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Francesco Simoncellihttps://plus.google.com/107590944263229374944noreply@blogger.comBlogger1340125
Aggiornato: 5 min 19 sec fa

Delirio keynesiano: i banchieri centrali dichiarano guerra alla stabilità dei prezzi, ovvero, ai risparmiatori

Gio, 29/05/2014 - 10:08
Non è esilarante (in un certo senso) notare come i media mainstream si straccino le vesti per vendere la balla di una ripresa nominale, mentre la popolazione nel suo complesso annaspa pesantemente? La realtà a quanto pare è un optional per coloro che amano sguazzare nel masochismo, le statistiche ed i modelli DSGE sono un fiorire di numeri allegramente rosei e decisamente positivi. In questo panorama economico, distorto fino al midollo, notiamo come alcuni indicatori vengano garbatamente ignorati: come ad esempio, la mole di sofferenze in pancia alle banche commerciali italiane. Restando sempre all'interno dell'acronimo PIIGS, troviamo come una delle banche commerciali del Portogallo navighi in acque agitate, la Francia che continua a stringere il cappio intorno al collo del contribuente francese, ecc. Ma qual è il problema? La presunta "lowflation". Chi se ne frega se gli investimenti improduttivi continuano ad essere un buco nero per risorse materiali ed umane! Anzi, si potrebbe fare come Detroit, no? Scavare buche e poi riempirle. Finirà male.
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di Detlev Schlichter


Apparentemente c'è un nuovo pericolo economico là fuori. Si chiama "inflazione molto bassa" e la zona euro è a grande rischio di soccombere sotto questa minaccia. "Un lungo periodo di bassa inflazione – o deflazione, quando i prezzi scendono con insistenza – allarma i banchieri centrali", spiega il Wall Street Journal, "perché [la bassa inflazione, DS] può paralizzare la crescita e rendere più difficile il ripagamento dei debiti per governi, imprese e consumatori". Le statistiche ufficiali dell'inflazione presso la BCE segnalano uno 0.7%, ancora positive e quindi non c'è alcuna deflazione.

Come la bassa inflazione possa paralizzare la crescita, non mi è chiaro. "Inflazione molto bassa" una volta era conosciuta come "stabilità dei prezzi" e veniva utilizzata per richiamare connotazioni più positive. In precedenza non era considerata come un pericolo per la salute. Perché questo sia improvvisamente cambiato, resta un mistero. Certamente non vi è alcun supporto empirico – di solito altamente considerato dai commentatori di mercato – quando si afferma che la bassa inflazione, o addirittura la deflazione, sia legata a recessioni o depressioni, anche se tale collegamento viene sospinto quasi ogni giorno (implicitamente o esplicitamente) nella stampa finanziaria. Nel XX secolo gli Stati Uniti hanno avuto tanti anni di inflazione molto bassa, e addirittura deflazione, i quali non sono stati segnati da recessioni. Nel XIX secolo, in un mondo in rapida industrializzazione, "l'inflazione molto bassa", o addirittura la deflazione persistente, erano la norma e tale deflazione era spesso accompagnata da tassi di crescita che oggi scatenerebbero l'invidia di qualsiasi paese del G8. A pensarci bene, l'economia capitalista con la sua costante tendenza ad aumentare la produttività dovrebbe creare deflazione persistente. La roba diventerebbe più accessibile. Le cose sarebbero più convenienti.



"Ultime notizie: i consumatori sono scioccati per la bassa inflazione e quindi non consumano!"

Allora qual è il punto in cui la bassa inflazione si trasforma improvvisamente in "inflazione molto bassa", e quindi diventa pericolosa? A giudicare dalla relazione della Banca d'Inghilterra rilasciata da Mark Carney la scorsa settimana e dalla dose di scherno che il settore finanziario scarica sulla BCE – "stupida" è come David Tepper di Appaloosa Management definisce l'istituto di Francoforte, stando a quanto riporta il FT (16 maggio) – la delimitazione deve ritrovarsi da qualche parte tra l'1.6% e lo 0.7% che tanto imbarazza Draghi.

Spesso si ripete che la bassa inflazione o la deflazione inducano la gente a rinviare gli acquisti, a differire il consumo. Secondo questa logica gli europei si aspettano che in un anno una cosa passi da €1,000 a €1,007, un cambiamento che non rappresenta una minaccia per il loro potere di acquisto poiché non li spinge fuori di casa a comprare qualsiasi cosa IN VISTA! Quindi, ecco il motivo per cui l'economia è depressa. Gli inglesi, invece, possono ragionevolmente aspettarsi che una cosa passi da £1,000 a £1,016 in un anno, e questo è un motivo più che convincente, si presume, per consumare nel presente. Gli inglesi sono così desiderosi di battere il 2% negli aumenti dei prezzi che si stanno caricando di ulteriori debiti e di ingenti spese in modo da comprare qui e ora. I "britannici sono in re-leveraging", ci dice Anne Pettifor sul The Guardian, "solo a marzo il credito netto al consumo è aumentato di £1.1 miliardi. Nello stesso mese il debito totale delle carte di credito ammontava a £56.9 miliardi. Il tasso di interesse medio sui prestiti delle carte di credito [si attesta] al 16.86 %." La Gran Bretagna è, come ci ricorda la Pettifor, la nazione più indebitata al mondo.

Per un attimo lascio da parte la questione se questi sviluppi dovrebbero costituire un motivo di maggiore "allarme per i banchieri centrali" rispetto "all'inflazione molto bassa". Di certo non hanno allarmato Carney ed i suoi colleghi, i quali hanno allegramente lasciato i tassi ai minimi e nessuno ha definito "stupida" la Banca d'Inghilterra. Di certo non sembrano allarmare la Pettifor. Vuole che la Banca d'Inghilterra mantenga i tassi bassi per aiutare tutti quei cittadini britannici gravati da debiti – e probabilmente ancora più britannici contrarranno debiti.

La Pettifor ha una visione altamente politicizzata della moneta e della politica monetaria. Per lei tutto questo è una gigante lotta di classe tra la classe dei risparmiatori/creditori e la classe degli spendaccioni/debitori, e la sua fedeltà è per quest'ultimi. Quei commentatori che invece richiedono un aumento dei tassi rappresentano "certi interessi", cioè i risparmiatori avari ed i creditori avidi. Che la politica possa far ripiombare l'economia in un'altra crisi, non sembra turbarla.

Alla Pettifor fà eco Martin Wolf, il quale ha categoricamente affermato sul FT che il "risparmiatore in cerca di un rischio basso" non è più una figura utile all'economia globale, e ha citato con approvazione John Maynard Keynes auspicando "l'eutanasia del rentier". "Oggi gli interessi non premiano alcun sacrificio," scrisse Keynes allora, sbagliando ovviamente: chiedetelo ai britannici di oggi se non spendere i loro soldi ora, ma risparmiarli per i giorni di magra, non comporti un vero e proprio sacrificio. I rentier di oggi non ottengono nemmeno l'interesse per i loro sacrifici, grazie a tutta questa politica di "stimolo". E ora si richiede a gran voce la fine della stabilità dei prezzi, per combinare una maggiore inflazione con tassi a zero. Non è molto divertente essere un risparmiatore in questi giorni – e dubito che queste politiche possano far felice qualcuno nel lungo periodo.



L'eutanasia del rentier giapponese

Quello che si intende con "eutanasia del rentier" lo possiamo vedere in Giappone, dato che nel paese la popolazione dei risparmiatori è in rapido invecchiamento e dovrà affidamento sui propri risparmi nella vecchiaia. Si presume che la nuova politica dell'Abenomics debba rinvigorire l'economia attraverso la svalutazione monetaria. "L'Abenomics era destinata a generare una forte crescita nominale," ha scritto Trevor Greetham (Fidelity Worldwide Investment) sul Financial Times la scorsa settimana (FT, 15 maggio 2014, pagina 28). "Il Giappone è in deflazione del debito da oltre 20 anni."

Davvero? – A marzo 2013, quando Abe scelse Haruhiko Kuroda come governatore della Banca del Giappone e venne inaugurata l'Abenomics, l'indice dei prezzi al consumo del Giappone era a 99.4. 20 anni prima, a marzo 1994, era pari a 99.9 e 10 anni fa, a marzo 2004, a 100.5. In 20 anni i prezzi al consumo del Giappone sono scesi dello 0.5%. Certo, ci sono stati periodi di calo dei prezzi e periodi di aumento dei prezzi nel mezzo, ma è necessario un microscopio per rilevare eventuali variazioni dei prezzi nel paniere giapponese dei consumi. Il consumatore giapponese non ha sofferto per la deflazione, ma ha goduto di una stabilità dei prezzi per 20 anni.

"Il problema principale dell'economia giapponese non è la deflazione, è la demografia," ha dichiarato Masaaki Shirakawa in un discorso al Dartmouth College due settimane fa (come riportato dal Wall Street Journal Europe il 15 maggio). Shirakawa è l'ex-governatore della Banca del Giappone il quale nel 2013 è stato estromesso senza tanti complimenti da Abe, quindi si può dire che sia prevenuto. Non importa, le sue argomentazioni hanno senso secondo me. "Shirakawa," riporta il Journal, "la chiama 'una deflazione molto mite' [e io invece la chiamo stabilità dei prezzi, DS] la quale ha avuto il vantaggio di aiutare il Giappone a mantenere basso il tasso di disoccupazione." Il tasso di disoccupazione ufficiale in Giappone si attesta ad uno strabiliante 3.60%. Forse i giapponesi non se la sono cavata così male con la stabilità dei prezzi.

Sia come sia, dopo un anno di Abenomics si scopre che un aumento dell'inflazione non era proprio quel veicolo di prosperità che ci si aspettava. Ecco di nuovo Greetham: "Le cose non sono così semplici come erano... L'aumento dell'imposta sulle vendite ha spinto l'inflazione di Tokyo ad un picco ventennale del 2.9% ad aprile, andando a diluire il potere d'acquisto reale ed a peggiorare il tenore di vita di molti consumatori più anziani a reddito fisso."

I "consumatori più anziani" di Greetham sono probabilmente i "rentier" di Wolf, ma in ogni caso queste persone non stanno passando un bel periodo. I sostenitori di "politiche moentarie allentate" ci dicono che una valuta più debole rappresenta una spinta per le esportazioni, ma nel caso del Giappone uno yen più debole aumenterà i prezzi dell'energia poiché il paese è fortemente dipendente dalle importazioni di energia.

Prima si pensava che i giapponesi non consumassero abbastanza perché i prezzi non stavano aumentando abbastanza velocemente, ora non possono consumare abbastanza perché i prezzi stanno aumentando. Il problema con l'inseguire la "crescita nominale" è che il "potere d'acquisto reale" può prendere una batosta.

Se tutto questo è fonte di confusione, Greetham ci offre una speranza. Abbiamo solo bisogno di una barca più grande. Altro stimolo. Vedete, questo è il problema con lo stimolo keynesiano: è necessario implementarne sempre di più e renderlo sempre più grande, nel tentativo di sfuggire alle conseguenze non intenzionali.

Se Greetham ha ragione o no sul mercato azionario, non lo so. Ma una cosa sembra abbastanza ovvia secondo me: se si potesse migliorare la propria economia attraverso l'allentamento monetario e la svalutazione monetaria, oggi l'Argentina sarebbe uno dei paesi più ricchi del mondo, come in effetti lo era all'inizio del XX secolo prima che iniziassero le varie svalutazioni dei suoi molti governi incompetenti.

Nessun paese è mai diventato più prospero mediante la svalutazione della sua moneta e la rapina dei suoi risparmiatori.

Finirà male – anche se probabilmente non subito.



Pensieri finali

Cosa significa tutto questo? – Non lo so (e, ovviamente, potrei aver torto), ma credo quanto segue:

La BCE taglierà i tassi a giugno, ma questa è la politica più pubblicizzata e attesa da lungo tempo. Alla fine i ribassisti sull'euro rimarranno delusi. La BCE non andrà "all in", e non c'è motivo per farlo. La mia impressione è che un indebolimento pronunciato dell'euro rimane improbabile.

A mio modesto parere, e contrariamente al consenso del mercato, la BCE ha perseguito una strategia "meno brutta" rispetto a tutte le principali banche centrali. Niente QE; lo stato patrimoniale si sta ancora restringendo; inattività su larga scala. Che cos'è che non va?

Pettifor ed i suoi compari odiatori dei risparmiatori possono star sicuri che un qualsiasi restringimento del bilancio delle banche centrali è lontano, specialmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Le banche centrali considerano fondamentale il loro ruolo, soprattutto nel sostenere i mercati degli asset, l'economia, le banche e lo stato. Sono pietrificate all'idea di poter far deragliare qualsiasi cosa se adotteranno una politica più restrittiva. Un'inflazione più alta rappresenterà il fine partita, ma quando arriverà è ancora una congettura. La crescita, di per sé, non porterà ad una risposta significativa da parte dei banchieri centrali.

L'Abenomics andrà avanti, ma fallirà. La domanda è se verrà attuata su una tale scala da provocare disastri, o se riceverà la propria "eutanasia".


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Le follie della FED

Mer, 28/05/2014 - 10:12




di David Stockman


Finora ci sono stati 7 milioni di pignoramenti. Al di là di ciò, ci sono ancora 9 milioni di proprietari di case gravemente sommersi per i mutui e ce ne sono altrettanti milioni con l'acqua alla gola perché non hanno abbastanza equity positivo per coprire i costi di transazione e le esigenze di pagamento più stringenti.

Tutto questo prima della prossima flessione dei prezzi immobiliari — uno sviluppo che può presentarsi da un giorno all'altro. In realtà un'altra flessione è una certezza ormai, dato che gli speculatori si stanno rapidamente tirando fuori da questi mercati toro in Arizona, California, Los Vegas, Florida e altrove. Gli ultimi segnali di prezzo erano semplicemente eruzioni di breve durata, un artefatto delle politiche monetarie allegre della FED.

Anche se Wall Street si dirigerà verso le uscite, ancora non si è vista la normale ondata di acquirenti. Questo perché la normalizzazione inesorabile dei tassi di interesse sta spingendo più a sud l'accessibilità ad un immobile, tra la coorte sempre più scarna di quelle famiglie con un reddito sufficiente da soddisfare gli attuali standard di finanziamento.

Tra queste ultime, i redditi sono stagnanti in termini reali e lo sono stati per un decennio. In assenza di guadagni nel reddito reale, dunque, il prezzo "abbordabile" per le abitazioni è essenzialmente una funzione inversa del leveraged carry trade.

In breve, il caos socio-economico mostrato nel grafico sottostante non è la fine di un incubo dal quale ci stiamo riprendendo lentamente (come gli stampatori folli vorrebbero farci credere in base ai "dati presenti" nel grafico). I produttori seriali di bolle presso l'Eccles Buolding hanno già gettato le basi per il prossimo bust dei mutui, i prossimi pignoramenti di case e la relativa ondata di famiglie esposte a disagio sociale.




Eppure questa carneficina non era inesorabile o necessaria. In realtà, la gigantesca bolla immobiliare gonfiata durante l'era Greenspan non si sarebbe potuta verificare in un libero mercato. Il guadagno di 3x nei prezzi delle abitazioni tra il 1994 e il 2007, era solo un artefatto della massiccia effusione di debito ipotecario a buon mercato che c'era in quel periodo. Tale debito ipotecario, a sua volta, era una conseguenza delle politiche di repressione finanziaria della FED — manovre che sono andate a disattivare e paralizzare i tassi di interesse di mercato e, quindi, hanno consentito speculazioni selvagge su debito a buon mercato virtualmente illimitato.




Anche i piccoli passi intrapresi dalla FED verso la normalizzazione dei tassi di interesse, ci permettono di confrontare la monumentale bolla dei mutui gonfiata dalla capitolazione abietta del Maestro nei confronti di Wall Street dopo che nel dicembre 2000 i repubblicani di Bush si insediarono alla Casa Bianca. La stampa sconsiderata di denaro da parte di Greenspan, aumentò i volumi dei mutui fino a 5x rispetto a quello che sarebbe successo in un libero mercato.

Come ho scritto nel capitolo 20 del mio libro, The Great Deformation (“How The Fed Brought The Gambling Mania To America’s Neighborhoods”), durante i 30 mesi successivi alla prima bolla della FED — il crollo delle dotcom — Greenspan tagliò stupidamente i tassi di interesse del mercato monetario; nel giugno 2003 il costo del denaro arrivò all'1%, rispetto al 6.5% alla vigilia di Natale del 2000. Mai nella storia centenaria della FED i tassi erano stati ridotti dell'85% in un tale breve intervallo e con suddetto sconsiderato abbandono.

Non sorprende, quindi, che i mutui a tasso variabile andassero di moda, proprio perché i tassi di interesse teaser crollarono a livelli inferiori di quelli nella Grande Depressione. Mentre negli anni precedenti i mutui raramente superarono i $1,000 miliardi, nel secondo trimestre del 2003 oltrepassarono i $5 bilioni.

Una tale esplosione di debito ipotecario a prezzi stracciati, era ovvio che scatenasse una frenesia speculativa nell'edilizia residenziale. Infatti, come è evidente nel grafico sopra, durante i 60 mesi dopo la riduzione dei tassi, l'indice nazionale dei prezzi delle abitazioni è raddoppiato.

I grandi presidenti della FED di ieri come William McChesney Martin e Paul Volcker sarebbero inorriditi davanti a un tale scoppio di speculazione e non avrebbero esitato a buttare fuori dalla finestra la fischetta di alcol monetario. Questo è ciò che fece Martin nell'agosto 1958, quando pensò che ci fosse troppa speculazione a Wall Street sei mesi dopo una ripresa dell'economia.

Ma Greenspan era stato incoronato come il Maestro e procedette a dimostrare il motivo per cui la pianificazione monetaria centrale è una dottrina pericolosa. Quando divenne evidente che grandi quantità di questa massiccia effusione di debito ipotecario venivano utilizzate come finanziamento per spese correnti (come nuovi tappeti, auto e crociere ai Caraibi), andando a compromettere l'equity sottostante, Greenspan annoverò questa follia tra i favolosi progressi dell'innovazione finanziaria. La chiamò “mortgage equity withdrawal.” Avrebbe addirittura superato Keynes: il popolo, non il suo governo, avrebbe assorbito l'elisir magico del debito e quindi avrebbe generato più spesa, più reddito e più crescita economica.

In realtà la generazione dei baby-boomer americani stava intaccando gli anni della propria pensione futura, ma il Maestro ne era ignaro. Invece era occupato a monitorare il tasso trimestrale del MEW (“mortgage equity withdrawal”) e si vantava di come stesse contribuendo alla prosperità senza precedenti di Main Street. Naturalmente l'esperimento è finito in una conflagrazione di prestiti non performanti, frodi, default e migliaia di miliardi di perdite finanziarie, ma non prima che i $5 bilioni di MEW rovinassero il benessere finanziario della classe media americana.

Con tassi di interesse di libero mercato i $5 bilioni di MEW — cioè, compromettere il proprio futuro per fare festa oggi — non sarebbero esistiti. Senza il periodo 2003-2006, i tassi di interesse dei mutui sarebbero saliti a livelli a due cifre, causando un raddoppio o una triplicazione mensile dei ripagamenti dei debiti. Inoltre, in un contesto di tassi di interesse di libero mercato, non ci sarebbe stata alcuna espansione monetaria artificiale; non ci sarebbero stati nemmeno finanziamenti ultra-convenienti che Wall Street avrebbe utilizzato per finanziare mutui ipotecari e generare cartolarizzazioni tossiche con pronti contro termine a prezzi stracciati.

In breve, i tassi di interesse di libero mercato rappresentano il meccasimo vitale di controllo e di equilibrio che impediscono spirali di debito e una frenetica ascesa dei prezzi degli asset. Eppure è stata la dottrina "dell'effetto ricchezza" di Greenspan che ha distrutto il meccanismo onesto di price discovery. La carneficina nei mercati del credito e delle abitazioni, quindi, è colpa tua, Alan Greenspan.

Anche l'esito della stampa di denaro di Bernanke (2008-2013) fornisce un'ulteriore prova della colpevolezza di Greenspan. Durante tale periodo, la FED ha spinto il tasso ipotecario a 30 anni dal 6.5% ad un minimo del 3.3%, innescando così una nuova ondata di "euforia."

Sin dalla primavera del 2013, quando la FED ha segnalato che i suoi massicci acquisti di obbligazioni avrebbero subito un "rallentamento," il tasso dei mutui è rimbalzato a circa 4.5%. Di conseguenza circa il 35% della repressione di Bernanke è già stata revocata e anche quel modesto inizio verso la normalizzazione dei tassi di interesse ha avuto un impatto drammatico sui volumi dei mutui.

La macchina di rifinanziamento dei mutui è ormai praticamente spenta, il che significa che il ritmo dei mutui è sprofondato a $1 bilione. Quindi i calcoli sono piuttosto semplici: durante la bolla immobiliare di Greenspan il ritmo dei mutui cumulava circa $3-4 bilioni l'anno — un livello notevolmente superiore rispetto a quello che viene generato in questo momento, in un mercato che ha intrapreso solo un piccolo passo verso la normalizzazione.

Inutile dire che è stata l'artificialità di questo enorme eccesso di finanziamenti ipotecari che ha creato la bolla immobiliare di Greenspan; la quale ha indotto il suo successore a superare la carneficina del bust con un nuovo ciclo di follia; il quale ha devastato il mercato immobiliare residenziale del paese per la quarta volta sin dal 1990.

Come mostrato di seguito, questo rapido boom dei prezzi delle abitazioni indotto dalla stampa di denaro di Bernanke, ha buttato fuori dal mercato gli acquirenti di prime case. Ed ora sempre più acquirenti "trade-up" verranno buttati fuori dal mercato — mentre sperimenteranno tassi di interesse costantemente più alti sui nuovi mutui e quindi livelli di prezzo degli immobili progressivamente più bassi:




Il mercato immobiliare è alla vigilia di un altro viaggio verso il tritacarne del calo dei prezzi, dell'aumento delle insolvenze e della diffusione di disagio socio-economico per Main Street. Tuttavia, poiché la FED cerca di cavarsela con scuse ridicole per il caos che provoca — come l'affermazione patetica di Greenspan secondo cui la bolla immobiliare è stata causata dalla propensione al risparmio degli ex-agricoltori cinesi che si sono trasferiti nelle città — il ciclo debilitante delle bolle seriali va avanti.

Come sottolinea anche il Wall Street Journal, i dirigenti politici e gli istituti di credito sono tanto a caccia di una ripresa fasulla dei finanzimaenti immobiliari da riesumare la caparra del 3% per i mutui, e le 10,000 pagine di normative della Dodd-Frank non hanno fatto nulla per fermarlo:

Un tale istituto di credito è la TD Bank, che venerdì ha iniziato ad accettare caparre del 3% attraverso un'iniziativa chiamata "Right Step," operazione indirizzata ai compratori di prime case e famiglie a basso-medio reddito.
Agricoltori cinesi che risparmiano... Tsk, roba da pazzi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Mercati FX: La chiave per predire i movimenti di prezzo dell'oro

Mar, 27/05/2014 - 10:15




di Greg Canavan


Nel 1914 l'oro era denaro.

Allora il denaro non era un debito o un credito, era semplicemente oro e le banche creavano credito in cima alle loro riserve d'oro. Non potevano sbizzarrirsi nel processo di creazione del credito, perché c'era solo tot. oro nel mondo e la sua offerta cresceva di circa il 2%.

Inoltre l'oro (non il debito) era una forma di pagamento internazionale, quindi la crescita del debito era fortemente contenuta. Se si aveva un deficit commerciale, i creditori richiedevano il pagamento in oro per saldare il debito. Se si era a corto di oro, i tassi di interesse sarebbero saliti (per scoraggiare il consumo e favorire il risparmio) e il deficit commerciale sarebbe oscillato lentamente verso un surplus.

Questo è più o meno come il gold standard manteneva le cose in equilibrio. Ma nel 1922 tutto è cambiato...

Dopo quella data il mondo imboccò il percorso su cui è oggi, dove denaro, debito e credito sono tutti termini intercambiabili. Dove il debito deve aumentare affinché il sistema possa andare avanti, e dove aumenterà a tal punto che collasserà su se stesso.

La maggior parte della gente pensa che l'architettura monetaria mondiale sia cambiata in peggio nel 1971, quando Nixon recise il legame del dollaro con l'oro . Ma in realtà fu un piccolo evento nel 1922 che diresse il sistema monetario globale sul suo attuale corso.

Nel frattempo, abbiamo dato uno sguardo alla presentazione di Marc Faber ad una conferenza tenutasi a Melbourne, Australia, e la sua premessa fondamentale è che il sistema sia ormai agli sgoccioli.

Per quanto riguarda il denaro, il Wall Street Journal descrive come nel 2013 sia rallentata la crescita degli utili per le grandi banche cinesi. I profitti delle banche industriali e commerciali della Cina sono cresciuti del 10%, il ritmo più lento sin dal 2006. Gli utili della Banca di Cina sono cresciuti del 12%, il secondo ritmo più lento sin dal 2006. E la Banca Agricola di Cina ha fatto registrare un 15% di aumento degli utili, ma si trattava ancora del ritmo più lento sin dal 2010.

Le grandi banche cinesi fanno profitti grazie allo stato. Anche se la normativa è stata un po' allentata di recente, per anni la repressione finanziaria ha permesso alle grandi banche di intascare uno spread del 3% sui prestiti. Cioè, i depositanti ricevevano un interesse del 3%, mentre gli oneri finanziari erano del 6%. La differenza se la portava a casa la banca.

Come mostra il grafico qui sotto, dal 2009 la crescita dei prestiti in Cina è stata enorme. Anche se sta rallentando leggermente, è ancora di poco inferiore al 15%. Il recente rallentamento è per la maggior parte dovuto al "settore bancario ombra," che è incluso nel tasso di crescita del "total credit."




Ma il problema è che alcuni dei prestiti concessi dalle banche durante la fase di boom, stanno tornando indietro a chiedere il conto...

Le sofferenze bancarie sono in aumento e la bolla del credito si sta sgonfiando, le banche dovranno scordarsi i profitti del passato. Aspettatevi una maggiorazione di questi problemi nei prossimi anni. Il mercato se li aspetta sicuramente, motivo per cui le banche cinesi sembrano "a buon mercato."

Cosa è successo al buon vecchio "denaro"? L'oro, àncora di salvataggio del sistema finanziario globale, ora non è altro che un relitto in un mare di debiti. Ieri sera è sceso di un altro paio di dollari, e attualmente è circa $100 l'oncia inferiore a quello che era 10 giorni fa. Addio alla ripresa dell'oro!

L'oro è una mera ombra di se stesso. Il trading nel mercato dell'oro è ora dominato da moduli cartacei (derivati) del metallo. Il trading del metallo fisico costituisce una parte molto piccola del mercato totale.

Quando un sistema finanziario passa da sonante a non-sonante, crea più rivendicazioni sugli asset reali rispetto alla loro disponibilità fisica. Quindi il sistema crea asset di carta per assorbire l'offerta costante di nuovo denaro/credito/debito. Da qui l'esplosione del mercato dei derivati ​​negli ultimi decenni.

La maggior parte degli investitori non possiede asset reali; vi è semplicemente "esposto" tramite il mercato dei derivati​​. Oppure nel caso dell'oro, che ricopre anche il ruolo di moneta alternativa, i derivati ​​(o i relativi moduli cartacei) si estendono ai mercati valutari. Già negli anni '70 l'oro ha ricevuto un simbolo di valuta, XAU, che lo ha reso disponibile per il trading nei mercati dei cambi (FX).

I mercati FX sono enormi. Sono i più grandi mercati del mondo per volume. Nel 2011 il London Bullion Market Association (LBMA) ha pubblicato una relazione nella quale mostrava come la compensazione giornaliera nel mercato dell'oro raggiungesse l'equivalente di 5,400 tonnellate, pari a circa $240 miliardi di quell'anno.

L'anno scorso abbiamo inviato una e-mail al LBMA nella quale chiedevamo se il trading dell'oro, come valuta FX, fosse il responsabile degli enormi volumi. Abbiamo ottenuto la seguente risposta:

La relazione comprendeva tutte le forme di trading dell'oro, incluso quello valutario che ha contribuito ai numeri significativi che sono risultati dall'indagine.
Quindi la maggior parte del trading "dell'oro" avviene nei mercati FX e non ha nulla a che fare con l'oro fisico. Non c'è da sorprendersi se sia stato trasformato in una bestia volatile. I segnali di prezzo corretti che il povero vecchio oro fisico veicolava, mettendo in guardia dagli eccessi del sistema, sono stati smorzati per bene.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come il QE stimola una ripresa reale dell'economia

Lun, 26/05/2014 - 10:02
Non contenti dei guai eruttati nel 2008, i pianificatori centrali hanno combianto un altro bel casino con la tanto decantata strategia della ZIRP. Il mercato immobiliare sta tornando ad essere la patata bollente che è stata fino al 2007. Dopo che i grandi fondi sono stati dietro alla politica della FED creando volume con l'inglobamento degli asset scoppiati, hanno lanciato un nuovo modo di condurre gli affari: "buy to rent." Invece di permettere una sana pulizia del mercato immobiliare, i prezzi negli ultimi due anni sono stati riportati su del 25-50% con l'ennesima bella botta di debito. Questa volta, però, la macchina gonfiabolle di Wall Street ha prodotto qualcosa di simile ai titoli spazzatura apparsi grazie alla bolla immobiliare dell'era Greenspan-Bernanke: si è passato dal cartolarizzare i mutui a cartolarizzare il flusso di pagamenti degli affitti. La ripresa del lavoro stenta a decollare? I salari reali sono in caduta libera? Con cosa pagheranno gli affittuari se non possono permettersi il costo dell'affitto? Questo ovviamente i modelli di Wall Street non se lo domandano, come non si spiegano nemmeno un aumento vertiginoso dei prezzi degli immobili in così poco tempo rispetto alle loro previsioni più miti. Arrivederci anche alla ponderazione del rischio. Nell'ambiente economico distorto di oggi, con le entità sussidiate dalla FED in cerca di rendimenti decenti, chi correrà per primo verso l'uscita se ne andrà con qualcosa in tasca.
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di Bill Bonner


Di recente il nostro collega presso la rivista britannica MoneyWeek, Merryn Somerset-Webb che vive a Edimburgo, in Scozia, si è occupato del nostro suggerimento: si sta meglio, ceteris paribus, in uno stato la cui influenza è davvero ristretta:

Se la Scozia voterà per l'indipendenza diventerà una nazione socialista, non una ricca e capitalista. Il risultato sarà una profonda miseria. Non credo che sia qualcosa di desiderabile. E' un disastro annunciato. Quello che stanno facendo le piccole realtà in questi giorni, a meno che non siano paradisi fiscali pieni di persone istruite (Svizzera), è gozzovigliare in un ventaglio di nepotismo/furto/danneggiamento/settore pubblico e poi crollare.
Merryn probabilmente ha ragione. Grandi o piccole, le élite al potere vogliono sempre quanto più malgoverno possibile – e spesso anche di più!

L'idea dello stato moderno, cari lettori, è far finta che i federali lavorino per il cittadino. La popolazione è portata a credere che i suoi nemici saranno sconfitti, che i ricchi saranno derubati in modo che essa possa beneficiare del bottino e che tutto quello che ha di più caro sarà protetto, valorizzato e reso obbligatorio.

Nel frattempo, il nostro collega presso Diary of a Rogue Economist, Chris Hunter, ci informa che il consumatore americano non è più in deleveraging. Si sta di nuovo rivolgendo ai prestiti. Scrive Reuters:

Il debito delle famiglie americane è aumentato nell'ultimo trimestre, segno che gli americani possono finalmente smettere di stringere la cinghia, come mostrano i dati di martedì della Federal Reserve Bank di New York.

Secondo il quarterly household debt and credit report della FED di New York, il debito totale dei consumatori è salito del 2.1%, raggiungendo nel quarto trimestre 2013 $11.520 miliardi rispetto agli $11.280 miliardi del trimestre precedente. L'aumento, $241 miliardi, ha segnato il salto trimestrale più grande sin dal terzo trimestre del 2007.
Questa notizia puo' essere: (1) erronea, (2) casuale o (3) rappresentare un nuovo trend importante. Per il momento ci schieriamo con l'opzione #2.

Ma diamo al consumatore americano il beneficio del dubbio: se c'è un modo affinché possa scavare più in profondità, allora tirerà fuori la vanga. I bassi tassi di interesse della FED stanno aspettando solo lui. Ed ora che ha un pò più di equity sulla sua casa, può essere incline a scavare.

Ma sta invecchiando. Si stanca presto. E ha visto cosa succede quando ha l'acqua alla gola. Ricorda quanto era pressante il disagio.

Inoltre, la demografia sta cominciando a rivoltarsi contro il metodo "prendi in prestito e spendi." Quindi non è chiaro se continuerà a prendere prestito al tasso dello scorso trimestre.

L'età e la popolazione — insieme con il debito — hanno grandi conseguenze per i prezzi delle azioni. Ai livelli di oggi — sulla base di modelli storici sin dal 1871 — alcuni prevedono che le azioni crolleranno... per tanto, tanto tempo.

La demografia è solo una componente. Il nostro analista ci dice che solo la demografia rappresenterebbe un dato negativo pari a circa il 5% annuo — il peggiore mai registrato. Infatti ha senso; mai così tante persone negli Stati Uniti si sono avvicinate al pensionamento nello stesso frangente di tempo.

Ma aspettate. Una popolazione che diventa più vecchia è veramente importante?

Questa è una domanda che ci hanno posto di recente.

"Quasi metà dei profitti dell'S&P500 provengono oltreoceano," sottolinea Chris, che lavora anche come family office project’s Investment Director. "La demografia degli Stati Uniti non dovrebbe avere tanto effetto."

"Ma la maggior parte di quei profitti provengono dall'Europa e dal Giappone," ribatte Rob Marstrand, il nostro Chief Investment Strategist. "E i loro dati demografici sono peggio dei nostri."

Infine abbiamo deciso che la fonte dei profitti dell'S&P500 non importa. Il modello esamina l'effetto della demografia sui prezzi delle azioni, non sui guadagni. I prezzi di oggi sono costruiti sui guadagni di oggi – che comprendono le vendite ed i profitti all'estero.

Lo studio si limita a prevedere che gli anziani potranno vendere azioni – non importa quali siano i loro profitti – riducendo il rapporto P/E... e, naturalmente, i prezzi.

Per una nazione, come per la sua struttura del capitale, il debito e la demografia sono il destino.

Naturalmente, qualsiasi modello basato sulla storia presuppone che il futuro sarà più o meno come il passato. Anticipa che le cose straordinarie che stanno accadendo oggi, domani verranno "normalizzate."

In passato, quando i prezzi delle azioni, il PIL, il debito e la demografia erano simili a oggi, il processo di normalizzazione ha fatto scendere le azioni – un sacco... e per tanto tempo.

Ma mai in passato una nazione aveva fatto ricorso al QE ed a Janet Yellen.

Come abbiamo detto spesso, il debito può essere gentile (come il Dr. Jekyll) quando si espande. Ma diventa maniacale quando si contrae.

Mr. Hyde si è presentato nel 2008, e la festa è finita. Gli Stati Uniti sono quindi passati attraverso una fase di contrazione del debito. Ce la siamo sciroppata fino ad ora. Fino all'ultimo trimestre dello scorso anno, il settore privato o ripagava il debito o andava in default.

Ma sin dal 2008, abbiamo avuto a che fare con ambiguità, personalità multiple e confusione. Mentre le famiglie e le imprese affrontavano il deleveraging, Washington faceva l'opposto.

I federali hanno accumulato quasi $7 bilioni di debiti dopo il 2007. Nel complesso, il debito in rapporto al PIL si è ridotto... ma non di molto. E' sceso dal 360% fino al 345%.

Il deleveraging era la reazione naturale del mercato al debito in eccesso. Il QE è stata la risposta innaturale e mostruosa della FED. Ha ampliato il suo bilancio raggiungendo l'incredibile cifra di $4 bilioni. Da un recente rapporto di ricerca della Bank of America Merrill Lynch:

Il modus operandi della FED ha riguardato i prezzi degli asset e gli spiriti animali. Ciò ha fatto salire i prezzi delle azioni, ha stimolato gli spiriti animali delle corporazioni mediante l'emissione di debito a buon mercato, ha permesso il riacquisto di azioni con denaro contante o con debito a buon mercato per aumentare gli utili per azione, ha ridotto il costo di finanziamento dello stato ed i costi dei mutui e ha fatto salire i rapporti consumi/reddito. Inoltre, ha generato bolle speculative nei mercati emergenti, aumentando il costo del lavoro e della valuta.
Quegli operatori che hanno colto la palla al balzo, hanno seguito la FED come avvoltoi che puntano una mucca malata. Hanno preso in prestito a tassi ultra-bassi... e hanno comprato azioni, immobili, pezzi di arte contemporanea e debito dei mercati emergenti. Qualsiasi cosa promettesse rendimenti più elevati rispetto ai bond del Tesoro.

QE è il nome del gioco, ma ha aiutato Wall Street, non Main Street. Vi basta guardare i grafici degli indici di spedizione, i salari reali o la velocità del denaro per capirlo. Vedrete linee che scendono in basso dopo il 2008... e non tornano su.

Alla fine, avremo quasi certamente ragione circa l'andamento futuro del mercato azionario, ma potrebbe ancora volerci un pò. Il che ci porta al nostro punto di vista aggiornato, riveduto e migliorato. Sei anni fa abbiamo scritto:

"Tokyo, poi Buenos Aires."

L'idea era che l'economia americana sarebbe rimasta in modalità deleveraging per "7-10 anni"... e poi sarebbe uscita fuori strada.

Avevamo il sospetto che i federali si sarebbero stancati di Tokyo. Abbiamo pensato che sarebbero stati pronti ad una certa azione in stile America latina – un pò di salsa alla maniera della banca centrale... un pò di mambo monetario.

Abbiamo previsto che il QE non avrebbe funzionato... e che la FED sarebbe dovuta diventare più attiva – rinunciando probabilmente al QE ed intervenendo direttamente sull'offerta di moneta (cosa che le è proibita; gli effetti del QE sono limitati a rafforzare solo la base monetaria).

Che cosa abbiamo imparato negli ultimi sei anni? E' cambiato il nostro punto di vista?

La risposta a entrambe le domande è "non molto." Come abbiamo imparato nel corso degli anni, un'economia zombie fortemente indebitata non migliorerà con l'aggiunta di più debito. Invece è destinata a seguire il Giappone lungo quella strada solitaria costellata di bassi prezzi al consumo, bassa crescita e alto debito.

Questa strada porta alla distruzione finale. Ma quando? E come?

Negli Stati Uniti, come in Giappone, il QE non aiuta a stimolare una ripresa reale. Ma aiuta a simularla.

I prezzi delle case sono saliti (in parte grazie ai tassi dei mutui ultra-bassi). La classe media ha più "ricchezza" (anche se di carta) grazie agli aumenti nei suoi portfoli azionari. Anche i ricchi si sentono grassi e impertinenti.

La FED può continuare a perseguire un modesto tapering, ma è proabile che causerà una svendita nel mercato azionario. Poi la FED invertirà il tapering, ma sarà troppo tardi per correggere il danno. Il mercato azionario andrà giù per molti anni... portandoci ancora più vicino al modello giapponese.

La nostra ipotesi è che questa situazione persisterà per alcuni anni. Finché il dolore sarà tollerabile, la FED non sarà così audace da abbandonare il QE o da prendere misure più audaci.

Tokyo oggi. Tokyo domani. Dopodomani... vedremo.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Lo specchietto per le allodole

Ven, 23/05/2014 - 10:06




di Francesco Simoncelli


[Questo articolo è apparso anche sul magazine online The Fielder.]


Sono sempre più divertito dall'escalation che sta prendendo piede nel dibattito sull'inflazione vs. deflazione. Pare di essere al campetto di calcio, o di essere regrediti allo stadio di pre-adolescenza in cui si fa a botte per sostenere che la propria squadra sia la migliore dell'universo. Il campo viene diviso ed ognuna delle due squadre si prende a randellate sulla testa. Uno spettacolo curioso da vedere, soprattutto se cerchiamo intrattenimento, ma dal punto di vista economico-sociale è una disfatta della ragione. Eppure si è cercato di sottolineare più e più volte quali fossero le differenze epistemologiche di entrambi i fenomeni. Siamo d'accapo, un nuovo giro di fallacie montate su un argomento inesistente. Così si è aperta l'ennesima relazione di Mario Draghi: all'insegna del nulla. La BCE continua a sostenere il mercato obbligazionario con la sua promessa di intervento, il settore bancario commerciale accumula quanto più pattume obbligazionario statale possibile, questo tira giù i loro rendimenti, il settore bancario commerciale quindi utilizza folli rapporti di leva finanziaria per giocare d'azzardo in borsa e ottenere rendimenti soddisfacenti per i propri bilanci, e gli errori crescono a dismisura. Le vette a cui è arrivato il settore azionario fanno rabbrividire. Cosa significa? Che l'atterraggio sarà fragoroso.

Proprio in questo momento negli Stati Uniti è in atto una reflazione della bolla immobiliare, la quale è stata rigonfiata, otlre che dalla disponibilità di credito a buon mercato per gli istituti di credito, anche dall'enorme leva finanziaria con cui vengono sovvenzionati i titoli tossici. Se prima dello scoppio della bolla del 2008 le cartolarizzazioni impacchettavano caterve di mutui e venivano sponsorizzate come titoli sicurissimi, ora si stanno concentrando sui flussi di pagamento di quei poveri fessi che hanno una casa in affitto. I grandi player della finanza moderna, in combutta con i pianificatori centrali, hanno aspettato pazientemente davanti ai tribunali e hanno creato volume con tutte quelle proprietà finite all'asta. Si sono lanciati in una nuova attività: buy to rent.

Illusioni di ripresa. Il tasso dei mutui è sceso, certo, ma non appena questi grandi player tireranno la catena e usciranno "di casa," potremmo dire addio ai dolci segnali che per anni Bernanke si è sforzato di inanellare. Il mercato del lavoro è ancora a pezzi, con le unità nella forza lavoro in drastico calo: quanto ci metteranno questi poveracci a divenire impossibilitati nel pagare costantemente l'affitto? Tutto inizia con qualche "piccolo" default, per trasformarsi in una gigante supernova di fallimenti. Fioccheranno le margin call, questo è certo. E data l'interconnessione del settore bancario commerciale odierno, i guai finanziari americani ci metteranno poco a trasferirsi a quelli europei. Le banche europee, infatti, non sono in condizioni migliori. I fondamentali economici non sono più affidabili, visto che raccontano una storia diversa da quello che è la realtà. Cosa ci dice la realtà? Siamo sommersi in un coacervo di azzardo morale. I banchieri centrali vanno a tentoni. Sperimentano giorno dopo giorno.

Se non fosse così le conferenze stampa di Draghi e di Bernanke non sarebbero state così spudoratamente uguali l'un l'altra, come è accaduto negli ultimi 4 anni a questa parte. Non sanno cosa fare. Hanno inserito nel sistema una bomba a tempo pronta ad esplodere in ogni momento qualora le banche commerciali dovessero riprendere ad estendere il credito all'economia più ampia. Quando accadrà? Non lo sanno. Perché? Perché stanno aspettando una ripresa dell'economia. Come faranno a saperlo che l'economia sarà su un sentiero di sostenibilità? Ecco il punto: non lo sapranno mai. Qualsiasi ripresa che verrà sventolata davanti all'opinione pubblica sarà solamente di natura nominale, non reale. I pianificatori centrali sperano che un piccolo deleveraging del settore privato possa fare la magia. E poi? Stessa storia di prima: non si sa cosa fare.

Ci ammazzeremo dalle risate soprattutto il mese prossimo, ora che Draghi ha rimandanto ancora una volta l'implementazione di un QE; ciò ha permesso ai trader di andare long sull'EURUSD e portare più in alto il valore di cambio dell'euro nei confronti del dollaro. Un incubo per i pianificatori centrali europei, i quali si ritrovano in svantaggio nell'odierna guerra delle valute. Il mercato non tollererà un ulteriore ritardo da parte di Draghi, c'è in gioco la sua credibilità ora. La credibilità della BCE. E qui si inserisce l'attuale discorso inflazione vs. deflazione, il quale non fa altro che giustificare per l'ennesima volta agli occhi dell'opinione pubblica quanto lo stato (in realtà) abbia bisogno di liquidità a buon mercato per lenire il peso dei propri debiti.




Le entità che non creano ricchezza hanno bisogno di fondi per sopravvivere, perchè stanno prociugando voracemente il bacino della ricchezza reale tassando e sperperando le risorse che raccolgono dai popoli che governano. Tanto per cambiare, i prezzi al consumo (anche se prendiamo come riferimento il CPI europeo) non sono affatto in calo.




In questo contesto di fumo negli occhi e nebbia fitta, gli attori economici devono muoversi per condurre in un certo modo armonico i loro affari. Ogni loro azione viene ponderata con quello che hanno di fronte, ma se di frotne hanno un muro oltre il quale non è possibile orientarsi, è chiaro che molto probabilmente faranno scelte sballate. Per colpa loro? In parte. Ma soprattutto perché l'ambiente che prima utilizzavano come riferimento, è stato progressivamente invaso da incertezza e confusione. Sarà superfluo ricordarlo, ma la storia è sempre quella: i pianificatori centrali hanno spezzato il meccanismo attraverso il quale gli attori economici riuscivano a trasmettere nell'ambiente economico le informazioni vitali attraverso le quali l'ecnomia avrebbe potuto prosperare. L'ambiente presumibilmente favorevole al prestito, ad esempio, in realtà non lo è. Il mercato corre su due binari ormai: quello "ufficiale" e quello ombra.

Le forze di mercato sono la montagna che si staglia per mantenere vivo un ambiente economico funzionante attraverso le sue direzioni, la pianificazione centrale spinge affinché vengano mantenute in vita entità economicamente insostenibili. Quest'ultima è un treno che si infrangerà inevitabilmente contro l'oggetto inamovibile. Sarà un bel botto.

Le banche centrali non sono onnipotenti. Non possono dirigere con una bacchetta i dati economici. Possono manipolarli, nasconderli, torcerli, ma non possono indirizzarli come vogliono. Non hanno questo potere. Li influenzano pesantemente, ma non li obbligano a finire laddove fà loro più comodo. Le banche centrali hanno pieno potere sulla base monetaria, ma non sugli aggregati monetari più ampi. Questi ultimi sono cresciuti inesorabilmente negli ultimi anni, facendo percolare parzialmente il denaro creato da poco dai banchieri centrali. La BCE ha continuato a sostenere le azioni delle banche commerciali, è ancora il loro protettore. Basta mostrare la garanzia: bond statali. Infatti, M2 è passato dai €8,989.4 miliardi nel 2012 ai €9,282.1 miliardi a marzo di quest'anno; e la valuta in circolazione è aumentata dai €863.9 miliardi nel 2012 ai €926.3 miliardi a marzo di quest'anno. Nonostante l'ambiente "potenzialmente" favorevole, invece, i prestiti sono scesi inesorabilmente.




Oltre alla mancanza di volontà da parte delle banche commerciali di estendere nuovo credito, c'è la riluttanza degli individui stessi che preferiscono non avere debiti in un ambiente simile. La distorsione dei pianificatori centrali ha intorbidito i meccanismi di trasmissione delle informazioni economiche tanto da farli impazzire. In questo modo la velocità di circolazione del denaro è diminuita, gli individui acquistano meno prodotti per unità di tempo e con un'euro "più forte" il prezzo delle improtazioni cala. E' per questo che il CPI mostra un rallentamento. Questo significa solo una cosa: le forze di mercato stanno spingendo ancora la recessione. E' stato impedito al mercato di ripulirsi, ma esso ne ha bisogno. Quindi le forze di mercato agiscono per implementare questa soluzione. Infatti, i consumatori si sono seduti e stanno aspettando. E' una corda sottile quella su cui stanno camminando i banchieri centrali, è il vento si sta facendo sempre più forte. L'altezza è rappresentata dalla quantità di pattume accumulato finora nel mercato dei derivati: $441 bilioni. Per non parlare delle passività non finanziate degli stati mondiali.

L'attuale periodo è un lasso di tempo caratterizzato da disinflazione, crescita bassa dei prezzi, e non di deflazione; non aspettatevi, infatti, una crescita negativa dei prezzi. Quella è stata accuratamente schivata con i vari LTRO. A gennaio le banche a cui erano stati estesi tali prestiti, ne avevano ripagato circa €450 miliardi. Questo ha permesso di drenare le riserve in eccesso nell'eurozona e di sgonfiare il bilancio della BCE, rispedendo al mittente i bond statali precedentemente inglobati nel bilancio della BCE. Insomma, l'aumento farlocco di capitale per tamponare le falle di bilancio delle varie banche commerciali europee sta venendo ritirato grazie alla rinnovata fiducia germogliata a seguito del bluff di Draghi. Ma questa diminuzione delle riserve in eccesso ha fatto impazzire i tassi EONIA, segno distintivo di una chiara e crescente mancanza di fiducia nel mercato scoperto del finanziamento interbancario.




“Aggiustata” una cosa, se ne rompono due. Senza ulteriori iniezioni di vita artificiale da parte della BCE, questa situazione non farà altro che peggiorare. I debiti pubblici, senza ulteriori iniezioni di vita artificiale da parte della BCE, continueranno a peggiorare. Ogni azione sconsiderata sarà seguita da un’azione ancora più sconsiderata: la Polonia ha compiuto diversi raid nei fondi pensione, in Argentina ci sono pesanti controlli dei capitali, l’Italia sta tassando alla follia le persone, ecc. Sembra che non ci siano state conseguenze per queste misure ripugnanti. Quindi si alza l’asticella. Nessuna conseguenza (visibile)? Nessun problema. Almeno così sembra… Finirà male.


L'Europa e la paranoia per la deflazione

Gio, 22/05/2014 - 08:17
Secondo chi mette in guardia dalla deflazione, essa è un male perché costringe le persone a rinviare nel tempo i consumi, in attesa di prezzi piú vantaggiosi. Si dimentica che i risparmi sono necessari affinché un’economia possa prosperare su fondamenta economiche sane. Si dimenticano le preferenze individuali degli attori economici, le quali variano da persona a persona. Si dimentica, soprattutto, l’ABC dell’economia: a prezzi inferiori, ceteris paribus, la domanda aumenta. Pensate al settore dell’elettronica. Pensate al settore informatico. Pensate al settore tecnologico. Quel che in realtà dobbiamo temere è la manipolazione dei dati cui facciamo riferimento. Il paniere dell’inflazione, infatti, è un parametro che varia molto d’anno in anno, e non presenta alcuni oggetti che sono reputati «troppo» volatili per una misurazione precisa. Cosí, i pianificatori centrali possono rigirare i dati come vogliono, usando la statistica come arma per i propri scopi. Infatti, la realtà ci racconta tutta un’altra storia, se consideriamo il cosiddetto «carrello della spesa» o i prezzi degli alimenti in generale. Perché i consumi languiscono, quindi? Perché l’ABC dell’economia è ancora valido: a prezzi crescenti, ceteris paribus, la domanda diminuisce.
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di Frank Hollenbeck


C'è un flusso incessante di articoli che ci avvertono di una calamità economica se la deflazione dovesse mostrare il suo muso anche per un brevissimo periodo di tempo. Questo mostro della deflazione, ci viene detto, deve essere sconfitto con la stampante monetaria a tutti i costi. Naturalmente il vero obiettivo di questa paura è quello di permettere allo stato di continuare a rubare attraverso la svalutazione. Ogni euro stampato è una tassa governativa sui saldi di cassa.

Ci sono due principali tipi di deflazione. Il primo deriva da un generale aumento della quantità di beni e servizi disponibili. In questo tipo di deflazione una riduzione dei costi, in un ambiente competitivo, conduce a prezzi più bassi. Il settore dell'alta tecnologia ha prosperato per decenni in questo tipo di deflazione, poiché il progresso tecnico (ad esempio, l'effetto della Legge di Moore) ha alimentato innovazioni e potenza di calcolo a costi progressivamente decrescenti. Lo stesso vale per la maggior parte delle industrie durante gran parte del XIX secolo, mentre il tenore di vita aumentava notevolmente. Ogni uomo beneficiò dell'aumento dei salari reali derivanti da prezzi più bassi.

Il secondo tipo di deflazione prevede una riduzione dell'offerta di moneta che proviene da un aumento nel desiderio della popolazione o del settore bancario di trattenere liquidità (cioè, tesaurizzazione).[1] Un esempio semplice renderà questo punto più chiaro. Supponiamo di avere 10 matite e €10. Solo ad un prezzo di equilibrio di €1 non ci sarà produzione in eccesso o soldi in eccesso.





Supponiamo che il costo di produzione di una matita sia 80 centesimi. Il tasso di guadagno sarebbe del 25%. Ora supponiamo che le persone accumulino €5 e li mettano sotto il materasso. Il prezzo di una matita sarà tagliato della metà, passando da €1 a 50 centesimi, dal momento che ora abbiamo un'offerta di moneta di €5 a caccia di 10 matite. Se scendono anche i prezzi degli input a 40 centesimi per matita, allora non vi è alcun problema in quanto il tasso di guadagno rimarrà ancora del 25%. In questo esempio, un calo dei prezzi nella produzione ha costretto un adeguamento dei prezzi degli input.

Il timore keynesiano è che i prezzi degli input non si aggiustino abbastanza velocemente a fronte di un calo dei prezzi nella produzione, in modo che l'economia non finisca in una spirale di deflazione-depressione. La soluzione keynesiana-monetarista è quella di spingere lo stato a stampare €5 per evitare questa deflazione.

Questa creazione di moneta è distorsiva e causerà una cattiva allocazione delle risorse, in quanto il nuovo denaro non verrebbe speso nelle stesse aree o nelle stesse proporzioni di quell denaro che ora viene "tesaurizzato" (come definito dai keynesiani). Inoltre, anche se lo stato trovasse le aree giuste o le giuste proporzioni, il risultato sarebbe comunque un'errata allocazione, in quanto la tesaurizzazione riflette il desiderio degli individui di riallineare i prezzi relativi più vicino a quello che vogliono che sia davvero prodotto. La stampa di denaro può effettivamente aumentare il desiderio di trattenere liquidità, come vediamo oggi. Trattenere contanti può essere la scelta preferita rispetto al consumo o all'investimento (risparmi) quando i prezzi relativi e assoluti sono stati distorti dalla stampa monetaria.

Naturalmente, nessuno si sta veramente ponendo la domanda cruciale. Perché trattenere contanti dovrebbe cambiare l'offerta di moneta, e perché la popolazione e le banche decidono di aumentare la loro liquidità in primo luogo?[2] Senza la riserva frazionaria, né la popolazione né le banche potrebbero cambiare in modo significativo l'offerta di moneta tesaurizzando contanti, né le banche potrebbero estendere il credito più velocemente di un risparmio più lento. Il boom ed i cattivi investimenti che ne derivano diventerebbero un ricordo del passato e, quindi, anche il desiderio di trattenere più contanti durante la fase bust del ciclo economico. Se le banche centrali sono molto preoccupate per questo tipo di deflazione, devono affrontare le cause — riserva frazionaria — e non le cosneguenze. Raccontare ad un ubriaco che può evitare la sbornia bevendo ancora più whisky, non farà altro che peggiorare le situazione.[3] La vera soluzione è quella di smettere di bere.

Secondo Mario Draghi:

Il secondo aspetto negativo di una bassa inflazione [...] è che impedisce l'aggiustamento degli squilibri. Una cosa sono i prezzi relativi che si devono aggiustare con un tasso di inflazione intorno al 2%, un'altra cosa sono i prezzi relativi che si devono aggiustare con un tasso di inflazione di circa lo 0.5%. Ciò significa che la variazione di alcuni prezzi, affinché si possano aggiustare, dovrà diventare negativa. E si sa che i prezzi ed i salari hanno una certa rigidità nominale che rende questi aggiustamenti più complessi.
Draghi confonde il primo tipo di deflazione con il secondo. La bassa inflazione nella zona euro è attribuibile principalmente al rafforzamento dell'euro, e ad un calo dei prezzi degli alimenti e dell'energia.

Gli economisti della Bundesbank staranno dando testate davanti ai muri. Ovviamente hanno capito lo scopo della BCE: monetizzare indirettamente il debito del blocco meridionale. Il “whatever it takes” di Draghi ha fatto guadagnare un pò di tempo ai paesi del blocco meridionale. Tuttavia, è stato fatto poco nel tenere sotto controllo la dimensione dei settori pubblici. I rapporti debito/PIL continuano a salire e tasse più alte nei paesi del blocco meridionale hanno provocato una contrazione ancora maggiore del settore privato. Molte banche in Europa meridionale sono tecnicamente in bancarotta. In Italia i prestiti non performanti sono passati da circa il 5.8% nel 2007 a oltre il 15% di oggi. E la situazione sta peggiorando.

Di recente la Grecia ha collocato i bond a 5 anni ad un rendimento inferiore al 5%, otto volte l'ammontare offerto. Ciò mette in evidenza quanto il settore finanziario europeo sia dipendente dal "bluff di Draghi." Come nel resto del mondo, i tassi di interesse in Europa sono totalmente distorti e non allocano più le risorse in base alla preferenza temporale della società, non riflettono neanche il rischio reale di default.

La BCE probabilmente imporrà a breve tassi negativi, ma scoprirà, come la FED ed altri prima di essa, che è inutile portare un asino al torrente se non vuole bere. Il QE può anche essere sul tavolo, ma a differenza della FED la BCE è limitata nella scelta degli asset che può acquistare (dal momento che l'acquisto diretto di titoli di stato europei vìola la Costituzione tedesca). Un giorno la Germania ed i paesi del blocco meridionale, tra cui la Francia, si scontreranno su quale sarà una politica monetaria appropriata.

Per la Germania sarebbe saggio pianificare una possibile uscita dall'euro.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note

[1] I keynesiani considerano “tesaurizzazione” la mancata spesa di denaro e anche il risparmio nei despositi bancari, ma propriamente intesa, è l'equivalente di stipare i contati sotto il materasso.

[2] Il prestito a riserva frazionaria è inflazionistico, cosa che contribuisce allo scoppio di boom artificiali. Le banche trattengono denaro quando temono una crisi della fiducia, anche questo esito del suddetto boom.

[3] Dal momento che il prestito a riserva frazionaria è la fonte del problema, perseguire su questa strada non è la soluzione.

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Un modo per sopravvivere alla prossima bolla del debito

Mer, 21/05/2014 - 10:06




di David Stockman


In Cina c'è la più grande bolla immobiliare e la più grande bolla del credito della storia. Un'intera nazione di 1.3 miliardi di persone è letteralmente impazzita per immobili, indebitamento, speculazione, imbrogli, menzogne e furti.

La fonte di questa epidemia non è un difetto nella cultura o nel carattere cinese — e neppure il tipo di avidità e ingordigia che affligge tutti i popoli nelle ultime fasi di una bolla finanziaria.

La causa è la follia monetaria. Il presidente Mao non aveva del tutto torto quando proclamò che il potere politico scaturisce dalla canna di un fucile — soggiogò una nazione di un miliardo di persone sulla base di tale principio. Ma fu la scoperta di Deng che salvò il regime tirannico del partito comunista di Mao dalla calamità dei suoi folli esperimenti economici post-rivoluzione.

Proprio nel momento in cui la Cina annaspò verso il Grande Balzo in Avanti, dopo 40 milioni di morti per carestia ed una psicosi di massa dovuta alla Rivoluzione Culturale, Deng imparò che il potere poteva essere mantenuto ed esteso attraverso una stampante. E questo è il cuore del cosiddetto miracolo economico cinese. Non si tratta del capitalismo, contro cui i giocatori di Wall Street e Londra hanno ragliato per quasi due decenni; si tratta di un caso monumentale di inflazione monetaria che non ha precedenti.

All'inizio del nuovo secolo l'indebitamento totale nel mercato del credito USA era pari a circa $27 bilioni, e abbiamo continuato a seguire questa strada. L'indebitamento totale nel mercato del credito è arrivato ora a $59 bilioni — quindi l'America è sprofondata nel debito ad un tasso annuo del 7%.

Ma levati di torno America! All'inizio del XXI secolo, la Cina aveva raggiunto circa $1 bilione di debiti nei mercati del credito, ma dopo un ritmo incessante di "indebitamento e costruzione di immobili" durato 14 anni, ora ne trasporta circa $25 bilioni. Questa stupefacente crescita del debito è avvenuta nel contesto di un sistema economico ideato e gestito da burocrati di partito che avevano imparato la loro economia dal Libretto Rosso di Mao!

Ciò significa che non è esistito alcun sistema bancario valido in Cina — solo agenzie di stato gestite da agenti di partito, il cui modus operandi parcellizzava le quote del credito nazionale e le faceva ricadere a cascata su una vasta catena di comando nelle contee, nelle borgate e nei villaggi. Non sono mai esistiti prezzi finanziari validi in Cina — tutti i tassi di interesse ed i tassi FX sono stati ancorati e regolati fino all'ultima cifra; né vi è mai stata alcuna contabilità onesta — i prestiti si sono perpetuamente basati sul detto "aspetta e spera."

E, manco a dirlo, non esiste un sistema di disciplina nei bilanci basato sul diritto contrattuale. Solo in quest'ultimo secolo il PIL della Cina è cresciuto di $10 bilioni — vale a dire, c'è stato un boom in tutto il paese che al confronto la corsa all'oro in California sembra una scampagnata. Eppure in tutta questa frenesia non ci sono stati quasi mai errori, tracolli settoriali, musi lunghi o addirittura fallimenti personali. Quando di tanto in tanto qualcosa è andato storto con un "investimento," i "cercatori d'oro" dell'era moderna si sono riuniti per le strade in folle rumorose e hanno allungato la mano per essere salvati — una cortesia che il governo ha sempre concesso.

Così, in due decenni, la Cina ha costruito una grande economia di Ponzi che è marcia fino al midollo. Ha 1.5 miliardi di tonnellate di acciaio, ma un "volume di vendita" di meno della metà — cioè, la domanda di acciaio per automobili, elettrodomestici ed edfici una volta che svanirà l'attuale sbronza per la costruzione di cattedrali nel deserto. Lo stesso vale per le sue industrie nel settore del cemento, le costruzioni navali, quelle solari ed il settore dell'alluminio — per non parlare dei 70 milioni di appartamenti di lusso vuoti e le vaste distese di autostrade, ferrovie veloci, aeroporti, centri commerciali e nuove città.

In breve, la gigantesca bolla del credito cinese rappresenta il più grande malinvestment delle varie risorse economiche — manodopera, materie prime e beni strumentali. In effetti i porcili nelle campagne sono stati riempiti di rame e i quartieri urbani rimpinzati di vetro e cemento; accorgimenti che non rendono nulla, ma in questo schema di Ponzi cinese ognuno di essi è diventato "garanzia" per altri "prestiti."

La Cina si è diretta verso i confini economici del pianeta — in quelle che potremmo definire Terre Monetarie Sconosciute — il quale si basa sul principio circolare del prestito, della costruzione e di altri prestiti. In sostanza, si tratta di una gigante re-hypothecation dove il "debito" di uno diventa "l'attivo" di un altro.

Così i governi locali si ritrovano magri introiti, ma enormi debiti basati sulla sopravvalutazione delle terre. Gli imprenditori minerari affrontano un crollo dei prezzi e dei ricavi, ma allo stesso tempo anche un'impennata a doppia cifra dei tassi di interesse sui prestiti bancari ombra garantiti da riserve di carbone sopravvalutate. I cantieri navali non hanno ordini, ma enormi debiti garantiti dalla costruzione di nuove baie. Gli speculatori hanno collateralizzato enormi scorte di rame e di ferro a prezzi che stanno già diventando storia antica.

La Cina è sulla cuspide della più grande margin call della storia. Una volta che i valori degli asset inizieranno a declinare, le sue piramidi di debito si ritroveranno esposte a fallimenti e crolli. Indubbiamente il governo lotterà per mantenere viva la prosperità attraverso la stampante, forse ci riuscirà per un altro mese o trimestre, ma si stanno formando crepe ovunque perché la frenesia del credito è stata troppo estrema. Forse Zhejiang Xingrun Real Estate, che è andata a gambe all'aria la scorsa settimana, è il catalizzatore finale, ma ce ne sono altre migliaia messe nelle stesse condizioni. Come la canna del fucile di Mao, anche la stampante ha una "data di scadenza."

Dei $562 milioni (RMB3.5 miliardi) che deve a debitori, $112 milioni sono stati presi in prestito da 98 soggetti privati a tassi di interesse annui che raggiungono anche il 36%, almeno stando alle recenti rivelazioni da media cinesi. Sotto tale tipo di pressione, l'unica sorpresa è che il default non sia avvenuto prima. La società ha faticato per anni nel tentativo di trovare i capitali; il presidente è sospettato di aver preso in prestito $38.6 milioni da "mutui falsi."

Ma prima che Xingrun venga bollata come la peggior impresa edile della Cina, è importante capire come sia finita nel caos e quali fattori specifici l'abbiano portata al collasso, o almeno sull'orlo del collasso (i funzionari statali continuano ad affermare il contrario).

Xingrun ha sede a Fenghua, una città che fa parte della contea di Ningbo situata sulla costa orientale della Cina; l'attività ha iniziato ad aver problemi dal 2007. L'azienda, dopo essersi assicurata il sostegno del governo ed essersi fusa con un'altra impresa edile in difficoltà, ha tentato di costruire condomini in un villaggio chiamato Changting. Il progetto richiedeva la costruzione di una serie di case temporanee per i residenti, prima che il villaggio esistente potesse essere abbattuto e che potessero essere finiti i condomini. L'inizio fu previsto nel primo semestre del 2012. Xingrun aveva previsto che sarebbe riuscita a pagare i suoi debiti entro tre anni.

Il progetto non è mai arrivato alla fase di costruzione. Infatti, le piccole case del villaggio sono ancora in piedi. Xingrun ha costruito le case di transizione per gli abitanti del villaggio, ma non c'è alcun segno del suo prodotto principale: i condomini. Nulla è accaduto perché il progetto è finito male e la società è finita in tribunale.

Questo spiega perché Xingrun non era in grado di ripagare i suoi prestiti. Ma perché si è arrivati ​​così vicino al collasso? I suoi problemi con il progetto Changting sono persistiti per anni, ma l'azienda ha semplicemente rinnovato i prestiti e ne ha contratto altri a tassi elevati da istituti di credito privati​​.

Un problema per gli imprenditori edili a corto di capitali nella zona di Ningbo, è che i creditori privati ​​non vogliono più concedere prestiti alle imprese ad alto rischio. In realtà, rivogliono indietro i loro soldi. Questo è solo uno dei problemi che affliggono Xingrun. Stanno diminuendo due cose: il valore degli immobili in alcune aree di Fenghua e la fiducia che gli imprenditori edili possano ripagare i tassi di interesse vertiginosamente alti.

Nemmeno le banche sono tanto disposte a concedere credito agli imprenditori edili. In passato, un'impresa edile come Xingrun poteva chiedere più creadito alla filiale locale di una banca commerciale. La filiale locale si sarebbe presa questo rischio perché sapeva che i funzionari statali promuovevano il prestito.

Tale sostegno non esiste più. Ora, quando gli imprenditori edili mendicano credito alle banche locali, è probabile che vengano allontanati. Ai dirigenti bancari locali viene detto che possono estendere il credito ai mutuatari a rischio, se lo desiderano, ma adesso saranno loro ad essere ritenuti responsabili di eventuali perdite.

In questi giorni il rischio alto è qualcosa che nessuno sembra disposto a digerire – in netto contrasto ad appena un anno fa.

Fenghua è una piccola città, e la portata di Xingrun al di là di quella zona è limitata. Gli analisti sono stati audaci nel dire che un suo default non genererà un rischio sistemico. Il quadro generale della regione, tuttavia, non può essere ignorato.

I guai di Xingrun sono ancora i mali delle autorità locali. Il default aggiungerà $305 milioni (RMB1.9 miliardi) ai prestiti non performanti di Fenghua, spingendo al 5.27% la percentuale di asset tossici e rendendo la provincia di Zhejiang la più indebitata (secondo i calcoli del quotidiano The Economic Observer).

Aggiungete ai problemi di Fenghua quelli della grande regione di Ningbo. La zona ha come minimo sei anni di patrimonio edilizio vuoto o in costruzione. La selva di costruzioni metterà grande pressione agli imprenditori edili affinché rimborsino i prestiti, soprattutto se gravati da tassi di interesse alti. Un rallentamento dei prezzi degli immobili non farà altro che aggiungere benzina al fuoco. Senza un salvataggio da parte delle banche provinciali, Fenghua non sarà l'ultimo governo locale bloccato in un groviglio di guai finanziari.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come la riduzione dello stato ha messo fine alla grande depressione svedese

Mar, 20/05/2014 - 10:07




di Per Bylund


Durante la recente crisi finanziaria, la Svezia è risultata una delle poche economie finanziariamente solide. La forte posizione del paese, che lo contraddistingue dalla maggior parte delle nazioni occidentali, lo rende un esempio interessante di ciò che si sarebbe potuto — o si sarebbe dovuto — fare. Infatti Paul Krugman, economista e premio Nobel, ha più volte ricordato con entusiasmo come gli svedesi abbiano gestito la loro depressione dei primi anni '90. Secondo lui la ragione del recente successo svedese è da ritrovarsi nella nazionalizzazione di alcune banche al tempo della crisi. Mentre non coglie il punto perché si concentra esclusivamente su una selezione ristretta di misure a breve termine (piuttosto che sui cambiamenti a lungo termine), segno distintivo che è un keynesiano, Krugman ha ragione quando dice che la Svezia ha fatto bene alcune cose.

Nel settembre del 1992 la Riksbank, la banca centrale della Svezia, ha alzato il tasso di interesse al 500% nel vano tentativo di salvare il tasso di cambio fisso della corona svedese (la valuta della Svezia). Questa misura drastica è stata presa in concomitanza con grandi tagli di spesa e aumenti delle tasse per affrontare la caduta libera dell'economia. La crisi economica è stato il culmine di due decenni di pieno declino, e ha cambiato radicalmente la situazione politica in Svezia.

Sin dal 1992 la Svezia ha ritenuto opportuno ridurre le dimensioni dello stato, aumentando le restrizioni del welfare, liberalizzando i mercati e privatizzando gli ex-monopoli statali. Il paese ha istituito una nuova struttura di incentivi nella società, rendendola più operativa ed efficiente. Il debito nazionale è sceso da quasi l'80% del PIL nel 1995 a solo il 35% nel 2010.

In altre parole, la Svezia ha smontato con successo il suo welfare state insostenibile ma di fama mondiale. Nonostante il pio desiderio di Krugman, è questo il vero motivo per cui la Svezia è riuscita ad uscire dall'attuale crisi finanziaria.



Ascesa e Caduta del Welfare State

La Svezia ha vissuto un secolo di forte crescita economica dal 1870 al 1970, periodo che rese uno dei paesi più poveri d'Europa il quarto più ricco del mondo. La prima metà di questo periodo di crescita fu caratterizzato da riforme di libero mercato, e la seconda metà fu notevole per la Svezia perché restò fuori delle due guerre mondiali e le infrastrutture industriali rimasero intatte mentre quelle del resto d'Europa erano in rovina. Nonostante venne istituito ed espanso un welfare state nel periodo post-bellico, fu costruito intorno ad istituzioni capitalistiche e quindi ebbe un impatto limitato sulla crescita economica.

Ma la situazione politica cambiò. Gli anni '70 e '80 videro un ampliamento spropositato del welfare state: nuovi sussidi statali, introduzione di normative molto rigide nel mercato del lavoro, sostegno di settori dell'economia stagnanti e drastici aumenti delle aliquote fiscali con alcune di quelle marginali superiori al 100%. Nel tentativo di nazionalizzare completamente l'economia, nel 1983 i löntagarfonder ("i fondi degli impiegati") vennero costretti a "reinvestire" i profitti delle imprese private nelle azioni della società e ad essere gestiti dalle organizzazioni sindacali.

Dal 1975 al 1985 i deficit pubblici abbondavano e il debito pubblico aumentò di quasi dieci volte. La Svezia sperimentò anche un'elevata inflazione dei prezzi, una situazione aggravata da ripetute svalutazioni del tasso di cambio della moneta per rilanciare le esportazioni: nel 1976 del 3%; nel 1977 del 6% in un primo momento, e poi un ulteriore 10%; nel 1981 del 10%, e nel 1982 del 16%.

Nel complesso, la rapida espansione del welfare state può essere illustrata dal rapporto tra occupazione privata e quella finanziata dalle tasse, il quale è passato da 0.386 nel 1970 a 1.51 nel 1990. La Svezia si stava dirigendo verso il baratro.



La Grande Depressione della Svezia: Una Spiegazione

Una spiegazione popolare per il tracollo degli anni '90, incolpa la deregolamentazione dei mercati finanziari che avvenne nel novembre 1985. Ma come suggerisce la nostra ricerca (ancora in corso), la deregolamentazione era un tentativo di risolvere i gravi problemi di finanziamento del governo svedese. Nel solo anno fiscale 1984-1985, il pagamento degli interessi sul debito nazionale svedese ammontava al 29% del gettito fiscale — pari alla spesa totale del governo in materia di previdenza sociale. L'insostenibile situazione finanziaria del paese rese necessaria la deregolamentazione.

Il maggiore accesso ai mercati finanziari trasformò una situazione disperata in una un pò più sostenibile. Ma la Svezia poi sperimentò un enorme aumento del credito. I nostri numeri mostrano che il volume dei prestiti alle imprese aumentò da 180 miliardi alla fine del 1985 a 392 miliardi alla fine del 1989, con un incremento del 117% totale o 21% l'anno. Da dov'è è arrivato tutto questo denaro? Parte dalla deregolamentazione e dall'afflusso di fondi che ne seguì, e parte dall'inflazione monetaria.

Il boom del credito (1986-1990), che si concluse con la depressione del 1990-1994, vide all'opera diversi fattori. Alcuni non hanno avuto alcun effetto inflazionistico (o addirittura ne hanno avuto uno deflazionistico), ma altri fattori, in particolare quelli che si riferiscono alla politica del governo o influenzati da questa, erano fortemente inflazionistici e abbastanza consistenti. Questi includono aumenti nei prestiti della Riksbank alle banche (un aumento del 975% dal 1985 al 1989) ed acquisti di debito pubblico e di titoli (un aumento del 47% dal 1985 al 1987, seguito da un calo del 7% dal 1987 al 1989).

La Svezia è un caso interessante da studiare. Come Krugman tiene a ripeterci, abbiamo molto da imparare: dall'epoca della crescita economica grazie al libero mercato fino all'ascesa e alla caduta del welfare state. La forza finanziaria riacquistata di recente dal paese e la sua capacità di resistere ad una recessione globale non sono dovute ad un forte welfare state come sostiene Krugman (e che spesso i keynesiani lodano), ma ad una sua diminuzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il capo della Banca Centrale Europea mente spudoratamente: Il Piano Z

Lun, 19/05/2014 - 10:09




da Zero Hedge


Chi si può dimenticare di questo scambio dell'aprile 2013 in cui venne posta una domanda molto semplice? Così elementare che a quanto pare nessun altro organo d'informazione serio ha mai preso in considerazione.

Scott Solano, DPA: Ho un paio di domande dai lettori di Zero Hedge. La prima: diciamo che la situazione in Grecia o in Spagna si deteriori ancora di più, e che vogliano o siano costrette ad uscire dalla zona Euro, esiste un piano per questa evenienza in modo che i mercati non crollino? Esiste una sorta di sistema strutturale, di rete di sicurezza strutturale, soprattutto nel settore dei derivati? La seconda domanda: lei ha parlato in precedenza dell'Emergency Liquidity Assistance... Cosa sarebbe successo all'ELA, circa €10 miliardi, se Cipro avesse deciso di lasciare l'Eurozona?

Mario Draghi, BCE: Beh, in realtà sta ponendo domande talmente ipotetiche per le quali non ho una risposta precisa. Beh, ne ho una parziale. Queste domande sono formulate da persone che sottovalutano ampiamente quello che significa l'Euro per gli europei, per l'area Euro. Sottovalutano enormemente la quantità di capitale politico che è stata investita nell'Euro. E così continuano a porre domande del tipo: "E se l'Euro va in frantumi, e se un paese lascia l'Euro"... Non è come una porta girevole. E' una cosa molto importante. E' un progetto dell'Unione Europea. Ecco perché si casca male quando si chiede a persone come me "cosa succederebbe se". Nessun piano B.

In secondo luogo, penso che la BCE abbia dimostrato la sua determinazione nel combattere qualsiasi rischio di ridenominazione. E l'OMT con le sue regole precise, è lì per questo scopo. Ecco, questa è la risposta alla prima domanda.

La seconda domanda riguardava l'ELA, ma ancora una volta è correlate a "se Cipro lasciasse", e questo non è quello che abbiamo in mente, quindi.... Nessun piano B.
Lo scambio completo si è svolto al minuto 57 e 45 secondi del video qui sotto:





Mentre abbiamo apprezzato che i gentiluomini presso la BCE leggono regolarmente Zero Hedge, le risposte di Mario Draghi hanno lasciato a desiderare perché non sembravano razionali: dopo tutto, in quella stanza c'erano le cosiddette persone più intelligenti -- e non avere un piano di emergenza sarebbe davvero da idioti. Cosa che avrebbe dovuto spiegare perché fosse stato proprio Zero Hedge ad aver posto quelle domande a Draghi: a quanto pare le risposte erano così "chiare" a tutti gli altri, che nessuno dei "reporter" servili istituzionali si è mai preoccupato di porle in una delle altre conferenze stampa mensili della BCE.

Siamo lieti di annunciarvi che Zero Hedge è il primo media d'informazione ad affermare che Mario Draghi ha mentito pubblicamente e ufficialmente.

Perché, come abbiamo appreso da poco, l'Europa ha certamente un "piano affinché i mercati non crollino". Solo che non era il cosiddetto Piano B di Mario Draghi.

Era una lettera diversa dell'alfabeto.

Grazie a Peter Spiegel dell'FT ora sappiamo che poco più di un anno fa, al fine di preservare il mito della "fiducia" in un'Eurozona unita e lungi da una potenziale rottura, Draghi ha mentito spudoratamente.

Vi presentiamo, quindi, il Piano Z dell'Europa.

Cos'è il piano Z?

All'insaputa di quasi tutto l'establishment politico greco, un piccolo gruppo di funzionari dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale ha lavorato in segreto per mesi alla preparazione di un crollo delle banche della Grecia. Il loro progetto segreto, noto come "Piano Z", descriveva nel dettaglio come ricostruire l'infrastruttura economica e finanziaria della Grecia se avesse dovuto lasciare l'euro.

Il piano è stato elaborato da circa due dozzine di funzionari raggruppati in piccole squadre presso la Commissione Europea a Bruxelles, la Banca Centrale Europea a Francoforte e il Fondo Monetario Internazionale a Washington. I funzionari che hanno lavorato a questo piano hanno insistito che non rappresentava una "road map" per buttare la Grecia fuori dall'euro -- piuttosto il contrario. Temevano che il "Grexit" avrebbe devastato i mercati finanziari europei, causando corse agli sportelli bancari in altre economie della zona euro e sollevando interrogativi su quale paese sarebbe stato il prossimo ad uscire.

All'inizio del 2012, molti di quegli stessi funzionari credevano che fosse irresponsabile non prepararsi ad una uscita della Grecia. "Abbiamo sempre detto: è nostro obiettivo tenerli dentro", ha detto uno dei partecipanti. "È zero la probabilità che se ne vadano? No. Se si è a capo di un'azienda e si ha solo una probabilità del 10% che accada un evento del genere, vi preparereste".
Ma... che dire di tutte quelle stronzate sul "capitale politico che è stato investito"? A quanto pare il "capitale politico" non era affatto sufficiente, e non nel 2013 addirittura un anno prima; l'Europa stava già preparando a staccare la spina.

Ecco i punti salienti della creazione del Piano Z:

Con la maggior parte della leadership economica del mondo che raggiungeva Los Cabos, in Messico, per il summit del G-20 (lo stesso fine settimana del voto greco), un piccolo gruppo di alti funzionari dell'UE rimaneva alle proprie scrivanie nel caso in cui fosse stato dato il via libera al Piano Z. Erano guidati da Olli Rehn, commissario economico dell'UE, che cancellò il suo volo per il Messico in modo da rimanere a Bruxelles. Mario Draghi, il capo della Banca Centrale Europea, rimase a Francoforte e Jean-Claude Juncker, primo ministro lussemburghese che ha guidato l'Eurogruppo dei ministri delle finanze, rimase disponibile.

Quando il Grexit fu presentato pubblicamente per la prima volta durante il vertice del G-20 del novembre 2011 a Cannes -- dove la Merkel e Nicolas Sarkozy spinsero per un referendum dentro/fuori della Grecia -- non esisteva uno scenario postumo all'abbandono dell'euro da parte della Grecia.

Diversi alti funzionari rimasero sorpresi che la Merkel e Sarkozy avessero potuto ventilare l'idea che qualcuno potesse lasciare volontariamente la zona euro, cosa che era stata negata vigorosamente in precedenza. Anche i funzionari che avevano lavorato a stretto contatto con i due, dichiararono di essere stati colti di sorpresa.

"Sono caduto dalla sedia", disse uno di quei funzionari che aveva partecipato alle discussioni a porte chiuse con entrambi i leader. "Per la prima volta, invece di omettere quella parola dalle conversazioni, la usarono. Mi ricordo di aver pensato: siamo nei guai".
Chi era stato incaricato di creare il piano? Quattro uomini, uno dei quali faceva direttamente riferimento .. (rullo di tamburi!)... a Mario Draghi.

I lavori sul Piano Z iniziarono nel gennaio 2012, supervisionati in gran parte da quattro uomini. Jörg Asmussen, un tedesco che si era unito al comitato esecutivo della BCE proprio in quel mese, fu assegnato dallo stesso Draghi per dirigere una task force sul Grexit. Thomas Wieser, a lungo funzionario del ministero delle finanze austriaco, venne nominato capo permanente del "gruppo di lavoro" e contribuì a coordinare i lavori a Bruxelles, insieme a Marco Buti. E Poul Thomsen, un danese che sin dall'inizio della crisi aveva guidato il team del FMI adibito al salvataggio della Grecia, fornì un contributo da Washington.



I lavori si svolsero in assoluta segretezza: si capisce, quindi, perché era fondamentale che Draghi mentisse.

Gli sforzi per impedire la fuoriuscita di informazioni dalle piccole squadre dei quattro uomini sono stati estremi, per lo stesso motivo per cui Jean-Claude Trichet aveva vietato un tale progetto: se il grande pubblico ne fosse venuto a conoscenza, sarebbe stato sufficiente a scatenare il tipo di panico che avrebbe forzato l'attuazione del loro piano.

Secondo un partecipante ai lavori, non è stato mai compilato alcun documento unico sul Piano Z e gli addetti ai lavori non si scambiavano nemmeno e-mail. "Era stato totalmente blindato, tanto che nemmeno le istituzioni ne erano a conoscenza", ha riferito suddetto partecipante. "Anche tra le squadre c'era un muro impenetrabile". Fu presa la decisione di non coinvolgere i funzionari greci per paura di una fuga di notizie.

Questi firewall hanno funzionato. Durante una cena tra José Manuel Barroso, il presidente della Commissione Europea, e la Merkel meno di due settimane prima del voto greco, la cancelliera tedesca chiese rassicurazioni al presidente Barroso sull'esistenza di un piano nel caso in cui la Grecia avesse respinto le condizioni di salvataggio e ne fosse seguita una sua uscita dall'euro.
I firewall hanno funzionato così bene che nemmeno il capo della BCE lo sapeva.

Sarcasmo a parte, ciò che è veramente patetico è che mentre Zero Hedge stava facendo il possibile per esporre la verità, una verità che sarebbe costata (e ancora costerà, perché in Europa non è stato aggiustato nulla e ciò diventerà chiaro quando verrà rilasciato uno tsunami di liquidità) ai tedeschi miliardi se non bilioni, anche la cancelliera tedesca Angela Merkel fece tutto quanto in suo potere per tenerla nascosta ai suoi stessi elettori.

Questi firewall hanno funzionato. Durante una cena tra José Manuel Barroso, il presidente della Commissione Europea, e la Merkel meno di due settimane prima del voto greco, la cancelliera tedesca chiese rassicurazioni al presidente Barroso sull'esistenza di un piano nel caso in cui la Grecia avesse respinto le condizioni di salvataggio e ne fosse seguita una sua uscita dall'euro.

Barroso confermò l'esistenza del piano e si offrì di mostrarlo alla Merkel, ma lei si fidava della sua parola, secondo i funzionari in quella stanza. In base al sistema tedesco, tali documenti possono essere richiesti dal Bundestag, e gli alti funzionari tedeschi erano preoccupati che sarebbero stati obbligati a divulgare un tale progetto se lo avessero avuto per iscritto.
E chissà che caos sarebbe potuto scoppiare se la gente nelle "democrazie" europee fosse venuta a conoscenza della verità. Per quanto riguarda la Merkel, la morale della storia è chiara: "Al diavolo quello che vogliono e pensano i tedeschi, l'unica cosa che conta è la mia eredità".

Il dibattito politico a Berlino sul Grexit era il più soggettivo. Molti leader europei che hanno avuto direttamente a che fare con la Merkel, dicono che lei ha meno attaccamento sentimentale al progetto europeo rispetto ai suoi predecessori democratici cristiani, come Helmut Kohl e Konrad Adenauer. I leader dell'UE attribuiscono questo atteggiamento alla sua vita pre-politica nella Germania est, dove vi si trasferì da bambina e ci visse fino all'età adulta.

Allo stesso tempo, diversi funzionari hanno detto che doveva cominciare a sentire il peso della storia sulle sue spalle. La cancelliera tedesca voleva essere ricordata come la persona che "avrebbe potenzialmente distrutto l'Europa, anche se non è chiaro che cosa sarebbe accaduto -- ma era una possibilità concreta?" ha detto un funzionario tedesco.

A metà luglio la Merkel si concesse sei settimane di pausa per riflettere sulla situazione. Anche se la cancelliera era indecisa, la cacofonia degli alti politici tedeschi chiedeva pubblicamente l'uscita della Grecia dall'euro. "Se la Grecia non soddisfa più i suoi doveri, non ci possono essere ulteriori pagamenti", disse Philipp Rösler, capo di un partito minoritario nella coalizione della Merkel, mentre quest'ultima si preparava per la sua vacanza estiva. "Secondo me, un'uscita della Grecia ha da tempo perso la sua accezione negativa".
E poi, al ritorno dalle vacanze, annunciò il suo verdetto:

Alla fin fine, l'ultima parola l'avrebbe avuta la Merkel stessa, e dopo sei settimane di contemplazione, la cancelliera tedesca tornò a Berlino con il suo verdetto. Prudente per natura, non poteva avallare il Grexit se nessuno dei suoi consiglieri era d'accordo sulle conseguenze.

"Voi tutti dite: “Mi dispiace, in definitiva, non lo sappiamo”; Se non lo sapete, allora non vorreste accollarvi un certo grado di rischio", queste furono le parole della Merkel secondo un consigliere. "Quello che stava dicendo in realtà era: tutte queste persone potrebbero essere degli idioti, ma non lo sanno".
Due cose sapeva la Merkel: lei è un politico di carriera e lei doveva preservare il suo lavoro altrimenti la gente avrebbe appreso quanto erano state grandi le sue bugie. In altre parole, sarebbe stato sufficiente calciare il barattolo in modo da venire rieletta l'anno successivo e poter quindi conservare la sua eredità. E per quanto riguarda la Grecia e l'Eurozona? Beh, non è stato risolto niente e Draghi è riuscito a bluffare i bond vigilantes per un anno o due, ma la realtà è che dal 2012 il debito in Europa è salito ancora di più sforando tutti i massimi storici. Ed è solo una questione di tempo prima che tutto crolli nuovamente. Solo che questa volta il costo del collasso dell'Eurozona sarà molto, molto più salato di quanto lo sarebbe stato nel 2012. Soprattutto per il popolo tedesco.

Il resto della storia è in gran parte noto: le quisquilie sulla Grecia hanno avuto un lieto fine, poiché la caccia globale a rendimenti decenti ha permesso anche alla Grecia di emettere debito nei mercati pubblici. Ciò ha portato Peter Spiegel ad affermare con piena fiducia che "La Grecia non minaccerà più l'esistenza dell'euro".

Oh, ma la minaccerà invece. Perché, come osservato in precedenza, assolutamente nulla di ciò che ha causato la crisi europea è stato risolto o aggiustato: non ci sono state riforme, non ci sono state decisioni difficili, non ci sono stati cambiamenti nei comportamenti sconsiderati -- in realtà tutti i banchieri centrali del mondo hanno calciato il barattolo lungo la strada, da Bernanke alla Yellen, fino a Draghi.

Lo stesso Draghi è stato colto a mentire, ed è tutto registrato grazie ad un blog che ha osato porre una domanda.

E mentre la Merkel e il suo seguito possono fare tutto quanto in loro potere per usurpare la democrazia e consegnare il potere nelle mani di un pugno di burocrati ubriachi di potere, noi (si spera non da soli, ma la prospettiva non è così buona) continueremo a sottolineare le ciarlatanerie dei pianificatori centrali, questi imperatori nudi, arroganti e bugiardi.

Infine, la prossima volta che la zona euro sarà sull'orlo del collasso e il Grexit (a cui seguirà la Spexit, l'exIt, e quant'altro) finirà di nuovo sul tavolo, la BCE non potrà più prendersi il lusso di mentire. Poiché il capitale politico dell'Europa, a differenza delle stronzate di Mario Draghi, è molto limitato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La BCE abbraccia la logica fallace del QE

Ven, 16/05/2014 - 10:13




di Detlev Schlichter


"Chi può stampare moneta, provvederà a stamparla" è quello che mi ha detto il mio amico Patrick Barron l'altro giorno. Vale la pena di ricordare questo adagio quando i banchieri centrali di tanto in tanto tolgono il piede dall'acceleratore, o perché credono veramente di aver risolto i problemi, o perché vogliono far finta di essere attenti e misurati.

La Federal Reserve è un esempio calzante. L'anno scorso la FED ha annunciato che avrebbe implementato il "tapering," cioè, una riduzione attenta del suo programma di monetizzazione del debito ("quantitative easing," QE) e questa politica è ampiamente considerata come l'inizio della normalizzazione dell'economia e parte della sua "exit strategy." Ma, come Jim Rickards ha sottolineato, la FED l'ha già pienamente implementato due volte – dopo il QE1 e il QE2 – solo per sentirsi in dovere di lanciare un nuovo "qe" qualche tempo dopo. Resterà da vedere se la Yellen andrà fino in fondo col tapering e se l'intero progetto sarà ricordato in futuro come una "exit strategy."

Finora nessuna delle grandi banche centrali ha imboccato la via dell'uscita, nonostante voci occasionali dicano il contrario. Sin dall'inizio della crisi finanziaria nell'estate del 2007, la tendenza globale è andata in una direzione e in una sola direzione: dal denaro facile siamo arrivati al denaro più facile. Il QE è stato seguito da più QE. Come ho detto in precedenza, l'anno più generoso della FED è stato il 2013, malgrado le chiacchiere sul "tapering."



Il consenso keynesiano guarda con sospetto la BCE

Ogni volta che la Banca Centrale Europea riduce la stampa di denaro e il grado di manipolazione dei mercati, si scatena sempre la furia dei commentatori keynesiani e degli inflazionisti. Agli occhi dei suoi numerosi critici, la BCE non ha le credenziali per stampare denaro rispetto alle banche centrali più attive e presumibilmente più "moderne." E' ancora posseduta dallo spirito della vecchia Bundesbank, anche se qualche anno fa, quando la BCE ha inondato il sistema bancario europeo con liquidità a buon mercato, il suo bilancio in percentuale del PIL era più grande rispetto a quello della FED e della Banca d'Inghilterra.

La BCE ha attraversato due periodi di contrazione del bilancio dopo la crisi: all'inizio del 2011 ha cominciato ad alzare i tassi di interesse e nel 2013, dopo il raffreddamento della crisi del debito nella zona euro, la BCE ha permesso al suo bilancio di ridursi di oltre €700 miliardi (poiché le banche hanno rimborsato i prestiti a basso costo concessi dalla BCE). Questo in netto contrasto con l'espansione del bilancio della FED: circa $1,000 miliardi nello stesso periodo. Il primo episodio di contrazione del bilancio si è concluso nel 2012, quando la BCE ha invertito i suoi rialzi dei tassi e poi li ha tagliati ulteriormente fino allo 0.25%. Attualmente siamo ancora nel secondo periodo di contrazione del bilancio, anche se sembra essere sul punto di finire presto: nella sua ultima conferenza stampa Mario Draghi ha fatto capire di aver ritrovato la volontà di abbracciare politiche non convenzionali per combattere la "deflazione" o i "lunghi periodi di bassa inflazione." (L'indice armonizzato dei prezzi al consumo si è attestato allo 0.5% il mese scorso.) Ciò significa che la BCE può tagliare i tassi a zero e farli finire in territorio negativo, o iniziare acquisti di asset ("QE"), o forse entrambe le cose.



Una logica davvero misera

Questa mossa non sorprende (dato il grande schema delle cose descritto sopra) e la BCE la illustrerà ufficialmente facendosi scudo del suo mandato di mantenere l'inflazione al 2%, target dal quale non vuole discostarsi. Questo obiettivo è stupido, in quanto presuppone che un'inflazione dell'1.8% sia intrinsecamente migliore di un'inflazione pari a zero (stabilità dei prezzi vera), o di un'inflazione al di sotto dell'1.8% (deflazione). Questa è proprio la tesi che è stata inesorabilmente e rumorosamente sbandierata dai sostenitori del denaro facile come Martin Wolf e Wolfgang Münchau del Financial Times, Ambrose Evans-Pritchard del Daily Telegraph, ecc. Un certo numero dell'inflazione è considerato un bene, un'inflazione molto bassa invece no; addirittura anche una lieve deflazione potrebbe rappresentare un potenziale disastro. Ma perché?

Una deflazione moderata, cioè, un lento declino dei prezzi monetari, può o non può essere un sintomo di problemi in altri settori dell'economia, ma il fenomeno in quanto tale non costituisce un problema economico e la sua natura presumibilmente nociva può essere facilmente confutata dando un rapido sguardo alla storia. Nel XIX secolo troviamo lunghi periodi di deflazione moderata in molte economie, le quali sperimentarono contemporaneamente una solida crescita della produzione ed aumenti considerevoli nei livelli di vita; una "coincidenza" scrissero Milton Friedman e Anna Schwartz in A Monetary History of the United States, 1867 – 1960 "che getta seri dubbi sulla validità dell'opinione ormai diffusa che la deflazione dei prezzi e la rapida crescita economica siano incompatibili."

Molti commentatori sostengono che i prezzi in calo deprimono i consumi poiché gli acquisti vengono continuamente rinviati. Anche il più sobrio John Authers del FT sembra aver ceduto a questa tesi, come ha spiegato ai suoi lettori sabato scorso: "I prezzi calano a causa di un'attività economica lenta. I consumatori non comprano ora, poiché si aspettano che le merci costeranno di meno in futuro. Questa mancanza di consumi rallenta ulteriormente la crescita, e spinge giù i prezzi." (James Authers, “Draghi has to back his QE words with action” Financial Times, sabato 5 aprile/domenica 6 aprile 2014, pagina 24)

Questa tesi, costantemente rigurgitata dalle cheerleader del denaro fiat, è debole. Innanzitutto, non è una tesi valida nel contesto attuale con un tasso di inflazione ancora positivo. Se la BCE intende combattere un'inflazione ancora più bassa, come ha affermato Draghi durante l'ultima conferenza stampa della BCE, allora questa tesi non fa nulla per sostenere tale politica. Certo, nessuno rinvia eventuali acquisti quando i prezzi sono stabili. Tuttavia, e più importante, anche in un ambiente leggermente deflazionistico, diciamo 1-2% l'anno, tale tesi sembra essere una forzatura.



Ignorare la preferenza temporale

I consumatori acquistano qualcosa quando la considerano utile, quando la vogliono perché nella loro ottica (soggettiva) possiede un certo valore d'uso. Rinviando un possibile acquisto, in un ambiente deflazionistico, risparmiano denaro, ma in questo modo non possono godere del possesso di ciò che vogliono. Non comprare un tostapane ora vuol dire acquistarlo all'1% o 2% di meno tra un anno, o al 2% o 4% di meno tra due anni (sempre ammesso, naturalmente, che la deflazione persista tanto a lungo, cosa che nessuno può garantire), ma anche questi piccoli guadagni monetari non permettono il godimento della proprietà del tostapane. Il piccolo guadagno monetario ottenuto ritardando gli acquisti non è gratuito, come sembra presumere la tesi, ma richiede un periodo di attesa. Suggerisco che solo un piccolo numero di oggetti, e solo quelli per i quali esiste una domanda molto marginale, ne sarebbero interessati.

La preferenza temporale non è un concetto della psicologia, è un elemento costitutivo dell'azione umana. E' un a priori dell'azione umana, il che significa che esiste indipendentemente dall'esperienza o dalle circostanze personali, come insito nella nozione stessa di ciò che costituisce un "bene economico."

Se non riscontrate nessuna preferenza temporale in relazione ad un bene specifico, allora vi resterete indifferenti oggi e anche domani. E domani potreste diventare indifferenti a quello che vi piaceva ieri, e così via. Dal punto di vista logico, potreste essere indifferenti ad un certo bene a prescindere, e questo significa che il bene in questione non è un bene economico per voi. Non ve ne importa nulla.

Come ha detto George Reisman: volere qualcosa, ceteris paribus, significa volerla al più presto.

Siate onesti, negli ultimi 12 mesi quanti acquisti non avreste fatto se aveste avuto una ragionevole possibilità di ottenere l'oggetto in questione con uno sconto dell'1% o 2% l'anno successivo?

Esattamente.

Che la prospettiva di un calo dei prezzi non scoraggi il consumo può essere visto nel mercato dell'elettronica (telefoni cellulari, computer), il quale è stato in deflazione – una notevole deflazione – per un bel pò di tempo.



Ignorare i costi opportunità quando si parla di possedere moneta

La tesi contro la deflazione sembra anche ignorare che detenere la propria ricchezza sotto forma di denaro, comporti costi di opportunità. Piuttosto che sedersi sui contanti, si potrebbe godere dei beni che essi possono acquistare. In un contesto deflazionistico, il potere d'acquisto del proprio gruzzolo di denaro aumenta lentamente e ci si può permettere cose sempre più belle, il che significa che il costo di opportunità sale costantemente se non lo si spende. (In un certo senso, mentre si attendono quattro anni per acquistare il tostapane ad uno sconto dell'8% rispetto al prezzo di oggi, l'acquisto del tostapane diventa marginalmente più attraente agli occhi degli altri che attualmente detengono contanti e che inizialmente potevano non avere un interesse nel tostapane.)

Credo che tutto ciò che seguirebbe dalla deflazione (continua, sistematica e moderata) è che il denaro diventerebbe un concorrente più significativo rispetto al consumo differito. Risparmiare denaro ha senso in un contesto deflazionistico, quindi altri tipi di risparmio (obbligazioni e azioni) dovrebbro offrire un rendimento ragionevolmente superiore al tasso di deflazione per attrarre fondi. Penso che questo non sia un ostacolo insormontabile.

Inoltre, se ciò che Authers e altri descrivono fosse vero anche per una deflazione marginale, cioè, se la deflazione marginale dovesse effettivamente portare ad un progressivo indebolimento dell'economia, dovrebbe essere logicamente vero anche l'inverso riguardo un'inflazione marginale. I consumatori dovrebbero accelerare i loro acquisti per evitare la perdita di potere d'acquisto dell'1% o 2% l'anno, e questo condurrebbe rapidamente ad un aumento dell'inflazione. Se un 2% di deflazione portasse all'accaparramento di denaro e ad un crollo dei consumi, un'inflazione del 2% (auspicata come "stabilità dei prezzi") non condurrebbe ad un picco nella velocità del denaro e ad un boom inflazionistico? Entrambi gli scenarii sembrano molto irreali.



Cause monetarie vs. cause non monetarie

Se usiamo la terminologia economica corretta, allora inflazione e deflazione sono sempre fenomeni monetari, cioè, hanno sempre cause monetarie. (Per inciso, da qui in poi userò la definizione ormai standard dell'inflazione come un continuo aumento del livello generale dei prezzi e della deflazione come l'opposto, piuttosto che usare il significato tradizionale di inflazione come un ampliamento dell'offerta di moneta e di deflazione come una sua contrazione.) L'attuale discussione si è originata da una serie di fattori presentati dai sostenitori di un QE: le basse statistiche ufficiali dell'inflazione nella zona euro, la loro presunta causa non monetaria che potrebbe ritrovarsi in un calo della domanda reale in alcuni settori e in alcuni paesi, ecc. La deflazione viene attualmente registrata in Grecia, Cipro e Spagna. E anche la breve affermazione di John Authers sulla deflazione parte dal presupposto che "i prezzi scendono a causa di un'attività economica lenta."

Nella misura in cui la deflazione non è dovuta ad un aumento generale del potere d'acquisto del denaro (grazie ad un aumento generale della domanda di moneta o di un offerta di moneta invariata o in diminuzione), ma è il risultato di alcuni produttori che tagliano alcuni prezzi in alcuni settori e regioni (prezzi in calo che non vengono pienamente compensati da prezzi in ascesa in qualche altra parte dell'eurozona), allora ci ritroviamo davanti diverse implicazioni.

I consumatori non possono semplicemente supporre che questo possa essere un trend duraturo. La liquidazione di un'errata allocazione del capitale e l'attualizzazione delle merci sono fenomeni che si palesano durante una crisi, e non possono essere semplicemente estrapolati nel futuro nel modo in cui lo facevano i consumatori con la deflazione secolare del gold standard nel XIX secolo. Ma l'estrapolazione futura delle recenti variazioni di prezzo è al centro di quella discussione che definisce disastrosa anche una piccola deflazione.

Inoltre potrebbe sembrare bizzarro dire ai commercianti di non tagliare i prezzi quando la domanda scende, cosa di cui sono convinti Authers et al, poiché nella loro ottica non farebbe altro che condurre ad un ulteriore rinvio dei consumi e ad un ulteriore calo della domanda (in quanto i consumatori si aspetterebbero un continuo calo dei prezzi). Una strategia migliore per contrastare il calo della domanda sarebbe quella di aumentare i prezzi? Dovremmo riconsiderare il concetto di "vendita" e di "attualizzazione" per incoraggiare gli acquisti?

La riduzione di alcuni prezzi per motivi economici "reali" potrebbe essere parte del processo di guarigione dell'economia. E' un modo per molti produttori, settori dell'economia e regioni economiche di riguadagnare competitività. E' vero che salari calanti in determinati settori o regioni economiche rendono più difficile ripagare mutui e prestiti al consumo, ma spesso un salario più basso può essere l'unico modo per evitare la disoccupazione (il che continuerebbe a non facilitare il ripagamento del debito). Dietro all'attuale tasso di inflazione dello 0.5% annuo, troviamo numerosi cambiamenti dei prezzi relativi mediante i quali l'economia si riequilibra. Tutte le discussioni "sull'indice dei prezzi" ignorano le importanti variazioni dei prezzi relativi. Quindi ciò che accade con una moltitudine di singoli prezzi viene fuso, secondo le tecniche degli statistici della BCE, ad un tasso di inflazione armonizzato dello 0.5%, e potrebbe diventare -0.5% il mese prossimo o l'anno prossimo, o addirittura -1%. Di conseguenza sarebbe sbagliato concludere che l'economia sta peggiorando basandosi semplicemente su questo numero aggregato.

Non si può scappare dal fatto che le recenti difficoltà economiche siano il risultato di squilibri che si sono accumulati durante il boom del credito che ha preceduto la crisi finanziaria 2007/2008. Il denaro artificialmente a buon mercato ha creato il boom del credito e questi squilibri. Ora sono necessari un periodo di liquidazione, una contrazione e variazioni dei prezzi relativi, e sabotare questo processo tramite l'ennesimo intervento della banca centrale sarà controproducente e, in definitiva, pericoloso.

Vi è, ovviamente, la possibilità che ci sia un comportamento monetario responsabile dietro alla bassa inflazione della zona euro, e che potrebbe persistere. Le banche sono ancora riluttanti ad estendere nuovi prestiti e creare quindi nuovo denaro. La crescita dei prestiti bancari e degli aggregati monetari più ampi potrebbe non essere all'altezza della domanda di moneta, ma è una caratteristica essenziale del denaro che la sua domanda possa essere pienamente soddisfatta mediante un aumento del suo prezzo. La domanda di denaro rappresenta sempre una domanda di potere d'acquisto, e permettere al mercato di far salire il potere d'acquisto della moneta (attraverso la deflazione) significa soddisfarne la relativa domanda. La deflazione moderata, e in gran parte innocua, del gold standard del XIX secolo ha essenzialmente la stessa origine. La produzione di denaro non teneva il passo con la domanda di denaro, così quest'ultima era soddisfatta attraverso una lenta discesa dei prezzi.

E qui arriviamo alla solita conclusione: potrebbe essere cosa buona e giusta adottare un approccio più sobrio per quanto riguarda il credito, il rischio di credito e la leva finanziaria, e sembra folle che una banca centrale interferisca con questo processo ed usi misure "non convenzionali" per forzare più prestiti bancari e per creare moneta (solo per rientrare in qualche sciocco impegno di raggiungere un obiettivo statistico arbitrario del 2% di inflazione). In caso di successo nel sollevare il tasso di inflazione, si potrebbero ricreare gli stessi squilibri (indebitamento eccessivo, errata allocazione dei capitali, prezzi degli asset distorti) che hanno creato la recente crisi.

Un commentatore ha detto di recente che la zona euro potrebbe permettersi la deflazione, considerando le dimensioni del suo settore bancario stressato. Ma la questione è se può permettersi un certo livello di prestiti per raggiungere il 2% di inflazione, considerando le dimensioni del suo settore bancario stressato.



La fallacia della macroeconomia e della politica macroeconomica

Permettetemi di essere chiaro: io non consiglio un obiettivo di zero inflazione o di moderata deflazione. Quest'ultima non è in sé e per sé una soluzione, così come non lo è un'inflazione moderata. Non raccomando alcun obiettivo poiché respingo il concetto stesso di "politica monetaria": l'idea che un ente statale sia in grado di migliorare (attraverso la manipolazione dei tassi di interesse e le riserve bancarie) i poteri di coordinamento del mercato, i quali aiutano le persone a realizzare i loro obiettivi personali.

Dovremmo ricordare che nessuno partecipa alla vita economica e commerciale perché il suo obiettivo è che il livello generale dei prezzi aumenti del 2%, o che il PIL nomnale aumenti del 5%. Le persone hanno i propri scopi. Il mercato è semplicemente uno strumento che coordina le azioni volontarie di individui e gruppi di individui, i quali perseguono i propri obiettivi indipendenti. E' meglio lasciarli indisturbati. L'intero progetto della "politica monetaria" è semplicemente assurdo, indipendentemente da quale sia l'obiettivo.

E' una delle fallacie della macroeconomia che alcuni aggregati statistici, come il CPI, il PIL o il PIL nominale, vengano considerati rappresentanti affidabili di ciò che accade in un'economia di mercato, ed è arrogante e pericoloso credere che lo stato debba definire gli "obiettivi" per questi aggregati statistici e quindi utilizzare interventi politici per il loro adempimento. Questo potrebbe essere un approccio intellettualmente adatto per il sovrano di una società comunista o fascista. E' fondamentalmente in contrasto con il libero scambio ed un libero mercato, e porterà al fallimento. La crisi finanziaria avrebbe dovuto insegnare proprio questo.

Invece il consenso mainstream, profondamente influenzato dal keynesismo e dalla macroeconomia, continua ad abbracciare l'attivismo politico e l'interventismo. Mi aspetto che le banche centrali proseguano il loro cammino verso un'ingerenza più aggressiva ed una creazione di maggior denaro fiat. Non ci vorrà molto affinché la BCE faccia il passo successivo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


“Oro a $50,000 nel 2020” -- La sparata di Jim Sinclair

Gio, 15/05/2014 - 10:16




di Gary North


Reality Check

Jim Sinclair ora prevede che l'oro arriverà a $50,000 nel 2020. Questa notizia ha fatto il giro del Web.

Con l'oro a circa $1,330 l'oncia in questi giorni, il prezzo dovrebbe moltiplicarsi per 38 affinché possa raggiungere i $50,000.

Lasciate che sia il primo a dirvi che questo non accadrà. Lo dico in veste di gold bug sin dai primi anni '60.

Per gli investitori esistono fonti di profitto e reddito di gran lunga migliori dell'oro a $50,000 l'oncia. Nessuno pagherà voi o chiunque altro $50,000 per un Krugerrand.

Se riusciste a comprare quattro monete d'oro da un'oncia l'una, potreste venderle in cambio di $200,000, pagare le imposte sul reddito e comprare una casa da $150,000 che genererà il 10% annuo... quindi perché mantenere le monete? Non le conservereste se ne aveste 100, o 300. Ne vendereste la maggior parte. La popolazione degli Stati Uniti raggiungerà i 400 milioni di persone entro il 2050. Queste persone dovranno pur vivere da qualche parte. Perché dovreste conservare monete d'oro, quando potreste acquistare una casa solo con la vendita di quattro monete? Sedetevi e raccogliete i frutti della locazione per il resto della vostra vita, e guardate salire il valore delle vostre case.

Con gli immobili si ottengono benefici fiscali sulle plusvalenze. Con i lingotti d'oro no. Pagherete il doppio del tasso d'imposta.

Sinclair sostiene che l'iperinflazione colpirà gli Stati Uniti prima del 2021. Non mera inflazione. Iperinflazione. Sì, è una cosa che già avete sentito nel gennaio del 1980, quando l'oro era arrivato a $840 dollari. La gente sarà disposta a pagare una casa 38 volte quello che costa oggi? Il prezzo mediano sarà $200,000 moltiplicato 38? Pensate davvero che la tipica casa arriverà a costare $7.6 milioni? Se sì, puntate sull'investment house, non le monete d'oro. Potete acquistare case con l'owner financing. Potete usare una leva almeno di 10 a 1 sul vostro investimento. I locatari pagheranno i mutui. Nel frattempo, è possibile svalutare le case. È possibile dedurre i pagamenti degli interessi ipotecari come spese aziendali.

Se l'iperinflazione farà aumentare i prezzi di 38 a uno, sfruttate la leva finanziaria. Le monete d'oro non vi daranno questa possibilità.

Sinclair ha bisogno di sdraiarsi, mettersi un panno fresco sulla fronte e fare un pisolino. Per noi che abbiamo superato i 70 anni le sviste sono sempre più frequenti. Di solito, le superiamo.

Ecco la sua posizione.

Il rinomato esperto sull'oro Jim Sinclair sostiene che una calamità finanziaria sia proprio dietro l'angolo: "Siamo di fronte all'annientamento della moneta. Siamo di fronte alla trasformazione dell'America da nazione leader e più influente del mondo, a repubblica delle banane. . . . Se non fosse stato per i food stamp, ci saremmo ritrovati con lunghe file di persone in attesa di cibo gratis." Per quanto riguarda l'oro, tutto ruota intorno al dollaro statunitense, e Sinclair dice: "Penso che il dollaro verrà fatto a pezzi. Credo che è l'iperinflazione quello che ci attende." Uno dei tanti eventi imprevedibili, secondo Sinclair, è il possibile abbandono del dollaro da parte dell'Arabia Saudita. Se quest'ultima smettesse di vendere petrolio solo in dollari americani, che cosa accadrebbe al potere d'acquisto del dollaro? Sinclair dice che la benzina salirebbe presto a "$10 dollari al gallone."

Prevede che fondi pensione e depositi bancari verranno sequestrati dal governo. Quanti soldi potreste perdere? "A Cipro, circa l'83% del totale. . . . Cipro è il modello, ed è quello che sperimenteremo anche qui negli Stati Uniti." Jim Sinclair, che ha appena accettato la carica di Presidente del Comitato Consultivo nel Singapore Gold Exchange, dice: "Gli scambi si baseranno solo sull'oro fisico. . . . I futures saranno inutili." Questo vuol dire che non ci saranno più vendite allo scoperto o manipolazioni in questo nuovo mercato. Sinclair dice: "Questo emanciperà l'oro dal suo prezzo cataceo." Quanto in alto potrà andare? Sinclair prevede che entro il 2016 "l'oro arriverà a $3,200-$3,500 l'oncia; entro il 2020 arriverà a $50,000 l'oncia."

http://usawatchdog.com/jim-sinclair-50000-gold-us-dollar-collapse-hyperinflation-and-more/
Nell'aprile 2008 ha predetto che l'oro sarebbe arrivato a $1,650. Era una buona previsione. Infatti l'oro ha raggiunto quella cifra per ben due volte: salendo e scendendo.



IPERINFLAZIONE

In primo luogo, contrariamente alla previsione di Sinclair, non siamo di fronte all'annientamento di una qualsiasi delle principali valute. Da due secoli non accade una cosa simile in una qualsiasi nazione industriale occidentale sopra l'equatore, a meno che non avesse perso una grande guerra. L'iperinflazione della Germania nel 1921-1923 è stato il risultato della sua sconfitta nella prima guerra mondiale. Lo stesso si puo' dire per l'Austria e l'Ungheria. Il motivo per cui si predice un'iperinflazione in Occidente, basandosi su tali esempi, è questo: non ci sono altri esempi. Hanno avuto luogo oltre 90 anni fa. Sin da allora più niente.

Se la seconda guerra mondiale non ha prodotto iperinflazione in Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda, perché la dovrebbe creare la crisi dei capitalisti clientelari di oggi?

Sinclair sta dicendo che prima del 2021 accadrà una cosa che non è accaduta sin dagli Assegnati della Rivoluzione francese nel 1794. Ho sentito ripetere questa previsione per 50 anni.

Ma non sta parlando solo dell'annientamento del dollaro. Sta parlando dell'annientamento di tutte le principali valute. Questo significa l'annientamento della civiltà occidentale entro la fine del 2020: la distruzione della divisione del lavoro.

Oggi ogni nazione inflaziona la sua moneta per mantenerne basso il prezzo in dollari rispetto al dollaro USA. Questa è una tecnica prescritta dal mercantilismo: sovvenzionare le esportazioni attraverso il deprezzamento della moneta. Gli Stati Uniti sono il luogo dove il mondo vuole vendere. Dire che solo il dollaro crollerà, equivale a dire che crollerà il commercio internazionale moderno. Tutto il mondo cesserà di inflazionare. Il mondo intero non venderà più agli Stati Uniti. La più grande economia produttiva sulla terra diventerà improduttiva nel 2020: una repubblica delle banane isolata.

Offre questa ipotesi: i sauditi potrebbero smettere di vendere petrolio in cambio di dollari? Mi chiedo: cosa sceglieranno come alternativa? Lo yen? L'euro? Perché tali monete ed economie dovrebbero essere migliori della nostra? Di sicuro non lo sono oggi.

Oggi esiste una divisione internazionale del lavoro basata sulle valute fiat. Un passaggio ad una moneta internazionale basata esclusivamente sull'oro potrebbe avvenire solo dopo un crollo di tutte le valute fiat, non solo del dollaro USA. Tra oggi e il 2021 dovrebbe cessare il commercio, così come la divisione del lavoro. Ciò significherebbe il collasso della civiltà. Non accadrà nel 2020.

La seconda guerra mondiale non ha causato un esito simile, ma il capitalismo clientelare sì. In realtà, un evento simile non è mai accaduto nella storia umana: iperinflazione internazionale simultanea. Ma è inevitabile oggi, o almeno così ci viene detto. Accadrà entro sette anni. Questa è l'implicazione inevitabile della previsione di Sinclair. Non la prendo sul serio. Nemmeno voi dovreste.

Un momento senilità non è fatale. Sono sicuro che Sinclair si riprenderà.

Ci possono essere grandi recessioni. Ne abbiamo vista una nel 2008-9. Ci possono essere notevoli perdite di capitale per quel 20% che possiede almeno l'80% della ricchezza. Ma i banchieri centrali non inflazioneranno loro valute nazionali, contemporaneamente, fino a quando non varranno più niente. Non è mai accaduto nella storia, e non è nell'interesse delle banche centrali. Secondo loro sarà meglio ricorrere a cicli di boom-bust per andare avanti tra oggi e il 2020. David Stockman le chiama "bolle in serie." Cio' descrive abbastanza bene il processo. Ha funzionato bene per i capitalisti clientelari sin dal 1947. Non è una cosa che cambierà tanto presto.

Sinclair dice che la benzina costerà $10 dollari al gallone nel 2016. Penso che abbia torto, ma se avesse ragione? E allora? E' circa tre volte il prezzo di oggi. Se nel 2016 l'oro sarà inferiore al triplo del suo prezzo attuale, come egli predice -- forse $3,500 -- e allora? E' una lunga, lunga strada fino a $50,000 -- in particolare, $46,500.

Dice che Cipro è un modello. Sì? Davvero? Per quale nazione? Forse Malta. Cipro non è un modello per qualcosa di più grande di un'isola. E' stata una coincidenza fin dall'inizio, e alcuni ricchi russi hanno pensato che sarebbero riusciti a battere il sistema euro investendo i loro soldi lì. Oggi ci sono meno ricchi russi. E allora? Il crollo parziale del sistema bancario cipriota non ha avuto ripercussioni altrove. La crisi in Grecia ha avuto un paio di ricadute, ma è finita per ora. La Banca Centrale Europea non ha inflazionato la moneta fino a ridurla cartastraccia.

Sinclair crede che quando gli investitori in futures sulle materie prime inizieranno a chiedere il delivery dell'oro, questo farà schizzare in alto i prezzi del metallo giallo. Chiedo: è accaduto ad una qualsiasi merce in passato? La risposta è no. Lo sa. Dice che il COMEX può iniziare a liquidare i gold contract in dollari. Probabilmente ha ragione. Ma questo non significa che l'oro raggiungerà $50,000. Le persone usano i dollari USA per speculare nei futures sulle materie prime per un motivo: ottenere più dollari, non per ottenere oro. Quando possono intascare più dollari, prendono i soldi e scappano. Non hanno intenzione di chiedere il delivery. Vogliono solo i loro ritorni gonfiati dalla leva finanziaria, pagati da coloro all'altro lato dei contratti.

Il trading con i futures sulle materie prime è un gioco a somma zero. C'è qualcuno che si posiziona long e qualcuno che si posiziona short. C'è chi guadagna e chi paga. Sinclair prevede un aumento di 38 a 1. Perché solo l'oro? Non l'ha detto. L'iperinflazione avrà questo effetto su tutte le merci.

Se pensate che il suo scenario non abbia senso, è perché non siete affetti da un momento di senilità. Ma se pensate che abbia senso, e siete sotto i 70 anni, consultate il medico. O il vostro psichiatra.



LA SUPERCLASSE E L'ORO

All'apice della piramide della ricchezza mondiale ci sono circa 6,000 persone, secondo il libro di David Rothkopf, Superclass. Sono loro a gestire lo spettacolo. Uno show non va in onda a meno che non lo approvino loro.

Queste persone non possiedono oro. Non vogliono possedere oro. Possiedono beni capitali. Possiedono grandi banche. Sicuramente possiedono i politici. Pensate a loro come il COMEX delle elezioni: un vero e proprio gioco a somma zero per gli elettori. Quello che dicono queste persone, è legge. Queste persone non venderanno i loro asset per l'oro. Tra l'altro, nessuno potrebbe comprare questi asset. Per vendere asset bisogna che ci sia un acquirente. Per ottenere valuta (il che significa denaro digitale) e comprare oro fisico, bisogna vendere qualcosa in cambio di dollari. Bisogna vendere qualcosa ad un altro membro della superclasse.

Perché alcuni di loro dovrebbero comprare oro tra oggi e il 2020? Non l'hanno mai fatto sin dal 1914. Perché ci si aspetterebbe da loro un cambio di atteggiamento? Certo, potrebbero acquistare qualche lingotto d'oro. Potrebbero far aumentare il prezzo dell'oro, ma non di 38 a 1.

Anche se iniziano a comprare, guardate cosa succede in India. Gli indiani venderanno oro fisico. Sono esperti quando parliamo di metallo giallo, e non lo accantonano al margine quando possono ottenere un sacco di dollari in cambio. Sono speculatori. Sono anche accaparratori, ma sono soprattutto speculatori. Se il prezzo sale, l'oro fisico sarà fornito dall'India. Contateci.

Sinclair sostiene che nei prossimi sei anni un segmento significativo della vecchia combriccola che gestisce il mondo, la superclasse, invertirà la sua opposizione all'oro. Scambieranno quantità significative della loro ricchezza in oro, nonostante il fatto che controllino tutto il mondo, comprese le strutture politiche. Come? Mediante il sistema finanziario, che non si basa più sull'oro sin dall'Agosto 1914. Egli si aspetta che questo enorme cambiamento abbia luogo al vertice, il che significa tra l'elite istruita nel keynesismo, un terzo della quale ha frequentato una delle 20 università d'elite in Occidente. Tutto ad un tratto, senza preavviso, queste persone abbandoneranno il keynesismo e il loro odio per l'oro, e adotteranno una qualche versione dell'economia austriaca.

Non accadrà.

Nel frattempo, se il prezzo dell'oro volerà, milioni di persone (il che significa indiani che comprano oro per le doti delle figlie) entreranno nel mercato e venderanno oro fisico, sgonfiando così il suo prezzo in dollari. Pertanto le persone al vertice, che prendono le decisioni, non diventeranno gold bug, e le persone in fondo, che sono realmente gold bug, venderanno oro nei mercati occidentali, o nei mercati cinesi, se penseranno di poter ricavare denaro vendendo oro.

Non ci sarà iperinflazione nelle economie occidentali tra oggi e il 2020. Il mondo intero detiene dollari come valuta di riserva n°1. Questo è il modo con cui finanziare le esportazioni: mercantilismo. Non andremo da circa il 2% di inflazione dei prezzi annuo nel 2014 all'iperinflazione nel 2020. Non c'è modo che questo possa accadere. Sinclair non presenta alcuno scenario che lo farebbe presumere. Questo perché non esiste tale scenario, a meno che non scoppi una guerra nucleare o crolli la civiltà occidentale. Nella sua intervista non ha affatto parlato di guerre nucleari.

Le riserve in eccesso detenute dalle banche commerciali presso la Federal Reserve sono sufficienti per assicurarci che non ci sarà iperinflazione. Ecco perché non c'è stata iperinflazione nel 2008. Le banche commerciali non presteranno questo denaro se pensano che stia per arrivare l'iperinflazione. Ciò significherebbe la distruzione della civiltà. Ma di certo non compreranno oro. La Federal Reserve può fermarle in qualsiasi momento.

I ricchi al vertice della piramide della ricchezza sono keynesiani. Sono devoti al tempio di Keynes. Non abbandoneranno questa religione tra oggi e il 2020. Sinclair non capisce quanto sia potente questa religione. Il keynesismo ha tutti i segni di una religione. Ha una confessione: "Il denaro fiat permette di superare le recessioni." Ha un programma: salvezza attraverso la crescita economica. Ha una dottrina di onniscienza: pianificazione centrale monetaria. Ha un sacerdozio: economisti in possesso di dottorati. Ha evangelizzazione: il Congresso, le università ed i media mainstream.

Sinclair non sta solo parlando di un cambiamento di investimento nel mercato delle materie prime. Sta parlando, in primo luogo, della trasformazione religiosa della superclasse internazionale, e in secondo luogo, di un crollo della civiltà occidentale, che è ciò che produrrebbe l'iperinflazione.

Permettetemi di dirlo forte e chiaro: tra oggi e il 2021 non accadrà niente di tutto cio'.

Dopo aver visualizzato questo video, potete tranquillamente ignorarlo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli





L'inflazione è un bene per la crescita economica?

Mer, 14/05/2014 - 10:12
Mentre i media mainstream si dilettano a spaventare l'opinione pubblica con il mostro della deflazione, la realtà presenta tutta un'altra versione dei fatti: l'inflazione dei prezzi è più viva che mai. Il paniere con cui si calcolano i prezzi ovviamente non deve contenere simili "assurdità," altrimenti quale altra giustificazione bizzarra potrebbero inventarsi i pianificatori centrali per salvare i loro amiconi di merende? Oltre a martellare gli individui sin da piccoli nei recinti scolastici con la nenia "lo stato è qui per proteggervi," i pianificatori centrali schivano la pallottola della colpa intorbidendo ulteriormente la mente della popolazione accusando presunti "speculatori cattivi" di tutto quello che capita nell'ambiente economico qualora vi sia una crisi. Durante il boom tutto andava bene e la speculazione non era cattiva, poi d'improvviso esplode la sua avidità e si trasforma in uno spauracchio pronto a succhiare l'anima dei poveri cittadini inermi. Grazie agli insegnamenti assorbiti nella scuola dell'obbligo si levano gli scudi a difesa dello stato, domandando a gran voce il suo intervento: controlli dei prezzi. Nonostante si possa essere convinti che questa sia la strada giusta verso la ripresa, in realtà non lo è perché le forze di mercato vengono semplicemente limitate ma non annullate. A lungo andare emergono le inevitabili conseguenze: carenze. Tutto cio' si ripete sempre, ogni qual volta il controllo centrale sull'economia predne il sopravvento sul libero mercato, eppure ancora questa lezione non riesce a venire assorbita dalla maggior parte della popolazione. L'ultima vittima in ordine cronologico è stata l'Argentina. Ce ne saranno altre.
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di Frank Shostak


Dopo essersi attestato al 3.9% del luglio 2011, il tasso annuale di crescita dell'indice dei prezzi al consumo (IPC) è sceso all'1.6 % a gennaio di quest'anno. Inoltre, il tasso annuale di crescita dell'indice dei prezzi al consumo meno cibo ed energia mostra una visibile tendenza al ribasso, dal 2.3% dell'aprile 2012 all'1.6% di gennaio.




A causa di un declino visibile nella dinamica di crescita dell'indice dei prezzi al consumo (IPC), molti economisti hanno concluso che questo è il motivo per cui la banca centrale degli Stati Uniti debba mantenere una politica monetaria aggressiva.

Altri economisti, come il presidente Charles Evans della Federal Reserve Bank di Chicago, sostengono addirittura che il calo nel ritmo di crescita dell'IPC abiliti la FED a rafforzare ulteriormente il pompaggio monetario. Questo, dice Evans, invertirà il calo dell'inflazione dei prezzi e porterà l'economia su un sentiero di crescita economica sana. Secondo il presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, la banca centrale degli Stati Uniti dovrebbe essere disposta a lasciare che l'inflazione superi temporaneamente il livello del 2%. Ha anche detto che un tasso di disoccupazione di circa il 5.5% e un tasso di inflazione di circa il 2% sono indicativi di un'economia sana.

Ma come è possibile che un aumento dell'inflazione dei prezzi possa rendere più forte l'economia? Se un'inflazione dei prezzi leggermente superiore al 2% rappresenta un bene per l'economia, perché non puntare ad un tasso molto più elevato di inflazione?

Contrariamente a quanto dice Evans, un rafforzamento del pompaggio monetario per alzare il tasso di inflazione dei prezzi acuirà solamente l'impoverimento economico, consentendo la nascita di nuove bolle e il rafforzamento di quelle esistenti.

Aumenterà il ritmo della deviazione di ricchezza dai generatori di ricchezza verso le varie attività non produttive, indebolendo così il processo di generazione di ricchezza.

Evans ed altri economisti sono del parere che un rafforzamento del pompaggio monetario rafforzerà il flusso della spesa monetaria, che a sua volta non mancherà di far crescere l'economia.

Secondo questo modo di pensare un aumento della spesa monetaria di un individuo accresce il reddito di un altro individuo, il cui aumento della spesa accresce i redditi di più individui, i cui aumenti di spesa accrescono i redditi di altri individui, ecc.

Se, per qualsiasi motivo, la gente riducesse le proprie spese questo flusso monetario verrebbe interrotto e l'economia si indebolirebbe. Per rilanciarlo si consiglia che la banca centrale amplifichi il pompaggio monetario. Una volta ristabilito il flusso monetario, esso metterà in moto una crescita economica sostenibile.

Anche in questo caso vi suggeriamo che il pompaggio monetario non può mettere in moto una crescita economica sostenibile. Puo' solo mettere in moto uno scambio di qualcosa per niente, cioè, un impoverimento economico.

Finché il bacino della ricchezza reale è ancora in crescita, il pompaggio monetario puo' creare l'illusione di una crescita economica. Una volta pero' che tale bacino si restringe, va in frantumi l'illusione che le politiche allentate della FED possano mettere in moto una crescita economica.

Se a causa del deterioramento delle infrastrutture la produzione di un fornaio per unità di tempo è ora di 8 pagnotte invece che 10, e la produzione del calzolaio per unità di tempo è ora 4 paia di scarpe invece che 8, allora nessuna quantità di denaro potrà spronare la produzione di ricchezza reale per unità di tempo (cioè, pagnotte e scarpe). Il pompaggio monetario non può sostituire strumenti inesistenti e macchinari.

Al contrario, i detentori di moneta appena stampata che non producono alcuna ricchezza reale, indeboliscono la capacità degli attori economici di creare ricchezza. Come? Deviando a loro favore pagnotte e scarpe, lasciando quindi meno ricchezza reale per finanziare la manutenzione e l'ampliamento delle infrastrutture.

I funzionari della FED dicono questo: una volta che l'economia imbrocca il cosiddetto percorso di crescita sostenibile, la rimozione dello stimolo monetario non genererà effetti collaterali importanti. Si noti che una politica monetaria allentata gonfia delle bolle. La loro esistenza è alimentata dal pompaggio monetario, che sottrae ricchezza reale alle attività generatrici di ricchezza.

Una volta che viene interrotto il pompaggio monetario le bolle scoppiano, in quanto non si possono finanziare senza il sostegno di una politica monetaria allentata – assistiamo ad un bust. L'illusione che la FED possa condurre l'economia su un sentiero di crescita sostenibile, va in frantumi.



Sintesi e conclusione

A causa di un declino visibile nella dinamica di crescita dell'indice dei prezzi USA, molti economisti hanno concluso che questo è un motivo sufficiente affinché la banca centrale americana (FED) continui la sua politica monetaria aggressiva. Alcuni economisti, come il presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, Charles Evans, sostengono addirittura che il calo del ritmo di crescita dell'IPC abiliti la FED a rafforzare ulteriormente il pompaggio monetario. Questo, si dice, invertirà il calo dell'inflazione dei prezzi e porterà l'economia americana su un sentiero di crescita economica sana. Suggeriamo che, contrariamente a quanto sostiene Evans, un rafforzamento del pompaggio monetario aggraverà solamente l'impoverimento economico, consentendo la nascita di nuove bolle e il rafforzamento di quelle esistenti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Le banche centrali estendono la loro presa mentre continua la burocratizzazione dei mercati

Mar, 13/05/2014 - 10:15




di Detlev Schlichter


Il ventesimo secolo ha visto il passaggio dall'ordine del libero mercato e della moneta apolitica – rappresentata dal gold standard – al caos della moneta elastica e dei mercati del credito sotto il controllo delle banche centrali statali. Questo cambiamento è stato completato nell'agosto 1971 con la cessazione di Bretton Woods, l'ultima traccia superstite del gold standard, sebbene fosse un cugino debole e malaticcio. Finalmente libero dalle manette d'oro che erano sempre state l'àncora monetaria del capitalismo, il sistema finanziario globale ha prodotto, negli ultimi 40+ anni, grandi squilibri e crisi sempre più devastanti: dal Giappone alla fine degli anni '80 alla bolla dei subprime nel 2007/2008, alla crisi del debito della zona euro.

I problemi di fondo del denaro elastico, del credito senza limiti e delle banche centrali senza freni ancora non sono stati riconosciuti come cause principali del disastro finanziario, ma sono rimasti dei punti fermi nel dibattito mainstream. Invece alle banche centrali vengono consegnati maggiori poteri e diventano più interventiste di giorno in giorno. E' davvero bizzarro: gli artefici che hanno creato questo caos ne emergono rafforzati.

Per darla a bere alla popolazione, pero', devono riscrivere la storia. Anche se nessuno può negare che il denaro facile – fornito in ultima analisi dalle banche centrali – abbia portato a ciò che è comunemente definita come "eccessiva assunzione di rischi," a quanto pare il problema non era il denaro facile di per sé, ma le banche centrali che non si sono concentrate simultaneamente sulla "stabilità finanziaria." Questa svista si puo' rettificare dando loro ancora più poteri, in particolare nel settore della vigilanza bancaria e nella regolamentazione finanziaria.



La missione va avanti

Oggi il Financial Times scrive quanto segue in merito a quanto sta accadendo presso la Banca d'Inghilterra: “Carney, l'ex-governatore della banca centrale canadese, lo scorso luglio ha assunto il mandato di modernizzare la Vecchia Signora di Threadneedle Street ed è stato capace di sobbarcarsi la sua nuova responsabilità di vigilanza e di regolamentazione finanziaria.”

“Criticando il fallimento della BoE sotto l'ex-governatore Lord King per quanto riguarda stabilità finanziaria ed inflazione, ha detto: "Non ci vuole un genio per capire che oggi esistono rischi simili".”

A Carney sembra sfuggire l'ironia di questa affermazione. Oggi esistono questi rischi solo perché la Banca continua a reprimere i tassi di interesse piuttosto che smettere di assumere nuovi poteri per gestirne le conseguenze. Come ha riportato lo stesso FT la scorsa settimana, la Banca d'Inghilterra sta già cercando il modo di limitare i bonus delle banche britanniche e di congelare le paghe dei banchieri per un massimo di sei anni nel tentativo di contrastare una "eccessiva assunzione di rischi." Nel frattempo non sembra preoccupare nessuno che una burocrazia statale ora possa determinare come le imprese private (con l'eccezione di RBS e Lloyds TSB) debbano remunerare i loro dipendenti.

Il settore bancario centrale rappresenta la promessa dello stato di "guardare le spalle ai banchieri," qualunque cosa accada. “Keep calm and keep lending” è il messaggio veicolato al sistema finanziario. Tutto questo rende inefficace il regolatore più efficace del capitalismo – sistema profitti e perdite. Così, tocca ai banchieri centrali fare tutta la regolamentazione.

Quella che vediamo qui è la legge di ferro dell'interventismo. Nessuna interferenza col mercato potrà mai farli funzionare al meglio. Il settore bancario centrale non è altro che una forma persistente di intervento e di manipolazione del mercato. E' fondamentalmente in contrasto con il libero mercato. Ma quando le conseguenze non intenzionali diventano troppo evidenti, la risposta politica è quella di aggiungere ulteriori interventi.

La Federal Reserve quest'anno ha festeggiato il suo centenario. La sua concezione originale come "banca dei banchieri" prevalentemente passiva e non interventista è sempre stata ingenua, come capirono fin dall'inizio molti dei suoi primi critici (tra cui il repubblicano Elihu Root). Come ha sottolineato James Grant, negli anni '50 la FED si sarebbe dovuta astenere dal comprare titoli con cedola, preoccupandosi che tali operazioni avrebbero inavvertitamente distorto il mercato. Oggi la FED acquista solo titoli con cedola e lo fa con l'obiettivo specifico di manipolare il mercato. La banca centrale fissa amministrativamente i tassi di interesse a breve termine, determina la quantità di riserve bancarie, modifica la forma della curva dei rendimenti, manipola gli spread di rischio sui mutui e aumenta spudoratamente i prezzi azionari, il tutto per il bene pubblico come definito dalla sua pletora di obiettivi e sotto-obiettivi (es. il target dell'inflazione, evitare la deflazione, ancorare le aspettative di inflazione, ridurre la disoccupazione, stabilizzare i mercati finanziari, stimolare l'economia, diffondere i benefici della ripresa e fornire allegria generale per chi guarda la TV finanziaria).

La Banca Centrale Europea (BCE) è molto più giovane, ma ha già ampliato il proprio mandato al di là di quello che prevedevano i trattati istitutivi. La famosa promessa di Daghi di "fare tutto il possibile" (che significa stampare denaro a tavoletta) per tenere insieme la zona euro, è supportata dal nuovo strumento definito Transazioni Monetarie Definitive (OMT), invenzione ad hoc partorita nel mezzo della crisi del 2012 (e probabilmente illegale e incostituzionale in vari luoghi, come si può accertare dalla sentenza della Corte Costituzionale della Germania, anche se timidamente rinviata alla Corte di Giustizia Europea). Eppure è eminentemente popolare nel settore finanziario, dove la logica di solito è sottoposta al detto "il fine giustifica i mezzi." Presto la BCE sarà incaricata di sovrintendere direttamente più di 120 banche europee.



Dal culto dei manager al culto dei burocrati

Mentre i tentacoli della pianificazione centrale raggiungono sempre più angoli dell'economia, il libero mercato è inevitabilmente in ritirata. Ma nessuno sembra accorgersene o preoccuparsene. Questa è la morte del capitalismo, ma poche persone sembrano ormai apprezzare quello che significa. Leggere il Financial Times è diventata un'esperienza davvero surreale. Sembra solo preoccupato di un piccolo gruppo di dirigenti e burocrati, i presunti elementi motore di tutto il mondo che si incontrano al World Economic Forum di Davos ogni anno, coi quali alla maggior parte degli scrittori più anziani del FT piace socializzare.

Il vero capitalismo è, ovviamente, mosso dai capitalisti, da persone che utilizzano il proprio denaro per finanziare, costruire e mantenere le imprese, e che in ultima analisi si assumono dei rischi e, sì, sono anche speculatori. Persone con idee nuove e coraggio. I manager sono dipendenti dei capitalisti. Sono le braccia dei capitalisti, sono pagati per fare un lavoro. Non sono proprietari e le loro perdite sono limitate. Non è una caratteristica dispregiativa. I manager sono necessari e quelli bravi avranno capacità e talenti che non sono così comuni. Eppure esiste un abisso incolmabile tra i due gruppi, e non ci può essere alcun dubbio su chi siano i veri elementi motore (e sempre lo saranno) sotto il capitalismo. Eppure, a mio avviso, le relazioni aziendali hanno indebitamente glorificato i manager in questi ultimi anni e decenni, uno sviluppo che ha certamente aiutato i top manager a diventare estremamente dipendenti dai media, arrivando probabilmente a spendere più tempo e sforzi per affinare la loro immagine pubblica piuttosto che gestire le attività delle loro aziende. Inoltre, la capacità di "essere bravi a parole" è ciò che conta di più per certi tipi di giornalismo.

Il culto dei manager-eroi è stato esteso alla burocrazia internazionale. Sembra che non vi sia alcuna differenza tra Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Jamie Dimon, Sheryl Sandberg, Mohamed El-Erian, Christine Lagarde, Mark Carney e Janet Yellen. Fanno tutti parte di una potente élite internazionale e sono tutti indubbiamente influenti (e probabilmente unici per talento nel loro campo), ma alcuni di loro sono capitalisti e imprenditori, altri sono dipendenti stipendiati, ed altri ancora burocrati di alto rango finanziati da istituzioni fortemente interventiste; e in base a come funziona il capitalismo, quello che queste persone fanno (e quale sia il loro impatto) non potrebbe essere più diverso. Tuttavia i vari giornali e riviste finanziarie, che cercano di spiegare il capitalismo ai propri lettori, o non sono a conoscenza di queste differenze cruciali o le ignorano. Non credo che tutto ciò sia intenzionale. Sembra ridursi tutto ad una non chiara comprensione di ciò che rende unico il sistema capitalista, e di ciò che è necessario per farlo funzionare. Forse questa tendenza è più un sintomo che la causa.

Mi sono ricordato di tutto ciò quando ho letto il FT di oggi, in cui Mark Carney veniva paragonato ad un CEO. Qualcuno ha dimenticato che abbiamo a che fare con una burocrazia di stato, poiché le sfide che si trova davanti sono state equiparate a cambiamenti di gestione nel settore privato. Il giornalista ha elogiato “la volontà rinfrescante del funzionario statale di discostarsi dalla tradizione. Ingaggiare un outsider come la famosa Nemat Shafik del Fondo Monetario Internazionale – giovane, donna e con una mentalità internazionale – può aiutarlo a radicare i cambiamenti che intende apportare.”

Nessuna delle forze distruttive ed anti-capitaliste provenienti dal denaro elastico e dalle banche centrali (così vistosamente esposte alla recente crisi) verrà attenuata facendo finta che siano una parte naturale dell'economia di mercato. L'introduzione di nuove tecniche di management e di consulenza aziendale, per "abbracciare la diversità," non renderà la banca centrale meno interventista e la prossima crisi meno inevitabile.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


L'economia per non ripetere gli errori

Lun, 12/05/2014 - 16:09
Questa, diciamo, è una sorta di comunicazione di servizio. Insieme al Mises Italia sarò ospite dell’iniziativa di Roberto Gorini per presentare il proprio libro Matrix Economy. Con la presenza di altri nomi noti, e assai graditi, del panorama austriaco e libertario italiano si parlerà di teoria austriaca, dell’importanza di un’educazione economica e dei più comuni errori commessi nel valutare i rimedi alle presenti difficoltà economiche.

La mia presenza si articolerà in due parti: al dibattito di sabato 24 maggio, ore 17:30, in sala conferenze; nel foyer dell’hotel lungo le pause di sabato 24 maggio, per accogliere i curiosi che intendano approfondire le tematiche economiche introdotte dai vari relatori elencati nel programma.

Dove: Milano Malpensa, Hotel Sheraton.

Quando: venerdì 23 maggio e sabato 24 maggio 2014.

Accesso:

  • Dibattito “L’Economia per non Ripetere gli Errori”: libero e gratuito, per soci Mises Italia e non.
  • Conferenze 09:30 – 19:15 di venerdì, e 09:30 – 17:00 di sabato: i soci Mises Italia avranno accesso con forte sconto al biglietto GOLD, valido per due persone lungo tutte e due le giornate (le modalità di sconto saranno comunicate via e-mail a ciascun singolo socio).
  • Postazione Mises Italia nel foyer: libero e gratuito per tutti i curiosi.

Info: sito ufficiale dell’evento per programma e dettagli, oppure modulo Contattaci del Mises Italia.




L'indice della taccagneria

Lun, 12/05/2014 - 10:09




di David Howden


Arthur Okun ha elaborato "l'indice della miseria," un indicatore economico per vagliare il benessere di un paese. Incorporando i tassi di disoccupazione e di inflazione, l'indice è un indicatore delle difficoltà causate dalla mancanza di posti di lavoro e dall'aumento dei prezzi.

L'indice della miseria potrebbe essere un buon modo per sondare le difficoltà economiche nel presente, ma che dire del futuro? Per darvi un'idea, propongo qui "l'Indice della Taccagneria."

Per il momento accettate la generalizzazione secondo cui il vostro benessere è determinato dal reddito che avete. Come dice un vecchio proverbio: "Le cose migliori della vita sono gratis." Anche se non possiamo dare un prezzo all'amore, possiamo aumentare significativamente le nostre opzioni di trovarlo con un po' di denaro. Aggiungete poi la salute, l'istruzione, le vacanze, il modo di vivere e le possibilità offerte da un reddito maggiore, e scoprirete che i soldi fanno effettivamente girare il mondo.

Quali fattori diminuiscono il vostro reddito? Soprattutto le tasse, ma anche l'inflazione. Che dire dei debiti pubblici? Un giorno o l'altro dovranno essere ripagati, quindi è meglio pensare al giorno della resa dei conti. Quest'ultimo punto è quello che noi chiamiamo equivalenza ricardiana – l'idea che la spesa pubblica non sia un " pasto gratis," per così dire, e che infine sarà ripagata attraverso l'inflazione o le tasse.

L'Indice della Taccagneria (IT) rappresenta tutti e tre questi fattori, e ci dà una misura di quanto essi siano determinanti per il futuro della vostra vita. In breve, l'IT è la somma di 1) tasso di inflazione, 2) tax rate medio, e 3) valore attuale dei ripagamenti che sarebbero necessari per cancellare l'onere del debito pubblico (tutti espressi in percentuali).

In questo modo tutte e tre le variabili sono percentuali che influenzano il reddito, e tutte e tre possono essere sommate. Questo è uno dei vantaggi principali del mio IT rispetto alla sua controparte, al punto che l'Indice della Miseria presenta due variabili con diverse unità, vale a dire, la percentuale di persone che non lavorano e l'aumento in percentuale dei prezzi.

Pertanto l'Indice della Taccagneria comprende la somma delle percentuali di reddito perse a causa dell'inflazione, delle tasse e, infine, del ripagamento del debito corrente (e deficit attesi). Possiamo vedere i risultati per alcuni paesi della zona euro nella figura 1.


Figura 1: Indice della Taccagneria per alcuni paesi della zona euro

Ogni singolo paese è più infelice rispetto a prima che arrivasse l'euro. In alcuni casi è molto evidente. Il cittadino greco medio può aspettarsi di perdere il 70% del suo reddito a causa di una combinazione di rimborso del debito, inflazione e tasse. (Il calo improvviso dal 2011 è solo il risultato degli haircut imposti su grandi aree del debito pubblico greco.) In Irlanda abbiamo un fenomeno simile. La crisi dell'euro ha richiesto un tributo pesante alla Spagna: nel 2007 uno spagnolo poteva aspettarsi di conservare oltre il 60% del suo reddito futuro, oggi questa cifra è scesa a circa il 45% ed il problema è stato amplificato dai continui deficit pubblici e dalle basse prospettive di crescita.

La Germania è l'unico paese il cui l'IT non è cambiato significativamente dal 2000. Oggi il tedesco medio può ancora contare sulla perdita di circa il 47% del suo reddito futuro come dazio per l'inflazione, le tasse ed il rimborso del debito pubblico. Eppure, come chiarisce la figura 2, conta anche come saranno ripagate queste spese future.


Figura 2: Componenti dell'Indice della Taccagneria (2012)

Dal momento che l'IT è solo un'estrapolazione delle condizioni attuali, in tutti i paesi la minaccia di inflazione (che deruba i cittadini del potere d'acquisto) rimane bassa. Con l'inflazione intorno al 2% nella maggior parte dell'Europa, il cittadino medio ha poco di cui allarmarsi. Almeno non in relazione a minacce incombenti più grandi.

Le tasse sono la principale causa di preoccupazione. Infatti, un tedesco è minacciato quasi esclusivamente da tasse future. Alcuni paesi sperimenteranno un grande dolore economico per ripagare i debiti contratti nel corso degli ultimi anni. Nel modo in cui stanno andando le cose in Grecia, il 25% del reddito futuro dovrà essere dedicato a ripagare i debiti del paese. La Germania è un esempio all'altra estremità dello spettro, soprattutto il risultato di piccoli deficit insieme ad alti tassi di crescita che diminuiscono i costi futuri di rimborso del debito.

Offro questo caso di studio in tono scherzoso, in modo da misurare l'infelicità futura a causa di stati spendaccioni. Eppure, ci sono ancora alcune lezioni importanti da apprendere.

In primo luogo, i conti prima o poi dovranno essere ripagati. Nel breve periodo avere deficit elevati potrebbe dare l'illusione che le cose vadano bene, ma alla fine dovranno essere ripagati – o attraverso una maggiore inflazione, o attraverso le tasse. In secondo luogo, in molti paesi il livello di tassazione è così alto da essere la più grande preoccupazione per i cittadini. Infine, e forse più importante, ci sono i costi attesi per l'inflazione futura. La recessione ha avuto il vantaggio di coincidere con bassi tassi di inflazione. Questo non per una mancanza di volontà da parte delle banche centrali del mondo di avviare le rotative ed iniettare grandi quantità di liquidità nei mercati. La bassa inflazione non è qualcosa che dura per sempre. Ciascuno di questi paesi non ha un'inflazione superiore al 3.3% (Italia). Da un punto di partenza così basso, qualsiasi segno di rialzo dell'inflazione avrebbe effetti drastici, andando a ridurre la quantità di reddito futuro che i lavoratori possono aspettarsi di guadagnare. Se questo accade, il futuro dell'Europa potrebbe essere ancora più funesto di quanto pensiamo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Calciare il barattolo non è più una soluzione

Ven, 09/05/2014 - 10:05




di Francesco Simoncelli


[Questo articolo è apparso anche sul magazine online The Fielder.]


«Nessun paese [...] deve abbandonare la speranza di una valuta sonante. Non è la povertà degli individui e della comunità, non è l'indebitamento nei confronti delle nazioni estere, non sono le condizioni della produzione sfavorevoli, che fanno salire il tasso di cambio, bensì l'inflazione.»

-- Ludwig von Mises, The Theory of Money and Credit (pp. 251-252)


Sono passati quattro anni dall'inizio (ufficiale) della crisi europea, e sin da allora poco è cambiato. O almeno non in meglio. Ogni conferenza stampa della BCE presentava lo stesso resoconto, con poche variazioni; sembrano ormai dei prestampati con dei puntini di sospensione laddove è cambiato qualche numero o percentuale. Poche cose. Con l'OMT Draghi ha promesso di intervenire nei mercati qualora ce ne fosse stato bisogno, ma al momento i trader si sono fidati delle sue parole e i bond degli stati sono stati trattati come asset di prima qualità. Nonostante Basilea III li consideri davvero tali, il mercato li ha commerciati solo perché in caso di un evento imprevisto la banca centrale sarebbe intervenuta a tamponare le falle. In questo modo è stato più facile sterilizzare il pattume obbligazionario che la BCE aveva accettato come garanzia per i suoi prestiti e cercare di dare un minimo di stabilità alla zona euro. Il problema con questo approccio è stato l'aumento vertiginoso dei debiti pubblici. I PIIGS sono un esempio calzante, dove i vari governi che fanno riferimento a questo acronimo hanno ammassato quantità ingenti di debito pubblico.

Mentre si cerca di spostare sul settore privato il carico di dolore economico dovuto ad un riassestamento degli equilibri dei mercati, i governi si prendono la briga di direzionare nel modo più favorevole possibile (per la loro salute) i cambiamenti all'interno del tessuto economico. Questo vuol dire tassazione vertiginosa per risanare i conti in rosso degli stati e dei privilegiati che si nascondono sotto la loro ala. Le popolazioni europee cercano di vivere nel modo più armonico possibile col mercato, ma la manipolazione centrale interferisce costantemente con questo processo, prolungado oltremodo una ripresa sana. I vari meccanismi di "solidarietà" che hanno accumulato denaro per salvaguardare i vari stati europei in sofferenza non bastano più, ed i tedeschi paiono spazientiti dal ricoprire il ruolo di garanti per le spese folli degli altri.




Spazientiti al punto da cedere alla verosimile possibilità di dare luce verde ad un QE della BCE. In tutta Europa si levano voci a favore di un abbandono della moneta unica e del ritorno alle divise nazionali smantellate 15 anni fa. Nell'ottica dei popoli europei questa soluzione è l'unica che possa fornire una ripresa economica, ed è l'unica che possa fornire una spinta positiva la mercato del lavoro. In mancanza di una chiara epistemologia, questo è quello che ci becchiamo. In questo modo è facile che il lettore sprovveduto cada vittima delle insensatezze ed imprecisioni propagandate da una classe dirigente affamata di voti. Propagandare sciocchezze è facile. Non richede sforzi intellettivi ingenti. Nel breve termine paga. Ma nel lungo? Ovviamente no, perché la cosa che vogliono i leader politici è riprendere il potere di stampare denaro a tavoletta. Tutto qui? Tutto qui. E' la risorsa ultima a cui affidarsi quando il resto delle loro menzogne cade sotto il peso delle contraddizioni smascherate dalle forze di mercato. In Italia ha funzionato per molti anni, almeno finché i nodi non sono venuti al pettine e le conseguenze disastrose di un simile agire non stavano venendo a galla. Aderire all'euro per schivare il proiettile fatale ha fatto comodo. Si è potuto calciare il barattolo.

E' diventato enorme ora.



L'ORIGINE DELLA CRISI EUROPEA

La ricorrenza dei cicli economci è un evento che negli ultimi decenni si è ripetuto sempre più spesso, accumulando nell'ambiente economico una quantità crescente di errori necessitanti di una correzione. Potremmo azzardare la seguente affermazione: la crisi finanziaria che attanaglia l'occidente è iniziata esattamente nel 1971. Recidendo le ultime vestigia del gold standard, la pianificazione monetaria centrale ha spalancato le porte all'incertezza e al caos nel mondo dell'economia, creando confusione nei segnali economici attraverso la sua presunzione di conoscenza. Un ciclo lungo 43 anni, quindi, che ha conosciuto alti e bassi in base alla resilienza ed alla capacità delle forze di mercato di influenzare (seppur parzialmente) l'ambiente economico. In tutto questo tempo abbiamo fatto passi da gigante verso il giorno della resa dei conti, la cui inevitabilità è scandita dalle banche centrali che ormai vanno avanti alla cieca. Hanno sparato tutte le loro cartucce, ora non resta loro che pregare in un miracolo.

Analizziamo, quindi, l'ultima oscillazione del boom/bust che ha portato a questa Grande Recessione. Così come per ogni ciclo econoimco, esso è stato innescato da un'espansione artificiale dell'offerta di denaro (con M3 che ha raggiunto anche picchi annuali del 17%).




Diversamente dalla FED, la BCE espande l'offerta di denaro accettando i titoli di stato come garanzia per i suoi prestiti. Le banche, sapendo che la BCE accettarà i bond statali come garanzia collaterale, sono molto disponibili ad esporsi al debito pubblico perché una volta ricevuti i prestiti dalla banca centrale potranno espandere il credito. Non solo, ma attraverso la riserva frazionaria posso espandere ulteriormente il credito in mancanza di un sano aumento dei risparmi. Queste azioni inondano l'ambiente economico di nuovo denaro a basso costo, il quale perturba i segnali economici che gli individui sfruttano per impostare le loro decisioni. Questo significa che quei progetti imprenditoriali che prima erano sostanzialmente impraticabili, al nuovo prezzo del denaro diventano "magicamente" praticabili. In questa euforia collettiva le banche commerciali si affrettano ad entrare in possesso di bond statali e a non perdere quote di mercato, mentre gli individui accorrono agli sportelli per accendere nuove linee di credito o comprare qualcosa con un mutuo. Il mercato obbligazionario statale diventa molto liquido spronando altre entità ad entrare in questo trading: fondi d'investimento, fondi pensione, assicurazioni.

A cascata, il nuovo denaro invade l'economia più ampia andando a far aumentare i prezzi al consumo. Crescono le aspettative inflazionistiche, e dato che la BCE cerca di adeguarsi rigorosamente ad un'inflazione dei prezzi di circa il 2%, inizia ad adottare un atteggiamento più restrittivo nei confronti di coloro che chiedono prestiti: inverte l'espansione artificiale del denaro. Cio' mette pressione ai tassi di interesse facendoli levitare, aumentando di conseguenza il costo del denaro. Nel frattempo, il dinamismo del mercato scopre quegli investimenti improduttivi che erano sembrati praticabili grazie all'atteggiamento accomodante della banca centrale, portandoli ad una fine ingloriosa. Ex-post si scopre che erano attività in bolla. Questo significa che tali investimenti hanno risucchiato risorse e manodopera, andando a creare lavori illusori e che devono essere liquidati. La struttura produttiva ne esce pesantemente distorta. Non solo, anche l'ambiente finanziario viene intaccato dall'euforia del boom, la quale spinge gli investitori a cercare rendimenti decenti in investimenti rischiosi. (La stessa cosa sta accadendo adesso con la bolla delle obbligazioni statali, la quale ha stimolato quella azionaria e adesso sta dirottando banche ed altri trader sui junk bond.) L'azzardo morale cresce e cresce anche il rischio di controparte. Una volta scoppiata la bolla, il valore di quegli asset gonfiati attraverso la stampante monetaria evapora, ma le passività restano.

Le entità più esposte all'attuale crisi finanziaria sono le banche commerciali. I loro bilanci sono disastrati, pieni di crediti inesigibili e sofferenze. Le uniche cose che le hanno tenute a galla sono state le riserve in ecesso fornite dalle banche centrali e la loro riluttanza ad estendere nuovi prestiti. Anch'esse rappresentano investimenti improduttivi e sarebbero dovute fallire nel 2010 allo scoppio della crisi del debito europea, ma il cartello del settore bancario centrale ha un duplice compito: salvaguardare il settore bancario commerciale e lo stato. La BCE, attraverso misure non convenzionali come i due LTRO, ha fornito momentaneamente una boccata d'ossigeno ad entrambi. Ma la mole di errori accumulati da banche e stati va al di là di ogni immaginazione. Il sistema attuale è in lenta cancrena.

Più a lungo verranno tenuti artificialmente in vita, più dreneranno risorse, più ritarderanno la venuta di una ripresa in accordo col mercato. Finché esisterà un settore bancario centrale, è inutile parlare di soluzioni liberali e in accordo col mercato. Sono impossibili da attuare. Chiunque lo faccia nonostante la presenza di un ente centrale manipolatore, o non capisce l'economia di libero mercato o sta mentendo. Non capisce o non vuole ammettere che i prezzi sono solo un mezzo attraverso il quale il mercato coordina le varie azioni degli individui. I prezzi si aggiustano al margine, e nel loro aggiustamento indicano la via per riallocare correttamente le risorse scarse. Se esiste chi puo' interferire in questo processo, otterremo solamente una dose maggiore di errori ed un processo di pulizia più doloroso. La BCE sta facendo esattamente questo: per permettere la vita ad alcune entità improduttive, sta condannando ad una sofferenza economica infinita il resto degli attori economici. Si cercano soluzioni magiche che possano far scomparire la grandezza mastodontica che sta assumendo il barattolo ad ogni calcio. Non esistono. Perché? Perché non esistono pasti gratis.

Nonostante il sostegno artificiale delle banche centrali, che hanno influenzato i tassi di interesse talmente tanto da farli arrivare quasi allo zero, gli asset di dubbia qualità continuano a deteriorarsi progressivamente spingendo gli stati ad aumentare la spesa pubblica, il debito e la loro ingerenza normativa nel mercato. Perché continuano a deteriorarsi quegli asset nonostante le vagonate di denaro che continuano ad essere riversate in stati e banche commerciali? Perché rappresentano investimenti improduttivi, e come tali dovranno essere liquidati prima o poi. Continuano a drenare ricchezza a loro favore, sfilacciando lentamente il tessuto economico della società. L'inevitabilità di una resa dei conti non è "catastrfisomo," ma la semplice constatazione di come Herbert Stein avesse ragione quando diceva: "Quando qualcosa non puo' più andare avanti, si fermerà."



UN CASO DI STUDIO: LA GRECIA

Nel 1992 venne firmato il Trattato di Maastricht da 12 paesi membri dell'Unione Europea, le cui regole imponevano agli stati firmatari di non sforare un rapporto deficit/PIL del 3% ed un rapporto debitto pubblico/PIL del 60%. Ovviamente queste regole non sono state lontanamente prese in considerazione, e la Grecia è stata in prima linea per superare in ogni modo questo limite. Quando entro' in vigore la nuova moneta europea, i tassi di cambio erano abbastanza alti e il governo greco doveva fare una scelta: lasciare che i salari calassero per rapportarsi al nuovo equilibrio, o spendere per assistere in ogni modo questi lavoratori. Ma la sua appartenenza all'UE garantiva al governo ellenico una carta per uscire dai guai: l'implicita garanzia che la BCE avrebbe "aggiustato" le cose. I tassi di interesse sul decennale greco, ad esempio, calarono costantemente allineandosi con i rendimenti tedeschi (stessa cosa per l'Italia) veicolando nell'ambiente economico l'illusione che i bond greci fossero tanto buoni come i bund tedeschi. Nonostante la storia obbligazionaria della Grecia fosse piena di default, la sua credibilità creditizia divenne improvvisamente degna di fiducia agli occhi degli investitori internazionali.

Il carry trade fornito da questo ambiente paradossalmente mutato era decisamente invitante per le banche europee. Avrebbero preso in prestito denaro a tassi bassi ed avrebbero acquistato bond greci a tassi più alti; finché la BCE garantiva con la stampante monetaria la vita a questa operazione, la corsa ai bond greci sarebbe continuata. Indebitarsi per i vari stati europei, sempre in necessità di denaro data la loro impossibilità di produrre qualcosa, divenne più semplice ed apparentemente proficuo. Dal punto di vista politico/elettorale sicuramente, dal punto di vista finanziario un po' meno. Questo incentivava ancora di più il paese ellenico a sprofondare nel debito, avvalorando progressivamente la falsa credenza secondo cui era possibile spendere come se non ci fosse un domani, senza sanzioni negative. In realtà c'erano, solo che non erano visibili.

La monetizzazione del debito greco veniva pagata dagli altri paesi europei fiscalmente più resposanbili, incentivando anch'essi ad aumentare i propri deficit. L'effetto Cantillon dell'operazione faceva aumentare i prezzi in quegli stati che ricevevano il nuovo denaro più avanti nel tempo, creando una situazione in cui il resto d'Europa "sosteneva" la Grecia. Non solo, ma la voracità dello stato, in mancanza di sanzioni negative apprezzabili, era un buco nero che inglobava tutto il pattume con cui avrebbe potuto finanziarsi. Ecco quindi che gli "ingenui" politici greci andarono a stipulare contratti derivati con cui continuare la loro indigestione di denaro facile.

Nonostante all'inizio della crisi europea siano stati incolpati di tutti i mali di questo mondo, i derivati non sono affatto quello strumento finanziario preposto a danneggiare coloro che lo usano. I derivati,  ad esempio, hanno la loro utilità nell'anticipazione imprenditoriale dei prezzi futuri. Già nel XIX secolo i contadini usavano il prezzo future per vendere grano: un flusso di reddito sicuro contro un guadagno/perdita per eventi imprevisti. Il problema si pone quando il mercato sperimenta un'espansione artificiale dell'offerta di moneta che va ad influenzare l'intero panorama economico attraverso una progressiva distorsione dei segnali di mercato. La Grecia, affinché potesse rientrare di parte del debito facendo bella figura davanti a tutta l'Europa, stipulo' una serie di contratti derivati con banche commerciali. Ad esempio, per ridurre di qualche miliardo il proprio debito pubblico il governo ellenico stipulo' con Goldman Sachs contratti derivati per scambiare bond esteri con bond nazionali. Il profitto da questo scambio aumentava alla diminuzione del tasso di interesse di riferimento della banca centrale, e data l'espansione dell'offerta monetaria, la Grecia potè magicamente cancellare con un tratto di penna alcuni miliardi del suo debito pubblico.

La banca commerciale americana sembrava aver fatto un regalo al governo ellenico, ma questo venne compensato con un altro contratto derivato (stavolta basato sui tassi di interesse di riferimento della FED). Così, se da un lato il debito greco diventava improvvisamente più sostenibile agli occhi della comunità internazionale, dall'altro veniva peggiorato in segreto (ricordiamoci che i derivati non venivano incorporati nei conti pubblici, come apprendiamo da questo documento a pag. 198) attraverso la sottoscrittura di uno strumento potenzialmente rischioso. Tutti questi sotterfugi finanziari erano orditi per ottenere benefici di breve termine e spenderli a fini clientelari, scaricando sul lungo termine i conti da pagare. Gli artifizi contabili hanno tenuto in vita l'economia greca finché il dinamismo del mercato non ha scoperchiato il vaso di vermi: la Grecia aveva truccato i conti. Qualunque sia lo stratagemma escogitato dai pianificatori centrali, l'efficienza del mercato lo scoprirà sempre prima o poi. Non c'è scampo. Quello che è successo nel 2010 si ripeterà ancora e ancora, ad ogni ricorrenza del ciclo boom/bust.

Goldman non è andata con una pistola dai politici greci e li ha costretti a sottoscrivere contratti incomprensibili ed onerosi, sono stai loro a rivolgersi alla banca commersiale americana e cercare di giocare d'azzardo in modo da soddisfare le regole di Maastricht e non dover far sentire dolore economico alla popolazione per decisioni sbagliate prese in passato. Questa strategia avrebbe acuito i malesseri economici, ma ai dirigenti politici del periodo poco importava. Si sono gettati a capofitto in un mercato che non capivano appieno, incuranti delle conseguenze, facendosi abbindolare da offerte apparentemente proficue che si sarebbero invece trasformate in tagliole finanziare all'aumentare delle manipolazioni delle banche centrali.



UN PUNTO DI SVOLTA

Diversamente dalle credenze popolari e delle opinoni che appaiono sui media mainstream, l'euro è nato e morirà come valuta fiat. Non ha nulla a che fare con un presunto gold standard. Non è un proxy del gold standard. Perché? Perché l'offerta di moneta dell'eurozona può essere espansa arbitrariamente attraverso la cosiddetta politica monetaria. La sola esistenza di questo concetto ci suggerisce come la stampante monetaria possa essere utilizzata per agevolare privilegi a quei soggetti che per primi raggiungono il denaro di nuova creazione. Come vediamo dal seguente grafico, e come è stato illustrato nel secondo paragrafo di questo articolo, l'espansione monetaria artificiale è la causa che ha dato vitsa a questa crisi.




La maggior parte del denaro utilizzato per salvare il settore bancario commerciale, però, è rimasta parcheggiata presso la banca cetnrale sotto forma di riserve in eccesso. Le banche, infatti, sono restie a prestare e gli individui non si azzuffano per accendere nuovi prestiti. Per questo, il settore bancario commerciale ha guardato altrove per cercare di guadagnare qualcosa: il mercato azionario. Come vediamo da questo grafico i rapporti di leva sono sbalorditivamente elevati.




Fino ad oggi la politica del calcio al barttolo ha dato i suoi frutti: si è acquistato tempo. Ma è una strategia temporanea, in modo che i banchieri centrali potessero ragionare a mente fredda. Il problema è sempre il solito: il sistema attuale è gravato da troppi errori accumulati dal passsato ed è diventato insostenibile. Qualsiasi altro sotterfugio per ritardare un'inevitabile pulizia del mercato arriverà con un conto da pagare sempre più salato. E' per questo che oggi c'è bisogno di ripartire da un punto di partenza a lungo abbandonato. C'è bisogno di ripartire laddove l'onestà del mercato poteva esprimersi senza timori di alcun genere riguardo presunti interventi positivi nel mercato. In breve, c'è bisogno di denaro onesto. L'unica forma di denaro onesto conosciuta ad oggi dall'uomo è solo una: l'oro. C'è bisogno di un maggiore grado di responsabilità nel settore monetario. C'è bisogno di meno incertezza. Il denaro fiat è l'antitesi di qualsiasi crescita economica sana in accordo con le forze di mercato.

Il cammino sarà arduo e impervio, ma non solo è necessario, è inevitabile. Sono le forze di mercato che ci spingono verso questa direzione. Sono le scelte apparentemente sopite degli attori di mercato che incitano un ritorno al denaro onesto. Il ritorno all'oro è solo un punto di partenza, l'elisir verso la prosperità può essere solo e soltanto uno: laissez-faire. Niente più trasferimenti di ricchezza arbitrari, niente più inflazione fuori controllo, niente monetizzazione del debito. Lo stato tornerebbe ad essere limitato, elemosinando le risorse qualora volesse spendere i proventi che incamera. Di solito, però, la possibilità di un ritorno al gold standard viene sminuita avanzando critiche relative alla cosiddetta bilancia dei pagamenti. Si pensa che qualora ci si trovi di fronte ad una "sopravvalutazione" di una valuta, questa dovrebbe essere deprezzata per far tornare appetibile le sue esportazioni e ridurre di conseguenza eventuali deficit della bilancia commerciale.

Se si vuole un'analisi superficiale, il lettore può accontentarsi della suddetta affermazione. Ma finirebbe in errore. In primo luogo, dire che una valuta è spravvalutata o sottovalutata non significa nulla. Sarebbe come dire che le mele sono sopravvalutate rispetto alle pere. Sono trucchi semantici per intorbidire il pensiero di lettori ignari (in mancanza di una chiara epistemologia ci becchiamo questo purtroppo). Il tasso di cambio, come qualsiasi altro prezzo, veicola informazioni in base alle quali gli attori economici poi prenderanno le proprie decisioni. In secondo luogo, una bilancia commerciale in negativo è risanabile anche se una certa nazione sta utilizzando come denaro monete d'oro. Se, ad esempio, l'Italia spendesse di più per acquisti esteri, la quantità di oro fisico nelle mani della popolazione italiana diminuirebbe e andrebbe nelle mani di quelle nazioni in cui viene speso, diciamo la Francia. Allo stesso tempo, dato che gli italiani stanno spendendo oro per acquistare prodotti francesi, quelli in patria vedrebbero diminuire i loro prezzi. Al contrario, aumenterebbero quelli francesi dato il flusso di oro che gli italiani stanno inviando oltralpe. Ceteris paribus, quindi, l'Italia sarebbe progressivamente in grado di offrire all'estero prodotti a buon mercato (spingendo quindi le esportazioni), mentre la Francia sarebbe in grado di acquistare più prodotti esteri (spingendo quindi le improtazioni).

Il flusso commerciale si invertirebbe, arrestando il deflusso di oro che esce dall'Italia. Questo meccanismo venne definito da David Hume come price-specie flow. Mercantilisti e keynesiani spesso attaccano questo concetto, credendo erroneamente che un ribilanciamento commerciale debba passare per forza attraverso un deprezzamento della valuta. Demonizzano, quindi, l'oro perché rappresenta una moneta difficilemnte manipolabile arbitrariamente. Quello che ignorano, però, è che la bilancia commerciale non è dipendente da esportazioni e importazioni, perché questo è quello che si vede. Quello che non si vede è che il volume commerciale è totalmente dipendente dai prezzi. Il commercio tra due nazioni viene reso proficuo dalle differenze dei prezzi.



CONCLUSIONE

Lasciate morire l'euro, così come qualsiasi altra valuta fiat. Prima accadrà, meglio sarà.


Ci sono le sanzioni economiche dietro una possibile recessione in Russia?

Gio, 08/05/2014 - 10:17




di Frank Shostak


Secondo i commentatori, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea stanno spingendo la Russia verso una recessione. Tuttavia, riteniamo che alcuni dati economici russi stavano mostrando un indebolimento già prima della crisi della Crimea. Questo aumenta la probabilità che le sanzioni potrebbero non essere il fattore chiave di una recessione.

Il tasso annuale di crescita del prodotto interno lordo reale (PIL) è sceso allo 0.3% a febbraio, dallo 0.7% di gennaio e dall'1.8% del luglio dell'anno scorso. Dopo la chiusura al 12.2% a marzo dello scorso anno, il tasso annuale di crescita delle vendite al dettaglio è sceso al 7.7% a gennaio prima di stabilizzarsi al 9.6% a febbraio.






Suggeriamo che il fattore chiave dietro al rallentamento e ad una possibile recessione, è un netto calo nel tasso annuo di crescita dell'offerta di moneta (AMS) dal 67.1% del maggio 2005 al -12.2% del settembre 2009. Riteniamo che la forza motrice di questo drastico calo, è una forte diminuzione nella dinamica di crescita del bilancio della banca centrale (vedi grafico).






C'è uno scarto di tempo tra le variazioni dell'offerta di moneta ed il suo effetto sull'attività economica. E' molto probabile che un calo nel ritmo di crescita dell'offerta di moneta, dal maggio 2005 al settembre 2009, stia cominciando a dominare la scena economica attuale.

Ciò significa che le varie attività in bolla emerse grazie all'aumento dell'offerta di moneta, stanno finendo sotto pressione. Da questo punto di vista, indipendentemente delle sanzioni, l'economia russa sperimenterebbe un cosiddetto rallentamento economico, o peggio una recessione.

Per contrastare un ulteriore indebolimento del rublo rispetto al dollaro statunitense, la banca centrale russa ha aumentato il tasso repo a sette giorni dall'1.5% al 7%. Il prezzo del dollaro in rubli è salito a 36.3 a marzo, da 30.8 rubli a marzo dello scorso anno – un incremento del 18%.






Mentre un tasso di interesse più alto può avere un certo effetto sull'attuale dinamica di crescita dell'offerta di moneta, rischia di avere un effetto marginale sul rallentamento economico attuale, il quale è stato provocato da politiche del passato.

Non c'è dubbio che se dovessero entrare in vigore le sanzioni, andrebbero a danneggiare l'attività economica in generale, vale a dire, sia le attività in bolla sia quelle non in bolla.

Su questo si deve esercitare una certa cautela, dato che le principali economie mondiali si stanno dirigendo verso una fase di crescita lenta.

Da questo punto di vista, a prescindere delle sanzioni, il ritmo della domanda per le esportazioni russe rischia di attenuarsi.

E' molto probabile che l'Eurozona, un importante partner commerciale russo, non applicherà le sanzioni, proprio per attutire l'effetto del possibile rallentamento economico. (Le sanzioni avranno un effetto economico dirompente non solo sulla Russia, ma anche sulla zona euro.) Si osservi che l'export della Russia nei confronti della zona euro, in percentuale del totale delle sue esportazioni, si è attestato al 54.1% nel 2013 rispetto al 52.9% nel 2012. Invece l'export della Russia verso gli Stati Uniti si è attestato al 2.1% nel 2013. In percentuale delle importazioni totali, l'import della zona euro nei confronti della Russia si è attestato all'8% a gennaio, mentre quello americano si è attestato allo 0.8%. Si noti che la zona euro dipende dalla Russia per un terzo delle sue importazioni di energia. Quindi non ci sorprende se gli europei risulteranno più riluttanti rispetto agli Stati Uniti nel far rispettare le sanzioni.






Le riserve valutarie della Russia si sono leggermente indebolite a febbraio rispetto al mese precedente. Il livello delle riserve è diminuito dell'1.1% arrivando a $493 miliardi, dopo il calo del 2.1% a gennaio. La dinamica di crescita delle riserve rimane sotto pressione, il cui tasso annuale si attesta al -6.2% a febbraio contro una cifra simile a gennaio. Un ulteriore indebolimento dell'attività economica della Cina e la conseguente pressione sul prezzo del petrolio, rischia di esercitare una maggiore pressione sulle riserve estere.






Nel frattempo, la dinamica di crescita dell'indice dei prezzi al consumo russo (CPI) mostra un visibile indebolimento, il cui tasso annuo si attesta al 6.2% di febbraio contro il 6.1% di gennaio. Si osservi che a febbraio dello scorso anno si attestava al 7.3%. In base alla dinamica di crescita della nostra misura monetaria russa (AMS), possiamo suggerire che il tasso annuale di crescita del CPI russo rischia di indebolirsi ulteriormente nei prossimi mesi.






Sintesi e conclusione

Secondo alcuni esperti le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall'Unione europea, rischiano di spingere la Russia in una recessione. Suggeriamo che il fattore chiave che rischia di spingere la Russia in una recessione non sono le sanzioni in quanto tali, ma un forte calo nella dinamica di crescita dell'offerta di moneta tra maggio 2005 e settembre 2009. Data la possibilità che le principali economie mondiali si stiano dirigendo verso un nuovo rallentamento economico, suggeriamo che, indipendentemente delle sanzioni, la domanda per le esportazioni russe rischia di attenuarsi. Ora, dato che la zona euro dipende dalla Russia per un terzo delle sue importazioni di energia, non ci sorprenderebbe se risultasse più riluttante rispetto agli Stati Uniti nel far rispettare le sanzioni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il partito della guerra è al lavoro in Siria: Un'altra nazione distrutta, più sangue sulle mani americane

Mer, 07/05/2014 - 10:12




di David Stockman & Eric Margolis


Lo scorso autunno, proprio al momento giusto, il popolo americano ha finalmente puntato i piedi e ha tolto le chiavi di Obama dalle batterie di missili Tomahawk. Nonostante il fuoco dei missili sia stato messo a tacere, la distruzione non è diminuita. Infatti, la carneficina continua in quella che la stampa internazionale definisce "guerra civile" in Siria. Il conteggio dei morti è nell'ordine delle centinaia di migliaia; il flusso di profughi disperati è nell'ordine dei milioni; l'ordine civile, le vettovaglie, le forniture di carburante, gli edifici, le strade e le case sono in rovina; ed i barbari jihadisti, che ora dominano la cosiddetta opposizione, saccheggiano gran parte della terra al di fuori delle zone controllate dal governo.

E' fuor di dubbio che il brutale regime quarantennale della famiglia Assad abbia seminato malcontento e rivolta — soprattutto tra la maggioranza sunnita della Siria. Ma ciò che è iniziato come l'ennesima "rivolta," non è diventato un calderone di guerra civile e indicibile violenza per miracolo divino.

Un'altra nazione del Medio Oriente è stata distrutta perché "l'opposizione" è stato provocata, rifornita, addestrata, armata e finanziata dall'Occidente e dagli sceicchi del Golfo Persico. Qualunque siano le sue legioni di peccati, il regime di Assad non è stato più brutale, tirannico o decadente della Casa di Saud o dei governanti Al Thani del Qatar. Quindi la "guerra civile" non mira ad un governo migliore per la popolazione sofferente della Siria, perché non è più una guerra civile — semmai lo sia stata.

E' una proxy war pura e semplice. L'obiettivo è ancora una volta il "cambiamento di regime," e non perché Assad è malvagio; ma perché nella fantasia e nella propaganda del Partito della Guerra neo-con, i governanti dell'Iran sono malvagi. Il vero scopo della guerra civile sponsorizzata dall'accoppiata USA-Arabia, è quello di eliminare il collegamento siriano nel presunto arco di influenza dell'Iran tra il Levante e Hezbollah.

Due cose sono chiare. In primo luogo, se Washington avesse una visione sobria del governo iraniano, non l'avrebbe demonizzato come un nemico implacabile della civiltà; avremmo risolto le nostre divergenze — tra cui l'urticante questione nucleare — in una sala conferenze e non attraverso una proxy war.

In secondo luogo, la guerra civile e la carneficina siriana possono essere fermate in qualsiasi momento dal nostro Nobel per la pace Obama; basta abbastanza buon senso da dire al Partito della Guerra di andare a farsi una passeggiata. Mentre la Siria giace morente, i media occidentali gridano: "Dobbiamo salvare i bambini in Siria." In effetti è così, fra nove milioni di rifugiati interni ed esterni della Siria, circa 450,000 sono bambini.

Tutte le guerre civili sono sanguinose e cruente, ma la lotta in Siria ha raggiunto nuovi picchi di violenza e di sofferenze tra i civili poiché gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita usano questa nazione come campo di battaglia per arrivare all'Iran.

Ho dato ampia copertura alla guerra civile del Libano 1975-1990; la sua memoria spaventosa mi fa ancora venire i brividi. Delle 14 guerre di cui mi sono occupato, il Libano è la prima in classifica per barbarie e sadismo. Un mio amico, proprietario di una boutique per donne, è diventato un Rambo paramilitare e passo' dal vendere profumo a tagliare le orecchie dei musulmani.

Una follia simile è quella discesa sulla Siria, dove i tanti gruppi etnici e religiosi si scannano gli uni con gli altri. 630,000 profughi palestinesi in Siria hanno sofferto terribilmente, in bilico tra le parti in conflitto.

Ma lamentarsi della situazione dei profughi in Siria non aiuta, perché bisogna ricordarsi che questa guerra brutale è stata iniziata dalle potenze occidentali e saudite, è finanziata da loro, e potrebbe essere interrotta in qualsiasi momento se Washington e Riyadh dessero l'ordine.

I combattimenti sono scoppiati nel 2011 dopo le manifestazioni contro il governo del presidente Bashar al-Assad. Molti siriani hanno sopportato la brutale dittatura dinastica della minoranza Alawi di Assad.

L'intelligence occidentale ha utilizzato tecniche sviluppate in Georgia, Ucraina, Iran, Libia, Turchia (senza successo) ed Egitto per convertire la rabbia della popolazione in manifestazioni di piazza. La risposta pesante del governo di Assad ha trasformato un problema locale in una guerra civile.

La maggior parte delle rivolte contro Damasco è iniziata ai confini con il Libano e la Giordania, dove i servizi di intelligence statunitensi, britannici, francesi e sauditi hanno organizzato, addestrato e finanziato gruppi anti-Assad. Anche l'intelligence turca, il MIT, ha alimentato la rivolta nel nord.

Credo fortemente che le forze speciali occidentali abbiano supportato segretamente le forze antigovernative, armandole con le ultime armi anticarro – proprio come nel rovesciamento del leader libico Muammar Gheddafi organizzato dall'occidente.

Da sempre la Francia ha aspirato a ristabilire una sorta di protettorato francese in Libano e in Siria. Curiosamente, i socialisti francesi hanno una mentalità più imperialista dei conservatori. L'intelligence francese – ex-SDECE, oggi DGSE – svolge un ruolo chiave nel sostenere le fazioni anti-siriane e anti-Hezbollah in Libano.

È interessante notare che anche la Russia non ha mai abbandonato completamente le sue pretese di guardiana dei cristiani del Levante. Mosca resta il più importante alleato della Siria.

Oggi la Siria è in rovina, insieme ad Afghanistan e Iraq – che hanno sfidato la volontà degli Stati Uniti e ne hanno pagato il prezzo. Tre anni di guerra e il governo di Assad sembra essere il vincitore del conflitto, aiutato da Iran, Russia e, in misura modesta, da Hezbollah.

Mentre Damasco guadagna slancio militare, le fazioni ribelli filo-occidentali della Siria languono in uno stato di confusione e rivalità. Non sono in grado di presentare una leadership rappresentativa. Nel frattempo, anche gli islamisti più radicali – forse 100,000 – hanno preso parte ai combattimenti. Sono mine vaganti che spaventano i loro protettori occidentali, forse anche più di Damasco. Nessuno è in grado di controllarli o organizzarli.

Ironia della sorte, questi jihadisti dovrebbero essere nemici dell'Occidente, mentre il regime laico di Assad un alleato. L'odio per l'Iran dà vita a cose divertenti.

Gli Stati Uniti hanno mostrato la loro frustrazione per questa guerra, e per la mancata vittoria, rompendo le relazioni diplomatiche con la Siria, un atto stupido che è totalmente controproducente e indica spesso una guerra imminente.

Più preoccupante, Israele ha lanciato un altro attacco alla Siria la scorsa settimana dopo che una delle sue pattuglie era finita (molto probabilmente) in un vecchio campo minato. Israele ed i suoi sostenitori negli Stati Uniti sono determinati a schiacciare il regime di Assad per poi passare all'Iran.

Dato il fallimento dei jihadisti anti-Assad, Israele potrebbe presto intervenire per distruggere le forze aeree e corazzate di Assad. Israele si sta preparando ad attaccare massicciamente Hezbollah in Libano, ennesimo tentativo di sradicare il movimento di resistenza sciita.

Gli Stati Uniti sono quasi entrati in guerra contro la Siria lo scorso autunno, finché l'abile diplomazia della Russia non ha tirato il tappeto da sotto i piedi di Washington. Ma le potenti fazioni negli Stati Uniti stanno ancora spingendo per attacchi navali e aerei in Siria.

L'Ucraina e la Crimea hanno temporaneamente distratto gli Stati Uniti. L'amministrazione Obama cerca di evitare il conflitto, ma i neo-con pro-Israele ed i falchi repubblicani stanno spingendo duro per la guerra – e le elezioni di medio termine arriveranno questo autunno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


L'euro non è sopravvalutato (né lo è nessun'altra valuta)

Mar, 06/05/2014 - 10:12




di Frank Hollenbeck


Una tesi ricorrente a favore di un'uscita dall'euro sostiene che la moneta europea sia sopravvalutata, e che la BCE (Banca Centrale Europea) non sia disposta a correggere questo "problema." Tale sopravvalutazione oscilla regolarmente intorno al 10% rispetto al dollaro. La banca centrale svizzera ha ceduto il controllo della sua offerta di moneta fissando la sua valuta a 1.2 rispetto all'euro, basandosi essenzialmente sull'idea che la sua moneta fosse "sopravvalutata." I sostenitori di una dipartita dell'euro ritengono che un paese con una moneta propria possa avere una politica monetaria indipendente, garantendo un tasso di cambio competitivo. A nessuno pare importare che seguendo politiche monetarie aggressive e deprezzando le proprie valute, gli Stati Uniti o la Gran Bretagna non ne abbiano tratto giovamento dal punto di vista economico. Tali politiche hanno costretto altri paesi, come il Brasile, a vendicarsi. Come Mises aveva previsto:

Un'accettazione generale dei principi di uno standard flessibile (tasso di cambio), deve pertanto tradursi in una gara tra le nazioni a chi svaluta più dell'altra. La fine di questa competizione è la distruzione completa dei sistemi monetari di tutte le nazioni.
L'idea che una moneta possa essere sopravvalutata o sottovalutata deriva dal concetto teorico di parità di potere d'acquisto (PPP): il tasso di cambio rifletterebbe la capacità  delle valute di acquistare lo stesso paniere di beni.

Ad esempio, supponiamo che l'oro sia venduto a $1,000 dollari a New York e €1,000 a Parigi, e il tasso di cambio sia di 1.3 dollari per un euro. I seguaci della teoria PPP potrebbero notare che questa situazione finirebbe presto grazie all'arbitraggio. Ad esempio, è possibile acquistare un'oncia d'oro a New York, portarla a Parigi e venderla per €1,000, quindi convertire gli euro in dollari e intascare un profitto di $300. L'arbitraggio è come trovare $100 sul marciapiede. Può capitare, ma non spesso e non per molto tempo. Il prezzo dell'oro potrebbe salire a New York, scendere a Parigi, o il tasso di cambio si potrebbe aggiustare. Dal momento che l'oro è valutato in dollari in tutto il mondo e il mercato dei cambi è grande, il prezzo a Parigi normalmente scenderebbe a €800. Il tasso di cambio di 1.3 riflette il rapporto tra il prezzo dell'oro a New York diviso il prezzo dell'oro a Parigi.

Secondo molti economisti che sottoscrivono la teoria del PPP, se lo scenario qui sopra è vero per l'oro allora può essere vero per tutti gli altri beni. Quindi, secondo la teoria PPP, il tasso di cambio tra dollari ed euro, ad esempio, è il rapporto tra tutti i prezzi negli USA rispetto ai prezzi in Europa. Il tasso di cambio dovrebbe semplicemente basarsi sui "fondamentali." Quindi ogni deviazione viene vista come una sopravvalutazione o una sottovalutazione della valuta.

Ci sono alcuni problemi con questa affermazione. Sebbene l'arbitraggio possa essere utilizzato per l'oro, non può essere utilizzato per tutte le merci. Non è possibile fare arbitraggio su un hamburger o su un taglio di capelli. La parità di potere d'acquisto non può essere applicata ai beni non scambiati. Non puo' essere nemmeno utilizzato per vari beni scambiati. Il prezzo di una bistecca che si puo' mangiare in un hotel a Manhattan con vista sulla città non sarà lo stesso, aggiustato al tasso di cambio, di una bistecca mangiata in un ristorante stop-and-go nei pressi di Parigi. Se non si considera solo il consumo di un bene ma anche la comodità, l'ambiente e una moltitudine di altri fattori, solo alcuni beni scambiati, come l'oro o il petrolio, rientrano nella definizione di arbitraggio necessaria per la parità di potere d'acquisto. Che differenza c'è tra una pagnotta di pane — quando la stessa può essere venduta a prezzi diversi — del supermercato, del ristorante, o della stazione di servizio? Sono lo stesso prodotto ma altri attributi la rendono differente dal punto di vista del consumatore, e pertanto non può essere sottoposta ad arbitraggio.

La rivista Economist pubblica due volte l'anno il Big Mac Index che misura la sottovalutazione o la sopravvalutazione di una moneta. Naturalmente, il prezzo di un hamburger ha più a che fare con il costo del lavoro piuttosto che con il costo del panino, della carne o dei sottaceti in un Big Mac. E' anche un bene non scambiabile, quindi non dobbiamo aspettarci un arbitraggio che possa uniformare i prezzi tra paesi o regioni. L'Economist sta cercando di vendere riviste, per cui è giustificato quando tende a non essere preciso. Tuttavia, gli economisti professionisti non dovrebbero utilizzare questo indice, o un qualsiasi indice, per identificare se una valuta sia sottovalutata o sopravvalutata. In realtà, tali definizioni sono solo una sciocchezza.





Il valore di una moneta, che si riflette nel tasso di cambio, è determinato dalla domanda e dall'offerta. Il prezzo del riso non è sopravvalutato, né lo è il prezzo delle mele. Tale affermazione sarebbe considerata idiota per beni come le mele e il riso, ma è giustificata per i tassi di cambio. Esiste equilibrio dove la quantità domandata è uguale alla quantità offerta. Nessuno sta sottopagando o sovrappagando. Suggerire una cosa del genere implica che il compratore sia irrazionale. E' triste notare come gli economisti delle banche centrali, come quelli della banca centrale svizzera, siano incapaci di trarre ovvie conclusioni sui tassi di cambio. Basterebbe pensare alla domanda e all'offerta.

Gli economisti dovrebbero bandire le parole sopravvalutazione o sottovalutazione dai loro vocabolari quando parlano di valute. Questi termini dovrebbero essere cancellati dai libri finanziari e internazionali. L'euro non è sopravvalutato, né dovrebbe essere utilizzata una logica fallace come tesi per smantellarlo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


A caccia di una nuova valuta

Lun, 05/05/2014 - 10:06




di Richard Daughty (alias The Mogambo Guru)


La mia povera schiena era dolorante per aver giocato a golf, la TV mi annoiava e, in preda alla disperazione per fare qualcosa di diverso tranne che interessarmi agli hobby dei miei figli o fare qualche lavoretto in casa (o anche fingere il minimo interesse per QUALSIASI di queste schiefezze), mi sono ritrovato a leggere roba sull'economia.

Come al solito, ero pervaso da quella terribile sensazione di terrore (siamo dannatamente fregati!) che mi sovviene ogni qual volta mi capita di leggere di come la follia monetaria/fiscale prosegua a ritmi incessanti, di come il Total Fed Credit sia cresciuto di altri $35.4 miliardi la scorsa settimana, di come la stessa FED stia acquistando $36.9 miliardi di titoli di stato USA (monetizzando fraudolentemente e sfacciatamente il debito pubblico per la somma annualizzata, in base a queste nuove cifre, di $1.840 dannati miliardi!). Nel caso ve lo siate perso all'inizio di questo paragrafo, siamo dannatamente fregati!

È interessante notare (ironico come a "fregati" possa seguire "interessante," eh?) come la valuta in circolazione, ovvero le monete e le banconote, sia salita di $9.6 miliardi la scorsa settimana; $31 dollari in contanti per ogni uomo, donna e bambino in America. In una settimana!

In effetti, a guardare le cifre, la valuta in circolazione è aumentata di $72.5 miliardi lo scorso anno, che sono circa $234 in NUOVO denaro per OGNI uomo, donna e bambino di prima!

Facendo parte di una delle categorie sopracitate, potete immaginare il mio malcontento quando ho aspettato con impazienza che mia moglie uscisse dalla cucina, così da poter dare uno sguardo nella sua borsa e rivendicare i MIEI $234. Ho pensato che forse avrei potuto sgattaiolare fuori e bere qualche birrozza rinfrescante, magari vedere chi e che cosa c'era di nuovo nel meraviglioso mondo delle spogliarelliste... solo per scoprire che la sua borsa era vuota!

E così le ho chiesto gentilmente delucidazioni ("Ehi! Tu in cucina! Dove sono i miei maledetti $234?"), sottolineando che sarebbe stato meglio se li avesse tirati fuori perché avevo dei piani, e intendo dire GRANDI piani, ma lei ha insistito che non aveva nemmeno i SUOI! Sto ancora indagando.

Nel frattempo, tornando al tema da cui siamo partiti, la Base Monetaria è appena salita di $82 miliardi raggiungedo gli attuali $3.839 miliardi dai precedenti $3.757 miliardi, e (secondo Barron's) lo scorso anno arrivava solo a $2.841 miliardi!

Quindi, hey! Volete parlare dell'inflazione dell'offerta di moneta che porta sempre all'inflazione dei prezzi al consumo? No? Dite che avete sentito questa storia tante, tante volte prima, e siete così dannatamente annoiati che avete deliberatamente SMESSO di leggere?

Beh, se ve ne siete andati allegramente a zonzo invece di leggere questo Tragico Avvertimento del Mogambo (TAM), per me va bene! Anzi, va benissimo!

La parte più crudele di me è contenta — CONTENTA, mi avete sentito? — che non abbiate intenzione di sentire quello che sto per rieptere per la millesima volta: dovreste acquistare oro, argento e petrolio in questo momento, cosa che suppongo non farete, quindi perderete favolose plusvalenze quando i loro prezzi esploderanno grazie all'idiozia monetaria della malvagia Federal Reserve e a quella delle altre banche centrali di tutto il mondo.

Come risultato, trascorrerete il resto della vostra vita in povertà, impantanati nella miseria a mangiare insalate rancide e hamburger pieni di vermi; forse mi guarderete guidare dall'alto della mia nuova e fiammante auto, stereo a palla e vernice lucida che scintillerà al sole. Forse mi sentirete anche ridervi in faccia: "Hahaha! Ora chi è troppo occupato per leggere un TAM? Hahaha!"

E dal momento che mi state ancora ignorando, non verrete a conoscienza della notizia agghiacciante secondo cui il malvagio G-20 si propone di "spendere" $2 bilioni il prossimo anno, o che la proposta di Obama sul bilancio federale è un incredibile $3.9 bilioni! Oddio!

Purtroppo, La Terribile Verità (LTV) è che questa follia monetaria cerca disperatamente di salvare le banche per un po', in quanto hanno prestato tutti i soldi dei depositanti... decine di volte.

Secondo i loro libri contabili tutti i vostri soldi in banca sono spariti, e l'unico modo per farli tornare è sperare che tutti quei mutuatari che li hanno presi in prestito onorino i loro debiti, cosa impossibile tra l'altro, perché non hanno i soldi per rimborsarli.

Ma questa, paradossalmente, è una cosa buona: quando si vendono gli asset per raccogliere denaro e pagare i debiti, l'offerta di moneta scende; i prezzi degli asset scendono; le cose crollanno; tutti finiscono sull'orlo della bancarotta e diventano nervosi.

E probabilmente accadrà MOLTO prima del previsto, dal momento che molti asset sono così incredibilmente esposti alla leva finanziaria che qualsiasi calo significativo dei prezzi spazzerebbe subito via tutto il capitale dell'investitore. Andrebbe rapidamente in bancarotta e lascerebbe ai suoi creditori una grande perdita (i quali, in ultima analisi, sono banche), provocando una diminuzione dell'offerta di moneta. Oddio ancora!

Alla luce di quanto detto qui sopra, non solo i consumatori NON stanno ripagando i debiti, ma stanno contraendo ulteriori prestiti! Il Consumer Installment Debt è salito di quasi $20 miliardi a dicembre, raggiungendo i $3.106 miliardi, cosa che sembra impressionante perché nell'ultimo anno è aumentato di quasi $327 miliardi (quasi il 12%!); siamo a circa $3,114 di debito in più per tutti i 105 milioni di americani titolari di carte di credito, una mazzata che arriva in un momento terribile in cui i tassi di interesse sono in aumento, i prezzi sono in aumento, ma i redditi sono in calo.

Di solito è a questo punto che scopro che in realtà STAVATE leggendo questo Tremendo Avvertimento del Mogambo (TAM), vecchie volpi, tradendovi con il vostro assalto verbale: "Chiudi il becco, Mogambo! Basta zitto, zitto, zitto!" Infatti l'ho abilmente schivato: "Se non state comprando oro, argento e petrolio con tutto quello che avete, allora state commettendo un grosso, grosso, GROSSO errore!"

E poi, in linea con il mio stile, termino la mia invettiva ispirandomi al Cyrano de Bergerac, dicendo con tutto il disprezzo mortale che posso raccogliere: "Idioti!"

Al di là di questaa chiusura evocativa, con me che interpreto Cyrano, maestro spadaccino bello e coraggioso e paroliere lirico, non c'è null'altro da aggiungere: sapete cosa fare e perché è necessario farlo.

In verità, il riferimento al Cyrano de Bergerac deriva da quella fantasia spontanea che mi piace buttare dentro, non so perché. Forse non lo sapremo mai. E nenache mi importa.

Ma sappiamo perché comprare oro, argento e petrolio, e questa è la cosa importante. E il fatto che sia anche facile farlo, rende sempre più ovvio esclamare: "Whee! Questa roba dell'investire è facile!"

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli