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HRN live: Scenari internazionali

Luogocomune.net - Dom, 14/09/2014 - 07:00
Hangout con Giulietto Chiesa, Massimo Mazzucco e altri ospiti sulla situazione internazionale. (Per chi ha poco tempo suggerisco di ascoltare l'intervento di Giulietto Chiesa che iniza al minuto 29).

L'ascesa del “Petro-yuan” e la lenta erosione dell'egemonia del dollaro

Freedonia - Ven, 12/09/2014 - 10:10
L'introduzione all'articolo di oggi sarà breve perché esso stesso dice molto. Voglio solo aggiungere un paio di notizie attraverso le quali poter capire a che punto è arrivato il processo di de-dollarizzazione tra le varie nazioni del mondo e come lo yuan ne sta traendo beneficio. Gli ultimi tre mesi, infatti, hanno visto una Russia in crescente contrasto con gli USA, il risultato è stato sfavorevole per il biglietto verde. Prima Gazprom inizia ad accettare pagamenti in yuan, poi l'Inghilterra concorda con la Cina swap di valute (e la Svizzera la segue a ruota), poi la Turchia rompe i rapporti con gli USA, infine i BRICS lanciano il loro veicolo di finanziamento estraneo al dollaro. Russia e Cina non hanno dimostrato teoricamente che un mondo senza dollaro è possibile, bensì quel mondo è già qui... nella pratica. Vediamo chi saranno i prossimi a salire su questo treno.
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di Ron Paul


Per 70 anni uno dei fondamenti del potere americano è stato il dollaro, il cui ruolo è stato quello di moneta più importante del mondo. Negli ultimi 40 anni la sua dominanza nei mercati energetici internazionali ha rappresentato la sua presunta inossidabilità. Oggi la Cina non solo sta diventando una potenza economica, ma anche un mercato importante per gli esportatori di idrocarburi nel Golfo Persico ed una minaccia per il predominio del dollaro nel mercato energetico — con profonde conseguenze per la posizione strategica dell'America.

Sin dalla seconda guerra mondiale, la supremazia geopolitica dell'America ha fatto leva non solo sulla forza militare, ma anche sulla posizione del dollaro come valuta di riserva mondiale. Dal punto di vista economico il primato del dollaro gli consente di godere di "enormi vantaggi", minimizzando il rischio di cambio per le imprese statunitensi. La sua reale importanza, però, è strategica: il primato del dollaro permette all'America di coprire i suoi deficit di bilancio e delle partite correnti stampando semplicemente più cartamoneta — questo è precisamente il modo in cui Washington finanzia il suo potere da oltre mezzo secolo.

Sin dagli anni '70 una colonna del primato del dollaro è stato il suo ruolo dominante nella determinazione dei prezzi del petrolio e del gas. Ciò mantiene alta la domanda mondiale di dollari. Alimenta anche la voglia di dollari da parte dei produttori di energia, cosa che rafforza la posizione del dollaro come asset di riserva a livello mondiale; inoltre, i dollari possono essere "riciclati" nell'economia degli Stati Uniti per coprire i deficit americani.

Molti ritengono che la preminenza del dollaro nei mercati dell'energia deriva dal suo status di valuta di riserva mondiale. Ma il ruolo del dollaro in questi mercati non è né naturale né una funzione della sua posizione dominante. In realtà, è stato progettato dai responsabili della politica statunitense dopo il crollo dell'ordine monetario di Bretton Woods nei primi anni '70, ponendo fine alla versione iniziale del primato del dollaro ("egemonia del dollaro 1.0"). Collegare il dollaro alla negoziazione internazionale del petrolio è stata la chiave per creare una nuova versione del primato del dollaro ("egemonia del dollaro 2.0") — e, per estensione, per finanziare altri quaranta anni di egemonia americana.



Oro ed Egemonia del Dollaro 1.0

Il primato del dollaro è stato sancito in occasione della conferenza di Bretton Woods nel 1944, dove gli alleati degli americani aderirono al progetto di Washington di un ordine monetario internazionale. La delegazione della Gran Bretagna — guidata da Lord Keynes — e quella di ogni altro paese partecipante, salvo gli Stati Uniti, preferiva la creazione di una nuova valuta emessa dal neonato Fondo Monetario Internazionale (FMI) come principale fonte di liquidità globale. Ma questo avrebbe ostacolato le ambizioni americane di un ordine monetario dollaro-centrico. Anche se quasi tutti i partecipanti preferivano l'opzione inglese, il potere schiacciante dell'America fece sì che alla fine prevalessero le sue preferenze. Così, sotto il gold exchange standard di Bretton Woods, il dollaro fu ancorato all'oro e le altre valute ancorate al dollaro, il che lo rese la principale forma di liquidità internazionale.

C'era, però, una contraddizione nella visione di Washington. L'unico modo in cui l'America poteva diffondere abbastanza dollari per soddisfare le esigenze di liquidità mondiali, era attraverso disavanzi nelle partite correnti a tempo indeterminato. Mentre l'Europa occidentale ed il Giappone si riprendevano e riconquistavano la competitività, questi deficit crescevano. Data la domanda crescente dell'America — per finanziare l'aumento dei consumi, l'espansione dello stato sociale e l'allargamento del suo potere nel mondo — l'offerta di moneta statunitense presto superò le riserve auree. Sin dagli anni '50 Washington lavorò per convincere o costringere i titolari di dollari stranieri a non scambiare i biglietti verdi con l'oro. Ma l'insolvenza non poteva essere scongiurata a lungo: nell'agosto del 1971 il presidente Nixon sospese la convertibilità dollaro/oro, ponendo fine al gold exchange standard; nel 1973 sparirono anche i tassi di cambio fissi.

Questi eventi sollevarono diversi interrogativi sulla solidità a lungo termine di un ordine monetario basato sul dollaro. Per conservare il loro ruolo di fornitori di liquidità internazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare ad accumulare disavanzi delle partite correnti. Ma questi deficit stavano andando fuori controllo, poiché l'abbandono di Bretton Woods si intersecò con altri due sviluppi: l'America divenne un importatore netto di petrolio nei primi anni '70; l'affermazione sulla scena mondiale dei membri chiave dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1973-1974 generò un aumento del 500% del prezzo del petrolio, aggravando la pressione sulla bilancia dei pagamenti statunitense. Con il legame tra il dollaro e l'oro reciso ed i tassi di cambio non più fissi, la prospettiva di un deficit statunitense sempre più grande faceva germogliare preoccupazioni circa il valore di lungo termine del dollaro.

Queste preoccupazioni ebbero risonanza speciale tra i grandi produttori di petrolio. Sin dagli anni '20 il petrolio era prezzato in dollari sui mercati internazionali — ma, per decenni, venne utilizzata anche la sterlina negli acquisti di petrolio transnazionali, anche dopo che il dollaro la sostituì come valuta di riserva mondiale. Fino a quando la sterlina fu ancorata al dollaro e il dollaro era "buono quanto l'oro", il sistema era economicamente sostenibile. Ma dopo che Washington abbandonò la convertibilità dollaro/oro e il mondo passò da tassi di cambio fissi a fluttuanti, emerse la necessità di scegliere una nuova valuta per commerciare il petrolio. Con la fine della convertibilità dollaro/oro, i principali alleati dell'America nel Golfo Persico — lo Scià in Iran, il Kuwait e l'Arabia Saudita — finirono per favorire un cambio nel sistema dei prezzi dell'OPEC: dai prezzi denominati in dollari, alla loro denominazione secondo un paniere di valute.

In questo contesto, molti degli alleati europei dell'America volevano far rivivere l'idea (enunciata da Keynes a Bretton Woods) di fornire liquidità internazionale tramite una valuta emessa dal FMI — i cosiddetti "diritti speciali di prelievo" (DSP). Dopo che l'aumento dei prezzi del petrolio gonfiò i loro conti correnti, l'Arabia Saudita ed altri alleati arabi degli Stati Uniti spinsero affinché l'OPEC iniziasse la fatturazione in DSP. Inoltre guardavano con interesse le proposte europee per riciclare i petrodollari attraverso il FMI, al fine di incoraggiare la sua affermazione come fornitore principale di liquidità internazionale post-Bretton Woods. Ciò avrebbe significato che Washington non avrebbe più potuto continuare a stampare dollari per sostenere l'aumento dei consumi, l'incremento delle spese sociali e l'espansione della sua influenza globale. Per evitare tutto ciò, i politici americani dovettero trovare nuovi modi per incentivare gli stranieri a detenere quelli che ormai erano dollari fiat.



Petrolio ed Egemonia del Dollaro 2.0

A partire dalla metà degli anni '70 le amministrazioni degli Stati Uniti misero a punto due strategie. Una era massimizzare la domanda di dollari come valuta transnazionale. L'altra era invertire le restrizioni di Bretton Woods sui flussi di capitali transnazionali; con la liberalizzazione finanziaria, l'America poteva sfruttare l'ampiezza e la profondità dei suoi mercati dei capitali, e poteva coprire i suoi deficit di bilancio e delle partite correnti attirando capitali stranieri a costi relativamente bassi. Forgiare forti legami tra la vendita di idrocarburi e il dollaro era fondamentale su entrambi i fronti.

Per creare tali legami, Washington convinse i suoi alleati arabi nel Golfo a cedere la gestione della loro sicurezza agli Stati Uniti in cambio di un aiuto finanziario. Oltre ad infrangere le promesse fatte ai partner europei e giapponesi, l'amministrazione Ford spinse clandestinamente l'Arabia Saudita e gli altri produttori arabi a riciclare quantità sostanziali dei loro petrodollari nell'economia statunitense attraverso intermediari privati (in gran parte degli Stati Uniti), piuttosto che attraverso il FMI. L'amministrazione Ford chiese anche il supporto per le finanze tese di Washington, raggiungendo accordi segreti con l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti affinché le loro banche centrali acquistassero grandi quantità di titoli del Tesoro USA al di fuori delle aste normali. Queste disposizioni impedirono al FMI di spodestare gli Stati Uniti come principale fornitore di liquidità internazionale; inoltre contribuirono all'ampliamento dei deficit degli Stati Uniti, spalleggiato dal re-investimento di dollari esteri in America tramite i mercati finanziari privati e gli acquisti di titoli di stato statunitensi.

Pochi anni dopo, l'amministrazione Carter strinse un altro accordo segreto con i sauditi: Riyadh si impegnava ad esercitare la sua influenza in modo da garantire che l'OPEC continuasse a prezzare in dollari il petrolio. Tale impegno risultò fondamentale per ampliare l'egemonia del dollaro come valuta transnazionale nel mercato petrolifero. Col collasso del sistema dei prezzi amministrato dall'OPEC a metà degli anni '80, l'amministrazione Reagan suggerì che le vendite di petrolio transfrontaliere fossero fatturate in dollari. Prezzare il petrolio — e, più tardi, il gas — in dollari garantiva che le vendite di idrocarburi non solo fossero espresse in dollari, ma venissero anche saldate col biglietto verde, generando un costante sostegno alle domanda di dollari in tutto il mondo.

In breve, queste occasioni furono fondamentali nella creazione "dell'egemonia del dollaro 2.0". E sostanzialmente hanno retto finora, nonostante la periodica insoddisfazione araba per la politica mediorientale degli Stati Uniti, ovvero, l'allontanamento degli Stati Uniti da altri produttori del Golfo (l'Iraq di Saddam Hussein e la Repubblica islamica dell'Iran) e l'interesse per il "petro-Euro" nei primi anni 2000. I sauditi, in particolare, hanno difeso vigorosamente la tradizione di un prezzo del petrolio espresso in dollari. Mentre l'Arabia Saudita ed altri importanti produttori petroliferi ora accettano il pagamento in altre valute quando parliamo delle loro esportazioni di petrolio, la quota maggiore delle vendite mondiali di idrocarburi continua ad essere saldata in dollari, perpetuando lo status del dollaro come valuta transnazionale più importante del mondo. L'Arabia Saudita ed altri produttori nel Golfo hanno rispettato la loro parte dell'accordo acquistando grandi partite di armi statunitensi; la maggior parte ha anche agganciato le proprie valute al dollaro — un impegno che gli alti funzionari sauditi descrivono come "strategico". Mentre la quota dei dollari nelle riserve globali è scesa, il riciclaggio dei petrodollari aiuta a mantenerli la valuta di riserva mondiale.



La Sfida della Cina

Eppure la storia e la logica ci avvertono che le pratiche attuali non sono scolpite nella pietra. Infatti l'ascesa del "petroyuan" sta spronando il sistema monetario ad essere meno dollaro-centrico nei mercati internazionali dell'energia.

Mentre la Cina diventata uno dei principali attori sulla scena energetica mondiale, ha anche intrapreso una campagna di internazionalizzare della propria valuta. Una quota crescente del commercio estero della Cina viene espresso e regolato in renminbi; sta crescendo anche l'emissione di strumenti finanziari denominati in renminbi. La Cina sta perseguendo un processo di liberalizzazione dei capitali, essenziale per la piena internazionalizzazione del renminbi; inoltre sta permettendo una maggiore flessibilità ai tassi di cambio dello yuan. La Banca Popolare di Cina (PBOC) ora ha accordi di swap con oltre trenta banche centrali — il che significa che il renminbi già svolge efficacemente il ruolo di valuta di riserva.

I politici cinesi apprezzano i "vantaggi" di cui gode il dollaro; il loro scopo non è quello di rimpiazzarlo col renminbi, ma di posizionare lo yuan a fianco del biglietto verde come valuta transnazionale e di riserva. Oltre ai benefici economici (ad esempio, riduzione dei costi di cambio per le imprese cinesi), Pechino vuole — per motivi strategici — rallentare ulteriormente la crescita delle sue enormi riserve in dollari. La Cina ha visto aumentare la propensione americana a tagliare fuori i paesi dal suo sistema finanziario come strumento di politica estera, e si preoccupa che Washington possa farlo anche con lei; l'internazionalizzazione del renminbi può mitigare tale vulnerabilità. Più in generale, Pechino comprende l'importanza del dollaro per il potere americano; intaccandolo, la Cina può contenere un eccessivo unilateralismo degli Stati Uniti.

Da tempo la Cina ha inserito gli strumenti finanziari nel suo programma per accedere agli idrocarburi stranieri. Ora Pechino vuole che i principali produttori di energia accettino il renminbi come valuta transnazionale — il che include la risoluzione degli acquisti di idrocarburi in renminbi — e lo incorporino nelle riserve delle loro banche centrali. I produttori hanno motivo di essere ricettivi. La Cina, nel futuro prossimo, diventerà il principale mercato incrementale per gli idrocarburi del Golfo Persico e dell'ex-Unione Sovietica. Le aspettative di lungo termine sull'apprezzamento dello yuan facilitano l'accumulo di renminbi in termini di diversificazione del portfolio. E mentre l'America è vista sempre più come una potenza egemone in declino, la Cina viene vista come il suo sostituto per eccellenza. Anche per il Golfo arabo, che per tanto tempo ha fatto affidamento su Washington come suo garante della sicurezza, sarà più conveniente stringere legami con Pechino. Per la Russia i rapporti in deterioramento con gli Stati Uniti spingono una cooperazione con la Cina, contro quello che sia Mosca che Pechino considerano una potenza in declino, ma ancora pericolosamente instabile e nervosa.

Per diversi anni la Cina ha pagato con i renminbi alcune delle sue importazioni di petrolio dall'Iran; nel 2012 la PBOC e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti hanno istituito uno swap di valute da $5.5 miliardi, gettando le basi per saldare in renminbi le importazioni di petrolio da Abu Dhabi — un importante ampliamento dell'utilizzo del petroyuan nel Golfo Persico. L'accordo sino-russo da $400 miliardi sul gas che è stato siglato quest'anno, prevede il pagamento in renminbi per gli acquisti cinesi di gas russo; se completato, questo significherebbe un ruolo apprezzabile per il renminbi nelle transazioni relative al gas.

Guardando al futuro, l'uso del renminbi per saldare le vendite internazionali degli idrocarburi aumenterà sicuramente, accelerando il declino dell'influenza americana nelle regioni produttrici di energia. Inoltre, per Washington diventerà più difficile finanziare quelle che la Cina ed altre potenze considerano politiche estere eccessivamente interventiste — una prospettiva su cui la classe politica americana non ha ancora cominciato a riflettere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il ciclo naturale: VII parte

Von Mises Italia - Ven, 12/09/2014 - 08:00

VI. L’introduzione delle imitazioni nel modello. Inevitabilità della crisi. Il ciclo naturale

 

Stando a quanto descritto nel paragravo V, la nostra visione sembra essere semplicemente la riscrittura dell’impostazione hayekiana, arricchita da alcuni elementi legati alla teoria delle aspettative. Infatti, ci siamo volutamente tenuti a distanza dai distinguo, per poterli approfondire nella presente sezione. Nel paragrafo precedente, infatti, ci siamo limitati a parlare di boom sostenibile e boom artificioso, descrivendo la crisi come una inevitabile conseguenza di una crescita dovuta a distorsioni nella struttura della produzione generate da squilibri nel sistema delle preferenze. Ora cercheremo di dimostrare come, invece, la crisi sia una conseguenza di tutte le fasi di crescita e come a distinguere un boom sostenibile da uno artificioso non sia l’insorgere della depressione, ma la sua intensità e durata. Pertanto, a nostro modo di vedere, anche in caso di espansione ‘sana’ la fase di crescita sarà seguita da un processo di riassestamento (crisi). Questo perché, anche, nello sviluppo sostenibile, positive aspettative di profitto, a ciclo innescato, facilitano l’emergere di iniziative speculativo-imitative che, ad un certo punto, devono essere liquidate al fine di ‘normalizzare’ il cammino di crescita. Ciò che distingue sviluppo sostenibile da boom artificioso non è l’emergere di una crisi; la differenza giace nella natura della crisi e nella sua intensità.

Gli elementi cruciali della nostra analisi sono quindi le aspettative e il processo imitativo. Come visto, Hayek (1929, p. 147) già nel 1929 riconosce il ruolo centrale delle aspettative, quando enfatizza le aspettative di profitto come il motore che guida le preferenze imprenditoriali, con la possibilità di rendere gli imprenditori maggiormente orientati al futuro e quindi portanto il tasso di interesse d’equilibrio verso un valore più alto.

Le aspettative di profitto sono un elemento chiave per la visione hayekiana sia in caso di crescita sostenibile sia nel caso opposto. Esse ci serviranno per descrivere l’insorgere delle imitazioni e dell’espansione secondaria, seguita poi da una crisi. È tempo dunque di vedere come la cosiddetta crescita sostenibile austriaca si trasformi, nella nostra visione, nel ciclo naturale.

Nella situazione ideale in cui non esista il tasso monetario (e la banca centrale), un allungamento del periodo di produzione, con l’emergere di processi di investimento capital-intensive, è possibile quando o i consumatori o gli investitori diventano maggiormente future-oriented. Se sono i consumatori a modificare le loro preferenze per primi, ciò si manifesterà in un accresciuto risparmio cui seguirà una diminuzione del tasso naturale di interesse, al fine di attirare gli investitori ad utilizzare quelle risorse per investimenti più roundabout. Se sono, invece, gli imprenditori a spingere per primi verso un allungamento della struttura produttiva, il tasso naturale si eleverà al fine di attirare i risparmiatori nella stessa direzione, fornendo le risorse necessarie ai nuovi investimenti. In entrambi i casi, il tasso naturale è mosso da una modifica della struttura delle preferenze temporali, generata a sua volta da diverse aspettative. Ciò che segue è un processo di sviluppo sostenibile.

Il ruolo delle aspettative imprenditoriali in generare investimenti capital-intensive è enfatizzato anche da Schumpeter, come è ben noto. Più sopra abbiamo anche visto come Hayek si riferisca esplicitamente a Schumpeter nel sottolineare il processo innovativo e di investimento che segue ad aspettative di profitto positive. In tale processo di espansione, secondo la tradizionale versione della ABCT, non sorgono gli elementi necessari a generare una crisi.

Tuttavia, l’osservazione della realtà ci spinge ad enfatizzare, come abbiamo già sottolineato sopra, che la prima ondata di investimenti è sempre seguita da un’ondata secondaria di imitazioni e speculazioni. Come analizzato, il ritmo della crescita economica diventa particolarmente sostenuto quando all’ondata primaria di investimenti imprenditoriali si aggiunge una fase di crescita secondaria spinta dagli istinti imitativi di imitatori alla ricerca di profitto e spinti dalla ‘moda’. A ben guardare, le speculazioni imitative sono tipiche di tutte le fase di boom registrate storicamente, dalla bolla dei tulipani del Seicento a quella della new economy nel 2001 a quella recente del settore immobiliare. Perché le imitazioni sono inevitabili? È quanto abbiamo visto precedentemente, riportando la visione lachmanniana sullo sviluppo capitalistico caratterizzato da innovazioni e imitazioni. Rimanendo fedeli al soggettivismo e al ruolo delle aspettative, è facile intuire come il successo di iniziative imprenditoriali sia facilmente seguito da imitatori alla ricerca di successo all’interno di ciò che all’inizio sembra sempre un periodo di crescita destinato a non finire. La fase primaria di crescita è carattarizzata da investimenti messi in moto da un numero limitato di imprenditori, coloro che sono in grado di cogliere opportunità che ai più rimangono oscure, e quindi i primi a modificare le proprie aspettative. La fase secondaria invece è caratterizzata dall’apparire sul mercato di una numero eccezionale di imitatori.

Abbiamo così individuato le prime due fasi del nostro ciclo naturale: l’espansione primaria, generata da un mutamento della struttura delle preferenze temporali e delle aspettative, e l’espansione secondaria, caratterizzata da investimenti imitativi.

Se la realtà delle speculazioni imitative è dunque ineliminabile, essa delinea i caratteri del processo di crescita, enfatizzando lo sviluppo al di sopra del livello immaginato inizialmente. Come l’ondata primaria di investimenti, anche la seconda è generata da aspettative di profitto, in particolare dall’aspettativa che la situazione in corso non cambi (Schumpeter, 1939, p. 145). Dal punto di vista quantitativo, inoltre, l’imitazione potrebbe essere addirittura più consistente del primo ciclo di investimenti, perché coinvolge un maggior numero di individui, con aspettative ‘sovraeccitate’ dal boom (Schumpeter, 1939, p. 146). Saranno proprio tali investimenti secondari a dover venire liquidati attraverso una crisi di aggiustamento, come cercheremo di dimostrare.

Il fatto che gli investimenti di ondata secondaria portino necessariamente ad una loro liquidazione, generando una crisi, anche in caso di boom non artificialmente indotto da scoordinamento tra tasso naturale e tasso monetario, sembrerebbe evidentemente in contraddizione con la versione tradizionale della teoria austriaca, che invece non ammette crisi qualora tale scoordinamento non sia alla base del processo di crescita. Noi riteniamo invece che tale visione debba essere superata, pur non negando la validità di fondo dell’approccio austriaco.

Ricapitoliamo il sorgere dell’espansione primaria caratterizzante il nostro ciclo naturale. Quando, per via di positive aspettative di profitto, gli imprenditori diventano maggiormente future-oriented, il tasso naturale di interesse cresce, al fine di muovere nella stessa direzione le preferenze dei consumatori, inducendoli a risparmiare di più, per generare risorse disponibili a soddisfare l’accresciuta richiesta di loanable funds da parte degli investitori. La situazione speculare è quella in cui sono le aspettative dei consumatori a mutare in un senso maggiormente orientato al futuro; in questo caso il tasso naturale di interesse scende, comunicando agli imprenditori che nuove risorse sono disponibili per investimenti più lunghi. In entrambe le situazioni inizia ciò che nel gergo austriaco è un boom sostenibile.

Secondo tale schema, visto che l’allungamento della struttura produttiva deriva da un mutamento delle preferenze temporali e gli operatori del mercato non sono ingannati da un tasso monetario non coerente con quello naturale, gli investimenti in atto troveranno sempre risorse a disposizione per completare i progetti imprenditoriali avviati. Questo proprio perché, senza l’interferenza delle autorità politico-monetarie, gli operatori del mercato sono liberi di ‘scoprirsi’ vicendevolmente e di riadattare il proprio schema di preferenze in modo conforme alla mutata situazione.

Tuttavia, a noi sembra di cogliere che tale visione non tenga conto di un dato fondamentale: il ritmo degli investimenti nel tempo reale. La distinzione schumpeteriana di ondata primaria e ondata secondaria degli investimenti diventa a questo proposito fondamentale. Infatti, sembra non generare alcun problema l’iniziale aumento degli investimenti seguito da una modifica nella struttura delle preferenze temporali. Sia nel caso di risparmio in salita che in quello di tasso naturale in crescita a causa delle aspettative di profitto, i tempi di insorgenza delle iniziative imprenditoriali sono necessariamente dettati dal riallineamento delle preferenze. Quando i risparmi aumentano, infatti, il problema non si pone proprio perché le aumentate risorse sono la la causa prima della diminuzione del tasso naturale e l’allungamento della struttura produttiva una conseguenza. Nel caso di aumentata domanda di loanable funds, inoltre, le nuove risorse per gli investimenti non sono a disposizione finché i consumatori non decidono di accrescere la propria propensione al risparmio, cioè fino a quando le intenzioni dei due gruppi di attori non si riallineano.

Il discorso cambia quando ad entrare in gioco è l’ondata secondaria degli investimenti, quella generata dal processo imitativo. Essa è anzitutto un fatto naturale, intrinseco al boom, di qualunque boom si tratti. Infatti, come enfatizzato da Schumpeter, il moto innovativo non si genera mai come fenomeno di massa; al contrario, esso sorge per iniziativa di alcuni spiriti ‘eletti’, gli imprenditori, la cui essenza consiste proprio nell’essere in grado di cogliere opportunità di profitto laddove altri non riescono invece a vederle[85]. In seguito, peraltro, quando il fenomeno espansivo è già in moto, quando ormai un’opportunità di profitto è stata individuata e colta da alcuni, la prospettiva di acciuffare una fetta della torta diventa allettante per i molti (ruolo delle aspettative). Non per coloro che hanno colto l’opportunità in gioco e hanno iniziato a investire, e che ormai sono sulla strada del raccoglimento dei frutti; ma per coloro che invece erano stati alla finestra e che ora tentano di prendere parte alla fase ascendente (con un lack temporale rispetto all’ondata primaria).

In che cosa si materializza il desiderio imitativo? In una nuova domanda di loanable funds, al fine di un inserimento nel ciclo espansivo di un processo produttivo più roundabout. Ciò significa il tentativo di allungare temporalmente il processo di espansione, aumentando il grado di incertezza.

 

More time taken implies more things can happen – providing the possibility of greater productivity but also greater uncertainty. Since the value of higher order (capital) goods depends on the prospective value of the consumer goods they are expected to produce, the elapse of time, and with it the arrival of unexpected events, implies that some production plans are bound to be disappointed and thus the value of specific capital goods will be affected[86].

 

Ed eccoci alla seconda fase del ciclo naturale, l’espansione secondaria. La pressione sulla domanda di fondi prestabili porta il tasso d’interesse naturale a salire ulteriormente, al fine di attirare nuovi risparmi per finanziare tali investimenti. E qui entra il gioco il ruolo delle banche in una misura molto simile a quella indicate da Schumpeter. Inizialmente la richiesta di loanable funds non può essere soddisfatta, perché le preferenze non si sono ancora riallineate sul nuovo livello di tasso di interesse, ed è anche probabile che questo riallineamento non avvenga.

Tuttavia, il sentiment positivo, le aspettative positive di profitto, che diventano ‘incandescenti’ al termine dell’espansione primaria, esercita un ruolo anche sull’azione delle banche. Infatti, proprio per quanto sta accadendo durante l’espansione, è molto probabile che le banche mettano a disposizione ‘fondi virtuali’, non rappresentati da risparmio reale (come durante la prima ondata di investimenti), spinte dall’aspettativa che l’adattamento delle preferenze dei consumatori (ulteriore risparmio) non può non avvenire, proprio a causa dell’entusiasmo generato dal boom. Così si torna al fenomeno misesiano della creazione di moneta, enfatizzato, con tutt’altro accento, anche da Schumpeter.

D’altro canto, è molto probabile che il riallineamento atteso non avvenga. Per quanto il tasso naturale sia accresciuto, per via delle aspettative di profitto manifestatesi nella richiesta di una seconda ondata (imitativa) di investimenti, la possibilità per il risparmio di accrescersi è limitata da due fattori in gioco. Uno, il più evidente, è che ovviamente i consumatori debbono anche consumare, quindi la loro possibilità di risparmiare (di allinearsi) è limitata oggettivamente dalla necessità di consumare. Inoltre, con tutta probabilità, anche i consumatori verranno influenzati dall’entusiasmo generale della fase di boom, mutando le loro preferenze in senso contrario, cioè accrescendo la loro propensione al consumo. Questo è maggiormente vero per il fatto che nella fase di boom i salari reali crescono, per attirare lavoratori nei nuovi settori d’investimento o per impiegare lavoratori prima disoccupati. Ciò, come nella tradizionale spiegazione austriaca, porta ad una pressione della domanda verso i beni di consumo, con un iniziale fenomeno di risparmio forzato e una susseguente necessità della struttura produttiva di tornare verso progetti present-oriented (beni di consumo). A questo punto, la crescita dei prezzi dei salari e la pressione sui prezzi dei beni di consumo porta a ciò che Hayek ha chiamato effetto Ricardo e che è una delle spiegazioni per cui una prolungata fase di boom sospinta da espansione monetaria è destinata a trasformarsi in una crisi.

 

[I]f the credit expansion boom does not come to an end sooner for some other reason, it must come to an end when consumer product prices advance ahead of wage and resource prices. The Ricardo effect lowers real wages and encourages a shift toward labor-intensive methods of production. A lowering of the real wage of labor makes short-term (labor-intensive) projects appear to be more profitable than long-term (capital-intensive) methods of production. The Ricardo effect may account for the sudden wave of bankruptcies among the large fixed-investment projects that occurred toward the end of many nineteenth-century business cycles[87].

 

Così, mentre la prima ondata di investimenti può completare il suo ciclo a causa dell’esistenza reale di fondi prestabili (senza la quale il ciclo espansivo non sarebbe neppure iniziato), la seconda si vedrà frustrata da un mutamento nella struttura delle preferenze dei consumatori e da una politica bancaria influenzata dalle aspettative di profitto.

La differenza tra crescita sostenibile e boom artificioso, dunque, giace nel seguente fatto: laddove il ciclo ‘viziato’ sia innescato da uno scoordinamento tra un tasso naturale e un tasso monetario controllato dalle autorità monetarie, in generale molti dei roundabout processes of production si trovano ad essere frustrati per l’insorgere del fenomeno hayekiano della scarsità di capitale così come descritto più sopra. In caso, invece, di boom sostenibile (ciclo naturale), generato per la modifica delle aspettative, è solo l’inevitabile ondata di investimenti imitativo-speculativi, sostenuta da una politica bancaria influenzata dal sentiment positivo, che si troverà in un secondo momento ad essere frustrata e la crisi sarà il necessario moto di liquidazione di tali malsane iniziative.

Ciò che seguirà in quest’ultimo caso sarà dunque una crisi (terza fase del ciclo naturale), ma limitata nella sua intensità, durata e quantità dei settori coinvolti. Potremmo chiamarla una crisi di riaggiustamento momentaneo, che non annulla gli effetti benefici del boom precedente, ma si limita a liquidare le iniziative imprenditoriali sorte a fine speculativo-imitativo. Non si verificherà, invece, il quarto stadio, tipico della crescita non sostenibile: la depressione.

Possiamo rappresentare la differenza tra espansione tra il tipico ‘boom and bust cycle’ austriaco e il ciclo naturale per il mezzo dei seguenti diagrammi.

 Figura 1: ‘Boom and Bust’ Cycle, generato dal conflitto tra tasso monetario e tasso naturale.

Figura 2: Il Ciclo Naturale.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Link alla quarta parte Link alla quinta parte Link alla sesta parte

Note

[85] In ciò consiste la funzione imprenditoriale anche per la teoria austriaca tradizionale, che individua nella capacità di cogliere opportunità di profitto la causa del profitto.

[86] Lewin (2005, p. 151).

[87] Moss (2005, pp. 8-9).

 

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Le esercitazioni dell’Undici Settembre

Luogocomune.net - Gio, 11/09/2014 - 15:50
di Riccardo Pizzirani

Le esercitazioni dell’Undici Settembre
Quando un evento grande e complesso come l’undici settembre viene esaminato in lungo e in largo, è perfettamente naturale che emergano delle coincidenze e anche qualche piccola contraddizione. Succederebbe anche in una giornata come tutte le altre, se ci si dedicasse l’attenzione, il tempo e l’energia che sono stati spesi per analizzare gli eventi di quel giorno. E’ però altrettanto vero quello che dicono gli investigatori americani: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova. Ma una prova di cosa, eventualmente? Beh, come spiega il ricercatore Webster Tarpley le esercitazioni sono il perfetto cavallo di troia per un piccolo gruppo di cospiratori che voglia condurre un evento false-flag sul proprio territorio. Questo per vari motivi: prima di tutto, proprio per il modo con cui funzionano le esercitazioni: due schieramenti, un blue team di difensori che compone la stragrande maggioranza dei militari coinvolti, che si sta addestrando e si aspetta di essere attaccato, e dall’altro lato un red team di pochi attaccanti che cerca di metterli alla prova. E’ solo all’ultimo momento che si passa dall’esercitazione all’atto terroristico vero e proprio, quindi se qualche operativo del complotto viene intercettato e scoperto, può sempre dire che faceva parte del red team dell’esercitazione e può farla franca, e magari continuare anche il suo compito. Secondo punto, un cospiratore può aprirsi strade che normalmente gli sono precluse, sia facendo leva sulla confusione che si genera durante un esercitazione, sia sulla maggiore autorità che temporaneamente gli viene assegnata. Ultimo, ma non meno importante, tutte le forze di reazione e soccorso sono già dispiegate, e un gruppo di cospiratori altolocato può quindi controllare anche gli eventi che seguono l’attacco, nascondendo o distruggendo le prove e ostacolando le prime investigazioni. Questo articolo intende ricapitolare e analizzare nel dettaglio le numerose esercitazioni civili e militari che si tennero prima e durante l’undici settembre, mettendole nel contesto degli eventi di quel giorno, in modo che ciascuno possa valutare autonomamente se è legittimo pensare ad un complotto, o se è più ragionevole concludere che si sia trattato semplicemente di coincidenze.

Iniziamo però con lo sfatare un vecchio mito: quello che gli attacchi non fossero prevedibili.


“Nessuno poteva prevederlo”
Come sappiamo dalle affermazioni dirette del Presidente e degli altri membri del governo e delle Forze Armate, gli attacchi del 9/11 non potevano essere previsti, anzi nemmeno ipotizzati:

“Mai i processi mentali di chiunque su come proteggere l'America hanno ipotizzato che i malfattori avrebbero fatto schiantare non uno, ma quattro aerei commerciali contro obiettivi preziosi degli Stati Uniti - mai.”
Presidente G.W.Bush, sito web della Casa Bianca (16 settembre 2001)

E' ovvio che il governo sta mentendo sul 9/11

Freedonia - Gio, 11/09/2014 - 10:20




di Gary North


Questo mese, in Canada, una campagna sta sfidando la versione del governo sul 9/11. Sono a favore di questa iniziativa, sia professionalmente come storico sia come severo scrutinatore delle posizioni ufficiali del governo.

Ecco un breve video su questa campagna.





Si tratta di un video dall'aspetto professionale. Può funzionare. Un sacco di persone possono essere coinvolte. Ma meno di 4,000 l'hanno visto.

Il gruppo vuole svolgere un'opera divulgativa. Sono totalmente a favore di opere divulgative sul 9/11. Questo potrebbe essere un appiglio per spronare opere divulgative su altre questioni. Le persone che finalmente capiscono come siano state manipolate dai manipolatori nel governo degli Stati Uniti, diventeranno probabilmente più inclini ad accettare il messaggio che gli inganni partono da molto lontano.

Il video si concentra sul Canada. Può funzionare. Rispetto ai loro cugini americani, i canadesi sono più propensi a pensare che il governo americano sia disposto a mentire. Comunque, questa è la mia ipotesi.

Ma la domanda che mi viene in mente è questa: "Chi sta mettendo i soldi per questa campagna?" E successivamente: "Perché?"

Sono un grande credente nella ricerca della verità storica. Credo anche che quasi nessuno si sia impegnato in tale ricerca, e la maggior parte di quelli che l'hanno fatto non aveva molto denaro.

Quando abbiamo a che fare con la versione del governo, fatevi sempre questa domanda: "Chi sta coprendo?" Ma non dimenticate quest'altra: "Chi paga per scoprirlo?" E questa: "Perché?"



DIVULGARE

Fatto: non serve divulgare qualcosa se non avete un programma molto esplicito e ben focalizzato per mobilitare le persone. La campagna di marketing deve essere un'estensione del piano di mobilitazione. Deve rafforzare questo piano. Deve ignorare tutto ciò che non è un aspetto di questo piano.

Abbiamo risorse limitate. È molto facile sprecarle. Questo è il motivo per cui è necessaria una campagna di marketing: risparmiare risorse. Bisogna avere un obiettivo specifico per le spese. Bisogna avere indicatori di successo. Bisogna avere una rapida comunicazione delle spese. Bisogna avere un modo per generare denaro dalla campagna in modo che non debba essercene un'altra.

Fino a quando tutto questo non sarà a posto, e testato su scala limitata e statisticamente rappresentativa, il denaro sparirà.

Potremmo chiamarlo direct marketing. Eppure solo poche persone riescono a comprenderlo, e meno ancora si impongono di seguire questa procedura.

Le persone che salgono a bordo di progetti "divulgativi" lo fanno per molte ragioni. Non esiste un modello universale per aderire ad una causa. E' troppo costoso ideare una campagna di reclutamento separata da ciascuna di queste motivazioni. Il budget è troppo piccolo. I mercati sono troppo diversificati. Le motivazioni personali sono troppo varie.

Anche coloro che promuovono la versione ufficiale hanno molteplici motivazioni. Ma hanno un enorme vantaggio: i soldi del governo, il potere del governo ed i media mainstream, che temono il potere del governo e vogliono i suoi soldi.

Molte persone non hanno il tempo di ripensare a tutte le posizioni del governo. Anche se si tratta di grandi posizioni, le persone non hanno il tempo di ripensarci nel dettaglio. Percepiscono il costo personale di tali indagini. Semmai capissero che sono stati ingannati deliberatamente, potrebbero perdere la fiducia nel governo. Questo equivale ad abbandonare quella religione che avete coltivato sin dalla vostra giovinezza. I costi sono alti. Più si è anziani, più capitale emotivo è stato investito in questo "mercato". Abbandonare la fede nella linea ufficiale significa ammettere di essere già caduti preda di un grande inganno. Significa fare la figura degli scemi. Eravate un "capro espiatorio", come potremmo definire Lee Harvey Oswald.

Un vecchio adagio recita: "Non si può cambiare solo una cosa." Quando si abbandona la fiducia nelle spiegazioni ufficiali del governo, allora vi sentite come se doveste offrirne uno migliore. Questo apre un enorme vaso di Pandora. Questo vi farà seguire le orme del bianconiglio. Poi vi farà scendere a fondo nella sua tana. Diverrete come Alice. Potreste entrare nel paese delle meraviglie. Potreste non uscirne più.



PERDITA DI FIDUCIA

La mia perdita di fiducia nelle versioni ufficiali della storia americana, è iniziata nell'autunno del 1958. Scrissi una tesina sull'attacco giapponese a Pearl Harbor. Raggiunsi una conclusione: non solo nella prima settimana del dicembre 1941 il presidente Roosevelt sapeva dell'imminenza di un attacco, per un anno aveva autorizzato politiche che secondo lui avrebbero provocato un attacco del genere. Il ministro della guerra Henry L. Stimson parlò per Roosevelt quando nel 25 novembre 1941 scrisse questa voce nel suo diario: "La domanda era come avremmo dovuto manovrarli [i giapponesi] affinché sparassero il primo colpo. . . ."

Nel 1958 non sapevo che era stato ministro della guerra sotto Taft, segretario di stato sotto Hoover e successivamente conosciuto come "presidente dell'establishment americano". Ero giovane e ingenuo nel 1958. Non sono più giovane. Confido di non essere nemmeno ingenuo . . . non sul governo degli Stati Uniti comunque.

Questa settimana ho letto un altro libro che pretende di spiegare il perché i giapponesi attaccarono Pearl Harbor: Operation Snow (2012). Incolpa Stalin e Harry Dexter White. Non si avvicina nemmeno a dimostrare la sua tesi. L'autore dice esplicitamente che il presidente Roosevelt non sapeva nulla di quello che stava per accadere a Pearl Harbor, che non pungolo' in alcun modo i giapponesi affinché attaccassero la flotta. Quindi, sostiene il libro, Harry Elmer Barnes aveva torto (Prefazione, p. xx). Questo libro è stato pubblicato dalla Henry Regnery Company, il cui fondatore ha pubblicato il resoconto più dettagliato sulle manipolazioni dietro le quinte di Roosevelt: Back Door to War: The Roosevelt Foreign Policy, 1933-1941 (1952) di Charles C. Tansill, che nel 1952 era uno dei due o tre storici americani più illustri in fatto di politica estera americana. Non compare nella bibliografia di Operation Snow. Né in quella di President Roosevelt and the Coming of the War (Yale University Press, 1948) di Charles Beard. Operation Snow non ha alcuna nota a pié pagina. Eppure la Regnery l'ha pubblicato.

Questo è ciò che accade ad ogni movimento che si dedica a respingere la posizione ufficiale del governo. I dilettanti poco qualificati ottengono uno sbocco per le loro teorie raffazzonate. Lo stesso vale per gli squinternati totali. Allora gli scettici devono spendere più tempo e denaro per cercare di mantenere in carreggiata il movimento.

Problema: non esiste solo una carreggiata. Per il governo sì, ma non per gli scettici.

Questo è il motivo per cui ci sono più libri sull'assassinio di Kennedy di quelli su qualsiasi altro evento della storia moderna: troppe tracce. Il governo ha una sola traccia: la relazione della Commissione Warren.

Al centro di ogni movimento revisionista ci deve essere un presupposto fondamentale: "Le versioni del governo sugli eventi storici nazionali sono vere fino a prova contraria."

Il movimento revisionista è infatti un movimento di resistenza. E' quello su cui poggia l'onere della prova, almeno nella mente della maggior parte dei cittadini. Deve quindi iniziare la sua ricerca raccogliendo prove schiaccianti riguardo un singolo fatto centrale. Deve dimostrare che tutto quello che il governo ed i media mainstream hanno promosso, non esiste. Sono questi i semi iniziali del dubbio: piantateli, irrigateli, nutriteli e poi aspettate che germoglino per raccogliere altri semi.

Problema: non appena uno scettico di primo piano nel campo dei revisionisti offre una teoria di ciò che è accaduto, viene aperto il vaso di Pandora. Ciò inizierà quasi immediatamente. Può anche dare slancio al movimento revisionista.

Quando si identifica ciò che non poteva essere successo, si mette in dubbio la versione del governo. Si puo' anche mettere un cartello di "Deviazione" sul sentiero del bianconiglio.

Nel caso del 9/11, gli scettici dovrebbero iniziare dal luogo dello schianto del volo United Airlines 93 a Shanksville, Pennsylvania. Non c'erano detriti. Conclusione: non era il luogo dello schianto. Qualunque cosa sia successa all'aereo, non è finito nel sito ufficiale dello schianto.

Il decollo dello scetticismo dovrebbe iniziare laddove non ci può essere un contro-argomento -- preferibilmente un argomento basato sulla fisica o sull'ingegneria. Iniziare dove il rapporto ufficiale non offre alcuna prova. Iniziare dove c'è un silenzio auto-imposto accompagnato da una ridicolizzazione delle teorie cospirazioniste.

Questo sarà sufficiente a sollevare seri dubbi.

Non appena i ricercatori di Shanksville riescono a far trapelare questa storia e la difendono in modi diversi -- video, articoli, libri -- si può andare avanti e parlare dell'Edificio 7.

Nel frattempo, gli specialisti dell'Edificio 7 costruiscono la loro tesi. "Perché questa sembra una demolizione controllata?"

Intanto ci sono anche gli scettici sull'incidente del Pentagono che fanno il loro lavoro. "Cosa ha colpito veramente il Pentagono?"

Tutti loro dovrebbero continuare a chiedere questo: "Perché non ci hanno mai fatto sentire le registrazioni delle "scatole nere" -- che in realtà sono arancioni -- le quali tengono traccia dei dati di volo che precedono un incidente?" Buio assoluto da parte del governo.

"Ce ne sono quattro di quelle dannate cose."

Se l'obiettivo è quello di sollevare seri dubbi sulla versione del governo, questo approccio avrà successo. D'altra parte, se l'obiettivo è quello di spiegare i quattro incidenti aerei mediante una narrazione coerente, ci vorrà una vita e non ci sarà concordanza. La narrazione verrà sopraffatta dal rumore. La complessità irriducibile della storia farà affondare un resoconto che ha note sufficienti da fonti sufficientemente affidabili.

Per chi è alla ricerca di una teoria su quello che è accaduto il 9/11, questo è un buon punto di partenza: http://www.garynorth.com/public/12227.cfm



CONCLUSIONE

La conclusione del teorema di Gödel si applica anche alla storiografia. E' impossibile che gli esseri umani possano proporre un unico resoconto (coerente ed al contempo completo) su un qualsiasi evento basandosi solamente sulla propria evidenza limitata. Più informazioni abbiamo, meno consistenza avrà il nostro resoconto.

Ciò vale anche per la versione ufficiale. Quindi cerchiamo di concentrare le nostre risorse limitate per persuadere le persone intelligenti: il governo non sta dicendo la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità.

Poi procederemo al passo successivo: "Il governo sta mentendo."

Poi seguiremo la confessione, seguiremo il denaro e seguiremo le organizzazioni coinvolte nella versione ufficiale del governo. Poniamoci questa domanda economica: "Chi vince? Chi perde?" Poi passiamo a quella politica: "Chi? Per chi?" Questa era la domanda di Lenin, un maestro di domande simili.

Poi poniamo la domanda che pose Lenin, rubandola a Cherneshevsky: "Che cosa si deve fare?"

Non si può giungere alla verità, tutta la verità e nient'altro che la verità. Nemmeno il governo può. Ma potete scommettere che non ci proverà nemmeno. Mostrate come e perché il governo sta mentendo. Mostrate che la menzogna fa parte del programma del governo. Questo dovrebbe essere abbastanza per chiunque.

Sarà sicuramente abbastanza per me.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Come prendere in prestito denaro o stamparlo dal nulla conduce ad un vicolo cieco: il caso italiano

Freedonia - Mer, 10/09/2014 - 10:01




di David Stockman


All'inizio di questa settimana Bloomberg ha pubblicato un grafico sulla crescita reale della retribuzione oraria nei primi 60 mesi di ogni ciclo sin dal 1949. Il guadagno medio in 11 cicli è stato del 9% e la cifra più grande è stata del 19% mezzo secolo fa.

Dopo 60 mesi di ZIRP e QE sin da quando è ufficialmente finita la Grande Recessione nel giugno 2009, otteniamo un quadro molto diverso: i salari reali sono aumentati di appena lo 0.5%, e nel grande schema delle cose è semplicemente un arrotondamento.




Sicuramente il grafico qui sopra rappresenta anche la prova che la massiccia stampa di denaro non funziona. Dopo tutto, il Politburo monetario afferma che serva a reflazionare salari, posti di lavoro e redditi. Infatti, la FED ha manifestato noncuranza per le enormi bolle nel sistema finanziario, e per sei anni consecutivi ha mantenuto i tassi del mercato monetario inesorabilmente a zero sostenendo come non avesse ancora finito di "stimolare" il mercato del lavoro.

Allora perché questo esperimento fallimentare e pericoloso continua senza sosta — come la Yellen confermerà a Jackson Hole? Evidentemente è irresistibilmente comodo sia per Wall Street che per Washington. Il primo gode di un carry trade favoloso grazie alla ZIRP ed a Greenspan/Bernanke/Yellen; il secondo gode della carta "esci di prigione" grazie alla massiccia repressione dei tassi di interesse da parte della FED. Infatti, con il debito pubblico a $17.7 bilioni, la riduzione fraudolenta (intrinseca a tassi di interesse ultra bassi) del ripagamento del debito ammonta a $500 miliardi l'anno (in crescita).

Detto in modo diverso, mentre Wall Street dovrebbe agire con la massima cautela, vi è in realtà un'esuberanza irrazionale oltre la più fervida immaginazione. E mentre ci dovrebbe essere nervosismo a Washington a causa dell'accumulo di altri $15 bilioni di debito nel prossimo decennio (sotto uno "scenario non-roseo"), c'è compiacimento assoluto ed universale.

Il male della pianificazione centrale monetaria, naturalmente, lo possiamo individuare in quello che sta accadendo: distorce drasticamente i segnali di prezzo e, quindi, semina i semi di shock finanziari correttivi e diffonde disordine economico. Ma c'è qualcos'altro, e di peggio. Vale a dire, la dipendenza dalla stampa di denaro e dal debito è diventata così profondamente radicata a Wall Street ed a Washington, che la propaganda mainstream ha perso ogni parvenza di prospettiva storica e giudizio realistico sul percorso suicida su cui è diretto l'attuale sistema.

Per esempio, non viene riconosciuta la portata monumentale dell'espansione monetaria e dell'accrescimento del debito sin dall'inizio del XXI secolo, e si presume che sia solo una caratteristica permanente e sostenibile del panorama finanziario. E tale cecità potrebbe anche essere comprensibile se fosse stata accompagnata da un insolito aumento della prosperità. In realtà, le metriche fondamentali della prosperità — crescita reale del PIL, occupazione dei capifamiglia, investimenti in beni produttivi e redditi reali delle famiglie — sono andate tutte nella direzione opposta, dopo essere scese drasticamente al di sotto di tutte le medie storiche.

I grafici qui sotto sono tutti connessi. La crescita del PIL in termini reali nel corso degli ultimi 14 anni è stata in media solo dell'1.8% — appena la metà del tasso medio durante i precedenti 50 anni. Allo stesso modo, i lavori dei capifamiglia sono ancora del 5% al di sotto dei livelli di inizio secolo; l'investimento netto reale in impianti e macchinari è del 20% al di sotto dei suoi livelli alla fine degli anni '90; ed il reddito reale medio delle famiglie è diminuito del 5%.







La giustapposizione di queste tendenze funeste con le metriche del debito e del denaro, non ha bisogno di ulteriori elaborazioni. Se prendere in prestito e stampare denaro fosse il modo per arrivare alla prosperità, i grafici qui sotto sarebbero le nostre cartine tornasole. Sin dalla fine del secolo precedente, il bilancio della FED si è ampliato del 10x; il debito totale nel mercato del credito è aumentato a $30 bilioni; e il debito federale è salito del 3x.






Eppure queste giustapposizioni si perdono nel marasma propagandistico dei media mainstream. I dati "in entrata" vengono torturati e razionalizzati per dimostrare che un paio di dosi di denaro e di debito in più risolveranno la situazione. Di conseguenza, il modello ed i segnali vengono oscurati in mezzo al rumore.

Forse è utile considerare un caso più avanzato di questa follia keynesiana. Prendiamo in considerazione l'Italia. Nonostante tutte le isterie circa il fatto che la BCE non abbia implementato un QE a tutti gli effetti, non vi può essere alcun dubbio che il denaro ed il debito in Europa siano fluiti liberamente sin dalla fine degli anni '90 e dal lancio ufficiale dell'Euro. E come si poteva prevedere, un carry trade meno costoso sul debito pubblico non ha aiutato l'Italia a superare la sua propensione verso un debito pubblico fuori misura.




Come mostrato di seguito, il debito pubblico in Italia è attualmente pari al 135% del PIL, cifra che rappresenta un fardello maggiore di $500 miliardi solo dal 2000, quando il debito pubblico ha superato per la prima volta la soglia del 100% del PIL.




Inutile dire che negli ultimi 14 anni il massiccio stimolo fiscale ed i tassi di interesse ultra-bassi della BCE, non hanno prodotto la crescita e la prosperità promessa. In realtà, la macroeconomia in Italia è precipitata in un declino secolare scioccante. I consumi reali delle famiglie, per esempio, hanno ormai ripercorso tutta la strada fino ai livelli del 1998.




Lo stesso schema lo ritroviamo nelle tendenze del PIL complessivo dell'Italia — la cui base imperfetta considera la spesa pubblica come parte della "crescita". Sin dal 2005, il PIL in Italia ha fatto registrare performance più negative che positive. Di conseguenza, il livello effettivo del PIL reale è ormai decaduto ai livelli raggiunti 14 anni fa.





Secondo una prospettiva storica più ampia, ed azzerando il rumore di breve termine, la media mobile della crescita decennale del PIL reale italiano ci dice come stanno veramente le cose. Dopo 14 anni di espansione del debito senza precedenti e di finanziamenti allegri della BCE, la crescita del PIL in Italia è precipitata dal 4% al -0.5% secondo l'osservazione più recente. Eppure non c'è mai stato nemmeno un accenno nel copione keynesiano che ritenesse possibile una contrazione secolare di questa grandezza.




Aggiungeteci anche i dati demografici negativi in Italia, ed otterrete una trappola del debito che non lascia scampo. Se George W. Bush fosse stato un economista, avrebbe esclamato: "Questa bagnarola non reggerà molto a lungo".




Tra un decennio o due i dati demografici della forza lavoro saranno così anche negli USA, e forse per allora avrete capito dove ci hanno condotto i nostri politici e le stampanti monetarie keynesiane. E no, la destinazione non è la terra della prosperità permanente propagandata dai media mainstream.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La filosofia della proprietà: II parte

Von Mises Italia - Mer, 10/09/2014 - 08:00

Proprietà e diritti di proprietà

La vera funzione dell’individuo, nella sua veste di proprietario, ha fatto capolino per la prima volta con gli economisti Austriaci, i quali, nello sviluppare la teoria dell’utilità marginale, hanno constatato che il valore è una caratteristica tipicamente umana, la quale viene conferita a dei beni suscettibili di divenire oggetto di proprietà: una caratteristica che ha poco o nulla a che fare con la produzione o con i costi di produzione. Gli studiosi della prasseologia hanno enfatizzato che il soggetto predicabile di essere analizzato e compreso è solamente l’individuo agente. Ma anche in tal caso, una vera e propria indagine volta allo studio dell’aspirazione umana alla proprietà non si è affermata, in quanto, ancora una volta, si è posta maggiore attenzione ad approfondire la questione concettuale, nonché i flussi ed i riflussi associati alle curve di domanda ed offerta.

La natura della proprietà, le modalità di acquisizione, il suo sviluppo, la produzione, la distribuzione, il mantenimento, la conservazione e la sua protezione sono tutti aspetti che non devono certo essere trascurati.

Ma il primo e principale sforzo deve essere orientato a distinguere i “diritti di proprietà”, volti ad organizzare i rapporti tra gli uomini in merito all’uso dei beni e delle cose, dalla “proprietà”, nozione che identifica il bene suscettibile di divenire oggetto di appropriazione.

Possedere tale caratteristica non significa altro che i beni individuati sono soggetti alla sfera di azione del diritto di proprietà [da intendersi come un titolo legittimo a compiere azioni, ndt]. La proprietà della “cosa” sussiste fin tanto e nella misura in cui vi è un legittimo titolo di proprietà sulla stessa. In un territorio vergine, ancora inesplorato dall’uomo, la terra e tutte le pertinenze naturali sono oggetto di appropriazione. L’avvento dell’uomo non cambia il loro carattere, in quanto beni fisici. Ma il rapporto tra l’uomo e la terra, in merito all’organizzazione e all’uso di quest’ultima, cambia radicalmente nel momento in cui il processo acquisitivo prende corpo.

Intenderei qualificare questo tipo di proprietà, che si concretizza prima della integrazione di un atto di acquisizione, come “proprietà senza proprietario”. Analogamente, utilizzerei la stessa definizione per gli oggetti scartati, che un tempo facevano parte dell’assetto proprietario di un soggetto, ma a cui ora si vuole rinunciare. [Trattasi, in buona sostanza, del concetto delle “res nullius, ovvero il complesso delle “cose” che possono astrattamente essere oggetto di diritti, ma le quali attualmente non si trovano in proprietà di alcuno, ndt].

Una seconda classificazione di proprietà comprende tutti i beni che sono stati correttamente e legittimamente acquisiti. In costanza di questa tipologia di relazione, un proprietario (l’uomo) ha assunto il controllo sovrano su quei beni che egli rivendica come propri. Supponendo che non vi siano diritti di prelazione o pretese antagoniste nei confronti di questa proprietà, in modo tale che le determinazioni inerenti alla stessa originino dall’autorità del legittimo proprietario, e supponendo che l’esercizio di tale sovranità si sostanzi in un titolo a compiere azioni su quello specifico bene, allora il diritto di proprietà può ben dirsi pieno e completo: e ne consegue una condizione di titolarità corretta e legittima.

Una terza classificazione concerne la proprietà che non è stata legittimamente acquisita.

1. Un soggetto può presumere di disporre di qualcosa che invece non è di sua proprietà.
2. Un soggetto può conseguire i titoli di proprietà su di un bene ricorrendo al furto o alla frode, in forza dei quali il legittimo proprietario viene spogliato di ciò che è suo, attraverso l’esternazione di pretese confliggenti, fondate esclusivamente sul possesso fisico o sul controllo materiale della cosa, ed intese a negare  le legittime rivendicazioni dell’effettivo proprietario.

3. Un soggetto può acquistare un bene, per il quale ha corrisposto una contropartita piena, e venire al contempo a scoprire che un’altra persona o un gruppo di persone, le quali, al contrario, non hanno versato somma alcuna per la sua acquisizione, hanno la facoltà di interferire con il suo controllo esclusivo della proprietà, minando in tal modo la piena realizzazione della titolarità a compiere azioni.

La ricerca di uno specifico termine che veicolasse il significato che qui si va intendendo, in quanto e per quanto via sia il rimando ad un titolo di proprietà del tutto illegittimo, si è dimostrata infruttuosa. La persona o l’istituzione che eserciti il possesso su dei beni attraverso la forza o la frode può, dopo che il possesso si sia appalesato, agire come se la proprietà così acquisita lo sia in virtù di un titolo pieno e legittimo. Una disputa in ordine al suo controllo può pertanto conseguirne, o meno, a seconda che l’intromissione si possa configurare come legale o addirittura obbligatoria.

Ma la proprietà acquisita con la forza o con la frode non conserva delle prerogative specifiche, tali da consentirci di affermare inequivocabilmente, previa valutazione della situazione, “che i beni difettino di una legittima appropriazione”. La responsabilità del furto, della frode, o della violenza è ascrivibile alle persone coinvolte, non ai beni oggetto di appropriazione. La proprietà rimane innocente.

Tutti i beni passibili di essere appropriati sono soggetti al controllo esclusivo di qualche essere umano. Qualcuno, da qualche parte, dispone di un potere decisionale assoluto. Quando colui che reclama la proprietà ha versato l’intero corrispettivo per il suo conseguimento, ovvero ne ha legittimamente acquisito il titolo in virtù della propria incontestabile rivendicazione di un diritto alla prima occupazione [il cosiddetto atto di homesteading, ndt], possiamo senz’altro affermare  che la sovranità gestoria gli appartenga in maniera piena e valida.

Se, al contrario, esiste un uomo o un’agenzia cui il proprietario deve ricorrere per richiedere il permesso di utilizzare la propria proprietà come più gli aggradi, o per poterne disporre come meglio egli creda, non ci troviamo di fronte ad un proprietario sovrano, bensì la sovranità di controllo spetta a qualcun altro.

Nell’epoca in cui viviamo, una riflessione sui diritti di proprietà si prefigura di vitale importanza. Per molti anni si è ritenuto che delle ideologie confliggenti mettessero in discussione la questione se un sistema capitalistico fosse più o meno opportuno. Il socialismo veniva visto come l’antitesi del capitalismo. Ma il dibattito è incontroverso da tempo. Il capitalismo sopravviverà. Con il capitalismo intendiamo un sistema economico nel quale la ricchezza, tanto nella forma di risorse naturali o di prodotti finiti, è suscettibile di essere impiegata per generare ricchezza supplementare. Non vi è più una questione che affligge l’umanità, a questo punto. Perché la ricchezza sarà messa a frutto per la produzione di nuova ricchezza. La questione che rimane impregiudicata concerne invece i diritti di proprietà e la titolarità a disporre di quella ricchezza.

Deve, questa, essere posseduta da soggetti privati che la gestiranno come meglio credono (capitalismo privato)? Oppure, essa deve essere confiscata ai privati, non importa in base a quale pretesto, affinché possa essere ascritta alla proprietà pubblica e gestita collettivamente (capitalismo di Stato)? O, ancora, tale  ricchezza deve essere mantenuta, almeno da un punto di vista meramente formale, nelle mani dei privati, ancorché la sua effettiva gestione spetti poi a dei gruppi collettivi, non importa se di emanazione governativa o meno, i quali, pur non configurandosi come gli effettivi proprietari, possano comunque far valere determinate prerogative rivenienti dalla titolarità dei diritti (economia mista – fascismo)?

Se esiste un sistema di capitalismo privato, questo deve essere ineludibilmente fondato sulla proprietà privata e sulla gestione e sul controllo diretto dei mezzi di produzione e di distribuzione. Detto altrimenti, i beni strumentali (imprenditoriali) devono essere mantenuti e controllati dai privati.
Il socialismo, in tutto o in parte, caldeggia l’abolizione della proprietà privata degli strumenti di produzione e di distribuzione. La proprietà privata dei beni che non possiedono tali caratteristiche è tollerata, ma i mezzi produttivi (beni strumentali) devono essere posseduti e controllati dallo Stato o da qualche altra agenzia collettiva (certamente, non una società di proprietà privata), nell’alveo di un qual certo tipo di economia pianificata centralmente.

Esiste poi una particolare tipologia di socialismo, ai nostri giorni preminente, che di solito viene qualificata come “fascismo” [lo scritto, di cui si sta curando la traduzione, è stato edito negli anni sessanta, ndt]. Il fascismo è “socialismo nazionale” (nazi – ismo), in cui sono stati del tutto nazionalizzati l’uso, la funzione e la destinazione della proprietà (si assiste alla loro socializzazione); spogliato di questi requisiti essenziali, il concetto di proprietà privata comunque sopravvive, ancorché solo formalmente.

In tutte le tipologie di socialismo, si rivendica esclusivamente il perseguimento del benessere dell’intero corpo sociale, nel suo complesso. I diritti individuali di proprietà possono essere soppressi in qualsiasi momento, da parte del gruppo egemone al comando. Un’economia pianificata dal centro implica, per definizione, una proprietà privata limitata ai soli beni di consumo.
Fa comunque riflettere il fatto che in quei Paesi in cui si sia adottato il socialismo, non importa se sotto il vessillo comunista o sotto quello di uno stato sociale, ne è scaturito inevitabilmente una sorta di capitalismo di Stato. Lo Stato diventa sempre più parte attiva in materia economica, ponendosi al contempo come imprenditore, produttore, distributore, e finanziatore. In tal caso, il socialismo non conduce all’abolizione del capitalismo: di fatto, determina piuttosto la soppressione della proprietà privata e dell’effettivo controllo dei beni strumentali.

Vi è solo un autentico sistema che si contrappone al socialismo, ponendosi agli antipodi: ed è l’individualismo. In un sistema economico informato ai principi dell’individualismo, la proprietà privata e la gestione dei mezzi di produzione, di distribuzione e dei mezzi finanziari sarebbero del tutto preservate.

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Traduzione di Cristian Merlo

 

Link alla prima parte

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Nell'eurozona arriverà il QE – e come ovunque sarà un fallimento

Freedonia - Mar, 09/09/2014 - 10:10
Dalla legge di Parkinson sappiamo che la burocrazia statale è un blob che si espande indefinitamente fino a sommergere e soffocare la società. Il suo interesse è il breve termine; è in questo lasso di tempo che agisce garantendosi privilegi e potere. Ciò che stiamo passando oggi non è altro che il risultato di decisioni sballate prese anni fa. Ai burocrati conviene ignorare le conseguenze di lungo termine, non ricoprirebbero il loro loro ruolo se ci tenessero o se ne preoccupassero. Questo discorso possiamo traslarlo benissimo al dibattito attuale su un probabile QE nella zona euro per pungolare adeguatamente l'economia in rallentamento. Spronare la domanda aggregata, si dice, farà ripartire investimenti e consumi; ma come è possibile che gonfiare oltremodo il bilancio della banca centrale con asset di dubbia qualità possa rilanciare il perseguimento di investimenti produttivi? Anche se la BCE iniziasse a tutti gli effetti un giro di QE, ciò non porterebbe altro che ad un'allocazione errata di risorse, ulteriori errori imprenditoriali e bolle negli asset. In un certo senso, quello che è stato raggiunto negli USA (abbassamento storico dei rendimenti obbligazionari statali), è stato anche raggiunto in Europa grazie ai mercati e alle banche commerciali (spalleggiate dalla BCE). Quale è stato il risultato? Stagnazione peggiore. I problemi sono ancora tutti lì: i bilanci delle attività improduttive sono un disastro, le attività commerciali sono strozzate dal fisco, l'indebitamento privato non ha subito un deleveraging, spesa pubblica e tasse continuano a salire, ecc. Si è comprato solo tempo, ed il QE in Europa (qualora implementato) non farà altro che guadagnare solo altro tempo in attesa di miracoli che non arriveranno. Il cappio al collo della pianificazione centrale si fa sempre più stretto, perché soffocando l'economia in generale non fa altro che soffocare se stessa. E' una questione di tempo prima che imploda.
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di Detlev Schlichter


I dati non hanno portato con sé nessuna sorpresa e nemmeno le risposte dei commentatori. Dopo una serie di relazioni deboli arrivate dalla Germania negli ultimi mesi, i dati relativi al PIL della zona Euro pubblicati la scorsa settimana hanno confermato che nel secondo trimestre l'economia ha rallentato. Com'era prevedibile, questo ha portato a nuove richieste di intervento della BCE. “Europe now needs full-blown QE” ha diagnosticato l'editorialista del Financial Times, e sulla prima pagina il giornale ha citato Richard Barwell, economista europeo della Royal Bank of Scotland: "E' tempo che la BCE prenda il controllo e faccia quello che deve fare, invece di sfornare misure deboli come quelle presentate nel mese di giugno."

Mi chiedo se la richiesta di maggiori "stimoli" sia ora semplicemente una reazione impulsiva, meri riflessi pavloviani imbevuti di cinque anni di implacabile allentamento monetario. Questi economisti ed editorialisti hanno pensato realmente a cosa possono condurre i loro suggerimenti? Se sì, perché pensano che i mali europei verranno curati dal denaro facile e dal credito a basso costo? Pompare sempre più soldi freschi di stampa nel sistema bancario rappresenta davvero la risposta ad ogni problema economico? Il QE è stato un successo laddove è stato implementato?

Il fatto è che negli anni il denaro è fluito in dosi maggiori. Certo, le banche commerciali non hanno ceduto nel concedere nuovo credito, ma ciò non sorprende dato che si stanno ancora leccando le ferite del 2008. La "valutazione della qualità degli asset" ed una regolamentazione più severa stanno facendo la loro parte, e se queste misure sono necessarie per rendere più sicura la finanza, come affermano i relativi sostenitori, allora il loro abbandono per il bene di una rapida ripresa del PIL -- e di breve durata -- non sembra consigliabile. Il fatto è che i creditori sono riluttanti a concedere prestiti ed i mutuatari sono riluttanti a prendere in prestito, ed entrambe le figure hanno buone ragioni per la loro riluttanza.

Pensiamo davvero che le aziende italiane, francesi e tedesche abbiano cassetti pieni di progetti di investimento interessanti che verrebbero messi in cantiere immediatamente se solo i tassi fossero più bassi? Penso che qualunque progetto di investimento di Siemens, BMW, Total e Fiat sarebbe già stato realizzato, dato il panorama economico allettante fornito dal denaro facile. Questa droga monetaria ha un rendimento marginale in rapida diminuzione.



Prospettiva Globale

Nella maggior parte delle principali economie, i tassi sono vicini allo zero da più di cinque anni e sono state adottate varie misure di stimolo aggiuntive, tra cui alcune da parte della BCE che non sono state un QE a titolo definitivo. Eppure l'economia globale è poco frizzante. I sostenitori dell'attivismo della banca centrale punteranno agli Stati Uniti ed al Regno Unito. Di recente la crescita in questi paesi è stata più forte e molti si aspettano un aumento dei tassi di interesse in un futuro non troppo lontano. Eppure anche se prendiamo gli ultimi dati trimestrali sul PIL degli Stati Uniti, l'attuale ripresa, iniziata nel 2009, è ancora la più lenta sin dalla Seconda Guerra Mondiale. La FED non ha ancora finito con il suo programma di acquisto di bond, dissolvendolo molto lentamente e con attenzione, temendo che l'economia, o in ogni caso i mercati finanziari, potessero imbizzarrirsi in un ambiente più "normale" (se qualcuno sa ancora cosa sia). Vedremo quanto mordente è rimasto nell'economia una volta che lo stimolo verrà rimosso completamente ed i tassi di interesse cominceranno a salire -- se questo accadrà mai.

Poi c'è il Giappone. Sotto la guida di Abe e Kuroda, è fermamente impegnato in un QE al quadrato ricoprendo il ruolo di protagonista nel movimento "crescita attraverso la stampa di denaro". Nel secondo trimestre l'economia si è contratta di un incredibile 6.8% annualizzato, imitando quelle prestazioni registrate quando il Giappone venne investito da uno tsunami nel 2011. Questa volta la contrazione economica sembra che sia stata guidata principalmente da un aumento delle imposte sulle vendite (credo che i governi debbano tenere sotto controllo il loro deficit, soprattutto quando parliamo di Giappone), le quali avevano inizialmente generato un primo trimestre forte, in quanto i consumatori si sono dati al consumo sfrenato in previsione dell'aumento fiscale. Ora è tempo di pagare. Eppure, guardando attraverso i due trimestri, il Wall Street Journal parla di "lenta ripresa del Giappone, nonostante un pesante stimolo".



Altrove il Dibattito E' Andato Oltre

Nei paesi anglosassoni il dibattito circa gli effetti collaterali dell'allentamento monetario sembra intensificarsi. La scorsa settimana Martin Feldstein e Robert Rubin, in un editoriale per il Wall Street Journal, hanno avvertito dei rischi per la stabilità finanziaria dovuti alla politica di stimolo della FED, la quale punta verso valori alti degli asset ed una minimizzazione dei premi al rischio, sottolineando che è stato chiesto troppo alla politica monetaria. Paul Singer, fondatore dell'hedge fund Elliott Management e nemesi di Cristina Fernandez de Kirchner, ha affermato che la politica monetaria ultra allentata ha fallito e che invece sono necessarie riforme strutturali ed un contesto normativo più favorevole alle imprese. Tutto questo prima ancora di prendere in considerazione la mia posizione (quella propugnata dalla scuola austriaca), secondo cui ogni forma di stimolo monetario è in ultima analisi distruttiva perché (al meglio) può comprare un po' di crescita di breve termine al prezzo di distorcere i mercati dei capitali e seminare i semi di una correzione futura. Nessuno stimolo monetario può mai portare ad una crescita duratura.

Niente di tutto questo sembra turbare gli appassionati dell'interventismo monetario in Europa. Quando i dati deludono, la risposta inevitabile è quella di chiedere alla BCE di stampare più soldi.

I critici della BCE hanno ragione quando affermano che la BCE di recente è stata meno accomodante rispetto ad alcuni dei suoi cugini, vale a dire la FED e la Banca del Giappone. L'economia della zona euro sta di fronte a noi senza molto trucco monetario. Se non ci piace quello che vediamo, allora la colpa dovrebbe andare alla politica inefficace dell'élite europea, al presidente socialista francese Hollande, alle politiche fiscali anti-ricchi ed alla burocrazia statale fuori controllo che paralizza il paese; alla Merkel, che non solo non è riuscita ad emanare un unico programma di riforme pro-crescita da quando è diventata cancelliere della Germania (per quanto tempo il paese può fare affidamento sulle riforme di Schroeder del 2002?), ma ora abbraccia la politica di un salario minimo nazionale ed un'età pensionabile al di sotto dei 63 anni, posizioni che in precedenza aveva contestato; al boy scout Renzi, che parla parla, ma finora non è riuscito a concludere nulla. Ma poi l'ironia della sorte vuole che saltino fuori affermazioni come: "In democrazia il popolo riesce a mettere in riga i propri governanti." Gli impedimenti strutturali europei alla crescita spesso sembrano godere di grande sostegno pubblico.

Richiedere condizioni monetarie ancora più allentate e credito a buon mercato è il segno di una bancarotta intellettuale e d'incompetenza politica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Commenti liberi

Luogocomune.net - Lun, 08/09/2014 - 11:20
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

(In preparazione il video "Bin Laden è morto nel dicembre 2001").

La scusa della malattia mentale

Freedonia - Lun, 08/09/2014 - 10:13
Sebbene quella di oggi possa sembrare una pubblicazione "anomala", ritengo sia pertinente con gli argomenti di discussione che spesso snoccioliamo su queste pagine. Ultimamente la cronaca nera ha fatto da padrona negli organi di informazione mainstream, andando a portare sulla bocca dell'opinione pubblica i classici "mostri della porta accanto". La peculiarità dell'efferatezza con cui vengono compiuti determinati gesti violenti, però, tende ad essere sminuita da moventi avulsi da una logica razionale (o di quello che ne rimane, comunque). Magicamente la persona giustifica le proprie azioni chiamando in causa entità soprannaturali attraverso le quali vorrebbe giustitifcare il proprio gesto. Da cosa deriva questa mancanza di responsabilità? Pensateci, nella società moderna lo stato tende a dirci praticamente quasi tutto quello che bisogna o non bisogna fare: "Noi sappiamo meglio ciò che è bene per voi, abbiamo anche pistole e distintivi, quindi se ci tenete al vostro bene farete quello che diciamo noi." Pretende di sostituirsi alla scelte degli individui riguardo i loro gusti: sesso, cibo, bevande, sicurezza, ecc. Lo stesso vale per la professione psichiatrica e l'industria del farmaco. Dietro la psichiatria si estende un vasto apparato burocratico che prolifera grazie all'influenza dello stato, il quale, come in tutte le cose, cerca di sfruttare qualsiasi mezzo per ingabbiare l'individuo in una prigione di prevedibilità.
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da Taki's Magazine


Sembrava tutto così intenzionale.

Secondo i documenti del tribunale, il 31 maggio due ragazzine di dodici anni del Wisconsin hanno condotto una compagna di classe nel bosco e l'hanno accoltellata 19 volte, lasciandola morire. Sotto interrogatorio della polizia, le due hanno dichiarato che era da mesi che volevano ucciderla.

La polizia dice che le due ragazze avevano originariamente complottato per uccidere la loro vittima durante un pigiama party. Il loro piano prevedeva di tenerle la bocca chiusa, accoltellarla al collo e mettere le coperte sopra il suo corpo per dare l'apparenza che stesse dormendo. Invece hanno cambiato piano decidendo di ucciderla il giorno dopo nel bagno di un parco pubblico. Quando una delle colpevoli è andata nel panico, le ragazze hanno nuovamente modificato i loro piani e hanno portato la loro vittima nel bosco per giocare a nascondino.

Secondo la testimonianza della dodicenne Anissa Weier (che si è auto-incriminata), dopo aver accoltellato la ragazzina le ha detto di sdraiarsi a terra e di rimanere tranquilla, dimodoché avrebbe perso meno sangue mentre lei e la sua complice sarebbero andate a chiedere aiuto. La Weier ha detto alla polizia che non aveva intenzione di cercare aiuto, voleva solo che la vittima smettesse di urlare così da non richiamare l'attenzione sulla scena del crimine.

"La parte cattiva di me voleva che morisse, la parte buona di me voleva che vivesse", avrebbe detto la Weier alla polizia. La sua presunta complice, Morgan E. Geyser, ha detto: "Non provo rimorso."

Le ragazzine hanno anche detto alle autorità di aver commesso il reato per placare Slender Man, un uomo alto, magro e senza volto facente parte dell'immaginario horror, il quale ha la capacità di far spuntare lunghi viticci dalle sue mani e dalla schiena. Sono diventate ossessionate da Slender Man dopo aver visionato il sito Creepypasta Wiki. Secondo le due dodicenni, questo essere risiedeva in un palazzo del Wisconsin e sarebbero andate a vivere con lui dopo avergli offerto questo sacrificio di sangue.

I vicini di casa delle ragazze erano stupefatti, sostenendo come fossero delle "brave ragazze" provenienti da famiglie "normali e benestanti". Le due sono state accusate di omicidio volontario e rischiano fino a 60 anni di carcere se condannate.

Data la pianificazione elaborata, anch'io dubito che la tenera età delle ragazze le assolva dalle loro cattive intenzioni. I bambini sono molto più intelligenti degli adulti quando si parla di apprendere le cose. La maggior parte degli adulti sembra dimenticare di essere bambini. Forse fa parte della degenerazione del cervello e di una minore responsabilità che arriva con l'età adulta.

Ma ciò non fermerà mai un avvocato dal cercare una buona scusa. "Hanno solo 12 anni e hanno problemi di salute mentale", ha detto Anthony Cotton, uno degli avvocati della difesa delle ragazze. "Non c'è alcun dubbio che abbiano bisogno di cure."

Ogni volta che qualcuno dice che non c'è "alcun dubbio" circa un determinato problema, il mio primo istinto è quello di metterlo in discussione. E l'idea stessa di "malattia mentale" puzza di stronzata, secondo me. Mi ricorda altre falsità come l'idea che la violenza sessuale non abbia nulla a che fare col sesso, che la razza non esista ma il razzismo è ovunque, e che l'alcolismo è una malattia piuttosto che un difetto del carattere.

L'idea stessa della "malattia mentale" è schizoide. Ciò implica che la "malattia" sia in qualche modo un'entità separata dalla persona, scaricando così la responsabilità sulla malattia piuttosto che sull'individuo. Isolare la malattia permette di fingere che la personalità sia stata infettata da un germe, quando la spiegazione più probabile è che abbiamo semplicemente a che fare con una personalità cattiva. L'errore fondamentale nel concetto di "malattia mentale" consiste nel creare una dualità tra un'afflizione immaginaria della persona ed il nucleo del suo stesso essere.

Ciò non ha nulla a che fare con i disturbi neurologici. Queste sono condizioni fisiche che possono essere diagnosticate. Ma nella maggior parte dei casi, la "malattia mentale" sembra un modo economico e disonesto per evitare quelli che sono difetti caratteriali fondamentali.

Nonostante le sue successive collaborazioni sfortunate con gli scientologi, Thomas Szasz ha sttolineato questo concetto nel suo saggio del 1960 “The Myth of Mental Illness”, il quale è diventato un libro un anno dopo:

La malattia mentale non è letteralmente una "cosa" — o un oggetto fisico — e quindi può "esistere" solo nello stesso modo in cui esistono altri concetti teorici. [...] Come tale, è un'erede dei miti religiosi, come la credenza nella stregoneria. [...] I nostri avversari non sono demoni, streghe, il destino, o la malattia mentale. Non abbiamo nessun nemico che possiamo lottare, esorcizzare, o dissipare con una "cura". Ciò che abbiamo sono problemi, sia che questi siano biologici, economici, politici, o sociopsicologici.
Szasz veniva trattato come uno stregone dalla maggior parte di coloro che ottenevano entrate significative della professione psichiatrica. Incolpare per le proprie azioni deliberate la "malattia mentale", è una versione moderna della formula "Me l'ha fatto fare il diavolo" — o, in questo ultimo caso, "Me l'ha fatto fare Slender Man".

La società moderna è apparentemente inondata dalla "malattia mentale" e annega nelle pillole per trattarla. A quanto pare abbiamo dimenticato l'abuso politico ben documentato della psichiatria nei regimi comunisti e le pratiche barbare come la lobotomia e l'elettroshock. Tutti i nuovi stabilizzatori dell'umore e le pillole della felicità sembrano aver cancellato i ricordi di come sia stata usata la psichiatria: un martello per distruggere le anime e schiacciare la volontà dei dissidenti politici e degli anticonformisti.

Non ho mai visto una diagnosi psicologica o un farmaco psichiatrico migliorare l'umore, il comportamento o le circostanze di vita di nessuno. Ho visto solo dipendenza da antidepressivi e tranquillanti, i quali rendono le persone molto meno capaci di risolvere i loro problemi. Comunque, una persona dopo l'altra insiste di aver "bisogno" dei propri farmaci, e chi mette in dubbio questa realtà non "comprende" la malattia mentale. No, capisco perfettamente quello che sta succedendo — il problema non è la malattia mentale, è la debolezza del carattere.

Quello che sorprende, però, è che non sono più i dissidenti politici ad essere curati; sono i conformisti pro-stato che stanno divorando volontariamente i farmaci. Al giorno d'oggi la "malattia mentale" è stata inserita in ogni sorta di comportamento doloso, mentre le uniche persone considerate in completo controllo dei propri pensieri ed azioni sono i presunti razzisti, i sessisti e gli omofobi — i veri dissidenti ed i capri espiatori della società moderna. Ci sono casi isolati, ma non mi sembra che la "malattia mentale" sia stata utilizzata come difesa contro accuse di odio-crimine. Tutti gli altri, però, sono schiavi della loro malattia mentale.

Ironia della sorte, quando le persone sono sotto farmaci rinunciano a prendersi la responsabilità per il loro comportamento; quindi non sorprende se così tanti assassini di massa siano pieni di pillole fino alle orbite oculari. Quando rallentano il ritmo di ingurgitamento, sembra diminuire la probabilità che possano uccidere.

L'idea che le persone non siano responsabili delle loro azioni, conduce tendenzialmente ad un comportamento meno responsabile. Diversi studi hanno suggerito che meno una persona crede nel libero arbitrio, più è probabile che menta, imbrogli, rubi, diventi aggressivo e cada vittima della conformità insensata. Meno crede di avere il controllo sulle sue azioni, peggio agirà. Così, l'idea della "malattia mentale" crea più problemi di quanti ne risolva. Pertanto le malattie mentali non devono essere curate, perché probabilmente non esistono. La gente deve essere guarita dall'illusione che il problema sia la malattia mentale; il vero guaio è la mancanza di forza di volontà.

Gli avvocati della difesa, gli psichiatri ed i venditori ambulanti di pillole che guadagnano dalla malattia mentale, continueranno ad insistere che invece è reale. Dopo tutto, questo è il loro lavoro.

Ma se le accuse contro le due ragazzine del Wisconsin sono vere, incolpare la "malattia mentale" è un'azione tanto sciocca quanto incolpare Slender Man dell'accaduto. La spiegazione più semplice — eppure la più difficile da accettare per la maggior parte delle persone — è che le ragazzine l'hanno fatto perché hanno scelto di farlo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli





Ascesa e declino della società: capitolo IV

Von Mises Italia - Lun, 08/09/2014 - 07:00

La Società sono le persone

 

La Società è un concetto collettivo e nient’altro; si tratta di una convenzione per indicare un certo numero di persone. La stessa cosa vale per la famiglia o le bande, o qualsiasi altro nome diamo ad un conglomerato di persone. La Società è differente rispetto a questi altri nomi collettivi poiché veicola l’idea di uno scopo o un punto di contatto in cui ogni individuo detiene un interesse, pur mantenendo intatta la propria identità e il perseguimento dei propri affari. Una famiglia è tenuta insieme da legami familiari, una folla consiste in un certo numero di persone tenute insieme da un’impresa comune, come ad esempio una partita di baseball o una conferenza. La Società, d’altra parte, abbraccia il padre ed il figlio, il dottore ed il contadino, il finanziere ed il lavoratore — una gamma di persone occupate in tutta una serie di mestieri e professioni e dedicate a una certa varietà di scopi, tutti personali ma allo stesso tempo tenuti insieme da un fine comune. Ma la Società rimane una parola, non un’entità. Non è una “persona”: se un censimento stabilisse l’esistenza di cento milioni di persone, non una di più, non potrebbe aversi alcun accrescimento della Società se non attraverso la procreazione. Il concetto di Società come persona metafisica fa cilecca quando osserviamo come la Società si dissolva allorquando le sue componenti si disperdono, come nel caso delle “città fantasma” o di una civiltà di cui abbiamo appreso l’esistenza solo dai reperti che si è lasciata dietro. Quando scompare l’individuo, scompare anche l’insieme.

Tale insieme non ha una vita a sé stante.

Usare un nome collettivo con un verbo al singolare ci trae in inganno; siamo propensi a personalizzare la collettività ed a pensare che abbia un corpo ed una psiche indipendenti, per poi trasferire in questa fabbricazione mentale alcune abitudini o caratteristiche degli individui reali; scegliamo dall’eterogeneità di questi ultimi alcuni tratti comuni e li ascriviamo all’immagine nella nostra testa. Ci ritroviamo così a parlare di Società dei Mormoni, di Società agricola, di Società avanzata; in realtà la Società non puo’ essere religiosa, non ha un’occupazione, è incapace di progredire; ci sono solo gli attributi delle singole persone. E’ un gioco di prestigio. Inventiamo una parola per creare un’impressione piuttosto che un fatto verificabile, poi la usiamo come se rappresentasse davvero un fatto verificabile.

Tutto ciò è evidente e non varrebbe la pena di spiegarlo se questo uso formale non ci avesse condotto in un vicolo cieco. Descrivere la Società come se fosse una persona ci abitua a giudicare ogni membro del gruppo in base all’impressione dell’insieme, e ad agire in base a tale giudizio. Attraverso questo trucco mentale la patologia deliberata della gerarchia Nazista fu trasferita a tutti i Tedeschi e, in quanto nostri nemici, decidemmo che il solo tedesco buono fosse un tedesco morto. La smania di massa verso la guerra è un prodotto di questa abitudine alla personificazione; diventa poi una questione di onore, non di omicidio, distruggere l’uniforme di questa personificazione. Questa negazione dell’individuo attraverso l’uso delle parole è la premessa per un qualsiasi ragionamento socialista: il socialismo non ha una ragione valida per esistere finché l’individuo, proprio come un grumo di zucchero, non viene letteralmente dissolto nella personificazione di una classe. Ogni schema politico per “migliorare” la Società si basa su questi giochi di parole.

Per questa ragione è necessario specificare come la Società non sia altro che una parola pratica, un simbolo, e che stiamo parlando di persone, ciascuna guidata dall’impellenza primordiale di vivere secondo i propri modi e dalle limitazioni delle capacità dei suoi abitanti. La Società è un’istituzione sviluppata dall’uomo per promuoverne gli scopi ed aspirazioni. E’ qualcosa che lo aiuta a migliorare la propria condizione, risparmiando fatica.

Ogni cosa ha un inizio, e l’inizio della Società ha da sempre attirato la curiosità del ragionamento filosofico. In questo campo è quasi diventato un assioma che la Società abbia avuto inizio dalla famiglia. Ciò potrebbe e non potrebbe essere vero. Tuttavia, la teoria non spiega l’organizzazione di gruppi i cui legami di consaguineità erano mancanti, come spesso accadeva nella colonizzazione dell’America o del nostro Ovest. Se ci sia mai stata una “prima” Società, è ragionevole presumere che sia nata proprio come queste comunità; presumendo, ovviamente, che l’uomo sia sempre stato quello che è. Sulla nascita e lo sviluppo di queste comunità abbiamo testimonianze dettagliate — sono avvenute proprio sotto i nostri nasi — e la loro gestazione ha seguito una via così uniforme da poter loro conferire il titolo di principio della Società.

Da solo o con famiglia al seguito, ogni pioniere stabilitosi su un appezzamento attorno al quale in seguito si sviluppò una metropoli fu spinto a procurarsi ogni necessità lì dove la natura poteva fornirgliele quasi pronte. Che si trattasse di un evaso di galera o di un perseguitato religioso, questo fatto non cambiava. Essendo umano, selezionava come luoghi d’attività quelli in cui, grazie alla fertilità del terreno, alla fornitura d’acqua e all’abbondanza di selvaggina, potesse ricavare il più alto dei rendimenti in compenso del proprio lavoro. Il bracciante nel secondo carro della fila è parimenti influenzato nella selezione di un luogo in cui stare, ma trovandosi a scegliere tra pari destinazioni deciderà per quella vicina al suo predecessore. Perché? La consolazione ed il conforto della compagnia sono un fatto da prendere in considerazione. Tuttavia, una vicinanza mantenuta al solo scopo di non restare soli è cosa di ben poco conto: non durerà a lungo, a meno che non venga instaurato un legame sostanziale. Tale legame è rappresentato dall’aumento delle soddisfazioni reso possibile dalla cooperazione nella costruzione di una casa, nella raccolta di legna da ardere, nello squartare un animale. In molti lavori due individui possono produrre più del doppio di quello che puo’ fare il singolo, mentre alcuni compiti non potrebbero essere portati a termine da un solo uomo. Il risultato di questo sforzo di cooperazione crea più soddisfazioni, più rendimenti. Prospera la socievolezza in base ai profitti reciproci della coopeazione e, quando osserviamo come la conoscenza maturi in amicizia (all’aumentare dei livelli di rendimento reciproci), è difficile dire quale sia la causa e quale l’effetto.

L’immigrazione nella comunità è proporzionale alle opportunità di impego profittevole consentite da questo ambiente rispetto ad altri: i nuovi lavoratori sono tutti attratti dalla prospettiva di un miglioramento personale. Sebbene arrivino dalla tormentata Irlanda o dalle montagne della Svezia, sebbene parlino il gergo del ghetto o si crogiolino nelle consonanti Slave, che siano scappati dallo squallore delle miniere Gallesi o dalla disoccupazione del New England, trovano in questi luoghi particolari un punto di contatto comune: un’abbondanza fiorente dalla natura e dalla cooperazione. Le differenze di razza, religione, lingua e costumi stimolano curiosità ed a volte irritazione, ma il contributo di ogni lavoratore all’incremento generale di ricchezza tende a liquidare queste differenze superficiali. L’aumento del livello di salari stimola la combinazione di particolarismi culturali.

Appena la sussistenza cessa di essere un problema pressante, come evidenziato dai granai stracolmi, si pone l’urgenza di soddisfare quei desideri che durante l’economia della scarsità erano solamente dei sogni. La baita in legno, fino a ieri una reggia, è adesso in disperato bisogno di tende, mobili, quadri; un senso di dignità sprona le persone a vestirsi bene di domenica; il granaio, prima usato come luogo di culto, deve essere sostituito da un edificio appropriato ed ogni madre pensa al mondo che il proprio figlio potrebbe conquistare, se gli fossero aperte le prospettive dell’apprendimento. Ma la soddisfazione di questi nuovi desideri richiede manodopera specializzata, competenze e conoscenze che il tuttofare autosufficiente non ha. A questo punto della crescita della Società, da dentro il gruppo o da fuori, arriva un individuo che, grazie a un’attitudine verso il commercio, offrirà i propri servizi come fabbro. E’ la necessità di tale servizio a suggerirgli come altri saranno disposti a pagarlo almeno quanto può guadagnare dalla comune attività di approvvigionamento primario. Il movente del profitto — cioè, la voglia di soddisfare i desideri col minimo sforzo — lo trasforma in uno specialista. Il movente del profitto funziona però bilateralmente: il contadino assume lo specialista perché così potrà impiegare più proficuamente il proprio tempo lavorando come agricoltore, invece che come fabbro. La relazione tra acquirente e venditore si basa su guadagni reciproci.

Lo specialista non emerge fino a quando non vi è abbastanza popolazione da aver bisogno di lui, e fino a quando quella popolazione non ha raggiunto un certo grado di benessere. È il lavoro nelle stalle, il capitale, che fa emergere la possibilità di assumere un sarto, un predicatore, un insegnante o un venditore ambulante, così da sbarazzarsi dei lavori “fai da te” imposti dalle necessità ed eseguiti alla bell’e meglio, ritardando quelli che invece sono meglio attrezzati a fare. L’accumulo di capitale è il prerequisito indispensabile alla specializzazione. Mano a mano che nuovi produttori affluiscono nella nascente comunità, sia in veste di specialisti o fornitori di servizi primari (i quali, trasferendo ad altri le proprie mansioni marginali, a propria volta diventano specialisti), aumenta il capitale o i saldi di conto corrente, cosa che risveglia nuovi desideri. Questo è il modo di agire degli esseri umani. In un secolo o due, l’accumulo di capitale raggiunge un punto in cui il negozio del ciabattino è rimpiazzato da un calzaturificio, il venditore ambulante dal grande magazzino e la piccola scuola di paese dall’università. La specializzazione si sedimenta su altra specializzazione non per progetto consapevole e certamente non per coercizione, ma (a) per l’aumento della popolazione, (b) per l’aumento conseguente nel livello dei salari e (c) per i risparmi che hanno reso possibile tutto ciò. Risalite ora da questi fattori fino al loro principio causale e arriverete al funzionamento de “l’uomo economico”: sempre intento al miglioramento della propria condizione ed al suo ampliamento nel modo più efficiente a disposizione.

Stiamo parlando dell’ascesa e dello sviluppo della Società Americana. Altre integrazioni sociali, come quelle in Tibet o Abissinia, non hanno mai superato uno stadio primitivo; altre ancora, come quelle europee, hanno impiegato più tempo per arrivare ad un livello simile a quello americano. La differenza non può trovarsi nel tipo di popolazione, poiché la Società Americana è composta da un’ampia rosa di popoli del mondo, ciascuno dei quali ha giocato la propria parte economica secondo copione. Senza dubbio le condizioni climatiche e la disponibilità di risorse naturali hanno influenzato il corso della Società Americana: l’uomo, dopo tutto, è un “animale della terra.” Ma altre persone benedette allo stesso modo non “si sono spostate”, o perlomeno non così velocemente, quindi per scoprirne la causa dobbiamo guardare ad alcuni vantaggi speciali di cui hanno goduto gli americani.

Attraverso il classico processo di eliminazione arriviamo a determinare questo vantaggio speciale: la libertà. Non solo da ostacoli politici ma anche dalle inibizioni che la tradizione istituzionalizzata impone sulle aspirazioni dell’uomo. Il giovane americano non aveva un governo costoso da sostenere, la tassazione era bassa e lo privava solo di pochi risparmi, non esisteva alcun sistema di caste che potesse deprimere la sua autostima. In realtà di tali limitazioni ne importò un paio, ma non ebbero il tempo sufficiente per sedimentarsi ed istituzionalizzarsi fino in fondo. Era libero di plasmarsi un destino in base alle capacità personali e scelse di seguire la propria naturale inclinazione: aumentare il salario attraverso la cooperazione e la specializzazione, risparmiare parte dei guadagni per investirli in strumenti che gli avrebbero permesso di produrre di più con uno sforzo minore. Era un capitalista in libertà.

Anche la Società nasce e cresce, con le proprie radici immerse nelle unità che la compongono. E’ tanto poco il risultato di una costruzione artificiale quanto lo è un albero, sebbene come l’albero la sua crescita può essere ostacolata da impedimenti artificiali o facilitata dalla loro rimozione. Esiste attualmente un’idea secondo cui la Società possa essere fabbricata, come una sedia o una scarpa, imponendo gli obiettivi di un gruppo di persone su un altro. Avendo compreso come la caratteristica speciale di quanto chiamiamo cultura avanzata sia la sua intensità di capitali, tale idea afferma che il mettervi mano per distribuirli a popoli “arretrati” ne velocizzerà lo sviluppo. Questa idea è tanto stupida quanto quella di forzare un bambino a stare al passo di un adulto. Non è un’industria che crea una Società, ma è quest’ultima che dà vita alla prima. Lì dove un sarto itinerante potrebbe senz’altro prendersi cura dei bisogni di una comunità nascente in fatto d’abbigliamento, questa considererebbe un’assurdità la presenza di una fabbrica di vestiti al proprio interno; solo quando la popolazione fu abbastanza grande e produttiva da soddisfare i propri bisogni antecedenti nacque spontanea l’idea di un’acciaieria. Una gratificazione fa nascere un altro desiderio e, in caso il secondo richieda tecniche ancora sconosciute, l’uomo ne prenderà nota e le inventerà. Ma deve essere libero per farlo. Questo è ciò di cui mancano di più i popoli “arretrati”: o l’espropriazione dei loro beni scoraggia la produzione e ne rende impossibile l’accumulo, oppure le abitudini indotte da istituzioni politiche o culturali inibiscono l’impulso di sognare. L’ingrediente fondamentale del progresso è la libertà.

I benefici della specializzazione non sono privi di contropesi. Mentre il pioniere si rivolge sempre di più al falegname professionista, perde quella capacità che il bisogno gli aveva fatto sviluppare, ed il figlio che alla fine succederà al padre non sarà capace di inchiodare al muro uno scaffale nella casa che suo padre aveva eretto dalle fondamenta. Il prezzo della specializzazione è l’interdipendenza: in una Società altamente sviluppata, dove il contributo di ogni lavoratore è una piccola frazione dell’intero, basarsi l’uno sull’altro è la condizione stessa dell’esistenza. New York muore di fame quando una tempesta di neve taglia i suoi mezzi di comunicazione con le fattorie.

E’ questo fatto che alimenta la credenza fantasiosa di una Società trascendente. Quando pensiamo alla miriade di lavoratori coinvolti nella produzione di una tazza di caffè — lavoratori nelle piantagioni e presidenti bancari, scaricatori di porto ed ingegneri ferroviari, produttori lattieri e raffinatori di zucchero — veniamo travolti dall’immensità del processo e siamo inclini a personalizzarlo; un trucco mentale non molto dissimile da quello con cui si divinizzava una tempesta altrimenti incomprensibile. Eppure non esiste una cosa come la “produzione sociale” — se con tale termine si implica qualcosa di più della produzione individuale. La Società non può produrre qualcosa; solo gli individui producono. Sebbene siano coinvolte un milione di persone nella produzione di quella tazza di caffè, ciascuna (come individuo) l’ha influenzata con le proprie mani. Se una tra questo milione venisse rimossa senza essere sostituita, la tazza di caffè non sarebbe prodotta e perciò non raggiungerebbe il consumatore. La produzione del nastro trasportatore è in esatta proporzione al numero di lavoratori che lo azionano.

Si arriva alla stessa conclusione quando ci si domanda il perché gli uomini lavorino: per soddisfare i propri desideri — e per nessun’altra ragione. Il funzionario che produce il documento di carico per una partita di caffè non è motivato da interesse in quel documento o nel caffè: fa quel lavoro solo perché in tal modo potrà soddisfare i propri desideri, tra i quali potrebbe non esservi il caffè. Se non gli fosse possibile scambiare i frutti del proprio lavoro con quanto desidera, si licenzierebbe da impiegato per dedicarsi ad ottenerlo in altro modo — forse tornando ad un’economia primitiva. Ogni lavoratore lavora per sé stesso. Ogni lavoratore è spinto a lavorare dalla volontà di vivere e non c’è modo di trasferire questa volontà ad un’altra persona o ad un gruppo di persone. Pertanto la locuzione “produzione sociale” — se significa qualcosa di più della somma totale della produzione degli individui — rappresenta solo un’astrazione maliziosa. E’ una locuzione che aleggia nel gergo del socialismo.

La Società è composta da Tom, Dick e Harry.

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Miracolo a Ground Zero

Luogocomune.net - Dom, 07/09/2014 - 18:10
Un modo diverso per ricordare l'11 settembre.


News varie 9/11

Luogocomune.net - Sab, 06/09/2014 - 13:20
Parigi 12 Settembre - ore 19
La Salle Multimédia Du Quartier De L'Opéra
11 bis, rue Scribe, 75009 Paris 9e - Opéra
Proiezione del film "11-septembre : Le Nouveau Pearl Harbor" di Massimo Mazzucco (Vers. francese, 3 ore) organizzata da ReOpen911.
Seguirà un incontro con il regista, che risponderà alle domande del pubblico.
Locandina

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S. Francisco 11 settembre - Oakland 9/11 Film Festival
Proiezione del film "September 11 - The New Pearl Harbor"
Locandina.

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Chi vuole può firmare la petizione di Architects & Engineers per il Parlamento americano a favore di una nuova indagine sul 9/11. Potete firmare come "General Public" o come "Architetto/Ingegnere". Grazie.

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Pandora TV ha aperto una nuova sezione dedicata all'11 settembre.

[...]

"Hangout" sulla questione Ucraina

Luogocomune.net - Ven, 05/09/2014 - 15:20
Ieri sera ho partecipato ad un "hangout" sulla questoine Ucraina, prodotto da HRN Live. Erano presenti Ernesto Taveri (CEO di aziende ad Hong Kong), Riccardo Gramegna (presidente della associazione internazionale Ghandi in Action), Daniele Ricci, Laura (nikita), Raffaele Mori Ubaldini (moderatore), Gian Paolo Vettorello. Molto interessante l'intervento di apertura di Taveri (13:50) sulla situazione geopolitica internazionale. (M.M.)




Rotazione economica (roundabout economics)

Freedonia - Ven, 05/09/2014 - 10:11




di Francesco Simoncelli


[Questo articolo è apparso in precedenza sul magazine online The Fielder.]


Le notizie degli ultimi giorni si sono concentrate sul default conclamato dell'Argentina. Sebbene Ecuador e Venezuela siano nelle stesse condizioni, la maggior parte delle analisi economiche hanno fallito nello spiegare la natura di questa bancarotta. Inondare di dati e resoconti storici può essere certamente istruttivo, ma cosa rimane al lettore? La sua mente filtrerà queste informazioni e non rimarrà niente nella sua memoria, soprattutto non vi rimarrà la lezione economico che si può trarre da eventi simili. Senza una teoria a supporto dei dati, gli individui tenderanno a commettere gli stessi errori. Cosa dovremmo imparare, quindi, dal caos argentino?

Innanzitutto bisogna distinguere nettamente la società e lo stato. Continuando a prendere come esempio l'Argentina, possiamo affermare senza il timore di essere smentiti che il paese sudamericano è pingue di materie prime, le quali contribuiscono a rendere ricca una nazione nella quale si trovano. Ma da sole queste risorse non bastano, c'è bisogno di altro.

Nello specifico, le libertà individuali. All'aumentare delle libertà individuali, aumenta la possibilità di incrementare la ricchezza di una nazione. Questa lezione ci è stata inizialmente insegnata nel 1776, sin da quando venne pubblicato The Wealth of Nations di Adam Smith; ma a quanto pare siamo lenti ad apprendere. Dando un'occhiata all'Index of Economic Freedom possiamo saggiare la posizione delle varie nazioni mondiali in base alla libertà economica presente sul loro territorio e trarre le relative considerazioni. L'Argentina non è messa bene in questa classifica, e già questo dovrebbe suggerirci qualcosa.

Gli individui nella loro vita sono naturalmente inclini ad entrare in contatto con altri individui per operare scambi. Attraverso queste azioni essi cercano di migliorare il loro standard di vita e, conseguentemente, di soddisfare i desideri degli altri attori economici. Agendo in questo modo, essi migliorano ed elevano anche la ricchezza di una nazione, incanalando risorse laddove sono più urgentemente richieste. Questo processo non è qualcosa che avviene "automaticamente", bensì richiede estrema ponderazione di variabili insite nella natura della volontà umana. Ovviamente, gli imprenditori non sono soli e non brancolano nel buio, perché in loro soccorso arrivano i segnali di mercato (es. prezzi, domanda/offerta, profitti/perdite, costi/benefici)  che permettono loro di operare un calcolo economico in accordo con le forze di mercato.

Il successo viene premiato con guadagni, la sconfitta con la bancarotta. Qualcuno si strappa i capelli se fallisce un'impresa? Sicuramente i proprietari. I lavoratori saranno colti da disperazione finché non troveranno un nuovo posto di lavoro. E il resto della popolazione? Non ci farà caso. Perché? Perché ha scovato un'altra impresa che soddisfa maggiormente e in modo più efficiente i suoi desideri. Gli asset della società fallita verranno rilevati da altre che li metteranno meglio a frutto. Il fallimento di un'impresa ha mandato nel panico un intero paese? Non direi. La nascita di imprese sostitutive garantisce una certa immunità da una cosa simile.

Certo, ci potrà essere un periodo di dolore economico, ma passerà. Passa sempre. Invece, cosa mette in ginocchio un intero paese? O nel nostro caso specifico, perché l'Argentina è andata di nuovo in default?

Facciamo un passo indietro e consideriamo come lo stato argentino abbia immagazzinato quell'ammontare di debiti che hanno fatto evolvere la situazione fino al punto critico a cui assistiamo oggi. Infatti, diversamente dai singoli individui, i burocrati all'interno dell'apparato statale non sono capaci di distinguere gli investimenti produttivi da quelli improduttivi, proprio perché naturalmente avulsi da un completamento corretto del calcolo economico. L'apparato statale sorregge le sue attività finanziarie attraverso il prelievo forzoso delle risorse di cui necessita. Non ci sono bilanci da tenere d'occhio o da equilibrare, lo stato è l'unica entità che può operare in perdita. Per quanto paradossale possa sembrare questa affermazione, questo atteggiamento può essere descritto solo con due parole: truffa e raggiro. La discriminante con cui lo stato elargisce risorse è riconducibile al puro capriccio dei burocrati, allocando suddette risorse in modo arbitrario senza nessun criterio che possa essere ricondotto ad una volontà del mercato.

In questo modo alcune attività prosperano a scapito di altre, ma a che prezzo? La mancanza di rotazione. Vengono sostenute attività imprenditoriali in modo artificiale, esponendo il resto delle altre attività ad un'esistenza scandita dalla riverenza e dall'eventuale salvataggio di quelle unità finanziate artificialmente. In questo modo i giganti rimangono giganti, sicuri di poter bypassare il giudizio del mercato e quindi tenere aperti i battenti seppure le perdite inizino a farsi consistenti. L'ingigantimento di alcune imprese, quindi, è solo il risultato dell'interventismo dello stato, il quale, cercando di accaparrarsi quanti più voti possibili, spezza progressivamente il meccanismo sano di rotazione dell'economia. Non c'è più sostituzione. Ci sono barriere all'ingresso. Il mercato viene ingessato, sia quello imprenditoriale che quello del lavoro. E', quindi, naturale che quei settori protetti approfittino del loro status privilegiato per navigare nei soprusi; gli incentivi negativi che sbocciano da eventi simili, non fanno altro che generare ondate di proteste che invocano ulteriori interferenze, andando ad intensificare i legacci burocratici che rappresenteranno solamente l'ennesimo peso da sopportare per quelle attività che cercano di operare il più possibile in accordo con le forze di mercato.

L'ingordigia di pochi viene pagata dalla maggior parte della popolazione, la quale pretende che sia lo stato stesso a risolvere i problemi che esso stesso ha creato in prima istanza. Che ironia! Che paradosso!

Merito della propaganda scolastica, senza dubbio; e così ci ritroviamo con un apparato che apparentemente può fare il bello ed il cattivo tempo con le risorse della società e passarla liscia qualora si trovasse a dover pagare per i propri errori. Ma è davvero così? Quanti default ci vogliono prima che questo dramma veda la sua giusta fine? Il caso argentino è emblematico. Sin dal fallimento dell'Autral, il problema cronico che ha attanagliato le finanze argentine è stata una spesa sconsiderata da parte della sua classe politica ed una politica inflazionista per nascodnerne le tracce. L'unico motivo per cui è rimasta ancora in piedi è da ritrovarsi nell'uso della credibilità estera, come quella del FMI e della Banca Mondiale, i quali hanno sempre esteso prestiti all'Argentina solo per veder crescere il suo deficit di bilancio.

In quest'ultima occasione, il paese ha cercato di rinvigorire la sua credibilità stipulando obbligazioni sotto la giurisdizione della corte di New York, impegnandosi a rispettare i suoi impegni accettati in suddetta sede. Dopo il 1990 il pesos venne legato al dollaro, impedendo alla banca centrale di stampare più moneta nazionale rispetto ai dollari che entravano nel paese. Ma questo non ha fermato di certo l'inventiva dei pianificatori centrali, i quali hanno risolto questo dilemma espandendo la quantità di debito estero (prezzato in dollari). Più emettevano debito, più era possibile per la banca centrale stampare denaro.






Le politiche inflazioniste servivano a concentrare grandi quantitativi di risorse nelle mani dello stato, derubando la popolazione autoctona e cercando di stare dietro ai pagamenti dovuti all'estero. La cecità dei pianificatori centrali è disarmante; infatti, data la loro concentrazione sul breve termine, non vedevano come stavano indebolendo significativamente la produttività interna del paese, impedendo un calcolo economico secondo segnali di mercati scevri da manipolazioni (oltre a derubare i risparmi degli individui). Il 31 luglio il giudice Griesa non ha dovuto far altro che leggere il contratto stipulato dall'Argentina per decretarne il default, data la sua volontà di negare i pagamenti dovuti ai suoi creditori. E la popolazione argentina sarà ancora una volta la vittima ultima della negligenza dei suoi politici, e ne pagherà ingiustamente le conseguenze. I bagordi con spesa pubblica e deficit portano tutti a questo risultato, e sebbene il default può essere usato come strumento politico per infinocchiare i creditori, tale tecnica non durerà a lungo. Perché? Dodici parole che dovreste ricordare: "Fool me once, shame on you; fool me twice, shame on me."

Scrisse Henry Hazlitt:

[...] Cominciamo dal bilancio dello stato: è quasi impossibile evitare l’inflazione se il bilancio è costantemente negativo, perché il deficit sarà quasi sicuramente finanziato ricorrendo a mezzi inflazionistici che portano, direttamente o indirettamente, a stampare più moneta. Le spese governative non sono inflazionistiche finchè sono coperte dalla pressione fiscale o da risparmi reali. Ma quando le spese si spingono oltre un certo livello questi mezzi si rivelano impraticabili e si ricorrerà a stampare moneta. Inoltre, anche se i ricavi governativi dalla tassazione non sono necessariamente inflazionistici, minano il sistema produttivo e di libera imprenditoria, quindi una riduzione della spesa pubblica va in senso contrario all’inflazione.

Il Tesoro (quindi il governo) e la Banca Centrale contribuiscono entrambi al processo inflativo, poiché mantengono bassi in maniera artificiale i tassi d’interesse, dai quali si genera l'aumento del credito bancario. Infatti un incremento nella richiesta di prestiti si accompagna ad un incremento della quantità di moneta, e a sua volta l’ incremento della quantità di moneta mantiene bassi i livelli dei tassi d’interesse. In particolare ciò si verifica quando la Banca Centrale compra i bond governativi alla pari (cioè a un tasso uguale a quello concesso alle singole banche): la Banca Centrale dovrebbe pagare tassi sui bond più alti di quelli che concede alle singole banche, specialmente in periodi di pesante inflazione, per evitare una eccessiva espansione del credito: in presenza di tassi sui bond governativi più elevati, è più costoso per le singole banche chiedere un prestito alla Banca Centrale, quindi le singole banche chiederanno meno prestiti alla Banca Centrale e ne concederanno meno ai propri clienti. Poichè la Banca Centrale paga questi bond (da cui si generano i prestiti) stampando nuova moneta (ciò è chiamato la Monetizzazione del debito pubblico), se i tassi pagati dalla Banca Centrale sono più alti il credito bancario diminuisce e di conseguenza diminuisce la quantità di nuova moneta stampata. La politica di mantenere bassi i tassi d’interesse ha perciò il suo corrispondente nella politica di autofinanziamento del debito pubblico mediante l'emissione di nuova moneta. [...]

Uno degli effetti dell’inflazione è di ridistribuire la ricchezza: all’inizio del processo inflativo, prima che le distorsioni diventino talmente consistenti da creare grossi problemi al sistema produttivo, alcuni gruppi di persone sono favoriti rispetto ad altri, quindi hanno interesse a mantenere in vigore un sistema inflativo. Tanti invece rimangono delusi quando scoprono di non poter battere l’inflazione, e che il costo della vita aumenta più del salario; l’ipocrisia corrente dice: che diminuiscano i prezzi praticati dagli altri, e aumentino i miei ricavi.

I governi guidano la via dell’ipocrisia, volendo mantenere una politica di piena occupazione combattendo allo stesso tempo l’inflazione mentre, come disse un accanito sostenitore delle politiche inflative “l’inflazione è i nove decimi della piena occupazione”. Ma si era dimenticato di dire che il risultato dell’inflazione è una recessione e, peggio ancora, la sfiducia del pubblico nel capitalismo, individuato erroneamente come la causa della recessione stessa.

L’inflazione ha tanti effetti negativi: diminuisce il valore della moneta, aumenta il costo della vita, reduce I risparmi, disincentiva gli investimenti, incoraggia la speculazione a spese del lavoro, mina la fiducia nel libero mercato.
I creditori impareranno la lezione. Smetteranno di fidarsi delle promesse di un manipolo di pianificatori centrali che hanno promesso loro la luna. Anche i governi occidentali si troveranno ad affrontare lo stesso destino. E' l'inevitabilità di coloro che pensano di poter acquistare tempo e prestigio attraverso la stampante monetaria. Una volta che si raggiunge il punto critico, ovvero, non si possono più tenere a bada le forze di mercato, tutti gli errori soppressi esplodono in faccia ai burocrati arroganti. Dall'inflazione, quindi, arriveremo ai controlli sui capitali, alle carenze, ai controlli sui prezzi; tutto ciò non farà altro che erodere marcatamente il bacino dei risparmi reali. Senza di esso, qualsiasi interventismo risulterà inutile ed i burocrati non potranno più vendere le proprie menzogne.

L'Argentina è nel bel mezzo di questo processo, in una fase avanzata potremmo dire. Ma ciò non cambia il destino che aspetta tutti gli stati mondiali: hanno stipulato promesse che non potranno mantenere. Ad un certo punto verranno infrante, sotto il considerevole peso delle passività non finanziate legate ai programmi di welfare. Previdenza sociale ed assistenza sanitaria, sono questi i nomi degli inneschi che costringeranno anche i più riluttanti tra di noi, ad aprire gli occhi ed a smettere di prestare denaro ad una entità truffaldina e parassitaria.




Il ciclo naturale: VI parte

Von Mises Italia - Ven, 05/09/2014 - 08:00

Il punto cardine della teoria è la differenza che viene a crearsi tra scelte imprenditoriali e scelte dei consumatori[64]. Nella situazione in esame, i fondi a disposizione per gli investimenti sono, in uno stato iniziale, non corrispondenti all’ammontare dei risparmi. Infatti, un tasso monetario artificialmente basso corrisponde, sul mercato dei capitali, a più moneta a disposizione, perché si traduce in minori interessi da pagare sugli investimenti.

È probabilmente vero che la maggior parte degli investimenti vengono effettuati nell’aspettativa che l’offerta di capitale continuerà per qualche tempo a collocarsi al livello attuale. O, in altre parole, gli imprenditori considerano l’offerta attuale di capitale ed il saggio d’interesse attualmente vigente come sintomi del fatto che la situazione continuerà approssimativamente ad esistere per qualche tempo[65].

Ciò che Hayek dice è vero, e torna la centralità del ruolo delle aspettative. Ma, per di più, l’indicatore su cui gli imprenditori basano le loro scelte non riflette affatto la propensione attuale dei consumatori a risparmiare[66]. Così, la proporzione in cui i produttori decidono di differenziare la produzione tra prodotti per l’immediato futuro e la produzione per periodi di tempo più lontani (struttura intertemporale della produzione) non riflette il modo in cui i consumatori intendono dividere il proprio reddito tra risparmio e consumo[67]. È chiaro che, prima o poi, lo squilibrio nelle preferenze temporali, che si riflette in una determinata struttura intertemporale della produzione, dovrà manifestarsi e la forma tipica sarà la fustrazione delle aspettative di uno dei due gruppi[68].

Così, mentre gli imprenditori investono in nuovi processi per la produzione di beni di capitale, i risparmiatori vengono frustrati nel proprio desiderio di consumare, perché ciò che desiderano non viene prodotto. Viene a crearsi il fenomeno di risparmio forzato[69], cioè, come conseguenza del fatto che risorse produttive sono state distolte dai settori vicini al consumo, si verifica una riduzione graduale della produzione di beni di consumo e quindi una limitazione involontaria del consumo[70].

Sotto la spinta imprenditoriale verso nuovi investimenti, invece, aumentano dapprima i prezzi delle materie prime e poi quelli dei beni-capitale prodotti con esse[71]. E la spinta deve considerarsi particolarmente violenta perché all’ondata dei primi imprenditori innovatori va aggiunta la pressione degli imitatori descritti da Schumpeter, i quali colgono le opportunità di profitto solo in un secondo momento, e tentano di approfittarne seguendo ‘la moda’. A ben guardare le onde di speculazione imitativa sono tipiche di ogni fase di boom descritta dalla storia, dalla bolla dei tulipani del Seicento, fino a quella della new economy del 2001 e alla recente housing bubble.

Contemporaneamente, la domanda di manodopera sale, per essere attirata verso i nuovi investimenti, con i relativi salari: ciò porta ad una spinta sulla domanda dei beni di consumo, con relativo aumento dei prezzi anche in questo settore. Ed è dunque chiaro che l’aumento dei redditi monetari non corrisponderà ad un aumento del redditi reali, a causa dell’effetto inflazionistico esercitato dalla domanda, insoddisfatta, di beni di consumo.

 

Questa accresciuta intensità della domanda di beni di consumo non dà necessariamente luogo ad effetti sfavorevoli all’attività di investimento fino a quando i fondi disponibili a scopo di investimento vengono accresciuti mediante ulteriori espansioni creditizie, in maniera tale da consentire agli investitori di appropriarsi – a dispetto della crescente concorrenza che proviene dalle industrie produttrici di beni di consumo – di quelle quote crescenti di risorse totali disponibili che sono necessarie per completare i nuovi processi già in corso di realizzazione[72].

 

Ma, per essere sostenuto, tale processo necessita di un’espansione creditizia senza tregua, cosa che porterebbe un aumento cumulativo dei prezzi che prima o poi supererebbe ogni limite. Il conflitto appare evidente quando la domanda di beni di consumo supera in valore assoluto i fondi disponibili per l’investimento. Allora il saggio di interesse non può che salire, frustrando la domanda di beni di capitale proprio nel momento in cui è salito anche il loro prezzo[73]. Una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni di capitale, restano inutilizzati, dato che non possono venire realizzati gli ulteriori investimenti necessari al completamento dei processi produttivi[74]. Dunque, in uno stadio avanzato del boom, la crescita della domanda di beni di consumo fa scendere quella di beni di capitale[75].

 

Gli imprenditori che hanno incominciato ad accrescere i propri impianti produttivi nell’aspettativa che il basso saggio d’interesse e l’ampia offerta di capitale monetario avrebbero loro consentito di continuare ad utilizzare questi investimenti nelle stesse favorevoli condizioni, scoprono che queste aspettative vengono smentite dai fatti. L’aumento dei prezzi di tutti quei fattori di produzione che possono essere usati anche negli ultimi stadi del processo produttivo fa crescere il costo dei beni capitali che essi producono, nello stesso momento in cui l’aumento del saggio d’interesse ne fa diminuire la domanda. E una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni capitali, restano inutilizzati, dato che non vengono realizzati gli ulteriori investimenti che ci si aspettava dovessero aver luogo in questi altri beni capitali.
Questo fenomeno di una scarsità di capitale che rende impossibile utilizzare i beni capitali esistenti mi sembra sia il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi[76].

 

Hayek, così, partendo dalla base misesiana dell’espansione creditizia (adeguatamente rivista), giunge alla centralità della scarsità di capitale, così come Spiethoff[77], giudicandola «il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi»[78]. Hayek diviene negli anni così convinto della centralità di questo punto, tanto da affermare che «the turn of affairs will be brought about in the end by a “scarsity of capital” independently of whether the money rate of interest rises or not»[79]. Infatti, come abbiamo visto, tale situazione può generarsi anche senza la manipolazione monetaria, ma per via di aspettative di profitto crescenti, che, a causa di un tasso monetario cui non viene permesso di riequilibrarsi con il livello naturale, non possono trovare controparte in un riallineamento nel valore dei risparmi[80].

If the rate of interest were allowed to rise as profits rise […], the industries that could not earn profit at this higher rate would have to curtail or stop production […]. If […] the rate of interest is kept at the initial low figure […] and investments whose yield is not negatively affected continue in spite of the rise in final demand, the rise of profits in the late stages of production and the rise of costs will both come into play and will produce the result which the rate of interest has failed to bring about. The rise of the rate of profit on short as compared with that on long investments will induce entrepreneurs to divert whatever funds they have to invest towards less capitalistic machinery, etc.; and whatever part of the required reduction in total investment is not brought about by this diversion of investment demand towards less capitalistic type of machinery will in the end be brought abouty by a rise in the cost of production of investment goods in the early stages[81].

 

Grazie a tali ragionamenti, Hayek ci permette di sbarazzarci di ogni teoria sottoconsumistica.

  • La scarsità di capitali conduce alla parziale inutilizzazione dei beni capitali esistenti.
  • L’abbondanza dei beni di capitale è il sintomo di una scarsità di capitale.
  • Tutto ciò non è causato da un’insufficiente domanda di beni di consumo ma da un’eccessiva domanda di questi beni. Infatti, la domanda di beni di consumo è così pressante da impedire ogni processo produttivo prolungato, per il quale però sono a disposizione i mezzi di produzione[82].

Hayek spiega tali situazioni con una semplice metafora.

The situation would be similar to that of a people of an isolated island, if, after having partially constructed an enormous machine which was to provide them with all necessities, they found out that they had exhausted all their savings and available free capital before the new machine could turn out its product. They would then have no choice but to abandon temporarily the work on the new process and to devote all their labour to producing their daily food without any capital. Only after they had put themselves in a position in which new supplies of food were available could they proceed to attempt to get the new machinery into operation[83].

 

Quindi l’economia non è in grado di sostenere una produzione orientata al di sopra delle proprie possibilità. Prima o poi ci si renderà conto che l’aumento dei salari è annullato dall’inflazione che cresce. Inoltre, la domanda di beni capitale si esaurisce, portando con sé la sovraproduzione in quel settore ed è da qui che sorgono i problemi. Molte delle iniziative economiche sorte con eccessivo ricorso al credito non possono essere completate, mentre i debiti vanno pagati. Molte aziende devono essere espulse dal sistema. I capitali scarseggiano, mentre le banche rialzano i tassi di interesse. Inizia una fase di aggiustamento e di ritorno all’equilibrio, che però ha i tratti della depressione.

La dinamica ondulatoria tipica del capitalismo sarebbe sostenibile se, in situazioni tipiche di aspettative cangianti (società caleidoscopica), gli attori fossero liberi di imparare mediante la loro interazione e di permettere di giudicare sul mercato le proprie scelte. Senza l’interferenza di un tasso monetario, gli attori sarebbero costretti a cercare sul mercato in che misura le proprie aspettative collimano con quelle degli altri agenti e quindi ciò possa permettere la realizzazione dei piani. Il tasso naturale, anche se non noto come magnitudo, è dato, dinamicamente, dall’incontro delle preferenze temporali, generando una struttura produttiva coerente tali preferenze. Il sistema muoverebbe in continuazione attraverso assestamenti. In tal modo, ogni modifica nella struttura della produzione sarebbe l’adattamento ad una modifica nelle preferenze temporali, ma un adattamento dinamico: se le aspettative di profitto aumentano, spingendo il tasso naturale verso l’alto, la nuova struttura produttiva non può iniziare a generarsi finché il nuovo tasso di equilibrio non porta anche i consumatori a mutare i loro atteggiamenti; al contempo, probabilmente, non tutta l’intensità di richiesta di nuovi investimenti sarà “incontrata” da nuovo risparmio, per cui il tasso naturale tenderà a stabilizzarsi ad un punto più basso rispetto all’iniziale spinta espansionistica generata dalle aspettative imprenditoriali.

Come visto, la situazione è molto diversa nel caso in cui esista un tasso monetario, in grado di mascherare la reale forza del tasso naturale. Ed è proprio la discrepanza che si genera tra valore naturale e monetario del tasso di interesse a dirci quanto quanto sarà lunga e dolorosa la dinamica ciclica[84].

Quindi, riassumendo, si genera un percorso di crescita quando le preferenze temporali si modificano globalmente. E ciò è possibile solo l’elemento centrale che misura le preferenze temporali, il tasso di interesse, è lasciato libero di determinarsi sul mercato dalla interazione degli individui che esercitano liberamente la propria funzione imprenditoriale, nel processo di soddisfazione dei bisogni. Tipicamente: i consumatori diventano più future-oriented e quindi risparmiano di più; il tasso di interesse scende e ciò induce un mutamento delle preferenze temporali anche dal lato degli investitori, che, a causa del diminuito tasso, sono spinti ad allungare la struttura del processo di produzione. Il caso contrario, ma ancora sostenibile, si ha quando a crescere sono le aspettative di profitto; in regime di libero mercato, in cui il tasso non è deciso in modo arbitrario da artificiose politiche dell’autorità monetaria, il saggio di interesse è spinto a salire, per attirare capitali provenienti dal risparmio e orientati a finanziare la crescita.

Al contario, la crescita è insostenibile quando il boom è indotto dalle autorità politico-monetarie e non dai protagonisti del mercato. Anche in tale ipotesi si possono verificare due situazioni. Da un lato, si ha il caso tipico della espansione monetaria (inflazione, riduzione del tasso di interesse, espansione del credito). Dall’altro, il tasso fissato dalle banche non è mosso al rialzo di fronte a pressioni della domanda di credito da parte del settore degli investimenti, caratterizzato da positive aspettative di profitto, ma tenuto al di sotto del nuovo livello di equilibrio, generando, di nuovo, malinvestimenti.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Link alla quarta  parte

Link alla quinta  parte

Note

[64] Hayek (1933, pp. 448-450).

[65] Hayek (1933, p. 447).

[66] Hayek (1933, p. 448).

[67] Hayek (1933, p. 449).

[68] Lachmann (1943, p. 69) e Hayek (1933, p. 449).

[69] Si veda Hayek (1932). Si veda anche Huerta de Soto (1998, pp. 366-368).

[70] Kurz (2003, p. 191) e Hayek (1933, pp. 449-450).

[71] È evidente che tale spinta al rialzo, durante la fase espansiva del ciclo, porta i prezzi delle materie prime e dei beni di capitale a crescere maggiormente rispetto ai prezzi dei beni di consumo (Hayek, 1939, p. 29).

[72] Hayek (1933, p. 451).

[73] Con l’aumento del tasso di interesse, il saggio di profitto declina (Hayek, 1939, p. 31).

[74] Hayek (1933, p. 452).

[75] Hayek (1939, p. 31).

[76] Hayek (1933, pp. 451-452). Corsivi aggiunti.

[77] Hayek (1929, p. 41n), riconosce la stretta relazione tra la sua impostazione e quella che giunge da Spiethoff. Ed egli giudica tale legame ancora più significativo di quello che possa esserci tra diverse teorie a carattere monetario. Infatti, come egli sottolineato da Steele (2001, pp. 146-147), il punto centrale dell’analisi hayekiana è la distorsione della struttura produttiva, piuttosto che la manipolazione del tasso di interesse. L’espansione monetaria è semplicemente il trigger, una delle possibili molle in grado di innescare il meccanismo ciclico proprio perché in grado di modificare la struttura del capitale. Hayek scrive: «Since the publication of the German edition of this book, I have become less convinced that the difference between monetary and non-monetary explanations is the most important point of disagreement between the various Trade Cycle theories. On the one hand, it seems to me that within the monetary group of explanations the difference between those theorists who regard the superficial phenomena of changes in the value of money as decisive factors in determining cyclical fluctuations, and those who lay emphasis on the real changes in the structure of production brought about by monetary causes, is much greater than the difference between the latter group and such so-called non-monetary theorists as Prof. Spiethoff and Prof. Cassel. On the other hand, it seems to me that the difference between these explanations, which seek the cause of the crisis in the scarcity of capital, and the so-called ‘under-consumption’ theories, is theoretically as well as practically of much more far-reaching importance than the difference between monetary and non-monetary theories».

[78] Hayek (1933, p. 452).

[79] Hayek (1939, p. 32).

[80] Hayek (1929, pp. 81-82) riconosce il ruolo centrale di Spiethoff nell’elaborare una teoria delle fluttuazioni fondata sulle sproporzionalità e sulla scarsità di capitale, ma egli contesta al collega tedesco il fatto di non individuare le ragioni prime di tali fenomeni. «Assuming that the rate of interest always determines the point to which the available volume of savings enables productive plant to be extended – and is it only by this assumption that we can explain what determines the rate of interest at all – any allegations of a discrepancy between saving and investments must be backed up by a demonstration why, in the given case, interest does not fulfil this function. Professor Spiethoff, like most of the theorists of this group, evades this necessary issue». Si veda anche Hayek (1929, pp. 89-90).

[81] Hayek (1939, pp. 32-33).

[82] Kurz (2003, p. 192).

[83] Hayek (1931, p. 94). Si veda anche Steele (2001, p. 145).

[84] Hayek (1929, p. 183).

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