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Le differenze non significano necessariamente discriminazione

Von Mises Italia - Lun, 07/07/2014 - 08:00

Un altro Equal Pay Day è passato. Quest’anno è stato celebrato l’8 Aprile, per affermare quanto a lungo una donna debba lavorare nel 2014 per guadagnare quanto un uomo nel 2013. Quest’anno il momento saliente è stato quando il Portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha cercato di dare una spiegazione alle differenze retributive fra gli uomini e le donne che lavorano alla Casa Bianca, dicendo che quando occupano posizioni simili, sono pagati allo stesso modo. E mentre un rapporto CONSAD, commissionato dal governo federale qualche anno fa, rivelò come anche su scala nazionale fosse esattamente così, l’amministrazione Obama ha comunque proseguito con il suo ordine esecutivo di metter fine alle differenze retributive di genere.

Nulla di nuovo, ovviamente. L’Equal Pay Day e altre iniziative simili hanno sempre richiesto un largo grado di dissonanza cognitiva. Nel 2012, l’attrice a luci rosse Sasha Grey fece una Pubblicità Progresso (molto esplicita a dir la verità) per l’edizione belga dell’Equal Pay Day asserendo: “Il porno è l’unico modo per guadagnare più degli uomini”. Analizzando il messaggio pubblicitario, Jezebel ha accusato il video di mandare “messaggi contrastanti”.[1] La prima domanda che ci si potrebbe porre è perché, se le donne sono discriminate, tale discriminazione non è relativamente uniforme?  Dopotutto, non sono soltanto le attrici a luci rosse a guadagnare più dei loro colleghi uomini, ma lo stesso si applica alle modelle. Infatti, nel 2013, i dieci modelli maschili più famosi hanno guadagnato soltanto un decimo rispetto alla top ten femminile. Come mai?

Inoltre, non era la sinistra a credere, come disse Vladimir Lenin una volta, che “i capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo” (ovvero: ai capitalisti non interessa nient’altro che i soldi)? Se fosse vero, avrebbe senso che le modelle e le attrici a luci rosse guadagnassero di più data l’attuale domanda del mercato.

Comunque, dato che i progressisti tendono a spiegare tutte le differenze retributive fra due gruppi soltanto tramite la discriminazione, evidentemente i capitalisti non sono soltanto degli avidi, ma anche dei sessisti.

Se guardiamo più in dettaglio i fatti, emerge un quadro più complesso. Le donne guadagnano soltanto 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, ma a quanto pare i datori di lavoro di tanto in tanto cambiano sesso anche quando assumono persone che si suppone debbano rimanere vestite. Ad esempio, come nota Warren Farrell: “Quando uomini e donne lavorano meno di 40 ore a settimana, sono le donne a guadagnare più degli uomini”.[2] Secondo il Censimento del 2003, le donne guadagnano il 134% rispetto agli uomini quando entrambi lavorano fra le 25 e le 34 ore settimanali, ed il 107% quando si è fra le 35 e le 39 ore. Inoltre, gli uomini scapoli e senza figli fra i 40 ed i 64 anni guadagnano meno rispetto alle donne nelle stesse identiche condizioni. Nel 2001, guadagnavano 40.000 $ all’anno contro i 47.000 $ annui delle donne. [3] Perché i datori di lavoro discriminano in maniera così incostante?

 E sempre a proposito delle donne, ci sono delle strane discrepanze fra gruppi stessi di donne che la maggior parte della gente non si aspetterebbe. Discutendo degli anni ’60, l’economista Walter Williams scrisse:

 Uno dei segreti meglio mantenuti di tutti i tempi, nonché virtualmente del tutto ignorato nella letteratura sulle differenze razziali relative alla retribuzione, è che i tassi di retribuzione delle donne professioniste bianche/nere non hanno una composizione neanche lontanamente simile a quella dei loro analoghi maschi. [Le donne laureate di colore] guadagnano circa il 102% delle laureate bianche”. [4]

Non sono sicuro del perché i datori di lavoro scelgano di essere prevenuti contro le donne bianche in questo caso. E inoltre, se parliamo di razza, pare abbiano anche una strana preferenza per gli Asio-americani. Il reddito medio pro-capite degli Asio-americani  nel 2005 era di 27.331 $, contro i 26.496 $ dei bianchi. Quindi – anche se di poco – i bianchi in questo caso sono discriminati?

E la lista va avanti:

Tutte queste differenze – incluso l’interessante (ed incoraggiante) sviluppo che i redditi dei neri del Queens, New York, hanno sorpassato quelli dei bianchi nel 2005 – devono essere causate sicuramente soltanto dalla discriminazione, vero?

In realtà, ovviamente, tutte queste statistiche da sole non significano assolutamente nulla. Gli immigrati possono avere caratteristiche diverse rispetto a quelli che hanno deciso di non lasciare il proprio paese, la storia dei giapponesi e dei coreani negli Stati Uniti è molto diversa, gli atei sono soltanto una piccola parte della popolazione così come gli omosessuali (e quelli che sono apertamente gay possono avere caratteristiche diverse di quelli non dichiarati), chi abita nel nord degli Stati Uniti non compete direttamente per gli stessi lavori di chi abita nel sud, così come gli Americani non competono direttamente con i Francesi ecc. ecc.

Questo è il punto. Le differenze possono essere causate dalla discriminazione – e ovviamente la discriminazione esiste in un certo grado – ma soprattutto dato che essa punisce gli imprenditori forzandoli a pagare dei costi opportunità, è estremamente semplicistico comparare due gruppi senza fare alcuna altra considerazione. Ad esempio, come osservò Tom Woods:

I fattori che attualmente spiegano i divari retributivi ed altre differenze fra le diverse razze e gruppi etnici negli Stati Uniti (e altrove) sono in realtà molti e variegati. Consideriamo questo: l’intera metà delle donne messicano-americane si sposa nella sua adolescenza, rispetto soltanto al 10% delle donne nippo-americane. Soltanto questo fattore culturale in sé spiegherebbe la considerevole differenza nei redditi fra i due gruppi, dato che una giovane donna sposata tenderà ad avere meno mobilità e meno opportunità educative rispetto ad una giovane donna single[5]”.

 Vi è poi il fattore dell’età, che è spesso lasciato fuori da tutte le discussioni sulla disuguaglianza. Come scrisse Thomas Sowell nel 1984:

Le differenze d’età sono molto grandi. I neri in media sono di una decade più grande dei giapponesi. Gli ebrei sono un quarto di secolo più anziani dei portoricani. I polacchi americani sono vecchi il doppio degli indiani americani[6]”.

 Peraltro, quando Walter Block fu accusato di essere razzista per non aver spiegato con la discriminazione le differenze retributive fra bianchi e neri, una delle prove usate contro di lui fu che seppur partendo da costanti un eguale numero di anni passati a scuola, il divario rimaneva. Walter rispose con l’ovvio fatto che “un certo numero di anni scolastici passati in un sobborgo bianco non sono esattamente equivalenti agli stessi anni passati in una scuola nel ghetto”.

O le scuole dei ghetti necessitano di essere sistemate o c’è una discriminazione nell’occupazione, oppure entrambe contribuiscono ad essere parte dell’intera discrepanza.  E questo vale per tutte le differenze che si possono trovare. Come abbiamo visto, spiegare ogni divario retributivo soltanto con la discriminazione porta a delle conclusioni davvero strane (oh, quelle lesbiche giapponesi atee super-privilegiate, lavoratrici part-time, residenti al Nord!).

Esiste la discriminazione e concordo nel ritenerla un problema, ma le mere discrepanze non ci dicono nulla riguardo all’intero problema. È ora di smetterla di far finta che lo facciano.

Articolo di Andrew Syrios su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

 

Note

[1] Jezebel, 12 Marzo 12 2012 [Attenzione: contenuto sessualmente esplicito].

[2] Warren Farrell, Why Men Earn More (AMACOM, 2005), p. 79.

[3] Ibid., pg. xxiii.

[4] Walter E. Williams, The State Against Blacks (New York: Manahattan Institute, 1982), pp. 55-56.

[5] Thomas E. Woods, 33 Questions About American History You Are Not Supposed to Ask (New York: Randon House, 2007), p. 143.

[6] Thomas Sowell, Civil Rights: Rhetoric or Reality (New York: William Morrow, 1984), pp. 42-43.

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Una lunga pausa

Tra cielo e terra - Dom, 06/07/2014 - 23:53

Sono passati oltre sei mesi dall’ultimo aggiornamento, eppure, nonostante tutto, non mi va di scrivere un post di commiato per questo blog.
In questo effimero mondo virtuale, questo luogo per me resta una sorta di casa: anche se mi assento per un lungo tempo, voglio comunque avere un posto in cui poter tornare, se dovessi sentirne il bisogno.
Questo solo per dire che siamo ancora in vita.

 

Dr. Jim Willie - Systemic Breakdown of the US Economy and its Deadly Aftermath / Part 1

Deep Politics Monitor - Dom, 06/07/2014 - 21:19
From Paul Sandhu Jul 6, 2014:In Part 1 of this interview, Dr. Jim Willie looks back at the history of the Systemic Failure of the US Economy (not a mere Recession), analyses the true numbers measuring GDP and other Economic factors, and also offers a great lesson in the value of real Statistics and Statistical Analysis.

[NWO plot of the day]: Secret Trade in Services Agreement (TISA) - Financial Services Annex

Deep Politics Monitor - Dom, 06/07/2014 - 09:02
From Wikileaks, 2014-06-19: Today, WikiLeaks released the secret draft text for the Trade in Services Agreement (TISA) Financial Services Annex, which covers 50 countries and 68.2%1of world trade in services. The US and the EU are the main proponents of the agreement, and the authors of most joint changes, which also covers cross-border data flow. In a significant anti-transparency manoeuvre by

'NSA owns entire network anywhere in the world' - whistleblower William Binney

Deep Politics Monitor - Sab, 05/07/2014 - 11:28
From RT Jul 4, 2014: NSA global reach is omnipresent. The US intelligence controls the entire cyber network across the globe, violating individual privacy by storing endless data on its increasingly enlarged servers, former NSA crypto-mathematician, William Binney, told RT. READ FULL SCRIPT http://on.rt.com/y1q1fy

Dall'a priori kantiano alla critica dello stato

Freedonia - Ven, 04/07/2014 - 10:06




di Francesco Simoncelli


Partiamo da un assunto principe sulla natura umana: l'uomo è nato libero. Questo è un assioma vero a priori. Kant, nella Metafisica dei Costumi, arrivava a questa conclusione attraverso il ragionamento logico-deduttivo. Più in generale, con tale ragionamento arrivava a mettere in discussione l'auctoritas che negli anni aveva caratterizzato l'entità all'apice della piramide sociale. Quest'ultima mendiante l'ipse dixit incarnava l'autorità massima alla quale era destinato grande rispetto e riverenza. Una volta denudata da questo alone di onniscenza, essa veniva ridotta ad un semplice apparato coercitivo che dirige secondo i suoi capricci le sorti degli individui. In questo modo, il ragionamento di Kant conferisce agli uomini quella dose di responsabilità che giustamente spetta loro. Non è necessario elogiare la cosiddetta schiavitù "volontaria" per dimostrare come sia vero a priori questo principio; il suicidio è l'esempio massimo che si possa portare qualora ci sia ancora qualche scettico che metta in dubbio questo assioma.

Pensateci. Chi possiede il vostro corpo se non voi stessi? Ma questo non perché siete in grado di proferirlo a parole, altrimenti chiunque potrebbe rivendicarlo con un semplice gesto della mano o l'emissione di un semplice fonema dalla bocca. Le azioni, i pensieri, le riflessioni sono esclusivamente di proprietà di coloro che li hanno in mente. In virtù di tale possesso, ogni individuo esprime desideri e pulsioni attraverso i quali interagisce con i suoi pari. Come è possibile dimostrare incofutabilmente questa verità? Nessuno conosce i vostri pensieri tranno voi stessi. Solo l'individuo è in grado di trasformare lo stato di quiete in cui si trova il proprio corpo in uno stato di azione; sebbene gli impulsi per tale pessaggio possano essere scanditi da stimoli esterni, solo ognuno di noi, attraverso il pensiero e il ragionamento, può determinare suddetta trasformazione.

Adunque, avendo raggiunto codesta conoscenza apodittica, possiamo iniziare a vedere cosa ne scaturisce in basse alle varie situazioni che ci si presentano innanzi.

Da questo a priori derivano altri concetti che definiscono quel mondo di leggi che regola l'azione degli uomini. Non esistono per il bene degli individui, ma perché sono giuste. Arrivare a carpire questa conoscenza è possibile, il ragionamento deduttivo ci abilita a raggiungerne l'essenza attraverso la ragion pura, la quale ci apre le porte a quelle relazioni che possiamo definire imperativi categorici. Queste leggi sono particolarmente auto-evidenti e sempre vere. E' possibile, come per tutte le leggi, aggirarle ma la loro natura impedisce agli individui di negarle o abrogarle del tutto. Causa ed effetto in economia, ad esempio, rappresentano un imperativo categorico dal quale ci si può discostare, ma non per sempre. Quando accade, la ragion pura cede il passo alla ragion pratica, la quale apre i cancelli agli imperativi ipotetici.

Questi ultimi sono legati puramente alle azioni degli individui e dall'esperienza che ne deduciamo attraverso di esse, questo perché la ragion pura è connessa alla ragion pratica attraverso l'azione propositiva. In altre parole, i nostri pensieri vengono espressi in forma materiale mediante l'interazione che gli esseri umani esplicano quando passano da uno stato di quiete ad uno stato di azione. L'esperienza che viene acquisita dall'apprendimento estratto da questa sequenza di azioni, è figlia della ragion pratica; la rielaborazione con la nostra individualità pensante va a costituire quel comparto mentale definito ragion pratica pura. La ragion pratica, spogliata dalle sue valenze imeprfette, si fonde con le facoltà logico-deduttive dell'intelletto umano per creare un atteggiamento mentale con cui guardare al mondo con un piglio privo di pregiudizi fallaci.

Sebbene l'uomo in quanto tale è nato libero, lo stesso non lo si può dire per le sue azioni. Infatti, nonostante siamo liberi, non sempre siamo in grado di veicolare questa libertà attraverso le nostre azioni. La nostra sopravvivenza personale non è qualcosa che può essere considerata un diritto naturale, perché in fin dei conti nessuno è strettamente costretto a far sopravvivere qualcun altro. Il diritto naturale scaturisce dall'estensione della volontà individuale al mondo reale, quindi da una necessità affermativa di sopravvivere. Ma se qualcuno volesse porre fine alla propria vita? Potrebbe farlo, andando a ricercare il proprio bene personale mediante la cessazione della propria vita, ma questo non rappresenterebbe altro che un imperativo ipotetico. Certo, io che sono uno spettatore di questa azione continuerei ad essere libero ed a soddisfare i miei desideri in accordo con la libertà altrui, ma la manifestazione di una volontà negativa alla vita andrebbe ad inficiare i rapporti tra gli individui.

Infatti, la mia sopravvivenza va a tutto vantaggio di quella intricata relazione di interazioni che costituiscono il corpo funzionale del successo evolutivo dell'essere umano. E' stato attraverso la cooperazione che l'uomo è riuscito a battere le angustie della vita primitiva e le insidie insite nell'indole oscura degli uomini. E' stato attraverso la divisione del lavoro che il successo dell'essere umano ha portato ad un cambiamento significativo nelle condizioni di vita: la specializzazione che ogni individuo intraprende per migliorare le sue capacità, va a vantaggio dell'intera comunità in cui vive. In questo modo è specificamente concentrato a portare a termine il compito che si è prefissato quando ha deciso, tramite la sua creatività, di soddisfare i desideri degli altri, soddisfacendo di conseguenza anche i suoi. Maggiore è il grado di specializzazione, maggiore sarà la cura finale con cui verranno svolti i lavori. Maggiore è la libertà di cui gode, maggiore sarà la creatività e la passione che vi riverserà.

Quindi, se l'uomo è nato libero, attraverso le sue azioni riesce a trasferire al mondo circostante la sua libertà? Ovvero, quello che reputo un bene per me è altrettanto un bene per gli altri? Se il compito del mio essere ha tra le sue priorità la preservazione della vita, questo non rende le mie azioni un mezzo attraverso il quale è possibile elargire giustizia e al contempo libertà?

Non proprio. Sebbene ogni uomo sia decisamente orientato alla preservazione della propria vita, le sue azioni riflettono il grado di giustizia di cui beneficia solamente la sua persona. Ad esempio, l'omicidio può essere giustificato qualora qualcuno rappresenta una minaccia davanti ai nostri occhi, quando invece davanti ai suoi (quelli dell'omicida) non lo è. La libertà di cui necessita un individuo va a scontrarsi con la libertà di cui necessita un altro, e ne nasce un conflitto. Potremmo proporre lo stesso esempio con il furto, e rimarremo comunque in quel vicolo cieco rappresentato dallo scontro di azioni. Ovvero, la mescolanza tra ragion pura e ragion pratica.

Siamo a conoscenza dell'erroneità di un'azione riprovevole, ma allo stesso tempo costretti dalle circostanze in cui ci troviamo a dover agire in linea con l'ambiente che ci circonda. Questa non è una giustificazione valida affinché la nostra libertà si possa esprimere mediante atti che possano ledere la libertà altrui. Quindi se il meccanismo di trasmissione tra la nostra libertà ed il mondo esterno è quello che ci permette di unire ragion pura e ragion pratica, esso non è un veicolo a prioristico di libertà. La ragion pratica intorbidisce quello che la ragion pura conosce già. E' questo intorbidimento che permette agli imperativi ipotetici di far deragliare il perseguimento degli imperativi categorici. L'imperativo ipotetico, attraverso una concezione limitata di ciò che è bene per noi, oscura quello che è giusto.

Come detto in precedenza, la nostra libertà non coincide con quella altrui. Come riuscire, quindi, a recuperare quel legame presente nella nostra mente ma che evapora una volta che viene a contatto con le azioni propositive di un altro individuo?

La risposta più plausibile e verosimile è il confronto attraverso la stesura delle proprie necessità insieme a quelle di coloro con cui ci mettiamo a confronto. Il modo relativamente più giusto con cui si possa portare a buon fine questa operazione è tramite la scrittura di un contratto. La forma fisica di cui è costituito questo accordo tra varie parti, non rappresenta altro che l'incontro tra la libertà di ogni individuo. La ragion pratica viene depurata dai pregiudizi insiti nelle nostre azioni per essere ragion pratica pura.

Questo non è un concetto strettamente vero di per sé, rappresenta semplicemente il ricongiungimento tra ragion pura e ragion pratica al di fuori della nostra sfera mentale. E' l'imperativo categorico che viene raggiunto intelligibilmente e dimostra la sua veridicità. La pacificazione dei conflitti, ovviamente, non può essere affidata esclusivamente a quegli individui presenti alla stipulazione dei contratti. La mutevolezza dell'indole umana esige una monitorazione costante degli impulsi istintivi degli individui, i quali possono cedere sempre alla ragion pratica per soddisfare le proprie necessità. La fenomenologia con cui vengono espresse le azioni è decisamente differente dalla noumenologia con cui vengono pensate ed interpretate da altri.

Sorge la necessità di un'entità garante atta a far rispettare gli accordi pratici impressi nei documenti venuti fuori da una volontà reciproca di eliminare i conflitti e trovare una via pacifica all'espressione delle proprie azioni. Anche perché, l'imperativo categorico (es. costi/benefici) del conflitto porta con sé una serie di svantaggi che richiedono sforzi maggiori ed un impiego di tempo maggiore prima della loro completa risoluzione. L'imperativo ipotetico del breve termine non deve distogliere la ragione dall'imperativo categorico del lungo termine. Una volta eliminato il conflitto e l'ipoteticità delle azioni espresse, una volta che fuoriescono dal campo noumenico, ci troviamo di fronte ad una particolare simmetria grazie alla quale riusciamo a scorgere ciò che è giusto per quegli attori che decidono di interagire con gli altri. Lo scopo di questo saggio, infatti, è quell odi dimostrare con l'uomo sia al contempo libero e in grado di esprimere la sua libertà (in accordo con quella altrui) al di fuori del campo soggettivo. Colui che scrive sta semplicemente prendendo in prestito concetti filosofici di altri grandi pensatori del passato, i quali attraverso il loro ragionamento hanno tracciato quella via grazie alla quale si può giungere ad una società fondata sostanzialmente sulle responsabilità individuale e su una possibile autodeterminazione personale. Nel tentare di raggiungere il mio scopo, ho ritenuto opportuno prendere qualche spunto dal pensiero kantiano.

Il razionalismo ideologico su cui fondare l'a priori è la base per dimostrare come l'individuo sia al contempo libero e libero di rifiutare quelle condizioni in cui la sua libertà viene "ingiustamente" limitata da chi, sfruttando trucchi semantici, magnifica il ruolo di un presunto controllore il quale pretende di sfruttare una certa aura riverenziale e autoritaria per raggiungere i suoi fini. Fu infatti il secolo dei lumi che costituì uno spartiacque significativo tra l'ipse dixit dell'autorità dello stato e le decisioni individuali degli attori economici. L'auctoritas dello stato veniva sfiduciata di fronte all'acquisizione della responsabilità dell'individuo davanti alle sue azioni. La rivoluzione intellettuale di quegli anni ebbe i suoi natali circa un secolo prima in Olanda, dove iniziò a serpeggiare una visione della vita più orietanta al futuro (tutto ciò anche grazie ad una popolazione in aumento). Questa infusione di ottimismo spinse gli individui a concentrarsi sul loro "domani". Tale rivoluzione nel pensiero fu la scintilla anche di quella industriale, la quale fece sperimentare al genere umano uno dei periodi storici più floridi.

In questo contesto siamo testimoni di un conseguente rimpicciolimento delle aree controllate da un potere centrale. L'innovazione tecnologica, la creatività individuale e un cambiamento nell'etica permisero alla visione individualista di veicolare alle persone la quitenssenza della loro esistenza: la sintonia con un imperativo categorico piuttosto che uno ipotetico. La libertà individuale garantiva una vita scevra dalle insistenze petulanti di un qualche manipolatore centrale, spogliando quindi un qualsiasi sovrano o re della sua aura di onnipotenza. Non erano più, soggettivamente, percepiti come tali. Fu questo il periodo in cui Carl Menger sviluppò la sua teoria soggettiva del valore. Negli equilibri individuali non c'è posto per l'interferenza di un'entità esterna. A meno che non si tratti della risoluzione di conflitti, la necessità di una terza parte, che volesse imporre le proprie disposizioni, in un qualsivoglia atto di mercato tra due individui che interagiscono, è superflua nonché nociva ad un sano accordo tra le parti a confronto.

La presenza di una qualche realtà "super partes" è sempre stata richiesta per sopire le divergenze che emergevano in caso di diatribe. L'organizzazione del mercato ha quindi trovato la soluzione alle necessità degli individui, e un governo è stata la risposta alle esigenze di una certa garanzia per assicurare l'adempimento completo degli scambi performati nell'ambiente di mercato. Si badi bene, l'esistenza di un governo non significa necessariamente l'esistenza di un ente coercitivo attivo; come diceva anche Albert Jay Nock:

L'origine del governo è la comprensione comune ed il comune accordo di una società; [...] [Il] Governo mette in pratica il comune desiderio della società, primo, per la libertà, e secondo, per la sicurezza. Non si spinge oltre; non contempla alcun intervento concreto sull'individuo, ma solo un intervento passivo. Il codice del governo dovrebbe essere quello del leggendario re Pausole, che prescrisse solo due leggi per i suoi sudditi, la prima, Non fare del male a nessun uomo, e la seconda, Poi fa come vuoi; e [...] l'unico interesse del governo dovrebbe essere quello di mettere in atto tale codice.
Al contrario, Nock diceva che lo stato:

non si originò dalla comune comprensione e dall'accordo in una società; si originò dalla conquista e dalla confisca. La sua intenzione, lontana dall'assicurare "libertà e sicurezza", non contemplava niente del genere. Contemplava principalmente lo sfruttamento economico continuo di una classe su un'altra e si preoccupava della libertà e della sicurezza in coerenza con questa intenzione. La sua funzione primaria non era incentrata su [...] interventi puramente passivi sull'individuo, ma su innumerevoli interventi concreti molto onerosi, tutti allo scopo di mantenere la stratificazione della società in una classe sfruttatrice e proprietaria ed un'altra dipendente e senza proprietà. L'ordine di interesse che viene riflesso non è sociale, ma puramente antisociale; e coloro che lo amministrano, giudicati dal comune senso dell'etica o perfino dal comune senso della legge applicata alle persone, sono indistinguibili da una classe professionista di criminali.
La volontarietà di dare origine ad una organizzazione sociale che si occupi solamente di garantire la continuità della proprietà privata e della risoluzione dei conflitti, di pende totalmente dalla spontaneità degli individui. Rispetto dei contratti e difesa dei diritti di proprietà contro atti di aggressione, sopperire a queste richieste rappresenta un imperativo categorico mediante il quale gli attori di mercato possono sfruttare al massimo le loro capacità umane al servizio degli altri. Significa riconciliare la libertà individuale con la libertà degli altri. Possiamo affermare, senza paura di essere smentiti, che è giusto. In questo modo la sicurezza e la possibilità di massimizzare i propri sforzi, conferiscono alla società un certo grado di benessere che è possibile sfruttare a proprio vantaggio. Nessuno soverchia l'altro, il reciproco vantaggio di soddisfare i desideri individuali permette agli individui di elevare la propria individualità ad un nuovo livello nel quale trovare nuova ispirazione e nuove necessità. E' questa catena di eventi che apre le porte al progresso, alla creatività, all'evoluzione sociale. L'imperativo ipotetico del bene individuale, seppur corroborato dalla ragion pratica e da considerazioni miopi di breve termine, viene abbandonato perché consapevoli di un maggiore benessere attraverso un'azione economica.

Sebbene queste "leggi" siano auto-evidenti, l'indole umana è imperfetta. Come abbiamo visto in precedenza, con l'esempio dell'omicidio, sappiamo come esso sia un'azione riprovevole. Eppure l'omicida non la considera tale. Per lui è un bene che una determinata persona sparisca e cessi di vivere, e quindi è ipoteticamente legittimato a compiere una tale azione. La ragion pratica che sta alla base di questo tipo di esperienza annebbia le considerazioni di lungo periodo legate a questo tipo di azione. Il caso dell'omicidio, come qualsiasi altra azione che vuole aggirare un imperativo categorico, porta con sé una serie di conseguenze che non rappresentano altro che il prezzo da pagare per un tale comportamento. La ragion pura (sapendo che uccidere è sbagliato) si viene a confrontare con la ragion pratica (uccidere è un "vantaggio" secondo l'ottica dell'assassino), facendo emergere la ragion pratica pura la quale riporta in carreggiata il corso degli eventi: applicazione di sanzioni. I costi/benefici non rappresentano altro che l'espressione "materiale" della ragion pratica pura e l'apoditticità degli imperativi categorici. Quindi tutte quelle misure prese nei confronti dell'omicida sono semplicemente un modo attraverso il quale possiamo toccare con mano le penalità a cui andiamo incontro se si tenta di aggirare gli imperativi categorici.[1]

Dopo questa breve digressione esplicativa, torniamo ora alla questione legata allo stato. Un'organizzazione governativa stabile e limitata come quella enunciata poco sopra, sarebbe quindi una situazione auspicabile, e per un certo periodo di tempo negli Stati Uniti è stata una realtà concreta.[2] Per quanto fosse limitato il ruolo del governo, gli individui sono invece spinti da pulsioni che vanno ben oltre la rigidità delle leggi cedendo alle lusinghe degli imperativi ipotetici i quali trasformano un'organizzazione da auspicabile a deplorevole. L'imperativo categorico degli incentivi è al lavoro, caratterizzando la vita degli individui in ogni loro azione. Quindi, nel caso di un governo limitato, ciò che è giusto viene sostituito da ciò che è bene, partorendo di conseguenza il cosiddetto "bene superiore" a cui fa appello lo stato per giustificare l'ampliamento della sua sfera d'azione. E' semplice ragion pratica: essendoci una scappatoia, perché non sfruttarla?

Arrivati a questo punto è doveroso tracciare, almeno per sommi capi, le origini dello stato moderno. Senza paura di essere smentiti, possiamo rintracciarne la nascita nell'Inghilterra del XVII secolo quando iniziò a farsi strada un nuovo modo di gestire gli affari.[3] I grandi proprietari terrieri dell'epoca iniziarono a dedicarsi progressivamente ad una miriade di attività, le quali richiedevano parecchio del loro tempo. Gli impegni ufficiali a cui dovevano prestare prestare presenza ne avrebbero risentito. Il loro stile di vita ne avrebbe risentito, quindi decisero di delegare ai propri avvocati il compito di attendere per loro a suddetti meeting. Sulla scia di questa pratica, nacque il cosiddetto power of attorney col quale una determinata persona delegava un proprio individuo fidato il quale ne gestiva proprietà e commerci. Sembrava all'apparenza un documento abbastanza innocuo, in cui determinati individui si servivano di certe figure professionali per gestire quella parte di vita che non riuscivano a gestire in prima persona. Seguendo le linee del vantaggio comparato di matrice ricardiana, gli uomini si specializzano in quei campi in cui le loro arti eccellono in maniera fulgida. Dividendosi, di conseguenza, i compiti essi riescono a sviluppare un modello di produzione in grado di sostenere e soddisfare i vari desideri espressi dagli attori economici in modo sempre più sofisticati.

Ma se è possibile creare una scappatoia, perché non sfruttarla? L'uomo viene incentivato a perseguire questa strada, andando dietro un ragionamento basato sulla ragion pratica. Questo significa che la pratica della rappresentanza utilizzata dai grandi proprietari terrieri, si trasformò in qualcos'altro all'alba della dittatura di Cromwell. Infatti, quando quest'ultimo sciolse il Rump Parliament per sostituirlo con il suo protettorato, impostò il nuovo assetto affinché il Parlamento si riunisse molto più spesso rispetto agli usi precedenti. Se prima i rappresentanti dei proprietari terrieri  si riunivano in nome dei propri rappresentati solo di rado e solo per problemi denunciati dai primi, con Cromwell questa pratica iniziò ad avere una frequenza costante arrivando ad avere rappresentanti per ogni villaggio presente sul suolo inglese. Un solo individuo rappresentava un'intera comunità per tutte le questioni presentate in Parlamento. Questa disposizione permise all'apparato statale di intevenire sempre più spesso in tutti quegli aspetti che riguardavano la vita degli individui, andando a intromettersi in tutte le loro attività che portavano avanti. La degenerazione di questa organizzazione sociale portò lo stato ad avere il controllo non solo degli affari economici dei singoli individui, ma anche della libertà dei loro corpi.

Oggi lo stato ci possiede. La nostra libertà viene negata dalla cosiddetta rappresentanza in Parlamento che può prendere decisioni riguardanti il nostro destino, senza considerare la nostra volontà. Lo scrutinio dei singoli individui viene calpestato dalla presunta onniscenza di coloro che siedono comodamente ai cosiddetti "posti di comando", i quali approvano o abrogano leggi senza avere rispetto alcuno per il pensiero ed i desideri di ogni individuo presente sul suolo amministrato. Come è possibile che una miniranza ristretta di individui possa asapere cosa voglia la maggioranza? Non può. Come detto prima, nessuno sa cosa pensate se non voi stessi. Sebbene sia stato aggirato l'imperativo categorico del diritto al proprio corpo, esso non è stato abolito. Certo, i pianificatori centrali possono anche dire cosa dovreste fare, ma ogunno di noi in pieno possesso del proprio corpo decide liberamente cosa fare davvero. L'ipoteticità del ragionamento statalista, viene annientata dalla libertà individuale insita indissolubilmente nel nostro essere.

Con essa noi esprimiamo le nostre necessità reali, con essa comunichiamo coi nostri pari ed indirizziamo le informazioni economiche affinché vadano a segnalare l'urgenza di determinati eventi. Sebbene l'apparato statalo possa costringere gli individui a conformarsi con le sue necessità, adottando un ragionamento pratico nell'atto, esso non può scappare dalla categoricità della libertà umana. La società si spaccherà in due formando una corsia ufficiale ed una ufficiosa. Più si faranno distanti queste vie, più probabilità ci sarà che la ragion pratica soccomba a favore della ragion pura. Infatti, l'apprato statale ragiona secondo quella linea presumibilmente logica seconda la quale sotttrarre risorse all'economia possa guidare la società verso la prosperità. Ovvero, una ristretta cerchia di persone può riuscire ad indirizzare le sorti di un grande bacino di persone. Ciò sarebbe possibile se fossimo automi, ma non lo siamo. Solo ognuno di noi sa cosa vuole, e in quanto tale rappresenta col resto degli altri quelle forze di mercato che vanno ad erodere costantemente ed inesorabilmente i piani ben congeniati dei pianificatori centrali. La volubilità della nostra volontà è l'acido che corrode qualsiasi tentativo di limitare le azioni propositive degli individui.

Queste ultime, infatti, non sono altro che l'estensione della volontà umana nel mondo reale. Esse sono indirizzate principalmente a trasferire un pezzo del proprio essere a qualcosa al di fuori del nostro corpo. Sebbene Kant sostenesse come ognuno di noi non sia proprietario di qualcosa fino a quando non ha ottenuto il consenso del resto della razza umana[4], sono incline a concludere che la visione Lockeana del possesso sia più in linea con l'acquietamento dell'indole umana che può tendere a ragionare sfruttando la ragion pratica e gli imperativi ipotetici. Il diritto al possesso di quegli elementi a cui ha esteso la sua volontà, ovvero, a cui ha mescolato tempo e sforzo, permettono agli individui di godere appieno del lavoro che hanno profuso per trasformare un bene precedentemente non posseduto in uno di loro proprietà. In questo modo possono garantire alla propria esistenza una certa sicurezza futura senza ricorrere al furto o alla sussistenza giornaliera. Aumentando il proprio grado di soddisfazione, l'uomo cerca di solidificare lo status raggiunto in quel preciso istante passando successivamente a migliorarlo ulteriormente. In questo modo aumenta la propria specializzazione, forte del fatto che può contare su una base di beni sempre disponibili che possono soddisfare le sue esigenze basilari.

L'imprescindibilità di questa catena permette agli attori economici di formare una società complessa, la quale attraverso la divisione del lavoro si sforza per migliorare la propria condizione e attraverso ciò migliora anche quella dei propri compagni grazie al livello di sofisticazione nei prodotti offerti. Quindi, come abbiamo scoperto finora, l'uomo è nato libero e può estendere la sua libertà nel mondo circostante attraverso l'azione propositiva. Nel caso in cui si relazione con una proprietà o bene in precedenza non posseduto egli trasferisce la sua libertà incondizionatamente a quel bene. Ogni sua azione nei suoi confronti è sinonimo di libertà. Estendendovi la sua volontà è come se diventasse parte di lui. Il modo in cui può essere trasferita, di conseguenza, è mediante lo scambio. Ovvero, se qualcun altro volesse estendervi la propria volontà o libertà dovrebbe stipulare un accordo con colui che ne detiene i diritti. La separazione contro volontà di un individuo dal suo diritto a possedere quegli elementi a cui ha esteso la sua volontà senza ledere quella altrui, comporta una serie di sanzioni negative che si espanderanno a macchia d'olio all'interno della società man mano che questa ingiustizia andrà avanti. L'imperativo ipotetico del benessere temporaneo di coloro che vogliono godere di determinati beni senza sforzo alcuno, li trae in inganno sull'effettiva continuità di una situazione simile. In questo caso non solo si lede il diritto dell'individuo a godere della propria opera creata con tanto sudore, ma soprattutto si viene a negare la sua libertà.

Scrisse Frank Chodorov in The Rise and Fall of Society:

Se i ladri minacciano i suoi [del produttore, nda] possedimenti [egli] dovrà mettere in conto un'ulteriore spesa non redditizia, perché dovrà dedicare più energie alla difesa e meno alla produzione. Analogamente, quella parte del suo salario a cui deve rinunciare affinché possa sopravvivere, dandola ad esempio ad esattori delle tasse o a chiunque altro abbia una pretesa sulla sua produzione, non è più la sua; dal momento che non ce l'ha, non può investirla in soddisfazioni. [...]

Questa legge della proprietà è operativa anche se la proprietà scambiabile viene offerta da persone che ne hanno acquisito il possesso mediante il furto, l'imbroglio, o il regalo. Finché hanno la proprietà immeritata a loro disposizione, la produzione andrà avanti. Tuttavia tali persone non portano sul mercato un sostituto per i beni che prendono, si limitano a scambiare quello che il produttore avrebbe scambiato, quindi il processo produttivo viene rallentato dalla quantità del loro consumo. Solo la produzione genera produzione; il semplice consumo, o la spesa, non stimola la produzione. Le persone non producono per denaro, ma per le cose che il denaro permetterà loro di acquistare. Se la spesa da sola potesse mantenere attivo il mercato, allora una Società composta da ladri dissoluti sarebbe più ricca di una costituita esclusivamente da produttori. L'idea dell'opulenza attraverso la dissolutezza presuppone che il consumo sia il carburante che alimenta il vapore della caldaia e che debba essere regolato con metodi coercitivi; ma il consumo si prenderà cura di se stesso, se il processo produttivo non verrà interrotto da una qualsiasi violazione del diritto morale sulla proprietà.
Scrive Bill Bonner:

[...] Se un'assemblea nazionale potesse rendere ricche le persone approvando leggi, saremmo tutti miliardari, perché le assemblee hanno approvato una moltitudine di leggi e sembrano in grado di emanare qualsiasi atto legislativo proposto loro. Se le leggi potessero rendere ricche le persone, sarebbero spuntati da qualche parte gli editti magici — semplicemente per caso.

Ma invece di renderle più ricche, ogni legge le rende un po' più povere. Ogni volta vengono utilizzati i mezzi politici per interferire con la sfera privata (la quale permette alle persone di ottenere ciò che vogliono).

Un uomo produce scarpe. Un altro coltiva patate. Il coltivatore di patate va dal calzolaio per comprare un paio di scarpe. Deve scambiare due sacchi di patate per un paio di mocassini.

Ma poi si presentano i ficcanaso e gli dicono che deve chiedere tre sacchi... in modo che possa pagarne uno in "tasse" per i ficcanaso stessi. E poi deve montare un sistema di allarme nel suo negozio, acquistare un elmetto, pagare il salario minimo al suo aiutante e compilare i moduli per tutti i tipi di scopi lodevoli. Quando il coltivatore di patate si presenterà finalmente dal ciabattino, scoprirà che le scarpe costeranno sette sacchi di patate!

Questo è proprio quello che deve far pagare per avere i due sacchi di prima. "No, grazie," dice l'uomo delle patate, "A questo prezzo non posso permettermi un paio di scarpe."
Data l'evoluzione del sistema statale qui descritta, e dato l'impianto teorico-filosofico qui descritto, ritenete ancora "giusto" pagare le tasse? Ritenete ancora "giusto" permettere ad una siffatta organizzazione di finanziarsi attraverso un qualunque altro modo di finanziamento? Può essere un "bene", secondo le linee di pensiero finora descritte, ma solo per alcuni. L'imperativo ipotetico a cui strizza l'occhio l'impianto teorico a supporto dello stato, è destinato a perire sotto i colpi dell'imperativo categorico delle forze di mercato le quali condanneranno inesorabilmente quelle categorie di pensiero facenti riferimento alla ragion pratica. E lo stato non è altro che un assemblamento di concetti relativi a questo tipo di ragionare, non tenendo conto, o aggirando in un modo o nell'altro, quelle leggi incancellabili. Perché, come si è dimostrato, gli imperativi categorici sono delle verità apodittiche e nonostante possano essere aggirati, "lavoreranno" per riportare in equilibrio e quindi riconciliare la ragion pratica con la ragion pura.

Il sostegno, intellettuale o materiale, dell'apparato statale è un sotterfugio per mantenere in piedi un colosso che fa della sua grandezza pachidermica il solo spauracchio contro l'inossidabile potenza corrosiva della ragione umana.


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Note

[1] Oltre alle penalità inflitte dal sistema giudiziario esistono altri tipi di penalità per la società. Rimuovere dalla società un elemento rappresenta un duro colpo, sia dal punto di vista produttivo sia dal punto di vista affettivo. Quindi i modi in cui si possono manifestare queste penalità, qualora l'assassino malauguratamente non dovesse essere punito, sono molteplici. Tale ragionamento vale per qualsiasi tipo di reato. Anche il ladro può pensare di poter rubare per sempre. Ma una volta che tale pratica va a sfilacciare irrimediabilmente il tessuto produttivo di una società, come possono i ladri continuare a rubare? Anche se si astenessero quel tanto che basta da permettere una vita decente al resto dei depredati, cosa impedirebbe alla società di vivere al limite della sussistenza costringendola ad un lento ed inesorabile declino economico? Erodere la produzione, o eroderla più lentamente, non ne stimola la generazione di altra.

[2] Si veda Robert Higgs, The Transformation of the American Economy 1865-1914, Ludwig von Mises Institute 2011 Edition.

[3] L'evoluzione dell'apparato statale è vecchia di migliaia di anni, alternando le sue forme nel corso della storia dell'uomo. A questo proposito si veda il saggio di Franz Oppenheimer, La genesi dello stato.

[4] Nella Metafisica dei Costumi Kant comprende come un tale assetto sia alquanto improbabile (tanto per essere ottimisti) da raggiungere, quindi suggerisce che l'individuo può "prendere in prestito" tutte quelle proprietà precedentemente senza proprietario mentre cerca di ottenere l'approvazione del resto degli altri.

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Il ciclo naturale: II parte

Von Mises Italia - Ven, 04/07/2014 - 08:00

II. Preferenze e tasso di interesse. L’impalcatura della ABCT

 

Il ruolo delle aspettative è cruciale per la nostra analisi. Ma dobbiamo arrivarci gradualmente, a partire da alcuni elementi tradizionali della teoria economica austriaca. Si tratta delle preferenze temporali e della struttura intertemporale della produzione.

Secondo la legge della preferenza temporale, «l’uomo, nella sua scala di valori e a parità di circostanze, attribuisce sempre una maggiore importanza ai beni presenti rispetto a quelli futuri»[7]; da questo assunto, la scuola austriaca arriva ad una definizione di tasso di interesse in radicale opposizione con quella della teoria dominante (‘costo del denaro’). Possiamo infatti definire «il tasso o tipo d’interesse [come] il prezzo di mercato dei beni presenti in funzione dei beni futuri»[8]. È quindi limitante e profondamente sbagliato definire il tasso di interesse come il costo del denaro. Avvicinandoci maggiormente ad una concezione medievale, osserviamo come la grandezza normalmente chiamata i è più legata al concetto di tempo che a quello di denaro. Il mercato dei capitali è solo un particolare mercato di beni, in cui l’azione del tasso di interesse è maggiormente manifesta all’occhio comune, ma non è l’unico. In tale mercato particolare, l’offerta – i venditori – è rappresentata dai consumatori, coloro che dispongono di beni presenti e sono disposti a rinunciarvi in una qualche misura, appunto definita dal tasso[9]. Una delle forme in cui tale rinuncia si manifesta è il risparmio; i consumatori rinunciano a denaro presente in funzione di denaro futuro; offrono quindi denaro sul mercato. Da chi è costituita la domanda? Dagli imprenditori, che hanno bisogno di moneta oggi per realizzare i propri progetti industriali. Pertanto, per il mercato dei capitali il tasso di interesse naturale è quel particolare tasso che permette all’offerta (risparmio dei consumatori) di incontrare la domanda (investimenti degli imprenditori).

Ma la legge della preferenza temporale non vale sul solo mercato dei capitali. Essa va estesa all’intero sistema economico, in cui, dunque, il tasso naturale è quel tasso di equilibrio che riflette le preferenze temporali degli agenti economici. Ovviamente, si tratta di un livello teorico, un punto cui tendere. Il tasso monetario, invece, è quello che, nei sistemi economici contemporanei, è fissato d’imperio dalle autorità monetarie.

Hayek (1933, p. 449) dice che un

saggio di interesse di equilibrio potrebbe allora essere definito come un saggio che garantisse la corrispondenza fra le intenzioni dei consumatori e le intenzioni degli imprenditori; e con un saggio costante di risparmio questo sarebbe il saggio d’interesse a cui si perviene in un mercato in cui l’offerta di capitale monetario è di ammontare esattamente uguale al risparmio corrente.

Il mercato dei capitali, tanto enfatizzato dalla teoria dominante nel momento in cui si discute di tasso di interesse, dunque, è solo uno tra i tanti mercati. È invece possibile definire un tasso di interesse del sistema economico, che misura la più generale struttura delle preferenze temporali. Nel caso dei consumatori, esso definisce la relazione tra consumo e risparmio. Nel caso degli imprenditori, legati agli investimenti, esso misura la propensione al futuro, cioè il desiderio di impegnarsi in progetti a lungo termine nel settore dei beni di investimento, rendendo la struttura della produzione più circolare e il periodo di produzione più lungo, rispetto ad investimenti in beni di consumo e investimenti a più veloce ciclo di realizzo.

In un sistema future-oriented, i consumatori sono maggiormente orientati al risparmio, favorendo l’accumulazione di fondi prestabili che possono essere utilizzati dagli imprenditori in progetti a lungo-termine. Una società present-oriented, al contrario, presenta una maggiore propensione al consumo dal lato dei consumatori, mentre gli investitori non allungano il processo produttivo. Possono sussistere situazioni di equilibrio sia in un sistema ad alta preferenza temporale che nel caso contrario. Non è l’ammontare di uno degli aggregati a definire l’equilibrio, ma la possibilità per le preferenze temporali di incontrarsi attraverso il libero esercizio della funzione imprenditoriale che ogni soggetto esercita quando si relaziona con gli altri soggetti nel processo di soddisfazione di bisogni di diversa natura.

Il livello di equilibrio di una combinazione di preferenze temporali è misurato dal tasso di interesse naturale, cui corrisponde a sua volta una ben determinata struttura del processo produttivo. L’elemento chiave che, alimentando una modifica della struttura intertemporale della produzione, genera un ciclo di espansione e crisi è dato da un cambiamento nel livello del tasso naturale. Secondo la tradizionale visione austriaca, se la matuzione del tasso di interesse naturale riflette un cambiamento delle preferenze temporali, ciò genera un ciclo espansivo positivo, cui non farà seguito una dolorosa crisi (e noi cercheremo di dimostrare che invece una crisi di riaggiustamento è inevitabile). Al contrario, se il tasso, invece che essere naturale e stabilirsi per l’interazione nel libero mercato dell’azione imprenditoriale di diversi individui, è fissato da autorità centrali di pianificazione (tasso monetario), che seguono precetti di politica monetaria o motivazioni politiche, il ciclo espansivo che sarà seguito da un’espansione monetaria produrrà una crisi. Infatti, non vi sarà stata nessuna modifica nel tasso naturale, nessun cambiamento nelle preferenze temporali; la generata modifica della struttura della produzione sarà il risultato di un falso segnale, la manipolazione del tasso monetario generata dalle autorità monetarie.

È dunque cruciale studiare se e come il sistema bancario e le banche centrali agiscono sul tasso monetario, che svolge un ruolo guida, ‘di segnale’, per la definizione delle preferenze temporali degli individui: spesa vs. risparmio per i risparmiatori e beni di consumo vs. beni di investimento per gli imprenditori. In un certo qual modo, possiamo dire che per l’azione delle autorità monetarie gli attori non sono liberi di scoprire liberamente quale sarebbe il tasso naturale, perché sono orientati a guardare ciò che è definito dalle banche centrali.

La politica monetaria è neutrale se «non fa altro che fungere da intermediaria tra risparmiatori e investitori. Se la politica è neutrale, variazioni nell’offerta del credito sono guidate da variazioni nell’offerta del risparmio programmato»[10]. Il che vale a dire che una crescita dei prestiti per investimenti può generare un boom sostenibile solo se essa sarà fondata sull’aumento di risparmio, cioè su maggiori risorse realmente disponibili per gli investitori, capitale reale e non virtuale. Infatti, una situazione di tal sorta corrisponderebbe ad un mutamento della struttura delle preferenze temporali.

L’effetto diretto di una diminuzione delle preferenze temporali è una diminuzione del tasso di interesse sui prestiti e un aumento della quantità dei prestiti offerti. Questo risultato richiede solo che le forze correttive del mercato prevalgano nel mercato dei prestiti. […] Il cambiamento delle preferenze temporali sta semplicemente a significare che l’imprenditore sta svolgendo il suo compito in presenza di un tasso di interesse più basso e di una maggiore disponibilità di credito. Tutto ciò che va detto a questo punto sulla capacità degli imprenditori di adattarsi con successo a queste mutate condizioni del credito è che le forze auto-correttive sono al lavoro: quegli imprenditori che realmente si adattano con successo tenderanno a fare profitti e quindi gestiranno una maggiore quantità di risorse, mentre coloro che non lo faranno tenderanno a subire perdite e quindi perderanno il controllo delle risorse[11].

Al contrario, se il credito viene aumentato in modo artificioso, si creano le premesse per un’espansione malsana, fondata su investimenti errati degli imprenditori, che mettono in atto investimenti sbagliati (malinvestimenti) perché guidati da un prezzo, un tasso, che non riflette la struttura delle preferenze temporali. Il boom malsano sarà seguito necessariamente da una recessione. E, proprio come accade nella fase attuale, «i cicli degli investimenti generalmente finiscono in una crisi creditizia con una simultanea e improvvisa “crisi” finanziaria per molte imprese»[12].

In che modo una siffatta sproporzione tra tasso naturale e tasso monetario può generarsi? In due modi. O il tasso monetario viene spinto da qualcuno al di sotto di quello naturale oppure quest’ultimo si innalza al di sopra del primo. La prima situazione è forse la più facile da immaginare ed è quella normalmente presa in esame da Mises; la banca centrale gioca con il tasso di interesse, credendo nell’automatismo secondo il quale un basso tasso, favorendo gli investimenti, può stimolare un’economia stagnante; in questo l’autorità monetaria è sostenuta di solito da una disinvolta politica del credito da parte degli istituti bancari, che spingono sull’acceleratore creando immensi pacchetti di prestiti-spazzatura, che poi mettono sul mercato, cartolarizzano, cercando di incamerare lauti guadagni e di uscire dal gioco prima che sia troppo tardi. È vero che una tale azione combinata può creare crescita economica, ma virtuale, cui seguirà una recessione violenta, proprio come sta succedendo oggi. È il tipico errore che si manifesta nella teoria economica monetarista.

Vi è però una seconda possibilità, che può presentarsi da sola o combinata a quanto appena visto. Il tasso naturale si spinge al di sopra di quello monetario; è la novità teorica introdotta da Hayek[13]. La situazione è generata da positive aspettative di profitto. Se gli imprenditori, la cui dinamica psicologica è fondamentale in ogni processo economico, sono pervasi da un sentiment positivo, cioè sono convinti di poter iniziare progetti industriali profittevoli, hanno ottime aspettative di profitto, saranno spinti a chiedere maggiore denaro a credito per poter iniziare processi produttivi più lunghi. Hanno dunque mutato le loro preferenze temporali perché essi sono divenuti più future-oriented. Il tasso naturale sale, nel tentativo del processo di mercato di attirare nuovo risparmio per riequilibrare il mutamento delle preferenze temporali, per ora intervenuto solo dal lato degli imprenditori, mentre l’offerta di risparmio non è mutata. In questo caso le banche centrali dovrebbero immediatamente alzare il tasso ufficiale, per allinearlo con la modifica unilaterale della preferenza temporale (sono solo gli imprenditori a domandare più credito, mentre non è cresciuta l’offerta, il risparmio). Così facendo, l’altra parte del mercato, i consumatori, saranno indotti a risparmiare di più, apportando sul mercato le risorse monetarie aggiuntive in grado di incontrare l’accresciuta domanda degli imprenditori e quindi permettendo la partenza di un ciclo di investimenti sanamente fondato. Ciò permette di vedere come un ciclo espansivo possa essere innescato anche a tassi crescenti e non solo in presenza di un basso saggio di interesse. Se invece il riallineamento del tasso monetario rispetto a quello naturale non avviene, cioè ancora il tasso monetario è tenuto artificialmente basso, anche in questo caso si aprirà un ciclo espansivo cui seguirà una depressione.

Articolo di Carmelo Ferlito Link alla prima parte

Note

[7] Huerta de Soto (2000, p. 102).

[8] Huerta de Soto (2000, p. 102).

[9] Huerta de Soto (2000, pp. 102-103).

[10] O’Driscoll e Rizzo (1985, p. 352).

[11] O’Driscoll e Rizzo (1985, p. 317).

[12] O’Driscoll e Rizzo (1985, p. 363).

[13] Cfr. Hayek (1929, p. 147).

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Hidden Factor To Systematic Failure

Deep Politics Monitor - Gio, 03/07/2014 - 21:19
From GoldEagle, July 4, 2014By Jim WillieThe most amusing question asked of the Jackass by clients and other people is when the system is going to break down. My usual answer is 2008, which causes a strange reaction, since a past date. Then they are given a tactful tongue lashing that they have failed to notice, detect, or discern properly the failed system in front of their noses. Further

Lettera ad un malato di mente

Luogocomune.net - Gio, 03/07/2014 - 19:00
"Non è facendo rinchiudere il proprio vicino che ci si può convincere del proprio buon senso." (Dostoevskij)

di Paolo Franceschetti

Oggi un mio assistito, Andrea, considerato malato psichiatrico, mi ha domandato: “Paolo, ma secondo te io sono un malato psichiatrico, sono matto?” E una lettrice, Luce, mi ha domandato: “Ma come fai a reggere all’orrore di cui ti occupi, delitti rituali, ecc.?”

Le due domande sono correlate, perché riguardano il concetto di malattia mentale e di normalità.

Iniziamo dalla seconda domanda. Come faccio a resistere?

All’inizio in effetti ero terrorizzato dal fenomeno degli omicidi rituali; Mostro di Firenze, Bestie di Satana… una scia di morti in cui i colpevoli, persone in colletti bianchi, attribuivano la colpa a persone normali, distruggendo intere famiglie, solo per ragioni politiche, esoteriche, e criminali.

Poi però, avendo a che fare con i cosiddetti sani, ho trovato persone che non vogliono capire, persone che ritengono assurdo che i ragazzi coinvolti nella vicenda delle Bestie di Satana siano innocenti perché “i giornali hanno detto che…”, che ritengono impossibile che gli assassini nei delitti del Mostro di Firenze siano un magistrato, un giornalista, un farmacista, un medico, un ambasciatore, un poliziotto, ecc. Perché lo ritengono impossibile? Perché “i giornali hanno detto che….” [...]

L'impossibilità dei tassi di interesse negativi

Freedonia - Gio, 03/07/2014 - 10:09
La paura irrazionale per la deflazione è uno di quei baubau sventolato davanti i nasi delle persone affinché cedano alle pretese dei pianificatori centrali. Lungo il corso della storia del XX secolo, ad esempio, questa strategia ha permesso di invadere segmenti crescenti della libertà individuale. Sebbene la realtà dica qualcosa di diverso, manipolare la semantica e torcere dati statistici rimane la strategia preferita degli spacciatori di fumo. Stranamente l'inflazione nei prezzi degli asset passa quasi sempre in sordina. Sin dal primo giro di quantitative easing dello zio Ben, il mercato azionario e quello obbligazionario hanno iniziato la loro ascesa verso record storici gonfiati artificialmente. Anche l'Europa ne ha risentito, e si è adeguata alla situazione assecondando lo zio Sam. Il carry trade che ne è emerso (prendere in prestito denaro a costo zero per riversarlo, principalmente, in obbligazioni e azioni) ha persmesso alle banche comemrciali di schivare il proiettile fatale. Arrivati a questo punto, dove la situazione richiede dosi crescenti di interventismo nell'economia per essere sostenuta, lo zio Mario pensa che pungolando le banche con tassi negativi sui loro depositi presso la BCE, egli le possa spronare a concedere più credito per spronare una nuova euforia farlocca. Andate a pagina 221 della relazione annuale della Banca d'Italia e osservate la tabella che vi troverete, in questo modo capirete perché questa è un'opzione non percorribile. La disconnessione delle informazioni veicolate dai prezzi in un ambiente monetario stabile, ha generato il caos economico di cui siamo testimoni e le banche centrali ne hanno grande colpa.
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di James E. Miller


I banchieri centrali devono essere davvero disperati. Dopo il vano tentativo di rilanciare l'economia globale attraverso la sincronizzazione en masse della stampa di denaro, stanno rilanciando per l'ennesima volta la stessa politica fallimentare. Ora non è più sufficiente creare un'offerta di moneta infinita. Il popolino deve essere punito per aver avuto il coraggio di risparmiare denaro nei propri conti bancari. I tassi di interesse possono anche trovarsi ad un punto straordinariamente basso, ma è il momento di portarli più in basso.

I maniaci europei della pianificazione stanno suonando la carica, con la Banca Centrale Europea che di recente ha annunciato una serie di misure per abbassare dallo 0% al -0.1% il tasso sui depositi delle banche. Proprio così; la BCE vuole far pagare le banche qualora decidano di stipare i loro soldi nel caveau della banca centrale. L'obiettivo è invogliare le banche a prestare denaro, piuttosto che lasciarlo parcheggiato all'interno di un deposito. Dopo tutto, la BCE sta comprando titoli di stato dagli stessi istituti finanziari. Sarebbe un peccato non spingere questi soldi nell'economia. In questo modo, verrà somministrata agli spiriti animali una dose di eccitanti ed inizieranno a consumare allo stesso ritmo pre-crisi. Questa è la teoria, comunque.

Come al solito, gli appassionati della stampante monetaria stanno celebrando la mossa. James Pethokoukis dell'American Enterprise Institute applaude alle "intenzioni" di questa strategia. Bill Gross di PIMCO ritiene che ci sia bisogno di un'azione aggressiva per aumentare l'inflazione dei prezzi. Le principali agenzie di stampa stanno descrivendo la manovra della BCE come una "politica di tassi di interesse negativi." La frase viene sballottata in giro e richiama qualcosa che potrebbe avere conseguenze interessanti.

E' raro i media possano vantare una solida conoscenza dei principi economici, quindi ci si dovrebbe chiedere: esiste davvero qualcosa come un tasso di interesse negativo? È davvero possibile modificare il costo del denaro in modo che sia essenzialmente gratuito?

Ripensateci. La regola economica secondo cui non esistono pasti gratis è ancora vera, anche in un ambiente con tassi di interesse "negativi". Non esiste denaro gratuito. Prenderlo in prestito non sarà mai a costo zero. Qualcuno deve sempre pagare.

Per decenni le banche centrali hanno distorto il pensiero su cosa sia realmente il tasso di interesse. Manipolare il costo del denaro è il modus operandi di una banca centrale. La missione è quella di influenzare il comportamento umano attraverso il monopolio sulla produzione di denaro, e non garantire una fluttuazione regolare tra chi vuole consumare subito e chi vuole rinviare per il futuro.

Come tutti i prezzi, i tassi di interesse servono come mezzo per allocare razionalmente i beni in base alle preferenze dei consumatori. Nel caso dell'interesse, tale preferenza si riflette nel desiderio di agire nel presente piuttosto che nel futuro. Ludwig von Mises definì questo concetto "preferenza temporale", la quale è un "requisito categorico dell'azione umana". Nessun sofisma può cambiare il fatto che la gente preferisce beni e servizi ora, piuttosto che in futuro. Come disse Mises: "l'atto di gratificare un desiderio implica che la sua soddisfazione nel presente sia preferibile ad una futura."

I tassi di interesse devono essere sempre positivi per riflettere lo sconto dei beni futuri rispetto agli stessi beni presenti. E' una verità fondamentale che non può essere confutata attraverso la creazione infinita di denaro. Ma, come sottolinea l'economista Pater Tenebrarum, i tassi di interesse di mercato possono includere elementi come "i premi di rischio, i premi dei prezzi ed i profitti." In senso nominale, talvolta i tassi di interesse possono riflettere una preferenza negativa. Ma ciò non smentisce questa legge inviolabile: i beni presenti sono preferibili a quelli futuri.

E' un po' un inganno definire la nuova politica della BCE "tassi di interesse negativi", poiché suggerisce che una regola fondamentale dell'economia può essere ribaltata se esiste abbastanza volontà politica da aggiustare l'economia. Sin dalla crisi finanziaria del 2008, gli economisti ed i sapientoni di tutti i tipi hanno sollecitato sforzi più aggressivi da parte delle banche centrali del mondo. La Federal Reserve e la Banca Centrale Europea erano i bersagli principali di tale incoraggiamento (fallendo nell'ampliare l'offerta di moneta ad un livello tale da mettere a tacere i loro critici). Certo, migliaia di miliardi di dollari e di euro sono stati creati dal nulla. E sì, le banche sono più che mai piene di liquidità. Ma la disoccupazione rimane incredibilmente alta e l'economia non ha ancora raggiunto un livello di crescita tale da soddisfare i pianificatori centrali.

Far pagare quelle banche che mantengono il denaro a bordo campo, è un disperato tentativo di scuotere le forze di mercato. Ma dal momento che gli effetti inflazionistici sono sempre effimeri, questo è più che altro un gioco psicologico. Lo scopo della banca centrale è quello di spremere le economie attraverso la creazione di un "effetto ricchezza". Se le persone si sentono più ricche, perché gli oneri finanziari sono in calo ed i prezzi degli asset sono in aumento – a causa di una iniezione di moneta che spinge i prezzi in su – allora è probabile che spenderanno di più. E' tutto un circolo virtuoso, fino a quando non crolla.

Non esiste qualcosa come un tasso di interesse negativo, in quanto è un'impossibilità logica. Siamo stati nutriti dalla propaganda: elicotteri che sganciano sacchi di soldi. Il punto di questa politica è far pagare una tassa alle banche in modo che le stesse la passino ai clienti. In questo modo, le persone sarebbero più riluttanti a mettere i loro soldi in conti di deposito o in conti di risparmio. Se debbono pagare un prezzo per il deposito, invece di ricevere un interesse, saranno più propense ad abbuffarsi presso il negozio locale. La filosofia alla base dei tassi di interesse "negativi" è quella di incoraggiare la spesa. E' una visione miope del mondo, e una perfettamente sintetizzata dal motto di Keynes: "Nel lungo periodo siamo tutti morti."

La creazione della prosperità economica non è l'unico ordine del giorno dei pianificatori centrali keynesiani. Il loro obiettivo primario è quello di piegare la realtà con le parole e le azioni. E' completamente utopico e non può essere fatto; ma questo non scoraggerà gli ingegneri sociali che spingono pulsanti presso la banca centrale. Diranno alla popolazione che la prosperità è a portata di mano, mentre inonderanno l'economia con cartastraccia. Solo alcuni traggono vantaggio da questa farsa, ma è abbastanza per placare le masse per un breve periodo. Nel frattempo, l'economia continua il suo giro sulle montagne russe della distorsione causata dagli ingegneri monetari che presumono di sapere di più di quanto sappiano realmente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


I consumatori sono i re in un'econmia di libero mercato

Freedonia - Mer, 02/07/2014 - 10:16




di Christopher Westley


Uno dei miei economisti preferiti nella storia del pensiero economico è il grande austriaco Carl Menger (1840-1921). Mentre la corrente principale della professione economica riconosce a Menger il suo contributo alla rivoluzione marginalista del 1870, lo ignora perché il suo quadro teorico non si presta a prescrizioni di linee di politica. In un'epoca in cui la professione economica viene in gran parte considerata come una branca ombra dello stato, i pensatori come Menger (e coloro che lavorano nella sua tradizione) non vengono esaltati o studiati nello stesso modo riservato a pensatori come Irving Fisher, John Maynard Keynes, Milton Friedman o Paul Krugman.

Questo è vero se non altro perché lo stato tende a non finanziare universitari o scuole di pensiero economico che non promuovono il suo ruolo centrale nell'economia o che non forniscono giustificazioni economiche alle sue interferenze con le forze di mercato. In assenza di tale contesto, il monetarismo della scuola di Chicago o il keynesismo della Ivy League avrebbero avuto molto meno rilievo nella scienza economica.

Il quadro teorico di Menger si differenzia dalle moderne interpretazioni economiche, perché ha rappresentato il culmine dello sviluppo del pensiero economico in era pre-Progressista, già sbocciato nel corso dei secoli soprattutto in Europa continentale con i pensatori scolastici del Medioevo e con i liberali francesi come Turgot, Cantillon e Say. Queste persone potrebbero anche aver studiato economia seguendo le Scienze Morali del XIX secolo, ma il loro slancio in tal campo era principalmente dovuto al desiderio umano di capire meglio il mondo e le leggi naturali che lo governano. Il loro interesse era per l'economia in quanto economia, e non semplicemente come strumento politico per far apparire lo stato più scientifico, efficiente, o benigno. (In realtà è l'esatto opposto.)

Quindi per studiare l'economia come scienza, soprattutto in un'epoca in cui sembra regnare una certa confusione su tale materia, non è una cattiva idea iniziare da Carl Menger.

Menger nacque in Galizia, una regione allora austriaca ma che ora è in Polonia, da una famiglia benestante con radici in Boemia. Durante le pause dagli studi presso le Università di Praga e Vienna, Menger lavorava come giornalista finanziario e sviluppò un certo talento per la scrittura di romanzi e commedie che venivano serializzate sui giornali.

Fu durante il suo lavoro di giornalista che Menger notò l'importanza delle discrepanze tra le dottrine economiche classiche sui fenomeni di mercato e quelle della sua epoca di cui si occupò nel corso della sua professione. Subito dopo aver ricevuto la laurea in legge presso l'Università di Cracovia nell'agosto del 1867, Menger intraprese lo studio formale dell'economia politica nel tentativo di comprendere meglio e risolvere queste discrepanze — uno sforzo che lo portò alla pubblicazione di Principi di Economia nel 1871.

Mentre Menger riconobbe che gli economisti classici avevano dato un contributo significativo allo sviluppo della teoria economica, credeva che uno dei loro difetti principali si ritrovasse nelle loro analisi del consumatore, una lacuna che è stata ampliata dalla loro enfasi sulla teoria del valore-lavoro e la loro teoria rudimentale dei prezzi (secondo cui i prezzi erano fenomeni derivanti in gran parte dal calcolo economico di uomini d'affari). Il contributo principale di Menger con il suo Principi, è stato quello di inserire il primato dei consumatori nella determinazione del valore e (per estensione) del prezzo, non solo sul mercato ma in tutte le attività economiche.

L'approccio mengeriano, che oggi chiamiamo scienza della prasseologia, ha sottolineato l'importanza dell'azione umana individuale derivante dal desiderio di soddisfare le esigenze personali e dal rapporto di questi bisogni con il mondo esterno. Avere un bisogno ed essere consapevoli che il mondo esterno possiede alcune caratteristiche che permettono all'individuo di soddisfarle, fornisce la base per l'azione umana logica e la valutazione soggettiva di beni e servizi. Menger ha inoltre osservato che al cambiamento della nostra conoscenza rispetto al mondo esterno, cambiano anche le esigenze individuali. Gli sforzi per soddisfare i bisogni sentiti, presuppongono il riconoscimento delle relazioni di causa/effetto che forniscono la base per tutte le azioni umane.

Si noti come quanto detto sia del tutto irrilevante per gli aderenti alla scuola keynesiana o di Chicago. La differenza principale è che entrambe le scuole visualizzano la singola persona (o attore) come un oggetto che deve essere manipolato in nome del successo delle linee di politica. Per i Chicagoboys questo successo si basa sui risultati di mercato che sono più vicini ai loro ideali preconcetti di efficienza del mercato; mentre per i keynesiani questo successo si basa sul raggiungimento dei livelli arbitrari di occupazione di breve periodo, i quali si ottengono penalizzando il risparmio e il consumo gratificante. Per entrambe le scuole la persona umana è un ingranaggio in una macchina economica che deve essere costretta ad agire in modi che facciano funzionare i loro sistemi. Tale è il punto di vista moderno — le sue radici si ritrovano nell'Era Progressista — ed è in contrasto con la storia dell'economia da Aristotele fino a Menger (e non solo attraverso coloro che hanno sviluppato il sistema di Menger).

Ma nel 1870 Menger applicò coraggiosamente le sue implicazioni alla determinazione del valore. Egli osservò che dal momento che le merci sono esterne alla persona umana e riconosciute soggettivamente come in possesso di qualità che consentono la soddisfazione di un certo bisogno, potrebbero essere differenziate in beni di ordine diverso. In Principi scrisse che esistono i beni d'ordine primario, come i beni che consumiamo per soddisfare i bisogni. Questi sono i classici beni di consumo.

I beni d'ordine secondario sono beni necessari per produrre i beni di ordine primario; mentre una macchina può essere un bene d'ordine primario che va a soddisfare una necessità per il trasporto, i beni d'ordine secondario includerebbero il vetro, la gomma, il cromo e tutti gli altri input che compongono la macchina. I beni d'ordine terziario sono tutti quei beni che sono necessari per produrre i beni d'ordine secondario, e così via, con forme più complesse di produzione e caratterizzate da ordini più distanti di produzione.

Tuttavia i valori di tutti i beni di qualsiasi ordine derivano dal desiderio iniziale del singolo individuo di soddisfare una necessità sentita, quindi la gomma non ha valore in sé o grazie al lavoro necessario per la sua produzione, ma a causa del desiderio umano iniziale per il trasporto. Questa comprensione dei beni è in netto contrasto con l'idea dei neoclassici, secondo cui il valore dei fattori economici fa riferimento alla loro utilità tecnica nella produzione. La teoria del valore di Menger rappresenta un'espansione della legge di Say, secondo cui l'offerta crea la propria domanda, ed è la giusta risposta teorica agli sciroccati monetari (al tempo di Menger così come a quegli di oggi) che non vedono differenza tra capitale diretto dallo stato e capitale ideato e diretto dal settore privato.

In verità, il capitale creato dal governo soddisfa le esigenze delle classi politiche e gli interessi clientelari ad esso collegati, mentre il capitale diretto dal settore privato mira alla soddisfazione del consumatore.

Senza l'influenza dello stato nello sviluppo del pensiero economico del XX secolo, è probabile che oggi Menger sarebbe conosciuto come un importante economista che corresse le carenze della scuola classica; e soprattutto non sarebbe mai stato necessario che l'economia classica si fosse suddivisa in varie scuole neoclassiche, caratterizzate da strumenti di indagine adeguati alle scienze fisiche.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Ma quanto sono stupidi questi palestinesi

Luogocomune.net - Mer, 02/07/2014 - 10:00
Ci risiamo. Ogni volta che in Palestina si allenta la tensione e viene fatto un passo avanti verso la pace, ecco che i palestinesi si inventano qualcosa di tremendo per tirarsi la zappa sui piedi e scatenare contro sè stessi le ire di Israele.

Era successo nel 2005, mentre Sharon si recava a Washington per discutere la roadmap di pace in Medio Oriente. Proprio mentre lui era in volo per gli USA, gli stupidi palestinesi decisero di far saltare in aria una pizzeria a Tel Aviv, "obbligando" il primo ministro israeliano a tornare immediatamente a casa, e rimandando a tempo indeterminato le trattative sulla roadmap.

Era successo nel 2008, quando gli israeliani avevano deciso di restituire ai palestinesi il controllo di Gaza. Per tutta risposta Hamas, ebbra di felicità, non trovò di meglio che mettersi a lanciare razzi contro Israele, scatenando una feroce ritorsione dell'IDF sulle proprie famigle di innocenti.

E' successo un mese fa. Dopo aver finalmente raggiunto un accordo con Fatah - la fazione moderata dei Palestinesi - ...

A World Tax is Close to Implementation

Deep Politics Monitor - Mer, 02/07/2014 - 09:36
...The globalist world tax plan is pushed under the guise of catching the "tax cheats" that invest over seas-mostly the rich it is argued-so the rest of us naively assume that it will not impact us. We are told that tax evasion is a global problem so we need an IRS-type world organization to catch the "cheats" but to do this we first need the sharing of the financial records of all people with

Finance and real economy keep going in opposite directions

Deep Politics Monitor - Mer, 02/07/2014 - 09:34
Notes From Underground: BIS Warns About “Euphoric” Markets How the Fed Has Helped the 1%

Quello di secessione: un diritto fondamentale!

Von Mises Italia - Mer, 02/07/2014 - 08:00

Qual è il Paese più piccolo del mondo? Monaco? Certo che no.

Malta?  Assolutamente troppo grande.

Anche la Città del Vaticano, sebbene conti solo una popolazione di 770 persone,  risulta essere enorme a confronto.

Si chiama Sealand, fondata e governata da Paddy Roy Bates, un uomo straordinario che si è spento questa settimana all’età di 91 anni [lo scritto originario risale al 13 ottobre 2012, ndt]. Egli fu l’originale radio operatore pirata e il Principe di Sealand, una minuscola chiatta collocata sei miglia al largo della costa orientale della Gran Bretagna, al di fuori dunque dalle acque territoriali del Regno Unito.

Dalla nazione di sua invezione, Bates mise in onda Radio Essex nel 1965 e nel 1966, diffondendo musica rock in un’epoca in cui la BBC non si mostrava certo tenera con quel genere, e in generale mostrando al mondo come comunicare oltre i confini di quanto la legge permettesse.
Stiamo parlando di un vero e proprio antesignano, di un uomo che tracciò la strada verso l’internet dei giorni nostri. A quei tempi, bisognava avere un gran coraggio ed essere dei visionari per realizzare quello che fece. Bates si separò effettivamente dallo Stato nazionale per stabilirne uno proprio, al fine di garantire la propria libertà di espressione e di fornire un contributo concreto agli standard di vita del periodo.

La sua nuova nazione aveva una costituzione, una bandiera, un inno, e riuscì anche a sviluppare un commercio attivo nell’emissione di passaporti (pare ne siano stati rilasciati 150.000!). Il motto nazionale: E Mare Libertas. Dal mare, la libertà. In qualità di principe auto-nominatosi, una volta venne anche arrestato dalle corti britanniche, ma i giudici dovettero archiviare il caso, in quanto la  sua chiatta era al di fuori delle acque territoriali del Regno Unito. Egli si guadagnò la sua libertà attraverso una pratica seria e tanto impegno.

Leggendolo attraverso un’intervista del 2011 con il figlio Michael, ci accorgiamo di trovarci di fronte non ad una persona stramba, bensì alla quintessenza del genio imprenditoriale: un vero e proprio lascito. Ad esempio, non avevo proprio idea che Sealand fosse rappresentata in centinaia di eventi sportivi internazionali! Questo perché gli atleti di tutto il mondo hanno manifestato la volontà di farne parte in occasione di eventi di scherma, di minigolf, e anche di calcio.

Sealand possiede anche la sua moneta.
Non sono frottole. So quello che probabilmente state pensando: “voglio ottenere subito la cittadinanza!”  Bene, in questo caso, potreste andare sul sito internet dedicato ed acquistare il titolo che più vi aggrada:  Lord,  Lady, Barone, Baronessa, Conte o Contessa. Questa è la massima espressione del capitalismo: la commercializzazione dei privilegi reali!

È certamente difficile per noi immaginare a quali difficoltà si dovette far fronte all’epoca in cui Sealand fu fondata. Al giorno d’oggi, chiunque di noi potrebbe trasmettere qualsiasi cosa in ogni dove, semplicemente connettendosi con uno smartphone ed utilizzando un software di podcasting adeguato. Non ci soffermiamo nemmeno a pensare. Diamo per scontato il fatto che esista un diritto ad essere ascoltati e ad impiegare qualsivoglia mezzo tecnologico che sia funzionale alla causa. Basta che lo si voglia, e potrei trasmettere in diretta dal mio ufficio, mostrandovi tutto quello che accade in tempo reale (presumendo che a voi interessi veramente vedere quale tipo di caffè sto sorseggiando in questo momento).
Ma allora non era considerato così automatico che gli individui avessero il diritto di trasmettere solo quello che andava loro a genio. La televisione e la radio erano monopoli statali. Gli Stati ne controllavano i contenuti. Niente che non fosse stato preventivamente approvato si sarebbe mai potuto captare sulle onde radio. Ci sono voluti pionieri come il Principe Bates per indicarci la strada e dimostrarci che il mondo non sarebbe comunque andato in pezzi se anche la gente avesse potuto dire o ascoltare cose non autorizzate dallo Stato.

Siamo così riusciti a superare le nostre fobie circa la diffusione di trasmissioni pirata – ognuno è, per così dire, un soggetto emittente pirata al giorno d’oggi, e ciononostante l’umanità ancora sopravvive – ma possiamo dire lo stesso dell’altra questione sottesa a questa vicenda, senz’altro di più ampia portata?  Ci riferiamo, naturalmente, al tema della secessione politica.  Questo e nient’altro è ciò che Bates fu costretto a mettere in atto per spingere il mondo un passetto o due più avanti. Ma al giorno d’oggi, la gente indietreggia spaventata al solo sentir nominare la parola “secessione”.

Ma per qual motivo? Se i costi di essere governati superano di gran lunga i suoi benefici, perché mai le associazioni e gli individui dovrebbero essere costretti a mantenere un legame con i loro governanti?

Se lo Stato è davvero così convinto che i suoi servizi, dallo stesso erogati, siano semplicemente essenziali per il nostro benessere, perché non mettersi alla prova e lasciare che le persone possano liberamente scegliere ed esercitare il diritto di uscita, qualora le stesse considerino i costi troppo gravosi?

Del resto, è proprio quello che facciamo quotidianamente con un gamma di altri servizi. Supponiamo di aver stipulato un contratto per un servizio di disinfestazione per casa nostra, e che detto servizio funzioni bene per un determinato periodo di tempo. Poi, all’improvviso, gli insetti iniziano a proliferare un po’dappertutto. Chiamiamo il nostro addetto all’intervento, ma questi non si presenta. E non risponde nemmeno alla nostra chiamata. La situazione ben presto precipita. Concediamo comunque alla società il beneficio del dubbio. Ma a un certo punto,  gettiamo la spugna e risolviamo il contratto. Se un numero sufficiente di persone si comporta in questo modo, i bilanci della società cominciano a soffrire. E pertanto questa o si dà una regolata, oppure ben presto verrà estromessa dal mercato.

Dovremmo riservare lo stesso trattamento anche per lo Stato. Con il sistema attuale, che non ci permette di annullare il contratto  - anzi no, è ancora peggio, visto che non esiste alcun contratto! – lo Stato non ha alcun incentivo per migliorare l’erogazione dei suoi servizi. Continuerà a succhiarci soldi, restando del tutto insensibile alle proteste. Cerchiamo di risolvere il contratto, ma nessuno presta ascolto. Questa situazione non sarebbe nemmeno lontanamente concepibile nell’ambito delle relazioni commerciali, ma è quella a cui dobbiamo quotidianamente sottostare quando abbiamo a che fare con il settore pubblico.

I vecchi liberali classici, e tra questi il più famoso Thomas Jefferson, fecero del diritto di secessione  una questione di diritti umani. Le persone non dovrebbero essere costrette in relazioni con il governo che non siano funzionali ai loro interessi. Ma, nella fattispecie, si riscontra un problema anche di carattere pratico. Abbiamo bisogno di qualche strumento che ci consenta di tenere sotto controllo il potere dello Stato. E niente sembra funzionare. Abbiamo provato con le costituzioni. Abbiamo provato con dei meccanismi di controlli e bilanciamenti incrociati. Abbiamo provato introducendo il voto praticamente su ogni questione. Ma non c’è nulla da fare. Per cui, il diritto di elaborare e di tentare altre soluzioni al fine di preservare la libertà umana potrebbe funzionare proprio dove tutto il resto ha fallito.
Anche se la secessione non conseguisse questo obiettivo, essa consente comunque di realizzarne un altro, di fondamentale importanza. Secedendo, ci sbarazzeremmo del problema di pagare per un servizio che non corrisponde certo al suo costo! Un obiettivo che, da solo, concorre alla causa della salvaguardia della dignità umana.

Questo significa che dovremmo andare a vivere su una chiatta in mezzo all’oceano? Se scegliessimo di farlo, nulla da obiettare. Ma la tecnologia digitale ha effettivamente compiuto passi da giganti nel consentirci di abbattere le barriere fisiche che ci separano. Oggi abbiamo la possibilità di beneficiare di interazioni  reciprocamente produttive con persone provenienti da tutto il mondo. Stiamo tutti scoprendo che abbiamo molto più in comune gli uni con gli altri in quanto persone, rispetto a quanto si possa averlo con i nostri governi. Siamo in grado di operare e di lavorare con questo modello e, se ci è consentito farlo, di realizzare la secessione senza nemmeno staccarci dalla nostra sedia.

Da un punto di vista tecnologico, il progetto è più realizzabile che mai. Nella pratica, le persone si stanno prodigando per conseguire la secessione in svariati modi al giorno d’oggi – ovvero, detto altrimenti, esse hanno ingaggiato una lotta per togliersi il giogo dal collo.  Le leggi degli Stati sono diventate talmente gravose e ridicolmente ingombranti che miliardi di persone in tutto il mondo hanno deciso di  muoversi, con l’intento di creare qualcosa di valore per se stesse, arricchendo la propria esistenza. Questa costituisce una sicura forma di secessione.

Le secessioni hanno costituito una parte importante della storia della libertà. Le persone che rompono con l’esistente conferiscono un nuovo inizio alla libertà. Questo è ciò che è successo quando è terminata la morsa mortale dell’Unione Sovietica. Ed è quello che accadde nel 1776 quando si venne a determinare la nuova nazione chiamata  “Stati Uniti”.
L’unico problema con la secessione è che l’idea viene raramente presa in considerazione.

Come è fantastico che il Sud abbia dichiarato la propria secessione dall’Unione, così anche agli Stati della Confederazione si sarebbe dovuto consentire di separarsi dal nuovo governo centrale e, allo stesso modo, agli schiavi di liberarsi dai loro padroni. Il diritto di secessione è un diritto individuale.
Potrebbe accadere anche oggi. Abbiamo ancora tanto da imparare dalla vita di quel grande uomo che è stato Paddy Roy Bates. Ha anticipato i tempi. Egli ci ha mostrato come nel mondo fisico fosse possibile realizzare ciò che è concepibile nel mondo digitale. Certo: lo hanno definito “pirata”.  I governi sono sempre dietro la china. Egli è stato veramente un pioniere e un profeta del mondo a venire.

 

Articolo di Jeffrey Tucker su Laissez Faire

Traduzione di Cristian Merlo

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