La luce sull'impero (inglese) delle ombre
(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-luce-sullimpero-inglese-delle)
Le strozzature marittime sono state da sempre la punta di diamante degli imperi, dato che il commercio per mare è più efficiente di quello via terra. I grandi imperi del passato, come quello portoghese e olandese ad esempio, hanno sfruttato questo vantaggio. Nondimeno quello inglese, conoscendo anche l'importanza delle strozzature in giro per il globo. La guerra mediatica contro l'amministrazione Trump ha scalato la marcia ogni volta che uno di questi punti è stato conquistato dagli USA a danno degli inglesi. Non dimentichiamoci, inoltre, che anche a livello monetario esistono “strozzature”, come ad esempio lo era il LIBOR e lo è ancora lo Swift. Modi di intendere la liquidità diversi, ma stessa essenza: generare caos con relativa semplicità e al contempo trarre profitto dal caos.
Stretto di Malacca sotto il controllo degli Stati Uniti https://t.co/mfhcXY3wwh
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) April 13, 2026La fase di transizione in cui ci troviamo richiederà anche il mutamento delle alleanze che per decenni sono state saldate in virtù di un nuovo giocatore davvero dominante sulla scena, non più un subordinato alla City di Londra. E badate bene, questo significa anche una riorganizzazione a livello bancario sulla scena internazionale (es. banche canadesi, banche di Hong Kong, banche svizzere, ecc.) e soprattutto a livello nazionale (es. JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley contro BofA, Citigroup, Mellon Bank). I rischi sono tanti come abbiamo visto negli ultimi due mesi in particolare, soprattutto sulla scia della guerra mediatica lanciata dall'impero inglese per gettare fumo su quanto stia accadendo nel sottobosco finanziario e geopolitico. Ma così come bisognava disinnescare la guerra civile facendo scoppiare in anticipo le proteste di piazza sulla scia dello scandalo Minnesota, allo stesso modo il proxy inglese “Iran” doveva essere disinnescato prima delle elezioni di medio termine affinché Londra e Bruxelles potessero essere assediate e gli USA abbiano la possibilità di schivare il proverbiale proiettile d'argento elettorale che invece ha colpito l'Ungheria.
To recap:
1. The EU Council blocked $40 billion to Hungary because it wouldn't give NGOs control over its courts.
2. The EU Court blocked Hungary from passing a FARA law to see whether NGOs there were funded by the EU.
3. The EU Council announced it would centralize voting power… https://t.co/PY4MT55G5r
Tutto ciò che ha fatto finora l'amministrazione Trump è stato calcolato per arrivare al punto attuale, non ultimo il Board of Peace in grado addirittura di unire sciiti e sunniti (il cui astio in passato è stato alimentato dalla City di Londra per trarvi profitto), elemento la cui assenza non avrebbe garantito agli USA il vantaggio tattico sul territorio che hanno. Non solo, ma bisogna aggiungere che l'Operazione speciale americana in Iran non è nata dalla sera alla mattina, bensì è sempre stata un'opzione in seno all'amministrazione Trump, dato che il Dipartimento del Tesoro ha lavorato per un anno per tracciare i legami dell'IRGC col sistema bancario internazionale (in particolare le banche svizzere).
Come al solito, tutte le strade conducono a Londra. https://t.co/MiIomyjpeg
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) April 13, 2026Una intricata rete di legami politici, narcotraffico e denaro che corre indietro nel tempo, come minimo, all'Irangate degli anni '80 ed è proseguita fino ai giorni nostri con Hezbollah, Venezuela e altri. E badate bene, la CIA nemmeno è un monolite; anche al suo interno esistono fazioni che possono essere infiltrate, soprattutto dall'MI6. Operazione resa più agevole dal fatto che una parte del bilancio dell'agenzia d'intelligence statunitense è nascosta addirittura allo scrutinio del Congresso e del Presidente. A ciò aggiungiamo le connessioni finanziarie degli ayatollah con la City di Londra, il riciclaggio di denaro tramite le banche turche/inglesi, e l'accesso a nuovi proventi tramite Hezbollah e i suoi legami coi cartelli della droga sudamericani.
Ciò che si vede: l'amministrazione Trump sta riorganizzando a proprio favore le rotte energetiche.
Ciò che NON si vede: l'amministrazione Trump sta riorganizzando anche le rotte del narcotraffico.
Da qui si comprende meglio l'isteria europea nei confronti di Trump. https://t.co/BA0fdwOLiX
I giocatori in questa partita non devono per forza avere tutti gli obiettivi in comune: chiaramente alcuni si sovrappongono tra Stati Uniti e Israele & City di Londra e IRGC. Ci sono in ballo interessi comuni e altri che divergono leggermente, ma questo assicura che l'Iran non vorrà farsi annichilire del tutto. Così come Dubai, avamposto designato dalla City di Londra per traslocare i propri affari e rimanere schermata con quello che sarebbe dovuto essere l'ombrello nucleare iraniano, ha deciso di tagliare i ponti con gli inglesi e accettare la bonifica statunitense. Il Regno Unito non ha più la capacità di proiettare forza tramite il suo esercito e lo fa, invece, tramite il mondo della finanza e degli Stati profondi. In questo senso l'IRGC è uno strumento potente, l'élite israeliana è uno strumento potente, i neocon americani sono uno strumento potente, ecc. Nel momento in cui si realizza che essi rischiano di diventare asset in rapido deprezzamento, o li si sua subito oppure si perde la loro influenza, soprattutto in virtù del progetto A(merica)-R(ussia)-C(ina) che prende sempre più forma e si concretizza materialmente. La piovra che sta combattendo l'amministrazione Trump è esattamente questa, gli aspetti militari del conflitto in Iran sono sostanzialmente uno spettacolo secondario.
Tutte le infrastrutture pubbliche che vengono attaccate, ovvero ponti, raffinerie, impianti di fertilizzanti, ecc., hanno lo scopo di creare uno shock a livello di catene di approvvigionamento dato che la City di Londra continua a perdere la sua fonte di denaro facile a livello privato (es. CJNG) e a livello pubblico.
Aggiungiamo che la SPLC aveva anche conti in quei "paradisi fiscali" che rappresentano hub di smistamento di dollari offshore per la City di Londra. Continua il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro e la conseguente isteria di Londra/Bruxelles.https://t.co/ob11Q1Dppe
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) April 23, 2026Questa è una piovra pluritentacolare che ha ramificazioni molto, molto profonde: pensate ad esempio ai modi con cui riesce ancora a canalizzare denaro e risorse dure dagli Stati Uniti tramite la sua partnership con lo Utah (e i mormoni aggiungerei). Ecco perché uno degli obiettivi interni sarà quello di avere un dollaro a circolazione nazionale separato da quello a circolazione internazionale, il quale avrà un premio (una copia dello yuan onshore e offshore). E questa è solo una rampa di lancio, perché la riorganizzazione del biglietto verde necessita al contempo anche della riorganizzazione dei metalli preziosi (cosa che sta accadendo col drenaggio della LBMA) e, cosa più importante di tutte, con la riorganizzazione del mercato del petrolio. Da qui il differenziale che sta sviluppando di recente tra il Brent e il WTI, dove è l'offerta fisica che sta impostando adesso il prezzo al margine (non più l'offerta sintetica).
Potete vedere questa riorganizzazione svilupparsi anche in quei Paesi del Golfo che hanno stretto un accordo con gli USA: non più elementi subordinati come accadeva prima quando la City di Londra controllava totalmente il braccio armato di Washington, ma elementi alla pari che si parlano tramite accordi commerciali. Infatti cos'era prima il Qatar se non un fornitore di gas all'Europa/Regno Unito? Cos'erano gli Emirati Arabi Uniti se non l'ennesimo hub da cui riciclare denaro sporco per Europa/Regno Unito? Cos'era l'Oman se non una fucina per le operazioni in zona dell'MI6? A tutti questi Paesi è stato offerto un accordo che hanno accettato, ecco perché, diversamente da certi analisti che costruiscono lo spaventapasseri “i Paesi arabi abbandoneranno gli USA”, questa realtà rimarrà una loro illusione. Lo stesso tipo di accordo è stato presentato all'Iran: biforcare i proventi del petrolio affinché l'IRGC venga tagliato fuori ed essi confluiscano verso il governo in carica e la popolazione. Nessun cambio di regime, nessun governo fantoccio; un assetto come quello lasciato in Venezuela.
E a proposito del Paese sudamericano, guardate il seguente grafico.
Altra pietra tombale sulla capoccia dei disfattisti degli USA, talmente tanto tronfi di commentare i presunti insuccessi militari che si sono lasciati sfuggire la vera storia: le rotte commerciali del petrolio. Controllando il flusso di petrolio, si controlla anche la valuta in cui viene trattato. La maggior parte delle nazioni arabe appoggia la campagna statunitense contro l'Iran ed è importante sottolineare che il loro impegno in materia è stato messo alla prova e ha retto. La rimozione del presidente venezuelano Maduro, poi, e l'influenza sul petrolio venezuelano fanno parte della stessa strategia. Gli Stati Uniti controllano le riserve petrolifere dell'emisfero occidentale e hanno a disposizione più petrolio di tutta l'OPEC messa insieme, esercitando così un enorme potere di leva per mantenere il prezzo del petrolio in dollari. Una volta rimossi gli intermediari in questo mercato si stabilizzano anche le pressioni finanziarie interne, permettendo ai capitali in entrata di acquietare tutte quelle voci che già davano per spacciati gli USA sulla scia del rollover da $10.000 miliardi del loro debito.
Il silenzio assordante di Cina e Russia riguardo l'accordo siglato dagli americani su Hormuz ci racconta una storia. I cinesi, in particolare, vogliono azzerato il premio di rischio sulla loro base manifatturiera. Ovviamente il problema qui non è l'offerta, la quale ce n'è in abbondanza, bensì la logistica. Il prezzo sale solo per questo fattore, altrimenti avremmo assistito a una situazione simile a quella del 2020 in cui i prezzi dei futures finirono in territorio negativo. Quando suddetta abbondanza inizierà a muoversi, e lo farà solo quando Trump darà l'ordine, i mercati saranno invasi e il prezzo dell'oro nero colerà a picco. Il vantaggio cinese di pagare prezzi all'ingrosso per il petrolio scomparirà dato che essi saranno molto vicini a quelli al dettaglio.
Per 4 anni la Cina ha portato avanti un tira e molla nei confronti della Russia sul prezzo del gasdotto Siberia 2, dato che i cinesi volevano lo stesso prezzo pagato per Siberia 1. Chiaramente avevano potere di leva perché pagavano un prezzo all'ingrosso per il petrolio grazie a Venezuela e Iran. L'intervento di Trump, adesso, farà pagare ai cinesi il prezzo al dettaglio per l'energia, non più all'ingrosso. Ecco perché i cinesi sono corsi a contrattare coi russi su Siberia 2 nel momento in cui Hormuz è stato “chiuso”. Diversamente da quello che leggete sulla stampa, o dai ridicoli commenti dei canali d'informazione alternativi sui suoi post su Truth, Trump sa cos'è il potere di leva e quali sono i punti deboli dei competitor degli USA. La Cina, infatti, ha bisogno di sicurezza energetica, perché non ottiene più favori da Venezuela e Iran: gli Stati Uniti stanno diventando coloro che impostano il prezzo al margine. Sganciare i russi dalla subordinazione nei confronti dei cinesi è uno di quei punti su cui secondo me Trump e Putin hanno concordato quando si sono incontrati in Alaska l'anno scorso. I russi, all'indomani della guerra in Ucraina, erano consapevoli del loro ruolo una volta che si sarebbero alleati coi cinesi; in questo modo Trump ricuce quei legami che si erano strappati sulla scia delle scelte scellerate in politica estera dell'amministrazione Biden/cricca di Davos.
Infatti gli Stati Uniti vogliono un prezzo più basso della materia energia; è la City di Londra, invece, a spingere su il prezzo, esito alimentato non solo a livello finanziario tramite l'offerta sintetica del Brent, ma anche tramite la “chiusura” di Hormuz quando Lloyd's ha smesso di assicurare le navi. Assetto perdurato fino a quando gli USA non sono stati in grado di riprendere le redini della situazione alimentando al contempo la guerra civile all'interno dell'IRGC.
Giunti a questo punto tutto ruota attorno a un solo aspetto: come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran. Come ripetuto spesso, stiamo parlando di un'operazione di grandezza superiore rispetto a quella venezuelana, considerando soprattutto tutti i nodi gordiani che si porta dietro data la sua importanza per le strategie mondiali di Londra e Bruxelles. Per quanto si continuasse a dire che ci fosse un accordo con gli iraniani, in realtà c'era la bozza di un accordo e questo significa automaticamente che se, ad esempio, Trump sta negoziando con Aragchi e forse trova una intesa con lui, non significa che una volta che egli torna in patria è in grado di farlo valere per tutte le altre fazioni che imperversano nel Paese. La stampa, invece, getta ulteriore benzina su questo diffondendo FUD e facendo passare per incapace l'amministrazione Trump, piuttosto che concludere logicamente che forse, e dico forse, Aragchi ha una pistola puntata alla testa... Se dobbiamo ridurre il teatro di guerra a soli due giocatori, allora quelli sono Washington e la City di Londra. E il premio sono i flussi monetari ed energetici in tutto il mondo. Possiamo quindi escludere la sciocca teoria secondo cui è Israele in realtà ad aver trascinato in guerra gli Stati Uniti, o che esso è in grado di pilotare ad hoc gli stessi Stati Uniti.
Queste due notizie (1, 2), apparentemente slegate, rappresentano l'esempio per eccellenza con cui gli inglesi controllavano da dietro le quinte il mondo intero. Non è affatto un caso che sia gli USA sia Israele abbiano smesso di condividere informazioni di intelligence con Londra. Quest'ultima ha sempre alimentato il gioco “Divide et impera” per creare caos (e trarre profitto dai premi di rischio), in modo da generare le condizioni a essa favorevoli per portare avanti la propria agenda. La “profezia” di Kissinger riguardo la scomparsa di Israele non era una premonizione sul futuro da parte di una persona lungimirante, ma ciò che era nelle intenzioni di globalisti come lui per modellare un mondo a immagine dei loro interessi. Questo a sua volta significa che Israele sarebbe diventato un asset in rapido deprezzamento da essere lanciato nella mischia nel momento in cui i tempi sarebbero stati maturi. E quei tempi sono arrivati nell'ottobre 2023, quando Netanyauh è stato convinto da Londra a “lasciar accadere” il 10/7 affinché avesse poi una giustificazione preziosa con cui far fuori definitivamente Hamas. Trump all'epoca era ancora fuori dai giochi ed era incerto il suo ritorno. Purtroppo per Bibi, alla falange qatarina di Hamas venne invece dato l'ordine di calcare la mano rispetto a quanto era stato invece promesso a lui. L'obiettivo inglese era quello di mettere a ferro e fuoco la regione, scommettendo sulla vendetta di Netanyauh.
Una volta realizzato cosa stava accadendo, ritengo che tutte le azioni effettuate da Netanyauh dopo quell'evento siano state indirizzate a difendere la nazione e contrastare i piani inglesi. Perché si può dire tutto di Netanyauh, ma non che non sia un patriota. Il caos nella regione era l'innesco ideale, poi, per permettere agli affari inglesi di delocalizzarsi in Medio Oriente, per la precisione a Dubai, e delocalizzare i flussi finanziari della City di Londra nel Golfo persico sotto l'ombrello nucleare dell'Iran. Il ricongiungimento dell'Inghilterra poi con l'UE avrebbe creato un canale diretto con essa, con cui portare avanti il processo di esclusione della Russia. Il Qatar sarebbe diventato un gasdotto per entrambe e l'Oman come avamposto delle azioni di intelligence dell'MI6. Nel frattempo l'alleanza con l'IRGC avrebbe fornito agli inglesi anche il controllo sull'altra sponda del Golfo persico.
Non è finita qui, perché la censura di tutte le altre fonti di petrolio (soprattutto quelle russe) avrebbe concentrato il flusso di petrolio mondiale nello Stretto di Hormuz. E in questo schema rientra anche il collasso delle raffinerie sulla costa occidentale statunitense, costringendo la California a diventare un importatore di energia. In quest'ottica era fondamentale impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari; in quest'ottica si capisce a chi faceva riferimento Obama quando avallò il JCPOA; in quest'ottica si capisce perché Russia e Cina sono stati ai margini durante la guerra dei 12 giorni e l'operazione americana in Iran. Si trattava semplicemente dell'inizio della fine del ricatto iraniano, del ricatto della volatilità del petrolio che per decenni gli inglesi hanno portato avanti per riciclare il proprio Impero. Quando si legge il 10/7 come un incidente voluto, allora si vedono a cascata tutte le conseguenze con un'ottica molto più logica: Londra ha tradito Netanyauh, quest'ultimo ha ritorto le sue azioni contro Londra e Trump ha colto la palla al balzo per mettere ordine nei Paesi del Golfo. Non solo, ma questa chiave di lettura fornisce ulteriore contesto al motivo per cui Russia e Cina sono rimasti a bordo campo. Infatti il centro del mondo smetterà di essere l'Europa, soppiantata dal Pacifico e dall'Artico.
Se prendete un mappamondo, quali sono quelle tre potenze che si incrociano in quella parte dell'emisfero terrestre?
Ma non dimentichiamoci dei flussi, la chiave di tutta questa storia. Mentre la stampa e i canali d'informazione alternativi fantasticano di una de-dollarizzazione imminente a causa della “disfatta” americana in Iran, nonostante a marzo le transazioni internazionali abbiano fatto segnare un uso record (+51,1%) del dollaro da 4 anni a questa parte, una storia poco battuta è quella dell'ancoraggio tra il dollaro di Hong Kong e il dollaro statunitense. Dallo scorso autunno suddetto ancoraggio si è rotto, portando l'USD/HKD oltre i 7.8, e ciò segnala stress finanziario e monetario all'interno dei flussi del Forex intermediati dalla City di Londra.
Hong Kong è sempre stato un suo avamposto per intermediare il flusso di dollari offshore e adesso la City sta perdendo la partita non solo a livello di prosciugamento dei fondi in eurodollari in circolazione, ma anche di riorientamento dei flussi monetari lontano dall'intermediazione londinese e a esclusivo vantaggio di Washington tramite Tether. La capillarizzazione del dollaro e l'inclusione degli unbanked tramite la digitalizzazione del dollaro è l'ultimo chiodo nella bara in quel campo che permetteva alla City di Londra di finanziare il proprio Impero delle ombre. La stablecoin sul dollaro di Hong Kong oggi, e possibilmente quella di Singapore domani, sono un tentativo disperato di stare al passo coi tempi e puntellare un Impero finanziario in disfacimento.
La de-dollarizzazione è la foglia di fico della propaganda inglese per nascondere la vera storia: la de-finanziarizzazione e il relativo ridimensionamento dell'Impero inglese.
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Perché Bitcoin è la moneta dei popoli liberi
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-bitcoin-e-la-moneta-dei-popoli)
I governi autoritari di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso alla repressione finanziaria per neutralizzare i loro oppositori. Sorvegliando e congelando i conti bancari, possono bloccare sul nascere qualsiasi forma di opposizione democratica. Allo stesso tempo le organizzazioni per i diritti umani, dalla Nigeria alla Russia fino a Hong Kong, si stanno rivolgendo a Bitcoin – una valuta digitale resistente alla censura che può essere utilizzata senza collegare le transazioni alle informazioni personali – per ricevere donazioni, pagare gli stipendi e garantire la continuità delle proprie attività, anche se i dittatori volessero censurare tali attività.
Cinquant'anni fa gli stati non potevano monitorare facilmente, o controllare, l'economia a livello individuale. La maggior parte delle transazioni quotidiane in tutto il mondo avveniva ancora in contanti, o al massimo con assegni cartacei, e non veniva registrata immediatamente in un database e non poteva essere utilizzata per modellare il comportamento dei cittadini o sorvegliare i dissidenti. Quel mondo è ormai lontano.
Oggi, con la predominanza della spesa digitale, la maggior parte delle transazioni è immediatamente visibile, o quantomeno facilmente rintracciabile dalle autorità in un secondo momento. Ciò che spendete dice molto di più su di voi di quanto voi possiate dire a parole. Gli stati possono vedere chi compra cosa, chi paga chi e chi dona a quale causa. I nemici dello stato (reali o immaginari) possono essere eliminati con un semplice clic, senza bisogno di un mandato dei tribunali. A volte, come nel caso della Cina, non è nemmeno necessario prendere una decisione per bloccare i finanziamenti a un critico. Uno strumento di intelligenza artificiale automatizza il processo, trasformando in realtà distopica l'idea di “precrimine” dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick.
Peggio ancora, le banconote o i crediti digitali a disposizione di chi vive sotto regimi autoritari sono progettati per svalutarsi drasticamente. I dittatori inflazionano regolarmente le proprie valute nazionali per finanziare stati di polizia, guerre, forze di sicurezza e stili di vita sfarzosi a scapito del tenore di vita dei cittadini comuni. Prendiamo l'Egitto come esempio lampante: Abdel Fattah al-Sisi è noto per aver ricevuto miliardi di dollari in aiuti internazionali, mentre svalutava da un giorno all'altro la sterlina egiziana, che negli ultimi dieci anni ha perso oltre l'85% del suo potere d'acquisto rispetto al dollaro statunitense. Sisi si aggrappa al potere, mentre le classi medio-basse pagano il doppio, o addirittura il triplo, per i beni di prima necessità rispetto a pochi anni fa.
Infine molte vittime della tirannia si trovano ad affrontare l'isolamento finanziario, anche se personalmente non hanno commesso alcun illecito. Le sanzioni internazionali imposte ai Paesi, unite alle linee di politica aziendali che emarginano diverse nazionalità, finiscono per danneggiare milioni di persone innocenti. A causa dei crimini dei loro governanti, i cittadini di Paesi come l'Iran, ad esempio, non godono delle reti di pagamento agevolate, dello shopping online, o dell'accesso a beni e servizi mondiali di cui beneficiamo noi nelle democrazie occidentali.
Nel mondo della promozione della democrazia, la repressione finanziaria non riceve la stessa attenzione riservata alle frodi elettorali, alla censura delle notizie, o ai prigionieri politici. Ciononostante questo tipo di repressione è forse la più profonda: non tutti sono giornalisti, o politici dell'opposizione, ma tutti usano il denaro. Solo circa il 13% della popolazione mondiale gode sia di una democrazia liberale con libertà di parola e diritti di proprietà, sia di una “valuta di riserva”, ovvero un'unità monetaria sufficientemente solida da indurre altri stati ad accumularla nelle proprie riserve. Il restante 87% dell'umanità è nato sotto un regime autoritario, o in un'epoca di crollo di una valuta fiat (emessa dallo stato e non coperta da una materia prima). In poche parole, gli attivisti per la democrazia si rivolgono a Bitcoin perché il sistema attuale non funziona per loro.
Una crisi bancaria per l'attivismo democratico
Il 16 giugno 2025 Ruslan Shaveddinov, attivista russo per la democrazia e responsabile del canale YouTube, Team Navalny, ha dichiarato che la sua “banca preferita”, Revolut, “ha ceduto alle pressioni del governo di Putin e mi ha bloccato i conti”. Anche due suoi colleghi, Dmitry Nizovtsev e Nina Volokhonskaya, sono stati privati dei loro conti. Shaveddinov ha ipotizzato che Revolut avesse ceduto alle pressioni dello stato russo. Poche ore dopo i conti sono stati sbloccati, ma non prima che lo scandalo dimostrasse un punto ovvio: i conti bancari sono politici e possono essere attivati e disattivati a piacimento dai poteri forti. E se questi poteri forti sono le persone che si criticano, o a cui ci si oppone, allora la possibilità di utilizzare i servizi finanziari tradizionali potrebbe essere compromessa.
What a day! Today, my favorite bank, @RevolutApp , gave in to pressure from Putin’s government and blocked my accounts. The same thing happened today to my two colleagues — Dmitry Nizovtsev and Nina Volokhonskaya.
The three of us were openly threatened by Russian security…
Gli attivisti in esilio come Shaveddinov devono fare molta attenzione alle loro finanze, ma per gli attivisti che vivono ancora all'interno di dittature è probabilmente già impossibile utilizzare i canali finanziari tradizionali. Secondo la Human Rights Foundation, 5,7 miliardi di persone vivono in regimi autoritari, il che significa che la stragrande maggioranza degli attivisti per la democrazia vive in luoghi in cui i pagamenti, la raccolta fondi e i risparmi sono completamente interrotti.
Consideriamo una semplice operazione logistica per un'organizzazione democratica in un regime autocratico come la Turchia. Se un donatore straniero desidera elargire una sovvenzione di $25.000 a un'organizzazione no-profit turca, effettua un bonifico bancario sul conto corrente dell'organizzazione in Turchia. Supponendo che i fondi vengano effettivamente svincolati dal Paese d'origine (cosa non sempre garantita, dato che le banche occidentali potrebbero considerare alcune destinazioni di pagamento troppo rischiose), la banca turca ricevente vedrà che l'organizzazione donatrice ha inviato $25.000 a un gruppo di attivisti e condividerà quindi tale informazione, in tempo reale o poco dopo, con i funzionari del regime. Nella migliore delle ipotesi i fondi saranno monitorati, o sequestrati; nella peggiore delle ipotesi il beneficiario verrà incarcerato, o addirittura fatto sparire, e l'intera organizzazione potrebbe essere chiusa o identificata come gruppo estremista, traditore, o terrorista.
Anche se i fondi stranieri dovessero raggiungere un gruppo di attivisti all'interno di un regime autocratico, non sarebbero in dollari statunitensi, bensì nella valuta locale: la lira turca, la sterlina egiziana, o la naira nigeriana, tutte valute che negli ultimi anni sono state svalutate di oltre il 50% dai rispettivi regimi. Inoltre è probabile che la transazione richieda settimane, se non addirittura mesi, per essere accreditata sul conto dell'organizzazione non profit, già a corto di risorse e ora, come minimo, sotto la lente d'ingrandimento del regime.
Questa è la routine quotidiana per le organizzazioni non profit che cercano di raccogliere fondi dall'estero, o di pagare il personale, o i fornitori di servizi all'estero. Il sistema bancario tradizionale non funziona più a sufficienza per finanziare il lavoro a favore della democrazia in contesti difficili. Non è abbastanza sicuro, non è abbastanza efficiente e non è abbastanza veloce.
È qui che Bitcoin brilla. Ora immaginiamo lo stesso scenario turco utilizzando la valuta digitale open-source: l'organizzazione no-profit beneficiaria comunica tramite messaggio crittografato con il donatore, fornendo un nuovo indirizzo Bitcoin (una stringa di numeri e lettere generata cliccando su “ricevi” all'interno di un wallet Bitcoin) e tutta la documentazione necessaria. Il donatore invia quindi semplicemente i fondi, che arrivano in pochi minuti (o secondi, se inviati tramite Lightning Network, un metodo per inviare Bitcoin in modo più economico, veloce e privato). Il donatore condivide queste informazioni con il proprio team finanziario (tutte le donazioni devono essere tracciate affinché le organizzazioni benefiche occidentali mantengano lo status di no-profit), ma in questo caso, il governo turco non ha idea che un supporto fondamentale sia arrivato giusto in tempo per il giornalista che indaga sulla corruzione, l'ambientalista che protegge una foresta, il sindacalista che coordina uno sciopero, l'artista che progetta un murale pubblico, o l'osservatore elettorale che si reca al seggio.
La donazione in Bitcoin è ora a disposizione dell'organizzazione no-profit locale, che può utilizzarla senza bisogno di autorizzazione da parte delle autorità. Forse il gruppo userà una piattaforma di scambio peer-to-peer su WhatsApp, o Telegram, per scambiare immediatamente i Bitcoin con banconote; forse pagheranno gli stipendi direttamente in Bitcoin, o acquisteranno beni e servizi presso il crescente numero di commercianti mondiali che accettano Bitcoin. Magari useranno un sito web come Bitrefill per pagare in Bitcoin la spesa, il noleggio auto, gli hotel, gli acquisti online, o le ricariche telefoniche; oppure forse conserveranno i Bitcoin per il futuro, piantando un seme che crescerà come un albero invece di “risparmiare” lire turche, che non germoglierebbero affatto. In ogni caso, dovrebbe essere evidente che Bitcoin, dal punto di vista logistico, rappresenta una rivoluzione per l'attivismo, un'innovazione arrivata proprio al momento giusto per aiutare le organizzazioni no-profit a orientarsi in un'era in cui il sistema bancario non è più adeguato alle loro esigenze.
Andare dove il dollaro non può arrivare
Per molti difensori dei diritti umani il dollaro statunitense non è sufficiente. Prendiamo il caso di Roya Mahboob, l'attivista umanitaria e imprenditrice afghana. Da bambina, a Herat, lei e la sua famiglia furono costrette a fuggire in Iran dopo la presa del potere da parte dei talebani nel 1996. In seguito, dopo l'invasione statunitense dell'Afghanistan nel 2001, i Mahboob tornarono nella loro città natale e Roya iniziò a notare i primi segni di sviluppo tecnologico. Scorse quello che descrisse come “una scatola in grado di comunicare con altre scatole” all'interno di un bar, ma alle ragazze non era permesso usare il computer. Perseverò e riuscì a convincere il proprietario del bar a lasciarglielo usare prima dell'apertura e divenne una preziosa specialista nella riparazione di computer. Fece lo stesso all'università locale e, dopo la laurea, fondò l'Afghan Citadel Software Company, che dava lavoro a donne in tutto l'Afghanistan, aiutandole a pubblicare i loro blog e consentendo loro di svolgere micro-lavori online. I pagamenti, tuttavia, rappresentavano un grosso problema.
Il denaro mobile non si è mai diffuso nel Paese, e PayPal e Venmo non erano disponibili per gli afghani. Il contante era problematico, poiché i parenti maschi lo confiscavano alle donne al loro ritorno a casa, ma molti afghani avevano cellulari e connessioni internet occasionali. Così Roya pensò: perché non provare con Bitcoin? Aveva sentito parlare dell'invenzione di Satoshi Nakamoto da un'amica di New York e decise di tentare. Nell'estate e nell'autunno del 2013, quando iniziò a pagare i suoi dipendenti nella nuova valuta digitale, un Bitcoin passò da un valore di $50 a oltre $1.000. Ma poi, quando il più grande exchange Bitcoin, Mt. Gox, iniziò a crollare e infine dichiarò bancarotta, il tasso di cambio scese in una serie di ribassi sotto i $200. Roya smise di pagare i suoi dipendenti in Bitcoin, ma non riusciva a togliersi dalla testa l'idea di una moneta che chiunque potesse usare, indipendentemente dal sesso.
Una delle prime dipendenti fu costretta a fuggire dall'Afghanistan. Alla fine si stabilì in Germania, dove poté accedere ai suoi Bitcoin utilizzando la sua frase di recupero (simile a una password, una frase di recupero può essere utilizzata per recuperare l'accesso ai propri Bitcoin). Quelle monete, che ora valgono considerevolmente di più, le permisero di rifarsi una vita. La sorella di Roya, Elaha, nel frattempo, riacquistava Bitcoin dalle ragazze che lavoravano nell'azienda di Roya quando queste avevano bisogno di fare acquisti e il commerciante non accettava la nuova valuta. Elaha conservò le monete e in seguito le utilizzò, con un valore venti volte superiore, per finanziare i suoi studi alla Cornell University. Nel 2014 Roya inaugurò l'organizzazione benefica Digital Citizen Fund per insegnare competenze alle giovani donne e ragazze afghane. Si assicurò di includere corsi di formazione su Bitcoin, arrivando a istruire oltre 25.000 donne e ragazze sulla valuta digitale e altre tecnologie.
All'inizio del 2021 Roya si rese conto che il governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti, pur avendo avuto un impatto positivo sulle donne nel suo Paese, non sarebbe durato per sempre. Cercò di convincere i suoi genitori a convertire parte dei loro risparmi in Bitcoin, ma non vollero ascoltarla. Quell'estate Kabul cadde nelle mani dei talebani in poche settimane. La maggior parte delle persone in fuga perse tutto: il denaro non poteva essere trasferito oltre confine e la fuga improvvisa non diede ai cittadini il tempo sufficiente per liquidare e vendere i propri beni. Così i genitori di Roya, come molti altri, subirono una catastrofe finanziaria, ma non lei, né le ragazze che avevano scoperto la valuta digitale, il cui valore era custodito su Internet ed era accessibile tramite una password che poteva essere annotata, nascosta, inviata a un amico all'estero, o persino memorizzata.
Oggi, dopo oltre 1.300 giorni in cui alle ragazze afghane è stato impedito di andare a scuola, Roya continua a finanziare l'istruzione clandestina in Afghanistan con Bitcoin. Le insegnanti, che ricevono i pagamenti direttamente da Roya e dal suo team, possono spenderli sui mercati peer-to-peer, o scambiarli con denaro contante tramite contatti locali. È tecnologicamente impossibile utilizzare il sistema bancario basato sul dollaro per svolgere questo lavoro cruciale, ma con Bitcoin è semplice.
Libertà monetaria
La lotta per la libertà monetaria è profondamente radicata in molti movimenti democratici globali. Nonostante la questione della valuta venga perlopiù ignorata nei rapporti sui diritti umani, i meccanismi monetari sono al centro di alcune delle più grandi lotte democratiche a livello mondiale, sia dal punto di vista ideologico che logistico.
Basti guardare agli 85 anni di lotta per l'indipendenza e la democrazia in Togo, ex-colonia francese nell'Africa occidentale, incastonata tra Ghana e Nigeria. Quando l'impero francese si ritirò dai suoi possedimenti nella regione tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, emerse in Togo una figura tenace a favore della democrazia: Sylvanus Olympio. Leader visionario e fervente sostenitore dei diritti democratici nel Paese appena indipendente, uno degli obiettivi più importanti di Olympio era la libertà monetaria.
Nell'ambito del colonialismo francese, Parigi impose il franco coloniale (CFA) ai suoi sudditi, ottenendo il controllo e la rendita sulla manodopera e sulle risorse di quelle regioni. Olympio voleva porre fine a tale dominio e si fece promotore di una valuta controllata autonomamente per il suo nuovo Paese. Nel gennaio del 1963, pochi giorni prima che questa riforma venisse promulgata, Olympio fu assassinato da sicari paramilitari francesi e al suo posto fu insediato un dittatore di nome Gnassingbé Eyadéma. Gnassingbé avrebbe governato per oltre quarant'anni e suo figlio continua ancora oggi a opprimere il Togo. Gli elementi chiave del dominio della sua famiglia sono il sostegno militare francese e l'utilizzo del CFA da parte del Togo. L'accordo garantisce alla Francia il diritto di prelazione sulle esportazioni del Paese (tra cui petrolio, uranio e legname); storicamente ha permesso alla Francia di custodire e utilizzare come garanzia le riserve auree nazionali del Togo; e offre alla Francia un mercato enorme (il Togo è uno dei quindici Paesi CFA dell'Africa occidentale e centrale, che ospita trecento milioni di persone) per vendere merci a prezzi artificialmente elevati.
Farida Nabourema è un'attivista per la democrazia di terza generazione del Togo e la sua famiglia si batte per la libertà monetaria fin dai tempi coloniali. Suo nonno combatté contro i francesi e suo padre si oppose al regime di Gnassingbé, il che gli causò frequenti arresti e la successiva esclusione totale da qualsiasi servizio bancario, o finanziario. Anche Farida è diventata un'attivista, contribuendo a mobilitare nel 2009 oltre un milione di togolesi nelle piazze, quando era ancora una studentessa universitaria. Anche a lei è stato negato l'accesso ai servizi bancari, come a quasi tutti i membri del movimento democratico togolese. Poiché la dittatura di Gnassingbé controlla il sistema finanziario, il regime può facilmente censurare i “dissidenti”, rendendo molto difficile la mobilitazione e la crescita dei movimenti per i diritti umani e di protesta.
Farida sta contrastando la situazione su due fronti: in primo luogo contro il sistema del franco CFA e la mancanza di libertà monetaria in Togo, e in secondo luogo contro il controllo tirannico dell'attività economica esercitato da Gnassingbé. Lo sta facendo con Bitcoin. Quello che inizialmente era un utilizzo personale della valuta digitale per trasferire denaro sia all'interno del Togo che dall'estero a gruppi che promuovono la democrazia (cosa impossibile con i dollari statunitensi), sotto la guida di Farida si è trasformato in una tattica a livello nazionale per educare e rafforzare il movimento democratico, in modo che il governo non possa più paralizzarlo attraverso il cosiddetto debanking.
Vedendo l'impatto di Bitcoin sulla lotta per la democrazia nel suo Paese, Farida ha voluto condividere queste lezioni in tutto il continente. Nel 2022 ha inaugurato l'Africa Bitcoin Conference. Giunta ormai alla sua quarta edizione, la conferenza riunisce attivisti, educatori e imprenditori nell'ecosistema Bitcoin provenienti da oltre quaranta Paesi africani. I partecipanti condividono consigli e strumenti in un percorso comune per costruire un'economia africana peer-to-peer al di fuori del controllo statale. Per Farida, e per molti altri, non ci sarà democrazia in Togo, o in Africa, finché il denaro non sarà democratizzato e il controllo non sarà nelle mani del popolo. Considerano Bitcoin una delle poche soluzioni che offrono alle persone una via d'uscita sia dal colonialismo che dalla dittatura.
Una rivoluzione silenziosa
Il movimento democratico cubano rimane frammentato, isolato e gravemente sottofinanziato. Ciò è dovuto in parte alla difficoltà di far entrare e uscire denaro dal Paese. Nel 2021 il Partito Comunista iniziò a smantellare il sistema a due livelli del peso cubano, in cui i dipendenti statali guadagnavano pesos cubani, scambiati a un tasso di 24 per dollaro, mentre gli stranieri utilizzavano pesos cubani convertibili, scambiati alla pari con il dollaro. Il sistema di ancoraggio si rivelò insostenibile e il peso fu di fatto lasciato fluttuare liberamente. Questo provocò un'iperinflazione, con il peso che ora viene scambiato a oltre trecento per dollaro, decimando i salari della maggior parte dei lavoratori dell'isola.
Il nuovo piano statale per attrarre valuta estera pregiata è la Moneda Libremente Convertible (MLC), dal nome fuorviante, che funziona un po' come una carta regalo per i cubani, permettendo loro di acquistare articoli di qualità in negozi più raffinati. I commercianti che vendono carne, elettronica, o abbigliamento di buon livello accettano solo MLC. Tuttavia i pesos guadagnati con il tradizionale lavoro statale non sono convertibili in MLC e possono acquistare solo beni di prima necessità, pertanto i cubani devono chiedere a familiari, o amici all'estero, di “ricaricare” il loro conto MLC con euro, real, dollari canadesi e valute simili. Il regime raccoglie la valuta estera pregiata e accredita ai singoli individui la MLC, che possono utilizzare per acquistare ciò di cui hanno bisogno.
Per evitare questa miseria e la ricerca di rendite, un numero crescente di cubani si è rivolto al Bitcoin. Ho intervistato decine di cubani sull'isola che avevano iniziato a usare e risparmiare Bitcoin nel 2020, quando uno veniva scambiato a circa $5.000. Immaginate di risparmiare il vostro stipendio in una valuta, il peso cubano, che è crollata del 90% rispetto a risparmiare in una valuta che si è apprezzata del 2.000%, se aveste optato per il Bitcoin. Questa è una decisione che moltissimi cubani hanno preso per necessità negli ultimi cinque anni.
Oggi a Cuba esistono scuole clandestine che insegnano ai cittadini come usare Bitcoin in modo sicuro, come spenderli e come educare i commercianti locali ad accettarli. My First Bitcoin, una guida educativa open-source sviluppata inizialmente in El Salvador, è stata trasformata dai cubani in una versione popolare sull'isola, offrendo agli adolescenti (e a chiunque altro) un modo semplice e accessibile per imparare a conoscere la valuta digitale.
Ora, a Cuba, prima che altrove, stanno prendendo piede nuovi strumenti basati su Bitcoin. Un esempio è eCash, una tecnologia per la privacy finanziaria inventata negli anni '80 dal crittografo David Chaum, che ha riacquistato popolarità negli ultimi anni dopo essere stata ricostruita a partire da Bitcoin. L'idea è che i Bitcoin vengano inviati a una “zecca” di eCash, che fornisce agli utenti “denaro digitale” completamente privato, trasferibile istantaneamente ed estremamente economico, spendibile anche in assenza di connessione Internet: una caratteristica molto utile a Cuba. Come funziona? Allo stesso modo delle carte di credito tradizionali: solo il commerciante, che deve ricevere informazioni alfanumeriche dal cliente, ha bisogno di Internet.
Ogni giorno le famiglie all'estero inviano rimesse a Cuba con Bitcoin, gli attivisti per la democrazia spezzano le catene finanziarie con Bitcoin e i comuni cittadini cubani scelgono di abbandonare il corrotto sistema peso-MLC per utilizzare Bitcoin. E il regime non può farci nulla. Questa è una rivoluzione silenziosa e pacifica che, lentamente ma inesorabilmente, sta arricchendo i singoli individui e offrendo loro una via di fuga dalla tradizione comunista del furto di stato.
Un'ancora di salvezza per i movimenti democratici
Negli ultimi cinque anni, in luoghi diversi come Bielorussia, Hong Kong, India, Nicaragua, Nigeria e Russia, i regimi autoritari hanno preso di mira i difensori dei diritti umani con la repressione finanziaria. In Bielorussia la stampa indipendente è stata sistematicamente privata dei servizi bancari; a Hong Kong qualsiasi azienda, o organizzazione affiliata al movimento pro-democrazia, ha visto i propri conti bancari congelati; in India il Primo Ministro, Narendra Modi, ha avviato una campagna di debanking, prendendo di mira il principale partito di opposizione del Paese, nonché ambientalisti, Amnesty International e attivisti contro la schiavitù; in Nicaragua il regime di Daniel Ortega ha privato dei servizi bancari persino la chiesa e le università per consolidare ulteriormente il controllo del dittatore; in Nigeria il governo ha congelato le app fintech utilizzate dalla Feminist Coalition (FemCo), il movimento al centro delle proteste #EndSARS del 2021, per bloccarne l'accesso ai finanziamenti; in Russia importanti organizzazioni a favore della democrazia, tra cui la Fondazione anticorruzione di Alexei Navalny, hanno visto revocato il loro accesso alle banche e i fondi confiscati.
In ogni caso, Bitcoin viene utilizzato a livello locale per sostenere la resistenza democratica, anche quando gli stati cercano di fermarla. In Bielorussia i pagamenti in Bitcoin sono diventati una pratica comune nell'attivismo, ampiamente utilizzati soprattutto da gruppi della società civile guidati da giovani come BYSOL, poiché l'alternativa digitale è più sicura rispetto al trasporto di banconote attraverso il confine. A Hong Kong i prigionieri politici incarcerati durante le proteste contro la Legge sulla Sicurezza Nazionale vengono ora rilasciati, ma a una condizione: non possono aprire conti bancari, pertanto alcune organizzazioni inviano loro sussidi in Bitcoin. In India gli attivisti antischiavitù a cui è stato negato l'accesso ai servizi bancari hanno trovato il modo di far arrivare fondi in Bitcoin ai loro partner all'interno del Paese, e in Nicaragua gli attivisti per la democrazia insegnano da anni a individui e gruppi della società civile come ricevere, risparmiare e spendere Bitcoin in modo che possano continuare il loro lavoro senza conti bancari. In Nigeria FemCo ha raccolto centinaia di migliaia di dollari in Bitcoin attraverso la tecnologia di raccolta fondi open source BTCPay Server, consentendo al gruppo di continuare a sostenere le proteste dopo che il governo ha bloccato i suoi tradizionali canali finanziari.
In tutti questi casi il dollaro non potrebbe funzionare: non può essere utilizzato per attività essenziali a tutela dei diritti umani. Bitcoin, invece, sì, e la sua rilevanza non potrà che aumentare nell'era delle valute digitali delle banche centrali (CBDC). Le CBDC rappresentano un modo per i governi di riappropriarsi del potere dal settore privato, emettendo moneta digitale direttamente dalle banche centrali, anziché da banche o aziende tecnologiche, come avviene oggi. Le CBDC sono anche un modo per sostituire il contante cartaceo, che tutela la privacy, con una valuta digitale governativa soggetta a sorveglianza.
Secondo il CBDC Tracker della Human Rights Foundation, uno strumento online gratuito, più di 110 governi stanno sperimentando le CBDC, e alcuni regimi autoritari, tra cui Cina e Nigeria, le hanno implementate nella vita pubblica quotidiana. In un futuro dominato dalle CBDC, gli stipendi potrebbero avere tassi di interesse negativi o date di scadenza, e la conoscenza in tempo reale dei flussi finanziari da parte dei governi potrebbe diventare molto più precisa. Il denaro potrebbe persino essere programmato in modo che non sia possibile acquistare determinati beni. Ad esempio, in Thailandia il governo sta distribuendo un prototipo di CBDC con spese limitate a determinati venditori, acquisti ristretti a determinati beni e fondi che scadono dopo sei mesi. Questo è un incubo per le libertà civili, ma che può essere aggirato con Bitcoin.
Bitcoin, non crittovalute o blockchain
Una legittima obiezione sollevata da molti critici delle valute digitali è: che dire di tutte le truffe? Che dire di FTX, o di tutti gli schemi Ponzi legati alle crittovalute? In realtà le “crittovalute” sono, in senso lato, una gigantesca truffa. Delle oltre ventimila “crittovalute” esistenti, a parte Bitcoin e le stablecoin, poche hanno un'utilità reale. Quasi il 100% di questi token è stato lanciato con il solo scopo di arricchire i suoi creatori a spese degli investitori, i quali acquistano i token a un prezzo gonfiato nella speranza di guadagnare. Funziona più o meno così: un gruppo di persone crea “Democracy Coin” e poi convince un importante exchange a quotarla a 5 centesimi per token. Oltre ai costi di marketing, coniare cento milioni di token è praticamente gratuito, e cinquanta milioni vengono venduti agli addetti ai lavori a un centesimo per token. Quindi i creatori hanno già guadagnato $500.000 e i restanti token vengono offerti sul mercato. Il risultato: il token solitamente sale un po' all'inizio fino a essere scambiato a 10 centesimi (permettendo agli insider di guadagnare altri $500.000 o più) prima di crollare fino a frazioni di centesimo. Naturalmente gli insider hanno un prezzo prestabilito al momento della vendita, lasciando gli altri a mani vuote.
Questi imbrogli, ovviamente, non hanno nulla a che vedere con l'attivismo per i diritti umani, né li hanno FartCoin, DogeCoin o TrumpCoin. Sono semplicemente schemi per arricchirsi velocemente. Gli utenti dovrebbero sapere che vengono solo derubati. Ecco perché è fondamentale distinguere le “crittovalute” da Bitcoin, il quale offre una vera decentralizzazione, resistenza alla censura e scarsità digitale.
La prossima volta che qualcuno chiede informazioni su “crittovalute” o “blockchain”, chiedetegli: a quale token si riferisce? Solana? Ethereum? Zcash? Shiba Inu? Questo di solito porta a una conversazione molto più produttiva e specifica. E se non riescono a essere specifici, è un campanello d'allarme, soprattutto in un mondo in cui così tanti emittenti di token cercano di ingannare le organizzazioni non profit per indurle a usare i loro token, in modo da poter vantare una maggiore adozione nel mondo reale.
Bisogna ammettere che le stablecoin hanno effettivamente un'utilità umanitaria a livello globale. In molti Paesi sono persino più popolari di Bitcoin (soprattutto la variante Tether su Tron). Il che è comprensibile: la maggior parte delle persone vive in luoghi dove la valuta fiat è un disastro, con un'inflazione incredibilmente alta e quindi cerca rifugio nel dollaro. Una stablecoin è sostanzialmente un eurodollaro che si può tenere in tasca senza documenti d'identità: in pratica un dollaro offshore emesso al di fuori del sistema bancario statunitense, senza alcuna delle garanzie e protezioni offerte dal sistema bancario americano.
Le stablecoin offrono alle persone accesso al dollaro, il che rappresenta spesso un grande vantaggio rispetto alla valuta fiat locale, ma comporta numerosi rischi. In primo luogo tutte le stablecoin in circolazione oggi sono centralizzate e possono essere, e spesso lo sono, confiscate o censurate. In secondo luogo possono perdere il loro ancoraggio e azzerarsi, come è successo qualche anno fa con TerraLuna. In terzo luogo aumentano il potere statale e l'effetto rete della moneta statale. In prospettiva suggerisco che, nell'ottica di promuovere la democrazia, si considerino le valute digitali in tre modi: Bitcoin, stablecoin e tutte le altre.
Rispondere alle critiche rivolte a Bitcoin
Bitcoin, ovviamente, non è una panacea, ma gli attivisti per la democrazia lo sanno. Sanno come gestire la volatilità della valuta, come scambiarla con valute fiat locali come dollari, euro o pesos, e come utilizzarla con un discreto livello di privacy. O almeno, queste informazioni sono reperibili online ovunque.
La stragrande maggioranza dei critici di Bitcoin vive negli Stati Uniti, o in Europa, ed è accecata da un enorme privilegio finanziario. Ciò significa che la valuta con cui sono nati è accettata in tutto il mondo; per loro è facile acquistare azioni e obbligazioni per proteggersi dalla svalutazione; possono inviare denaro senza problemi ad amici e parenti; i governi locali proteggono i loro risparmi durante una corsa agli sportelli; il denaro non è soggetto a una censura politica così aggressiva. Ma questo vale solo per circa un miliardo di persone che hanno avuto la fortuna di nascere in Paesi con valute di riserva, stato di diritto, libertà di parola e diritti di proprietà. Gli altri sette miliardi di persone sul pianeta sono nate in Paesi con valute al collasso o regimi autoritari. La loro valuta è praticamente inutile al di fuori del loro Paese e il loro strumento di risparmio medio è qualcosa come banconote in declino, lamiere, o bestiame.
Molti intellettuali, giornalisti, accademici e politici occidentali rifiutano Bitcoin perché il loro sistema monetario ha sempre funzionato abbastanza bene per loro e considerano le alternative sciocche, dannose, o uno spreco. Questo ragionamento, basato su privilegi finanziari, svanirà man mano che più persone scopriranno la verità su Bitcoin e sulle falle del sistema monetario globale. Le critiche più diffuse a Bitcoin si dividono principalmente in tre categorie: volatilità e adozione, consumo energetico e criminalità.
Sulla volatilità e l'adozione. A questo punto gli utenti di Bitcoin sanno che il tasso di cambio col dollaro varia ogni giorno e attraversa cicli. Da un centesimo a oltre $100.000, il percorso di Bitcoin non è stato lineare. È meglio considerare Bitcoin come un ottimo strumento di risparmio a medio-lungo termine se si prevede di risparmiare per cinque anni o più. Se l'orizzonte temporale è inferiore, si tratta indubbiamente di un investimento più rischioso. Ma la maggior parte degli operatori per i diritti umani non risparmia capitali per molti anni. Utilizza Bitcoin per le sue altre caratteristiche: come mezzo per trasferire valore da un luogo all'altro al di fuori del controllo governativo. Una volta che Bitcoin raggiunge la sua destinazione, il destinatario può venderlo, scambiarlo con denaro contante o stablecoin, oppure spenderlo.
Gli utenti di Bitcoin in Paesi come Brasile, Costa Rica, Ghana e Kenya possono utilizzare app come Tando per spendere i propri Bitcoin con qualsiasi commerciante o fornitore di servizi. Ad esempio, potreste scendere da un taxi a Nairobi e chiedere se è possibile pagare con il servizio di moneta elettronica M-Pesa, che è lo standard in Africa. Se l'autista acconsente, potete utilizzare l'app Tando per pagare in Bitcoin. L'autista riceverebbe scellini kenioti senza dover sapere nulla di Bitcoin. Queste app stanno crescendo in numero e diffusione in tutto il mondo e, in combinazione con piattaforme di spesa come Bitrefill e Azteco, semplificano notevolmente le operazioni con Bitcoin per gli attivisti. Siamo solo all'inizio dell'adozione da parte degli esercenti. Square, che gestisce oltre quattro milioni di lettori di pagamenti digitali negli Stati Uniti e in altri Paesi, attiverà i pagamenti in Bitcoin a metà del 2025. Questo aiuterà gli attivisti e altri residenti negli Stati Uniti che desiderano integrare pienamente Bitcoin nella loro vita.
Sul consumo energetico. I miner Bitcoin, computer specializzati che utilizzano l'elettricità per proteggere la rete Bitcoin, sono come i veicoli elettrici: nessuno dei due produce emissioni. Come per i veicoli elettrici, ciò a cui dobbiamo prestare attenzione è il mix energetico dell'elettricità che alimenta i miner. E la realtà è che il mix che alimenta la rete Bitcoin è più ecologico (il 52,4% dei miner utilizza risorse sostenibili) rispetto alla rete elettrica statunitense che alimenta i veicoli elettrici americani (solo il 40% di quell'energia proviene da fonti sostenibili) e sta diventando sempre più ecologico di anno in anno. Il mining di Bitcoin è un settore estremamente competitivo con margini di profitto minimi. I miner cercano incessantemente l'energia più economica sulla Terra e l'energia più economica è sempre l'energia non sfruttata, sprecata, o comunque inutilizzata. I miner non possono competere con gli acquirenti di energia residenziali, o industriali. Fallirebbero.
Al contrario, il mining è sempre più attratto da fonti energetiche di base: idroelettrica, nucleare, o geotermica, dove la domanda non corrisponde completamente all'offerta e l'energia a volte rimane inutilizzata; fonti energetiche intermittenti come l'eolico e il solare, che spesso producono energia in momenti della giornata in cui la domanda non raggiunge il picco; e il metano. In tutti i casi, i miner di Bitcoin sono ben disposti a pagare per consumare energia da queste fonti, riducendo il loro inquinamento praticamente a zero.
Sulla criminalità. Gli oppositori di Bitcoin, ovviamente, cercheranno di screditare qualsiasi utente definendolo “criminale”. E sebbene sia vero che tutti gli attivisti per la democrazia menzionati in questo saggio siano considerati criminali dai loro governi, non è questo il punto. Per comprendere meglio, possiamo paragonare gli utenti di Bitcoin a quelli di un'altra tecnologia open source: Signal. Chiunque può usare Signal, ma conferisce un potere asimmetrico ai singoli individui, non agli stati. Non è così significativo che Putin possa scambiarsi messaggi segreti con sua figlia, ma è significativo che decine di milioni di russi possano scambiarsi messaggi segreti e cospirare contro di lui. Allo stesso modo, non è così importante che i criminali possano usare Bitcoin (la maggior parte non lo fa, poiché è molto difficile acquistare o vendere grandi quantità senza lasciare traccia), dato che le grandi organizzazioni criminali hanno ottimi collegamenti bancari: i cartelli usano HSBC, Hamas usa banche con sede in Qatar, i dittatori controllano le proprie banche e così via.
In definitiva, i dittatori sono i veri criminali, e per loro Bitcoin è una catastrofe. L'invenzione di Satoshi Nakamoto restituisce il denaro al popolo, garantendogli libertà di parola, diritti di proprietà e mercati finanziari aperti. Questo è esattamente ciò che i dittatori temono di più, perché hanno bisogno di censura, confisca e mercati finanziari chiusi per sopravvivere. Ecco perché i tiranni criminalizzano i pagamenti in Bitcoin, a loro non piace il denaro che non possono controllare.
Introduzione a Bitcoin
Per tutti coloro che elargiscono sovvenzioni o che operano in organizzazioni non profit, integrare Bitcoin nel proprio lavoro vi renderà donatori o attivisti più efficaci, e ci sono alcuni passi immediati che potete intraprendere per iniziare. Se vi occupate di erogazioni, iniziate con l'erogazione di piccoli contributi in Bitcoin, anche solo per risparmiare tempo e stress al vostro team. Inviare un pagamento in Bitcoin in un contesto politico difficile richiede pochi minuti, a differenza delle ore o dei giorni che a volte occorrono per trasferire denaro attraverso il sistema bancario da Washington o New York a un Paese come il Sudan o la Birmania. Quando erogate una sovvenzione, chiedete al beneficiario se preferisce un bonifico bancario o Bitcoin: potreste rimanere sorpresi da quanti scelgono quest'ultima opzione. Una volta che i vostri contabili avranno erogato una sovvenzione in Bitcoin anziché tramite bonifico bancario, non vorranno più tornare indietro.
Se siete un'organizzazione della società civile che riceve finanziamenti, la prima cosa da fare è iniziare a usare Bitcoin. È molto più facile di quanto non lo fosse cinque anni fa: le app sono molto migliori e la valuta è più ampiamente accettata e conosciuta. Potete imparare con un libro (come quello che ho pubblicato io, ndT) oppure partecipare a un evento Bitcoin e chiedere aiuto. Un buon obiettivo è acquisire familiarità con la ricezione, la detenzione e la spesa di Bitcoin senza utilizzare servizi di custodia o fornire informazioni personali. Per chi combatte una dittatura, non è sicuro conservare Bitcoin presso un'azienda sotto il controllo del governo o collegare i propri Bitcoin alla propria identità. Tra i wallet per principianti con cui imparare ci sono Muun per Bitcoin on-chain, Phoenix o Wallet of Satoshi per Lightning Network, oppure Fedi o Zeus per eCash.
Il passo successivo consiste nell'imparare a ricevere passivamente donazioni in Bitcoin tramite un widget sul sito web della propria organizzazione, cosa che può essere facilmente realizzata con un software open source come BTCPay Server. I donatori spesso preferiscono donare Bitcoin perché non sono soggetti a imposte sulle plusvalenze quando vengono donati a un ente di beneficenza o a un istituto scolastico registrato. È fondamentale non utilizzare un servizio che preleva immediatamente i Bitcoin e li converte in dollari o euro; è preferibile imparare ad accettare Bitcoin direttamente e a conservarli in modo sicuro (senza affidarsi a un custode di terze parti) con l'aiuto di un'azienda come Casa o Unchained, che offre soluzioni di “custodia collaborativa”. In questo caso, invece che la vostra organizzazione detenga l'unica chiave privata (password) per accedere ai Bitcoin, viene creato un “account” con tre password, di cui due necessarie, ad esempio, per prelevare i fondi. Ciò consente di distribuire il rischio a livello geografico, o sociale, e di custodire i fondi dell'organizzazione in modo tale che le operazioni non vengano interrotte se una persona perde la password o si disconnette.
Una volta che avrete familiarità con la ricezione e la conservazione di Bitcoin, potrete iniziare a utilizzarli per erogare sovvenzioni, pagare gli stipendi, o acquistare beni e servizi nella vostra economia locale. Rimarrete sorpresi da quanti commercianti sono disposti ad accettare Bitcoin se richiesto. Dopodiché quando vi sentirete a vostro agio nell'effettuare pagamenti in un nuovo sistema in cui avete il controllo e nessuno può impedirvelo, sarà il momento di iniziare ad apprendere e integrare altre tecnologie e strumenti di intelligenza artificiale open source.
Leopoldo López, ex-prigioniero politico venezuelano e attivista per la democrazia, sta aprendo la strada a questa innovazione al World Liberty Congress, dove sta mettendo a frutto la sua pluriennale esperienza nella formazione di attivisti per progettare un nuovo tipo di apprendimento online. Gli utenti parteciperanno ai seminari online del World Liberty Congress utilizzando un protocollo sociale decentralizzato chiamato Nostr, accessibile a tutti. A differenza di Zoom o Teams, Nostr non richiede agli utenti di condividere informazioni personali con aziende o governi. Tutto ciò che serve per configurare un'app Nostr è una chiave pubblica e una privata (indirizzo email e password). Da lì si diventa proprietari dei propri dati e della propria identità online, potendo passare facilmente da un client all'altro come Primal o Damus, invece di rimanere intrappolati nel web odierno su YouTube, X o Instagram, impossibilitati a trasferire follower o post da una piattaforma all'altra. Nostr è inoltre integrato con Bitcoin, in modo che, partecipando a un corso online, gli insegnanti possano facilmente inviare piccole quantità di Bitcoin, che possono essere condivise con qualsiasi creatore online, indipendentemente dal luogo in cui si trova, senza bisogno di conti bancari o documenti cartacei.
Come spiega López, X è stato bandito in Venezuela, quindi la possibilità di accedere a una rete di comunicazione che non può essere semplicemente attivata e disattivata è enorme, soprattutto perché connette gli utenti anche a una rete monetaria globale altrettanto inarrestabile. Gli ultimi passi sono gli strumenti di intelligenza artificiale open source e il “vibe coding” per l'attivismo. Quest'ultima è una nuova tecnica, coniata dall'ex-direttore dell'IA di Tesla, Andrej Karpathy, che consente alle persone di utilizzare app basate sull'IA come Replit o Goose per creare nuove app, siti web, presentazioni, o report senza conoscere una riga di codice. Esistono anche agenti di IA che tutelano la privacy, come Maple, i quali possono aiutare i dissidenti in situazioni difficili. Armati di strumenti come Bitcoin, Nostr e vibe coding, gli attivisti di oggi sono più potenti che mai. Possono organizzare, effettuare transazioni e ampliare il loro lavoro senza dipendere da aziende che espongono i loro dati personali.
López non è l'unico attivista di spicco a utilizzare la “tecnologia della libertà”: anche Srdja Popovic, fondatore di Otpor!, il movimento di protesta non violento serbo che ha rovesciato Slobodan Miloševiæ, lo fa. Il suo Centro per le azioni e le strategie non violente applicate (CANVAS) fornisce ai movimenti pro-democrazia non violenti consigli e tattiche per il successo. CANVAS ha integrato la formazione su Bitcoin nel suo lavoro, come hanno fatto molti altri. Un breve elenco si trova sulla homepage della Bitcoin Humanitarian Alliance, un gruppo di una dozzina di organizzazioni non profit che si occupano di diritti umani e lavoro umanitario utilizzando Bitcoin come mezzo per ricevere donazioni, conservare fondi, pagare gli stipendi ed eludere i tiranni.
Denaro libero
Bitcoin è in crescita. Questa tendenza non si riflette solo nelle storie qui raccontate, ma anche nei dati. Quest'estate il Tech Policy Institute della Cornell Brooks School ha avviato il Global Bitcoin Adoption Index, un'iniziativa di ricerca che ha coinvolto 25.000 persone in 25 Paesi per valutare l'adozione di Bitcoin e stablecoin a livello mondiale. I risultati sono significativi: in molti grandi Paesi, comprese democrazie e autocrazie in declino come India, Kenya, Nigeria, Russia e Turchia, oltre un quarto dei cittadini dichiara di utilizzare o di aver utilizzato Bitcoin in passato. Ciò equivale a decine, se non centinaia, di milioni di persone. La curva di adozione ricorda quella di Internet verso la fine degli anni '90, quando molte persone in Paesi come gli Stati Uniti utilizzavano Internet ma ancora con modem a 56k e l'iPhone sarebbe arrivato solo dieci anni dopo.
Le conferenze su Bitcoin stanno proliferando in tutto il mondo in via di sviluppo, dal Sud-est asiatico all'Africa all'America Latina, e sono frequentate da numerosi utenti Bitcoin provenienti da decine di Paesi autoritari. I materiali didattici sono migliori, più diffusi e disponibili in più lingue che mai. Le applicazioni offrono una migliore esperienza utente, più opzioni e una maggiore connettività con il sistema finanziario in generale. Grazie all'avvento di innovazioni come Lightning Network ed eCash, la privacy degli utenti Bitcoin può essere più sicura che mai. E grazie all'aggiornamento di Square che ha permesso ai suoi quattro milioni di lettori di accettare Bitcoin e alle integrazioni di app come Tando in Kenya e Bitcoin Jungle in Costa Rica, decine di milioni di persone possono spendere Bitcoin nelle proprie economie locali senza doverli prima convertire in valuta fiat.
Anche il numero di sostenitori dell'ecosistema Bitcoin è in crescita. Ad esempio, la Reynolds Foundation è una nuova organizzazione benefica la cui missione, in parte, è quella di ridurre il “deficit democratico” nella filantropia. Secondo i suoi dirigenti, solo un dollaro su cento speso a livello mondiale per cause filantropiche è destinato alle libertà civili e al lavoro per la democrazia. E di quel dollaro, meno di dieci centesimi vengono spesi all'interno di regimi autoritari. Se la Reynolds Foundation e altre organizzazioni riusciranno a colmare questo deficit e a orientare la filantropia mondiale maggiormente verso il sostegno alla libertà, avranno bisogno degli strumenti giusti per svolgere un tal lavoro, ed è per questo che hanno iniziato a concedere sovvenzioni a organizzazioni come OpenSats che stanno costruendo l'infrastruttura Bitcoin a livello mondiale.
Presto tutti i finanziatori seri utilizzeranno Bitcoin, forse non per ogni donazione, ma per i finanziamenti che devono essere erogati rapidamente, laddove altri fondi non possono arrivare, soprattutto per sostenere le persone impegnate in attività a favore della democrazia in contesti politici difficili. Proprio come gli attivisti per i diritti umani hanno portato Twitter da nicchia a piattaforma mondiale attraverso eventi come la Primavera araba, essi potrebbero svolgere un ruolo di avanguardia simile nella diffusione dell'uso di Bitcoin. Se consideriamo l'adozione di sistemi di messaggistica privata crittografata (Signal, WhatsApp) da parte degli attivisti, rari nel 2010 ma quasi onnipresenti nel 2020, possiamo ragionevolmente ipotizzare che Bitcoin, che nel 2020 stava appena iniziando a diffondersi tra gli attivisti, diventerà una valuta standard per l'attivismo a favore dei diritti umani e non solo entro il 2030.
I governi, dal canto loro, stanno facilitando l'adozione di Bitcoin da parte delle organizzazioni non profit. Alcuni, tra cui gli Stati Uniti, sono attratti dall'idea di “riserve strategiche di Bitcoin”, in cui i governi potrebbero accumulare Bitcoin per integrare le riserve di hard asset come oro e petrolio. Altri sono interessati a utilizzare Bitcoin come valuta commerciale neutrale, o come mezzo per convertire le riserve energetiche in capitale. Persino leader che non desiderano che la propria popolazione utilizzi Bitcoin come moneta stanno normalizzando Bitcoin nella cultura attraverso le loro parole e azioni.
Le transizioni pacifiche sono molto più efficaci di quelle violente, e non abbiamo mai visto nulla di simile alla protesta mondiale pacifica di Bitcoin. Basta guardare i documenti depositati presso gli exchange (solo Coinbase ha segnalato oltre cento milioni di utenti, molti dei quali utenti Bitcoin, nel 2025), le decine di milioni di download di wallet autocustodial e gli oltre dieci milioni di dispositivi di cold storage venduti, per capire che il passaggio dall'uso del denaro tradizionale a Bitcoin è probabilmente la più grande protesta pacifica della storia. La parte più interessante è che si tratta di un'azione silenziosa e non coordinata, molto meno rischiosa rispetto allo scendere in piazza.
Ogni giorno la portata di Bitcoin è fonte di ispirazione, anche nei luoghi più oscuri. Ha aiutato le persone a sopravvivere sotto assedio ad Aleppo; ha sostenuto le famiglie in Libano; ha portato aiuti a Gaza, in Birmania e in Sudan; e ha persino contribuito a salvare i rifugiati nordcoreani bloccati nella Cina nord-orientale. Bitcoin garantisce diritti di proprietà, connette le persone al mondo e mantiene viva la resistenza, spesso in luoghi dove nient'altro può arrivare. Nel gennaio 2009, quando Bitcoin fu buttato nella mischia, Satoshi Nakamoto probabilmente non avrebbe mai immaginato dove avrebbe portato questa invenzione. Ma oggi possiamo affermare, quantomeno, che si è guadagnato il titolo di “moneta della libertà”.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Da risorsa a passività: lo Stretto di Hormuz è ora il punto debole più grande dell'Iran
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/da-risorsa-a-passivita-lo-stretto)
Per mezzo secolo lo Stretto di Hormuz è stato l'arma dell'Iran; oggi è il suo cappio. I principi matematici dell'energia si sono capovolti e con essi l'equilibrio del potere coercitivo nel Golfo Persico.
La strategia di deterrenza implicita dell'Iran era di natura geografica e si estendeva dalle guerre alle petroliere negli anni '80 alle tensioni legate alle sanzioni negli anni 2010. Quasi il 20% del petrolio trasportato via mare a livello mondiale, e una quota simile di gas naturale liquefatto, transita attraverso lo Stretto. La formula era semplice: qualsiasi confronto militare che minacciasse il regime di Teheran rischiava di provocare una chiusura che avrebbe bloccato gli scambi commerciali, fatto impennare i prezzi del greggio, danneggiato i consumatori occidentali e, soprattutto, inflitto gravi danni agli Stati Uniti, che erano il maggiore importatore di petrolio al mondo.
Lo Stretto fungeva da polizza assicurativa per Teheran e da suo più potente strumento di negoziazione. La minaccia si basava sulla convinzione del regime di poter bloccare chiunque tranne le proprie esportazioni. Il regime iraniano ha rivelato la sua più grande debolezza minacciando costantemente di danneggiare l'economia mondiale attraverso la chiusura dello Stretto. In realtà una chiusura totale avrebbe l'impatto più grave sull'Iran.
Quasi il 90% delle esportazioni di petrolio greggio dell'Iran e circa l'80% delle sue esportazioni totali dipendono dal transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Circa il 25% del PIL iraniano e il 60% delle entrate statali dipendono completamente dalla navigabilità dello Stretto.
Prima della guerra l'Iran esportava circa 1,7 milioni di barili al giorno, ricavando circa $160 milioni al giorno dalle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Pertanto la chiusura totale dello Stretto voluta da Trump costa a Teheran centinaia di milioni di dollari al giorno in perdite, senza contare le ulteriori conseguenze fiscali e monetarie in un Paese già alle prese con una catastrofe economica, con un'inflazione del 40-50%. La completa dipendenza dallo Stretto di Hormuz aggrava ulteriormente la situazione: il 95% del petrolio greggio iraniano trasportato via mare viene venduto a un unico acquirente, la Cina. Teheran non vende in un mercato aperto e diversificato. Le sue esportazioni sono destinate a un monopsonio che impone forti sconti, tra i $10 e gli $11 al barile.
Queste debolezze erano evidenti ben prima della guerra. La fuga di capitali ha raggiunto i $15 miliardi solo nella prima metà del 2025; il rial è crollato rispetto al dollaro e il bilancio governativo, che destina il 51% delle entrate petrolifere al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, è diventato ancor più dipendente da un'unica rotta di esportazione che non può permettersi di chiudere. Allo scoppio della guerra le spedizioni di greggio iraniano sono crollate del 94%. Successivamente la decisione degli Stati Uniti di bloccare tutte le navi mercantili iraniane adibite all'esportazione ha dimostrato che il punto di strozzatura dell'Iran si è trasformato in un vero e proprio soffocamento.
Negli ultimi 30 giorni l'80% dei volumi essenziali che transitavano attraverso lo Stretto è stato reindirizzato, o compensato, da altri produttori di petrolio, comprese le esportazioni record degli Stati Uniti.
Il mondo è molto diverso da come lo immaginava il regime iraniano. Nel 2025 la produzione statunitense di petrolio greggio ha raggiunto un nuovo record annuale di 13,6 milioni di barili al giorno, rendendo gli Stati Uniti il più grande produttore al mondo, ma anche il maggiore esportatore. Nel marzo 2026 gli Stati Uniti hanno esportato 5,2 milioni di barili al giorno di greggio e 7,2 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi, entrambi record mondiali. Per la prima volta l'America ha esportato più petrolio di quanto ne abbia importato, con un margine netto di quasi 2,8 milioni di barili al giorno, secondo l'EIA. La produzione totale di idrocarburi liquidi negli Stati Uniti supera ora quella di Arabia Saudita e Russia messe insieme. Per quanto riguarda il gas naturale, le esportazioni statunitensi di GNL hanno raggiunto ben oltre 15 miliardi di piedi cubi al giorno, superando Qatar e Australia, e rendendo gli Stati Uniti il più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, mentre la produzione statunitense di gas secco supera la produzione combinata di Russia, Iran e Cina. Inoltre gli Stati Uniti sono anche il maggiore produttore mondiale di energia elettrica nucleare, con circa il 30% della produzione mondiale, e leader mondiali nel settore delle energie rinnovabili.
Quando questo mese il presidente Trump ha potuto affermare che gli Stati Uniti stavano “liberando lo Stretto di Hormuz per fare un favore a Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea e Germania”, la sua dichiarazione descriveva accuratamente chi aveva bisogno dell'apertura dello Stretto di Hormuz e chi no. Secondo SP Global, solo il 4% del traffico attraverso lo Stretto è diretto verso gli Stati Uniti.
Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, il traffico di petrolio nello stretto di Hormuz è crollato dalla sua media di lungo periodo di circa 20 milioni di barili al giorno a 3,8 milioni dall'inizio della guerra fino alla seconda settimana di aprile. I transiti navali giornalieri sono diminuiti di circa il 95%. Il regime di Teheran, con un gesto più teatrale che realistico, ha tentato di imporre un pedaggio di $2 milioni a ogni nave che attraversava lo Stretto, senza comprendere che tale mossa dimostrava disperazione anziché potere negoziale.
La risposta degli Stati Uniti è stata la misura più importante adottata contro l'Iran in due decenni di scontri. L'operazione Economic Fury ha imposto un blocco navale totale dei porti iraniani. Le perdite navali iraniane nei primi 38 giorni di combattimenti hanno superato le 150 unità. L'accordo di cessate il fuoco in fase di negoziazione prevede che l'Iran riapra Hormuz, ma gli Stati Uniti ne mantengono il controllo. Pertanto i negoziati vertono sullo smantellamento dell'Iran, non sulle concessioni americane.
La lezione non è solo che l'Iran ha commesso un errore di valutazione, ma che ha sottovalutato enormemente le proprie evidenti debolezze. Gli Stati Uniti non sono ostaggi del Golfo; sono la garanzia della sicurezza delle loro rotte marittime. L'Europa è legata al GNL statunitense, pur mantenendo una sostanziale dipendenza dalla Russia, il che complica la sua sicurezza energetica e la rende vulnerabile alle fluttuazioni di offerta e prezzo provenienti da entrambe le fonti. Le principali economie asiatiche, in particolare la Cina, stanno subendo il costo marginale di un'interruzione di Hormuz, cosa che ha portato a un aumento dei prezzi dell'energia e a incertezze nelle catene di approvvigionamento, aggravando ulteriormente le loro difficoltà economiche. L'incubo economico per l'Iran è appena iniziato.
Occorre prendere in considerazione tre fattori importanti. In primo luogo, il premio di rischio per il Brent, cosa che si riferisce al costo aggiuntivo imposto ai prezzi del petrolio a causa delle tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz; esso è strutturalmente inferiore rispetto agli anni 2010 perché l'offerta statunitense può assorbire shock che in precedenza non avevano alternative. Il prezzo del Brent è inferiore, sia in termini reali che nominali, rispetto ai picchi del 2008, 2018 e 2022. In secondo luogo, la forza del settore energetico americano, inclusi l'economia, le infrastrutture per l'esportazione e la capacità di GNL, è diventata una variabile geopolitica chiave, la quale influenza i prezzi mondiali dell'energia e le decisioni strategiche di altre nazioni. In terzo luogo, l'economia iraniana non solo ha subito danni, ma è stata letteralmente distrutta, e la sua posizione fiscale estremamente debole indica che non può sostenere la minaccia rappresentata nello Stretto di Hormuz.
Quest'ultimo rimane il punto strategico più importante al mondo. Tuttavia un punto strategico danneggia chi ne dipende maggiormente, e l'Iran ne dipende completamente... gli Stati Uniti no. Il vantaggio geopolitico che Teheran deteneva un tempo è ora diventato la sua più grande debolezza, il che probabilmente porterà alla scomparsa dell'effettivo potere negoziale del regime.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Mises, Rothbard e la teoria libertaria della guerra giusta
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/mises-rothbard-e-la-teoria-libertaria)
Stati Uniti e Israele ancora oggi sono in guerra contro l'Iran. Il conflitto è iniziato il 28 febbraio con i bombardamenti a sorpresa che hanno ucciso la Guida Suprema, Ali Khamenei, e altri alti funzionari. Da allora gli attacchi alle infrastrutture sono proseguiti, causando gravi interruzioni dei servizi essenziali e un'escalation delle tensioni nella regione. Di conseguenza l'Iran ha attaccato obiettivi nei Paesi del Golfo e ha rafforzato il suo controllo sullo Stretto di Hormuz.
Il conflitto ha danneggiato l'economia in tutto il mondo, alimentando l'inflazione e i timori di interruzioni delle catene di approvvigionamento.
La guerra è spesso considerata un modo per proteggere Israele, le nazioni del Golfo e, in ultima analisi, gli Stati Uniti da una brutale dittatura teocratica che mirava a costruire armi nucleari ed era il principale finanziatore del terrorismo mondiale. Tuttavia esiste una domanda comune tra i libertari: le idee libertarie supportano l'invio di truppe in altri Paesi per fermare la tirannia?
Ludwig von Mises, scrivendo durante la lotta contro la Germania nazista, sostenne un rapido intervento militare. Nel suo libro, Omnipotent Government: The Rise of of the Absolute State and Total War (1944), Mises affermò che statalismo, socialismo e autarchia conducono al controllo assoluto da parte dello stato, cosa che a sua volta sfocia inevitabilmente nella violenza. Il nazismo non fu un'anomalia, ma l'inevitabile conseguenza di tali linee di politica, e il compromesso era irraggiungibile. Mises sostenne che il nazismo non era solo un problema tedesco, ma anche una minaccia per le civiltà occidentali. Il lettore può notare forti parallelismi tra il regime iraniano e i suoi legami politici e terroristici con altri regimi totalitari, così come le sue politiche di “morte all'America”, “annientamento di Israele” e le sue intenzioni espansionistiche nei confronti delle nazioni sunnite.
Mises riteneva che, se il nazismo non fosse stato distrutto, il risultato sarebbe stato un'espansione del totalitarismo, cosa che avrebbe ridotto le persone a “schiavi in una società governata dai nazisti”, dove l'individuo non avrebbe avuto alcun diritto.
“La realtà del nazismo pone a tutti un'alternativa: distruggerlo, o rinunciare all'autodeterminazione, ovvero alla libertà e alla stessa esistenza come esseri umani. Se si cede, saremo schiavi in un mondo dominato dai nazisti”. Mises esortò gli Alleati a “combattere disperatamente fino a quando il potere nazista non sarà completamente annientato”.
Mises era chiaramente contrario alla neutralità, dato che affermava: “Nella situazione attuale la neutralità equivale a sostenere il nazismo”, sottolineando che una vittoria decisiva, o la sconfitta definitiva del nazismo, erano le uniche vie per ristabilire la pace e l'ordine liberale. Solo dopo la “totale distruzione del nazismo” si sarebbe potuta iniziare a costruire una società libera. Si può sostenere che Mises credesse che il governo avesse un ruolo nella protezione della civiltà dal totalitarismo.
Nel 2026 un seguace di Mises direbbe che il totalitarismo teocratico del regime iraniano, che include l'espansione della sua influenza e del suo potere a livello mondiale, la repressione del dissenso, le guerre per procura e la ricerca di armi nucleari per distruggere Israele, è simile allo statalismo nazista. Il mondo libero potrebbe ricorrere ad attacchi per distruggere la potenza militare e la leadership del regime iraniano al fine di proteggersi ed evitare una guerra più ampia nella regione o a livello mondiale. Se tutti avessero collaborato per fermare Hitler prima, la Seconda guerra mondiale forse non sarebbe scoppiata. Oggi l'uso della forza contro Teheran potrebbe potenzialmente fermare un olocausto nucleare, il terrorismo sciita, l'espansione totalitaria, o il massacro di manifestanti civili iraniani.
Murray Rothbard non condivideva questa tesi. Riteneva che tutte le guerre combattute dallo stato fossero sbagliate, a prescindere da chi fosse il nemico. Rothbard scrisse del principio di non aggressione nei suoi articoli, “Guerra, pace e lo Stato”, e nella sua più ampia teoria libertaria del conflitto. La violenza, affermava, è accettabile solo per la protezione degli individui da specifici criminali, e non contro individui innocenti o attraverso la coercizione statale. “È accettabile usare la violenza contro i criminali per proteggere il proprio diritto alla vita e alla proprietà; tuttavia è assolutamente inaccettabile violare i diritti di individui innocenti”.
Rothbard affermava che i Paesi non possono combattere guerre giuste perché si finanziano con le tasse e finanziano le proprie forze armate con la coscrizione obbligatoria. Ricordava inoltre che le armi moderne sono così letali da uccidere sempre anche i civili. Persino una guerra “difensiva” contro la tirannia conferisce al Paese coinvolto maggiore potere in patria. “La guerra è la salute dello Stato. La vera libertà dalla tirannia deve venire dagli oppressi che si ribellano ai loro oppressori, non da forze esterne che si limitano a insediare un nuovo governante”. Rothbard probabilmente definirebbe gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele in Iran “espansione statale aggressiva”, a prescindere dal grado di autoritarismo di quello stato. Potrebbe sostenere che le guerre in Medio Oriente sembrano non finire mai, a supporto della sua tesi secondo cui la “liberazione” straniera porta sempre a una maggiore oppressione in patria.
Ci sono importanti elementi aggiuntivi da considerare nel dibattito. Le proteste in Iran del 2025 e del 2026 hanno dimostrato che era quasi impossibile rovesciare il governo dall'interno, come evidenziato dalla forte repressione governativa del dissenso e dalla mancanza di movimenti di opposizione efficaci in grado di sfidarne l'autorità. Alla fine di dicembre 2025 le proteste contro la crisi economica si sono trasformate rapidamente in richieste di cambio di regime in tutto il Paese. Le forze di sicurezza hanno ucciso decine di migliaia di persone nel gennaio 2026. Il governo iraniano ha interrotto la connessione Internet in tutto il Paese, ha arrestato oltre 50.000 cittadini, torturato e fatto sparire migliaia di persone e accelerato le esecuzioni. Questa brutale repressione, una delle più sanguinose della storia moderna, potrebbe sollevare dubbi sulla tesi di Rothbard. Quando un regime totalitario ha il controllo completo delle proprie forze di sicurezza ed è disposto a uccidere il proprio popolo, una rivoluzione interna, pacifica, o persino armata, diventa praticamente impossibile. Se il regime persegue politiche espansionistiche e finanzia il terrorismo e i regimi totalitari altrove, la situazione può diventare ancora più problematica, poiché tali azioni possono portare a una maggiore instabilità internazionale e al potenziale per conflitti esterni che distolgono l'attenzione dal dissenso interno.
Questa divisione di idee esemplifica la teoria libertaria della guerra giusta. Il principio di non aggressione riprende i vecchi concetti di guerra giusta – giusta causa, giusto obiettivo, ultima risorsa, proporzionalità e discriminazione – e li migliora. Si può attaccare solo chi rappresenta una reale minaccia aggressiva.
Entrambe le prospettive possono essere rilevanti nel contesto della guerra contro l'Iran e le opinioni possono variare a seconda della percezione personale della minaccia rappresentata dal regime iraniano. Il realismo di Mises può essere utilizzato per evidenziare l'aggressività del regime, le minacce a Israele e agli Stati Uniti, e l'uso del terrorismo e delle milizie per procura per giustificare attacchi mirati al minor numero possibile di vittime civili. I critici, seguendo Rothbard, potrebbero sostenere che la campagna viola i principi della guerra giusta perché fa uso della forza statale.
Il regime iraniano rappresenta una minaccia per la sicurezza mondiale e nazionale, o è solo un'altra autocrazia come tante altre nel mondo? La differenza di percezione sulla guerra probabilmente si riduce a questa domanda. Riflettiamo se riteniamo che le azioni del regime iraniano, sia all'interno che all'esterno del Paese, costituiscano una minaccia mondiale, o siano irrilevanti. Credo che possiamo tutti concordare sul fatto che il regime iraniano si distingua significativamente dalle altre dittature. È innegabile che il regime iraniano persegua una politica di annientamento di Israele, affermi che “la morte all'America non è uno slogan, ma una linea di politica” e sia coinvolto in attività terroristiche e nel finanziamento di dittature dall'America Latina al Libano. La domanda, quindi, è: quali azioni dovrebbero essere intraprese in risposta? La risposta dipenderà dalla visione che ciascuno ha della portata della minaccia mondiale che il regime iraniano rappresenta.
La guerra in Iran sta suscitando numerosi dibattiti tra i libertari, dimostrando che il libertarismo non è una setta che impone un pensiero unitario. Ciò che conta, in definitiva, è che l'indipendenza di pensiero e il libero arbitrio rimangano principi cardine del dibattito.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Sette miti sulla guerra in Iran
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/sette-miti-sulla-guerra-in-iran)
Le azioni di Donald Trump in Medio Oriente continuano a sorprendere l'establishment e l'élite mediatica. Secondo commentatori di destra e di sinistra, la ragione è che Trump è un megalomane – o, come hanno di recente concordato Jon Stewart e l'ex-consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan, al Daily Show, forse dipendente dalla cocaina.
Sebbene Trump abbia ripetutamente sfidato il consenso di Washington sull'Iran e i suoi alleati nell'ultimo anno e mezzo, nessuna delle terribili conseguenze previste da commentatori influenti si è verificata: non è scoppiata la Terza guerra mondiale e l'economia mondiale non è crollata. Al contrario, la leadership iraniana è morta o decapitata, il suo programma nucleare è sepolto sotto montagne di macerie e gran parte della sua Marina giace sul fondo del mare. Sebbene la perdita di 13 militari statunitensi sia una questione seria, non si tratta certo delle migliaia di morti e feriti che venivano regolarmente previsti come conseguenza di qualsiasi azione importante degli Stati Uniti. Israele esiste ancora e lo stesso vale per l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, insieme alle loro riserve petrolifere.
Trump ha inflitto pesanti perdite in cambio di conseguenze relativamente lievi, ma gli esperti insistono sul fatto che un Iran abile nel dirigere gli eventi stia dettando legge. Le tattiche belliche “vincenti” di Teheran avrebbero costretto Trump ad accettare un cessate il fuoco. Gli osservatori sono rimasti poi sconcertati quando gli Stati Uniti hanno abbandonato i colloqui di Islamabad, in Pakistan, e hanno intrapreso azioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, a danno strategico della Cina e a vantaggio dei produttori energetici statunitensi.
In parte le sorprese continuano, perché gli esperti si rifiutano di riconoscere a Trump e al Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, il merito di una vittoria. L'11 aprile l'editorialista del New York Times, Thomas Friedman, ha espresso ciò che era stato detto in silenzio nel podcast “Smerconish” della CNN: ha ammesso che, pur desiderando la sconfitta militare del regime iraniano “perché questo regime è terribile per il suo popolo e per la regione”, il vero problema per lui era tutt'altro, ovvero “non voglio assolutamente che Bibi Netanyahu o Donald Trump si rafforzino politicamente grazie a questa guerra, perché sono due persone orribili. Entrambi sono impegnati in progetti antidemocratici nei rispettivi Paesi. Sono entrambi presunti criminali. Sono persone terribili, che stanno facendo cose terribili per la reputazione dell'America nel mondo e per quella di Israele”.
L'atteggiamento di Friedman non è un caso isolato. Su gran parte della stampa americana e israeliana, commentatori esperti non riescono a mettere da parte il loro disprezzo per Trump e Netanyahu, e si sono uniti al coro che descrive l'operazione come un'avventura militare senza scopo. Così facendo sostengono proprio gli argomenti che servono ai nemici dell'America, minando la credibilità di un'azione di deterrenza efficace e indebolendo la necessità di alleanze solide e basate sulla condivisione degli oneri nel XXI secolo.
La campagna di Trump contro l'Iran si sta rivelando difficile da interpretare per molti osservatori, perché si tratta di due conflitti in uno. Sul campo di battaglia contrappone le forze americane e israeliane al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC); in patria, sul piano della guerra ideologica, mette a confronto due sistemi di credenze strategiche americane rivali, ma con una particolarità. Da una parte si schierano i conservatori tradizionali, rappresentati oggi da Donald Trump e Benjamin Netanyahu; dall'altra i progressisti transnazionali associati a Barack Obama e Joe Biden. Quest'ultimo angolo, però, è affollato: accanto a loro ci sono figure isolazioniste influenti come Tucker Carlson e istituzioni orientate alla moderazione come il Cato Institute e Defense Priorities, i quali ripetono regolarmente gli stessi argomenti, spesso parola per parola.
Perché la destra isolazionista si schiera fianco a fianco con la sinistra globalista? Oltre ad avere in comune Trump e Netanyahu come nemici, i progressisti e gli “America First” condividono l'avversione per la leadership mondiale americana e per l'uso della forza militare, e quindi giustificano il comportamento dei nemici degli Stati Uniti attribuendone al contempo la responsabilità di qualsiasi conflitto. Quando si tratta di interpretare la politica estera di Trump e i suoi risultati, i due gruppi spesso agiscono come un'unica entità.
Al contrario, la prospettiva progressista-isolazionista è incompatibile con il conservatorismo americano tradizionale del dopoguerra. I conservatori vedono la Repubblica Islamica come una teocrazia rivoluzionaria impegnata nell'espansione regionale, nella distruzione di Israele e nell'espulsione degli Stati Uniti dal Medio Oriente. Insieme a Cina, Russia e Corea del Nord la Repubblica Islamica cerca di rovesciare l'ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti, usando il suo programma nucleare come garanzia di immunità per le sue azioni aggressive. Gli Stati Uniti non hanno quindi altra scelta se non quella di strappare il programma dalle grinfie del regime.
I progressisti e i loro compagni nel movimento America First promuovono una prospettiva alternativa basata su tre principi chiave. Primo, la forza militare non può risolvere la sfida nucleare iraniana. L'Iran possiede opzioni asimmetriche, come la chiusura dello Stretto di Hormuz, le quali superano i vantaggi di un'azione offensiva. In secondo luogo, la diplomazia rimane lo strumento migliore per moderare la Repubblica Islamica. In terzo luogo, la stabilizzazione della regione richiede che gli Stati Uniti prendano le distanze dai propri alleati, in particolare da Israele. Gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi meno come alleati di Israele in tempo di guerra e più come mediatori tra Gerusalemme e Teheran.
Nel dibattito pubblico i progressisti e i “moderati” nel movimento MAGA presentano i loro tre principi come l'essenza del realismo pragmatico. Esistono limiti invalicabili, sostengono, a ciò che la potenza militare americana può ottenere in Medio Oriente. Una politica estera matura inizia riconoscendoli. Solo gli ingenui, o coloro ideologicamente motivati, credono che la forza di volontà e la violenza possano piegare la realtà ai propri scopi.
Tuttavia l'inchino rispettoso alla prudenza e alla moderazione in nome del “realismo” è per lo più una forma di inganno. Ciò che viene prima non è il rispetto per la realtà, ma per l'ideologia. Il messaggio è sempre lo stesso: ritirarsi militarmente dal Medio Oriente, impegnarsi diplomaticamente con l'Iran e prendere le distanze da Israele. Nessuna di queste posizioni è stata formulata sulla base di una logica strategica immutabile, o di un'attenta analisi dei fatti sul campo. Sono principi fissi, i quali forniscono la lente attraverso cui vengono narrati gli eventi.
Ecco i sette miti attorno ai quali i progressisti e i loro omologhi conservatori nel movimento MAGA stanno costruendo una narrazione errata sulla guerra in Iran.
Mito #1: questa è stata una “guerra per scelta”
Nelle ultime cinque settimane gli oppositori all'amministrazione Trump hanno ripetutamente definito questa “una guerra per scelta”, un conflitto che il presidente ha scatenato senza motivo né scopo coerente. “Quando chiediamo: Cosa sta facendo l'amministrazione Trump?, non sanno rispondere perché non sanno nemmeno perché si trovano lì”, ha detto Jake Sullivan al conduttore progressista Jon Stewart. “Non sono stati in grado di darci una risposta su cosa stia succedendo”.
L'amministrazione Trump, in realtà, ha presentato un'argomentazione chiara e convincente e si riduce a due imperativi interconnessi. Il primo è la linea rossa di Trump, che egli ha ripetutamente affermato per anni: “L'Iran non può avere un'arma nucleare. È molto semplice”. Il secondo è la condizione che ha reso urgente questa linea rossa: la superiorità numerica. I droni e i missili balistici iraniani possono sopraffare le difese aeree e missilistiche di Israele, degli Stati Uniti e dei loro alleati nel Golfo.
Nella “Guerra dei dodici giorni” dell'anno scorso, l'Iran ha subito pesanti perdite al suo arsenale missilistico, ridotto a circa 1.500 missili, e ai principali siti di produzione. Trump sperava che quelle perdite avrebbero moderato il comportamento iraniano e portato Teheran al tavolo dei negoziati. Questa speranza, però, si è rivelata infondata.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) si è immediatamente attivato per la ricostruzione. La produzione è ripresa negli impianti e le scorte nelle città missilistiche sotterranee fortificate sono aumentate. Il comandante delle Forze Aerospaziali dell'IRGC, Majid Mousavi, ha dichiarato lo scorso gennaio che l'arsenale era cresciuto dalla guerra di giugno 2025 e che la produzione in diversi settori aveva già superato i livelli prebellici. L'intelligence israeliana ha stimato che l'Iran fosse sulla buona strada per raggiungere un arsenale di circa 8.000 missili balistici entro il 2027.
All'inizio della guerra il Segretario di Stato, Marco Rubio, ha descritto la superiorità numerica come il fattore che ha spinto gli Stati Uniti ad agire. “Gli Stati Uniti stanno conducendo un'operazione per eliminare la minaccia dei missili balistici a corto raggio iraniani e la minaccia rappresentata dalla loro Marina, in particolare per le risorse navali”, ha affermato in una conferenza stampa del 2 marzo. Ha poi quantificato la minaccia: “Secondo alcune stime ne producono oltre 100 al mese. Confrontatele con i sei o sette intercettori che si possono costruire al mese”.
I calcoli parlavano da soli e ponevano due minacce interconnesse. La prima era convenzionale: l'Iran avrebbe presto avuto abbastanza missili e droni per sopraffare le difese di Israele e di ogni base americana nella regione. La seconda era nucleare: l'enorme arsenale convenzionale sarebbe servito da scudo dietro il quale l'Iran avrebbe potuto perseguire un'arma nucleare senza timore di ritorsioni, violando direttamente gli accordi internazionali... la linea rossa di Trump. Se l'Iran non fosse stato fermato, ha spiegato Rubio, presto avrebbe avuto “così tanti missili convenzionali, così tanti droni e sarebbe stato in grado di infliggere così tanti danni, che nessuno avrebbe potuto fare nulla per il suo programma nucleare”. Una volta superata quella soglia, che Rubio ha definito il “punto di immunità”, la finestra di opportunità per intervenire si sarebbe chiusa definitivamente.
Gli Stati Uniti avevano quindi tre possibilità: non fare nulla, nel qual caso l'Iran sarebbe presto entrato in una zona di immunità garantita dalla superiorità numerica; lasciare che Israele attaccasse da solo, nel qual caso l'Iran avrebbe attaccato le forze americane causando perdite significative; oppure collaborare con Israele per eliminare una minaccia intollerabile per entrambi i Paesi.
Mito #2: Il Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) aveva moderato l'Iran e stabilizzato il Medio Oriente prima che Trump lo infrangesse
Mentre si discute sulla guerra, ex-collaboratori di Obama e Biden stanno cercando di giustificare l'accordo sul nucleare di Obama e la strategia che lo ha prodotto. Il JCPOA, ha detto Sullivan a Stewart, ha funzionato. L'Iran “rispettava l'accordo. Persino l'intelligence israeliana affermava che lo stesse rispettando”. Il ritiro unilaterale di Trump nel 2018, ha suggerito Sullivan, ha vanificato questa situazione di successo.
Questa narrazione non corrisponde alla realtà per tre motivi. In primo luogo, la cronologia non torna. Trump si è ritirato dall'accordo sul nucleare nel maggio 2018. Teheran non ha iniziato ad arricchire il suo uranio al 60%, una soglia fondamentale che accorcia drasticamente il percorso verso un'arma nucleare, fino all'aprile 2021. In altre parole, Teheran ha compiuto questo passo verso la militarizzazione nucleare durante la presidenza di Biden, non di Trump.
E come ha reagito Biden? Con la conciliazione. Ha smesso di applicare le sanzioni, soprattutto contro gli acquirenti cinesi. Le esportazioni di petrolio iraniano sono aumentate vertiginosamente e con esse le entrate del regime. Mentre il tempo a disposizione dell'Iran per raggiungere un'arma nucleare si riduceva a poche settimane, Biden e il suo team hanno attribuito la crescente minaccia creata da Teheran a Trump. Secondo la loro interpretazione, ogni progresso nucleare iraniano non era solo una conseguenza del ritiro del 2018, ma anche una giustificazione per ulteriori conciliazioni. L'allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Sullivan, lo ha affermato esplicitamente nell'aprile del 2022, quando l'Iran stava accelerando sotto la presidenza Biden, dichiarando che i suoi progressi “sono una diretta conseguenza del ritiro di [Trump] dall'accordo sul nucleare, che ci ha resi meno sicuri e ci ha dato meno visibilità. Ed è uno dei motivi per cui abbiamo intrapreso nuovamente la via diplomatica, quando Biden si è insediato”.
Biden ha ripristinato unilateralmente la logica fondamentale del JCPOA. L'allentamento delle sanzioni è avvenuto mentre i vincoli sul nucleare sono crollati. Teheran ha superato i limiti imposti alle dimensioni delle sue scorte di uranio e ai livelli di arricchimento, mentre Washington ha allentato la pressione e ha perseguito la diplomazia alle condizioni dell'Iran. Ciò che Sullivan presenta come il crollo dell'accordo è stata la sua continuazione a condizioni asimmetriche, un'obbedienza servile da parte di Washington senza reciprocità da parte di Teheran.
Con l'indebolimento dell'applicazione delle sanzioni e l'afflusso di entrate petrolifere dalla Cina, il regime iraniano non ha moderato le proprie posizioni. Ha accelerato i suoi programmi missilistici e di droni, intensificato il sostegno ai gruppi armati e rafforzato le capacità che ora definiscono il campo di battaglia. L'allentamento delle sanzioni ha generato entrate; queste entrate hanno finanziato missili, droni e gruppi armati; tali capacità hanno prodotto la superiorità che ha eroso la deterrenza.
Il JCPOA e la sua attuazione di fatto da parte di Biden hanno finanziato e reso possibili le capacità che hanno spinto la regione verso un conflitto su vasta scala. Sotto la presidenza Biden, l'Iran ha raggiunto il 60% di arricchimento dell'uranio e ha ampliato i suoi programmi missilistici e di droni. Il massacro del 7 ottobre in Israele è stato una diretta conseguenza della posizione strategica sempre più vantaggiosa per l'Iran.
Gli Stati Uniti si sono trovati di fronte alla stessa scelta strategica alla fine del processo del JCPOA come all'inizio, ma in condizioni peggiori e contro un avversario più forte. La politica, in altre parole, ha garantito che lo scontro sarebbe avvenuto dopo che l'Iran si fosse avvicinato alla cosiddetta immunità.
Mito #3: Biden ha tirato fuori l'America dalle guerre in Medio Oriente
“Quando abbiamo lasciato l'incarico, per la prima volta in 25 anni l'America non era in guerra”, ha detto Sullivan a Stewart. Secondo questa versione Biden avrebbe coraggiosamente posto fine alle “guerre infinite” in Medio Oriente. Trump, ha osservato Sullivan, si era presentato alle elezioni del 2024 come “il candidato della pace”, salvo poi cambiare rotta, in modo perverso, e trascinare l'America in un conflitto inutile.
Questa affermazione si basa sulla stessa inversione della realtà che ha sostenuto la difesa del JCPOA: ovvero, che la moderazione militare e l'impegno diplomatico nei confronti dell'Iran avessero funzionato. Evitando lo scontro diretto con Teheran e riducendo il coinvolgimento militare statunitense, l'amministrazione Biden avrebbe garantito la stabilità regionale e consegnato al suo successore una calma senza precedenti.
La realtà racconta una storia diversa, il cui capitolo più violento inizia il 7 ottobre 2023, quando la Guida Suprema, Ali Khamenei, ha fatto precipitare non solo Israele ma anche gli Stati Uniti in una delle guerre più importanti dell'era moderna. Questo conflitto non è ancora terminato e sta rimodellando l'intero Medio Oriente. Il team di Biden ha inquadrato il 7 ottobre come un conflitto israelo-palestinese. Questa impostazione ha alimentato la finzione secondo cui l'America non era coinvolta nella guerra. Ha inoltre assolto l'Iran da qualsiasi responsabilità per le atrocità di massa e i sequestri di persona perpetrati dal suo alleato Hamas, consentendo così all'amministrazione Biden di mantenere i contatti diplomatici con Teheran.
Nel frattempo Khamenei ha mobilitato l'intero Asse della Resistenza in una guerra asimmetrica contro il sistema di alleanze americano. Hezbollah si è unito alla guerra l'8 ottobre, quando ha iniziato attacchi quotidiani al confine settentrionale di Israele, calibrati per spopolare il nord del Paese, dissanguare le forze israeliane e fare pressione sugli Stati Uniti affinché imponessero un cessate il fuoco che avrebbe preservato Hamas al potere. Poche settimane dopo gli Houthi hanno lanciato missili e droni contro Israele, intercettando al contempo il traffico marittimo internazionale nel Mar Rosso. Le milizie controllate dall'Iran in Iraq e Siria hanno lanciato una campagna diretta contro le basi americane. Nessuna di queste azioni era pacifica.
Tra gennaio 2021 e gennaio 2025 le forze sostenute dall'Iran hanno lanciato centinaia di attacchi contro personale e infrastrutture americane in tutto il Medio Oriente, la stragrande maggioranza dei quali dopo il 7 ottobre 2023. Tra questi oltre 170 attacchi contro basi statunitensi in Iraq, Siria e Giordania, oltre a decine di tentativi contro navi della Marina statunitense nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Tre militari americani sono rimasti uccisi e decine feriti.
Il Segretario alla Difesa, Lloyd Austin, ha riconosciuto pubblicamente 83 attacchi contro le forze statunitensi solo prima dell'ottobre 2023. Dopo il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas, che ha causato la morte di 46 cittadini americani, le milizie filo-iraniane hanno lanciato centinaia di razzi, missili e droni. I soli Houthi hanno condotto decine di operazioni contro navi da guerra statunitensi.
In qualsiasi epoca precedente una campagna prolungata di questa portata contro basi e navi militari americane sarebbe stata definita guerra aperta. L'amministrazione Biden l'ha definita, invece, pace storica.
Mito #4: Teheran era pronta a scendere a compromessi
Sullivan ha riferito a Stewart che, pochi giorni prima che Stati Uniti e Israele decapitassero il regime di Teheran, l'Iran aveva presentato una proposta seria. Con l'aiuto di mediatori omaniti a Ginevra, Teheran aveva offerto concessioni che “contribuivano in modo significativo alla risoluzione della questione nucleare”. Secondo Sullivan il team di Trump non aveva compreso appieno la portata dell'offerta.
In alcune interviste alla stampa il ministro degli Esteri omanita, Badr al-Busaidi, ha descritto la proposta iraniana come una svolta che avrebbe reso un accordo “alla nostra portata”. Teheran ha proposto di non accumulare più scorte di uranio arricchito, con il materiale esistente che sarebbe stato diluito a livelli naturali e convertito in combustibile per reattori. L'accordo prevedeva il pieno accesso dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica a tutti i siti rilevanti, una riduzione, o una sospensione, dell'arricchimento e persino la possibilità di una partecipazione americana a un futuro programma nucleare civile. In cambio si chiedeva l'allentamento delle sanzioni e lo scongelamento dei beni. Presi singolarmente questi termini sembravano di vasta portata, ma non modificavano la struttura di base del JCPOA.
Il regime considera il suo programma nucleare, l'arsenale di missili e droni, e la rete di alleanze come un unico complesso di potere. Nei negoziati offriva concessioni temporanee e reversibili sui livelli di arricchimento e sulle scorte in cambio dell'allentamento delle sanzioni, preservando al contempo ciò che contava. L'uranio diluito può essere riarricchito; le scorte possono essere ricostituite. Nel frattempo la base industriale iraniana, le competenze tecniche e il più ampio sistema militare di cui il programma nucleare era parte integrante sarebbero rimasti intatti.
Nell'ambito del JCPOA originale l'allentamento delle sanzioni non ha portato a una moderazione del regime. L'Iran ha accelerato i suoi programmi missilistici e di droni, ha rafforzato la sua rete di alleati e ha sviluppato le capacità che ora consentono al regime di tenere in ostaggio il 20% delle risorse energetiche mondiali. Un nuovo accordo alle stesse vecchie condizioni avrebbe semplicemente trasferito ulteriore potere contrattuale a Teheran, in attesa di una nuova amministrazione democratica a Washington disposta a tollerarne una rottura.
Mito #5: Israele ha trascinato l'America in guerra
Nell'intervista con Stewart, Sullivan ha preso le distanze dalla rozza teoria del complotto secondo cui la coda israeliana starebbe scodinzolando il cane americano. “Non ci ho mai creduto”, ha affermato, ma ha poi rivelato rapidamente il suo allineamento con l'antimperialismo progressista, in cui l'America è eternamente il Grande Satana: “Credo che [gli israeliani] siano un comodo capro espiatorio per gli Stati Uniti affinché possiamo continuare le nostre avventure imperialistiche in quella parte del mondo”.
Allo stesso tempo ha confermato la premessa di fondo secondo cui Israele guida l'America per il naso e contro i suoi interessi. L'amministrazione Trump, ha insistito, non è in grado di spiegare “di cosa si tratta questa [guerra]”. Trump e il suo team “non sanno perché si trovano lì in primo luogo”. Netanyahu, al contrario, sa esattamente cosa vuole: “Distruggere l’Iran” e scatenare il caos. Sullivan ha poi delineato una presunta divergenza di interessi: Israele può convivere con un Iran distrutto, gli Stati Uniti no. Un Iran in rovina minaccerebbe lo Stretto di Hormuz, farebbe impennare i prezzi globali del petrolio, provocherebbe flussi di rifugiati e destabilizzerebbe l'economia mondiale. Secondo questa interpretazione la chiarezza d'intenti israeliana trascina l'America in una guerra che serve gli interessi israeliani, non quelli americani.
Un importante articolo del New York Times del 7 aprile sull'incontro nella Situation Room dell'11 febbraio 2026 ha rafforzato la stessa impressione. Netanyahu si presenta con una proposta sicura per un cambio di regime, completa di un montaggio video di potenziali leader post-teocratici, e Trump risponde positivamente. “Mi sembra una buona idea”, avrebbe detto. L'intelligence statunitense in seguito ha liquidato alcune parti del piano israeliano come “farsesche”. La chiara implicazione è che un Netanyahu intransigente abbia insistito per mesi, mentre una squadra americana divisa veniva trascinata da un leader così distaccato dalla realtà da riuscire a malapena a comprendere ciò che gli veniva detto dai suoi astuti consiglieri.
Questo mito ignora il fatto centrale che il disegno di legge per il rafforzamento dell'Iran, reso possibile dal JCPOA, era già arrivato sulla scrivania di Trump. In primo luogo, la minaccia di superiorità iraniana, il pericolo descritto nel Mito #1, metteva in pericolo sia Israele che gli Stati Uniti contemporaneamente. I missili iraniani diretti a Tel Aviv avrebbero potuto colpire altrettanto facilmente le basi e le infrastrutture navali statunitensi in tutta la regione. Alla vigilia della guerra la minaccia era immediata, condivisa e in crescita. Gli interessi strategici americani e israeliani erano quindi allineati: indebolire la minaccia iraniana prima che diventasse ingestibile. Nessuna lamentela sulle “avventure imperialiste” può alterare questa semplice aritmetica.
In secondo luogo il presidente Trump ha dichiarato pubblicamente di considerare la Repubblica Islamica una minaccia mortale fin dai primi anni '80, ben prima della presentazione di Netanyahu alla Casa Bianca nel febbraio 2026. Ha basato le sue campagne elettorali sulla promessa di impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari, ribadendo più volte la sua determinazione ad agire. Mentre Barack Obama aveva espresso ammirazione per il terrorista iraniano Qassem Soleimani, Trump lo ha fatto assassinare. Il suo istinto coincideva con quello di Netanyahu perché entrambi i leader riconoscevano lo stesso intollerabile pericolo rappresentato dall'aggressiva posizione anti-occidentale dell'Iran, ora accentuata dalla minaccia di una superiorità nucleare e di una conseguente guerra nucleare. Lungi dall'essere trascinati in guerra, gli Stati Uniti hanno guidato l'operazione come partner principale in una campagna coordinata di cui Trump si è assunto la piena responsabilità e il merito.
L'amministrazione Trump ha ripetutamente descritto la relazione militare tra Stati Uniti e Israele come il modello ideale per le alleanze del XXI secolo. La Strategia di Difesa Nazionale del 2026 definisce esplicitamente Israele un “alleato modello” che “è disposto e in grado di difendersi con un supporto critico ma limitato da parte degli Stati Uniti”, un alleato che non chiede agli Stati Uniti di combattere per suo conto. Israele si distingue come un caso quasi unico tra i partner americani: è uno dei pochissimi alleati in grado di condurre autonomamente campagne militari prolungate e ad alta intensità senza richiedere truppe di terra americane, o un coinvolgimento diretto in combattimento. Questa autosufficienza, che consente a Israele di agire come un potente moltiplicatore di forza, contrasta nettamente con molti altri alleati che dipendono da una presenza militare, logistica e supporto significativi da parte degli Stati Uniti.
Mito #6: Affrontare l'Iran distrae dalla Cina
Il presidente Biden ha incaricato il suo staff di porre fine alle “guerre infinite”, ha detto Sullivan a Stewart, perché “la Cina era estremamente contenta di vedere gli Stati Uniti impegnati in una guerra in Medio Oriente mentre loro si davano da fare in tutto il mondo cercando di acquisire influenza”. Il conflitto con l'Iran, ha insinuato, distoglie l'attenzione americana dalla vera contesa, che non si svolge in Medio Oriente, bensì nel Pacifico.
L'affermazione si basa su un semplice presupposto: che il Medio Oriente e la competizione con la Cina siano teatri di guerra separati. Non è così.
La Cina rappresenta la principale ancora di salvezza economica per l'Iran, grazie ai massicci acquisti di petrolio soggetto a sanzioni e, soprattutto, come fornitore di componenti chiave che sostengono la potenza militare iraniana: perclorato di sodio per il propellente solido dei razzi, fibra di carbonio ed elettronica a duplice uso. Questi input hanno permesso all'Iran di ricostruire ed espandere l'arsenale missilistico che ora minaccia le forze statunitensi e i loro alleati.
Il ruolo di Pechino va oltre la semplice fornitura. Le aziende cinesi hanno fornito immagini satellitari e dati di puntamento utilizzati dagli Houthi per attaccare navi statunitensi e alleate nel Mar Rosso. Quando questi attacchi hanno interrotto il traffico marittimo mondiale, alle navi cinesi e russe è stato garantito il passaggio sicuro, mentre le navi occidentali si sono trovate a fronteggiare missili, droni e costose deviazioni di rotta. Pechino non è rimasto a guardare. Si trattava di fomentare e trarre profitto dal caos che le forze americane erano state dispiegate per contenere.
L'esempio più lampante di questa dinamica si ebbe nel gennaio 2024, quando Sullivan si recò a Bangkok per incontrare il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e chiese a Pechino di usare la sua “notevole influenza sull'Iran” per frenare gli Houthi. La Casa Bianca rispose che avrebbe “aspettato di vedere i risultati”.
I risultati arrivarono rapidamente. Secondo il vicesegretario di Stato, Kurt Campbell, Pechino non solo rifiutò la richiesta, ma incoraggiò anche gli Houthi a prendere di mira le navi mercantili di altre nazioni. Con il crollo del traffico nel Mar Rosso, le navi legate alla Cina aumentarono i loro transiti e ottennero un vantaggio commerciale. Sullivan aveva chiesto alla Cina di interrompere un'operazione che serviva gli interessi cinesi; invece essa intensificò le sue azioni destabilizzanti.
Questo episodio mette in luce la falla nel cuore del quadro progressista, che considera Iran e Cina come potenziali partner nella stabilizzazione del sistema, piuttosto che come attori coordinati che la sfruttano. Nel frattempo Pechino ha consolidato la sua influenza sui due punti strategici marittimi più critici dell'Oceano Indiano: lo Stretto di Bab el-Mandab, con la sua base a Gibuti, e lo Stretto di Hormuz, controllato dal suo partner Iran. In qualsiasi scenario di crisi per Taiwan, questi punti strategici diventano decisivi. Il Giappone dipende da queste rotte per circa il 90% delle sue importazioni di petrolio, la Corea del Sud per circa il 70% e Taiwan per circa il 60%. Un'interruzione di tali rotte paralizzerebbe gli alleati americani, lasciando la Cina relativamente al riparo.
La debolezza in Medio Oriente non aiuta gli Stati Uniti a preservare la propria potenza militare per l'Asia; conferisce, invece, a Pechino un vantaggio sui flussi energetici e sulle rotte marittime che sostengono le alleanze asiatiche da cui dipende la strategia statunitense nel Pacifico.
La campagna di Trump e Netanyahu contro l'Iran deve essere compresa in questo contesto. Indebolire la produzione missilistica, le capacità navali e le reti di alleati per procura dell'Iran riduce la pressione sulle forze statunitensi, garantisce la sicurezza delle rotte energetiche e priva la Cina di uno strumento asimmetrico che ha accuratamente coltivato.
L'affermazione secondo cui affrontare l'Iran distoglie l'attenzione dalla Cina è errata. Le linee di politica che hanno privilegiato la moderazione, la conciliazione e la distanza da Israele hanno rafforzato l'Iran, ampliato il potere negoziale della Cina e reso inevitabile l'attuale guerra. Quella che oggi viene presentata come disciplina strategica ha contribuito a creare le stesse condizioni che hanno richiesto l'uso della forza.
Mito #7: Trump e Netanyahu sono megalomani guerrafondai
Secondo la versione progressista le patologie personali di Trump e Netanyahu hanno trascinato gli Stati Uniti in una guerra inutile e pericolosa. “Crede davvero che [Trump] pensi... di aver decifrato il codice e di essere ora invincibile?”, chiede Stewart a Sullivan. “Lo giuro, conoscevo persone... la cocaina le aveva ridotte così. È la stessa cosa. È così che si comporta una persona che fa uso di cocaina. Una persona che fa uso di cocaina pensa: ‘Sono il migliore. No, nessuno può fermarmi’”. Sullivan ha risposto senza esitazione: “Non avrei potuto dirlo meglio. Sì”.
Anziché ammettere che anni di trattative con l'Iran hanno prodotto un avversario più forte e pericoloso, i progressisti attribuiscono il fallimento del loro approccio alle personalità irrazionali dei loro oppositori. Se solo fossero rimasti al potere leader più pacati e moderati, il delicato equilibrio con Teheran sarebbe continuato ininterrottamente.
Questo riduzionismo psicologico si è ora trasformato in un'accusa più ampia. Trump e Netanyahu, insistono i loro critici, “non hanno una strategia”. Il loro fallimento nel raggiungere un successo totale – un cambio di regime, l'eliminazione completa di ogni struttura sotterranea, o la totale distruzione delle infrastrutture militari iraniane – lo dimostrerebbe, a loro dire.
I fatti raccontano una storia diversa. La campagna israelo-americana ha raggiunto i suoi obiettivi strategici principali: arrestare l'avanzata dell'Iran verso la capacità nucleare e indebolire significativamente il suo programma missilistico balistico, che insieme rappresentavano una minaccia esistenziale per Israele e per la regione. Prima dell'operazione militare l'Iran stava portando avanti entrambi i programmi, con gran parte delle sue infrastrutture critiche sul punto di essere interrate troppo in profondità per essere colpite efficacemente. La campagna aerea congiunta ha inferto colpi devastanti all'industria bellica iraniana, ha eliminato scienziati chiave e ha fatto regredire di molti anni la tabella di marcia per il nucleare. Allo stesso tempo ampie porzioni della nuova rete di produzione missilistica iraniana sono state distrutte prima che potessero essere completamente protette.
Il risultato non è stata l'eliminazione totale di ogni struttura sotterranea, o piattaforma di lancio di missili, ma una interruzione delle capacità più pericolose dell'Iran. Quando la situazione si è stabilizzata, l'Iran si è ritrovato anche economicamente paralizzato.
Questo risultato costituisce un chiaro successo perché ha ridotto drasticamente il pericolo immediato senza richiedere l'irraggiungibile standard della “vittoria completa”, come spesso richiesto dai critici che insistono nel negare ai loro nemici giurati a Gerusalemme e Washington una vittoria a qualsiasi costo, a discapito del loro senso della realtà. L'operazione ha prodotto anche importanti effetti secondari: la rete di alleati dell'Iran è stata visibilmente indebolita. Il regime si trova ad affrontare crescenti pressioni interne che potrebbero portare al collasso dall'interno.
In definitiva Israele e gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto affrontando una minaccia grave e imminente, e ne sono usciti con una sua riduzione significativa e verificabile. Questa è la misura fondamentale della vittoria in guerra. Ciò che i detrattori liquidano come megalomania era, in realtà, la lucida consapevolezza che la finestra di opportunità per un'azione efficace si stava chiudendo. Trump ha agito prima che si chiudesse del tutto.
Teheran, naturalmente, inquadra la campagna come un fallimento nella speranza di ottenere la simpatia internazionale, minimizzando al contempo le crescenti vulnerabilità del regime. Si unisce inoltre a Mosca e Pechino per ostacolare la nuova partnership militare creata da Trump e Netanyahu. Se l'alleanza avrà successo, non solo indebolirà un membro chiave dell'asse anti-americano, ma convaliderà anche la visione conservatrice di alleanze basate su partner capaci e autosufficienti. La designazione di Israele come alleato modello nella Strategia di Difesa Nazionale 2026 indica la strada verso un futuro in cui l'America si farà carico di un peso minore a livello mondiale. Tale risultato mina direttamente la preferenza degli avversari per un'America indebolita e distratta, vincolata da infiniti conflitti regionali. Non sorprende, quindi, che Pechino, Mosca e Teheran abbiano diffuso la narrazione dei “megalomani senza strategia”. Ciò che è ben più deludente è che gran parte dell'opposizione interna e alleata – ampi settori del Partito Democratico, il fronte anti-Netanyahu in Israele, il New York Times e gran parte della stampa europea – ripeta lo stesso copione quasi alla lettera, ignorando il fatto che le loro stesse politiche preferite hanno portato a una situazione che, a loro dire, dimostra che la forza non funziona. L'evidente danno causato dal paradigma progressista funge quindi da propria giustificazione: una perfetta mossa di jujitsu.
La storia registrerà il contrario: coloro che hanno riconosciuto la minaccia e hanno agito prima che fosse troppo tardi, hanno affrontato il mondo così com'è e hanno protetto l'interesse nazionale. Coloro che hanno preteso moderazione fino a quando questa non è più stata possibile hanno costruito le proprie politiche su fantasie che hanno messo in pericolo tutti noi.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'Impero che non è mai morto: come la Gran Bretagna ha usato i conflitti per costruire il sistema invisibile che controlla il vostro denaro
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/publish/post/194771960)
Lo scorso settembre ho pubblicato il pezzo, “La Gran Bretagna possiede ancora l'America”. Quell'articolo dava un nome al meccanismo e dimostrava che l'acquisto della Louisiana fu finanziato dalla Barings Bank di Londra. Dimostrava che la Federal Reserve si coordina con la Banca d'Inghilterra, che l'intelligence dei Five Eyes mantiene i policymaker americani dipendenti dalle valutazioni britanniche. Molti di voi si sono subito ritrovati in esso, perché avevate già osservato lo stesso schema senza però saperlo definire.
Un amico mi ha chiesto di recente perché sostengo il presidente Trump quando la stampa continua invece a dire che le sue linee di politica stanno fallendo. La mia risposta è semplice: non seguo la stampa, seguo gli schemi e la storia. Quella conversazione è il motivo per cui ho scritto questo articolo.
Questo testo è scritto per coloro che sono stati addestrati a seguire la narrazione dominante e a ignorare i fatti e il proprio istinto. Per coloro che sanno che qualcosa non va, ma non riescono a definirlo perché il sistema che è sbagliato è anche il sistema che ha fornito loro il vocabolario.
Se avete letto i miei lavori precedenti, riconoscerete alcuni elementi di questo articolo ed è qui dove tutti quei fili si connettono in un unico sistema. Non si tratta di un'introduzione, questa volta: è il quadro completo.
Molti si chiedono come una minuscola nazione insulare con 67 milioni di abitanti riesca ancora a controllare parti significative del sistema finanziario mondiale a più di 75 anni dalla presunta fine del suo impero.
Questa è la domanda sbagliata.
La domanda giusta è: l'impero è davvero finito?
Non è andata così. Si è trasformato: le parti costose sono state eliminate, le parti redditizie sono state mantenute e la parte più redditizia di tutte non sono mai state le colonie o i territori, bensì il conflitto. Nello specifico la capacità di creare, sostenere e trarre profitto da un conflitto permanente in posizioni strategiche in tutto il mondo.
Questo articolo segue i soldi, non la narrazione.
La prima cosa che dovete capire sugli imperi
Gli imperi non muoiono, mutano.
Roma non scomparve. Il suo sistema giuridico, la sua lingua, le sue strutture amministrative divennero il fondamento di ogni governo europeo successivo. La Chiesa cattolica romana tramandò la struttura istituzionale romana per secoli dopo la caduta dell'ultimo imperatore.
Nemmeno l'Impero britannico è scomparso. Al suo apice controllava circa un quarto delle terre emerse e un quarto della popolazione mondiale. Dopo la Seconda guerra mondiale sembrò sul punto di crollare. Le colonie ottennero l'indipendenza, le bandiere furono ammainate. Nel 1997 quando la Gran Bretagna cedette Hong Kong alla Cina, l'ultimo tassello importante sembrava ormai essere saprito.
Ma gli imperi che pianificano in anticipo non ripongono tutto il loro potere nelle bandiere.
La classe dirigente britannica aveva capito qualcosa che la maggior parte delle persone ancora ignora: non è necessario governare un territorio per controllarlo. È necessario controllare i meccanismi che ne regolano il funzionamento: le assicurazioni, il sistema bancario, i sistemi monetari, le reti di intelligence, i quadri giuridici.
La Gran Bretagna ha conservato tutte queste caratteristiche e per mantenerle rilevanti aveva bisogno di qualcos'altro.
Era necessario il conflitto per continuare a generare rischi, perché è nel rischio che si trovano i soldi.
L'architettura che hanno costruito
Prima di arrivare al conflitto, è necessario comprendere la struttura finanziaria, perché il conflitto la alimenta direttamente.
Nel novembre del 1910 sei uomini salirono a bordo di un treno privato nel New Jersey usando nomi falsi. Si facevano chiamare “First Name Club”. Non usavano i cognomi, né con i camerieri, né con nessun altro. Uno di loro portò con sé un fucile preso in prestito per rendere più credibile la storia della caccia alle anatre. In realtà non stavano cacciando anatre.
Stavano andando a Jekyll Island, in Georgia, per redigere il Federal Reserve Act.
I sei rappresentavano JP Morgan, Rockefeller e Kuhn, Loeb & Co. Insieme controllavano un quarto della ricchezza mondiale. Frank Vanderlip, uno di loro, scrisse in seguito: “Se si venisse a sapere pubblicamente che il nostro gruppo si è riunito e ha redatto una legge bancaria, quella legge non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere approvata dal Congresso”.
Sapevano che l'opinione pubblica lo avrebbe impedito, perciò essa venne tenuta fuori.
La legge sulla Federal Reserve fu approvata nel dicembre del 1913. La Corte d'Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito affermò in seguito nel caso Lewis v. Stati Uniti: “Le banche della Federal Reserve non sono strumenti federali, ma sono società indipendenti, di proprietà privata e a controllo locale”.
Si tratta di un tribunale federale, non di una teoria.
Le 12 banche Federal Reserve sono società private e le banche che ne fanno parte possiedono azioni in esse. Per legge ricevono un dividendo annuo fisso del 6%, partecipano alla selezione dei policymaker in materia di politica monetaria statunitense. La Federal Reserve non riceve finanziamenti dal Congresso, ma si autofinanzia.
Ora, ecco ciò che la maggior parte delle persone non chiede: da chi hanno copiato questa struttura quelle persone a Jekyll Island?
La Banca d'Inghilterra: fondata con statuto reale nel 1694 sotto il re Guglielmo III e la regina Maria II, entrambi azionisti originari; di proprietà privata di azionisti della City di Londra per 252 anni, dal 1694 fino alla nazionalizzazione nel 1946. Questo era il modello che il cartello bancario americano ha esplicitamente studiato e replicato.
Paul Warburg, che diresse il procedimento di Jekyll Island, aveva trascorso anni a studiare la Banca d'Inghilterra prima di emigrare dalla Germania. Il Piano Aldrich si ispirò apertamente a esso.
La Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra non sono due sistemi separati: sono due pilastri dello stesso sistema. Londra detiene le infrastrutture più datate, la rete offshore per la segretezza finanziaria e il monopolio assicurativo; Washington detiene il dollaro e il sostegno finanziario alla difesa nazionale.
La Banca d'Inghilterra e l'eurodollaro
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna aveva perso l'impero visibile, ma possedeva qualcosa di ben più prezioso: la fiducia del mondo in Londra come centro finanziario.
Nel 1956 i banchieri londinesi, con l'incoraggiamento e il sostegno diretto della Banca d'Inghilterra, inventarono l'eurodollaro. Strumenti denominati in dollari creati e scambiati a Londra, al di fuori della giurisdizione regolamentare statunitense. La Banca d'Inghilterra non si imbatté in questa iniziativa per caso: fu una linea di politica deliberata per preservare la posizione di Londra come centro della finanza mondiale quando il predominio del dollaro minacciava di soppiantare la sterlina.
Quando Nixon pose fine al legame tra dollaro e oro nel 1971 e Kissinger negoziò l'accordo sui petrodollari con l'Arabia Saudita, i proventi del petrolio del Golfo confluirono in due destinazioni: titoli del Tesoro statunitensi e depositi in eurodollari presso banche commerciali private di Londra. Queste banche londinesi prestarono a loro volta i petrodollari all'America Latina per l'acquisto di petrolio. Un circuito chiuso che generava commissioni a ogni passaggio per le banche intermedie.
Quando Volcker rialzò i tassi di interesse statunitensi al 19,1% nel 1981, i Paesi latinoamericani non furono in grado di onorare quel debito denominato in dollari. Il Messico dichiarò default nel 1982; Argentina, Brasile e Venezuela furono i successivi. Le banche furono salvate, i lavoratori subirono l'austerità. Le comunità della classe operaia di un intero continente pagarono per una decisione presa da banchieri non eletti a Washington, in coordinamento con Londra.
Questa è l'architettura finanziaria, ma un'architettura che trae profitto dal rischio ha bisogno di rischio per poter trarre profitto. Ed è qui che entrano in gioco Iran e Israele.
La banca dietro le banche
Al di sopra della Federal Reserve e della Banca d'Inghilterra si trova la Banca dei Regolamenti Internazionali, fondata a Basilea, in Svizzera, nel 1930. È la banca delle banche centrali. I suoi 63 membri rappresentano il 95% del PIL mondiale. La Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra siedono nel suo organo di governo.
La BRI detiene dal 10 al 15% delle riserve monetarie di tutte le banche centrali; stabilisce gli standard bancari mondiali attraverso gli Accordi di Basilea. Ogni grande banca del mondo deve rispettarli. Le sue decisioni vengono prese a porte chiuse: nessuna conferenza stampa, nessuna trascrizione, nessun conteggio dei voti.
Il suo capitale iniziale proveniva dalle stesse famiglie di banchieri che hanno creato la Federal Reserve. Nessun organo eletto ha approvato questo assetto, messun elettore lo ha scelto. Semplicemente esiste ed esiste dal 1930. Tutte le principali banche del mondo rispondono ad essa.
Lloyd's: il monopolio assicurativo sui conflitti mondiali
Lloyd's di Londra nacque in una caffetteria di Tower Street nel 1688. Mercanti, marinai e armatori si riunivano lì. Gli assicuratori si incontravano in quel luogo perché Lloyd's forniva le informazioni più aggiornate sul settore marittimo. Essi apponevano la propria firma sotto i termini del rischio che si impegnavano a coprire. È da qui che deriva la parola “underwriter” (assicuratore).
Nel 1774 gli assicuratori si formalizzarono in un'associazione. Nel 1871 il Parlamento la riconobbe ufficialmente per legge: quello che era iniziato come un caffè si trasformò nel mercato assicurativo più potente del mondo.
Lloyd's non è una compagnia di assicurazioni: è un mercato, regolato da leggi del Parlamento, all'interno del quale consorzi di investitori finanziari mettono in comune e ripartiscono il rischio. Nel 2024 il mercato ha fatto registrare premi lordi per £52,1 miliardi. Circa il 40-50% di tale importo proveniva dal Nord America; gli Stati Uniti rappresentano il mercato più importante per Lloyd's.
È la più grande compagnia di assicurazione per rischi speciali negli Stati Uniti e la più grande compagnia di riassicurazione non statunitense operante in America. Quando le compagnie assicurative statunitensi si trovano ad affrontare un rischio troppo grande, troppo insolito, o troppo catastrofico per le loro capacità, si rivolgono a Lloyd's. Impianti nucleari, satelliti, piattaforme petrolifere in acque ostili, navi mercantili in transito in zone di guerra.
Circa il 90% del commercio mondiale si svolge via mare. Lo Stretto di Hormuz, largo 34 chilometri all'imboccatura del Golfo Persico, movimenta circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa al 20% delle forniture mondiali di petrolio trasportato via mare. Il petrolio che alimenta Giappone, Corea del Sud, India, Cina ed Europa passa attraverso quello Stretto.
Da oltre 300 anni Lloyd's è il principale assicuratore dei rischi di guerra marittima per le petroliere che transitano in quel corridoio. Controllare le assicurazioni significa controllare chi può navigare; controllare chi può navigare significa controllare l'approvvigionamento energetico dell'economia mondiale.
Quando le rotte marittime diventano pericolose, i premi assicurativi per il rischio di guerra aumentano vertiginosamente. A volte anche del 400% in pochi giorni. Ogni operatore di petroliere, ogni compagnia di navigazione, ogni vettore di merci al mondo deve pagare Lloyd's se vuole navigare in acque contese. A questa portata non ci sono alternative.
Per Lloyd's il conflitto non è un problema: il conflitto è il prodotto.
I numeri lo dimostrano. Quando gli attacchi degli Houthi contro le navi mercantili nel Mar Rosso sono iniziati alla fine del 2023, i premi per il rischio di guerra sono aumentati di venti volte nel giro di poche settimane. Quando gli Stati Uniti e Israele hanno effettuato operazioni militari contro l'Iran all'inizio del 2026, tutti gli armatori hanno dovuto affrontare un aumento dei premi da quattro a cinque volte superiore. Le navi con collegamenti americani, britannici, o israeliani, hanno pagato tre volte di più rispetto a tutte le altre. Per una singola petroliera moderna del valore di $130 milioni, un transito attraverso una zona di guerra designata potrebbe costare oltre $1 milione solo in premi per il rischio di guerra. Questo non è un effetto collaterale del conflitto: questo è il modello di business.
L'Iran e la distruzione della Persia
Nel 1908 la Gran Bretagna scoprì il petrolio in Persia. L'Anglo-Persian Oil Company, che in seguito divenne British Petroleum, assicurò alla Gran Bretagna un controllo assoluto sulle risorse energetiche persiane e durò per decenni. Per la Gran Bretagna la Persia non era un Paese, ma una risorsa.
Nel 1951 il Primo Ministro iraniano, Mohammad Mossadegh, nazionalizzò l'industria petrolifera iraniana. Voleva che i proventi del petrolio iraniano andassero agli iraniani; la Gran Bretagna rispose con un blocco navale e sanzioni economiche. Quando ciò non fu sufficiente, l'MI6 e la CIA pianificarono ed eseguirono congiuntamente un colpo di stato nel 1953. L'Operazione Ajax: Mossadegh fu deposto e lo Scià fu reinsediato al potere. Gli interessi petroliferi britannici furono protetti.
Lo Scià fu un partner affidabile per 26 anni. Gran Bretagna e Stati Uniti gli vendettero armi, addestrarono le sue forze di sicurezza e mantennero una cooperazione in materia di intelligence. L'accordo funzionò per entrambi.
Nel 1979 tutto ebbe fine. La Rivoluzione iraniana portò al potere l'Ayatollah Khomeini. La vecchia Persia stabile, quella che avrebbe potuto svilupparsi in un Paese prospero e modernizzato, era scomparsa. Al suo posto subentrò un governo islamico radicale e un confronto permanente contro l'Occidente.
La Gran Bretagna e gli Stati Uniti non hanno causato da soli la Rivoluzione iraniana, ma i decenni di sostegno a una monarchia corrotta che brutalizzava la propria popolazione attraverso la SAVAK, la polizia segreta da loro addestrata, crearono le condizioni per la reazione esplosiva che la provocò. Inoltre l'intelligence britannica monitorava e in alcuni casi agevolava le reti di opposizione iraniane da anni prima dello scoppio della rivoluzione. La Francia concesse asilo a Khomeini a Neauphle-le-Château, con l'intelligence occidentale che teneva d'occhio ogni sua mossa.
Ciò che seguì non fu solo un cambiamento politico, fu la creazione di un nemico permanente nel punto di strozzatura energetica strategicamente più critico della Terra.
Lo Stretto di Hormuz è diventato territorio conteso. L'Iran ha sviluppato la capacità di minacciare o chiudere lo Stretto. Ogni volta che le tensioni con l'Iran aumentano, i premi delle assicurazioni marittime schizzano alle stelle; ogni compagnia di petroliere del mondo chiama i Lloyd's e il denaro affluisce a Londra.
La vecchia e stabile Persia non avrebbe mai generato questo flusso di entrate; l'Iran destabilizzato che l'ha sostituita lo genera in modo continuativo.
Questo è lo schema.
Israele e il punto critico permanente
Dopo la Seconda guerra mondiale il popolo ebraico aveva un bisogno urgente e legittimo di una patria. Era sopravvissuto a uno sterminio di massa e aveva bisogno di sicurezza. Il bisogno era reale e l'urgenza era reale.
La Gran Bretagna aveva fatto promesse nella regione fin dal 1917, quando la Dichiarazione di Balfour espresse il sostegno britannico alla creazione di una patria nazionale ebraica in Palestina. La Gran Bretagna fece quelle promesse per ragioni belliche e aveva bisogno del sostegno degli ebrei in America e in Russia per vincere la Prima guerra mondiale. Allo stesso tempo fece promesse ai leader arabi e stipulò accordi segreti con la Francia sulla spartizione della regione. Tre promesse diverse a tre parti diverse riguardo allo stesso territorio.
Classico mercanteggiamento imperiale: fare qualsiasi promessa pur di vincere la guerra, valutare le conseguenze in seguito.
Le conseguenze non si stavano manifestando da sole, ma venivano create.
Il popolo ebraico accettò il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947. La leadership araba lo respinse e cinque eserciti arabi invasero il nuovo Stato di Israele il giorno dopo la dichiarazione di indipendenza, nel maggio del 1948.
La Gran Bretagna aveva confinato un popolo disperato, sopravvissuto a un genocidio, in un piccolo territorio circondato da vicini ostili, senza alcuna profondità strategica e senza zone cuscinetto naturali. Il conflitto che ne è derivato si protrae da oltre 75 anni senza una soluzione significativa.
Nel corso di questi 75 anni il Medio Oriente è rimasto una delle regioni più instabili al mondo. I premi delle assicurazioni marittime per il Mediterraneo orientale e il Mar Rosso hanno fatto registrare periodicamente picchi elevati. Le assicurazioni contro il rischio politico nella regione prevedono premi esorbitanti e l'infrastruttura finanziaria che trae profitto da una prolungata instabilità non ha mai dovuto temere lo scoppio di una pace.
Quest'ultima rappresenterebbe un problema per il sistema; il conflitto permanente ne è una caratteristica.
Il popolo ebraico aveva bisogno di sicurezza. Gli inglesi sfruttarono questo bisogno: li collocarono in un luogo che garantiva loro di dover lottare continuamente per la sopravvivenza, mentre l'architettura finanziaria con centro a Londra incassava premi di rischio sul caos.
Tutto questo non è antisemita, è l'esatto contrario. Il popolo ebraico è stato sfruttato e la sua legittima disperazione è stata trasformata in uno strumento di controllo finanziario.
L'impero nascosto: Corona, City e rete offshore
L'impero visibile finì e l'impero nascosto crebbe.
La Corona britannica detiene più terre di qualsiasi altra istituzione sulla Terra. La cifra citata più frequentemente è di 6,6 miliardi di acri, circa il 16% della superficie terrestre totale del pianeta, detenuti attraverso il Crown Estate, il Ducato di Lancaster e i territori sotto l'autorità della Corona.
Re Carlo III è il capo di Stato di 15 Paesi: Australia, Canada, Nuova Zelanda, Giamaica e altri dieci tra Caraibi e Pacifico. In ognuno di essi il rappresentante della Corona detiene l'autorità costituzionale di destituire i Primi ministri eletti e sciogliere i parlamenti in virtù dei “poteri di riserva”.
Non si tratta di una formalità. Nel 1975 il Governatore Generale, John Kerr, usò quei poteri per destituire il Primo ministro australiano eletto Gough Whitlam. Quest'ultimo aveva avviato un processo di nazionalizzazione delle miniere australiane e cercato di porre fine alle operazioni di intelligence statunitensi sul suolo australiano. La decisione di rimuoverlo fu presa da un rappresentante della Corona britannica, non dal popolo australiano.
Nel cuore di Londra una giurisdizione di un miglio quadrato opera secondo un quadro giuridico che precede di secoli la nascita del Parlamento britannico. La City of London Corporation ricevette il suo primo statuto reale nel 1067, l'anno successivo alla conquista normanna. Possiede una propria forza di polizia, propri tribunali e un proprio bilancio, denominato “City's Cash”, non soggetto a revisione contabile pubblica. Le aziende più grandi hanno più voti nelle sue elezioni e i voti vengono espressi dall'amministratore delegato, non dai dipendenti.
La City ha un rappresentante chiamato Remembrancer che siede nella galleria della Camera dei Comuni e monitora tutta la legislazione che potrebbe incidere sugli interessi della City. Questa carica esiste dal 1571. Si tratta del lobbista permanente della City, insediato per legge all'interno del Parlamento britannico.
L'ex-Primo ministro, Clement Attlee, scrisse nel 1937: “Abbiamo visto più e più volte che in questo Paese esiste un altro potere oltre a quello che ha sede a Westminster. La City di Londra, termine comodo per indicare un insieme di interessi finanziari, è in grado di imporsi sul Governo di questo Paese. Coloro che controllano il denaro possono perseguire una linea di politica, sia in patria che all'estero, contraria a quella decisa dal popolo”.
Lo scrisse nel 1937, nazionalizzò poi la Banca d'Inghilterra nel 1946. La legge di nazionalizzazione non ne limitò in alcun modo la libertà d'azione. La City rimase fuori dalla sua portata.
In tutto il mondo la Gran Bretagna mantiene una rete di dipendenze della Corona e territori d'oltremare che fungono da rete finanziaria offshore più importante al mondo. Jersey, Guernsey, Isola di Man, tutti al di fuori della legislazione fiscale dell'UE e del Regno Unito. Isole Cayman, Isole Vergini britanniche, Bermuda, Gibilterra.
Le Isole Vergini Britanniche registrano ogni anno oltre 400.000 società in un territorio con meno di 35.000 residenti. Più della metà delle società coinvolte nello scandalo Panama Papers ha scelto le Isole Vergini Britanniche come giurisdizione di costituzione. Le Isole Cayman ospitano oltre 20.000 fondi di investimento. Le Bermuda si sono specializzate nel settore assicurativo e riassicurativo, con un collegamento diretto al mercato di Lloyd's.
Il Tax Justice Network stima che le dipendenze della Corona britannica e i territori d'oltremare costino al mondo $169 miliardi all'anno in perdite fiscali. I tre peggiori, le Isole Vergini Britanniche, le Isole Cayman e le Bermuda, sono tutti sotto l'autorità della Corona britannica. Gli Stati Uniti perdono circa $176 miliardi all'anno di entrate fiscali a causa di questa rete.
L'impero non è morto: ha imparato a nascondere meglio i suoi profitti.
La prova del LIBOR
Per almeno otto anni, dal 2005 al 2012, le banche che stabilivano il London Interbank Offered Rate (LIBOR) lo manipolavano. Il LIBOR era il tasso di interesse di riferimento per strumenti finanziari mondiali per un valore stimato di $800.000 miliardi. Ogni mutuo a tasso variabile in America era legato a un tasso fluttuante; ogni prestito studentesco era indicizzato al LIBOR; ogni contratto commerciale era basato su di esso. Il prezzo di tutti questi contratti era determinato da cifre presentate quotidianamente a Londra da banche che si coordinavano per far sì che tali cifre corrispondessero alle esigenze delle loro posizioni di trading.
Un trader a un soggetto che aveva presentato un'istanza, come documentato negli atti giudiziari: “Domani abbiamo un'altra importante impostazione dei tassi e, visto il movimento del mercato, speravo di poter fissare alcuni LIBOR al livello più alto possibile”.
A volte succedeva tutti i giorni... per otto anni.
Tra le banche ritenute colpevoli figurano Barclays, Deutsche Bank, UBS, Citigroup, JPMorgan Chase, Royal Bank of Scotland e HSBC. Le multe globali hanno superato i $9 miliardi. Nel 2015, oltre alle sanzioni relative al LIBOR, cinque banche si sono dichiarate colpevoli di reati penali per manipolazione dei mercati monetari.
Le prove emerse dalle testimonianze rese davanti al Parlamento britannico suggeriscono che la Banca d'Inghilterra fosse a conoscenza della manipolazione anni prima che diventasse di dominio pubblico e non abbia intrapreso alcuna azione. Il vice governatore della Banca d'Inghilterra ha dichiarato alla Commissione del Tesoro del Parlamento di esserne venuto a conoscenza solo “nelle ultime settimane” prima dello scoppio dello scandalo. Documenti, telefonate e testimonianze giurate rese alle autorità statunitensi suggeriscono che tale affermazione fosse falsa.
L'ex-sottosegretario al Dipartimento del Tesoro, Paul Craig Roberts, ha dichiarato pubblicamente: “Le motivazioni della FED, della Banca d'Inghilterra e delle banche statunitensi e britanniche sono allineate, le loro linee di politica si rafforzano e si avvantaggiano a vicenda. La manipolazione del LIBOR è un'ulteriore prova di questa collusione”.
Il sistema che determinava il prezzo del rischio a livello mondiale era gestito dalle stesse istituzioni che traggono profitto dal rischio... e manipolavano i prezzi.
Il sistema bancario ombra e il crollo di Market Financial Solutions
Dopo la crisi finanziaria del 2008 le autorità di regolamentazione hanno imposto requisiti patrimoniali più stringenti alle banche commerciali attraverso Basilea III. Le banche hanno dovuto detenere maggiori capitali e astenersi dalle categorie di prestito più rischiose. Questo poteva sembrare una riforma, in realtà ha semplicemente spostato un'intera categoria di prestiti verso istituzioni finanziarie non bancarie, fondi di credito privati, hedge fund e gestori patrimoniali che non erano regolamentati come le banche e non erano soggetti a requisiti patrimoniali.
Questo sistema bancario ombra è cresciuto da una nicchia a un'industria mondiale da $2.000 miliardi. E si è finanziata prendendo in prestito dalle stesse banche che si erano ritirate dall'erogazione diretta di prestiti. Le banche hanno ridotto la loro esposizione al rischio visibile, ottenendo un'esposizione indiretta prestando denaro ai fondi che le avevano sostituite.
Entro la fine del 2025 il totale dei prestiti bancari statunitensi agli istituti finanziari non bancari ha raggiunto $1.570 miliardi, con un aumento del 35% rispetto all'anno precedente. Le banche avevano impegnato oltre $500 miliardi in linee di credito non utilizzate a favore di questi istituti non bancari. In caso di crisi questi fondi privati attingono a tali linee di credito provenienti dalle banche commerciali.
Lo schema del 2007 si sta ripetendo in una forma diversa.
Il 20 febbraio 2026 Market Financial Solutions Ltd, una società londinese specializzata in prestiti immobiliari, ha presentato istanza di fallimento nel Regno Unito. Nel giro di pochi giorni l'Alta Corte ha approvato l'amministrazione controllata dopo che i creditori avevano denunciato una frode su vasta scala. L'accusa: doppia ipoteca. Gli stessi immobili erano stati utilizzati come garanzia per più prestiti senza alcuna comunicazione. Gli amministratori giudiziari hanno stimato che le garanzie verificabili ammontassero a soli £230 milioni a fronte di prestiti per un valore di £1,16 miliardi. Un deficit di garanzie pari a £930 milioni.
Barclays aveva un'esposizione di circa £600 milioni; Atlas SP Partners di Apollo ne aveva circa £400 milioni; anche Jefferies, Santander e Wells Fargo erano tra gli istituti di credito. Le azioni di Barclays sono crollate del 4,2%, quelle di Jefferies del 10,7% e quelle di Santander di quasi il 5% in un solo giorno.
Il caso MFS non è stato un caso isolato: il fallimento di Thrasio nel 2024, il crollo di Tricolor Holdings alla fine del 2024, la presunta frode da $2,3 miliardi di First Brands Group nel gennaio 2025, Blue Owl Capital costretta a limitare permanentemente i prelievi da un fondo di credito al dettaglio. I default sul credito privato sono saliti a un livello record del 9,2% alla fine del 2025. Il fondo di punta di Blackstone, il Private Credit Fund, ha fatto registrare richieste di rimborso per $6,5 miliardi nel primo trimestre del 2026.
Nell'ottobre del 2025 Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, aveva avvertito che sarebbero emersi altri “scarafaggi” dal mercato del credito privato. Dove ne vedi uno, ce ne sono altri dietro il muro.
Il Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d'Inghilterra del dicembre 2025 ha affermato che i rischi per la stabilità finanziaria sono aumentati nel corso del 2025, che le valutazioni degli asset rischiosi rimangono notevolmente elevate e che i mercati privati sono cresciuti in modo significativo senza essere stati messi alla prova da uno stress macroeconomico generalizzato della portata attuale. Il Governatore della Banca d'Inghilterra ha paragonato alcuni dei prestiti al credito privato al crollo dei mutui subprime che ha preceduto il 2008.
Lo Stretto di Hormuz e il cambiamento previsto per il 2026
All'inizio del 2026 l'escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto una soglia critica. Gli attacchi iraniani contro le navi mercantili del Golfo hanno provocato un'impennata del 400% dei premi assicurativi marittimi in un breve periodo. Gli assicuratori di Lloyd's e i club P&I (protezione e indennizzo) hanno iniziato a ritirare la copertura assicurativa per le navi in transito nello Stretto di Hormuz.
Circa 1.000 navi, circa la metà delle quali petroliere e gasiere con un valore complessivo dello scafo superiore a $25 miliardi, sono rimaste di fatto bloccate o impossibilitate a salpare. Il petrolio può stare fermo in una petroliera, pronto per essere trasportato. Senza assicurazione, la nave non lascia il porto. Le compagnie di navigazione non possono finanziare le operazioni delle navi senza assicurazione; le banche non concedono prestiti a fronte di scafi non assicurati.
Trump ha risposto: la US International Development Finance Corporation fornirà un'assicurazione contro il rischio politico per il commercio marittimo nel Golfo. La Marina statunitense scorterebbe le petroliere attraverso Hormuz.
Nel giro di 48 ore le compagnie assicurative americane hanno iniziato a muoversi per sostituire la copertura di Lloyd's, entrando in un mercato che l'infrastruttura finanziaria britannica aveva di fatto monopolizzato fin dal XVII secolo. Gli analisti di JPMorgan hanno stimato l'esposizione assicurativa totale per le navi nel Golfo Persico a circa $352 miliardi. Il limite massimo previsto dalla legge per la DFC è di $205 miliardi. C'è quindi un divario di $147 miliardi.
Per la prima volta in oltre 300 anni il quasi monopolio di Londra sulla determinazione del rischio di prezzo per il punto di strozzatura energetica più critico del mondo è stato messo in discussione e parzialmente sostituito. Il Paese che controlla l'assicurazione dell'approvvigionamento petrolifero mondiale controlla l'approvvigionamento petrolifero stesso. Ora quel ruolo è ricoperto da un altro soggetto.
Diego Garcia e il segnale di paura
Nel 2025 la Gran Bretagna ha negoziato un accordo per cedere la sovranità sull'arcipelago delle Chagos, inclusa Diego Garcia, a Mauritius, concedendo in affitto per 99 anni solo la base. L'accordo prevedeva un pagamento di circa £3,4 miliardi in 99 anni.
Diego Garcia non è un territorio qualunque. Si tratta di una base militare congiunta anglo-americana situata nell'Oceano Indiano centrale, utilizzata per operazioni di bombardamento a lungo raggio in Afghanistan e Iraq, nonché per attacchi contro obiettivi Houthi in Yemen. La sua importanza strategica è cruciale per qualsiasi azione militare nella regione dell'Oceano Indiano e del Golfo Persico.
Trump attaccò pubblicamente l'accordo definendolo “una grande stupidaggine”. Emersero notizie secondo cui gli Stati Uniti avevano cambiato posizione dopo che il Regno Unito si era rifiutato di autorizzare l'utilizzo di Diego Garcia per attacchi preventivi contro l'Iran. Il Parlamento britannico rinviò la ratifica più volte; a marzo di quest'anno la legge era ancora bloccata.
Il mese scorso sono emerse notizie secondo cui l'Iran avrebbe lanciato due missili balistici in direzione di Diego Garcia. Uno di questi, a quanto pare, non ha raggiunto la destinazione, mentre l'altro è stato intercettato. L'Iran ha negato qualsiasi coinvolgimento.
Questo è il sistema che segnala il suo stato di stress. La base che ha garantito la presenza militare occidentale nell'Oceano Indiano per decenni si trova in un limbo giuridico. Il Paese che ha costruito l'architettura finanziaria attorno al conflitto gestito nella regione sta perdendo il controllo operativo del punto strategico che ha utilizzato a tale scopo.
Taglio all'intelligence condivisa
Nel 2025 l'amministrazione Trump ha limitato la condivisione di informazioni di intelligence all'interno della rete Five Eyes su questioni critiche, in particolare i negoziati tra Russia e Ucraina e alcune aree del Medio Oriente. Il direttore dell'intelligence nazionale statunitense ha emesso una direttiva che classificava determinate informazioni di intelligence come NOFORN, ovvero “nessun cittadino straniero”, bloccando esplicitamente la condivisione con gli alleati di Five Eyes, incluso il Regno Unito.
Improvvisamente la parte britannica si è trovata parzialmente all'oscuro di file chiave su cui aveva fatto affidamento per decenni.
Il modo in cui la notizia è stata riportata è fondamentale. Gran parte della copertura mediatica ha descritto la “sospensione” della condivisione di informazioni di intelligence tra Regno Unito e Stati Uniti come se la Gran Bretagna avesse scelto di ritirarsi. In realtà la sequenza degli eventi è inversa: gli Stati Uniti hanno limitato per primi il flusso di informazioni. Il Regno Unito, in risposta, ha poi trattenuto parte delle proprie informazioni di intelligence, in parte perché i funzionari britannici non si sentivano a proprio agio nell'essere potenzialmente complici di azioni militari statunitensi che consideravano giuridicamente discutibili.
La narrazione inverte la causa e l'effetto. Fa apparire la Gran Bretagna come un luogo di principi, quando in realtà stava reagendo. È così che il sistema racconta sempre la propria storia: la reazione della Gran Bretagna appare come una scelta, l'isolamento della Gran Bretagna appare come un passo indietro.
Il vecchio accordo, in base al quale la Gran Bretagna poteva esercitare la propria influenza dietro le quinte mentre gli Stati Uniti fornivano la forza militare e condividevano le informazioni di intelligence, sta crollando. Il partner di maggioranza ha cambiato i termini.
La dottrina “Donroe”: come Trump sta smantellando il sistema
Trump non è entrato in carica parlando dell'impero britannico. È entrato parlando di “America First”, ma ciò che significa in pratica è un attacco diretto a ogni pilastro istituzionale che ha permesso all'impero britannico di funzionare dopo il 1945.
La Dottrina “Donroe” è il nome che Trump stesso le ha dato a Mar-a-Lago. “Ora la chiamano Dottrina Donroe”, ha detto. La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 l'ha ufficializzata. L'emisfero terrestre occidentale deve essere controllato dagli Stati Uniti a livello politico, economico, commerciale e militare. Ai concorrenti non appartenenti a tale emisfero deve essere negata la possibilità di possedere, o controllare, risorse strategicamente vitali. Il popolo americano, non le nazioni straniere o le istituzioni globaliste, controllerà il proprio destino nell'emisfero.
Rileggetelo bene: “Non nazioni straniere o istituzioni globaliste”.
Le istituzioni globaliste di cui parla sono quelle create e su cui si basa l'asse finanziario Londra-Washington: l'FMI, la Banca Mondiale, l'OMC, la BRI. L'intero quadro post-1944. Il suo stesso rappresentante per il commercio degli Stati Uniti ha definito il programma dei dazi una “riprogettazione dell'ordine commerciale mondiale concepito a Bretton Woods”. Questa non è la descrizione di un analista, è l'amministrazione stessa che descrive le proprie intenzioni.
Non si tratta di retorica, ma di azioni concrete e documentate.
Il 3 gennaio 2026 le forze statunitensi hanno lanciato l'Operazione Absolute Resolve e catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas. Si è trattato del primo capo di Stato straniero in carica ad essere catturato dalle forze militari statunitensi e portato negli Stati Uniti per essere processato. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero governato il Venezuela durante un periodo di transizione. L'amministrazione Trump ha iniziato a pianificare il controllo diretto delle entrate petrolifere venezuelane. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo e questo petrolio è rimasto al di fuori del sistema controllato dal dollaro. Trump lo sta riportando all'interno di tal sistema.
Ha preteso il controllo del Canale di Panama, dove compagnie cinesi gestiscono infrastrutture portuali; ha rivendicato la Groenlandia, ricca di minerali delle terre rare e che domina le rotte marittime artiche; ha imposto dazi al 50% al Brasile; ha minacciato commercialmente anche Colombia, Messico e Cuba; ha aumentato la media dei dazi dal 2,5% nel 2024 al 28% all'inizio del 2025, il livello più alto sin dal 1947.
Ciascuna di queste mosse prende di mira una risorsa, una rotta, o un rivale che opera al di fuori del controllo diretto americano, spesso all'interno della rete finanziaria e commerciale offshore gestita dalla City di Londra e dalle sue istituzioni alleate.
La Dottrina Donroe non riguarda solo l'emisfero terrestre occidentale: si tratta di uno smantellamento sistematico del quadro istituzionale che ha permesso a una piccola nazione insulare di mantenere un potere mondiale sproporzionato attraverso la finanza, l'intelligence e la gestione dei conflitti, ben oltre la fine formale del suo impero.
Trump e Netanyahu: la stessa guerra, finali diversi
È qui che la maggior parte delle persone non coglie ciò che sta realmente accadendo.
Trump e Netanyahu hanno lanciato congiuntamente una guerra contro l'Iran nel febbraio 2026. Israele ha ucciso la Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, e gran parte della sua leadership nel primo attacco del 28 febbraio. Le forze statunitensi hanno condotto l'Operazione Midnight Hammer, bombardando gli impianti nucleari sotterranei iraniani di Fordow e altri siti che Israele non poteva raggiungere con le proprie armi. In apparenza, sono alleati.
Ma non vogliono la stessa cosa e le persone che circondano Trump lo sanno.
Un funzionario della Casa Bianca lo ha dichiarato senza mezzi termini ad Axios: “Israele non odia il caos, noi sì. Noi vogliamo la stabilità. Netanyahu? Non tanto, soprattutto in Iran. Loro odiano il governo iraniano molto più di noi”.
Questa singola citazione spiega l'intera relazione.
Netanyahu ha dedicato la sua carriera alla distruzione del regime iraniano. Non è un'esagerazione, è stato il filo conduttore della sua vita politica per decenni. Ha spinto ogni presidente degli Stati Uniti ad assumere posizioni più dure nei confronti dell'Iran e ha finalmente ottenuto ciò che voleva con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Nel 2025 Stati Uniti e Iran erano impegnati in cinque round di colloqui diretti sul nucleare. Alla vigilia del sesto round Israele ha lanciato l'Operazione Leone Nascente, una massiccia campagna aerea contro l'Iran, facendo deragliare completamente la diplomazia. A quel punto Trump è intervenuto, ordinando il bombardamento statunitense dei siti nucleari che Israele non era in grado di distruggere da solo.
Trump è entrato in guerra, ma i suoi consiglieri vogliono che la guerra finisca; Netanyahu invece vuole che continui.
Il comportamento di Trump, che prende sempre più le distanze dall'agenda di Israele, è documentato da numerosi episodi avvenuti all'insaputa e senza il previo consenso di Israele.
Trump ha negoziato un cessate il fuoco con gli Houthi senza informare Israele. Due giorni dopo un missile Houthi ha colpito un'area vicino all'aeroporto Ben Gurion. Israele lo ha scoperto solo in seguito e i lanci di missili Houthi contro Israele sono aumentati dopo il cessate il fuoco americano.
Trump ha avviato colloqui diretti con l'Iran senza informare Israele. Netanyahu si trovava nello Studio Ovale quando egli ha rivelato che i colloqui erano già in corso. Netanyahu ha dovuto trattenere la sua reazione.
Trump ha revocato le sanzioni statunitensi contro la Siria senza informare Israele, nonostante quest'ultimo nutra dirette preoccupazioni per la propria sicurezza in relazione al territorio siriano.
La visita di Trump in Medio Oriente non ha incluso una tappa in Israele; ha incluso invece accordi per la fornitura di armi agli stati del Golfo, sollevando interrogativi sul vantaggio militare qualitativo di Israele, un impegno sancito dalla legge statunitense.
I collaboratori di Trump descrivono la strategia di Netanyahu come il mantenimento del dominio regionale attraverso il caos. Essi vogliono che la regione diventi, per usare le parole dello stesso Trump, “un luogo di collaborazione, amicizia e investimenti”. Si tratta di obiettivi opposti: Netanyahu ha bisogno di un conflitto permanente nella regione per giustificare la postura di sicurezza di Israele e la propria sopravvivenza politica; Trump ha bisogno di stabilità nella regione per liberare risorse militari e finanziarie da destinare all'emisfero terrestre occidentale, dove, secondo la sua dottrina, dovrebbe concentrarsi il potere americano.
Trump lo ha ammesso direttamente ai giornalisti: gli obiettivi di Israele potrebbero essere “un po' diversi” dai suoi. “Sapete, loro sono lì e noi siamo molto lontani”.
I principali consiglieri di Trump sono espliciti nell'affermare di essere consapevoli dell'impatto mediatico. “Siamo consapevoli dell'impressione che si ha di fare il gioco di Israele. Non è così, ma comprendiamo la percezione che si ha e non è d'aiuto”, ha dichiarato un alto consigliere di Trump ad Axios.
Questo significa che l'amministrazione Trump sta dichiarando apertamente di essere consapevole che Israele sta cercando di utilizzare la potenza militare americana per raggiungere obiettivi strategici israeliani e che sta cercando di limitare il successo di tali tentativi.
Questo è rilevante per il modello imperiale britannico, perché il conflitto permanente di Israele è esattamente ciò che ha alimentato il flusso di entrate assicurative dei Lloyd's e giustificato l'architettura di intelligence che ha mantenuto la Gran Bretagna rilevante. La volontà di Trump di ottenere stabilità anziché un caos gestito rappresenta una minaccia diretta al modello di business del sistema britannico. Tale sistema trae profitto dal rischio. Trump, almeno secondo i termini della Dottrina Donroe, vuole ridurre il rischio in Medio Oriente e riorientare il potere americano verso l'emisfero terrestre occidentale, dove le infrastrutture finanziarie e di intelligence britanniche sono molto meno presenti.
Il caos che ha reso Londra redditizia per decenni è il caos a cui Trump vuole porre fine. Non perché comprenda il modello dell'impero britannico, ma perché lo impone la Dottrina Donroe.
Come Israele ha diviso l'America
Il conflitto che la Gran Bretagna ha fomentato in Medio Oriente non ha diviso solo la regione, ma anche gli Stati Uniti. Questa divisione rappresenta oggi una delle fratture più profonde della politica americana e si allarga di anno in anno.
Per decenni il sostegno a Israele in America è stato bipartisan e sostanzialmente indiscusso. Repubblicani e Democratici si contendevano il primato nel dimostrare la propria lealtà alla relazione. L'AIPAC, l'American Israel Public Affairs Committee, ha operato dietro le quinte come gruppo di pressione focalizzato su tematiche specifiche, in modo discreto ma efficace.
La situazione è cambiata nel 2021, quando l'AIPAC ha lanciato il proprio comitato di azione politica e il proprio super PAC, iniziando per la prima volta a investire direttamente nelle elezioni. Nel 2024 l'AIPAC e i gruppi affiliati hanno speso più di $100 milioni in 389 elezioni per il Congresso, 26 per il Senato e 363 per la Camera dei Rappresentanti. Secondo The Intercept, l'AIPAC ha investito in oltre l'80% di tutti i seggi in palio per la rielezione. Il presidente repubblicano della Camera, Mike Johnson, ha ricevuto come minimo $654.000; il leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, ha ricevuto come minimo $933.000. Entrambi i partiti, entrambi i leader; 318 candidati sostenuti dall'AIPAC hanno vinto.
La spesa maggiore è stata indirizzata contro i progressisti che criticavano le azioni di Israele. L'AIPAC ha speso complessivamente più di $29 milioni per sconfiggere i deputati Jamaal Bowman e Cori Bush alle primarie democratiche, due delle elezioni primarie per la Camera più costose nella storia degli Stati Uniti. Entrambi hanno perso.
Ecco come una questione di politica estera si trasforma in un'arma interna. I candidati che mettevano in discussione il sostegno militare incondizionato venivano eliminati; i candidati che promettevano lealtà ricevevano denaro. Il messaggio per tutti gli spettatori era chiaro: il dissenso ha delle conseguenze.
Ma la spesa ha creato un problema: ha reso visibile la questione, ha spinto la gente a chiedersi chi stesse pagando e perché, e Gaza ha reso impossibile distogliere lo sguardo.
Dal 7 ottobre 2023 l'opinione pubblica statunitense su Israele è cambiata più rapidamente rispetto a qualsiasi altra questione di politica estera nella storia moderna dei sondaggi. I dati sono documentati.
Solo il 9% degli americani sotto i 35 anni approva le azioni militari di Israele a Gaza. Tra i democratici più anziani il gradimento verso Israele è sceso a una media di 41 su una scala da 0 a 100, rispetto ai circa 55 che si erano mantenuti per cinque decenni. Per la prima volta da quando Gallup ha iniziato a porre la domanda un quarto di secolo fa, più americani affermano di simpatizzare con i palestinesi che con gli israeliani, il 41% contro il 36%.
La spaccatura generazionale è più marcata. Il 79% dei repubblicani over 65 simpatizza maggiormente con Israele; solo il 40% dei repubblicani sotto i 44 anni concorda. Tra i giovani repubblicani la maggioranza si oppone ora al rinnovo dell'accordo sul disarmo tra Stati Uniti e Israele.
Personaggi come Tucker Carlson e Marjorie Taylor Greene hanno mascherato le loro critiche a Israele con la retorica dell'America First. Osserviamo il loro comportamento: nessuno dei due ha difeso l'operazione in Venezuela, nessuno dei due ha sostenuto la Groenlandia, nessuno dei due ha appoggiato la guerra commerciale per smantellare Bretton Woods, né ha proferito parola su ciò che Trump sta facendo all'infrastruttura dei servizi segreti britannici. Hanno individuato un tema in cui il loro pubblico coincide con la base progressista e lo stanno cavalcando. Questo non è America First, è il vecchio manuale dei repubblicani moderati travestito da populista, che fa esattamente ciò di cui il sistema britannico ha sempre avuto bisogno dalle figure politiche americane: mantenere l'attenzione della popolazione interna sul conflitto in Medio Oriente anziché sul sistema che lo sostiene.
Il Paese è ora diviso su questa questione lungo linee di età, partito, razza, classe e geografia in modi che si intersecano con ogni altra divisione che già lacera la cultura politica americana. Le proteste nei campus del 2024 hanno diviso le università. La questione di chi sia antisemita e chi sia semplicemente contro la guerra ha spaccato amicizie, famiglie e coalizioni. Le spese dell'AIPAC per le primarie hanno creato per la prima volta una reazione negativa che ha reso quello stesso gruppo di pressione una questione politica. I candidati che prima accettavano silenziosamente i finanziamenti dell'AIPAC ora li restituiscono pubblicamente.
Ecco cosa produce il conflitto permanente sul fronte americano. Gli inglesi hanno creato il focolaio di tensione in Medio Oriente, il focolaio genera guerra, che genera rischio, che genera profitti assicurativi a Londra; ma le conseguenze politiche di quella guerra si ripercuotono oltre l'Atlantico e si insinuano nella democrazia americana. Dividono il Partito Democratico, dividono i giovani repubblicani dai repubblicani più anziani, creano un blocco elettorale monotematico abbastanza potente da spodestare i politici in carica e un movimento di reazione abbastanza potente da rendere il sostegno a quel blocco politicamente tossico.
La divisione non è casuale. Una società che discute incessantemente di un conflitto a 6.000 miglia di distanza, che ci investe capitale politico, perde le elezioni per questo motivo e frammenta le proprie coalizioni, è una società distratta. Una società distratta non guarda al sistema che ha generato il conflitto, ma al conflitto stesso.
Questo è il punto.
Il modello
Lo stesso meccanismo, nomi diversi, decenni diversi, geografia diversa.
Il conflitto genera rischio, il rischio viene prezzato a Londra, il denaro affluisce nella City, le reti di intelligence rimangono rilevanti, i territori offshore restano affollati e l'architettura resta intatta.
L'Impero britannico ha approfittato del reale bisogno di sicurezza del popolo ebraico e lo ha insediato in un luogo destinato a generare un conflitto permanente. La Gran Bretagna ha contribuito a distruggere la stabile Persia e ha creato le condizioni per un Iran radicale situato nel punto nevralgico più critico per l'approvvigionamento energetico mondiale. Entrambe le decisioni hanno generato continui premi assicurativi per lo stesso mercato assicurativo londinese. Nessuna delle due è stata concepita per produrre la pace, perché la pace non è mai stata l'obiettivo.
Ora i premi assicurativi di Lloyd's per il rischio di guerra sono quadruplicati nel Golfo; il flusso di informazioni di intelligence dei Five Eyes è stato interrotto; Diego Garcia si trova in un limbo giuridico; un istituto di credito con sede a Londra è fallito a causa di una frode sui depositi per £930 milioni; la Banca d'Inghilterra avverte che i mercati privati non sono mai stati sottoposti a stress test di questa portata. Trump sta smantellando il quadro istituzionale su cui si fonda l'impero invisibile.
Lo schema non cambia perché le persone che ne traggono vantaggio non sono cambiate.
Non hanno mai perso l'impero, lo hanno semplicemente reso invisibile.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Stop The Fraud: The Government Hates Competition
To say that the U.S. federal government is ‘a little less than truthful’ would be the understatement of the century. It’s expected that politicians bend the truth. When it comes to power and money, the incentive to lie is always there; and it’s very often chosen. But lying can turn into an addiction … a chronic addiction. When it’s all corruption and lies, the downward spiral of society reflects it.
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La banca ha bloccato il “mio” conto: l'accesso autorizzato è ancora valido?
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-banca-ha-bloccato-il-mio-conto)
So che sembro un matto.
Lo vedo negli occhi del mio nonno ottantenne che trova assurdo quello che gli avevo detto. In fondo, i soldi in un conto corrente a mio nome sono miei, no? Un saldo positivo su quel conto può sempre essere usato per comprare panini, fare benzina, o pagare l'affitto? La banca lavora per me, giusto? È suo dovere agevolare le mie spese.
No, ho provato a convincerlo; i depositi bancari non sono vostri, né in pratica né giuridicamente. Le banche possono bloccare il vostro conto e interrompere i pagamenti in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo. Pertanto i depositi bancari non superano nemmeno la più elementare prova per essere classificati come “denaro”, eppure tutti li considerano sinonimo del mezzo monetario più libero e semplice che abbiano mai visto. Funziona sempre, no?
Pochi giorni dopo, Revolut, l'istituto fintech europeo che ha rivoluzionato il mondo della finanza e dei servizi bancari, ha bloccato il mio conto. Il punto di accesso ai miei fondi, che utilizzavo quotidianamente da probabilmente un decennio, ha semplicemente smesso di funzionare.
Revolut mi spiava forse nel salotto di mio nonno, in attesa del momento più ironico per ostentare questo suo potere divino?
Quando i vostri soldi non sono vostri
Non pensate mai che possa succedere a voi, o che possa succedere del tutto. Dovrei saperlo meglio di molti altri. Per anni ho scritto e parlato della natura della nostra moderna moneta fiat. Eppure sto imparando a mie spese come funzionano davvero le banche moderne. Il denaro in un conto corrente non vi appartiene, né è denaro in sé (un bene al portatore neutrale sotto il vostro esclusivo controllo). Sappiamo che la moneta fiat fallisce come sistema monetario, perché le sue conseguenze inflazionistiche ridistributive e il suo terribile impatto sui prezzi degli asset ne garantiscono la perdita di valore nel tempo. Ma ciò che è davvero assurdo è come il sistema bancario, eccessivamente regolamentato, fallisca doppiamente, annullando la nostra capacità di pagare quando meno ce lo aspettiamo.
“Che cosa hai fatto?”
È la domanda più ovvia, ma anche la più sbagliata! Le banche, penalizzate da regolamenti inapplicabili, non hanno bisogno di una giustificazione valida per bloccare i vostri fondi. Chiedere il perché presuppone che le banche blocchino i conti o interrompano i pagamenti solo in presenza di una giusta causa. Inoltre non si conoscono mai i motivi specifici per cui gli istituti finanziari bloccano l'accesso a qualcuno: si possono solo fare delle ipotesi.
Nel mio caso ho ricevuto un pagamento per i servizi resi, come mi è capitato centinaia di volte. Ma un cliente – o la sua banca – ha misteriosamente tentato di recuperare i fondi. Le lamentele ricevute da Revolut per conto di quest'altra banca – la tedesca Allianz, tramite Apple Pay – hanno portato al blocco del mio conto e all'avvio di un'indagine. La data di conclusione era fissata a sette giorni dopo. Quando ho presentato i documenti e la solita serie di dati identificativi, accompagnati da parole di disappunto ben scelte, la data è improvvisamente slittata di altri tre giorni.
Come la “protezione” normativa è diventata la nuova fragilità
Ad aggravare ulteriormente la situazione, si aggiunge la consapevolezza che le normative antiriciclaggio e gli sforzi per la prevenzione delle frodi, che giustificano i poteri delle banche e interventi come questo, sono quasi del tutto inefficaci. La conformità alle normative antiriciclaggio costa alle banche decine di miliardi ogni anno. Eppure il loro bilancio in termini di “protezione” dei clienti e prevenzione di frodi finanziarie è praticamente nullo.
Gli esperti stimano che i proventi illeciti censurati grazie alla sorveglianza benevola delle banche sui propri clienti ammontino a una frazione dei flussi di denaro sporco – a un costo, sia finanziario che in termini di disagi, ben superiore al suo valore.
Con uno stato sovradimensionato e regolamenti che crescono più velocemente di quanto chiunque possa leggerli, ci siamo abituati alla triade oscura di banche, sorveglianza digitale e poteri governativi antiriciclaggio. Il fondatore di Bitcoin, Satoshi Nakamoto, ha scritto:
Dobbiamo fidarci delle banche per la custodia e il trasferimento elettronico del nostro denaro, ma queste lo prestano in ondate di bolle creditizie, con riserve minime. Dobbiamo fidarci di loro per quanto riguarda la nostra privacy, fidarci che non permettano ai ladri di identità di svuotare i nostri conti.Molti non hanno ascoltato. Io sì, ma sono comunque caduto vittima di questo assurdo sistema monetario. L'unico motivo per cui posso coprire le mie spese questo mese – affitto, spesa, contributi pensionistici – è proprio perché ho accesso a una quantità illimitata di denaro digitale che nessun altro controlla.
La proprietà è un mito?
Un conto bancario, afferma Knut Svanholm, anche lui svedese e sostenitore di Bitcoin, è un accordo di sicurezza multisig due su tre tra voi, la banca e lo stato. Insieme, hanno sempre il controllo (e il possesso!) dei vostri fondi. Voi potete accedervi alle loro condizioni.
Niente di tutto questo disastro ha senso, e non vedo l'ora che la mostruosità rappresentata dalla moneta fiat, dal sistema bancario e dalle regolamentazioni finanziarie crolli, per usare le parole dei marxisti, o semplicemente con la nostra uscita di scena, persone comuni, che infine ne abbiamo avuto abbastanza.
Anche se alla fine dovessi recuperare i miei fondi in valuta fiat, probabilmente non userò mai più Revolut per le mie operazioni bancarie e diventerò sempre più diffidente nei confronti di tutte le altre banche. Come potrei mai convivere con una spada di Damocle sotto forma di normative sul riciclaggio di denaro che penderà per sempre sulla mia testa?
No, grazie. Fiat Delenda Est.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Il sogno tedesco sull'idrogeno si trasforma in un buco nero da $9 miliardi all'anno
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-sogno-tedesco-sullidrogeno-si)
La Corte dei conti tedesca (Bundesrechnungshof) ha smantellato la strategia governativa sull'idrogeno. Né sul fronte dell'offerta, né su quello della domanda, i risultati sono minimamente in linea con gli obiettivi politici. La Germania rischia l'ennesimo disastro causato dai sussidi.
Berlino è in preda ai postumi della crisi. La crisi economica in corso sta impietosamente smascherando le illusioni della cosiddetta transizione verde. Dopo il crollo della produzione di batterie – si pensi a progetti fallimentari come Northvolt, finanziati a suon di sussidi – la ritirata dell'industria dall'“acciaio verde” e il fallimento della transizione energetica sotto il peso dell'eolico e del solare, diventati pozzi senza fondo di sussidi, ora è sotto attacco anche l'altro grande progetto: la strategia dell'idrogeno.
La Corte dei conti esce allo scoperto
In una relazione recente la Corte dei Conti tedesca ha esaminato l'economia dell'idrogeno: un vero e proprio capolavoro di artifici politici. Dal 2020 il settore è stato inondato di sussidi, solo per il 2024 e il 2025 sono stati stanziati oltre €7 miliardi. Un bel po' di lubrificante per un motore che ha borbottato fin dal primo giorno e che ancora si rifiuta di partire.
Gli investitori privati, allettati dalle garanzie e dai prezzi sostenuti dallo stato, contribuiscono con oltre €3 miliardi all'anno. E qual è il risultato dopo cinque anni di finanziamenti costanti? A dir poco devastante. L'attuale produzione di idrogeno verde si attesta a soli 0,16 gigawatt; altri 0,2 gigawatt sono in fase di costruzione.
In altre parole: un mercato che praticamente non esiste, sta già consumando circa €8 miliardi all'anno, tra fondi pubblici e privati, come un buco nero.
Come sempre accade quando lo stato cerca di gestire centralmente settori complessi dell'economia, l'idrogeno in Germania sta diventando un cimitero di sussidi, e a pagarne il conto saranno i contribuenti. La Corte dei conti lo definisce educatamente “un rischio finanziario per il contribuente”, ma è molto di più.
La pianificazione centralizzata ha fallito... di nuovo
Sì, persino la Corte dei conti, essendo parte dell'apparato statale, segue il modello ideologico di Bruxelles. Eppure il verdetto è sorprendentemente chiaro. I revisori pongono due domande centrali:
- Con questa strategia la Germania riuscirà ancora a raggiungere l'obiettivo, ormai sancito dalla Costituzione, della neutralità climatica entro il 2045?
- Tutto ciò è economicamente sostenibile?
Un punto di critica fondamentale: il Ministero dell'Energia ha eliminato l'obbligo per le nuove centrali a gas di essere predisposte per l'utilizzo dell'idrogeno. Senza tale obbligo, viene a mancare un cruciale stimolo alla domanda.
Allo stesso tempo la rete centrale di idrogeno viene descritta come eccessivamente ambiziosa. Domanda e offerta sono completamente sfasate.
In altre parole: non esiste una domanda di mercato significativa per un prodotto ecologico sovraprezzato.
Chi l'avrebbe mai detto? La pianificazione centrale ha fallito miseramente ancora una volta.
In conclusione la Corte dei Conti vede il pericolo di un finanziamento statale permanente, con rischi di vasta portata per l'industria tedesca e, come sempre, con costi incalcolabili per i contribuenti.
In parole povere: stiamo assistendo alla nascita di un'altra nicchia per il capitalismo clientelare verde. Un asset sovraprezzato viene prodotto artificialmente nonostante non esista un mercato reale. Le aziende si stanno ritirando, lasciando dietro di sé un giudizio impietoso da parte dell'opinione pubblica sulla politica energetica tedesca: un voto di sfavore.
Un rimprovero notevole
La natura esplosiva di questa critica risiede nella sua fonte: la Corte dei conti (Federal Audit Office), un'istituzione solitamente indulgente nei confronti della cattiva gestione politica. Il fatto che la sua analisi sia così aspra dimostra la portata del fallimento delle linee di politica, lo spreco di denaro pubblico e l'eccessivo indebitamento contratto per imporre obiettivi politici.
E con l'aumento del debito pubblico, la Corte dei conti avrà molto più da fare. Solo quest'anno il nuovo indebitamento netto – includendo i cosiddetti “fondi speciali”, che non sono altro che debito riclassificato – ammonta a circa il 4,7% del PIL.
Se il governo tedesco sopravvive, l'economia rimane debole e il cancelliere Friedrich Merz resta in carica, il debito pubblico totale della Germania potrebbe raggiungere circa l'80% del PIL entro la fine del suo mandato.
Lo spazio per ulteriori iniziative di sovvenzioni ecologiche si sta riducendo rapidamente.
Senza industria, non si può raggiungere la scalabilità
La mancanza di sussidi non è l'unico problema. Un freno importante all'espansione dell'idrogeno è il crollo dell'industria tedesca, causato proprio dalle linee di politica riguardo la transizione verde. Bruxelles e Berlino non avevano previsto la fuga degli investimenti dovuta all'impennata dei costi energetici.
L'aumento della produzione di idrogeno richiede una domanda industriale, ma tale domanda sta svanendo.
Le linee di politica si muovono a tentoni, passando da un sussidio all'altro, spinte dalla disperazione di mantenere in vita progetti di riqualificazione urbana fallimentari. È uno spettacolo terribile, per ogni contribuente costretto a finanziarlo.
E il mondo degli affari ha già emesso il suo verdetto. Dopo che ArcelorMittal ha rinunciato a un sussidio di €1,3 miliardi per la produzione di acciaio verde a base di idrogeno, altri hanno seguito l'esempio: HH2E a Thierbach, il Gruppo Forsight, RWE, ritirandosi da uno dei più grandi progetti del Paese sull'idrogeno.
Nessuno vuole toccare questo coacervo di sussidi, non importa quanti nuovi prestiti Klingbeil e soci concedano.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Socialismo & americanismo
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/socialismo-and-americanismo)
Il nuovo sindaco di New York non ha nascosto le sue idee socialiste e la storia ha dimostrato che il tipo di pensiero a cui aderisce dovrebbe destare preoccupazione.
Per dirla senza mezzi termini, non stiamo parlando di un socialismo fabiano, raffinato e alla moda, tipico dell'alta borghesia britannica di cento anni fa, con il suo desiderio di costruire uno Stato sociale che garantisse assistenza dalla culla alla tomba. Ci riferiamo piuttosto a quello che affonda le radici nella tradizione più antica di Karl Marx e nel suo tentativo, del tutto errato, di ricondurre tutti i mali sociali all'esistenza del capitale privato. Questa visione è antiquata, mantenuta in vita esclusivamente dal mondo accademico, totalmente avulsa da qualsiasi esperienza economica concreta.
Naturalmente questo implica, in parte, non guardare al mondo materiale attraverso la lente della realtà oggettiva e dell'economia. Questa visione del mondo immagina che lo stato possa semplicemente rendere tutto gratuito, abbassare e congelare gli affitti, e consegnare la spesa a domicilio annunciandolo, con l'aiuto di pesanti tasse sui più abbienti.
Quando il piano non funziona, come accade sempre in questa visione del mondo, i leader sarebbero costretti a ricorrere a misure autoritarie. New York City è in condizioni terribili in questo momento e questa strada non farà altro che peggiorare la situazione. Nei prossimi mesi assisteremo a un'altra ondata di esodo dalla città, non solo una fuga dei capitali, ma anche delle persone.
Non sono solo le grandi imprese e le multinazionali a doversi preoccupare, sono tutte le attività commerciali della città. Questo punto di vista prende in considerazione qualsiasi afflusso di capitale come un flusso ingiusto dai lavoratori ai padroni; ovvero, dai creatori di valore agli sfruttatori di valore.
Si tratta di una prospettiva relativamente semplice, radicata in un unico errore, che a prima vista sembra plausibile ma che crolla di fronte un'analisi più approfondita. Esso attribuisce l'esistenza stessa del valore economico esclusivamente alla manifestazione del lavoro fisico. È nota come teoria del valore-lavoro ed è una proposizione esclusivamente empirica.
Secondo questa visione, l'intera produzione industriale equivaleva al valore del lavoro manuale e doveva essere ripartita di conseguenza. Qualsiasi somma di denaro sottratta al lavoro – per pagare i padroni del capitale, le materie prime, le nuove invenzioni, il marketing, o i creditori – era un furto ai danni del lavoro stesso. Paradossalmente, secondo quest'ottica, coloro che svolgono un lavoro intellettuale non facevano nulla. Tuttavia i socialisti hanno escogitato una via d'uscita: gli intellettuali sono l'avanguardia del proletariato e quindi necessari.
È davvero vero che ogni fatica genera valore economico che dovrebbe sempre e comunque andare solo ai lavoratori e mai ai padroni? Chiaramente no. Chiunque è perfettamente in grado di fare qualsiasi cosa che non venga considerata di valore da qualcuno. Il lavoro da solo non crea valore; ciò che genera valore è l'atto di attribuirgli valore.
La teoria del valore-lavoro ha radici profonde nella storia, accennate persino nelle opere di Adam Smith e David Ricardo, punti poi ripresi dai socialisti per sostenere la nazionalizzazione del capitale.
Fu l'avvento della teoria marxista a portare chiarezza all'interno della teoria del valore durante la cosiddetta Rivoluzione marginale della decade del 1880. Tre teorici – Stanley Jevons, Leon Walras e Carl Menger – argomentarono in modo convincente a favore di quella che divenne nota come la teoria soggettiva del valore, in contrapposizione alla teoria del valore-lavoro.
Tra queste opere la mia preferita è, Principi di economia (1871), di Carl Menger. È ancora una lettura avvincente e un ottimo manuale sui fondamenti dell'economia. Sulla questione del valore egli scrisse: “Il valore non è dunque nulla di intrinseco ai beni, nessuna loro proprietà, ma semplicemente l'importanza che attribuiamo innanzitutto alla soddisfazione dei nostri bisogni, cioè alla nostra vita e al nostro benessere, e di conseguenza trasferiamo ai beni economici come cause esclusive della soddisfazione dei nostri bisogni. [...] È un giudizio che gli uomini economicisti formulano sull'importanza dei beni a loro disposizione per il mantenimento della propria vita e del proprio benessere. Pertanto il valore non esiste al di fuori della coscienza degli uomini”.
Una volta compreso questo punto, l'intera struttura teorica del marxismo e persino del socialismo crolla. È il processo infinito di scambio cooperativo, guidato dalla percezione che le persone hanno dei propri bisogni e dal continuo lavoro volto a soddisfare i bisogni altrui, che genera valore, un valore che viene impartito dalle menti individuali.
Nessun politico, intellettuale o burocrate è in grado di replicare questo delicato sistema, tanto meno di sostituirlo con una visione nuova e completamente esterna di ciò che ha valore e di ciò che non ne ha. Né gli estranei possono sezionare e manipolare prezzi e contabilità derivanti dal processo di mercato e dire: questo è troppo alto, questo è troppo basso, ed ecco un piano per rimediare. Un simile tipo di pianificazione non può che portare a distorsioni estreme.
C'è un punto più profondo da tenere a mente, legato alla storia degli Stati Uniti. Non c'è nulla nella nostra storia nazionale che affondi le sue radici nella teoria socialista. Non riesco a pensare a un solo Padre Fondatore che avesse interesse per la teoria socialista utopica pre-marxista. Certo, esistevano sette anabattiste che condividevano valori comuni e celebravano la comunità, ma non è la stessa cosa. Dall'antichità ai giorni nostri, sono esistiti molti socialisti utopisti, ma i Padri Fondatori non ne hanno mai parlato.
Sapete qual era il nome dell'economista preferito di Thomas Jefferson? Non Adam Smith, bensì il fisiocrate francese Anne Robert Jacques Turgot, barone de l'Aulne (1727-1781). Era un sostenitore delle tasse basse, dei diritti di proprietà, delle piccole imprese, del commercio e dell'esperienza commerciale in generale. Fu lui ad avvertire la monarchia francese della necessità di ridurre le tasse e liberalizzare i prezzi per scongiurare la rivoluzione, un appello rimasto inascoltato.
Jefferson era un attento lettore del grande libro di Turgot, Riflessioni sulla produzione e la distribuzione della ricchezza (1766), che aveva anticipato la teoria del valore di mercato ben prima di Menger. Il suo libro è meticoloso e profondamente empirico, e illustra la formazione dei prezzi attraverso la domanda e l'offerta, discutendo l'origine e gli usi della moneta.
Nel suo ruolo di consigliere della corte, condannò i monopoli industriali e l'ingerenza della Corona negli affari commerciali delle piccole imprese. Fu un brillante innovatore. Jefferson lo ammirava a tal punto da fargli realizzare un busto da esporre nel portico principale di Monticello.
Se esiste un'economia americana, è questa: la celebrazione della proprietà privata, delle piccole imprese, delle tasse basse, dell'assenza di monopoli industriali, dell'agronomia, dell'imprenditorialità, del servizio alla comunità, dell'indipendenza, dell'autosufficienza, del duro lavoro, della creatività, dell'orgoglio per un lavoro ben fatto, della frugalità, di una moneta solida, del risparmio, dell'impegno a lungo termine, della famiglia e della fede.
Certamente, fin dai primi anni della sua storia, in America si sono avuti dibattiti sull'economia. I jeffersoniani si scontrarono con gli hamiltoniani. Jefferson detestava il debito, la tassazione, diffidava degli imperi bancari e si opponeva all'industrializzazione forzata e ai dazi doganali. Hamilton, al contrario, apprezzava la finanza aziendale, l'industria, le grandi banche e la leva finanziaria, ed era favorevole ai dazi. Si tratta di dibattiti americani legittimi, profondamente radicati nella nostra storia. L'idea di una banca nazionale ha attraversato diverse fasi di controversia per oltre un secolo, fino all'avvento del Federal Reserve Act e dell'imposta sul reddito.
Nonostante tutte queste dispute e dibattiti, non abbiamo alcuna storia hegeliana del tipo che è emersa a sinistra e talvolta anche a destra. Nemmeno i nostri primi socialisti, come Eugene Debs, erano comunisti. La sua passione principale era la libertà di parola, i diritti individuali e la pace, non la guerra. Questa è la lunga eredità della sinistra americana di un secolo fa. La teoria woke, la ridistribuzione di massa e il rifiuto radicale della libertà economica non sono davvero nel nostro DNA.
È necessario che gli americani riscoprano il sistema economico che ha reso grande questo Paese. Esso è inseparabile dalla libertà e dai diritti. Ciò che è morale è anche pratico dal punto di vista economico. Ciò che garantisce dignità garantisce anche prosperità. Questa è la convinzione e la pratica americana.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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La crisi del carburante per aerei in Europa: Hormuz, fallimenti politici e uno shock dell'offerta autoindotto
Come sottolineato diverse volte su queste pagine, l'Unione Europea è destinata a fratturarsi lungo una linea che la dividerà (come minimo) in due tronconi. Adesso “ci arriva”, o per meglio dire lo rende ufficiale, anche la stampa generalista. Infatti il Washington Post ci mette a conoscenza della proposta di Lars Klingbeil di una Europa a due velocità non è altro che la formalizzazione di una spaccatura effettiva del continente. Le principali linee di frattura corrono lungo la Germania, la Francia e l'Italia. Ecco perché è stato dirimente per la Commissione europea “far ritornare nei ranghi” l'Ungheria, in modo da impedire che i Paesi dell'est Europa potessero far fronte comune e accelerare la “seconda velocità”: l'UE sta venendo schiacciata dalla power politics degli Stati Uniti. Questa consapevolezza della propria impotenza sta montando da tempo, soprattutto da quando, la scorsa estate, le minacce commerciali di Trump hanno costretto il blocco ad accettare un accordo commerciale con gli Stati Uniti. L'UE vede allontanarsi sempre di più la capacità di ripristinare la propria “autonomia strategica” nei confronti degli Stati Uniti, così come la federalizzazione dell'UE tramite un'unione militare e la creazione di un maggiore debito comune coi finanziamenti all'Ucraina. La Germania, così come tutte le nazioni del mondo, non è un monolite e al suo interno ci sono fazioni che spingono verso una direzione o l'altra: verso l'avvicinamento nei confronti degli USA, o un allontanamento. Il tempo stringe, poiché la coalizione liberal-globalista al governo in Polonia potrebbe essere sostituita da una coalizione populista-conservatrice dopo le prossime elezioni parlamentari dell'autunno 2027; per questo motivo la Germania vuole ottenere il massimo risultato possibile nel più breve tempo possibile. Se in Polonia dovesse salire al potere una coalizione populista-conservatrice, questa potrebbe riunire alleati regionali per opporsi collettivamente e in modo più efficace all'UE. In tale scenario quest'ultima potrebbe dividersi in due blocchi guidati dalla Germania e dalla Polonia: il primo rappresenterebbe i membri storici, il secondo i nuovi. Così come il blocco guidato dalla Germania intende prendere decisioni internamente e poi costringere i membri più piccoli a fare altrettanto, anche il blocco guidato dalla Polonia potrebbe agire allo stesso modo nei confronti dei membri più grandi. Queste dinamiche potrebbero portare alla dissoluzione dell'UE in due blocchi distinti, uniti solo da politiche ereditate, come la libera circolazione. È quindi ironico che la Germania consideri la sua proposta di una“Europa a due velocità” un adattamento alla geopolitica delle grandi potenze, in grado di consentire all'UE di funzionare in modo più coeso e di diventare più competitiva sulla scena mondiale, quando in realtà questa proposta rischia di infliggere un colpo mortale all'UE così come la conosciamo oggi. Le probabilità sono ancora a favore della Germania, ma potrebbero cambiare radicalmente dopo le prossime elezioni parlamentari in Polonia, previste per l'autunno del 2027, che si preannunciano cruciali per l'intero continente.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-del-carburante-per-aerei)
La politica ha instaurato una nuova routine: puntualmente a mezzogiorno, i prezzi della benzina nelle stazioni di servizio tedesche aumentano giorno dopo giorno.
Il decreto governativo sui prezzi, un meccanismo frettolosamente improvvisato, agisce come un acceleratore in una situazione di approvvigionamento di carburante già drammaticamente critica. Chiunque avesse una conoscenza elementare di economia sapeva già che questa forma di regolamentazione dei prezzi si sarebbe configurata come una mera manovra politica con conseguenze a dir poco fatali.
Il mercato sta reagendo come previsto: i gestori nelle stazioni di servizio prevedono aumenti generalizzati dei prezzi e coordinano indirettamente le proprie politiche di prezzo. Se a tutti è consentito aumentare i prezzi solo una volta al giorno, tale aumento verrà effettuato deliberatamente: meglio prezzi troppo alti che troppo bassi. Dopodiché si passa ad aspettare e osservare la reazione dei concorrenti. Se la mossa successiva può essere solo una riduzione dei prezzi, il rischio può essere risolto in termini di Teoria dei giochi: i prezzi vengono semplicemente mantenuti alti finché i concorrenti non intervengono.
Ciò crea una situazione simile a quella di un cartello, il quale evita il rischio di rapidi ribassi dei prezzi e la conseguente perdita dei margini individuali.
Le dinamiche di mercato si trasformano quindi in una generalizzata esitazione tattica. Allo stesso tempo la leadership politica si distingue per una sorprendente mancanza di direzione di fronte alla scarsità reale e al rapido peggioramento della situazione degli approvvigionamenti. Hormuz sta mettendo a nudo i limiti delle misure di emergenza politica.
Le misure adottate finora dal governo tedesco per frenare l'aumento dei prezzi sono un classico camuffamento politico: una manovra ben orchestrata per conquistare l'opinione pubblica. La questione fondamentale di come gestire le importazioni di energia non viene affrontata seriamente. L'Europa deve importare il 60% del suo fabbisogno energetico per soddisfare la domanda e l'atteggiamento intransigente nei confronti della Russia, il principale fornitore di energia e materie prime per l'Europa, si rivelerà probabilmente l'errore più fatale della politica europea – un vero e proprio successo, considerando che è già costellata di errori di valutazione e decisioni erratiche dettate da motivazioni ideologiche.
È inoltre significativo che il regime di emissioni di CO₂ di Bruxelles abbia gravemente danneggiato la capacità di raffinazione europea. L'Europa non dispone più delle infrastrutture necessarie per attivare rapidamente la capacità di raffinazione in caso di emergenza e colmare il crescente divario nell'approvvigionamento di petrolio e gas, indipendentemente dalla provenienza delle nuove materie prime.
La politica dell'UE sta consapevolmente e deliberatamente aggravando la situazione attuale. Questa constatazione si applica in particolare alle importazioni di carburante per aerei. Il settore aeronautico europeo importa circa il 40% del suo carburante per aerei dal Golfo Persico, rendendo di fatto irrisolvibile la situazione attuale.
Dall'inizio della guerra il prezzo del carburante per aerei è praticamente raddoppiato, passando da $800 a $1.800 a tonnellata.
Il fatto che gli Stati Uniti stiano impiegando tempo per riportare lo Stretto di Hormuz sotto controllo militare sta esercitando un'enorme pressione sulle compagnie aeree europee. La compagnia scandinava SAS ha già cancellato 1.000 voli ad aprile; anche Lufthansa sta valutando la possibilità di mettere a terra parte della sua flotta.
Le compagnie aeree che hanno coperto i rischi legati all'acquisto di carburante potrebbero essere in grado di attutire in qualche modo gli aumenti di prezzo – tra cui Lufthansa – ma ciò non risolve il problema della carenza fisica di carburante per aerei. L'Europa è sull'orlo di una grave penuria di carburante per aerei.
Il 9 aprile l'ultima petroliera che trasportava carburante per aerei dal Golfo Persico ha raggiunto Rotterdam; le riserve esistenti dovrebbero essere sufficienti a garantire i voli europei per tre o quattro settimane. Ciò che accadrà in seguito resta del tutto incerto.
Considerata la distruzione della capacità di raffinazione e delle relative infrastrutture in nome del Green Deal, i policymaker europei si trovano di fatto con le mani legate. La crisi di Hormuz rischia di esplodere con tutta la sua forza. Se non si giunge a una rapida soluzione del conflitto contro l'Iran, la perdita del 40% del carburante per aerei disponibile non può essere compensata.
Bruxelles potrebbe attivare uno dei suoi strumenti preferiti e, tramite un regolamento di emergenza dell'UE – simile a quello adottato nei primi giorni del conflitto in Ucraina – imporre misure di razionamento per i jet privati e i voli a lungo raggio. Un'altra opzione potrebbe essere lo sblocco immediato delle riserve di raffinazione commerciali inutilizzate, in particolare nelle principali aree portuali di Rotterdam, Anversa e Amsterdam. L'acquisto di carburante costoso per aerei in Nord America con forti sussidi potrebbe rappresentare un'alternativa a breve termine ed evitare un collasso del traffico aereo.
Indipendentemente da come si evolverà la grave carenza di carburante in Europa nelle prossime settimane, il danno è ormai fatto: il danno strutturale causato dalla politica europea nella sua ossessiva lotta contro la CO₂ si sta ora manifestando in tutta la sua drammatica portata. La capacità di raffinazione non può essere ripristinata dall'oggi al domani e il mondo è ora impegnato in una competizione per le rimanenti riserve di carburante in circolazione.
Che i prezzi continuino a salire per il momento è inevitabile; la campagna degli ideologi della decrescita contro la mobilità individuale, il trasporto aereo e i motori a combustione interna sta vivendo un momento di trionfo inaspettato.
Per la civiltà nel suo complesso, questa è una catastrofe; per gli individui che si sono adagiati sugli allori di un mondo protetto dagli ideologi, è senza dubbio una vittoria... pur sempre una vittoria di Pirro, però.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran?
(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-si-crea-un-equivalente-di-una)
Per capire la differenza tra le guerre eterne del passato e i conflitti di oggi basta guardare alla lunga lista di nazioni che si ritengono “arrabbiate” per quanto accade oggi in Medio Oriente. Inutile dire che in cima alla lista ci sono Francia e Regno Unito, molto probabilmente perché sanno qual è l'obiettivo finale dell'amministrazione Trump. Questa loro reticenza è propellente per una riforma della NATO stessa, se non addirittura un suo pensionamento. Infatti finora è stato un veicolo che usava il potere di proiezione militare statunitense gratuitamente a favore di Londra e Bruxelles. Non più adesso.
C'est la France qui devra financer seule l'avion de combat du futur Rafale F5, les Émirats arabes unis ont été vexés et ne veulent plus participer au programmehttps://t.co/VKhNIDQkcC
— BFM (@BFMTV) April 2, 2026Israele in questo gioco ha finalmente una sua politica estera. Netanyauh è un falco e il suo principale obiettivo è quello di garantire la sopravvivenza della nazione e questo significa annientare la minaccia iraniana. Questo a sua volta lo rende inaffidabile come partner degli USA e Trump lo sa. Ciò è risultato evidente quando, durante l'attuale conflitto con l'Iran e quello dell'anno scorso, l'esercito israeliano ha bombardato obiettivi energetici iraniani senza il consenso americano, poi c'è stata la successiva reprimenda di Trump. Da quando Israele è diventato un asset in rapido deprezzamento agli occhi della City di Londra ed è stato lanciato nella mischia, sulla scia del famoso 7 ottobre e il successivo confronto contro Gaza, il Paese si è sganciato dalla linea di politica estera dettata a Londra. Non mancano tuttora fazioni all'interno del Paese che remano verso un ricongiungimento con la “base madre”, ciononostante l'acredine maturata nei confronti dell'Iran in tutti questi decenni di attriti costruiti ad hoc dal Divide et impera inglese, adesso stanno venendo al pettine in un confronto definitivo in quella che rappresenterà la fine definitiva del caos in Medio Oriente. Tutte le strade conducono a questo singolo esito... ovviamente bisognerà vedere come...
Lato USA l'obiettivo, in soldoni, è quello di mettere in ginocchio l'IRGC e rafforzare il governo iraniano attualmente in carica. Il presidente è ancora vivo, il Ministro degli esteri è ancora vivo e l'entourage da loro scelto è quello che sta conducendo le trattative con l'amministrazione Trump. La posta in gioco è alta ed è un esito delicato da raggiungere, soprattutto perché si tratta di separare l'IRGC da tutti quei canali che la legavano alle strutture di potere interne. Ricordate sempre che nessuna nazione è un monolite: esistono diverse fazioni al loro interno e ognuna di esse ha una sua agenda. Per semplificare, l'Iran è il Venezuela ma con gli steroidi; un problema ordini di grandezza superiore. E questo ha richiesto un impegno superiore rispetto alla precedente operazione in Venezuela. Ma la cosa importante è che l'Iran si è preparato per la guerra sbagliata, o per meglio dire Londra aveva preparato una trappola di Tucidide simile a quella irachena e afghana. L'amministrazione Trump, invece, ha scelto un campo diverso di gioco e questo ha sparigliato le carte in tavola iraniane. Ad esempio, per quanto si chiacchieri di intervento via terra, viene invece incrementata la presenza di velivoli A-10 Warthog, aerei in grado di assicurare una certa supremazia sullo Stretto rispetto a un intervento militare via terra.
Dal punto di vista militare, poi, l'operazione non è finita dato che la tattica a mosaico degli iraniani prevede un vademecum per le singole unità affinché svolgano compiti precisi ogni giorno (per quanto le scorte non siano infinite); mentre invece dal punto di vista strategico è finita. Gli USA, infatti, stanno lavorando col governo civile e l'ala militare, questo perché l'IRGC aveva il controllo completo sull'armamentario iraniano. L'esercito era praticamente ridotto a rango di polizia locale. In questo modo l'IRGC poteva avere il controllo, tramite missili balistici e addirittura un'arma nucleare, sulle strozzature marittime nella zona. Ricordate anche che questa gente, per quanto fanatica possa essere, non è folle. Chi è disposto a veder bruciare tutto intorno a sé rimangono sempre Londra e Bruxelles. I razionamenti energetici sventolati in Europa sono la conseguenza diretta dell'ideologia miope e sconsiderata che entrambi questi centri di potere hanno usato come scusa per colonizzare poi il resto del mondo. Ora sono vittime della loro stessa narrativa, che purtroppo finisce per strangolare anche la popolazione autoctona. E, dispiace dirlo, ma su questo Trump ci contava.
Per l'appunto, invece di distendere gli animi in Ucraina si lasciano sciamare droni sulle strutture energetiche russe e le si attaccano. Questa è gente priva di scrupoli, disposta a tutto pur di conservare il proprio ruolo nella gerarchia di potere attuale e la rabbia della popolazione dovrebbe essere direzionata contro di essi. E data la direzione da dove arrivano questi droni, è facile concludere che si tratti molto probabilmente di operazioni inglesi. Tentativi disperati di arginare un semplice scenario che spaventa a morte la City di Londra: la ristrutturazione delle rotte marittime, l'inversione del globalismo e la regionalizzazione delle catene di approvvigionamento, e la rimozione dei “caselli inglesi” lungo le “autostrade” dei flussi monetari internazionali ombra. Finalmente il potere economico statunitense potrà essere scatenato senza che ci sia una mano che intervenga esternamente per direzionare, o stoppare, un tale potenziale.
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Per capire il quadro generale dovete pensare alla strategia degli Stati Uniti come se fosse divisa in 3 fasi: la prima consisteva col riprendere il controllo del prezzo del dollaro attraverso il SOFR; la seconda consisteva nel riprendere il controllo dei prezzi dei risparmi attraverso oro e argento; la terza consiste nel riprendere il controllo sul processo di alimentazione monetaria dei mercati mondiali, tramite il petrolio. Negli ultimi 3 anni la volatilità nel Brent è più che raddoppiata, la City di Londra l'ha praticamente mandata su di giri. In questo modo ha buttato fuori quasi tutti i player reali dal mercato e assottigliato i volumi... capite che questa è una tattica suicida... ed era anche consapevole. Perché una volta ammazzato il mercato del Brent, i processi della City si sarebbero spostati a Dubai (finanziarizzando poi il petrolio dell'Oman/Dubai). Trump ha fatto in modo che un tale “trasloco” non avvenisse, da qui il crollo psicologico degli investitori nei confronti della città. L'impennata del WTI, adesso, conferma la backwardation del petrolio e che questa guerra riguarda il prezzo e il controllo al margine del barile di petrolio.
Parallelamente a ciò corre un'altra strategia, anch'essa in 3 fasi, come ripetuto già da tempo: far uscire allo scoperto quelle organizzazioni che usavano l'ombra per camuffarsi e chiudere selettivamente i vari canali monetari che sfruttavano per finanziarsi. Dapprima i flussi pubblici e la mannaia che si abbatte sugli sprechi in ambito Stato sociale americano. Attraverso le spese gonfiate di Medicare/Medicaid e previdenza sociale, indirizzate verso una traiettoria insostenibile, i dollari volavano all'estero e fungevano da propellente per la riserva frazionaria nel mercato dell'eurodollaro, garantendo “pasti gratis” a chi sfruttava questo meccanismo e svuotando l'economia statunitense. Tutta la pletora di ONG e organizzazioni estere avevano e hanno ancora lo stesso compito. A tal proposito, il segnale che sta dando Bessent è uno: niente più pasti gratis a scapito della sostenibilità americana. E dopo essersi occupati del flusso di fondi pubblici, indirizzarsi a quelli privati: cartelli, terroristi, riciclaggio di denaro. Solo in questo modo le organizzazioni malevole nell'ombra saranno costrette a usare i loro di capitali.
E li stanno usando, nonostante abbiano messo da parte quantità considerevoli di risorse monetarie dopo decenni di manipolazioni dei mercati. Infatti Le banche europee continuano a operare come operano perché la BCE, la Banca del Canada e la Banca d'Inghilterra le tengono a galla e manipolano i differenziali delle obbligazioni. Ma ora si aggiunge un ulteriore strato di difficoltà nelle condizioni attuali di crisi energetica. Manipolare la valuta: tenere alto il valore dell'euro per compensare gli aumenti dei prezzi del petrolio. Per farlo devono vendere titoli del Tesoro americani, oppure l'oro. Ecco perché il metallo giallo ha subito una correzione di recente. Da notare che gli USA hanno superato l'inversione della curva senza troppi problemi.
A proposito di oro, qui chi ha venduto grosse quantità di metallo giallo è stata la Turchia. La Turchia sta vendendo oro per due ragioni principalmente. E c'è anche l'Iran al centro di questa storia. Quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift nel 2011, la Turchia cambiò le regole del suo sistema bancario affinché potesse detenere oro come riserve. L'India ha fatto la stessa cosa quest'anno ed entrambi sono avamposti inglesi. La Turchia prese quella decisione perché l'Iran doveva vendere il petrolio sul mercato aperto e doveva riciclare i proventi attraverso il sistema bancario di qualcuno. Quindi l'Iran vendeva petrolio in cambio di oro, poi lo vendeva alle banche turche, le quali poi lo vendevano per qualsiasi valuta avessero bisogno. All'epoca aveva senso affinché l'Iran potesse sopravvivere alle sanzioni. Se guardate la lista dell'FMI riguardo l'oro in possesso delle varie nazioni, noterete che la Turchia ha un asterisco perché è un numero che varia molto in base al denaro che entra/esce dalle banche turche. Anche perché, se davvero i turchi sono così “ricchi” in oro, come mai la lira turca è in caduta libera? Si tratta, quindi, di oro di passaggio e non serve davvero come riserva o supporto per migliorare la base di capitale del Paese. La Turchia, così come il Canada, nell'effettivo non ha affatto oro. La settimana scorsa chiudevano i contratti di marzo della LBMA e, come avevo evidenziato in precedenza, Londra aveva bisogno di oro fisico per coprire le proprie passività.
Turkey has sold 6 years worth of accumulated gold in 3 weeks: Erdogan has dumped a shocking 120 tons of gold (almost $20BN) since the war started, and 70 tons last week.
It's amazing gold is not much lower, and begs the question: who is buying all the gold Turkey is selling? pic.twitter.com/Rc32yllgI9
Il prossimo campo di battaglia, invece, che la cricca di Davos sta preparando è quello del razionamento energetico. C'è un senso di impotenza che serpeggia adesso, non solo nel resto del mondo, ma anche negli USA. Il senato è praticamente bloccato, il Dipartimento di Giustizia non è stato in grado di perseguire i protagonisti di tutti quei casi importanti e lo spettro delle midterm rischia di ostacolare l'agenda dell'amministrazione Trump. La vera scommessa è che l'economia americana sia in condizioni migliori rispetto a quelle del resto del mondo (soprattutto UE e UK), perché la cricca di Davos sta davvero giocandosi il tutto per tutto. L'ultimo report sulle payroll americane è incoraggiante, così come altri indicatori macro, suggerendoci che nonostante i prezzi della benzina siano alti, solo gli americani sono in grado di sopportare $4 di media al gallone. Gli altri capitoleranno subito. Stesso discorso possiamo farlo con la borsa americana e la resilienza sulla scia dello scoppio della bolla del private credit. È un braccio di ferro, quindi, e la muscolatura migliore fortunatamente ce l'hanno ancora gli USA rispetto alla cricca di Davos.
Lo ripeto per chi ancora non avesse compreso il punto centrale dell'operazione americana in Iran: tali sforzi sono sostanzialmente mirati a costringere Londra e Bruxelles ad accettare i termini della resa presentati da Trump a Davos e Rubio a Monaco. L'Iran è solo un proxy. Prima di dichiarare indipendenza dall'ombra inglese sul sistema eurodollaro, gli Stati Uniti garantivano la libera navigazione nel mondo e tutti gli altri strutturavano le proprie economie e politiche attorno a questa assicurazione gratuita. L'Europa e il Regno Unito hanno sguinzagliato linee di politica ecologiste, ridotto le proprie capacità militari e impartito lezioni a Washington sulla virtù del globalismo, sicuri, tramite le proprie infiltrazioni al Congresso e alla Casa Bianca, che le portaerei americane sarebbero sempre state a loro disposizione.
Trump ha alimentato un momento di massima tensione e nel frattempo ha tolto la sopraccitata garanzia militare automatica. Il punto, quindi, è dilatare i tempi e farlo prima delle elezioni di medio termine. Permettendo che una chiusura o una semi-chiusura di Hormuz faccia sentire i suoi effetti sulle economie europee, Trump si assicura che il dolore immediato si concentri proprio nelle giurisdizioni che hanno più palesemente approfittato degli USA: Londra e Bruxelles. Le loro industrie, i loro consumatori e le loro convinzioni sulla transizione energetica vengono smascherati per quello che sono realmente: un pio desiderio sostenuto da un'architettura ombra che incanalava risorse di capitale americane verso le fantasie ambientaliste europee. In questo contesto il messaggio di Trump diretto ai leader europei e britannici – “Avete più bisogno del petrolio dello Stretto di Hormuz di noi; perché non andate a prendervelo?” – non è una frase buttata lì a caso: stiamo assistendo alla riorganizzazione di un sistema in cui gli Stati Uniti, di fatto, controllano il flusso globale di petrolio. Un mondo in cui la produzione nel Sud America allineata agli Stati Uniti, unita alla capacità discrezionale di garantire, o meno, la sicurezza di Hormuz, pone Washington al centro della scacchiera degli idrocarburi. Per questo obiettivo strategico un rapido ripristino del vecchio status quo sarebbe controproducente.
Una “soluzione rapida” in Iran significherebbe che Londra e Bruxelles tirerebbero un sospiro di sollievo e tornerebbero alla normalità. Dicendo esplicitamente a Londra e Bruxelles di “andare a prenderselo” da soli il petrolio in Iran, Trump impone un confronto basato sull'ormai manifesta power politics. I leader europei e britannici devono affrontare il fatto che i loro sistemi energetici, le loro basi industriali e i loro sermoni geopolitici si fondano sullo sfruttamento del potere americano. In tal senso il ritardo nella “riapertura” dello Stretto e la sfida lanciata agli alleati della NATO affinché lo facciano da soli non è indecisione, né le dichiarazioni di Trump sono oscure e confuse. È una strategia meticolosa che richiede una determinazione ferrea per liberarsi di una struttura finanziaria ombra che per decenni ha tenuto in ostaggio la ricchezza reale americana. Dichiarare indipendenza da questa idrovora non sarà facile, ridurre alla sete di liquidità gratis coloro che in precedenza la davano per scontata richiederà grandi sacrifici e al tempo stesso ritorsioni sempre più violente.
Ma lo strangolamento non avviene solo a livello energetico. Quello è solo il primo strato; esso si ripercuote inevitabilmente nei mercati delle valute e nei cosiddetti avamposti mondiali che fanno riferimento a Londra e Bruxelles. Quando i prezzi dell'energia subiscono un'impennata, i Paesi dipendenti dalle importazioni si trovano immediatamente di fronte a un problema: hanno bisogno di più dollari per pagare lo stesso volume di carburante. Se non ce li hanno, la loro valuta si indebolisce, e se la loro valuta si indebolisce le importazioni diventano ancora più costose. La risposta standard è che la banca centrale venda le riserve in valuta estera per difendere la divisa nazionale e assorbire lo shock. Questo funziona, ovviamente, fino a quando le riserve non si esauriscono. La Turchia ha consumato le sue riserve più velocemente di quanto quasi tutti si aspettassero: solo nella prima settimana di marzo la banca centrale ha speso $12 miliardi per difendere la lira. A metà marzo le riserve erano scese da $65,7 miliardi a $53,6 miliardi.
Il 13 marzo gli investitori stranieri hanno venduto titoli di stato turchi al ritmo settimanale più veloce mai registrato. I trader che avevano preso in prestito dollari a basso costo e li avevano investiti sui tassi di interesse turchi al 37% per massimizzare i profitti, si sono dati alla fuga: si stima che tra i $12 e i $15 miliardi di capitali siano fuggiti in due settimane. Al Gran Bazar di Istanbul i cambiavalute vendono dollari a un premio rispetto al tasso interbancario, un indicatore affidabile del panico diffuso tra gli investitori.
L'India ha agito con maggiore discrezione. Il 13 marzo il Ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha presentato alla Lok Sabha richieste supplementari di stanziamenti, tra cui circa $6,7 miliardi per un “Fondo di Stabilizzazione Economica”, con un obiettivo di raccolta fondi totale di $12 miliardi. Lo scopo dichiarato: “margine di manovra fiscale” per far fronte agli “shock energetici e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento dovute al conflitto in Medio Oriente”. L'India importa quasi l'87% del suo petrolio greggio e il caos energetico ha già causato una delle più gravi carenze di gas degli ultimi decenni: le autorità hanno interrotto le forniture di GPL all'industria per garantire alle famiglie una quantità sufficiente di combustibile per cucinare. Lo schema: Turchia e India rappresentano due livelli di sviluppo economico e due diverse entità di capacità di spesa pubblica, ma stanno facendo la stessa cosa, ovvero consumare le proprie riserve.
Ma cosa succede quando non sono sufficienti?
Quando le riserve non riescono a contenere lo shock i governi si rivolgono al lato della domanda: iniziano a razionare l'energia, riducendo i consumi con la forza. Il Pakistan, poi, è passato direttamente a un'austerità totale. Il 9 marzo il Primo Ministro, Shehbaz Sharif, è apparso in televisione annunciando 15 misure di emergenza: una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, la chiusura delle scuole per due settimane, il passaggio obbligatorio al telelavoro per il 50% della forza lavoro governativa, il divieto di tutti i viaggi ufficiali all'estero, la rinuncia allo stipendio per due mesi per i membri del governo, una riduzione del 25% dello stipendio per i parlamentari, una riduzione del 30% per i funzionari con uno stipendio superiore a 3 milioni di rupie al mese e il fermo del 60% dei veicoli governativi. Tutti i fondi dedotti confluiscono in un fondo denominato “Piano di Austerità del Primo Ministro”, nessuno, però, sulla stampa pakistana si è posto la domanda ovvia: austerità da cosa? Il Pakistan importa oltre l'80% del suo petrolio. Le detrazioni salariali e i veicoli fermi sono una cifra irrisoria rispetto al conto dell'energia che il Pakistan si appresta a pagare.
Ma è nell'Asia meridionale e sudorientale che il razionamento è diventato più viscerale, perché questi Paesi sono entrati nella crisi con le riserve più esigue. Il Bangladesh importa il 95% del suo carburante e ha riserve petrolifere sufficienti per circa tre settimane. In alcuni distretti i distributori di benzina sono rimasti a secco. Il settore tessile, che genera l'84% dei proventi delle esportazioni del Paese e impiega circa quattro milioni di lavoratori, sta affrontando interruzioni di corrente a rotazione di otto-quattordici ore al giorno. Lo Sri Lanka, segnato dal collasso economico del 2022, ha riattivato il suo sistema nazionale di codici QR per il carburante: ogni veicolo deve registrare il proprio numero di identificazione e il numero di cellulare, generando un codice QR univoco che un addetto alla stazione (spesso scortato dai militari) scansiona prima di erogare carburante. Le motociclette sono limitate a cinque litri a settimana, le auto a quindici litri e gli autobus a sessanta litri. Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale; la giunta militare del Myanmar ha istituito giorni di guida alternati a Yangon e Naypyidaw, con soldati a guardia dei depositi di rifornimento. Le Nazioni Unite stimano che i prezzi del petrolio siano aumentati di circa il 45% e quelli del gas del 55% dalla fine di febbraio, con un incremento del 35% dei prezzi dei fertilizzanti.
C'è un punto in ogni crisi monetaria in cui il governo smette di cercare di difendere il tasso di cambio e inizia a cercare di impedire che la ricchezza lasci il Paese. I controlli sui capitali segnalano che le autorità hanno perso fiducia nella loro capacità di gestire la situazione con strumenti convenzionali e accelerano il panico stesso che sono progettati per prevenire. La Russia, ad esempio, è intervenuta il 26 marzo con due decreti: uno che vieta l'esportazione di rubli in contanti superiori all'equivalente di $100.000 verso gli stati dell'Unione Economica Eurasiatica e un altro che vieta l'esportazione di lingotti d'oro di peso superiore a 100 grammi. La motivazione ufficiale: combattere l'economia sommersa. Il contesto reale: la Russia ha registrato un deflusso di liquidità pari a $13,2 miliardi dal sistema bancario solo a gennaio 2026, dovuto al passaggio delle imprese al mercato nero per evitare l'aumento dell'IVA. Il viceministro delle Finanze, Alexei Moiseev, ha riconosciuto che l'oro viene sempre più utilizzato come sostituto della valuta estera in transazioni illecite e nella fuga di capitali. Poi c'è la Turchia come dicevamo prima, la quale ha trascorso l'ultimo decennio accumulando circa $135 miliardi in riserve auree per scambiarle con valuta forte sul mercato londinese.
Ed ecco l'ultima fase: la resa dei conti. Se volete vedere dove porta questa strada quando non ci sono più riserve, nessun cuscinetto fiscale e nessuna via d'uscita da bloccare, guardate il Libano. Ovviamente è il capolinea questo e non tutti ci arriveranno. L'unica variabile è la velocità e la chiusura di Hormuz ha accelerato il processo per tutti i mercati importatori di petrolio.
L'attuale sistema finanziario mondiale si basa su due elementi: energia a basso costo e liquidità in dollari. Togliendo uno dei due elementi l'intero sistema inizia a collassare; togliendoli entrambi contemporaneamente si ottiene qualcosa che assomiglia meno a una recessione e più a un collasso sistemico. I Paesi che oggi stanno bruciando le riserve in valuta estera saranno quelli che domani si rivolgeranno al Board of Peace per prestiti di emergenza.
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Oltre a ciò l'inserimento delle stablecoin nell'architettura del Board of Peace significa lo smantellamento dei DSP emessi dal FMI e di tutti quei prestiti colonialisti concessi nel corso del tempo col solo scopo di estrarre risorse e congelare la crescita di una nazione.
La questione non è se tutto questo rimodellerà i mercati globali e la politica monetaria. Lo ha già fatto.
Il riassesto della proiezione di potere militare è una funzione del riassesto del flusso di petrolio intorno al mondo, il che a sua volta è un riassesto del flusso di denaro nel mondo. Quella in Iran non era una guerra ma la rottura di una rete, come avvenuto in Venezuela e col CJNG; strozzature che dovevano essere bonificate. La maggior parte delle strade conducono a Londra, ma molto spesso una tappa intermedia prima della destinazione è Bruxelles. La tassa principale che ha fatto ingrassare le casse della City di Londra è quella del caos su cui s'è fondato il suo schema di ricatto “Dividi et impera”. È risaputo che l'IRGC ha connessioni con Londra e Parigi, e tramite i canali finanziari ombra è riuscita a connettere gli interessi di tali luoghi con le organizzazioni terroristiche internazionali. Gli USA sono serviti da garanzia collaterale in tutto questo schema di pagamenti ombra. Trump ha semplicemente detto “Basta!”. Gli USA non pagheranno più i loro interessi sul debito per finanziare navi e marinai per pattugliare i mari gratis, mentre gli inglesi incassavano i premi delle assicurazioni, le commissioni nel Forex e fomentavano il caos facendo aumentare allo stesso tempo i premi di rischio. L'Iran, quindi, non era altro che una delle ultime roccaforti in cui l'Impero inglese fomentava il caos nella regione ed è questo Impero che ha perso, non quello americano.
Non esistono coincidenze in geopolitica, solo evoluzioni di eventi innescati in precedenza.
CONCLUSIONE
Mentre la maggior parte delle persone è occupata a lanciare invettive contro Trump, coloro che sono anti-umanità e anti-civiltà ottengono nuovamente un free ride di fronte alla percezione comune. Inutile dire che social, stampa generali sta e canali d'informazione alternativi fanno un buon lavoro sotto questo aspetto per sviare accuratamente le attenzioni. La critica alla classe dirigente europea è pressoché assente; la rabbia nei confronti della classe dirigente europea è assente. Nel frattempo il tortuoso cammino americano verso una nuova indipendenza continua.
Iniziato col SOFR, ha dovuto seguire un percorso di maturazione caratterizzato da continui attacchi alla sua fragile, almeno inizialmente, architettura. Ciò ha costretto gli Stati Uniti ad assecondare il principio di distopia della cricca di Davos che ha infestato il mondo, in modo più virulento rispetto al passato, dal 2019 al 2022. Da quel momento in poi gli Stati Uniti hanno potuto cambiare la propria postura: da difensiva ad attaccante. Ma questi sono temi che ho trattato ampiamente nell'ultimo libro che ho pubblicato, Il Grande Default.
Trump, quindi, sta riorganizzando le rotte petrolifere mondiali e le “rotte” finanziarie mondiali. Il super potere della City di Londra passa dai flussi monetari e dai flussi commerciali, in particolar modo dalle assicurazioni. L'IRGC e la sua minaccia di “chiusura” dello Stretto di Hormuz era il braccio armato del club P&I con cui la City di Londra gestiva a monte il flusso del petrolio e per estensione quello del commercio mondiale. Ecco perché la dichiarazione di guerra del 28 febbraio nei confronti dell'Iran era indirizzata a tutti i mezzi militari ad appannaggio dell'IRGC, le guardie pretoriane del regime e vero comandante del Paese dietro le quinte. L'obiettivo ambizioso di questa operazione è togliere dalle mani inglesi questo premio, se non addirittura portarlo nelle mani americane e protetto dalla Marina americana. Quest'ultima smette praticamente di lavorare gratis per gli altri e farli ingrassare sul loro trono di ideologie verdi e fantasie di burocratizzazione del mondo intero. È la solita storia: tutti i vantaggi scorrevano all'estero, pochi benefici, se non nessuno, restavano negli USA.
Ancora una volta, non dovete ascoltare tutto ciò che dice Trump. La maggior parte delle volte è “smoke & mirror”, un suo modo di negoziare. Sono poche le volte in cui dice effettivamente ciò che sarà. Dovete guardare all'evoluzione della sua strategia, lì risiede il vero potere analitico di “predizione”. Se invece volete direzionalità a livello verbale, ascoltate Jamie Dimon. Una di quelle volte in cui Trump è stato chiaro è proprio di recente quando ha pubblicato un post sul social Truth in cui invitava i “partner” europei e inglesi ad andarsi a prendere il petrolio se davvero lo volevano. O altrimenti comprarlo dagli USA.
Oltre ad aver sottolineato l'obsolescenza della NATO, sostituita molto probabilmente da una nuova alleanza in Medio Oriente, Trump ha reso chiaro che acquistare petrolio o gas dagli USA significherà accettare altresì il pacchetto di assicurazioni americane messi a disposizione dal DFC.
BREAKING ????
???????? ???????? Saudi Arabia has reportedly asked Pakistan to repay a USD 6.3 billion loan after Pakistan failed to honor the bilateral defense pact, under which an attack on one is considered an attack on both.
⚡️Saudi officials are reportedly unable to reach Pakistan’s PM… pic.twitter.com/YWyn0Om8n1
Gli USA possono aspettare tutto il tempo che vogliono in tal senso, non hanno alcuna fretta. Il cappio energetico che si stringe è intorno al collo di Londra e Bruxelles, non a quello di Washington. Infatti tre nuovi terminal di GNL vengono espansi negli Stati Uniti, riorganizzando altresì il modo in cui scorre l'energia a livello interno (resa consapevolmente inefficiente in precedenza).
Questo tipo di riorganizzazione non avviene dalla sera alla mattina. Richiede tempo. Stiamo parlando di reti ombra che vengono riorientate, accordi centenari che devono essere riscritti, alleanze abbandonate per nuove. Senza contare la pressione psicologica e i ricatti nel momento in cui si “tradisce” il vecchio assicuratore inglese per quello nuovo americano. Alcune delle compagnie marittime vantano centinaia di anni di sottoscrizioni assicurative con Lloyd's, ad esempio. Tutto ciò era chiaro sin da quando Trump, in risposta all'opzione nucleare lanciata tramite la confusione dei primi giorni di conflitto dall'Iran ovvero “chiudere” lo Stretto di Hormuz e poi concretizzata nell'effettivo dalle assicurazioni inglesi che hanno smesso di assicurare le navi in caso di guerra, ha presentato la possibilità di un'assicurazione americana per le navi in transito ad Hormuz. Come ci insegna la teoria Austriaca, tutti i cambiamenti avvengono al margine: infatti saranno le piccole compagnie di spedizione greche le prime ad accettare la proposta assicurativa americana, le più colpite finora dalla crisi.
In sintesi, gli Stati Uniti si stanno emancipando non solo dai singoli punti di fallimento a livello finanziario (es. contagio sistemico tramite l'eurodollaro), ma anche da quelli a livello commerciale in modo da non essere più ricattabili. Ecco perché stanno potenziando le strutture tecnologiche in Arizona per accogliere il know-how di Taiwan, oltre al fatto che quello stesso stato americano ha una delle riserve di elio più grandi al mondo.
Quando Trump ha detto già dal secondo giorno di conflitto che era finita, era effettivamente finita a livello funzionale. La domanda era: come si crea un equivalente di una Delci Rodriguez in Iran? Ricordate, stiamo parlando di un Paese ordini di grandezza superiore al Venezuela. L'accordo che è stato portato avanti nel corso di questi mesi non era ovviamente definitivo, bensì una bozza. Questo perché non essendo il Paese un monolite, ed essendoci diverse fazioni al suo interno, una delle quali l'IRGC, le trattative hanno subito “interferenze”. Mettiamo che il team di Trump stesse trattando con Araghchi e il suo di team: siglare un accordo con loro non avrebbe significato AUTOMATICAMENTE che essi avrebbero potuto farlo valere in patria. E questo è stato evidente durante le trattative pre-conflitto: un po' come accaduto in Turchia nel 2022 quando Zelensky era pronto a trattare con Putin, ma poi, dopo l'intervento di Boris Johnson, cambiò idea. Quando negozi contro gli interessi del tuo Paese significa che hai puntata alla testa una pistola.
In questo conflitto ci sono quattro giocatori principali: USA-Israele & Iran-City di Londra. Quest'ultima ha un interesse esistenziale in gioco: “gestione” delle leve di prezzo di petrolio, Forex e flusso di denaro tramite il commercio mondiale. Trump, quindi, non sta facendo altro che riorganizzare il commercio mondiale lontano da queste strozzature perché sono una passività per gli USA: è costato più difendere lo Stretto di Hormuz piuttosto che ricostruire l'Europa nel secondo dopoguerra. Pensavate davvero che lo scopo dell'IRGC fosse quello di diffondere la “rivoluzione islamica” piuttosto che essere partner in affari con Londra e rappresentare quindi una minaccia costante per il commercio mondiale con missili balistici, ed eventualmente bombe nucleari, in grado di raggiungere altri Stretti nel mondo? Londra ormai non ha più una Marina, non ha una più un esercito, non ha più un'industria, non ha più accesso ad energia a basso costo; l'unico controllo che hanno come Impero è sulle assicurazioni, sulle riconciliazioni finanziarie, sulle normative finanziarie e sugli intrallazzi dell'MI6. Nel momento in cui entra in scena un Donald Trump che toglie l'accesso a questi proxy, cosa credete che avrebbe fatto la City di Londra? Questa è la semplificazione, se proprio necessario, che si deve tenere a mente: è una lotta a quattro giocatori e ognuno di loro muove le proprie pedine.
Il resto è rumore di fondo e distrazione.
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Il dibattito quantistico su Bitcoin sta riemergendo e i mercati iniziano a notarlo
Questa notizia, secondo cui Fannie Mae e Freddie Mac accettano come garanzia Bitcoin per i mutui immobiliari, è fondamentale, di gran lunga più importante sugli ETF su Bitcoin. Inutile ricordare che si tratta di un tassello critico nella ricapitalizzazione della classe media americana, dato che in questo modo un asset in precedenza considerato “inerte” può essere usato come flusso di cassa personale e fornire una garanzia a supporto della propria produttività. In precedenza una “speranza” di prosperità in un futuro indeterminato, adesso una garanzia di valore effettiva alla base delle proprie possibilità di imprenditorialità. In questo modo i mutui trentennali a tasso fisso tornano a essere un volano per alleggerire il fardello finanziario sulla classe media, la quale può godere da un lato di un ambiente in cui i tassi di riferimento sono gestiti internamente col SOFR (niente più cicli quinquennali di crisi che alteravano “precisamente” il passaggio dei mutui al tasso variabile) e dall'altro dell'uso di un asset che in precedenza a livello ufficiale era “inutile”. Ora la classe media può usare Bitcoin come garanzia attiva senza dover porre in prima linea la propria casa e avere una sicurezza in più nella gestione delle proprie finanze, e altresì usare la stabilità di questo nuovo assetto per dedicarsi alle proprie attività produttive, potenziandole. In questo modo può ripagare con più agilità i propri debiti. Ma qui viene il bello: grazie alle stablecoin, in particolare a Tether, questo modello di business può essere esportato a livello internazionale. Un circolo virtuoso per il bilancio statunitense, visto che i capitali volano sempre dove vengono trattati meglio, e l'emersione di un'organizzazione economica fondata su principi più sani grazie a Bitcoin.
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da Coindesk
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-dibattito-quantistico-su-bitcoin)
L'informatica quantistica e la minaccia che essa rappresenta per le blockchain crittografate sono tornate a circolare nelle discussioni online su Bitcoin, sollevando preoccupazioni sul fatto che costituiscano un rischio a lungo termine di cui investitori e sviluppatori faticano ancora a parlare con un linguaggio semplice.
L'ultima riaccensione del dibattito è seguita ai commenti di importanti sviluppatori nell'ecosistema Bitcoin che hanno respinto le affermazioni secondo cui i computer quantistici rappresenterebbero un rischio reale per la sua rete nel prossimo futuro. La loro posizione è semplice: macchine in grado di violare la crittografia di Bitcoin non esistono oggi ed è improbabile che esisteranno per decenni.
Adam Back, cofondatore di Blockstream, società che si occupa di infrastrutture Bitcoin, ha descritto il rischio come inesistente nel breve termine, definendo l'informatica quantistica “in una fase ancora troppo embrionale” e piena di problemi di ricerca irrisolti. Anche nello scenario peggiore, ha sostenuto Back, la struttura di Bitcoin non permetterebbe il furto istantaneo di coin attraverso la rete.
i think the risks are short term NIL. this whole thing is decades away, it's ridiculously early and they have massive R&D issues in every vector of the required applied physics research to even find out if it's possible at useful scale. but it's ok to be "quantum ready" and
— Adam Back (@adam3us) December 18, 2025La valutazione di Back è ampiamente condivisa anche da altri sviluppatori. I critici, tuttavia, affermano che il problema non è la tempistica, bensì la mancanza di una preparazione visibile.
Bitcoin si basa sulla crittografia a curve ellittiche per proteggere i wallet e autorizzare le transazioni. Come spiegato in precedenza da CoinDesk, computer quantistici sufficientemente avanzati, in grado di eseguire l'algoritmo di Shor (un algoritmo quantistico utilizzato per trovare i fattori primi di numeri grandi), potrebbero ricavare le chiavi private dalle chiavi pubbliche esposte, mettendo a rischio una parte delle coin esistenti.
La rete non crollerebbe da un giorno all'altro, ma i fondi custoditi in indirizzi obsoleti, inclusi gli 1,1 milioni di bitcoin di Satoshi Nakamoto, rimasti intatti sin dal 2010, potrebbero diventare vulnerabili agli attacchi di malintenzionati.
Per ora, questa minaccia rimane teorica. Ciononostante governi e grandi aziende si stanno già comportando come se la rivoluzione quantistica fosse inevitabile. Gli Stati Uniti hanno delineato piani per abbandonare gradualmente la crittografia classica entro la metà della decade del 2030, mentre aziende come Cloudflare e Apple hanno iniziato a implementare sistemi resistenti ai computer quantistici.
Bitcoin, al contrario, non ha ancora concordato un piano di transizione concreto ed è proprio in questa lacuna che si sta insinuando il malcontento del mercato.
Nic Carter, socio di Castle Island Ventures, ha dichiarato su X che la discrepanza tra sviluppatori e investitori sta diventando difficile da ignorare. Secondo lui il capitale è meno interessato a sapere se gli attacchi quantistici arriveranno tra cinque o quindici anni, ed è più concentrato sulla credibilità del futuro di Bitcoin qualora gli standard crittografici dovessero cambiare.
The discrepancy between capital and developers on this issue is massive. Capital is concerned and looking for a solution. Devs are mainly in complete denial. Inability to even acknowledge quantum risk is already weighing on the price.
— nic carter (@nic_carter) December 18, 2025Piani per contrattaccare
Gli sviluppatori ribattono che Bitcoin può adattarsi ben prima che si manifesti un pericolo reale. Esistono proposte per migrare gli utenti verso formati di indirizzo resistenti ai computer quantistici e, in casi estremi, per limitare le spese dai wallet tradizionali. Tutto ciò sarebbe preventivo, non reattivo.
Uno di questi piani è il Bitcoin Improvement Proposal (BIP)-360, il quale introduce un nuovo tipo di indirizzo Bitcoin progettato per utilizzare la crittografia resistente ai computer quantistici.
Offre agli utenti un modo per trasferire le proprie crittovalute in wallet che si basano su diversi algoritmi matematici, ritenuti molto più resistenti agli attacchi dei computer quantistici.
BIP360 delinea tre nuovi metodi di firma, ognuno dei quali offre diversi livelli di protezione, in modo che la rete possa passare gradualmente al nuovo formato anziché imporre un aggiornamento improvviso. Nulla cambierebbe automaticamente. Gli utenti aderirebbero nel tempo trasferendo i fondi al nuovo formato di indirizzo.
A plan to Quantum proof Bitcoin. This is who YOU need to harass!
First up Bitcoin core devs. It's time to get vocal on this and target the coders.
We must finalize, test and deploy BIP-360 in 2026. pic.twitter.com/pQrpaxHCMT
I sostenitori di BIP360 sostengono che la proposta non riguardi tanto la previsione dell'arrivo dei computer quantistici, quanto piuttosto la preparazione. Il passaggio di Bitcoin a un nuovo standard crittografico potrebbe richiedere anni, con aggiornamenti software, modifiche infrastrutturali e coordinamento degli utenti.
Secondo loro, iniziare per tempo riduce il rischio di essere costretti a prendere decisioni affrettate in seguito.
Tuttavia la governance conservativa di Bitcoin diventa un attrito quando si tratta di affrontare minacce a lungo termine che richiedono un consenso precoce.
Attualmente l'informatica quantistica non rappresenta una minaccia esistenziale per Bitcoin e nessuna previsione credibile suggerisce il contrario.
Tuttavia, man mano che il capitale diventa più istituzionalizzato e a lungo termine, anche i rischi più lontani richiedono risposte più chiare.
Finché sviluppatori e investitori non convergeranno su un quadro di riferimento condiviso, la questione quantistica continuerà a persistere, non come motivo di panico, ma come un attrito silenzioso che pesa sul clima generale.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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UE e Australia siglano un accordo commerciale tra le preoccupazioni relative alle risorse strategiche
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-australia-siglano-un-accordo)
Sono trascorsi ben otto anni prima che l'Unione Europea e l'Australia riuscissero a raggiungere un accordo commerciale congiunto. L'accordo presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal primo ministro australiano, Anthony Albanese, a Canberra rappresenta una riduzione di vasta portata delle tariffe dirette nel medio termine.
Oltre il 90% delle merci potrà circolare liberamente tra i due continenti, ovviamente sempre nel rispetto delle norme comuni di armonizzazione e, soprattutto, delle regole europee in materia di protezione del clima. Questo aspetto deve essere preso in considerazione in ogni cosiddetto accordo di libero scambio. Le normative non scompaiono per le imprese. Nel caso degli accordi con l'UE, esse si estendono in larga misura anche ai partner commerciali.
In ogni accordo commerciale di cui l'Unione Europea è firmataria, Bruxelles cerca di integrare un massiccio protezionismo climatico nel commercio globale. In un certo senso, una sorta di colonialismo climatico postmoderno. Questo è il concetto di libero scambio così come viene praticato dagli europei.
Secondo i partecipanti, l'accordo che sta per essere firmato dovrebbe aumentare le esportazioni dell'UE verso l'Australia fino a un terzo e incrementare gli investimenti delle aziende europee in Australia fino all'ottanta percento. La direzione strategica è chiara: l'UE sta cercando di liberarsi dalla morsa cinese nel settore cruciale delle materie prime, come le terre rare. E l'Australia ha, nell'effettivo, un ricco catalogo di risorse da offrire.
Gli accordi commerciali come quello con l'Australia seguono una strategia ben precisa. Da un lato sembra crescere la consapevolezza dei problemi di approvvigionamento causati dalla guerra contro l'Iran; dall'altro l'industria europea si sta impegnando per aprire nuovi mercati di vendita e rafforzare la posizione competitiva delle aziende che hanno subito forti pressioni nel cuore industriale della Germania, soprattutto durante la crisi energetica.
È evidente che Bruxelles è pronta a coniugare i progressi nel settore manifatturiero con una corrispondente riduzione delle norme protezionistiche in agricoltura. Ciò crea potenziali conflitti, come si è visto nelle scorse settimane con l'accordo Mercosur tra l'UE e i Paesi sudamericani Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile.
L'accordo, che segue uno spirito simile a quello con l'Australia, dovrebbe entrare in vigore provvisoriamente a maggio. Ciò avviene nonostante importanti attori politici come Francia e Italia abbiano già annunciato una forte opposizione al patto, il quale metterà gli agricoltori europei – e quindi l'agricoltura europea – sotto una forte pressione competitiva, poiché il Sud America segue un quadro normativo molto diverso da quello dell'UE.
Nel caso dell'accordo australiano, su questo fronte la situazione è rimasta sostanzialmente tranquilla; il mercato australiano è troppo piccolo affinché i volumi potenzialmente importati di carne bovina, che saranno spediti in Europa tramite quote, possano destare particolari preoccupazioni.
Dal punto di vista dell'economia tedesca, l'accordo commerciale con l'Australia può essere approssimativamente riassunto come segue: mentre i settori in crisi dell'industria automobilistica, meccanica e chimica beneficeranno di una drastica riduzione delle tariffe di importazione australiane, l'UE otterrà l'accesso alle terre rare, al cobalto e al litio estratti in Australia e dovrà accettare che la produzione di carne bovina raggiungerà sempre più il mercato europeo.
In definitiva, l'Australia rappresenta solo circa l'uno per cento degli scambi commerciali dell'UE. Il Paese si colloca al ventesimo posto tra i partner commerciali più importanti dell'UE.
Ciononostante si tratta di un piccolo passo verso la liberazione dalla morsa della Cina, che, come si è visto l'anno scorso, non esita un attimo a sfruttare i suoi strumenti geopolitici nel settore delle materie prime come le terre rare, posizionando il suo motore di esportazione nella politica commerciale.
La diversificazione è fondamentale. Accumulare riserve è ancor più importante, come sappiamo oggi, visti i depositi di gas in diminuzione e le riserve petrolifere esaurite.
Le riserve strategiche rappresentano un riconoscimento politico della realtà. Il fatto che la politica europea si sia un tempo concessa il lusso di dare priorità all'ideologia climatica e alle fantasie di trasformazione rispetto alle necessità concrete, ora si traduce in un prezzo amaro da pagare.
I concorrenti commerciali come la Cina o gli Stati Uniti detengono riserve in settori fondamentali come l'energia e le materie prime, sufficienti a garantire l'approvvigionamento dell'economia e della società per oltre un anno. Crisi acute, come l'attuale chiusura dello Stretto di Hormuz, appaiono quindi relativamente più facili da gestire e controllare.
La politica commerciale europea deve seguire questa strada: deve concentrarsi sugli interessi strategici della propria economia e superare gli errori ideologici se vuole ancora salvare ciò che è salvabile nella grave crisi dell'industria europea.
Le catene di approvvigionamento e la fornitura di materie prime ed energia devono essere temi centrali nell'agenda politica europea. La reintegrazione della Russia come fornitore di gas e lo sviluppo delle risorse interne – che si tratti di gas di scisto, gas del Mare del Nord, o giacimenti di carbone nazionali – dovrebbero dare il tempo necessario per sviluppare una strategia nucleare paneuropea, il che richiederà molti anni.
Finché queste considerazioni non saranno integrate in una strategia complessiva e globale, l'accordo commerciale australiano rimarrà frammentario: una mossa di poco conto, quasi irrilevante, sullo scacchiere geopolitico dominato dal duopolio Washington-Pechino.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'ipotesi su Hormuz: cosa succederebbe se la Marina statunitense non avesse fretta di riaprire lo Stretto?
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lipotesi-su-hormuz-cosa-succederebbe)
Quando lo scorso 5 marzo i sette club P&I appartenenti all'International Group hanno emesso avvisi di cancellazione con 72 ore di preavviso per la copertura del rischio di guerra nel Golfo Persico, non si sono limitati ad aumentare i costi: hanno reso impossibile il transito.
I club P&I assicurano circa il 90% del tonnellaggio marittimo mondiale. Senza la loro copertura, le navi non possono salpare, le autorità portuali non consentono loro di attraccare, le banche non finanziano il carico e gli armatori non prenotano la nave. L'intero sistema, dal molo di carico al terminal di scarico, è garantito da una catena di contratti che inizia con un club a Londra, Oslo, o Tokyo. Quando i club hanno ritirato le estensioni per il rischio di guerra, quella catena si è spezzata. Non per poche navi, per l'intera flotta globale.
I premi per il rischio di guerra sono balzati dallo 0,25% all'1% del valore dello scafo, rinnovabili ogni sette giorni. Le tariffe di noleggio delle VLCC (Very Large Crude Carrier) sono quadruplicate, raggiungendo quasi $800.000 al giorno. Oltre 1.000 navi sono ora bloccate nel Golfo Persico, bruciando i costi di noleggio senza avere una destinazione. Il 3 marzo solo quattro navi avevano attraversato lo Stretto, rispetto a una media di settantasette navi nei sette giorni precedenti.
Poi Trump ha fatto qualcosa che quasi nessuno nella stampa ha capito.
Ha ordinato alla US International Development Finance Corporation di creare un fondo di assicurazione marittima da $20 miliardi, con Chubb come principale sottoscrittore, rendendo il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per il trasporto marittimo nel Golfo. Una nazione sovrana si è posizionata come garante per l'assicurazione contro i rischi di guerra nel punto di strozzatura marittima più critico del mondo. Il fondo DFC, coordinato con il Comando Centrale degli Stati Uniti e il Dipartimento del Tesoro americano, offre copertura per scafo, macchinari e carico su base continuativa alle navi idonee.
Ora gli Stati Uniti controllano l'interruttore di apertura e chiusura dello Stretto di Hormuz. Non tramite la potenza di fuoco navale, bensì tramite un sistema di assicurazione.
Leggete attentamente l'ultimo avviso del MARAD: le navi commerciali battenti bandiera statunitense, di proprietà statunitense, o con equipaggio statunitense che operano in queste aree, devono mantenere una distanza minima di 30 miglia nautiche dalle navi militari statunitensi.
E rileggete questa parte dell'annuncio della DFC: “[...] in coordinamento con il Comando Centrale degli Stati Uniti”.
Non possono passare senza il permesso della Marina.
E la luce verde non si è ancora accesa.
Il Dream Team Marittimo che fu
Per capire perché tutto questo sia importante, bisogna comprendere cosa Trump ha costruito e cosa ha distrutto.
Trump ha iniziato il suo secondo mandato determinato a ripristinare la supremazia marittima americana. Ha riunito il più grande gruppo di esperti marittimi in posizioni chiave del governo dai tempi di Nixon; ha nominato Mike Waltz, ideatore dello SHIPS for America Act, a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale; ha creato un Ufficio Marittimo alla Casa Bianca; ha nominato sostenitori del settore marittimo in posizioni chiave in tutta l'amministrazione. Nell'aprile del 2025 ha firmato un Ordine Esecutivo Marittimo che indirizza un Piano d'Azione Marittima che coinvolge i dipartimenti della Difesa, degli Esteri, dei Trasporti e della Sicurezza Interna.
Ha iniziato a prendere di mira i punti strategici: Panama, il Mar Rosso, Suez, il varco tra la Groenlandia e il Regno Unito; ha avviato indagini su Gibilterra e la Spagna; ha promosso azioni da parte del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e imposto dazi sulle navi costruite e gestite dalla Cina; ha convocato Rodolphe Saadé, amministratore delegato di CMA CGM, nello Studio Ovale e ha ottenuto un impegno di $20 miliardi per gli investimenti marittimi americani.
L'ambizione era reale.
Lo stesso vale per la resistenza a essa.
Gli armatori si sono schierati davanti al Dipartimento del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e hanno protestato contro i dazi imposti alla Cina sul settore marittimo. Quasi tutti gli economisti del pianeta si sono schierati contro le proposte tariffarie marittime. L'intero settore tecnologico statunitense ha chiesto concessioni alla Cina... e cosa ha chiesto la Cina in cambio? Una tregua al Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America.
Poi il Signalgate. I media hanno fatto trapelare una conversazione privata sull'attacco agli Houthi e sulla riapertura del Mar Rosso. L'operazione è stata una sorpresa e il Signalgate ha imposto una riorganizzazione: Waltz è stato trasferito alle Nazioni Unite, l'Ufficio Marittimo è stato ridimensionato e il Consiglio di Sicurezza Nazionale smantellato.
È stato in quel momento che ogni iniziativa marittima ha iniziato a incepparsi.
Cosa è crollato: Panama non ha mantenuto la promessa di libero transito per le navi statunitensi; l'impegno di CMA CGM di investire $20 miliardi è svanito quando la società ha ordinato navi da Cina e India; il Congresso ha bloccato l'approvazione dello SHIPS Act; il Regno Unito ha ceduto le Isole Chagos, inclusa Diego Garcia, a Mauritius in cambio di un accordo di favore, mettendo a rischio un'importante base navale; le nomine di figure chiave della Marina sono state rallentate, o bloccate, al Senato.
La situazione è culminata poi nell'Organizzazione Marittima Internazionale di Londra. Nell'aprile dell'anno scorso, sessantatré Paesi hanno votato a favore del Net-Zero Framework, un meccanismo globale di tariffazione dell'anidride carbonica per ogni nave di stazza superiore a 5.000 tonnellate. Cosa hanno chiesto i negoziatori di Trump? Che la piccola flotta di navi mercantili americane fosse esentata. L'Europa ha rifiutato, sostenendo che gli interessi marittimi americani fossero “irrilevanti” e che non avessero né la forza contrattuale, né i voti necessari.
Gli Stati Uniti si sono ritirati. In ottobre, durante la votazione sull'adozione, Trump l'ha definita una “nuova truffa verde globale, una tassa sulle spedizioni”. Trump ha adottato una linea dura: il Dipartimento di Stato ha minacciato sanzioni contro qualsiasi Paese avesse votato a favore. Cinquantasette Paesi hanno votato per il rinvio.
Una vittoria di Pirro. La tassa sull'anidride carbonica era destinata al fallimento, ma non abbiamo ottenuto esenzioni per le navi statunitensi e la Casa Bianca ha iniziato a perdere la guerra più ampia per il controllo dei punti strategici e del commercio marittimo contro la City di Londra, l'Europa e la Cina.
Poi due colpi incapacitanti in rapida successione.
Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito con una votazione di 6 a 3 che l'IEEPA non autorizza il Presidente a imporre dazi, invalidando i dazi reciproci del “Giorno della Liberazione” e i dazi sul traffico di merci verso Cina, Canada e Messico. Si stima che siano andati persi circa $160 miliardi di entrate tramite tali dazi. Trump ha imposto dazi del 15% ai sensi della Sezione 122, ma questi hanno una durata massima di 150 giorni e richiedono una proroga da parte del Congresso.
Il suo strumento commerciale più potente gli è stato tolto dai tribunali. Se non si può imporre la conformità attraverso i dazi, serve un'altra forma di leva.
E poi la Flotta d'Oro.
Lo scorso dicembre Trump ha annunciato a Mar-a-Lago una nuova classe di navi da guerra, la classe Trump: da 30.000 a 40.000 tonnellate, armate con missili ipersonici, cannoni elettromagnetici, laser e missili da crociera nucleari. Da venti a venticinque scafi. Il programma di navi da combattimento di superficie più ambizioso dalla Seconda guerra mondiale.
Nel giro di 72 ore ogni think tank e accademia specializzata in sicurezza nazionale – tutti con stretti legami e finanziamenti con le nazioni della NATO – si è schierata contro il progetto. Senza concedere il tempo necessario per le dovute verifiche, il CSIS ha pubblicato l'articolo diffamatorio “The Golden Fleet's Battleship Will Never Sail”, stimando un costo di $9 miliardi per scafo e prevedendo la cancellazione del progetto prima ancora che la prima nave toccasse l'acqua. La Fondazione per la Difesa delle Democrazie l'ha definito uno spreco; amiragli in pensione nei consigli di amministrazione della difesa si sono schierati a favore dell'acquisto da parte della Marina di piccole piattaforme distribuite; ogni analista della difesa ha fatto a gara per essere citato come l'impossibile.
Lo stesso ente che ha prodotto tre Zumwalt invece di trenta, e trenta navi da combattimento litoranee quasi inutili invece di nessuna, gli stessi think tank che hanno presieduto alla Marina più piccola dalla Prima guerra mondiale, si sono schierati da un giorno all'altro per spiegare perché l'America non è più in grado di costruire grandi navi.
Le stesse persone che non hanno alcun piano per colmare il divario nei cacciatorpedinieri che al momento sta compromettendo le operazioni di scorta ai convogli nel Golfo.
I think tank non hanno offerto un'alternativa; hanno offerto, invece, un senso di impotenza. Ed è proprio in questo contesto di impotenza che si sta svolgendo ora la vicenda di Hormuz.
L'ipotesi del potere di leva
Ora unite i puntini.
Colpire l'Iran significa per l'Europa cedere o sprofondare nel buio a causa di una crisi energetica.
La comunità armatoriale e l'establishment politico europei hanno trascorso l'ultimo anno a respingere, ostacolare e deridere ogni iniziativa marittima di Trump. Hanno deriso i dazi del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America; hanno riso dello SHIPS Act; hanno bloccato le esenzioni dell'IMO; si sono rifiutati di prendere sul serio la politica marittima americana.
Ora la loro fornitura di energia passa attraverso un sistema assicurativo controllato da Washington.
“Lasciamo che siano le loro marine a risolvere la questione”... solo che tutti sanno che non ci riusciranno. Le forze navali europee sono troppo piccole, troppo lente e troppo mal equipaggiate per operazioni di scorta ai convogli prolungate attraverso uno Stretto conteso. Tutte le marine europee messe insieme non potrebbero inviare più di tre navi alla volta per difendere il Mar Rosso. Un'intera task force tedesca ha circumnavigato l'Africa per evitarlo.
Alla fine l'Europa dovrà capitolare per convincere la Marina statunitense, e la garanzia assicurativa degli Stati Uniti, a riaprire completamente lo Stretto.
Che aspetto avrebbe questo “capitolare”? La tassa sull'anidride carbonica dell'IMO, la Groenlandia, le concessioni tariffarie, lo SHIPS Act... ogni priorità di politica marittima che Europa e Cina hanno bloccato nell'ultimo anno praticamente.
Ieri ho avuto una lunga conversazione a porte chiuse con un alto funzionario del Dipartimento dell'Energia. Non posso rivelare i dettagli, ma è chiaro che il calcolo convenzionale relativo allo Stretto di Hormuz, quello che tutti gli analisti nelle emittenti televisive utilizzano, è errato. L'amministrazione Trump non sta affrontando la questione nel modo in cui la CNN crede.
Il precedente Earnest Will
Esiste un precedente storico che avvalora questa ipotesi.
L'ultima volta che la Marina statunitense ha scortato petroliere attraverso Hormuz è stata durante l'Operazione Earnest Will, nel corso della guerra delle petroliere tra Iran e Iraq nel 1987-88 . Le petroliere straniere che desideravano la protezione della Marina statunitense dovevano cambiare bandiera e registrarsi negli Stati Uniti. Le superpetroliere kuwaitiane battevano bandiera americana per ottenere la scorta americana.
Trump ha già affermato che la Marina scorterà le navi attraverso Hormuz “se necessario”. Se si applicasse lo stesso requisito di cambio di bandiera, ogni petroliera europea e asiatica che desidera una scorta statunitense dovrebbe battere bandiera americana.
Pensate a cosa questo significhi per lo SHIPS Act, il Jones Act, la flotta battente bandiera statunitense e la promessa non mantenuta di CMA CGM di triplicare il numero delle sue navi battenti bandiera statunitense, e la Groenlandia. Hormuz diventa il fattore determinante per tutto ciò che l'agenda marittima di Trump non è riuscita a realizzare attraverso la legislazione, o la diplomazia.
Nel frattempo l'Iran sta consentendo il passaggio selettivo di alcune navi. Petroliere turche, indiane, cinesi e alcune saudite hanno ottenuto il permesso di transitare attraverso le acque territoriali iraniane. Secondo Lloyd's circa diciotto petroliere, per lo più cinesi, hanno già effettuato il transito; le navi degli alleati occidentali sono bloccate invece.
La “chiusura” è in realtà un meccanismo di selezione. L’Iran decide chi può commerciare e chi no... a meno che la Marina statunitense non la riapra a tutti... alle condizioni dell’America.
Questa è la decisione che il mondo deve prendere: lasciare che l’Iran apra un casello, o smettere di bloccare i piani marittimi di Trump.
Il calcolo domestico
Ma che dire del mercato interno? Gli esperti sono certi che questo attacco sia costato ai Repubblicani le elezioni di metà mandato e forse anche le prossime elezioni presidenziali.
Forse... ma forse esiste un'ipotesi alternativa, quella di Hormuz.
Mentre gli analisti petroliferi televisivi si concentrano sul prezzo mondiale del petrolio, i veri esperti di Houston stanno osservando qualcosa di diverso: la frammentazione del mercato energetico mondiale.
La vera minaccia non è il petrolio a $200 dollari, bensì la frattura del sistema. È l'energia a basso costo nei Paesi esportatori e i costi energetici rovinosi in luoghi lontani dalle riserve. È il petrolio a $2 nel Golfo Persico, a $20 dollari nel Golfo d'America e a $2.000 nel Regno Unito.
What have I been saying for three weeks?! (Yes three)
IDC what the price of oil climbs to, as long as it remains global.
The real danger is it starts to fracture between nations and regions. https://t.co/XRWU6dG3e9
Un prezzo mondiale unico funziona solo se c'è un surplus di petroliere per sfruttare i differenziali di prezzo. Prima degli attacchi in Iran, questo surplus era esiguo; ora, con le superpetroliere bloccate nel Golfo, è sparito.
Il Brent è a $106 oggi, il WTI è sotto i $100. Sul fronte interno i prezzi del diesel si stanno stabilizzando e quelli del gas naturale sono in calo, poiché il GNL che normalmente verrebbe esportato, rimane bloccato sul mercato interno. Trump ha concesso una deroga di 60 giorni al Jones Act e ha aperto le vendite di petrolio venezuelano alle compagnie statunitensi tramite una nuova licenza del Dipartimento del Tesoro per PDVSA. Queste sono esattamente le mosse che si fanno quando si cerca di abbassare i prezzi negli Stati Uniti mentre il mercato mondiale è in crisi.
Le petroliere applicano tariffe giornaliere, quindi le rotte a lungo raggio diventano relativamente più costose. Il greggio venezuelano trasportato su brevi tratte nel Golfo del Messico risulta molto più economico per le raffinerie statunitensi rispetto al greggio mediorientale che circumnaviga il Capo di Buona Speranza per acquirenti europei o asiatici.
Guardate chi ne trae vantaggio. Le tre lobby industriali più potenti negli Stati Uniti sono quelle del settore tecnologico, di Wall Street e dell'energia. Il settore tecnologico ottiene GNL a prezzi più bassi per i data center; Wall Street sfrutta la volatilità e il panico per ottenere profitti dalle operazioni di trading; le compagnie energetiche hanno ottenuto l'accesso al Venezuela e al Golfo del Messico.
Nel frattempo la California ha chiuso raffinerie e bloccato oleodotti, costringendo le navi a importare benzina dalla Corea del Sud con tariffe giornaliere alle stelle. Il governatore Newsom, il principale candidato alla presidenza nel 2028, è furioso. Il New England importa GNL e diesel via nave. Se lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, i prezzi schizzeranno alle stelle in quegli stati... stati tradizionalmente democratici. I costi energetici negli stati repubblicani diminuiranno, negli stati democratici, invece, aumenteranno. L'Europa capitolerà sulle principali controversie politiche da qui alle elezioni di medio termine.
“L'unica cosa che stabilizzerà davvero i mercati petroliferi mondiali – e quindi i prezzi della benzina per gli automobilisti americani – è la riapertura dello Stretto di Hormuz”, ha scritto Newsom in una dichiarazione rilasciata la settimana scorsa. “Ma Trump non ha offerto alcun piano in tal senso. Gli Stati Uniti non possono uscire da una crisi creata dallo stesso Presidente con le trivellazioni”.
Voglio essere trasparente: questa analisi politica è opinabile. La relazione tra i prezzi dell'energia e il comportamento elettorale è fragile, ma la logica direzionale è chiara e scommetterei che la Casa Bianca la comprende.
Cosa vi sta dicendo la Marina americana
Guardate cosa sta facendo la Marina, o meglio, cosa non sta facendo.
La Marina statunitense non ha fretta di risolvere questo problema. Sta procedendo con metodo e deliberatamente, prendendosi tutto il tempo necessario. I battaglioni dell'Esercito non si stanno mobilitando, i Marines richiamati dal Giappone stanno attraversando lentamente il Pacifico; potrebbero volerci settimane prima che siano pronti. I dragamine sono ancora lontani dal teatro operativo e le portaerei si stanno spostando lentamente, non velocemente.
Qualcuno ai vertici ha detto loro di prendersi il loro tempo e tal segnale deve provenire dalla Casa Bianca.
Ogni giorno circa 1.000 navi bloccate non sono disponibili per il noleggio; ogni giorno la dipendenza energetica europea si aggrava; ogni giorno il sistema di riassicurazione DFC diventa sempre più centrale per il sistema di trasporto marittimo mondiale; ogni giorno per l'Europa diventa sempre più difficile rifiutare le richieste di concessioni su dazi, IMO, Groenlandia e SHIPS Act.
E cosa ottiene la Marina per stare al gioco? Sostegno alle corazzate e agli alleati più forti disposti a investire denaro nella costruzione dei propri cacciatorpediniere quando il mondo si renderà conto di quanto siano diventate deboli le loro Marine militari.
Cosa sostengo e cosa non sostengo
Non sostengo che Trump abbia pianificato tutto questo fin dall'inizio – il ritiro dal P&I Club è stato un fallimento a cascata del sistema che nessun pianificatore centrale avrebbe potuto prevedere, o orchestrare – ma è possibile.
Quello che sostengo è che l'amministrazione Trump, per scelta o per adattamento, ha messo insieme gli strumenti per sfruttare questo momento. Il programma DFC è l'opzione, la copertura P&I incompleta è il prezzo da pagare. La deroga al Jones Act e l'allentamento delle sanzioni contro il Venezuela sono posizioni di copertura. Il ritmo deliberato della Marina è il decadimento temporale che gioca a favore dell'America.
La versione più forte di questa tesi non è “Trump sta giocando a scacchi in 4D”, bensì che la sua amministrazione ha a disposizione più opzioni di quanto chiunque si renda conto, e il meccanismo assicurativo, non la Marina, è la vera leva del potere.
L'uomo che ha spalleggiato lo SHIPS Act, ha imposto dazi sulle navi cinesi, ha bloccato il voto sulla tassa sull'anidride carbonica nell'IMO, ha portato la CMA CGM alla Casa Bianca, ha firmato l'ordine esecutivo marittimo più ambizioso degli ultimi decenni e poi ha reso il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per la rotta marittima più importante del mondo non manca di un strategia marittima.
Una versione alternativa di questo scenario è più semplice: l'apatia. All'America non importa nulla delle navi, di quanto tempo ci vorrà per riaprire Hormuz, o di cosa succederà all'Europa di conseguenza. Ma questa versione solleva un altro interrogativo: è stato l'incoraggiamento europeo dell'apatia marittima americana, e lo sfruttamento europeo di tale apatia per accerchiare l'industria navale globale e mantenere il controllo a Londra, a creare questa situazione. Se l'indifferenza americana è il motivo per cui la Marina sta prendendo tempo, non è forse colpa dell'Europa per averla alimentata?
La questione del fine partita
La maggiore resistenza agli attacchi contro l'Iran da parte dei Democratici e della stampa mainstream è la domanda: qual è il risultato finale?
Trump ce l'ha in mente, ma forse non può dirlo apertamente.
Perché il risultato finale è il potere di leva e ciò non si annuncia: si applica.
Voglio essere chiaro su cosa sia questo saggio: è un'ipotesi scritta da un capitano di nave americano che sostiene Trump e che ha un obiettivo, ovvero far sì che l'Europa si renda conto della crescente importanza degli interessi marittimi statunitensi. Smettiamola di ostacolare la ripresa della cantieristica navale statunitense e della nostra Marina Mercantile.
Andate a esaminare le prove, formulate le vostre ipotesi, mettetele alla prova, mettete alla prova le mie.
Ma non chiedete “qual è l'obiettivo finale” come se nessuno a Washington avesse una risposta. La risposta si trova nei bilanci di ogni club P&I di Londra, negli ormeggi vuoti di ogni base navale europea e nelle 1.000 navi ferme in mare, che bruciano denaro, in attesa di un via libera che potrebbe non arrivare finché il prezzo non sarà quello giusto.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Il cuore industriale della Germania si ferma: l'illusione della tecnologia verde si scontra con il crollo economico
Questa ammissione è un proxy per spiegare un punto più ampio. Ovvero di come l'esercito e la Marina statunitensi siano stati usati da Europa e Regno Unito come arma per combattere le LORO di guerre all'estero. La Marina americana in particolar modo: se da un lato c'era protezione “gratis” attraverso il pattugliamento delle acque, i premi assicurativi di rischio erano aumentati dalle stesse forze ombra che avevano colonizzato il mondo finanziariamente. La City di Londra, tramite il LIBOR e il mercato dell'eurodollaro, riusciva a proiettare potere economico/finanziario e militare grazie alle ramificazioni nel sottobosco degli stati. La nuova dichiarazione d'indipendenza americana arrivata col SOFR e proseguita poi con lo smantellamento dei canali, prima pubblici e poi privati, dei flussi di denaro internazionali, sta raggiungendo l'apice con la bonifica del Medio Oriente dalle influenze caotiche esercitate dagli inglesi nella regione per il proprio ed esclusivo tornaconto. L'ammissione del Telegraph, oltre a sottolineare l'impreparazione militare e la capacità degli armamenti ai minimi storici europea/inglese, evidenzia anche l'effettivo funzionamento della strategia americana in Iran: strangolare lentamente, ma inesorabilmente, i propri avversari finché non si decidono ad accettare il riassetto dell'economia e della geopolitica secondo le condizioni dettate dagli USA.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-cuore-industriale-della-germania)
Il crollo della produzione industriale tedesca sta trascinando con sé le finanze comunali. L'istituto economico statale DIW sostiene che la salvezza risieda nel settore artificiale delle tecnologie verdi (Green Tech).
Sta diventando sempre più difficile stupire i lettori con nuovi dati economici, visto il continuo declino dell'economia tedesca. Ciononostante il crollo del 19% degli ordini di macchinari a settembre, riportato dalla VDMA, riesce proprio in questo intento. Uno shock persino per gli standard tedeschi.
L'associazione ha subito offerto una spiegazione: gli ordini di impianti su larga scala dello scorso anno non sono arrivati per tempo. Ma questo non cambia la diagnosi.
Johannes Gernandt, capo economista della VDMA, prevede un ulteriore calo del 5% della produzione quest'anno. Ciò significa che l'industria meccanica tedesca ha perso oltre il 15% della sua produzione dal picco del 2018: un calo senza precedenti per uno dei settori chiave del Paese, a malapena riportato dai media. La produzione industriale complessiva è diminuita di quasi il 20%.
Il silenzio al posto del dibattito pubblico
Il dibattito pubblico sullo stato reale dell'economia tedesca risente della mancanza di valutazioni oneste provenienti dall'interno dell'economia stessa. Solo Christian Kullmann, amministratore delegato del colosso chimico Evonik, ha osato puntare il dito contro il problema, denunciando la crisi come conseguenza diretta delle linee di politica di Bruxelles sul clima.
Si assiste a questo crollo e ci si stropiccia gli occhi increduli. Dove sono finite le parole schiette e senza fronzoli sulla politica, le condizioni economiche, l'impennata dei costi energetici e la morsa della burocrazia?
È davvero possibile che la politica sia riuscita a legare così profondamente gran parte dei vertici aziendali al meccanismo dei sussidi, al punto da rendere impossibile qualsiasi critica?
Quanti modelli di business crollerebbero se Bruxelles e Berlino interrompessero i sussidi dall'oggi al domani?
È difficile evitare una conclusione desolante: l'intervento statale ha trasformato gran parte dell'economia in strutture di comando dipendenti, alimentate dalla macchina dei sussidi. Ciò ha distorto il dibattito pubblico, privandolo della sua carica critica e rendendolo inefficace.
Voce dalle ombre
Ora un altro peso massimo si fa sentire: l'ex-amministratore delagato di VW, Matthias Müller. Non più in carica, ma ancora una voce autorevole ai vertici dell'industria tedesca, Müller trova parole chiare, quasi disperate, alla luce dell'imminente collasso industriale. Avverte di una “strage di posti di lavoro” nell'industria automobilistica.
Proprio così. Müller vede a rischio non solo le case automobilistiche, ma l'intera catena del valore. Accusa gli “eurocrati” di aver vietato i motori a combustione interna e di aver bloccato una transizione graduale verso la mobilità elettrica.
La realtà gli dà ragione: alla Bosch e alla ZF Friedrichshafen, decine di migliaia di posti di lavoro stanno già scomparendo. Müller condanna una linea di politica dettata dall'ideologia che spinge i prezzi dell'energia a livelli assurdi e soffoca l'industria con una follia burocratica. Parla di un “decennio perduto” e non ha torto.
Ma è proprio qui che il dibattito si spegne: osservazioni, avvertimenti, appelli, voci solitarie in un deserto. Un vero confronto sulla reale situazione dell'economia tedesca? Da nessuna parte.
Nel frattempo, come un monumento all'illusione, si erge la previsione di crescita del Ministro dell'economia, Katharina Reiche (CDU). Il suo ministero prevede una crescita dello 0,2% quest'anno e dell'1,3% entro il prossimo.
Visti i licenziamenti di massa, il crollo della domanda e la contrazione della produzione, chi ha il coraggio di mandare il proprio ministro in giro con cifre così fantasiose?
Unità della propaganda attivate
Quando le critiche alla politica economica di Berlino, o Bruxelles, minacciano di prendere piede, istituti come il DIW sono pronti a neutralizzarle. Il suo presidente, Marcel Fratzscher, noto per le sue bizzarre idee mediatiche come il servizio lavorativo obbligatorio per i pensionati, fornisce regolarmente copertura ideologica.
Al DIW gli economisti seri sono una rarità. Quando le critiche toccano l'artificiosa “ecoeconomia”, entra in scena Claudia Kemfert, l'“economista del clima” al DIW e strenua sostenitrice del capitalismo verde di Stato. In un articolo per Focus ha minimizzato la crisi industriale tedesca, descrivendola come una transizione verso un futuro industriale verde che genera già il 9% del PIL.
La sua visione del Greentech – industrie alimentate da sussidi che vivono a spese dei contribuenti, dei programmi statali e dei finanziamenti a basso costo della BCE – crea l'illusione di un nuovo modello economico che sostituisce senza intoppi le vecchie strutture.
Pompe di calore sovvenzionate, programmi di riciclaggio, tecnologie di accumulo fragili per una rete elettrica instabile: questo, ci viene detto, sostituirà l'industria automobilistica, meccanica ed elettrica.
Una visione del mondo straordinaria, che ignora i mercati mondiali, la domanda reale, i costi energetici e il fallimento della pianificazione centralizzata.
Ciò che Kemfert e Fratzscher propinano è pura economia voodoo: uno sfondo pseudoscientifico per salvaguardare le politiche ecosocialiste.
Collasso dei comuni
Le conseguenze della pianificazione economica centralizzata – catene di approvvigionamento interrotte, recessione permanente, disoccupazione in aumento – non vengono mai affrontate, ma la realtà ha colpito le fondamenta dello Stato: i tesorieri locali. Il collasso sta ora distruggendo le finanze comunali: le entrate derivanti dalle imposte sulle imprese stanno colando a picco.
In una lettera indirizzata al Cancelliere tredici sindaci dei principali capoluoghi tedeschi hanno richiesto aiuti di emergenza per evitare il collasso fiscale.
Resta da vedere se nuovi debiti provenienti da fondi speciali verranno utilizzati ancora una volta per mascherare i sintomi, oppure se finalmente si romperà il muro di silenzio e verrà individuata la radice della crisi: il Green Deal.
Una trasformazione verde, avvolta in belle parole e retorica ambientalista, che sta minando le fondamenta economiche di questo Paese.
La propaganda ecologista e i placebo dei sussidi non basteranno a placare la crescente schiera di disoccupati.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Trump Torches MAGA — Blasts His Biggest (Now Former) Supporters
President Trump has shown a curious characteristic of turning on those who want to hold him to account. Right at the beginning, we had the falling out with Elon Musk over the Big Beautiful Bill. Then, to Trump voters who wanted accountability on the Epstein Files, the president wrote: “I don’t want their support anymore.” And now the president has attacked his biggest and most influential backers: Alex Jones, Megyn Kelly, Tucker Carlson, and Candace Owens. Why is the president burning so many important bridges?
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La crisi dello Stretto di Hormuz: un punto di vista alternativo
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dello-stretto-di-hormuz)
Durante la Guerra dei dodici giorni, nel giugno 2025, una serie di articoli pubblicati dai principali media occidentali si concentravano sulla possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto di Hormuz, con le conseguenti gravi ripercussioni sui mercati mondiali del petrolio e del gas, sui prezzi dell'energia e sull'economia in generale. Raramente questi articoli citavano dichiarazioni dirette di funzionari iraniani che minacciassero una simile mossa durante quello specifico conflitto. Piuttosto riprendevano ripetutamente argomentazioni e scenari simili, suggerendo che potessero far parte di una strategia coordinata di comunicazione o di pubbliche relazioni per evidenziare i rischi e influenzare la percezione pubblica.
La tempistica di questa copertura mediatica è particolarmente significativa. Coincideva con il periodo in cui gli acquirenti dell'Asia orientale erano attivamente alla ricerca di partner per accordi di fornitura di GNL a lungo termine. Molte di queste aziende avevano inizialmente previsto di stipulare contratti con esportatori di GNL statunitensi, ma le incertezze derivanti dalle politiche commerciali del presidente Donald Trump, tra cui le guerre commerciali, le ripetute imposizioni di dazi e gli imprevedibili cambiamenti di strategia, le hanno spinte a cambiare rotta. Di conseguenza gli importatori asiatici si sono rivolti sempre più a fornitori più stabili e affidabili nella regione, come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, per garantire il proprio fabbisogno energetico.
L'ondata di notizie mediatiche che enfatizzavano il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran durante la Guerra dei dodici giorni aveva uno scopo strategico ben preciso: sottolineare agli acquirenti asiatici di GNL la vulnerabilità dei contratti a lungo termine con fornitori del Golfo come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Amplificando scenari in cui Teheran avrebbe potuto interrompere a piacimento il traffico marittimo attraverso lo Stretto, bloccando ingenti quantitativi di GNL destinati all'Asia, la copertura mediatica mirava a presentare la dipendenza da queste rotte come una forma di presa di ostaggi geopolitica. Questo messaggio promuoveva implicitamente la narrazione secondo cui il GNL statunitense offriva un'alternativa più sicura e affidabile, esente da tali rischi legati ai punti di strozzatura. In gioco c'erano contratti del valore di centinaia di miliardi di dollari per i prossimi decenni, mentre gli importatori asiatici valutavano i propri impegni in un contesto di crescenti tensioni regionali.
Il GNL è diventato un elemento centrale della politica estera statunitense e un pilastro fondamentale della strategia di sicurezza nazionale. Qualsiasi concorrenza significativa alle esportazioni americane di GNL, proveniente dalla Russia, dal Medio Oriente o da altre regioni, viene sempre più percepita come una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti. Questa prospettiva ha portato a una serie di misure aggressive volte a proteggere ed espandere la quota di mercato statunitense nei principali mercati, in particolare in Europa. Tra gli esempi più significativi si annoverano:
• La forte e costante opposizione al Nord Stream 2, il gasdotto sottomarino Russia-Germania, che gli Stati Uniti consideravano un fattore di crescente dipendenza europea dal gas russo. Tale opposizione ha comportato sanzioni nei confronti delle aziende coinvolte nella sua costruzione, contribuendo di fatto al blocco del progetto.
• Il sostegno alla Germania per la costruzione di numerosi terminali di rigassificazione di GNL per la ricezione e la distribuzione di GNL americano, accelerando così la transizione dell'Europa verso fonti energetiche meno dipendenti dalla Russia.
• L'imposizione di sanzioni e restrizioni sui nuovi progetti russi di GNL, inclusi divieti su impianti, navi e transazioni correlate, con l'obiettivo di limitare la capacità di Mosca di espandere la propria capacità di esportazione di gas.
• Il sabotaggio del Nord Stream 1 – la cui attribuzione non è mai stata definitivamente accertata, ma che ha comunque eliminato un'importante rotta del gasdotto russo – ha ulteriormente rafforzato questa dinamica, sebbene le origini dell'incidente rimangano avvolte nel mistero e nel dibattito ormai a distanza di anni.
• La cessazione delle esportazioni di gas naturale russo verso l'Europa attraverso il gasdotto di transito in Ucraina alla fine del 2025, a seguito della scadenza dell'accordo di transito quinquennale.
Queste azioni, nel loro insieme, illustrano come gli Stati Uniti abbiano sfruttato la politica energetica per contrastare i fornitori rivali, garantire l'accesso al mercato per il proprio GNL e allineare i flussi energetici a obiettivi geopolitici più ampi.
Hormuz, assicurazioni e media
Questa introduzione era necessaria per comprendere cosa accadde nello Stretto di Hormuz dopo l'inizio dell'attacco all'Iran. Improvvisamente sono iniziate a fioccare email e messaggi per petroliere e navi cisterna per gas liquefatto, le quali affermavano di provenire dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane e che lo Stretto di Hormuz era chiuso. Nel giro di poche ore non c'erano più petroliere o navi cisterna per gas liquefatti nello Stretto, e questa situazione è rimasta invariata per diverse ore.
Non vi sono prove credibili che le navi menzionate dai media occidentali, a seguito di messaggi di allarme, siano state deliberatamente prese di mira dalle forze iraniane o da gruppi alleati. Alcune delle navi erano presumibilmente vuote, mentre altre a pieno carico. In almeno due casi i danni sono stati causati da detriti di missili, o proiettili intercettati, caduti sulle navi dopo che la difesa aerea aveva ingaggiato minacce nelle vicinanze piuttosto che da colpi diretti. Una di queste navi era una piccola petroliera utilizzata abitualmente per il contrabbando di prodotti petroliferi tra Iran, India e altre destinazioni. Rispetto agli standard delle petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, trasportava solo una quantità molto limitata di greggio, in genere ben al di sotto della portata di una grande petroliera. Se si è verificata una qualsiasi azione intenzionale contro quella nave, è probabile che derivasse da dispute interne alle reti di contrabbando iraniane, forse legate ad attriti tra operatori indipendenti e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), il quale supervisiona e trae profitto da gran parte di questo commercio illecito attraverso varie bande e intermediari transfrontalieri.
La questione centrale è perché i media occidentali abbiano amplificato la copertura mediatica riguardo la prima piccola imbarcazione usata per il contrabbando, presentandola come una grave escalation per aver attaccato una “petroliera”, minimizzando o omettendo al contempo il suo ruolo nelle operazioni della flotta ombra e le sue modeste dimensioni/capacità di carico. Allo stesso modo i resoconti ufficiali hanno spesso descritto diversi incidenti come “attacchi” diretti alle navi, anche quando le prove indicano effetti collaterali di minacce intercettate, senza colpi confermati allo scafo in alcuni casi. Questo schema di esagerazione, volto a spaventare le compagnie assicurative, gli armatori e i noleggiatori spingendoli ad aumentare i premi per i rischi di guerra e a scoraggiare il transito, serve a chiari obiettivi politici ed economici. Gonfiando la percezione della minaccia al traffico marittimo commerciale nello Stretto di Hormuz nel contesto del conflitto in corso tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, si contribuisce a:
• Un'impennata dei premi assicurativi contro i rischi di guerra;
• Una riduzione del traffico attraverso lo Stretto, con conseguente contrazione dell'offerta globale di petrolio e prezzi più elevati;
• La giustificazione di una maggiore presenza militare, scorte o attacchi da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione.
In breve, sì, sembra trattarsi di un'esagerazione deliberata e coordinata, in linea con i più ampi sforzi per esercitare pressione economica sull'Iran, amplificare la narrativa dell'aggressione iraniana e sostenere un'elevata volatilità del mercato energetico durante il conflitto.
I media occidentali hanno rapidamente amplificato le affermazioni secondo cui le Guardie Rivoluzionarie avrebbero di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz in seguito a messaggi di avvertimento anonimi trasmessi alle navi nella zona, spesso tramite radio VHF, che dichiaravano che a nessuna nave sarebbe stato consentito il passaggio. I titoli dei giornali hanno presentato la notizia come una chiusura unilaterale dello Stretto da parte dell'Iran, sottintendendo un blocco imposto senza l'impiego di forze militari visibili e alimentando i timori di un'interruzione totale di circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL, nonostante la maggior parte delle vie navigabili si trovi in Oman e non in Iran.
Successivamente alcune fonti hanno inoltre affermato che le Guardie Rivoluzionarie consentivano selettivamente il transito solo a navi battenti bandiera cinese o gestite da compagnie cinesi, bloccando le altre e descrivendo la situazione come un favoritismo discriminatorio nei confronti di Pechino nel contesto del più ampio conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. In realtà nessuna dichiarazione ufficiale del governo iraniano, o delle Guardie Rivoluzionarie, ha mai confermato esplicitamente la chiusura totale dello stretto o una linea di politica che consentisse il transito solo a navi cinesi. L'origine dei messaggi di avvertimento rimane sconosciuta e non verificata. Circolavano due teorie principali sulla loro origine:
• Azioni isolate o di basso livello da parte di elementi associati al cosiddetto “Esercito Elettronico Iraniano” (una rete informale di attivisti informatici filo-regime, spesso giovani sostenitori) che agivano in modo indipendente senza autorizzazione di alto livello e sottovalutando la grave reazione internazionale e le ripercussioni economiche che tali segnali avrebbero potuto scatenare.
• Orchestrata da potenze straniere con l'obiettivo di alimentare il panico sui mercati, interrompere il traffico marittimo e amplificare la percezione di un'aggressione iraniana per ottenere vantaggi politici o economici.
La vera causa del blocco quasi totale del traffico di petroliere attraverso lo Stretto non è stata un'intercettazione o un'azione coercitiva diretta da parte dell'Iran, bensì la rapida risposta delle compagnie di assicurazione marittime europee e internazionali. A seguito dei messaggi e delle prime segnalazioni di minacce/incidenti nelle vicinanze, le principali compagnie assicurative hanno invocato le clausole di rischio di guerra per annullare o aumentare drasticamente i premi. Molte polizze sono state annullate del tutto per la zona del Golfo. Senza una valida copertura assicurativa contro i rischi di guerra, obbligatoria nella maggior parte dei contratti di noleggio, degli accordi di finanziamento e delle normative marittime internazionali, armatori e operatori non potevano procedere legalmente o commercialmente. Centinaia di navi sono rimaste ancorate su entrambe le sponde dello Stretto, bloccando merci ed equipaggi, non perché l'Iran avesse fisicamente bloccato il passaggio, ma a causa del blocco di fatto imposto dal mercato assicurativo.
Pertanto il problema principale deriva dall'avversione al rischio commerciale e dall'impennata dei costi assicurativi, non da una comprovata chiusura navale iraniana o da favoritismi selettivi. L'enfasi dei media su un “blocco iraniano” e su un “accesso riservato alla Cina” ha esagerato segnali non confermati, trasformandoli in una narrazione di blocco totale e alimentando la volatilità dei prezzi dell'energia, delle tariffe di trasporto e delle tensioni geopolitiche.
Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?
La questione centrale è: chi trae vantaggio dalla diffusione di notizie in questo modo? E perché il Presidente Trump ha trascurato il ruolo delle compagnie assicurative nell'aumento dei prezzi del petrolio? Al momento della stesura di questo articolo il Qatar ha annunciato l'interruzione della produzione di GNL a seguito degli attacchi iraniani contro i suoi impianti. Ciò ha interrotto le esportazioni di petrolio e GNL dalla regione del Golfo.
Chi trae vantaggio da questa interruzione delle esportazioni di petrolio e GNL dal Golfo? Principalmente il Presidente Trump e Vladimir Putin. Gli Stati Uniti, in quanto principali produttori mondiali di GNL, sono in grado di colmare il vuoto di approvvigionamento lasciato dal Qatar, incrementando le esportazioni e i ricavi energetici americani.
Anche la Russia beneficia dell'aumento dei prezzi globali dell'energia e della ridotta concorrenza nei mercati del gas, soprattutto in Europa.
Chi ci rimette? L'Europa si trova ad affrontare immediate carenze energetiche e prezzi del gas alle stelle, poiché ha fatto affidamento, almeno in parte, sul GNL del Qatar come alternativa affidabile alle forniture russe. Anche la Cina, altro importante importatore, soffrirà a lungo termine per l'aumento dei costi e le limitazioni di approvvigionamento.
La dura realtà è che gli stessi stati del Golfo – insieme all'Iraq – subiranno gravi conseguenze negative sia a breve che a lungo termine, dai danni alle infrastrutture e alla perdita di entrate dalle esportazioni fino a una più ampia instabilità regionale.
Questo va ben oltre i singoli eventi nel Golfo. Perché Trump ha spinto per una maggiore influenza statunitense sulla navigazione nel Mar Rosso? Perché perseguire il controllo del Canale di Panama e della Groenlandia? E perché intervenire in modo decisivo in Venezuela? La verità è che gli sviluppi nel Golfo non possono essere considerati separatamente da queste più ampie mosse strategiche. Sono interconnessi come parte di uno sforzo più ampio per assicurarsi punti strategici chiave a livello mondiale, rotte energetiche e risorse, dando priorità al dominio statunitense nei mercati energetici, nel commercio e nella geopolitica in un contesto di conflitti che rimodellano le catene di approvvigionamento globali.
L'Iran è l'obiettivo della guerra, o è un pretesto per raggiungere importanti obiettivi mondiali?
Ripensiamo alla Guerra dei dodici giorni dell'anno scorso, quando Israele lanciò attacchi contro l'Iran, seguiti dall'intervento degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump. Le dichiarazioni ufficiali di allora affermavano che le capacità nucleari iraniane erano state distrutte. Evidenziai due punti chiave: non era nell'interesse di Israele, degli Stati Uniti o del regime iraniano ammettere che il programma nucleare fosse stato eliminato. Anche se l'intero progetto fosse stato spazzato via, tutte e tre le parti avrebbero insistito sulla sua esistenza.
Questo coincide perfettamente con quanto scrissi 19 anni fa nel mio articolo intitolato: “Il programma nucleare iraniano: la crisi che non finisce mai”.
Otto mesi dopo vediamo gli Stati Uniti e Israele colpire nuovamente l'Iran, questa volta con il pretesto che i precedenti attacchi non erano riusciti a eliminare il programma nucleare. Ciò che colpisce è la rapidità con cui si è tornati all'azione militare.
Il secondo punto riguarda la prospettiva cinese: gli attacchi israeliani del giugno 2025 non destarono grandi preoccupazioni a Pechino. I successivi attacchi statunitensi, invece, uniti alle ripetute notizie diffuse da media occidentali secondo cui Teheran si stava preparando a chiudere lo Stretto di Hormuz, hanno convinto la Cina che lo Stretto avrebbe potuto essere chiuso un giorno, e non dall'Iran, ma dagli Stati Uniti, e la Cina si è preparata di conseguenza. È esattamente ciò a cui stiamo assistendo oggi.
La risposta della Cina è stata silenziosa ma significativa. Il Paese ha continuato ad accumulare ingenti scorte di petrolio, gas, carbone e praticamente ogni altra materia prima immagazzinabile. Questi preparativi erano chiaramente finalizzati a proteggersi dai rischi di guerra, sanzioni, o una grave interruzione delle forniture, in particolare quella innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Parallelamente un vecchio progetto di gasdotto tra Russia e Cina è stato silenziosamente riattivato. L'obiettivo era quello di garantire un approvvigionamento terrestre affidabile di gas naturale russo. Questa mossa sarebbe servita come piano di riserva nel caso in cui le spedizioni di gas naturale liquefatto dal Qatar fossero state interrotte a causa di una chiusura o di una grave restrizione dello Stretto di Hormuz. Tali osservazioni erano state elaborate già otto mesi fa.
Il vero obiettivo dell'amministrazione Trump nell'attuale confronto contro l'Iran rimane oscuro. Gli obiettivi dichiarati pubblicamente sono cambiati ripetutamente: dal prevenire l'acquisizione di un'arma nucleare da parte dell'Iran, alla distruzione delle sue capacità militari offensive e al blocco dello sviluppo di missili balistici a lungo raggio, all'indebolimento del regime a sufficienza da permettere ai manifestanti interni di rovesciarlo, fino al vero e proprio cambio di regime attraverso la forza militare. Tutti questi scenari sono stati analizzati a fondo dagli specialisti e hanno esaminato nel dettaglio le implicazioni strategiche ed economiche, comprese le potenziali conseguenze per i mercati mondiali del petrolio e del gas. Un punto chiave è la possibilità che l'Iran tentasse di chiudere lo Stretto di Hormuz. Molti esperti hanno concluso che l'Iran avrebbe potuto chiudere completamente lo Stretto ma solo per un periodo molto breve. Praticamente tutti gli analisti concordano sul fatto che l'Iran, insieme ai suoi alleati e alleati regionali, avrebbe potuto creare significative tensioni alla navigazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz senza una sua chiusura completa.
Gli analisti occidentali hanno trascurato un fattore chiave nell'attuale situazione di crisi: la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, non per mano dell'Iran, bensì per azioni legate agli Stati Uniti. L'Iran non ha chiuso lo stretto, né ha tentato di farlo, e una tale mossa sarebbe contraria ai suoi stessi interessi. Il drastico calo del traffico marittimo attraverso lo Stretto è dovuto principalmente alla cancellazione delle coperture contro i rischi di guerra da parte delle compagnie assicurative, o all'imposizione di premi proibitivi. Armatori e noleggiatori, di fronte a queste condizioni, hanno in gran parte interrotto i transiti piuttosto che rischiare viaggi non assicurati, sia che ciò rifletta un coordinamento diretto con l'amministrazione Trump, sia che si tratti semplicemente di una reazione del mercato all'aumento delle tensioni.
Due punti cruciali emergono con chiarezza:
- La causa scatenante di queste cancellazioni assicurative e dei conseguenti aumenti dei premi non è stata un evento nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico, bensì un incidente distinto: l'attacco con siluri da parte di un sottomarino statunitense contro la fregata iraniana IRIS Dena nell'Oceano Indiano, al largo della costa meridionale dello Sri Lanka. L'attacco, avvenuto mentre la nave rientrava da esercitazioni navali, ha causato la morte di decine di marinai iraniani e ha aumentato la percezione del rischio globale per le operazioni marittime. In altre parole, ha ampliato l'area ad alto rischio, superando la capacità di copertura delle compagnie assicurative.
- È significativo che il Presidente Trump, noto per le sue critiche pubbliche a chiunque o qualsiasi cosa contribuisca all'aumento dei prezzi del petrolio, inclusi leader e aziende straniere, sia rimasto in silenzio sulle azioni delle compagnie assicurative. Per la prima volta non si è opposto all'impennata dei prezzi del petrolio, né ha condannato il ritiro delle assicurazioni. Questa insolita moderazione solleva interrogativi sulle motivazioni sottostanti o sugli allineamenti nell'approccio dell'amministrazione alla crisi.
L'Iran è il bersaglio? Chi trae maggior vantaggio dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?
Se si parte dal presupposto che l'Iran sia l'obiettivo di questa guerra e che abbia chiuso lo Stretto di Hormuz, allora i maggiori beneficiari sono chiaramente gli Stati Uniti e la Russia. Trump trarrà un vantaggio significativo da questa chiusura, poiché essa favorisce diversi dei suoi obiettivi chiave, che illustrerò di seguito. In alternativa, se si considera la situazione nell'ottica di una più ampia strategia statunitense per il dominio mondiale, in cui l'Iran funge semplicemente da pretesto per attuare un piano più ampio, il risultato rimane simile: si realizzano le ambizioni delineate nella Strategia di Sicurezza Nazionale annunciata a novembre 2025.
I tratti distintivi della politica del Presidente Trump sono evidenti nelle sue dichiarazioni pubbliche e nel documento della Strategia di Sicurezza Nazionale: ha perseguito un'azione aggressiva per rimodellare la mappa globale dell'influenza economica e politica degli Stati Uniti, utilizzando obiettivi ambiziosi e strumenti non convenzionali.
Un obiettivo principale è stato il trasferimento di industrie vitali. Trump ha dato priorità al ritorno negli Stati Uniti della produzione di chip e semiconduttori, anziché affidarsi alla produzione in Asia. Questi settori sono considerati strategicamente cruciali per l'economia futura. Circa il 35% delle esportazioni globali di elio transita attraverso lo Stretto di Hormuz, principalmente verso l'Asia. L'elio è essenziale per la produzione di semiconduttori. In altre parole, l'industria asiatica dei semiconduttori dipende fortemente dalle importazioni di elio dal Qatar. Non vedremo un impatto immediato, ma lo vedremo in seguito.
Ha anche lavorato per spingere i Paesi asiatici, in particolare i principali importatori, a firmare contratti a lungo termine per il GNL americano e ad aumentare i loro acquisti di petrolio statunitense. L'obiettivo è posizionare gli Stati Uniti come centro energetico dominante a livello mondiale e ridurre la dipendenza dell'Asia dalle forniture energetiche provenienti dalla regione del Golfo.
La chiusura dello Stretto di Hormuz aumenta drasticamente i rischi e i costi percepiti derivanti dalla dipendenza dal petrolio e dal GNL del Golfo. Questo cambiamento rende le esportazioni americane di petrolio e gas molto più competitive sul mercato mondiale.
I fertilizzanti rappresentano un'altra vulnerabilità chiave. I Paesi del Golfo sono importanti esportatori di fertilizzanti e circa un terzo delle esportazioni globali di fertilizzanti transita attraverso lo Stretto di Hormuz, destinato principalmente ai mercati asiatici, soprattutto all'India.
Il problema va ben oltre le semplici esportazioni di energia. Un blocco delle spedizioni di GNL e di altri gas interrompe persino la produzione interna di fertilizzanti in molti Paesi asiatici. Le industrie locali di queste nazioni dipendono fortemente da queste materie prime per la produzione di fertilizzanti, quindi qualsiasi interruzione prolungata compromette la loro capacità di produrli su larga scala. Questo si collega direttamente a uno dei motivi per cui Trump ha imposto dazi elevati su alcuni Paesi asiatici: le loro restrizioni sulle importazioni di prodotti agricoli americani. Con la carenza di fertilizzanti che porta a una riduzione della produzione agricola in quei mercati, la domanda di importazioni di prodotti agricoli aumenta vertiginosamente. Ciò crea un'opportunità per i prodotti agricoli statunitensi di inondare il mercato e colmare le lacune risultanti, a vantaggio degli agricoltori e degli esportatori americani.
Dominio attraverso l'intelligenza artificiale e l'energia
La Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata a novembre 2025 inquadra esplicitamente il dominio globale come dipendente dalla leadership nell'intelligenza artificiale e da forniture energetiche sicure e abbondanti. La superiorità nell'intelligenza artificiale non può essere mantenuta senza energia a basso costo e in abbondanza per alimentare i data center, la produzione e l'innovazione. Uno degli obiettivi principali di Trump è stato quindi quello di mantenere bassi i prezzi dell'energia per le aziende americane, rendendoli al contempo elevati per i concorrenti. L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz ha determinato proprio questo risultato: un forte e prolungato aumento dei prezzi globali di petrolio, gas naturale e GNL. Ciò svantaggia gli importatori concorrenti di energia, rafforzando al contempo la posizione relativa dei produttori statunitensi. Di fatto, i soli differenziali di prezzo del petrolio lo dimostrano: i prezzi in Asia per alcuni tipi di greggio sono superiori a quelli del WTI.
Per esercitare il controllo sui flussi energetici e aumentare i costi per i concorrenti, è essenziale il dominio sui principali punti strategici marittimi. Tra questi figurano il Canale di Panama, il Mar Rosso (e i suoi ingressi come Bab el-Mandeb e il Canale di Suez) e lo stesso Stretto di Hormuz.
L'unica rotta alternativa di rilievo, il Passaggio nel Mare del Nord vicino all'Artico, rimane vulnerabile senza influenza sulla Groenlandia, priorità strategica nei recenti dibattiti. In questo contesto più ampio, gli sviluppi in Venezuela e i cambiamenti auspicati in Iran sono elementi interconnessi della stessa strategia, non eventi isolati.
In sintesi, l'attacco all'Iran e la conseguente interruzione dello Stretto di Hormuz hanno portato enormi vantaggi strategici agli Stati Uniti. Quanto accaduto rappresenta una svolta storica, destinata a rimodellare gli equilibri economici e geopolitici globali per decenni, indipendentemente dal fatto che il regime iraniano sopravviva nella sua forma attuale.
Paradossalmente la continua esistenza del regime potrebbe persino servire agli interessi degli Stati Uniti, giustificando la presenza militare americana permanente vicino allo Stretto a garanzia di un'influenza continua su questo punto strategico.
Per quanto riguarda il petrolio venezuelano, l'accumulo di scorte nei porti statunitensi sembra finalizzato a compensare la perdita di importazioni irachene causata dall'interruzione del servizio di Hormuz (la qualità del greggio è simile dal punto di vista della raffinazione). Ciò suggerisce che la chiusura fosse stata prevista con largo anticipo, o attivamente integrata nella pianificazione.
Infine la proposta di Trump di fornire un'assicurazione per le navi che transitano nello Stretto, unitamente alla scorta della Marina statunitense, equivale a un controllo indiretto americano sulla via navigabile. Questo aumenta permanentemente i costi di assicurazione e trasporto per i Paesi importatori di energia dagli stati del Golfo, incrementando di conseguenza i costi per i concorrenti.
In sostanza, Trump ha di fatto promosso gli obiettivi di lunga data dell'establishment della politica estera statunitense capitalizzando sull'escalation dei conflitti regionali e delle tensioni internazionali. Ha sfruttato l'Iran come giustificazione per attuare nuove strategie aggressive in tutto il Medio Oriente. Questi approcci sembrano destinati a persistere indipendentemente dal fatto che l'attuale regime iraniano sopravviva o meno nella sua forma attuale. Con le capacità militari dell'Iran gravemente compromesse, il suo programma nucleare rallentato e la sua influenza regionale ridotta a causa delle operazioni in corso, gli Stati Uniti occupano ora una posizione di dominio significativamente maggiore nei mercati energetici globali e nei settori tecnologici e militari avanzati. Questa posizione rafforzata consente un maggiore controllo sulle risorse strategiche e una maggiore deterrenza nei confronti dei rivali, in linea con i principali interessi statunitensi di mantenimento dell'egemonia nella regione e oltre.
Sebbene si preveda che l'attuale contesto geopolitico e politico spinga l'economia globale verso la stagflazione, con inflazione elevata, crescita stagnante e crescenti rischi di recessione negli Stati Uniti, la differenza fondamentale risiede nelle tempistiche.
I costi immediati e le difficoltà economiche si concentrano nel breve termine; al contrario i benefici, tra cui il rafforzamento del posizionamento strategico degli Stati Uniti nei mercati energetici globali, la minore dipendenza da fornitori avversari, l'accelerazione degli investimenti interni in tecnologia e produzione, e la resilienza a lungo termine delle catene di approvvigionamento, sono in gran parte di natura a lungo termine e si manifesteranno nel corso di anni o decenni, man mano che questi cambiamenti strutturali si consolideranno. Questa discrepanza tra difficoltà a breve termine e benefici differiti è una caratteristica classica dei grandi riallineamenti economici guidati da politiche o shock esterni. Tuttavia tale discrepanza sta creando confusione sia tra gli esperti che tra i non addetti ai lavori.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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I Repubblicani alla Camera confermano ufficialmente che l’“Operazione Chokepoint 2.0” ha preso di mira le aziende legate a Bitcoin e alle crittovalute
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-repubblicani-alla-camera-confermano)
I repubblicani della Commissione per i servizi finanziari alla Camera hanno pubblicato una relazione di 50 pagine che descrive dettagliatamente quello che definiscono un sistematico tentativo di debanking da parte delle autorità di regolamentazione dell'amministrazione Biden, soprannominato “Operazione Chokepoint 2.0”.
Sebbene molti dei risultati – come le pressioni esercitate dalla FED, dalla FDIC e dall'OCC sulle banche affinché non investissero in crittovalute attraverso linee guida informali, e l'approccio della SEC “prima applicare le norme, mai emanarle” – fossero già noti, la relazione li inserisce ora a pieno titolo negli atti del Congresso.
Recap of the @FinancialCmte’s 50-page report on the systematic debanking effort by Biden-era regulators dubbed “Operation Chokepoint 2.0.” ⬇️
As @intangiblecoins notes, maybe nothing breaking per se, but notable that findings are now in the Congressional record. https://t.co/kBLGCGlHzP
La relazione individua almeno 30 entità che sono state di fatto “escluse dal sistema bancario” attraverso linee guida informali e pressioni di vigilanza. Queste imprese, sostiene la Commissione, sono state costrette ad abbandonare il sistema bancario statunitense senza l'adozione di provvedimenti formali.
Coercizione governativa, applicazione parziale e pressione privata, il tutto mentre si nega
Secondo la relazione la Federal Reserve, la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) e l'Office of the Comptroller of the Currency (OCC) hanno impiegato una serie di tattiche per influenzare il comportamento delle banche.
Tra queste figuravano lettere di “non obiezione”, lettere di “sospensione” e altre forme di indicazioni informali volte a dissuadere le banche dall'intrattenere rapporti con le società di crittovalute.
Nel frattempo la Securities and Exchange Commission (SEC) avrebbe adottato una politica del tipo “prima si applicano le norme, mai si creano regole”, ricorrendo a un'applicazione selettiva delle norme anziché a chiari quadri normativi per limitare le attività legate agli asset digitali.
La relazione mette in evidenza la SAB 121, una direttiva della SEC che di fatto ha impedito alle banche di offrire servizi di custodia per crittovalute.
La relazione delinea un quadro in cui le autorità di regolamentazione negavano pubblicamente qualsiasi pregiudizio nei confronti degli asset digitali, mentre in privato esercitavano pressioni sulle banche affinché interrompessero i rapporti con le società di crittovalute. La relazione afferma che, sebbene le autorità di regolamentazione abbiano costantemente negato di scoraggiare le attività legate agli asset digitali, le prove raccolte dalla Commissione mostrano un modello di pressione privata e coercizione informale.
I repubblicani della Commissione sostengono che queste azioni rappresentino una rinascita dell'Operazione Chokepoint, un controverso programma dei primi anni 2010 che utilizzava pressioni normative e reputazionali per dissuadere le banche dal servire determinati settori ad alto rischio.
La relazione afferma che le tattiche utilizzate contro le aziende di crittovalute riproponevano gli stessi metodi: indicazioni informali, aspettative di vigilanza poco chiare e avvertimenti sui rischi reputazionali.
“La mancanza di regole chiare, unita a un'applicazione aggressiva delle norme, ha creato un effetto dissuasivo sul settore degli asset digitali”, ha dichiarato un portavoce della Commissione. “Le aziende americane legittime sono state costrette a trasferirsi all'estero, o a chiudere i battenti, non per aver commesso illeciti, ma a causa di un eccesso di regolamentazione”.
Le aziende di crittovalute hanno faticato a mantenere aperti i conti bancari
La relazione include testimonianze aneddotiche di aziende che hanno avuto difficoltà a mantenere i propri conti bancari aperti nonostante avessero rispettato tutte le leggi applicabili.
Un dirigente ha descritto ripetute richieste di documentazione, improvvise chiusure di conti e vaghi avvertimenti da parte dei responsabili della conformità che citavano “incertezza” normativa.
Un altro ha raccontato di essere stato di fatto escluso dal sistema bancario statunitense dopo aver presentato una normale documentazione regolamentare.
I repubblicani in seno alla Commissione sostengono che questo contesto abbia soffocato l'innovazione e spinto le attività finanziarie a trasferirsi all'estero.
Chiedono al Congresso di invertire queste linee di politica, fornire indicazioni esplicite e garantire che le aziende di crittovalute legittime possano accedere ai servizi bancari senza timore di pressioni arbitrarie.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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L'intelligenza artificiale non renderà sostenibile una società pianificata centralmente
Come si suol dire, non tutto è oro ciò che luccica. Ed è così. Questo a sua volta significa che il gradiente di errori e inefficienze nel settore dell'IA è presente; ciò non significa, però, che esse siano superiori ai vantaggi. È una questione di bilanciamento, soprattutto in un ambiente economico, come quello americano, dove la FED si sta muovendo per proteggere la classe media piuttosto che affossarla. Di conseguenza il monitoraggio delle attività legate a questo settore è pressoché serrato e finché sarà in una espansione sostenibile non dovrebbe rappresentare una minaccia. Almeno non a livello economico. La preoccupazione più comune riguardo all'intelligenza artificiale è il suo consumo di risorse, principalmente elettricità e acqua. I detrattori sostengono che il consumo dell'IA sia pericoloso, eccessivo e superfluo. È vero che i modelli LLM consumano quantità considerevoli di elettricità e acqua, ma il consumo effettivo è molto inferiore a quanto comunemente si creda. OpenAI ha riferito che ChatGPT elabora 2,5 miliardi di query al giorno: 750 milioni di wattora al giorno e 650.000 litri d'acqua al giorno. Considerati singolarmente, questi numeri sembrano molto più allarmanti di quanto non siano in realtà. Se visti in paragone con altre tecnologie, la situazione cambia. Il confronto in termini di consumo idrico è ancora più sconcertante. L'US Geological Survey riporta che gli Stati Uniti consumano oltre 1.200 miliardi di litri d'acqua ogni giorno. Ciò significa che ChatGPT rappresenta circa lo 0,00000043% del consumo idrico giornaliero degli Stati Uniti. Se il consumo di elettricità e acqua dell'IA è motivo di preoccupazione, abbiamo una lunga lista di problemi ben più urgenti. C'è poi la preoccupazione per le risorse scarse: dato il dubbio valore dell'IA allo stato attuale, non dovremmo considerare la possibilità di limitarne l'uso per preservare le nostre risorse naturali? Non corriamo il rischio che la Terra “esaurisca” metalli preziosi o rari a breve? Ad esempio, l'USGS stima che ci siano tra le 54.000 e le 64.000 tonnellate metriche di oro in riserve sotterranee accertate, rispetto alle circa 210.000 tonnellate di oro estratte nel corso della storia. Allo stesso modo stima che rimangano 6,3 miliardi di tonnellate di rame, di cui solo 700 milioni di tonnellate estratte finora. Le risorse finite sono sempre una preoccupazione, ma la storia ci dimostra che i mercati sono abili nel gestire i vincoli e le carenze attraverso due metodi: il razionamento legato al prezzo e l'incentivazione di beni sostitutivi. Un esempio storico mostra questo meccanismo di mercato: tra il XVI e il XVII secolo il legno era di gran lunga la principale fonte di combustibile per il riscaldamento e la cottura. L'uso della legna da ardere era così massiccio che gli alberi divennero sempre più difficili da trovare e reperire. Il prezzo della legna nel 1620 era dieci volte superiore a quello del 1540. Con la progressiva diminuzione degli alberi, gli inglesi cercavano disperatamente un'alternativa più economica. All'epoca il carbone era già noto come potenziale fonte di combustibile, ma non era ampiamente utilizzato. Quando il prezzo della legna, però, salì alle stelle, divenne un'alternativa sempre più allettante. Grazie a ulteriori investimenti e innovazioni il carbone divenne più economico, più facilmente reperibile e alla fine sostituì la legna come combustibile. Oggi l'Inghilterra è di nuovo ricoperta di alberi e foreste. Ciononostante anche se l'impatto dell'intelligenza artificiale è minimo, e il rischio di esaurimento delle risorse naturali è basso, si dice che il suo funzionamento causi comunque danni ambientali. Questa, però, è una vecchia fallacia che ancora ci portiamo dietro e che presuppone l'intoccabilità della natura. Coem se gli esseri umani non si fossero evoluti e non avessero sconfitto lo stato di natura modificando l'ambiente! E questa fallacia è anche il cuore dell'ambientalismo da quattro soldi che ha soffocato artificialmente e consapevolmente lo sviluppo industriale europeo, soprattutto in quei settori energetici che in questo frangente storico sarebbero stati salvifici per il benessere della classe media europea.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lintelligenza-artificiale-non-rendera)
Nel 1935 la casa editrice Macmillan pubblicò un libro intitolato, Planned Society, curato dall'economista e giornalista americano George Soule. L'idea centrale era che la disoccupazione di massa, la depressione economica, l'instabilità finanziaria e la privazione materiale avessero tutte una soluzione: c'era bisogno che i migliori e i più brillanti arrivassero al potere con un nuovo piano per l'intera società.
Seguirono numerosi capitoli che esplorarono l'idea. Con il piano giusto il governo può produrre e distribuire cibo; può costruire tutte le case e gli appartamenti; può esercitare la principale influenza sui mercati dei capitali e quindi stabilizzare i cicli economici; può fissare i prezzi e garantire che siano corretti; può fornire standard di vita minimi per tutti, oltre a garantire istruzione e assistenza sanitaria.
L'intento del libro non era quello di replicare l'esperienza sovietica, che a quel tempo era già stata screditata. Gli slogan sui lavoratori rivoluzionari e sull'espropriazione degli espropriatori non erano di moda. Anzi, intellettuali e industrie influenti temevano seriamente tali atteggiamenti. La società pianificata descritta in quel libro doveva rappresentare l'alternativa.
Il presupposto di fondo – condiviso da quasi tutti gli intellettuali pubblici dell'epoca – era che sia la libertà che la democrazia avessero fallito. Avevano condotto al caos e alla divisione sociale. Queste idee antiquate – basate sul lasciare che la società si evolvesse da sola – erano profondamente antiscientifiche. Dovevano essere sostituite da nuove idee provenienti dalle università dell'Ivy League.
L'appellativo di “società pianificata” servì anche a sostituire il socialismo come programma politico. Perché il socialismo doveva essere sostituito? In primo luogo era politicamente perdente a causa dei disastri che si stavano consumando nell'Unione Sovietica. In secondo luogo tutte le classi sociali negli Stati Uniti e nel Regno Unito tenevano ai propri diritti di proprietà, alla religione e alla famiglia, e non avevano alcun interesse in un piano per rinunciarvi. In terzo luogo a quel tempo nessuno aveva una soluzione al fallimento economico del socialismo.
Per comprendere quest'ultimo punto, torniamo indietro di oltre un decennio, al 1920. L'economista Ludwig von Mises scrisse un saggio intitolato, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth. In esso proponeva un punto di vista innovativo in contrapposizione alla teoria socialista. Si era generalmente dato per scontato che il socialismo fallisse perché gli esseri umani non sono angeli e, pertanto, non ci si può aspettare che lavorino per il bene di tutti.
Mises disse qualcosa di diverso: era felice di immaginare un mondo di persone con un forte senso di comunità, altruiste e che non avessero bisogno di incentivi monetari per lavorare e fare un buon lavoro. Persone felici di produrre, condividere e impegnarsi per il benessere di tutti. Diciamo pure che tutti gli esseri umani siano degli angeli: anche in tal caso il socialismo fallirà necessariamente per una precisa ragione tecnologica.
Il socialismo immagina di eliminare la proprietà privata del capitale, ovvero dei mezzi di produzione. Parliamo di acciaio, legno, tutti gli strumenti, i camion e qualsiasi altra cosa che non sia né una risorsa naturale né un bene di consumo. Tutto ciò sarebbe di proprietà collettiva. In questo modo, secondo le tesi socialiste, si potrebbe impedire che il valore fluisca ingiustamente dai lavoratori ai proprietari. Questo risponde alla tesi centrale di Karl Marx nel suo libro, Il Capitale, e a una lamentela costante dei socialisti fin dall'antichità.
Con la proprietà collettiva dei beni capitali, il mercato per questi ultimi scomparirebbe; di conseguenza non ci sarebbe più scambio di capitali, né prezzi per essi. Senza tali prezzi, verrebbe meno anche la contabilità dei profitti e delle perdite derivanti dal capitale. Ci ritroveremmo con enormi cumuli di beni che dovrebbero essere allocati attraverso metodi diversi dalla normale contabilità; ciò significa che la responsabilità spetterebbe ai pianificatori.
Quali segnali avrebbero i pianificatori? I prezzi sarebbero stati eliminati: non avrebbero accesso ai sistemi informativi sui bisogni della società. Non saprebbero se le risorse scarse di acciaio dovrebbero essere destinate a treni, camion, ponti, edifici, riparazioni di strutture obsolete, o alla costruzione di nuove. Non saprebbero se cotone e lana dovrebbero essere utilizzati per coperte, abbigliamento, biancheria da letto, o uniformi. Non avrebbero idea dei compromessi implicati in queste decisioni e nessun mezzo per valutare se avessero preso la decisione giusta.
E poi c'è il problema del cambiamento. Nel mondo reale tutto è in continua evoluzione: gusti dei consumatori, tecnologia, esigenze stagionali, demografia e talenti. Una società socialista gestita dall'alto non disporrebbe di alcun sistema di segnalazione per adattarsi a tali cambiamenti. La società rimarrebbe bloccata e la vita economica ristagnerebbe. Questo è il miglior risultato possibile; il peggiore è il caos più totale.
“Senza calcolo economico non può esserci economia”, scrisse Mises, “pertanto in uno stato socialista in cui la ricerca del calcolo economico è impossibile, non può esserci – nel proprio senso del termine – alcuna economia”.
Cosa sostituirebbe l'economia?
“Ci sarebbero centinaia e migliaia di fabbriche in funzione. Pochissime di queste produrrebbero beni pronti all'uso; nella maggior parte dei casi ciò che verrebbe prodotto sarebbero beni semilavorati e prodotti intermedi. Tutte queste attività sarebbero interconnesse. Ogni bene attraverserebbe una serie di fasi prima di essere pronto per l'uso. Nell'incessante fatica e nelle difficoltà di questo processo l'amministrazione centrale non avrebbe alcun mezzo per verificarne la correttezza. Non sarebbe mai in grado di stabilire se un determinato bene non sia stato trattenuto per un tempo superfluo nei necessari processi produttivi, o se lavoro e materiali non siano stati sprecati per la sua realizzazione”.
Infine: “Pertanto nella comunità socialista ogni cambiamento economico diventerebbe un'impresa il cui successo non può essere valutato né preventivamente, né successivamente. Si brancolerebbe nel buio. Il socialismo è l'abolizione dell'economia razionale”.
La tesi di Mises fu devastante per gli intellettuali europei e trovò conferma nell'esperienza sovietica. Nessuno riuscì a trovare una vera risposta fino a quando, a metà degli anni '30, l'economista polacco Oskar Lange non se ne occupò. Egli sostenne che i pianificatori centrali non avrebbero avuto bisogno di mercati reali, in quanto avrebbero potuto simularli con le aste. Lo stato avrebbe potuto assumere operatori finanziari per fare offerte e richieste, ottenendo così prezzi che i pianificatori avrebbero potuto utilizzare come informazioni per alimentare i loro piani.
Tale tesi fu ulteriormente sviluppata da F. A. Hayek, il quale ampliò il concetto di Mises in una teoria generale della conoscenza nella società. Tutti i sistemi sociali necessitano di informazioni per il coordinamento e la pianificazione, ma da dove provengono queste informazioni? Secondo Hayek le uniche informazioni affidabili sono connesse al tempo, al luogo e all'esperienza umana reale. Anche in questo caso ogni decisione economica si basa su speculazioni riguardo ai bisogni umani e alle incertezze future. I dati di cui abbiamo bisogno sono necessari per localizzare e diffondere, e spesso anche per incorporare tacitamente informazioni in abitudini, costumi e tradizioni.
I pianificatori centrali, disse, saranno sempre ignoranti rispetto all'intelligenza delle società che governano.
Negli anni Cinquanta i pianificatori elaborarono un nuovo schema che sembrava confutare tutte le precedenti critiche al socialismo e offrire una nuova via per organizzare una società razionale. Sostenevano che l'avvento dell'era informatica avesse reso la pianificazione socialista pienamente possibile. “Inseriamo il sistema di equazioni in un computer elettronico e otterremo la soluzione in meno di un secondo”, scrisse Lange. “Il processo di mercato, con i suoi macchinosi meccanismi di compensazione, appare così antiquato. Anzi, può essere considerato un dispositivo di calcolo dell'era pre-elettronica”.
Naturalmente quel sistema non funzionò. Il problema della conoscenza, chiarì Hayek, non era semplicemente una questione tecnica risolvibile con una maggiore potenza di calcolo. Era un problema di apprendimento e scoperta che richiedeva libertà d'azione, di scelta e di scambio per generare informazioni utili che si adattassero al cambiamento.
Avrete capito dove si vuole arrivare: innumerevoli pensatori si sono schierati a favore di una soluzione tecnologica al problema socialista del calcolo economico razionale e dell'uso oculato delle risorse.
Jack Ma, fondatore di Alibaba, ha scritto: “Nell'era dei big data, le capacità degli esseri umani di acquisire ed elaborare dati sono superiori a quanto si possa immaginare. Con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, o delle intelligenze multiple, la nostra percezione del mondo raggiungerà un nuovo livello. Pertanto i big data renderanno il mercato più intelligente e consentiranno di pianificare e prevedere le forze di mercato, permettendoci così di raggiungere finalmente un'economia pianificata”.
È la stessa arroganza che portò Vladimir Lenin a credere che risolvere il problema economico sotto il comunismo fosse facilissimo, finché non scoprì, due anni dopo essere salito al potere, che persino le torte erano sparite.
Lo stesso accadrà a chi pensa che l'intelligenza artificiale realizzerà i propri sogni. Lo sapete già: anche i dati migliori sono dati passati. Non forniscono una sfera di cristallo per il futuro. Sono inoltre profondamente soggetti a errori. Come tutti i sistemi pianificati centralmente, non offrono alcun meccanismo di adattamento alla realtà, nemmeno quando quest'ultima richiede a gran voce un cambiamento.
Non è incredibile? Per qualche ragione gli intellettuali sono sempre restii ad ammettere di non essere in grado di pianificare la società sotto alcuna bandiera ideologica, e che solo la libertà è capace di generare i migliori risultati sociali ed economici possibili. Le vecchie soluzioni dei diritti individuali e della libertà – i principi cardine dei Padri Fondatori americani – non solo hanno resistito alla prova del tempo, ma offrono ancora il modello migliore per il futuro.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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