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Il denaro - Conversazione con Silvano Borruso

Luogocomune.net - Ven, 14/11/2014 - 16:30
Una interessante intervista di Elia Menta a Silvano Borruso. Disquisizione sulla natura del denaro. Denaro come strumento di scambio e come strumento di accumulo. Definizione di interesse e di usura. Meccanismo della riserva frazionaria. Il credito bancario come "forma di magia". Il prestito come ricetta per il fallimento. Benedetto XIV e l'enciclica sull'usura. Inflazione, deflazione, stabilità. Napoleone ultimo nemico dell'usura. Il denaro, servo o padrone dell'economia? Lincoln, McKinney, Kennedy. Scomparsa dell'artigianato e della piccola proprietà contadina. I nemici naturali dell'usura: baratto, agricoltura di sussistenza, cambiale. Storia e demonizzazione delle taglie. Valore facciale (nominale) e valore intrinseco del denaro. Velocità della circolazione del denaro. Creazione intenzionale della crisi del '29. Un interessante esperimento nell'Austria dell'anteguerra. Cosa accadrebbe se gli 8000 comuni italiani emettessero moneta locale? Mantenere l'euro, affiancandolo alle monete nazionali. Interessante esperimento di E-money in Kenya.


L'oro è sottovalutato? Potete scommetterci!

Freedonia - Ven, 14/11/2014 - 11:04




di Alasdair Macleod


L'oro è stato in un mercato orso per tre anni. Gli analisti tecnici si chiedono se sia finito visto che di recente il suo prezzo ha fatto segnare $1180/oz, o se devono aspettarsi una rottura al ribasso al di sotto di tale livello. Lo scopo di questo articolo è quello di esaminare i driver del prezzo dell'oro e spiegare perché il valore di mercato di oggi non riflette il vero valore dell'oro.

In primo luogo, credo che sarebbe opportuno un promemoria. Coloro che cercano di commerciare oro sono in sostanziale svantaggio:

  • si mettono contro le banche TBTF che hanno l'appoggio implicito del contribuente per salvarle dalle loro loro posizioni di trading;
  • inoltre i mercati sono diventati così manipolati e pericolosi che l'oro dovrebbe essere considerato come un'assicurazione contro il rischio sistemico piuttosto che una scommessa.

Poiché la maggior parte degli investitori non coglie appieno questi rischi, quando le attuali bolle finanziarie globali alla fine scoppieranno ci sarà solo una piccola minoranza che possiederà oro -- e con questo intendo oro fisico detenuto al di fuori del sistema monetario fiat.



Analisi Tecnica & Oro

Utilizzare i grafici ha il vantaggio teorico di separare il trading dalle emozioni. Finché non vi è alcun cambiamento significativo nel potere d'acquisto della moneta, i prezzi del passato hanno rilevanza anche nel futuro, perché l'esperienza recente imposta una certa aspettativa nella mente umana. Il grafico sottostante mostra il prezzo dell'oro dopo il picco del settembre 2011.




Il grafico mostra un potenziale modello a triplo fondo di oltre quindici mesi, a poco più di $1180/oz. Sappiamo che i tre fondi sono avvenuti durante la fine di vari trimestri, cosa che suggerisce una manipolazione dei prezzi per aumentare i profitti delle bullion bank e i bonus dei loro trader. In ogni caso i trader, fanatici delle operazioni di trading svolte dai computer, avevano posizioni short quasi da record come mostrato in questo secondo grafico:




Ciò conferma che i $1180/oz sembrano essere il punto di massimo ribasso, nel qual caso il nostro modello a triplo fondo dovrebbe tenere.

Tuttavia questo modello è raro e non dovrebbe affrettarci a trarre conclusioni. L'opera definitiva sulla Teoria del Dow (Technical Analysis of Stock Trends – Edwards & Magee) descrive un triplo fondo non confermato come potenzialmente "traditore". Ma le caratteristiche che stiamo vedendo in questa formazione attuale, con il terzo ribasso sul volume e un conseguente miglioramento, sono incoraggianti. La conferma del modello, secondo Edwards & Magee, richiede che il prezzo dell'oro si muova sopra i $1375, un livello degno di nota. Una volta confermato, un triplo fondo "produce quasi sempre un avanzamento di proporzioni decisamente degne di nota".

Il pericolo, naturalmente, è la mancata conferma. Si può immaginare un rally di prezzo, a $1300, con conseguente intaccamento delle posizioni short, ma i ribassisti potrebbero sempre puntare sui $1180.

Inoltre, da quando Edwards & Magee hanno pubblicato il loro lavoro, i computer hanno permesso di definire le tendenze delle medie mobili, e un indicatore comunemente accettato è il 200-day MA, che segna circa $1280. Se tale livello viene rotto e il prezzo dell'oro rimane abbastanza in alto da causare una salita del 200-day MA, ciò dovrebbe attivare acquisti lanciati dai computer. Quindi qualsiasi prezzo oltre i $1300 confermerà probabilmente la tesi rialzista, ma oggi sarebbe un errore essere rialzisti senza riserve per soli motivi tecnici; almeno fino a quando questo livello di prezzo non verrà superato.



Valuare l'Oro

Niente di tutto questo fa parte della natura soggettiva dei prezzi di domani. Invece dovremmo rivolgerci alle valutazioni relative, per capire se l'oro dovrebbe essere acquistato oggi o no.

Per prima cosa dobbiamo confrontare la quantità di oro con la quantità di moneta fiat. Mentre abbiamo stime ragionevoli in relazione alle riserve totali d'oro in superficie, in realtà non sappiamo quanto ne detengano le banche centrali (in base alle loro cifre che fanno riferimento a "oro e crediti in oro"; cioè, oro affittato, prestato o scambiato, e non quello fisico). Allo stesso modo, il compito di valutare la quantità totale di moneta fiat del mondo e il modo in cui è cresciuta nel tempo, è impossibile da portare a termine.

Invece ho escogitato un metodo semplice e pratico: confrontare l'aumento delle scorte di oro del mondo e l'aumento della quantità di moneta fiat USD.

Ho ideato una metrica chiamata "quantità di moneta fiat" (FMQ), che inverte il processo mediante il quale è stato originariamente creato il denaro fiat. L'oro dei nostri antenati veniva custodito dalle banche commerciali, le quali avrebbero emesso banconote e certificati di deposito come sostituti dell'oro (dollari spendibili). Quando venne creata la FED, essa si appropriò dell'oro di quelle banche ed emise le sue banconote in base all'oro nel suo bilancio. Quindi la FMQ rappresenta il denaro contante totale, i depositi accessibili nelle banche commerciali e le riserve bancarie detenute presso la FED, dati aggiustati in base a fattori temporanei che influenzano tali riserve, come i Repos e i Reverse Repos. Maggiori dettagli su come viene calcolata la FMQ potete trovarli qui.

Il grafico sottostante mostra come la FMQ sia cresciuta sin dal 1959. Mostra un tasso costante di crescita esponenziale prima della crisi Lehman, dopo di che è aumentata in modo allarmante:




Uno sguardo ci dice che la valuta fiat USD è in iperinflazione monetaria, cosa che non trova riscontro nelle statistiche ufficiali dell'inflazione dei prezzi (ma questa è un'altra storia). Il nostro obiettivo è quello di capire se l'oro è a buon mercato o è caro, e il grafico ci mostra come abbia progredito il prezzo dell'oro sin dal mese che ha preceduto la crisi Lehman (prezzo nominale dell'oro in rosso, prezzo aggiustato FMQ in giallo):




Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: rispetto ai dollari fiat, l'oro è sceso di prezzo in termini reali dopo la crisi Lehman, nonostante l'aumento del suo prezzo nominale. Con la soglia recente dei $1200, è effettivamente diminuito del 41% in termini reali sin dal luglio 2008.

Quindi, per riassumere, prima della crisi Lehman l'apprezzamento del rischio sistemico da parte degli investitori era relativamente basso. Dopo la crisi, sono emerse preoccupazioni legate ad una contrazione deflazionistica dei prezzi, di conseguenza il prezzo nominale dell'oro è sceso (da $918 a $651). Quando è divenuto chiaro che la FED avrebbe soccorso con successo un sistema finanziario nei guai, l'oro è salito fino al suo culmine nel settembre 2011 -- ma sulla base della FMQ il picco era notevolmente inferiore, riflettendo il forte aumento della quantità di denaro fiat emesso: l'oro è salito solo del 20% sin dal luglio 2008 su tale base. Mentre era indubbia una correzione del prezzo dell'oro a questo punto, date le circostanze il livello dei prezzi era ragionevole. Il successivo mercato orso ha portato l'oro ad una sottovalutazione estrema.

L'oro non è il solo ad avere un valore di mercato separato dalla realtà. Un governo in bancarotta come la Grecia, non ha avuto alcun problema a piazzare i suoi decennali al rendimento ridicolo del 6.5% (anche se questa anomalia sta cominciando a correggersi). Altre nazioni insolventi, come la Spagna e l'Italia, di recente sono state in grado di piazzare i loro rispettivi decennali ai rendimenti del 2% e del 2.2% (anche se hanno sperimentato un leggero aumento negli ultimi tempi).

Pensateci per un momento: il dollaro USA è la valuta di riserva e i rendimenti del suo decennale sono il punto di riferimento per il denaro fiat di tutto il mondo. I governi con record di indebitamento peggiori, sono stati in grado di emettere obbligazioni con rendimenti che a tutti gli effetti sono in backwardation -- significativamente inferiori a quelli delle obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti. E' una cosa che non è mai successa prima, per quanto io sappia.

Le valutazioni chiave sono completamente sfasate in un mondo con tassi di interesse allo 0% e con mercati manipolati. Se l'oro fosse il solo nella sua estrema sottovalutazione, senza una sopravvalutazione nei mercati obbligazionari statali, probabilmente ci sarebbe qualcosa di sbagliato nella nostra analisi. Il fatto che questo non sia il caso, ci offre la conferma che l'oro è mal prezzato e valutato incorrettamente nei mercati che sono diventati avulsi dalla realtà.



Definire il Mercato dell'Oro

E' noto che i trading in oro cartaceo sono superiori a quelli in lingotti fisici. L'oro cartaceo comprende le seguenti categorie:

  • Conti in oro non allocati presso le bullion bank
  • Conti a vista presso le banche centrali per conto di altre banche centrali
  • Derivati ​​e opzioni
  • Contratti a termine sul mercato di Londra (accordi differiti che non verranno mai risolti)
  • Mercati a termine regolamentati (Comex, TOCOM, ecc.)
  • ETF non supportati da oro fisico.

Il totale di questi mercati, per i quali non esiste alcuna stima, è semplicemente enorme (GoldMoney stima che le scorte totali di lingotti fisici sono di circa 162.500 tonnellate, una crescita a circa 2.800 tonnellate l'anno.)

Ma possiamo avere un'idea dell'interesse generale nell'oro cartaceo dai numeri diffusi dalla Banca dei Regolamenti Internazionali riguardanti i derivati ​​fuori mercato, più l'interesse totale del Comex. Il grafico seguente mostra proprio questo:




Gli ultimi dati disponibili sono quelli di fine 2013, quando l'oro (per coincidenza) è affondato a $1180 per la seconda volta. E' probabile che una parte significativa di questi derivati possa essere utilizzata come copertura contro le passività delle bullion bank, come i conti non allocati e, forse, le posizioni nei mercati a termine regolamentati. È chiaro che nel corso degli ultimi tredici anni, in termini di tonnellate equivalenti, i derivati ​​totali dell'oro sono calati notevolmente. Parte di questo calo è dovuto all'aumento del prezzo dell'oro; ma dal picco nel 2011, da cui il prezzo dell'oro è sceso di quasi il 40% in termini di dollari, l'oro cartaceo totale ha certamente accelerato il declino dell'oro.

Questo ci dice che le bullion bank, dato che le loro posizioni di copertura sono ai minimi storici, hanno ridotto le loro passività totali con quei clienti con conti non allocati, il che sarebbe in linea con le ultime fasi di un mercato orso. Ironia della sorte, la chiusura dei conti non allocati è stata accelerata dal ritiro di lingotti dal mercato di Londra (i quali sono stati poi reimpiegati per soddisfare la domanda asiatica), perché, in ultima analisi, i lingotti fisici rappresentano la base dell'intero mercato. E' ovvio che se migliorano le prospettive di tendenza per l'oro, dato che il declino dei derivati totali non ha portato ad una riduzione della leva finanziaria sul mercato fisico, la liquidità potrebbe diventare rapidamente un problema serio.

Nel frattempo, l'oro fisico va da ovest a est.



Domanda Asiatica

L'oro fisico lo ritroviamo nel fondo pensione di una famiglia media asiatica. Sappiamo che questa è una tradizione ben nota tra gli indiani, ma vale anche per la maggior parte degli altri paesi del continente. Il motivo è semplice: nessun governo asiatico è stato in grado di sopprimere l'interesse per l'oro (come riserva di ricchezza) da parte del cittadino comune, e in generale l'emissione di valuta è stata gravemente abusata dai governi asiatici. Ad esempio, sin dagli anni '80 l'inflazione in Turchia ha continuato ad erodere il potere d'acquisto della lira e ad aggiungere zeri ai prezzi. In India, dagli anni '60 ad oggi, il prezzo in rupie dell'oro è passato da INR160 a circa INR76,000 per oncia.

La storia della domanda asiatica risale alla crisi petrolifera degli anni '70, quando il Medio Oriente divenne immensamente ricco grazie al rialzo del prezzo del petrolio. Naturalmente investì una parte della sua ricchezza in oro. Gli arabi rallentarono i loro acquisti di oro nei primi anni '90, perché una nuova generazione di arabi, istruita secondo le linee guida occidentali, cominciò a gestire le risorse finanziarie della regione, e questi giovani vennero senza dubbio scoraggiati dal lungo mercato orso dell'oro. Rivolsero lo sguardo, invece, ai mercati azionari e agli investimenti nelle infrastrutture. Poi, nel 1990, l'India abrogò la legge sul controllo dell'oro.

Questa legge vietava agli indiani di possedere oro sotto forma di barre e monete, cosa che favorì il contrabbando e la produzione di gioielli. La sua abrogazione faceva parte di un processo di apertura al mercato sulla scia di una crisi finanziaria. Da allora le importazioni registrate dal settore privato sono cresciute da poche centinaia di tonnellate a un massimo di 1,000 tonnellate l'anno, prima che lo scorso anno la Reserve Bank of India reintroducesse i controlli all'importazione. Com'era prevedibile, l'effetto è stato quello di limitare l'oro importato ufficialmente e aumentarne il contrabbando.

La Turchia è la porta verso l'Iran e il mondo musulmano a est del Mar Caspio. Questa regione ha utilizzato attivamente l'oro come moneta da tempo immemorabile. Secondo la Borsa di Istanbul, la Turchia ha importato 3,060 tonnellate di oro sin dal 1995. Parte è finito in Iran e parte ad est della Turchia, ma anche il resto della regione avrà avuto altre fonti di approviggionamento. Il sud-est asiatico è popolato da una diaspora cinese e tale regione, sin dalla sua industrializzazione negli anni '90, ha accumulato quantità significative di lingotti. Ma la grande storia è la Cina stessa.

Nel 1983 la Cina delegò la gestione della politica sull'oro alla PBOC.

Questo sviluppo fu fondamentale, soprattutto dopo che la Cina mosse i primi passi verso un'economia di libero mercato a seguito delle riforme post-Mao nel 1979-1982. A quel tempo l'Occidente stava facendo del suo meglio per sopprimere l'oro e aumentare la fiducia nelle monete di carta, mettendo a disposizione grandi quantità di lingotti nelle mani di coloro desiderosi di comprarli. Questo è il motivo per cui la tempistica è importante: fu l'occasione per la Cina, un paese di un miliardo di persone in preda a una rapida modernizzazione economica, di diversificare dal dollaro i crescenti surplus commerciali.

Per quanto ne so, questo argomento non è stato affrontato adeguatamente dai vari analisti nel settore privato, motivo per cui si pensa comunemente che la politica sull'oro della Cina sia uno sviluppo più recente, e perché anche gli specialisti del settore abbiano così poca comprensione di come stanno davvero le cose. Ma sin dall'emanazione delle normative sull'oro di 31 anni fa, la produzione mineraria mondiale è aumentata da circa 92,000 tonnellate a 163,000 tonnellate di oggi, o di 71,000 tonnellate[1]; e mentre l'Occidente ha ridotto le sue scorte in un mercato orso prolungato, tutto quell'oro è stato accumulato da qualche parte.

Il periodo su cui mi focalizzerò è tra il 1983 e il 2002, quando la proprietà dell'oro in Cina era finalmente libera e venne inaugurato lo Shanghai Gold Exchange. Il fatto che le autorità cinesi abbiano consentito la proprietà privata dell'oro, suggerisce che avessero ormai acquisito sufficienti quantità di oro per scopi monetari e strategici, e che si accontentassero della loro produzione mineraria piuttosto che acquistarne sul mercato. La domanda è lecita: quanto oro potrebbe aver segretamente accumulato la Cina?

Le normative cinesi del 1983 coincisero con l'inizio di un mercato orso dell'oro, quando nei quindici anni successivi i banchieri privati ​​svizzeri, che facevano le veci dei maggiori depositari occidentali, ridussero significativamente i possedimenti di oro dei loro clienti. A metà degli anni ottanta si sviluppò il mercato dell'oro di Londra per consentire la vendita e la consegna immediata degli scarti e della produzione miniera futura. I lingotti consegnati erano affittati o scambiati dalle banche centrali. In un discorso del 2002 a Lima un analista americano molto rispettato, Frank Veneroso, stimò che i leasing e gli swap delle banche centrali riguardavano tra le 10,000 e le 16,000 tonnellate. A tale ammontare devono essere sottratte le riserve ufficiali e deve esservi aggiunto l'enorme aumento dell'offerta mineraria, insieme alla liquidazione occidentale. Nessuno sa quanto oro sia stato realmente fornito attraverso i mercati, ma questo non deve impedirci di fare stime ragionevoli.

Tra il 1983 e il 2002, la produzione mineraria, l'offerta di scarti, le vendite nei portfoli e il leasing delle banche centrali assorbito da nuovi compratori asiatici e nel Medio Oriente, hanno superato con molta probabilità le 75,000 tonnellate. E' facile essere scettici riguardo queste grandi quantità, ma ai prezzi di oggi equivarrebbero a $3 miliardi. Gli arabi avevano un surplus di dollari e l'Asia era in rapida industrializzazione. Entrambe le fazioni non furono molto influenzate dalla propaganda delle banche centrali occidentali, volta a mettere da parte l'oro nella nuova era di tassi di cambio fluttuanti, anche se l'entusiasmo arabo sbiadì col perdurare del mercato orso degli anni '80. La tabella seguente riassume la probabile distribuzione di questo oro.




Oggi molti credono che l'India sia il più grande mercato del settore privato, ma nei 12 anni successivi l'abrogazione del Gold Control Act, vennero importate secondo le stime solo 5,426 tonnellate (Fonte: Indian Gold Book 2002), e tra il 1983 e il 1990 forse vennero contrabbandate in India altre 1,500 tonnellate, per un totale di circa 7,000 tonnellate tra il 1983 e il 2002. Quindi ci rimane il resto dell'Asia, tra cui il Medio Oriente, la Cina, la Turchia e il Sud-Est asiatico. La Turchia probabilmente ha importato circa 4,000 tonnellate e il Sud-Est asiatico, tenendo conto del boom/bust degli anni '90, circa 5,000 tonnellate. Quindi rimaniamo con circa 55,000 tonnellate suddivise tra il Medio Oriente e la Cina, assumendo che 4,850 tonnellate abbiano soddisfatto la domanda di altri Paesi non classificati.

Il Medio Oriente iniziò ad accumulare oro a metà degli anni '70, depositandolo in gran parte nei caveau delle banche private svizzere. I proventi del petrolio continuarono ad aumentare, e nonostante il mercato orso degli anni '80, gli investitori mediorientali continuarono a comprare. Negli anni '90 la consulenza ai clienti venne presa in consegna da una nuova generazione di manager svizzeri (meno credente nell'oro), e questi suggerivano alla clientela, compresi coloro in Medio Oriente, di vendere. Allo stesso tempo, scoraggiati dal mercato al ribasso dell'oro, una generazione di arabi istruita secondo le linee occidentali iniziò a diversificare in titoli azionari, investimenti in infrastrutture e altri tipi di investimento. Le riserve d'oro di proprietà degli investitori arabi rimangono un segreto ben custodito fino ai giorni nostri, ma probabilmente rappresentano ancora la più grande quantità d'oro depositata data l'entità delle eccedenze di petro-dollari negli anni '80. Tuttavia, a causa del cambiamento della cultura finanziaria degli arabi, dagli anni '90 in poi il ritmo della loro acquisizione è scemato.

Detto ciò, ci rimane solo la Cina come compratore significativo durante quel periodo. Dato che l'entusiasmo arabo per l'oro è diminuito all'incirca a metà del periodo analizzato (1983-2002), il governo cinese, essendo incurante nei confronti di un mercato orso generato dall'occidente, potrebbe aver accumulato facilmente circa 20,000 tonnellate.



Le Ragioni della Cina per Accumulare Oro

Ora sappiamo che la Cina aveva le risorse, nonché la possibilità, di acquistare lingotti: eccedenze commerciali. Le tecniche heap-leaching hanno potenziato la produzione mineraria e gli investitori occidentali hanno venduto i loro lingotti, quindi c'era un'offerta disponibile ampia; ma qual è stato il motivo della Cina?

Inizialmente la Cina cercava con molta probabilità di diversificarsi dai dollari, i quali rappresentavano l'unica moneta di scambio che riceveva nei giorni precedenti l'euro. Inoltre sarebbe sembrato assurdo esportare beni in cambio di cartamoneta inflazionata di qualche altro Paese, almeno così la pensava la Cina allora. Dagli atteggiamenti europei e americani la Cina, sulla via verso il ruolo di potenza economica, comprese che tali mercati non sarebbero risultati sostenibili a lungo termine. Quindi, dopo la ripresa della Russia dalla crisi finanziaria del 1998, la Cina sviluppò un blocco commerciale asiatico in partnership con la Russia (come eventuale sostituto dei mercati dell'export occidentali) e nel 2001 nacque lo Shanghai Cooperation Organisation. L'anno seguente cambiò anche la sua politica riguardo l'oro: per la prima volta i cittadini cinesi potevano comprare oro e lo Shanghai Gold Exchange venne incaricato per soddisfare tale domanda.

Il fatto che la Cina abbia permesso ai suoi cittadini di acquistare oro fisico, suggerisce che ne avesse già acquisito una porzione soddisfacente. Dal 2002 lo stato cinese avrà continuato ad accumulare oro attraverso la produzione miniera e gli scarti di materiali di consumo, il che è confermato dall'apparente assenza di barre rifinite cinesi da 1 chilo nel sistema di deoposito globale. Inoltre la Cina acquista oro doré dalle miniere asiatiche e africane, che poi rifinisce e aggiunge alle scorte di governo.

Dal 2002 lo stato cinese ha quasi certamente acquisito ulteriori 5,000 tonnellate o più. Consentendo alla popolazione di comprare oro, oltre a soddisfarne il desiderio di possederlo, ha ridotto anche la necessità di un intervento sulla valuta per fermare la lievitazione del renminbi. Pertanto lo stato cinese ha probabilmente accumulato tra le 20,000 e 30,000 tonnellate sin dal 1983, e non ha bisogno di acquisirne di più attraverso acquisti sul mercato dato che le proprie miniere ne stanno producendo oltre 500 tonnellate l'anno.

Tutti gli altri membri dello Shanghai Cooperation Organization[2] sono pro-oro o hanno aumentato le loro riserve auree. L'occidente, dopo aver piantato in asso l'oro a favore della carta, scoprirà che l'oro ha di un nuovo ruolo, poiché è denaro per oltre 3 miliardi di persone, o oltre 4 miliardi se si includono i paesi del Sud-Est asiatico e del Pacifico per i quali lo SCO sarà un partner commerciale dominante.



Riassunto

Sebbene il prezzo dell'oro si sia schiantato nei mercati dei capitali occidentali, è stato dimenticato come l'Asia abbia continuato tranquillamente a comprare oro fisico; non solo tutta o la maggior parte della sua offerta mineraria e quella proveniente dai rottami, ma anche quantità significative di scorte nei caveau occidentali. E' un processo che risale alla nascita del petro-dollaro negli anni '70 ed è andato avanti sin da allora. I tre centri più grandi legati a questo commercio sono il Medio Oriente, l'India e la Cina -- le ultime due hanno goduto di alti tassi di espansione economica negli ultimi anni, e sempre più ricchi borghesi hanno manifestato un'elevata propensione al risparmio.

In realtà non sappiamo quante riserve mondiali di oro siano nelle mani di questi tre centri. Questa è solo una parte della storia asiatica, con la Turchia e la sua sfera di influenza, più tutta l'Asia sud-orientale, il cui popolo considera l'oro come mezzo di risparmio primario. Tutto quello che possiamo dire è che molto probabilmente più della metà dell'oro del mondo è nelle mani asiatiche. È importante sottolineare che, nel corso degli ultimi dieci anni, il ritmo di accumulazione asiatico è aumentato, drenando l'oro dai caveau occidentali. E in questo senso forse l'indicatore più importante è il calo della circolazione dei derivati ​​OTC indicato nell'ultimo grafico qui sopra.

Quindi non solo abbiamo la prova che il prezzo è basato sui mercati cartacei occidentali, ma confrontando le scorte in superficie con la Quantità di Denaro Fiat (es. USD), scopriamo che l'oro è estremamente sottovalutato in un momento di alto rischio sistemico e collasso valutario.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[1] Vedi: GoldMoney’s estimates of the aboveground gold stock by James Turk and Juan Castaneda.

[2] Tajikistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Uzbekistan, India, Iran, Pakistan e Mongolia. La Turchia e l'Afghanistan si uniranno a tempo debito.

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Cenni su Carl Menger e il soggettivismo

Von Mises Italia - Ven, 14/11/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Carl Menger è universalmente ricordato nella storia del pensiero economico come il fondatore, accanto a Jevons e Walras, della teoria marginalista del valore: “E’ noto che molti studiosi collegano la scoperta simultanea negli anni ’60 (n.d.a dell’800) da parte di Jevons, Menger e Walras del principio dell’utilità marginale con il nuovo indirizzo dell’analisi economica […] è attraverso questa ricerca che i tre, ognuno per differenti vie ed ignorando il lavoro degli altri, giunsero quasi contemporaneamente alla formulazione, prima della teoria dell’utilità marginale, e, poi, quella della produttività marginale. Dalle due teorie discese l’applicazione del marginalismo alla legge della distribuzione da cui la nuova impostazione logica dei prezzi relativi dei fattori di produzione, terra, capitale e lavoro”.1

Quel che non sempre viene ricordato è che Menger si distinse dagli altri due per aver tentato di erigere l’edificio economico su basi rigorosamente soggettiviste: “L’obiettivo fondamentale di Menger era di costruire l’intera economia partendo dall’essere umano, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi sociali [… ] A suo avviso lo scienziato dell’economia doveva porsi sempre nella prospettiva soggettiva dell’essere umano che agisce, in modo che tale prospettiva possa gettar luce in maniera determinante sull’elaborazione di tutte le teorie economiche”.2

Forse una delle manifestazioni più tipiche ed originali del nuovo impulso soggettivista proposto da Menger è stata la sua «teoria sui beni economici di ordine distinto».

Qual è il valore dei beni? I beni hanno un valore relativamente alla capacità di soddisfare un bisogno del soggetto che li utilizza. In quest’ottica sia i beni di consumo che i beni di produzione hanno una loro utilità a seconda che il bisogno del soggetto sia la necessità di consumare (e quindi parliamo di un soggetto-consumatore) oppure la necessità di produrre un bene (e quindi parliamo di un soggetto-imprenditore). “Il pane che mangiamo, la farina con cui si fa il pane, il frumento da cui si ricava la farina, il campo che produce il frumento, tutte queste cose sono beni, cioè cose che servono a soddisfare un bisogno […] Il posto che che ciascuno di questi beni occupa in relazione alle nostre finalità non è uguale per tutti: in relazione al bisogno di pane essi hanno una funzione più o meno diretta”3.

Menger introduce quindi una gerarchia tra i beni (arbitraria quanto si vuole, ma ispirata ad un criterio, e che dobbiamo comprendere per capire quanto diremo poi sul ciclo economico) relativamente alla loro capacità di soddisfare più o meno direttamente i bisogni dei soggetti: i beni che soddisfano direttamente i bisogni, siano essi di natura materiale (cibi, bevande, vestiti ecc.) o immateriali (musica, letteratura, arte ecc), sono quei beni che possono essere usati (o se si vuole, consumati) immediatamente: “Questi beni possono soddisfare direttamente i nostri bisogni e li chiameremo beni di primo ordine”4

I beni di consumo sono quindi i beni del primo ordine; beni che soddisfano la finalità in modo diretto, non mediato. Questo non vuol dire che le altre tipologie di beni non abbiano valore, o non siano beni economici; non sono destinati a soddisfare i bisogni in maniera diretta, ma hanno non meno dei beni di primo ordine il carattere di beni.

Prendiamo come esempio di bene del primo ordine il pane: i beni necessari alla sua produzione, quali la farina, il forno, il combustibile e i vari arnesi per la fabbricazione del pane non servono alla soddisfazione diretta dei bisogni, ma hanno valore in quanto sono usati per realizzare il bene del primo ordine, e quindi indirettamente soddisfano il bisogno di consumo: “Lo stesso avviene per migliaia di altre cose che […] servono alla produzione di beni del primo ordine e sono atte a soddisfare indirettamente i suoi bisogni. Chiameremo queste cose beni di secondo ordine”5.

E’ chiaro che con i beni del secondo ordine non esauriamo le tipologie di beni, ma a seconda della distanza dai beni del primo ordine avremo beni di ordine tanto più elevato (beni del terzo ordine, del quarto ecc).

L’espressione beni di ordine superiore non rende forse immediatamente il concetto, e sarebbe maggiormente corretto parlare di beni di ordine più volte mediati (in relazione alla soddisfazione diretta dei bisogni), in quanto necessitano di un certo numero di passaggi prima di giungere allo stadio del consumo; ma è questa un’espressione poco felice, e continueremo ad utilizzare la terminologia utilizzata in seguito da tutti gli autori di scuola austriaca: beni di ordine superiore o inferiore. E’ bene ricordare che il carattere dei beni non è una caratteristica propria del bene; non è a causa delle proprietà del tale bene che questo risulta essere del secondo piuttosto che del terzo ordine; la sua posizione dipende unicamente dal soggetto che decide di utilizzarli in quel modo, trovandone l’impiego profittevole; potremo trovare lo stesso bene in posizioni del tutto diverse a seconde dell’impiego che di quel bene il soggetto decide di fare.

La struttura produttiva è quindi concepita come divisa in una serie di stadi, dagli stadi più lontani dal consumo procedendo via via fino ad arrivare allo stadio del consumo: “Il procedimento attraverso il quale i beni di ordine superiore vengono gradualmente trasformati in beni di ordine inferiore fino a poter soddisfare direttamente i bisogni umani è il risultato sia dell’attività dell’uomo che di un processo causale. Ma l’idea di causalità è inseparabile dall’idea di tempo. […] I periodi di tempo che le varie fasi di questo processo richiedono possono essere in certi casi anche brevissimi, e il progresso della tecnica e degli scambi tendono ad accorciarli ancora di più, tuttavia rimane il fatto che una produzione senza impiego di tempo è inconcepibile”.6

Se quindi i beni del primo ordine sono in grado di soddisfare immediatamente i bisogni, i beni di ordine superiore permettono la medesima utilizzazione solo dopo un certo lasso temporale, che può essere più o meno lungo a seconda delle circostanze: “I beni di ordine superiore non acquistano e conservano il loro carattere di beni in relazione ai bisogni del presente, bensì in previsione di bisogni di un futuro più o meno lontano”.7

Riassumendo quanto detto finora, possiamo dire che una struttura produttiva ricca di beni di ordine superiore, che diventano beni di ordine di ordine inferiore ed infine beni di prim’ordine solo con il passaggio del tempo, è votata alla soddisfazione di bisogni lontani nel tempo.

Gabriele Manzo

Note

1 Franco, G, 2010 Introduzione ai “Principi di Economia Politica” di Carl Menger, pag 14

2 De Soto, H 2003, La Scuola Austriaca: Mercato e Creatività Imprenditoriale, pag 38

3 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

4 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

5 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 98

6 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 105

7 Menger C, 1871, Principi di Economia Politica, pag 106

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The Economic End Game Explained

Deep Politics Monitor - Gio, 13/11/2014 - 13:23
A must read from Alt-market, Wednesday, 12 November 2014By Brandon Smith Throughout history, in most cases of economic collapse the societies in question believed they were financially invincible just before their disastrous fall. Rarely does anyone see the edge of the cliff or even the bottom of the abyss before it has swallowed a nation whole. This lack of foresight, however, is not entirely

Cosa c'è di BUONO in Europa

Freedonia - Gio, 13/11/2014 - 11:09
Non c'è nulla di più incompreso della situazione critica europea. Più nello specifico, non c'è nulla di più incompreso delle cause che hanno portato e questo esito spiacevole. Ciò vale sia per l'Europa, sia per l'Italia. Su queste pagine il problema di come il nostro Paese fosse arrivato alla bancarotta circa venti anni fa, è stato trattato molte volte. Potete trovare qualcosa per rinfrescarvi la memoria qui, qui e qui. La sua entrata nell'euro non ha fatto altro che prolungare la scia di errori che si sono accumulati nel tempo e ritardare la necessaria pulizia. E' ovvio che una saturazione di tali errori eroderà progressivamente ciò che di buono può offrire la nostra economia di mercato. I nostri problemi non si originano da nazioni estere, ma da noi stessi, o per meglio dire, da una classe dirigente sconsideratamente incline (come inevitabile) ad assecondare il breve termine. Nel lungo termine tutte quelle riforme mancate nel tempo (Es. diminuzione pressione fiscale, riduzione spesa pubblica, liberalizzazioni, deficit inferiori, ecc.) produrranno un effetto distruttivo sul bacino dei risparmi reali. Non vi fate, quindi, abbindolare dai titoli dei giornali secondo cui è l'euro la madre di tutti i problemi italiani e europei. No. Il problema, come sempre, è la pianificazione centrale. La stessa che i banchieri centrali stanno adottando per permettere a questa barca che affonda di reggere ancora un altro po'. Il percorso sarà il solito, perché i banchieri centrali solo quello conoscono: boom & bust. Più della stessa cosa. Infatti, adesso che la FED pare essersi presa una pausa, vedremo se Draghi passerà dalle parole ai fatti facendo davvero tutto quello che è in suo potere per mantenere ancora in piedi questa struttura tenuta insieme dal nastro adesivo.
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di Gary North


Sì, avete letto bene. Buono.

Penso come un economista. L'economista pensa sempre alle alternative. La mentalità di un'economista è stata spiegata con chiarezza dal comico defunto, Henny Youngman. "Come sta tua moglie?" "Rispetto a cosa?"

Una delle lamentele più comuni contro la zona Euro è questa: "La zona Euro è un'area con moneta centrale, ma politiche di bilancio nazionali decentrate." Non ho mai visto un sostenitore di questa tesi proporre l'abolizione dell'euro e della Banca Centrale Europea. Questa tesi viene sempre avanzata per difendere l'idea di un'unione fiscale. In altre parole, non vi è alcuna spinta per decentrare le valute della zona Euro. Vi è una forte, ma finora inefficace, spinta per unificare le politiche fiscali della zona Euro.

Pensate alle implicazioni. Riuscite a vedere cosa c'è di sbagliato in questo argomento?



UNA TESI KEYNESIANA

Questa tesi è intrinsecamente keynesiana. Si basa sull'idea erronea che i deficit pubblici nazionali possano sconfiggere le recessioni. Un'idea correlata è che i deficit pubblici promuovano la crescita economica. Ma tutti i buoni keynesiani sanno che i deficit pubblici richiedono l'inflazione monetaria per essere sostenuti, perché senza di essa i tassi di interesse saliranno in risposta a deficit crescenti. Così il keynesiano sostiene: "Poiché è necessario che i vari paesi abbiano diversi gradi di deficit, a seconda del ciclo economico presente in un determinato paese, l'imposizione di una moneta unica in cima a più cicli economici è insostenibile."

Tutto questo fa parte della visione del mondo che prese piede nella conferenza di Versailles dopo la prima guerra mondiale, nel 1919. A lungo c'è stata la volontà di creare uno stato unico europeo che avesse anche una moneta unica, una sola banca centrale e una sola politica fiscale.

Torniamo al 1914. Dalla fine delle guerre napoleoniche nel 1815 fino allo scoppio della prima guerra mondiale a metà del 1914, il mondo occidentale ha goduto dei vantaggi di un gold standard internazionale. Non esisteva alcuna politica monetaria centralizzata. Esisteva una moneta unica che veniva utilizzata nel commercio internazionale, e nella maggior parte dei paesi c'era un gold standard nazionale. I cittadini potevano recarsi in una banca e chiedere monete d'oro in cambio della valuta nazionale. Questo rappresentava un freno all'espansione delle valute nazionali.

Durante questo periodo c'era una moneta unica e molteplici politiche fiscali. Il fatto cruciale di questa moneta unica era questo: le politiche statali distribuite su più confini internazionali non erano responsabili della politica monetaria. C'erano diverse banche centrali, e nel caso degli Stati Uniti non ci fu alcuna banca centrale fino a 1914. C'erano diversi governi nazionali, e ogni governo aveva una propria politica fiscale. Eppure questo fu il periodo della storia economica mondiale in cui avvenne la più grande crescita economica pro-capite. C'era una moneta unica e più politiche fiscali.

Negli Stati Uniti di oggi, c'è una moneta unica. Vi è una sola banca centrale. Ci sono diverse politiche fiscali. Ci sono 50 politiche fiscali separate a livello statale, e ci sono migliaia di politiche fiscali in contee, città e paesi. Nessun economista invoca l'istituzione di 50 banche centrali per fornire singole divise in 50 stati. Infatti la Costituzione degli Stati Uniti lo proibisce.

Così la zona Euro, con i suoi molteplici governi nazionali e le sue molteplici politiche fiscali, ha operato con una moneta unica e un'unica banca centrale per 15 anni. Tutte le grida che sentiamo secondo cui l'Europa è ostacolata, perché ci sono più politiche fiscali e un'unica banca centrale, invocano un'ulteriore centralizzazione della politica. Questo è semplicemente l'ultimo passo del programma di consolidamento politico europeo che Jean Monnet iniziò a predicare nel 1919.

Il problema con l'Europa occidentale non sono le molteplici politiche fiscali dei vari governi nazionali. Il problema è il keynesismo. Esso vuole una sola politica fiscale con un singolo ordine politico. Vuole che il governo centrale abbia costantemente deficit, e vuole una singola banca centrale che fornisca denaro fiat sufficiente per comprare gli IOU emessi da una singola unione politica internazionale. Vuole un consolidamento politico. Il keynesismo è sempre stata la teoria economica della centralizzazione politica.

Il gold standard internazionale non era legato al nazionalismo o al consolidamento politico. Era indipendente da entrambi. Questo era il suo grande beneficio.

In teoria la Banca Centrale Europea è autonoma. Lo era anche il gold standard internazionale, e non solo in teoria; lo era anche in pratica. L'autonomia dal governo civile è stato uno dei più grandi vantaggi del gold standard internazionale. Questo è anche un vantaggio dell'euro. Il fatto che gli squilibri fiscali europei siano tenuti sotto controllo dalla Banca Centrale Europea, costituisce il più grande vantaggio dell'euro. Questo è ciò che va bene con l'euro.

Cosa c'è di sbagliato con l'euro è semplice: è controllato da burocrati che non hanno nulla da perdere. Nel gold standard internazionale, la proprietà dell'oro o i diritti legali nei suoi confronti rappresentavano il cuore del sistema. La proprietà era al centro del sistema. Gli individui possedevano oro o rivendicazioni legali sull'oro. Al contrario, non esiste alcuna proprietà individuale nel sistema bancario centrale. C'è solo il controllo temporaneo di burocrati di ruolo, la maggior parte dei quali è keynesiana. Hanno potere sul denaro, ma non ne possiedono tanto.

Con l'eccezione della Germania, i politici europei non si sentono a disagio ad avere deficit enormi. Il vincolo che si trovano ad affrontare è la Banca Centrale Europea. Non possono pretendere che la Banca Centrale Europea crei denaro dal nulla per comprare gli IOU emessi dai vari governi. Questo da solo li tiene sotto controllo. Il gold standard internazionale l'ha fatto molto meglio, ma è meglio avere una sola banca centrale che avere una banca monopolista per ciascuna giurisdizione politica.

Il keynesiano sosterrebbe, e sostiene, che il problema con il gold standard internazionale è che frenava gli squilibri fiscali dei governi nazionali. Questo è lo stesso argomento che usano contro il sistema dell'Eurozona. Vogliono sempre centralizzare il controllo politico. Vogliono una singola banca centrale sovrana, e vogliono un unico governo centrale sovrano. In questo modo il singolo governo centrale sovrano può mettere pressione sulla banca centrale unica meno sovrana, al fine di vendere gli IOU a tassi di interesse inferiori a quelli di mercato. Il keynesiano vuole la pianificazione centrale sia per le banche centrali sia per la politica. John Maynard Keynes odiava il gold standard internazionale, proprio perché poneva limiti all'autonomia fiscale di ogni governo centrale. I keynesiani non vogliono autonomia monetaria. Questo era ciò che imponeva il gold standard internazionale. I keynesiani vogliono che siano i keynesiani a guidare la banca centrale, e vogliono che siano i keynesiani i responsabili della politica fiscale del governo centralizzato.



CONCLUSIONE

Ciò che va bene con l'euro è semplice: offre una certa moderazione sui deficit gestiti dai governi europei. Ma non offre il grado di restrizione che prevedeva il gold standard internazionale.

Invece di una sola politica fiscale imposta da una manciata di politici in Europa, ciò di cui ha bisogno l'Europa è il decentramento politico, anche la frammentazione, e l'abolizione di tutte le banche centrali. L'Europa ha bisogno del gold standard internazionale per tenere sotto controllo tutti i governi civili, e ha bisogno di più governi civili per tenere sotto controllo il governo centrale. Quello di cui gli europei hanno bisogno è il decentramento, non la centralizzazione.

Questo non viene mai ammesso dai critici del sistema dominante, perché quello che vogliono è la centralizzazione politica da abbinare alla centralizzazione della Banca Centrale Europea. Preferiscono passare dalla padella alla brace.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Bill Kaysing, un rivoluzionario ante-litteram

Luogocomune.net - Mer, 12/11/2014 - 13:00
Chi si occupa di complotti lunari conosce molto bene Bill Kaysing. Fu lui infatti il primo a sollevare dubbi sull'autenticità delle missioni Apollo, quando pubblicò il suo libro "We never went to the Moon" ("Non siamo mai andati sulla Luna"), nel 1977. Da allora, Kaysing è considerato a buon diritto il padre della teoria del "moonhoax".

Ma il ruolo di Kaysing come "complottista" ha rappresentato solo una parte minima della sua vita. In realtà quest'uomo ha incarnato il prototipo del cittadino che rifiuta un sistema che vorrebbe a tutti i costi inglobarlo, condizionarlo e renderlo schiavo, riuscendo comunque a condurre un'esistenza dignitosa, allegra e priva di compromessi.

E' questo ciò che emerge dalla biografia "Bill Kaysing, la penna più veloce del West", scritta da Albino Galuppini.

Nato nel 1922 a Chicago, Kaysing era stato assunto nel 1957 alla Rocketdyne, l'azienda aerospaziale che costruì i razzi propulsori per le missioni Mercury, Gemini e Apollo. A 35 anni Kaysing poteva considerarsi un uomo "arrivato": aveva una moglie, due figlie, due automobili, un buono stipendio e una villetta unifamiliare.

Ma fu proprio in quegli anni che un tarlo iniziò a rodergli il cervello. E' questo tutto quello che voglio dalla vita? - si domandava sempre più spesso Kaysing. Egli infatti aveva fatto due conti, ...

Aspettative di mercato e tassi di interesse

Freedonia - Mer, 12/11/2014 - 11:11




di Frank Shostak


Dopo aver chiuso al 3.03% a dicembre 2013, il rendimento del decennale statunitense ha percorso un trend al ribasso chiudendo al 2.34% ad agosto di quest'anno. Molti commentatori sono perplessi, date le previsioni ottimistiche della FED per l'attività economica.




Secondo il pensiero tradizionale è la Banca Centrale che determina i tassi di interesse. Impostando i tassi di interesse a breve termine, la Banca Centrale, si sostiene, influenza l'intera struttura dei tassi di interesse attraverso le aspettative sul loro corso futuro.

Seguendo la Teoria delle Aspettative (TA), che è popolare tra la maggior parte degli economisti mainstream, il tasso a lungo termine è una media tra i tassi di interesse a breve termine attuali e quelli attesi. Se oggi il tasso ad un anno è al 4% e quello del prossimo anno dovrebbe essere del 5%, oggi il tasso a due anni dovrebbe essere (4% + 5%)/2 = 4.5%.

Si noti che secondo questo modo di pensare i tassi di interesse vengono fissati dalla Banca Centrale, mentre gli individui non hanno quasi nulla a che fare con tutto questo e formano aspettative circa la futura politica della Banca Centrale in modo meccanico. (Gli individui rispondono passivamente alla possibile politica della Banca Centrale).

Sulla base della TA e seguendo la visione ottimistica dei responsabili politici della FED, alcuni commentatori sostengono che il mercato ha torto e i tassi a lungo termine dovrebbero seguire una trend al rialzo piuttosto che al ribasso.

Secondo uno studio condotto dai ricercatori presso la Federal Reserve Bank di San Francisco (FRBSF Economic Letter – Assessing Expectations of Monetary Policy, 8 settembre 2014), gli operatori di mercato hanno interpretato erroneamente le intenzioni dei decisori politici presso la FED. Gli operatori di mercato hanno sottovalutato la possibilità che la FED possa restringere la sua posizione sui tassi di interesse molto prima di quanto possa essere comunemente inteso.

Si ritiene che uno scollamento tra le aspettative della popolazione e le aspettative dei responsabili politici nelle banche centrali, rappresenti una sfida per la politica monetaria della FED (così come quella che prevede di arginare gli effetti collaterali che potrebbero scaturire da una posizione più ristretta per quanto riguarda i tassi di interesse).

Suggeriamo che la determinazione dei tassi di interesse avviene tramite le preferenze temporali degli individui, le quali si manifestano attraverso l'interazione dell'offerta e della domanda di moneta, e non attraverso le aspettative sui tassi di interesse a breve termine. Ecco perché.



L'Essenza del Tasso di Interesse

Sulla scia degli scritti di Carl Menger e Ludwig von Mises, suggeriamo che la forza trainante dietro al tasso di interesse è la preferenza temporale dei singoli individui e non la Banca Centrale.

Di norma le persone assegnano una valutazione maggiore ai beni presenti rispetto a quelli futuri. Ciò significa che i beni presenti sono valutati ad un premio rispetto ai beni futuri.

Questo deriva dal fatto che un creditore, o un investitore, cede alcuni benefici del presente. Di conseguenza l'essenza del fenomeno dell'interesse è rappresentato dal costo che un creditore, o un investitore, sopporta. Su questo Mises scrisse:

Ciò che viene ceduto è definito prezzo pagato per il raggiungimento del fine perseguito. Il valore del prezzo pagato viene definito costo. I costi sono pari al valore legato alla soddisfazione a cui si deve rinunciare per raggiungere un determinato scopo.[1]
Secondo Carl Menger:

Nella misura in cui il mantenimento della nostra vita dipende dalla soddisfazione dei nostri bisogni, garantire la soddisfazione dei bisogni più urgenti deve necessariamente precedere l'attenzione su quelli successivi. E anche se non si parla della nostra vita, ma solo del nostro benessere (soprattutto della nostra salute), il raggiungimento di tale benessere in un periodo molto stretto è, di regola, un prerequisito per un benessere di lungo periodo [...]. L'esperienza insegna che un godimento presente, o uno in un futuro molto prossimo, viene considerato dagli uomini più importante che uno di pari intensità in un tempo più remoto nel futuro.[2]
Allo stesso modo secondo Mises:

La soddisfazione di un bisogno nel futuro prossimo è, a parità di condizioni, preferibile rispetto ad uno in un futuro più lontano. I beni presenti sono più preziosi dei beni futuri.[3]
Quindi secondo Mises:

Il rinvio di un consumo significa che l'individuo preferisce la soddisfazione fornita da un consumo futuro rispetto a quella che potrebbe fornire un consumo immediato.[4]
Ad esempio, un individuo che ha sufficienti risorse per sopravvivere, è improbabile che possa prestare o investire i suoi mezzi miseri.

Il costo del prestito, o dell'investimento, per lui è molto alto – potrebbe anche costargli la vita, se dovesse prestare una parte dei suoi mezzi. Quindi in queste condizioni è improbabile che possa concedere un prestito, anche se gli venisse offerto un tasso di interesse molto alto.

Una volta che la sua ricchezza comincia ad espandersi, il costo del prestito, o dell'investimento, inizia a diminuire. L'allocazione di parte della sua ricchezza in prestiti o investimenti, diminuirà in misura minore il suo benessere e la condizione della sua vita.

Da questo possiamo dedurre che, a parità di condizioni, tutto ciò che porta ad un ampliamento della ricchezza reale degli individui, dà luogo ad una diminuzione del tasso di interesse, ovvero, l'abbassamento del premio dei beni presenti rispetto ai beni futuri.

Per contro, i fattori che indeboliscono l'espansione della ricchezza reale portano ad un tasso di interesse più alto.



La Preferenza Temporale e Offerta/Domanda di Moneta

Nell'economia monetaria le preferenze temporali degli individui si materializzano tramite l'offerta e la domanda di moneta.

L'abbassamento delle preferenze temporali, cioè la riduzione del premio (a causa dell'espansione della ricchezza reale) legato ai beni presenti rispetto ai beni futuri, si manifesterà in un maggiore desiderio di prestare e investire denaro, abbassando di conseguenza la domanda di moneta.

Ciò significa che per un determinato stock di denaro ci sarà ora un surplus monetario.

Per sbarazzarsi di questo surplus monetario, gli individui iniziano a comprare vari asset e, a parità di condizioni, ne fanno aumentare i prezzi e ne abbassano i rendimenti.

Pertanto l'aumento del bacino della ricchezza reale sarà associato ad un abbassamento nella struttura dei tassi.

Il contrario avverrà con un calo della ricchezza reale. Gli individui saranno meno desiderosi di prestare e investire, quindi aumenteranno la loro domanda di moneta rispetto alla situazione precedente.

In base una data offerta di moneta, la liquidità monetaria si riduce – un calo del surplus monetario. Di conseguenza, a parità di condizioni, ciò abbassa la domanda di asset e quindi ne abbassa i prezzi e ne aumenta i rendimenti.

Che cosa accadrà ai tassi di interesse se abbiamo a che fare con un aumento dell'offerta di moneta? A parità di condizioni, quegli individui il cui stock di moneta è aumentato sono ora molto più ricchi.

Questa situazione stimola una maggiore volontà di investire e prestare denaro.

L'aumento dei prestiti e degli investimenti si traduce in un abbassamento della domanda di moneta da parte del creditore e dall'investitore.

Di conseguenza un aumento dell'offerta di moneta, accoppiato con un calo della domanda di moneta, porta ad un surplus monetario che a sua volta aumenta i prezzi degli asset e ne abbassa i rendimenti.

Col passare del tempo, l'aumento dell'inflazione dei prezzi (a causa dell'aumento dell'offerta di moneta) inizia a indebolire il benessere degli individui e questo porta ad un aumento generale delle preferenze temporali.

Questo riduce la tendenza degli individui ad investire e a prestare, cioè aumenta la domanda di moneta e abbassa il surplus monetario – questa condizione tende a far salire i tassi di interesse.

Possiamo quindi concludere che un aumento generale dell'inflazione dei prezzi (a causa di un aumento dell'offerta di moneta) e un conseguente calo della ricchezza reale, rappresentano fattori che mettono in moto un aumento generale dei tassi di interesse; mentre un calo generalizzato dell'inflazione dei prezzi (in risposta ad un calo dell'offerta di moneta) e un aumento della ricchezza reale, mettono in moto un calo generale dei tassi di interesse.



Spiegare il Calo dei Tassi di Interesse a Lungo Termine

Suggeriamo che un trend rialzista nel tasso di crescita annuale della nostra misura monetaria AMS, sia stato determinante nella formazione di un surplus monetario. Il tasso annuo di crescita dell'AMS è passato dal 5.9% dell'ottobre 2013 al 10.6% a marzo e al 10.3% a giugno di quest'anno, prima di chiudere al 7.6% a luglio.

Inoltre, dalla fine del 2013 fino a luglio di quest'anno, la media del tasso annuale di crescita dell'indice dei prezzi al consumo (ICP) ha seguito un trend sornione e si è fermata all'1.6%, il che significa un effetto neutro sui rendimenti a lungo termine. Anche la media del tasso annuale di crescita del PIL reale, che è rimasta al 2.2% sin dal 2013, ha seguito un movimento sornione – un effetto neutro sui tassi a lungo termine.

Quindi possiamo concludere che il trend rialzista nella dinamica di crescita dell'offerta di moneta sin dall'ottobre dello scorso anno, è stato determinante per il calo dei tassi a lungo termine.





Sintesi e Conclusioni

Dal dicembre 2013 i rendimenti dei buoni del Tesoro USA a lungo termine hanno seguito una tendenza al ribasso. Molti commentatori sono perplessi, date le previsioni ottimistiche per l'attività economica sventolate dalla FED. Di conseguenza alcuni esperti hanno suggerito che gli operatori di mercato hanno sottovalutato la probabilità che la FED possa restringere la sua posizione sui tassi di interesse molto prima di quanto ci si aspetti. Noi riteniamo che ciò che conta davvero per la formazione dei tassi di interesse a lungo termine, sono le preferenze temporali degli individui, le quali si manifestano attraverso l'interazione tra offerta e domanda di moneta. Suggeriamo che una salita del tasso annuale di crescita della nostra misura monetaria AMS dall'ottobre 2013, sia stata determinante per l'aumento del surplus monetario. Questo a sua volta è stato il fattore chiave che ha guidato il calo dei tassi di interesse a lungo termine.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[1] Ludwig von Mises, L'Azione Umana, Contemporary Books, 3rd revised edition, p. 97.

[2] Carl Menger, Principles of Economics, New York University Press, pp. 153-154.

[3] Mises, L'Azione Umana, pp. 483-484.

[4] Ibid., p. 482.

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Conoscenza, verità e menzogna

Von Mises Italia - Mer, 12/11/2014 - 08:00

La nostra teoria dei diritti di proprietà può essere usata per districare un’intrecciata matassa di problemi complessi che ruotano attorno a questioni di conoscenza, verità e menzogna, e la diffusione della conoscenza.

Per esempio, ha Smith il diritto (di nuovo, siamo interessati al suo diritto, non alla moralità o all’estetica del suo esercitare tale diritto) di stampare e diffondere l’affermazione secondo cui “Jones è un bugiardo” o “Jones è stato condannato per furto” o “Jones è un omosessuale”?

Ci sono tre possibilità logiche riguardo alla verità di un’affermazione simile:

1 – l’affermazione riguardo a Jones è vera;

2 – è falsa e Smith sa che è falsa; oppure

3 – più realisticamente, la veridicità o falsità dell’affermazione si trova in una zona vaga, non conoscibile con certezza né precisamente (per esempio, nei casi summenzionati, che uno sia o meno un “bugiardo” dipende da quante e quanto grave è lo schema di bugie che una persona ha detto e se per tali essa sia ascrivibile alla categoria dei “bugiardi” – un’area dove i giudizi individuali possono differire e, probabilmente, differiranno).

Supponiamo che l’affermazione di Smith sia definitivamente vera. Sembra chiaro che, allora, Smith abbia perfettamente il diritto di stampare e diffondere l’affermazione. Per certo rientra tra i suoi diritti farlo. Certamente è anche tra i diritti di Jones di cercare di confutare l’affermazione fatta su di lui. Le attuali leggi di diffamazione rendono l’azione di Smith illegale se fatta con intenzionale “malizia”, anche se l’informazione è vera. E, dunque, sicuramente la legalità o illegalità dovrebbero dipendere non sulla motivazione dell’attore, ma sulla natura obiettiva del fatto. Se un’azione è oggettivamente non invasiva, allora dovrebbe essere legale senza tener conto delle intenzioni benevole o maliziose dell’attore (sebbene l’ultima potrebbe benissimo essere rilevante per la moralità di tale azione). E ciò avviene nonostante le ovvie difficoltà che si incontrano in campo legale nel dover determinare le motivazioni soggettive di un individuo per una qualsivoglia azione.

Comunque, Smith potrebbe essere accusato di non avere il diritto di stampare una tale affermazione perché Jones ha il “diritto alla privacy” (un suo diritto “umano”) che Smith non ha il diritto di violare. Ma davvero esiste tale diritto alla privacy? Come può esserci? Come può esserci un diritto che impedisce a Smith con la forza dal diffondere la conoscenza che possiede? Sicuramente non ci può essere un tale diritto. Smith possiede il suo corpo e dunque ha il diritto di possedere la conoscenza che ha nella sua testa, inclusa la sua conoscenza riguardo a Jones. E, dunque, egli ha come corollario il diritto di stampare e diffondere tale conoscenza. In breve, come nel caso del “diritto umano” di libera parola, non c’è alcuna cosa come un diritto alla privacy se non il diritto di proteggere la proprietà di uno da un’invasione. L’unico diritto “alla privacy” è il diritto di proteggere la proprietà di uno dall’essere invasa da qualcun altro. In breve, nessuno ha il diritto di svaligiare la casa di qualcun altro, o di mettere delle cimici nei telefoni di qualcuno. Le intercettazioni telefoniche sono propriamente un crimine non a causa di qualche vaga e nebulosa “invasione del ‘diritto alla privacy’”, ma perché è un’invasione del diritto di proprietà della persona che viene intercettata.

Oggigiorno, le corti distinguono tra le persone “sotto i riflettori” che si ritiene non abbiano un diritto alla privacy e che possano essere menzionate dalla stampa pubblica, e le persone “private” che si considera abbiano un tale diritto. Dunque, tali distinzioni sono di sicuro fallaci. Agli occhi del libertario ognuno ha gli stessi diritti nella sua persona e nei suoi beni che egli trova, eredita o compra – ed è illegittimo fare distinzioni nel diritto di proprietà tra un gruppo di persone ed un altro. Se ci fosse una qualche sorta di “diritto alla privacy”, allora semplicemente essere menzionati largamente dalla stampa (ovvero, precedenti perdite del “diritto”) potrebbe scarsamente legittimare l’essere privati di un tale diritto completamente. No, l’unica possibile strada da seguire è di mantenere salda l’idea che nessuno ha alcun falso “diritto alla privacy”, o diritto di non essere menzionato pubblicamente; mentre chiunque ha il diritto di proteggere la sua proprietà contro un’invasione. Nessuno può avere un diritto di proprietà sulla conoscenza che si trova nella testa di qualcun altro.

Negli ultimi anni, il caso Watergate ed i Documenti del Pentagono hanno portato alla ribalta tali questioni sulla privacy, sui “privilegi” dei giornalisti, e sul “diritto del pubblico di sapere”. Dovrebbe, per esempio, un giornalista avere il diritto di “proteggere la sua fonte di informazioni” in una corte? Molte persone affermano che i giornalisti abbiano un simile diritto, basando tale affermazione sia (a) su “privilegi” speciali che maturano, secondo quanto si dice in modo confidenziale, in favore di giornalisti, avvocati, dottori, preti e psicoanalisti, sia (b) sul “diritto del pubblico di sapere” e, dunque, sulla più vasta conoscenza possibile diffusa per mezzo stampa. Dunque, dovrebbe essere chiaro a questo punto che entrambe tali affermazioni sono false. Sull’ultimo punto, nessuna persona o gruppo di persone (e dunque “il pubblico”) ha il diritto di conoscere qualcosa. Loro non hanno il diritto di conoscere ciò che altre persone hanno (in testa) e che rifiutano di divulgare. Poiché, se un uomo ha l’assoluto diritto di divulgare la conoscenza che è nella sua testa, egli ha anche il diritto derivato come corollario di non divulgare tale conoscenza. Non c’è alcun “diritto di conoscere”; c’è solo il diritto del conoscitore di divulgare la sua conoscenza o di tacerla. Nessuna particolare professione, sia essa il giornalista o il medico, può reclamare alcun particolare diritto di confidenzialità che non è posseduto da nessun altro. I diritti di proprietà e libertà di una persona devono essere universali.

La soluzione al problema delle fonti del giornalista, di fatto, sta nel diritto del conoscitore – qualsiasi conoscitore – di rimanere in silenzio, di non divulgare tale conoscenza se egli lo desidera. Dunque, non solo i giornalisti o i medici, ma chiunque dovrebbe avere il diritto di proteggere le sue fonti, o di stare in silenzio, in una corte o in qualsiasi altro luogo. E questo, infatti, è l’altro lato della medaglia delle nostre precedenti restrizioni contro il potere di obbligare a comparire in giudizio. Nessuno dovrebbe essere affatto forzato a testimoniare, non solo contro se stesso (come nel Quinto Emendamento) ma contro o a favore di chiunque altro. La stessa testimonianza obbligatoria è il male centrale in questa intera faccenda.

Comunque, c’è un’eccezione al diritto di usare e divulgare la conoscenza che è nella testa di qualcuno: vale a dire, se essa è stata procurata da qualcun altro come una proprietà condizionale piuttosto che assoluta. Così, supponiamo che Brown permetta a Green di entrare a casa sua e gli mostri un’invenzione che Brown aveva tenuto segreta fino a quel momento, ma gliela mostri solo alla condizione che Green mantenga questa informazione solo per sé. In questo caso, Brown non ha concesso a Green alcuna proprietà assoluta sulla conoscenza dell’invenzione, ma una proprietà condizionale, con Brown che non usa il potere della proprietà per divulgare la conoscenza dell’invenzione. Se Green rivela ad altri l’informazione dell’invenzione, egli sta violando il diritto di proprietà residuo di Brown di divulgare la conoscenza dell’invenzione, ed è dunque da considerarsi alla stregua di un ladro.

La violazione del diritto d’autore (in common law) è equivalente alla violazione di un contratto e furto di proprietà. Supponiamo che Brown costruisca una trappola per topi migliore e la venda in lungo e in largo, ma marchi ogni trappola “copyright Mr. Brown”. Ciò che in questo modo sta vendendo non è l’intero diritto di proprietà su ogni trappola per topi, ma il diritto di fare qualsiasi cosa con la trappola eccetto vendere quella stessa trappola, o una copia identica, a qualcun altro. Il diritto di vendere la trappola per topi di Brown è mantenuto da Brown per l’eternità. Dunque, per un acquirente di una trappola per topi, per esempio Green, intraprendere la vendita di trappole identiche è una violazione del suo contratto e del diritto di proprietà di Brown, e quindi perseguibile come furto. Dunque, la nostra teoria dei diritti di proprietà include l’inviolabilità del copyright contrattuale.

Un’obiezione comune è la seguente: va bene, sarebbe criminale per Green riprodurre e vendere la trappola per topi di Brown; ma supponiamo che a qualcun altro, Black, che non abbia sottoscritto il contratto con Brown, capiti di vedere la trappola per topi di Green, e proceda col produrre e vendere delle repliche. Perché egli dovrebbe essere perseguitato? La risposta è che, come nel caso della nostra critica degli strumenti negoziabili, nessuno può acquistare un titolo di proprietà su qualcosa più grande di quello che è stato venduto o dato via. Green non possedeva il diritto di proprietà totale sulla sua trappola per topi, in accordo con il suo contratto con Brown – ma solo tutti i diritti eccetto quello di venderla o replicarla. Quindi il diritto di Black sulla trappola per topi, ovvero la proprietà delle idee che sono nella testa di Black, non può essere più grande di quello di Green, e dunque anche egli sarebbe un violatore della proprietà di Brown anche se egli stesso non ha sottoscritto il contratto originale.

Ovviamente, potrebbero esserci alcune difficoltà nella reale applicazione dei diritti di proprietà di Brown. Ossia, come in tutti i casi di presunto furto o altro crimine, qualsiasi imputato è innocente fino a prova contraria. Sarebbe necessario per Brown provare che Black (per Green non si porrebbe il problema) ha avuto accesso alla trappola per topi di Brown e non abbia inventato un simile prototipo di trappola da sé, indipendentemente. Per la natura delle cose, per alcuni prodotti (p.e., libri, dipinti) rispetto ad altri (p.e., trappole per topi) è più facile provare che siano prodotti unici di menti individuali.[1]

Se, dunque, Smith ha l’assoluto diritto di spargere ciò che sa sul conto di Jones (stiamo ancora assumendo che la conoscenza sia corretta) e, per corollario, ha il diritto di rimanere in silenzio riguardo a tale conoscenza, allora, a maggior ragione, egli sicuramente ha anche il diritto di andare da Jones e ricevere un pagamento in cambio della non divulgazione di tale informazione. In breve, Smith ha il diritto di “ricattare” Jones. Come in tutti gli scambi volontari, entrambe le parti beneficiano da un tale scambio: Smith riceve dei soldi, e Jones ottiene il servizio da parte di Smith di non spargere la notizia sul suo conto che Jones non vorrebbe vedere in possesso di altri. Il diritto di ricattare è deducibile dal generale diritto di proprietà della propria persona e conoscenza, ed il diritto di divulgare o meno tale conoscenza. Come può essere negato il diritto di ricattare? [2].

Inoltre, come il Professor Walter Block ha messo in evidenza in modo tagliente, sul terreno dell’utilitarismo la conseguenza di mettere fuori legge il ricatto – p.e., impendendo a Smith di offrire di vendere il suo silenzio a Jones – sarà di incoraggiare Smith a diffondere la sua informazione, poiché egli è coercitivamente bloccato dal vendere il suo silenzio. Il risultato sarà un aumento di diffusione di informazioni dispregiative, cosicché Jones starà peggio in seguito alla messa al bando del ricatto rispetto a come sarebbe stato se fosse stato permesso.

Block scrive così:

Che cos’è esattamente un ricatto? Un ricatto è l’offerta di uno scambio; è l’offerta di scambiare qualcosa, di solito il silenzio, per qualche altro bene, di solito denaro. Se l’offerta è accettata, allora il ricattatore mantiene il suo silenzio ed il ricattato paga la cifra concordata. Se l’offerta è rifiutata, allora il ricattatore potrebbe esercitare il suo diritto di libertà di parola, e forse annunciare e pubblicizzare il segreto…

L’unica differenza tra un chiacchierone o un pettegolo ed un ricattatore è che quest’ultimo si tratterrà dal parlare – ad un certo prezzo. In un certo senso, il chiacchierone o il pettegolo sono molto peggio del ricattatore, in quanto il ricattatore almeno ti dà la possibilità di farlo stare zitto. Gli altri due invece semplicemente vuotano il sacco. Una persona con un segreto che vuole mantenere tale starà molto meglio se un ricattatore viene a conoscenza di esso, piuttosto che un chiacchierone o un pettegolo. Con questi ultimi, come abbiamo già detto, è tutto perduto. Con il ricattatore, uno può solo guadagnarci, o, male che vada, non sarà peggio che nell’altro caso. Se il prezzo chiesto dal ricattatore per il suo silenzio vale meno del segreto, allora il ricattato pagherà, accettando il minore dei due mali. Guadagnerà la differenza per lui tra il valore del segreto e il prezzo del ricattatore. È solo nel caso in cui il ricattatore chieda più di quanto valga il segreto che l’informazione viene pubblicizzata. Ma in questo caso il ricattato non si trova in una situazione peggiore con il ricattatore piuttosto che con un chiacchierone cronico… È infatti difficile tener conto della denigrazione sofferta dal ricattatore, almeno se comparata con quella profferta nei confronti di un pettegolo, che è di solito licenziato puramente con un leggero disprezzo [3].

Ci sono altri, e meno importanti, problemi con la messa fuori legge di un contratto di ricatto. Supponiamo che, nel caso precedente, invece che essere Smith ad andare da Jones con un’offerta per il silenzio, sia Jones ad aver sentito che Smith è a conoscenza del suo segreto e della sua intenzione di divulgarlo, e vada da Smith per offrirgli di comprare il suo silenzio. Dovrebbe tale contratto essere illegale? E se sì, perché? Ma se l’offerta di Jones dovesse essere legale mentre quella di Smith illegale, dovrebbe essere illegale per Smith rifiutare l’offerta di Jones e quindi chiedere più denaro come prezzo per il suo silenzio? Inoltre, dovrebbe essere illegale per Smith fare in modo astutamente che Jones venga a sapere che Smith possiede l’informazione e intende pubblicarla e, dunque, permettere a Jones di fare la reale offerta? Ma come potrebbe questo semplice lasciar sapere in anticipo a Jones essere considerato illegale? Non potrebbe piuttosto essere interpretato come un semplice atto di cortesia nei confronti di Jones? Le masse diventano sempre più torbide ed il supporto per la messa al bando di contratti di ricatto – specialmente da parte dei libertari che credono nei diritti di proprietà – diventa sempre più flebile.

Ovviamente, se Smith e Jones sottoscrivono un contratto di ricatto e poi Smith lo vìola stampando comunque l’informazione, allora Smith ha rubato la proprietà di Jones (il suo denaro), e può essere perseguitato come nel caso di qualsiasi altro furto che sia stato compiuto contro i diritti di proprietà violando un contratto. Ma non esiste niente sul contratto di ricatto a tal riguardo.

Nel contemplare la legge di una società libera, dunque, il libertario deve guardare in ogni dato istante alle persone come agenti all’interno di un riferimento generale di assoluti diritti di proprietà e alle condizioni del mondo intorno a loro. In qualsivoglia scambio, o contratto, che sottoscrivono, essi credono che loro staranno meglio facendo tale scambio. Dunque, tutti questi contratti sono “produttivi” nel senso che, almeno in prospettiva, fanno stare tutti meglio. E, ovviamente, tutti questi contratti volontari sono legittimi e leciti nella società libera [4].

Abbiamo dunque affermato la legittimità (il diritto) di Smith di spargere la sua conoscenza sul conto di Jones, di rimanere in silenzio, o di impegnarsi in un contratto con Jones per vendergli il suo silenzio. Fino ad ora abbiamo assunto che la conoscenza di Smith sia corretta. Immaginiamo, comunque, che la conoscenza sia sbagliata e che Smith sappia che è sbagliata (il caso “peggiore”). Ha Smith il diritto di diffondere false informazioni sul conto di Jones? In breve, dovrebbero essere la “diffamazione” e la “calunnia” illegali in una società libera?

Dunque, una volta ancora, come potrebbero esserlo? Smith ha un diritto di proprietà sulle idee e le opinioni che sono nella sua testa; egli ha anche il diritto di proprietà di stampare qualsiasi cosa voglia e diffonderla. Egli ha il diritto di dire che Jones è un “ladro” anche se sa essere una menzogna e ha il diritto di stamparlo e vendere tale affermazione. Il punto di vista opposto, e l’attuale argomento in favore dell’introduzione della diffamazione e della calunnia (specialmente in caso di falsa testimonianza) nell’indice delle cose illegali, è che ogni uomo ha il “diritto di proprietà” sulla sua stessa reputazione, che le falsità di Smith danneggiano tale reputazione e che, dunque, le diffamazioni di Smith sono invasioni del diritto di proprietà di Jones nei confronti della sua reputazione e ciò dovrebbe essere illegale. Ma, di nuovo, ad un’analisi più attenta, questo è un punto di vista fallace. Chiunque, come abbiamo affermato, possiede il suo corpo; egli esercita il diritto di proprietà sulla sua testa e sulla sua persona. Ma dal momento in cui ciascun uomo possiede la sua mente, ne segue che egli non può possedere la mente di nessun altro. E dunque, la “reputazione” di Jones non è né un’entità fisica né qualcosa contenuto nella sua stessa persona. La “reputazione” di Jones è puramente una funzione delle attitudini soggettive e delle credenze su di lui contenute nelle menti delle altre persone. Ma dato che queste sono credenze nelle menti di altri, Jones non può in alcun modo legittimo possederle o controllarle. Jones non può esercitare alcun diritto di proprietà sulle credenze e sulle menti delle altre persone.

Consideriamo, infatti, le implicazioni del credere in un diritto di proprietà sulla “reputazione” di qualcuno. Supponiamo che Brown abbia prodotto la sua trappola per topi, e che poi Robinson venga fuori con una migliore. La “reputazione” di Brown relativa all’eccellenza nel campo delle trappole per topi ora declina bruscamente come i consumatori mutano i loro atteggiamenti e i loro acquisti, comprando la trappola per topi di Robinson. Possiamo quindi negare, sul principio della teoria della “reputazione”, che Robinson abbia danneggiato la reputazione di Brown, e possiamo quindi non mettere fuori legge Robinson dal competere con Brown? Se no, perché no? O dovrebbe essere illegale per Robinson fare pubblicità, e dire al mondo che la sua trappola per topi è migliore? [5]

Infatti, ovviamente, le idee e le attitudini soggettive delle persone nei confronti di qualcuno o del suo lavoro fluttueranno continuamente e, dunque, è impossibile per Brown stabilizzare la sua reputazione con la forza; certamente sarebbe immorale e aggressivo contro il diritto di proprietà delle altre persone provarci. Dunque, è aggressivo e criminale mettere fuori legge la concorrenza o bandire la diffusione di calunnie su qualcuno o su un suo prodotto.

Possiamo, certamente, prontamente ammettere la volgare immoralità del diffamare un’altra persona. Ma, ciononostante, dobbiamo concedere a chiunque il diritto di farlo. Pragmaticamente, di nuovo, questa situazione può ben ricadere a beneficio delle persone che sono state diffamate. Infatti, nell’attuale situazione in cui le false calunnie sono messe fuori legge, la persona media tende a credere che tutti i resoconti dispregiativi diffusi sulle persone siano veri, “altrimenti sarebbero condannati per diffamazione”.

Questa situazione discrimina nuovamente il povero, poiché è meno probabile che le persone più povere procedano legalmente contro i calunniatori. Dunque, la reputazione dei più poveri o delle persone meno abbienti è portata a soffrire di più nella situazione attuale, quando la diffamazione è bandita, piuttosto che nel caso in cui la diffamazione fosse legittima. Per cui in una società libertaria siffatta, dato che chiunque saprebbe che le storie false sono legali, ci sarebbe di gran lunga più scetticismo da parte del pubblico che legge o ascolta, che insisterebbe sull’avere più prove e crederebbe meno alle storie diffamanti di quanto non faccia adesso. Inoltre, l’attuale sistema discrimina le persone più povere in un altro modo; dato che la loro possibilità di parola è limitata, è meno probabile che diffondano la disdicevole verità riguardo ad una persona ricca per la paura di essere citati in costose cause per diffamazione. Dunque, la messa al bando della diffamazione danneggia le persone con mezzi limitati in due modi: rendendoli più facili vittime per i calunniatori e ostacolando la loro stessa diffusione di notizie accurate riguardanti i benestanti.

Infine, se qualcuno ha il diritto di diffondere consciamente falsità sul conto di qualcun altro, allora, a maggior ragione, egli ha ovviamente il diritto di divulgare quel gran numero di dichiarazioni riguardo agli altri che sono in una zona confusa, in cui non si sa chiaramente o con certezza se le dichiarazioni in oggetto siano vere o false.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Sulla cruciale distinzione legale e filosofica tra brevetti e diritti d’autore, vedi Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State (Princeton, N.J.: D. Van Nostrand, 1962), vol. 2, pp. 652–60. Vedi anche Murray N. Rothbard, Power and Market (Kansas City: Sheed Andrews and McMeel, 1977), pp. 71–75. Per esempi di invenzioni indipendenti dello stesso oggetto, vedi S. Colum Gilfillan, The Sociology of Invention (Chicago: Follett Press, 1935), p. 75.

[2] Quando per la prima volta accennai al diritto di ricatto in Man, Economy, and State, vol. 1, p. 443, n. 49, mi vennero scagliati una marea di insulti da critici che apparentemente credevano che io mi rifacessi alla moralità del ricatto. Di nuovo – un fallimento nel fare la cruciale distinzione tra la legittimità di un diritto e la moralità o l’estetica di esercitare tale diritto.

[3] Walter Block, “The Blackmailer as Hero,” Libertarian Forum (December 1972): 3. Vedi anche la versione in Block, Defending the Undefendable (New York: Fleet Press, 1976), pp. 53–54.

[4] Per una critica dell’argomento del Professor Robert Nozick riguardo alla messa al bando (o alla restrizione) dei contratti di ricatto, vedi pp. 248–50 sotto.

[5] Oppure, per prendere un altro esempio, supponiamo che Robinson pubblichi una lettera di consulenza finanziaria, in cui egli propone la sua opinione secondo cui una certa azione di una società è malata e probabilmente si deteriorerà. Come risultato del suo consiglio, il prezzo dell’azione precipita. L’opinione di Robinson ha “leso” la reputazione della società per azioni, e “danneggiato” i suoi azionisti tramite il crollo del prezzo, causato dalla diminuzione di fiducia degli investitori nel mercato. Dovrebbe dunque il consiglio di Robinson essere messo fuori legge? O, in un altro esempio ancora, A scrive un libro; B recensisce il libro e afferma che il libro è pessimo; il risultato è un “danno” alla reputazione di A e un calo delle vendite del libro così come degli introiti di A. Dovrebbero tutte le recensioni negative dunque essere illegali? Di nuovo, queste sono alcune delle logiche implicazioni dell’argomentazione in favore del “diritto alla reputazione”. Sono in debito con Williamson M. Evers per l’esempio del mercato azionario.

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Perché il mondo dovrebbe ringraziare il Giappone

Freedonia - Mar, 11/11/2014 - 11:08




di Bill Bonner


Il Dow è aumentato di altri 195 punti venerdì scorso.

Cosa ne pensate? E' accaduto perché l'economia è sana? Gli investitori nel mercato azionario sono alla ricerca di una crescita degli utili sana? Comprare il Dow alle valutazioni di oggi è improvvisamente diventato una mossa ragionevole?

Oppure potrebbe essere che il Giappone ha appena fatto qualcosa di monumentalmente assurdo?

E' difficile sapere quale atteggiamento assumere quando si parla delle politiche finanziarie giapponesi. Derisione? Compassione? Gratitudine?

E' facile prendere in giro i giapponesi. Hanno un rapporto debito pubblico/PIL al 250% — il più alto del mondo. E anno dopo anno — per un quarto di secolo — hanno "stimolato" la loro economia con QE e deficit.

E che cosa hanno ottenuto? Per lo più debito. I prezzi delle azioni e delle case sono ancora solo un terzo di quello che erano 25 anni fa. Hanno perso il grande boom delle dot-com alla fine degli anni '90. Poi hanno perso il boom del settore immobiliare e finanziario del 2003-07.

Nel frattempo il celebre surplus commerciale del Giappone sta scomparendo. E la sua gente sta diventando vecchia, va in pensione e muore. Il Giappone è diventato un enorme piano pensionistico diretto verso il fallimento.

E' facile avere pietà dei giapponesi. La maggior parte delle loro ferite è auto-inflitta. Eppure vivono in piccole case... con un tenore di vita uguale al resto del mondo sviluppato. E hanno subito due decenni e mezzo di semi-deflazione.

Hanno provato di tutto per uscire da questa crisi — deficit, tassi di interesse a zero, quantitative easing. Hanno provato di tutto, tranne l'unica cosa che avrebbe funzionato!

Non a caso, le cose sono peggiorate. A settembre il reddito reale delle famiglie è sceso ad un tasso del 6%. Tra il 2013 e il 2015, si prevede un calo di quasi il 10%.

E ora i giapponesi sono disperati.

È qui che entra in gioco la nostra gratitudine: americani ed europei dovrebbero ringraziarli per averci mostrato cosa non fare — non si può combattere una crisi del debito con più credito.

Ma soprattutto stanno mostrando ciò che accade al welfare state di Bismarck quando si rimane a corto di giovani, di crescita e di credito.

Ora è il momento di raddoppiare la nostra gratitudine, perché i giapponesi ci stanno dimostrando che anche un'economia di livello internazionale è in grado di fare qualcosa alla stregua di una repubblica delle banane.

Già adesso per ogni dollaro che il governo giapponese raccoglie in entrate, ne spende 40 centesimi di più. L'indebitamento totale — pubblico e privato — è quasi il più alto del mondo: sei volte il PIL.

Tokyo è a corto di tempo... e di denaro. Ma la Banca del Giappone ha scelto di finanziare lo stato: acquista il 70% delle emissioni dei titoli di stato giapponesi. La scorsa settimana ha annunciato che ne avrebbe acquistato l'85%.

Il Giappone sta per mostrarci che non c'è bisogno di essere una cleptocrazia del Terzo Mondo — come ad esempio lo Zimbabwe — per intraprendere politiche straordinarie e disastrose.

Grazie Giappone! Diciamo una preghiera per i giapponesi e promettiamo di imparare dal loro esempio!

Sì, appena 48 ore dopo la fine del QE negli Stati Uniti, la Banca del Giappone ha annunciato il suo piano di QE più assurdo della storia. Lo farà arrivare a $750 miliardi l'anno — acquistando sia obbligazioni sia azioni.

In base alle dimensioni dell'economia giapponese, negli Stati Uniti tale cifra equivarrebbe a circa $3 bilioni l'anno. Anticipando una nuova marea di liquidità, le azioni sono aumentate in tutto il mondo.

Coincidenza? Strana tempistica da parte di Yellen & Co.?

E' quasi come se i banchieri centrali si fossero riuniti in anticipo e l'abbiano programmato. Il QE si ferma negli Stati Uniti; i giapponesi lo mettono sotto steroidi. Le azioni aumentano in entrambi i paesi. Va tutto bene.

Il Nikkei 225, registrando con fedeltà le speranze e i sogni degli investitori giapponesi, è saltato al 5% alla notizia. Il Dow ha seguito l'esempio.

Gli investitori stranieri — che non sono stupidi — hanno capito che ci sono soldi da fare nel revival del vecchio "carry trade" giapponese. Possono contrarre prestiti in Giappone — a tassi di interesse talmente bassi che non sono mai visti sul pianeta.

E poi che farci con quei soldi? Ehi, perché non portarli verso quell'unica economia mondiale che continua a crescere ad un ritmo decente: gli Stati Uniti?

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Marco Della Luna: il lavoro rinasce con una moneta sovrana

Luogocomune.net - Lun, 10/11/2014 - 19:50
Finanziare la spesa pubblica con le tasse, magari una patrimoniale? Sbagliato due volte, protesta Marco Della Luna. Primo, perché i grandi patrimoni sono finanziari, dunque volatili e sfuggenti. E soprattutto perché chiedere altre tasse significa rassegnarsi al sistema-truffa dell’emissione privatizzata del denaro: per uscire dalla crisi, infatti, basterebbero iniezioni di valuta sovrana a sostegno dell’economia reale, cioè posti di lavoro. Possibile che la sinistra sindacale non lo capisca? Purtroppo sì. Perché «il sindacato e gran parte della sinistra non hanno le basi culturali o la libertà di azione necessarie per poter imporre al dibattito pubblico, politico, sindacale, parlamentare, di trattare i veri temi nodali». Ovvero: «Come viene creato il denaro, da chi, a vantaggio di chi, con che diritto, con quali profitti, con quale tassazione su questi profitti». L’uscita dal tunnel è una sola: «Creazione di denaro direttamente da parte dello Stato, senza che lo Stato lo debba comperare dando in cambio titoli pubblici, cioè indebitandosi». Questo dovrebbero chiedere, Landini e Camusso, e con loro i quasi 5 milioni di italiani iscritti alla Cgil.

Secondo Della Luna, il pericolo è lo strapotere del capitale finanziario, cresciuto fino a 15 volte l’economia reale. Come? In due modi: autorizzando le banche a compiere azioni di pirateria speculativa e, prima ancora, concedendo ai mercati finanziari di ricattare gli Stati mediante l’acquisto del debito pubblico, nel momento in cui – in Italia dagli anni ‘80 – si è vietato alla banca centrale di continuare a finanziare il governo, cioè i cittadini, emettendo moneta a costo zero. Ora, con l’euro, siamo all’incubo elevato a sistema. [...]

Le bolle sono causate dalle banche centrali, non dalla “natura umana”

Freedonia - Lun, 10/11/2014 - 11:15




di David Stockman


E' ufficiale: ormai la narrativa mainstream riguardo i fatti attuali della vita economica è impazzita. L'ennesimo segno di squilibrio mentale lo ritroviamo questa mattina in un pezzo del Wall Street Journal sull'imminente triplo fondo dell'Europa. Sembra che l'intoppo che affligge il continente sia rappresentato da prezzi al consumo insufficientemente esuberanti:

I timori di una pericolosa bassa inflazione e una crescita debole continuano a pesare sui mercati, con i titoli europei che si schiantano e una fuga verso i titoli di stato tedeschi, i quali fanno segnare un altro record.
Che c'è di così "pericoloso" in un periodo temporaneo di stabilità dei prezzi al consumo e stipendi che conservano il loro potere d'acquisto? La risposta è: assolutamente nulla; ma i giornalisti di oggi sono così pigri e servili che si limitano semplicemente a copiare e incollare le panacee erogate dalle case da gioco del mercato finanziario e dai burocrati.

Infatti chiunque non sia rimasto in letargo negli ultimi 45 anni, non si torcerebbe le mani per una inflazione sommessa. Prezzi quasi stabili sono la grande eccezione. La tregua temporanea dal deprezzamento cronico del nostro denaro è una manna dal cielo; ci ricorda che prima dell'età moderna del settore bancario centrale, il presunto "pericolo" di prezzi stabili era considerato la norma.

Al contrario, il grafico seguente mostra quanto è successo al potere d'acquisto dei salari europei sin dal 1970. Sul grafico ci sono solo brevi intervalli, difficilmente rilevabili, in cui i prezzi o facevano brevi scatti verso l'alto o calavano di poco. Complessivamente, i prezzi al consumo sono aumentati dell'11X nel corso degli ultimi 45 anni. Detto in modo diverso, la maggior parte degli europei al di fuori della Germania ha sperimentato un calo del 90% nel potere d'acquisto durante la fase post-Bretton Woods della cosiddetta gestione monetaria illuminata.




In tempi più recenti, dopo la nascita della moneta comune negli anni '90, la storia è simile. L'inflazione al consumo è stata costantemente bloccata tra l'1.5% e il 2.5%, tranne per brevi intervalli alla fine del 1990, tra il 2008-2009 e il presente, in cui l'indice dei prezzi al consumo è andato alla deriva verso lo zero o più sotto. Sì, in tutti e tre questi periodi o i prezzi mondiali del petrolio sono calati o l'Euro stava guadagnando forza.




In breve, in Europa non c'è possibilità di un problema endemico legato alla "deflazione". Infatti, come mostrato di seguito, la spesa al consumo delle famiglie nell'area Euro-17 è nettamente calata dopo la crisi finanziaria. E' salita ad un CAGR del 3.8% durante il 1995-2007, ma è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al picco pre-crisi 2007.

Ora non date la colpa ad un crollo dell'inflazione. Quando le oscillazioni guidate dal petrolio e dalle valute si estendono su un periodo di tempo ragionevole, il tasso di aumento dei prezzi al consumo è più o meno uguale. Il CAGR per il periodo 1995-2007 è 1.9%, e la media degli ultimi sette anni è di circa 1.8%.

In breve, non vi è praticamente alcuna correlazione tra il grafico di seguito sulla spesa al consumo reale nell'area Euro-17 e l'oscillazione minore nell'l'indice dei prezzi al consumo mostrata sopra. I consumatori spendono di più in prodotti petroliferi e meno su altre cose quando i prezzi mondiali del petrolio sono in subbuglio; e viceversa quando il mercato mondiale del petrolio passa attraverso un periodo d'estasi. I cali di prezzo di breve termine del petrolio sono buoni per le compagnie aeree, gli hotel e i ristoranti — proprio come hanno l'effetto opposto e causano una riallocazione delle priorità di spesa delle famiglie durante i loro rialzi. Ma il conseguente impatto modesto e fugace sull'indice ICP, non ha nulla a che fare con gli ingredienti fondamentali della crescita economica.




Lo spauracchio della deflazione è in realtà neolingua keynesiana che sta per "ristagno economico" e "domanda aggregata" insufficiente. Nella loro saggezza, gli economisti keynesiani postulano che le economie hanno un tasso naturale di crescita, diciamo del 3%, e che, quando l'espansione del PIL scende al di sotto di tale tasso, significa che una cosa magica chiamata "domanda aggregata" debba essere stimolata. Naturalmente è compito della stampante monetaria dello stato compensare l'allontanamento dal PIL potenziale per mezzo di uno stimolo della spesa attraverso iniezioni fiscali dirette o attraverso il canale dell'espansione del credito.

Le chiacchiere su una inflazione troppo bassa sono solo un proxy per una domanda aggregata debole e quindi una politica di maggiore "stimolo". Ma ecco un'altra cosa: la domanda aggregata è debole se la produzione è debole. L'unico modo in cui i consumi delle famiglie possono superare il tasso di produzione e la crescita dei redditi, è se i rapporti medi di leva sono in aumento, integrando in tal modo il reddito guadagnato con fondi presi in prestito o riducendo il tasso di risparmio. Come dovrebbe essere evidente ormai, aumentare il coefficiente di leva finanziaria è un buon trucco temporaneo, ma ad un certo punto i bilanci diventano saturi e il gioco finisce. L'Europa è arrivata a questo punto ormai, e anche il resto del mondo.

Invece dell'ICP, quindi, la misura migliore per i fondamentali economici è quella legata ai fattori dell'offerta (che riflettono la produzione e l'onere dell'intervento statale) e ai fattori di bilancio (che riflettono il trend dei rapporti di leva). Come mostrato di seguito, questi fondamentali, e non lo spauracchio dell'inflazione debole, spiegano perché l'Europa si sta dirigendo in una depressione a triplo fondo.

In primo luogo, la zona Euro non ha registrato alcuna crescita netta della produzione industriale sin dalla fine del secolo. Dopo il picco del prezzo del petrolio e la crisi finanziaria del 2008-2009, la produzione industriale ha stagnato al livello raggiunto prima della bolla mondiale del 2004-2008. Le ragioni sono strutturali: al di fuori della Germania i salari in Europa sono troppo alti, le leggi sindacali troppo onerose e il welfare state troppo generoso per competere con il resto del mondo. In una parola, l'Europa non cresce perché il comparto dell'offerta è compromesso. I suoi tassi di consumo reali e la crescita del PIL sono piatti perché la produzione e il reddito non sono in espansione, non perché l'inflazione è troppo tiepida.




In secondo luogo, i governi e le famiglie europee hanno esaurito il loro spazio di manovra nei rispettivi bilanci: sono saturi. Di conseguenza, le metriche del PIL non vengono più stimolate tramite il trucco di prendere in prestito dal futuro (per mezzo di rapporti di leva in aumento). Quindi le metriche di spesa keynesiane legate alla contabilità del PIL sono ancora una volta ancorate all'economia reale della produzione e dell'offerta.

Il grafico sottostante rappresenta la media ponderata dell'onere del debito pubblico/PIL nell'area Euro-17. A meno che l'intera Europa non voglia volteggiare sopra la soglia del 100%, non ha semplicemente spazio per la ricetta keynesiana "prendi in prestito e spendi" ora spacciata dalle burocrazie del FMI e di Bruxelles come l'antidoto al falso problema della "bassa inflazione".




Anche il settore delle famiglie è alla frutta. Dopo l'impennata durante i primi anni del progetto euro, i rapporti di leva si stanno sgonfiando, cioè la spesa delle famiglie è ancora una volta vincolata al livello di produzione e di reddito.




Infine va osservato che le tasse hanno il loro prezzo. Nonostante il modo eccentrico in cui l'ufficio statistico europeo presenta i suoi numeri, è evidente che il cuneo fiscale sulla produzione è in aumento.




Quindi c'è una ragione per cui l'Europa viene lasciata indietro rispetto alla crescita tiepida nel resto del mondo; e non ha ancora recuperato il livello di produzione reale del 2007. Di sicuro non perché l'ICP dell'area Euro, a causa di un euro forte, sta temporaneamente scendendo e i prezzi del petrolio stanno diminuendo (che rappresentano gran parte del rallentamento dell'inflazione): sveglia gente è colpa dell'offerta e dei bilanci!




[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Interferenze coercitive – V parte

Von Mises Italia - Lun, 10/11/2014 - 08:00

Redistribuzione del reddito

 La redistribuzione del reddito è giustificata con l’argomento che il mercato non protegge da tre fenomeni: povertà, diseguaglianza, insicurezza.[1] La redistribuzione avviene attraverso diversi strumenti: l’imposizione fiscale progressiva (v. supra), gli istituti del Welfare State[2], i controlli dei prezzi (tra cui i salari: salario minimo), gli interventi di sviluppo territoriale.

 Gli istituti del cosiddetto Stato sociale sono costituiti dall’erogazione di beni o servizi in natura come la sanità, l’istruzione, e la casa; dalla previdenza (a ripartizione)[3]; e da tutti i trasferimenti che compongono l’assistenza, cioè le provvidenze in denaro volte ad alleviare condizioni di disagio originate da situazioni diverse quali la disoccupazione, la malattia, l’inabilità, l’invalidità, la povertà, la vedovanza, i figli a carico ecc.[4] Nell’accezione dei redistributivisti, gli istituti dello Stato sociale sono “redistributivi” perché i servizi sono offerti ai beneficiari gratuitamente o semigratuitamente, mentre le risorse necessarie per finanziarli sono prelevate attraverso meccanismi progressivi; dunque perché trasferiscono risorse dai più benestanti ai più disagiati. In termini prasseologici, sono redistributivi per il solo fatto di sottrarre coercitivamente risorse ad alcuni per assegnarle ad altri, indipendentemente dai livelli di ricchezza dei soggetti coinvolti.

 Nella redistribuzione ciò che avviene è che i guadagni di ciascuno vengono determinati separatamente (cioè sono diversi) dai guadagni effettivi ottenuti con la produzione e lo scambio. Dunque si introduce un processo di distribuzione separato dalla produzione.

Il principale argomento accademico a favore della redistribuzione, fornito da A. Pigou, è il seguente: l’utilità marginale (incremento di benessere) derivante da un’unità monetaria in più tende a ridursi all’aumentare del numero di unità monetarie possedute. Poiché le persone hanno la stessa scheda di utilità marginale, i percettori di redditi più bassi traggono dall’ultima unità monetaria un’utilità marginale più alta; cioè, se percepiscono un’unità monetaria in più, aumentano maggiormente il loro benessere rispetto a coloro che possiedono un reddito alto. Quindi, per accrescere il benessere collettivo, bisogna redistribuire reddito dai ricchi ai poveri.

Questo ragionamento, se svolto con coerenza, deve condurre ad una distribuzione del reddito perfettamente egalitaria: infatti, finché vi sono persone con reddito più elevato di altre, la redistribuzione aumenta il benessere, dato che trasferisce unità monetarie da coloro che hanno un’utilità marginale più bassa a coloro che hanno un’utilità marginale più alta. Ci si può fermare solo quando tutti i redditi sono uguali; conclusione che oggi quasi nessuno accetterebbe.

Alla tesi redistributivista è stata rivolta anche la seguente critica: le schede di utilità marginale delle persone non sono uguali: alcuni valutano i beni materiali più di altri, e lavorano di più per ottenerne di più; dunque un individuo ad alto reddito potrebbe avere un’utilità marginale maggiore di un individuo a basso reddito (l’accusa di “avidità” spesso rivolta ai ricchi dai redistribuzionisti sarebbe una implicita ammissione della correttezza di tale conclusione).[5]

Distorsioni provocate dalla redistribuzione forzosa

Il difetto principale è rappresentato dai disincentivi alla produzione, che operano sia dal lato dei beneficiari sia degli incisi.

I sussidi e le varie tipologie di trasferimenti, assegnando un reddito anche in assenza di una controprestazione lavorativa, scoraggiano il beneficiario dal lavorare, in quanto si riduce la disutilità marginale derivante dal riposo, cioè il reddito perduto per aver riposato. Ad esempio, l’indennità di disoccupazione, come il salario minimo, scoraggia il beneficiario dall’accettare lavori che pagano salari inferiori, uguali o anche di poco superiori all’indennità.

In generale, lo stato assistenziale provoca modifiche anche nei comportamenti sociali, affievolendo il principio dalla responsabilità individuale e accentuando la dipendenza dallo Stato e atteggiamenti parassitari.[6]

Come si è visto relativamente alla tassazione (v. retro), contemporaneamente la redistribuzione forzosa scoraggia anche i produttori, coloro da cui il reddito viene prelevato. Dunque, viene prolungata l’attività dei soggetti inefficienti a spese dei soggetti efficienti.[7]

L’effetto finale di tale combinato disposto è una contrazione del reddito prodotto, dunque una minore ricchezza della collettività.

Un secondo effetto è l’aumento del costo del lavoro, determinato dalla crescita degli oneri sociali necessari per finanziare le prestazioni del Welfare. In conseguenza si determinano prezzi dei beni più alti e/o una riduzione della domanda di lavoro da parte delle imprese. Ancora un effetto recessivo. Nei termini della teoria dei giochi, la redistribuzione non è un gioco a somma zero, ma a somma negativa.

Inoltre, una parte consistente delle risorse prelevate non arriva ai destinatari (eventuali bisognosi) ma è assorbita dalla burocrazia pubblica che le intermedia (stipendi dei funzionari, strutture residenziali, acquisti e sostituzioni di beni per gli uffici ecc.) [8]. Una volta che una burocrazia pubblica è stata istituita risulta poi impossibile smantellarla, in quanto i suoi membri costituiranno un gruppo di interesse combattivo, politicamente organizzato e strategicamente posizionato (la presunta competenza tecnica rivendicata presso il legislatore).

Infine, spesso si verifica che il trasferimento redistributivo è capovolto, da gruppi a reddito più basso verso gruppi a reddito più alto, perché questi ultimi sono più organizzati dei primi, sono in grado di svolgere attività di lobbying e godono di collegamenti politici: le banche, le grandi aziende industriali, le associazioni professionali, gli agricoltori[9], le agenzie per gli aiuti allo sviluppo, le organizzazioni ambientaliste, le associazioni culturali.[10]

Il combinato disposto di disincentivi, dispersione burocratica e redistribuzione capovolta determina un fallimento nel conseguimento dell’obiettivo della redistribuzione: la condizione di disagio non viene alleviata o rimossa.[11]

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

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Note

[1] I sostenitori del libero mercato replicano che in un contesto di mercato opererebbero tre istituzioni private in grado di risolvere le situazioni di disagio e insicurezza: la famiglia, le associazioni caritative, il meccanismo delle assicurazioni. Per quanto riguarda la povertà, storicamente i paesi che hanno cancellato il mercato hanno sperimentato tenori di vita molto bassi. Circa la ‘sicurezza’ da molti invocata, spesso è il mantenimento degli interessi precostituiti, la staticità.

[2] In maniera organica e universalistica il Welfare State ha origine nel Regno Unito con il Rapporto Beveridge del 1942, poi attuato dal governo Attlee a partire dal 1946. Tuttavia già in precedenza in alcuni paesi sono presenti forme elementari o parziali di assistenza: in Germania nel 1883 Bismarck introduce l’assicurazione sociale contro gli infortuni e di tipo previdenziale; negli Stati Uniti la Social Security viene introdotta nel 1935.

[3] In un sistema pensionistico contributivo a capitalizzazione la pensione dipende dai contributi accantonati durante il periodo lavorativo, accresciuti dall’investimento; in un sistema retributivo la pensione è sganciata dai contributi effettivamente versati, essendo in genere commisurata agli ultimi stipendi percepiti, e dunque di fatto è a carico degli attivi. In Italia i contributi versati all’Istituto Nazionale Previdenza Sociale sono pari a circa il 40% dello stipendio lordo di un lavoratore dipendente. In astratto, il 35% è a carico del datore di lavoro, il 5% a carico del lavoratore. Di fatto, quale che sia la ripartizione, il costo del lavoro per il datore è il medesimo. Formalmente, lo stipendio lordo non comprende la somma a carico del datore di lavoro; ad esempio, uno stipendio lordo di 100 comporta un contributo di 53 a carico del datore che non compare in busta paga. Sui 100 il lavoratore contribuisce con 9 (9%). Ma di fatto, si può dire che su un salario lordo di 153, il datore contribuisce per 53, dunque il 35%, e il lavoratore per 9, che è pari appunto al 5%. Dati 2003. Anche la Social Security americana è, al di là delle finzioni contabili, un sistema a ripartizione, in cui le somme percepite dagli ultrasessantacinquenni sono pagate attraverso le imposte prelevate sugli attivi.

[4] Qui di seguito viene sinteticamente illustrata la disciplina italiana relativa ad alcuni di tali trasferimenti.

sussidio di disoccupazione: durata 180 giorni (6 mesi), 9 mesi per chi ha più di 50 anni; 40% della retribuzione media percepita negli ultimi 3 mesi di lavoro.

pensione di inabilità (infermità fisica o mentale che provoca un’impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro) e di invalidità (riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo); bisogna aver lavorato per almeno 5 anni;

indennità di accompagnamento: persone che hanno bisogno di assistenza continua perché non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita; € 472 mensili;

pensione (assegno) sociale: dopo i 65 anni, circa €350 a reddito zero, ridotta per redditi superiori fino a €4557 annui, al di sopra non spetta; con coniuge il reddito massimo è €9114.

cassa integrazione: ai lavoratori del settore industriale ed edile, 80% della retribuzione ma con limite massimo di €886 mensili (2009); ordinaria: in caso di contrazione dell’attività produttiva; periodo fino a 1 anno; straordinaria: in caso di crisi di rilevanza settoriale o di ristrutturazioni dell’azienda; periodo fino a 2 anni;

indennità di mobilità: in caso di licenziamento del lavoratore per cessazione dell’attività o per riduzione di personale da parte dell’azienda, dopo esaurimento della cassa integrazione;

pensione di reversibilità: se beneficiario è solo il coniuge ed è privo di altri redditi, 60% della pensione; coniuge più un figlio a carico (fino a 26 anni se studente universitario) 80%; coniuge più due figli a carico 100%; se il beneficiario ha un reddito annuo superiore a €17.869, la pensione è ridotta del 25%;

indennità di maternità: due mesi prima e tre mesi dopo il parto, 80% della retribuzione;

assegni familiari: varia in base al reddito e alla numerosità del nucleo familiare; es. fino a €12.500, 137,50.

Vi sono poi i servizi sociali offerti dagli enti locali, prevalentemente i comuni: centri per anziani o per minori, assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, borse di studio per l’inserimento al lavoro.

Si può definire una funzione di offerta del welfare, che istituisce una relazione diretta fra i trasferimenti – in moneta, beni o servizi – effettuati dallo Stato e il numero di “clienti”, cioè di persone che si offrono come beneficiari dell’assistenza. Più precisamente, la funzione di offerta dei clienti del welfare è inversamente correlata alla differenza fra il tasso salariale prevalente nella zona ed il livello degli emolumenti del welfare. Questa differenza è il “costo opportunità” dell’affidarsi al welfare, cioè l’importo che un individuo perde se ozia invece di lavorare. Se, per esempio, lo stipendio prevalente in una zona aumenta e i trasferimenti del welfare rimangono gli stessi, il differenziale e il “costo opportunità” dell’ozio aumentano e la gente tenderà a rinunciare al sussidio di disoccupazione e a scegliere di lavorare. Se accade l’opposto, più gente chiederà il sussidio di disoccupazione.

Vi è un altro fattore, di tipo valoriale o culturale, che incide sull’offerta di clienti, ed è il senso di disagio o di vergogna derivante dalla condizione di assistito: quanto maggiore è lo stigma sociale, tanto minore sarà il numero di persone che si rivolge agli istituti del welfare, e viceversa, quanto più si diffonde l’idea che il welfare sia un “diritto” tanto maggiore sarà il numero dei richiedenti.

[5] Per suscitare indignazione, è molto frequente la presentazione della statistica sulla ripartizione della ricchezza nei termini: “l’1% della popolazione mondiale possiede il 40% della ricchezza” (dati 2008; Stati Uniti: l’1% più ricco possiede il 17,4% del reddito [2010]; Italia: il 10% più ricco possiede il 45,9% della ricchezza [dati Banca d’Italia 2010]). Tuttavia si trascura la circostanza che una gran parte di questa ricchezza è composta di mezzi di produzione (edifici, macchinari, fabbriche), funzionali alla produzione di quei beni e servizi che aumentano il tenore di vita anche della restante parte della popolazione.

[6] La legittimazione del ‘diritto a essere assistiti’ genera anche conflitti fra gruppi destinatari delle risorse, in quanto alcuni gruppi ritengono di ricevere ingiustamente meno di altri, il che innesca una rincorsa alle risorse, in genere associata alla politicizzazione di tali conflitti.

[7] In qualunque società la maggioranza delle persone tende a essere meno facoltosa degli individui più abili e di successo. Essendo maggioranza, nei sistemi democratici riesce a redistribuire la ricchezza a proprio favore. Tuttavia produzione e distribuzione non sono separate; i prodotti vengono in essere come proprietà di qualcuno. Non vi è un ammontare dato di prodotto indipendente dalla struttura dei diritti di proprietà. Dunque se, a fini redistributivi, si interviene con la confisca, i produttori sono indotti a consumare anziché accumulare il capitale.

L’idea che sottostà alle politiche interventiste è che i maggiori redditi e ricchezze della parte più benestante della popolazione costituiscono un fondo inesauribile che può essere usato liberamente per migliorare le condizioni dei meno abbienti. Ma gli aumenti di spesa pubblica, e dunque le tasse, hanno raggiunto un livello tale da cancellare questo fondo, e costringere i governanti a incidere anche sui redditi medi e medio-bassi. Dunque l’interventismo è destinato a finire, perché le misure restrittive riducono la produzione. Una volta esaurito il “sovrappiù” che viene confiscato, è impossibile continuare con tale politica.

[8] I due terzi secondo studi americani: R. Woodson 1989, M. Tanner 1996. Le società private che svolgono attività di carità assorbono per sé meno di un terzo delle risorse intermediate. Secondo uno studio di J.R. Edwards le proporzioni precedenti sono rispettivamente due terzi e un decimo: J.R. Edwards, The Costs of Public Income Redistribution and Private Charity, in “Journal of Libertarian Studies”, vol. 21, n. 2, 2007. In generale il Welfare di stato ha scacciato le organizzazioni private filantropiche, religiose, di carità e di beneficienza, di volontariato, orientate al self-help.

[9] Nel 2010 il 40% del budget dell’Unione Europea è stato speso in sussidi all’agricoltura. Negli Stati Uniti il 67% delle sovvenzioni all’agricoltura affluiscono alle aziende agricole di maggiori dimensioni, il 17% del totale.

[10] Come si è visto sopra, alcuni servizi gestiti dallo Stato vengono offerti gratuitamente o semigratuitamente, dunque a prezzo zero o a un prezzo notevolmente inferiore al costo di produzione. Tale circostanza genera un ulteriore effetto negativo, le cosiddette “code” o “file”, causate da una domanda elevatissima. L’esempio tipico è rappresentato dalle lunghe attese per alcune prestazioni sanitarie.

[11] Negli Stati Uniti a partire dal 1965, con i programmi della Great Society di Lyndon Johnson, i livelli di spesa per il welfare salirono rapidamente. Tuttavia i tassi di povertà (numero di individui che vivono al di sotto della soglia di povertà sul totale), dopo una breve discesa, rimasero stabili negli anni Settanta e addirittura aumentarono negli anni Ottanta.

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Commenti liberi

Luogocomune.net - Sab, 08/11/2014 - 20:59
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

Quando discutere diventa un'arte

Luogocomune.net - Sab, 08/11/2014 - 13:50
Ecco come si affronta un dibattito televisivo - al di là delle opinioni di ciascuno - partendo da una posizione scomoda. (Gary Yourofsky è un noto attivista vegano).

Cinque lezioni apprese dal referendum in Scozia

Von Mises Italia - Sab, 08/11/2014 - 08:00

Pubblichiamo quest’articolo nell’imminenza del referendum catalano, sia per la capacità di guardare oltre il dato contingente, sia perché le spinte indipendentiste proseguono e la crisi dello Stato-nazione continua

Le autorità governative, nel Regno Unito, hanno dichiarato che la campagna per il “Sì” alla secessione è fallita, con un margine approssimativo del 55% contro il 45%. Tuttavia, anche se non si è tradotta in una maggioranza di voti in favore della secessione, la campagna per la separazione dal Regno Unito ha già offerto numerose anticipazioni sul futuro dei movimenti secessionisti e di coloro che difendono lo status quo.

Prima lezione: le élite mondialiste hanno una gran paura di secessione e decentramento

Membri e istituzioni dell’élite mondialista, tra cui la Goldman Sachs, Alan Greenspan, David Cameron e molte delle principali banche hanno sfoderato tutti i segnali di allarme per seminare quanta più paura possibile riguardo all’indipendenza. I banchieri mondialisti hanno giurato di punire la Scozia, dichiarando che avrebbero abbandonato il territorio scozzese se fosse stata dichiarata l’indipendenza. Secondo una fonte, uno studio della Deutsche Bank l’ha paragonata alla decisione di tornare al gold standard negli anni Venti e ha detto che avrebbe potuto scatenare una riedizione della Grande Depressione, almeno a nord della frontiera.

Quando si tratta di pronosticare apocalissi economiche, non si può andare molto più in là nell’isteria. Eppure, lo si è fatto. David Cameron è quasi scoppiato a piangere, supplicando gli scozzesi di non votare per l’indipendenza.

Il brutale assalto dell’élite contro la secessione ha impiegato almeno due strategie. La prima ha previsto minacce e prediche del tipo “è per il vostro bene”. Le cose “non si metteranno bene” per la Scozia in caso di secessione, ha pontificato Robert Zoellitsch della Banca Mondiale. John McCain ha implicato che l’indipendenza scozzese sarebbe una cosa buona per i terroristi. La seconda strategia ha incluso preghiere e suppliche, che, ovviamente, hanno svelato fino a che punto la classe dominante dell’Occidente nutra un vero terrore verso la secessione.

Cameron, in aggiunta al suo istrionismo, imperniato sulla nostalgia e su appelli patetici a non “distruggere questa famiglia”, ha cercato – a quanto pare con successo – di corrompere i votanti scozzesi con svariate promesse di più denaro, più autonomia e più poteri all’interno del Regno Unito.

Le minacce che si sono concentrate sul futuro del sistema monetario scozzese sono particolarmente rivelatrici. L’ultima, l’ultimissima cosa che i governi a Londra, a Bruxelles o a Washington vogliono vedere è una nazione occidentale riconosciuta che decede da un sistema monetario e si unisce ad un altro in maniera ordinata. La secessione politica è già abbastanza brutta, una spina nel fianco dell’UE, che palesemente spera di stabilire sé stessa, un giorno o l’altro, come unione perpetua, senz’alcuna via di fuga. Un ritiro riuscito da una delle principali valute globali, foss’anche in vista di un successivo ingresso nell’Unione Monetaria Europea, implicherebbe che i Paesi hanno opzioni monetari diverse dall’assorbimento integrale (e permanente) in tale Unione.

Seconda lezione: i movimenti secessionisti chiederanno che si voti

Anche se le élite del Regno Unito speravano con tutto il cuore di veder fallire il referendum in Scozia, pochi hanno sostenuto che gli scozzesi non avessero alcun diritto di votare sulla questione. Alcuni hanno detto che avrebbe dovuto votare l’intero Regno Unito, ma sembra che la massima parte degli osservatori abbia semplicemente accettato il fatto che gli scozzesi avevano il diritto di votare da soli sullo status della Scozia all’interno del Regno Unito.

Questa è una brutta notizia per molti governi in America e in Europa, dove, in apparenza, le tradizioni democratiche si mantengono forti, ma sono manipolate in favore del centralismo. Il governo degli Stati Uniti, ad esempio, si aggrappa all’idea che nessuna secessione potrebbe mai aver luogo senza un’approvazione del governo centrale, e la maggior parte degli Americani, per senso del dovere, denuncerà come tradimento ogni tentativo di votare sulla secessione. Ma in Europa, la semplice esistenza del referendum scozzese mette in discussione la legittimità degli sforzi dei governi centrali per ignorare o proibire voti locali sull’indipendenza. Il governo italiano ha praticamente ignorato l’esistenza del referendum veneto, e il governo spagnolo a Madrid ha già ripetuto che ignorerà i risultati dell’imminente voto catalano.

Non passerà inosservato il fatto che quelli che ignorano questi esiti democratici, quando minacciano lo status quo dell’élite, sono gli stessi che esaltano le virtù della democrazia quand’essa favorisce il loro scopi centralisti, o quando sono usate per giustificare guerre all’estero.

Quei governi che negano la possibilità di votare o che rifiutano di riconoscere voti in favore della secessione sembreranno, in futuro, sempre più retrogradi, in buona parte grazie alla quasi indiscussa prerogativa scozzese di condurre votazioni locali sulla secessione.

Può darsi che alcuni governi tentino di aggirare l’ostacolo richiedendo che sulla secessione si esprima la nazione intera. Così, nel caso di Venezia, è molto più semplice contemplare una situazione in cui il governo a Roma ammetterebbe tutta l’Italia a decidere, con il voto, se Venezia possa scendere o meno. Un voto del genere sarebbe sicuro, dal punto di vista del governo centrale, perché il successo, a tali condizioni, sarebbe estremamente improbabile. Gli italiani del sud traggono beneficio dal gettito fiscale estratto dalla regione del Veneto. La Catalogna, a sua volta, è una delle regioni più produttive della Spagna, quindi un voto su scala nazionale porterebbe, quasi certamente, a proseguire la spoliazione della Catalogna, a vantaggio degli spagnoli meno produttivi.

Alcuni osservatori hanno insistito che la relazione tra queste regioni e i governi centrali in parola sono come “matrimoni” e che la secessione è come un “divorzio”. Un’analogia di gran lunga migliore, ovviamente, è quella della sposa maltrattata che cerca di scappare da questo rapporto e rifugiarsi in una casa sicura. Attribuire un voto all’intero elettorato nazionale è come accordare al coniuge autore di maltrattamenti un diritto di veto su qualsiasi tentativo di divorzio.

E’ interessante notare, peraltro, che la Scozia non si trova nella stessa posizione del Veneto o della Catalogna, nel senso che non è una zona ricca del Regno Unito. In effetti, dal punto di vista del bilancio e del gettito fiscale (trascuriamo gli aspetti monetari), l’Inghilterra non subirebbe un grosso impatto negativo per il distacco della Scozia. Se fosse stato altrimenti, è possibile che non avremmo visto lo stesso atteggiamento di accettazione verso un referendum. Nondimeno, il precedente è stato stabilito.

Terza lezione: le idee degli americani sulla secessione sono semplicistiche e provinciali

Per moltissimi Americani, il concetto di secessione non ha alcun senso, fuori del contesto della Guerra di Secessione. Dal momento che, molto opportunamente, non si dice mai che la rivoluzione americana è stata il risultato della secessione americana dall’Impero Britannico, gli Americani non sanno praticamente nulla di un qualsiasi altro movimento di secessione nella storia, in un qualsiasi altro contesto che non siano la Confederazione e la schiavitù. Alcuni Americani di una certa età associano la secessione con le guerre nella ex-Yugoslavia, durante gli anni Novanta, pensando erroneamente che il conflitto sia stato scatenato dalla secessione e non da decenni di tirannico centralismo comunista.

Così, la maggior parte degli Americani, quando ergono messi di fonte ad un’ipotesi di secessione, ha solo due risposte: 1) “Se vuoi la secessione, allora vuoi che finiamo come i Balcani.”. Con il che si intende che “secessione” equivale a “pulizia etnica e una sanguinosa guerra civile”. 2) “Se vuoi la secessione, devi essere razzista”. Perché, naturalmente, la secessione non può mai avere nessuno scopo diverso dalla diffusione della schiavitù.

Il caso della Scozia ha reso chiaro che, nel resto del mondo, la maggior parte degli esseri umani istruiti comprende che la secessione è stata usata in una grande varietà di contesti storici e politici. Ovviamente, la schiavitù non ha proprio nulla a che fare con i movimenti secessionisti in Québec, Scozia, Veneto o Catalogna.

Inoltre, gli Americani che indulgono al tipico vezzo dei partigiani dell’Autorità, che giustificano qualsiasi ingiustizia del sistema ripetendo “E’ la legge!” quasi si trattasse di un dogma, si comportano come se la questione dell’autonomia regionale e dell’indipendenza fosse stata risolta una volta per tutte nel 1865, con la Guerra di Secessione. Per queste persone, presumibilmente, la questione è risolta fino alla Fine dei Tempi, poiché alcune altre persone – tutte ormai morte da un bel pezzo – hanno combattuto una guerra in proposito. Pensare che, in politica, qualcosa sia stabilito una volta per sempre, per via di qualcosa che qualcun altro ha fatto un secolo e mezzo fa, richiede un livello di che lascia veramente sbigottiti. Ma, tra gruppi di esseri umani più sensati e ragionevoli, si riconosce che, in politica, situazioni e alleanze mutano costantemente.

Nello stesso tempo, i fautori della secessione che invocano la Costituzione degli Stati Uniti del 1787 quasi si trattasse di un dogma, come prova della legalità della secessione, continueranno a fallire nel loro tentativo di guadagnare proseliti. La Costituzione, qual è stata progettata da coloro che l’hanno scritta, è morta e sepolta da almeno un secolo. E comunque, la vecchia interpretazione è di gran lunga troppo restrittiva e si applica soltanto a Stati interi degli Stati Uniti, non a porzioni di Stati.

Quarta lezione: la secessione è un buono strumento per negoziare

Come abbiamo appreso dall’esperienza scozzese, gli autori del centralismo temono la secessione al punto di essere disposti a gettare ai secessionisti un bel po’ di ossa. Naturalmente, nel caso della Scozia, che è una regione che riceve in tasse più di quanto non dia, le promesse hanno incluso un bel po’ di assistenzialismo governativo. Nel caso del Veneto, ad esempio, le cose andrebbero altrimenti. Ad ogni modo, minacciare la secessione è una tattica utile per ottenere maggiore autonomia. Inoltre, è sempre positivo costringere un governo centrale a sottoporsi ad un referendum sulla sua legittimità. Non lo si dovrebbe fare in una votazione una tantum, come han fatto gli scozzesi, ma come parte integrante della vita politica.

In definitiva, però, quel che al governo importa davvero è la capacità di gonfiare l’offerta di moneta e controllare il sistema finanziario. I politici del governo centrale saranno disposti a privarsi di molti poteri, ma sul potere di inflazionare e controllare le banche non cederanno mai facilmente.

Quinta lezione: il centralismo non è indispensabile al successo economico

Com’è stato predetto da Martin Van Creveld e da un esercito di altri osservatori delle tendenze in punto “legittimità dello Stato”, la posizione dello Stato come il fatto centrale nell’ordine politico del mondo continua a declinare, mentre minoranze nazionali e regioni economicamente distinte rompono con il vecchio assetto in favore sia dell’autonomia locale, sia di alleanze internazionali. Il tentativo di secessione scozzese è soltanto uno di molti esempi recenti. La sconfitta di breve termine del referendum farà poco per alterare questa tendenza.

In più, le realtà economiche del mondo moderno, in cui capitale e lavoro si spostano costantemente, continueranno a minare lo Stato-nazione moderno, fondato, in larga misura, sul principio del nazionalismo economico e il mito secondo cui si potrebbe raggiungere l’autosufficienza dell’economia nazionale.

La diffusione del commercio tra nazioni con merci nazionali e forze lavoro enormi, nonché la disponibilità al commercio internazionale, hanno spazzato via le vecchie pretese nazionali che solo lo Stato-nazione possa fornire i mercati, il potere coercitivo e internazionale clou necessari per la crescita economica. In realtà, gli scozzesi, i veneti e i catalani vedono l’accesso ai mercati internazionali come qualcosa che si può ottenere facilmente senza l’aggiunta del fardello dello Stato centrale, cui attualmente sono legati. Venezia ha bisogno di Roma per commerciare con la Cina? Difficile.

Come ha fatto notare Peter St. Onge, le nazioni piccole se la cavano piuttosto bene quando si tratta di prestazioni dell’economia, e difficilmente le piccole dimensioni sono uno svantaggio. Quest’asserto, “più grandi è meglio”, è sempre stato facile a refutarsi, ma è rimasto popolare per secoli. Il successo della tesi degli indipendentisti scozzesi, secondo cui la Scozia poteva effettivamente competere sul piano internazionale, ha mostrato che il predominio del vecchio mito confina ad andare in pezzi.

Conclusioni

Alcuni giornali inglesi hanno dichiarato che “è finito il sogno” dell’indipendenza scozzese Questo sembra assai poco probabile, a meno che, con “finito”, i giornali non intendano “per gli anni immediatamente a venire”. In tutta Europa, la spinta verso una maggiore indipendenza e autonomia a livello nazionale non farà che continuare a crescere, fintantoché le economie ristagneranno e le élite di Bruxelles, o di Roma, o di Madrid, continueranno a pretendere di saperla più lunga di tutti. Prima o poi, le promesse dei centralisti incontreranno orecchie molto sorde.

Articolo di Ryan W. McMaken su mises.org

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Ma quanti sono i "killer" di bin Laden?

Luogocomune.net - Ven, 07/11/2014 - 11:53


Quando si raccontano le bugie bisogna prima mettersi d'accordo, altrimenti si finisce per fare delle figuracce.

E' di ieri la notizia che il "killer" di bin Laden da oggi avrebbe un volto e un nome. Come riporta l'ANSA, "il Navy Seal che sostiene di aver colpito per tre volte alla testa il capo di al-Qaida nel compound di Abbottabad si chiama Rob O'Neill".

Peccato che in un recente documentario della CBS ci sia un'altra persona - senza nome, ma con un volto decisamente diverso - che sostiene di essere stato lui ad uccidere bin Laden. Vedi al minuto 2:30 del filmato che segue.



Noi naturalmente sappiamo che il vero bin Laden è morto nel 2001, ma questo è un altro discorso. Il problema qui è che anche all'interno della bugia gli americani riescono a contraddirsi, e a farsi pizzicare nel raccontare ulteriori bugie.

Non credete al governo quando parla di inflazione dei prezzi

Freedonia - Ven, 07/11/2014 - 11:15




di Richard Ebeling


Un vecchio adagio recita che esistono le bugie, le dannate bugie e la statistica. Mai detto è stato più appropriato quando si guarda all'Indice dei Prezzi al Consumo (ICP), il quale tiene traccia dei prezzi di un "paniere" di beni selezionati in modo da determinare le variazioni nel costo della vita delle persone e, pertanto, il livello dell'inflazione dei prezzi nell'economia americana.

Il 19 agosto il Bureau of Labor Statistics (BLS) ha pubblicato il suo rapporto sull'indice dei prezzi al consumo del mese precedente. Il BLS ha riferito che i prezzi per tutti i consumatori urbani sono aumentati solo dello 0.1%. E soprattutto, negli ultimi dodici mesi i prezzi al consumo sono solo aumentati del 2%.

Un paniere di beni che costava, diciamo, $100 a giugno 2014, il mese successivo sarebbe costato $100.10. E negli ultimi dodici mesi, quello che vi costava $100 dollari ad agosto 2013, è aumentato solo a $102 a luglio di quest'anno.

Con queste cifre, l'inflazione dei prezzi sembra piuttosto mansueta. Janet Yellen e la maggior parte degli altri pianificatori monetari presso la Federal Reserve, sembrano aver concluso di avere un sacco di spazio di manovra e, quindi, di poter continuare la loro espansione monetaria quando guardano agli indici CPI e dei prezzi relativi per decidere le loro politiche monetarie e di manipolazione del tasso di interesse.



Inflazione dei Prezzi Complessiva ed Inflazione dei Prezzi "Core"

Gli statistici addetti alla costruzione dell'IPC fanno distinzione tra due numeri: la variazione complessiva dei prezzi al consumo, che è salita del 2% rispetto all'anno scorso, e l'inflazione "core", che rappresenta il tasso di variazione dei prezzi senza cibo ed energia. Lasciando fuori questi parametri, l'inflazione dei prezzi "core" risulta salire meno negli ultimi dodici mesi, solo dell'1.9%.

Gli statistici governativi fanno questa distinzione perché sostengono che i prezzi di cibo ed energia sono più "volatili" di molti altri. Fluttuando più frequentemente e in misura maggiore rispetto alla maggior parte degli altri beni e servizi, possono creare una visione distorta circa la grandezza dell'inflazione dei prezzi durante un qualsiasi periodo di tempo.

Il problema è che i costi di cibo e di energia possono sembrare "rumore" irritante ed estraneo agli occhi degli statistici governativi , ma non a quelli della maggior parte della popolazione che deve pagare per riscaldarsi, per mettere benzina e per acquistare generi alimentari.



Costruire l'Indice dei Prezzi al Consumo

Come fanno gli statistici governativi a costruire l'IPC? Mese per mese il BLS tiene traccia degli acquisti di 6,100 famiglie in tutto il Paese, le quali sono prese come "campione" per circa 320 milioni di persone che vivono negli Stati Uniti. Gli statistici poi costruiscono un "paniere" di merci, il quale riflette le quantità relative dei vari prodotti che questi 6,100 nuclei familiari acquistano regolarmente. Successivamente vengono registrate le variazioni dei prezzi di questi beni in 24,000 punti vendita (rispetto ai circa 3.6 milioni di esercizi al dettaglio in tutto il paese).

E tutto questo viene, quindi, considerato come una stima equa e ragionevole – al punto decimale! – del costo della vita e del tasso di inflazione dei prezzi per tutte le persone negli Stati Uniti.

A causa dei costi dei sondaggi sui consumatori e del desiderio di avere un punto di riferimento immutabile per il confronto, questo paniere di beni di consumo è rivisto in modo significativo solo ogni dieci anni o giù di lì.

Ciò significa che nel frattempo si presume che i consumatori continuino a comprare gli stessi prodotti e a spendere gli stessi importi, anche se nel mondo reale entrano sul mercato nuovi beni, altri beni scompaiono, la qualità di molti beni viene migliorata nel corso del tempo e le variazioni dei prezzi relativi induce spesso la gente a modificare i propri modelli di acquisto.



L'IPC e la Diversità delle Scelte Reali delle Persone

Il fatto è che non esiste alcuna famiglia americana "media". Gli individui in ogni famiglia (mamme e papà, figli e figlie, e, talvolta, nonni o zii) hanno i propri gusti e le proprie preferenze. Ciò significa che il vostro paniere di beni è diverso in vari modi dal mio, ed i nostri rispettivi panieri sono diversi da quelli di tutti gli altri.

Alcuni di noi sono avidi lettori di libri, altri amano semplicemente rilassarsi davanti alla televisione. Ci sono quelli che spendono soldi per andare a vedere eventi sportivi, altri escono ogni fine settimana per andare al cinema e/o a cena fuori, mentre altri risparmiano i loro soldi per una vacanza.

Una minoranza consistente di americani continua a fumare, mentre altri sono fissati coi prodotti dietetici ed i rimedi a base di erbe. Alcuni di noi sono fortunati ad essere "sani come dei pesci", mentre altri, purtroppo, possono avere malattie croniche. Ci sono circa 320 milioni di persone negli Stati Uniti, ed è per questo motivo che i nostri gusti, le circostanze ed i modelli di acquisto sono diversi.



Uno Sguardo all'Interno dell'Indice dei Prezzi al Consumo

Ciò significa che quando c'è inflazione dei prezzi, il suo impatto ricade su ciascuno di noi in modi diversi. Diamo un'occhiata ad una ripartizione piuttosto dettagliata di alcune delle diverse categorie di prezzo nascoste nell'aggregato IPC.

Nei dodici mesi dal luglio 2013 al luglio 2014, i prezzi alimentari sono aumentati in generale del 2.5%. Una cifra apparentemente modesta. Tuttavia la carne, il pollame, il pesce ed i prezzi delle uova sono aumentati del 7.6% complessivamente. Ma quando dissezioniamo questo aggregato, scopriamo che i prezzi delle carni bovine sono aumentati del 10.4% ed i wurstel sono aumentati del 6.9%, ma l'agnello è aumentato solo dell'1.7%. I prezzi del pollame sono aumentati del 2.7%, ma il pesce fresco ed i frutti di mare sono aumentati dell'8.8% rispetto all'anno precedente.

Il latte è aumentato del 5.4%, ma i gelati sono diminuiti di prezzo del -1.4% negli ultimi dodici mesi. La frutta è aumentata del 5.7% mentre i prezzi delle verdure fresche sono diminuiti del -0.5%.

Per quanto riguarda il lato dell'energia, i prezzi sono aumentati dell'1.2%, ma il propano è aumentato del 7.3% negli ultimi dodici mesi, mentre i prezzi dell'energia elettrica sono aumentati del 4%.

Allora perché la media generale dell'Indice dei Prezzi al Consumo sembra così moderata, dati i prezzi più elevati di queste singole categorie di beni? Poiché negli ultimi dodici mesi i prezzi dei mobili e della biancheria da letto sono diminuiti del -3.1%, ed i grandi elettrodomestici sono diminuiti di prezzo del -6.2%. I televisori nuovi sono scesi di un significativo -15%.

Inoltre, l'abbigliamento maschile è diminuito del -0.2% negli ultimi dodici mesi, ma le tute sportive da donna sono aumentate del 12.3% nello stesso arco di tempo. E le calzature per ragazzi e ragazze sono aumentate, in media, dell'8.2%.

I servizi di assistenza medica, in generale, sono aumentati del 2.5%, ma i servizi ospedalieri ed ambulatoriali sono aumentati, rispettivamente del 6.8% e del 5.6%.



Lo Specchietto per le Allodole: l'Inflazione "Core"

Queste variazioni di prezzo nelle sottocategorie evidenziano il fumo degli statistici del governo quando rimarcano la distinzione tra inflazione generale ed inflazione "core". Tutti noi, di tanto in tanto, acquistiamo una stufa nuova o un nuovo divano o una nuova camera da letto. E se i prezzi di questi beni scendono, percepiamo che il nostro dollaro vale di più rispetto al passato.

Ma l'acquisto di beni come questi è un evento raro. D'altra parte ognuno di noi, ogni giorno, settimana o mese, compra cibo per la propria famiglia, mette la benzina e paga le bollette del gas e della luce. I prezzi di questi beni e di altre materie prime/servizi acquistati regolarmente, nei tipi e nelle combinazioni che solo noi in quanto individui e famiglie separate scegliamo di acquistare, rappresentano la nostra esperienza personale quando si parla di cambiamento nel costo della vita e inflazione dei prezzi (o deflazione dei prezzi).

L'indice dei Prezzi al Consumo è una creazione statistica e aritmetica artificiale, la quale somma e fa la media di migliaia di singoli prezzi, un composto statistico che esiste solo nei calcoli degli statistici.



Le Scelte Influenzano i Singoli Prezzi, non l'IPC

Sono i singoli beni in queste sottocategorie che la popolazione acquista regolarmente quando fa la spesa. Sono questi i singoli prezzi, rispetto a quelli di altre decine di migliaia di beni e servizi reali, a cui dedichiamo principalmente la nostra attenzione quando entriamo nei negozi. E queste spese monetarie determinano per ciascuno di noi, come individui e in particolare come famiglie, la variazione nel costo della vita e il grado di inflazione dei prezzi che ognuno di noi sperimenta.

L'uomo che è vegetariano, senza figli e, quindi, non acquista qualsiasi tipo di carne, possiede un paniere di merci molto diverso dalla coppia sposata che mette la carne in tavola ogni sera e acquista regolarmente vestiti e scarpe per sé stessa e per i suoi figli.

L'individuo o la coppia che si è trasferito/a in una nuova casa per la quale ha dovuto acquistare un sacco di nuovi mobili ed elettrodomestici, percepisce che il proprio reddito è andato abbastanza lontano negli ultimi dodici mesi rispetto alla persona che vive in un appartamento arredato e non deve acquistare una sedia nuova o una lavastoviglie, ma mangia carne bovina tre volte a settimana.

Se il governo dovesse imporre un aumento significativo del prezzo della benzina, in nome del "salvataggio del pianeta" dalle emissioni di carbonio, esso avrà un impatto molto diverso su un individuo che è un commesso viaggiatore o un camionista che deve percorrere centinaia o migliaia di chilometri l'anno, rispetto a chi abita in città e prende la metropolitana ogni giorno, o cammina fino al suo posto di lavoro.

E' la diversità delle nostre singole preferenze consumistiche, delle scelte e delle decisioni (su quali beni e servizi acquistare adesso o in futuro) che determina il modo in cui ognuno di noi viene influenzato dalle variazioni dei prezzi, e quindi in che modo l'inflazione dei prezzi o la deflazione dei prezzi può influenzarci.



L'Espansione Monetaria Distorce i Prezzi in Modi Diversi

Un ulteriore equivoco creato dalla focalizzazione ossessiva sull'Indice dei Prezzi al Consumo, è l'impressione ingannevole che un aumento dell'offerta di moneta (dovuta alle politiche della banca centrale) possa portare ad un aumento dei prezzi uniforme e simultaneo in tutta l'economia.

Infatti, non tutti i prezzi tendono ad aumentare contemporaneamente e allo stesso grado durante un periodo di espansione monetaria. I governi e le loro banche centrali non fanno cadere soldi dagli elicotteri, aumentando più o meno proporzionalmente la quantità di potere d'acquisto nelle tasche di ogni cittadino.

Il nuovo denaro creato viene "iniettato" nell'economia in alcuni punti particolari. In passato, i governi potevano semplicemente stampare più banconote fino a coprire le loro spese di guerra, e utilizzarle per comprare armi, acquistare altre forniture militari e pagare gli stipendi dei loro soldati.

Il nuovo denaro sarebbe passato nelle mani di coloro che vendevano tali armamenti o forniture militari o che offrivano i loro servizi come soldati. Queste persone avrebbero speso il nuovo denaro per beni e servizi che ritenevano opportuno o redditizi comprare, alzandone la domanda e i prezzi. Il denaro sarebbe quindi passato ad un altro gruppo, persone che a loro volta avrebbero speso i soldi per beni di mercato che bramavano.

Passo dopo passo, prima alcune domande e alcuni prezzi, poi altre domande e altri prezzi, e poi ancora altre domande e altri prezzi sarebbero stati spinti in su in una particolare sequenza temporale passando di mano in mano, finché alla fine più o meno tutti i prezzi dei beni nell'economia sarebbero stati influenzati e sarebbero aumentati (ma in un modo molto irregolare nel tempo).

Ma tutti questi cambiamenti reali nelle domande di mercato e nei prezzi relativi nel corso del processo inflazionistico, sono nascosti quando il governo concentra l'attenzione della cittadinanza e dei propri decisori politici sull'Indice dei Prezzi al Consumo.



La Creazione di Moneta e il Ciclo Boom/Bust

Oggi, naturalmente, quasi tutti i governi e le banche centrali iniettano nuovo denaro nell'economia attraverso il sistema bancario commerciale, mettendo a disposizione più fondi mutuabili alle istituzioni finanziarie affinché aumentino la loro capacità di erogare prestiti a quei soggetti interessati.

Il nuovo denaro passa nell'economia sotto forma di investimenti e di altri prestiti, alterando le domande e i prezzi delle risorse e della manodopera impiegate in progetti di capitale che non sarebbero nati in presenza di segnali economici non manipolati dall'espansione monetaria. Questi eventi mettono in moto il processo che conduce infine al bust (a seguito dello scoppio delle bolle inflazionistiche).

Pertanto le distorsioni e gli squilibri reali che si generano dalle politiche monetarie inflazionistiche della banca centrale, sono nascosti alla vista e alla comprensione della popolazione mediante l'inutile propaganda che aleggia mensilmente intorno all'Indice dei Prezzi al Consumo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Perché lo stato vi considera un danno collaterale

Freedonia - Gio, 06/11/2014 - 11:07




di Bill Bonner


Le illusioni, gli errori e i malintesi dei pianificatori centrali richiedono il loro pedaggio — per lo più sotto forma di fastidi costosi.

Di tanto in tanto, quando sono particolarmente ambiziosi, finiscono nei libri di storia.

La marcia di Napoleone su Mosca. La grande carestia di Mao. L'esperimento economico dell'Unione Sovietica durato sette decadi. Questi fallimenti sono causati da funzionari pubblici presumibilmente intelligenti e con buone intenzioni. Rappresentano l'inferno a cui conduce la strada lastricata di buone intenzioni.

A volte una politica pubblica sbagliata può essere invertita o abbandonata prima che faccia gravi danni. Però una combinazione di circostanze particolari rende impossibile tale correzione. Le politiche disastrose sono rinforzate fino a quando non esplodono in maniera catastrofica.

I pianificatori falliscono perché credono in tre cose che non sono vere.

In primo luogo, secondo loro sono a conoscenza dell'esatto stato attuale della comunità che vogliono pianificare (bisogni, desideri, speranze, capacità, risorse); secondo, nella loro ottica sanno dove dovrebbe andare la comunità (quale futuro sarebbe il migliore); e terzo, sono in grado di creare il futuro che vogliono.

Nessuna di queste cose è più di una pia illusione. Insieme costituiscono ciò che F.A. Hayek chiamò "la presunzione fatale, la presunta capacità dell'essere umano di plasmare il mondo intorno a lui secondo i suoi desideri."

La piena conoscenza delle condizioni attuali richiederebbe una quantità infinita di informazioni reali. Come scrisse il filosofo Samuel Bailey nel 1840, sarebbe necessaria "la conoscenza di mille particolari che nessuno può apprendere, tranne chi ha interesse a conoscerli." I pianificatori non hanno nulla di simile. Invece si basano su un corpo di teorie popolari, frasi fatte e congetture statistiche.

Quanto al secondo punto — secondo cui sono benedetti da qualche dono che permette loro di predire il futuro — possiamo stendervi un velo pietoso.

Nessuno crede davvero che le persone nel Congresso degli Stato Stati o nell'Assemblea Nazionale Francese o nelle burocrazie e nei think tank di queste nazioni abbiano qualcosa di più rispetto a chiunque altro. Tutto quello che hanno si riduce alle loro simpatie e antipatie, pregiudizi e paure, ambizioni ed egocentrismo.

Ogni uomo fa sempre del suo meglio per plasmare il suo mondo in un modo che gli piaccia. Qualcuno vuole una moglie grassa. Qualcuno vuole una fortuna. Qualcuno vuole passare il suo tempo giocando a golf. Ognuno cercherà di ottenere ciò che vuole a seconda delle circostanze.

Ed il futuro arriverà.

La pretesa dei pianificatori centrali è quella di poter essere a conoscenza di un futuro migliore — che solo loro sono in grado di progettare e realizzare. La vanità onniscente di questa affermazione è sconcertante. Nessuno sa realmente che cosa ha in serbo il futuro per l'umanità. Solo la gente sa quello che vuole.

Presumo che il futuro migliore sia quello in cui le persone ottengono quello che vogliono... o almeno ciò che si meritano. Un uomo che brucia all'inferno potrebbe volere un gelato; ciò non significa che lo otterrà. Ma i pianificatori centrali presumono di sapere non solo ciò che vuole, ma quello che dovrebbe avere.

Vale la pena di ricordare, inoltre, che le mani dei pianificatori centrali sono vuote come la loro testa. Non hanno alcun gelato da dare. Dove ci porteranno i piani individuali e l'evoluzione, nessuno lo sa. Il destino avrà l'ultima parola. Ma i pianificatori centrali dovranno dire la loro per primi, interrompendo i piani di milioni di persone.

Non hanno alcun "amor fati"... una fede e un affetto per il destino. Li manderebbe in bancarotta.

Invece intervengono per imporre la loro versione del futuro. E non appena la più piccola parte di tempo e risorse viene sequestrata per i loro fini, piuttosto che per quelli dei singoli individui, il ritmo naturale del progresso evolutivo rallenta. Cioè, milioni di azioni private che avrebbero avuto luogo vengono invece rinviate o annullate. Gli errori che potevano essere corretti, invece non vengono scoperti. Il futuro deve aspettare.

Anche quando vengono applicati con rigore spietato, i piani centrali sono inevitabilmente destinati a FALLIRE. Non ci sarà alcun "paradiso dei lavoratori". La guerra alla droga (o alla povertà... o al crimine... o al terrore... o al cancro) finirà in una sconfitta, non in una vittoria. La disoccupazione non scenderà. La "guerra per porre fine alla guerra" non porrà fine alla guerra. La teoria del domino cade; le tessere del domino no.

Oppure se uno di questi grandi programmi "ha successo", avviene a scapito di quelli precedenti e spesso ad un costo che è di gran superiore ai guadagni. La seconda guerra mondiale è un esempio di pianificazione centrale che sembrava funzionare. Ma gli Alleati stavano semplicemente annullando gli sforzi di pianificatori centrali più ambiziosi in Germania e in Giappone.

In generale, la vita sul pianeta Terra non è così "razionale" da prestarsi ad interventi pesanti e sconclusionati da parte di ingegneri sociali ingenui.

Certo, possiamo progettare ponti, case e acceleratori di particelle, ma non possiamo pianificare le economie. Non più di quanto noi possiamo inventare lingue, società, dogane, mercati, l'amore, matrimoni, bambini. O una qualsiasi delle altre cose importanti della vita.

Non per sopravvalutare questa tesi, ma è anche vero che gli esseri umani sono in grado di progettare e realizzare un certo tipo di futuro. Se i pianificatori del Pentagono, per esempio, decidessero che una guerra nucleare sarebbe una buona cosa, potrebbero realizzarla. Gli effetti sarebbero enormi.

Questo esempio estremo rivela l'unico tipo di futuro alternativo che i pianificatori sono in grado di fornire.

La pianificazione centrale su larga scala può essere efficace, ma solo per polverizzare il delicato tessuto della vita civile evoluta. Si tratta di un futuro che praticamente nessuno vuole, perché significa distruggere vari futuri — matrimoni, aziende, bambini, battesimi, viaggi, shopping, investimenti, e tutte le altre attività della vita normale.

Non tutta la pianificazione centrale produce calamità su questa scala, naturalmente, ma nella misura in cui è efficace è ripugnante. Quanto più essa raggiunge gli obiettivi dei pianificatori, più interferisce con gli obiettivi privati e più ritarderà o distruggerà il progresso del genere umano.

Tuttavia, questo punto di vista difficilmente viene accettato come saggezza comune.

Anzi, la maggior parte delle persone non la riterrebbe affatto saggezza. Si tratta di una visione minoritaria, condivisa da un gruppo talmente piccolo che tutti i suoi membri potrebbero essere inzuppati in una sola bottiglia di buon whisky.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


I piani del Nuovo Ordine Mondiale denunciati nel 1969 da un insider

Luogocomune.net - Mer, 05/11/2014 - 17:10
Quella che segue è la trascrizione ricavata da due di tre nastri inerenti al “Nuovo Sistema Mondiale”; i due nastri in questione vennero registrati nel 1988 e costituiscono i ricordi del Dr. Lawrence Dunegan riguardanti una conferenza cui egli assistette il 20 marzo 1969 nel contesto di un convegno della Pittsburgh Paediatric Society. Il conferenziere di suddetto raduno di pediatri (identificato nel terzo nastro registrato nel 1991) era il Dr. Richard Day (deceduto nel 1989, foto a lato), il quale all’epoca era docente di Pediatria presso la Mount Sinai Medical School di New York; in precedenza aveva rivestito l’incarico di direttore medico della Planned Parenthood Federation of America.

Il Dr. Dunegan era un ex studente del Dr. Day presso la University of Pittsburgh e, per quanto non a fondo, conosceva abbastanza bene il suo docente, che egli descrive come un insider dell’“Ordine” e, quantunque la sua memoria sia stata in un certo qual modo offuscata dal passare degli anni, il Dr. Dunegan è in grado di fornire sufficienti dettagli della conferenza, tali da consentire a qualsiasi individuo avveduto di discernere i veri obiettivi a monte delle tendenze dei nostri tempi. La trascrizione concerne un monologo reso in modo libero e colloquiale che rende meglio all’ascolto piuttosto che alla lettura.

RIPETIZIONE DEI DUE PARAGRAFI PRECEDENTI

Le trascrizioni dei nastri 1 e 2 sono state leggermente ritoccate/rivedute onde eliminare alcuni manierismi verbali e migliorare la leggibilità. La trascrizione originale non ritoccata/riveduta è reperibile tramite il seguente link. Il nastro 3 è un’intervista con il Dr. Larry Dunegan condotta da Randy Engel, direttore della U.S. Coalition for Life, registrata in data 10 ottobre 1991 a Pittsburgh, Pennsylvania; è possibile ordinare il set dei tre nastri presso il Florida Pro-family forum, P.O. Box 1059, Highland City, FL 33846-1059 (al costo di 20$).

CONTENUTI

* ESISTONO UN POTERE, UNA FORZA O UN GRUPPO DI UOMINI CHE ORGANIZZANO E REINDIRIZZANO IL CAMBIAMENTO?
* ORA TUTTO È IN ORDINE E NESSUNO PUÓ FERMARCI
* LA POPOLAZIONE DOVRÀ ABITUARSI AL CAMBIAMENTO
* GLI OBIETTIVI REALI E GLI OBIETTIVI DICHIARATI
* CONTROLLO DEMOGRAFICO
* AUTORIZZAZIONE AD AVERE FIGLI
* REINDIRIZZARE LA FINALITÀ DEL SESSO
* CONTRACCEZIONE GLOBALMENTE DISPONIBILE PER TUTTI
* EDUCAZIONE SESSUALE COME STRUMENTO DI GOVERNO MONDIALE
* ABORTO FINANZIATO A LIVELLO FISCALE COME CONTROLLO DELLA POPOLAZIONE
* FAVORIRE L’OMOSESSUALITÀ

Gli investitori regalano i loro soldi al Congresso: La curva dei rendimenti

Freedonia - Mer, 05/11/2014 - 11:15
La nuova normalità dei tassi di interesse abbassati artificialmente e avulsi dalle decisioni del mercato è un fenomeno mondiale. Questo significa che anche l'Europa è teatro di una situazione simile al limite della follia. I PIIGS guidano la fila con i loro problemi strutturali mai risolti, ma che, "stranamente", possono permettersi di prendere in prestito fondi a tassi ridicoli. Ora, con la fine del QE3, possiamo davvero vedere come se la caveranno senza più la generosità di zia Janet oltremare. Draghi questo mese ha deciso di acquistare ABS dalle banche commerciali europee per cercare di risollevare le loro sorti. Basterà? Forse. Non passerà molto dal momento in cui si rifaranno avanti le voci per un nuovo alleggerimento quantitativo a seguito di una ripresa che "tornerà" insostenibile. Tutto dipenderà da come reagiranno i mercati europei. Sebbene potremmo assistere ad una nuova fuga verso il dollaro se la spia d'allarme si accenderà di nuovo in Europa, ciò non durerà per sempre perché anche lo zio Sam ha pesanti problemi strutturali. Gli investitori non ci metteranno molto a capirlo, data anche la fitta interconnessione dell'attuale settore bancario commerciale. Esso è insolvente e fino ad ora ha potuto godere di un salvataggio da parte delle banche centrali per sembrare quello che in realtà non è: sano. (L'hanno anche dimostrato gli ultimi stress test europei, sebbene le banche in sofferenza siano molte di più di quelle elencate ufficialmente da Draghi.)
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di Gary North


Comincio con un grafico. Ci mostra la curva dei rendimenti del debito del Tesoro USA. La curva rappresenta il tasso di interesse che gli investitori ricevono se danno i loro soldi al Tesoro, cioè al Congresso.




Questa curva sembra molto ripida. E' molto ripida. Ma date un'occhiata più da vicino. Il tasso più alto è poco più del 3% per i T-bond a 30 anni. Ciò significa che gli investitori si fidano del Congresso degli Stati Uniti per i prossimi 30 anni. Un rendimento netto del 3% (escluse le imposte) per 30 anni è visto come un investimento saggio. Al netto delle imposte federali, gli investitori riceveranno l'1.8% — di meno, se teniamo conto anche delle imposte statali sul reddito. Questo presuppone che il Congresso, nel frattempo, non aumenti le tasse.

Ciò significa che gli investitori più intelligenti sulla Terra pensano che il miglior affare che possano staccare con il loro denaro sia nel range dell'1.8%, denominato in dollari USA. Ma se i tassi a lungo termine aumentano, subiranno perdite in conto capitale. Il valore di mercato dei T-bond si muove in modo inverso rispetto al movimento dei tassi a lungo termine. Oggi i tassi dei T-bond a lungo termine sono al minimo sin dal post-guerra. Problema: l'inflazione dei prezzi alzerà i tassi a lungo termine, perché gli investitori chiederanno tassi più elevati per proteggersi da un dollaro in rapido deprezzamento. Quindi il sistema bancario non dovrà inflazionare per i prossimi 30 anni.

Siete ancora con me fino a qui? Finora, come vi ha colpito questo scenario?

Se prestate denaro al Congresso ad una scadenza annuale, verrete pagati un decimo di punto percentuale, che è imponibile al tasso applicato al reddito regolare. Gli investitori nelle fasce di reddito superiori pagheranno il 39%. Quelli che lo prestano a 90 giorni riceveranno lo 0.03% al lordo delle imposte.

Ora diamo un'occhiata all'inflazione dei prezzi. Questa tabella è pubblicata mensilmente dalla Federal Reserve Bank di Cleveland. Io uso il l'ICP mediano che è più stabile, mese per mese, rispetto all'ICP.




Quindi chi ha prestato denaro al Congresso nel corso degli ultimi 12 mesi, ha subito una perdita del 2.2% della ricchezza. Ci sono poche probabilità che gli aumenti dei prezzi nei prossimi 12 mesi saranno pari a zero. Immaginate come minimo un aumento dell'1.3%. Quindi, al fine di ottenere (senza contare le tasse) un decimo di punto percentuale — molto meno, se il denaro viene prestato ad intervalli di 90 giorni — gli investitori perderanno l'1.3% su questo investimento.

Ci viene detto che questa economia è in ripresa. Essa si basa su un presupposto: gli investitori americani continueranno a rinnovare il debito del governo federale, arrivato ormai a circa $12.8 bilioni.




Perché gli investitori dovrebbero continuare a dare via le loro ricchezze al Congresso? Perché, ci viene detto, il debito del Tesoro americano è la cosa più vicina ad un debito privo di rischio. Il debito del Tesoro significa cambiali emesse dal Congresso.

Congresso, rischio zero... nella stessa frase.




Il debito detenuto dal pubblico comprende anche il debito detenuto dal Federal Reserve System.




Il 29 ottobre la Federal Reserve ha annunciato che non acquisterà più nuovo debito. Il quantitative easing è finito per ora.

Significato: d'ora in poi gli investitori esterni al governo degli Stati Uniti dovranno portare a termine il compito coi loro soldi. Devono intervenire per donare ricchezza al Congresso, in modo che i tassi di interesse del Tesoro non aumentino.

Il Congresso ha bisogno di soldi. Non vuole pagare tassi di interesse reali positivi — tassi aggiustati all'inflazione. Conta su queste donazioni. Si aspetta di riceverle. Dopo tutto, le ha ricevute per diversi anni. Perché il Congresso dovrebbe aspettarsi che accada qualcosa di diverso? Gli investitori sono caritatevoli.

Investitori caritatevoli. Ha senso? No. Allora perché lo fanno?

Questo è il mio suggerimento: non pensano che la ripresa economica sia sostenibile. Quindi proteggono le loro scommesse. Donano ricchezza al Congresso nel breve periodo per proteggersi dal Congresso nel breve periodo. Perché? Perché non si fidano del Congresso nel lungo periodo.

Questa è la nuova normalità.

Questo è il keynesismo nel 2014.

Il Congresso si aspetta che questo diventi la normalità d'ora in poi. Non si aspetta che gli investitori cerchino un tasso di rendimento positivo dal denaro che gli prestano.

Finora, il Congresso ha avuto ragione. Ora scopriremo quanto durerà la nuova normalità.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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