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Il fine partita keynesiano si cristallizza nella follia monetaria del Giappone

Freedonia - 11 ore 42 min fa




di David Stockman


Se gli stampatori folli presso la BOJ venissero trattati come dei paria dal resto del mondo, potremmo rallegrarci del fatto che sul pianeta c'è ancora un minimo di sanità mentale. Ma avviene l'opposto. Istituzioni come il FMI, il Tesoro degli Stati Uniti e le altre grandi banche centrali li incitano, mentre la squadra di piromani keynesiani guidata dal professor Krugman si lamenta che il Giappone sia troppo mite con il suo "stimolo".

Adesso abbiamo nuovi dati che ci conferamo di come il Giappone sia un manicomio finanziario — anche se il suo modello di politica è abbracciato da funzionari e analisti di un certo calibro. La notizia più recente riportata dal Cabinet Office ci informa che quest'anno il tasso di risparmio delle famiglie del Giappone è sceso a -1.3%, entrando per la prima volta in territorio negativo da quando sono state registrate le serie storiche nel 1955.

Solo una generazione fà il Giappone veniva descritto come un popolo di risparmiatori. Prima dello scoppio della bolla finanziaria alla fine degli anni '80, le famiglie risparmiavano regolarmente il 15-25% del reddito. Ma dopo quasi tre decenni di politiche keynesiane, il Giappone è ora incappato in una trappola finanziaria/demografica che non dà scampo.

Dal momento che il Giappone si rifiuta ostinatamente di accettare gli immigrati, i suoi dati demografici di lungo termine sono un disastro. Di conseguenza chi farà la differenza nei prossimi decenni è già nato, è già stato conteggiato, è già stato assunto ed è già stato aggiunto nelle proiezioni.

La forza lavoro del Giappone, che conta 80 milioni di unità, scenderà a 40 milioni entro il 2060. Allo stesso tempo, i suoi attuali 30 milioni di pensionati continueranno ad aumentare, il che significa che in ultima analisi supereranno il numero di lavoratori.

A fronte di tali fatti scoraggianti, ne consegue che alla vigilia del suo bust demografico il Giappone ha bisogno di risparmi elevati e tassi di interesse generosi per aumentare le uova nel paniere dei pensionati; un tasso di cambio forte per attirare capitali stranieri e assorbire i suoi $12 bilioni di debito pubblico, che ammontano già al 230% del PIL; e un aumento dei redditi reali al fine di coprire la pesante tassazione (inevitabilmente necessaria) per chiudere il suo gap di bilancio e contenere il debito pubblico.

Ma dato che sta seguendo politiche fiscali e monetarie keynesiane, mettendo sotto steroidi l'Abenomics, va da sé che stanno prevalendo le condizioni opposte. In particolare, nessuna famiglia o istituto in Giappone può guadagnare qualcosa dai risparmi. Il tasso del mercato monetario, il quale determina i rendimenti dei depositi di denaro, è passato da un "picco" di 100 punti base (per quanto possa sembrare assurdo) prima della crisi finanziaria ai 10 punti base di oggi, vale a dire, niente.




Ma ciò che sorprende di più è che il rendimento del decennale giapponese è sprofondato ad un minimo storico dello 0.31%. Data l'insistenza della BOJ nel voler raggiungere il target d'inflazione del 2% a qualunque costo, è lecito dire che la politica ufficiale dell'Abenomics è quella di spennare i titolari di debito pubblico a lungo termine.

Non riuscendo a pensare alle conseguenze delle sue azioni, la BOJ vuole che le banche, le famiglie e le altre istituzioni finanziarie investano risorse in qualcosa di perdente. Vale a dire, il programma di acquisto di bond della BOJ è diventato così grande da essere arrivato a fagocitare il 100% delle nuove emissioni del governo. In termini pratici questo significa che il debito pubblico si è effettivamente ridotto, e che il mercato dei titoli di stato è stato inghiottito a tutti gli effetti dalla BOJ.

Non c'è nient'altro che un'implacabile banca centrale. Dati recenti provenienti dal fondo pensionistico statale giapponese (GPIF), per esempio, mostrano che tale istituto ha già venduto alla BOJ centinaia di miliardi di dollari in titoli di stato.

Inutile dire che questa monetizzazione di tutto il mercato dei titoli di stato è un suicidio finanziario. La BOJ ora non osa fermare le stampanti monetarie, perché senza la sua domanda il mercato si schianterebbe violentemente. Eppure il 40% delle entrate del governo del Giappone viene già utilizzato per ripagare il suo gigantesco debito pubblico. Anche un aumento di 180 punti base dei rendimenti medi (il che significa un tasso ancora inferiore al 2% per il decennale giapponese) sarebbe sufficiente ad assorbirne il resto. Proprio così, il 100% delle entrate del governo verrebbe utilizzato solo per ripagare il proprio debito.

Ciò equivale ovviamente ad uno scenario fiscale comico, ma è comunque matematicamente concreto. Anche con l'aumento delle imposte al consumo dal 5% all'8%, le amministrazioni pubbliche del Giappone avrebbero una spesa di circa ¥100 bilioni l'anno a fronte di un gettito fiscale da ¥50 bilioni.




Come è evidente dal grafico qui sopra, questo divario è diventato più marcato a partire dai primi anni '90, quando i missionari keynesiani hanno convertito i burocrati locali alla religione della spesa in deficit. Ora, dopo aver sprecato 25 anni a costruire autostrade e ponti verso il nulla, il governo di Abe è riuscito a rinviare un aumento delle tasse fino al 2017. Questo significa che il debito pubblico continuerà a salire e che la BOJ monetizzerà implacabilmente il 100% delle nuove emissioni di debito pena una devastante impennata dei tassi di interesse.

Questa è una situazione fuori da ogni concezione logica. Sin dai primi anni '90 i rendimenti dei titoli giapponesi sono calati a causa della repressione finanziaria della BOJ, oltre ad un boom disinflazionistico stimolato dall'espansione del credito fiat delle altre banche centrali. I rendimenti del debito pubblico del Giappone sono a zero e, difatti, le maturazioni fino a due anni sono tradate a rendimenti negativi.




L'onere del debito pubblico è salito senza sosta sin dagli anni '80 a causa delle politiche fiscali di stampo keynesiano, come dimostrato nel grafico qui sotto. E ora, a causa dell'Abenomics, un altro 7-10% del PIL verrà risucchiato dal debito pubblico.




Il grafico qui sotto cattura al meglio la natura disperata della trappola del debito del Giappone. In termini di yen — e questa è la metrica legata alle entrate di bilancio del Giappone — il reddito nazionale non ha registrato alcuna crescita netta sin dal 2006! E l'Abenomics non ha affatto modificato le cose. Nel trimestre più recente il prodotto nazionale lordo non era superiore a quello del gennaio 2013.




In breve, l'equazione fiscale del Giappone è finita in una morsa brutale in cui il denominatore (PNL) rappresenta un elettrocardiogramma piatto, mentre il numeratore (il debito pubblico) continua a salire. Almeno per il momento, quindi, il Giappone ha fatto pienamente ricorso alla stmapante monetaria per finanzare i suoi conti pubblici.

La BOJ sta distruggendo lo yen e sta precludendo la possibilità di un afflusso di capitali internazionali nel Paese — salvo speculazioni di breve termine da parte dei carry trader di New York, Londra e delle altre arene in tutto il mondo. Di conseguenza, il forte calo del tasso di cambio sin dal 2012 è probabile che si accentui di più nel futuro prossimo. Più a lungo la BOJ stamperà enormi quantità di nuovi yen per finanziare il 100% del deficit pubblico, più questo calo si farà marcato.




Il crollo della valuta, a sua volta, significherà che il costo della vita su un arcipelago che importa il 100% della sua energia e la maggior parte delle materie prime, è destinato a salire. I salari reali coleranno a picco. Infatti queste cose segnano l'ennesimo punto irto nei cosiddetti dati in entrata. Il novembre scorso i salari reali sono crollati del 4.3% su base annua, il 17° declino mensile e il più ripido sin dal dicembre 2009.




Il disastro keynesiano è quindi completo. L'enorme campagna monetaria della BOJ per finanziare il deficit sta erodendo i salari reali, ritardando un aumento delle tasse in grado di colmare il divario fiscale e di ridurre gli oneri finanziari. Con la ZIRP i pazzi presso la BOJ stanno anche cancellando la figura del risparmiatore e, con un tasso di cambio in picchiata, stanno allontanando gli investitori internazionali. Di conseguenza non vi è alcun modo onesto per finanziare il deficit pubblico, il che significa che la stampante monetaria continuerà a rombare.

Questa strategia equivale ad una missione suicida. Ma ciò che spaventa veramente, è che il modello di politica del Giappone è stato approvato e adottato dai governi e dalle banche centrali di tutto il mondo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


I veri "ossimori" siamo noi

Luogocomune.net - Mer, 28/01/2015 - 14:00
Ossimoro è una parola che si usa per descrivere un'espressione nella quale appaiono due concetti opposti, inconciliabili fra di loro (es.: ghiaccio bollente). Letteralmente, il termine deriva dal greco hoxys, che significa "acuto" e moròs, che significa "stupido". In altre parole, un ossimoro è qualcosa di acutamente stupido.

Fatta questa premessa, possiamo constatare come la bagarre attualmente in corso per l'elezione del presidente della Repubblica sia un festival quasi infinito di ossimori clamorosi.

Ossimoro numero 1: tutti gli esponenti dei partiti, a partire da PD e Forza Italia, dicono che "bisogna trovare un candidato che sia espressione della più ampia maggioranza possibile", ma poi stanno già pensando di votare scheda bianca alle prime tre tornate, perché evidentemente sanno già che il quorum dei due terzi è impossibile da raggiungere.

Ossimoro numero 2: tutti gli esponenti dei partiti, a partire da PD e Forza Italia, sostengono che "bisogna trovare un candidato che sia super partes, che sia un arbitro e non un giocatore", ma poi i nomi che circolano sono soltanto quelli di persone che sarebbero chiaramente di parte. Tant'è vero che in realtà stanno cercando un candidato che "vada bene" sia Berlusconi che a Matteo Renzi - senza scontentare nè Bersani nè Alfano - altrimenti non se ne fa nulla. [...]

Austriaci, riserva frazionaria, moltiplicatore monetario e spesa in deficit

Freedonia - Mer, 28/01/2015 - 11:11
La scelta di Draghi (lanciare un QE "made in UE") rappresenta un chiaro indizio di come la BCE, e le altre banche centrali del mondo, si siano intrappolate da sole in quella che è una trappola senza via di scampo. Infatti ora che la FED si è presa una pausa dal suo QE, la BCE ha dovuto fare qualcosa per sostenere in qualche modo la precedente promessa del "whatever it takes". E' stato deciso che si sarebbero acquistati nei prossimi 18 mesi €1.1 bilioni di bond degli stati europei. Finché la FED elargiva denaro quasi-gratis, gli speculatori hanno potuto accaparrare pattume obbligazionario europeo col denaro quasi-gratis generosamente offerto dallo zio Sam, scommettendo sulla promessa dello zio Mario che, prima o poi, anche lui avrebbe acceso le rotative. Miliardi di titoli francesi, italiani spagnoli, portoghesi e greci sono finiti quindi in hedge fund, ad esempio. E' come se avessero "affittato" tali asset, tenendosi pronti a venderli una volta che la BCE si sarebbe decisa a lanciare il cosiddetto bazooka. Questa non è altro che una gigantesca frode per mantenere in piedi la credibilità degli stati europei al collasso. Alla popolazione questa operazione è stata giustificata sotto lo spettro di una presunta deflazione. Non esiste niente di tutto ciò. Al di fuori del mercato delle commodities e dei materiali industriali, i cui prezzi vengono indeboliti dal raffreddamento della follia immobiliare cinese, l'inflazione c'è e si fa sentire. L'esperimento monetario europeo partorito dalla mente di Jean Monnet si sta sfaldando e gli eurocrati corrono ai ripari cercando di arraffare quanto più possibile prima di dichiarare bancarotta. Se prima era lo zio Ben a detenere lo scettro di falsificatore legalizzato più scalmanato, ora tale scettro può passare allo zio Mario. Ma a parte ciò, oggi andremo alla radice di alcuni dei mali che ostacolano un mercato libero da interferenze e suddetti mali rispondono al nome di riserva frazionaria, moltiplicatore monetario e spesa in deficit. Analizziamoli da un punto di vista Austriaco attraverso questi due articoli (1 & 2).
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di Robert Batemarco


Di recente John Tamny ha scritto un pezzo su Forbes intitolato: “The Closing of the Austrian School’s Economic Mind” in cui ha criticato alcune affermazioni fatte da Frank Hollenbeck nell'articolo “Confusing Capitalism with Fractional Reserve Banking.”

Tamny va ben oltre la critica a Hollenbeck, poiché afferma che molti economisti Austriaci moderni sostengono punti di vista sulla politica monetaria che sono in contrasto con gran parte del corpo teorico fornito dalla stessa Scuola Austriaca. Il tema che secondo Tamny divide gli Austriaci è la riserva frazionaria. Così facendo, egli solleva diversi argomenti che non possono resistere ad un esame critico.

La posizione Austriaca afferma che la riserva frazionaria conferisce la proprietà di determinati fondi a più di una persona. L'individuo che li deposita ha un diritto di proprietà su di essi; ma quando questi stessi fondi vengono utilizzati per concedere un prestito, anche il mutuatario ne possiede la proprietà. Ciò che alimenta le corse agli sportelli bancari è proprio questo scenario: due o più persone che possono rivendicare la proprietà sugli stessi fondi. L'esistenza di un'assicurazione sui depositi le ha ridotte al minimo, scongiurando la situazione in cui più proprietari cercano di rivendicare la proprietà dei loro fondi nello stesso momento. L'assicurazione sui depositi equivale ad un salvataggio preventivo delle banche. Dato che si tratta di un privilegio speciale, piuttosto che di uno sviluppo naturale del mercato, ne consegue che le restrizioni alla riserva frazionaria sarebbero un argomento prettamente libertario... rispetto all'interferenza statale acclamata da Tamny.

La sua incapacità nel comprendere come la riserva frazionaria porti due o più persone a rivendicare la proprietà sugli stessi fondi, lo conduce a negare la logica del moltiplicatore della moneta. Infatti scrive:

Il problema è che la nozione stessa di "moltiplicatore monetario" rappresenta un'impossibilità logica; anche un'analisi superficiale sarebbe sufficiente per capirlo. [...] Secondo gli Austriaci, il denaro può essere moltiplicato. La Banca A accetta $1,000, presta $900 alla Banca B, poi la Banca B presta $810 alla Banca C, poi la Banca C presta $729 alla Banca D, ecc. Ben presto i $1,000 si "moltiplicano" più volte al diffondersi del credito.
Il concetto di moltiplicatore monetario non è affatto univoco agli Austriaci. Io l'ho appreso quarant'anni fa da un libro di testo di Paul Samuelson e dal libricino della FED, Modern Money Mechanics. E' anche il fulcro di ogni libro di testo sul sistema monetario; viene anche spiegato nel libro più recente di Paul Krugman. Infatti la natura del processo è una delle preposizioni più controverse in economia — con preposizione economica si intende, ad esempio, un punto di vista sostenuto sia da Murray Rothbard che da Paul Krugman. Infatti se non esistesse un moltiplicatore della moneta, non si potrebbe spiegare perché nel 2008, prima del QE1, M1 era 1.6 volte la base monetaria. Né il coefficiente di riserva obbligatoria (uno strumento di politica monetaria diventato troppo potente per essere utilizzato dopo il 1937) avrebbe alcun effetto sulla massa monetaria in assenza dell'effetto del moltiplicatore monetario.

Le controversie non nascono dal riconoscimento della sua esistenza, ma se crei o no distorsioni nell'economia. Le distorsioni introdotte dalla riserva frazionaria, e in misura ancora maggiore dalle banche centrali, costituiscono l'elemento centrale della teoria Austriaca del ciclo economico. L'idea di base è che la creazione di denaro (e anche di credito, dal momento che il nuovo denaro viene prestato) aumenta l'offerta di fondi mutuabili e abbassa i tassi di interesse senza aumentare l'offerta dei risparmi reali. Ciò inganna gli investitori facendo credere loro che esistono maggiori risorse, rispetto a quelle attualmente disponibili, per progetti d'investimento. Questi ultimi vengono avviati su vasta scala, dal momento che molti investitori cercano di entrare in possesso delle stesse risorse produttive. Così facendo fanno salire i prezzi di queste risorse, riducendo la redditività dei loro progetti d'investimento. Le imprese rimarranno a corto di risorse necessarie per completare proficuamente i loro investimenti, esponendole ad errori economici e trasformando il boom in bust.

Tamny contesta le affermazioni del paragrafo precedente facendo ricorso ad una definizione idiosincratica del credito. Egli afferma che: "Il credito non può essere moltiplicato. Punto. Per ogni individuo che ottiene credito, deve esserci un risparmiatore disposto a darvi accesso." Questa affermazione è supportata da una preziosa intuizione di base: prestare denaro a coloro che desiderano acquistare beni che non potrebbero altrimenti permettersi, non crea beni supplementari. L'equivoco nasce dall'uso della parola credito per descrivere i beni che vengono acquistati. Credo che sia l'uso eccentrico di questa parola che metta in disaccordo Tamny e gli Austriaci. Ecco l'Allegato A:

Forse un'altra risposta logica a questa linea di pensiero è il boom immobiliare che ha avuto luogo negli anni 2000. E' vero o no che è stato alimentato dal credito facile? Cerchiamo di essere seri. Credere che i tassi bassi fissati dalla FED siano stati i responsabili del boom immobiliare, equivale a credere che il controllo degli affitti renda abbondanti gli appartamenti. Ma non è così, e né i bassi tassi decretati dalla FED hanno scatenato il boom immobiliare.
Gli Austriaci concordano sul fatto che elargire più prestiti di quelli che sarebbero stati concessi in un mercato non ostacolato, non contribuisce a creare nuovi beni. Ma nel breve termine c'è l'illusione di una quantità di risorse maggiori, perché il processo di creazione del credito non requisisce d'un colpo le risorse da coloro il cui denaro diminuisce inizialmente di valore a causa dell'Effetto Cantillon. Purtroppo molti imprenditori che cercano di espandere le loro operazioni agiscono basandosi su questa illusione. Quando la nuova moneta raggiungerà coloro il cui denaro ha perso inizialmente valore, e si vedranno costretti a re-indirizzare la loro domanda, diverrà evidente che ulteriore credito non creerà affatto nuovi beni.

L'ultima cosa di cui vorrei discutere qui è la critica di Tamny ad una riserva del 100% sui depositi a vista. Secondo lui questa cosa imposibiliterebbe i prestiti tra mutuatari e risparmiatori. Ha torto. Gli Austriaci non hanno alcun problema con quei risparmiatori che acquistano obbligazioni di una società alla ricerca di ulteriori finanziamenti, né se le acquistano dalla sua banca d'investimento attraverso una IPO oppure sul mercato secondario, né se stipulano con una banca un deposito vincolato sapendo che non avranno diritti su quei fondi fino alla scadenza. In tutti questi casi, gli intermediari prendono in prestito dai risparmiatori al fine di prestare tali risparmi (non si tratta esattamente di un prestito nel caso delle azioni). Quello a cui si oppongono gli Austriaci è ben altro: dire ai depositanti che possono esercitare il possesso sui loro fondi depositati, quando invece le banche li hanno prestati a qualcun altro.

L'eliminazione della riserva frazionaria ridurrebbe la spesa per investimenti, ovviamente non a zero ma ad un livello più sostenibile. Ciò non eliminerebbe del tutto gli errori imprenditoriali, i quali sono parte integrante dell'incertezza futura, ma eliminerebbe quegli errori generati da piani insostenibili basati su segnali di mercato falsificati (tassi di interesse al di sotto il loro tasso di mercato), attenuando, o nel migliore dei casi, eliminando il ciclo economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di Frank Shostak


Alcuni economisti, come il premio Nobel Paul Krugman, ritengono che durante una crisi economica è dovere dello stato avere grandi deficit di bilancio per riportare le cose alla normalità. Su questo punto — dato che dal 2011 al 2014 il tasso di crescita del prodotto interno lordo reale (PIL) è rimasto intorno al 2% — molti esperti sono del parere che il deficit di bilancio, che nel 2014 è ammontato a $483 miliardi, non è stato abbastanza grande.




Secondo questo modo di pensare, se la domanda aggregata si indebolisce a causa di un rallentamento delle spese al consumo, allora lo stato deve intervenire e aumentare la sua spesa per evitare che la domanda aggregata diminuisca ulteriormente. Si noti che nel 2014 le spese statali sono ammontate a $3.5 bilioni rispetto ai $1.788 miliardi nel 2000 — un aumento del 96%.




La Spesa Pubblica E' Buona per l'Economia?

Paul Krugman e altri commentatori sono del parere che un aumento del deficit di bilancio, in risposta a grandi spese pubbliche, può essere una buona notizia per l'economia.

Inoltre sostengono che esistono ben poche prove empiriche secondo cui i deficit di bilancio soffocano la crescita economica. Secondo loro può solo essere d'aiuto per quell'economia il cui percorso di crescita scende sotto la media. Al contrario, gli oppositori di questa tesi ritengono che un ampliamento del deficit di bilancio tende ad essere monetizzato e successivamente porta ad una maggiore inflazione.

Inoltre un ampliamento del deficit di bilancio tende ad alimentare un effetto crowding out nei confronti del settore privato, e questo soffoca la crescita economica. Quindi, secondo quest'ultimo punto di vista, uno stato deve evitare, per quanto possibile, un ampliamento del deficit di bilancio. In realtà l'attenzione dovrebbe focalizzarsi sempre sul raggiungimento di un pareggio di bilancio.



Perché un Aumento della Spesa Rappresenta una Cattiva Notizia

Suggeriamo che l'obiettivo di aggiustare il deficit di bilancio (mantenerlo grande o eliminarlo del tutto), potrebbe essere una politica errata. In definitiva, ciò che conta per l'economia non è la dimensione del deficit di bilancio, ma la dimensione della spesa pubblica — la quantità di risorse che lo stato accalappia per sé stesso. Si noti che, contrariamente a quanto dice Krugman, riteniamo che un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche rappresenta una cattiva notizia per l'economia.

Si osservi che uno stato non crea ricchezza — più spende, più risorse deve prendere dai creatori di ricchezza. Ciò a sua volta indebolisce il processo di creazione di ricchezza. Ciò significa che il livello effettivo di tassazione è la dimensione dello stato e nient'altro. Ad esempio, se lo stato prevede di spendere $3 bilioni e finanzia queste spese mediante $2 bilioni in tasse, ci sarà una mancanza, etichettata come deficit, di $1 bilione. Dato che queste spese devono essere finanziate in un modo o nell'altro, significa che oltre alle tasse lo stato deve fare ricorso ad altri mezzi di finanziamento come i prestiti o la stampa di denaro.

Lo stato impiegherà ogni mezzo a sua disposizione per ottenere le risorse dai creatori di ricchezza. Quindi ciò che conta è che le spese siano di $3 bilioni, e non che il deficit sia di $1 bilione.

Ad esempio, se lo stato aumentasse le tasse per $3 bilioni e di conseguenza avesse un bilancio in pareggio, cambierebbe il fatto che sottrae $3 bilioni di risorse ai creatori di ricchezza? Riteniamo che un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche metta in moto una deviazione di ricchezza da quelle attività creatrici di ricchezza verso quelle che la sperperano. Questa situazione conduce all'impoverimento economico. Quindi, in questo senso, un aumento della spesa pubblica per rilanciare la domanda aggregata dovrebbe essere considerato come una cattiva notizia per il processo di creazione di ricchezza e, quindi, per l'economia in generale.

Contrariamente a quanto dicono commentatori come Krugman, il FMI e vari funzionari della FED, suggeriamo che un taglio della spesa delle amministrazioni pubbliche dovrebbe essere considerato come una grande notizia per i creatori di ricchezza. Naturalmente è una cattiva notizia per le varie forme di vita artificiale emerse grazie ad un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Soldati americani a Mariupol: ecco la prova

Luogocomune.net - Mar, 27/01/2015 - 19:19
di Maurizio Blondet

Ovviamente, i nostri media non vi faranno vedere questi video, che dimostrano la presenza di combattenti americani a Mariupol. La fonte è al disopra di ogni sospetto, in quanto ucraina: una giovane giornalista televisiva e il suo cameraman stanno mostrando le devastazioni e le fiamme del mercato di Mariupol colpito da artiglierie, forse da razzi Grad. Ad un certo punto avanza correndo un soldato che la giornalista crede un ucraino, perchè indossa la mimetica ucraina e ha un kalashnikov; lei gli corre dietro chiedendogli: "Che cosa è successo qui? Mi dica?" Il cameraman cerca di prendere il volto del soldato ucraino. La risposta del soldato ucraino è furiosa, e in inglese: "Out of my face please!" E se ne va tutto affannato. La giornalista resta di stucco: com’è che i nostri eroici soldati parlano inglese da lingua madre, con una frase idiomatica? Andare al minuto 2.36 per la risposta del soldato "ucraino".



L’arrivo di soldati Usa sul terreno è stato annunciato ufficialmente il 21 gennaio scorso dal generale Ben Hodghes, capo della US Army Europe, ma solo come addestratori per i soldati di Kiev, ...

Il paradosso della crescita economica moderna

Freedonia - Mar, 27/01/2015 - 11:13




di Bill Bonner


[La volta scorsa Bill ha discusso del pericoloso ruolo ricoperto dal QE in un'economia zombificata. Oggi amplia tale concetto facendoci osservare da vicino i risultati elettorali del novembre scorso e un paio di statistiche allarmanti sull'economia degli Stati Uniti. Leggiamo...]


Gli elettori non amano i repubblicani più di quanto non amino i democratici. Ma il novembre scorso Obama e i democratici sono stati ritenuti responsabili per il triste stato in cui versa l'economia.

Sono stati scaricati. Un'impiccagione probabilmente sarebbe stata meno dolorosa.

Abbiamo ricordato molte volte che il reddito medio delle famiglie è inferiore rispetto a quello che era all'inizio del XXI secolo. La famiglia media aveva $57,000 di reddito quando la grande palla è scesa a Times Square alla fine del XX secolo. Oggi la cifra è di $52,000.

Le azioni sono sostanzialmente salite più in alto, così come i profitti aziendali. Perché la gente comune non guadagna più soldi?

Dopo tutto, viviamo nella più grande economia che l'uomo abbia mai creato. Più persone hanno più soldi che mai, quindi c'è un sacco di capitale per finanziare nuove imprese.

Inoltre, sempre più persone sono laureate. Quindi non c'è carenza di persone istruite per riempire posti negli uffici. E ci sono più scienziati e ingegneri impegnati nello sviluppo di nuovi farmaci, nuove macchine e nuove sostanze chimiche.

L'economia dovrebbe sperimentare una crescita strabiliante, posti di lavoro a iosa e redditi più elevati per tutti.

E non dimenticate che ci sono più persone che mai il cui ruolo nella nostra economia è quello di migliorare le cose — più agenzie governative, più programmi statali e più burocrati.

Questi dipendenti "pubblici" stanno tutti lavorando a tempo pieno per migliorare la sorte dei cittadini. La Federal Reserve da sola ha 17,015 dipendenti — la maggior parte dei quali è composta da impiegati o economisti. Di sicuro gli sforzi congiunti di così tante persone intelligenti hanno gettato le basi per un'economia migliore... o no?

A quanto pare no. Non solo il reddito per la maggior parte delle persone sta diminuendo, ma il debito delle famiglie è più che raddoppiato sin dall'inizio del secolo. È vero, è un po' più basso di quanto non fosse nel 2008. Ma è ancora più di $13 bilioni.

E poi c'è quest'altro inghippo: per un giovane soleva essere facile entrare nella forza lavoro e per una persona anziana soleva essere un piacere lasciarla. Ora per le persone che hanno bisogno di posti di lavoro è difficile trovarli... e per i vecchietti è difficile rinunciarvi.

La partecipazione alla forza lavoro per le persone tra i 25 e i 54 anni è scesa dall'83% all'81%. E ora il 40% delle persone con più di 55 anni ha un posto di lavoro; nel 1990 questa cifra raggiungeva solo il 30%.

Sin dal 1979 i redditi dell'1% sono triplicati. Ma quando parliamo della classe media americana, negli ultimi 35 anni il reddito è sceso. In fondo — dove si trova il 20% più povero della popolazione — i redditi sono scesi di un incredibile 60%.

Nel 2000 il 69% degli americani intervistati si diceva soddisfatta di come stessero andando le cose negli Stati Uniti. Ora solo il 23% afferma di essere soddisfatto, cosa che non sorprende alla luce dei dati che abbiamo appena visto.

Per alcuni la frustrazione è insopportabile. Nel 2001 circa 16 uomini su 100,000 si sono uccisi. Ora la cifra è 25 su 100,000 — un aumento del 56%.

Si potrebbe pensare che questo tipo di feedback costringerebbe economisti e politici a prenderne atto, a riconsiderare le politiche degli ultimi decenni.

Ma no. Economisti celebri come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Larry Summers — così come quelli alla FED, al Tesoro USA, alla BCE, alla Banca del Giappone, alla Banca d'Inghilterra e al FMI — condividono lo stesso modello economico interventista... uno che è stato sviluppato nella prima metà del secolo scorso ed elaborato nel corso degli ultimi 60 anni.

Prendendo spunto da Keynes, questi economisti ritengono che un'economia stagnante soffra di una mancanza di domanda. La loro logica dice che se solo si aumentasse la "domanda", ciò innescherebbe una crescita... la quale porterà posti di lavoro e redditi più alti.

Ma la domanda è una cosa naturale. Essa si verifica quando le persone hanno guadagnato dei soldi... e quando preferiscono comprare qualcosa con quei soldi piuttosto che risparmiarli.

I federali sanno che non possono giocherellare con questo tipo di domanda. Tutto quello che possono fare è creare una "domanda-surrogato" sopprimendo i tassi di interesse e facilitando l'accesso al credito.

Se questo non funziona, si preparano per altre due iniziative. La prima è venuta alla luce alla fine del mese scorso, quando la Banca del Giappone ha annunciato che il suo programma di QE non solo sarebbe stato aumentato a ¥80 bilioni ($700 miliardi) l'anno, ma avrebbe anche triplicato i suoi acquisti di ETF giapponesi e REIT.

Tutto ciò, naturalmente, ha stimolato i prezzi del mercato azionario... gli speculatori giapponesi hanno ringraziato.

Come ogni altra iniziativa negli ultimi due decenni, l'ultimo intervento della BOJ ha reso i ricchi più ricchi. Ma non aspettatevi che questa nuova mossa risulti determinante per l'economia giapponese o per la classe media. Entrambe hanno bisogno di un miglioramento economico reale, e non di più chiacchiere sullo "stimolo".

Se si potesse davvero stimolare la domanda mediante la creazione di una falsa domanda, l'Argentina e lo Zimbabwe avrebbero due delle economie più importanti del mondo.

E oggi Harry Reid sarebbe ancora un senatore di spicco.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


La falsa calamità della deflazione

Freedonia - Lun, 26/01/2015 - 11:03




di David Stockman


Coloro che si stracciano le vesti contro la cosiddetta calamità della deflazione, stanno semplicemente sostenendo un non sequitur economico. Vale a dire, il fatto che i prezzi al consumo nell'UE siano finiti in territorio negativo (0.2%) a dicembre, non implica che debba essere immediatamente accesa la stampante della BCE.

Beh, è ovvio che l'ICP si sia momentaneamente indebolito. Il petrolio greggio ha fatto registrare un tonfo monumentale di oltre il 50% sin dalla metà del 2014. Ciò ha temporaneamente trascinato in basso l'ICP della zona Euro. Negli ultimi 12 mesi i prezzi dell'energia nella zona Euro sono diminuiti del 6.3%, e tutto il resto è ancora dello 0.6% superiore rispetto ad un anno fa.

Quindi qual è l'emergenza? Si tratta dello stesso contrattempo che ha fatto registrare l'ICP quando il petrolio è crollato nella seconda metà del 2008. Come è evidente qui sotto, quell'episodio non ha gettato in un buco nero l'intera economia. In realtà l'ICP dell'Eurozona c'ha messo poco a riprendersi, tornando al di sopra del 2.5% in pochissimo tempo.




La verità è che l'UE-19 vive nell'abbondanza e i consumatori si sono presi una pausa; e, dall'altro lato dell'equazione economica, produce pochissimo petrolio. La produzione petrolifera in Europa si trova principalmente nel Regno Unito e in Norvegia, e questi due Paesi hanno le loro valute. Di conseguenza la BCE dovrebbe concedere più di un anno sabbatico alla sua stampante monetaria e dichiarare la vittoria per il conseguimento del suo obiettivo: "stabilità dei prezzi".

Ritenere che un'inflazione pari a zero rappresenti un qualche precursore di una calamità deflazionistica, equivale a credere agli asini che volano. Sin dal 2008 non c'è stato alcun cambiamento strutturale nell'economia della zona Euro, e quindi non esiste alcuna base empirica per affermare che i salari e i prezzi si spiralizzeranno in quella che sarà una caduta mortale verso il basso. In realtà è stato il dirigismo di Bruxelles che ha reso prezzi e salari ancora più "rigidi" e "viscosi", a causa della valanga di nuove normative, sussidi e altri interventi nell'economia.

La zona Euro, come il resto dei mercati emergenti, soffre di una distorsione inflazionistica incorporata in sei decenni di storia durante i quali l'euro e le valute che l'hanno preceduto hanno perso potere d'acquisto mese dopo mese. Le famiglie stanno finalmente assaporando quella che possiamo senza dubbio definire una breve tregua dalla tassa dell'inflazione. Comunque non esiste motivo razionale per non credere che il livello dei prezzi riprenderà la sua inarrestabile marcia verso l'alto.




La storiella della deflazione nella zona Euro è pura fantasia, e non ci vuole molto per documentare tale affermazione. In primo luogo, non vi è alcun segno di un crollo dei salari. Come si fa, quindi, ad avere una spirale deflazionistica se i salari continuano a crescere?

Come illustrato qui sotto, a causa della pesante sindacalizzazione e delle leggi protezionistiche sul lavoro, i salari della zona Euro sono stati per molto tempo a bordo di un ascensore in perenne salita, e non presentano segni di "deflazione". Il compenso totale per lavoratore è salito del +1.3% negli ultimi dodici mesi — un tasso identico all'1.3% registrato durante l'anno precedente, e non molto al di sotto del tasso annuo dell'1.7% che è stato registrato sin dalla metà del 2010.




Se si prendono in considerazione gli articoli prodotti nell'Eurozona, la storia è la stessa. Nel caso dei servizi totali, la variazione di prezzo registrata a dicembre è dell'1.25% — una cifra che è stata raggiunta due volte prima di questo secolo senza effetti indesiderati.




Nel caso specifico dei servizi immobiliari e degli affitti, il tasso di inflazione non è molto inferiore al 2% — un livello che si è imposto negli ultimi anni.




Allo stesso modo, il tasso di inflazione nella produzione di servizi ricreativi e personali non ha mostrato segni discendenti. Il tasso di incremento è di circa l'1.5%, ed è nella fascia che è prevalsa per la maggior parte di questo secolo.




Lo stesso vale per i servizi di trasporto. L'indice continua a crescere ad un tasso dell'1.5% rispetto a quello registrato nell'ultimo decennio o giù di lì (+2.5%). Non è un bene per la produttività e la crescita se nella zona Euro il tasso di inflazione per il trasporto di persone e merci sia in leggera diminuzione? Dov'è l'allarme?




In breve, lo stop momentaneo nella salita dei prezzi della zona Euro è quasi interamente dovuto al calo mondiale dei prezzi delle materie prime emerso sin dal picco della bolla cinese nel 2012; e non scordiamoci l'effetto ritardato della forza dell'Euro prima della metà del 2014.

Nel caso dei prodotti non alimentari (inclusa l'energia), per esempio, l'indice dei prezzi della produzione è sceso di circa il 25% dal suo picco nel 2011/12. Dal momento che la zona euro importa gran parte della sua energia e delle materie prime industriali, tale discesa non rappresenta uno sviluppo positivo?

E c'è di più. I prezzi delle materie prime sono ancora il doppio rispetto al loro livello pre-2005. In altre parole, la gigantesca bolla globale delle materie prime generata dalla rapida espansione del credito in Cina, nei paesi BRIC e nei mercati emergenti ha finalmente iniziato a rallentare, e i suoi effetti ora si stanno facendo strada negli indici dei prezzi della zona Euro. Invece di una crisi, il raffreddamento dell'inflazione nella zona Euro rappresenta una tregua benvenuta dall'aberrante bolla del credito alimentata dalle banche centrali negli ultimi dieci anni.




Anche nel caso dei prodotti alimentari, il forte calo sin dal 2012 è una minaccia solo per gli agricoltori francesi... nel peggiore dei casi. Come si può sostenere che una riduzione del 20% dei costi del cibo danneggerà il tenore di vita di 350 milioni di consumatori nella zona Euro, o che causerà una sottoperformance cronica nella macroeconomia?




Infine, i prezzi calanti al di fuori del settore delle importazioni, delle materie prime e dei prodotti industriali trasformati che li incarnano, non hanno nulla a che fare con la politica monetaria a breve termine. L'indice dei prezzi per i servizi di comunicazione, per esempio, è negativo del 2.5% — ma non è una novità. Grazie alla rivoluzione tecnologica nel settore della comunicazione e un modesto grado di liberalizzazioni, i prezzi in questo settore sono in calo da circa due decenni, rappresentando un vantaggio per la crescita economica e il benessere dei consumatori.




In breve, la paura per la deflazione nella zona Euro non ha nulla a che fare con la realtà empirica o il buon senso. Invece è pura propaganda uscita dalle bocche dei burocrati di Francoforte e Bruxelles, scimmiottata e amplificata dai venditori ambulanti nel casinò del mercato azionario che sostengono di essere "economisti" e "strateghi".

Poi, in perfetto orario, arriva questa assurdità di James Ashley, presunto economista presso RBS Capital Markets:

"L'emergere di un'inflazione negativa anima lo spettro di un possibile periodo prolungato di deflazione", ha detto James Ashley, economista presso RBC Capital Markets. "In altre parole, per quei politici che fino ad ora sono rimasti titubanti sull'opportunità o meno di adottare ulteriori provvedimenti, questo non rappresenta altro che il vibrante appello di una situazione che urla la sua gravità."
Giusto. Un solo mese di inflazione negativa rappresenta certamente un "vibrante appello" — per chiedere alla BCE di lanciare i siluri monetari. Può essere che RBS sia stata occupata ad esporre i propri clienti e i propri fondi a titoli italiani prevedendo che sarebbe arrivata dalla BCE una gigantesca offerta d'acquisto per la spazzatura obbligazionaria italiana?

Alla fine è tutto abbastanza semplice. I banchieri centrali keynesiani che gestiscono il mondo hanno più potere di qualsiasi altro governatore nella storia umana. Sono inebriati da questo potere, e di conseguenza hanno abbracciato proposizioni per le quali non esiste alcuna evidenza empirica.

Non esiste alcuna prova che un 2% di inflazione sia qualcosa di benefico per la crescita economica e il tenore di vita della società rispetto ad un 1% o uno 0% o un -0.2%. Non sta scritto in nessuno dei trattati e dei documenti ufficiali che il mandato della "stabilità dei prezzi" richieda esattamente un aumento annuale del 2% nell'ICP — e soprattutto non meno, anche per pochi mesi transitori.

E' tutto inventato di sana pianta. E ora viene ripetuto in modo così implacabile dai banchieri centrali e dai media finanziari, che ha assunto la forma di un incantesimo rituale. Così, uno degli uomini più pericolosi al mondo, Mario Draghi, di recente ha ripetuto per l'ennesima volta questa balla senza batter ciglio.

"Se l'inflazione rimane bassa per un lungo periodo, la gente potrebbe aspettarsi che i prezzi scendano ancora di più e rinviare le loro spese," ha avvertito in un'intervista pubblicata la scorsa settimana il presidente della BCE Mario Draghi.
Non c'è uno straccio di prova per affermare che il 90% delle famiglie, che è stata dimenticata durante l'era della massiccia inflazione negli asset finanziari alimentata dalle banche centrali, ritarderà gli acquisti dei beni di prima necessità, o anche degli sfizi, presupponendo che i prezzi potrebbero abbassarsi di più il mese o l'anno prossimo. La sua Grande Bugia si adatta al pugno di pianificatori centrali monetari che gestiscono il sistema finanziario mondiale e alle migliaia di speculatori e giocatori d'azzardo che con le loro azioni rovinose fanno lo scalpo a numerose fortune.

Sì, la zona Euro ha un problema di crescita e di posti di lavoro, proprio come la maggior parte dei mercati emergenti e gli Stati Uniti. Ma il problema non è che l'inflazione è troppo bassa. E' lo stato — compresa la banca centrale — che sta distruggendo la macchina del capitalismo di libero mercato attraverso la burocrazia asfissiante, la fiscalità oppressiva, lo scoraggiamento del risparmio e, soprattutto, la grande deviazione di capitali, tecnologia e risorse umane nella più grande bisca che il mondo abbia mai conosciuto.

Purtroppo esiste una calamità, ma non ha nulla a che fare con il -0.2% di inflazione nella zona Euro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Grecia: gli ultimi saranno i primi?

Luogocomune.net - Dom, 25/01/2015 - 19:10
Durante le presidenziali americane del 2004, si arrivò ad un testa a testa fra Bush e Kerry nello Stato dell'Ohio, con gli exit polls davano Kerry in vantaggio per 52 a 48. Ma questo non era accettabile: i repubblicani infatti non si potevano permettere di perdere la Casa Bianca proprio nel momento in cui la loro spinta bellica in Afghanistan e Iraq era arrivata al punto massimo. Intervenne così la famosa "manina" (come avremmo saputo in seguito, erano i repubblicani stessi a controllare il sistema elettronico di voto Diebold), e così magicamente, nelle ultime ore della notte, Bush passò in vantaggio e vinse l'Ohio con il 51% dei voti.

Nelle elezioni europee del 2014 gli exit polls davano un Movimento Cinque Stelle che aveva addirittura superato il PD di Matteo Renzi. Ma questo non era accettabile. [...]

Commenti liberi

Luogocomune.net - Ven, 23/01/2015 - 19:50
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

Lo scoppio della bolla energetica rappresenterà il nuovo crash immobiliare

Freedonia - Ven, 23/01/2015 - 11:07




di David Stockman


Vediamo un po'. Tra il luglio 2007 e il gennaio 2009 il prezzo mediano delle abitazioni residenziali negli USA è sceso da $230k a $165k, o del 30%. Deve esserci stato un qualche tipo di super "taglio delle tasse".

Infatti il crollo brutale dei prezzi delle abitazioni ha rappresentato "risparmi" per l'ammontare di $400 miliardi l'anno all'interno del giro d'affari dell'edilizia residenziale, un giro da $1.5 bilioni l'anno. Con tutti quei soldi in più nelle loro tasche, si può pensare che i consumatori fossero nella posizione di spendere di più in scarpe, magliette e aragoste.




Purtroppo non è andata così. E, no, non perché si fingeva che gli immobili fossero "beni capitali" o perché le operazioni fossero in gran parte "finanziate" con un rapporto di leva dell'85%. Nessuna di queste banalità ha cambiato i redditi dei consumatori o il potere d'acquisto di per sé.

Invece il boom del credito ipotecario si è fermato improvvisamente, mentre aumentavano i tassi di default dei mutui subprime. Questa brusca battuta d'arresto nell'espansione del credito ipotecario, a sua volta, ha causato la rottura della catena di attività economiche artificiali ad essa legata.

Era una specie di boom del debito. Il grafico qui sotto rappresenta tutti i tipi di credito ipotecario, tra cui i mutui commerciali. Dopo tutto, la costruzione fuori controllo di centri commerciali in quel periodo, per esempio, era dovuta all'insostenibile boom iimmobiliare — soprattutto l'inaugurazione di "nuove comunità" negli stati pieni di sabbia, dove i costruttori edili cercavano di dimostrare a Wall Street che erano "macchine di crescita".

Presto Scottsdale AZ e Ft Myers FL avrebbero sfornato centri commerciali che al loro interno avrebbero ospitato tutta una serie di negozi al dettaglio e ristoranti — insieme a quelle attività generate dai canali IPO. Anche questi figliastri della bolla dei mutui si diceva che fossero dei potenti motori di "crescita". Jim Cramer stesso lo affermò — solo che si è dimenticato di dire quello che è successo quando la musica si è fermata.




Durante la bolla del credito, catene simili sono spuntate anche nel segmento alberghiero. Man mano che il debito ipotecario andava spiralizzandosi, le famiglie hanno iniziato a trattare le loro case come se fossero dei bancomat attraverso un processo chiamato "cash-out finance" o MEW (mortgage equity withdrawal). Al culmine della frenesia dei prestiti nel 2006-2007, il tasso MEW era circa di $500-800 miliardi l'anno. Così l'aumento del 10% del reddito delle famiglie non è stato una conseguenza di un aumento dei salari e degli stipendi, o addirittura un aumento della generosità di Washington.

In realtà, era molto più facile di così. Le famiglie americane non hanno dovuto far altro che premere il pulsante del bancomat (Es. le loro case) e spendere il ricavato in vacanze più lunghe e lussuose. Non c'è voluto molto prima che hotel e resort sperimentassero un forte rialzo grazie ad un'impennata dell'occupazione e prezzi delle camere più alti.

Al margine, la domanda incrementale che ha catapultato gli hotel verso un periodo presumibilmente brillante, era costituita da credito ipotecario creato dal nulla dal sistema finanziario. Ma nel breve periodo è risultato un segnale forte per maggiori investimenti negli hotel.

Ovviamente si trattava di un falso segnale e la baldoria intorno alla costruzione degli hotel era semplicemente un gigante investimento improduttivo. La spesa nella costruzione di nuove strutture è esplosa da $10 miliardi a $40 miliardi l'anno durante i 70 mesi successivi all'inizio del 2003. Tranne....tranne quando il boom dei mutui è andato a rotoli e attingere dal MEW non era più fattibile, a quel punto i nuovi hotel sono risultati inutili e il boom edilizio è ritornato alla linea di partenza in appena 20 mesi.




Tra il quarto trimestre del 2000 e il quarto trimestre del 2007, il credito ipotecario statunitense si è ampliato in modo impressionante: $8 bilioni. "Impressionante" non è un'iperbole. La crescita del debito ipotecario nel corso dei suddetti 84 mesi, ha superato quasi il 20% di tutto il debito ipotecario che esisteva al volgere del secolo. Il CAGR per quel periodo era del 12% annuo, o superiore alla capacità di crescita sostenibile della produzione e dei redditi. Così il credito ipotecario è passato dal 65% del PIL al 100% in un battito d'ali.

Lo tsunami del credito ipotecario ha superato addirittura la più fervida immaginazione della truppa populista amante della stmpa monetaria. Ma ecco la parte assurda. Il politburo monetario ha guardato questa marea crescente e non ne era minimamente allarmata. Infatti Greenspan e Bernanke hanno pensato che il MEW fosse uno strumento meraviglioso per oliare la spesa delle famiglie e quindi giustificare la convinzione falsa che una manciata di banchieri centrali potessero guidare l'economia degli Stati Uniti verso il nirvana della piena occupazione.




La curva parabolica qui sopra non rappresenta affatto un libero mercato. Dato che questo tipo di esplosione creditizia non può verificarsi senza causare un'impennata dei tassi di interesse (andando quindi a soffocare tale euforia), si sarebbe dovuto verificare un forte aumento del tasso di risparmio negli Stati Uniti in modo da permettere al mercato di aggiustarsi secondo i tassi di interesse prevalenti.

Non ci vuole una ricerca storica approfondita per ricordare che una cosa simile non è mai accaduta. Neanche minimamente. Infatti il tasso di risparmio delle famiglie degli Stati Uniti è affondando sin da quando Greenspan ha preso le sue contromisure in risposta al crollo del mercato azionario nell'ottobre 1987. E una volta che il Maestro è andato all-in aprendo i rubinetti monetari nel gennaio 2001, mandando così i tassi del mercato monetario dal 6% all'1% nei 30 mesi successivi, il risparmio delle famiglie ha ripreso la sua caduta nel seminterrato della storia.

Come mostrato di seguito, dopo il picco del boom ipotecario in cui la domanda per il risparmio era alta, il tasso di risparmio è praticamente scomparso, raggiungendo quasi il 2.5% del reddito personale. Rispetto ai tassi pre-Greenspan del 10-12.5% (sulla base dei criteri di misurazione attuali NIPA), significa che l'economia degli Stati Uniti è stata prosciugata dei suoi risparmi nel momento stesso in cui è esplosa la mania del debito ipotecario.

Detto in modo diverso, il boom del credito ipotecario è esploso in maniera incontrollata perché i prezzi del debito e del risparmio sono stati completamente distorti e falsificati dai pianificatori centrali monetari presso la FED. L'eruzione del credito ipotecario, a sua volta, ha finanziato una spesa sconsiderata e investimenti improduttivi in tutta l'economia degli Stati Uniti — ponendo le basi per la successiva liquidazione dolorosa.




La bolla immobiliare e il bust, in effetti, hanno rappresentato una lezione dolorosa sul pericolo generato dalla repressione finanziaria delle banche centrali. Il mispricing del risparmio e del debito ipotecario ha provocato una cascata di distorsioni nella spesa e negli investimenti, la quale ha danneggiato immensamente l'economia di Main Street, perché ha fatto in modo che le bolle economiche insostenibili seguissero quelle finanziarie.

Il boom e il bust dell'edilizia residenziale e il relativo calo dei posti di lavoro sono abbastanza evidenti. Ma l'ascesa e la discesa violenta rappresentata nel grafico qui sotto, non è una qualche anomalia che si verifica una volta ogni 100 anni. Invece era un effetto prevedibile e generalizzabile della banca centrale, la quale ha alimentato un mispricing del debito e dell'equity a botte di denaro fiat.




L'unico modo per descrivere quanto avvenuto è parlare della liquidazione violenta delle bolle. Dopo essere raddoppiata tra la metà del 2000 e la metà del 2006 a causa delle bolle delle case e dei mutui, la spesa edilizia residenziale è scesa del 65% nei 36 mesi successivi. Non era esattamente la "Grande Moderazione" di Bernanke pronunciata con così tanta noncuranza nel marzo 2004 — quasi 24 mesi prima del tonfo sopracitato.

E non era neanche una questione riguardante un qualche studio elaborato dal dipartimento di economia di Princeton. Come direbbe il presidente Obama, "alcune persone" hanno fatto male i conti. Infatti, quasi il 50% di tutti i dipendenti nell'edilizia residenziale si è ritrovata senza lavoro pochi anni dopo il bust.




Ora sostituite il termine "spese di estrazione e produzione" del settore dell'olio di scisto ad investimenti e occupazione del settore immobiliare, e avrete una chiara comprensione sul dove andranno i grafici di domani. Ma la storia del crollo immobiliare ci ricorda anche che le lunghe carovane che scapperanno in massa da Bakken in North Dakota, rappresenteranno solo il primo impatto.

Il vero problema con la repressione finanziaria della banca centrale è che piazza mine finanziarie in luoghi nascosti in tutto il sistema finanziario e nell'economia reale. In effetti l'unica cosa su cui hanno ragione i keynesiani è che c'è un effetto "moltiplicatore" in atto. Cioè, la catena di distorsioni che deriva dal mispricing di capitali e dall'esplosione del credito fiat, si moltiplica più volte man mano che scorre nel sistema economico.

Ecco perché in questo momento è importante rivedere il grafico preferito dal Maestro durante il boom immobiliare. In tre anni più di un bilione e mezzo di dollari l'anno è entrato nella spesa corrente delle famiglie mediante i salvadanai rappresentati dall'equity (Es. le case). Secondo alcune stime il tasso di picco è stato quasi di $800 miliardi o, come sopra indicato, il 10% del reddito disponibile totale.

Inutile dire che questo boom artificiale è fluito in lungo e in largo nell'economia statunitense, generando vendite di borse, strumenti per pilates, televisori a schermo piatto, ogni genere di multiproprietà e innumerevoli altri effetti che altrimenti non sarebbero avvenuti. Così quando è scoppiata la bolla del debito ipotecario, il PCE reale è sceso per 20 mesi consecutivi — a differenza di quanto sperimentato in precedenza durante il dopoguerra.

Ma, come mostrato di seguito, ciò non è accaduto a causa di una qualche misteriosa scomparsa della "domanda aggregata" keynesiana. La spesa per consumi ha vacillato perché il bancomat degli americani (Es. la casa) aveva finito i liquidi.





Ecco il punto. In un mercato libero e onesto, per il debito e il capitale non ci sarebbe stato alcun MEW. Il boom del credito ipotecario si sarebbe strozzato da solo. Cioè, se la FED non avesse armeggiato col prezzo del debito, i tassi di interesse sarebbero saliti alle stelle e le famiglie americane sarebbero state incentivate ad aggiungere denaro ai loro nidi, non ad intaccare l'equity delle loro case.

E questo ci porta esattamente alla prossima bolla — il boom energetico. I bilioni di MEW che le famiglie americane hanno estratto dal valore gonfiato dell'equity delle loro case, non è rimasto entro i confini di un modello di economia chiusa. Invece, nel corso del decennio precedente alla crisi finanziaria, una buona porzione di quel denaro è finita nella domanda per camicie, scarpe, elettronica e altri gadget di fabbriche esportatrici cinesi.

E durante quel boom dei consumi alimentato dal debito, i tassi di interesse non sono rimasti bassi perché i lavoratori in Cina sono stati colti da un appetito fuori misura per il risparmio, come solevano dipingere i sofismi vomitati da Greenspan e Bernanke. No, era la PBOC che aveva un enorme appetito — per una crescita economica mercantilista ottenuta portando i suoi tassi di cambio a livelli artificialmente bassi in modo da mantenere in piena espansione le fabbriche esportatrici.

Così per contrastare le politiche della FED sul costo del debito negli Stati Uniti, la PBOC ha manipolato il tasso di cambio del RMB, inondando la sua economia con un'enorme espansione del credito che a sua volta ha alimentato investimenti in capacità industriali e nelle infrastrutture interne. Tra il 2000 e il 2014, il credito della Cina è salito da $1 bilione a $25 bilioni. Di conseguenza il suo PIL (gonfio di credito) si è ampliato da $1 bilione a $9 bilioni in un batter d'occhio; e il suo consumo di petrolio greggio è salito da 2 milioni di barili al giorno a 8 milioni.

In breve la FED ha esportato nel mondo intero il suo modello di bolla finanziaria, soprattutto in Cina e nei mercati emergenti. Il risultato è stata un'era di crescita mondiale, ma falsa, e prezzi artificialmente alti del petrolio (fino a $115 al barile).

Quando i prezzi del petrolio si sono accoppiati con i rendimenti ridicoli dei titoli spazzatura (a malapena al di sopra dei 300 bps rispetto ai titoli del Tesoro USA), il risultato è stata la solita bolla. Vale a dire, un flusso da mezzo bilione di dollari è finito in obbligazioni ad alto rendimento e prestiti al settore energetico, spronando di conseguenza un'esplosione nella produzione dei liquidi di scisto da 1 milione a più di 4 milioni di barili al giorno.

Come nel caso della bolla immobiliare, il boom energetico era un incidente annunciato — l'ennesimo esperimento folle di quei pazzi che governano le banche centrali del mondo. Ora sta esplodendo in perfetto orario. I grafici deprimenti successivi al crollo del settore immobiliare, ora tornano in auge per quanto riguarda lo scoppio della bolla dell'olio di scisto e per tutte quelle attività finanziarie instabili che ne sono derivate.

Il grafico qui sotto ci mostra che ogni posto di lavoro creato negli Stati Uniti durante gli ultimi sette anni, è assegnabile a tutti quegli stati in cui c'è olio di scisto; e tali stati saranno i primi a risentirne delle conseguenze.




Ma c'è qualcosa di ancora più significativo. L'attuale crollo del prezzo del petrolio non sta mettendo un solo centesimo nelle tasche delle famiglie americane — nonostante le teste di legno della CNBC dicano il contrario. Abbiamo a che fare con un grande alluvione di debito e capitale mal prezzati che sono finiti nel settore energetico a causa della ZIRP della FED e delle politiche di QE.

Ciò ridurrà le spese e gli investimenti gonfiati in modo artificiale. Abbiamo a che fare con lo stesso bust immobiliare di sei anni fa, solo in un settore diverso.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Facebook apre la strada ai debunkers

Luogocomune.net - Gio, 22/01/2015 - 13:50
Piano piano, quatto quatto, il debunking di regime sta per arrivare anche su Facebook.

I responsabili di FB infatti hanno deciso di introdurre un nuovo sistema di filtratura, che permetterà di segnalare ai lettori le presunte notizie-bufala trovate sulle loro pagine.

Naturalmente Facebook si lava immediatamente le mani (la classica excusatio non petita) da qualunque sospetto di censura, dicendo che saranno i lettori stessi a segnalare le bufale da evidenziare. Ecco come FB presenta la novità sulla propria pagina di news:

"Molta gente ci dice che vogliono vedere circolare meno storie false, o comunque meno notizie distorte. L'aggiornamento del News Feed ridurrà la diffusione di post che i lettori avranno segnalato come "bufale" ("hoaxes"), e aggiungerà una notifica ai post che avranno ricevuto molteplici segnalazioni di questo tipo, in modo da allertare gli altri lettori di Facebook. Noi non rimuoveremo le notizie che la gente denuncia come false, nè saremo noi a valutarne i contenuti o a determinarne l'accuratezza".

Certo che no. Saranno quelli del CICAP a farlo, ci potete scommettere. Già possiamo immaginare orde di cicappini di mezzo mondo che si organizzano e iniziano a battere sistematicamente le pagine di FB, per poi intervenire in massa su qualunque notizia "loro" decidano che sia falsa.

Ma aspettate, perchè il bello della spiegazione di Facebook deve ancora arrivare. [...]

Quando le banche centrali creano “oceani di liquidità”, ecco come finisce

Freedonia - Gio, 22/01/2015 - 11:15
Oggi è il fatidico giorno in cui lo zio Mario si dice debba decidere del futuro della zona Euro. Non so voi, mai io credo che il fato dell'Eurozona fosse segnato sin dalla sua nascita. In un modo o nell'altro questi esperimenti monetario finiscono allo stesso modo: nel caos finanziario. Sebbene il trattato di Maastricht restringa la capacità della BCE di acquistare direttamente debito pubblico dei Paesi europei, sono ormai quasi cinque anni che sta cercando di aggirare questo vincolo per soddisfare le necessità politiche di quegli apparati statali che in caso di fallimento farebbero crollare l'intera zona Euro. E' dal marzo di quasi cinque anni fa, infatti, che si cerca di veicolare nell'immaginario collettivo l'esigenza impellente di raggiungere il presunto obiettivo della stabilità dei prezzi. Per raggiungere questo scopo, a quanto pare, c'è bisogno di stabilizzare le economie a livello aggregato attraverso l'acquisto del loro debito pubblico. Insomma, trasformare la BCE nella FED. ora che quest'ultima ha temporaneamente smesso di spalleggiare la zona Euro e alimentare le bolle sul suolo nazionale, la realtà economica sta entrando di prepotenza nei mercati finanziari cercando di riportare una certa sanità nella formazione dei vari prezzi. Ovviamente questa correzione non sarebbe esistita senza un precedente intervento da parte delle banche centrali, ma viene utilizzato come scusa per crocifiggere il fantasma della deflazione (quando invece quella che stiamo sperimentando è disinflazione) e giustificare le banche centrali a sostenere artificialmente entità privilegiate (come le banche commerciali e lo stato). Prendere di mira il tasso di inflazione o il PIL nominale e cercare di gonfiare le misure monetarie non è la strada verso la prosperità. Anzi. La miglior politica monetaria è nessuna politica monetaria.
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di Bill Bonner


Le azioni vengono scambiate a un nuovo record. Anche le opere d'arte hanno raggiunto un nuovo record.

Da Bloomberg:

Una scultura in gesso bianco alta quasi 6 piedi di Jeff Koons, raffigurante una donna con tre borse Hermes Birkin, è stata venduta per $4 milioni ad un'asta di beneficenza a New York, il 60% in più rispetto ad opere simili in passato.

La vendita di "Gazing Ball" ha fatto registrare un bottino da $673 milioni per l'arte impressionista e moderna, ponendo le basi per una potenziale stagione da record se prezzi simili continueranno ad affiorare anche questa settimana.

"Sono estremamente rialzista sul mercato dell'arte," ha detto Rajiv Chaudhri, presidente di Sunsara Capital LLC e collezionista d'arte, durante l'evento presso il ristorante Four Seasons di New York. "I prezzi continueranno a salire. C'è ancora tanta ricchezza privata da creare. L'arte è il bene supremo."
Chaudhri ha torto su molte cose...

In primo luogo la ricchezza privata è fasulla; viene fabbricata dalle banche centrali.

In secondo luogo l'arte non è l'asset definitivo, ma probabilmente uno superficiale e inaffidabile.

E in terzo luogo, il mercato dell'arte non andrà nel modo in cui lui immagina. Quando il denaro scorre via, gli appassionati saranno puniti: rimarranno bloccati coi loro acquisti.

Eppure Chaudhri ha ragione su una cosa: ci sono un sacco di soldi in giro.

Sì, i ricchi sono diventati molto più ricchi negli ultimi anni. L'1% ora possiede il 35% della ricchezza degli Stati Uniti. L'80% ne possiede solo l'11%.

Da dove viene tutto questo denaro?

Abbiamo visto gli effetti del QE sui bilanci dei titolari di asset del Paese: nel corso degli ultimi cinque anni il QE li ha premiati con un ammontare tra i $2.5 bilioni... e un massimo di $9 bilioni.

Ora, con così tanti spiccioli nelle loro tasche, i ricchi possono fare offerte per le creazioni di Jeff Koons... i condomini di Manhattan... o per quello che vogliono.

Ma anche con quanto detto non abbiamo risposto alla domanda: da dove viene tutto questo denaro?

Conoscete già la risposta: dalle banche centrali. E conoscete già da dove l'hanno preso: dal nulla.

Le banche centrali hanno creato oceani di liquidità. Come l'acqua, doveva andare da qualche parte. Nel nostro caso, è finito in azioni, immobili, opere d'arte... e tante altre cose.

E ora che il programma di QE negli Stati Uniti è ufficialmente in "pausa", il Giappone e gli europei stanno prendendo il sopravvento.

"Il consiglio della BCE sostiene il salvataggio da €1 bilione", era il titolo del Financial Times alla fine della scorsa settimana.

"Mario Draghi ha ottenuto il sostegno unanime dal consiglio direttivo della Banca Centrale Europea per iniettare €1 bilione e salvare l'economia della zona Euro dalla stagnazione", continua l'articolo.

E ciò arriva sulla scia delle notevoli notizie dal Giappone.

La Banca del Giappone ha un nuovo governatore, Haruhiko Kuroda. A quanto pare è ancora più spericolato e ritardato rispetto al primo ministro Shinzo Abe.

Kuroda ha aumentato l'acquisto di asset da parte della banca centrale a ¥80 bilioni ($700 miliardi) l'anno. E parte di questa transazione comprende acquisti diretti di REIT giapponesi ed ETF. Il blog Real Time Economics ci dice:

In aggiunta alle obbligazioni, la BoJ sta investendo pesantemente negli asset privati [...] acquistando azioni in forma di exchange-traded funds, o ETF, e titoli immobiliari attraverso fondi comuni di investimento, o J-REIT. Tali asset venivano acquistati anche prima, ma ora verranno triplicati. Le cifre sono piccole rispetto agli acquisti di JGB — ¥3 bilioni per gli ETF, ¥90 miliardi di J-REIT — ma possono avere una grande influenza sui mercati.
"Ehi... volete un po' di effetto ricchezza? Ve lo diamo noi l'effetto ricchezza!"

I giapponesi sono pionieri — almeno nel mondo delle politiche finanziarie suicide. Quindi non passerà molto tempo prima che la FED ritorni nel business della stampa di denaro.

Molto probabilmente aspetterà che il mercato azionario vada nel panico. Poi potrebbe iniziare l'acquisto di azioni... in modo diretto.

Il mercato azionario statunitense crollerà perché c'è sempre meno denaro a sostegno. I $3.6 bilioni in QE hanno contribuito a spingere verso l'alto l'indice S&P 500 del 200% dal suo minimo del 9 marzo 2009.

Ma ora il QE, come abbiamo detto prima, è in "pausa". E le operazioni di stampa di denaro in Giappone e in Europa probabilmente non riusciranno a raggiungere abbastanza in fretta gli Stati Uniti per mantenerli a galla.

Al contrario, la liquidità si prosciugherà — a poco a poco... e poi improvvisamente.

Non solo è finito il QE, ma è finita anche la grande spinta che gli Stati Uniti hanno usato per avere deficit commerciali.

Al suo apice, il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti aveva raggiunto gli $800 miliardi. Tale denaro è uscito dagli Stati Uniti per acquistare beni di produzione straniera.

Per interrompere l'apprezzamento delle valute estere rispetto al dollaro, le banche centrali straniere — in particolare la Banca Popolare Cinese — hanno dovuto stampare moneta per comprare questi dollari. Poi li hanno investiti di nuovo negli Stati Uniti. Questo era una specie di QE prima che arrivasse il QE vero e proprio, dice il nostro amico Richard Duncan.

Gli Stati Uniti sono stati inondati da una marea di liquidità dagli stampatori d'oltremare. Questo è ciò che ha contribuito a gonfiare la bolla del mercato azionario nel 1999 e poi la bolla finanziaria e immobiliare nel 2008.

Ma anche questa è andata.

Il deficit delle partite correnti è quasi la metà rispetto a quello di una volta. E mentre l'industria petrolifera americana estrae sempre più petrolio dalla terra, ci saranno meno dollari diretti all'estero per acquistare energia e di conseguenza un deficit delle partite correnti più basso.

Questo significherà che gli stranieri acquisteranno meno asset statunitensi... e "l'eccesso di liquidità" farà galleggiare i prezzi degli asset. Il boom dell'energia non terrà a galla i prezzi degli asset; li aiuterà ad affondare.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Manicomio monetario europeo

Freedonia - Mer, 21/01/2015 - 11:07




di David Stockman


Se volete sapere dove si sta dirigendo l'esperimento monetario mondiale — vi basta dare un'occhiata al manicomio monetario in Europa. E tale espressione assume particolare risonanza poiché di ora in ora diventa più evidente che l'Europa e l'euro non sono stati affatto aggiustati. Infatti, nonostante il time out rappresentato dal "whatever it takes" di Draghi, la crisi si è metastatizzata in deformazioni sempre più virulente.

La prossima crisi monetaria europea sarà causata dalle politiche di repressione finanziaria e dalla ZIRP della BCE, le quali — come altrove — hanno distrutto un price discovery onesto nell'enorme mercato del debito sovrano in Europa. Non c'è altro modo per spiegare i rendimenti assurdamente bassi dei titoli di stato decennali e le diverse storture fiscali che caratterizzano l'UE-19.

Sulla scia della pioggia di tasse di Hollande e dell'espansione della burocrazia in tutto il suo Paese, per esempio, perché non caricarsi di obbligazioni decennali francesi ad un rendimento dello 0.78%? Sì, il bond francese di riferimento è ora tradato come quello giapponese, non i numeri interi che invece hanno caratterizzato il debito francese sin dal tempo della Peste Nera. I rendimenti minuscoli di oggi non rappresentano altro che una piccola percentuale rispetto ai tassi che sono prevalsi in tempi più recenti, compreso il tasso al 3.5% alla fine del 2008.




Ma non importa. Tra l'altro, cosa potrebbe andare storto tanto da giustificare un aumento di poche centinaia di punti base sul rendimento in modo da compensarne il rischio? Uno scettico potrebbe rispondere avanzando varie ipotesi: perdita di capitale a causa dell'inflazione, rischio di credito a causa del deterioramento dei conti francesi e, soprattutto, la possibilità che l'euro vada kaput e gli obbligazionisti vengano pagati con qualcos'altro — come i franchi svalutati di Madame Le Pen.

Suvvia non c'è da preoccuparsi, festeggiate i 78bps! A quanto pare l'inflazione è stata abolita una volta e per sempre — il che implica che i sottili rendimenti nominali di oggi non richiedano spazio di manovra per una possibile perdita di capitale a causa di un aumento dei prezzi. Eppure l'unica prova di ciò è un piccolo blip al ribasso nell'ICP francese sin da quando il prezzo mondiale del petrolio ha cominciato a scendere la scorsa estate, cosa che ha generato un tasso di inflazione annuale dello 0.5%.

Ma perché mai sei mesi di aberrazioni economiche devono essere più credibili di 15 anni di verità? Vale a dire, l'ICP francese è salito ad un ritmo dell'1.7% annuo sin dal 1999 — una tendenza non diversa rispetto al resto d'Europa e al Nord America. C'è davvero stato un cambiamento così profondo nel sistema finanziario che il grafico qui sotto può essere tranquillamente cestinato nella pattumiera della storia? Possono essere anche cestinati 100 anni di svalutazione persistente del potere d'acquisto della moneta? Tale pratica è stata davvero abbandonata nell'agosto 2014?




Poi c'è la questione del rischio finanziario reale. Con il passare dei mesi diventa più palese l'ambiguità del governo Hollande in relazione ai suoi obiettivi di deficit. Ha rinviato per la terza volta il contenimento del rapporto deficit/PIL al 3% e, tra l'altro, sta per raggiungere la soglia del debito/PIL al 100%, dove la trappola del debito e una crescita fiacca diventano quasi irreversibili.




Come gran parte d'Europa, la Francia sta palesemente soccombendo alla trappola del debito. Sin dal 2008, quando il suo rapporto debito/PIL è cresciuto a dismisura, il PIL reale si è a malapena spostato, aumentando a meno dell'1% in 7 anni.




E mentre la Francia non riusciva a districarsi dalla sua trappola del debito, stava sicuramente spendendo come se non ci fosse un domani, finendo in una crisi fiscale sempre più profonda. Le spese statali hanno ormai raggiunto il 57% del PIL, superando di gran lunga il già debilitante 46% del PIL che prevaleva quando nei primi anni '80 salì al potere per la prima volta il governo socialista di Mitterrand.




Il punto qui è che i numeri fiscali funesti della Francia non riflettono solamente un ciclo economico ispido, o un governo incompetente che può essere sostituito alle prossime elezioni. Il problema è strutturale, progressivo e quasi irreversibile.

Il governo Hollande è solo l'ultimo di una serie di governi statalisti che ha armeggiato con un bilancio statale in continua espansione; i protagonisti, infatti, sono stati gli aumenti fiscali ad hoc piuttosto che una profonda riforma del welfare state e dei sussidi. Ma confiscare oltre il 50% dei guadagni delle persone ha solo esacerbato la morte fiscale della Francia, poiché dovremmo aggiungere al conto anche le tante e nuove barriere all'imprenditoria, agli investimenti di capitale e ad una crescita economica sostenibile.

E dulcis in fundo ci ritroviamo il rendimento ridicolo dei suoi titoli di stato ai 78 bps di oggi. Vale a dire, la proposizione che economie avanzate di nazioni come la Francia non possano andare in default e che quindi non c'è alcun rischio sovrano che debba essere riflesso nel rendimento di tali bond.

Questa è una grossa balla. In realtà, la Francia alla fine andrà in default — o attraverso la ri-emersione dell'inflazione dopo una monetizzazione del debito pubblico da parte della BCE, o attraverso una sua uscita dall'euro se i tedeschi riusciranno a tenere ancora spenta la stampante della BCE.

Inutile dire che i 78 punti base di oggi non anticipano nessuno di questi risultati inevitabili. Anche perché non sono altro che un artefatto partorito dalla manipolazione della BCE nel mercato dei titoli di stato. Sono riconducibili ad una monetizzazione dei vari debiti statali attraverso gli hedge fund e gli speculatori fast money, i quali fanno front-running alla BCE in attesa di rivendere questi titoli in sovrapprezzo a Draghi il prossimo 22 gennaio. Chiamatela pure monetizzazione anticipata.

Sia se tedeschi cedano o no a fine mese, gli scommettitori nelle obbligazioni francesi affronteranno un brusco risveglio. Se i tedeschi si piegheranno e permetteranno alla BCE di acquistare bond francesi, spagnoli, portoghesi, italiani, ecc., la svalutazione dell'euro guadagnerà trazione in quella che risulterà una parità col dollaro o addirittura qualcosa di più in basso. In breve, l'ICP francese tornerà di nuovo alla cifra storica del 2% o più in alto.

Detto in modo diverso, dopo che i fast money scaricheranno le loro obbligazioni a Draghi, anche i trend follower più lenti — soprattutto le banche commerciali che si sono ingozzate di debito sovrano dei loro Paesi dopo la metà del 2012 — si ritroveranno sul fronte della vendita. Anche le banche quasi-socialiste e i fondi pensione europei non si sentiranno più a loro agio seduti su rendimenti reali profondamente negativi.

Nel caso più probabile in cui i tedeschi accettino un compromesso sottoforma di "QE lite" della BCE, dove la banca centrale di ogni nazione garantirà il rischio di credito sugli acquisti del proprio debito sovrano, i fast money verranno spiazzati. Questi ultimi stanno scommettendo che il decennale francese continuerà a basarsi sul rischio di credito della Germania, non su quello della Francia. Il prezzo si aggiusterà in un nanosecondo quando questa cosa diventerà evidente.

Infine se i tedeschi rimarranno inflessibili sul QE o se la BCE resterà paralizzata a causa delle elezioni greche e una successiva situazione di stallo con le richieste di Syriza — richieste che creeranno un buco enorme nel bilancio della BCE se soddisfatte, soprattuto per quanto riguarda la parte in cui si parla di un condono di gran parte dell'enorme debito greco — la svendita di titoli sovrani sarà veloce e furiosa in tutto lo spettro dei Paesi periferici dell'Eurozona.

Infatti il decennale italiano, che ad oggi rende solo l'1.72%, risulterebbe molto vulnerabile ad una svendita violenta. Anche nel caso italiano la storia è uguale a quella francese — a parte il fatto che la metastasi fiscale è ben più avanzata. L'economia italiana non è più grande in termini reali di quanto non lo fosse nel 1999. Eppure l'onere del suo debito è costantemente cresciuto e ora ha superato il punto di non ritorno.




Alla fine della fiera, la bomba fiscale francese e quella italiana segneranno la fine dell'euro così come lo conosciamo. L'unica cosa che impedirà un assalto alle migliaia di miliardi di titoli francesi e italiani, ora arroccati precariamente dietro al tasto "vendere" dei fast money, sarà una massiccia monetizzazione dei debiti pubblici. Ma questo significherebbe un tasso di cambio calante e un'inflazione in ripresa, eventi reputati intollerabili dai tedeschi.

Quindi la Grecia può inaugurare una crisi molto più destabilizzante rispetto ad una sua uscita dall'euro, o da un prolungato stallo riguardo il suo debito nei confronti delle istituzioni europee e del Fondo Monetario Internazionale. Se manderà in pausa il "whatever it takes" di Draghi, si materializzeranno all'istante le profonde conseguenze di quelli che sono prezzi falsi e mercati falsi per il debito sovrano.

Quando i circa $7 bilioni di titoli di stato francesi, italiani, spagnoli e di altri paesi periferici finiranno in vendita, il default della Grecia sarà pari ad un errore di arrotondamento. E l'euro inciamperà verso quella che sarà una morte precoce.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Riflettore sull’economia keynesiana – II parte

Von Mises Italia - Mer, 21/01/2015 - 09:00

Il Modello criticato

Ricordiamo che perché il modello keynesiano sia valido, i due fondamentali fattori determinanti il reddito, vale a dire, la funzione del consumo e l’investimento indipendente, devono rimanere costanti abbastanza a lungo per raggiungere e mantenere l’equilibrio del reddito. Come minimo, per queste due variabili deve essere possibile rimanere costanti, anche se, generalmente, non sono tali nella realtà. L’essenza dell’errore di base del sistema keynesiano è, tuttavia, che è impossible che queste variabili rimangano costanti per la durata richiesta.

Ricordiamo che quando reddito = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10, il sistema è supposto essere nell’equilibrio, perché le aspettative aggregate delle imprese e del pubblico sono soddisfatte. Nel complesso, entrambi i gruppi sono perfettamente soddisfatti con la situazione, tanto che non c’è presumibilmente tendenza ad una variazione del livello di reddito. Ma gli aggregati hanno un senso soltanto nel mondo dell’aritmetica, non nel mondo reale. Le imprese possono ricevere in aggregato proprio quanto avevano previsto; ma questo non significa che ogni singola azienda sia necessariamente in una posizione di equilibrio. Le imprese non fanno guadagni in aggregato. Alcune aziende possono fare degli utili eccezionali, mentre altre possono subire perdite inattese. Senza contare che, in aggregato, questi profitti e perdite possono annullarsi e che ogni azienda dovrà procedere agli aggiustamenti relativi alla propria esperienza particolare. Questo aggiustamento varierà ampiamente da azienda e azienda e da industria ad industria. In questa situazione, il livello dell’investimento non può rimanere a 10 e la funzione del consumo non rimarrà fissa, obbligando il livello del reddito a cambiare. Niente nel sistema keynesiano, tuttavia, può dirci quanto lontano o in quale direzione si muoverà una di queste variabili.

Analogamente, nella teoria keynesiana del processo di aggiustamento verso il livello di equilibrio, se l’investimento aggregato è maggiore del risparmio aggregato, si suppone che l’economia si espanderà verso il livello di reddito dove il risparmio aggregato è uguale all’investimento aggregato. Nel processo stesso di espansione, tuttavia, la funzione del consumo (e del risparmio) non può rimanere costante. Utili eccezionali saranno distribuiti irregolarmente (ed in un modo sconosciuto) fra le numerose aziende, conducendo così a diversi tipi di aggiustamento. Questi aggiustamenti possono condurre ad un aumento sconosciuto nel volume degli investimenti. Inoltre, sotto lo slancio dell’espansione, le nuove imprese entreranno nel sistema economico, cambiando così il livello di investimento.

In più, con l’espansione del reddito, la ripartizione del reddito fra gli individui nel sistema economico necessariamente cambia. È un fatto importante, di solito trascurato, che l’assunto keynesiano di una funzione rigida del consumo presuppone una data ripartizione del reddito. Di conseguenza, il cambiamento nella ripartizione del reddito causerà un cambiamento nella funzione del consumo di dimensioni e direzione ignote. Ancora, la certa emersione di guadagni in conto capitale cambierà la funzione del consumo.

Quindi, dato che i fondamentali fattori keynesiani di determinazione del reddito – la funzione del consumo ed il livello dell’investimento – non possono rimanere costanti, non possono determinare alcun livello di equilibrio del reddito, neppure approssimativamente. Non c’è alcun punto verso cui il reddito si dirigerà o dove tenderà a rimanere. Tutto quel che possiamo dire è che ci sarà un movimento complesso nelle variabili di direzione e grado sconosciuti.

Questo fallimento del modello keynesiano è il risultato diretto dei fuorviati concetti aggregativi. Il consumo non è solo una funzione del reddito; dipende, in un modo complesso, al livello del reddito passato, dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo congiunturale, dalla lunghezza del periodo di tempo in discussione, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni in conto capitale o dalle perdite e dai bilanci dei consumatori.

Ancora, la ripartizione del sistema economico in pochi aggregati suppone che questi aggregati siano indipendenti tra loro, che siano determinati e possano cambiare indipendentemente. Questo trascura la grande quantità di interdipendenza e di interazione fra gli aggregati. Quindi, il risparmio non è indipendente dall’investimento; la maggior parte, specialmente il risparmio di impresa, è fatta in previsione di investimenti futuri. Di conseguenza, un cambiamento nelle prospettive per investimenti vantaggiosi avrà una grande influenza sulla funzione del risparmio e quindi sulla funzione del consumo. Analogamente, l’investimento è influenzato dal livello di reddito, dagli sviluppi previsti del reddito futuro, dal consumo previsto e dal flusso del risparmio. Per esempio, un calo nel risparmio significherà un taglio nei fondi monetari disponibili per investimenti, che saranno così limitati.

Un’ulteriore dimostrazione della fallacia degli aggregati è l’assunto keynesiano che lo Stato può semplicemente aggiungere o sottrarre la sua spesa da quella dell’economia privata. Ciò suppone che le decisioni di investimento privato rimangano costanti, inalterate dai deficit di governo o dai surplus. Non c’è alcuna base per questo assunto. In più, la tassazione progressiva del reddito, che è progettata per spingere al consumo, si presume non abbia effetto sugli investimenti privati. Questo non può essere vero, poiché, come abbiamo già visto, una limitazione nel risparmio ridurrà gli investimenti.

Quindi, l’economia aggregativa è una rappresentazione drasticamente falsa della realtà. Gli aggregati sono soltanto un mantello aritmetico sul mondo reale, dove il gran numero di imprese e di individui reagiscono ed interagiscono in maniera altamente complessa. Gli stessi presunti “fattori determinanti fondamentali” del sistema keynesiano sono determinati dalle interazioni complesse in seno e tra questi aggregati.

La nostra analisi è confermata dal fatto che i keynesiani hanno fallito completamente nei loro tentativi di stabilire una funzione reale e stabile del consumo. Le statistiche rivelano il fatto che la funzione del consumo cambia considerevolmente con il mese dell’anno, la fase del ciclo congiunturale e nel lungo termine. Le abitudini dei consumatori sono certamente cambiate nel corso degli anni. A breve termine, un cambiamento nel reddito delle famiglie condurrà soltanto ad un cambiamento nei consumi dopo un ritardo di un certo periodo di tempo. In altri casi, i cambiamenti nel consumo possono essere indotti da previsti cambiamenti nel reddito (per esempio, con il credito al consumo). Questa instabilità della funzione del consumo elimina la possibilità di qualsiasi validità del modello keynesiano.

Ancora un altro errore fondamentale nel sistema keynesiano è il supposto rapporto unico fra reddito ed occupazione. Questo rapporto dipende, come abbiamo visto sopra, sull’assunto che le tecniche, la quantità e la qualità dei macchinari ed il tasso salariale e di efficienza del lavoro siano fissi. Questo assunto omette fattori di basilare importanza nella vita economica e può essere vero soltanto per un periodo estremamente breve. I keynesiani, tuttavia, tentano di usare questa relazione sui lunghi periodi come base per la predizione del livello di occupazione. Un risultato diretto fu il fiasco keynesiano della predizione di otto milioni di disoccupati dopo la fine della guerra.

Il dispositivo più importante che assicura la relazione unica fra reddito ed occupazione è l’assunto del tasso salariale monetario costante. Questo significa che, nel modello keynesiano, un aumento degli dispendii può aumentare l’occupazione soltanto se i tassi salariali monetari non aumentano. In altre parole, l’occupazione può aumentare solo se il tasso del salario reale scende (tasso salariale relativo ai prezzi ed ai profitti). Inoltre, non ci può essere un livello di equilibrio della disoccupazione su larga scala nel modello keynesiano a meno che i tassi salariali monetari non siano rigidi e non siano liberi di scendere.

Questo risultato è estremamente interessante, poiché gli economisti classici hanno sempre sostenuto che l’occupazione aumenterà soltanto se il tasso del salario reale scende e che la disoccupazione su larga scala può persistere soltanto se ai tassi salariali viene impedito di scendere con l’interferenza monopolistica nel mercato del lavoro. Sia i keynesiani che gli economisti liberali riconoscono che i tassi salariali monetari, specialmente dall’avvento del New Deal, non sono più liberi di scendere a causa del controllo monopolistico operato dal sindacato e dal governo sul mercato di lavoro.

I keynesiani rimedierebbero a questa situazione ingannando i sindacati nell’accettare tassi di salario reale più bassi, mentre i prezzi ed i profitti aumentano attraverso la spesa di deficit del governo. Propongono di realizzare questo compito contando sull’ignoranza del sindacato, accoppiata ai frequenti appelli “al senso di responsabilità dalla direzione dei lavoratori.” In questi giorni quando i sindacati emettono grida di rabbia e minacciano di colpire ad ogni segnale di prezzi più alti o di maggiori profitti, un tal atteggiamento è incredibilmente ingenuo. Lungi dall’avere un senso di responsabilità, lo scopo della maggior parte dei sindacati sembra essere tassi salariali in veloce e continuo aumento, prezzi più bassi e profitti inesistenti.

È evidente che la soluzione liberale di ricostruzione di un mercato del lavoro liberamente competitivo con l’eliminazione dei monopoli del sindacato e dell’interferenza governativa è un requisito essenziale per la rapida scomparsa della disoccupazione come questa si presenta nel sistema economico.

I keynesiani, in particolar modo i rabbiosi partigiani del “movimento liberal-labor,” tentano di confutare questa soluzione sostenendo che i tagli dei tassi salariali monetari non conducono ad una riduzione della disoccupazione. Sostengono che i redditi da stipendio verrebbero ridotti, quindi riducendo la domanda di beni di consumo ed abbassando i prezzi, lasciando i tassi del salario reale al loro livello precedente.

Questa discussione si basa su una confusione fra il tasso salariale ed il reddito da stipendio. Una riduzione dei tassi di salariali monetari, specialmente nelle industrie dove i tassi salariali sono stati più rigidi, condurrà immediatamente ad un aumento nelle ore di lavoro effettive e nel numero di uomini impiegati. (Naturalmente, la quantità dell’aumento varierà da industria a industria.) In questo modo, i pagamenti totali sono aumentati, così aumentando a loro volta i redditi da stipendio e la domanda di beni di consumo. Un calo nei tassi salariali monetari avrà un effetto particolarmente favorevole sull’occupazione nell’industria edilizia e dei beni capitale. Proprio quelle industrie che ora hanno i sindacati più forti.

Ancora, se i redditi da stipendio sono ridotti, allora i redditi degli imprenditori e di altri saranno aumentati e il “potere d’acquisto” totale nella comunità non declinerà.

“L’Economia Matura”

È importante ricordare che il keynesismo nacque e catturò il suo vasto seguito nell’impeto della Grande Depressione degli anni trenta, di una depressione unica per lunghezza e gravità e, in particolare, nella persistenza della disoccupazione su larga scala. Fu il suo tentativo di fornire una spiegazione per gli eventi degli anni trenta che guadagnarono al keynesismo il suo seguito popolare. Usando un modello con assunti che ne limitano l’applicazione ad un periodo di tempo molto breve, e completamente fallace nella sua dipendenza da semplici aggregati, tutti i keynesiani decretarono con sicurezza che la cura erano i deficit governativi.

Interpretando il significato della depressione, tuttavia, i keynesiani hanno compagnia. I “moderati” sostengono che si trattò semplicemente di una severa depressione nel familiare giro dei cicli congiunturali. I keynesiani “radicali”, guidati dal professor Hansen di Harvard, assericono che i trenta introdussero negli Stati Uniti un’era di “stagnazione secolare (di lunga durata).” Sostengono che l’economia americana è ora matura, che le occasioni per investimenti ed espansione sono in gran parte esaurite, tanto che si può prevedere che la spesa per investimenti rimarrà ad un livello permanente basso, ad un livello troppo basso per garantire la piena occupazione. La cura per questa situazione, secondo i keynes-hanseniti, è un programma permanente di governo di spesa di deficit su progetti a lungo termine e pesante tassazione del reddito progressiva per aumentare permanentemente il consumo e scoraggiare il risparmio.

Dove la tesi di ristagno di Hansen va oltre il modello di Keynes è nel suo tentativo di spiegare i fattori determinanti del livello di investimento. L’investimento si suppone sia determinato “dalla quantità di opportunità per gli investimenti” che, a loro volta, è determinata (1) dal miglioramento tecnologico, (2) dalla crescita della popolazione e (3) dalla disponibilità di nuovi territori. Gli hanseniti continuano a disegnare un’immagine tenebrosa delle opportunità per gli investimenti privati nel mondo moderno.

Il decennio dei trenta fu la prima nella storia americana con un declino nello sviluppo della popolazione e non ci sono nuovi territori da sviluppare – la “frontiera” è chiusa. Di conseguenza, possiamo contare soltanto sul progresso tecnologico per ottenere delle opportunità per gli investimenti, opportunità che devono essere molto più grandi di quanto lo fossero in passato per ammortizzare i cambiamenti sfavorevoli degli altri due fattori. Per quanto riguarda il progresso tecnologico, anch’esso sta rallentando. Dopo tutto, le ferrovie sono già state costruite e l’industria automobilistica ha raggiunto la maturità. Qualsiasi miglioramento secondario in essa con ogni probabilità potrebbe essere impedito dai “monopolisti reazionari,” ecc.

Esaminiamo ciascuno dei fattori determinanti l’investimento secondo Hansen. L’oscurità riguardo alla mancanza di nuove terre da sviluppare – la sparizione della “frontiera” – può essere dissipata rapidamente. La frontiera è sparita nel 1890 senza interessare sensibilmente il progresso e la veloce prosperità dell’America; ovviamente non può essere fonte di problemi adesso. Questo è confermato dal fatto che, dal 1890, l’investimento pro capite in America è stato maggiore nelle zone più antiche che nelle zone recenti della frontiera.

È difficile vedere come possa un declino nella crescita della popolazione influenzare avversamente gli investimenti. La crescita della popolazione non fornisce una fonte indipendente di opportunità per investimenti. Una calo del tasso di crescita della popolazione può influenzare avversamente l’investimento solo se

1. Tutti i desideri dei consumatori esistenti sono soddisfatti in modo completo. In quel caso, la crescita della popolazione sarebbe l’unica fonte supplementare di domanda di beni di consumo. Questa situazione chiaramente non esiste; c’è un numero infinito di desideri insoddisfatti.

2. Il declino conduce ad una ridotta domanda di beni di consumo. Non c’è ragione per la quale questo dovrebbe essere il caso. Le famiglie non useranno in modo diverso i soldi che avrebbero altrimenti speso per i loro bambini?

In particolare, Hansen sostiene che il calo catastrofico nell’edilizia negli anni trenta fu causato dal declino nella crescita della popolazione, che ridusse la domanda di nuovi alloggi. Il fattore rilevante a questo proposito, tuttavia, è il tasso di crescita nel numero di famiglie; che negli anni trenta non declinò. Ancora, Manhattan aveva avuto una popolazione totale declinante (non solo il tasso di crescita) dal 1911, tuttavia negli anni 20 a Manhattan si registrò il più grande boom edilizio residenziale della sua storia.

Per concludere, se il nostro male è la sottopopolazione, perchè nessuno ha suggerito la sovvenzione dell’immigrazione per curare la disoccupazione? Avrebbe lo stesso effetto dell’aumento nel tasso di crescita della popolazione. Il fatto che Hansen non abbia neppure suggerito questa soluzione è una dimostrazione conclusiva dell’assurdità dell’argomento della “crescita della popolazione”.

Il terzo fattore, il progresso tecnologico, è certamente importante; è una delle principali caratteristiche dinamiche di un’economia di libera impresa. Il progresso tecnologico, tuttavia, è un fattore decisamente favorevole. Ora sta continuando ad un tasso più veloce che mai, con le industrie che spendono somme senza precedenti sulla ricerca e sullo sviluppo di nuove tecniche. Nuove industrie già appaiono all’orizzonte. C’è certamente ogni motivo di essere euforici piuttosto che tetri sulle possibilità del progresso tecnologico.

Questo è quanto per la minaccia dell’economia matura. Abbiamo visto che dei tre presunti fattori determinanti l’investimento, uno solo è rilevante, e le sue prospettive sono molto favorevoli. La tesi dell’economia matura di Hansen è una spiegazione della realtà economica senza valore almeno quanto il resto dell’impianto keynesiano.

Così si conclude la nostra lunga analisi della bufala più riuscita e più perniciosa nella storia del pensiero economico: il keynesismo. Tutto il pensiero keynesiano è un intreccio di distorsioni, errori e di assunti drasticamente non realistici. Gli effetti politici viziosi del programma keynesiano sono stati considerati solo di sfuggita. Sono semplicemente fin troppo evidenti: legislatori di Stato impegnati nel furto diretto con la tassazione “progressiva”, che creano e spendono nuovi soldi in concorrenza con gli individui, dirigendo gli investimenti, “influenzando” il consumo – lo Stato onnipotente, l’individuo inerme e strozzato sotto il giogo. Tutto ciò in nome del “salvataggio della libera impresa.” (Raro è il Keynesian che ammette di essere un socialista.) Questo è il prezzo che ci viene richiesto di pagare per applicare una teoria completamente fallace!

Ma il problema della spiegazione della Grande Depressione ancora permane. È un problema che ha bisogno di una ricerca completa ed attenta; in questo contesto, possiamo indicare soltanto in breve quelle che sembrano essere promettenti linee d’indagine. Ecco alcuni dei fatti: durante il decennio dei trenta, i nuovi investimenti calarono rapidamente (specialmente nell’edilizia); la spesa dei consumatori aumentò; le tariffe erano al loro massimo livello; la disoccupazione rimase ad un livello anormalmente alto durante il decennio; i prezzi dei prodotti scesero; i tassi salariali aumentarono (in particolare nell’edilizia); le imposte sul reddito aumentarono notevolmente e diventarono molto più nettamente progressive; gli scioperi e gli associati ai sindacati crebbero notevolmente, in particolar modo nelle industrie delle merci capitale. Ci fu inoltre un enorme sviluppo della burocrazia federale, di una pesante “legislazione sociale,” e dell’atteggiamento anti-business estremamente ostile del governo del New Deal.

Questi fatti indicano che la depressione non fu il risultato di un’economia che era diventata improvvisamente “matura,” ma delle politiche del New Deal. Un’economia di libera impresa non può funzionare con successo sotto gli attacchi costanti di un potere di polizia coercitivo. L’investimento non viene deciso secondo una certa “mistica opportunità.” È determinato dalle prospettive per il profitto e dalle prospettive di mantenere quel profitto. Le prospettive per il profitto dipendono da costi più bassi rispetto ai prezzi previsti ed le prospettive per il mantenimento del profitto dipendono dal più basso livello possibile di tassazione.

L’effetto del New Deal fu di aumentare drasticamente i costi attraverso la costruzione di un movimento del sindacato monopolista, che causò direttamente l’aumento dei tassi salariali (anche quando i prezzi erano bassi e in caduta) ed all’abbassata efficienza per via di “picchetti,” rallentamenti, sciperi, privilegi di anzianità, ecc. La sicurezza della proprietà era compromessa dai continui assedi del governo del New Deal, in particolar modo tramite la tassazione confiscatoria che prosciugò il flusso necessario del risparmio e non lasciò alcun motivo per investire produttivamente il risparmio rimasto. Questo risparmio, invece, trovò la sua strada verso l’acquisto di titoli governativi per finanziare ogni tipo di progetti di nessuna utilità.

Il benessere economico, quindi, così come i principi di base della moralità e della giustizia, conduce allo stesso obiettivo politico necessario: il ristabilimento della sicurezza della proprietà privata da tutte le forme di coercizione, senza cui non ci può essere libertà individuale né prosperità economica durevole né progresso.

Saggio di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Flavio Tibaldi

Pubblicato originariamente su La Voce del Gongoro

Link alla prima parte

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American Sniper: l'industria della propaganda

Luogocomune.net - Mar, 20/01/2015 - 20:00
di Fefochip

Di recente sono andato a vedere American Sniper. Lo so cosa state pensando: ma chi te lo ha fatto fare?

Che vi devo dire, ormai non vedo più i trailer altrimenti mi brucio i film, le recensioni sono inaffidabili e purtroppo anche le opinioni degli amici lasciano molto a desiderare. Fatto sta che un pò per uscire di casa, un pò per dare la possibilità a un film americano di sorprendermi, ci sono andato.

Il film è iniziato ponendo subito il protagonista in un dubbio amletico: che faccio, ammazzo un bambino se sta per lanciare una bomba sui miei compagni? Il regista, furbo come una faina, fa un flashback per farci capire come il protagonista sia finito in quella situazione di merda.

La storia del protagonista non può che essere quella del più banale cowboy bisteccone che, visto che la sua vita è la quintessenza della mediocrità, si arruola per servire la Patria. Gli fanno il solito training che piace tanto agli ammericani, dove tra una flessione e una vessazione del sergente-tanto-cattivo si forgiano i veri uomini (sembrano riecheggiare nelle nostre orecchie le parole del celebre sergente inquadratore: dal Texas arrivano solo tori da monta o froci no?).

Arriva l'11 settembre e quindi il protagonista, un super-cazzuto Seal tiratore scelto, parte per l'Iraq.

Il flashback finisce, il regista ci riporta al presente, e vediamo che il ragazzino è armato dalla mani della madre (?) con una bomba. [...]

Paura e odio a Parigi

Freedonia - Mar, 20/01/2015 - 11:10




di Bill Bonner


Parigi sembrava una città sotto assedio quando ci siamo arrivati sabato scorso.

Elicotteri sopra le teste. Gendarmi ovunque. Paura e delirio dietro ogni rue.

Anche col minuscolo François Hollande a capo, il governo francese sembrava improvvisamente diventato forte – i muscoli flessi, le sue guance rosee e tanta energia per raggiungere lo scopo.

"La guerra è la salute dello Stato", disse lo scrittore americano Randolph Bourne.

"Confrontate quello che questi commando islamici hanno fatto a Charlie Hebdo e quello che ha fatto il team di Navy SEAL con Osama bin Laden", ci ha suggerito provocatoriamente un francese.

"Entrambi sono stati addestrati per uccidere. Entrambi hanno ucciso persone inermi in nome della loro causa. Bin Laden era stato accusato di un reato grave, ma non c'è mai stato alcun processo. Nessun verdetto. Anche i disegnatori sono stati accusati di un reato grave... almeno dal punto di vista degli islamisti radicali. In entrambi gli attacchi, gli assassini hanno anche freddato persone innocenti che non erano state accusate di nulla."

"Qual è la differenza?" ci ha chiesto. Non è rimasto per avere una risposta.

Ne avevamo una: secondo la nostra tradizione occidentale, prendere in giro qualcuno non è un crimine capitale. Tramarne l'assassinio di migliaia, invece, sì.

Ma quell'individuo aveva colto un punto. I criminali – i fratelli Kouachi – credevano in una tradizione diversa... un diverso insieme di regole... e un diverso tipo di giustizia.

Una volta che l'omicidio è consentito, la gente va a caccia dei bersagli... e fa saltare loro le cervella.

Le credenze dei fratelli Kouachi possono essere strane, ma il loro piano d'azione aveva un qualcosa di familiare. Era uscito direttamente dal Manuale del Rivoluzionario.

Il loro attacco andava oltre la semplice vendetta contro lo sbeffeggio del profeta Maometto.

Ci sono più di 5 milioni di musulmani in Francia. La maggior parte di loro è gente che rispetta la legge. Pochi prendono seriamente la jihad. Per questo vengono colpiti obiettivi di alto profilo, per convertire questi musulmani laici alla causa.

Il terrore potrebbe rivoltare la maggioranza dei francesi contro di loro e provocare il governo a reagire in modo eccessivo. I Kouachi devono aver sperato che la Francia avrebbe dichiarato "guerra".

Non solo questo darà agli assassini la dignità dei soldati, ma radicalizzerà la minoranza... fornendo ai jihadisti più reclute e un maggiore sostegno finanziario.

Gli Stati Uniti hanno dato un grande aiuto all'Islam radicale. Sono stati i maltrattamenti dei prigionieri di Abu Ghraib che hanno motivato i Kouachi e che, come hanno detto loro, li ha convinti a diventare terroristi.

Bombardamenti, droni, torture, invasioni – e uccisioni di migliaia di persone innocenti – il Pentagono ha fatto la sua parte: creare e armare l'ISIS, così come altri gruppi violenti.

Ora i terroristi stanno ottenendo la stessa collaborazione dalla Francia.

Qui è dove si incontrano i mondi del denaro e della geopolitica. Il collegamento è il credito. Senza il credito pressoché illimitato del mondo post-1971, non sarebbero esistite le baracconate odierne nella politica e nella finanza.

Sin dal 1970 l'eccesso di credito – al di sopra e al di là del rapporto credito/PIL che esisteva fino al 1980 – ha fornito agli Stati Uniti circa $35 bilioni di potere di spesa.

Gli americani hanno preso in prestito e hanno speso. Il PIL del pianeta ha iniziato a girare più veloce, mentre la gente ha speso sempre più soldi che non aveva in cose di cui non aveva bisogno.

Ciò comprende anche il vasto "complesso militare-industriale" da cui ci metteva in guardia il presidente Eisenhower... e i "coinvolgimenti esteri" che hanno cercato di evitare Washington, Adams e i padri fondatori.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/




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L'ebbrezza del culto keynesiano — I consigli deliranti di Krugman e Rogoff

Freedonia - Lun, 19/01/2015 - 11:15




di David Stockman


Oggi vi darò un paio di ragioni per capire meglio il perché gli economisti keynesiani rappresentano una minaccia per il mondo. Sembra che sia Kenneth Rogoff di Harvard sia Paul Krugman della Princeton abbiano una forte influenza globale, riuscendo a vendere elisir magici a politici disperati e banchieri centrali che sono già sepolti — finora senza alcun risultato — sotto ondate senza precedenti di "stimoli" fiscali e monetari.

Ma non importa. I professori hanno una soluzione in tre parti, e questa richiede più, più……e più della stessa cosa! Fare spazio ad uno stimolo monetario maggiore dopo sei anni di ZIRP, quindi; ma non è finita qui perché il professor Rogoff ne ha una ancora più infantile. Vale a dire, abolire i contanti. Proprio così, il parolaio di Harvard propone di confiscare i vostri salvadanai e qualsiasi roba verde che può ancora nascondersi nel vostro portafoglio.

Nel frattempo Krugman ha fatto un viaggetto veloce a Tokyo, dove a quanto pare è stato determinante nel convincere il primo ministro del Giappone ad annullare il prossimo aumento dell'imposta sui consumi, una mossa che era assolutamente necessaria per arginare il flusso di inchiostro rosso della nazione. Ma perché non spendere qualche altro anno in più ad aggiungere debito a quello già esistente, che è già al 230% del PIL ed aumenterà inesorabilmente in una nazione che sta rapidamente diventando una colonia di pensionati? Dopo tutto, il professor Rogoff ha ora messo a punto un sistema che permette alle banche centrali di monetizzare tutto il debito che anche lo stato più dissoluto può emettere.

Iniziamo quindi con l'incredibile assalto del professor Rogoff ai contanti e alle monete delle persone — un preludio necessario per un'espansione monetaria della banca centrale ancora più strabordante. Ecco equello che di recente ha sostenuto in un "prestigioso" forum di politica internazionale:

L'economista di Harvard Kenneth Rogoff sostiene sul FAZ che la valuta cartacea dovrebbe essere vietata del tutto. In questo modo le banche centrali potrebbero imporre più facilmente tassi di interesse negativi. Gli evasori fiscali e i criminali avrebbero vita difficile. Da questo punto di vista le banconote e le monete appaiono superflue, ha detto in una presentazione presso l'istituto IFO di Monaco di Baviera. Le misure per stimolare l'economia potrebbero essere attuate più facilmente in questo modo.
In breve, le banche centrali dovrebbero intensificare la loro devastante guerra ai risparmiatori abbassando ancora di più i tassi di interesse fino a farli diventare negativi sia nominalmente che realmente. Ma ora sono ostacolate per due ragioni.

Anche se volessero percorrere la loro strada preferita, ovvero, abbassare i tassi di interesse "reali" ancora di più in territorio negativo per innalzare l'inflazione al consumo, sono bloccate dalla realtà economica. Le famiglie sono ancora sepolte nel debito e non possono più prendere in prestito, spendere e gonfiare i loro indici di leva finanziaria come invece hanno fatto nei 40 anni precedenti la crisi finanziaria del 2008. Allo stesso modo, un'economia globale deflazionistica — che annega in una capacità industriale in eccesso e in cattivi investimenti generati da quasi due decenni di repressione finanziaria mondiale — pone un coperchio sul prezzo dei beni di consumo. Quindi questa strada è preclusa.

Allo stesso tempo, i tassi di interesse sono già a zero in termini nominali, il che significa che solo tassi nominali significativamente negativi potranno ridurre ulteriormente il peso del debito pubblico. Tuttavia anche i banchieri centrali sono abbastanza furbi da capire che se le autorità monetarie e fiscali dello stato si spingessero troppo in là nell'imporre tassi negativi sui depositi bancari o minacciassero i depositanti con "bail-in", potrebbero suscitare una corsa agli sportelli. Sì, in quest'epoca di tecnologia impressionante in cui le persone si svagano presso gli Starbucks agitando i loro smartphone alla cassa, i nostri padroni keynesiani sono preoccupati per una possibile un'eruzione di tanti Ben Franklin dai bancomat.

E dovrebbero esserlo a ragion veduta. Dietro tutta la tecnologia dei sistemi di pagamento elettronico, esiste ancora il "deposito di denaro". Cioè, ci sono crediti digitali da qualche parte nel sistema bacario e nei fondi monetari che possono essere ritirati attraverso pagamenti elettronici.

Detto in modo diverso, c'è voluto un secolo prima che gli assegni cartacei riducessero drasticamente la necessità del denaro contante e c'è voluto mezzo secolo prima che le carte di credito finissero quasi il lavoro. Ma i banchieri centrali keynesiani sono terrorizzati da portamonete e casseforti piene fino all'orlo di biglietti verdi.

Beh, richiedete un interesse del 4% per il privilegio di conservare un deposito in denaro presso un fondo bancario o un fondo monetario, per esempio, e vedrete salire la domanda di denaro contante. In tale contesto, i contanti rappresenterebbero l'ultima risorsa dei popoli contro la confisca arbitraria della loro ricchezza da parte delle autorità finanziarie dello stato. Sebbene possa sembrare strano, in un mondo in cui le stampanti monetarie keynesiane sono letteralmente impazzite schiacciando quel che rimaneva di un onesto price discovery nel mercato dei depositi e del debito, i biglietti verdi potrebbero rivelarsi l'ultima barriera contro la distruzione dei risparmiatori.

Quindi, sì, nel 2014 abbiamo un professore di Harvard che va in giro cercando di impersonare Franklin Roosevelt. FDR confiscò l'oro degli americani nel 1933. Ora il professor Rogoff vuole il loro denaro contante — l'ultimo rifugio in cui i cittadini possono salvaguardare anonimamente la loro ricchezza, schermandola dalle depredazioni dello stato.

L'intero piano di Rogoff, dunque, contiene un sinistro avvertimento. I protagonisti della mafia keynesiana si rendono conto che l'enorme debito che le loro politiche hanno creato in tutto il mondo, può essere gestito solo da un regime permanente di repressione finanziaria e riduzione in schiavitù dei risparmiatori. Eppure, se ci si dovesse spingere troppo in là, si verificherebbe una fuga dai "depositi di denaro" (che lo stato può controllare) verso il "denaro contante" (che circolerebbe al di là delle grinfie statali).

E ciò ci porta al deplorevole professor Krugman in Giappone. L'ultima cosa di cui hanno bisogno i pazzi scatenati che hanno ideato l'Abenomics è una giustificazione keynesiana spuria per una spesa in deficit ancora più sconsiderata.

Honda, 59 anni, un accademico che conosce Abe, 60 anni, da tre decenni ed è consigliere economico del primo ministro, si era opposto alla mossa di aprile e gli aveva consigliato di ritardare la prossima. E' intervenuto Krugman, premio Nobel che ha scritto articoli sul perché un rinvio fosse necessario. "Questo ha rinforzato la decisione di Abe — Krugman era Krugman, ed è stato molto convincente" ha detto Honda [...]. "Lo definirei un incontro storico." E' stato in limousine [...] che Honda ha detto a Krugman, 61 anni, qual era la posta in gioco alla riunione. L'economista [...] ha avuto la possibilità di contribuire a convincere il primo ministro, il quale ha dovuto rimandare l'incremento nel 2015.
Vediamo. Fin dalla sua crisi finanziaria nel 1989, il Giappone ha reso la spesa in deficit un modello di vita. Nel corso degli ultimi 10 anni, per esempio, il suo bilancio è in continuo deficit e ha una media di nuovi prestiti di quasi il 7% del PIL all'anno.




Tutti questi deficit giganti, tuttavia, non hanno "stimolato" il PIL del Giappone. In realtà, il suo PIL nominale odierno è lo stesso di quello di due decenni fa.




Di conseguenza, il Giappone ora si trova in una trappola del debito: disavanzi di bilancio giganti anno dopo anno a fronte di un PIL nominale statico, hanno fatto salire il rapporto della leva finanziaria. Rispetto al reddito nazionale, il debito pubblico è ora più grande di 7 volte di quello nel 1980, e 2 volte più grande di quello di qualsiasi altra nazione.




Infatti a partire dalla metà degli anni '90 le entrate delle amministrazioni pubbliche del Giappone sono rimaste bloccate a ¥45 bilioni l'anno, mentre le spese per autostrade e ponti verso il nulla e per il sostegno di una popolazione vecchia sono salite costantemente verso i ¥100 bilioni l'anno. Di conseguenza, fino al suo recente aumento dell'imposta sui consumi dal 5% all'8%, il Giappone stava raccogliendo in tasse solo 50 centesimi su ogni dollaro speso.

Quindi era logico che dovesse implementare una nuova misura fiscale per aumentare le entrate. L'aumento delle imposte al consumo dell'aprile scorso (per cui ha protestato Krugman) ha raccolto solo circa ¥4 bilioni su base annua, lasciando un gap fiscale in continuo ingrandimento.




Sì, l'aumento delle tasse al consumo dell'aprile scorso ha preso soldi dalle tasche dei consumatori e il secondo aumento dall'8% al 10% ne avrebbe presi altri. Una volta questo si chiamava ripagare i conti; e, alla luce della follia fiscale raffigurata nel grafico qui sopra, sarebbe stato salutato come un passo verso la salubrità fiscale.

Ma gli stati di tutto il mondo hanno perso l'orientamento; Il Giappone è solo il caso limite più eclatante. Dopo aver rinviato il secondo aumento delle imposte al 2017, il Giappone sta entrando nel fine partita keynesiano.

Ha scelto di finanziare in modo permanente oltre la metà del suo bilancio di governo mediante i prestiti, e poi di monetizzare il 100% del debito annuale. Ciò porterà sicuramente ad un crash tonante dello yen e alla distruzione di ciò che resta dei risparmiatori, vecchio vanto del Giappone. Vorrà dire che la prima nazione-ospizio passerà i suoi giorni in crisi fiscale e in miseria economica.

Un giorno si dirà che in questo arcipelago si trovava uno degli uomini più folli dal punto di vista economico. Se i sopravvissuti potranno affiggere una targa, in cima a tutti gli altri nomi andrebbero quelli dei professori Rogoff e Krugman.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


La Scuola Austriaca: differenze interne – I parte

Von Mises Italia - Lun, 19/01/2015 - 09:00

1. Introduzione

In questo saggio verranno esaminati i punti di dissenso, metodologici e sostantivi, all’interno della Scuola Austriaca. Ci si soffermerà prevalentemente sulle differenze maggiormente significative, che intercorrono tra misesiani e hayekiani. Verrà quindi illustrata quella che può essere considerata una terza corrente, rappresentata da Ludwig Lachmann, che ha estremizzato il soggettivismo della teoria, con esiti di indeterminatezza circa il conseguimento di alcune verità prasseologiche che gli altri paradigmi danno per acquisite.

Successivamente verrà esaminato il diverso approccio di Ludwig von Mises e Murray Rothbard alla teoria della conoscenza e all’etica, estendendo il confronto alle scuole economiche che fondano il loro sostegno al libero mercato su basi utilitariste. Infine si accennerà a due differenze, di minor rilievo, relative al concetto di “sovranità del consumatore” e all’introduzione mengeriana della distinzione fra bisogni “reali” e “immaginari”.

2. Mises vs Hayek

Per quanto riguarda le differenze fra il paradigma misesiano, o realista causale, e quello hayekiano[1], ne vengono analizzate quattro. Le due più importanti vertono sulle possibilità della razionalità umana, e riguardano l’intenzionalità delle azioni umane e il problema della conoscenza all’interno del sistema economico-sociale. Questi due aspetti, fra loro interconnessi, hanno riflessi sul terzo punto di dissenso, il ruolo dell’imprenditore. La quarta divergenza infine ha per oggetto il concetto di “coordinamento” (dei piani individuali o dei prezzi).

2.1 Intenzionalità e inintenzionalità

La prima e principale differenza riguarda la lettura della dinamica sociale, inintenzionale e spontanea per gli hayekiani, consapevole per i misesiani.

  1. von Hayek è un antirazionalista: egli propone tre concetti per chiarire la sua tesi sulla non razionalità dell’azione umana: “ordine spontaneo”, “conseguenze inintenzionali delle azioni umane” e “prodotto dell’azione umana ma non del progetto umano”[2]. Tali espressioni sono in realtà varianti dello stesso concetto, e indicano che regole e istituzioni umane (moneta, lingua, diritto ecc.) sono esito di una evoluzione non consapevole, puramente riflessiva e tropistica. L’interazione delle azioni intenzionali degli individui conduce a esiti nuovi, imprevisti, non voluti inizialmente dagli individui agenti, dunque non imputabili alle loro specifiche volontà. In una dinamica di selezione naturale, gli uomini, attraverso gli scambi reciproci, manifestano le proprie esigenze e trasmettono le relative informazioni (catallassi), cioè le “circostanze particolari di tempo e di luogo” disperse fra milioni di individui; tramite questo processo di scoperta fanno sopravvivere involontariamente le istituzioni migliori, cioè quelle più vantaggiose. Le migliori istituzioni sono quelle che derivano da idee e pratiche che si sviluppano gradualmente.

Dunque, non è la consapevolezza razionale dei benefici del libero mercato che ha portato alla sua diffusione. Queste norme possono emergere solo dalle cieche, inconsce forze dell’evoluzione[3]. Questa lettura della dinamica sociale si riflette, come si vedrà nel successivo paragrafo, anche sulla teoria della conoscenza.

I razionalisti ritengono invece che l’ordine sia volontario, nel senso che deriva da azioni volontarie. Per Mises (sulla scorta di Aristotele) l’uomo è l’unico essere razionale; può conoscere e imparare, e lo può fare attraverso l’uso della ragione. L’enfasi sull’azione umana comporta l’evidenziazione dell’importanza della ragione umana, in quanto scopritrice dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli; azione umana e ragione umana sono strettamente collegate, perché ogni azione è basata su una precisa idea del rapporto di causa ed effetto. Le azioni umane sono razionalmente orientate, e ampiamente consapevoli degli effetti possibili (anche se non in grado di prevedere perfettamente l’esito finale). Gli esseri umani agiscono e scelgono, non sono “mossi” inconsciamente, roboticamente, immotivatamente. Questo non significa che gli uomini seguono sempre la ragione, ma che sono in grado di farlo.

Per i misesiani lo scopo del teorico sociale è quello di spiegare le conseguenze dirette e indirette delle azioni umane[4], non le conseguenze intenzionali e inintenzionali. Se le conseguenze indirette possono essere definite e descritte, possono essere anche intese; altrimenti, se sono inconsce, di esse non si può dire alcunché. Qualcosa che è indefinibile, non può avere un’influenza verificabile sulle azioni di chiunque; né può essere considerata responsabile del successo di differenti gruppi sociali. Nella maggior parte dei casi le azioni delle persone ottengono le conseguenze volute; se non fosse così, le persone non continuerebbero a ripetere tali azioni. La ripetizione abituale (abitudini) di molte azioni non è qualcosa di inspiegabile e meccanico; le azioni vengono ripetute perché hanno condotto con successo agli obiettivi prefissati[5].

Anche se una persona non coglie immediatamente le conseguenze sociali indirette delle sue azioni, questa ignoranza comunque non rimarrà per molto: ad esempio, circa l’opportunità o meno della divisione del lavoro e degli scambi interpersonali di beni, un individuo, ripetendo scambi con altri individui, si rende conto che trae da essi un beneficio. La divisione del lavoro è attuata consapevolmente perché si constata che migliora il benessere, che consente di raggiungere gli obiettivi individuali. Ogni individuo agisce in questo modo consciamente, perché la ragione gli dice che egli starà meglio se si specializzerà ed effettuerà lo scambio mentre starà peggio se non lo farà. Ma c’è di più: gli individui si rendono conto che le proprie azioni non beneficiano solo se stessi ma anche gli altri scambianti; e dunque riconoscono anche sul piano intellettuale astratto il principio di giustizia interpersonale e di progresso economico: tutti i risultati degli scambi volontari sono giusti, e il progresso dipende dall’estensione della divisione del lavoro basata sulla proprietà privata e sull’universalizzazione dell’uso della moneta[6].

È la ragione – il corpo della teoria economica prasseologicamente dedotta – che può dirgli, e gli dice, che l’economia di mercato funziona molto bene, mentre la pianificazione no. Tutto ciò si può riconoscere razionalmente: c’è un motivo razionale che spinge a preservare gli scambi volontari e quindi l’economia di libero mercato. Ed è possibile convincere l’opinione pubblica di tale superiorità, perché le idee contano, influenzano profondamente i comportamenti.

Lo stesso si dica per le norme giuridiche: il diritto è una parte del sistema delle regole di condotta indispensabili per la preservazione della società (pace, prosperità). Esso si evolve, è un processo evoluzionistico, ma razionale, non cieco; il diritto è teleologico, volto a uno scopo. Le norme giuridiche vengono corrette e adeguate con l’uso della ragione, è assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono. Hayek loda il common law come esempio di ordine spontaneo inintenzionale: ma i giudici individuano, elaborano e applicano consapevolmente i principi giuridici; la ragione e il progetto deliberato sono rilevanti nel common law, il fatto che tali principi non siano imposti da uno Stato sovrano non significa che non siano frutto della ragione. I misesiani considererebbero assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono, senza nemmeno correggerle attraverso l’uso della ragione.

La società dunque non è un “ordine spontaneo” bensì un “ordine razionale”, il risultato di comportamenti consci, volti a uno scopo, di cooperazione consapevole.

Oltre al mercato e al diritto, anche istituzioni sociali e regole come il linguaggio[7], la morale, le consuetudini, la proprietà privata, il matrimonio monogamico[8] ecc. sono il frutto di sforzi consapevoli volti a garantire meglio la suddetta cooperazione sociale (divisione del lavoro e scambio). Affermare ciò non significa sostenere che queste istituzioni sono nate all’improvviso da una singola mente, o da un contratto sociale; si sono modificate e modellate nel corso della storia, ma sempre in seguito al progetto consapevole di esseri umani concreti.

Inoltre, i gruppi sociali non imitano le pratiche “migliori” inconsciamente: anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, ognuno di questi necessariamente deve aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che consentono tali azioni. Se Hayek avesse ragione, cioè se le suddette pratiche fossero il risultato di mutazioni spontanee o di imitazioni cieche, vorrebbe dire che alcuni gruppi sociali (quelli cancellati dalla selezione della storia) in passato non hanno seguito queste pratiche, dunque non hanno realizzato l’appropriazione originaria, non hanno prodotto, non hanno scambiato, e quindi si sono rapidamente estinti. Ma allora è possibile individuare razionalmente le pratiche “giuste”, e le cause del fiorire delle civiltà non sono incomprensibili e nascoste.

L’enfasi sulle abitudini inconsce non riesce a rendere conto di due fenomeni della dinamica sociale. In primo luogo, la teoria di Hayek non riesce a spiegare come, e perché, le regole “buone” sono state introdotte all’inizio. I razionalisti lo sanno spiegare: sono state introdotte perché erano razionalmente superiori, ciò che Hayek nega. In secondo luogo, la teoria antirazionalista non sa spiegare come cambiano le regole. Il vero concetto di evoluzione ha a che fare con i geni e le mutazioni, ma qui non si spiega perché le mutazioni avvengono. Inoltre l’evoluzione richiama un processo lento, e allora non rende conto di un fenomeno come il crollo repentino dei sistemi comunisti est europei (il cui motivo è che quel sistema non poteva funzionare bene, e ciò era razionalmente spiegabile).

In generale, poi, i misesiani ritengono che bisogna mantenere una presunzione di intenzionalità delle conseguenze delle azioni umane: infatti, poiché le azioni sono dirette a uno scopo, sono intenzionali, è molto probabile che le conseguenze siano quelle volute, dunque l’onere della prova dovrebbe ricadere su chi afferma che sono inintenzionali (un esempio di conseguenza inintenzionale sono le perdite subite da un imprenditore, ma a parte tale caso la presunzione dovrebbe stare dalla parte dell’intenzionalità).

Ancora: i razionalisti ritengono erroneo, o ultroneo, questo assillo degli hayekiani di celebrare le conseguenze inintenzionali. Non sarebbe meglio, obiettano, se queste conseguenze favorevoli ai consumatori o agli standard di vita generali fossero anche capite e volute dagli attori? In altri termini: richiamando la celebre frase di Adam Smith sul macellaio, il birraio e il fornaio, non si può stare nelle loro teste e sapere con certezza che essi non sono consapevoli di beneficiare i consumatori. Supponiamo che desiderino e capiscano le conseguenze personali della loro produzione, il conseguimento di un profitto soddisfacente; ma supponiamo anche che essi vengano informati, dagli economisti o da altri studiosi, che le loro azioni hanno anche l’effetto di aiutare il resto della società e gli standard di vita generali. Allora essi comprenderebbero anche questo benessere generale, pur concedendo che il loro interesse personale sarebbe ancora l’obiettivo principale. Essi quindi vogliono anche il secondo tipo di conseguenze. Dunque non si può dire che la teoria economica studia solo le conseguenze non intenzionali dell’azione umana[9].

Inoltre, essi si sentirebbero probabilmente, come minimo, meglio e più felici per le attività che svolgono, sapendo che beneficiano i consumatori oltre che se stessi. Non si capisce come una simile conoscenza possa nuocere[10].

Un altro rilievo mosso dai misesiani è che tale visione evolutiva fa ritenere che tutto ciò che viene “dopo” è sempre meglio di ciò che c’era “prima”, aderendo in tal modo alla teoria Whig della storia, e alla visione di autori come Ferguson, Hegel e Marx, che, con argomenti metodologici diversi, concludono che la storia muove verso il bene. E se ciò che viene “dopo” è necessariamente meglio di ciò che viene “prima”, se le regole esistenti sono le migliori, si legittima anche l’interventismo statale del XX secolo e contemporaneo. Ma lo Stato non cresce “spontaneamente”, è l’azione di élite e lobby che consapevolmente conseguono i loro interessi di espropriazione dei contribuenti per il proprio vantaggio.

Infine, rileva J. Salerno, istituzioni involontarie (il termine di Mises è unwitting) sono quelle che in genere si determinano in una condizione di disintegrazione sociale, non di ordine sociale. Quando le norme sociali, i comportamenti, le istituzioni non sono frutto di un’antecedente riflessione razionale, allora tendenzialmente sono il sintomo di una condizione caotica. La storia umana non è una tacita, automatica e irenica evoluzione, ma l’esito del conflitto fra ideologie diverse: che vi sia progresso, regresso o disintegrazione sociale dipende dalle idee che gli uomini riescono a comunicare e se riescono a convincere gli altri, dunque se si affermano quelle di laissez faire o quelle stataliste[11].

Se l’uomo vuole conseguire un cambiamento sociale positivo, non può contare sulle conseguenze “inintenzionali” e spontanee, al contrario, deve capire con chiarezza che il libero mercato porta prosperità e lo statalismo porta povertà. Questa è una visione razionalista dell’evoluzione sociale.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Fra gli esponenti del paradigma misesiano vanno indicati Rothbard, H. Hazlitt, H. Sennholz, J. Salerno, H.-H. Hoppe, D. Armentano, J.G. Hülsmann, W. Block, P.G. Klein. Vicini all’impostazione hayekiana possono essere considerati B. Leoni, I. Kirzner, P. O’Driscoll jr., L. Yeager, S. Horwitz, W.N. Butos, B. Caldwell, J. Hasnas, K. Vaughn, M.J. Rizzo e G.P. O’Driscoll. La teoria di K. Popper sulla falsificabilità come tratto caratteristico delle teorie scientifiche viene accolta da Hayek, dunque quella popperiana non può essere considerata una posizione distinta all’interno della Scuola. Mario J. Rizzo e Gerald P. O’Driscoll in The Economics of Time and Ignorance (Basil Blackwell, New York, 1985) trattano ampiamente temi hayekiani e lachmanniani, approdando ad un irrazionalismo bergsoniano.

[2] F. von Hayek, Economia e conoscenza (1937), L’uso della conoscenza nella società (1945), in F. Donzelli (a cura di), Conoscenza, mercato, pianificazione, il Mulino, Bologna, 1988; Competition as a Discovery Procedure (1968), «The Quarterly Journal of Austrian Economics», vol. 5 n. 3, autunno 2002; Legge, legislazione e libertà (1973), il Saggiatore, Milano, 1994; The Pretence of Knowledge, Nobel Lecture, 11-12-1974, in «The American Economic Review», vol. 79, Issue 6, dicembre 1989, pp. 3-7.

[3] H.-H. Hoppe ricostruisce (e critica) nel seguente modo la teoria antirazionalista di Hayek. Essa consiste di tre proposizioni: 1) Una persona inizialmente compie un’azione spontanea e inconscia, senza sapere perché e per quale scopo. E una persona mantiene questa pratica senza alcuna ragione, che abbia o no conseguito un successo (perché se non c’è uno scopo non vi può essere né successo né fallimento) (Mutazione culturale). 2) La nuova pratica è imitata da altri membri del gruppo – ancora senza alcun motivo (Trasmissione culturale). 3) Membri di altri gruppi non imitano quella pratica. I gruppi che adottano spontaneamente e imitano inconsciamente la pratica migliore evidenzieranno una maggior crescita della popolazione, maggior ricchezza, o comunque “prevarranno” (Selezione culturale). Istituzioni e pratiche come la proprietà privata, la divisione del lavoro, la moneta o lo Stato sono sorte e si sono affermate grazie al meccanismo ora descritto.

La prima proposizione, replica Hoppe, può applicarsi a un vegetale ma non a un essere umano, perché un’azione è sempre un atto conscio in vista di uno o più scopi.

Circa la seconda proposizione, l’imitazione avviene perché gli individui vogliono accrescere il proprio benessere e la propria ricchezza, non senza motivo. Un classico esempio di tale dinamica è il diffondersi di un bene quale moneta: coloro che lo utilizzano come mezzo di scambio, aggiungendosi a (imitando) coloro che già lo utilizzavano in precedenza, si comportano così per risolvere i propri problemi di scambio; la nascita di un unico mezzo di scambio universale non è frutto del caso, non è un esito inintenzionale.

Per quanto riguarda la terza proposizione, anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, tutti questi gruppi necessariamente devono aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che li consentono.

Hayek propone anche una variante più moderata della sua tesi: molte istituzioni e pratiche sociali sono le conseguenze inintenzionali di singole azioni intenzionali. Dunque non tutte le azioni sono inconsapevoli (come nella prima versione), ma comunque sono le conseguenze non volute a decretare il successo delle pratiche individuali. E poiché tali conseguenze inintenzionali non possono essere conosciute, il processo di evoluzione sociale è in ultima istanza irrazionale, guidato non dalla giustezza o falsità delle idee, ma da un cieco meccanismo di selezione. La critica a questa versione è riportata di seguito nel testo (conseguenze indirette o inintenzionali). H.-H. Hoppe, Hayek on Government and Social Evolution: A Critique, in «The Review of Austrian Economics», vol. 7, n. 1, 1994, pp. 67-93.

[4] Un esempio di esse è contenuto nell’“errore della finestra rotta” di Bastia, in cui ‘ciò che non si vede’ è una serie di azioni alternative che si sarebbero sviluppate se il proprietario della finestra non avesse dovuto spendere i soldi per ripararla.

[5] Secondo l’esempio proposto da Rothbard: «se una persona vive a Long Island, e ogni mattina prende il treno a Penn Station e poi l’autobus fino al suo posto di lavoro, effettuando il percorso inverso la sera, il suo successo nel comprendere le relazioni di causa ed effetto e provocare le conseguenze volute lo spinge a ripetere queste azioni». La situazione attuale della teoria economica Austriaca, in http://rothbard.altervista.org/essays/la-situazione-attuale-della-teoria-economica-austriaca.doc, p. 21.

[6] Le forze che determinano il mercato sono i giudizi di valore soggettivi degli individui che vi partecipano, e le azioni conseguenti a tali giudizi di valore. Ogni fenomeno di mercato può essere fatto risalire a scelte specifiche di membri della società, che agiscono per rimuovere un’insoddisfazione. Non vi sono automatismi, né misteriose forze meccaniche. I prezzi, però, sono fenomeni “sociali”, nel senso che, anche se ciascun individuo contribuisce alla loro formazione, essi rappresentano qualcosa in più del singolo contributo di ogni individuo: rappresentano l’interazione delle valutazioni degli individui partecipanti. Quanto più ampio è il mercato, minore è l’incidenza sul prezzo di ciascun singolo individuo. Ecco perché i prezzi appaiono al singolo individuo come un dato che egli “prende”, e relativamente al quale aggiusta la sua condotta.

[7] Il linguaggio è spesso citato dagli evoluzionisti sociali come l’archetipo dell’istituzione che si sviluppa in modo inconscio, l’esempio indiscutibile di esito inintenzionale. Ma perché il linguaggio non dovrebbe essere stato razionalmente creato? Ricerche recenti rivalutano le teorie illuministiche (Condillac, Thomas Reid, Lord Momboddo) secondo le quali il linguaggio è stato consciamente creato.

La riflessione conscia degli uomini sulle relazioni sociali e i loro tentativi deliberati di ridisegnare tali relazioni sociali secondo varie ideologie ha un impatto fortissimo sul linguaggio. Il linguaggio è uno strumento del pensiero così come dell’azione sociale, dunque è al fondo ideologico. I termini astratti contenuti in una lingua sono il precipitato delle idee di un popolo sui temi più disparati.

[8] Il matrimonio monogamico e la famiglia nucleare sono istituzioni sociali che si sono evolute come prodotti razionali in relazione alla divisione del lavoro. In particolare, il matrimonio è l’applicazione del principio della divisione del lavoro ai settori della vita umana extracatallattici, come, ad esempio, la cura dei figli. È una forma di cooperazione sociale in risposta al fenomeno pervasivo della vita umana, la scarsità. Il matrimonio e la vita familiare non sono (solo) prodotti dell’istinto sessuale innato. Infatti anche gli animali hanno rapporti sessuali, ma non sviluppano relazioni sociali. Coniugi e figli vivono insieme perché traggono vantaggi dalla cooperazione sociale. La coabitazione non è determinata dal sesso, ma dalle esigenze della cooperazione sociale, è un prodotto del pensiero e dell’azione, non dell’istinto.

[9] M.N. Rothbard, The Consequences of Human Action: Intended or Unintended?, in «The Free Market», maggio 1987, pp. 3–4.

[10] «Si potrebbe obiettare che il macellaio e il fornaio potrebbero effettivamente sentirsi meglio; ma, a parte ciò, la conoscenza delle conseguenze inintenzionali non avrebbe effetti sulle loro concrete azioni sul mercato. Tuttavia, sapere che stanno contribuendo al benessere generale potrebbe influenzare le loro attività in maniera piuttosto profonda. Si consideri il seguente caso: un brillante imprenditore è impegnato in un’attività produttiva. Tuttavia egli ha assorbito la posizione culturale generale secondo cui massimizzando i suoi profitti nuoce in qualche modo al suo prossimo. Come risultato egli, per placare la propria coscienza, intraprende deliberatamente azioni che ridurranno i suoi profitti – non li elimineranno completamente, ma li ridurranno rispetto ad un livello che egli considera “estremo” o anche “immorale”.

Successivamente l’imprenditore legge Mises o qualche altro economista o studioso radicalmente a favore del libero mercato. Apprende, con suo grande stupore e sollievo, che, quanto maggiore è l’ammontare dei suoi profitti, tanto più egli giova ai consumatori, all’intera società e al suo prossimo. Si libera quindi dal senso di colpa che lo aveva afflitto e corregge le sue azioni intraprendendo una felice e benefica massimizzazione dei profitti.

Questo […] caso mostra perché è meglio fare luce, sostituire l’ignoranza con la conoscenza e quindi mostrare all’imprenditore tutte le conseguenze prevedibili delle sue azioni. Le sue azioni ora saranno modificate dal fatto che tutte le conseguenze di esse sono consapevoli e intenzionali. Non solo non vi è alcunché di sbagliato in tale processo, ma migliorerà sia la vita dell’imprenditore sia quella della società. Nonostante l’opinione contraria di Hayek, la conoscenza resta migliore dell’ignoranza». M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., pp. 22.

[11] J. Salerno, Ludwig von Mises as Social Rationalist, in «The Review of Austrian Economics» 4, 1990, pp. 50-52.

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La nascita del moderno terrorismo "false-flag"

Luogocomune.net - Dom, 18/01/2015 - 22:00
Fra il 1937 e il 1948 il gruppo armato sionista Irgun Zvai Leimi - che fu definito dal New York Times una "organizzazione terroristica" - portò a termine una sessantina di attentati in Palestina. Questi attentati erano rivolti sia contro gli arabi che abitavano in quella regione, sia contro gli inglesi che la controllavano politicamente e militarmente. La strategia dell'Irgun era infatti a doppio binario: da una parte terrorizzare gli arabi per indurli ad abbandonare le loro terre, dall'altra obbligare gli inglesi a lasciare il paese, facilitando così la creazione dello stato di Israele.

Per quanto perpetrati in maniera sistematica, quelli dell'Irgun erano quasi sempre attentati minori, che causavano una dozzina di morti al massimo. Ma nel 1946 questa organizzazione terroristica mise a segno uno dei più famosi attentati della storia moderna, la bomba all'Hotel King David di Gersualemme, che causò 96 morti ed oltre una cinquantina di feriti.

La peculiarità di questa azione terroristica non fu solo la dimensione eccezionale dell'attentato, ma anche il fatto che gli attentatori - tutti ebrei dell'Irgun - lo misero in atto travestendosi da arabi. [...]

Complottisti: se li conosci li eviti

Luogocomune.net - Sab, 17/01/2015 - 21:10
di Rickard

È ben noto come i cosiddetti “debunker” abbiano sempre utilizzato il termine complottista per additare tutti i ricercatori indipendenti dipingendoli come una masnada di boccaloni pronti a bersi qualsiasi cosa. Dei creduloni, insomma. Gente che probabilmente avrebbe bisogno di uscire più spesso anziché perdere tempo con le cazzate internettiane.

Ovviamente tale epiteto è sempre stato rispedito al mittente, con annessa una nota dichiarante che i complottisti non esistono e, ammesso che esistano, sono delle persone desiderose di informarsi e di valutare con spirito critico le proprie fonti e le proprie informazioni.

Così l’ho pensata anch’io per parecchio tempo. Poi qualcosa è avvenuto. O meglio, mi sono accorto di qualcosa che già stava accadendo. Ho visto un complottista.

Ci ho messo un po’ a riconoscerlo, grazie anche alla sua ottima capacità naturale di mimetizzazione. Il complottista si uniformava ad ogni ambiente ed era difficile individuarlo. Egli era ovunque. Un dibattito sul 9/11 e ovviamente era lì in prima fila. Un thread sulle scie chimiche e lui lì, pronto a strillare “Morgellons” a pieni polmoni. Per non parlare degli UFO; lì dava il meglio di sé e pareva che avesse avuto incontri ravvicinati del terzo tipo con ogni sorta di alieno esistente. La difficoltà non era notare la sua presenza, bensì vederlo per quello che era.

In realtà, il “complottista” non è un individuo animato dalla ricerca della verità oltre le versioni ufficiali dei fatti, è la versione speculare e complementare del debunker.

Laddove il debunker agisce secondo lo schema conclusioni-ragionamento-fatti per confermare la Versione Ufficiale, il complottista utilizza lo stesso schema mentale per l’obbiettivo opposto, cioè per confermare a priori qualsiasi teoria alternativa.

Il complottista parte sempre dalla conclusione che in ogni grande evento ci sia o ci possa essere un complotto. Egli non osserva, ragiona e conclude, bensì parte con l’idea che qualcosa ci sia, e che il suo lavoro sia individuare gli indizi che sicuramente ci sono. E se non li trova è solo perché non guarda con sufficiente attenzione.

La stessa sicumera e comportamento scorretto nelle argomentazioni tipiche dei debunkers si trovano (con qualche variante) nei comportamenti dei complottisti. [...]

State of Love and Trust

Tra cielo e terra - Sab, 17/01/2015 - 19:07

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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