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Nonostante il disastro imminente, la FED non è disposta a smettere di stampare denaro

Freedonia - Lun, 20/10/2014 - 10:18
Sono convinto che non vedremo un netto aumento dei tassi di interesse a breve. Infine ci sarà un'impennata dei tassi di interesse, ma questa avverrà una volta che le banche centrali perderanno il controllo. Al giorno d'oggi questo esito diviene sempre più incipiente a causa del panorama distorto che hanno creato con l'utilizzo di politiche non convenzionali sconsiderate. Privilegiando alcuni settori con finanziamenti a tassi ridicoli, ciò ha generato un'ondata di speculazione selvaggia su tutti quei titoli che potessero avere un rendimento decente. Questo significa operazioni off-budget da parte delle banche commerciali che scambiando titoli spazzatura con titoli decenti, li hanno ipotecati per ottenere un ritorno tale da mettere in buona luce i loro bilanci. E' questa la prosperità paventata dai banchieri centrali? I tassi di interesse aumenteranno non perché "lo deciderà" la banca centrale, ma perché il mercato imporrà il suo volere a seguito di una saturazione di errori economici. Bastano solo alcune margin call, le corse agli sportelli bancari nel mondo di oggi. A questo punto le carte verranno scoperte: le banche centrali sono insolventi. I fondamentali di mercato sono distorti e con essi un chiaro mark-to-market degli asset di cui la FED, ad esempio, si è ingozzata: T-bond a lunga maturazione. La FED continua a pungolare le banche commerciali affinché concedano credito e tornino a fidarsi delle altre banche commerciali, aspettandosi un tasso di inflazione non superiore al 3% ed aspettative inflazionistiche contenute. Credono di tirare la coda ad un gatto, la stanno tirando invece ad una tigre.
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di David Stockman


Non c'è ragione al mondo che possa spiegare la frivolezza del mercato azionario. In ogni singola regione del pianeta, sta vacillando il ciclo espansionistico post-crisi alimentato dalla banca centrale.

L'economia giapponese è soltanto un pelo più grande di 5 trimestri fa (0.8%), prima che l'Abenomics arroventasse la stampante monetaria della Banca del Giappone. Nel frattempo, anche se i salari reali in Giappone sono precipitati ai minimi odierni, il bilancio della BoJ ha ormai raggiunto il 55% del suo PIL — un rapporto che solo un decennio fa sarebbe stato inimmaginabile.

Nonostante la spacconata del "whatever it takes" di Mario Draghi, l'unica cosa che è avvenuta in una Europa perennemente recessione è stata una breve corsa precipitosa verso il debito periferico. E ciò in base alla flebile presupposizione che il debito emesso da casi disperati come l'Italia e la Spagna può solo salire, perché Mario potrebbe acquistarlo da un momento all'altro. Presto sarà evidente che l'economia dell'area Euro non ha tratto beneficio dalla magia monetaria di Mario, e che gli hedge fund possono scaricare i loro bond tanto velocemente quanto li hanno accatastati.

E la politica schizoide dei compagni di Pechino non ha bisogno di ulteriori elaborazioni. La gigantesca torre di debito cinese da $25 bilioni è ben lungi dall'essere ripagata, soprattutto perché ci sono persone che credono al motto di Mao secondo cui il potere deriva dalla canna di una pistola e che la prosperità di Wall Street deriva dalla stampante monetaria.

Ed ora Wall Street sta guardando con nervosismo i numeri del PIL USA del secondo trimestre e le loro prospettive per il resto dell'anno. Quello che doveva essere un 3%+ l'anno, si sta trasformando nel più basso tasso di crescita del PIL — circa l'1.5% nella migliore delle ipotesi — sin dal 2009.

Ed anche ciò dipende dal credere che il deflatore del PIL del Dipartimento del Commercio stia marciando ad un tasso annuo dell'1.4%. Non c'è possibilità che tutto ciò sia vero per le famiglie che consumano energia, cibo, assistenza sanitaria, trasporti e servizi educativi, e non iPad.

Con il ciclo espansionistico globale che vacilla, i rapporti di redditività ai massimi storici ed i multipli PE alle stelle — quasi 20 volte i guadagni dell'S&P 500 — c'è solo una cosa che resta da fare ai robot di Wall Street.

Vale a dire: comprare al prossimo ribasso; perché la FED si è ritrovata un nuovo sceriffo a Jackson Hole. Dopo 6 anni di abbassamento artificiale dei tassi del mercato monetario, Janet Yellen intravede ancora un'economia gravata dalla "fiacchezza", e pertanto sarà incline a consegnare denaro quasi gratis nelle mani dei giocatori d'azzardo di Wall Street.

La classica retorica keynesiana della vasca da bagno, ma il Wall Street Journal ha inquadrato un punto di vista abbastanza convincente sulle espressioni della Yellen. Sembra che dopo un'espansione del bilancio da $3.5 bilioni, l'economia americana non abbia ancora raggiunto i parametri di rendimento — soprattutto nel mercato del lavoro — che sono emersi durante l'ultimo ciclo di espansione 2002-2007 alimentato dalla banca centrale:

Si dice che probabilmente evidenzierà come le misure alternative del mercato del lavoro falliscano nel valutare l'attuale sottoutilizzazione delle risorse umane (ad esempio, la durata del rapporto di lavoro, licenziamenti nei dati JOLTS), le quali devono ancora normalizzarsi rispetto ai livelli del 2002-2007.
Questo è davvero un insulto! La falsa prosperità che la FED ha scatenato attraverso la bolla immobiliare di Greenspan, è stata la causa della spiralizzazione della crisi finanziaria del 2008 e della successiva recessione. Allora perché diavolo la FED dovrebbe spingere la sua campagna di stampa monetaria fino ai limiti della sanità mentale per replicare il suo ultimo disastro?

La risposta non è difficile da trovare. La Yellen non riesce a capire che l'economia statunitense è in stallo perché ha raggiunto una condizione di saturazione del debito. Infatti, il punto di riferimento 2002-2007 preferito dalla Yellen è stato alimentato da una fase trentennale di leveraged buyout nazionale.

Tra il 2002-2007 il debito nei mercati del credito — pubblici e privati — è salito della somma incredibile di $21 bilioni, mentre il PIL nominale è cresciuto solo di $3.5 bilioni. E questa situazione non è altro che la rappresentazione fallimentare della formula brevettata della FED: debito a basso costo alimentato dall'espansione dei consumi interni e dal PIL nominale.

Sin dall'inizio della crisi, infatti, la FED ha spinto massicciamente sulla nota del credito, ma quasi l'intero flusso di liquidità non ha mai lasciato i canyon di Wall Street. Invece è stato parcheggiato nelle riserve in eccesso presso la FED di New York, dopo aver attraversato i mercati monetari ed appianato il costo del carry trade allo zero per cento.

Il casinò sta vivendo un altro momento rialzista perché si aspetta che il nuovo sceriffo monetario continui a dare fiches ai giocatori di poker.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Le interferenze coercitive – II parte

Von Mises Italia - Lun, 20/10/2014 - 08:00

Spesa pubblica e legislazione

 Con le risorse prelevate coercitivamente dai privati lo Stato effettua una serie di spese: paga gli stipendi dei funzionari pubblici, acquista beni (tavoli, penne, carta, termometri ecc.) necessari per l’erogazione di servizi pubblici, effettua trasferimenti a individui. La spesa pubblica può essere suddivisa in due grandi categorie: trasferimenti e impiego di risorse (es. imprese pubbliche). Nei primi lo Stato sussidia privati individui che decidono autonomamente come impiegare quelle risorse; nei secondi i beni e le risorse sono usate direttamente dallo Stato per produrre beni o servizi.

L’altro grande strumento di interferenza statale nell’economia è rappresentato dalla normazione, costituzionale, primaria e secondaria, che può modificare l’allocazione delle risorse senza intermediare queste direttamente, come invece avviene nella modalità precedente, caratterizzata dalla sequenza prelievo-spesa pubblica.

 Efficienza

 L’intervento statale qui analizzato si origina dalla premessa secondo cui il mercato in alcune circostanze non sarebbe in grado di allocare le risorse nella maniera più efficiente, realizzando quantità prodotte subottimali (in difetto o in eccesso), danni ai beni ambientali, monopoli, consumi distorti, asimmetrie informative.

Per affrontare i primi due aspetti è opportuno esaminare preliminarmente il concetto, proposto dalla teoria convenzionale, di esternalità. L’esternalità è l’effetto esterno (positivo o negativo) che l’azione di un soggetto fa ricadere su altri soggetti. Esempi di esternalità negative sono l’inquinamento, i fumi, i rumori, una malattia contagiosa; esempi di esternalità positive sono i ‘beni pubblici’, o un bosco che diffonde aria pulita in una vallata o evita l’erosione del suolo. Nel caso delle diseconomie esterne vi sono costi non pagati dal produttore, e dunque l’attività produttiva non sarebbe ottimale, ma superiore a quella ottimale. In caso di economie esterne, vi sono benefici non retribuiti al produttore che li ha generati, e dunque la produzione sarebbe sub-ottimale, cioè inferiore a quella che apporta il massimo benessere.[1]

 Beni pubblici (o collettivi)

I public goods sono i beni la cui utilità è goduta collettivamente, non individualmente, cioè sono caratterizzati – definizione di Samuelson (1954) – da non-escludibilità (non posso escludere un’altra persona dal godimento del bene) e da non-rivalità (non ho interesse a escludere un’altra persona dal consumo, perché la sua utilizzazione non riduce la mia; detta anche “indivisibilità”) [2]. Esempi: giustizia, ordine pubblico, difesa, servizio antincendio, fari. Secondo la teoria prevalente, questi beni o servizi non possono essere divisi in dosi di dimensioni variabili, come avviene per un qualsiasi bene tangibile (es. il pane), perché, una volta che sono attivati, vengono goduti automaticamente da tutti. Un esempio classico è rappresentato da una macchina della polizia che pattuglia un isolato; tutti coloro che abitano in quella sezione di territorio sono automaticamente protetti dal servizio predisposto, godendo ad esempio dell’effetto di deterrenza nei confronti di eventuali scippatori o ladri di appartamenti. Anche volendo, un residente non potrebbe sottrarsi alla fruizione del servizio, che si estende necessariamente (“effetto esterno” non circoscrivibile) ad una data area spaziale[3].

A causa di tale caratteristica, secondo la teoria prevalente il finanziamento dei beni pubblici dovrebbe essere coercitivo, altrimenti può insorgere il problema del free rider: data la non escludibilità dal godimento del bene, ne usufruiranno anche coloro che non pagano; dunque il finanziamento volontario non funzionerebbe, perché ogni individuo avrebbe l’incentivo a non pagare, a fare lo “scroccone”, sapendo che godrà ugualmente del servizio pagato dagli altri. In aggiunta, nessuno vuole trovarsi nella condizione del “babbeo” (sucker), contribuendo mentre altri fruitori non contribuiscono[4]. L’esito è che il bene, per carenza di risorse, o non sarebbe fornito (incassi inferiori al costo di produzione) o sarebbe fornito in quantità subottimali, cioè minori di quanto servirebbe. Gli incentivi al guadagno non sarebbero sufficienti a indurre gli agenti privati a fornire i beni collettivi. Da qui la conclusione: i beni pubblici devono essere forniti dallo Stato attraverso l’imposizione fiscale.

Critiche

1) Tutti i beni definiti “pubblici” sono in realtà divisibili. Nel senso che non esiste un’entità assoluta, una quantità fissa di un bene, ad esempio la protezione, fornita dallo Stato a tutti, come non esiste un bene assoluto chiamato “cibo” o “vestiario”. Un elemento ineliminabile dell’esistenza umana è che gli individui vivono in uno spazio tridimensionale sulla superficie della terra. Un bene produce effetti esterni su un determinato spazio fisico, e non su un altro, e all’interno dello spazio fisico su cui ha effetti, incide in misura maggiore in alcune zone e minore in altre. Ciò significa che anche per i beni summenzionati esiste escludibilità e rivalità. Ad esempio, relativamente all’escludibilità: le guardie giurate che proteggono una banca possono non intervenire contro il ladro che deruba un negozio che non è loro cliente; dunque è possibile escludere (in questo caso il titolare del negozio) dal servizio della protezione. Rivalità: se un poliziotto pattuglia un quartiere non ne può pattugliare un altro; dunque c’è rivalità nel consumo, perché io ho interesse a che il poliziotto pattugli il mio quartiere e non quello limitrofo, altrimenti il servizio prestato a me si riduce. Questo significa che, nei fatti, ci sono gradi praticamente infiniti di protezione: da un poliziotto solo che pattuglia un intero quartiere a più guardie del corpo personali attive ventiquattro ore su ventiquattro, il che evidenzia la divisibilità del servizio. Anche riguardo alla difesa nazionale, talvolta considerata un bene pubblico “puro”, la maggior parte degli strumenti non difende l’intero territorio nella stessa maniera: un sottomarino che pattuglia l’Oceano Pacifico orientale protegge la California molto più di Boston. D’altra parte, la difesa dev’essere divisibile: se non fosse così, essa, una volta predisposta, difenderebbe anche il territorio del nemico; invece è possibile limitarla al territorio che interessa[5].

Allora, se non esiste una quantità assoluta, ma quantità concrete, è possibile realizzare una quantità ottima di tali beni sulla base delle leggi della domanda e dell’offerta[6].

2) Per quanto riguarda la non perfetta coincidenza fra acquirente e beneficiario, che determinerebbe il problema del free rider (vengono beneficiate persone che non pagano), si fa notare che tantissime attività private beneficiano indirettamente soggetti diversi dagli acquirenti, eppure i sostenitori dell’esistenza dei beni pubblici non ne reclamano un finanziamento coercitivo (e ciò non comporta il venir meno dell’attività); in sostanza, come per primo notò il filosofo ed economista Rothbard, non si vede perché le esternalità positive debbano rappresentare un problema sociale. Esempi: a) la vista del giardino del mio vicino potrebbe darmi piacere, ma devo essere tassato per questo, anche se non è un servizio che ho chiesto esplicitamente? Il giurista R. Barnett propone un esempio simile: la vista di un campo da golf da una finestra della sua abitazione. Nonostante egli traesse piacere da quella vista, il circolo di golf non gli ha mai chiesto il pagamento di una somma di denaro. Le quote pagate dai soci erano sufficienti per l’attività del circolo, cioè per la produzione e l’utilizzazione del bene. Tra l’altro, il mercato riesce a incorporare la maggiore o minore gradevolezza di un luogo, attraverso il prezzo (o il canone d’affitto) più alto o più basso dell’abitazione che in esso si trova. b) Tutti noi che viviamo nel momento presente godiamo della grande accumulazione di beni, invenzioni e idee realizzata dai nostri antenati, senza la quale vivremmo in una giungla primitiva.[7] c) Altri esempi di benefici (esternalità positive) non pagati sono l’effetto del deodorante utilizzato da una persona per gli altri passeggeri di un autobus, o la musica goduta da coloro che non mettono i soldi nel cappello dei musicisti di strada, o le bellezze architettoniche di una città, o il piacere estetico generato negli uomini dalla cosmesi delle donne; tuttavia nessun economista suggerirebbe di costringere i soggetti beneficiati in tutte queste circostanze a pagare i produttori. d) W. Block ha ironicamente osservato che anche un bene privato come un paio di calze produce effetti esterni: se un individuo non le indossa d’inverno può raffreddarsi, dunque non lavorare e quindi contrarre la produzione nazionale, oppure può contagiare altre persone che lo frequentano. Tutti questi esempi dimostrano che il problema del free-rider è in realtà molto meno importante di quanto la teoria prevalente non suggerisca, perché, paradossalmente, esso è molto diffuso nel mondo reale. Insomma, l’argomento del free rider è un argomento che “prova troppo”. In sostanza, non tutte le esternalità devono essere pagate, ma solo quelle che un individuo ha espressamente richiesto (sul mercato), “rivelando” le sue preferenze.

3) Il grado di privatezza o pubblicità dei beni è dato dalle circostanze, dalle valutazioni e dalle preferenze degli individui, che sono mutevoli: secondo l’esempio di Hoppe, un bene giudicato privatissimo come il colore delle mie mutande può diventare un bene pubblico nel momento in cui qualcuno comincia a interessarsene; mentre un bene considerato pubblico come il colore della facciata della mia casa può diventare privato nel momento in cui gli altri smettono di interessarsene.

4) L’utilità tratta dagli individui non è misurabile, dunque lo Stato non ha strumenti per conoscere quanto beneficio ciascuno trarrebbe dai beni e quindi il corrispondente ammontare di tassa da pagare. Oppure, quello che per lo Stato è un “bene”, per uno o più persone può essere un “male” (es. le spese per la difesa per un pacifista). In teoria si dovrebbe chiedere ad ogni persona il suo atteggiamento nei confronti di ogni bene, per sapere se deve finanziarlo o no. Ma sarebbero costi di transazione giganteschi; inoltre la persona potrebbe mentire; infine i gusti cambiano, dunque questa indagine dovrebbe essere continua, ma ciò impedirebbe in pratica di prendere qualunque decisione.[8]

Dunque è impossibile qualunque criterio oggettivo di distinzione fra beni privati e pubblici sulla base di particolari caratteristiche tecniche o fisico-chimiche del bene.

5) La maggior parte dei beni pubblici ha una base territoriale, il che compromette la caratteristica della non-escludibilità. Il proprietario di una data area territoriale infatti può controllarne l’accesso, e può quindi incorporare il costo dei beni pubblici nel prezzo richiesto ai residenti, in particolare nei canoni. In tal caso non si pongono problemi di free riding. Esempi: comprensori tipo Olgiata o Casalpalocco, condominî[9], club sportivi, centri commerciali, campeggi, parchi tematici[10], private town[11].

6) Si parte dal pregiudizio che i privati, a seguito dell’esistenza di elevati costi di transazione (fare incontrare e accordare un elevato numero di persone), volontariamente non contribuirebbero, o non contribuirebbero in maniera sufficiente. La tesi convenzionale, come si è visto, ritiene che la condizione di “babbeo” sia indiscutibilmente preclusiva del contributo. Ma l’evidenza empirica è di tutt’altro segno. Se un bene è importante gli individui si accordano e contribuiscono anche sapendo che ci sono alcuni free rider[12]. L’esistenza di free-rider nella realtà è diffusissima, eppure non impedisce quasi mai la produzione e l’offerta dei beni caratterizzati da non-escludibilità. Il contributo volontario alla fornitura di un bene non escludibile può avvenire per diversi motivi, di segno egoistico o altruistico: ad esempio per senso di giustizia; o a causa del boicottaggio sociale che deriverebbe da un comportamento opportunistico; o dal desiderio di accettazione e integrazione in una data comunità; o per “simpatia” smithiana. Esempio: le luminarie di Natale nei quartieri, spesso finanziate dai commercianti della zona; il fatto che alcuni commercianti non contribuiscano non induce gli altri a non contribuire. Se la pervasività del free riding non si determina per un bene non primario, ancora minore sarà la sua incidenza per beni considerati più urgenti, come la protezione o il servizio antincendio. La tesi del fallimento di mercato parte da un presupposto erroneo, che gli individui o i nuclei familiari siano atomistici, unità isolate che non comunicano; ma non è così: in vista del soddisfacimento di un bisogno, gli individui intraprendono contatti reciproci e iniziative.

I punti 5) e 6) dimostrano che, volendo ammettere l’esistenza di beni pubblici, non si vede perché tali beni debbano essere fornito dallo Stato, e non da un’impresa privata, in grado di esprimere una struttura di governance (organizzazione interna) ed economie di scala efficienti.

7) L’evidenza storica mostra che tutti i beni oggi definiti (spesso erroneamente) pubblici e monopolizzati dallo Stato in passato erano offerti da privati: la giustizia, la protezione[13], l’istruzione[14], il servizio postale, le strade[15], i fari[16]. Ed attualmente servizi giurisdizionali o di protezione sono offerti da privati o gestiti privatamente: le polizie private (vigilantes), le guardie del corpo[17], le scorte, le agenzie di investigazione, gli impianti antifurto, le sbarre alle finestre, i cani da guardia, la detenzione di armi, le cassette di sicurezza, le assicurazioni, la giustizia civile (arbitrati e transazioni, es. American Arbitration Association, o la London Commercial Court per le controversie fra parti appartenenti a paesi diversi)[18], le carceri. Non c’è un solo bene pubblico che non sia stato o non sia offerto da privati.

Si dice che la difesa è un “fallimento del mercato”; ma intanto la storia anche recente evidenzia solo i fallimenti dello Stato in questo settore: Pearl Harbour, l’11 settembre. Lo stesso vale per l’ordine pubblico: la percentuale di reati non perseguiti sul totale è altissima.[19]

Piero Vernaglione Tratto da Rothbardiana Link alla prima parte

Note

[1] Al concetto di esternalità quale premessa di un intervento di rettifica può essere rivolta la già esaminata obiezione sull’impossibilità di un calcolo oggettivo dell’utilità (benefici) o della disutilità (costi), entità soggettive e non misurabili. Per la scuola Austriaca le uniche esternalità (negative) sono quelle derivanti da un’invasione fisica della proprietà altrui, come ad esempio accadrebbe se il mio vicino gettasse la sua spazzatura nel mio giardino.

[2] Il termine “pubblici” dunque non significa “di proprietà dello Stato”, ma l’equivoco è frequente; anche perché, nella letteratura economica, l’espressione “beni pubblici” spesso si riferisce al sottoinsieme dei beni collettivi costituito dai beni forniti dallo Stato.

[3] Spesso vengono erroneamente inseriti in tale categoria beni che non possiedono entrambe le caratteristiche della non-escludibilità e della non-rivalità. Ad esempio le strade mancano di entrambi i requisiti, perché, oltre ad esistere rivalità nel consumo determinata dalla caratteristica della “congestionabilità” (il traffico ne è un tipico esempio), è possibile anche l’escludibilità, cioè la possibilità di selezionare a piacere attraverso sbarre o pedaggi. Un altro bene è il segnale televisivo, che è caratterizzato da non-rivalità (il fatto che una persona veda un programma non riduce la possibilità per un’altra di vedere lo stesso programma), ma è escludibile: si pensi agli strumenti tecnologici di crittazione del segnale oggi utilizzati dalle pay tv, che consentono di escludere singoli individui dalla visione di un programma televisivo. Anche la ricerca non è un bene pubblico: infatti coloro che vogliono godere dei frutti della ricerca pagano acquistando i libri, le pubblicazioni ecc. che la contengono, mentre chi non paga è escluso dalla conoscenza e apprendimento delle nuove idee; inoltre i proprietari di brevetti possono escludere gli altri dalla produzione dei frutti delle ricerche.

[4] Nei termini della teoria dei giochi, è il caso del “dilemma del prigioniero” in cui ogni individuo ha un incentivo a non cooperare, anche se potrebbe esservi un guadagno collettivo nell’ipotesi di cooperazione.

[5] Anche relativamente a beni per i quali non si mette in discussione la loro natura collettiva grazie ad un’esternalità non circoscrivibile, come un monumento o la facciata di un palazzo esteticamente gradevoli, l’elemento spaziale rende tali beni congestionabili. Come ha osservato M. Gaffney (1968), «un paio di occhi in più che ammirano una cascata non va a diminuirne la bellezza, ma il proprietario di quegli occhi occupa una piazzola di campeggio e una sede stradale, risorse limitate che devono essere razionate». Inoltre, «se le cascate Yosemite rispettassero veramente i criteri di bene pubblico – nessun costo marginale – allora una singola cascata dovrebbe soddisfare il mondo intero. […] Ma le cascate servono uno spazio limitato, e l’accesso è razionato dal controllo di tale spazio».

[6] Quando gli economisti parlano di quantità “ottimale” (che lo Stato garantirebbe e il mercato no), non indicano mai il criterio oggettivo in base al quale si possa stabilire tale ottimalità. Una “funzione del benessere sociale” è impossibile (teorema dell’impossibilità di Arrow) perché i valori sono soggettivi, dunque una scala di valori sociali non esiste e qualunque metodo di derivazione di tale funzione è arbitrario e dunque dittatoriale.

[7] Questo argomento viene utilizzato dagli esponenti del collettivismo metodologico e dai redistributivisti per attenuare o confutare la legittimità dei guadagni personali, soprattutto quando sono di grande entità, giustificando il trasferimento dei redditi alla “collettività” e, con un salto logico, allo Stato. Se il merito di ciò che si è riusciti a realizzare è dovuto, in misura più o meno grande, all’ambiente in cui si vive – al contesto infrastrutturale, culturale, istituzionale – allora non si ha titolo ad appropriarsi di tutti i frutti dei propri sforzi, iniziative e invenzioni; quei frutti vanno condivisi. L’errore in tale ragionamento è duplice: 1) il fatto che l’essere umano tragga un vantaggio enorme dalle interazioni con gli altri, dalla socialità (senza di essa qualsiasi individuo non avrebbe a disposizione nemmeno il linguaggio per esprimere i concetti, oltre alle conoscenze sviluppatesi in tutta la storia umana precedente) non significa che egli sia deterministicamente una semplice e passiva espressione o derivazione del “tutto” sociale. Se fosse così, non si potrebbero spiegare le innumerevoli situazioni in cui individui specifici, rielaborando le idee ricevute, hanno prodotto grazie alla propria individualità nuove idee e progressi nei vari campi del sapere e della tecnologia. Il collettivismo «nega che gli individui possano formarsi idee per proprio conto, governare le proprie vite alla luce di tali idee e essere responsabili dei risultati di esse. [...] Sebbene noi siamo esseri sociali, vi è una insopprimibile individualità delle nostre vite, e per la nostra realizzazione ciò implica che dobbiamo poter essere sovrani delle nostre vite» (T.R. Machan, Libertarianism, For and Against, Rowman & Littlefield, Lanham, Maryland, 2005, p. 68). 2) Il secondo errore consiste nel salto logico di identificare nei trasferimenti coercitivi dell’imposizione fiscale i canali che ripristinano una condizione di giustizia, risarcendo chi davvero ha contribuito alla ricchezza complessiva. Ma «le imposte non sono lo strumento per rimettere alla società i nostri debiti. Se lo fossero, probabilmente alcuni di noi più che al paese in cui vivono dovrebbero mandare un assegno mensile al professore di liceo che per primo ha visto in loro del talento, devolvere quote del proprio reddito per mettere fiori sulla tomba della nonna che per prima li ha accompagnati al pianoforte, inviare i propri ringraziamenti alla famiglia di Charles Darwin o a quella di Guglielmo Marconi» (A. Mingardi, L’intelligenza del denaro, Marsilio, Venezia, 2013, p. 213). Inoltre, i benefici che il soggetto ha ricevuto dalle generazioni precedenti e dai contemporanei non erano stati da lui richiesti.

[8] Per gli stessi motivi la celebrata analisi costi-benefici di fatto è impossibile. Se i costi e i benefici sono espressi in termini di utilità, essi non sono misurabili e confrontabili; gli eventi futuri non sono prevedibili e quantificabili (quante persone moriranno senza la cintura di sicurezza in automobile?); infine, se costi e benefici sono espressi in termini monetari, non si capisce come assegnare il valore di alcuni eventi in unità monetarie (quanti euro vale aver salvato la vita dell’automobilista?).

[9] Come Fort Ellsworth in Virginia.

[10] Ad esempio Disneyworld in Florida, che copre un area di 116 km2 a sud-est di Orlando.

[11] Come Arden nel Delaware o Reston in Virginia.

[12] Nei termini della teoria dei giochi svolta da de Jasay: per i teorici dei beni pubblici il risultato “fare il free rider e non avere il bene pubblico” è preferita al risultato “avere il bene pubblico ma risultare babbeo”. Ma per de Jasay la struttura degli incentivi può essere tale da far preferire per prima sempre la scelta da free rider, ma di preferire la scelta da babbeo a quella di trovarsi senza il bene pubblico. A. de Jasay, Social Contract, Free Ride: A Study of the Public Goods Problem, Clarendon Press, Oxford, 1989.

[13] Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna la polizia pubblica viene imposta solo a partire dalla metà dell’Ottocento, e a fronte di notevoli resistenze da parte della cittadinanza: cfr. T.A. Ricks, B.G. Tillett,  C.W. Van Meter, Principles of Security, Criminal Justice Studies, Anderson Publishing Co., Cincinnati, 1981, p. 5; F. Morn, The Eye that Never Sleeps, University Press, Bloomington, Ind., 1982, p. 8.

[14] High e Hellig (1998) hanno dimostrato che in Gran Bretagna e negli Stati Uniti l’istruzione veniva fornita in forma privata e su larga scala prima che i governi la soppiantassero.

[15] Oggi negli Stati Uniti strade private esistono in molte comunità, in particolare a St. Louis, nel Missouri. Il finanziamento tramite tariffe sul passaggio e parcometri è più efficiente rispetto al finanziamento tramite fiscalità generale.

[16] I fari dei porti (lighthouses) hanno rappresentato l’esempio di bene collettivo più utilizzato dagli economisti (Mill, Samuelson, Arrow, Buchanan, Heilbroner, Thurow). Ma in Inghilterra dal ‘600 all’800 i fari erano gestiti da privati, che riscuotevano quando le imbarcazioni attraccavano al porto, e in relazione alla rotta seguita.

[17] Negli Stati Uniti oggi i poliziotti privati sono il doppio di quelli pubblici, un chiaro sintomo dell’insufficienza e dell’inefficienza della polizia statale.

[18] Negli Stati Uniti circa il 75% delle controversie commerciali sono definite tramite arbitrato privato o mediazione.

[19] Su questo aspetto i dati riguardanti i vari stati del mondo configurano una vera e propria bancarotta nella capacità di fornire protezione ai cittadini. In Italia nel 2011 i furti non puniti sono stati pari al 97,4% del totale, gli omicidi il 60%, le rapine l’80%. Un processo civile dura in media sette anni, uno penale cinque (dati ministero della giustizia 2012).

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Debito interno vs. Debito estero: Una breve spiegazione

Luogocomune.net - Dom, 19/10/2014 - 18:00
di Johnny Contanti

Qualche settimana addietro è stato pubblicato questo decalogo di domande sul sito Luogocomune, in cui si invitavano coloro che masticassero di economia a presentare delucidazioni su questioni di carattere prettamente concernente la natura del debito estero e interno. In questo breve pezzo elencherò una serie di risposte mirate a quello che si voleva conoscere avanzando quelle domande.

1) Quando si parla di "debito estero", che cosa si intende esattamente?

Quando si parla di debito estero si intendono tutte quelle passività dovute ad entità (siano essi singoli investitori, o società, o istituti bancari) al di fuori del territorio nazionale. Nel caso dello stato italiano, abbiamo a che fare con l'emissione di titoli di stato. Il suddetto è uno dei modi attraverso i quali lo stato raccoglie finanziamenti. Lo stato può finanziarsi in tre modi: tasse, debito pubblico, stampando i soldi. Con quest'ultimo metodo gli incentivi a stampare e spendere sempre di più sono fortissimi, ma la moneta in circolazione finisce per andare fuori controllo ed aumenta esponenzialmente (facendone diminuire, di conseguenza, il potere d'acquisto). Le tasse sono "antipatiche" e soprattutto rendono chiaro all'individuo quale sia il ruolo parassitario dello stato. Il debito pubblico consiste nell'emettere titoli di debito (o cambiali, per semplificare l'immagine mentale) che vengono collocati sul mercato e sono acquistabili da tutti. In Italia la Banca d'Italia gestisce le aste, ovvero, fa il banditore ma non li compra essa stessa. Chi compra sono altri soggetti (es. banche commerciali, investitori comuni, fondi pensione, hedge fund, ecc.), mentre alla BCE è vietato l'acquisto di titoli di stato dei paesi dell'Eurozona dall'accordo di Maastricht. [...]

La malafede del CICAP

Luogocomune.net - Sab, 18/10/2014 - 17:31
Questo video è stato realizzato da un nostro utente, Rob84. Incoraggiamo tutti a realizzare video simili, e a familiarizzarsi con i software di montaggio oggi disponibili. Quello che dieci anni fa era impensabile, oggi è a disposizione di tutti. E anche se producete un video imperfetto, non importa. L'importante è avere qualcosa da dire, e sfruttare ogni mezzo a disposizione per farlo.



Particolarmente interessanti i pezzi su Pasolini e su Ustica, solidamente appoggiati da materiali originali.

Il Grande Default: Un evento economicamente inevitabile

Freedonia - Ven, 17/10/2014 - 10:15




di Francesco Simoncelli


Nelle ultime settimane la Francia ha fatto la voce grossa all'interno dell'Unione Europea, puntando i piedi contro le continue rimostranze tedesche nei confronti di quei Paesi che rifiutano di allineare le proprie politiche a quelle di una sana condotta fiscale. Troppo tardi. La Francia ha fatto sapere al mondo di non essere più disposta a sottostare alle direttive tedesche, ascrivendo il proprio nome a quello dei PIIGS. Il domino europeo continua ad essere teatro di tasselli vacillanti. Quello della Francia è uno importante. Non può cadere. Non verrà lasciato cadere. In realtà, nessuno verrà lasciato cadere.

Gli stati europei sono arrivanti ad un punto in cui non possono più estrarre ulteriore ricchezza dai propri cittadini attraverso la tassazione diretta. Ci sono rimostranze. Ci sono polemiche. Il coro è unanime: "Diminuire le tasse". Lo stato non può chiedere di più al proprio bancomat (i contribuenti), pena la completa dissoluzione della classe produttrice interna. E' possibile ancora spostare il carico fiscale da un settore ad un altro per dare modo a quelli più deboli di riprendersi leggermente per poi tornare a predarlo. Ma questa strategia è arrivata al limite, poiché l'ambiente economico stesso è saturo di errori e distorsioni da non permettere più una sana allocazione delle risorse secondo i desideri di coloro i quali possono generare una sana ripresa economica: gli attori di mercato. Non è possibile studiare a tavolino un piano attraverso il quale riuscire a creare artificialmente una ripresa dell'economia. Ciò che è necessario ora, secondo il panorama economico, ovvero, le scelte degli individui, è una riallocazione delle risorse precedentemente allocate in modo errato. Stanno dicendo forte e chiaro che c'è bisogno di una recessione. Questo, a sua volta, significa tassi di interesse più alti. E' economicamente inevitabile.

Visto che ai governi nazionali è preclusa l'opzione di un ulteriore aumento delle tasse, l'unica cosa che resta da fare è affondare il colpo nella sfera dei deficit nazionali. Questo significa prendere in prestito più denaro per sostenere allocazioni di risorse non in accordo con i desideri degli individui. Questo significa privare delle risorse reali attività che invece avrebbero soddisfatto le esigenze più urgenti degli individui. Questo significa erodere con noncuranza il bacino dei risparmi reali. Perché noncuranza? Perché nell'attuale sistema a denaro fiat è possibile stampare qualsiasi ammontare di denaro di cui i settori privilegiati hanno bisogno, in modo da soddisfare le loro necessità contabili. L'urgenza di un salvataggio di quelle economie europee che ancora languono in uno stato comatoso è diventato impellente con l'attuale volontà della BCE di attuare a tutti gli effetti un quantitative easing; attraverso le banche commerciali vengono "riciclati" la maggior parte dei titoli di stato, ma questo include anche istituti di credito esteri. Questi ultimi non possono essere influenzati dalla stampante nazionale, la quale può solo avere effetto entro i confini di una certa valuta nazionale. Questo significa che una volta che i governi nazionali si ritroveranno a dover affrontare le conseguenze delle loro azioni fiscali sconsiderate, i primi a pagarne il prezzo saranno coloro che avranno creduto alle promesse di un manipolo di burocrati di ruolo. In questo momento tutti i governi del mondo hanno applicato trucchi contabili per nascondere sotto il tappeto la mole di investimenti improduttivi accumulati sino ad ora. E' enorme. Sono rappresentati dalle cosiddette passività non finanziate, le quali sono essenzialmente conteggiate come debito off-budget. Quando qualcuno fa una qualche domanda su questo argomento la risposta è la seguente: "Circolare! Non c'è niente da guardare qui!" Ma stanno crescendo. E' economicamente inevitabile, data la natura della pianificazione centrale.

Questo significa che non sarà possibile tagliare in alcun modo la spesa pubblica. Essa garantisce il consenso allo stato. Nel corso del tempo sono state fatte promesse su promesse che adesso devono essere mantenute il più a lungo possibile, pena la rivolta politica. Il welfare state ha dato assuefazione, ora i cittadini ne richiedono di più. Più indennità di disoccupazione, più assistenza, più sostegno alla famiglia. Rifiutarsi è politicamente inaccettabile.


Spesa totale del governo italiano. Fonte dati: AMECO

Sebbene la tassazione potrà vedere una lieve contrazione nel prossimo futuro, ciò non accadrà per la spesa pubblica la quale continuerà a salire andando ad appesantire un fardello di debito pubblico altamente gravoso. Gli elettori impediranno che possa calare, ne chiederanno di più. La cultura del welfare state ha permeato le loro menti. Negli anni del boom economico artificiale (1999-2010) è stato fatto credere che fosse possibile accontentare qualsiasi desiderio a costo zero. I politici ci hanno creduto. Gli elettori ci hanno creduto. I banchieri centrali ci hanno creduto. Si sbagliavano. Ciò non ha fatto altro che far germogliare i semi dell'auto-distruzione insita nella stessa pianificazione centrale. In preda, ora, ad un price discovery soffocato e a segnali di mercato sconnessi, il panorama economico è guidato dai capricci di una cerchia ristretta di individui che crede sia possibile indirizzare l'economia dove loro vogliono che vada. E' economicamente impossibile. Ludwig von Mises ci spiegò il perché in Planned Chaos: ogni intervento sul mercato ne porta ad un altro fino ad un controllo pianificato totale dell'economia in questione, schema che è destinato a farla deragliare in ultima istanza.

Quello sarà il giorno in cui il bancomat dello stato segnerà queste parole: "Conto in rosso". Questa realtà rappresenterà un duro colpo per tutti coloro che hanno scommesso la loro fortuna sulle contorte ricette di un manipolo di burocrati e hanno messo la propria vita nelle loro mani. Questo è semplicemente un grande schema di Ponzi che risucchierà quanti più individui potrà prima di collassare sui propri limiti. Ogni schema di Ponzi crolla, è economicamente inevitabile. Ogni schema di Ponzi porta con sé un grado di sofferenza elevato, è psicologicamente inevitabile. Coloro che si rendono conto di questa realtà prendono le adeguate contromisure e si chiamano fuori. Cercano anche di suggerire agli altri di tirarsene fuori, ma sono troppo impegnati nello schema di Ponzi. Hanno creduto a tutte le promesse dei burocrati di ruolo. Si aspettano che venga consegnata loro la luna. Rimarranno delusi, solo un pugno di mosche li attende.

I burocrati di ruolo, dal loro canto, credono di aver evitato il peggio. Credono ingenuamente di aver schivato il proiettile fatale. Credono ormai alle loro stesse menzogne: "consegneremo la luna". Alla fine tutti gli ideatori degli schemi di Ponzi vengono catturati, perché essi stessi si impegnano e finiscono per rimanere abbagliati dalle loro stesse menzogne. Credono di poterlo far durare ancora un altro po'. Il keynesismo è l'illusione principale attraverso la quale i pianificatori centrali spacciano le loro promesse. Ogni volta che vengono disattese le sue teorie, alza la posta in palio: se i deficit finora implementati non hanno fatto superare la recessione, allora deficit più grandi faranno superare la recessione. E' per questo che viene propagandato il mito della domanda aggregata, permettendo quindi allo stato di poter spendere qualunque cifra voglia teorizzando che anche i singoli individui agiscano allo stesso modo. E' per questo motivo che la teoria keynesiana ha dovuto ribaltare la legge di Say: http://johnnycloaca.blogspot.it/2014/02/il-biglietto-di-sola-andata-per-la.html

In questo modo si ignorano le fasi iniziali della creazione di capitale, affermando che la domanda degli individui sia in grado di gestire la produzione di una nazione. E' ovvio che in questo modo vengono bypassati concetti fondamentali: http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/10/la-teoria-austriaca-del-capitale-perche.html

La scienza economica è incorporata in una scienza di grado superiore: la prasseologia. L'economista, attraverso deduzioni logiche in base a dei principi apodittici, è in grado di arrivare a determinate conclusioni. Facciamo, quindi, un esempio. Immaginiamo un'isola deserta in cui si schianta un velivolo. L'unico superstite è un individuo che ora deve cavarsela da solo per sopravvivere. Il suo primo pensiero è il cibo che ora dovrà ingegnare a procurarsi senza l'aiuto di altri individui. Di conseguenza si reca alla spiaggia e all'inizio deve limitarsi a pescare il pesce a mani nude. In questo caso la produttività sarà molto bassa, perché il fattore di produzione (le mani) per pescare il pesce (bene di consumo) è davvero limitante perché qualsiasi imprevisto può intaccare la sua produzione di pesce. Che fare? Sarebbe sicuramente d'aiuto uno strumento che possa facilitargli il compito della pesca, ma ovviamente questo processo richiede tempo affinché possa essere completato. Quindi il nostro naufrago deve rinunciare a qualcosa affinché possa costruire il suo strumento, questo significa che affronterà il costo di opportunità di continuare a mangiare una quantità limitata di pesce al giorno a fronte di imprevisti che potrebbero inficiare seriamente la sua attività e la sua vita, oppure dedicare parte del suo tempo a costruire uno strumento che possa migliorare la sua capacità di pesca rinunciando, però, a mangiare per qualche giorno.

Sebbene i gorgoglii dello stomaco siano rumorosi, il nostro naufrago ha una preferenza temporale bassa e quindi decide di iniziare la costruzione di un retino da pesca. Ovviamente, non sarà un'impresa facile, perché ci sarà bisogno di tempo per ottimizzare il prodotto finale e fare in modo che non si rompa al primo uso. Una volta riuscito a raggiungere il proprio risultato, il nostro naufrago è capace di pescare una quantità superiore di pesce rispetto a prima, e ora può anche restare alcuni giorni senza pescare poiché l'abbondanza di pesce gli conferisce la possibilità di avere del tempo libero (cosa che prima non poteva permettersi). In questo modo, a seguito di una riserva di pesce, può dedicarsi ad altri lavori come ad esempio costruire una pala per arare il terreno e coltivare un orto. Questo ciclo di crescita rappresenta una processo che, attraverso un ritardo del consumo, permette l'accumulo di capitale il quale può essere utilizzato per far prosperare la società.




Al di là di questo esempio semplicistico, è la stessa cosa che accade nella nostra economia. E quando lo stato si inserisce a gamba tesa in questo processo, lo fa la spezzando la catena virtuosa che fino a quel momento aveva portato prosperità alla società. Negli ultimi dieci anni in Italia, infatti, l'interferenza della pianificazione centrale ha fatto sentire il suo peso predominante: prima attraverso uno spreco di risorse mediante l'alimentazione di investimenti improduttivi (boom immobiliare), poi, dopo aver realizzato l'insostenibilità di tali investimenti, ha continuato a depletare il bacino dei risparmi reali con una tassazione diretta. Il risparmio reale è andato via via diminuendo a causa della chiusura di varie atttività impossibilitate a sopravvivere in un ambiente pesantemente tassato e burocratizzato, mentre ad altre è stata negata la nascita. Di conseguenza, anche il risparmio delle singole famiglie è diminuito per far fronte a questa situazione.


Tasso di risparmio italiano. Fonte dati: AMECO

Mentre il tessuto economico si è sfilacciato progressivamente, la retorica del calcio al barattolo è stata la politica principale adottata dalle banche centrali e dai governi nazionali, uniti in un intreccio di mutuo soccorso per spostare il dolore delle loro precedenti politiche sulle spalle della popolazione. In questo modo si è potuto riempire i titoli dei giornali della stampa mainstream, veicolando la falsa atmosfera di una ripresa "debole" sostenuta dalla lungimiranza dei pianificatori centrali. Ancora una volta abbiamo assistito allo sfaldamento dei piani presumibilmente ben congeniati di coloro che dovrebbero "saperne di più", di coloro che si vantano di essere gli alfieri di un sistema "platealmente" superiore, di coloro che sfoggiano la loro retorica dall'alto delle cosiddette istituzioni che sarebbero a protezione di Main Street. L'unica cosa che hanno protetto fino ad ora sono stati i posti di comando che parassiticamente preservano in nome di un poco chiaro "bene superiore".

La maggior parte della popolazione è finita nella rete di questa rinnovata speranza di un domani migliore. La realtà è che il "domani migliore" è stato ipotecato da quelle stesse figure che oggi ci sussurrano nelle orecchie parole dolci e confortevoli: "Andrà tutto bene". E' un'illusione. L'ennesima dell'economia keynesiana sostenitrice di un'economia pianificata centralmente. Il suo credo fallirà. La sua base accademica fallirà. Il suo sostegno intellettuale fallirà. E' stata una teoria fallimentare sin dall'inizio, ma l'assuefazione delle sue promesse suadenti ha colpito inesorabilmente quelle parti della società che hanno deciso di cedere volentieri il loro futuro ad una manica di pianificatori centrali: "Dimmi che mi ami". Si sono lasciati cullare dalle promesse d'amore come farebbe un'anziana donna che cerca affetto in una figura più giovane di lei. Non funzionerà.

Finché il governo continuerà a staccare assegni, la popolazione resterà al gioco. Continuerà ad onorare la sua parte. Si conformerà a qualsiasi altra tassa approvata dall'establishment keynesiano. Continuerà a farsi raggirare dalle menzogne spacciate dalla stampa mainstream. Non c'è ripresa. Non è stato aggiustato nulla né in Europa né all'estero. La quiete che abbiamo osservato fino ad ora è frutto di una serie di avvenimenti che hanno ritardato il redde rationem, ma non per questo esso è stato schivato del tutto. Fino ad ora le banche centrali hanno incanalato i loro aiuti nel sistema finanziario per salvaguardare la salute dei TBTF, procedendo a creare carry trade artificiali in modo che potessero beneficiare dell'effetto Cantillon e di conseguenza aiutare gli stati a piazzare i loro titoli di debito: http://johnnycloaca.blogspot.com/2014/10/il-rovesciamento-della-piramide.html

Il denaro, quindi, è finito inglobato principalmente nel mercato azionario e obbligazionario, fuoriuscendo solo in minima parte da questo circolo che ha continuato a far pullulare sui giornali le lamentele dei banchieri centrali affinché quelli commerciali estendessero di nuovo prestiti all'economia più ampia. Questo finora non è accaduto, a causa della reticenza delle banche commerciali e di Main Street ancora alle prese con una recessione mancata. Ciò ha stimolato una domanda di moneta alta tra la popolazione, poiché le esigenze incipienti delle famiglie hanno portato gli individui a cercare di riformare un pool di risparmi da cui poter ripartire. Ciò sarebbe stato virtuoso dal punto di vista del ciclo economico, perché avrebbe rinvigorito la base di capitale da cui sarebbe potuta ripartire una ripresa sostenibile. Invece il costo della vita maggiorato e la pressione fiscale, hanno interrotto questo sano processo andando a reprimere ulteriormente le forze di mercato. E' questo meccanismo che finora ha smorzato l'inevitabile inflazione dei prezzi provocata dall'inflazione dell'offerta di moneta.

Ma l'offerta di moneta è stata pesantemente inflazionata. L'inflazio dei prezzi degli asset ha provocato nuova esuberanza nei mercati azionari e obbligazionari. Ci sono parecchi istituti finanziari esposti ai titoli di stato. Il loro rapporto di leva è spaventosamente alto. Sono state gonfiate molteplici bolle che infine scoppieranno. Alla prossima recessione, la razzia si spingerà ancora più oltre. Già adesso possiamo vederne alcuni presupposti. La fiducia nello stato si sgretolerà, andando ad intaccare quell'ultimo barlume di speranza riposta nell'apparato statale: "Bisogna abbassare le tasse, sebbene sia giusto pagarle." La salvezza attraverso lo stato sarà portata davanti al banco degli imputati, quello sarà il giorno in cui gli individui staccheranno la spina. Smetteranno di finanziare un apparato platealmente dedito alla loro predazione e abbracceranno la frammentazione politica: secessione.



CONCLUSIONE

Come ho ripetuto spesso su queste pagine, in Europa non è stato risolto niente. La situazione peggiorerà ulteriormente poiché non c'è volontà di permettere al mercato di purgare l'ambiente economico da quegli errori che ci hanno portato fino a questo punto. L'eurozona si è retta in piedi fino a questo punto grazie alla generosità della FED, la quale ha permesso a diverse istituti finanziari (Es. hedge fund, fondi pensione, banche commerciali) di avere accesso a finanziamenti quasi gratis con cui speculare sui mercati. I mercati hanno perso di vista i fondamentali economici. Si procede alla cieca. Ma sin dal novembre dell'anno scorso, la FED ha rallentato il suo ritmo di emissione monetaria.




Ciò non ha fatto altro che mettere pressione a quelle attività in bolla, portando al recente crollo del mercato azionario e alla decisione della FED di annullare il tapering. Al momento gli investitori si sono rifugiati nel dollaro, ma tutte le valute fiat si basano incontrovertibilmente sulla percezione di fiducia che i relativi utilizzatori conferiscono loro. Nemmeno negli Stati Uniti è stato aggiustato niente, premurandosi di affogare nella cartastraccia qualsiasi barlume di sanità monetaria, ma attualmente l'Europa è in condizioni peggiori quindi lo zio Sam pare a tutti gli effetti un porto sicuro contro la tempesta. Ciò non cambierà fino a quando anche Draghi non si deciderà a monetizzare il debito degli stati europei. L'esperimento monetario fiat, a quel punto, avrà raggiunto il suo apice, creando un ambiente in cui sempre più pezzi di carta andranno "a caccia" di sempre meno beni. Quello sarà il momento in cui la domanda di moneta calerà a favore di una circolazione arroventata delle unità monetarie, portando il processo di crack-up boom alla sua seconda fase.

L'Europa sarà la prima a capitolare, e i semi dell'autodistruzione sono stati piantati anni fa: welfare state. Sebbene siano i PIIGS quelli tenuti sott'occhio, il vero ago della bilancia è stato, è e sarà la Francia. Essa sarà il paziente zero. Cina e Russia sono alla porta, consce di come l'oro tornerà ad avere un ruolo fondamentale nel futuro prossimo. Quando l'occidente si accorgerà di aver commesso un errore ad aver lasciato che il proprio oro seguisse la via asiatica, sarà troppo tardi.


La qualità della moneta (parte prima)

Von Mises Italia - Ven, 17/10/2014 - 08:00

Quest’articolo di Philipp Bagus costituisce senza dubbio – almeno nelle ambizioni, ma fors’anche nei risultati – il maggior contributo alla teoria monetaria da quando Ludwig von Mises ha pubblicato la Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. Basti dire che l’intento di Bagus è fondare una teoria qualitativa che, superando le note deficienze della quantitativa, ne mantenga l’acquisizione sull’importanza dell’offerta, ma all’interno di un quadro dove diventa centrale la domanda di moneta – finora poco o per nulla analizzata – come fattore determinante nell’uso monetario di un bene o nella sussistenza della moneta-segno.

Alcuni assunti dell’A. non mi persuadono del tutto e sarò lieto, se ne avrò il tempo e le energie, di dedicare un articolo all’argomento; ma considero indispensabile offrire ai lettori italiani una traduzione integrale di questo contributo teorico, perché, quale che ne sia l’esito ultimo in sede di dibattito scientifico, esso resterà una pietra miliare.

Qui, però, mi permetto una notazione critica proprio come traduttore: Bagus, forse perché tedesco e quindi abituato alle parole composte, scrive in un inglese decisamente ricco di ripetizioni; il risultato, in italiano, è un’insistenza quasi ossessiva sul termine “moneta”. Nell’impossibilità di ricorrere a sinonimi come “denaro”, non usati nella teoria monetaria, ho scelto di rispettare questa peculiarità stilistica e sostituire “money” con pronomi e particelle varie solo quando mi pareva che la leggibilità del testo lo imponesse; mi scuso, quindi, con i lettori per l’impressione negativa che potrebbero riportare dal persistente eccesso di iterazioni. 

 

Abstract: Molto è stato scritto sulla quantità della moneta e i suoi effetti sul potere d’acquisto. Invece, i mutamenti nella qualità della moneta sono stati generalmente trascurati. Questo saggio analizza i mutamenti nella qualità della moneta e l’influenza di questa sul potere d’acquisto della moneta.

I. Introduzione

Di recente, la teoria economica ha trascurato i legami tra il potere d’acquisto e la qualità della moneta. Per colmare questa lacuna, intendo analizzare la qualità della moneta e l’impatto dei suoi cambiamenti sul potere d’acquisto della medesima. Sosterrò che i cambiamenti nella qualità possono essere ben più importanti, per il valore della moneta, delle variazioni quantitative. Questa conclusione è in linea con l’approccio soggettivista della Scuola Austriaca. In effetti, la quantità di moneta è un aggregato oggettivo e misurabile. La teoria quantitativa è il cuore della teoria monetaria neoclassica, ma non si sposa bene con l’approccio austriaco. Invece, la qualità della moneta è un concetto soggettivo e dovrebbe stare al centro di una teoria monetaria basata sull’azione umana. La moneta serve alle persone perché permette loro di perseguire i propri scopi in modo più efficienti e assolve per loro a certe funzioni. Tanto meglio queste funzioni della moneta vengono assolte agli occhi degli attori [economici], tanto maggiore il valore che attribuiscono alla moneta. La qualità della moneta è, di conseguenza, definita come la sua capacità – così come percepita dagli attori – di assolvere alle sue funzioni principali, ossia di fungere da mezzo di scambio, riserva di ricchezza e unità di conto. Perciò, la teoria della qualità della moneta sostiene che la domanda di moneta dipende dalla qualità della moneta. Questa, in effetti, è – insieme con l’incertezza, le innovazioni finanziarie (carte di credito, Bancomat, MMMF), la frequenza dei pagamenti etc. – uno dei fattori importanti che influenzano la domanda di moneta come riserva o fondo cassa. Sicché, la teoria della qualità della moneta entra in contrasto con una spiegazione unilaterale del livello dei prezzi, fondata sulla teoria quantitativa.

Per prima cosa, riesaminerò il modo in cui quantità e qualità della moneta sono state trattate dagli economisti. Quindi, analizzerò diverse proprietà della moneta che ne influenzano la qualità e il modo in cui esse possono cambiare.  Nella disamina, mi concentro sulle funzioni di mezzo di scambio e riserva di valore. Concludo con una sintesi delle mie scoperte.

[L'inizio della disamina vera e propria sarà pubblicato tra sette giorni. N.d.T.]

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Valutare l'oro e l'allevamento dei tacchini

Freedonia - Gio, 16/10/2014 - 10:14




di Alasdair Macleod


I mercati finanziari di oggi sono costruiti sulla sabbia di valute non sonanti. Di conseguenza i broker, le banche e gli investitori sposano l'inflazione monetaria e hanno perso sia il desiderio sia la capacità di comprendere l'oro e valutarlo adeguatamente.

Inoltre, gli stati e le banche centrali considerano i mercati come la più grande minaccia ad una gestione efficace dell'economia, una minaccia che deve essere domata. Questo è lo sfondo di oggi in cui si muovono i prezzo dell'oro e le decisioni degli investitori.

Al centro del controllo del mercato c'è la sostituzione della moneta sonante (storicamente l'oro) con una non sonante. Aumentare la quantità di moneta e incoraggiare le banche ad aumentare il credito dal nulla, è il mezzo principale con cui operano le banche centrali. Non importa se adulterare la moneta impoverisce la maggioranza della popolazione: le banche centrali stanno leggendo dal manuale keynesiano e monetarista su come gestire i mercati.

In questo contesto un investitore rischia tutto ciò che possiede se si ostina a combattere il sistema; e non c'è niente di più vero quando parliamo dell'oro. Il metallo giallo non rappresenta un investimento convenzionale in questo mondo di valute fiat, si tratta di un'assicurazione contro il collasso del sistema finanziario sotto il peso delle proprie illusioni. Considerato come un premio assicurativo contro tale rischio, l'oro rappresenta il buon senso; e ci sono momenti in cui vale la pena di rafforzare la propria assicurazione. Nel prendere questa decisione, un individuo deve essere in grado di valutare tre cose: la quantità di moneta rispetto all'oro, la probabilità di una crisi sistemica e il costo reale dell'assicurazione contro di essa. Dovremo considerare ciascuno di questi punti.



Il rapporto della valuta con l'oro

Non solo la quantità di valuta e credito bancario si è espansa notevolmente dopo la crisi Lehman, è chiaro che questa è una tendenza che non può essere invertita senza scatenare un caos finanziario. In altre parole, siamo già finiti in una iperinflazione monetaria. Basta guardare il grafico della quantità di dollari fiat e noterete la sua drammatica crescita dopo la crisi della Lehman nel 2008.




Nel frattempo, la quantità di stock di oro in superficie sta crescendo a meno del 2% l'anno. Giorno dopo giorno, l'oro diventa sempre più conveniente rispetto al dollaro. [Nota: la FMQ è la somma di tutto il denaro fiat creato dalla FED e dalle banche commerciali. Si veda qui per una descrizione completa.]



Aumento della probabilità di una crisi sistemica

Ponetevi una domanda: quanto dovrebbero salire i tassi di interesse prima che venga innescata una crisi sistemica? L'indizio per la risposta è illustrato nel grafico sottostante, il quale mostra come i picchi più bassi dei tassi di interesse hanno innescato recessioni successive (le aree in grigio rappresentano le recessioni ufficiali).




Il motivo è semplice: l'onere del debito sta aumentando. La somma del debito pubblico e privato ammonta a circa $30 bilioni, quindi un aumento dell'1% dei tassi di interesse e dei rendimenti obbligazionari costerà circa $300 miliardi l'anno. L'aumento dei tassi di interesse durante il boom del credito 2004-07 ha aggiunto costi annuali doppi per i tassi di interesse, sfociando l'anno successivo nella crisi della Lehman. E mentre gli Stati Uniti questa volta potrebbero forse resistere ad un aumento del 2-3%, tale cifra sarebbe sufficiente a far piombare nel caos finanziario ed economico altre economie del G8.



Il costo reale dell'assicurazione

Con questo intendiamo il prezzo reale dell'oro, aggiustato secondo la rapida espansione della moneta fiat. Un approccio è quello di aggiustare il prezzo nominale con un rapporto tra dollari in circolazione e riserve auree degli Stati Uniti. Questo pone due problemi: quale misura della massa monetaria deve essere utilizzata, e dato che la FED non è mai stata sottoposta ad una revisione contabile, ci si può fidare delle cifre riguardo le riserve auree ufficiali?

L'opzione migliore è quella di aggiustare il prezzo dell'oro usando la crescita della quantità di moneta fiat (FMQ) in rapporto alla crescita dello stock di oro in superficie. La FMQ è costruita in modo da catturare l'inversione della demonetizzazione dell'oro. Questo è mostrato nel grafico sottostante in cui viene mostrato il prezzo dell'oro aggiustato e il prezzo nominale dell'oro in dollari.




Partendo dal crollo di Lehman Brothers, il prezzo reale dell'oro (aggiustato in questo modo) sarebbe oggi di $550, sulla base di un prezzo nominale di $1220. Quindi, in termini reali, l'oro è sceso del 40% rispetto al livello pre-Lehman di $920, ed è all'incirca dimezzato dal suo picco aggiustato nel 2011.

Quindi, per riassumere:

• L'iperinflazione monetaria è già qui, definita come svilimento in accelerazione del dollaro. Del resto tutte le altre valute a cui si fa riferimento perseguono una rotta simile, una condizione che è improbabile che possa essere fermata se non da una crisi sistemica e valutaria.

• I tentativi di stabilizzare il potere d'acquisto delle valute, aumentando i tassi di interesse, condurranno molto rapidamente al caos finanziario ed economico.

• Il costo assicurativo di possedere oro è anomalmente basso, essendo molto inferiore rispetto alla crisi della Lehman (che per molte persone rappresentò il primo sentore del rischio sistemico).



Cosa sta accadendo all'economia globale?

Se l'economia comincia a crescere di nuovo, un piccolo aumento dei tassi di interesse farebbe crollare i mercati obbligazionari e manderebbe in bancarotta imprese sommerse dai debiti e banche eccessivamente esposte alla leva finanziaria. In alternativa, una contrazione dell'economia aumenterebbe il peso del debito in termini reali, minacciandone nuovamente l'implosione. Quindi l'ultima cosa a cui le banche centrali daranno il benvenuto, è un cambiamento delle prospettive economiche globali.

Il calo dei prezzi delle materie prime e una fuga dalle altre valute verso il dollaro, sembra segnalare un rischio maggiore e lo scivolamento in una crisi globale. Anche se i grandi speculatori finanziari sembrano voler abbassare i prezzi delle materie prime e dell'energia, resta il fatto che l'economia globale viene indebolita dalla ridotta accessibilità a beni e servizi. In altre parole, l'onere del debito è già troppo grande per il settore privato, nonostante un periodo prolungato di tassi di interesse a zero.

Una crisi è stata interrotta quando i prezzi sono crollati dopo il fallimento della Lehman; a quel tempo è stata la creazione di moneta illimitata da parte della FED che ha tenuto in piedi la baracca. Prevenire un crollo è la ragion d'essere dei banchieri centrali. E' il motivo per cui Ben Bernanke ha scritto di distribuire denaro da un elicottero come soluzione finale. E' per questo che abbiamo avuto tassi di interesse a zero per sei anni.

Nel 2008 i prezzi dell'oro e del petrolio scesero pesantemente, fino a quando non divenne chiaro che avrebbe prevalso lo stimolo monetario. Anche le azioni calarono, con l'indice S&P 500 giù del 60% dal suo picco nell'ottobre 2007, ma questo indice era già sceso del 24% quando Lehman fallì.

Ormai il precedente di una creazione illimitata di liquidità e credito è stato inserito nella storia dell'economia. I mercati sono sorretti da un mare di liquidità, non stanno scontando alcun problema e stanno ignorando i segnali provenienti dai prezzi delle materie prime. Se la crisi economica mostrerà ulteriore volontà di accelerare, l'aggiustamento è probabile che sarà brutale e coinvolgerà un riesame completo e improvviso del rischio finanziario.

Questa volta l'oro è in un mercato orso in previsione di questo evento. Questa volta il consenso popolare ritiene che l'assicurazione contro il rischio finanziario e sistemico sia del tutto inutile. Questa volta la Cina, la Russia e il resto dell'Asia stanno comprando i lingotti fisici liquidati dagli investitori occidentali.





Gli analisti che lavorano presso le banche di investimento ci ricordano regolarmente di vendere oro. Ma tenete a mente che il settore degli investimenti è guidato da raccomandazioni "a caccia di trend", perché questo è ciò che richiedono gli investitori. Aspettarsi che gli analisti valutino correttamente l'oro è una cosa talmente improbabile come gli agricoltori che dicono la verità ai tacchini sul Giorno del Ringraziamento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Matrix: caso Ebola

Luogocomune.net - Gio, 16/10/2014 - 07:10
Per chi ci visita per la prima volta:

Questo è l'articolo del Daily Observer di cui ho parlato in trasmissione.



Qui una traduzione in italiano.

Potete trovare molti altri link alla tesi dell'Ebola "bioingegnerizzato" all'interno dei commenti.

Cancro, la guerra alternativa

Luogocomune.net - Gio, 16/10/2014 - 07:00
Intervista a Paolo Franceschetti - a cura di Lavinia Pallotta (tratto dalla rivista X-Times di settembre)

1) Quando e perché hai cominciato a interessarti alle cure applicate al cancro?

L’argomento mi ha sempre interessato, perché il cancro è una delle prima cause di morte nel mondo e per l’interesse che ho sempre avuto per il rapporto tra malattie del corpo e dell’anima. Avevo letto i libri di Dalke, Claudia Rainville, Hamer e molti altri. Una vera e propria svolta però c’è stata quando si è ammalata di tumore la mia ex compagna, Mariapaola, morta poi ad aprile del 2014.

Si è trattato di un percorso particolare, perché da una parte lei è stata sempre informatissima non solo sulle cure alternative, ma anche sui progressi della sua malattia, che ha tenuto costantamente sotto controllo (a differenza di quello che fa la maggior parte dei pazienti che non si interessano attivamente alla cura e spesso neanche sanno qual è la loro reale condizione).

Ma la vera particolarità di questa esperienza è stata che Mariapaola ha scelto le cure tradizionali non per curarsi, ma per morire; non avendo mai avuto la forza di suicidarsi, ha scelto di uccidersi affidandosi alle terapie convenzionali, sapendo che, per il suo tipo di tumore, le terapie convenzionali non prevedevano possibilità di guarigione. Ha scelto le terapie convenzionali dicendo “so che in questo modo mi ammazzeranno”. Il suo tumore era infatti un cosiddetto “triplo negativo”, che statisticamente per la medicina ufficiale nell’80 per cento dei casi porta alla morte entro 2 anni.

Con altre cure aveva molte più probabilità anche in termini statistici, di sopravvivere, ...

From Ghana: Ebola is not real and the only people who have gotten sick are those who have received treatments and injections from the Red Cross

Deep Politics Monitor - Mer, 15/10/2014 - 22:55
Other than the original facebook post, this web site is the first one to carry this and it needs to be spread, the future may be riding on this one, ARCHIVE, POST POST AND RE-POST! Permalink Nana Kwame wrote: People in the Western World need to know what's happening here in West Africa. THEY ARE LYING!!! "Ebola" as a virus does NOT Exist and is NOT "Spread". The Red Cross has brought a

Keynes è stato un fallimento in Giappone – Non c'è bisogno di adottarlo anche in Europa

Freedonia - Mer, 15/10/2014 - 10:17




di Detlev Schlichter


Il voltafaccia di Draghi di due settimane fa ha incoraggiato la maggioranza keynesiana nei media e nei dipartimenti di ricerca economica. Ha iniettato nuova vita nella loro campagna implacabile per un intervento dello stato nell'economia dell'Eurozona. Questa nuova euforia non è stata avviata dal qualcosa che la BCE ha fatto (o annunciato). Come al solito, le misure non sono risultate all'altezza delle aspettative dei sostenitori instancabili dello "stimolo". Per il vero keynesiano, nessun tasso di interesse è mai abbastanza basso, nessun programma di "quantitative easing" è mai abbastanza ambizioso e nessun deficit fiscale è mai abbastanza grande. Ma con il suo discorso di "stimolare la domanda" e le sue richieste di "flessibilità fiscale", Draghi ha finalmente parlato in gergo keynesiano. E' stato questo che ha infiammato i cuori.

"I cori degli angeli devono aver cantato quando si è compreso che la zona Euro ha un problema con la domanda," ha scritto entusiasta Martin Wolf, capo guardiano della fede keynesiana al Financial Times. Ricordate che la mancanza di domanda, nella religione keynesiana, equivale al peccato originale ed alla fonte di tutti i problemi economici. "La domanda aggregata" è la somma di tutte le singole domande e tutti gli individui non stanno domandando abbastanza. Come si è venuta a creare una tale situazione? Qui i keynesiani sono meno precisi. O le persone hanno risparmiato troppo ("l'eccesso di risparmio" cattivo), o hanno investito troppo poco, forse hanno smarrito i loro spiriti animali, o hanno vissuto un momento di Minsky e gravato con troppi rischi i loro bilanci. In ogni caso il settore privato è chiaramente in errore, il che significa che il settore pubblico deve intervenire e, nell'interesse del bene comune, iniettare la propria domanda, cioè "stimolare" l'economia spendendo i soldi degli altri e stampando denaro. La mancanza di "domanda aggregata" è evidentemente una qualche forma di impotenza collettiva che richiede una forte dose di intervento dello stato in modo che compensi la domanda aggregata persa.

Wolf pensa che i deficit debbano essere più alti, preferibilmente in linea con investimenti pubblici e tagli fiscali, e, naturalmente, ci dovrebbe essere un qualche quantitative easing, non solo i magri acquisti da €750 miliardi di titoli garantiti da asset che la BCE ha promesso durante l'ultima incontro. (Purtroppo per Draghi, i paletti di ciò che costituisce un vero QE sono stati segretamente spostati. Solo l'acquisto di titoli di stato è ritenuto degno di questo marchio.)

In tutta onestà, nei confronti del presidente della BCE va detto che ha parlato della necessità di una riforma strutturale, ma come al solito questo per i keynesiani rappresenta uno strazio. "La mia opinione è che le riforme strutturali sono per lo più irrilevanti per la ripresa", osserva Wolfgang Münchau, collega di Wolf al FT. Quello che vuole Münchau è una maggiore spesa fiscale e rotative più arroventate. Le riforme strutturali – la cui necessità, secondo lui, è "irrilevante" – dovrebbero rappresentare solo uno specchietto per le allodole per mantenere buoni i tedeschi. Egli immagina che un "bombardamento a tappeto" monetario e fiscale possa forzare l'economia a crescere di più!

Per commentatori come questi, la prospettiva di una Germania con un bilancio in pareggio (potenzialmente nel 2015, sarebbe il primo sin dal 1969) può causare convulsioni apoplettiche. Secondo il Wall Street Journal, il settimanale sinistroide Der Spiegel ha definito l'obiettivo un "feticcio", dichiarando che "un programma di investimenti per la Germania rappresenterebbe un atto di solidarietà europea." Inoltre il FT sostiene che le previsioni per i deficit nell'Eurozona "al 2.5%" rappresentano una politica di bilancio "troppo stretta".



Nel frattempo in Giappone...

Le cose forse vanno molto meglio in Giappone, un posto chiaramente non gestito da Teutoni spaventati dall'inflazione ed ossessionati dall'austerità, e negli ultimi 20 anni è stata la patria della "flessibilità fiscale".

"Il Giappone ha avuto deficit di bilancio pari all'8.4% del PIL l'anno scorso, ed aveva anche un debito pubblico pari al 245% del PIL (!), il più alto tra le principali economie", come ha riportato il Wall Street Journal la scorsa settimana. Beh, deve essere stata iniettata un sacco di domanda aggregata nell'economia!

Sin dalla bolla degli anni '80 scoppiata poi nel 1989, il paese ha implementato l'intero libro guida del keynesismo e l'ha fatto ripetutamente, ma in particolare ha impiegato ad nauseam la proposta di Wolf, Der Spiegel e Münchau di "investimenti pubblici "per stimolare l'economia – senza alcun risultato, altro che causare deficit sempre più grandi.

Attingendo da fonti del FMI, Wikipedia ha compilato il seguente elenco di politiche di stimolo suicide: "Tra il 1992 e il 1995, il Giappone ha provato sei programmi di spesa per un totale di ¥65.5 bilioni e ha tagliato le aliquote fiscali sul reddito nel 1994. Nel gennaio 1998, il Giappone ha temporaneamente tagliato di nuovo le tasse per un totale di ¥2 bilioni. Poi, nell'aprile dello stesso anno, il governo ha presentato un pacchetto di stimolo fiscale da ¥16.7 bilioni, quasi la metà dei quali finiti nelle opere pubbliche. Nel novembre 1998 venne annunciato un altro pacchetto di stimolo fiscale da ¥23.9 bilioni. Un anno dopo (novembre 1999), venne provato un altro pacchetto di stimolo fiscale da ¥18 bilioni. Infine, nell'ottobre 2000, il Giappone ha annunciato l'ennesimo pacchetto di stimolo fiscale da ¥11 bilioni. Nel corso degli anni '90, il Giappone ha provato 10 pacchetti di stimolo fiscale per un totale di oltre ¥100 bilioni, ed ognuno ha fallito nel curare la recessione. L'unica cosa che sono riusciti a fare è stato peggiorare lo status fiscale del Giappone."

Oh, ma la lista non sarebbe completa senza questa frase:

"La politica monetaria espansiva del Giappone non è riuscita a generare la ripresa."

Per 18 anni i tassi ufficiali del Giappone non sono saliti al di sopra dell'1%. Il Paese è stato per più di 20 anni il ratto da laboratorio del keynesismo applicato – e dire che i risultati promessi non si sono materializzati è un eufemismo.

Per minimizzare il misero fallimento del keynesismo in Giappone, i commentatori solgono dire che l'inflazione è troppo bassa affinché il pump priming fiscale possa funzionare. E' colpa della deflazione – anche se in Giappone l'indice dei prezzi al consumo è rimasto invariato negli ultimi 10 anni. In netto contrasto con ciò che i media vogliono far credere, in Giappone c'è stata stabilità dei prezzi (più o meno). E' vero, la Banca del Giappone non ha tenuto sempre accesa la stampante monetaria, e ha intercambiato agli attacchi di QE un approccio più calmo. Evidentemente il keynesismo funziona solo se alla spesa fiscale sconsiderata viene affiancata una stampa di denaro altrettanto sconsiderata. E questo è il cuore dell'Abenomics, iniziato nel 2013 con la promessa di porre fine alla "deflazione" (stabilità dei prezzi) tra gli applausi della fratellanza keynesiana globale. Negli ultimi 12 mesi, il Giappone non solo ha fatto registrare il più grande deficit fiscale, ma la sua banca centrale ha sperimentato uno degli aumenti più veloci del bilancio in tutto il mondo sviluppato. Se qualcuno ha provato l'approccio "bombardamento a tappeto" di Münchau, questo è stato il Giappone.

Ecco di nuovo il Wall Street Journal:

"I dati rivisti [...] hanno mostrato che il prodotto interno lordo del paese si è contratto del 7.1% nel trimestre aprile-giugno rispetto a quello precedente, poiché le imprese ed i consumatori si sono spaventati dopo che il governo ha aumentato le imposte sulle vendite."

Che cosa? – Dopo 20 anni di stimolo fiscale e stampa monetaria a tavoletta, un aumento del 3% della tassa sulle vendite fa schiantare l'economia?

"Anche se era una conclusione scontata che l'impatto negativo della tassa incidesse sul forte calo del PIL, gli analisti esprimono ancora preoccupazione. [...] 'Tutto sta calando – consumi, spese in conto capitale, investimenti in abitazioni ed infrastrutture. Non va affatto bene', ha detto in un'intervista Etsuro Honda, consigliere economico dell'amministrazione Abe."

Si parla ora di rinviare il prossimo aumento delle tasse, che tra l'altro non risolverà il vero problema del Giappone: un fardello di debito crescente.

Ma hey, perché non inaugurare qualche altro "investimento pubblico" extra per stimolare l'economia?



Sorpresi? Non dovreste

Non posso escludere che tutta questa folle iperattività possa causare un trimestre strano mostrando un po' di crescita. Forse i giapponesi vedranno esaudito il loro desiderio di una maggiore inflazione, rendimenti più elevati ed una moneta svalutata. (Meglio stare attenti a ciò che si desidera!) Possiamo escludere con sicurezza che questo programma keynesiano libererà un giorno gli spiriti animali giapponesi e condurrà l'economia su un sentiero di crescita equilibrata ed autosufficiente. Queste politiche sono parte del problema, non sono la soluzione.

Niente di tutto questo dovrebbe lasciarvi sorpresi. Il keynesismo fallirà, ma non lo sappiamo grazie al Giappone. Basta solo uno sguardo ai suoi fondamenti teorici deboli. Questo è ciò che fece un giornalista più di 50 anni fa: l'incomparabile Henry Hazlitt, che era il principale editorialista su finanza ed economia presso il New York Times (1934-1946), e che nel 1959 pubblicò la sua dissezione critica della Teoria Generale di Keynes. Hazlitt spiegò perché le politiche keynesiane falliscono inesorabilmente. Quelli sì che erano bei tempi per il giornalismo, non oggi con tutta questa implacabile propaganda sulla necessità di un maggiore "stimolo".

Ciò che probabilmente irrita di più delle tesi keynesiane, ostentate con una certa sfacciataggine dai più illusi, è che questi commentatori evocano lo spettro di un "decennio perduto in stile Giappone" anche in Europa se i loro consigli cadranno nel vuoto. E' allucinante.

Nonostante il nuovo amore tra Draghi ed i keynesiani, credo che ci sia ancora resistenza alle tesi keynesiane in Germania e tra il contingente settentrionale della zona Euro. Questi paesi restano del parere (ragionevole) che senza cambiamenti strutturali in Francia e in Italia, senza riforme che aumentino la loro competitività, senza la riduzione del loro tasso di disoccupazione e senza la stabilizzazione delle loro prospettive di bilancio, Germania e Co. rischiano di pagare per eventuali problemi fiscali in questi Paesi. Il mercato è del parere che il carico di debito è già stato condiviso in gran parte tramite la BCE. Ricordate la promessa pericolosa di Draghi di "fare tutto il necessario", essa è profondamente impopolare in Germania. Inoltre non è così semplice. Quando uno dei grandi Paesi affronterà il suo momento greco, Draghi scoprirà che dopo tutto non potrà fare più di tanto. Credo che il governo tedesco riuscirà ad ottenere ciò che vuole: i governi francese ed italiano devono fare i compiti. C'è poco appetito per una qualsiasi avventura fiscale à la Keynes.

Ma Wolf e Münchau non dovrebbero disperarsi. Possono sempre godere dei meravigliosi successi del Keynesismo ogni qual volta che guardano al Giappone.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Scambio e cooperazione: come il libero mercato beneficia tutti

Von Mises Italia - Mer, 15/10/2014 - 08:00

Di seguito, cercherò di fornire delle spiegazioni in ordine all’idea più importante nella storia dell’analisi sociale. La nozione (in realtà, trattasi di una descrizione della realtà che ci circonda, ancorché raramente percepita) è conosciuta da secoli. È stata osservata dagli antichi. È stata descritta con rigore dai monaci tardo – medievali che operavano in Spagna. È stata analizzata con precisione scientifica nel periodo classico. Ed è stata la base dei progressi della teoria sociale nel corso del XX secolo.
Di fatto, essa rappresenta una parte essenziale nella causa della libertà. Ha costituito il fondamento della fiducia riposta dai nostri antenati nella possibilità di sbarazzarsi di un dominio tirannico, senza che al contempo la società rischiasse di sprofondare nella povertà e nel caos. L’incapacità di comprendere questa idea è alla radice del pregiudizio diffuso contro la libertà e contro la libera intrapresa, così invalso ai nostri tempi, ravvisabile sia a sinistra che a destra.

Sto parlando della divisione del lavoro, conosciuta anche come la legge del vantaggio comparato o come legge dei costi comparati, ovvero anche come legge di associazione. Possiamo definirla come più ci aggrada, ma si tratta probabilmente del più grande contributo che l’economia ha fornito ai fini della comprensione dell’universo che ci sta attorno.
Questa legge – una sorta di vera e propria legge di gravità, non certo una legge come quella sui limiti di velocità – è una descrizione dei motivi che inducono le persone a  cooperare, nonché dell’ubiquità delle condizioni che promuovono tale cooperazione. Se ci si fermasse a ragionare solo per qualche minuto, si riuscirebbe a comprendere come sia possibile che la società funzioni e possa generare valore anche in assenza di una mano visibile che ne diriga il suo percorso. Così come potremmo anche accorgerci di quanto infondate ed ingannevoli siano le critiche mosse all’economia di mercato, in funzione della sua natura votata a consentire ai forti di prevaricare sui deboli.

Questa legge dimostra come sia possibile che le persone possano ottener profitto, tanto dal punto di vista materiale quanto da ogni altro aspetto, cooperando tra di loro, anziché agendo in condizioni di isolamento. Esse non solo possono propiziare la soddisfazione che deriva dal compartecipare alla realizzazione dei progetti con propri simili; ma possono guadagnare in concreto, acquisendo beni e servizi tangibili, i quali diventano accessibili a tutti noi.

Quello che più rileva è che ognuno riesce a guadagnare di più rispetto alla somma delle singole parti. Attraverso la cooperazione e lo scambio, siamo in grado di generare maggiori output di quanti se ne riuscirebbero a produrre in condizioni di isolamento. Questo principio è valido tanto nei contesti economici più semplici, quanto negli scenari più complessi.

Dovremmo cercare di declinare questo principio in maniera più rigorosa, così che si riesca ad apprezzare la magia legata al funzionamento del mercato (sono debitore, per queste elaborazioni, a  Ludwig von Mises per quanto esposto in Human Action, a Murray Rothbard con Freedom, Inequality… ” e soprattutto a Manuel Ayau ed al suo Not a Zero-Sum Game, disponibile attraverso il canale Mises. Org).

Supponiamo che entrambi, il sottoscritto e tu lettore, siamo in grado di sfornare sia delle ciambelle che delle torte. Ma c’è un problema di fondo: tu riesci a fare tutto con incredibile efficienza. In effetti, tu sei il mglior produttore di torte e ciambelle che si sia mai visto in circolazione. Un vero e proprio fuoriclasse,  uno dei migliori di tutti i tempi.

Al contempo, io non mi avvicino minimamente al tuo livello. Certo, anche le mie ciambelle sono altrettanto buone, ma ci metto una vita a prepararle. Con le torte è la stessa storia. Ci metto tutto l’impegno possibile, faccio di tutto per provarci, ma non riesco proprio a cuocerle come fai tu.

Cosa dobbiamo aspettarci che accada in situazioni di questo genere? La risposta intuitiva, che siamo abituati a sentire in qualsiasi aula di sociologia del paese, è che tu ti metterai a produrre sia le ciambelle, che le torte. Nessun altro lo potrà fare. Sostanzialmente, avrai un completo predominio su tutti e acquisirai uno sconfinato potere di mercato. Se qualcuno volesse fare la stessa cosa, dovrebbe comunque scendere a patti con te e con te solo.  Tu sei privilegiato, baciato dalla fortuna, ricco, potente, e il resto di noi non potrà far altro che vivere con soggezione, dipendendo da te.
Ma in realtà, non è  propriamente quello che succede.  Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capirne i motivi.
Supponiamo di non esserci mai incontrati, e che stiamo entrambi sfornando ciambelle e torte. Ecco cosa accade in un periodo di 24 ore: tu riesci a sfornare 12  ciambelle in 12 ore e 6 torte nelle restanti 12. Io, d’altro canto, riesco solamente a produrre 6 ciambelle nelle prime 12 ore, ed appena 2 torte nelle restanti 12.

 

Produzione in condizioni di isolamento

 

Tu

Tu

Io

Io

Ore

12

12

12

12

Produttività

12 ciambelle

6 torte

6 ciambelle

2 torte

 

Se entrambi lavoriamo a questo ritmo, la produzione totale sarà di 18 ciambelle e di 8 torte.
In ogni caso, il costo di ogni decisione può essere rappresentato come il valore della miglior alternativa cui si rinuncia, a fronte del perseguimento di quelle decisione. Quindi, per te il costo di ogni torta è pari a quello di 2 ciambelle  e, parimenti, il costo di ogni ciambella equivale a quello di mezza torta. Per me, il costo opportunità di sfornare una torta è di 3 ciambelle, mentre quello di produrre una ciambella è pari ad 1/3 di una torta.

Se si presta attenzione, potrai renderti conto che tu sei in grado comunque di organizzarti, mentre io, su questo fronte, me la passo piuttosto male. Quali possibilità avrei, dunque?
Forse la mia speranza è aggrappata al fatto ineludibile che, anche per te come per tutti, sia le risorse che il tempo sono tiranneggiati dal principio di scarsità e che, per un verso o per l’altro, non ne avresti mai a sufficienza. Ed è questo che ti induce a cominciare a pensare ad uno scambio. Sebbene io non sia così bravo né a sfornare torte, né a produrre ciambelle, puoi facilmente osservare che potresti ottenere di più, tanto delle une quanto delle altre, promuovendo la nostra cooperazione, in maniera tale da liberare il tuo tempo per specializzarti in quello che riesci a fare meglio.

Di fatto, comunque, pur specializzandoti nel produrre torte, avrai ancora bisogno di ottenere le ciambelle. Quindi potresti pianificare di porre in essere lo scambio con il sottoscritto, cedendo delle torte in corrispettivo delle ciambelle. Con questo progetto in mente, tenderai ad incrementare la produzione di torte, riducendo contestualmente quella delle ciambelle. D’altro canto, io smetterò completamente di sfornare torte, dedicandomi completamente alla produzione di ciambelle, nella speranza di porre in essere lo scambio produttivo con te.

 

Produzione in un contesto di cooperazione

 

Tu

Tu

Io

Io

Ore

8

16

24

0

Produttività

8 ciambelle

8 torte

12 ciambelle

0 torte

 

In tal modo, potrai dedicare 8 ore della giornata a creare ciambelle, sfornandone 8; nelle restanti 16 ore, riuscirai così a cuocere 8 torte. Nel frattempo, io mi posso concentrare esclusivamente nella produzione di ciambelle, sfornandone 12 nell’arco della giornata.
A questo punto, facciamo due conti. Prima della nostra cooperazione, si riusciva a produrre 18 ciambelle ed 8 torte. A seguito degli accordi di collaborazione, arriviamo ad un risultato complessivo di 20 ciambelle e 8 torte.

Allora, qual è il guadagno in tal caso? Precisamente, di due ciambelle. Ti pare incredibile? Non è cambiato nulla, nel frattempo; non si è registrato un incremento del nostro potenziale produttivo, non vi sono stati sviluppi tecnologici, così come non si sono riscontrate variazioni della curva di domanda dei consumatori, delle loro preferenze temporali, o ancora non abbiamo assistito ad alcun sovvertimento delle variabili di fondo. È accaduto semplicemente che abbiamo concordato di porre in essere delle strategie cooperative di scambio produttivo, anziché continuare a produrre in condizioni di isolamento e … voilà … come per magia ecco spuntare due ciambelle supplementari.
Pensi che vi sia un inganno? Riprendi l’esperimento che abbiamo fatto, controlla i numeri e le ipotesi. Io sono lo scarso di sempre, e tu il solito campione. E tuttavia c’è un ruolo per entrambi.
Facciamo un passo ulteriore e supponiamo che adesso sia giunto il momento di concretizzare lo scambio dei beni che abbiamo prodotto. Tu mi potresti dare 2 delle tue torte, in cambio di 5 delle mie ciambelle. Il che ti porta ora ad avere 13 ciambelle e 6 torte, mentre io posso contare su 7 ciambelle e 2 torte.

 

Risultati dopo lo scambio

 

Tu

Tu

Io

Io

Risultati

13 ciambelle

6 torte

7 ciambelle

2 torte

 

Lo scambio sarebbe del tutto ragionevole, posto che le ciambelle che acquisti da me ti sarebbero costate, in termini di tempo, ben 5 ore di lavoro. Certo,  ho impiegato 10 ore per cuocerle, ma cosa ottengo in contropartita se posso accedere allo scambio? Ben 2 torte, la cui produzione mi avrebbe assorbito 12 ore di lavoro. Quindi questo processo cooperativo è sicuramente funzionale, nella misura in cui, specializzandomi, ho risparmiato 2 ore di lavoro. Tu invece, incoraggiandomi a sfornare solo ciambelle, quanto tempo sei riuscito a risparmiare? Ben cinque ore, durante le quali ti sei potuto dedicare alla produzione di torte.

E quali sono i costi, in termini pratici e quantificandoli in beni materiali, cui dobbiamo far fronte per aver posto in essere lo scambio? Tu hai rinunciato a due torte. Io a 5 ciambelle. Se il nostro tempo è misurato in termini di beni prodotti, tu hai rinunciato al tempo necessario a sfornare 4 ciambelle per ottenerne 5, guadagnandone quindi 1. Io, al contrario, ho dovuto cedere 5 ciambelle, ma ho potuto risparmiare il tempo equivalente per produrne sei, atteso che il mio rapporto produttivo tra ciambelle e torte è di 3 a 1.

Alla fine, chi ha guadagnato di più tra noi? In termini concreti, come numero di ciambelle, otteniamo lo stesso risultato: una in più a testa. In termini di tempo, ho guadagnato più io. Come numero di torte, hai tratto un maggior vantaggio tu. Chi ne esce vincitore? Entrambi!  Quindi, nuovamente, a cosa dobbiamo questo mutuo guadagno? Alla cooperazione e  allo scambio. Niente di più, niente di meno.

Ora , si potrebbe asserire che tutto ciò è assurdo. Anche perché nessuno si è seduto a tavolino per fissare le matrici di cambio in base alle quali possiamo trarre beneficio dalla divisione del lavoro.  Ma è quello che, in realtà, facciamo ogni volta. Potrei essere, al contempo, un musicista sublime e un programmatore web. Ma, dichiarando di possedere un maggior vantaggio in qualità di programmatore, decido di lasciare la produzione musicale ad altri, anche se lo faranno in maniera meno efficace del sottoscritto.

È così anche nel mondo degli affari, a ben pensarci: il boss potrebbe essere al contempo sia un ottimo contabile che uno straordinario uomo delle pulizie, così come svolgere un egregio lavoro tanto nello sviluppo commerciale che nel supporto alla clientela. Potrebbe sicuramente espletare questi incarichi in maniera più efficiente rispetto a chiunque altro, ma il costo di fare una cosa si sostanzia nella rinuncia a portarne a termine un’altra. Ha senso dipendere dagli altri nella misura in cui tutti riescono a specializzarsi.

Si prenda ad esempio un grande pianista del XIX secolo, Franz Liszt. Era il miglior musicista in Europa, e soprattutto il più pagato. Supponiamo che egli fosse anche un grande accordatore di pianoforti. Gli sarebbe valsa la pena rinunciare ad un prova, in vista di un’esibizione che gli avrebbe fruttato 20 mila dollari, per accordare il proprio piano? Direi proprio di no. Avrebbe sicuramente preferito pagare qualcuno  200 dollari, per farlo in sua vece. Il costo opportunità di accordare il piano era sicuramente molto alto per Liszt, ma molto basso per l’accordatore chiamato in causa. Scambiando, ne avrebbero tratto beneficio entrambi.

Lo stesso discorso può essere fatto per i medici e per gli infermieri. Il medico potrebbe avere una grande abilità nella preparazione dei pazienti, ma se facesse così si ritroverebbe a  rinunciare ad eseguire un altro intervento chirurgico, rimettendoci così molte migliaia di dollari.

Si noti che queste considerazioni mantengono la loro validità anche nel caso in cui una persona disponesse di un vantaggio assoluto in ogni ambito del suo agire operativo. Quello che rileva, nel mondo reale, non è tanto il vantaggio assoluto, quanto il vantaggio comparato. Ecco, dunque, dove la legge di associazione si sostanzia e si concreta. E ciò che è indiscutibile per due persone, lo è anche per duecento, per duemila, così come per tutte le persone che vivono sulla terra. Prendiamo il caso del commercio internazionale, in virtù del quale si esaltano i mutui vantaggi per gli agenti che risiedono in paesi diversi.

Questo è il motivo per cui il commercio genera benefici per tutti, sia ai paesi poveri che a quelli ricchi, come aveva già notato Bartolomé de Albornoz nel XVI secolo:

Se non fosse per questi contratti, alcuni [paesi, ndt] perderebbero l’opportunità di ottenere beni che altri dispongono in abbondanza, così come, di converso, non sarebbero in grado di condividere le risorse che sono state oggetto di scambio con quei paesi in cui esse sono scarse.

Si noti che questi mutui guadagni non rivengono da un disegno pianificato a monte, bensì semplicemente dalla libertà di associazione, che Papa Leone XIII definì un “diritto dell’uomo” nella sua enciclica Rerum Novarum:

Se è [lo Stato] proibisce ai suoi cittadini il diritto di formare associazioni, contravviene al principio stesso della propria esistenza; in quanto entrambi, sia le associazioni che lo Stato, esistono in virtù del medesimo principio, ovvero, la propensione naturale dell’uomo a vivere in società.

Entrambi i vantaggi, di natura morale e pratica, sono stati ribaditi da Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica Centesimus Annus:

È sempre più evidente come il lavoro di un individuo abbia delle naturali interrelazioni con il lavoro degli altri.  Oggi più che mai, il concetto di lavoro postula il lavorare con gli altri e il lavorare per gli altri: in buona sostanza, si tratta di fare qualcosa in favore di qualcun altro. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo nella misura in cui le persone diventano più consapevoli delle potenzialità produttive della terra, nonché più profondamente coscienti dei bisogni di quanti che sono poi i beneficiari del loro lavoro.

La legge è stata formalizzata da David Ricardo in Inghilterra e ulteriormente enfatizzata dagli economisti, sin da allora. Il senso di tale legge è inequivocabile: essa postula semplicemente che non è necessario che tutti gli individui che popolano questa terra siano dotati degli stessi talenti, al fine di trarre vantaggio dalla cooperazione. In realtà, è proprio la diversità degli individui che rende proficuo l’operare assieme e il porre in essere transazioni di libero scambio mutualmente vantaggiose.
Detto altrimenti, ciò significa che l’isolamento e l’autosufficienza conducono alla miseria. La cooperazione e la divisione del lavoro, al contrario, sono il percorso da intraprendere se si vuole generare ricchezza. Una volta capiti questi assunti basilari, si potranno confutare tutte le librerie piene di assurdità, in cui sono stati riversati fiumi di inchiostro tanto dalla sinistra che dalla destra.

 

Articolo di Jeffrey Tucker su Mises.org

 

Traduzione di Cristian Merlo

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Intervista ad Alessio Villarosa - M5S

Luogocomune.net - Mar, 14/10/2014 - 22:40
Il deputato 5 Stelle Alessio Villarosa intervistato durante la 3 giorni del Circo Massimo a Roma.


La teoria prevaricatrice dello stato

Freedonia - Mar, 14/10/2014 - 10:14




di Gary North


Nella storia della filosofia occidentale e della teoria sociale, non esiste idea più sciocca della teoria del contratto sociale. La cosa più assurda è che ha avuto successo.

In realtà non è una teoria del contratto sociale. Si tratta di una teoria del contratto politico. E' quell'idea, promossa da Thomas Hobbes, John Locke e Jean-Jacques Rousseau, secondo cui, ad un certo punto della storia, le persone si sono riunite e hanno volontariamente trasferito i loro diritti personali allo stato. I loro diritti, insomma, erano alienabili.

Hobbes e Locke hanno parlato di questa cosa come se fosse accaduta realmente. Rousseau era molto più onesto. Le sue parole nel saggio "A Dissertation on the Origin and Foundation of the Inequality of Mankind" (1754), vanno subito al punto:

Cominciamo quindi con lasciare alcuni fatti da parte, in quanto non influenzano la questione in causa. Le indagini in cui ci addentreremo, nel trattare questo argomento, non devono essere considerate come verità storiche, ma solo come semplici ragionamenti ipotetici e condizionali, calcolati per spiegare la natura delle cose piuttosto che per accertare la loro vera origine; proprio come le ipotesi che i nostri fisici formulano ogni giorno riguardo la formazione del mondo. La religione ci comanda di credere che Dio stesso dopo aver portato gli uomini fuori da uno stato di natura immediatamente dopo la creazione, li ha resi ineguali solo perché era la Sua volontà: ma non ci vieta di formare congetture basate esclusivamente sulla natura dell'uomo e sugli esseri che lo circondano, pensando a ciò che sarebbe potuto diventare il genere umano se fosse stato lasciato libero di agire. Questa poi è la domanda che mi è stata posta, e ciò che mi propongo di discutere nel seguente discorso.
Questo è stato il fondamento teorico del suo libro del 1762, che ha avuto enorme influenza quasi del tutto perniciosa: The Social Contract.

In primo luogo, l'idea del contratto sociale presuppone che ad un certo punto sia venuto in essere un patto tra gli uomini. Tali uomini rappresentavano tutta l'umanità, il che significa che erano qualcosa di paragonabile alla società di Caino ed Abele. I promotori della teoria del contratto sociale non dicono esattamente tutto ciò, ma questo è quello che vogliono dire quando fanno riferimento allo stato di natura.

Sono un grande credente nelle alleanze rappresentative. La dottrina del peccato originale si basa su tale concetto. C'era un patto tra Dio e Adamo, e Adamo ed Eva l'hanno infranto. Questa è una dottrina familiare nella storia dell'Occidente.

Subito dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell'Eden (Genesi 3), abbiamo la storia di Caino e Abele (Genesi 4). Qui è dove dovrebbero iniziare tutte le discussioni sul contratto politico. Vi è un cattivo ragazzo, pieno di invidia: Caino. Vi è un bravo ragazzo che fa del suo meglio per servire Dio: Abele. Il cattivo usa violenza contro il bravo ragazzo.

Nella storia, Caino sa di aver commesso un peccato. In un primo momento, cerca di nasconderlo. "Sono forse il guardiano di mio fratello?" Presume che Dio non possa capire che fine abbia fatto Abele. Poi quando Dio impone sanzioni negative contro di lui, grida disperato perché sa che altri uomini imporranno sanzioni negative contro di lui. Questa linea di ragionamento si basa su un presupposto: esiste un governo civile. Esiste una sorta di un sistema di giustizia penale. Esiste un sistema per imporre sanzioni negative contro i trasgressori.

Qui, in forma incipiente, abbiamo la storia dell'origine del governo civile. Non vi è alcuna discussione su come sia nato esattamente, ma è chiaro che è esistito dal momento in cui Caino uccise Abele.

Questa teoria dell'origine del governo civile non la identificherei con una teoria del contratto sociale, bensì con la teoria prevaricatrice dello stato. Qui il termine prevaricatrice non lo intendo come lo intendeva Theodore Roosevelt. La mia teoria prevaricatrice è fondamentalmente la teoria dello stato secondo Scut Farkas.

In ogni società ci sono prevaricatori. In ogni società le vittime e le vittime potenziali hanno vari modi per imporre sanzioni negative su questi prevaricatori. Ma tali prevaricatori hanno anche forti limiti, uno dei quali è l'incompetenza dei loro subordinati. Devono utilizzare la divisione del lavoro, e il tipo di persone che sono disposte a sottomettersi ai prevaricatori sono di terz'ordine. Ho scritto su questo argomento qui: http://www.garynorth.com/public/12462.cfm

Hayek ha scritto un capitolo famoso, probabilmente il suo più famoso: "Perché i Peggiori Arrivano in Alto". E' il Capitolo 10 nel suo libro, The Road to Serfdom (1944). Quello che non ha menzionato è questo: i peggiori arrivano in alto attraverso l'abuso del potere statale. Questo li si ritorce sempre contro. L'espansione costante dello stato porta ad una resistenza intrinseca. Più lo stato tenta di controllare, meno è in grado di controllare. Più lo stato cerca di imitare Dio, più inciampa nei propri limiti. Questo è il problema della centralizzazione della conoscenza. I pianificatori centrali vogliono essere onniscienti, ma non lo sono. Su questo punto facciamo riferimento ad un altro saggio di Hayek: "The Use of Knowledge in Society" (1945). Nessuna commissione burocratica potrà mai possedere la stessa quantità di conoscenza della società nel suo complesso. Questa conoscenza è posseduta a livello locale. Utilizza il sistema economico del libero mercato per mobilitare le informazioni.

Non ho bisogno di note per dimostrare quanto detto. Posso provarvelo con David Warner ne I Banditi del Tempo.





Uno dei miei film preferiti è dedicato a questo tema. Quasi nessuno l'ha mai visto. Il protagonista è Frank Sinatra: Johnny Concho (1956). Vorrei che fosse online. Parla di un uomo che ha carta bianca in una piccola città. Vince giocando a carte e non ha bisogno di lavorare. Fa la bella vita perché suo fratello maggiore, Red Concho, è un pistolero. Red non vive in città, cavalca in tutto il West. Alla città sta bene, allo sceriffo anche, figuratevi a Johnny quindi.

Poi, un giorno, due pistoleri arrivano in città. C'è un leader ed un subordinato. Informano la città che hanno ucciso Red Concho e ne prendono le redini. Due prevaricatori hanno eliminato un altro prevaricatore, e la città adesso soffre.

La città si riscatta solo quando Johnny affronta i due prevaricatori. Sfoderano le loro armi e iniziano a sparare. A quel punto, ogni uomo in città è allineato lungo la strada principale. Cominciano a sparare ai pistoleri dalle finestre. La città finalmente si batte per i suoi diritti. Concho li rappresenta, ma c'è ancora uno sceriffo. La città è armata, ma c'è sempre un rappresentante della città. Questo è parte del sistema delle sanzioni negative. Qualcuno ha un distintivo. Qualcuno ha una pistola. Ma quando la gente con i distintivi e le pistole sfugge di mano, ci sono due modi per trattare con loro. Uno è la rivoluzione, che è ciò che accade nel film. L'altra è la paziente sopportazione degli oneri, sul presupposto che il governo civile illegittimo infine fallisca. Tutti gli imperi muoiono. Tutti gli imperi si ritrovano a corto di soldi. Tutti gli imperi si ritrovano a corto di vittime da cui estrarre ricchezza.

Non c'è bisogno di una teoria contorta del contratto sociale per spiegare il governo civile. Tutto quello che bisogna sapere è questo: ad un certo punto Scut Farkas andrà troppo oltre.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Saker — Ukraine SITREP October 14th, 00:45 UTC/Zulu: Dark clouds over Novorussia

Deep Politics Monitor - Mar, 14/10/2014 - 07:59
Things decidedly do not look good right now. Poroshenko has replaced that clown Geletei with a bona fidewar criminal Col. Gen. Stepan Poltorak, a far more dangerous and evil character who used to be the commander in chief of the junta’s death squads (aka “national guard”).  The fact that Poroshenko would appoint such an odious figure indicates that he is trying to appease the neo-Nazis who are

Commenti liberi

Luogocomune.net - Lun, 13/10/2014 - 17:45
Commenti e segnalazioni degli utenti sulle notizie più recenti.

(Sono stato a Roma, al Circo Massimo. Sto montando le interviste realizzate. A presto. M.M.)

Scavare più in profondità non vi farà uscire da una buca

Freedonia - Lun, 13/10/2014 - 10:11




di Francesco Simoncelli


“Non stupisce che quanti hanno riscosso successo secondo le norme del sistema scolastico nutrano poi un forte risentimento contro una società che segue altre norme che non garantiscono loro il medesimo successo.” -- Robert Nozick


E' sempre più sconcertante notare come determinate figure accademiche continuino a sfornare sentenze perentorie contro corpi teorici che non comprendono, rifiutandosi di analizzarli e studiarli. Sebbene si sentano in dovere di criticare teorie a loro sconosciute sulla base dei loro studi, che avvenuti in ambito mainstream deficitano delle basi per comprenderle appieno, il risultato rasenta il ridicolo. Quindi si lanciano in accuse sgangherate, estroflettendo eccessivamente il loro ego, sicuri che il loro retaggio accademico sia uno scudo adamantino a difesa della loro saccenza e della loro prepotenza intellettuale. Purtroppo per noi, molto spesso le loro gesta vengono applaudite e, invece di perdere sostenitori ed estimatori della loro figura, vengono riveriti più di prima, nonché difesi a spada tratta. Ho un consiglio per individui simili: quando state scavando una buca, smettete finché siete in tempo. Potreste non uscirne. Potreste scavare tanto in profondità da colpire un tubo del gas. Potreste scavare tanto in profondità da rimanervi dentro senza via di scampo.

Ma non c'è modo di dissuaderli. Non c'è modo di farli smettere. Devono scavare. Perché? Perché credono arrogantemente di aver ragione. Credono che scavare sia la loro ragione di vita. Credono che riusciranno ad uscirne scavando ancora di più in profondità. Hanno fatto i loro calcoli. Quindi, scavano e invitano anche gli altri a scavare. Di recente Michele Boldrin ha deciso di voler prendere la pala e scavare una buca. Non si capisce il motivo di fondo. Non si capisce dove voglia andare a parare. Ma deve scavare. Potete leggere qui il suo tentativo di confutare la teoria Austriaca: http://noisefromamerika.org/articolo/dibattito-mancato-cosidetta-teoria-austriaca

Leggetelo con attenzione prima che io inizi a buttare acqua nella buca che sta scavando.

L'argomento d'un dibattito mancato m'è tornato alla mente. Avendo intenzione, per mille buone ragioni, di ricominciare a scrivere su nFA, comincio da qui. Son in parte pensieri in libertà ed in parte questioni serie che la ricerca nelle scienze sociali non è riuscita a risolvere, chissà se mai le risolverà. Se vi interessa il tema "teoria economica austriaca alternativa alla teoria dominante e capace, al contrario di questa, di spiegare tutto ciò che non abbiamo capito del mondo" provate a leggere. Altrimenti, lasciate stare.
Perché sta scavando? Non lo sappiamo. Non ce lo dice. Esisterà probabilmente una equazione matematica che ce lo potrà spiegare? Chissà, nel frattempo possiamo saltare con noncuranza il vuoto intellettuale e lessicale che trasudano i successivi paragrafi. Ai lettori di questo blog, diversamente da quelli del Signor Boldrin, interessano i contenuti e non giochetti infantili e linguaggio scurrile. Sono atteggiamenti, questi ultimi, il cui vanto si abbandona alle scuole elementari. Nota a margine: il Signor Boldrin parte dal fatto che la teoria mainstream incorpori quanto di "buono" ha offerto la teoria Austriaca, mentre ha epurato tutto ciò che non è buono -- riferendosi alla prima affermazione con (I) e alla seconda con (II). Vedremo più avanti cosa questo significa in realtà, per ora atteniamoci a questa distinzione.

Notiziole storiche a parte, il primo punto degno di nota è quello dell'individualismo metodologico.  Ora, che diavolo vuol dire che ogni "azione" (l'autore si è scordato di definire di chi: del mio cane Rocco? Del clima al Polo Nord? Di Topolino nel suo buco nel muro di Disneyland?) è riconducibile ad un'azione individuale? Se stiamo parlando di esseri umani stiamo dicendo una banalità, ben accetta da praticamente tutte le scienze sociali (vedasi, per esempio, Coleman) e senza dubbio alcuno dalla teoria economica che insegno a scuola. Se stiamo invece parlando "in generale" allora siamo di fronte all'ennesima risciaquatura del riduzionismo metodologico che costituisce, nella sua parte comprensibile, il metodo di praticamente tutta la scienza contemporanea (non solo quella sociale) ma che - come ben sappiamo ma non vi voglio tediare - nella sua parte meno comprensibile conduce a problemi epistemologici al momento (ed io credo per sempre) privi di soluzione. Il lettore attento avrà notato che Wikipedia, alla voce "methodological individualism", rinvia a "Occam's razor" e che questa pagina argomenta, a iosa, il punto da me appena sostenuto. In parole povere: o ben l'individualismo metodologico è una ovvietà accettata da chiunque al mondo faccia ricerca o è aria fresca priva di costrutto. Lascio agli adepti alla SA la scelta ma, per quanto mi riguarda, o ben (I) o ben (II). Andiamo avanti.
Noteremo, da qui fino alla fine di questo prolisso liquame di sciocchezze, che il Signor Boldrin utilizza semplicemente articoli presi da Wikipedia. Perché? Non lo sappiamo, sta scavando. Sarebbe meglio se si fermasse perché potrebbe fare la figura dello sciroccato, soprattutto quando parla di individualismo metodologico, termine coniato da Joseph Schumpeter[1] -- il quale nell'ottica onniscente del Signor Boldirn "esiste", ed è pure degno di nota come scopriremo più in là. Ma parliamo di individualismo metodologico, il cui sviluppo venne portato avanti da Carl Menger alla fine del XIX secolo in contrasto con il pensiero dominante dell'epoca in Germania. Infatti, è esattamente questo che bisogna osservare e studiare, cosa che purtroppo pare non capire il Signor Boldrin. Ciò è palese quando cita James Coleman, tralasciando colpevolmente il contesto in cui ha avuto luogo l'evoluzione di una certa corrente di pensiero. Purtroppo sta scavando, e pare non voler accettare consigli da chi vuole salvarlo da brutte figure. Nel corso del XIX secolo la maggior parte degli economisti tedeschi considerava le istituzioni come "il popolo", "l'economia" e "il Paese" entità a sé stanti, influenzati da fattori che erano al di là del potere di azione del singolo individuo.[1] Lo scopo era ben chiaro: abbandonare i principi fondamentali dell'economia per permettere allo stato di ottenere giustificazioni in modo da sedimentare il suo dominio. Quelli erano gli anni dell'impero prussiano. Rigettavano addirittura le basi della teoria economica, come le leggi della domanda/offerta, perseguendo la tradizione dei mercantilisti tedeschi del XVI e XVII secolo, noti come Cameralisti.

Erano scarsamente interessati alla teoria economica, ma nettamente spostati a promulgare la necessità del collettivismo. Ma la Scuola Storica Tedesca venne influenzata da un'altra figura, un filosofo teutonico che propagandò l'importanza di una visione del mondo costituita da aggregati sociali: G. F. W. Hegel. Egli era un grande conoscitore dell'economia,[2] avendo letto approfonditamente molti autori tra cui anche Adam Smith. Era un sostenitore del libero scambio, ma diversamente dalla teoria Austriaca incorporava il libero scambio nella società la quale, a sua volta, doveva essere controllata dallo stato. Hegel considerava lo stato come il "direttore d'orchestra" dell'economia, sotto la cui autorità agiva la società nel suo insieme. Data la sua "conoscenza superiore", lo stato aveva il diritto di manipolare l'economia. Non è un caso, quindi, che la Scuola Storica Tedesca riprese questi stessi argomenti, per esempio, per propagandare attraverso l'economia il potere dello stato.[3] In questo contesto nacque la Scuola Austriaca, in netta contrapposizione a questo assolutivismo collettivista che strabordava in Prussia nel XIX secolo. Influenzato dallo psicologo dell'Università di Vienna, Franz Brentano, Carl Menger espresse una posizione diametralmente opposta a quella della Scuola Storica Tedesca: esistevano di per certo aggregati sociali come "la Nazione", "le classi", "l'economia", ma essi non agivano come entità a sé stanti bensì attraverso le scelte individuali delle unità di cui erano costituite.

Gli studi di Brentano rigettavano l'impianto teorico hegeliano, così come quello degli empiricisti. Secondo questi ultimi, infatti, le idee rappresentavano riflessi autonomi della mente che si "lasciava" condurre da un fiume di percezioni (parafrasando Hume). Lo psicologo austriaco descrisse il pensiero umano come un'azione, una volontà della persona di immaginare determinati oggetti. La rivoluzione di Brentano era l'intezionalità del pensiero.[4] Menger, affascinato da questi concetti, li traslò al valore economico. Ma non fu l'unico a rimanere abbagliato dall'importanza della filosofia, perché anche il suo discepolo, Böhm-Bawerk, se ne servì per rigettare la teoria della Scuola Storica Tedesca. Diversamente da Menger, però, egli preferì fare affidamento al filosofo medievale Guglielmo d'Occam.

Bisogna studiare, non scavare.

Che ogni pretesa "spiegazione" di fenomeni sociali debba fondarsi sui principi di base dell'azione umana è un vuoto gioco di parole. Su cosa si dovrebbe fondare una teoria di ciò che gli esseri umani fanno? Sulle eclissi di luna? Certo, se vogliamo seguire sino in fondo la via del riduzionismo metodologico - arrivando alle questioni irrisolvibili menzionate prima - possiamo sostenere che le azioni umane devono fondarsi su quelle della fisica atomica e queste su quelle della subatomica e via regredendo sino ... sino al nulla. Non so se chi scrive queste cose si rende conto di scrivere affermazioni catalaniche ma temo di no. Ciò che rimane è l'affermazione secondo cui la teoria dell'azione umana deve fondarsi su qualche "principio base" o assioma dell'azione umana: chi non concorda, eccezion fatta per qualche religioso che invochi la beata provvidenza di turno? Siamo seri ed andiamo avanti.
Il Signor Boldrin pare dimenticare come il keynesismo, ad esempio, faccia leva sugli aggregati per propagandare le tesi economiche contenute nella General Theory. Si parla di azione umana nel trattato di Keynes? Non che io sappia. Allo stesso modo, la maggior parte dei manuali d'economia parte in quarta vomitando nella testa degli studenti delle facoltà universitarie caterve di equazioni e numeri. Al di là della meccanicità di questo approccio, ci si può chiedere: Ma di che cosa stiamo parlando? L'economia Austriaca spiega la filosofia che sta dietro alla scienza economica. Ciò che non esiste è la stilizzazione dell'homo oeconomicus che ha solamente scopi egoistici. La teoria Austriaca non ha bisogno di questo sotterfugio per spiegare il suo comparto teorico, perché essa fa riferimento agli uomini per quello he sono. La vita reale non è affatto composta da equazioni, numeri, funzioni da massimizzare, vincoli predefiniti e quant'altro. La realtà economica non è questo.[5] Gli individui non agiscono in un quadro in cui i vincoli e le informazioni sono perfettamente date. Gli individui rompono i vincoli qualora tale risultato produce un vantaggio.

Pensate, tanto per fare un esempio, ai conservatori. Pensate a quale carriera attende coloro che escono da queste scuole. Sono dei perfetti esecutori. Leggono spartiti alla velocità della luce. La maggior parte di loro finisce in un'orschestra. Fanno carriera. Guadagnano bene. Qual è il problema? Nessuno si ricorderà di loro. Pensate, ora, a figure leggendarie come Jimi Hendrix. Autodidatta, non sapeva leggere la musica, ma quando imbracciava la sua Fender faceva letteralmente sognare le persone. E' entrato nella storia. Tutti si ricorderanno di lui. Se chiedete in giro chi sia Hendrix, nessuno rimarrà a bocca aperta senza una risposta. Anche oggi esistono figure simili che, rifiutando il rigore dell'establishment musicale, imbracciano il loro strumento e danno vita al loro estro. Essi parlano alle persone, intendono intrattenere le persone, si divertono con loro quando suonano. Rompono i vincoli dell'establishment musicale. I musicisti d'orchestra invece suonano fondamentalmente per sé stessi, per fare carriera. Come è possibile che degli "ignoranti" in teoria musicale possano acquisire così grande successo individuale e superare coloro che hanno studiato musica per anni? Esiste un'equazione che possa illuminarci su questo arcano problema?

Lo stesso vale per gli economisti accademici. Essi non parlano alle persone, parlano ai burocrati di ruolo. Guadagnare prestigio nell'ambito accademico vuol dire conformarsi al metodo di scrutinio della gilda economica: non agitare le acque. Murray Rothbard non rispettava il galateo della gilda economica, ed è per questo che è stato sempre osteggiato. Leggiamo un suo estratto dal saggio Revisionism and Libertarianism:

[...] Il revisionismo è una disciplina storica necessaria poiché tutti gli stati sono governati da una classe dirigente la quale è una minoranza della popolazione e sfrutta e parassita il resto della società. Dal momento che la sua regola è sfruttatare e parassitare, lo stato deve acquistare la fedeltà di un gruppo di intellettuali il cui compito è quello di confondere l'opinione pubblica affinché accetti e celebri il governo del proprio stato. Gli intellettuali hanno il loro bel da fare quindi. In cambio del loro continuo lavoro di apologetica ed illusionismo, gli intellettuali ottengono il ruolo di partner minori nella gestione del potere e nella condivisione del bottino estratto alla popolazione illusa. Il nobile compito del revisionismo è quello di smascherare l'illusione, di penetrare la nebbia delle menzogne e degli inganni dello stato e dei suoi intellettuali di presentare alla popolazione la vera motivazione, la natura e le conseguenze delle attività dello stato.
Egli verrà ricordato perché parlava alle persone, desiderava far comprednere le meccaniche dell'economia all'uomo della strada. Il Signor Boldrin non intende attaccare il galateo della gilda accademica, osanna quindi i cosiddetti modelli matematici accusando la Sucola Austriaca di non esistere perché mancante di suddetti arzigogoli matematici. Egli parla ai burocrati di ruolo. Non parla alle persone. Non intende far comprendere alle persone ecomuni le meccaniche dell'economia. Pensa che solo gli "esperti" (fallacia ad auctoritatem) sono i detentori ultimi delle verità nelle materie di cui si fanno alfieri. In questo modo solo la certificazione dell'establishment accademico può decretare chi è dentro e chi è fuori. Gli altri non esistono. Cosa è accaduto quando il Signor Boldrin ha provato a parlare alle persone presentadosi alle elezioni? Il suo partito politico è finito nella pattumiera della storia.

Riportate alla mente, invece, cosa è accaduto a Ron Paul: fino alla fine è stato in lizza per avere la possibilità di concorrere alla presidenza degli Stati Uniti. Ha messo in imbarazzo più e più volte Bernanke. E' amato dalle persone perchè sa parlare loro. Il suo target sono le persone, non i burocrati di ruolo. E' sostenitore della teoria Austriaca, e questo ha facilitato il suo compito. Perché? Perché la sua essenza è composta semplicemente dalla logica e dal buon senso. Differentemente dal rigore offerto dalla matematica, il quale può essere ammorbidito. La matematica è, ovviamente, una parte importante dell'economia ed è usata per supportare le teorie e le ipotesi alla base dei ragionamenti; quello che il Signor Boldrin non comprende è come l'economia è parte di un insieme più grande: quello della prasseologia. La matematica, quindi, passa nettamente in secondo piano. Pensate, infatti, a Paul Samuelson uno degli econometristi più famosi della storia dell'economia. La sua arroganza era pari (se non superiore) a quella del Signor Boldrin. Che fine hanno fatto le sue teorie e le sue previsioni di un'URSS superiore agli Stati Uniti? Sono finite nella pattumiera della storia nel 1991.

Consiglio al Signor Boldrin di smettere di scavare, altrimenti potrebbe fare la fine di figure simili.

A questo punto viene menzionata la storia, come se solo gli adepti alla SA se ne preoccupassero. La "storia", essendo la documentazione, più o meno ben fatta, di ciò che è successo a, e fra, gli umani è, ovviamente, il luogo intellettuale dove le teorie si "testano" (virgolette d'obbligo) o, per lo meno, sull'interpretazione della quale pugnano. Conoscete qualche economista fautore di teorie che dovrebbero, esplicitamente, ignorare o financo contraddire i fatti storici? Io no. Siamo quindi di fronte al caso (I): l'affermazione è sensata ma accettata, ben prima che BB (Bohm Bawerk) nascesse, da chiunque si occupi di scienze sociali. Andiamo avanti di nuovo, ma non dopo aver notato che il povero BB (no, non questo, l'economista) non ha colpa alcuna per esser stato tirato in ballo in una discussione insensata.
Io sì. Potete trovare ulteriori prove in questo saggio di Thomas Woods: http://johnnycloaca.blogspot.it/2014/10/la-depressione-dimenticata-del-1920.html

Poi viene il razionalismo. Qui mi perdo: visti i temi su cui ho fatto ricerca e la "scuola" a cui, secondo gli -isti, appartengo sembra io sia platonico! Chi mi conosce (più o meno biblicamente) ha l'esattamente opposta impressione ma tant'è ... Il punto è che lo stesso paragrafo ammette che, su questo terreno, la SA è come tutti noi, ossia assume che gli esseri umani non siano sistematicamente scemi ... almeno quello. Poi ci sono affermazioni che io ed il buon Palma definiremmo "dadaiste", come quella che contrappone artificialmente Smith (et al) a Cantillon (et al). Non ho voglia d'imbarcarmi in una diatriba di storia del pensiero economico (ai secchioni consiglio d'iniziare qui) ma mi si permetta di far presente che dietro a queste affermazioni dadaiste v'è la nefasta influenza di un megalomane che costoro considerano un guru. Costui, non avendo capito nulla della teoria economica moderna, è riuscito a diventare comunista (senza saperlo) e famoso (nel suo mundillo) a botte di assurdità su economisti che egli non aveva proprio inteso; Adam Smith, per dire. Ma su Murray-the-Guru ritorno alla fine con esempietto della sua ignoranza. Il punto è, di nuovo, che se solo uno riflette un attimo sulla sequenza di parole che sto commentando si rende conto che non vogliono dire assolutamente nulla.
Notate il travaso di bile del Signor Boldrin nei confronti di Rothbard? Come detto in precedenza, Rothbard è riuscito ad avere successo intellettuale al di fuori del bozzolo accademico. Ciò rappresenta un attacco al galateo della gilda accademica. Prestate attenzione, è l'unico nome in tutto questa sciagurata e raffazzonata accozzaglia di lettere e caratteri che viene preso in giro. Non è la prima volta che accade. Potete leggere una disamina approfondita della ragione qui: http://johnnycloaca.blogspot.it/2013/03/economisti-austriaci-di-ruolo-vs-murray.html

Poi troviamo un elenco di geni vivi associati in modo quasi insultante, per i seguenti, a economisti morti e quindi incapaci di sollevare la manina per dire "io non c'entro". Nella mia stupidità ho anche provato recentemente a "studiare" costoro (quelli vivi, quelli morti li avevo studiati durante gli anni di scuola) ed ho scoperto - sghignazzando fra uno sbadiglio e l'altro alla lettura del tomo dello spagnolo - che questi pensano che un modello economico sia una sequenza di conti in partita doppia ... oh well.
Vuole scavare. Deve scavare. Non ci dice il perché. Nonostante venga ammonito, continua cocciutamente ad essere convinto di poter uscire dalla buca scavando più in profondità.

Veniamo ora alla prima affermazione "sostanziale", quella secondo cui ciò che differenzia la SA dal resto sarebbe l'attenzione alla fase "creativa" ossia al "tempo" nella determinazione della produttività (il resto del paragrafo è horse manure, un sostituto quasi perfetto di BS). Ora, io mi occupo da sempre di dinamica (quella cosa che succede nel tempo) e, da almeno vent'anni, di produttività, innovazione e progresso tecnologico. Se qualcuno mi cita un contributo uno della SA ai temi di queste aree di ricerca che risulti essere alternativo a quanto la TD è riuscita a capire (poco, non ho tema di ammetterlo) sulle dinamiche economiche e le determinanti della produttività ... lo bacio in bocca indipendentemente dal suo sesso e dal coluttorio che usa. Al momento conosco solo alcune idee degli economisti austriaci morti, alcune accettabili altre molto meno. Fra quelle meno accettabili v'è la cosidetta "teoria austriaca del ciclo economico" sulla quale discutemmo anni fa con Pietro Monsurrò su questo sito, arrivando alla conclusione che non era, appunto, una teoria né tantomeno un modello ma un insieme abbastanza disordinato di affermazioni apodittiche a collegare le quali mancavano, purtroppo, financo nessi causali coerenti per non dire empiricamente corroborati. Fra quelle accettabili vi è l'idea che il "periodo di produzione" non sia una costante ma vari da processo a processo ed a seguito del cambio tecnologico. Per questa ragione la funzione aggregata di produzione è spesso fonte di gravi confusioni e molte questioni possono essere intese solo con l'uso di modelli disaggregati: un tema presente da decenni nella ricerca di svariati esponenti della TD nel campo della dinamica fra i quali, non necessariamente ultimo, yours truly. Amen e procediamo.
Abbiamo sorvolato finora una piccola nota che bisogna esplicare: la "teoria dominante" che il Signor Boldrin sventola a destra e a manca in questo brodo di insensatezze, è il keynesismo. Ci sta forse dicendo che anche lui è diventato aderente a questa teoria? Il fatto che continui a scavare potrebbe essere un indizio. Ma cerchiamo di arrivare al nocciolo della questione: Cosa ha capito la "teoria dominante" della crisi che ancora attanaglia il mercato globale? Nulla. Ecco le prove: http://johnnycloaca.blogspot.it/2011/10/silenzi.html

La teoria Austriaca del ciclo economico ha permesso a determinati studiosi di riuscire a prevedere e mettere in guardia gli individui da una crisi incombete e persistente. (Per la precisione, con "prevedere" non si intende persone capaci di anticipare il futuro. Ciò è impossibile. Si intende persone che, in possesso di una solida teoria economica come quella Austriaca, riescono a migliorare la precisione delle aspettative di un certo evento. In base a tale teoria un individuo sa dove e cosa dover osservare, ma, soprattutto, sa quali dati raccogiliere per costruire le sue deduzioni logiche.) Ecco le prove:




  • Mueller, Antony P. 2004. "Mr Bailout", September 30
  • Woods, Thomas E. Jr. 2009. Meltdown: A Free-Market Look at Why the Stock Market Collapsed, The Economy Tanked e Government Bailouts Will Make Things Worse. Washington D.C.: Regnery Publishing

Come noterete dalle risposte irritate dei sostenitori della "teoria dominante" nel video di Schiff, nessuno di loro si aspettava un crollo del mercato immobiliare. Eppure la teoria Austriaca del cliclo economico, studiata da coloro nell'elenco qui sopra, ha portato tali soggetti a prevedere un esito nefasto agli eccessi della Federal Reserve. Il Signor Boldrin, se ancora scettico a riguardo, dovrebbe far visita a Steven Horwitz, Peter Boettke e Lawrence H. White alla George Mason University e vedere come procede la ricerca lì se desideroso di sapere come prosegue l'innovazione nel campo Austriaco. Oppure potrebbe leggere accuratamente questo paper di ricerca del Professor Philipp Bagus. Oppure potrebbe congratularsi col Professor Israel Kirzner per essere stato nominato come probabile candidato all'assegnazione del Nobel per l'economia.

Ma, hey, il Signor Boldrin insieme a Pietro Monsurrò è arrivato alla conclusione che questa non è né una teoria né un modello.

[...] Sulla sezione "storica" che racconta le avventure della supposta scuola non mi ci metto. Le notizie sono più o meno corrette e l'unico tema di rilievo mi sembra essere quello del rifiuto del "calcolo economico" che ha portato costoro a rifiutare l'uso della matematica nell'analisi economica. Il tema è di apparente interesse "epistemologico"; in realtà è una boiata pazzesca dovuta al semplice fatto che coloro i quali sostengono 'la matematica fa male" (semplifico) normalmente non la sanno ed ancor meno ne capiscono la natura e la funzione. Son certo che qualcuno arriverà, nei commenti, a spiegarmi che l'azione umana non è "quantificabile" o "formalizzabile" ed allora ci divertiremo. Per il momento mantengo la posizione fantozziana: trattasi di pazzesca boiata.
Qui il Signor Boldrin è confuso. Probabilmente intendeva calcolo matematico. Il calcolo economico riguarda altro. Qui trovate una disamina esauriente di quello che non va nei modelli matematici secondo la Scuola Austriaca e non secondo Wikipedia:



La sezione successiva è uno sproloquio continuo da parte del Signor Boldrin, il quale indica al lettore quale siano quelle parti che secondo il SUO giudizio rientrano nella cosiddetta "teoria dominante". Non è strano quando si nota che scondo il Signor Boldrin la "teoria dominante" rappresenta un  grande aggregato in cui ognuno degli economisti contribuisce a mettere un proprio pezzo? L'epurazione di quelle parti che secondo il SUO giudizio sono irrilevanti, ricorda molto lo scrutinio che l'establishment della gilda accademica opera nei confronti di coloro che non rispettano il galateo della teoria economica dominante: non agitare le acque. In questo modo si cerca di tenere a bada quegli elementi che potrebbero rappresentare un problema per l'ordine sociale esistente: Non ruberai, a meno che non avrai la maggioranza dei voti. Sono i guardiani di questo motto. Rispediscono al mittente tutti i tentativi di denunciare, secondo queste linee, il sistema di cui sono a guardia. Non possono permettersi il lusso di perdere la posizione di privilegio che hanno sudato durante tutti i loro anni in cui sono sottostati allo scrutinio della gilda accademica. Murray Rothbard è rappresentato come un parìa proprio perché agitò le acque. Attaccò le "teoria dominante". Attaccò il sistema di certificazione da parte della gilda accademica. Attaccò il sistema di insegnamento della gilda accademica. Attaccò la nascita della cosiddetta "teoria dominante" a cui tanto si rifà il Signor Boldrin. Ha una data: 1965. Ha un nome: Milton Friedman. Ha una frase: "Siamo tutti keynesiani ora." Negli ultimi anni della sua vita precisò che si trattava di una frase espressa in ambito metodologico, ma come ogni buon economista della scuola Austriaca vi dirà: "E' proprio questo il punto!"

Il mondo accademico si basa sulle gilde. Queste espellono scettici e critici. Scrive Gary North:

[...] Ciò ci porta alla corporazione accademica. Ogni gilda ha regole e regolamenti, ma soprattutto ha un sistema di screening. La gilda passa al vaglio le persone che non sono in possesso degli standard imposti dalla gilda stessa, cercando di definire le proprie pratiche come le sole vere ed accettabili. Non solo, ma dovrebbero essere accolte a braccia aperte anche dalla società. Ogni professionista che si discosta dagli standard imposti dalla gilda, viene automaticamente definito come una sorta di deviato. I rappresentanti della gilda avvertono il pubblico di non accettare le conclusioni, le pratiche, o i presupposti di chiunque (soprattutto gruppi rivali) osi mettere in discussione le conclusioni, le pratiche ed i presupposti della gilda.

La gilda respinge tutte le ipotesi che la vogliono operante in base ad interessi personali. Rassicura le persone che ha a cuore solo il loro di interesse. Persegue i suoi obiettivi al fine di difendere i cittadini dagli operatori senza scrupoli che cercano di fregarli. Per questo motivo, e solo per questo motivo, la gilda insiste sulla necessità che lo stato intervenga per bandire coloro che offrono opinioni opposte, pratiche contrarie e, soprattutto, prezzi più bassi. La popolazione necessita di una protezione contro i ciarlatani, insiste la gilda, e al fine di aiutarla invita politici e burocrati a stabilire norme (il che significa scritte dalla gilda) per limitare l'ingresso nel campo di studio della gilda o nelle operazioni che attualmente ha sotto il suo dominio.

La gilda cerca di legittimare le pratiche, i presupposti ed i concetti secondo i suoi standard. E' questa definizione di legittimità che è fondamentale affinché la gilda possa promuovere i suoi interessi, perché deve scansare tutte le critiche che si basano su un attento studio di causa-effetto economico riguardo le misure politiche raccomandate dalla gilda. Chi segue i soldi, dagli effetti delle normative fino ai conti bancari dei membri della gilda, viene deriso come un teorico della cospirazione. Viene definito un Marxista, o qualcuno che si è opposto al bene della popolazione. La gilda insiste sul fatto che la sua adesione alle proprie norme di funzionamento non ha nulla a che fare con il suo guadagno maggiore e con i proventi minori dei suoi concorrenti.

Quasi tutta la legislazione politica moderna, così come quasi tutti gli standard adottati dalle burocrazie governative per far rispettare le leggi, sono il risultato di pressioni esercitate sui politici e sulle burocrazie dai membri delle gilde. La quasi totalità della vita economica moderna si basa sulle gilde, così come la vita urbana ed economica nel 1200 si basava sulle gilde. Oggi non si chiamano più così, ma interessi particolari: gruppi di produttori il cui interesse è in particolare il loro interesse personale.
Non è finita qui. Leggiamo ancora.

[...] Per oltre un secolo la stragrande maggioranza delle gilde degli economisti ha sostenuto una posizione a "salvaguardia" del sistema bancario centrale. Le domande economiche che sono la base dell'analisi economica per ogni altra istituzione – "Chi vince? Chi perde? Come?" – non sono mai applicate alle banche centrali. Le descrizioni fornite dalla banca centrale sono dei sostituti che si inseriscono in un'analisi basata sui concetti economici della domanda e dell'offerta, però sotto il controllo della regolamentazione del governo.

In breve, la banca centrale riceve un regalo dalle principali scuole d'economia: Keynesiani, monetaristi, teorici delle scelte pubbliche, teorici delle aspettative razionali e coloro che sostengono l'offerta. Le eccezioni fanno parte delle interpretazioni cosiddette marginali: Marxisti ed Austriaci. Non ci sono molti membri di entrambe le scuole che insegnano in dipartimenti d'economica e non ci sono libri di testo Marxisti o Austriaci pubblicati da nessun grande editore.

Non sto dicendo che il sistema bancario centrale è il solo che ha protezione da parte degli economisti. Un altro sistema ce l'ha: l'istruzione universitaria.

Queste due eccezioni possono essere spiegate secondo la fondamentale categoria economica degli interessi personali. Non è negli interessi personali degli economisti stipendiati, che insegnano all'intero del cartello dell'istruzione, applicare l'economia dei cartelli ai loro datori di lavoro. "Non mordere la mano che ti nutre".

Coloro in possesso di un dottorato hanno pagato un alto prezzo per il loro titolo di studio: anni di rinunce a guadagni, lo sforzo di imparare siocchezze intellettuali, tasse universitarie, tasse sui libri scolastici e anni di servilismo verso professori di un certo livello o di un altro. Come gli apprendisti nelle gilde medievali, cercano guadagni al di sopra di quelli di mercato attraverso l'appartenenza ad un cartello. Una volta dentro non vogliono che la gilda perda la sua capacità di imporre barriere d'entrata. Perdere questo potere significherebbe affrontare la concorrenza del libero mercato. Hanno lavorato troppo duro, e per troppo tempo, per accettare questo risultato.

Gli accademici sono, secondo il linguaggio dell'economia mainstream, in cerca di rendita.
Credo che adesso abbiate molto probabilmente un'idea più chiara del perché il Signor Boldrin non smette di scavare. Inoltre, nell'ultima parte del suo articolo, egli attacca i contributi dell'economia Austriaca. La lista di Wikipedia è composta da voci messe insieme con sciattezza e superficialità, tanto che si confonde, ad esempio, il price discovery con "nascita dei prezzi", "scelte convenienti" con l'azione propositiva e l'informazione veicolata dai prezzi con la semplice "scarsità". Il Signor Boldrin, affondando il colpo in base a questo elenco, non fa altro che finire nella fallacia dell'uomo di paglia. Ribadisco il mio consiglio dato in apertura di questo articolo: quando vi trovate in una buca, smettete di scavare. Non c'è bisogno di una risposta, basta semplicemente seguire alla lettera tale suggerimento.


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Note

[1] Schulak EM and Unterkofler H. "The Austrian School of Economics A History of Ideas, Ambassadors and Institutions", 2011, pagina 15.

[2] Richard Dien Winfield, The Just Economy (New York: Routledge, 1988).

[3] Ludwig von Mises, Omnipotent Government (New Haven: Yale University Press, 1944).

[4] David Bell, Husserl (London: Routledge, 1990).

[5] Gene Callahan, Economics for Real People (Auburn, Alabama: Mises Institute, 2002, 2004).

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Le interferenze coercitive – I parte

Von Mises Italia - Lun, 13/10/2014 - 08:00

L’intervento dello Stato

I tipi di intervento coercitivo in generale (di cui grande parte è l’intervento statale) possono essere classificati in tre grandi categorie:

1)     intervento autistico, quando il soggetto aggressore comanda ad alcuni individui di fare o non fare determinate cose. In questo tipo di intervento viene ristretto l’uso che l’individuo può fare di se stesso e della sua proprietà, non gli scambi con altri (ecco perché autistico). Esempi: omicidio, divieto di esprimere il proprio pensiero, o la propria fede religiosa, non poter costruire su un proprio terreno a causa di vincoli urbanistici.

2)     intervento binario, in cui chi interviene costringe l’individuo a scambiare con lui o a trasferirgli unilateralmente una risorsa. Es: servizi pubblici in monopolio, tassazione, coscrizione, manipolazione della moneta e del credito.

3)    intervento triangolare, in cui l’interveniente costringe o vieta a due individui di effettuare uno scambio. Esso può assumere due forme: controlli sui prezzi e controlli sui beni (e servizi). Es.: controlli di prezzo, licenze, controlli sui prodotti (divieto di commerciare alcuni beni, come gli stupefacenti), quote nelle assunzioni, limiti all’orario di lavoro, limiti minimi all’età lavorativa, divieto di licenziamento, fissazione degli orari degli esercizi commerciali, norme per l’accesso alle professioni, limiti alle commistioni fra banche e imprese, vigilanza sui mercati finanziari, controlli di qualità sui beni di consumo, norme per la sicurezza e la salubrità dei luoghi di lavoro, norme antinquinamento.

Tutti questi sono esempi di relazione egemonica, alternativa a quella volontaria.

 Una classificazione di tipo funzionale, basata sugli scopi dell’intervento, è invece la seguente: prelievo, efficienza, redistribuzione del reddito, stabilizzazione macroeconomica. Per una maggiore organicità e compattezza espositive (pur perdendo qualcosa in termini di rigore concettuale) di seguito verrà seguita questa classificazione.

La tassazione

La tassazione è il primo scalino nella sequenza prelievo-spesa operata dallo Stato.

I tributi sono il prelievo forzoso effettuato dallo Stato. Sono costituiti da imposte, tasse e contributi.

L’imposta è un prelievo connesso alla capacità contributiva, indipendente dal fatto che il contribuente richieda o utilizzi un determinato servizio prodotto dallo Stato o da un ente pubblico. Invece la tassa si paga a fronte di una controprestazione specifica dell’amministrazione dello Stato: es. tasse scolastiche, t. per la raccolta dei rifiuti, t. per la patente, concessioni, autorizzazioni, t. portuali.

I contributi sono pagamenti volti a provvedere a evenienze future: es. previdenziali, sanitari[1].

 Imposte dirette   }  sul reddito, sul patrimonio  } proporzionali, progressive, in somma fissa

Imposte indirette } sugli scambi, sui consumi

Imposte dirette: colpiscono manifestazioni immediate della capacità contributiva (della ricchezza): reddito e patrimonio.

Imposta sul reddito – È quella che colpisce i redditi netti, cioè salari, rendite della terra, interessi e profitti (e anche i guadagni di capitale, che sono redditi assimilabili ai profitti)[2]. Il reddito dunque può derivare, oltre che dal lavoro, anche dai patrimoni.

Difficoltà nella definizione del concetto di reddito: esistono tipi di reddito impossibili da quantificare, ad es. la rendita derivante dall’alloggio nella propria casa, i servizi prodotti dalle casalinghe, i beni ottenuti in regalo (non si determina il prezzo sul mercato).

Effetti

L’effetto principale è il disincentivo. Riducendo il reddito, cioè l’utilità marginale del lavoro, l’imposta spinge alla riduzione del lavoro e quindi della produzione. Se un lavoratore ritiene che un’ora di lavoro in più gli fa conseguire un reddito incrementale che, decurtato dall’imposta, ora gli apporta un’utilità inferiore alla disutilità del lavoro, allora ridurrà la quantità di lavoro. L’imposta non può essere trasferita (v. infra), e dunque l’effetto finale è la riduzione del reddito, nominale e reale, del soggetto. Lo stesso ragionamento vale per l’imprenditore (imposta sui profitti): se si perde l’intero euro quando si perde (quando l’investimento va male), mentre si guadagna solo una frazione di euro quando si vince (a causa dell’imposta), la disponibilità ad assumersi il rischio dell’investimento crolla; l’effetto è una riduzione degli investimenti a vantaggio del consumo presente.[3]

Anche se la reazione all’imposta fosse di segno contrario, e cioè un aumento della quantità di lavoro per ripristinare lo stesso reddito conseguito prima dell’imposta, il benessere si è comunque ridotto: infatti si è ridotto il tenore di vita dell’individuo, perché egli rinuncia, a parità di reddito, a maggiori quantità di riposo (che è un bene di consumo).

Il fatto che la tassazione riduce il benessere dell’individuo può essere dimostrato attraverso il criterio delle “preferenze rivelate”. Se il contribuente desiderasse dare allo Stato parte del suo reddito, lo farebbe volontariamente, cioè rivelerebbe la sua preferenza attraverso l’azione del trasferimento; se non lo fa vuol dire che la sua preferenza è di trattenere preso di sé il proprio reddito, e dunque la sottrazione forzata da parte dello stato riduce il suo benessere.

Quando tale imposta colpisce le società (le persone giuridiche in generale) si ha una duplicazione dell’imposta sui proprietari, che subiscono il prelievo una prima volta sul reddito netto prodotto dalla società e una seconda volta sul reddito residuo distribuito a ciascuno di essi.[4]

 Imposta sul patrimonio (capitale) – Colpisce il valore del patrimonio accumulato. Che può essere costituito da beni fisici – appartamenti, edifici, terreni – o da denaro o titoli. Un tipico esempio di imposta patrimoniale è quella che colpisce l’eredità e le donazioni. È sul singolo cespite anziché sulla persona.

L’imposta sul patrimonio è caratterizzata da un elemento di contraddittorietà e iniquità: per pagarla bisogna attingere al reddito, cioè a una fonte di ricchezza diversa dal patrimonio, e che è stata già tassata separatamente[5]. Oppure, se l’imposta è troppo onerosa, si perviene al paradosso di esser costretti a vendere il patrimonio per poter pagare l’imposta su di esso.

Il valore (prezzo) del patrimonio è conoscibile solo nel momento in cui è oggetto di compravendita, non in astratto; dunque, essendo impossibile stabilire a priori il valore della base imponibile, di fatto l’imposta è arbitraria.

 Imposte indirette – Colpiscono manifestazioni mediate della capacità contributiva, cioè presuppongono il possesso di risorse: si dividono in i. sugli scambi e i. sul consumo. Esempi delle prime sono l’Iva[6], l’i. di registro e di bollo; esempi delle seconde sono le i. di fabbricazione (su benzina, alcolici), sui tabacchi, i dazi doganali.

Effetti: distorcono i prezzi, che sono segnali per il calcolo economico.

 Struttura dei tributi

Imposta proporzionale – L’aliquota (percentuale di reddito sottratto) è unica.

Imposta progressiva – All’aumentare del reddito aumenta l’aliquota [7].

Imposta regressiva – All’aumentare del reddito si riduce l’aliquota; un tipico esempio è l’imposta in somma fissa (o eguale, o head tax o poll tax): ogni individuo paga la stessa somma in termini assoluti, dunque calcolata come percentuale sul reddito, tale somma si riduce all’aumentare del reddito[8].

Limiti – Disincentiva la produzione[9]. In presenza di inflazione l’imposta progressiva determina il fenomeno del “drenaggio fiscale”: l’aumento solamente nominale dei redditi fa slittare questi nello scaglione superiore, determinando un maggior prelievo fiscale nonostante il reddito reale sia rimasto immutato; il reddito netto reale è inferiore a quello precedente allo slittamento.

Dal punto di vista del contribuente, non è detto che la progressività sia peggiore della proporzionalità: bisogna considerare il livello complessivo della tassazione: un’aliquota unica del 50% è più gravosa di due aliquote progressive del 5% e del 10%.[10]

L’imposta neutrale – Un’imposta neutrale è un’imposta che non devia il funzionamento del mercato dalle linee in cui si svilupperebbe in assenza di qualsiasi tassazione. Imposta neutrale non significa che la distribuzione del reddito resta invariata, ma che la distribuzione del reddito e tutti gli altri aspetti dell’economia vengono modificati dall’imposta nello stesso modo in cui sarebbero modificati da un prezzo di libero mercato.

Nessuna imposta è neutrale. Ciò è vero innanzi tutto per una considerazione di ordine generale: una comunità in cui esiste lo Stato è inevitabilmente divisa in pagatori di tasse e consumatori di tasse; questi ultimi, al di là delle finzioni formali, di fatto non pagano tasse. Un dipendente pubblico che guadagna $10.000 e paga $2000 di tasse di fatto guadagna $8000 raccolti dalle tasse altrui, e non paga tasse.

Inoltre, qualsiasi imposta riduce il consumo dei beni che i tassati avrebbero liberamente acquistato e aumenta la domanda dei beni che lo Stato acquista con le risorse raccolte; facendo spostare i fattori da alcune produzioni ad altre; e facendo aumentare i prezzi dei beni da esso domandati.

Entrando nel dettaglio, non è neutrale né l’imposta pro-capite (una somma uguale per tutti indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza) né quella proporzionale o progressiva. La prima, ad esempio, riduce la produzione dei beni consumati dai ceti a redditi bassi più della produzione dei beni consumati dagli individui più abbienti. L’imposta proporzionale lascia immutati i rapporti reciproci fra tutti i redditi. Ma non basta questa condizione per dire che è neutrale; infatti, come detto, un’imposta neutrale è un’imposta che influenza l’economia come se essa fosse un prezzo di libero mercato; ma questo è impossibile, perché i prezzi di mercato non sono proporzionali al reddito o alla ricchezza dell’acquirente (un miliardario non paga un chilo di pane diecimila volte di più di un acquirente dal reddito medio). L’imposta progressiva accentua questo aspetto, quindi è ancora più lontana dalla neutralità. Le alte imposte sui redditi alti riducono il risparmio.

Oggi comunque a nessuno interessa la neutralità della tassazione bensì che realizzi la giustizia sociale; dunque si vuole che la tassazione non sia neutrale.[11]

La traslazione e incidenza dell’imposta – È l’aumento di prezzo del bene o del servizio di un ammontare pari all’imposta, in modo tale da scaricare l’imposta sul consumatore.

Nessuna imposta, né sul reddito né sui beni, può essere trasferita totalmente in avanti, perché la determinazione del prezzo di un prodotto è condizionata in maniera decisiva dalle schede di domanda dei consumatori. Costi più alti o tasse più alte non modificano quelle schede. Dunque, se il produttore aumenta il prezzo, la domanda si riduce ed egli vende meno unità del bene; se invece mantiene lo stesso prezzo, parte del ricavo è sottratto dallo Stato. In conclusione, l’introduzione di un tributo sicuramente ridurrà i guadagni del produttore, che dunque è il soggetto inciso.

La traslazione è molto più probabile che avvenga all’indietro anziché in avanti, cioè influenza più rapidamente i fattori di produzione che i consumatori. Se un’imposta colpisce un solo settore (es. i liquori), i fattori lasciano il settore tassato e 1) o restano disoccupati o 2) si dirigono verso i settori non tassati.

La stessa cosa avviene, per lo stesso motivo, anche nel caso di un’imposta sulle vendite generale: l’effetto è una riduzione dei guadagni delle imprese e successivamente dei loro fattori produttivi (meno domandati), e non un aumento dei prezzi. Dunque si può dire che, di fatto, l’imposta sulle vendite si traduce, anche se in maniera erratica, in un’imposta sul reddito perché, come abbiamo visto, alla fine colpisce il reddito dei fattori.

La traslazione in avanti è possibile solo se c’è un parallelo aumento nella quantità di moneta, perché in tal modo gli aumenti di prezzo possono essere assorbiti dai consumatori.

L’imposta totale – E’ quella che toglie tutto il reddito a tutti (e con il cui ricavato si dà a tutti la stessa somma), oppure che toglie a ciascuno una somma tale per cui tutti abbiano lo stesso reddito netto. Con una tale imposta gli imprenditori diventano indifferenti riguardo ai diversi modi di condotta, in quanto non derivano più alcun reddito dall’impiego dei mezzi di produzione.

Principi di ripartizione dei tributi

Gli economisti si sono spesi molto per individuare “canoni di giustizia” nel prelievo fiscale, introducendo criteri etici nel discorso economico.

1) Adam Smith: 3 criteri: i costi della raccolta devono essere minimi; il pagamento comodo[12]; il tributo certo e non arbitrario, così che i contribuenti sappiano in anticipo quanto dovranno pagare.

2) Uniformità di trattamento – I principi individuati per realizzare tale uniformità sono stati due:

a) principio della capacità contributiva – sul piano teorico sono stati proposti tre criteri basati sul sacrificio. Il presupposto di tale criterio è l’utilità, nonché la comparazione interpersonale delle utilità e l’ipotesi che gli individui hanno la stessa scheda di utilità della moneta (e dunque soffre degli stessi limiti logici). Sacrificio uguale (J.S. Mill): l’imposta deve sottrarre a ogni contribuente una quantità uguale di utilità. Sacrificio proporzionale (olandesi): l’imposta deve sottrarre una quantità di utilità proporzionale all’utilità totale. Sacrificio minimo (Pigou, Edgeworth): il sacrificio totale (dell’intera collettività) provocato dal prelievo deve essere minimo. Tali criteri possono essere soddisfatti da imposte sia regressive sia proporzionali sia progressive. La giustificazione delle ultime due è stata la seguente: poiché l’utilità marginale è decrescente, l’ultimo dollaro del ricco apporta meno utilità dell’ultimo dollaro del povero, dunque per sottrarre la stessa utilità bisogna prelevare più dollari al ricco. Sul piano storico, in un primo momento si è ritenuto che il criterio della capacità contributiva fosse soddisfatto dalla tassazione proporzionale; nella seconda metà dell’800 si è affermata l’interpretazione secondo cui la capacità contributiva cresce più che proporzionalmente al crescere del reddito.

Ognuna di queste soluzioni è arbitraria, l’“eguale capacità” fra due (o più) individui non può essere mai dimostrata, perché le schede di utilità delle persone non sono uguali.

b) principio del beneficio – il tributo è pari al beneficio conseguito dal servizio pubblico con esso attivato. I tributi attivati secondo questo criterio della controprestazione sono denominati tasse (v. supra). Per le imposte, che oggi sono redistributive, questo criterio è inapplicato. E inapplicabile, perché il beneficio è soggettivo, non misurabile, non comparabile, e si può rilevare solo sul mercato; quando gli individui, scambiando volontariamente, dimostrano qual è il beneficio che vogliono conseguire.

Le difficoltà logiche cui vanno incontro i diversi criteri ha fatto dire genericamente che l’uguaglianza di trattamento suggerisce di realizzare tendenzialmente l’uguaglianza di fronte alla legge, redditi uguali devono essere trattati in maniera uguale. Ma ciò è concettualmente impossibile; ad esempio, la rende tale la divisione in pagatori e consumatori di tributi.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] La pressione fiscale è la somma delle imposte dirette e indirette e dei contributi sociali in percentuale rispetto al pil. La pressione tributaria invece è la somma di imposte dirette e indirette (quindi senza i contributi) rispetto al pil. In Italia nel 2012 la pressione fiscale è stata pari al 45,2%. Questo dato, che è quello in genere diffuso dai mezzi di informazione, è ricavato tenendo conto della quota di economia sommersa, pari al 17,5% del pil, che ovviamente evade le imposte e i contributi. Calcolando il dato solo relativamente alle attività economiche emerse, la percentuale raggiunge il 55%. Tuttavia, se si considerano tutti i prelievi forzosi sui redditi e sugli acquisti degli individui, e cioè imposte (dirette e indirette, locali o nazionali), tasse, contributi (previdenziali e sanitari), accise (carburanti, energia) e canoni, la quota raggiunge i due terzi del reddito. Per quanto riguarda la ripartizione fra imposte dirette e indirette, si equivalgono: il 34,3% del gettito è rappresentato da imposte dirette, il 34,9% da imposte indirette. Per quanto riguarda la pressione fiscale in altri paesi: Stati Uniti 26,3%, Regno Unito 38,1%, Germania 40,4%, Francia 46,3%, Danimarca 47,4% [Elaborazione dati Confcommercio 2012].

[2] Esempi di imposte di questo tipo in Italia sono l’Irpef e l’Irpeg.

[3] Si aggiungano anche i costi – monetari, di tempo e di fatica – sopportati dal contribuente, come il mantenimento della contabilità, il ricorso a commercialisti o consulenti, la compilazione di moduli, la numerosità degli adempimenti; tutte risorse sottratte alla produzione di beni o servizi utili.

[4] Un esempio di distorsione provocata da un’imposta sul reddito è la differente aliquota introdotta sugli interessi di diverse attività finanziarie. Spesso i titoli pubblici sono favoriti rispetto alle obbligazioni di società private.

[5] Questa illogicità persiste sia se il patrimonio non frutta reddito sia se lo frutta. Nel primo caso, ad esempio l’appartamento in cui si vive o un appartamento in cui vive un figlio, il soggetto inciso non consegue alcun reddito, mentre è costretto a intaccare un proprio reddito derivante da altra fonte per il pagamento dell’imposta. Nel secondo caso, ad esempio un appartamento affittato, il reddito che si consegue viene già tassato separatamente, in quanto reddito.

[6] L’Imposta sul Valore Aggiunto è così chiamata perché colpisce il valore aggiunto al bene da ogni fase del processo di produzione e commercializzazione. In Italia le aliquote sono tre: 20%, che è quella ordinaria; 10%, aliquota ridotta applicata ai servizi turistici, 4% sui beni di prima necessità (alimentari, prima casa).

[7] La progressività può modificarsi, cioè essere accentuata o attenuata, attraverso le deduzioni (sgravio dall’imponibile di alcune spese, es. sanitarie) e le detrazioni (riduzione della somma dovuta al fisco). Sul piano storico, l’ingresso ufficiale nei sistemi fiscali moderni delle aliquote progressive avviene nel 1910 in Gran Bretagna: su proposta del Cancelliere dello Scacchiere Lloyd George, il parlamento introduce una soprattassa sull’imposta sul reddito.

[8] Per la sua regressività l’imposta in somma fissa è giudicata particolarmente odiosa. Se la somma non è elevata, dunque se non grava in maniera significativa sui redditi bassi, diventa tollerabile. Nel 1989 in Gran Bretagna il governo Thatcher sostituì, per gli enti locali, l’imposta proporzionale sulla proprietà (casa) con una “poll tax” su ogni adulto residente. Le proteste derivarono dal fatto che i comuni mantennero elevato il livello della tassazione, aumentandolo anche di un terzo rispetto al livello precedente la riforma. M.N. Rothbard, Mrs. Thatcher’s Poll Tax, in «The Free Market», giugno 1990, pp. 1, 3.

[9] Negli Stati Uniti (dati 2005) il 53,7% delle imposte sul reddito sono state pagate dai contribuenti con un reddito superiore ai 200.000 dollari; l’82% dai percettori di redditi superiori a 100.000 dollari, che rappresentano il 19% della popolazione. Dunque gran parte delle imposte sono pagate dai soggetti a reddito alto o molto alto, in genere quelli più produttivi.

[10] Sull’imposta proporzionale, o flat tax, v. M.N. Rothbard, The Case Against the Flat Tax, in L.H. Rockwell Jr. (a cura di), The Free Market Reader, L. von Mises Institute, Auburn, 1988.

[11] M.N. Rothbard, The Myth of Neutral Taxation, in «The Cato Journal» 1, no. 2, autunno 1981, pp. 519-564; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 56-108.

[12] Oggi tale principio è violato in maniera clamorosa: la complessità delle norme fiscali, il numero di adempimenti e le difficoltà di compilazione sono tali da aver generato una professione specifica, il commercialista.

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CORE SECRETS: NSA Saboteurs in China and Germany

Deep Politics Monitor - Lun, 13/10/2014 - 05:40
“One of the most interesting components of the “core secrets” involves an array of clandestine activities in the real world by NSA agents working with their colleagues at the CIA, FBI, and Pentagon.” by Peter Maass and Laura Poitras, The Intercept: The National Security Agency has had agents in China, Germany, and South Korea working on programs that use “physical subversion” to infiltrate and
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