hamilton negli anni '90 del Settecento – una banca nazionale, l'assunzione dei debiti statali, l'incentivazione federale del commercio – fu un esplicito tentativo di replicare il modello della Banca d'Inghilterra sul suolo americano. L'opposizione di Jefferson – la sua visione di una repubblica agraria di piccoli proprietari terrieri indipendenti – rappresentò un rifiuto dell'intera traiettoria. Il fatto che Hamilton abbia sostanzialmente vinto, che gli Stati Uniti abbiano infine istituito una propria banca centrale e un proprio debito nazionale permanente, dimostra che la “cattura” del 1688 non fu semplicemente un fenomeno britannico, ma un fenomeno anglofono.

La Prima guerra civile inglese (1642-1651) distrusse il vecchio ordine; la Rivoluzione Gloriosa (1688) ne creò uno nuovo. La Rivoluzione americana (1775-1783) fu la prima grande rivolta contro questo nuovo ordine: la Seconda guerra civile inglese; la Guerra civile americana (1861-1865) fu la seconda: la Seconda guerra civile inglese. E i conflitti del nostro tempo – le guerre in Medio Oriente, la rivalità con Russia e Cina, lo sfaldamento dell'ordine post-1945 – sono sintomi della terza: la Terza guerra civile inglese, la fase finale di una lotta lunga 400 anni.

Il prossimo saggio di questa serie esaminerà il protagonista di questa lotta: la classe finanziaria che l'accordo del 1688 ha designato come dominatrice dei popoli anglofoni. Definirò sociologicamente questa classe, ne traccerò la riproduzione attraverso le generazioni e dimostrerò come i suoi interessi abbiano plasmato le politiche e le istituzioni che ora minacciano di distruggere la civiltà che avrebbero dovuto servire. Conoscerete il volto del vostro vero nemico!

I popoli di lingua inglese hanno ancora una scelta. Possiamo riconoscere l'accordo del 1688 per quello che è stato: un'occupazione ostile della nostra sovranità da parte di interessi finanziari transnazionali e iniziare il lungo lavoro di rivendicazione del nostro diritto di nascita. Oppure possiamo continuare a vivere nell'illusione che il nostro malcontento attuale sia il prodotto di nemici stranieri, di eventi casuali, o dell'inevitabile azione di forze storiche al di fuori del nostro controllo.

La guerra continua, la scelta è nostra.

Quanto a me, sarò leale e combatterò! Chi si unirà a me?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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???? Qui il link alla Sesta Parte: 

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Bibliografia

• Brewer, John. The Sinews of Power: War, Money and the English State, 1688–1783. New York: Knopf, 1989.

• Clapham, John. The Bank of England: A History. 2 vols. Cambridge: Cambridge University Press, 1944.

• Dickson, P.G.M. The Financial Revolution in England: A Study in the Development of Public Credit, 1688–1756. London: Macmillan, 1967.

• Greene, Jack P. Pursuits of Happiness: The Social Development of Early Modern British Colonies and the Formation of American Culture. Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1988.

• Haley, K.H.D. The Dutch in the Seventeenth Century. London: Thames and Hudson, 1972.

• Israel, Jonathan I. The Dutch Republic: Its Rise, Greatness, and Fall, 1477–1806. Oxford: Oxford University Press, 1995.

• Jones, J.R. The Revolution of 1688 in England. New York: Norton, 1972.

• Kynaston, David. The City of London: A World of Its Own, 1815–1890. London: Chatto & Windus, 1994.

• Lane, Frederic C. Venice: A Maritime Republic. Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1973.

• North, Douglass C., and Barry R. Weingast. “Constitutions and Commitment: The Evolution of Institutions Governing Public Choice in Seventeenth-Century England.” Journal of Economic History 49, no. 4 (1989): 803–832.

• Pincus, Steve. 1688: The First Modern Revolution. New Haven: Yale University Press, 2009.

• Timberlake, Richard H. Monetary Policy in the United States: An Intellectual and Institutional History. Chicago: University of Chicago Press, 1993.

• Tooze, Adam. Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World. New York: Viking, 2018.


Trump & Netanyahu: Who’s the boss? Maybe we’ll find out

Lew Rockwell Institute - Gio, 19/03/2026 - 17:38

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu made many trips to the U.S. last year. And now here we are, in the middle of a gigantic mess in the Middle East (again). The widely anticipated expectation of President Trump putting “America First” and “Making America Great Again” seem like fleeting memories now.

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La Banca Centrale Europea accelera sull'euro digitale

Freedonia - Gio, 19/03/2026 - 11:05

Mi è capitato di leggere un pezzo interessante su Bitcoin di recente firmato da Hugh Hendry. Non credo valesse la pena tradurlo sinceramente, dato che presenta un solo punto intrigante e che aggiunge qualcosa di concreto al dibattito pubblico: il problema della “durezza”. Vedete, dal punto di vista oggettivo/tecnologico Bitcoin è una macchina da guerra a dir poco perfetta. E su questo non ci piove. Il “guaio” arriva quando si analizza la componente soggettiva e lì la durezza oggettiva/tecnologica può iniziare a creparsi. Secondo l'autore i cicli di Bitcoin stanno cambiando forma, cercando di formare la durezza nello spirito e nelle preferenze soggettive di coloro che si interfacciano con esso. In questo senso, egli continua, Bitcoin non esiste per sostituire la moneta fiat, ma come un “oggetto duro” provocatorio in un mondo monetario elastico. La moneta fiat ha successo perché bara: rinviando nel tempo il dolore economico, socializzando le perdite e piegando le regole. La moneta fiat guadagna tempo durante il trauma, ma crea un'inflazione a catena che grava in modo sproporzionato su chi ha meno risorse, premiando al contempo la mobilità del capitale. Bitcoin ricrea la caratteristica principale dell'oro: scarsità non discrezionale e priva di rischio in forma digitale. A differenza dell'oro (che reagisce al prezzo tramite nuova offerta), il limite di 21 milioni di bitcoin è imposto meccanicamente dal codice informatico e dal tempo, immune quindi a incentivi esterni. Questo lo rende un potenziale ancoraggio per la valuta fiat, ovvero una garanzia collaterale per l'espansione del credito, se raggiunge un valore di mercato simile a quello dell'oro (circa $45.000 miliardi contro i ~$1.000 miliardi di Bitcoin). Secondo Hendry, però, il vero rischio non risiede nella matematica (la crittografia a 256 bit rimane robusta contro gli attacchi classici), ma nel coordinamento umano: governance, minacce quantistiche che richiedono aggiornamenti del consenso e temperamento dei detentori durante i violenti ribassi. I mercati fissano il prezzo del divario di Bitcoin rispetto all'oro non in base a dubbi sulla scarsità, ma all'incertezza sulla capacità degli esseri umani di sopportare il suo processo rigido e psicologicamente impegnativo senza capitolare. Bitcoin mette alla prova la resistenza umana più del codice informatico: il suo valore dipende da chi lo detiene e per quanto tempo. La sua conclusione: il difetto di Bitcoin, se ne ha uno, non è tecnologico ma è una rivelazione. Mostra il futuro troppo presto e troppo chiaramente. Un milione di dollari a unità non è una vaga speranza, è un'immagine vivida. Il nostro cervello non è progettato per mantenere stabile quella visione attraverso una violenta volatilità. Non siamo programmati per perdere denaro sapendo, con insopportabile chiarezza, che la pazienza alla fine ci renderà ricchi. Questa contraddizione frigge il sistema nervoso. Così il prezzo scende, chi è entrato da poco va nel panico e la fiducia evapora a contatto con lo stress. Bitcoin non sta fallendo, bensì gli esseri umani: creature ingenue, fantasiose e isteriche che possono intravedere il futuro ma non possono sopravvivere emotivamente al percorso per arrivarci. L'asset non si rompe, chi lo detiene sì. Questo è anche il motivo per cui saremo sostituiti dalle macchine: non perché siano più intelligenti, anche se lo sono, ma perché possono tollerare la certezza senza emozioni. Non si tirano indietro di fronte ai ribassi, non cercano sollievo: semplicemente eseguono. Bitcoin è stato concepito fin dall'inizio come un oggetto per rivelare piuttosto che come uno strumento. Questa concezione ha attirato devozione e la devozione ha reso il percorso più difficile del necessario: avere ragione troppo presto è esattamente come avere torto. Una convinzione mantenuta senza sollievo si trasforma in capitolazione. Ciò che conta ora non è la fiducia, ma la perseveranza. Bitcoin non promette comodità, non promette giustizia, non promette di salvare nessuno. Offre una sola cosa: un insieme di regole che non si piegano al prezzo, alla politica, o alla persuasione. Il valore di tutto ciò dipende interamente da chi lo detiene e perché. La matematica reggerà abbastanza a lungo; la domanda è sempre stata se noi faremo altrettanto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-banca-centrale-europea-accelera)

Molti operatori di mercato hanno costruito posizioni lunghe su asset denominati in euro, aspettandosi un esito positivo dal piano di stimolo tedesco e dai progetti Rearm Europe. Tuttavia scommettere su un euro più forte potrebbe essere ottimistico, considerando gli scarsi risultati di questi piani governativi, le crescenti sfide fiscali della Francia e di altre nazioni, l'elevato debito e le enormi passività non finanziate, nonché l'imminente implementazione di una valuta digitale della banca centrale. Negli Stati Uniti vi sono indubbi problemi fiscali e di deficit, ma la posizione relativa rispetto all'euro è innegabilmente più forte considerando tutti i fattori precedentemente menzionati.

La Banca Centrale Europea ha accelerato il suo piano per un euro digitale e ha di recente incaricato le principali aziende tecnologiche globali di crearne l'architettura. Tuttavia le banche europee sono giustamente preoccupate, poiché una valuta digitale della banca centrale comporta significativi rischi per la privacy e una grave erosione della capacità del settore bancario di erogare prestiti e di operare in modo adeguato.

Le valute digitali delle banche centrali (CBDC) possono essere uno strumento pericoloso dati i potenziali rischi che pongono alla privacy, alla stabilità finanziaria e alla concentrazione del potere monetario. Negli Stati Uniti l'amministrazione Trump ha emesso un ordine esecutivo che vieta l'uso di questi strumenti, etichettandoli come “tirannia monetaria”.

Una CBDC non è la stessa cosa di una moneta elettronica. Un euro digitale conferirebbe alla banca centrale capacità di sorveglianza senza precedenti. A differenza degli attuali pagamenti elettronici, una valuta digitale della banca centrale offre alle autorità monetarie accesso completo e diretto a ogni transazione e conto di risparmio, eliminando la privacy finanziaria dei cittadini. Ciò potrebbe consentire il monitoraggio, il controllo, o persino la penalizzazione di comportamenti finanziari che le autorità centrali potrebbero considerare indesiderati. Inoltre una CBDC eliminerebbe gli attuali limiti del sistema finanziario che impediscono un'eccessiva stampa di moneta. Aggirare le banche commerciali e i meccanismi di credito consente alle banche centrali di aumentare istantaneamente l'offerta di moneta e finanziare la spesa pubblica, erodendo i tradizionali controlli di bilancio. L'esclusione delle banche commerciali dal meccanismo di trasmissione del sistema monetario destabilizza la creazione di credito e aumenta il rischio di spiazzamento del settore privato.

Le principali argomentazioni a favore di un euro digitale, come l'efficienza e il miglioramento della trasmissione della politica monetaria, non resistono all'analisi approfondita. Nessuno di questi benefici richiede una valuta centralizzata, tanto meno un monopolio monetario controllato da una banca centrale. Se questi fossero i veri obiettivi, i policymaker incoraggerebbero una maggiore decentralizzazione e concorrenza anziché una maggiore pianificazione centralizzata. L'obiettivo è un maggiore controllo statale e un rapido finanziamento della spesa pubblica, non reali miglioramenti per consumatori o risparmiatori.

Una CBDC è la prova che il sistema bancario centrale non vuole rafforzare la valuta rendendola attraente per gli investitori, ma imporne l'uso.

Nell'ottobre 2025 la BCE ha firmato accordi con dieci delle maggiori aziende tecnologiche per fornire le principali componenti operative e infrastrutturali per il previsto euro digitale, per un valore di oltre €1,1 miliardi. Tra queste figurano aziende come Giesecke+Devrient (che produce soluzioni di pagamento offline), Feedzai (che utilizza l'intelligenza artificiale per individuare le frodi), Almaviva e Fabrick (che realizzano app di portafoglio mobile) e Senacor FCS (che rende sicura la condivisione delle informazioni di pagamento). Gli accordi preparano l'Eurozona a un possibile lancio dell'euro digitale entro il 2029. Riguardano lo sviluppo software, la sicurezza e la gestione delle frodi.

La BCE afferma che questi accordi sono solo di pianificazione e che la moneta non verrà emessa fino all'approvazione delle leggi e delle fasi successive del progetto. I fornitori della tecnologia contribuiranno a progettare e testare diversi requisiti tecnici, come il monitoraggio delle frodi in tempo reale e l'utilizzo offline. Nessuno di questi elementi riduce la preoccupazione per la privacy, il controllo e l'erosione dei meccanismi di credito così come sono attualmente in vigore.

Le banche commerciali europee temono che un euro digitale possa danneggiare i loro principali modelli di business, e hanno ragione. I legislatori del Parlamento europeo temono che un euro digitale possa costringere le persone a trasferire ingenti somme di denaro dalle banche commerciali ai conti delle banche centrali, il che danneggerebbe l'erogazione del credito al settore privato. La banca centrale avrebbe accesso a tutti i dati finanziari dei cittadini, sollevando gravi preoccupazioni sulla privacy, anche se “promette” di non utilizzarli.

Le banche sostengono che un euro digitale, considerato esente da rischi a livello ufficiale, sottrarrebbe fondi al sistema finanziario privato, rendendo più difficile per gli istituti finanziari erogare prestiti e dare priorità al credito ai governi piuttosto che ai prestiti a famiglie e imprese. Inoltre i costi di conformità e infrastrutturali sono enormi, le normative sono poco chiare e vaghe e le tutele della privacy sono, nella migliore delle ipotesi, indefinite.

Una CBDC consentirebbe alle banche centrali di monitorare quasi tutte le transazioni e le decisioni finanziarie dei cittadini, eliminando la privacy associata al contante e dando agli stati il potere di indagare, limitare, o persino sanzionare le attività finanziarie degli utenti. Le banche centrali possono anche aumentare rapidamente l'offerta di moneta con un euro digitale diretto, senza i consueti limiti derivanti dalla domanda di credito nel settore bancario. Ciò elimina i limiti attuali all'inflazione e rende la politica monetaria direttamente subordinata alle priorità politiche.

La CBDC spingerà inevitabilmente le banche commerciali verso un ruolo marginale, creando una pericolosa concentrazione del potere finanziario nelle mani di politici e tecnocrati.

L'indipendenza della banca centrale e le leggi che garantiscono la privacy forniscono risposte vaghe a tutte queste preoccupazioni. Tuttavia la centralizzazione è sempre una minaccia, e quelle leggi e la loro presunta indipendenza sono ampiamente messe in discussione quando la banca centrale ha costantemente ceduto alle pressioni politiche per utilizzare strumenti monetari espansivi per il finanziamento pubblico. È probabile che l'euro digitale diventi un ulteriore strumento per una rapida e illimitata espansione fiscale e la conseguente perdita del potere d'acquisto della valuta, man mano che i limiti offerti dall'intermediazione bancaria vengono eliminati.

Se gli stati vogliono più efficienza, tecnologia e una moneta più forte, apprezzata a livello globale, dovrebbero incoraggiare la decentralizzazione e la competizione, non il contrario.

I contratti tra la BCE e le principali aziende tecnologiche stanno gettando le basi tecniche per un euro digitale. Purtroppo la privacy e l'indipendenza non hanno alcuna priorità. L'euro digitale presenta gravi problemi sistemici, economici ed etici e può essere utilizzato da stati con problemi di spesa e debito insostenibili per svalutare la valuta e utilizzarla per finanziare progetti clientelari e improduttivi. Le banche europee sono preoccupate, e a ragion veduta. Il rischio di un allentamento eccessivo della politica monetaria e di un conseguente finanziamento eccessivo della spesa pubblica è significativo.

Un euro digitale è una forma di sorveglianza mascherata da denaro, e gli stati faranno tutto il possibile per utilizzarlo come strumento per il finanziamento diretto dei deficit. Se credete che gli stessi politici e stati che non hanno fatto nulla per controllare l'accumulo di debito e la spesa in eccesso difenderanno il potere d'acquisto della moneta, state sognando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Trump vs. NATO — Would He Actually Leave?

Lew Rockwell Institute - Mer, 18/03/2026 - 17:45

NATO should have been disbanded when the Warsaw Pact was disbanded in 1991. Its continuance has been a drain on the American people ever since. But the Empire, despite its protestations, gains many benefits from keeping NATO around. NATO is one of the primary ways that the Empire maintains great “influence” over Europe. So will President Trump actually get out of NATO because they won’t help him in his great debacle in Iran?

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La caduta libera geopolitica della Germania: Pechino mostra il cartellino rosso a Berlino

Freedonia - Mer, 18/03/2026 - 11:09

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-caduta-libera-geopolitica-della)

Il drammatico crollo economico della Germania sta trascinando con sé anche la sua posizione geopolitica. Il Ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha ormai imparato cosa significa essere trattato come un diplomatico di secondo piano, ricevendo il cartellino rosso da Pechino. Un'umiliazione e un rimprovero per la Germania.

La scuola della vita può essere crudele: crescere di solito significa abbandonare i propri ideali elevati, le ideologie marginali e la mentalità sognante di un'esistenza inesperta, a favore della dura realtà del mondo. La realtà segue le sue regole, indifferente all'autoinganno.

Quel momento di maturità, l'uscita dalla bolla dell'ideologia di partito, è ormai arrivato per il massimo diplomatico tedesco.


Un ministro delle fantasie

Johann Wadephul, che vagava nel Paese delle meraviglie attribuendo il miracolo economico tedesco agli immigrati turchi, ha dovuto annullare all'ultimo minuto la sua prima visita ufficiale in Cina perché Pechino non ha ritenuto necessario parlare con una delegazione tedesca.

Il cristiano-democratico sta scoprendo, proprio come il suo collega di partito, Friedrich Merz, che il drammatico declino economico della Germania ha come conseguenza immediata anche la perdita di rilevanza geopolitica.

Il primo viaggio di Wadephul in Cina era inteso come un ripristino delle relazioni diplomatiche con Pechino. Una delegazione imprenditoriale di alto profilo avrebbe dovuto accompagnarlo e contribuire ad allentare le tensioni sulle cruciali forniture di terre rare.

Da settimane la Cina minaccia di vietare completamente le esportazioni, una misura che paralizzerebbe all'istante importanti industrie tedesche.


Improvvisamente gli affari contano

La delegazione avrebbe dovuto includere rappresentanti dell'industria automobilistica tedesca, di Siemens Healthineers, dell'Associazione Tedesca di Robotica e di un importante importatore di terre rare. Insieme, avrebbero dovuto allentare la pressione a Pechino e garantire l'accesso alle risorse essenziali di cui la base industriale tedesca non può fare a meno.

Quando Pechino ha chiarito che non avrebbe preso in considerazione ulteriori colloqui oltre alla riunione obbligatoria dei ministri degli Esteri, Wadephul è stato costretto ad annullare il viaggio. Un ultimo disperato tentativo di salvare la faccia e limitare i danni politici.

Forse Wadephul avrebbe dovuto imitare il suo predecessore, Annalena Baerbock, e concentrarsi su un'evasione morale e filosofica come fece lei. È una strategia innocua, in linea con lo spirito del tempo tedesco e gli avrebbe fatto guadagnare punti preziosi tra i partner di coalizione a sinistra.


Il tallone d'Achille

In questo momento l'Europa avrebbe disperatamente bisogno di una delegazione che si posizioni in modo intelligente sulla scia degli americani.

Ogni gigante ha una debolezza. L'economia cinese è intrappolata in una spirale deflazionistica, innescata dai dazi draconiani statunitensi e da una crisi immobiliare di lunga data, causata da una massiccia allocazione di capitali da parte dello stato.

La deflazione è fatale, perché la crescita della Cina si basa sulla macchina del credito fiat. L'aumento delle insolvenze si traduce in una contrazione del portafoglio prestiti. Il turbo del credito si inceppa, il valore delle garanzie crolla a causa di svendite forzate e sovrapproduzione, soprattutto nel settore immobiliare. A questo punto lo stato deve intervenire di nuovo, iniettare altro credito e indebolire ulteriormente la propria valuta.

È un circolo vizioso che attanaglia quasi tutte le economie moderne.

La risposta della Cina è sempre stata la stessa: un colossale motore di sussidi alle esportazioni, un modello mercantilista costruito a spese dei partner commerciali che hanno perso capacità produttiva a favore della Cina.

Il surplus commerciale di Pechino rappresenta circa l'1% del PIL mondiale. Circa $1.000 miliardi, alimentato da ingenti aiuti all'esportazione.

A tutto questo si aggiungono i cavalli di Troia geopolitici come la Belt and Road Initiative, i quali aprono mercati ovunque la Cina abbia bisogno di materie prime.


La Cina è alla disperata ricerca di mercati sostitutivi

Il mercato interno europeo è diventato essenziale per Pechino per smaltire la produzione in eccesso. Il mercato statunitense è sempre più bloccato dall'offensiva tariffaria di Donald Trump: le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono crollate di un impressionante 27%.

Allo stesso tempo le esportazioni cinesi verso la Germania sono aumentate del 10,7% nella prima metà dell'anno.

Per evitare un collasso del mercato del lavoro interno, Pechino sta inondando i mercati alternativi con sovraccapacità. Il Partito Comunista si trova ad affrontare un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 20%. L'esplosivo sociale è proprio qui.

È proprio qui che l'Europa, e in particolare Berlino, potrebbe fare leva. Nella crescente lotta per l'accesso alle terre rare, cruciale per l'industria tedesca e in particolare per le case automobilistiche, l'Europa potrebbe costruire un reale potere contrattuale alleandosi con gli Stati Uniti.


Irresponsabile e testardo

Considerando il predominio della Cina nel settore della raffinazione delle terre rare, pari al 90%, è irresponsabile non schierarsi con Washington e non assicurarsi vantaggi strategici per la sopravvivenza industriale dell'Europa.

Ideologicamente rigida, strategicamente ingenua e gravemente indebolita dai suoi disastri commerciali con gli Stati Uniti, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, barcolla da un pseudo-vertice all'altro come una regina di Bruxelles detronizzata.

Si ha l'impressione che l'intero circo del clima, la solidarietà teatrale nei confronti dell'Ucraina e l'atteggiamento delirante dei verdi siano diventati una sovracompensazione psicologica per il fallimento visibile del progetto di Bruxelles.


È tempo di cercare un'alleanza con gli Stati Uniti

L'Europa avrebbe dovuto abbracciare la suddivisione geopolitica del mondo con Washington fin dall'inizio. Soprattutto ora che gli Stati Uniti, sotto la guida di un presidente iperattivo in politica estera, rivendicano apertamente la leadership. Trump ha ragione a criticare il protezionismo dell'UE, l'onnipresente regolamentazione climatica e una politica sempre più ostile ai mercati.

Washington è all'offensiva: deregolamentazione, tagli alle tasse, abbandono del culto quasi religioso del clima. E funziona: l'economia statunitense cresce del 3,8%, il nuovo debito è sceso dal 6,7 al 5,8%. Trump sta ricalibrando il sistema mentre l'Europa precipita nella direzione opposta: debito più alto, recessione più profonda.

Wadephul e i suoi colleghi diplomatici europei devono accettare questa realtà e abbandonare la loro crociata sulla censura, abolire del tutto il Digital Services Act, il Digital Markets Act e il regime di sorveglianza online. Dovrebbero invece perseguire un commercio equo con gli Stati Uniti, senza protezionismo climatico.

L'Europa è povera di risorse e dipendente dall'energia, importando fino al 60% del suo fabbisogno energetico. Senza l'energia e le materie prime russe, il modello di prosperità europeo crolla.

E l'attacco a un riavvicinamento eurasiatico tra l'Europa continentale e la Russia, ricca di risorse, non è arrivato da Washington, nonostante i mantra mediatici contrari. È arrivato direttamente dal cuore dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La Cina sta davvero scaricando i titoli del Tesoro americani?

Freedonia - Mar, 17/03/2026 - 11:07

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-cina-sta-davvero-scaricando-i)

 “La Cina sta vendendo i titoli del Tesoro USA per uscire dal dollaro”. Questa affermazione è circolata ultimamente sui principali social media, accompagnata anche da frasei come “la fine del dollaro è vicina”,  o “gli Stati Uniti perderanno la loro base di finanziamento” e “i rendimenti obbligazionari saliranno alle stelle”.  Ma queste affermazioni sono fondate? È ciò che approfondiremo oggi.

Cominciamo con il grafico che preoccupa tutti. Come mostrato, le disponibilità cinesi di titoli del Tesoro statunitensi sono scese da quasi $1.200 miliardi a $600 miliardi, ovvero un calo del 50%. A prima vista si possono certamente comprendere i motivi della preoccupazione, poiché il calo delle disponibilità nell'ultimo decennio supporta una trama chiara.

Tuttavia il problema è il passaggio tra l'osservazione e la conclusione. Una voce di bilancio inferiore per “Cina continentale” non equivale a una vendita forzata, non dimostra l'intenzione, né dimostra un'uscita strutturale. Ciò che dimostra è una mancanza di comprensione delle dinamiche di gestione delle valute di riserva e, nel caso della Cina, della necessità di proteggere tali riserve.

Cominciamo con il Dipartimento del Tesoro americano che afferma che le tabelle delle partecipazioni sono costruite “principalmente sulla base dei dati di custodia”. Questa frase è importante. I dati di custodia registrano dove i titoli sono detenuti per il regolamento e la custodia.  Il depositario non è la stessa persona rispetto al beneficiario effettivo, e questa distinzione indebolisce la narrazione catastrofista.

Questa voce nelle FAQ del Dipartimento del Tesoro americano è la più importante:

Se un titolo del Tesoro acquistato da un residente estero viene detenuto in un conto di custodia in un Paese terzo, il vero Paese di proprietà non verrà indicato.

Rileggete questa citazione.

Il sistema è progettato per monitorare la posizione dei titoli, non il bilancio di chi ne sopporta il rischio. Questo punto è di fondamentale importanza quando si parla di una possibile dismissione da parte della Cina dei suoi titoli obbligazionari e di un allontanamento dal dollaro.

Chi giunge a questa conclusione non si è preso il tempo di porsi la domanda giusta: “Dove si è spostata la custodia?” Questa domanda è importante per gli investitori perché modifica la valutazione del rischio. Se la Cina stesse liquidando, ci si aspetterebbe una pressione sulle aste dei titoli del Tesoro americano, una tensione persistente sui bilanci degli operatori e una tensione evidente sui mercati dei finanziamenti in dollari. Sebbene questi episodi si verifichino di tanto in tanto, spesso legati alla politica della FED o a shock di rischio, non esiste un chiaro collegamento con la  trama del “dumping cinese”.

Un modo migliore per affrontare la questione è seguire il percorso della transazione che ci porta al collegamento tra Belgio e Lussemburgo.


Il collegamento tra Belgio e Lussemburgo

Nell'ultimo decennio il rischio geopolitico è aumentato. Sono state imposte pesanti sanzioni a Iran e Russia, sono stati congelati o sequestrati beni e sono state esercitate pressioni politiche. Se siete un Paese con significative riserve in dollari e rischiate sanzioni o sequestri, quali misure potreste adottare per limitare tale rischio? Ecco un buon esempio:

“I decisori politici [a Pechino] sono consapevoli del precedente stabilito nel 2022, quando gli Stati Uniti e i loro alleati congelarono circa $300 miliardi di riserve della banca centrale russa dopo l'invasione dell'Ucraina. La preoccupazione è che, se le tensioni dovessero intensificarsi, gli Stati Uniti potrebbero – in uno scenario estremo – limitare l'accesso agli asset in dollari pubblici e privati della Cina in modo analogo.” – Bloomberg

È fondamentale comprendere le due principali ragioni economiche per cui la Cina acquista e detiene titoli del Tesoro statunitensi. La ragione più importante è che la Cina desidera che la sua valuta, lo yuan, sia ancorata al dollaro, una pratica comune a molti Paesi sin dalla Conferenza di Bretton Woods del 1944. Uno yuan ancorato al dollaro contribuisce a contenere il costo delle esportazioni cinesi, in particolare verso gli Stati Uniti, il suo principale cliente, il che, secondo il governo cinese, lo rende più forte sui mercati internazionali. In secondo luogo l'ancoraggio al dollaro aggiunge stabilità allo yuan, poiché il dollaro è ancora considerato la valuta più sicura al mondo. Per condurre scambi commerciali su scala globale, detengono le loro riserve in titoli del Tesoro statunitensi, oro o dollaro stesso.

Tuttavia il fatto che la Cina possieda titoli del Tesoro statunitensi non significa che debba detenere riserve negli Stati Uniti. Osservate la stessa tabella delle riserve e concentratevi su Belgio e Lussemburgo. Nell'istantanea di novembre 2025 il Belgio mostra circa $481 miliardi in titoli del Tesoro americani, mentre il Lussemburgo circa $425 miliardi. Si tratta di cifre enormi per Paesi molto piccoli che non stanno accumulando riserve su tale scala.

In realtà Lussemburgo e Belgio “ospitano” la custodia per la Cina. Per avere un'idea, si veda il grafico delle disponibilità in titoli del Tesoro USA di Cina e Belgio. Nello stesso periodo, mentre le disponibilità della Cina sono diminuite di $600 miliardi, quelle del Belgio sono aumentate di $500 miliardi.

Ecco perché le FAQ del Dipartimento del Tesoro americano puntano direttamente a questo problema e indicano i “principali centri finanziari”, come Lussemburgo e Belgio, una fonte di “pregiudizio in materia di custodia”. Il grafico seguente confronta le disponibilità dei titoli del Tesoro americani in mano alla Cina con i suoi  conti “in custodia”, mostrando che le sue disponibilità in titoli del Tesoro statunitensi sono sostanzialmente le stesse di quelle nel 2011.

Non si tratta di una cospirazione, è così che funziona la cosiddetta idraulica finanziaria. Uno dei motivi principali per cui la Cina utilizza il Belgio come sede di custodia, oltre a evitare il rischio geopolitico, è che Euroclear Bank ha sede lì e si colloca al centro del saldo transfrontaliero e della mobilità delle garanzie. Il depositario internazionale di Clearstream ha sede in Lussemburgo e serve la stessa clientela istituzionale globale. Quando una banca centrale o un'istituzione statale desidera detenere un ampio portafoglio di titoli del Tesoro con opzioni flessibili di regolamento e garanzie, questi hub contribuiscono ad affrontare le sfide operative.

Con questa consapevolezza, dovrebbe essere chiaro che la narrazione “La Cina sta vendendo obbligazioni” è incompleta. Questo è un guaio quando chi cerca di costruire una narrazione per ottenere titoli, clic o visualizzazioni, si concentra su una sola voce, ignorando il quadro generale.

Brad Setser del Council on Foreign Relations ha ripetutamente sottolineato che i dati riportati sottostimano l'esposizione della Cina alle obbligazioni denominate in dollari a causa dei depositari offshore e delle riallocazioni di portafoglio tra strumenti in dollari. Per usare le sue parole: “La Cina non si sta allontanando dal dollaro o dalle obbligazioni denominate in dollari”.

Ciò ci porta alla domanda successiva: perché la Cina dovrebbe cambiare il custode?


Perché la Cina si serve di altri Paesi per acquistare e detenere titoli del Tesoro americani?

Abbiamo già accennato all'importanza di evitare il rischio geopolitico, ma ci sono quattro ragioni pratiche per cui la Cina dovrebbe spostare le proprie partecipazioni in custodia, nessuna delle quali richiede un'uscita dai titoli obbligazionari statunitensi.

  1. Efficienza e scalabilità del saldo: ampi portafogli di riserve richiedono scalabilità, ridondanza operativa e una profonda connettività di saldo. Gli hub di custodia europei forniscono tutto ciò. Il lavoro di Euroclear sul saldo dei pronti contro termine DVP del Tesoro statunitense è un segnale di dove le istituzioni desiderano migliorare i flussi per la movimentazione delle garanzie e il saldo dei pronti contro termine. Quando l'infrastruttura migliora, la domanda segue. Detenere tramite un hub spesso riduce gli attriti.

  2. Mobilità del collaterale e opzionalità del finanziamento: i titoli del Tesoro americani sono una garanzia collaterale, non sono solo un investimento. Sono uno strumento di finanziamento. Un portafoglio detenuto presso un hub si collega più facilmente ai mercati dei pronti contro termine, del prestito titoli e della trasformazione del collaterale. Questo è importante per le istituzioni che gestiscono la liquidità. Se si desidera avere la possibilità di raccogliere rapidamente dollari a fronte del collaterale titoli del Tesoro americani, la sede di custodia è importante.

  3. Gestione del rischio dopo gli shock delle sanzioni: in seguito al congelamento delle riserve russe nel 2022, i gestori delle riserve hanno iniziato a rivalutare le esposizioni legali e operative. Il Financial Times ha ampiamente trattato il ruolo centrale di Euroclear nella custodia delle riserve russe congelate e i relativi dibattiti politici. La lezione per i gestori delle riserve globali è semplice: gurisdizione, perimetro legale e punti di contatto operativi sono importanti. Cambiare le rotte di custodia e saldo è una delle risposte.

  4. Analisi dei dati e composizione del portafoglio: la tabella dei titoli del Tesoro americani è ampiamente citata e allo stesso tempo ampiamente fraintesa. Un passaggio dalla custodia diretta a un Paese terzo modifica ciò che la tabella mostra. Alcuni investitori interpretano la tabella come un punteggio di fedeltà, ma questa interpretazione è errata. C'è anche un fattore di composizione: un detentore può ridurre le proprie posizioni in titoli del Tesoro americani aumentando l'esposizione ad altri asset denominati in dollari, come oro, debito pubblico o depositi, pur rimanendo all'interno del sistema del dollaro. Ciò può ridurre la voce “solo titoli del Tesoro” senza ridurre l'esposizione in dollari.

Quando si vede un calo del valore nella voce della “Cina continentale”, la risposta giusta è pensare per livelli: 1) Custodia, 2) Combinazione di strumenti, 3) Funzione di finanziamento e garanzia e 4) Gestione del rischio geopolitico.

Mettendo insieme questi elementi, l'incentivo a utilizzare Belgio e Lussemburgo è chiaro. L'obiettivo non è una mossa dettata dal panico per attuare una “de-dollarizzazione”, cosa che danneggerebbe l'economia cinese, bensì guadagnare efficienza operativa e opzioni in un mondo in cui finanza e politica si scontrano sempre più spesso.

Ora fate un passo indietro e ponetevi la domanda: cosa significa tutto questo per voi e per il vostro portafoglio?


Come gli investitori dovrebbero considerare i titoli del Tesoro USA nei portafogli

Gli investitori dovrebbero considerare i titoli del Tesoro americani come uno strumento, non come un referendum sulla geopolitica. Tuttavia per il risultato del proprio portafoglio è fondamentale comprendere il contesto complessivo del funzionamento del “sistema finanziario”.

Pertanto gli investitori dovrebbero iniziare a considerare il ruolo dei titoli del Tesoro americani nei mercati mondiali:

• Ancorare il prezzo del dollaro senza rischi;

• Si trovano al centro dei sistemi di riacquisto e di garanzia;

• Fungere da asset di compensazione in caso di stress.

Tali funzioni non scompaiono perché un Paese modifica le sedi di custodia.

In secondo luogo concentratevi sui veri fattori che determinano i rendimenti dei titoli del Tesoro americani. Il loro rendimento è determinato dalle aspettative di crescita economica e inflazione nel tempo. La politica della Federal Reserve determina il front-end della curva dei tassi di interesse; la crescita economica e l'inflazione determinano il back-end. Il grafico mostra una forte correlazione tra il risultato composito di PIL, inflazione e tassi di interesse. Questi fattori sono più importanti delle notizie su un singolo detentore estero.

Successivamente, come investitori, dovreste costruire la vostra esposizione agli investimenti in titoli del Tesoro americani basandovi su obiettivi piuttosto che su narrazioni.

• Il controllo della liquidità e dei prelievi comporta un maggior numero di titoli del Tesoro americani a breve e medio termine, che spesso fungono da zavorra per il portafoglio durante le fasi di stress azionario.

• Un reddito con volatilità controllata, una scala lungo la curva a sinistra e centrale aiuta a gestire il rischio di reinvestimento.

Compensare l'incertezza dell'inflazione, combinare i titoli del Tesoro nominali con i TIPS.

Infine evitate l'errore comune di basare le decisioni obbligazionarie su una narrazione fuorviante. I titoli del Tesoro USA non sono esenti da rischi, pertanto gli investitori devono concentrarsi sui rischi che contano per i loro investimenti obbligazionari.

• Rischio di durata;

• Rischio di inflazione;

• Rischio politico.

La  narrazione del “dumping cinese” non è un rischio di cui preoccuparsi.

Concentratevi su ciò che conta, allineando durata e sensibilità all'inflazione al vostro orizzonte temporale e alla vostra tolleranza al rischio. Trattate i titoli dei giornali come rumore di fondo e i titoli del Tesoro americani come uno strumento di portafoglio pensato per flussi di cassa, liquidità e controllo del rischio. Se farete così, otterrete risultati decisamente migliori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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I leader dell’UE chiedono un “reset normativo”, ma è solo l’ennesimo gioco di potere

Freedonia - Lun, 16/03/2026 - 11:05

L'Eurozona è un esempio lampante di come uno stato ipetrofico distrugga la crescita dell'occupazione, i miglioramenti dei salari reali e gli investimenti. Il modesto miglioramento dell'attività economica si accompagna a un calo delle assunzioni e degli investimenti. Gli aumenti delle tasse e le linee di politica insistenti su emissioni zero hanno decimato l'industria e azzerato la crescita dell'occupazione. Questi evidenti trend di deterioramento economico si verificano in un periodo di crescita artificiale del PIL. La spesa pubblica è ora uno dei principali fattori di “crescita economica” in Francia, Regno Unito, Germania e altre grandi economie europee. Escludendo l'aumento della spesa pubblica, la maggior parte di queste economie è in recessione. Il Global Economic Outlook di ottobre 2025 di S&P Global ci segnala che la crescita della produzione è sempre più sostenuta dall'irresponsabilità fiscale piuttosto che dal dinamismo del settore privato. La relazione afferma che “le politiche fiscali più accomodanti negli Stati Uniti e in Germania sostengono la crescita”, ma avverte altresì che “la fragilità dei mercati del debito sovrano in molte delle maggiori economie europee rimane una fonte chiave di rischio”. I programmi di “investimenti pubblici” nell'Eurozona e nel Regno Unito hanno parzialmente compensato la debole domanda privata. Rimane un'enorme scia di debito, la quale porta a ulteriori aumenti delle imposte. La spesa pubblica e l'inflazione persistente gonfiano la crescita nominale, mentre la produttività economica reale e le opportunità di lavoro nel settore privato si deteriorano. Uno stato ipertrofico significa bassa crescita, tasse elevate, salari reali bassi e un persistente rallentamento della produttività. Investimenti improduttivi e interventi governativi eccessivi sono ormai la norma nelle principali economie europee. SP Global spiega inoltre che “i settori più sensibili ai tassi di interesse, come l'industria manifatturiera e l'edilizia, rappresentano una quota inferiore dell'attività economica nelle economie avanzate rispetto al passato”. Tuttavia il problema non sono solo i tassi di interesse, ma anche l'aumento delle tasse e le normative insormontabili che frenano l'attività nei settori ad alto moltiplicatore. L'agenda 2030, insieme alle cosiddette normative verdi e alle linee di politica emissioni zero, ha portato a un'allocazione errata del capitale e a distorsioni economiche, pertanto gli incrementi di produttività sono sempre più limitati ai settori digitale e finanziario. L'espansione fiscale ora alimenta la maggior parte dell'attività economica principale nei Paesi sviluppati, con effetti collaterali negativi ovunque. L'onere del servizio del debito sta manifestando un effetto crowding out sempre più marcato sul settore privato, le tasse elevate limitano gli investimenti e le assunzioni e la regolamentazione rende l'economia stagnante. La pistola fumante di questo esito è la generazione/consumo di energia elettrica e il consumo di gas: trend in vistoso calo in UE rispetto agli USA, sintomo che il comparto industriale europeo è diventato una “specie” a rischio estinzione come i panda. Con l'aumento dei rendimenti dei titoli di stato, poi, Paesi come la Francia e il Regno Unito si trovano già ad affrontare “circoli viziosi” di crescita più lenta e costi di finanziamento più elevati.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-leader-dellue-chiedono-un-reset)

Le critiche alle politiche normative dell'Unione Europea si fanno sempre più forti. In una lettera a Ursula von der Leyen, 19 capi di governo dell'UE chiedono l'abolizione di “norme superflue e squilibrate”.

È un grottesco teatro politico quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. Diciannove capi di governo dell'UE hanno firmato una lettera semi-pubblica – ottenuta da Handelsblatt – chiedendo nientemeno che un “reset normativo” a Bruxelles. Questa richiesta arriva dopo anni in cui gli stessi governi hanno diligentemente costruito il colosso eco-burocratico dell'UE.


Merz rinnova le sue critiche

La lettera seguiva di pochi giorni le dure dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha criticato l'eccessiva regolamentazione di Bruxelles e il conseguente onere burocratico, fattori che hanno contribuito in modo significativo alla crisi economica della Germania.

Intervenendo alla Giornata delle PMI della Mittelstands- und Wirtschaftsunion a Colonia, Merz ha dichiarato: “Permettetemi di essere un po' più schietto: dobbiamo dare una lezione a questa macchina di Bruxelles affinché si fermi una volta per tutte”.

Ha criticato aspramente la macchina legislativa dell'UE per aver continuato il suo lavoro di regolamentazione “senza sosta, indipendentemente dal fatto che sia stato eletto o meno un nuovo Parlamento, o che una nuova Commissione sia in carica o meno”.

Parole dure da parte di un cancelliere che, a livello nazionale, non è riuscito finora a riformare nemmeno un singolo aspetto dell'eccesso di regolamentazione della Germania, degli elevati oneri fiscali, o del suo Stato sociale ipertrofico.


Un’offensiva di pubbliche relazioni?

Le parole di Merz sembravano aver preparato il terreno per un'ondata di critiche più ampia, culminata nella lettera firmata da 19 leader dell'UE. Oltre a Merz, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni si sono uniti apertamente al coro contro la frenesia normativa di Bruxelles.

Il loro obiettivo dichiarato: riportare l'Europa su un percorso di crescita e competitività.

La lettera chiedeva l'eliminazione di “regolamentazioni superflue, eccessive o sbilanciate”. Una verità lapalissiana, forse, ma di fronte al disordinato apparato normativo di Bruxelles, questa sembra una richiesta massimalista, poiché una vera riforma richiederebbe anche lo smantellamento di parti della burocrazia stessa.

Gli autori chiedono inoltre che le PMI siano esentate dagli obblighi di rendicontazione, come quelli previsti dalla legge sulle catene di approvvigionamento, e dalle assurde normative climatiche, come il regolamento UE sulla deforestazione.


Sussidi, ancora una volta

Ancora più significativi sono i paragrafi finali della lettera. Qui venivano svelate le vere intenzioni: richieste di norme più flessibili su sussidi e fusioni aziendali. L'entità di questi sussidi non è un mistero: riguardano gli enormi fondi stanziati nei bilanci dell'UE e nazionali per i programmi climatici e, forse, per la costruzione di un'economia di guerra europea.

In altre parole la trasformazione verso un'economia UE sempre più centralizzata dovrebbe procedere in modo più fluido. Il recente appello di Merz a un “patto europeo per la competitività” e i suoi avvertimenti sulla concorrenza di Asia e Stati Uniti non sono di per sé sbagliati, ma la questione cruciale è come interpretare questa sfida e come affrontarla.

In particolare, non è stato fatto alcun accenno alla possibilità di ridurre le assurde tasse sulla CO2 imposte dal blocco europeo.


Il piano Draghi come modello

Bruxelles e le capitali dell'UE si stanno ora allineando, di fatto, al progetto delineato da Mario Draghi, il quale aveva auspicato un fondo di investimento del valore di €800 miliardi all'anno per l'economia dell'Eurozona, affiancato da una deregolamentazione laddove ciò fosse di interesse per Bruxelles.

In breve: i flussi di capitale devono essere incanalati meglio nei canali preferiti da Bruxelles, in modo rapido, concentrato e con una burocrazia minima. I decisori politici sperano che ciò inneschi una sorta di effetto economico auto-riparante, ma la crisi stessa è in gran parte la conseguenza proprio di questa cattiva allocazione dei capitali e di questa regolamentazione eccessiva dall'alto verso il basso.

L'Europa ha chiaramente scelto la strada dell'isolazionismo: centralizzazione, indebitamento e finanziamento cronico in deficit. È un vicolo cieco e Bruxelles ne è la manifestazione più evidente.


Cortine fumogene

Il fatto che 19 leader dell'UE abbiano criticato pubblicamente la linea di politica normativa di Bruxelles è degno di nota per due motivi. In primo luogo, solleva la questione se Bruxelles sia davvero diventata un'astronave burocratica, così distaccata dalla realtà che i suoi occupanti non si accorgono più del rapido declino economico dell'Europa.

Considerata l'orgia normativa degli ultimi anni, in gran parte giustificata da una visione apocalittica del cambiamento climatico, la risposta è molto probabilmente sì.

In secondo luogo il modo semi-pubblico in cui è stata presentata questa critica, tramite fughe di notizie selettive a testate come Handelsblatt, è stato scelto con cura per creare l'impressione che i governi nazionali siano ancora sovrani, economicamente competenti e attenti alle preoccupazioni dei loro cittadini.

In realtà si tratta del solito vecchio scontro tra Bruxelles e governi nazionali sempre più impotenti. A parte qualche caso isolato come l'Ungheria, la Repubblica Ceca o, di recente, la Polonia, tutti condividono la stessa linea ideologica.


Von der Leyen saldamente in controllo

La Von der Leyen potrebbe sembrare isolata, ma ha già raggiunto il suo obiettivo principale: espandere il bilancio della Commissione UE per il periodo 2028-2034 a circa €2.000 miliardi. Circa €750 miliardi – più di un terzo – finiranno nei canali inariditi del clientelismo verde. A ciò si aggiungeranno ingenti iniezioni di sussidi nazionali, come i fondi speciali per la Germania.

Un simile intervento statale non può essere attuato senza una regolamentazione aggiuntiva e una burocrazia ancora più grande.

Quindi, nonostante il linguaggio altisonante della lettera alla von der Leyen, non ci sarà alcun alleggerimento normativo o amministrativo reale per le imprese.

In definitiva, lei non dovrebbe essere giudicata dalle sue parole – o da quelle dei suoi critici – ma dalle sue azioni. E da questo punto di vista, la sua direzione politica è già chiara.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Modelli di paradosso

Freedonia - Ven, 13/03/2026 - 11:11

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/modelli-di-paradosso)

Dopo la pubblicazione del pezzo, Il modello sottostante, sul ruolo dell'USAID nella gestione della percezione globale, la risposta è stata straordinaria: ha generato centinaia di commenti che esploravano questi modelli da diverse prospettive. Ciò che sta emergendo qui è raro e prezioso: una comunità unita non dalla politica, ma da un impegno condiviso per il riconoscimento di modelli e la ricerca della verità.

Un commento di ieri a quel post fornisce un perfetto caso di studio sul funzionamento dell'ingegneria della coscienza. Un lettore ha contestato una cifra da me citata: “$34 milioni alla rivista Politico”. Ha fatto bene a segnalare questo errore: l'importo effettivo negli ultimi anni è molto inferiore, circa $20.000 all'anno per gli abbonamenti.

Per essere chiari, non sono un giornalista di professione o di formazione: sono solo un tizio che esplora idee e modelli, spesso discutendo di eventi degni di nota che li illuminano. La cifra di $34 milioni deriva dai primi resoconti che ho letto e non ho notato le correzioni successive. Quando il commentatore ha suggerito che potrei “ingannare deliberatamente” i lettori, mi è sembrato particolarmente rivelatore. Per quale scopo avrei dovuto ingannarli intenzionalmente?

Tuttavia ciò che entrambi abbiamo trascurato racconta una storia a sé stante. Mentre io ho esagerato la cifra e il commentatore si è concentrato sui piccoli pagamenti annuali, i dati di USASpending.gov (cercate “Politico, LLC”) mostrano che il governo degli Stati Uniti ha versato a Politico $8,2 milioni in 237 transazioni sin dal 2008, principalmente per gli abbonamenti a Politico Pro, uno strumento di analisi politica, sebbene il contributo diretto di USAID sia stato di soli $20.000-24.000 all'anno per gli abbonamenti a E&E.

Mi sbagliavo sulla cifra iniziale e, sebbene il commentatore abbia correttamente indicato l'importo annuo, questo scambio di opinioni rivela qualcosa di importante: quanto facilmente possiamo essere colti in fallo a litigare su dettagli tecnici, perdendo di vista il quadro generale. L'attenzione del commentatore su un canone annuo di $20.000 appare ancora più limitata se si considera che Euronews, il quale si autodefinisce “imparziale e indipendente”, ha ricevuto €215,82 milioni dalla Commissione Europea tra il 2015 e il 2023, secondo i dati del Sistema di Trasparenza Finanziaria.

Ma ciò che è più rivelatore dell'errore in sé è ciò che ne è seguito: anziché confrontarsi con l'analisi più ampia di 3.500 parole sull'ingegneria della coscienza globale, inclusi i $472,6 milioni tramite Internews Network, la collaborazione con 4.291 organi di stampa per raggiungere 778 milioni di persone, il finanziamento per la ricerca del laboratorio a Wuhan, che alcuni sostengono abbia coinvolto esperimenti di guadagno di funzione insieme ad organi di stampa che hanno plasmato narrazioni correlate, i $2 milioni per l'assistenza di genere in Guatemala e i $68 milioni al World Economic Forum, il commentatore si è impossessato di questo singolo errore come se invalidasse l'intera tesi.

Quando ho riconosciuto l'errore ma ho cercato di rifocalizzare l'attenzione su questi schemi di influenza istituzionale, non c'è stato alcun coinvolgimento nonostante questi esempi documentati. Invece la conversazione si è immediatamente spostata sulle mie motivazioni politiche: “Siamo onesti su quale sia la tua vera argomentazione: credi che le opinioni liberal siano illegittime per definizione, mentre quelle conservatrici no”. Questo illustra perfettamente come il riconoscimento di schemi si trasformi in uno scontro tribale.

Questo schema – in cui la precisione tecnica diventa uno scudo contro il riconoscimento di sistemi più ampi – non è esclusivo di questo scambio. È una caratteristica fondamentale del modo in cui opera il controllo delle informazioni nella nostra epoca. È un paradosso: gli strumenti che rivelano la verità possono anche oscurarla, a seconda di come li usiamo.

Quando si studiano sistemi complessi, i singoli fatti sono certamente importanti. Ma concentrarsi esclusivamente sulla precisione, perdendo di vista il modello emergente, è come esaminare la struttura cellulare di un albero rifiutandosi di riconoscere di trovarsi in una foresta. Si potrebbe sapere tutto sulla biologia di quel singolo albero, ma non capire nulla dell'ecosistema in cui si trova. Il sistema di controllo narrativo prospera grazie proprio a questa dinamica: addestrare le persone a fissarsi sui dettagli tecnici, impedendo loro di riconoscere l'architettura di cui essi fanno parte.

Ho assistito ripetutamente a questo fenomeno durante il COVID, quando domande legittime su politiche senza precedenti sono state deviate attraverso meccanismi simili:

• “Non 10.000 casi di miocardite, solo 6.000” – concentrandosi sul conteggio preciso ignorando la realtà allarmante che migliaia di bambini hanno sofferto per questa infiammazione cardiaca;

• “Le mascherine bloccano il 30% delle particelle, non il 10%” – fissandosi sulle percentuali di efficacia tecnica ignorando l'attuazione di linee di politica disumanizzanti, senza solide prove scientifiche a supporto, che hanno ritardato cognitivamente una generazione di bambini;

• “La teoria della fuga dal laboratorio non è provata, è solo plausibile” – concentrandosi sul livello di certezza dopo aver censurato e diffamato coloro che l'hanno suggerita per oltre un anno.

Ogni controversia tecnica non serviva a chiarire la verità, ma a distogliere l'attenzione dal modello emergente: gli artefici delle narrazioni ufficiali sbagliavano praticamente tutto, non di poco, ma di tanto.


Il dialetto della divisione

Questo ripiegamento su posizioni dialettiche predeterminate, anziché sulla ricerca della verità, è ovunque non appena si comincia a notarlo:

• Mettere in discussione la narrazione sul conflitto in Ucraina vi fa immediatamente etichettare come “filo-Putin”, come se criticare l'espansione della NATO richiedesse di approvare l'aggressione russa;

• Quando si discute di politica sull'immigrazione esprimere preoccupazioni sulla sicurezza delle frontiere vi rende immediatamente “anti-immigrati”, come se complesse questioni politiche richiedessero posizioni binarie; 

• Sollevare dubbi sull'influenza dell'industria farmaceutica vi etichetta come “anti-scienza”, come se le motivazioni di profitto aziendale e la ricerca scientifica fossero in qualche modo la stessa cosa;

• Affermate che il sesso biologico esiste e diventerete immediatamente “transfobici”, come se riconoscere la realtà fisica negasse il trattamento di tutti con dignità e rispetto;

• Esprimere preoccupazione per la sorveglianza governativa equivale a “favorire l'estremismo”, come se proteggere le libertà civili significasse approvare comportamenti dannosi.

In ogni caso, posizioni sfumate vengono immediatamente ridotte a schieramenti predeterminati. La dialettica artificiale impone di scegliere una parte piuttosto che perseguire la verità ovunque essa porti. Questo non è casuale: è esattamente il modo in cui funziona il “paesaggismo mentale”.

Questa dinamica si è manifestata in tempo reale nello scambio summenzionato. Invece di discutere delle prove ben documentate dell'architettura sistematica della realtà, la conversazione si è subito spostata sulla “squadra” a cui appartenevo. I complessi schemi documentati in molteplici ambiti sono stati ridotti a semplici alleanze politiche, rendendo impossibile un dialogo produttivo.

Queste trappole dialettiche non limitano solo il nostro pensiero, ma frammentano attivamente le nostre comunità. Nel momento in cui etichettiamo qualcuno in base a una singola opinione, smettiamo di vederlo come un individuo complesso, con sfumature, contraddizioni e una ricca vita interiore. Invece lo appiattiamo in caricature, riducendo l'intera trama della sua umanità a una singola posizione o convinzione. Questa scorciatoia mentale può essere cognitivamente efficiente, ma devasta la nostra capacità di connessione e comprensione.

Queste caricature eliminano ogni sfumatura e umanità, riducendo individui complessi a prevedibili avatar di appartenenza tribale. La realtà è che la maggior parte delle persone non rientra perfettamente in questi schemi: contengono moltitudini, contraddizioni e prospettive uniche plasmate dalle loro particolari esperienze di vita. Ciononostante l'architettura dell'information design prospera su queste riduzioni, abituandoci a categorizzare e scartare automaticamente anziché impegnarci e comprendere.

È come se fossimo stati addestrati a considerare le questioni politiche e sociali come sport di squadra – Yankees contro Red Sox – dove la fedeltà alla propria squadra richiede di odiare l'altra parte e di non essere d'accordo con essa su ogni questione, piuttosto che vederle come ricerche collaborative di comprensione. Ma le nostre comunità non possono funzionare quando ogni questione diventa una gara con vincitori e vinti, anziché un'esplorazione condivisa.

Ciò che è più distruttivo in queste trappole dialettiche è il modo in cui ci impediscono di trovare un terreno comune. Quando ci allontaniamo dai binari precostituiti, spesso scopriamo che persone di diverse posizioni politiche condividono preoccupazioni fondamentali – sull'influenza delle aziende, elezioni eque, comunità sane e istituzioni responsabili – preoccupazioni che, se ignorate, aprono la strada all'ingegneria sociale.

Mi rifiuto di odiare i miei amici e vicini perché potrebbero vedere il mondo in modo diverso da me. Alcune delle persone che rispetto di più hanno opinioni radicalmente diverse dalle mie su questioni importanti. Molti mi hanno mostrato dove sbagliavo, permettendomi di crescere, e spero di aver fatto lo stesso per loro. Ciò che rende preziose queste relazioni non è l'accordo, ma la volontà di impegnarsi al di là di etichette e stereotipi, di vedersi come individui complessi piuttosto che come avatar di posizioni ideologiche. Queste relazioni mi hanno insegnato più di qualsiasi camera d'eco.

Affinché si verifichi un dialogo significativo abbiamo bisogno di una comprensione condivisa della realtà: non conclusioni identiche, ma almeno un accordo su cosa costituisca prova, come valutarla e la possibilità che uno dei due possa sbagliarsi. Quando questo terreno comune si erode, finiamo per parlare senza capirci, vivendo ciascuno in realtà separate senza alcun ponte per connetterci.


L'illusione della scelta

Il panorama mediatico si è trasformato da fornitore di informazioni a gestore della percezione: un'operazione sofisticata che asseconda i nostri gusti di parte, assicurandoci al contempo di rimanere divisi e distratti. È un capolavoro di ingegneria sociale: creare narrazioni apparentemente opposte, ciascuna attentamente calibrata per attrarre diversi segmenti demografici, garantendo al contempo che tutte le strade portino alla stessa destinazione, ovvero una popolazione frammentata da un disprezzo artificiale.

Ciò che rende questa operazione così efficace è il modo in cui imita la scelta eliminandola. Proprio come il cibo processato è disponibile in innumerevoli varietà, ma contiene tutti gli stessi ingredienti infiammatori, la nostra dieta mediatica offre un'apparente diversità, producendo costantemente gli stessi effetti tossici: indignazione, certezza e identificazione tribale. Ogni canale offre al suo pubblico esattamente ciò di cui ha bisogno: la conferma di convinzioni preesistenti, cattivi da disprezzare e la confortante illusione di superiorità morale e intellettuale.

Siamo tutti finiti in un grosso esperimento in stile Tavistock Institute.

Questa illusione di scelta artificiale si estende ben oltre il panorama mediatico. Lo stesso schema si riscontra nei nostri beni di consumo, nelle nostre opzioni politiche e persino nelle nostre identità culturali. L'infografica seguente illustra questo schema in diversi settori:

Nel 1983 il 90% dei media americani era di proprietà di 50 aziende. Nel 2011 lo stesso 90% era controllato da sole 6 aziende. Oggi il consolidamento è ancora più estremo. Ciononostante ci troviamo di fronte a punti di vista diversi e narrazioni contrastanti.

Analogamente, nel settore dei beni di consumo solo 12 aziende possiedono oltre 550 marchi che riempiono i nostri negozi. Le confezioni colorate e il branding distintivo creano un'illusione di scelta e competizione, mentre i profitti confluiscono nello stesso piccolo gruppo di entità aziendali.

Questi non sono fenomeni separati, sono due espressioni dello stesso schema. Che si tratti delle notizie che consumiamo o dei prodotti che acquistiamo, ci viene presentata la confortante illusione di scelta mentre veniamo sballottati attraverso sistemi rigidamente controllati.

La genialità di questo sistema non sta nel promuovere un punto di vista particolare, ma nel garantire che, qualunque sia la nostra opinione, la sosteniamo con incrollabile certezza e disprezzo per chi non la condivide. Che voi ascoltiate MSNBC o Fox News, il New York Times o il Daily Wire, ricevete la stessa programmazione di base: la certezza di avere ragione, che gli altri abbiano torto e che il divario tra questi ultimi e voi sia incolmabile.

Ciò che viene sistematicamente eliminato da questo ecosistema è esattamente ciò di cui abbiamo più bisogno: sfumature, incertezza, umiltà intellettuale e il riconoscimento di schemi che trascendono le divisioni politiche. Le informazioni reali che potrebbero rivelare l'architettura del potere dietro queste divisioni artificiali vengono sepolte sotto valanghe di indignazione partigiana, o liquidate come teorie del complotto.


Risveglio dalla trance

Ciò che rende questi meccanismi così efficaci è che operano attraverso la nostra psicologia. Come ho esplorato nel pezzo, La prigione delle certezze, le nostre menti sono straordinariamente resistenti alle informazioni che mettono in discussione le nostre convinzioni fondamentali. Quando vengono presentate prove di manipolazione, molti reagiscono non con curiosità, ma con un'immediata difesa degli stessi sistemi che li hanno ingannati.

L'aspetto più sorprendente di questi scambi non è il disaccordo in sé, ma l'immediato ripiegamento sul pensiero binario: il presupposto che mettere in discussione una narrazione significhi approvare in blocco quella opposta. Questa scorciatoia mentale trasforma il riconoscimento di schemi sfumati in una guerra tribale.

In questo specifico scambio, l'ipotesi del commentatore summenzionato sorprenderebbe chiunque abbia familiarità con il mio impegno nei confronti dei valori fondamentali della libera ricerca, del dibattito aperto e della messa in discussione dell'autorità. Ma questa categorizzazione è esattamente il modo in cui il riconoscimento di schemi sfumati si appiattisce in una guerra tribale.

Ciò che sto documentando trascende i confini politici tradizionali; i sistemi di gestione della percezione operano indipendentemente da quale partito detenga il potere; i meccanismi rimangono coerenti, solo le narrazioni specifiche cambiano per adattarsi al momento.

Rifiutare la certezza che ci viene offerta potrebbe essere l'atto più sovversivo in questo panorama attentamente progettato. Scegliere di abitare lo spazio scomodo del mettere in discussione piuttosto che del conoscere; riconoscere che la saggezza non inizia con la convinzione, ma con la volontà di riconoscere quanto poco comprendiamo veramente. Quando l'intero ecosistema informativo è progettato per produrre certezza, abbracciare l'incertezza diventa un atto radicale di resistenza.

Questa è il tema centrale del riconoscimento di schemi nel nostro tempo: gli stessi strumenti di cui abbiamo bisogno per discernere la realtà – precisione, prove, fatti – possono essere usati come armi contro la nostra comprensione se utilizzati senza contesto. L'accuratezza tecnica diventa uno scudo contro la percezione di schemi. Più ci fissiamo su punti dati isolati, meno siamo capaci di riconoscere i sistemi che essi comprendono. Ciononostante senza punti dati accurati, il riconoscimento di schemi degenera in paranoia e cospirazione.

Affrontare questa sfida richiede un difficile equilibrio: mantenere l'impegno per l'accuratezza dei fatti e, al contempo, sviluppare la capacità di fare un passo indietro e vedere come questi fatti si inseriscono in sistemi più ampi. Abbiamo bisogno sia del microscopio che del telescopio, dell'attenzione ai dettagli del botanico e della comprensione delle relazioni dell'ecologo. Ognuna di queste due possibilità ci rende vulnerabili: o a perdere di vista la foresta per gli alberi, o a vedere schemi che non esistono.

Questo non significa abbandonare la ricerca della verità, anzi. Significa perseguirla con l'umiltà di riconoscere che la verità si trova raramente nelle narrazioni preconfezionate che ci vengono vendute, ma negli schemi che emergono quando facciamo un passo indietro e osserviamo il sistema nel suo complesso. Significa essere disposti a seguire le prove ovunque ci portino, anche quando contraddicono le nostre convinzioni più care o le nostre appartenenze politiche.

Non ho alcun interesse ad arrabbiarmi con le persone su Internet. Durante il COVID mi sono sentito in dovere di aggiungere la mia voce al dibattito perché la posta in gioco era troppo alta affinché rimanessi in silenzio, ma anche allora ho cercato di rimanere rispettoso e basato sui fatti. Quando mi confronto con le idee, credo nell'attaccare queste e non le persone. L'obiettivo non è “vincere” le discussioni, ma scoprire collettivamente ciò che è reale in un mondo sempre più progettato per oscurarlo.

Ho corretto l'errore nell'articolo originale: la verità conta a ogni livello, dai singoli dati ai modelli che rivelano. Ma invito anche tutti noi a fare un passo indietro e a osservare l'architettura più ampia, perché è lì che risiede la vera storia.

Forse il modello più profondo da riconoscere è il modo in cui questi sistemi di divisione operano attraverso di noi, non solo su di noi. Nel momento in cui disumanizziamo qualcuno per le sue convinzioni – di sinistra o di destra, convenzionali o eterodossi, istituzionali o dissidenti – diventiamo amplificatori inconsapevoli dello stesso sistema che pensiamo di combattere. La vera battaglia non è tra schieramenti ideologici, ma tra coloro che vorrebbero dividerci per il potere e coloro che cercano di comprendere la realtà al di là delle dicotomie precostituite.

Non dobbiamo essere d'accordo su tutto, o addirittura sulla maggior parte delle cose, per riconoscere la nostra comune umanità e la comune manipolazione che tutti subiamo. L'atto di resistenza più potente non è odiare i nemici “giusti”, o sostenere le cause “giuste”; è rifiutarsi di partecipare a un sistema progettato per trasformare i vicini in astrazioni e le differenze in divisioni.

Questo viaggio di riconoscimento di schemi non è un'impresa solitaria: è qualcosa che intraprendiamo insieme, dove ogni prospettiva aggiunge una dimensione alla nostra comprensione condivisa. E quando lo affrontiamo con umiltà anziché con certezza, con curiosità anziché con disprezzo, non scopriamo solo la verità, ma ricostruiamo le connessioni umane che questi sistemi sono stati progettati per recidere.

E se la vera vittoria non fosse dimostrare chi ha ragione, ma riscoprire come pensare insieme?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Con l'aumento dei costi energetici, il mining di Bitcoin domestico riscalderà l'Europa

Freedonia - Gio, 12/03/2026 - 11:08

Per molti investitori la recente correzione di prezzo di Bitcoin è motivo di preoccupazione, tuttavia questo vale solo se si considera Bitcoin in valute canoniche, euro o dollari. Per i cittadini di tutto il mondo, da Cuba all'Iran, che soffrono per l'elevata inflazione e la demolizione monetaria creata dai loro governi, Bitcoin è certamente un rifugio sicuro. Esso e l'oro stanno dimostrando che il potere d'acquisto sta diminuendo in un modo che le misure ufficiali dell'inflazione mirano a nascondere. L'offerta di moneta globale sta aumentando più rapidamente del PIL nominale e i governi dipendono da deficit e repressione finanziaria. Bitcoin è un adolescente che sta lentamente diventando un asset digitale adulto, decentralizzato e non confiscabile. Rende più difficile per stati e banche centrali rubare ricchezza attraverso l'inflazione. Questo non significa che prenderà il posto del dollaro come valuta di riserva o diventerà immediatamente un'alternativa alle valute fiat nel mondo. Ciononostante è diventato un freno alle politiche fiscali predatorie e un esempio visibile dei risultati del disordine monetario, poiché è al di fuori del controllo della politica e delle burocrazie. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a sostanziali prelievi da molti ETF spot su Bitcoin negli Stati Uniti, alimentati da investimenti con leva finanziaria eccessiva. Gli investitori non dovrebbero confondere i fattori positivi di un ETF con una promessa di stabilità o aumenti di prezzo garantiti; ripulire le posizioni a leva è positivo nel lungo periodo, ma può creare volatilità a breve termine. Per gli investitori a breve termine aggiungere un'eccessiva volatilità alla leva finanziaria è una ricetta per il disastro: un calo del 10% in un giorno può spazzare via il 30% del capitale, e un calo significativo dei prezzi, unito a sostanziali richieste di margine, può affossare una posizione anche se il trend a lungo termine è positivo. Richieste di margine, liquidazioni forzate e sistemi di gestione del rischio automatizzati sono sintomi di un eccesso di investimenti a leva, ma anche un'opportunità per ripulire la base di acquirenti. Se si utilizza Bitcoin come copertura contro la distruzione di denaro anziché come asset speculativo, è meglio evitare i prodotti a leva. In un mondo in cui i bilanci delle banche centrali si stanno ampliando, il debito pubblico aumenta e la minaccia delle valute digitali delle banche centrali, potenzialmente utilizzabili per il monitoraggio e il controllo, è in crescita, detenere una certa quantità di asset decentralizzati e non confiscabili ha senso, non è una moda passeggera. La cosa più importante è pensare a Bitcoin a l'ennesimo modo con cui proteggersi finanziariamente, insieme alle azioni di aziende reali, agli asset reali e ai metalli preziosi.

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di Joakim Book

(Versione audio dell traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/con-laumento-dei-costi-energetici)

Maximilian Obwexer aveva un problema.

Riscaldava la sua casa in Austria con il gasolio da riscaldamento, un sistema costoso. Appassionato di ingegneria per natura, ed ex-ingegnere con esperienza in centrali idroelettriche, stava cercando un modo migliore per riscaldare la sua casa.

Dopo molti cicli di sperimentazione e dopo aver esplorato la proverbiale tana del bianconiglio del mining Bitcoin, tre anni fa ha fondato un'azienda dedicata a questo progetto. La sua azienda, 21energy, produce macchine per il mining ben bilanciate, robuste e incredibilmente belle (e incredibilmente silenziose!) per uso domestico. I primi modelli di Ofen 1 vantavano fino a 10 TH/s, mentre il modello premium poteva raggiungere, alla massima velocità e con un rumore notevole, i 40 TH/s. Dopo aver aumentato la produzione, assunto 12 nuovi dipendenti solo quest'anno e lanciato il nuovo Ofen 2 (35-42 TH/s), il riscaldatore Bitcoin ha lo stile di un radiatore convenzionale, alimentato però da Bitcoin. E sì, potete minare con questo riscaldatore Bitcoin... oppure unirvi a una pool che ritenete più adatta.

“I riscaldatori Bitcoin sono un bilanciamento decentralizzato della rete elettrica, a casa!” ha proclamato sul palco di Helsinki, davanti a centinaia di volti curiosi tra il pubblico della conferenza nordica su Bitcoin. Fortunatamente ha dedicato gran parte della sua presentazione non a vendere i suoi eccellenti prodotti, o a spiegare la sua storia in Bitcoin, ma ai numerosi problemi che affliggono la rete elettrica europea.

Gli europei sono in debito con gli stranieri per l'importazione di energia. Gli attuali produttori di elettricità – carbone, gas e idroelettrico – sono sempre più spesso costretti a interrompere la fornitura alla rete, a favore delle sempre più diffuse turbine eoliche e pannelli solari. La generazione basata sui combustibili fossili produce emissioni di CO2 e particelle nell'ambiente circostante, ma le sue proposte sostitutive immettono nella rete una produzione di elettricità volatile e incontrollabile. Al picco di fornitura, persino i fornitori di energia rinnovabile vengono invitati dalla gestione della rete a ridurre la produzione; detto in modo semplice, non c'è nessuno che prenda l'elettricità in eccesso, nessun posto dove metterla.

Tutto ciò ovviamente è negativo in quanto viene sprecata energia elettrica che avrebbe potuto essere utilizzata, ma ancora peggio è che complica i calcoli di investimento per gli investitori in energie rinnovabili. Non a caso le famiglie in Europa pagano tariffe esorbitanti per l'elettricità... e, per giunta, il riscaldamento in generale è piuttosto costoso.

Mettendo insieme tutti questi aspetti, è come se il vecchio mondo stesse reclamando a gran voce il mining di Bitcoin. In piedi accanto al suo stand verde scintillante e a suoi termosifoni che mantenevano il padiglione dell'Expo di Helsinki davvero caldo, Obwexer ha affermato: “È una scelta ovvia, anche se non vi piace o non capite Bitcoin”.

Infatti gran parte della sua clientela è composta da “sostenitori del solare”, attivisti devoti contro il cambiamento climatico che vogliono fare qualcosa di concreto per defossilizzare il proprio consumo di energia. Sebbene non sia esattamente il primo gruppo a cui si pensa quando ci si immagina chi è interessato a Bitcoin, “l'aspetto economico ha senso”, dice Obwexer.

In una recente intervista con Knut Svanholm e Luke de Wolf, due dei co-organizzatori di BTCHel, Obwexer ha detto che “la Finlandia è davvero all'avanguardia nel riscaldamento e nel teleriscaldamento tramite bitcoin”:

L'Europa ha un disperato bisogno del mining di Bitcoin, data l'elevata volatilità delle reti elettriche [...] non dobbiamo temere troppo i politici, perché [...] è una storia già scritta, solo che non sanno ancora leggere quella scritta ed essa dice mining di Bitcoin ovunque.

Sul palco di Helsinki ha mostrato uno dei grafici più importanti dell'intero dibattito su economia ed energia, il quale sottolinea con precisione quanto l'energia sia cruciale per il benessere e la prosperità di una società. “Se si vuole una società pulita, ricca e sana, serve molta energia”.

Il prossimo obiettivo di Obwexer e del suo team di 21energy è contribuire alla riduzione flessibile del carico a livello di rete. Mettere i miner mobili su un camion e ridurre la pressione di produzione, ad esempio nelle centrali idroelettriche, è un caso d'uso perfetto per il mining di Bitcoin: invece di dover ridurre la produzione a causa di una rete sovraccarica, possono deviare l'elettricità derivante dal flusso d'acqua ai miner di Bitcoin, il che riduce anche i loro tempi di risposta da minuti a secondi.

Meet 21energy next week at #BTCHEL – the First Large-Scale Bitcoin Conference in the Nordics! ⚡

???? Join us at our booth and meet our team
???? Learn how we transform electricity into warmth & Bitcoin
???? Don’t miss talks from Harald, Maximilian & Lukas on Bitcoin mining,… pic.twitter.com/juBRMGWvWh

— 21energy (@21energy_com) August 7, 2025

In generale utilizzare miner di Bitcoin costruiti appositamente, o ricostruiti, per riscaldare la propria casa è il modo più ovvio per decentralizzare il mining, soprattutto perché i miner domestici sono molto meno vulnerabili all'economia spietata del mining di Bitcoin rispetto, ad esempio, alle grandi mining farm.

Mentre risolvono contemporaneamente diversi problemi energetici del mondo reale, Obwexer e il suo team di 21energy stanno facendo proprio questo: “Dal Tirolo al mondo”.

“Sono molto ottimista sul mining di Bitcoin in Europa”, ha concluso Obwexer.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Merz, la burocrazia dell'UE e l'illusione di riforma della Germania

Freedonia - Mer, 11/03/2026 - 11:01

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/merz-la-burocrazia-dellue-e-lillusione)

Nella sua dichiarazione di governo dello scorso 16 ottobre, il Cancelliere Friedrich Merz ha criticato l'eccessiva regolamentazione europea e ha citato il suo programma di riduzione della burocrazia in Germania. In realtà nuovi livelli di burocrazia vengono creati a livello nazionale e, ancora una volta, Merz si è impegnato in un gioco di squadra politico con la sua collega di partito Ursula von der Leyen.

Il Cancelliere Merz si sta dimostrando un maestro nel gioco dell'ombra e nelle tattiche diversive. Nel suo discorso sopraccitato ha usato la Commissione Europea come un sacco da boxe, esprimendo frustrazione per le crescenti critiche alla linea del suo governo.

Ha dichiarato esplicitamente, riferendosi al programma normativo di Ursula von der Leyen: “Basta con la frenesia normativa, procedure più rapide, mercati aperti, più innovazione, più concorrenza. Questi sono gli obiettivi che dobbiamo raggiungere. Non abbiamo bisogno di più regole; abbiamo bisogno di meno regole, regole migliori”.


L'UE come sacco da boxe

Ed eccolo di nuovo: la Commissione Europea come bersaglio per i fallimenti interni. Merz ha certamente ragione nella sostanza: Bruxelles è un colosso normativo, una matrice burocratica che soffoca i processi economici in tutta l'Unione Europea e soffoca ogni speranza di crescita e innovazione.

Eppure sarebbe superficiale attribuire la colpa del malessere economico della Germania esclusivamente a Ursula von der Leyen. La Germania, campionessa di burocrazia, ha costruito, attraverso l'adozione di grottesche normative UE e di propria iniziativa, un apparato amministrativo smisurato che costa all'economia circa €60 miliardi all'anno in costi diretti. Includendo i mancati profitti e altri costi di opportunità, l'istituto Ifo calcola la cifra sbalorditiva di €146 miliardi all'anno: una catastrofe.

Per questo motivo Merz ha annunciato un programma di riduzione della burocrazia: dovrebbe far risparmiare il 25% dei costi diretti, ovvero circa €16 miliardi all'anno, e ridurre l'8% del personale pubblico. In teoria...


Teoria contro realtà

Nella pratica il quadro è diverso. Uno dei primi atti del nuovo cancelliere è stata la creazione di un Ministero per gli Affari Digitali, un ulteriore livello di superflua burocrazia ministeriale. Allo stesso tempo il governo sta implementando il suo colossale pacchetto di misure per il debito: un fondo speciale da €500 miliardi da distribuire nei prossimi dieci anni.

Questi processi non sono solo costosi, ma richiedono anche un impiego di personale estremamente elevato. Gli interventi statali passati ne illustrano la traiettoria: il freno ai prezzi dell'energia – il famigerato programma “doppio colpo” del Cancelliere Olaf Scholz – ha consumato circa €200 miliardi e ha richiesto oltre 5.000 nuovi posti amministrativi. Il Fondo per il Clima e la Trasformazione, con un totale di €212 miliardi, ha creato circa 8.000 posti a tempo pieno tra ministeri, banche di sviluppo e istituzioni partner.

Da queste esperienze sappiamo che ogni nuovo miliardo di sussidi statali genera fino a 25 nuovi posti di lavoro burocratici. Con la crescente complessità questo numero, poi, aumenta ulteriormente. Di conseguenza la nuova iniziativa governativa sul debito creerà probabilmente tra i 12.000 e i 15.000 posti di lavoro aggiuntivi a tempo pieno nel settore pubblico. Tanti cari saluti alla prospettiva di ridurre la burocrazia.


Lo strato di teflon di Bruxelles

Naturalmente la critica del cancelliere all'eccessiva burocrazia di Bruxelles scivolerà via come su un rivestimento di Teflon. Bruxelles rimane ferma, difendendo il suo programma di regolamentazione eco-socialista e marciando verso un'ulteriore centralizzazione.

L'obiettivo esplicito: concentrare il potere politico nelle mani della Commissione Europea, a qualsiasi costo. L'UE si è intrappolata in un eco-socialismo centralizzato, perdendo la strada verso un'allocazione decentralizzata del potere e dei processi economici guidata dal mercato.

Negli ultimi anni la frenesia normativa di Bruxelles non ha fatto che intensificarsi, seguendo uno schema ben definito. Leggi come il Supply Chain Act esemplificano come la dilagante burocrazia europea permei ogni livello dell'attività economica con forza bruta e sicurezza di sé.

Solo un burocrate potrebbe concepire di costringere le aziende competitive a livello internazionale a documentare meticolosamente e ad allineare tutti i processi con oneri sociali e ambientali definiti politicamente, indipendentemente dalla concorrenza del mercato o dal loro limitato potere di determinazione dei prezzi.

La burocrazia ha assunto una vita propria, spinta dall'espansione del potere centralizzato. Bilanci più consistenti, più sussidi: un apparato di redistribuzione che si autoalimenta, privo di controllo politico e in continua crescita.


Ritmo incessante

Un esempio recente di regolamentazione europea grottesca e ideologicamente distorta riguarda, come prevedibile, la politica energetica. Bruxelles ha elaborato, con un misto di arroganza e distacco dalla realtà, norme che stanno spingendo il mercato europeo del gas verso un auto-blocco geopolitico.

Al centro: i nuovi limiti al metano e la Direttiva sulla Due Diligence e la Sostenibilità Aziendale (CSDDD), approvata a maggio 2024. Ciò che sulla carta sembra protezione del clima, nella pratica destabilizza la fonte energetica più vitale d'Europa. “La legge peggiore e più irresponsabile che abbia mai visto approvare al mondo”, ha dichiarato Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, all'Energy Intelligence Forum 2025 di Londra.

La norma sul metano imporrà a tutti i produttori, esportatori e importatori che forniscono gas all'Europa di dichiarare le emissioni annuali di metano, anche se i Paesi produttori sono al di fuori dell'UE. Entro il 2030 gli importatori dovranno dimostrare il rispetto di limiti di metano ancora indefiniti, pena pesanti sanzioni. Allo stesso tempo il CSDDD obbliga le aziende a redigere un report completo sulla sostenibilità, anche se la loro esposizione al mercato UE è indiretta.


Niente di nuovo sotto il sole dell'euro

Per gli Stati Uniti, attualmente il principale fornitore di GNL in Europa con una quota di importazioni del 56%, questa grottesca regolamentazione è l'ennesimo attacco nelle attuali tensioni commerciali con l'UE. Gli addetti ai lavori ammettono apertamente che le nuove regole sono praticamente impossibili da rispettare. L'UE potrebbe assistere a un netto calo delle importazioni di GNL quest'anno, in un momento in cui la sicurezza energetica, nel caos delle energie rinnovabili, è diventata una questione strategica di sopravvivenza.

In questo contesto dobbiamo concludere che le critiche del cancelliere all'UE e il suo programma di riduzione della burocrazia non sono altro che cortine fumogene mediatiche. In realtà Friedrich Merz condivide il principio della pianificazione centralizzata e del controllo statale dei processi economici. Merz è, in fondo, un sostenitore della linea di Bruxelles. La sua presunta lotta di potere con Ursula von der Leyen è una messinscena accuratamente coreografata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La prossima crisi dell'Europa: un crollo dell'approvvigionamento di gas naturale?

Freedonia - Mar, 10/03/2026 - 11:10

Recuperate l'articolo di ieri e quello di venerdì scorso, perché laddove altri brancolano nel buio, essi diradano la confusione imperante e rendono chiaro contro chi è stata mossa guerra dagli USA. La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi/francesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove. Ma l'amministrazione Trump non si è limitata a questo, perché dopo l'avvio del drenaggio dei metalli preziosi dalla LBMA adesso sta passando alla materia prima più finanziarizzata al mondo: il Brent. Il divario tra quest'ultimo e il WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna. E se davvero questo scontro fosse risultato in una sconfitta per Trump allora avremmo visto una storia diversa raccontata dai mercati dei capitali. Infatti non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani. E poi c'è l'UE, che oltre a vedersi strangolata dai costi energetici in aumento, viene strangolata anche dai costi finanziari: prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private equity. Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati. Dopo la sentenza della Corte Suprema americana sui dazi, è partita la controffensiva dell'amministrazione Trump e, nonostante il rischio elevato che comportava questa scelta, i risultati sono incoraggianti.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prossima-crisi-delleuropa-un-crollo)

L'Unione Europea ha avuto anni per prepararsi a una crisi energetica dopo lo shock del 2022. Grazie a un inverno mite e all'abbondante fornitura dagli Stati Uniti, la crisi europea del gas è stata significativamente meno grave del previsto. Il continente, quindi, ha evitato blackout e un collasso economico grazie alla combinazione di condizioni meteorologiche favorevoli e di un eccesso di capacità produttiva negli Stati Uniti.

Invece di riconoscere il fattore fortuna, l'Unione Europea ha continuato a non fare nulla di serio per la sicurezza dell'approvvigionamento, mentre alcuni Paesi hanno mantenuto la chiusura delle centrali nucleari, il che li ha resi vulnerabili a future carenze energetiche. Invece di elaborare un piano per eliminare i divieti sullo sviluppo delle risorse, le chiusure delle centrali nucleari e i limiti agli investimenti, l'Unione Europea ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia, aspettandosi che non accadesse nulla.

L'Europa sta camminando verso il precipizio di un'altra crisi energetica, la quale potrebbe essere peggiore di quella del 2022. La guerra in Medio Oriente, una nuova crisi diplomatica tra Spagna e Stati Uniti, il conflitto in corso contro l'Algeria e la dipendenza irrisolta dall'approvvigionamento di gas russo hanno contribuito a far salire alle stelle i prezzi del petrolio e del gas, rappresentando una minaccia per la già fragile economia europea.

L'escalation della guerra con l'Iran ha influito negativamente sulla maggior parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati di tracciamento delle navi, il traffico marittimo giornaliero attraverso lo Stretto è sceso da 138 a 20 unità. Kuwait e Qatar hanno dichiarato forza maggiore, il che significa che tutti i contratti esistenti possono essere rivisti in termini di quantità e prezzo, mentre Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno ridotto la produzione di greggio a causa delle minacce dell'Iran.

Il Brent ha già superato i $90, con un aumento del 21% in una sola settimana, il maggiore incremento settimanale degli ultimi cinque anni. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono saliti a $4 al gallone, ancora inferiori però alla media del periodo 2021-2023. Per l'Europa il quadro del gas naturale è ancora più allarmante.

Il benchmark olandese del gas naturale TTF è aumentato del 50% in una settimana, il salto più in alto sin dall'estate 2023. Il contratto TTF di aprile 2026 ha raggiunto i 58,42 dollari/MWh, in rialzo rispetto ai 37 dollari/MWh di appena una settimana prima. La volatilità implicita nei future TTF si è quadruplicata da gennaio.

Il Qatar, il secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), ha interrotto la produzione di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione al mondo e ha emesso avvisi di forza maggiore. Qatar ed Emirati Arabi Uniti forniscono oltre il 20% della fornitura globale di GNL e sono ora offline. Secondo Kpler un approccio realistico all'approvvigionamento alternativo da tutte le possibili fonti ammonta a meno di 2 milioni di tonnellate al mese, a fronte di una perdita mensile di 5,8 milioni di tonnellate.

L'Europa non era preparata a questa interruzione e ha fatto ben poco per garantire l'approvvigionamento a lungo termine. Ricorrere alla forza maggiore consente ai fornitori di gestire i contratti nel modo più efficiente, tenendo conto dei rischi, il che è fondamentale nell'attuale contesto di carenza di approvvigionamento e di necessità di flessibilità nella gestione dei contratti.

La Cina ha posto la sicurezza dell'approvvigionamento come priorità. Le navi adibite al trasporto di GNL originariamente dirette in Europa vengono dirottate verso l'Asia. Perché? Ciò è dovuto al fatto che i premi spot asiatici stanno ora superando i prezzi europei, indicando il segnale di arbitraggio più forte sin dal 2022, come riportato dalla Reuters. Tre navi che trasportavano GNL statunitense e nigeriano sono state dirottate verso l'Asia solo questa settimana. L'Europa sta subendo una perdita nella guerra globale delle offerte per le petroliere.

Allo stesso tempo l'esaurimento dei siti europei di stoccaggio del gas ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi anni. L'Europa necessita di un afflusso significativo di merci in primavera e in estate per rifornire gli stoccaggi anche dopo la fine della stagione del riscaldamento, il 31 marzo. La costruzione di nuovi depositi sarà più difficile e significativamente più costosa a causa della crescente concorrenza per il gas naturale liquefatto (GNL) e delle potenziali interruzioni nella catena di approvvigionamento, aggravate dalle tensioni geopolitiche.

Il deterioramento delle relazioni diplomatiche della Spagna con gli Stati Uniti aggiunge un'ulteriore dimensione pericolosa. Il cambio di politica estera del governo Sánchez, guidato da una retorica provocatoria, dall'allineamento con posizioni ostili agli interessi statunitensi e dalle tensioni sulla cooperazione in materia di difesa, ha isolato Madrid diplomaticamente proprio nel momento sbagliato.

I maggiori fornitori spagnoli di gas naturale liquefatto sono l'Algeria e gli Stati Uniti: il governo Sánchez ha creato incidenti diplomatici con entrambi i Paesi. I sei terminali di rigassificazione spagnoli sono essenziali per la logistica europea del GNL, ma solo se i carichi arrivano. In un mercato con forniture limitate in cui gli Stati Uniti sono il maggiore esportatore mondiale di GNL, una crisi diplomatica con Washington non è solo un problema politico; rappresenta un rischio per l'approvvigionamento energetico. I produttori e i commercianti di GNL statunitensi potrebbero decidere di dirottare i carichi, e i segnali politici contano, soprattutto se le tensioni aumentano e incidono sugli accordi commerciali o sulle rotte marittime.

Anche le scarse relazioni diplomatiche tra Spagna e Algeria sulla questione del Sahara Occidentale sono state una delle cause principali della riduzione dei volumi di gas algerino in Spagna.

Il rischio di un ulteriore taglio delle forniture di gas russo aumenta ulteriormente. Sebbene l'Europa abbia ridotto la dipendenza dal gasdotto russo dal 2022, dal 40% al 15%, continuano a esserci flussi significativi, principalmente attraverso TurkStream verso l'Europa meridionale e sudorientale. Gli acquisti europei di gas russo hanno raggiunto oltre 40 miliardi di metri cubi e un valore di €15 miliardi nel 2025. Nonostante l'annuncio di un'eliminazione graduale nel 2027, l'UE importa ancora ingenti volumi di GNL (gas naturale liquefatto) dalla Russia, destinati in particolare a Spagna, Francia e Belgio, rendendo la Russia il secondo fornitore nel terzo trimestre del 2025, con una quota del 12,7%.

La Spagna, quinto importatore, ha acquistato €114 milioni di GNL russo a gennaio. Le importazioni francesi di GNL dalla Russia hanno registrato un massiccio aumento del 57% su base mensile, mentre i volumi totali delle importazioni hanno registrato un aumento molto più modesto del 15%, secondo il CREA.

Un blocco totale delle forniture in Russia, sommato alle difficoltà in Medio Oriente e alla probabile riduzione dei volumi negli Stati Uniti, spingerebbe l'Europa in una crisi energetica senza precedenti, che comporterebbe persino il razionamento. La recessione industriale della Germania, già al terzo anno consecutivo, si aggraverebbe; Spagna, Italia e le economie dell'Europa centrale si troverebbero ad affrontare un'inflazione a due cifre dei costi energetici e un crollo verticale della produzione industriale e dei consumi interni.

Le valutazioni dell'AIE hanno ripetutamente messo in guardia contro la tensione sui mercati del gas in caso di interruzioni dell'approvvigionamento. Nessuno a Bruxelles ha ascoltato e adesso se ne pagano le conseguenze.

La classe politica europea ha trascorso tre anni a congratularsi con sé stessa per essere sopravvissuta alla crisi energetica del 2022. Tuttavia ha raggiunto questa sopravvivenza distruggendo la domanda, smantellando le industrie, limitando i consumi e pagando prezzi significativamente più alti. Le vulnerabilità del settore energetico europeo non sono mai state affrontate. Nel frattempo la produzione interna è diminuita, la capacità nucleare è stata ridotta e la dipendenza è aumentata, mentre la burocrazia ha reso ancora più difficile investire nella sicurezza energetica, portando a una situazione precaria in cui l'Europa è ora vulnerabile a shock esterni e interruzioni dell'approvvigionamento.

Ora, con il petrolio che si avvicina ai $90-100 al barile, i prezzi del gas che raddoppiano in una settimana, lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, il GNL del Qatar fuori servizio e alcuni Paesi impegnati in dispute diplomatiche con il loro più importante alleato fornitore di energia, l'Europa si trova ad affrontare le conseguenze della propria indifferenza.

La crisi energetica europea è una minaccia evidente. I leader europei devono ascoltare gli esperti del settore e rispondere con logica, non ideologicamente, riconoscendo il rischio di crisi. Purtroppo molti di loro vivono nella confortante illusione che qualcun altro risolverà il problema, mentre altri, come lo spagnolo Sanchez, preferiscono la crisi, aspettandosi che qualche elusivo vantaggio politico possa distogliere l'attenzione dagli scandali di corruzione che lo affliggono, il che in ultima analisi ostacola un'azione efficace e prolunga la risoluzione della crisi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Questa è la terza guerra civile inglese (Parte #1)

Freedonia - Lun, 09/03/2026 - 11:09

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di E. M. Burlingame

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/questa-e-la-terza-guerra-civile-inglese)

Oggi, mentre gli aerei da guerra americani colpiscono obiettivi in tutto l'Iran e i suoi alleati reagiscono contro Israele e gli stati del Golfo, i cicli di notizie mondiali si sono accesi con una narrazione familiare. Le esplosioni riecheggiano a Teheran, il fumo si alza sopra il complesso del leader supremo iraniano, i voli sono sospesi all'aeroporto internazionale di Dubai — il più trafficato al mondo. I commentatori sulla stampa ricorrono ai soliti copioni: escalation in Medio Oriente, un nuovo fronte nella guerra per procura tra Stati Uniti e Iran, l'ennesimo punto critico in un secolo caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze.

Il presidente Donald Trump descrive la campagna come “imponente e continua”, avvertendo che potrebbero esserci perdite di vite americane e invitando gli iraniani a “prendere il controllo del vostro governo”. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dichiara che l’obiettivo è rimuovere completamente dal potere il regime della Repubblica islamica. Il senatore Tim Kaine, in feroce opposizione, denuncia l'attacco come “pericoloso, inutile e idiota”. Il presidente finlandese, Alexander Stubb, osserva che gli Stati Uniti stanno ora operando “in gran parte al di fuori del diritto internazionale”.

Tutto questo spettacolo — i titoli dei giornali, il teatro politico, l'analisi mozzafiato — rappresenta una catastrofica interpretazione errata del nostro momento.

Gli attacchi contro l'Iran non riguardano principalmente Teheran, né il Medio Oriente, e nemmeno l'apparente competizione tra grandi potenze con Russia o Cina. Sono, invece, il teatro più recente e rivelatore di una guerra che infuria da 400 anni — una guerra tra i popoli anglofoni, ormai nella sua fase finale e decisiva.

Questo saggio sostiene che il conflitto contro l'Iran è un sintomo, non una causa. È un palcoscenico in cui le fazioni in guerra dell'élite anglo-americana combattono la propria battaglia interna, usando il suolo e le vite mediorientali come pedine di una lotta la cui vera posta in gioco risiede a Londra, Washington e in quel che resta di un impero globale. Per capire perché oggi le bombe cadono su Teheran, dobbiamo prima comprendere una storia più profonda: la guerra civile inglese durata 400 anni che sta entrando nella fase di crisi finale, con l'Iran come teatro più recente.


Parte prima: La grande diagnosi errata — Perché “l'Iran” è un sintomo, non la causa

Le spiegazioni superficiali degli attacchi odierni sono abbastanza semplici. Gli Stati Uniti e Israele citano le ambizioni nucleari dell'Iran, il suo sostegno alle milizie per procura in tutta la regione, le sue minacce alla navigazione nello Stretto di Hormuz e la sua decennale campagna di destabilizzazione regionale. Solo tre giorni prima degli attacchi, funzionari statunitensi e iraniani si erano incontrati a Ginevra per un terzo round di colloqui indiretti, mediati dall'Oman, considerati “cruciali per scongiurare il conflitto”. Quei colloqui hanno ovviamente fallito nel loro intento... oppure no? I colloqui sono stati un successo invece, solo le fazioni controllate dalla City di Londra all’interno dell’Iran e della regione hanno rifiutato di onorare i risultati concordati dei colloqui. Proprio il motivo per cui adesso i missili volano.

Queste sono cause prossime, non ultime. La domanda non è semplicemente “Perché gli Stati Uniti stanno attaccando l’Iran?” ma “Perché ora, in questa specifica configurazione, e a quale funzione serve questo conflitto interno tra le fazioni dell'élite anglo-americana?”

Teniamo a mente il momento particolare. Gli Stati Uniti hanno trascorso mesi a costruire quella che lo stesso Trump ha descritto come una “armata” nella regione — due portaerei, migliaia di soldati, aerei da combattimento e aerei da rifornimento — il più grande rafforzamento militare americano in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma allo stesso tempo Washington era impegnata in negoziati diretti e indiretti con Teheran. Questo non è il comportamento di un singolo stato-nazione con una politica estera coerente e unificata; è il comportamento di un impero con due capitali, due fazioni e due programmi concorrenti.

Tenete anche a mente la risposta delle potenze non occidentali. Il diplomatico russo, Mikhail Ulyanov, avverte che “la nuova aggressione di Israele e degli Stati Uniti contro l'Iran è irta di pericoli di significativo deterioramento”. La Cina mantiene un'attenta neutralità. Nessuna delle due potenze si sta affrettando a difendere militarmente l'Iran. Non si comportano come alleati di un obiettivo primario, si comportano come spettatori che capiscono che la vera lotta è altrove — osservatori di un dramma intra-inglese, forse addirittura fornendo informazioni a una delle capitali della civiltà inglese per accelerarne la risoluzione. Combattere all'interno della propria capitale e tra le due capitali: pensate a Roma e Costantinopoli nel III e IV secolo.

Questi sono i tratti distintivi di ciò che dobbiamo imparare a riconoscere: Guerra civile inglese 3.0. Le rivalità visibili della geopolitica non sono l'evento principale, sono la cortina fumogena dietro la quale una lotta durata 400 anni tra le élite di lingua inglese raggiunge la sua fase finale e culminante. L’inizio del prossimo ciclo che durerà altri 400 anni inizierà una volta conclusa l’attuale fase di crisi, nel prossimo decennio.


Parte seconda: Le doppie capitali dell'Impero — L'Iran come campo di battaglia delle reti “nascoste”

Per capire come un conflitto nel Golfo Persico sia diventato un teatro della guerra civile inglese, dobbiamo prima comprendere la peculiare struttura di potere emersa dopo la Seconda guerra mondiale. L'Impero britannico — il più grande della storia umana, che un tempo controllava un quarto del territorio e della popolazione mondiale — non si dissolse quando le sue colonie ottennero l'indipendenza. Si trasformò. Si è evoluto in un sistema a doppia capitale con Londra e Washington come centri gemelli di influenza, mantenendo una portata globale attraverso reti finanziarie (la City di Londra, Wall Street), alleanze di intelligence (i Five Eyes), influenza diplomatica e la proiezione permanente del potere militare.

Questa struttura post-imperiale ospita oggi il conflitto. Londra e Washington non sono semplicemente capitali di stati alleati; sono il quartier generale di due fazioni concorrenti all'interno della stessa civiltà anglofona. E i resti delle vecchie reti imperiali — quelle che conosciamo come “asset di riserva” nella finanza, nell'intelligence, nelle forze di sicurezza e nella politica— fungono da legamenti attraverso i quali viene combattuta questa lunga guerra.

L’Iran occupa una posizione particolarmente carica all’interno di questa rete. Non è esterno alla sfera di influenza del mondo anglofono; è profondamente intrecciato. La storia dell'Iran moderno È la storia della competizione e della cooperazione delle élite anglo-americane, risalente all'inizio del XX secolo e alla scoperta del petrolio.

Il peccato originale: 1953. L'operazione segreta che rovesciò il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh — nome in codice Operazione Ajax — non fu solo un progetto americano. Si trattava di un'impresa congiunta CIA-MI6, nata nelle viscere dell'ambasciata americana a Teheran, guidata dalla furia britannica per la nazionalizzazione da parte di Mossadegh della Anglo-Iranian Oil Company (l'antenato aziendale dell'odierna BP). I documenti declassificati della CIA ammettono che l'agenzia “ha avuto un ruolo” nelle manifestazioni che hanno inondato le strade di Teheran. L'MI6 è stato meno disponibile, ma “è ampiamente riconosciuto che erano coinvolti agenti britannici”.

L'offesa di Mossadegh non è stata la tirannia o la repressione, ma l'audacia di affermare la sovranità sulle risorse proprie dell'Iran — di insistere sul fatto che la ricchezza sepolta nei giacimenti petroliferi iraniani avrebbe dovuto avvantaggiare gli iraniani, non gli azionisti britannici. Come ha affermato uno storico, il colpo di stato fu “un ricatto mafioso” presentato allo Scià: stai con noi, o uno dei tuoi fratelli ti sostituirà. Arrivò lo Scià, Mossadegh cadde e il fragile esperimento democratico dell'Iran venne spento. Questa lotta risale a quasi mezzo secolo prima della firma dell'accordo Sykes-Picot, della formazione dell'APOC, del controllo di oltre il 51% del petrolio iraniano da parte della Gran Bretagna e successivamente dell'AIOC, e di tutto il resto fino ad oggi.

Le conseguenze di tutto ciò si sono propagate nel corso dei decenni. Il colpo di stato smantellò le istituzioni democratiche dell'Iran e insediò un monarca il cui governo era autoritario, corrotto e brutalmente repressivo — ma allineato agli interessi strategici ed economici occidentali. I motori industriali degli Stati Uniti e della Gran Bretagna dipendevano dall’accesso ininterrotto all’energia a basso costo e non sarebbe stata tollerata alcuna sfida a tale domanda. Da quel momento, come osserva un esperto, “la gente ha detto che se hai libertà e queste aperture, [ovvero un] sistema parlamentare, è facile per gli stranieri usare il sistema per rovesciare i governi”.  Il “vuoto di legittimità” lasciato dal colpo di stato sarebbe stato infine colmato dalla rivoluzione e dal governo clericale, o almeno questa è la tesi che va per la maggiore. L’Iran è sempre stato insediato, proprio come il Venezuela nell’emisfero occidentale, in quanto forza destabilizzante autofinanziata (petrolio e minerali) e posseduta/controllata dalla City di Londra.

La rivoluzione del 1979: da stato cliente a nemico numero uno. Quando lo Scià cadde e l’Ayatollah Khomeini ascese, l’Iran cessò di essere uno stato-cliente occidentale e divenne, da un giorno all’altro, un nemico. La sua offesa non era il suo programma nucleare — che, ironicamente, era iniziato sotto lo Scià con l'incoraggiamento americano e la cooperazione di “Atomi per la Pace”. La sua offesa era la sovranità stessa. La rivoluzione iraniana ha dimostrato che una nazione può liberarsi dall'orbita anglo-americana e sopravvivere. Questa era, agli occhi dell'Occidente, un'intollerabile “ingratitudine” nei confronti dell'egemonia americana... o almeno così racconta la storia.

Da quel momento in poi l'esistenza stessa dell'Iran divenne un problema da risolvere. Gli strumenti dell'Occidente sono stati implacabili: sostegno a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq (compresi intelligence, armi e copertura diplomatica nonostante l'uso di armi chimiche da parte dell'Iraq); sanzioni progettate per rendere la vita quotidiana insopportabile per la popolazione iraniana; sabotaggi e omicidi contro scienziati iraniani; attacchi al programma nucleare civile iraniano. Tutto ciò per creare uno stato paria, o l'illusione di uno, allo scopo di sostenere forze terroristiche e altre forze destabilizzanti in Medio Oriente. Tutto ciò per costringere gli stati produttori di petrolio a spendere l’ottanta per cento o più delle loro entrate petrolifere non per lo sviluppo economico e sociale, ma per la difesa e la repressione interna necessarie per proteggersi dal terrorismo e dall’insurrezione in tutta la regione finanziati dalla City di Londra.

Questo ci porta al momento presente. Le fazioni all'interno della politica estera, dell'intelligence e degli istituti finanziari degli Stati Uniti e del Regno Unito che hanno interessi divergenti in Iran non sono semplicemente lobby “pro-Israele” contro lobby “pro-distensione”. Sono i resti delle vecchie reti imperiali— diverse “mani” dello stesso organismo di lingua inglese, ora in lotta per il predominio. Gli attacchi di oggi sono una mossa in quel gioco interno: una fazione a Washington che usa l'azione militare per affermare il controllo, eliminare le risorse delle reti rivali nella regione, o forzare un riallineamento che serva i suoi interessi. Tutte sono mosse all'interno di questa terza guerra civile inglese. Una battaglia per il dominio tra Londra e Washington con i persiani e tutti i popoli del Medio Oriente come pedine in quella che alcuni anni fa è passata dall'essere una competizione tra grandi potenze a conflitto tra grandi potenze. Solo non tra Russia, Cina e Stati Uniti, ma tra Stati Uniti e Regno Unito.


Parte terza: Il ciclo del conflitto — Dai dibattiti di Putney al Golfo Persico

Se questa sembra un’affermazione stravagante — secondo cui un conflitto del 21° secolo in Medio Oriente è l’ultima iterazione di una secolare disputa inglese — dobbiamo tracciare la genealogia di questa lotta. I fili che collegano i dibattiti di Putney del 1647 al bombardamento di Teheran del 2026 non sono metaforici. Sono istituzionali, ideologici e profondamente codificati nel DNA del mondo anglofono, da quando noi inglesi siamo stati occupati da un colpo di stato incruento nel 1688.

Guerra civile inglese 1.0 (1642–1651): La Genesi. La prima guerra civile inglese non fu semplicemente una disputa dinastica tra Corona e Parlamento. Fu un dibattito sul luogo del potere, sulla natura della ricchezza legittima e sul rapporto tra governanti e governati. I parlamentari (Teste Rotonde) che combatterono i realisti (Cavalieri) non erano un blocco unificato; contenevano elementi radicali — i Livellatori, i Digger — i quali sostenevano la libertà, la libertà di parola, la libertà religiosa e il consenso dei governati. Ai dibattiti di Putney, il colonnello Thomas Rainborough dichiarò che “il più povero che ci sia in Inghilterra ha una vita da vivere migliore di chi è al di fuori della nazione”. Non si trattava solo di un fraintendimento costituzionale; si trattava di una rivolta protodemocratica contro il radicato potere delle élite.

Sebbene la monarchia fosse stata restaurata nel 1660, queste idee non morirono. Attraversarono l'Atlantico con i coloni puritani legati alla causa parlamentare, plasmando un'identità americana intrinsecamente diffidente nei confronti del governo assoluto e dell'autorità concentrata. Di nuovo, come ci racconta la storia. Sotto tutto questo c'era il riconoscimento che la prima guerra civile inglese era stata finanziata e sostenuta dalle potenze dell'Europa continentale che, dopo la morte di Cromwell, avevano preso il pieno controllo della Corona inglese e poi di tutti i popoli di lingua inglese. Una realtà che avrebbe dato inizio alla seconda guerra civile inglese.

Guerra civile inglese 2.0 (1775–1783): la rivoluzione americana. La Rivoluzione americana è tradizionalmente insegnata  a scuola come una ribellione coloniale contro l'eccesso di potere imperiale —una lotta basata sullo slogan “no tassazione senza rappresentanza”. Ma questa spiegazione è carente. I coloni che guidarono la ribellione non erano i diseredati; erano l'élite coloniale — nobiltà terriera, industriali emergenti, mercanti le cui ambizioni commerciali erano limitate dal sistema mercantilista di Londra. Per non parlare della nobiltà in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles, la quale possedeva vasti appezzamenti di terra e tenute, ed era fortemente contraria alla Corona conquistata e sosteneva i coloni e i loro sforzi per l'indipendenza.

Il loro litigio non riguardava la civiltà inglese o le istituzioni inglesi, ma la specifica configurazione di potere emersa dalla gloriosa rivoluzione del 1688 — una rivoluzione che, come approfondiremo nel prossimo saggio, aveva di fatto conquistato la Corona inglese a nome di interessi finanziari continentali. L'enfasi posta dalla Dichiarazione d'Indipendenza sui governi che traggono i loro giusti poteri dal consenso dei governati fa eco alle tesi di Rainborough a Putney. La Rivoluzione fu, nella formulazione di Kevin Phillips nel libro The Cousins' War, un'estensione transatlantica dello stesso dibattito: radicali, puritani e imprenditori contro conservatori, anglicani dell'Alta Chiesa, aristocratici terrieri che rubano i beni comuni e, soprattutto, contro una Corona tenuta in ostaggio.

Guerra civile inglese 2.5 (1861–1865): la guerra civile americana. Questo schema persistette anche durante la guerra civile americana, quando le divisioni sulla schiavitù e sui diritti degli stati riflettevano tensioni irrisolte derivanti da conflitti precedenti. Il Nord industriale e il Sud agrario rappresentavano non solo economie diverse, ma diverse visioni di sovranità, lavoro e rapporto tra autorità centrale e potere locale — tutti echi dei dibattiti inglesi del XVII secolo. E ogni dibattito inglese risale alla fondazione dell'Inghilterra più di mille anni fa. La vittoria dell'Unione consolidò il polo americano del potere anglofono e risolse (anche se in modo imperfetto) alcune contraddizioni interne della repubblica, lasciandone altre a inasprirsi.

Il filo conduttore dell'Iran. Ognuna di queste fasi ha creato vincitori e vinti, esuli e reti rimaste nascoste. Alcune di queste reti, nel corso dei secoli, hanno trovato posto nelle istituzioni — agenzie di intelligence, compagnie petrolifere, banche, studi legali, università — che in seguito avrebbero gestito i rapporti dell'Occidente con il Medio Oriente. Gli uomini che pianificarono l'Operazione Ajax nel 1953 erano gli eredi istituzionali dei parlamentari che avevano combattuto per il potere commerciale e finanziario contro l'aristocrazia terriera. Le fazioni che oggi dibattono sulla politica iraniana a Washington sono gli eredi di questi antichi scismi, la cui inimicizia è codificata in un DNA istituzionale che precede di secoli la Repubblica islamica. Anche se nemmeno la formazione dell'Inghilterra è antecedente ai persiani, una cosa che deve essere ricordata e riconosciuta.

Ecco perché il conflitto con l'Iran appare così intrattabile e così resistente alla soluzione diplomatica. Non si tratta semplicemente di una disputa tra nazioni; è una guerra per procura tra due ali della stessa famiglia imperiale, ciascuna delle quali usa Teheran come pezzo degli scacchi in una partita la cui mossa finale in questi 400 anni di guerra civile inglese sarà fatta a Londra o Washington. Nella nostra vita.


Parte quarta: L'ultimo secolo — L'Iran come crogiolo della crisi

La teoria generazionale di Strauss-Howe, articolata per la prima volta nel libro Generations (1991) e ampliato in The Fourth Turning (1997), fornisce un quadro per comprendere perché questo momento —dagli anni 2020 agli anni 2030 — rappresenta la fase di crisi finale di un ciclo di 400 anni. La teoria descrive uno schema ricorrente nella storia anglo-americana: ogni “saeculum” (circa 80-100 anni, la durata di una vita umana circa) contiene quattro “svolte” — Salita, Risveglio, Disfacimento e Crisi.

Durante la svolta della crisi, la società si trova ad affrontare una minaccia esistenziale che galvanizza l’azione collettiva e alla fine distrugge un vecchio ordine creandone uno nuovo. La Rivoluzione americana, la Guerra civile e la Grande depressione/Seconda guerra mondiale furono precedenti svolte della crisi. Secondo questa teoria ci troviamo ora nella transizione dal Disfacimento alla Crisi, con una risoluzione decisiva prevista intorno al 2033. Tuttavia, man mano che le cose si evolvono, sembra sempre più che questa tendenza verrà posticipata alla fine del prossimo decennio.

Ciò che la teoria non enfatizza — ma che il nostro quadro rende esplicito — è che quando una crisi proviene dalla civiltà stessa, piuttosto che da un nemico esterno, assume la forma di una guerra civile. Come osserva un analista, quando due fazioni polarizzate nella fase di Disfacimento decidono che “loro e solo loro sono la via da seguire”, il risultato è “una guerra dall'interno”. La fazione che faceva parte del consenso durante la precedente Salita — “fermamente contraria ai tumulti del Risveglio e del Disfacimento, determinata a mantenere il proprio potere e i propri privilegi, e a rafforzare sempre di più la propria posizione nel tempo” — si ritrova ora intrappolata in una lotta per la sopravvivenza con il suo rivale interno.

Questa è esattamente la dinamica che si sta verificando nel conflitto contro l'Iran e altrove, compresa l'Ucraina. Gli attacchi di oggi non sono un incidente isolato, ma una svolta importante nella battaglia finale. La fazione che lancia questi attacchi non cerca semplicemente di contenere gli elementi controllati dalle fazioni rivali all’interno dell’Iran e della regione, ma di utilizzare questo conflitto esterno per consolidare il potere, screditare le reti interne rivali ed “epurare” i beni infiltrati in preparazione alla risoluzione finale.

Prendiamo in considerazione le reazioni all'interno dell'élite politica americana. I leader del Congresso della “Banda degli Otto” sono stati informati prima degli attacchi, ma “non hanno ricevuto un resoconto completo della giustificazione legale”. La furiosa denuncia del senatore Kaine — “pericolosa, inutile e idiota” — e la sua richiesta di un voto immediato sulla risoluzione dei poteri di guerra rivelano un profondo scisma. Questo non è il fronte unito di una nazione che si trova ad affrontare un nemico esterno; è la risposta frammentata di un sistema politico in guerra con sé stesso. Le fazioni di ciascun centro di potere imperiale dello stesso impero, con la capitale dell'altro, si contendono la supremazia.

Prendiamo in considerazione anche il ruolo di Mar-a-Lago. Trump ha supervisionato l'operazione dalla sua tenuta in Florida, utilizzando una stanza sicura per monitorare l'attacco — lo stesso luogo in cui ha autorizzato l'attacco a Soleimani nel 2020, gli attacchi in Siria nel 2017 e le operazioni più recenti contro gli Houthi e in Venezuela. Questo non è il Gabinetto di Guerra di una repubblica unificata; è il centro di comando di una fazione, la quale opera da un complesso privato, utilizzando il potere statale come strumento di volontà di fazione. Quando il vostro capitale è infiltrato e in gran parte posseduto e controllato dal capitale dei vostri concorrenti, è esattamente il modo in cui bisogna comportarsi in una guerra civile imperiale.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Il risultato binario che i teorici hanno previsto da tempo si presenta ora in forma concreta. La fazione che prevarrà in questa lotta — forgiata in conflitti come quello contro l'Iran — sarà quella che potrà liberare la civiltà inglese da quattro secoli di dominio da parte di un'élite finanziaria transnazionale? Oppure la vittoria dell'altra fazione significherà il consolidamento di quel dominio, portando a un decadimento irreversibile o addirittura alla distruzione totale?

In termini storici: Washington D. C. diventerà una nuova Costantinopoli — preservare il nucleo della civiltà inglese eliminando al contempo le influenze corruttrici, proprio come l'Impero romano d'Oriente conservò la civiltà classica per un altro millennio dopo la caduta di Roma? Oppure diventerà un nuova Roma — consumata dal marciume interno del dominio pretoriano, con le sue legioni che combattono infinite guerre all'estero per distrarsi da un nucleo svuotato finché non rimane altro che ripetuti saccheggi?

Il conflitto contro l'Iran è un microcosmo di questa scelta. Gli Stati Uniti agiscono lì come uno stato sovrano a rappresentare una civiltà produttiva con legittimi interessi di sicurezza? O come una Guardia pretoriana per un'élite finanziaria transnazionale il cui potere dipende da conflitti perpetui e dall'estrazione di ricchezza dall'economia produttiva?


Conclusione: vedere attraverso il fumo su Teheran

Il fumo che sale dagli attacchi contro l'Iran oscura tanto quanto rivela. Per l'osservatore occasionale si tratta semplicemente dell'ennesimo capitolo della lunga e tragica storia del conflitto in Medio Oriente. Per l'attento studioso dell'impero, si tratta di qualcosa di molto più significativo: un sintomo visibile di una guerra civile inglese durata 400 anni, la quale sta entrando nella sua fase finale e decisiva.

Questa riformulazione comporta profonde implicazioni. Se la mia analisi è corretta, allora rispondere all’Iran come avversario statale convenzionale è un errore di categoria. Il vero compito è capire quale fazione dell'élite anglo-americana sta usando questo conflitto come strumento e chiedersi se la vittoria di quella fazione serva alla salute a lungo termine della nostra civiltà inglese o al suo decadimento.

Le implicazioni politiche sono altrettanto profonde. Invece di intensificare le rivalità contro Russia e Cina — che, in questo quadro, non sono avversari primari ma spettatori interessati — l’attenzione dovrebbe spostarsi su un audit interno: identificare e smantellare le reti “rimaste nascoste” che perpetuano il controllo delle élite; ripristinare il controllo sovrano sulle istituzioni finanziarie, di intelligence e militari; costruire alleanze trasparenti basate sull’interesse reciproco piuttosto che sull’obbligo imperiale nei confronti di quella che è una capitale nemica all’interno del nostro impero anglofono.

Ma per comprendere le fazioni di questa guerra finale — per sapere quale “tipo” di élite c'è dietro gli attacchi di oggi e chi si oppone a essa — dobbiamo tornare al momento che le ha create. Dobbiamo tornare al 1688, a una rivoluzione “gloriosa” che fu, in verità, la prima presa ostile di uno stato anglofono da parte di un nuovo tipo di potenza: la Finanza. 

Questo è l'evento di genesi che esploreremo nel prossimo saggio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Bibliografia

• Phillips, Kevin. The Cousins’ Wars: Religion, Politics, and the Triumph of Anglo-America. New York: Basic Books, 1999.

• Strauss, William, and Neil Howe. The Fourth Turning: An American Prophecy. New York: Broadway Books, 1997.

• Howe, Neil. The Fourth Turning Is Here: What the Seasons of History Tell Us About How and When This Crisis Will End. Oakland: LifeCourse Books, 2023.

• Turchin, Peter. Historical Dynamics: Why States Rise and Fall. Princeton: Princeton University Press, 2003.

• Ferguson, Niall. Empire: The Rise and Demise of the British World Order and the Lessons for Global Power. New York: Basic Books, 2003.

• Fisk, Harvey Edward. English Public Finance, From The Revolution Of 1688: With Chapters On The Bank Of England. New York: Bankers Trust Company, 1920.

• Hamilton, Val. Pirates, Punters, and Politicians: How the Bank of England Was Founded. London: Chronos Books, 2025

• Quigley, Carroll. The Anglo-American Establishment: From Rhodes to Cliveden. New York: Books in Focus, 1981.

• Quigley, Carroll. Tragedy and Hope: A History of the World in Our Time. New York: Macmillan, 1966.

• CIA National Intelligence Estimate. “Factors Involved in the Overthrow of Mossadeq.” Declassified document, 1954.

• Abrahamian, Ervand. “The Coup: 1953, the CIA, and the Roots of Modern U.S.-Iranian Relations.” New York: The New Press, 2013.

• Putney Debates (1647). The Clarke Papers. Edited by C.H. Firth. London: Camden Society, 1891.

• Declaration of Independence (1776). The Papers of Thomas Jefferson. Edited by Julian P. Boyd. Princeton: Princeton University Press, 1950.


Counting The Costs: Another War Is Not What America Needed

Lew Rockwell Institute - Ven, 06/03/2026 - 18:44

It’s not hyperbole to say that America is broken; badly broken. The hope that Donald Trump would put America on the right path has also been broken. Yet another Middle East war is the very last thing that our nation needed. With each passing moment, the costs are mounting. How much can the American people, who are already strained economically, endure?

The post Counting The Costs: Another War Is Not What America Needed appeared first on LewRockwell.

Celata dagli inglesi, è tempo di riconquistare la via verso la prosperità

Freedonia - Ven, 06/03/2026 - 11:00

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/celata-dagli-inglesi-e-tempo-di-riconquistare)

Fu Churchill a nascondere questa via. Dapprima alla fine della Prima guerra mondiale quando, in veste di Cancelliere dello Scacchiere, riportò l'Inghilterra a un gold standard ai tassi pre-bellici. Lo shock risultate ebbe come esito il rafforzamento del dollaro, il cui effetto furono i famosi Ruggenti Anni Venti, mentre in Inghilterra ci fu una deflazione cavalcante. Le parti si invertirono quando i flussi andarono nella direzione opposta, costringendo la FED a svalutare il dollaro da $20 l'oncia a $35 l'oncia e la conseguenza fu la Grande Depressione (oltre a una deflazione dei prezzi come quella vissuta in precedenza dagli inglesi nel decennio precedente). Alla fine della Seconda guerra mondiale Roosevelt disse a Churchill: “Non abbiamo combattuto questa guerra per ripristinare l'Impero inglese”. Due settimane dopo aver proferito queste parole alla Conferenza di Yalta, Roosevelt muore... circostanza “curiosa”, così come il fatto che lo stesso Churchill non andò al funerale. La faccenda diventa ancor più “curiosa” se si aggiunge il fatto che Truman molto probabilmente perse contro Dewey.

Truman seguì il copione inglese del post-Prima guerra mondiale e, con Bretton Woods, torna al gold standard ma ai tassi pre-bellici. I “peccati” monetari delle precedenti guerre vennero di nuovo spazzati sotto il tappeto. Questo fece schizzare in alto il prezzo del dollaro e spinse le altre economie a cercare un'alterativa attraverso l'oro, il quale crebbe di prezzo fino al fallimento del London Gold Pool che decretò la fine formale di Bretton Woods. Come disse Rothbard all'epoca c'erano praticamente 3 sistemi monetari, fino a quando non arrivò la decisione di Nixon. Sotto questo punto di vista egli fermò la rapina delle casse pubbliche americane, un atto difensivo dato che dal 1950 al 1971 gli USA subirono un'emorragia di oro tra le 12.000 e le 13.000 tonnellate a vantaggio delle controparti europee. Ancora una volta, flussi e riflussi di capitale sulla scia di un prezzo dell'oro sbagliato. Il boom del secondo dopoguerra venne pagato dal bacino della ricchezza reale americano, in tutto il mondo.

Rileggere la storia e le decisioni sballate prese dalle amministrazioni americane attraverso le lenti “oligarchi americani” e “oligarchi inglesi” che si accordano per permettere all'impero di perseverare lungo la iterazione successiva permette di avere una comprensione superiore degli eventi che si sono succeduti. Soprattutto nei dieci anni successivi al 1971, quando prese il sopravvento il sistema del dollaro offshore. Infatti non è mai esistito un sistema monetario col dollaro come riserva, bensì uno con l'eurodollaro come riserva: il LIBOR, dopo gli Accordi del Plaza, avrebbe impostato il costo del flusso degli asset finanziari (compresi quelli americani) in tutto il mondo. La Federal Reserve non era affatto in controllo della politica monetaria della nazione, come minimo sin dal 1950. Il cosiddetto LIBOR standard termina nel 2008 con la Grande crisi finanziaria, lasciando spazio alla Coordinated central banks policy che sarebbe durata fino al 2021. L'introduzione del SOFR avrebbe rappresentato lo strappo tra i personaggi americani seduti nella Tavola Alta rispetto alle loro controparti inglesi e francesi. Ecco perché negli Epstein file possiamo leggere di come Bannon fosse stato reclutato sostanzialmente dagli inglesi per fare propaganda contraria a Powell.

Da questo ne consegue che l'identificazione dei guerrafondai di oggi non coincide coi guerrafondai di ieri. Una volta che si identifica con precisione il nemico, non si combatte più contro delle ombre bensì l'obiettivo è visibile e attaccabile laddove fa più male. La cosiddetta Pax Americana, in questo contesto, altro non era che l'uso della forza militare americana per permettere al mai scomparso impero inglese di riciclarsi in sordina nelle trame della storia moderna.

Se si pensa che nel post-Seconda guerra mondiale le mappe vennero ridisegnate per creare tensioni consapevoli nei vari Paesi del mondo, questa strategia del terrore era piuttosto utile per tenere vivo il flusso di denaro. Alimentare scontri ad hoc tra due etnie in conflitto storico e creare le motivazioni per interventi perenni o ricatti consapevoli nei confronti dei relativi governi. È in quest'ottica che si inserisce anche il periodo del terrore in Italia ed è in quest'ottica che va inquadrato anche oggi. Attentati, criminalità, terrorismo... tutti asset che si possono gestire in modo da ottenere risultati quanto più desiderabili possibile. È stato così con l'ISIS durante la presidenza Obama ad esempio, prima che intervenisse Putin e iniziasse a ripulire la Siria. È stato così in Medio Oriente, è stato così con India e Pakistan, ed è stato così anche con l'operazione Gladio in Italia. Ed è così oggi con i cartelli messicani e i loro partner di merende nelle banche canadesi. Ciò che conta è il flusso, la movimentazione di dollari che scorre all'estero e al di fuori della portata degli Stati Uniti. Il flusso istituzionale alimenta il flusso privato (criminalità organizzata, terrorismo) e, senza la necessità di possedere direttamente alcunché, è possibile comprare politici, oligarchi, magnati del petrolio. L'estensione del controllo dei flussi passa attraverso Camere di commercio, società di assicurazione, sindacati, stanze di compensazione, ecc. e queste vengono usate come una clava per dissimulare e far perdere traccia delle persone dietro le quinte. Se fossi io a tirare le fila del gioco agirei allo stesso modo: sventolerei tutti i tipi di feticci per impressionare gli altri e farli scagliare l'uno contro l'altro in modo da agire indisturbato.

Negli ultimi 125 anni l'Impero britannico ha mantenuto una stretta strategica sul Medio Oriente attraverso una calcolata politica di destabilizzazione geopolitica e finanziaria. Operando sulla base della massima “divide et impera”, i politici britannici hanno sistematicamente manipolato le tensioni religiose ed etniche per impedire l'emergere di stati nazionali sovrani e industrializzati nella regione. Un meccanismo primario di questa destabilizzazione fu la ridefinizione artificiale dei confini mediorientali in seguito al crollo dell'Impero Ottomano (per cui inglesi e francesi scatenarono la Prima guerra mondiale). Attraverso l'accordo Sykes-Picot e il successivo Trattato di Sèvres, inglesi e francesi spartirono la regione in mandati coloniali, assicurando che Paesi come Iraq, Siria, Libano e Palestina emergessero con conflitti etnici e religiosi intrinseci. Per gestire questo instabile assetto, l'intelligence britannica si avvalse di agenti operativi come T. E. Lawrence e Aubrey Herbert: specialisti per guidare i diversi movimenti per procura mediorientali e mantenere la regione in uno “stato cronico di naufragio”. La creazione dei moderni confini e stati mediorientali aveva lo scopo di fungere da perenne elemento di disturbo, tenendo le popolazioni locali l'una contro l'altra come pedine di un gioco imperiale molto più ampio.

L'Iran, storicamente noto come Persia, è stato un obiettivo centrale di questi disegni imperiali britannici. Già nel 1907 Re Edoardo VII orchestrò l'Intesa anglo-russa che divise esplicitamente l'Iran in sfere di influenza e ne neutralizzò l'autonomia per tenere sotto controllo le potenze rivali. La guerra finanziaria fu utilizzata come arma insieme alla diplomazia; ad esempio, nel 1911, gli inglesi approvarono un ingente prestito alla Persia utilizzando come garanzia i proventi dell'oppio della nazione, agganciando di fatto lo stato al debito coloniale. L'oligarchia britannica mantenne anche il controllo sulle vaste risorse dell'Iran attraverso istituzioni alleate come la British Bank of Middle East. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi cercarono disperatamente di mantenere il controllo sulle riserve petrolifere mediorientali per sostenere il loro impero finanziario. Quando personaggi come Enrico Mattei tentarono di negoziare accordi energetici equi e indipendenti con le nazioni mediorientali, tra cui l'Iran, il Ministero degli esteri britannico lo considerò una minaccia mortale per le loro relazioni coloniali e il controllo del petrolio. Mattei fu infine assassinato in un complotto con forti tracce britanniche.

Oggi i persistenti conflitti in Medio Oriente, inclusa l'ostilità tra Iran e Israele, sono la diretta conseguenza di questa vecchia strategia del divide et impera. Le moderne fazioni globaliste, allineate con le reti bancarie e di intelligence britanniche, hanno continuato ad alimentare queste guerre per procura per impedire l'integrazione economica eurasiatica. Innalzando minacce come la “Mezzaluna sciita” e trasformando le sanzioni in armi, queste forze mirano a mantenere l'Iran isolato e la regione nel caos. La minaccia perpetua dell'arricchimento nucleare iraniano è servita da comodo “spauracchio” per giustificare interventi senza fine e mantenere il complesso militare-industriale ben finanziato.

Gli inglesi e i loro alleati sanno che se alle principali potenze regionali fosse consentito di stabilizzare e sviluppare autonomamente il loro petrolio e le loro infrastrutture, come gli enormi corridoi ferroviari ed energetici attualmente in costruzione da Russia e Cina attraverso l'Iran, il controllo finanziario della City di Londra sui mercati energetici globali crollerebbe. Dal 1979 in poi Stati Uniti, Israele, Francia, Paesi Bassi, Svezia (patria della famiglia Wallenberg, quasi mai menzionata) e altri hanno continuato a fare affari con l'Iran, vendendo addirittura materiale bellico e altri armamenti. Ultima iterazione di ciò durante il JCPOA architettato a suo tempo da Obama: la prima compagnia che firmò contratti petroliferi fu la Total francese; poi, quando nel 2018 Trump impose le sanzioni sull'Iran, dovette svendere i suoi contratti a Gazprom. Già allora vennero gettati i primi semi del conflitto tra i membri della cosiddetta Tavola Alta e questa è una guerra che deve indirizzarsi per forza di cose ai poteri occulti che si celano dietro gli intermediari. Capite adesso perché, tra le altre cose è nato Bitcoin e nel Genesis Block c'è una pagina finanziaria di un giornale inglese?

La virtualizzazione degli asset reali, compreso il dollaro tramite l'eurodollaro, è stato un meccanismo per usare la finanziarizzazione con cui creare asset sintetici che avrebbero dovuto replicare 1:1 quelli fisici. O almeno sulla carta... Finché gli asset fisici rimanevano sepolti, la catena del valore poteva essere virtualizzata tramite intermediari (stanze di compensazione, società di saldo, società di assicurazioni, ecc.). Sottoporre a riserva frazionaria questo sistema ha avuto come sottoprodotto, tra le altre cose, la disparità di ricchezza che s'è andata sempre più ad acuire. Il bacino della ricchezza reale erano gli Stati Uniti, mentre Londra e Bruxelles hanno usato questa oca dalle uova d'oro per acquisire potere e influenza. Il denaro proveniente da canali illeciti è solo l'iterazione intermedia di un tale sistema, al cui apice ha i soldi della Tavola Alta stessa e sul fondo il “denaro pubblico” dei programmi di welfare. Lo smantellamento di questo sistema da parte dell'amministrazione Trump ha avuto come primo obiettivo la chiusura dei rubinetti pubblici (es. USAID) e adesso la chiusura di quelli privati (es. cartelli messicani), fino a costringere gli avversari a mettere in campo i propri di capitali. Sono ingenti, ma non infiniti. Ma se il flusso coinvolto negli asset sintetici è quello che tiene vivi Londra e Bruxelles piuttosto che gli asset fisici (dato che ne sono sprovvisti), qual è quella tecnologia che in sordina ha iniziato ad attaccare gli INTERMEDIARI? Qual è quello strumento che si fregia di superare la necessità di passare attraverso di loro? Bitcoin. E cosa c'è nel Genesis Block? Esatto, una pagina di un quotidiano inglese. E chi ha abbracciato con maggior vigore la “rivoluzione Bitcoin”? Gli Stati Uniti. Comincio a pensare che, come Internet, Bitcoin sia stato il primo colpo sparato nella guerra finanziaria oggi in atto. E questa semplice riflessione dovrebbe farvi capire quanto sarà importante in futuro, al di là del prezzo.

Come ho documentato nel Capitolo 7 del mio ultimo libro, Il Grande Default, ciò che conta davvero non è la velocità del denaro, bensì la velocità con cui si trasferisce la titolarità delle classi di asset. A cascata derivano, poi, riciclaggio di denaro e frodi nei titoli stessi. Cos'è la Banca d'Inghilterra se non un gigantesca compagnia che si dedica al passaggio di classi di asset? E le sue propaggini in giro per il mondo, come ad esempio Jane Street, Citadel, Blue Owl, non sono altro che incubatori per figure che poi verranno inserite in altri contesti finanziari di altre aziende. Jane Street, in particolare, di cui ho parlato su queste pagine riguardo alla manipolazione di prezzo di Bitcoin sui mercati finanziari, è una ripetizione di quello che accadde negli anni '80 con la frode delle S&L. Infatti quella fu un'operazione della CIA, ed è ormai noto che al suo interno ci sono infiltrazioni dell'MI6, per finanziare parte del proprio bilancio (il quale, ricordiamolo, è in parte segretato anche agli occhi del Presidente e del Congresso), come documentato dai libri Inside Job e The Mafia, CIA & George Bush. E gli insider ottengono l'accesso al ritmo con cui le classi di asset cambiano mano, oltre a ottenere l'accesso a prestiti a tassi zero se non addirittura negativi.

Notate, però, cosa è accaduto subito dopo la decisione della Corte Suprema di ritenere i dazi di Trump inadeguati col modo con cui sono stati imposti. L'argento è balzato in su del 9% e l'oro ha seguito l'esempio, mentre i mercati cinesi erano chiusi per festa. Se rapportiamo ciò alla difficoltà con cui non riusciva a superare la soglia dei $50, soprattutto nel 2011 quando venne usata la notizia dell'uccisione di Osama bin Laden per sopprimerne l'ascesa, è decisamente un netto cambio di passo e circostanze. Proprio perché quella di adesso È una guerra mondiale, la quale, però, è combattuta principalmente sui campi di battaglia finanziari. Infatti gli Stati Uniti stanno lasciando correre il prezzo di questi metalli per mettere pressione su Londra e sul suo controllo dei flussi nei mercati sintetici di hard asset come oro, argento, Bitcoin, ecc. L'obiettivo è distruggere la LBMA e la LME, la principale arma finanziaria in mano inglese per controllare la determinazione dei prezzi degli asset a livello mondiale (inclusi il dollaro, lo yen, i titoli del Tesoro americani, ecc.).

Lentamente, ma inevitabilmente, iniziano a palesarsi i primi effetti del drenaggio della LBMA e dell'uccisione degli short sui mercati sintetici dei metalli.https://t.co/Jnuce8TlrC

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) February 28, 2026

Tutto si riduce a chi ha il collaterale fisico rispetto a chi è esposto a leva riguardo lo stesso per controllarne il prezzo. Uno dei teatri di guerra di questo conflitto mondiale è il controllo del meccanismo di prezzo del collaterale fisico. Stati Uniti e Cina vogliono tale controllo, e sono disposti a rimpallarselo fintanto che non ce l'abbia Londra. La cosa importante è che quest'ultima non abbia più la possibilità di determinare il prezzo delle commodity tramite rehypothecation all'infinito nei mercati sintetici. Nel sistema in lenta definizione chi avrà collaterale a sua disposizione potrà entrare nei mercati digitali delle valute. Ecco perché dopo la decisione della Corte suprema americana sui dazi c'è stata l'inversione di tendenza dell'argento dopo un paio di candele di correzione nel settimanale ed è stato poi fatto fuori El Mencho, uno dei nomi di punta del cartello messicano. Chiamatela pure controffensiva di Trump, dato che l'UE ha rigettato la proposta di pace avanzata da Trump a Davos e Rubio alla Conferenza di Monaco, e subito dopo di ciò l'operazione “Epic Fury”. In quest'ultimo caso l'obiettivo ritengo fosse l'IRGC, che adesso è in “guerra civile”, e il sottostrato di influenze inglesi/francesi. La mia ipotesi che si sia impiegato un mix di strategia tra Venezuela e Messico, in entrambi i casi lo scardinamento di strati al di sotto di quelli governativi alla luce del sole. Stesso discorso in Iran, dove ha senso affermare che una o più fazioni nel Paese abbiano stretto un accordo con Trump. La tesi evitare la guerra ha altresì senso se la si inquadra in ottica blocco dello Stretto di Hormuz, perché chi ci perde sono principalmente gli europei. La conclusione, quindi, è la pressione su Bruxelles e Londra col paravento di una “guerra prolungata” in Iran, perché se fosse stato un pantano ordito da inglesi e francesi avremmo visto dichiarazioni diverse sul mainstream da parte loro.

La bomba nucleare in mano all'Iran avrebbe rappresentato la scusa perfetta per la “guerra infinita”. La cricca di Davos continua a essere pressata su ogni fronte: sugli Epstein file, sul mercato oro/argento, sulle midterm. Trump stava andando abbastanza bene finora, eccezion fatta per il SAVE Act, addirittura ottenendo riscontri positivi a livello pubblico dal suo uso di agenti ICE per elezioni oneste. A dimostrazione che fosse ancora sull'offensiva, insieme a Bessent sul fronte mercati. I tentennamenti iraniani circa i negoziati pubblici non erano altro che il balletto performato da Zelensky in Ucraina: un gioco di dilatazione dei tempi. Per la serie: allungare il brodo così sarebbero arrivate le midterm, forse le avrebbe perse e i restanti due anni di mandato sarebbero stati un inferno.

Non si può negare che il rischio è alto in questo caso. Comunque ci sono fonti di intelligence credibili che suggeriscono che l'AIEA fosse complice di tutto il teatrino iraniano riguardo l'assenza di armi nucleari sul suo territorio. La mia opinione è che la Corea del Nord abbia costruito la testata nucleare (pagata dagli inglesi), mentre l'Iran il missile che l'avrebbe ospitata. Al di là di ciò, però, la freddezza con cui l'operazione americana è stata accolta da parte degli europei dovrebbe essere rivelatrice. Infatti non giova alle economie europee e questo vi suggerisce chi sta perdendo veramente nell'attuale scontro in Iran. E gli inglesi sanno che il prossimo obiettivo sulla lista di Trump è la Turchia, dove la Fratellanza musulmana è da tempo un asset nelle mani inglesi.

Un'altra cosa rivelatrice è stata la sessione tra Trump e Merz, la quale ha avuto poca risonanza sulla stampa e sui media generalisti. A ragion veduta. La maggior parte delle persone non l'ha vista, ma così facendo s'è persa diversi punti chiave che ci dicono chi sta “vincendo”.

Sotto i nostri occhi si sta facendo la storia e in Iran 300 anni di storia sono improvvisamente evaporati. Tre fatti dirimenti sono accaduti l'altro ieri durante l'incontro tra Merz e Trump: c'è una frattura evidente tra le linee di politica inglesi e americane; una delle più grande compagnie assicurative del mondo, la Lloyd, è stata buttata fuori dal Medio Oriente e con essa i traffici inglesi nella zona; i Paesi del Golfo si sono uniti sotto un'unica bandiera e appoggiano l'operazione di Trump. Se tutto questo è “poco”, se tutti questi sviluppi non vengono considerati traguardi raggiunti da chi sta vincendo e si cade vittima della retorica “Trump non ha il polso della situazione” “non ha un piano” “sta perdendo”, allora non si ha la minima idea del motivo per cui l'Iran è stato attaccato.

I primi effetti sulle società di assicurazioni che, ricordiamolo, la maggior parte di esse ha sede a Londrahttps://t.co/3FewNeCcwY

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) March 2, 2026

Gli Stati Uniti non si stanno ritirando dal mondo: lo stanno riorganizzando attorno a relazioni di potere bilaterali in cui le materie prime e il dollaro sono le leve. Il diciannovesimo secolo sta infine cedendo il passo all'era moderna, dove la City di Londra era la principale zona di intermediazione delle materie prime e di altre attività (es. stanze di compensazione, società di assicurazioni, contratti, giurisprudenza, ecc.) attraverso la virtualizzazione degli asset fisici e l'impostazione indiretta del prezzo del dollaro. Da quando Trump e Bessent hanno assunto le loro rispettive cariche è iniziato il processo di cambiamento: forzare la consegna degli asset sottostanti ai contratti futures. Se in passato la fonte di liquidità ultima erano gli Stati Uniti, e il Comex insieme a LBMA e GLD/SLV rappresentavano il “triangolo della morte” per i metalli preziosi, sganciare il Comex ha indicato la volontà americana di smettere di pagare per i pasti gratis altrui. Come si ricostruisce una base industriale, e per estensione si fornisce sollievo alla propria classe media, se gli input necessari vengono prezzati altrove? È una questione di potere se ci pensate e Washington è in grado di prenderlo per sé facendo a meno degli inglesi.

Esatto, le scorte di metalli stanno calando alla LME. Non solo, ma chi sta costruendo in tutta rapidità una delle più grandi fonderie di alluminio al mondo?https://t.co/ADRwDsic33 https://t.co/74vZVrYdK5

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) March 4, 2026

È un questione anche di bancarotta degli Stati Uniti se avessero continuato lungo la strada dell'espansione indefinita di leva finanziaria e massa monetaria, solo per acquisire beni di consumo a basso prezzo che avrebbero lasciato solamente un buco crescente nei conti pubblici. Ma questo era lo scopo del Grande Reset ideato dalla cricca di Davos, pagato per intero dagli USA. Adesso invece sarà pagato da chi ha forte carenza di materie prime: Londra e Bruxelles. È così che gli USA hanno invertito il loro destino da agnelli sacrificali per permettere alle economie europee di andare in default su parte dei loro debiti ed emetterne di nuovi catturando i capitali mondiali a controllori privilegiati dei flussi finanziari. L'unico accesso rimasto agli europei a risorse energetiche affidabili è rappresentato dalla Scandinavia e dal North Slope (quest'ultima fonte, però, incerta a causa del fantomatico “cambiamento climatico”).

E sono propenso a credere che la chiusura dello Stretto di Hormuz non sia altro che una tattica perseguita dall'intelligente statunitense, perché, oltre alle compagnie di assicurazioni, scombussola anche la rotta del petrolio a livello internazionale. E chi ha più da perdere è ancora una volta l'Europa. Il Qatar ha chiuso i rubinetti del gas e la Russia si appresta a farlo anch'essa.

Ricordate: ARC. Mentre Sanchez e Starmer corroborano, con le loro dichiarazioni, che l'operazione in Iran ha Londra e Bruxelles nel mirino, il presunto alleato di Teheran rafforzerebbe la pressione americana sulla cricca di Davos. https://t.co/U9tsvdPCHO

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) March 4, 2026

Come ripetuto diverse volte, l'ultimo contratto più importante rimasto nelle mani londinesi, ora che la LBMA e la LME sono sotto attacco, è il Brent. Tolto quello, gli altri intermediati a Londra (es. alluminio, zinco, nickel, ecc.) cadranno in rapida successione. Se il petrolio è la crisi del momento, il rame sarà poi la crisi del decennio. A gennaio S&P Global ha pubblicato uno studio in cui si prevede che la domanda di rame raggiungerà i 42 milioni di tonnellate entro il 2040, con un aumento del 50% rispetto ai livelli attuali; la produzione globale raggiungerà il picco di 33 milioni di tonnellate nel 2030, per poi diminuire. Il divario di offerta risultante: 10 milioni di tonnellate, pari al 23,8% della domanda prevista. L'Agenzia Internazionale per l'Energia, alla conferenza della Critical Minerals Association dello scorso dicembre, ha affermato che un deficit di approvvigionamento del 30% potrebbe materializzarsi entro il 2035. Le proiezioni di Wood Mackenzie sono a dir poco preoccupanti: la domanda di rame aumenterà del 24%, raggiungendo i 42,7 milioni di tonnellate all'anno entro il 2035, richiedendo oltre 8 milioni di tonnellate di nuova capacità mineraria e 3,5 milioni di tonnellate di rottami.

Il Cile produce circa il 25% della produzione mondiale di rame; il Perù aggiunge un altro 10-12%. Insieme questi due Paesi controllano circa il 40% dell'approvvigionamento minerario ed entrambi devono far fronte a carenze idriche, instabilità politica, ritardi nelle autorizzazioni e opposizione ambientale. Gli Stati Uniti hanno designato il rame come metallo critico nel novembre 2025, riconoscendone tacitamente la vulnerabilità strategica.

Pensate adesso al solo meccanismo di trasmissione dell'attuale conflitto con l'Iran. Il petrolio a $82 e in aumento influisce direttamente sui prezzi della benzina, i costi di trasporto aumentano e si riversano sui beni di consumo. Il gas naturale aumenta del 60% in Europa, facendo aumentare altresì i costi dell'elettricità, il che a sua volta fa aumentare i costi di produzione, che si ripercuotono sui prodotti finiti. I premi assicurativi per le spedizioni attraverso il Golfo Persico stanno già aumentando, aggiungendo punti base al costo di ogni merce che entra in contatto con l'acqua salata. Poi c'è il deficit di rame. Ogni veicolo elettrico, ogni pannello solare, ogni data center, ogni ammodernamento della rete costa di più, mentre i prezzi del rame superano i $13.000 a tonnellata (nuovi record a gennaio 2026). L'argento a $80 e oltre aumenta il costo di ogni cella solare, ogni contatto elettronico, ogni dispositivo medico. Le restrizioni sulle terre rare aumentano il costo dei magneti permanenti, che vengono utilizzati in tutto, dalle turbine eoliche ai motori degli F-35. Questo è l'ambiente in cui Londra e Bruxelles sono adesso intrappolati.

Ecco perché l'unica cosa che è rimasta loro per avere ancora un briciolo di considerazione a livello internazionale è l'impostazione dei quadri giuridici su qualsiasi tema, inclusa la libertà di parola. Controllo normativo e istituzionale su come si muovono i capitali intorno al mondo; da qui l'aggressività europea contro X ad esempio o le altre società americane. La loro ultima spiaggia è il controllo residuo sui flussi di denaro, non sul denaro stesso.

E adesso questa gente deve fare i conti con un sistema che si sta accartocciando su sé stesso, incapace di fermare un treno in corsa lanciato inevitabilmente contro un ponte fragilissimo. Uno degli obiettivi del governo Starmer è quello di rimpiazzare la Camera dei Lord con una “assemblea eletta”. Si tratta di un ulteriore assalto alla costituzione inglese, perché eliminando questa istituzione la si può popolare con elementi eterodiretti come accade col Parlamento. E chi può apporre il veto? Il re. È importante capire chi fa parte della Camera dei Lord: ci sono i pari a vita (eletti dal Primo ministro) e i pari ereditari. Sin dal governo Blair, che ha avviato questo trend, questi ultimi sono stati ridotti in numero sempre di più. Ciò che fece Blair, inoltre, fu rendere la Corte suprema del Regno Unito l'ente giuridico ultimo al posto della Camera dei Lord. Questa mossa del governo Starmer è sovrapponibile al diciassettesimo emendamento della Costituzione americana, il quale introdusse l'elezione diretta dei senatori. È intrigante notare come i fautori originali di quel cambiamento, tramite la loro pedina Wilson, lo stanno adottando adesso su di essi. Ricordate che Londra non è la City di Londra, e la Brexit automatica si avvicina: anche l'Inghilterra quindi è terreno di scontro nella guerra totale mossa dalla cricca di Davos. La missione iniziale era fregare gli USA e riciclarsi a Pechino, dove già erano stati inviati capitali mascherati da investimenti immobiliari. I cinesi hanno preso il malloppo e tenuto chiuso il mercato dei capitali, mentre gli americani hanno schivato il proverbiale proiettile d'argento tramite il SOFR. E adesso non tutte le voci all'interno della cricca di Davos parlano più all'unisono: alcune sono disposte a trattare, mentre altre no. Queste ultime, quindi, devono essere condotte a più miti consigli tramite pressioni economiche e geopolitiche su più fronti.

L'ordine postbellico che ha permesso un commercio globale senza attriti, catene di approvvigionamento just-in-time e la riduzione dei prezzi delle materie prime attraverso la finanziarizzazione è finito. Stiamo entrando in un periodo in cui il possesso fisico di risorse critiche conta più delle rivendicazioni contrattuali su di esse. Il mondo si sta frammentando lungo linee geopolitiche e le fratture attraversano direttamente le catene di approvvigionamento delle materie prime da cui dipende l'economia globale. 


CONCLUSIONE

Chi ha consegnato gli Stati Uniti nelle mani dell'impero inglese fu Woodrow Wilson. Egli era senza dubbio alcuno un asset britannico. Se poi guardate gli ultimi 100 anni di storia indossando queste lenti, la concatenazione degli eventi diventa molto più chiara e coerente. Riconsidererete qualunque posizione avevate sul post-Prima guerra mondiale, sulla Grande depressione, sul post-Seconda guerra mondiale, su Bretton Woods, sul periodo inflazionistico anni '70, ecc. Più vedrete il mondo attraverso queste lenti, più non potrete più fare a meno di non vederlo. In questo modo il “vero” nemico finalmente assume una forma definita e si può sconfiggerlo, dato che non si combatte più contro le ombre o contro un nemico sbagliato. I comunisti, i musulmani e altri sono solo fermate intermedie: tutte le strade conducono a(lla City di) Londra.

Quella che si sta combattendo ora è una guerra, una guerra tra oligarchi ovviamente, è la strategia è tutto. Chi guarda non deve abbandonare i propri principi di libero mercato, ciononostante per quanto si possa criticare la FED bisogna riconoscere in quest'ottica che il suo operato dal 2021 al 2024 è stato cruciale altrimenti BOE e BCE avrebbero preso il sopravvento. Lo stesso ragionamento vale per la strategia hamiltoniana intrapresa da Trump per ricostruire la classe media americana: la relativa sostenibilità è opinabile nel lungo termine, ma nel breve-medio è un innesco più che sufficiente. Trincerarsi stupidamente sui principi adesso non fa altro che rafforzare la capacità degli avversari, non solo dell'amministrazione Trump ma dell'umanità intera, di annichilire anche il minimo tentativo di cambiamento pratico e reale che potrebbe portare in futuro a un miglioramento davvero in linea coi principi di libero mercato e libertari.

Quello che stanno percorrendo adesso gli USA è il percorso più credibile dal punto A, socialismo, al punto B, capitalismo di libero mercato. Ci vorranno diverse iterazioni e non si esaurirà in una sola legislatura, ma questo è il messaggio che anche io ho comunicato nel mio ultimo libro, Il Grande Default: adesso è il momento per pensare in modo strategico e non essere “utili idioti” per i veri nemici.

Il periodo della pandemia è servito a tutti per aprire gli occhi di fronte a quanto possano essere spaventosi chi fa parte della cricca di Davos e non si fermerà davanti a niente pur di raggiungere i propri obiettivi. Gente, questa è una cricca che scaglia i propri assalti a livello istituzionale non individuale. E se sono necessari “strani compagni di letto” per arrivare a una loro sconfitta, o sostituzione come classe dirigente, allora la vittoria e la speranza di un mondo migliore sono la spinta che serve per fare questo salto. Negli anni '70 Rothbard disse che l'intero movimento libertario poteva riempire il soggiorno di un appartamento di New York; oggi, per un motivo o per un altro, chi è sostenitore o semplicemente affine a tale filosofia è aumentato esponenzialmente. E per certi versi l'amministrazione Trump va in quella direzione. Vedete, quando siete all'opposizione la “purezza” è tutto ciò che avete e la usate per persuadere quelle persone che hanno come minimo un'intuizione di quello che accadrà. Ma nel momento in cui non siete più opposizione e avete la possibilità di vincere, allora la politica è l'arte del pratico ed è possibile spostare l'asticella un po' alla volta verso principi sempre più radicali e in sintonia con l'anarco-capitalismo. È così che si migliora il mondo; è così che si crea fiducia nel futuro, speranza, ottimismo, si abbassano le preferenze temporali e, in ultima analisi, si percorre la via verso la prosperità.

Lo stesso Rothbard votò 3 volte per Pat Buchanan. Pat era perfetto? No. Era la migliore scelta al tempo? Sì. La politica è un conto, la filosofia politica un altro. E fondere le due cose significa condannarsi alla sconfitta, perché equivale a dire “non voglio costruire niente, voglio solo che tutto sia puro”. Ricordate il finale dell'imponente manoscritto di Tolkien, Il Signore degli Anelli? Frodo, alla fine, fallisce. L'anima più pura della Terra di Mezzo, se non di tutta Arda, viene conquistata dall'unico anello. Chi è che salva tutti (sebbene involontariamente)? A Tolkien ci vollero 10 anni per arrivare alla risposta, perché sapeva che l'opera che stava scrivendo era in realtà un enorme trattato di politica, geopolitica ed economia.


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Economia circolare e i quattro archetipi dei bitcoiner

Freedonia - Gio, 05/03/2026 - 11:05

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/economia-circolare-e-i-quattro-archetipi)

Qualche anno fa ho fatto una scommessa improbabile: costruire un'economia circolare basata su Bitcoin nel cuore di un villaggio di pescatori nel nord-est del Brasile. Niente capitalisti di rischio, niente “crypto”, niente promesse vuote; solo nodi, satoshi, formazione di persona e tante conversazioni sui marciapiedi.

È così che è nato Praia Bitcoin Jericoacoara: un esperimento di sovranità finanziaria, costruito con strumenti open source e con i piedi nella sabbia.

In quattro anni, a Praia Bitcoin Jericoacoara, abbiamo trasformato una cittadina costiera in un'aula di Bitcoin vivente: abbiamo coinvolto famiglie, negozianti e venditori ambulanti; insegnato l'autocustodia in piccoli gruppi; installato percorsi Lightning Network affidabili e strumenti POS; gestito programmi sociali pagati in sat; ospitato incontri che hanno reso Bitcoin parte della vita quotidiana.

Vivendo secondo lo standard Bitcoin, ho iniziato a vedere cosa sta realmente accadendo ai margini della tecnologia.

Nell'agosto del 2025 ho pubblicato quattro brevi articoli su X. Diversi nella forma e nel tono, convergevano sulla stessa domanda: quale ruolo dovrebbe svolgere Bitcoin e quale ruolo dovremmo svolgere noi nel suo sviluppo?

• Un resoconto sul campo del nostro lavoro con la Bitcoin Community Bank a Jericoacoara;

• Una critica alla rigidità del massimalismo di Bitcoin;

• Una lettera diplomatica che invitava il primo ministro del Bhutan a considerare il satoshi come unità di conto;

• Un appello pubblico affinché Bitcoin rimanesse un sistema di pagamento peer-to-peer.

Ciò che li accomuna è il desiderio di allineare pratica, teoria e una visione rivolta al futuro.

Nel primo articolo ho condiviso le sfide e gli insegnamenti tratti da un esperimento reale: la costruzione di un'economia circolare basata su Bitcoin nel nord-est del Brasile. Ispirati da Bitcoin Beach a El Salvador, abbiamo fondato il progetto Jericoacoara su istruzione, inclusione e infrastrutture locali. Abbiamo installato server, coinvolto commercianti e vicini, creato programmi sociali e cercato il riconoscimento istituzionale come Community Bitcoin Bank.

Building a Bitcoin Circular Economy in Jericoacoara

I’m deeply inspired by the progress of @BitcoinEkasi, the momentum of the #spedn movement across Africa, and the compelling journey of @orphansofuganda. These initiatives prove that Bitcoin can serve as a true medium of… pic.twitter.com/KiGndjGZen

— Praia Bitcoin Brazil ⚡ (@BitcoinBeachBR) August 2, 2025

Siamo stati ostacolati dalle autorità locali. Nonostante l'impreparazione giuridica e politica dello stato, siamo andati avanti con convinzione. Crediamo che, quando Bitcoin è radicato in un territorio, possa essere più di una moneta: può essere uno strumento di trasformazione della comunità. Eppure le autorità hanno faticato a comprenderlo e hanno respinto la nostra richiesta di registrare quella che sarebbe stata la prima banca comunitaria Bitcoin.

Nel secondo articolo ho affrontato una tensione ideologica all'interno della comunità stessa. La retorica massimalista, che difende Bitcoin come unico progetto legittimo e tratta il resto delle “crittovalute” come truffe, ha avuto un ruolo storico. Ha contribuito a proteggere l'integrità dell'ecosistema, ha smascherato le frodi e ha accelerato la maturazione del mercato. Ma serve ancora all'obiettivo dell'adozione su larga scala? Aiuta a comunicare il valore di Bitcoin ai nuovi arrivati? Mi sono ritrovato a ignorare soluzioni tecnologiche rilevanti semplicemente perché erano al di fuori della bolla massimalista.

Dopo aver riesaminato la discussione e letto ogni risposta e citazione, la mia conclusione è stata che altri progetti finiscono per fungere da imbuti, sandbox, o canali di distribuzione che spingono le persone verso una vera adozione di Bitcoin. Stablecoin, altcoin, memecoin e crittovalute centralizzate si stanno muovendo verso Bitcoin, assorbendo l'inflazione e persino contribuendo a stabilire i prezzi di altre materie prime. Forse è giunto il momento di un nuovo atteggiamento: non abbandonare i principi, ma abbracciare un Bitcoin che mantenga l'attenzione sull'essenza, pur rimanendo disposto a interagire con un mondo in continua trasformazione, con scetticismo e una mente aperta; informando gli enti regolatori che Bitcoin è la crittovaluta decentralizzata e che tutti gli altri progetti sono crittovalute centralizzate.

Nel terzo articolo ho portato questa visione nell'arena diplomatica. Ho scritto una lettera aperta al primo ministro del Bhutan suggerendo al Paese di prendere in considerazione l'adozione del satoshi come unità di conto nazionale.

Open Letter to Dr. Prime Minister of the Kingdom of Bhutan

Your Excellency @tsheringtobgay,
It is with deep respect and admiration that I write to you, recognizing Bhutan’s remarkable journey in preserving its sovereignty, cultural identity, and commitment to Gross National… pic.twitter.com/2tuTgfzAQi

— Praia Bitcoin Brazil ⚡ (@BitcoinBeachBR) August 19, 2025

La proposta, più simbolica che tecnica, aveva un obiettivo chiaro: immaginare come Bitcoin possa interagire con modelli di sviluppo alternativi che non dipendano dall'FMI, o dal dollaro, e che rispettino la cultura e la sovranità locale. La reazione alla lettera ha rivelato un aspetto importante: anche all'interno dell'ecosistema Bitcoin esistono correnti ideologiche ovvero conservatori, centristi e progressisti, ognuno dei quali cerca di interpretare il protocollo attraverso una visione del mondo distinta.

Questo articolo rappresenta quindi un punto di convergenza. Collega queste tre esperienze (pratica, ideologia e diplomazia) per proporre una nuova prospettiva su ciò che stiamo realmente cercando di costruire. Più che ripetere dogmi, questo momento richiede discernimento; più che parlare di libertà, è tempo di praticarla dove è più necessaria: sul campo, nel nostro linguaggio, nelle nostre istituzioni e nelle nostre relazioni.

Nel quarto articolo ho condensato la mia nota aperta a Bitcoin Core in un semplice punto: mantenere Bitcoin un sistema di denaro peer-to-peer, non un host di dati generico.

Hello @bitcoincoreorg,

We live Bitcoin. We dedicate our lives to it, full time, nonstop. On the ground, we work as part of Bitcoin’s invisible team, often without salaries, simply because we believe in its power to fix money and defend society from injustice and… pic.twitter.com/QLieljdVJn

— Praia Bitcoin Brazil ⚡ (@BitcoinBeachBR) August 23, 2025

Ho sostenuto che allentare le impostazioni predefinite per il trasporto dei dati comporta sovraccarichi, rischi legali e danni alla reputazione, e ho chiesto agli sviluppatori di pensare in termini di secoli, non di cicli di rilascio. Ho anche sottolineato che le recenti versioni di Core, v29 e v30, hanno rivisto la quantità di dati aggiuntivi che le transazioni possono trasportare di default. Questo riguarda il limite tecnico del protocollo: le impostazioni predefinite del software, non le regole monetarie. Bitcoin è denaro. Come una banconota su cui potete scarabocchiare ma non usare per pubblicare un libro, le transazioni possono includere piccole banconote, ma non dovrebbero essere dirottate per contenuti non correlati.

Questo contesto ha sollevato una domanda più ampia: cosa vogliamo che sia Bitcoin? Lo scambio ha chiarito le linee di frattura: gruppi diversi amano Bitcoin per ragioni diverse e accettano compromessi diversi. Nella prossima sezione evidenzierò queste linee e mostrerò come si integrano tra loro.

Vedere Bitcoin Knots acquisire visibilità rispetto a Bitcoin Core e sentire gli sviluppatori lamentarsi del suo processo di pull request mi ha ricordato la lezione del First Follower. Knots è in gran parte gestito da un singolo sviluppatore.

I movimenti non si espandono perché un leader solitario è brillante; si espandono quando i primi seguaci rendono la partecipazione visibile e facile, riducendo il rischio sociale e mostrando agli altri esattamente come comportarsi.

Avendo lavorato all'interno del settore, trascorrendo innumerevoli ore ad analizzare la geopolitica e le tendenze future, ho iniziato a distinguere i bitcoiner in quattro categorie principali, con gli estremi da entrambe le parti chiaramente definiti. Analizziamoli nel dettaglio.


I quattro archetipi di Bitcoin

Database Bitcoin, Coordinatori

Credo di base: Bitcoin è un archivio pubblico neutrale; può coordinare persone e software; il denaro è un potente strumento, non l'unico.

Priorità: timestamp e prove; registri pubblici; attestazioni di identità; nuovi media su Bitcoin; protocolli sociali come Nostr; sviluppo della maggior parte delle funzionalità sui livelli superiori in modo che L1 rimanga stabile.

Punti di forza: attraggono costruttori e nuovi utenti con idee innovative e nuove opportunità; più esperimenti significano più possibilità di trovare un'utilità duratura.

Rischi e punti ciechi: l'attenzione può spostarsi dal denaro; troppi dati non monetari possono sprecare spazio sui blocchi e suscitare controversie; i nuovi sistemi a volte reintroducono intermediari fidati.

Parere su Lightning Network: aperto, quando aiuta le app a essere immediate; esplora anche altri binari; sostiene la semplicità del Livello 1.

Paletti di riferimento: app utili con utenti reali; sviluppatori attivi; impatto ambientale ridotto e rispettoso su L1.

Esempi frequenti: Casey Rodarmor e Ordinal; Muneeb Ali e Stacks; Burak e Ark research; Maxim Orlovsky e RGB; fiatjaf e Nostr; OpenTimestamps. (Nota: è solo a scopo illustrativo, non costituisce un'approvazione.)

Slogan: “Bitcoin è un database”.

Centristi Bitcoin, Pragmatici del mercato 

Credo di base: Bitcoin è denaro e un asset; prezzo e liquidità ne favoriscono l'adozione su larga scala e contribuiscono a finanziare sicurezza e sviluppo.

Priorità: ETF e società Bitcoin Treasury; rampe di accesso e di uscita conformi; mercati solidi; formazione per investitori e istituzioni.

Punti di forza: la liquidità attira la prossima ondata di utenti e paga i costruttori, l'attività di mining e l'istruzione.

Rischi e punti ciechi: custodia di convenienza e visione a breve termine; la distribuzione può concentrarsi in poche grandi mani.

Parere su Lightning Network: pragmatico; usarlo quando aiuta a raggiungere più persone.

Paletti di riferimento: profondità e volumi del mercato; budget di sicurezza dell'hashrate; partecipazione di ETF e retail.

Esempi frequenti: Michael Saylor; iShares e Fidelity Bitcoin ETF; market maker; analisti on-chain. Caso limite: leva finanziaria elevata ed eccessiva dipendenza dalle aziende Bitcoin Treasury.

Slogan: “Il prezzo ci sta a cuore”.

Conservatori Bitcoin, Puristi della moneta

Credo di base: Bitcoin è denaro; proteggere lo strato di base; scarsità, neutralità e autocustodia non sono negoziabili; prima risparmiare, poi spendere (ad esempio, in un'economia circolare).

Priorità: regole semplici e stabili su L1; gestione del proprio nodo; formazione su chiavi, UTXO e commissioni; diversità tra miner e client; orizzonti temporali a lungo termine.

Punti di forza: incentivi chiari e una cultura aziendale forte; se il denaro non funziona, ogni prezzo nell'economia è sbagliato; prima di tutto bisogna sistemare il denaro.

Rischi e punti ciechi: UX e pagamenti possono subire ritardi; i nuovi arrivati ​​potrebbero sentirsi limitati; l'adozione può rallentare se l'uso quotidiano viene ignorato.

Parere su Lightning Network: spesso scettico; preferisce la finalità on-chain e mette in guardia dalla complessità e dalla deriva della custodia.

Paletti di riferimento: più coin in autocustodia; numero di nodi sano; mining decentralizzato; crescente offerta di detentori a lungo termine.

Esempi frequenti: Saifedean Ammous; Pierre Rochard; campagne in stile proof-of-key; cultura full-node e cold storage. Caso limite: non vendere mai; trattare ogni altcoin come una truffa.

Slogan:  “Bitcoin è oro digitale”.

Minimalisti Bitcoin: Oro digitale e denaro digitale, strumenti per la trasformazione sociale 

Credo di base: Bitcoin dovrebbe essere oro digitale per il risparmio e denaro digitale per la spesa, con la minima superficie di fiducia possibile.

Priorità: risparmio on-chain con saldo finale; spesa tramite Lightning Network non custodial ove possibile; utilizzo di ecash mint come Cashu per la privacy con semplice uscita tramite chiavi; flussi commerciali che si regolano in autocustodia.

Punti di forza: allineare risparmi e uso quotidiano senza rinunciare alla sovranità.

Rischi e punti ciechi: attrito e distribuzione più lenta; riluttanza ad adottare astrazioni UX; frammentazione su stack minimi.

Parere su Lightning Network: Sì, ma rigoroso; preferire configurazioni non custodial o con un livello di affidabilità minimo; prestare attenzione ai grandi hub di custodia.

Paletti di rferimento: utenti che risparmiano on-chain e spendono tramite L2 non custodial; prelievi facili sulle chiavi; elevato successo nei pagamenti senza custodi terzi.

Slogan: “Comprate, spendete, sostituite”.


Conclusione

La cultura di Bitcoin include quattro principi di onestà che spesso si ignorano a vicenda. I costruttori espandono la superficie, i pragmatici dimostrano l'utilità quotidiana, i puristi ampliano la distribuzione e i minimalisti proteggono la base.

Insieme, creano una tensione produttiva che mantiene Bitcoin utile e resiliente per le persone reali.

Dopo anni di lavoro in un'economia circolare e di scrittura pubblica su questi dibattiti, la mia visione è semplice: Bitcoin è denaro; mantenete semplice il livello di base; risparmiate in Bitcoin on-chain; spendete in sat quando serve alle persone, come avviene in un'economia circolare; supportate Lightning Network solo quando l'uscita verso le vostre chiavi rimane chiara e semplice. Non sostengo la strada del “Bitcoin come database”, perché trasformarlo in un host di dati generico distrae dalla sua missione monetaria e favorisce sprechi, confusione e danni alla reputazione.

La strada da seguire è pratica e basata su principi. Valutare le idee in base alla loro capacità di accrescere l'autocustodia, rendere i pagamenti affidabili senza depositari, accrescere la liquidità che finanzia la sicurezza e l'istruzione, e rispettare i limiti dello strato di base. Se ci atteniamo a questo standard, le corsie possono completarsi a vicenda e più persone condivideranno i benefici di una moneta libera, neutrale e credibilmente decentralizzata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il modello di debito cinese crea un rischio di stagnazione

Freedonia - Mer, 04/03/2026 - 11:04

Una delle tecniche finanziarie che la Cina ha copiato dall'Occidente è stata quella dell'esternalizzazione dei debiti. È stato così che è riuscita a nascondere sotto il proverbiale tappeto il pompaggio delle passività per mantenere in piedi una macchina di crescita altrimenti insostenibile. La Belt and Road Initiative ha finanziato progetti infrastrutturali su larga scala in Asia, Africa e America Latina attraverso prestiti garantiti dallo stato, rendendo la Cina il principale creditore bilaterale al mondo. A sua difesa il Partito Comunista Cinese avanza 4 tesi per negare che la BRI sia una trappola del debito: molti Paesi in via di sviluppo devono di più ai creditori occidentali; gli aumenti dei tassi di interesse americani hanno causato i loro problemi di debito; la svalutazione della valuta e il rallentamento dell'economia globale sono il vero problema; la Cina raramente confisca beni ai Paesi che non sono in grado di rimborsarli. La prima difesa del PCC è matematicamente vera in alcuni casi, ma fuorviante. Sebbene i prestiti cinesi possano rappresentare meno della metà del debito totale di un Paese, queste nazioni avevano già un rating creditizio estremamente basso ed erano considerate troppo rischiose per i creditori tradizionali. Pechino è diventata il prestatore di ultima istanza perché i creditori responsabili se n'erano andati. La seconda tesi è altrettanto fuorviante. I Paesi che continuano a indebitarsi pesantemente nonostante i rating bassi lo fanno sapendo che il rifinanziamento diventerà più costoso con l'aumento dei tassi globali. I creditori responsabili tengono conto di questo rischio e si ritirano quando i debitori si avvicinano a livelli di debito insostenibili. La Cina ignora tutto ciò, continuando a erogare prestiti e rendendo inevitabile il default. Anche la terza tesi crolla sotto attento esame. Le recessioni e le fluttuazioni dei tassi di cambio sono rischi prevedibili che devono essere valutati prima di indebitarsi. Molti Paesi nella Belt and Road Initiative hanno valute deboli e parzialmente convertibili, ma devono rimborsare i loro prestiti in dollari. Con il rafforzamento di questi ultimi, i costi del servizio del debito aumentano, prosciugando le riserve nazionali e aggravando la crisi economica. Questa non è colpa dell'Occidente, né il risultato della politica monetaria statunitense, soprattutto perché la maggior parte dei prestiti della BRI sono denominati in dollari. La quarta tesi significa aggravare la dipendenza dalla Cina. Uno studio di AidData, Banca Mondiale, Harvard Kennedy School e Kiel Institute ha rilevato che a fine 2021 la Cina aveva effettuato 128 operazioni di salvataggio per un totale di $240 miliardi in 22 Paesi, segnando un netto passaggio dal finanziamento delle infrastrutture ai prestiti di salvataggio di emergenza. Nel 2010 meno del 5% dei prestiti esteri della Cina era destinato a debitori in difficoltà; nel 2022 questa percentuale era salita al 60%. Questi salvataggi smascherano anche l'ipocrisia di Pechino: mentre il PCC accusa l'Occidente di tassi di interesse predatori, i salvataggi cinesi medi prevedono un tasso di interesse di circa il 5%, più del doppio del 2% standard dell'FMI. Al 1° ottobre 2025, nonostante i tassi di interesse americani più elevati, il tasso di prestito sui DSP dell'FMI si attestava solo al 3,41%, significativamente inferiore a quello che la Cina applica alle nazioni in difficoltà. Per proteggere il proprio sistema bancario, il regime cinese utilizza sempre più la rete globale di linee di swap della Banca Popolare Cinese, la quale ha fornito oltre $170 miliardi in liquidità a breve termine alle banche centrali estere. Questi prestiti, spesso etichettati come “temporanei”, vengono regolarmente rinnovati per anni, consentendo ai governi di nascondere la loro reale esposizione debitoria, poiché le norme internazionali in materia di rendicontazione escludono le passività a breve termine. Questa pratica ha creato enormi “debiti nascosti”, stimati da AidData a circa $385 miliardi nel 2021, e la cifra è probabilmente molto più alta oggi, poiché sono in scadenza più prestiti e pochi sono stati rimborsati negli anni successivi. La reale portata del debito della Belt and Road potrebbe essere molto peggiore di quanto suggeriscano i dati ufficiali.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-modello-di-debito-cinese-crea)

Gli ultimi dati sulla finanza sociale provenienti dalla Cina mostrano un'economia che fa sempre più affidamento sul debito pubblico, mentre la domanda di credito privata rimane debole. La forza del settore tecnologico cinese e delle sue aziende esportatrici  offre ampio margine di manovra, tuttavia dietro la debole domanda di credito del settore privato si celano un evidente rallentamento economico, riconosciuto dal governo cinese anche, modelli di consumo difficili da sostenere, un significativo problema di sovraccapacità produttiva e la gravità della crisi immobiliare.

L'attuale modello economico, incentrato sul raggiungimento di una crescita economica reale del 5%, richiede dosi maggiori di debito per ottenere incrementi di crescita che però man mano diventano sempre più contenuti, in particolare per quanto riguarda la crescita del settore produttivo. Il governo cinese si è concentrato sulla riduzione del debito e degli squilibri di sovraccapacità produttiva, riorientando al contempo le esportazioni e il sistema finanziario per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense; tuttavia la sfida principale per l'economia cinese rimane quella di stimolare la domanda dei consumatori, nonostante i tagli dei tassi e l'allentamento delle condizioni finanziarie.

Per comprendere l'intensità del debito nel modello cinese, dobbiamo tornare al 2000 e osservare l'accelerazione del flusso di debito, non solo lo stock attuale. A quel tempo la crescita del PIL reale si aggirava intorno all'8-9%, quindi ogni punto percentuale di crescita corrispondeva a circa 13-16 punti di debito/PIL. Il debito pubblico era molto basso, intorno al 25% del PIL, e la maggior parte della leva finanziaria era concentrata nel settore delle imprese statali, con un modesto debito delle famiglie. La Cina è stata in grado di far registrare una crescita quasi a due cifre con un rapporto debito/PIL non finanziario totale di poco superiore al 120%.

Nel 2023 il debito del settore non finanziario era salito a circa il 285% del PIL, più che raddoppiato rispetto al livello del 2000. Secondo l'Accademia cinese delle scienze sociali, i think tank e i commentatori ufficiali cinesi il “macro leverage ratio” si sarebbe avvicinato al 300% del PIL entro il 2025. Il macro leverage ratio è aumentato di 11,8 punti percentuali, raggiungendo il 302,3% nel 2025, superando l'aumento di 10,1 punti registrato nel 2024.

Nello stesso periodo la tendenza alla crescita del PIL reale ha rallentato a circa il 4-5%, quindi ogni punto percentuale di crescita richiede ora circa 60-75 punti di debito sul PIL, più di tre volte il debito per punto di crescita richiesto negli anni 2000. Inoltre proviene principalmente dal debito pubblico.

A gennaio 2026 il finanziamento sociale aggregato è aumentato di 7.220 miliardi di yuan, un valore significativamente superiore a quello dello stesso mese del 2025 e superiore alle aspettative dei mercati, in linea con una crescita annua del PIL del 5% e una maggiore partecipazione del settore pubblico. Il finanziamento sociale ha raggiunto i 449.110 miliardi di yuan a fine gennaio, con un aumento dell'8,2% su base annua, mentre M2 è aumentata del 9%.

I nuovi prestiti bancari in yuan sono stati pari a 4.700 miliardi di yuan, circa 420 miliardi in meno rispetto all'anno precedente e significativamente al di sotto delle aspettative, a dimostrazione della debole domanda di credito del settore privato e dell'approccio prudente dei clienti e delle imprese cinesi all'aumento del debito. I prestiti in renmimbi si sono attestati a 276.620 miliardi di yuan, in aumento solo del 6,1% su base annua, nettamente al di sotto del ritmo complessivo di crescita dei finanziamenti e della moneta.

In Cina il motore della crescita del credito non sono più le famiglie e le imprese private, bensì il governo e le aziende statali.

Il problema immobiliare, poi, ha avuto un impatto sulle famiglie cinesi in diversi modi. Non solo la maggior parte di loro ha visto diminuire il valore delle proprie case, ma molte famiglie hanno investito nei rendimenti dei titoli commerciali degli sviluppatori immobiliari, il che ha causato ingenti perdite e persino l'azzeramento dei risparmi per molti. Inoltre, nonostante l'eccesso di offerta di case, i prezzi non sono scesi abbastanza da giustificare una domanda adeguata di nuovi mutui, poiché l'accessibilità economica rimane un problema e la tradizionale prudenza dei cittadini cinesi in termini di consumi e prestiti si aggiunge alle altre criticità.

Pechino prevede di emettere 4.400 miliardi di yuan in obbligazioni speciali degli enti locali nel 2025, 500 miliardi in più rispetto al 2024, con l'obiettivo di stimolare gli investimenti pubblici e una “politica fiscale proattiva”, sapendo che aumentare le tasse sarebbe estremamente negativo per la crescita e i consumi.

Si prevede che nel 2025 gli enti locali emetteranno obbligazioni per un valore superiore a 10.000 miliardi di yuan, tra rifinanziamenti, obbligazioni generali e nuove obbligazioni speciali.

Il governo cinese sa di poter gestire un debito maggiore, ma è anche consapevole della debolezza degli investimenti e della spesa delle famiglie, e riconosce che un aumento consistente delle tasse sarebbe controproducente. Tuttavia, per evitare una futura stagnazione causata dal debito, è necessario concentrarsi sulla produttività.

Il bilancio ufficiale prevede un deficit del 4% per il 2025. Tuttavia, una volta consolidate tutte le voci di bilancio, compresi i fondi governativi, le obbligazioni speciali e gli strumenti fuori bilancio, questo deficit fiscale effettivo nel 2025 si avvicinerà al 9%, in aumento rispetto al 7,7% del 2024, secondo Rhodium Group e J.P. Morgan. La Cina fa sempre più affidamento su prestiti nascosti o quasi fiscali per sostenere la sua crescita.

Con finanziamenti sociali in circolazione che ora si aggirano intorno ai 449.00 miliardi di yuan e una crescita reale intorno al 4-5%, ogni punto percentuale di PIL incrementale è sempre più legato a uno stock di debito molto più elevato rispetto a un decennio fa. Questa intensità creditizia crescente potrebbe impedire un rallentamento significativo, ma potrebbe altresì creare una sfida fiscale significativa in futuro. Il modello cinese richiede un'elevata crescita e una bassa tassazione; qualsiasi modifica al sistema fiscale avrà effetti negativi.

Per anni le amministrazioni locali hanno fatto affidamento sulla vendita di terreni per lo sviluppo immobiliare e riscuotere le entrate fiscali. Pertanto l'impatto negativo del settore immobiliare sull'economia e sulla sostenibilità fiscale è evidente. Gli investimenti nello sviluppo immobiliare sono diminuiti del 13,9% su base annua nei primi tre trimestri del 2025, con gli investimenti residenziali in calo del 12,9%, il calo più netto sin dal 2021 secondo i dati ufficiali. Sia gli investimenti che le vendite immobiliari hanno fatto registrare cali a due cifre nel 2024, e gli analisti prevedono un ulteriore calo degli investimenti immobiliari dell'11% e un calo delle vendite del 7,5% nel 2025, secondo la Reuters, con ulteriori cali nel 2026 prima di stabilizzarsi solo nel 2027... se ciò avverrà con la stessa rapidità delle stime ufficiali, ovviamente.

Il settore immobiliare, un tempo motore fondamentale della crescita economica e delle entrate fiscali, assorbe nuovo credito per stabilizzare i propri conti senza stimolare la crescita o creare un effetto moltiplicatore.

Inoltre l'utilizzo della capacità produttiva industriale cinese si è attestato al 74,9% alla fine del 2025, ben al di sotto del picco del 78,4% raggiunto nel 2021. L'eccesso di capacità produttiva è evidente nei settori dell'acciaio, dell'automotive, dei chip e in settori come la tecnologia verde, dove l'espansione ha superato la domanda interna ed estera. Pertanto gli indici dei responsabili degli acquisti mostrano una debolezza dei nuovi ordini e della domanda estera, mentre fallimenti e insolvenze sono aumentati, sebbene non a livelli tali da indicare una crisi finanziaria.

L'economia cinese deve migliorare la sicurezza degli investitori e del diritto, e consentire alla crisi immobiliare di concretizzarsi pienamente per vedere il tipo di crescita economica produttiva di cui ha bisogno per evitare aumenti molto più consistenti del debito. In caso contrario il rischio di stagnazione aumenterà, soprattutto sulla scia della scarsa crescita demografica, del permanere della sovraccapacità produttiva e del crescente numero di immobili invenduti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Should Libertarians Celebrate “Operation Epic Fury”?

Lew Rockwell Institute - Mer, 04/03/2026 - 00:22

That of course is the idiotic name the neocons have given to their latest invasion of a Middle East country by the U.S./Israeli armies. Javier Milei immediately joined with his fellow Zionist neocons to “celebrate” the invasion. Those of us who knew Murray Rothbard can just hear him shouting that Milei’s “celebration” is “Monstrous!” Milei should change the name of his dog from Rothbard to say, Lindsey (Graham), McCain, or perhaps Sean (Hannity) or Marc (Levin).

Milei is what Ryan McMaken calls a “micro-libertarian.” He sounds like a libertarian when talking about such things as price controls or legalizing prostitution, but acts oblivious to the ancient truth that “war is the health of the state” as he cheerleads for the ongoing Israeli/US. genocide being perpetrated in Gaza and now “operation epic fury.”

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L'UE prepara un'emissione di eurobond da €4.000 miliardi mentre la Russia punta a ritornare al dollaro

Freedonia - Mar, 03/03/2026 - 11:06

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lue-prepara-unemissione-di-eurobond)

L'Unione Europea si sta muovendo con decisione verso l'introduzione degli Eurobond. Al vertice dell'UE al Castello di Alden Biesen in Belgio, numerosi segnali hanno suggerito che il piano multimiliardario di Draghi potrebbe presto vedere la luce. Allo stesso tempo, dal punto di vista geopolitico, un possibile ritorno della Russia sulle scene mondiali sta emergendo come un nuovo problema per Bruxelles.

La capacità di analizzare gli errori e valutare razionalmente percorsi d'azione realistici appartiene, in termini evoluzionistici, alla nostra conditio humana. L'esperienza ci insegna: chi sbatte ripetutamente la testa contro lo stesso muro di mattoni potrebbe non essere il modello di leadership adatto alla situazione. Il mal di testa dovrebbe essere inteso come un segnale d'allarme, non come una motivazione per le prossime iterazioni. Questa osservazione preliminare serve a evidenziare un problema fondamentale nell'Europa odierna.

Le nostre élite politiche stanno conducendo un esperimento socialista sul campo: si scagliano ripetutamente contro lo stesso muro – quello dell'economia europea, delle sue imprese e di circa 450 milioni di cittadini – senza lasciarsi scoraggiare da fallimenti persistenti o da forti mal di testa.

Si potrebbe supporre che si tratti di una struttura estremamente complessa. Dal punto di vista dei decisori politici europei, tuttavia, appare principalmente come una sfida da affrontare con gli strumenti fallaci della pianificazione centralizzata e di un'ignoranza ostinata.

Abbiamo potuto valutare le condizioni di questa “testa” collettiva in Belgio, durante il vertice UE. La cerchia ristretta di Bruxelles, che ruota attorno alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, insieme ai suoi due alfieri politici Emmanuel Macron e Friedrich Merz, aveva diagnosticato il problema in anticipo: l'economia dell'UE manca di competitività. Cina e Stati Uniti hanno fatto passi da gigante dal punto di vista tecnologico e hanno l'audacia di posizionarsi diametralmente opposti all'ideologia europea del controllo centralizzato e della trasformazione verde. Le due superpotenze si rifiutano categoricamente di sbattere la testa contro il muro delle illusioni europee: altrove la CO₂ aiuta le piante a crescere e le mandrie a pascolare, mentre qui viene etichettata come deliberata devastazione del paesaggio.

Al contrario, si sono mossi per deregolamentare radicalmente i loro mercati. I cinesi lo hanno fatto prima; gli americani ora stanno seguendo a pieno ritmo, abbracciando ciò che appare evolutivamente valido: affidare nuovamente il tessuto sociale ai mercati, agli individui e al principio di responsabilità personale.

Valori meritocratici, una rinascita della cultura borghese, forse persino la religione: l'Europa non ne vuole sapere. Qui tutto rimane woke, attentamente controllato dal supremo censore di Bruxelles. Proprio il giorno ddel sopraccitato vertice il Parlamento europeo ha dichiarato che una donna trans è una donna, punto e basta.

Auch die CDU-/CSU-Gruppe im EU-Parlament hat heute nahezu geschlossen dafür gestimmt, „Transfrauen“ in jeder Hinsicht als Frauen anzuerkennen, und ausdrücklich gefordert, ihnen den Zugang zu Frauenhäusern zu gewähren. ???????? Nur Jens Gieseke hat sich der Stimme enthalten. ???????? https://t.co/r8O5Q6391l

— R. Eder-Kirsch ???? (@EderKirsch) February 12, 2026

Tanti saluti al cosiddetto “ordine basato sulle regole” e ai valori europei. Un ordine che potrebbe essere fondato su molti fattori, ma a quanto pare non sulla ragione e sulla realtà biologica. L'Europa si atteggia a post-illuminista, al di là dei limiti del buon senso.

Torniamo al vertice e alla questione di come risolvere il dilemma economico dell'Eurozona. Una vecchia conoscenza, l'ex-primo ministro italiano ed ex-presidente della BCE, Mario Draghi, ha presentato il progetto per una presunta rinascita dell'Europa due anni fa e potrebbe ora definire il quadro d'azione dell'UE.

Per stemperare la suspense: il club del debito europeo probabilmente sceglierà lo stesso vecchio muro per il suo prossimo atto, dimostrando ancora una volta il suo scetticismo nei confronti del progresso cognitivo. Se Bruxelles ricorresse al piano Draghi nella sua crisi economica, verrebbe attivato un pacchetto di debito da mille miliardi di euro: credito pubblico progettato per catapultare il continente in tecnologie verdi, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e persino tecnologia militare al livello dei suoi rivali geopolitici entro il 2030.

Il quadro finanziario delineato da Draghi è enorme: in cinque anni €800 miliardi all'anno confluirebbero negli Eurobond, a meno che qualche politico ragionevole non riesca a fermare questa rischiosa impresa. €800 miliardi corrispondono a circa il 5% del PIL dell'UE. Questo ulteriore indebitamento, da solo, alle condizioni attuali, aumenterebbe il debito totale degli stati membri di circa il 25%.

Una scommessa fiscale la cui fase di test si è già verificata durante l'emissione di obbligazioni NextGenerationEU nell'era del Covid, con un volume pressoché identico. Sono stati raccolti €750 miliardi e alla fine la Banca Centrale Europea ha dovuto assorbirne gran parte. La domanda di debito europeo appare tiepida; da allora il denaro è confluito nei bilanci del welfare dell'Europa meridionale e in progetti verdi di prestigio.

Bruxelles deve letteralmente piantare i suoi fari politici nel paesaggio, in modo che anche l'ultimo cittadino dell'UE ricordi chi ha trasformato lo scenario culturale in una sorta di distopia hollywoodiana piena di parchi eolici.

Ricorderete Mario Draghi: un tempo primo ministro tecnocratico – ovvero non eletto – dell'Italia, e prima ancora ideatore del programma OMT (Outright Monetary Transactions), lo strumento che durante la crisi del debito del 2012 ha consentito alla BCE di acquistare un numero illimitato di bond di stati europei in difficoltà per regolarne i rendimenti. “Whatever it takes”, dichiarò all'epoca il pomposo Draghi – e ora la sua artiglieria fiscale potrebbe di nuovo colpire problemi le cui cause risiedono meno nella sfera monetaria e più nel tessuto microeconomico e nel clima culturale delle nostre società.

Queste difficoltà non saranno risolte attraverso una macrogestione statale finanziata dal debito. Ciò che manca è lo spirito imprenditoriale. Il continente è eccessivamente regolamentato, i mercati dei capitali sono compromessi e l'apparato statale europeo, in continua crescita, consuma ingenti somme di denaro. Il settore privato fatica a sviluppare modelli di business sostenibili, mentre gli oneri amministrativi e gli appetiti fiscali continuano ad aumentare.

La crisi energetica autoinflitta, nata dalla frenesia della trasformazione verde, è solo uno dei tanti cappi che si stringono attorno al collo dei cittadini dell'UE. Un apparato statale ancor più ipertrofico non allenterebbe questi cappi, li stringerebbe. Su questo non ci sono dubbi.

Per la Germania l'introduzione simultanea degli Eurobond insieme alla manovra Draghi segnerebbe la fine di ogni residua speranza di stabilità fiscale. La strada scelta dall'attuale governo aumenterebbe il debito pubblico di almeno il 5% annuo. Sommando la quota proporzionale di debito in euro di nuova emissione della Germania, si può già prevedere che entro il 2030 la Germania potrebbe facilmente superare il 110% del rapporto debito/PIL.

In altre parole: d'ora in poi lo stato sociale verrebbe finanziato direttamente dalla stampa di denaro.

Il Cancelliere Friedrich Merz ha dimostrato di apprezzare l'unità al vertice con il Presidente francese Emmanuel Macron. Come spesso accade, hanno concordato sulle questioni decisive, ha spiegato Merz, condividendo un senso di urgenza: l'Europa deve agire ora e tornare competitiva, soprattutto nell'industria.

Proprio il settore più gravemente danneggiato dalle stesse politiche ora supervisionate dal cancelliere: imposte più elevate sulla CO₂, legislazione sulle catene di approvvigionamento e una politica energetica che riduce l'ambizione industriale.

Alla fine si è trattato del solito folklore da vertice, niente di più.

Una regola “Compra europeo” dovrebbe guidare la strada, con catene di approvvigionamento più saldamente incentrate in Europa. Ci si potrebbe chiedere come questo continente povero di risorse intenda realizzare tali ambizioni. Soprattutto nel commercio internazionale e nella politica verso la Russia – proprio dove sarebbero disponibili risorse abbondanti e accessibili – l'Europa ha ampiamente abbandonato una valutazione obiettiva. Nei confronti del suo acerrimo nemico, la Russia, una delle nazioni più ricche di risorse al mondo, l'Europa rimane trincerata in uno status di sfida massima.

Il pre-vertice in vista dell'incontro di marzo offre i primi indizi che il finanziamento congiunto del debito potrebbe effettivamente diventare una questione seria. Il Primo Ministro italiano, Giorgia Meloni, con un debito pari a circa il 130% del PIL nella patria del prestito congiunto, potrebbe trovare l'idea di una responsabilità condivisa, in particolare da parte del contribuente tedesco, non del tutto sgradevole.

Mentre Bruxelles danza attorno al vitello d'oro del programma di trasformazione verde e cerca di guadagnare tempo con massicci programmi di debito e pseudo-riforme, dietro le quinte potrebbero verificarsi sviluppi decisivi.

Secondo un memorandum interno del Cremlino visionato da Bloomberg, la Russia starebbe valutando un ritorno al sistema di pagamento in dollari. Dopo anni di sanzioni europee, embarghi americani ed esclusione dallo SWIFT, una simile mossa rappresenterebbe uno shock geopolitico di prim'ordine, isolando ulteriormente l'Unione Europea e alimentando tendenze secessioniste, in particolare nell'Europa orientale.

Il promemoria delinea diverse aree di interessi russo-americani sovrapposti: la cooperazione in materia di energia e materie prime, nonché la possibile integrazione di strumenti finanziari basati sul dollaro nel sistema bancario russo. La Reuters ha confermato l'esistenza di un canale di contatto tra Washington e Mosca.

Sullo sfondo di un'attività sempre più coordinata tra i tre principali attori mondiali – Stati Uniti, Cina e Russia – la strategia di Bruxelles appare sotto una luce diversa. Forse questo spiega i suoi sforzi per cercare partnership strategiche con classici stati in bilico geopolitico come l'India o il blocco del MERCOSUR.

C'è una cosa che accomuna le tre grandi potenze: i rapporti sempre più tesi con Bruxelles e le principali capitali dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Tucker on Operation Epstein Fury

Lew Rockwell Institute - Lun, 02/03/2026 - 22:16

Israel’s war and what it means. pic.twitter.com/P9D7UGq40W

— Tucker Carlson (@TuckerCarlson) March 2, 2026

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