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Benvenuti nell'era del Grande Default

Freedonia - Ven, 16/01/2015 - 11:10




di Francesco Simoncelli


Parlare dei mercati finanziari oggi, equivale a parlare di un centro di salute mentale. Voglio dire, come si può pretendere di continuare a sostituire bolle su bolle e sperare di farla franca? Ormai non è più una questione riguardante la svogliatezza dei banchieri centrali nel voler imparare dai propri errori, bensì la volontà di perseverare ad ignorare quelli passati e commetterne di nuovi. E' per questo motivo che il panorama economico odierno è costellato da una serie di bolle che trascineranno, ancora una volta, le persone di Main Street a dover pagare per errori che non hanno commesso. Saranno nuovamente chiamate a ricoprire il ruolo di garanzia collaterale dietro gli squilibri generati dai pianificatori centrali. Non c'è scampo. Finché si girerà la testa dall'altro lato, i ladri potranno continuare indisturbati a mettere le mani nelle tasche dei passanti negligenti. Credono che i loro portafogli siano al sicuro. Credono di aver adottato contromisure adeguate per impedire ai ladri di fuggire col malloppo. Credono di poter fare affidamento su un sistema che con una mano offre un segno di pace, e con l'altra fa segno ad un complice di trafugare la ricchezza nelle tasche del povero illuso.

In questo modo il malcapitato girerà per la città senza accorgersi di essere stato derubato, fiducioso che la sua protezione è garantita da qualcuno di cui fidarsi. Non si accorgerà di nulla finché non entrerà in un negozio e dovrà pagare per quello che desidera acquistare. Quello sarà un risveglio amaro. Se la confusione annebbierà la sua testa, inveirà contro il cielo. Se lascerà il giusto spazio alla deduzione logica, capirà chi è il responsabile dietro la rapina e prenderà adeguate contromisure.



E' QUESTA SPAZZATURA CHE TIENE VIVO IL MERCATO AZIONARIO?

I media mainstream ultimamente hanno strombazzato ai quattro venti la notizia di come gli USA siano tornati ad essere la "locomotiva" della ripresa economica globale. Su quali basi? Non è chiaro. Potete leggere qui come la presunta ripresa economica statunitense non sia altro che fumo e numeri manipolati: http://johnnycloaca.blogspot.com/2014/12/il-ruggito-della-tigre.html

Il dato interessante che vi voglio ricordare è quello dei $500 miliardi di bond spazzatura legati al settore petrolifero. La disperazione degli ingegneri finanziari è talmente grande, da aver addirittura abbassato il valore di titoli che in un mercato non ostacolato avrebbero tassi di interesse altissimi. Invece nell'attuale panorama economico, pervaso da tassi di interesse di riferimento prossimi allo zero, la fame di rendimenti delle varie attività presenti sul mercato le ha portate ad inglobare nei loro bilanci asset di dubbia qualità. Con quale denaro? Quello fornito generosamente dalla FED, che col suo aiuto ha permesso ad attività economiche decotte di tenere aperti i battenti. Rappresentando delle attività che drenano ricchezza, poiché incapaci di generare risultati positivi in accordo con un mercato onesto, devono aumentare i rischi delle loro scommesse al fine di poter staccare profitti e chiudere l'anno in attivo (o perlomeno in pareggio). Le manipolazioni della FED vengono trasferite come un'onda al mercato più ampio, incanalando gli illusi verso quei trading che all'apparenza sembrano degli affari irripetibili.




I titoli riguardanti il settore petrolifero nell'intero mercato dei junk bond ricoprono circa il 20% e con l'attuale discesa del prezzo del petrolio, nonché la liquidazione di investimenti diventati improduttivi, il settore dell'energia sta accusando il colpo. La bolla dell'olio di scisto rappresenta il cosiddetto canarino nella miniera. A meno di interventi da parte delle autorità bancarie centrali, le bancarotte nel settore dell'olio di scisto si ripercuoteranno in tutto il mercato dei titoli spazzatura. Dal grafico qui sopra potete notare quali sono stati i rendimenti di tali titoli una volta che la realtà economica ha provato ad imporre le sue sanzioni. Sono altamente pericolosi e tossici. Negli ultimi cinque mesi c'è stato un sostanziale e costante aumento di questi tassi, segno che c'è un certo fermento nell'aria.

Infatti, come ci spiega questo articolo sul The New American, gli investitori nel mercato dei junk bond sono in qualche modo nervosi e si stanno dirigendo verso le uscite. Aumenti simili portano con sé una certa probabilità di crollo. E' accaduto nel 2001. E' accaduto nel 2008. Accadrà di nuovo. L'attuale panorama economico sta facendo scommesse in base ad una politica monetaria allentata che ha distorto la distinzione netta tra società generatrici di ricchezza e quelle sperperatrici di ricchezza. La scommessa pericolosa, a questo giro, è stata quella di pensare che il prezzo del petrolio sarebbe rimasto perennemente a $80-100/bbl. senza particolari intoppi. L'euforia è stata alimentata dalla FED. Ora che il tapering sta facendo aleggiare gli spettri di un possibile aumento dei tassi di interesse la prossima primavera, la realtà sta cercando di pulire gli squilibri del passato.

Questo significa che se il prezzo del petrolio continuerà a calare, cosa molto probabile, gli investimenti improduttivi che si sono sviluppati intorno al suo prezzo manipolato incapperanno in perdite e infine andranno in bancarotta. Se volete sapere dove andrà il mercato azionario quest'anno, tenete gli occhi aperti sul mercato dei titoli spazzatura.



ESUBERANZA IRRAZIONALE O MANIPOLAZIONE CRONICA?

Nonostante i segnali allarmanti provenienti da questi mercati, lo show continua e lo fa con la benedizione dei protagonisti nei media mainstream che si crogiolano nei numeri senza guardare i fondamentali. Preferiscono il fumo all'arrosto. Quindi una volta che esploderanno loro in faccia questi liquami finanziari, saranno catapultati direttamente nella critica più veeemente e spasmodica al cosiddetto "libero mercato", ignorandone l'essenza, poiché dal loro punto di vista ha concesso spazio ad una sorta di esuberanza irrazionale. Quest'ultima, secondo loro, è la responsabile del caos finanziario che scaturirà dalla prossima recessione e invocheranno, inoltre, l'intervento delle banche centrali e degli stati affinché si prendano cura di un ambiente economico cronicamente incline a saturarsi di investimenti improduttivi.

Non comprendono causa ed effetto in economia, quindi senza una teoria solida e un modello di studio come cartina tornasole, vagano per le lande delle prove empiriche. Quella che ad esempio viene decantata come ripresa degli Stati Uniti non è altro che una ripresa nominale, ovvero, solo sulla carta. Si guardano i numeri sui monitor e si dice che l'economia è in ripresa. No, questa fantomatica "ripresa" è fasulla ed è basata su un castello di carte a cui basterà un alito di vento per crollare. La sequenza di bolle che sta sostenendo questa illusione e l'ingegneria finanziaria alla base, permettono di sventolare dati confortanti circa l'economia. Prendete ad esempio l'occupazione. Oltre ai part-time, la maggior parte dei posti di lavoro è stata risucchiata da quegli stati che hanno visto sul loro suolo l'eurzione della bolla dell'olio di scisto. Nel resto degli altri stati le cose sono stagnanti, se non in declino. E l'unica cosa che sta profumando un cadavere decrepito, sono le spese pubbliche e l'inutilità dei numeri del PIL.




Ora che la FED si è presa una pausa dal QE, pian piano la realtà tornerà a far sentire la sua voce. Il prezzo del petrolio continua a scendere tornando ad un livello consono tra domanda/offerta. Questo metterà pressione a quelle attività che, sfruttando i finanziamenti quasi gratis dello zio Ben, sono prosperate sottraendo risorse umane e materiali all'economia. Ovvero, invece di generare ricchezza, l'hanno sprecata. La bolla dell'olio di scisto sarà solo la prima di una lunga serie di bolle che hanno permesso di tenere in piedi la baracca. Sarà come il 2008, ma stavolta con una dose maggiore di dolore economico.

Oltre ai prodotti finanziari tossici basati sui prestiti "allegri" alle industrie nel settore petrolifero, non scordiamoci anche le cartolarizzazioni nel settore immobiliare le quali si basano sul flusso degli affitti. Ebbene guardiamo questi due grafici. Il primo rappresenta l'aumento dei prodotti finanziari legati agli appartamenti in affitto rispetto a quelli legati alle case in vendita. Il secondo rappresenta un grafico sugli affitti e la loro ascesa da 4 anni a questa parte, proprio dopo che la bolla immobiliare ha toccato il fondo. Questa è la nuova bolla che va a sostituire quella dei subprime del 2007, solo che allora i pacchetti di titoli spazzatura comprendevano mutui rischiosi ora, invece, comprendono titoli legati alla sostenibilità degli affitti. Dato che la bolla nel settore energetico ha risucchiato capitali e risorse umane, quando scoppierà dovrà liquidarli. Chi sarà in grado di sostenere un affitto alle stelle senza lavoro? E dove pensate che siano finiti quei prodotti dell'ingegneria finanziaria se non nella pancia di qualche TBTF? Più non performing loans, più errori, più distorsioni.





Ma la cosa non cambia nemmeno in un Paese come il Giappone, in cui lo stimolo monetario è arrivato a livelli abnormi, il mercato obbligazionario presto diventerà una discarica di carta a cielo aperto e i salari reali sono a livelli infimi. Secondo alcuni, infatti, questi risultati rappresentano il "successo". La realtà ci dice invece come stanno le cose, ovvero, le azioni della banca centrale e i suoi effetti stanno impoverendo progressivamente il popolo giapponese. Sin da quando Abe ha inaugurato la sua ricetta per far riprendere l'economia giapponese, lo Yen ha perso il 40% del suo valore. In nome di quale teoria, se non quella scioccamente propugnata dal keynesismo, si può pensare che impoverire gli attori economici possa garantire un qualche ventaggio economico? Come si possono stimolare le esportazioni in un Paese che, data la natura del suo territorio, è costretto ad importare la maggior parte dei beni di cui usufruisce? Di conseguenza invece di stimolare le esportazioni, l'elisir keynesiano dell'Abenomics non ha fatto altro che peggiorare i conti commerciali giapponesi.

Non stupisce se i prezzi delle importazioni siano saliti di quasi 30 punti percentuali negli ultimi due anni, andando ad intaccare seriamente quelle aziende che devono lavorare con materie grezze e altri input provenienti dall'estero.





E' una linea di politica che "funziona" solo nel breve termine, poi il mercato si aggiusta alle nuove tendenze e fa pagare uno scotto altissimo per le manipolazioni del passato. La ricchezza attraveso la stampante monetaria è un'illusione passeggera e fugace, destinata a schiantarsi contro le rocce della realtà economica: il Giappone è un ospizio la cui popolazione in invecchiamento supera la forza lavoro. E con un debito alle stelle, un'implosione di tale sistema non solo è un evento da temere ma anche uno a cui prepararsi. Nel frattempo, però, i credenti nella fede keynesiana hanno tirato fuori lo spauracchio della deflazione per nascondere sotto il tappeto le cosneguenze velenose delle loro politiche: il Giappone è seppellito sotto una mole strabordante di debiti e la sua industria è stata costantemente abbattuta pezzo dopo pezzo. In altre parole, il Giappone è in bancarotta.




Non c'è uno straccio di prova che un'inflazione ad una data cifra possa far resuscitare questo Paese. Non c'è uno straccio di prova che il Giappone abbia affrontato una deflazione dei prezzi negli anni passati (come non c'è deflazione dei prezzi nell'economia occidentale). Sebbene il tasso di risparmio delle famiglie giapponesi sia diminuito nel tempo, il Paese ha sperimentato una sorta di stabilità dei prezzi sin dagli anni '90. I burocrati keynesiani hanno sventolato lo spauracchio della deflazione per razionalizzare la monetizzazione del debito pubblico; è come se la banca centrale fosse stata autorizzata a perorare una manipolazione costante di tutto il sistema finanziario, basata sull'illusione che il denaro fiat e le bolle possano stimolare produzione, reddito e ricchezza. Detto in altro modo, le politiche fiscali e monetarie di stampo keynesiano hanno sepolto i settori pubblici sotto pile di debito insostenibile. Il Giappone ha raddoppiato la posta in gioco, perché un'intera generazione di banhcieri centrali è stata istruita a credere nella dissolutezza monetaria e a rimandare nel tempo i problemi. Quelli del Giappone sono stati rimandati al 2017, e Shinzo Abe si sta rivelando per quello che è: un folle.




Ma non è il solo. Pensate alla Svizzera. Il mese scorso la BNS ha annunciato la volontà di sforare in territorio negativo per quanto riguarda i tassi di interesse, ovvero, chiunque volesse acquistare franchi svizzeri deve pagare una sorta di "tassa". La strategia è quella di tenere alla larga coloro che desiderano scostarsi dall'area Euro, impedendo di conseguenza un apprezzamento della valuta svizzera. La loro ostinazione prevede un tasso di cambio franco-euro a 1.20, e questo significa che la BNS sarà pronta a sfornare nuova base monetaria per acquistare tutto il pattume cartaceo presente sul mercato. Ora che la FED si è presa una pausa dal QE, stanno entrando in scena i suoi sostituti. Prima il Giappone, poi la Svizzera. Il bilancio della BNS è aumentato di cinque volte negli ultimi sei anni, abbattendo l'immagine di quello che una volta era considerato un Paese di rettitudine monetaria.

La BNS ha annunciato ufficialmente di aver aderito al vangelo del keynesismo. Sosterrà, quindi, una politica mercantilista all'ennesima potenza: impedire alla popolazione autoctona di godere di importazioni a basso prezzo al fine di sovvenzionare le esportazioni; ovvero, svendere i prodotti creati in Svizzera. Questa visione distorta del commercio venne confutata da Adam Smith nel 1776. Venne confutata ancor prima da David Hume nel 1753. I keynesiani, però, continuano a non capirlo. I media mainstream e le aule accademiche pendono dalle loro labbra, quindi la popolazione svizzera si beccherà banconote cartacee mentre le persone all'estero otterranno merci a prezzi stracciati.

L'attuale scenario fa solamente parte di quella che viene chiamata "race to debase", dove ogni banca centrale tenta di avvantaggiarsi sulle altre svilendo la propria divisa. Sebbene questa folle corsa verso il fondo venne innescata dal dollaro, i due LTRO della BCE hanno tirato dentro anche la BNS. A seguito dello tsunami di euro sfornato da Draghi, i banchieri centrali svizzeri si sono "difesi" rispondendo allo stesso modo e in misura maggiore. Ciò, insieme all'aiuto della FED, ha permesso di tenere a galla l'Unione Europea. Siamo giunti ad una fase successiva della crisi mondiale: se prima si poteva ricorrere alla "race to debase" per avvantaggiarsi, l'accumulo di errori economici mai ripuliti sta costringendo le varie banche centrali del mondo a coordinarsi affinché possano calciare tutte insieme il barattolo. Come abbiamo visto nella sezione precedente, il mercato mondiale è talmente saturo di spazzatura finanziaria che ormai nessuno sa cosa sia di chi. L'interconnessione e la scarsa ponderazione del rischio hanno messo in pericolo il sistema monetario fiat che ormai ha bisogno di manipolazioni costanti e sempre più assurde per sopravvivere. Questo significa che presto entrerà in gioco anche la BCE con un QE vero e proprio (in un modo o nell'altro, monetizzando ad esempio bond legati al piano Juncker come spiegato qui: http://johnnycloaca.blogspot.com/2014/12/il-ruggito-della-tigre.html ).

E' inevitabile. Così come è inevitabile che la FED non normalizzerà la sua linea di politica quest'anno e farà ricorso ancora una volta al QE. La necessità nascerà dallo scoppio della bolla dell'olio di scisto, la quale metterà a rischio, in una sorta di reazione a catena, anche le altre bolle gonfiate finora (Es. bolla obbligazionaria, bolla prestiti studenteschi, bolla azionaria, reflazione bolla immobiliare, tanto per citarne alcune) dalle politiche "non convenzionali" messe in campo sin dal 2009. Quando accadrà, il prezzo del petrolio tornerà a salire. Ogni illusione legata ad una possibile normalizzazione della linea di politica andrà a farsi benedire, una volta per tutte. Intrappolati in una sorta di stimolo "perenne", una tale strategia può funzionare nel breve termine ma nel lungo periodo condanna la popolazione ad un'agonia economica culminante con la depletazione irreversibile del bacino dei risparmi reali.



UN ESEMPIO EFFICACE

Quando una banca centrale decide di intervenire, va sul mercato secondario e rastrella, principalmente, quanto più pattume obbligazionario statale che può. Allo stato piace, perché potrà indebitarsi a tassi di interesse irrisori e fuori mercato. Chi ci rimette sono gli investitori privati. Attualmente il decennale italiano rende a circa il 2%, e chi decide di investire in tale strumento finanziario non ne ricaverà quasi niente. Anzi, molto probabilmente ci perderà. Gli italiani, quindi, hanno smesso di risparmiare e stanno abbandonando i loro investimenti classici, soprattutto quelli riguardanti i buoni del Tesoro. Se una volta il nostro Paese era rinomato per l'alto tasso di risparmio, ora non è altro che l'ombra di sé stesso.




Perché? Perché l'inflazione distrugge i risparmi. Più in generale, le politiche monetarie allentate distruggono il risparmio. Il keynesismo loda l'inflazione monetaria e l'inflazione dei prezzi, pensa che attraverso di essa si possa raggiungere una prosperità in ascesa: "I prezzi di oggi sono alti, ma quelli di domani saranno ancora più alti, quindi consumate!" Allo stesso modo, lo stato loda l'inflazione monetaria e l'inflazione dei prezzi perché in questo modo può vivere oltre i propri mezzi senza che la maggior parte della popolazione se ne accorga, e può ammassare enormi quantità di debiti in forza del fatto che la bance centrale entrerà in scena per svalutarli. Ma come è possibile tutto ciò? Come fanno a farla franca? Fino a quando possono farla franca? Facciamo un esempio.

Quando pensate al processo inflazionistico, pensate a come esso avviene. Pensate ad una dose di droga allucinogena che causa dipendenza. Così come una tale sostanza entra nell'organismo in un punto specifico del corpo (es. la vena), anche il processo inflazionistico entra nell'economia in un determinato punto. Nello specifico, attraverso un'espansione artificiale dell'offerta di moneta da parte delle banche centrali; gli effetti di questa pratica vengono distribuiti inizialmente al settore bancario e a quello statale. Ovvero, entrambe queste istituzioni sono in grado di accedere ad un ammontare di denaro senza aver prima prodotto qualcosa per entrarne in possesso. Questo significa che mediante il processo di espansione monetaria, ci sono delle figure privilegiate nell'ambiente economico che accedendo per prime ai nuovi fondi creati del nulla possono usufruirne per avvantaggiarsi rispetto al resto della società.

Quindi il processo inflazionistico entra in un punto specifico dell'economia e nel tempo invade il resto dell'economia più ampia. Così come una sostanza allucinogena ha bisogno di tempo per raggiungere i recettori a cui si potrà legare e scatenare, quindi, il suo effetto biologico, l'inflazione monetaria invaderà l'economia più ampia dopo un certo lasso di tempo. Ciò non toglie come il suo sia fondamentalmente un effetto redistributivo della ricchezza presente in un determinato momento nell'economia presa in considerazione. Infatti, coloro che entrano in possesso del nuovo denaro creato dal nulla sono in grado di esercitare questo loro potere redistributivo comprando beni ai prezzi di ieri e ai quali i mercanti riuscivano a vendere le loro merci accontentando i vari attori di mercato. In questo modo coloro che hanno accesso per primi al denaro di nuova creazione possono usufruire del cosiddetto "pasto gratuito", ovvero, poter comprare più merci ad un prezzo effettivamente scontato. Agendo in questo modo costringono i mercati ad aumentare i prezzi in modo da adattare l'offerta di beni alla nuova quantità di denaro presente sul mercato, danneggiando di conseguenza coloro che riceveranno il denaro di nuova creazione più avanti nel tempo o non lo riceveranno affatto. Infatti, prima che questi ultimi attori di mercato possano entrare in possesso del denaro di nuova creazione, devono spendere un ammontare superiore di denaro per comprare beni e servizi ad un prezzo maggiorato intaccando il loro cumulo di risparmi per far fronte a tali spese. Nel momento in cui entrano in possesso del nuovo denaro, il potere redistributivo dell'inflazionismo monetario ha già avuto effetto sul panorama economico e ha eroso parte del potere d'acquisto della moneta, nonché parte dei risparmi di Main Street.

Non solo lo stato riesce, in questo modo, ad imporre una tassa invisibile sulla popolazione ignara, ma una volta che ci si accorge del dolore economico che ne deriva il furto è già stato compiuto e il ladro è scappato col malloppo. Inoltre le banche commerciali, a fronte di un cumulo di risparmi diminuiti all'interno del panorama economico, sono in grado di offrire linee di credito a buon mercato e indebitarsi diventa più "facile". Ma non è la stessa cosa che accade anche con una sostanza allucinogena? Una volta che ha raggiunto i recettori su cui è in grado di legarsi, rilascia la sostanza biologica di cui è portatrice. Il corpo, di conseguenza, percepisce una sensazione di euforia; anche se in realtà si sta facendo del male incosapevolmente. Allo stesso modo, nel processo inflazionistico vengono concessi nuovi prestiti a fronte di un risparmio reale inesistente per quella valanga di liquidità che si vuole trasmettere nell'economia più ampia. Gli imprenditori, credendo di poter avviare attività che prima erano economicamente impraticabili a causa di una bacino dei risparmi reali più esiguo, cadono in errore. Ma in tale frangente c'è spazio solo per l'euforia. Vengono inaugurate nuove attività credendo che in mancanza di profittabilità le perdite potranno essere tamponate attraverso nuovi prestiti.

Ricordate che è l'accesso facile al credito che tiene in piedi queste attività altrimenti insostenibili, e tale credito facile si è materializzato grazie alla stampante monetaria della banca centrale. Ma come abbiamo detto qualche rigo più sopra, sebbene l'euforia faccia da protagonista il corpo del drogato viene progressivamente indebolito e debilitato. Le attività improduttive, avendo accesso facile al credito, riescono ad espandersi e sottraggono risorse preziose a quelle attività, invece, che in un mercato epurato da queste distorsioni sarebbero state premiate in modo sano e onesto. Questo significa che viene data la priorità a beni capitali che saranno utilizzati da attività improduttive. Questo significa che le materie prime saranno ri-direzionate verso quelle attività improduttive. Questo significa che una quantità crescente di lavoratori si sentirà spinta ad entrare a far parte di queste attività improduttive. L'illusione della loro profittabilità può durare finché durerà un ambiente economico caratterizzato da credito facile. Sebbene la loro natura improduttiva si rivelerà ex post, ovvero, una volta che l'espansionismo della banca centrale rallenterà o cesserà del tutto, i prodotti che sfornano sono semplicemente inutili. Attirando verso di loro risorse materiali e umane, e producendo di conseguenza beni e servizi superflui, i costi inizieranno ad aumentare in tutto il panorama economico poiché è come se si stesse sovvenzionando lo spreco. E data la natura scarsa delle risorse economiche, sprecarle comporta un costo da pagare.

L'aumento dei prezzi è paragonabile al segnale che il corpo del drogato sta iniziando a "tollerare" la sostanza allucinogena. Infatti, a fronte della dose iniziale di droga, non si avrà lo stesso effetto euforico. L'organismo avrà sviluppato una quantità maggiore di recettori che dovranno essere "riempiti" affinché si possa sperimentare di nuovo l'euforia iniziale. Finché questi recettori non verranno eliminati fisiologicamente, la necessità di "riempirli" si farà sempre più insistente nella mente del drogato. Resistervi sarà molto più difficile rispetto alla prima dose. L'impellenza di ricreare l'euforia iniziale, per cancellare il dolore derivante dall'eliminazione dei recettori, sarà l'elemento motore che condurrà il drogato a perdurare sulla via verso l'auto-distruzione. L'inflazione funziona allo stesso modo. Dopo che il sistema economico inizia a "tollerare" la nuova quantità di denaro, iniziano a palesarsi le prime incrinature. La competizione fasulla a cui vengono sottoposte le aziende che sarebbero state proficue in presenza di un mercato non drogato dal credito facile e i prezzi distorti derivanti dal nuovo denaro che lentamente invade l'economia più ampia, inducono in errore sempre più persone. Gli investimenti diventano ridondanti e vengono attuati solo nella prospettiva che prezzi più alti riusciranno a garantire profitti in grado di ripagare gli investimenti iniziali. Il panorama economico diventa una distesa di attività cloni. Il calcolo economico e la divisione del lavoro ne risentono pesantemente.

Il panorama economico inizia a fare i conti con una prospettiva costellata da perdite e fallimenti. In assenza di una nuova dose di sostanza allucinogena in quantità maggiori, o nel nostro caso, in assenza di un inflazionismo monetario maggiore, le forze di mercato forzeranno nell'ambiente economico una recessione per ripulirlo da quelle attività che in assenza di un espansionismo monetario artificiale non sarebbero mai emerse. All'aumentare della dose iniettata, però, aumentano anche i recettori e questo rappresenta la fine del drogato: o morirà o andrà in bancarotta. Per quanto riguarda l'economia, invece, essa si deteriorerà: fallimenti sequenziali, prezzi in aumento, produzione distorta. I prezzi, segnali economici fondamentali, vengono sempre più annebbiati inducendo in errore un numero crescente di attori economici. Il processo inflazionistico, quindi, non può andare avanti per sempre, perché se esso viene portato alle sue estreme conseguenze, come accaduto in Germania nel 1923, distruggerà definitivamente l'unità monetaria. Questa è una conseguenza che i banchieri centrali non vogliono. Metterebbe in discussione la loro autorità. Come il drogato che perderebbe il lavoro, anche i banchieri centrali perderebbero la fiducia della popolazione: cambierebbero unità monetaria. Questo significa che drogheranno il sistema monetario quel tanto che basta per dare un senso di "normalità" all'organismo debilitato. Sebbene ciò ritarderà l'emersione di nuovi recettori necessitanti nuova droga, l'inevitabilità di questo processo porta con sé la sua stessa fine: o una depressione fa pulizia degli errori del passato, o l'attuale sistema monetario evaporerà davanti agli occhi dei pianificatori centrali.

In un modo o nell'altro c'è bisogno di passare attraverso un processo di liquidazione dei cattivi investimenti che porta con sé una determinata dose di dolore economico. Per quanto riguarda il drogato, dolore fisico. Il dolore necessario per fare pulizia sarà proporzionale alla quantità di distorsioni immessa nell'ambiente economico. Quindi, più sono state le distorsioni, maggiore sarà il dolore che bisognerà sopportare. Nel caso del drogato egli dovrà soffrire fisicamente affinché il suo corpo si riprenda dalla debilitazione e dall'assuefazione imposta dalla sostanza allucinogena, nonché riprende le sue normali mansioni (Es. mangiare regolarmente, tornare a lavoro, ecc.). Per quanto riguarda l'economia, invece, si tratta di re-indirizzare gli input affinché vadano a soddisfare i bisogni più urgenti degli attori economici, vale a dire, quelli soppressi dalla deviazione artificiale di risorse economiche dai creatori di ricchezza agli sperperatori di ricchezza. E' un prezzo duro da pagare? Certamente. Ma non sarebbe stato imposto se non si fosse sbagliato in prima istanza. E' il prezzo da pagare per sopravvivere. Infatti le persone che il drogato ha allontanato a causa delle sue abitudini errate, sono felici di sapere che egli ha abbandonato le grinfie illusorie di un percorso che avrebbe portato solo rovina. Sebbene sappiano gli errori commessi da chi si è drogato, tenderranno ad accusare la sostanza allucinogena per il cattivo comportamento. Cosa accade invece con l'economia di mercato? Non viene individuata la causa reale della catastrofe che ha avuto luogo. No, si ricercano tutti quegli effetti scaturiti e si prendono provvidementi a riguardo.

La depressione, non dimentichiamocelo, non è il prodotto di un fallimento intrinseco all'economia di mercato, come solgono affermare gli statalisti. E' il ritorno ad un'economia di mercato purgata dagli errori del passato. Un sistema free banking, anche senza il cento per cento di riserva, non potrà mai sviluppare il tipo di inflazione che nasce dalle politiche interventiste di un'economia di comando o mista. L'inflazione è il risultato diretto delle politiche statali, ed è allo stato a cui dobbiamo dare la colpa. E' soprattutto una questione morale, poiché se si lascia spazio allo stato di inflazionare arbitrariamente una moneta (soprattutto una che non deriva dalle scelte degli attori di mercato), la decadenza morale risultate porterebbe ad accettare progressivamente qualsiasi altro tipo di abuso messo in campo da questo apparato truffaldino. Significherebbe tornare ad usare di nuovo la sostanza allucinogena. Bisogna frenarsi. Come fare? F. A. Hayek in Denationalisation of Money descrive come il modo migliore per avere denaro onesto sia quello di lasciare la scelta agli individui, abolendo di conseguenza il monopolio di conio nelle mani dello stato. Valute private in concorrenza, dove quella migliore emergerebbe come mezzo di scambio preferito da parte degli attori di mercato. Una cosa del genere possiamo osservarla nella proliferazione delle valute digitali come Bitcoin.

Inoltre, per quanto riguarda il settore bancario per il quale si continua a riproporre normative ingenue sulla falsariga del Glass-Steagall Act, il modo per rendere competitivo e "onesto" questo settore passa attraverso il ritorno ad un free banking. Mises, infatti, sosteneva come questa particolare pratica bancaria potesse imprimere un certo grado di onestà nel settore bancario lasciando alla concorrenza l'onere di premiare e punire quelle aziende presenti sul mercato. Senza la protezione artificiale di un cartello come quello della banca centrale, il settore bancario commerciale sarebbe trattato alla stregua di qualsiasi altra azienda, e in caso di fallimento asset e clientela passerebbero a quelle realtà più in sintonia con la soddisfazione dei desideri degli individui. Queste sono le sanzioni punitive in caso di errori gravi e irreparabili. Questa è la legge del libero mercato. O decidiamo di abbandonare una volta per tutte le droga allucinogena del denaro fiat, oppure essa ci porterà alla morte economica, morale e politica.



CONCLUSIONE

Le fondamenta su cui è costruito l'attuale sistema monetario ed economico stanno marcendo a ritmo battente. Ovunque nel mondo il picco del debito riguardante settore pubblico e privato è un problema insormontabile. I vari stati stanno cercando di diluire i loro oneri inflazionando le proprie divise, ma cercando di mantenere le conseguenze di questo inflazionismo il più lontano possibile da Main Street. Poco alla volta, però, esso lo raggiungerà. Non c'è modo di controllare qualcosa come l'economia di mercato la quale è nelle mani dei miliardi di attori economici in tutto il mondo. Passo dopo passo, i piani ben congeniati dell'establishment si sfalderanno contro la realtà delle cose: l'attuale panorama economico è semplicemente saturo di errori economici.

ZIRP, NIRP e tutti gli altri abomini partoriti dal settore bancario centrale stanno uccidendo quel che rimane di un onesto price discovery all'interno del panorama economico mondiale. Prima il breve termine, poi il brevissimo termine. Poi l'oblio assoluto. Le attuali bolle, dalla reflazione immobiliare alla bolla obbligazionaria statale a quella azionaria fino a quella dello scisto, danneggerranno in gran parte quelle realtà che fino a ieri erano considerate big player. Esattamente. Così come i coyote, in assenza di altro cibo, si mangiano da soli, così l'attuale sistema in assenza di prede da spennare si sta fagocitando da solo.

La necessità è la madre delle invenzioni, e stiamo vedendo che i banchieri centrali ne hanno molta. Sono in trappola. Qualsiasi aumento dei tassi di interesse sopra lo zero sconquasserà l'attuale sistema monetario ed economico. Il rischio di perdere il controllo salirà al salire dei tassi di interesse. Quindi è possibile che possano permettere loro di salire per un po', ma poi si tornerà ancora ad intervenire per paura di non riuscire a mettere toppe ad una situazione che diventerà via via arroventata. Benvenuti nell'era in cui i banchieri centrali verranno smascherati per quello che sono. Benvenuti nell'era in cui le passività non finanziate dei vari stati decreteranno la riconsiderazione del ruolo dello stato nella società. Benvenuti nell'era del Grande Default.


Appunti sulla politica monetaria della FED

Von Mises Italia - Ven, 16/01/2015 - 09:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Nell’indagare le origini della crisi dovremmo cercare di non confinare la nostra analisi solo al periodo che va dallo scoppio della bolla dotcom, alla crisi oggetto della nostra ricerca. Uno studio più comprensivo dovrebbe tener conto anche delle politiche monetarie della Fed nei tardi anni ottanta e degli anni novanta.

Secondo O’Driscoll, nel periodo in cui Volcker fu a capo della Fed (dal 1979 al 1987) fu enfatizzato il controllo della quantità di moneta al fine di controllare l’evoluzione dei prezzi, e gradualmente nel corso del suo mandato ci si spostò verso un controllo maggiormente centrato sul livello dei prezzi stessi.

In questo periodo l’economia americana registrò una imponente crescita, ma vide verificarsi due importanti crisi finanziarie. La prima è quella nota come crisi delle Save&Loan, così denominata per l’elevato numero di fallimenti nel settore bancario: “la crisi delle S&L che vide nel periodo 1980-1994 il fallimento di circa 1300 su 4039 istituzioni del risparmio”1

La seconda fu una crisi delle banche commerciali, strettamente collegata alla prima cui sopra delle S&L. Questa crisi ebbe radici regionali, nascendo nel sud.ovest, ed espandendosi poi al New England, e coinvolse alcune tra le maggiori banche, quale ad esempio Citibank. Circa 1600 Banche risentirono della crisi, finendo per fallire o per sopravvivere grazie a fondi FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Ci furono poi due importanti crash nei mercati azionari: il primo nell’ottobre dell’1987, il secondo associato allo scoppia della bolla dotcom nel 2000.

Prima di illustrare l’evoluzione della politica monetaria statunitense, alcune note su come concretamente opera la Fed, e su cosa rappresenta il “tasso dei fondi federali”.

Questo tasso non viene fissato direttamente dalla Fed, ma costituisce un obiettivo di politica monetaria della Fed; essa si premura di farlo giungere ad un determinato livello mediante le operazioni di mercato aperto. Le banche infatti detengono conti presso la Fed e li usano per effettuare pagamenti. I saldi di fine giornata vengono usati per soddisfare la riserva obbligatoria, oppure, se maggiori di quelli desiderati, vengono prestati “overnight” ad altre banche che ne hanno bisogno: “Il mercato su cui si scambiano i saldi detenuti presso la Fed (Federal Fund Balance) si chiama Federal Fund Market, il tasso a cui si concedono i prestiti è il federal fund rate. L’offerta totale di Federal Fund Balance disponibili per le banche è determinato dalle operazioni di mercato aperto, attraverso le quali si determinano una certa quantità di liquidità, oppure un certo tasso sui federal funds (non è possibile fissare entrambi)”2 .

Gli altri strumenti sono la riserva obbligatoria e la manovra del tasso ufficiale di sconto “la gestione dell’offerta di base monetaria attraverso lo sportello per lo sconto, applicato alle banche sui prestiti che ricevono dallo sportello per lo sconto”3.

Il tasso di sconto di norma è più basso del federal funds rate, al fine di indurre le banche a procurarsi le risorse sul mercato interbancario.

Diminuendo questo tasso la Fed rende più conveniente chiedere liquidità direttamente a lei, aumentando la mole di riserve detenute dalle banche. Interessante è focalizzarci sull’offerta di riserve da parte della Fed; queste vengono, come dicevamo, gestite essenzialmente mediante le operazioni di mercato aperto (ODMA), le quali determinano l’offerta di Federal Reserve Balances: “acquisti di titoli aumentano la quantità di Federal Reserve Balances perché la Fed crea questa riserve per pagare il venditore, accreditando il conto della sua banca presso la Fed”4.

Fornendo allora maggiore liquidità alle banche, crea riserve in eccesso che le banche, che non amano tenere riserve superiori al necessario dato che non fruttano interesse, possono prestare sul mercato interbancario; l’offerta ora aumentata genera una spinta al ribasso del tasso di equilibrio, cioè del Federal Funds Rate. In questo modo nuova moneta entra in circolo.Riprendiamo il filo del discorso; gli anni 80 furono un periodo di forte lotta contro l’inflazione, che dagli anni 70 era il male dei principali paesi avanzati, con una evoluzione del livello dei prezzi a doppia cifra. Volcker, all’inizio degli anni 80, mise in atto una gigantesca operazione di restrizione monetaria, portando il federal funds rate per certi periodi anche al di sopra del 18%; diminuendo progressivamente le aspettative di inflazione anche il tasso iniziò a declinare verso livelli più normali. Nell’87 Greenspan subentra a Volcker; l’inizio del suo mandato sembra essere lungo una linea di continuità con il mandato del suo predecessore; Greenspan mette in atto una nuova stretta monetaria, e sul finire degli anni 80 il federal funds rate è alle soglie del 10%. La svolta avviene con il cambio ai vertici della Casa Bianca, e con la volontà di far uscire gli Usa fuori dalla crisi del 92: i tassi vengono drasticamente tagliati, e nel settembre del 92 sono portati al 3%.

Pian piano i tassi virarono verso l’alto, raggiungendo il 6% in prossimità dell’esplosione della bolla dotcom.

Dopo l’esplosione della bolla i tassi furono drasticamente tagliati, fino a raggiungere il livello (per allora) record dell’1% nel giugno del 2003. Il tasso rimarrà su questo livello per un anno, venendo poi progressivamente ritoccato verso l’alto, sino alla soglia del 5,25% nel giugno 2006.

Parallela alla diminuzione dei federal funds rate ci fu l’aumento della liquidità: “a partire dal 2001 l’incremento annuo è stato di circa il 10% (il che implica il raddoppio della quantità di moneta in circolazione ogni circa 6/7 anni), rimanendo sull’8% a partire dalla seconda metà del 2003”5

Con una inflazione media superiore al livello dei tassi nominali per quasi tre anni, negli Usa i tassi reali d’interesse, come fa notare L. White, sono stati addirittura negativi; evento senza precedenti.

Cosa ha spinto la Fed a porre in essere una politica monetaria di questo tipo? E come l’hanno giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?

Greenspan maturò nel tempo la convinzione, frutto probabilmente dell’osservazione dei fenomeni economici lungo gli anni, che l’economia vivesse di cicli: periodi di espansione, nei quali l’economia cresceva (boom); fino a raggiungere un picco, il momento in cui la bolla esplodeva, con conseguente crisi (bust). In questa cornice teorica, l’idea di Greenspan, divenuta nota come “The Greenspan Put”, ed esposta la prima volta in un discorso del dicembre 2002, era che non fosse nelle possibilità della Fed non solo il fermare una bolla, ma anche solo riuscire di capire se ci si trovasse o meno all’interno di questa; non potendolo definire, non poteva essere considerato compito della Fed individuarla e fermarla prima che facesse danni; compito della Fed era di, invece, verificare l’esplosione della stessa, ed intervenire al fine di evitare il fenomeno deflattivo; la missione era riuscire ad evitare che si precipitasse in una spirale deflazionistica.

Riprendendo una sua stessa testimonianza del 1999, Greenspan disse che “la Fed si concentrerà su politiche volte a mitigare le conseguenze della crisi (quando questa accadesse) e facilitare la transizione alla successiva espansione”6

Ben Bernanke, che succederà al vertice della Fed al posto di Greenspan, aveva a lungo studiato la grande depressione del 29, ed era convinto che questa fosse, in sostanza, dovuta ad un grande errore della Fed: l’aver lasciato che l’economia americana entrasse in forte deflazione, ed anzi averla favorita con politiche monetarie restrittive:”Nel 2002 Bernanke convinse Greenspan che il pericolo numero uno per l’economia americana fosse la possibilità di cadere in una spirale fisheriana debito-deflazione. Tale timore spinse la Fed a utilizzare la leva monetaria tagliando i tassi fino all’1% e tenendoli a quel livello per un anno”7.

Tale tipo di politica (unita agli stimoli fiscali del primo mandato Bush) provocarono un’imponente crescita economica; veemente in particolare risultò la crescita nel settore immobiliare, nel quale si verificò una spettacolare crescita dei prezzi (in verità tale crescita è precedente, e datava dalla metà degli anni 90). Le pressioni inflazionistiche iniziarono a farsi sentire, e progressivamente i tassi virarono verso l’alto al fine di compensare aspettative crescenti circa i prezzi. Dall’1% del giugno 2003 il tasso sale fino ad arrivare nel luglio 2007 al 5.25%.

A ciò va aggiunto che nelle altre principali economie industriali i tassi di interesse reali non erano molto più elevati di quelli statunitensi. Di fronte al ristagno della crescita economica nell’area dell’euro, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse reali a breve termine al disotto dell’1% durante gran parte del periodo da metà 2001 al 2005, mentre i corrispondenti tassi giapponesi hanno oscillato fra lo 0 e l’1% per buona parte dell’ultimo decennio. E, anche al fine di contenere le pressioni verso un apprezzamento del tasso di cambio, molte economie emergenti hanno seguito l’esempio di quelle industriali.

Gabriele Manzo

Note

1 O’Driscoll G, 2009, Money and the present crisi, pg 175, Cato Journal

2 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 127

3 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

4 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

5 Ravier A Lewin P, 2009, The Subprime Crisis, pg 5

6 Greenspan A, 2002, Remarks before the Economic Club of New York

7 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 157, Cato Journal

The post Appunti sulla politica monetaria della FED appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Commenti liberi

Luogocomune.net - Gio, 15/01/2015 - 19:40
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

[Greta e Vanessa sono state liberate. Secondo voi abbiamo pagato un riscatto?]

Gli stati dovrebbero imporre normative più stringenti sulle grandi imprese?

Freedonia - Gio, 15/01/2015 - 11:13




di Frank Shostak


L'economista francese Jean Tirole dell'Università di Tolosa, ha vinto l'ultimo (in ordine temporale) Premio Nobel per l'Economia grazie all'elaborazione di metodi più efficienti per la regolamentazione di quei settori dominati da poche grandi imprese. Secondo Tirole, le grandi imprese indeboliscono il buon funzionamento dell'economia di mercato poiché hanno la possibilità di influenzare i prezzi e la quantità di prodotti.

Di conseguenza questo indebolisce il benessere degli individui nell'economia. Secondo questo modo di pensare, l'inefficienza presuppone una deviazione da uno stato ideale di mercato come quello descritto nel quadro della "concorrenza perfetta".



Il Modello della "Concorrenza Perfetta"

Nel mondo della concorrenza perfetta, un mercato è composto dalle seguenti caratteristiche:

  • Sul mercato ci sono molti compratori e venditori
  • Vengono commerciati prodotti omogenei
  • Acquirenti e venditori sono perfettamente informati
  • Non ci sono ostacoli o barriere all'entrata nel mercato

Nel mondo della concorrenza perfetta, acquirenti e venditori non hanno alcun controllo sul prezzo del prodotto. Devono accettare quello che viene proposto loro.

Presupporre l'informazione perfetta, e così l'assoluta certezza, implica che non vi è più spazio per l'attività imprenditoriale perché nel mondo della certezza non ci sono rischi e quindi non c'è bisogno di imprenditori.

Se le cose stessero così, chi introdurrebbe nuovi prodotti e in che modo? Secondo i sostenitori del modello della concorrenza perfetta, qualsiasi situazione reale che si discosta da questo modello è considerata non ottimale per il benessere dei consumatori. Essi raccomandano, quindi, che lo stato intervenga ogni volta che si palesa tale deviazione.

Contrariamente a questo modo di pensare, la concorrenza non scaturisce da un gran numero di partecipanti in quanto tali, ma è il risultato di una grande varietà di prodotti.



Concorrenza sui Prodotti, Non sulle Imprese

Maggiore è la varietà, maggiore sarà la concorrenza e quindi più benefici ci saranno per il consumatore.

Quando un imprenditore introduce sul mercato un nuovo prodotto — l'esito del suo sforzo intellettuale — acquisisce il 100% della nuova nicchia di mercato che si viene a costituire.

Seguendo la logica del modo di pensare comune, tuttavia, questa situazione non dovrebbe accadere perché non farà altro che indebolire il benessere dei consumatori. Se questo modo di pensare (ad esempio, il modello della concorrenza perfetta) venisse rispettato rigorosamente, non emergerebbero più nuovi prodotti. In un ambiente del genere, la gente lotterebbe per rimanere in vita.

Una volta che un imprenditore introduce sul mercato un nuovo prodotto e ne trae profitto, attira la concorrenza. Si noti che ciò che dà origine alla concorrenza è la volontà dei consumatori di acquistare il nuovo prodotto. I produttori dei vecchi prodotti devono sfornare nuove idee e nuovi prodotti per catturare l'attenzione dei consumatori.

Il punto di vista popolare, secondo cui un produttore che domina un mercato potrebbe sfruttare la sua posizione aumentando il prezzo al di sopra del livello competitivo, è errato.

L'obiettivo di ogni azienda è quello di fare profitti. Questo, tuttavia, non può essere raggiunto senza offrire ai consumatori un prezzo adatto.

E' nell'interesse di ogni uomo d'affari garantire un prezzo a cui la quantità che viene prodotta può essere venduta con profitto.

Nel fissare questo prezzo, il produttore-imprenditore dovrà considerare quanti soldi i consumatori sono propensi a spendere per il suo prodotto. Dovrà prendere in considerazione i prezzi dei vari prodotti della concorrenza. Dovrà anche prendere in considerazione i suoi costi di produzione.

Se il cosiddetto produttore dominante non terrà conto di questi fatti, subirà perdite.

Ma al di là di ciò, i funzionari statali come possono stabilire se il prezzo di un prodotto sia al di sopra del cosiddetto livello competitivo dei prezzi? Come possono sapere quale dovrebbe essere il prezzo competitivo?

Se i funzionari statali cercano di far rispettare un prezzo più basso, quest'azione potrebbe spazzare via l'incentivo a produrre il prodotto stesso.

Quindi, piuttosto che migliorare il benessere dei consumatori, le politiche dello stato serviranno solo a peggiorare le cose. (A tal proposito non esistono metodi matematici, per quanto sofisticati, che possano dirci quale dovrebbe essere il livello competitivo dei prezzi. Coloro che sostengono che le teorie dei giochi potrebbero farcela, sono sulla strada sbagliata.)

Contrariamente al modello della concorrenza perfetta, ciò che dà luogo ad un ambiente più competitivo non è un gran numero di partecipanti in un particolare mercato, bensì una grande varietà di prodotti competitivi. Le politiche dello stato, nello spirito del modello della concorrenza perfetta, distruggeranno la differenziazione dei prodotti e dunque la concorrenza.



I Prodotti Sono Eterogenei

L'idea che i vari fornitori possano offrire un prodotto omogeneo non è sostenibile. Infatti, se avvenisse una cosa del genere, perché mai un acquirente dovrebbe preferire un venditore ad un altro? (L'idea di far rispettare l'omogeneità del prodotto, al fine di emulare il modello della concorrenza perfetta, non porterà ad alcuna concorrenza.)

Dal momento che la differenziazione dei prodotti è l'essenza della libera concorrenza di mercato, significa che ogni fornitore di un prodotto ne ha il controllo al 100%. In altre parole, è un monopolista.

La differenziazione del prodotto è garantita dalla varietà di idee e talenti che possiede ogni imprenditore. Questa differenza di idee e talenti si manifesta nel modo in cui è fatto il prodotto, nel modo in cui viene confezionato, nel luogo in cui viene venduto, nel modo in cui viene offerto al cliente, ecc.

Per esempio, un hamburger che viene venduto in un bellissimo ristorante è un prodotto diverso da un hamburger che viene venduto in un negozio da asporto. Quindi, se il proprietario di un ristorante guadagna consensi dalla vendita di hamburger, qualcuno dovrebbe porre dei limiti alle sue attività? Dovrebbe, quindi, modificare il suo modo di operare e convertire il suo ristorante in un negozio da asporto al fine di conformarsi al modello della concorrenza perfetta?

Tutto ciò con cui abbiamo a che fare è la preferenza individuale dei vari consumatori: preferiscono cenare al ristorante piuttosto che nel negozio da asporto. Allora, cosa c'è di sbagliato?

Supponiamo ora che i consumatori abbiano completamente abbandonato i negozi da asporto e acquistino hamburger solo al ristorante, questo significa che lo stato debba intervenire?

L'intera questione di un monopolio dannoso non ha alcuna rilevanza nel contesto del libero mercato. Un monopolista dannoso rischia di emergere quando lo stato, per mezzo di licenze e autorizzazioni, limita la varietà di prodotti in un determinato mercato. (I burocrati statali decidono quali prodotti devono essere forniti sul mercato.)

Imponendo restrizioni e limitando la varietà dei beni e dei servizi offerti ai consumatori, lo stato limita le scelte dei consumatori riducendo così il loro benessere.



Sintesi e Conclusione

Suggeriamo che l'idea dello stato che regola le grandi imprese, al fine di promuovere la concorrenza e difendere il benessere delle persone, sia un errore. Tale intervento soffoca solamente la concorrenza di mercato e abbassa il tenore di vita. L'obiettivo di Alfred Nobel era quello di premiare gli scienziati le cui invenzioni e scoperte miglioravano la vita delle persone e il loro benessere. Rafforzare i controlli statali nei mercati è in contrasto con lo spirito del Premio Nobel.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Le dimissioni di Napolitano

Luogocomune.net - Mer, 14/01/2015 - 21:50


di Attilio Folliero

Una caricatura di Enzo Apicella per ricordare le dimissioni da Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano. Apicella lo definisce il peggior presidente italiano. Non sappiamo chi sia veramente il peggiore (è un compito arduo perchè in fondo quasi tutti i presidenti italiani meritano tale onorevole titolo), ma indubbiamente Napolitano è tra i favoriti.

Da sempre al servizio dei poteri forti e delle classi dominanti, l'ex fascista (iscritto al GUF, Gruppo Universitario Fascista), l'ex comunista (iscritto al Partito Comunista Italiano, l'unico "comunista" amatissimo dagli statunitensi), l'ex democratico (Partito Democratico), l'ex prete (così era soprannominato) a 90 anni suonati (è nato il 25 giugno del 1925) va in pensione. [...]

La banca centrale può controllare i tassi di interesse?

Freedonia - Mer, 14/01/2015 - 11:07
Tenersi da parte notizie apparse gli anni passati pubblicate dai saltimbanchi monetari, come Krugman, aiuta a smascherare la loro incompetenza Quindi, sebbene il nostro supereroe abbia gongolato il 28 novembre scorso denigrando la posizione di coloro che si aspettavano un aumento dei tassi di interesse a seguito del tapering, fu egli stesso (per quanto paradossale possa sembrare) quattro anni fa a spiegare il meccanismo alla base: contano di più i flussi che i titoli in quanto tali. E' per questo che i titoli del Tesoro USA continuano a languire in una zona di bassi rendimenti (oltre al fatto che la FED re-investirà i proventi dei titoli maturati in nuovi T-bond). E' per questo che il dollaro ancora guadagna trazione. Gli investitori credono nel potere di "guarigione" della banca centrale americana. La FED ha sottratto dal mercato una fetta consistente di tali titoli creando artificialmente un appetito che col tempo ha acquistato costanza. Anche perché se la FED fosse subentrata totalmente alle emissioni del Tesoro, quanta credibilità le sarebbe rimasta? Le sue sono illusioni. Manipolazioni. Distorsioni. Influenza i mercati affinché prendano una certa direzione, poiché se si sostituisse totalmente ad essi l'illusione finirebbe molto presto. Nella seguente pubblicazione potrete approfondire tali concetti attraverso due articoli fusi di Robert Murphy (uno e due).
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di Robert P. Murphy


Nel mio ultimo post ho spiegato il duplice punto di vista di Paul Krugman: da un lato critica aspramente la BCE per il restringimento del 2011 attuato mediante l'aumento dei tassi di interesse; e, dall'altro, si lamenta di come ci siano così tanti idioti nel mondo finanziario che pensano che il QE2 abbia in qualche modo spinto verso il basso i tassi di interesse.

Tuttavia, pensare che la FED sia impotente (almeno durante una trappola della liquidità) in materia di tassi di interesse non rappresenta una posizione condivisa solo da Krugman. Jeffrey Rogers Hummel, per esempio, ha composto un lungo saggio in cui sostiene che le banche centrali non sono così potenti quando si tratta di tassi di interesse (come la maggior parte degli analisti pare pensare). In questo post voglio prendere, per la prima volta, le parti del parere mainstream: le banche centrali hanno un ampio margine di discrezionalità quando si tratta di tassi di interesse, anche i tassi di interesse "reali" (aggiustati all'inflazione dei prezzi) .

In primo luogo, diamo un'occhiata al federal funds target rate e all'effective federal funds rate in un certo periodo di tempo, quando la FED "ha tagliato i tassi" bruscamente e poi li "ha alzati" di nuovo. Il grafico seguente mostra la stretta connessione:




OK, quindi il grafico qui sopra fa sembrare che gli obiettivi annunciati dalla FED per quanto riguarda il tasso dei federal funds siano molto accurati. Ma forse i funzionari della FED stavano solo anticipando un movimento dei mercati già in atto? Dopo tutto, un astronomo potrebbe indicare come si "muoverà" Venere nel cielo notturno e (se sa quello che sta facendo) sembrerà in grado di controllare le orbite planetarie. E' la stessa cosa che sta succedendo con il mio grafico qui sopra?

No, non proprio. La FED ha vari modi per influenzare il movimento del tasso dei federal funds, perché (attraverso le operazioni di mercato aperto) ha il potere di aggiungere o rimuovere riserve dal sistema. Il tasso dei fed funds è il tasso di equilibrio di mercato connesso ai prestiti delle riserve: vendendo asset e drenando riserve, la FED può spingere verso l'alto il prezzo dei prestiti del (piccolo) bacino delle riserve. Oppure, acquistando nuovi asset e aggiungendo riserve al sistema bancario, la FED può spingere verso il basso il prezzo dei prestiti del (grande) bacino delle riserve.

Il grafico seguente mostra la relazione tra la crescita anno/anno della base monetaria (che la FED può controllare direttamente con i suoi acquisti di asset) e il livello dell'effective fed funds rate, dal 1990 all'agosto 2008 (poco prima che la base monetaria si impennasse, perché non avevo voglia di schiacciare il grafico):




La descrizione da manuale delle operazioni di mercato aperto, e come la FED le usa per alzare/abbassare i tassi di interesse, sembra corrispondere decentemente col grafico qui sopra. Nei primi anni '90, quando il tasso dei fed funds (linea rossa) è sceso, la base monetaria (linea blu) è cresciuta rapidamente. Poi, quando la FED ha iniziato ad innalzare i tassi nel 1995, la crescita della base monetaria è scesa drasticamente. C'è stata un'altra impennata della base monetaria nei primi anni 2000, che è coincisa con il famoso taglio dei tassi di Greenspan, e poi la crescita della base monetaria è tendenzialmente scemata mentre la FED innalzava i tassi dal 2004 in poi.

Non fraintendetemi, il grafico qui sopra ha un sacco di "slittamenti"; ci sono periodi che non rientrano esattamente in questa storia. Se volessimo essere più precisi, avremmo bisogno di prendere in considerazione una risoluzione più fine sulla crescita della base monetaria (piuttosto che guardare l'andamento anno/anno) e avremmo bisogno di guardare anche alle aspettative. Ma il mio punto è che lo schema generale degli ultimi 18 anni sembra abbastanza chiaro: la FED "controlla" i tassi di interesse attraverso la sua capacità di accelerare o rallentare la crescita del suo bilancio.

In conclusione, non è affatto un concetto folle pensare che i vari giri di QE abbiano schiacciato i tassi di interesse, anzi, era la logica ufficiale di questi programmi secondo molte persone, tra cui i funzionari della FED stessa. Guardate, ecco Bernanke in un discorso in cui dice come i vari programmi di QE abbiano spinto verso il basso i tassi di interesse:

Negli ultimi anni le azioni della Federal Reserve hanno riguardato anche i premi, attraverso una serie di programmi denominati Large-Scale Asset Purchase (LSAP). Questi programmi sono costituiti da acquisti sul mercato aperto di titoli di debito, titoli garantiti da ipoteca e titoli del Tesoro a lungo termine. Nella misura in cui i titoli del Tesoro e i titoli garantiti delle agenzie non sono sostituti perfetti di altri asset, gli acquisti di tali asset da parte della Federal Reserve dovrebbero abbassare i loro premi, mettendo pressione al ribasso sui tassi di interesse a lungo termine e allentando le condizioni finanziarie in senso più ampio. Anche se gli effetti stimati variano, un crescente corpo di ricerca sostiene che i LSAP siano efficaci per abbassare i premi e, quindi, ridurre i tassi a lungo termine. Naturalmente la Federal Reserve ha utilizzato questo approccio non convenzionale per abbassare i tassi a lungo termine, perché, con tassi a breve termine vicini allo zero, non può più utilizzare il suo approccio convenzionale di tagliare il target del federal funds rate.
Ora, in tutta onestà, credo che Hummel potrebbe obiettare: "Beh, non c'è dubbio che Bernanke volesse alimentare il mito secondo cui può controllare i tassi di interesse, ma ha torto." Tuttavia sarebbe difficile che Krugman possa sostenere che Bernanke fosse confuso quando parliamo di QE2 e tassi di interesse, dal momento che ha affermato che l'ex-Governatore era l'uomo giusto a cui affidare il timone della FED durante la crisi. In ogni caso, in spirito di equità vi segnalo questo pezzo in cui Krugman prima loda Bernanke per essere andato fino in fondo, poi sostiene che è impotente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Più studio l'episodio di Bill Gross, più diventa interessante. In un post precedente ho discusso di come Paul Krugman avesse ragione a dire che la scommessa di Gross contro il Ministero del Tesoro gli sarebbe esplosa in faccia, ma l'impostazione di questa previsione secondo il suo quadro keynesiano era sbagliata. In questo post voglio andare oltre, fornendo sia la teoria sia la prova che i programmi di quantitative easing della FED (QE) hanno davvero abbassato i tassi di interesse a lungo termine.

Krugman in questo post, e ancora di più Brad DeLong in quest'altro, chiariscono come Gross stesse scommettendo che la fine del QE2 avrebbe portato ad un aumento del rendimento del decennale USA (e forse anche quelli di altri titoli del Tesoro). Ora Krugman e DeLong stanno cercando di spiegarci perché Bill Gross avesse torto (o fosse cieco, secondo il punto di vista di Krugman – DeLong a suo credito è molto più civile).

Ora, teoricamente, anche un buon keynesiano, pienamente consapevole della trappola della liquidità e del ritorno della depressione, potrebbe credere che i programmi di QE abbiano abbassato i tassi di interesse a lungo termine. Beh, ecco Krugman stesso nel marzo 2009 che ci spiega la logica dietro al QE, quando venne annunciato per la prima volta:

La grande novità di questa settimana è stata la decisione della FED di acquistare $1 bilione di obbligazioni a lungo termine, andando oltre la normale politica di acquisto di debito a breve termine. Buona mossa – ma probabilmente vale la pena sottolineare che sì, ciò espone la FED, e indirettamente il contribuente, ad alcuni rischi [...].

La FED sta [...] creando una nuova passività: la nuova base monetaria per comprare questi titoli. In effetti sta stampando $1 bilione e lo sta utilizzando per acquistare obbligazioni. È inflazionistico? Speriamo di sì! La ragione per un quantitative easing è che la normale espansione monetaria, stampare denaro per comprare debito a breve termine, non ha trazione a causa dei tassi prossimi allo zero. Guadagnare un po' di trazione – in effetti, ottenere un effetto inflazionistico – è ciò che si prefigge tale politica.

[...]

Ma qui sta il punto: se e quando l'economia si riprenderà, è probabile che i tassi di interesse a lungo termine saliranno, soprattutto se l'attuale politica della FED riuscirà ad abbassarli. [Il sottolineato è mio.]
Così, quando la FED ha annunciato il QE al mondo, Krugman ha scritto sul suo blog che lo scopo di quella politica era abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Gli Stati Uniti erano in una trappola della liquidità (a giudizio di Krugman) all'epoca, situazione non dissimile da quella odierna, in cui Krugman rotea sfastidiato i suoi occhi quando sente parlare tipi come Gross (il quale pensava che in qualche modo il QE teneva bassi i tassi di interesse).

Non voglio accanirmi troppo su questo punto, perché Krugman era davvero in disaccordo con Gross nel 2011, prima che il QE2 terminasse (e quindi anche Gross aveva torto). Ho riportato la citazione qui sopra perché penso che sia ironico; penso che dimostri come avevo ragione quando ho sostenuto nel mio post precedente che il disaccordo tra Krugman e la previsione di Gross non verteva proprio sulle opinioni del primo riguardo una trappola della liquidità di per sé.



La Prova

In ogni caso, passiamo alla prova empirica. Il QE2 ha smosso i tassi di interesse? Qui devo dare ragione a Krugman: i rendimenti del decennale statunitense hanno fatto l'esatto opposto di ciò che aveva detto Gross. Il QE2 è stato annunciato (anche se la stessa FED non ha definito ufficialmente "QE" questi programmi) il 3 novembre 2010 ed è finito nel giugno 2011. Poi è stata annunciata l'Operation Twist nel settembre 2011.

Con questa linea temporale in mente, ci si sarebbe aspettato (se vi piaceva la visione del mondo di Bill Gross) che i rendimenti del decennale sarebbero scesi nel novembre 2010 e che avrebbero iniziato a salire intorno a giugno 2011, solo per ridursi drasticamente nel settembre 2011 con l'annuncio dell'Operation Twist.

Beh, se andate a controllare i grafici, noterete che la storia reale è quasi l'opposto: i rendimenti sono saliti vertiginosamente nel novembre 2010 ed erano in caduta libera nell'agosto 2011. Inoltre i rendimenti sono aumentati di nuovo con l'annuncio del Twist.

Il problema è che in macroeconomia e in finanza si ha a che fare con le aspettative, così come altri fattori che ostacolano il vostro piccolo "esperimento". Per esempio, il grande trionfo repubblicano alle elezioni del novembre 2010; forse aveva qualcosa a che fare con i rendimenti in rialzo. (Potrebbe essere così perché gli investitori pensavano che i repubblicani avrebbero promosso la crescita futura, o che avrebbero agito da folli e avrebbero causato un default del Tesoro.) E in ogni caso, non c'è motivo di aspettarsi un'altalena improvvisa dei prezzi da una politica annunciata con largo anticipo (come ad esempio uno stop agli acquisti di obbligazioni).

Ecco perché è un bene se possiamo discernere quando i mercati hanno cominciato a sospettare le mosse future riguardo la linea di politica. Un episodio molto più definito in questo senso è il "taper", quando la FED ha iniziato a spargere suggerimenti secondo cui avrebbe terminato il programma QE3. Ricordo con certezza che la popolazione ha appreso l'esistenza di questa volontà nell'aprile 2013, quando sono stati rilasciati i verbali della riunione di marzo. Poi Bernanke l'ha detto ufficialmente al Congresso il 22 maggio 2013.

Tuttavia, e questo lo ricordo distintamente, il 18 settembre 2013 la FED "ha sorpreso i mercati" con il suo annuncio: avrebbe rinviato il tapering.

Così, l'episodio del tapering ci fornisce un buon esempio in cui i mercati sono stati inizialmente portati a credere una cosa (che gli acquisti della FED si sarebbero interrotti prima di quanto i mercati avevano inizialmente pensato) e poi è successo il contrario (la FED avrebbe continuato a comprare più a lungo di quanto fosse stato annunciato in precedenza).

In base a questo fatto, il rendimento del decennale si è comportato proprio come avrebbe voluto Bill Gross:




Si noti che il trend dei rendimenti è salito intorno ad aprile/maggio del 2013, quando sono cominciate le chiacchiere su un possibile tapering. Dalla testimonianza di Bernanke del 22 maggio fino a metà settembre, il rendimento del decennale USA è salito di un punto percentuale.

La linea verticale mostra il giorno precedente all'annuncio di un rinvio del tapering. Potete vedere come il rendimento sia sceso abbastanza bruscamente il giorno successivo (quando l'annuncio è diventato ufficiale).

Tenete a mente che tutte queste tendenze sottostimano l'impatto effettivo, in quanto gli addetti ai lavori erano stati sicuramente già avvisati e così hanno cominciato a spingere i prezzi in vista dell'annuncio. Ad esempio, si può vedere che nel mese di settembre il rendimento ha iniziato a scendere un paio di giorni prima del rinvio effettivo; sono sicuro che ci sono state fughe di notizie.



Conclusione

In conclusione, voglio ribadire che NON sto dicendo "Bill Gross in realtà aveva ragione". No, ha puntato un mucchio di soldi e ha sbagliato. Quando si tratta di speculazione finanziaria, non importa se si aveva "davvero" ragione ma altri fattori X si sono intromessi; gli imprenditori devono prevedere il futuro reale, non un ipotetico futuro a parità di condizioni.

Tuttavia, ho pensato che fosse importante sottolineare che quando Paul Krugman (e, in misura minore, Brad DeLong) ci spiega perché Bill Gross aveva torto, le sue spiegazioni non funzionano. Gross non era pazzo a pensare che il QE2 avrebbe abbassato i rendimenti del Tesoro; Krugman stesso ha ammesso che era l'obiettivo del QE, e (almeno a marzo 2009) Krugman non ha avuto alcun problema con questo ragionamento.

Inoltre, quando si parla di QE3 (non QE2), abbiamo un esempio migliore per quanto riguarda le aspettative degli investitori. In questo quadro di riferimento, il rendimento del decennale USA si è comportato proprio come aveva previsto Gross.

In sintesi, anche se la previsione di Bill Gross era totalmente sbagliata, penso ancora che i vari programmi di QE della FED abbiano abbassato i tassi di interesse nella curva dei rendimenti. Questa evidenza è valida sia in teoria – anche secondo Krugman – sia in pratica, poiché abbiamo visto almeno un episodio importante in cui si è verificata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Riflettore sull’economia keynesiana – I parte

Von Mises Italia - Mer, 14/01/2015 - 09:00

  1. Sua Rilevanza
  2. Il Modello Spiegato
  3. Il Modello Criticato
  4. “L’Economia Matura”

Sua Rilevanza

Cinquanta anni fa, l’allora esuberante popolo americano poco sapeva e poco si curava dell’economia. Comprendeva, tuttavia, le virtù della libertà economica e questa comprensione era condivisa dagli economisti, che integravano il buonsenso con i più acuti strumenti di analisi.

Attualmente, l’economia sembra essere il primo problema dell’America e del mondo. I giornali sono pieni di discussioni complesse sul preventivo di spesa, su prezzi e stipendi, su prestiti stranieri e produzione. Gli economisti attuali aumentano notevolmente la confusione del pubblico. L’eminente professor X dice che il suo programma è l’unica cura per i mali economici del mondo; l’ugualmente eminente professor Y sostiene che questa è assurdità: così gira la giostra.

Tuttavia, una scuola di pensiero – il keynesismo – è riuscita a catturare la gran maggioranza degli economisti. L’economia keynesiana – che orgogliosamente si auto-proclama come “moderna,” anche se profondamente radicata nel pensiero medievale e mercantilista – si è offerto al mondo come la panacea per le nostre difficoltà economiche. I keynesiani sostengono, con suprema baldanza, di aver “scoperto” cosa determina il livello di occupazione in ogni dato momento. Assericono che la disoccupazione può venir curata prontamente con la spesa governativa di deficit e che l’inflazione può essere controllata per mezzo di eccedenze di imposta del governo.

Con grande arroganza intellettuale, i keynesiani spazzano via ogni opposizione bollandola come “reazionaria,” “antiquata,” ecc. Sono estremamente vanagloriosi per aver guadagnato la devozione di tutti i giovani economisti – un’affermazione che ha, purtroppo, molto di vero. Il pensiero keynesiano è fiorito nel New Deal, nelle dichiarazione del presidente Truman, nel suo Consiglio dei Consulenti Economici, con Henry Wallace, nei sindacati dei lavoratori, nella maggior parte della stampa, in tutti i governi stranieri e nei comitati delle Nazioni Unite e, con qualche sorpresa, fra gli “uomini d’affari illuminati” del genere Comitato per lo Sviluppo Economico.

Contro questo furioso assalto, molti cittadini di idee sinceramente liberali di sono stati influenzati dai keynesiani – specialmente dall’argomento che un pesante intervento governativo secondo loro “risolverà il problema della disoccupazione.” L’aspetto più scoraggiante della situazione è che gli argomenti dei keynesiani non sono stati contrastati efficacemente dagli economisti liberali, che si sono generalmente ritrovati impotenti nell’onda di marea. Gli economisti liberali hanno limitato i loro attacchi al programma politico dei keynesiani – non si sono occupati adeguatamente della teoria economica su cui questo programma è basato. Di conseguenza, l’affermazione dei keynesiani che il loro programma assicurerà la piena occupazione è passato generalmente incontestato.

Il motivo di questa debolezza da parte degli economisti liberali è comprensibile. Sono cresciuti con l’“economia neoclassica,” che è fondata sull’attenta analisi delle realtà economiche ed è basata sulle azioni di unità individuali nel sistema economico. La teoria keynesiana si basa su un modello del sistema economico – un modello che semplifica in modo drastico la realtà ma è estremamente complesso a causa della sua natura astratta e matematica. Per questa ragione, gli economisti liberali si sono scoperti confusi e sconcertati da questa “nuova” economia. Poiché i keynesiani erano gli unici economisti preparati per discutere il loro sistema, potevano facilmente convincere gli economisti e gli allievi più giovani della sua superiorità.

Per lanciare con successo un contrattacco contro l’invasione keynesiana, quindi, richiede più della giusta indignazione per le proposte di intervento governativo nel programma keynesiano. Richiede una cittadinanza ben informata che capisca a fondo la teoria keynesiana stessa, con i suoi numerosi errori, i presupposti non realistici ed i concetti malfermi. Per questo motivo sarà necessario seguire un difficile percorso attraverso un complesso labirinto di gergo tecnico per esaminare il modello keynesiano nel dettaglio.

Un’altra difficoltà nell’impresa di esaminare il keynesismo è la netta divergenza di opinioni fra i vari rami del movimento. Tutte le sfumature di keynesiani, tuttavia, sono d’accordo nel condividere una tendenza comune verso la funzione dello Stato, e tutte accettano il modello keynesiano come base per analizzare la situazione economica.

Tutti i keynesiani immaginano lo Stato come grande serbatoio potenziale di benefici, pronto per essere sfruttato. La preoccupazione principale per il keynesiano è di decidere la politica economica: quali dovrebbero essere le finalità economiche dello Stato e quali mezzi dovrebbe adottare lo Stato per realizzarli? Lo Stato è, naturalmente, sempre sinonimo di “noi”: cosa dovremmo fare “noi” per assicurare la piena occupazione? è una delle domande preferite. (se “noi” è riferito al “popolo” o ai keynesiani stessi non viene mai veramente chiarito.)

Nei tempi medioevali e premoderni, anche gli antenati dei keynesiani che sostenevano politiche simili avevano affermato che lo Stato non poteva sbagliare. A quel tempo, il re ed i suoi nobili erano i governanti dello Stato. Ora abbiamo periodicamente il dubbio privilegio della scelta dei nostri governanti da due insiemi di aspiranti assetati di potere. Questo ci rende una democrazia.” [1] Così, i governanti dello Stato, “democraticamente eletti” e quindi rappresentanti il “popolo,” sono autorizzati, secondo quanto si dice, a controllare il sistema economico e a costringere, persuadere, “influenzare,” e ridistribuire la ricchezza dei loro riluttanti sudditi.

Un’importante illustrazione recente del pensiero politico keynesiano è stato il messaggio di Truman che annunciava il veto sulla riduzione dell’imposta sul reddito. La ragione principale per il veto è stata che le imposte elevate sono necessarie per “controllare l’inflazione,” dal momento che un periodo di “boom” richiede un avanzo di bilancio per “drenare il potere di acquisto eccedente.”

Di primo acchito, questo argomento sembra convincente ed è sostenuto da quasi tutti gli economisti, compresi molti conservatori non-keynesiani. Sono tutti molto fieri di opporsi alla via “politicamente facile” della riduzione delle tasse nell’interesse della verità scientifica, del benessere nazionale e della “lotta contro inflazione.”

È necessario, tuttavia, analizzare il problema più attentamente. Qual è l’essenza dell’inflazione? Consiste nell’aumento dei prezzi, con alcuni prezzi che aumentano più velocemente di altri. [2] Che cos’è un prezzo? È una somma di denaro (potere di acquisto generale) pagata volontariamente da un individuo ad un altro in cambio di un determinato servizio reso dal secondo individuo al primo. Questo servizio può essere sotto forma d’un determinato prodotto o un beneficio intangibile.

D’altra parte, che cos’è una tassa? Una tassa è l’espropriazione coercitiva della proprietà di un individuo dai governanti dello Stato. I governanti usano questa proprietà per qualsiasi scopo desiderino: solitamente i governanti la distribuiranno in un tal modo che assicuri la continuazione della loro carica, ovvero sovvenzionando i gruppi favoriti. In più, i governanti decidono quali individui pagheranno le tasse – decisione che consiste nell’espropriare la proprietà dei gruppi non graditi dai governanti.

Un prezzo, quindi, è un atto libero di scambio volontario fra due individui, da cui entrambi traggono beneficio (altrimenti lo scambio non avrebbe luogo!). Una tassa è un atto obbligatorio di espropriazione, senza alcun beneficio per l’individuo (a meno che si trovi all’estremità ricevente della proprietà espropriata dallo Stato a qualcun altro).

Alla luce di questa distinzione, sostenere le imposte elevate per impedire i prezzi elevati ricorda un ladro di strada che assicura alla vittima che il suo furto controlla l’inflazione, dal momento che non intende spendere i soldi per un certo tempo o che potrebbe usarlo per rimborsare i suoi debiti. Quando si sveglierà il popolo americano e realizzerà che il furto avvantaggia soltanto il ladro e che il comandamento “non rubare” si applica ai governanti (ed ai keynesiani) così come a chiunque altro?

Il Modello Spiegato

La teoria (o modello) keynesiana ipersemplifica il mondo reale occupandosi di pochi grandi aggregati, ammassando l’attività di tutti gli individui in una nazione.

Il concetto basilare usato è reddito nazionale aggregato, che è definito come uguale al valore monetario della produzione nazionale di merci e servizi durante un dato periodo di tempo. È inoltre uguale all’insieme del reddito ricevuto dagli individui durante quel periodo (profitti corporativi non distribuiti compresi).

Ora, l’equazione fondamentale del sistema keynesiano è reddito aggregato = spesa aggregata. L’unica maniera in cui un individuo possa ricevere un reddito in denaro è che un certo altro individuo spenda una somma uguale. Per contro, ogni atto di spesa da parte di un individuo provoca un reddito in denaro equivalente per qualcun’altro. Ciò è ovviamente e sempre, vero. Il sig. Smith spende un dollaro nella drogheria del sig. Jones: questo atto risulta in un dollaro di reddito per il sig. Jones. Il sig. Smith riceve il suo reddito annuale come conseguenza di un atto di spesa della XYZ Company; la XYZ Company riceve il relativo reddito annuale come conseguenza delle spese fatte da tutti i suoi clienti, ecc. In ogni caso, i consumi e soltanto i consumi, possono generare un reddito in denaro.

Le spese aggregate sono classificate in due tipi base: (1) la spesa finale per le merci ed i servizi che sono stati prodotti durante il periodo è uguale al consumo e (2) la spesa sui mezzi di produzione di queste merci è uguale all’investimento. Quindi, il reddito in denaro è creato tramite decisioni di spesa, consistenti in decisioni di consumo e decisioni di investimento.

Ora, un individuo, ricevendo il suo reddito, lo divide fra consumo e risparmio. Risparmiare, nel sistema keynesiano, è definito semplicemente come non spendere nel consumo. Un principio keynesiano fondamentale è che, per qualsiasi livello particolare di reddito aggregato, c’è un determinato importo definito e prevedibile che verrà consumato e un importo definito che verrà risparmiato. Questo rapporto fra reddito e consumo aggregati è considerato come stabile, fissato dalle abitudini dei consumatori. Nel gergo matematico keynesiano, il consumo aggregato (e di conseguenza il risparmio aggregato) è una funzione stabile e passiva del reddito (la famosa funzione del consumo). Per esempio, useremo la funzione del consumo: consumo = 90 per cento del reddito. (Questa è una funzione altamente semplificata, ma serve ad illustrare i principi di base del modello keynesiano.) In questo caso, la funzione del risparmio sarebbe risparmio = 10 per cento del reddito.

La spesa per consumo, quindi, è determinata passivamente dal livello di reddito nazionale. La spesa per investimenti, tuttavia, secondo i keynesiani, è effettuata indipendentemente dal reddito nazionale. In questa fase, cosa determini l’investimento non è importante: il punto cruciale è che è determinato indipendentemente dal livello di reddito.

Abbiamo lasciato fuori due fattori che determinano anch’essi il livello di spesa. Se le esportazioni sono superiori alle importazioni, la quantità totale di spesa in un paese è aumentata, quindi il reddito nazionale aumenta. Inoltre, un deficit di bilancio pubblico aumenta la spesa ed il reddito aggregati (a condizione che altri tipi di spesa si possano considerare costanti). Mettendo da parte il problema del commercio estero, è evidente che i deficit o le eccedenze di governo sono, come gli investimenti, decisi indipendentemente dal livello di reddito nazionale.

Quindi, reddito = spese indipendenti (investimenti privati + deficit di governo) + spese passive di consumo. Usando la nostra funzione illustrativa del consumo, reddito = spese indipendenti + 90 per cento del reddito. Ora, con semplice aritmetica, il reddito è uguale a dieci volte le spese independenti. Per ogni aumento nelle spese independenti, ci sarà un aumento di dieci volte del reddito. Similmente, una diminuzione nelle spese indipendenti condurrà ad un calo di dieci volte del reddito. Questo effetto “moltiplicatore” sul reddito verrà realizzato da qualunque tipo di spesa indipendente – sia deficit di governo che investimenti privati. Quindi, nel modello keynesiano, i deficit di governo e gli investimenti privati hanno lo stesso effetto economico.

Ora esaminiamo dettagliatamente il processo con cui un reddito di equilibrio è determinato nel modello keynesiano. Il livello di equilibrio è il livello a cui il reddito nazionale tende a depositarsi.

Assumiamo che reddito aggregato = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10. Inoltre supponiamo che non ci sia deficit o eccedenza di governo. Per i keynesiani, questa situazione è una posizione di equilibrio: il reddito tende a rimanere a 100. Una posizione di equilibrio è raggiunta perché entrambi i gruppi principali nell’economia – le aziende e i consumatori – sono soddisfatti. Le aziende, nell’aggregato, sborsano 100. Di questi 100, 10 sono investiti nel capitale e 90 sono utilizzati per produrre beni di consumo. L’insieme delle aziende si aspetta che questi 90 vengano recuperate con la vendita dei beni di consumo. I consumatori soddisfanno le aspettative delle aziende dividendo il reddito di 100 in 90 per consumo e 10 nel risparmio. Quindi, le aziende aggregate sono soddisfatte della situazione ed i consumatori aggregati sono soddisfatti perché stanno consumando il 90 per cento del loro reddito e risparmiandone il 10 per cento.

Adesso lasciate che la spesa indipendente aumenti a 20, a causa di un aumento negli investimenti privati o a causa di un deficit di governo. Ora, i pagamenti di reddito ai consumatori è 90 + 20 = 110. I consumatori, ricevendo 110, vorranno consumarne il 90 per cento, o 99, e risparmiarne 11. Ora, le aziende, che avevano previsto un consumo di 90, sono sorprese piacevolmente nel vedere i consumatori spingere i prezzi e ridurre gli stock dei commercianti nello sforzo di consumare 99. Di conseguenza, le aziende espandono la loro produzione di beni di consumo a 99 e sborsano 99 + 20 = 119, prevedendo un ritorno di 99 dalle vendite. Ma di nuovo sono piacevolmente sorprese, poiché i consumatori vorranno spendere il 90 per cento di 119, o 107. Questo processo di espansione continua fino a che il reddito non sia nuovamente pari a dieci volte gli investimenti – quando il consumo è di nuovo pari al 90 per cento del reddito. Il punto sarà raggiunto quando reddito = 200, investimento = 20, consumo = 180 e risparmio = 20.

È importante notare che l’equilibrio è stato raggiunto in entrambi i casi quando investimento aggregato = risparmio aggregato. Il suddetto processo di equilibrio può essere descritto in termini di risparmio ed investimento: Quando l’investimento è maggiore del risparmio, l’economia si espande ed il reddito nazionale aumenta fino a che il risparmio aggregato non sia pari all’investimento aggregato. Similmente, l’economia si contrae se l’investimento è minore del risparmio, finché non ritornino ad essere uguali.

Si noti che due cose molto importanti devono rimanere costanti affinché l’equilibrio sia raggiunto. La funzione del consumo (e quindi la funzione del risparmio) è assunta come sempre costante mentre il livello di investimento è costante almeno finché l’equilibrio è raggiunto. Una domanda si pone ora: cosa c’è di così importante nel reddito in denaro aggregato da renderlo il centro d’attenzione permanente? Prima di rispondere a questa domanda, è necessario fare determinate premesse.

Supponete che le seguenti cose siano considerate come date (o costanti): lo stato attuale di tutte le tecniche, l’attuale efficienza, la quantità e la distribuzione di tutto il lavoro, la quantità e la qualità attuale di ogni macchinario, la distribuzione attuale del reddito nazionale, la struttura attuale dei prezzi relativi, i tassi salariali attuali nominali (!) e la struttura attuale dei gusti del consumatore, delle risorse naturali e delle istituzioni economiche e politiche.

Allora, dati questi presupposti, per ogni livello di reddito monetario nazionale, corrisponde un livello unico e definito di occupazione. Più alto il reddito nazionale, più alto sarà il livello di occupazione, fino a raggiungere uno stato di “piena occupazione.” (Possiamo definire semplicemente la piena occupazione come livello molto basso di disoccupazione.) Quando il livello di piena occupazione è raggiunto, un più alto reddito monetario rappresenterà soltanto un aumento dei prezzi, senza l’aumento nella produzione fisica (reddito reale) e nell’occupazione.

Riassumendo il suddetto modello, conosciuto come teoria keynesiana dell’equilibrio di sottoccupazione: ad ogni livello di reddito nazionale corrisponde un unico livello di occupazione. C’è, quindi, un determinato livello di reddito cui corrisponde uno stato di piena occupazione, senza un grande aumento dei prezzi. Un reddito inferiore a questo reddito di “piena occupazione” significherà disoccupazione su vasta scala; un reddito superiore significherà grande inflazione dei prezzi.

Il livello di reddito, in un sistema di impresa privata, è determinato dal livello delle spese indipendenti di investimento e delle spese di consumo che sono una funzione passiva del livello di reddito. Il livello di reddito risultante tenderà a depositarsi al punto in cui l’investimento aggregato è pari al risparmio aggregato.

Ora (e qui è il grande climax keynesiano), non c’è alcun motivo di assumere che questo livello di equilibrio del reddito determinato nel libero mercato coinciderà con il livello di reddito di “piena occupazione” – può essere superiore o inferiore.

Ciò è il modello dell’economia privata accettata da tutti i keynesiani. Lo Stato, affermano i keynesiani, ha la responsabilità di mantenere il sistema economico al livello di reddito di “piena occupazione,” perché “noi” non possiamo dipendere dall’economia privata per farlo.

Il modello keynesiano fornisce i mezzi con cui lo Stato può compiere questa operazione. Dal momento che i deficit di governo hanno gli stessi effetti sul reddito dell’investimento privato, tutto ciò che lo Stato deve fare è di valutare il previsto livello di reddito di equilibrio dell’economia privata. Se è inferiore al livello di “piena occupazione,” lo Stato può impegnarsi nella spesa di deficit fino a raggiungere il livello di reddito voluto. Allo stesso modo, se è superiore al livello voluto, lo Stato può ottenere eccedenze di bilancio con imposte elevate. Lo Stato, se lo desidera, può anche stimolare o scoraggiare gli investimenti o i consumi privati per mezzo di tasse e sovvenzioni, o imporre tariffe se vuole generare un’eccedenza di esportazioni. La prescrizione keynesiana favorita per stimolare i consumi è la tassazione progressiva del reddito, visto che i “ricchi” sono quelli che risparmiano di più. Il metodo favorito per “incoraggiare l’investimento privato” è di sovvenzionare gli industriali “ progressisti” e “illuminati” a scapito dei grandi affaristi Tory.”

Saggio di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Flavio Tibaldi

Pubblicato originariamente su La Voce del Gongoro

Note

[1] Questo non implica che la democrazia sia diabolica. Significa che la democrazia dovrebbe essere considerata come tecnica desiderabile per la scelta dei governanti in modo competitivo, a condizione che il potere di questi governanti sia rigorosamente limitata.

[2] La causa dell’aumento dei prezzi è generalmente un’abbondanza di moneta fiat creata dai passati o presenti deficit di governo.

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UK Prime Minister Proposes Encryption Ban: What That Means for Bitcoin

Deep Politics Monitor - Mar, 13/01/2015 - 14:15
(Inside Bitcoins) -- UK Prime Minister David Cameron has proposed a ban on certain applications that allow users to send end-to-end encrypted messages to each other over the Internet. Certain privacy-conscious mobile apps, such as Telegram, have recently allowed users to encrypt their messages locally, which means there is no one for the UK Government to subpoena when they’re trying to

C'è una gigantesca bolla del debito pronta a scoppiare

Freedonia - Mar, 13/01/2015 - 11:14




di Bill Bonner


Ieri non c'è stata molta azione sul mercato. Il Dow ha chiuso in parità. L'oro non si è mosso. Una giornata piatta.

Gli schermi televisivi sono piatti. Alcuni cantanti sono piatti. Le torte escono piatte. I pneumatici sono piatti. I pugili vanno a terra piatti. Anche i morti.

Prima o poi, tutti noi finiremo piatti.

Uno dei nostri editorialisti preferiti, Thomas Friedman, ha scritto un libro su questo argomento, The World Is Flat.

Potete contare su Friedman. Ha qualcosa da dire su qualsiasi argomento.

Ha così tanti pensieri perché non gli costa niente. Non è un pensatore profondo.

Ma non ce l'abbiamo con i pensieri superficiali. Per certi versi sono migliori. Sono facili da capire e da ripetere alle cene. E, soprattutto, molto più lesti da citare.

Questo è il vero vantaggio del pensiero superficiale: è la benzina che i somari mettono nei loro serbatoi.

Dimenticate le sfumature. Ignorate i paradossi. Non pensateci su troppo. Date loro una semplice idea, e la useranno per fare un grande pasticcio.

Friedman vuole migliorare il mondo. In realtà, non vuole che le cose migliorino. Se lo volesse davvero, allora aggiusterebbe le sue finestre, raccoglierebbe la spazzatura lungo i marciapiedi e flirterebbe con donne grasse.

No. Insiste affinché le persone facciano quello che dice lui. Non è un vero uomo d'azione; è una vera e propria rottura di scatole. Ha un piano per ogni situazione e una soluzione per ogni problema. In ogni caso, sostiene di prevedere il futuro e di poterlo migliorare prima che accada.

Ricordate il nostro motto: le persone che cercano di costringere gli altri a rispettare le loro idee, sono sempre persone le cui idee sono idiote. Potete citare liberamente questa frase.

Anni dopo la pubblicazione, Friedman ha spiegato quello che voleva comunicare col suo libro del 1993:

Quando ho scritto The World Is Flat, ho detto che il mondo è piatto. Sì, siamo tutti collegati. Facebook non esisteva; Twitter era un suono; il cloud era una nuvola; il 4G era un posto auto; LinkedIn era una prigione; le applicazioni erano ciò che si inviava nei college; e Skype, per la maggior parte delle persone, era un errore di battitura.
Friedman aveva ragione. La globalizzazione, sotto l'egida della Pax Americana, era una tendenza. L'ha capito subito. L'ha presa in giro. E ha scritto un libro su di essa che è diventato un bestseller.

Ma c'era molto di più della semplice globalizzazione nelle nuove tecnologie e nel capitalismo americano.

È importante sottolineare che è stata finanziata da un nuovo sistema monetario corrotto. Secondo l'accordo di Bretton Woods del dopoguerra, le nazioni straniere avrebbero legato le loro valute al dollaro USA... e il dollaro era legato all'oro ad un tasso fisso.

Nel corso dei secoli l'oro si è dimostrato utile. Potrebbe non essere il denaro perfetto, ma è stato il migliore finora scoperto.

Alcune criptovalute, come ad esempio Bitcoin, potrebbero eventualmente rivelarsi più utili, ma questo lo deciderà il futuro. Per noi, per il momento, l'oro funziona. Il denaro "fiat", o la cartamoneta, no.

Dal momento che l'offerta d'oro è limitata, i prezzi al consumo tendono a rimanere stabili. L'offerta di credito è limitata, perché la moneta è limitata. Quando aumenta la domanda per il credito, il prezzo (i tassi di interesse) sale. E il boom alimentato dal credito volgerà al termine.

Negli anni '60 il presidente Johnson perseguì una guerra costosa e senza speranza in Vietnam, e un programma ambizioso di elargizioni clientelari. "Guns and butter" — voleva tutto.

Quando i nodi vennero al pettine, i maghi finanziari a Washington ebbero un'idea: "Invece di pagare in oro, come di consueto (e legale), cambiamo il sistema in modo da poter pagare i nostri debiti in IOU — pezzi di carta verdi che chiameremo dollari."

"Aspettate un attimo", obiettarono le persone più premurose. "Un sistema monetario puramente fiat non ha mai funzionato. Se è possibile creare denaro reale stampando semplicemente pezzi di carta verde, ognuno potrebbe farlo. "

Decise a non pensarci troppo, le autorità applaudirono i benefici di questa nuova moneta "flessibile".

Nel 1968 Johnson chiese al Congresso di eliminare il requisito che il dollaro fosse coperto dall'oro. Poi nel 1971 il suo successore, Richard Nixon, pose fine alla convertibilità diretta del dollaro in oro.

In tal modo gli Stati Uniti abbandonarono l'oro e aprirono il vaso di Pandora del denaro fiat. Non ci sarebbe stato quasi nessun limite alla quantità di denaro che poteva essere creata... o al numero di bolle che potevano essere gonfiate.

La gente avrebbe potuto comprare cose che non poteva permettersi, e probabilmente di cui non aveva bisogno, con soldi che non aveva. Carte di credito, linee di credito, mutui e loro derivati!

Senza l'oro, gli unici cartelli rimasti indicavano la direzione sbagliata. I consumatori americani hanno acquistato — a credito — merci cinesi. I dollari sono volati in Cina. E per impedire che la propria valuta si apprezzasse rispetto al dollaro, il governo cinese ha dovuto creare renminbi per comprare dollari da possessori privati.

Ciò ha causato un boom in Cina, cosa che ha aggiunto capacità in eccesso nell'export cinese e ha schiacciato sempre di più la produzione industriale degli Stati Uniti.

Cosa doveva farci la Cina con tutti quei dollari? Doveva investire di nuovo negli Stati Uniti. Così ha comprato debito del Tesoro americano. Questo ha contribuito ad abbassare i tassi di interesse negli Stati Uniti, stimolando maggiori acquisti alimentati dal credito.

Il mondo non è stato tanto appiattito, bensì è stato modellato dalla politica monetaria statunitense e ha assunto una forma grottesca.

I cinesi hanno prodotto troppo. Gli americani hanno consumato troppo. E in tutto il mondo, una grande bolla del debito è diventata sempre più grande — in procinto di scoppiare.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


"Hotspots" sulla Luna

Luogocomune.net - Lun, 12/01/2015 - 19:50
Uno dei problemi rappresentati dalle foto delle missioni Apollo è che spesso gli astronauti sembrano illuminati da una fonte artificiale.


Prasseologia, scienze naturali e banche centrali

Freedonia - Lun, 12/01/2015 - 11:14




di Doug French


Janet Yellen deve sentirsi come se stesse dando da mangiare ai gatti. La Federal Reserve sta mantenendo i tassi di interesse a zero, pensando che l'uomo della strada spenderà soldi o comprerà azioni. La Yellen vuole far aumentare il nostro carico di rischio, perseverando sulla strada tracciata da Bernanke.

La banca centrale ha quadruplicato il proprio bilancio e non può generare abbastanza inflazione dei prezzi per rendere felici i notabili monetari. (Alcuni di noi direbbero che non hanno guardato abbastanza bene.) I dottorati non riescono a capirlo. Non comprendono come sia possibile che dopo l'iniezione di $4.5 bilioni non sia successo niente. Tutte quelle persone intelligenti armate di modelli complicati e del potere della stampante monetaria, e non sta accadendo nulla ad eccezione di un'altra bolla a Wall Street. Yawn.

Un paio di dipendenti della St. Louis FED pensano di aver trovato la risposta. Gli economisti Yi Wen e Maria A. Arias hanno sollevato la questione nel loro paper: "Perché l'aumento della base monetaria non ha provocato un aumento proporzionale nel livello generale dei prezzi (o nel prodotto interno lordo)?"

E' possibile che le persone abbiano ripensato ai loro modelli di vita dopo il crollo del 2008 e stiano facendo la cosa saggia — risparmiare denaro — a prescindere dai perversi incentivi che la banca centrale li sta sventolando in faccia? Sì, infatti secondo Wen e Arias: "La risposta sta nella volontà del settore privato di accumulare soldi invece di spenderli. Tale aumento senza precedenti della domanda di moneta ha rallentato la velocità del denaro."

Forse è meglio se la FED si rinfreschi un po' le idee con la prasseologia... lo studio dell'azione umana, il cui enunciato, come ci ricorda Murray Rothbard, recita: "I singoli esseri umani agiscono, cioè, il fatto sempiterno che gli individui si impegnano in azioni consapevoli per raggiungere determinati obiettivi. Questo concetto di azione è in contrasto con un comportamento puramente riflessivo, o istintivo, che non è utilizzato per raggiungere obiettivi. "

Il problema, come sottolinea Rothbard, è che "la prasseologia rappresenta la metodologia distintiva della Scuola Austriaca." Possiamo contare il numero di economisti Austriaci che lavorano alla FED, beh, su nessuna mano.

I keynesiani presso la banca centrale pensano che le persone siano così insignificanti che possono essere inserite in equazioni e modelli per determinare come impostare il tasso dei Fed Funds, o a quanto debba ammontare un QE.

Wen e Arias si riferiscono ad un'equazione che probabilmente cercavate di dimenticare, sentita in una di quei corsi di economia noiosi: MV = PQ. M sta per denaro, V sta per velocità, P sta per livello dei prezzi e Q sta per quantità di beni e servizi prodotti.

I ricercatori hanno inserito i numeri e hanno concluso: "L'inflazione negli Stati Uniti sarebbe dovuta arrivare al 31% l'anno tra il 2008 e il 2013, quando l'offerta di moneta è cresciuta ad un ritmo medio del 33% l'anno e la produzione è cresciuta ad una media appena al di sotto del 2%."

Oops. I prezzi aumentano a meno del 2%, secondo il modo in cui il governo li "conta".




La velocità del denaro (quante volte un dollaro gira nell'economia), come riflette il grafico, è precipitata da oltre il 17X prima della recessione a 4.4X durante la prima metà del 2014.

Secondo Arias e Wen, i consumatori sono tristi sin dalla crisi finanziaria per una buona ragione: "La drastica riduzione dei tassi di interesse ha costretto gli investitori a ri-aggiustare i propri portfoli, strizzando l'occhio al denaro liquido e sfavorendo gli asset fruttiferi (Es. titoli di stato)."

Tutto questo ha senso dal punto di vista prasseologico. L'azione umana è mirata a raggiungere obiettivi migliorando le condizioni di una persona. Questo non significa che le persone abbiano sempre ragione. "Tutto ciò che afferma la prasseologia è che l'attore economico adotta obiettivi e ritiene, a ragione o a torto, che possa raggiungerli con l'impiego di taluni mezzi", spiega Rothbard.

Ma dopo un crollo finanziario devastante, che ha lasciato milioni a testa in giù per il loro principale asset — la casa — e con conti pensione molto più piccoli, ha perfettamente senso che MV = PQ abbia rallentato. Scrive Rothbard:

L'econometria non solo tenta di scimmiottare le scienze naturali utilizzando complessi fatti storici eterogenei come se fossero fatti di laboratorio omogenei e ripetibili; tenta anche di ridurre la complessità qualitativa di ogni evento ad un numero quantitativo, e quindi aggrava l'errore agendo come se questi rapporti quantitativi rimanessero costanti nella storia umana. In netto contrasto con le scienze fisiche, che poggiano sulla scoperta empirica di costanti quantitative, l'econometria, come ha sottolineato più volte Mises, non è riuscita a scoprire una singola costante nella storia umana. E date le mutevoli condizioni della volontà umana, la conoscenza, i valori e le differenze tra gli uomini, è inconcepibile che l'econometria possa mai scoprirla.
Ovviamente nulla di tutto ciò dissuade i banchieri centrali, insieme ai pianificatori centrali, dal continuare a stampare denaro; e la coppia di St. Louis probabilmente non ha migliorato la propria carriera commentando la politica del loro datore di lavoro:

A questo proposito, la politica monetaria non convenzionale ha rafforzato la recessione stimolando la domanda di moneta del settore privato attraverso il perseguimento di una politica di tassi di interesse troppo bassi (vale a dire, la politica dei tassi di interesse a zero).
Gli individui agiscono con uno scopo in mente e hanno capito che il rendimento dei titoli di stato pari a zero non è meglio del denaro, e, di fatto, sono più rischiosi. Wen e Arias scrivono: "La migliore forma di asset privo di rischio non è rappresentano dai titoli di stato a breve termine, ma dal denaro." Così le famiglie sono sedute su $2.15 bilioni di risparmi — un aumento di circa il 50% nel corso degli ultimi cinque anni — e le banche hanno $2.8 bilioni di riserve.

Secondo un sondaggio Gallup dell'aprile scorso, il 62% degli americani intervistati ha dichiarato di preferire il risparmio; il 34% la spesa. Fino alla crisi, i numeri erano circa 50-50.




L'economia non è un'equazione da risolvere o una macchina da riparare. Si tratta di oltre 314 milioni di persone che agiscono con uno scopo. "La prasseologia, così come i vari aspetti sani delle altre scienze sociali," ha scritto Rothbard, "poggia sull'individualismo metodologico, sul fatto che solo gli individui percepiscono, assegnano un valore, pensano e agiscono"... e se devono farlo, accumulano denaro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di Frank Shostak


Gli economisti sono sempre stati invidiosi delle scienze naturali. Hanno pensato che se nell'economia fossero stati introdotti i metodi delle scienze naturali, come gli esperimenti condotti nei laboratori, ciò avrebbe migliorato la nostra comprensione del mondo.

Ma mentre un laboratorio è un luogo valido in cui fare ricerca nel campo delle scienze naturali, non è lo stesso in economia. Perché?

Un laboratorio è necessario in fisica poiché solo lì uno scienziato può isolare i vari elementi relativi all'oggetto della sua indagine.

Anche se lo scienziato è in grado di isolare i vari fattori, non conosce le leggi che li governano.



Ipotesi e Certezza Logica

Tutto quello che può fare è avanzare ipotesi sulla "legge vera" che regola il comportamento delle varie particelle identificate.

Non può essere certo delle leggi "vere" della natura. Su questo argomento Murray Rothbard ha scritto:

Le leggi possono essere solo ipotizzate. La loro validità può essere determinata solo da una deduzione logica delle loro conseguenze, le quali possono essere verificate facendo ricorso ad esperimenti di laboratorio. Anche se le leggi spiegano i fatti, e le loro inferenze sono coerenti tra di loro, le leggi della fisica non possono mai essere stabilite in modo assoluto. Proprio perché un'altra legge può rivelarsi più elegante o in grado di spiegare una più ampia gamma di fatti. In fisica, dunque, le spiegazioni postulate devono essere ipotizzate in modo tale che esse o le loro conseguenze possano essere provate empiricamente. Anche così, le leggi sono solo temporanee piuttosto che valide in modo assoluto.
Contrariamente alle scienze naturali, i fattori relativi all'azione umana non possono essere isolati e suddivisi in elementi semplici.

Tuttavia in economia abbiamo una determinata conoscenza di certe cose, che a loro volta potrebbero aiutarci a capire il mondo dell'economia.

Ad esempio, sappiamo che un aumento dell'offerta di moneta genera una situzione in cui viene scambiato qualcosa per nulla. Ciò conduce ad una deviazione di ricchezza da coloro che la creano a coloro che la sprecano. Questa è una conoscenza certa e non deve essere verificata.

Sappiamo anche che per una determinata quantità di beni, un aumento dell'offerta di moneta (ceteris paribus) deve portare ad un esborso maggiore di denaro per unità di merce — un aumento dei prezzi delle merci. (Ricordate, il prezzo è la quantità di denaro per una unità di un bene).

Sappiamo anche che se nel paese A l'offerta di moneta cresce ad un ritmo più veloce dell'offerta di moneta nel paese B, allora nel corso del tempo, ceteris paribus, la valuta di A deve deprezzarsi nei confronti della moneta di B. Questa conoscenza ci arriva dalla legge della scarsità.

Quindi per qualcosa che rappresenta una conoscenza certa, non vi è alcun obbligo di una verifica empirica.



Come Può Essere Applicata Questa Conoscenza?

Ad esempio, se osserviamo un aumento dell'offerta di moneta alimentato dalla banca centrale — possiamo concludere che ciò determina una deviazione di ricchezza reale da coloro che la creano a coloro che la sprecano. Comporta l'indebolimento del processo di generazione di ricchezza.

Questa conoscenza, però, non può dirci quale sia lo stato del bacino della ricchezza reale e quando la cosiddetta economia si sgretolerà.

Mentre si possono ricavare alcune conclusioni da certi fattori, l'interazione complessa dei vari fattori impedisce la conoscenza di ciascun fattore in qualsiasi punto nel tempo.

Alcuni fattori come l'offerta di moneta — in quanto opera con un certo ritardo — può fornirci informazioni utili su eventi futuri — come i cicli di boom/bust e l'inflazione dei prezzi. Ma una variazione dell'offerta di moneta non interessa tutti i mercati nello stesso momento. Va da un individuo ad un altro individuo — da un mercato all'altro. (E' questo che causa il ritardo dai cambiamenti nell'offerta di moneta e ai suoi effetti nei vari mercati.)

Contrariamente alle scienze naturali, in economia — attraverso la consapevolezza che ogni effetto deve avere una causa e la comprensione della legge della scarsità (più abbiamo, meno importante diventa) — siamo in grado di ricavare l'intero corpo della conoscenza economica.

Questa conoscenza, che non dovrebbe essere confusa con la conoscenza acquisita da campi relativi come la storia, la storia economica e la statistica, è certa e non deve essere verificata mediante esperimenti in laboratorio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Macroeconomia

Von Mises Italia - Lun, 12/01/2015 - 09:00

Gli Austriaci non simpatizzano molto per la macroeconomia. L’analisi condotta a livello di grandi aggregati – produzione globale, investimenti totali, livello dei prezzi, esportazioni ecc. – rischia di nascondere la circostanza fondamentale che le grandezze globali non sono altro che il risultato delle azioni e interazioni dei singoli agenti (nelle loro vesti di acquirenti, venditori, risparmiatori; individualismo metodologico), il cui comportamento è meglio colto dalla microeconomia. Le proposizioni della macroeconomia non sono altro che la teoria microeconomica completamente sviluppata; il funzionamento del sistema economico è spiegato nel modo più adeguato attraverso le sue unità elementari e le loro regole di composizione.

I macroeconomisti, principalmente della tradizione keynesiana, asseriscono invece l’esistenza di un certo grado di autonomia della macroeconomia, la non completa riducibilità di questa alla microeconomia. Con la conseguente enfatizzazione di strumenti quali il modello IS-LM[1] e la misurabilità statistica e la manipolazione del Pil e delle sue componenti; e, accusano gli Austriaci, con la perdita della corretta percezione delle relazioni causali fra le variabili.

Quanto detto non significa che la scuola Austriaca non abbia proposto analisi di taglio macroeconomico, cioè descrizioni che illustrano gli effetti di determinate azioni a livello dell’intero sistema economico. In particolare vi sono due temi che possono essere qualificati ‘macro’: i mutamenti nelle preferenze temporali e gli aumenti nella quantità di moneta con le loro conseguenze nel creare i cicli economici. Dunque la teoria del ciclo e la teoria della preferenza temporale sono descrizioni macroeconomiche, in quanto le conseguenze dei cambiamenti si ripercuotono su tutti i mercati e non possono essere isolate e limitate al mercato della moneta e a quello dei tassi di interesse.

Non a caso Roger Garrison[2], uno degli Austriaci più impegnati nell’analisi macroeconomica, ha affermato che il tempo e la moneta sono gli “universali” della teoria economica. Le varie scuole – keynesismo, monetarismo, nuova macroeconomia classica, neokeynesismo – trattano il tempo e la moneta troppo superficialmente rispetto al ruolo centrale che giocano nelle economie reali. In ultima istanza, l’argomento della macroeconomia è l’intersezione fra il “mercato del tempo” e il “mercato della moneta”.

Infatti la moneta è il mezzo di scambio universale, essa entra negli scambi con tutti i beni, e dunque i suoi mutamenti quantitativi influenzano tutti i mercati. Mentre gli eccessi di offerta o domanda di qualsiasi bene possono essere rimossi attraverso mutamenti del prezzo, con effetti minimi sui mercati degli altri beni, gli eccessi di offerta o domanda di moneta non possono essere limitati al solo mercato della moneta.

Per quanto riguarda il tempo, tutte le attività produttive ne sono coinvolte. La preferenza temporale determina il tasso di interesse, che a sua volta stabilisce il livello dei risparmi e degli investimenti. Mutamenti del tasso di interesse provocano cambiamenti nella struttura della produzione e del capitale; dunque si riverberano sul sistema economico nel suo complesso. Il capitale è una sequenza di stadi di produzione, la sua struttura temporale è una variabile macroeconomica chiave.

In sostanza, poiché tutti usano la moneta e tutte le azioni coinvolgono il tempo, cambiamenti nella quantità di moneta o nelle preferenze temporali incidono su tutti i mercati. Tuttavia la peculiarità della macroeconomia Austriaca è data dal fatto che gli effetti macroeconomici hanno sempre un carattere microeconomico, nel senso che sono originati da decisioni di specifici soggetti (ad esempio la banca centrale per la quantità di moneta o i tassi di interesse) che provocano distorsioni dei prezzi e modifiche conseguenti nei comportamenti degli agenti economici, la cui interazione alla fine del processo può essere letta in termini di risultati macro.

La teoria del ciclo Austriaca dunque può essere considerata l’analisi macroeconomica per eccellenza.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] La curva IS è definita in base all’assunzione che risparmi e investimenti sono uguali. Ex post lo sono sicuramente, ma non è necessario che lo siano ex ante, come invece ipotizza l’analisi IS-LM. Se il tasso di interesse non è in linea con le preferenze di risparmiatori e investitori, risparmi e investimenti ex ante possono divergere, provocando cambiamenti nei prezzi e nell’allocazione delle risorse, compreso il lavoro. Inoltre il tasso di interesse non viene considerato il coordinatore del mercato dei fondi. Il modello macroeconomico, così come la Teoria generale di Keynes, non riescono a cogliere tutto ciò, e a renderne conto.

[2] R. Garrison, Time and Money: The Universals of Macroeconomic Theorizing, in “Journal of Macroeconomics” 6, 2, primavera 1984, pp. 197–213.

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Parigi ultimo atto

Luogocomune.net - Dom, 11/01/2015 - 23:10
La puntata de "La Gabbia" dedicata al "terrorismo islamico".



(Gli interventi di Giulietto Chiesa sono a 0.54:45 e 02:02:04).

A tutti i "Charlie" dell'ultima ora

Luogocomune.net - Ven, 09/01/2015 - 20:10
Ora che su Parigi è calato il sipario, possiamo provare a fare un paio di riflessioni.

1 - Domenica Renzi, Rajoy, Merkel, Cameron e Hollande si incontreranno a Parigi. Ne uscirà certamente un qualche accordo fra i maggiori stati europei "per contrastare il terrorismo". Naturalmente, non faranno nulla che possa servire veramente a contrastare un'eventuale terrorismo - anche perché loro sanno meglio di noi quale sia la matrice reale di questo "terrorismo". Ma vorranno certamente dare l'impressione che "l'Europa è unita nel combattere il terrorismo", perché questo è il messaggio che in questo momento fa comodo a tutti loro. Prepariamoci all'ennesima messinscena.

2 - Sul fatto che i due assassini di Parigi siano stati identificati grazie alla carta d'identità "dimenticata" in macchina, si sono già espressi in modo efficace i nostri utenti nel precedente articolo. Non c'è bisogno di aggiungere nulla, se non forse il fatto che anche i "terroristi pakistani" degli attentati di Londra del 2005 furono identificati grazie alla carta d'identità contenuta nello zainetto di uno di loro. Insomma, fare il poliziotto oggi è diventato facile: basta saper leggere un indirizzo su una carta di identità, e la medaglia è garantita.

3 - Dai vari telegiornali di oggi è venuto fuori che gli attentatori di Parigi erano molto ben conosciuti ai servizi francesi, e quindi molti si domandano come mai costoro abbiano potuto agire in piena libertà, ...

Rannichiatevi e copritevi — La calma sta finendo, la tempesta è in arrivo

Freedonia - Ven, 09/01/2015 - 11:10




di David Stockman


Il 15 Settembre 2008 è stato il giorno in cui la Lehman è morta e le banche centrali del mondo sono andate all-in guidate dalla FED. E' stato un tuffo epocale nella deformazione monetaria più pericolosa che il mondo abbia mai visto.

In quel momento era in atto una liquidazione di quel che rimaneva dei mercati dei capitali. Una pulizia dal marciume speculativo che si era accumulato durante l'era Greenspan. Ma la falsa depressione sbandierata dall'accolito della FED, Ben Bernanke, non ha lasciato operare questa pulizia. Lo zio Ben sventolava il feticcio di una'imminente Grande Depressione 2.0 — mandando nel panico Washington, Wall Street e il resto del mondo.

Il giorno successivo AIG sembrava come Ground Zero — il luogo in cui è stato confezionato l'intero "contagio" sistemico. In verità AIG non era portatrice di un misterioso contagio finanziario che era arrivato da una cometa dello spazio profondo.

Come la storia ha ormai dimostrato, gli $800 miliardi nel bilancio patrimoniale di AIG erano perfettamente solvibili. Non un contratto d'assicurazione sulla vita, né una polizza in qualsiasi parte del mondo era in pericolo la mattina del 16 settembre.

L'unica cosa marcia erano i CDS (credit default swap) della filiale inglese di AIG, i quali erano monumentalmente illiquidi. Joseph Cassano e gli altri incompetenti che la gestivano, avevano passato i due decenni precedenti a raccogliere monetine (i premi dei CDS) di fronte ad un rullo compressore, mentre si sfregavano le mani all'idea di tutti quegli utili — tutto per il bene dei loro bonus stratosferici.

Ma con l'implosione del mercato dei mutui cartolarizzati, dovevano soddisfare le margin call sui contratti d'assicurazione alla cui base c'erano CDO ipotecari. In verità, però, tutta la montagna dei CDS era una falsa assicurazione sebbene la holding di AIG non avesse ricevuto un'accertazione giuridica sulle centinaia di miliardi di dollari e asset liquidi sistemati in decine delle sue principali filiali.

Sul piano giuridico e sul flusso di cassa, l'impero assicurativo di Hank Greenberg era essenzialmente un fondo comune. Cassano e la sua combriccola stavano implicitamente impegnando asset (attraverso un rating AAA sponsorizzato da AIG) appartenenti a qualcun altro — cioè, le altre filiali e i commissari statali che li controllavano.

Eppure questo fatto scandaloso non solo non ha scatenato una crisi mondiale, non ha affatto scatenato una crisi. Sì, le centinaia di miliardi di contratti CDS venduti da Cassano a Londra, erano fasulli e non potevano essere rimborsati — dal momento che la holding non aveva capitale liquido disponibile. Tuttavia venivano acquistati da una dozzina delle più grandi banche del mondo, tra cui Deutsche Bank, Barclays, Societe Generale, Bank of America/Merrill Lynch e Goldman Sachs, tanto per citare alcuni dei soliti sospetti. E come ho documentato in The Great Deformation, queste banche avrebbero potuto permettersi il lusso di subire il colpo dei CDO — colpo ampiamente meritato tra l'altro.

Per quanto riguarda il primo punto, il bilancio complessivo delle grandi banche colpite era di circa $20 bilioni all'epoca e la perdita potenziale sui contratti CDS, che la holding di AIG non poteva coprire, era di circa $80 miliardi. Dopo tutto la maggior parte dei CDO che queste mega-banche aveva acquistato e poi magicamente trasformato in crediti AAA, era costituita dalle cosiddette tranche “super-senior”. Il sudiciume alla base delle strutture di capitale dei CDO — che hanno generato profonde perdite — era stato impegnato dagli investitori e dai fondi fiduciari istituzionali in villaggi di pescatori norvegesi e roba simile.

Così il giorno della resa dei conti per la frode rappresentata dai CDS di AIG, non sarebbe affatto stata una minaccia per il sistema bancario del mondo. Le perdite potevano essere pari allo 0.5% delle loro posizioni combinate — una botta unica che i broker di Wall Street avrebbero consigliato di ignorare e che avrebbe potuto intaccare i bonus dei banchieri l'anno successivo o anche meno.

E quei banchieri stupidi dovevano essere puniti per la loro negligenza, stupidità e avidità. Purtroppo Cassano non è mai stato incriminato per la sua caterva di CDS fasulli, nonostante fosse una frode in bella vista. Chiunque avesse letto il 10K di AIG avrebbe visto che il suo bilancio consolidato era pingue di stop ai dividendi e limiti di capitale imposti dalle autorità di regolamentazione alle filiali. Cassano non ha mai, mai avuto il denaro per soddisfare richieste di margin call o per ripagare i crediti reali; le sue illusioni se le sono bevute solo i fessi.

Ma questo fiume di stupidità e negligenza era davvero enorme se consideriamo la storia dell'era finanziaria moderna; era davvero il Rubicone. Il Segretario Paulson, Bernanke e la cricca di Wall Street, trasformando con destrezza di mano un colpo trascurabile al bilancio delle mega-banche del mondo — la maggior parte delle quali era istituzioni quasi-socialiste in Europa e sarebbero state salvate dai loro governi in ogni caso — nel presunto crollo del possente AIG, hanno aperto la porta all'attuale follia monetaria globale.

All'epoca AIG era una sottospecie di gold standard finanziario — un pachiderma con un bilancio AAA che teneva insieme l'intero mercato finanziario. Quando di punto in bianco — senza neanche un paio di giorni di preavviso per il pubblico attento — sembrava finita in un buco nero da $180 miliardi, non solo sarebbe nato il mito del crollo sistemico e del "contagio" finanziario; ma avrebbe guadagnato una risonanza immediata anche in tutta Wall Street e Washington.

Il resto è storia, come si suol dire. E che fantastica, ma deplorevole storia è stata. A causa dei maledetti feticci del passato che oggi animano il giornalismo mainstream, ci si è già dimenticati dei bilanci mastodontici delle banche centrali — i quali non esistevano neanche lontanamente sei anni fa. Infatti, era una cosa inimmaginabile allora — anche per lo stesso Bernanke.

Ma dopo il catalizzatore AIG, è giunta alla ribalta la folle stampa monetaria. Come illustrato qui sotto, ci sono voluti 94 anni affinché la FED aumentasse il suo bilancio a $900 miliardi — qualcosa raggiunto costantemente, creando nuovo credito dal nulla nel corso degli anni e dei decenni. Ma in sei settimane dalla cosiddetta crisi AIG, Bernanke ha fatto quello che i suoi predecessori avevano realizzato in un intero secolo.

E poi non si è fermato più. Per combattere il presunto nemico del "contagio" e impedire una sana pulizia di Wall Street, alla fine del 2008 ha quasi triplicato il bilancio della FED e da lì è andato ancora oltre.




E naturalmente non è stata solo la FED ad arroventare le rotative della stampante monetaria. A causa della loro ideologia keynesiana, le altre banche centrali del mondo hanno seguito l'esempio. Al tempo della crisi, il bilancio combinato di FED, BCE e BoJ era di $3.5 bilioni o circa l'11% del PIL. In breve tempo questo numero avrebbe raggiunto $11 bilioni o il 30% del PIL del cosiddetto G-3.

Se contiamo la BOE, la PBOC, le banche centrali degli esportatori di petrolio, la Russia, la banca centrale indiana e quella australiana, avremo un bilancio totale superiore ai $16 bilioni o circa il triplo del livello pre-crisi.




Questo tsunami di credito delle banche centrali ha fatto poco per l'economia reale in luoghi dove il settore privato aveva già raggiunto un "picco del debito", come negli Stati Uniti e in Europa; e ha alimentato un ultimo giro di investimenti improduttivi in luoghi dove tale picco non era stato ancora raggiunto, come Cina, Brasile e gran parte del resto dei mercati emergenti.

Ma in tutti questi Paesi non ha fatto altro che alimentare un'inflazione nei prezzi degli asset finanziari che nessuno aveva mai visto prima.

Prima del raffreddamento recente, i mercati azionari di tutto il mondo avevano raggiunto una capitalizzazione di circa $75 bilioni rispetto ai $25 bilioni del marzo 2009. E, sì, $50 bilioni di guadagni in un batter d'occhio hanno fatto meraviglie per il patrimonio netto del cosiddetto 1%.

Ma ha fatto anche qualcosa di diverso; ha distrutto le restanti vestigia di una stabilità dei mercati finanziari e di un price discovery onesto. Dopo 6 anni di tsunami monetario delle banche centrali, i segnali di mercato genuini sono stati annacquati; le posizioni short sono state seppellite; gli scettici sono stati buttati fuori a calci; gli investitori anziani si sono ritirati; gli speculatori hanno acquistato "protezioni" (cioè, scommesse sull'S&P 500) a pochi spiccioli; e la legge "comprare nei ribassi" è diventata inattaccabile.

Ancora più importante, i mercati dei capitali sono stati trasformati in casinò praticamente privi di tutte le informazioni economiche......tranne i comunicati stampa delle banche centrali, utili per il front-running da parte di banche commerciali, società di intermediazione e hedge fund. Alla fine, l'unico motivo per comprare nei mercati era l'irrefrenabile salita di tutte le classi di asset rischiosi; e l'unico rischio di cui valeva la pena preoccuparsi, era rappresentato dai comunicati dei banchieri centrali e dei loro tirapiedi a Wall Street.

Fino a quando la truffa della banca centrale andrà avanti, non vi sarà motivo per non comprare, comprare, comprare. Il più grande pagliaccio nel mondo finanziario, Jim Cramer di CNBC, è diventato un profeta. Infatti, la spensieratezza di quest'uomo è diventata parte integrante del casinò.

E il VIX è la pistola fumante. Nell'arco di circa 72 mesi, i banchieri centrali del mondo hanno buttato il rischio finanziario fuori dal casinò.




In realtà, non l'hanno bandito; hanno solo fatto finta che non esistesse. Quando ogni asset finanziario aumenta, il casinò crea la propria garanzia collaterale: il guadagno di ieri diventa il titolo ipotecato, o ri-ipotecato, di domani a garanzia del prossimo giro di acquisti. E finché i valori patrimoniali si gonfiano, il rischio insito in queste catene viene smorzato.

Ma questo è esattamente il motivo per cui l'attuale madre di tutte le bolle finanziarie è così pericolosa e instabile. L'"offerta" marginale dipende da garanzie i cui valori sono gonfiati, caratteristica nascosta nella selva e nelle trame di tutto il sistema finanziario globale. Per esempio, quando due sere fa il mercato azionario cinese ha subito un vuoto d'aria del 5.5% nel giro di pochi minuti, è accaduto perché le autorità finanziarie hanno cancellato obbligazioni repo emesse da agenzie di sviluppo locali fallite.

Detto in modo diverso, l'economia mondiale è piena di bombe ad orologeria finanziarie, perché la repressione finanziaria della banca centrale ha causato un drastico mispricing di quasi ogni classe di asset finanziario.

Come ha fatto notare Ambrose Evans-Prichard, la ZIRP delle banche centrali ha compresso radicalmente i mercati del debito del mondo. Questo significa che i tassi di capitalizzazione — la base per valutare decine di migliaia di miliardi di titoli a reddito fisso e immobiliari in tutto il mondo — sono così ridicolmente bassi da essere addirittura stupidi:

Ormai è chiaro che il mondo è diventato dipendente dagli stimoli delle banche centrali. Bank of America ha detto che 56pc del PIL mondiale sono attualmente supportati da tassi di interesse pari a zero, e così anche 83pc di titoli nelle borse mondiali. La metà di tutti i titoli di stato del mondo, rende meno dell'1pc. Circa 1.4 miliardi di persone stanno vivendo con tassi negativi, in una forma o nell'altra.
Inutile dire che questa repressione finanziaria delle banche centrali ha scatenato un inseguimento scriteriato per "rendimenti" o guadagni di breve termine. Di questi tempi il concetto di "esuberanza irrazionale" pare aver acquisito una nuova connotazione. Prendete in considerazione, ad esempio, gli sfortunati investitori in fondi comuni o i gestori istituzionali che hanno acquistato CLO e CDO nel settore energetico. Qual è la garanzia per i rendimenti al 5% pubblicizzati da questi fondi — titoli spesso emessi e gestiti dalla stessa gente che l'ultima volta ha venduto prodotti finanziari simili nel settore immobiliare?

La garanzia è rappresentata da prestiti a leva emessi da operatori nel settore dell'olio di scisto. La garanzia collaterale dietro questi prestiti a leva, a sua volta, è rappresentata dalle rocce di scisto che sono risultate inutili fino al 2005 e oggi risulterebbero altrettanto inutili senza un costo del greggio nettamente più alto e un costo dei capitali nettamente più basso.

Detto in altro modo, la garanzia dell'olio di scisto va a farsi friggere dopo circa due anni, a meno che non venga lanciato nuovo denaro nei pozzi petroliferi e i prezzi del petrolio non tornino ben al di sopra dei $75-80 al barile. Ma con il prezzo del petrolio che ora sta sprofondando verso i $50, presto le perforazioni si fermeranno, la produzione andrà a farsi benedire, il valore della garanzia dell'olio di scisto regredirà a zero, i mutuatari andranno in default, i CLO nel settore energetico imploderanno e i cacciatori di rendimenti verranno lasciati con un pugno di mosche in mano.

Non si può dire la stessa cosa per i titoli di stato italiani al 2%? Come ricordato di seguito, l'economia italiana non è cresciuta per sei anni, il suo rapporto debito/PIL è schizzato in alto e il suo sistema politico si sta disintegrando.





Quindi, da dove è arrivata la "domanda" dopo il "whatever it takes" di Draghi che in soli 24 mesi ha abbassato dal 7% al 2% il rendimento di questa spazzatura obbligazionaria?

Beh, l'ha creata la BCE stessa. Gli speculatori hanno fatto front-running alla dichiarazione di Draghi, hanno comprato un mucchio di obbligazioni italiane e quindi hanno scaricato i loro acquisti nel mercato dei pronti contro termine. Sì, la ZIRP delle banche centrali significa essenzialmente un carry trade a costo zero; è la fonte di quella domanda a cui non interessa se il 2% è sufficiente. I bond vengono trattenuti solo per qualche giorno o addirittura per qualche ora, almeno finché può essere sfruttato il mercato dei pronti contro termine e i prezzi obbligazioni continuano a salire.

Poi, un bel giorno, le cose vanno a rotoli. Credete che le obbligazioni internazionali in dollari — un esempio del debito da $9 bilioni dei mercati emergenti — emesse dalle banche turche a garanzia dei loro prestiti rappresentino una storia diversa? Basta solamente guardare alla catena di garanzie. Istanbul è composta da chilometri di appartamenti ed edifici commerciali vuoti che sono la garanzia dei prestiti bancari turchi. Ma qual è l'equity dei costruttori immobiliari che hanno stipulato questi prestiti — se non il loro "investimento" nel governo di Erdogan? Il più delle volte il suddetto equity è costituito dagli acconti sullo spazio di costruzione; denaro sborsato dagli speculatori che l'hanno preso in prestito dalle stesse banche.

In un mondo pervaso dalla ZIRP, le catene di garanzie collaterali si estendono così in profondità nel mondo sotterraneo della speculazione che nessuno riesce più a capire cosa appartiene a chi. Almeno finché le cose non esplodono. Poi apprenderemo del "rischio" che era stato spinto sotto il tappeto durante la grande bolla degli ultimi 6 anni, proprio come è successo nel settembre 2008.

In breve, il rischio è venuto fuori dal suo nascondiglio; le catene di garanzie collaterali si stanno incrinando; le bombe ad orologeria finanziarie stanno cominciando ad esplodere.

Non c'è nulla di particolarmente nuovo in questi sviluppi — anche perché è la terza volta che accade in questo secolo. Ma forse stavolta c'è qualcosa di diverso.

Questa volta la carneficina finanziaria potrebbe essere peggiore, perché il recente tsunami monetario della banca centrale è stato decisamente più grande e più virulento di quello che ha preceduto l'evento Lehman o l'implosione delle dot-com.

Inoltre le banche centrali ora hanno terminato la polvere da sparo asciutta — i tassi di interesse sono già a zero. Questo significa che un ricorso ad una nuova espansione monetaria non potrà essere giustificato come un tentativo di "stimolare" la macro-economia mediante un abbassamento temporaneo dei tassi di interesse a livelli "straordinariamente" bassi.

Invece una nuova esplosione del bilancio della FED in stile Bernanke, come quella che ha fermato il tracollo finanziario nell'autunno/inverno 2008-2009, verrà considerata esattamente per quello che è — ciarlataneria monetaria e una mossa dettata dalla disperazione.

Quindi rannichiatevi e copritevi. Questa tempesta potrebbe essere apocalittica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Abbiamo bisogno di un prestatore di ultima istanza?

Von Mises Italia - Ven, 09/01/2015 - 09:00

Il referendum scozzese per l’indipendenza si è concluso con esito negativo. Non ci saranno, per ora, ulteriori discussioni su cosa dovrebbe fare la Scozia con le proprie istituzioni monetarie. Comunque, c’è ancora una questione che mi piacerebbe venisse discussa dato che trascende il caso particolare della Scozia, indipendentemente dal voto in favore dell’indipendenza o meno.

Esiste, infatti, una diffusa convinzione secondo cui un solido sistema bancario necessiti di una banca centrale che agisca come prestatore di ultima istanza. In breve, la questione è la seguente: esistono delle potenziali instabilità intrinseche al sistema bancario e per evitare una crisi che metta a repentaglio i metodi di pagamento, una banca centrale “esterna” alle forze del mercato dovrebbe agire come prestatore ultimo.

Ci sono due problemi con questa linea di ragionamento. Innanzitutto, viene si premette un sistema bancario strutturalmente instabile. Ciò non è così ovvio come, talvolta, si crede. Inoltre, si assume come avere un prestatore “di ultima istanza” equivalga ad avere una banca centrale.

Ipotizziamo che la Scozia avesse votato in favore dell’indipendenza, decidendo unilateralmente di continuare ad usare la sterlina inglese (è opportuno tener presente che – rispetto ad un accordo bilaterale – una decisione unilaterale dà al paese più flessibilità nel caso in futuro si voglia cambiare la valuta, ad esempio nel caso in cui la sterlina inglese si rivelasse una scelta sbagliata). Nel caso di una scelta unilaterale di questo tipo, in linea di principio le banche scozzesi non potrebbero rivolgersi alla Banca d’Inghilterra come prestatore di ultima istanza.

Non è che le banche che non abbiano accesso al credito manchino di una banca centrale. La questione è se il “prestatore di ultima istanza” debba fornire credito alle banche in ogni circostanza, oppure soltanto alle banche che non hanno liquidità ma che sono comunque solventi (perché possiedono asset di valore, ad esempio, ndr.). Ma se la banca centrale, nella sua funzione di prestatore finale, deve imitare il mercato, che senso ha averne una? E se una banca centrale non si comporta come il mercato, ma al contrario, fornisce facile accesso al credito a banche insolventi, allora non solo si aggiungono pericolosi problemi di moralità relativi al settore bancario, ma si mina l’efficienza stessa del mercato. Un mercato finanziario in cui banche insolventi sono capaci di sopravvivere grazie ad un prestatore di ultima istanza è meno efficiente e stabile di un mercato dove le stesse necessitino di essere solventi per non fallire (come in ogni altro mercato).

Le Crisi Bancarie Premiano le Banche Efficienti

La crisi del 1890 nel sistema free banking australiano è significativa. Mentre le banche insolventi avevano problemi finanziari e perdevano riserve, quelle più efficienti aumentavano le proprie riserve invece che perderle, un risultato opposto a quello che ci si aspetterebbe seguendo la tesi dell’instabilità strutturale. Quote di mercato passavano dalle banche inefficienti a quelle efficienti. Il sistema bancario non era instabile. In realtà, fu l’interferenza governativa introdotta per “controllare” la crisi a peggiorare le cose. L’emanazione di 5 giorni festivi per le banche rese incerta la differenza fra quelle solventi ed insolventi; il mercato non aveva una netta distinzione fra quali banche meritassero fiducia e quali no. Inoltre, l’intervento governativo permise alle banche ormai fallite di riaprire senza dover pagare i propri debiti passati. Quelle che utilizzarono le proprie riserve ed i propri depositi in maniera efficiente si trovavano, dunque, in una situazione peggiore di quella di banche a cui fu permesso di ignorare i propri obblighi finanziari. Gli istituti bancari efficienti cominciarono a perdere le loro riserve in favore di quelli inefficienti, ormai liberi da debiti.

Un altro esempio storico è quello dell’Ayr Bank, durante il periodo del free banking scozzese. La Ayr Bank fece ciò che non era tenuta a fare: emise banconote convertibili in oro in eccesso. Com’era prevedibile, la banca fallì. Questo caso viene, talvolta, preso ad esempio di come il fallimento di una banca possa danneggiare altri istituti, dato che il fallimento dell’Ayr Bank colpì negativamente molte piccole banche. Tuttavia, ciò è solo parzialmente vero: le banche che fallirono erano quelle che avevano investito nell’Ayr Bank, esponendosi finanziariamente ad essa. Fallirono dunque le banche che si comportarono esattamente come la Ayr Bank stessa: gestendo male le proprie risorse, ovvero investendo in maniera imprudente.

Libertà e Flessibilità Sono le Risposte

Le altre banche libere che gestirono meglio i propri soldi non furono colpite dalla crisi, la quale fornì soltanto un ulteriore esempio storico di come funzioni il mercato in ambito bancario e in relazione alla moneta, laddove gli attori siano in grado di distinguere fra banche efficienti e non. Inoltre, com’è comune nel settore bancario, i conti correnti di una banca sulla via del fallimento possono essere acquisiti da banche in buone condizioni finanziarie, il che vuol dire che il fallimento di una banca non implica necessariamente una perdita del deposito per i propri clienti. Esattamente come la bancarotta di un’azienda non è un fallimento del mercato, ma una correzione dello stesso, tale interpretazione dovrebbe applicarsi in egual modo nei casi di fallimento di banche inefficienti, i quali aumentano la quota di mercato di quelle efficienti (come in qualunque altro ambito).

È del tutto improbabile che la Scozia avrebbe optato per il free banking, se avesse votato in favore dell’indipendenza. Un’alternativa per la Scozia (o per qualunque altro paese neo-indipendente) potrebbe essere l’uso dell’Euro (o di una qualunque altra moneta) piuttosto che della sterlina. In ogni caso, determinare quale valuta sia la migliore da utilizzare dovrebbe essere una scelta demandata alla popolazione locale, mentre scoprire quale moneta dia più vantaggi è un processo ottenibile tramite il mercato.

Il bisogno di un prestatore di ultima istanza non è un forte argomento per giustificare l’esistenza di una banca centrale. Al contrario, potrebbe essere uno dei motivi per non averne una.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

The post Abbiamo bisogno di un prestatore di ultima istanza? appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Sarebbe un male per l'economia se il petrolio scendesse a $3 al barile?

Freedonia - Gio, 08/01/2015 - 11:12




di Gary North


Se il prezzo del petrolio scendesse a $3 al barile, e vi rimanesse per 10 anni, sarebbe una cosa buona.

E se questo portasse ad una massiccia disoccupazione nel settore petrolifero? Sarebbe una cosa buona.

Ma il compito primario di un'economia di libero mercato non è quello di equilibrare l'offerta e la domanda? Sì. Quindi non è importante che l'occupazione rimanga alta dimodoché anche la produzione possa rimanere alta? Questo è il punto di vista del keynesismo. E' anche il punto di vista del mercantilismo. Ma la domanda è sbagliata. Un'azienda non impiega un sacco di gente affinché la produzione rimanga alta. Impiega un sacco di persone affinché la produzione soddisfi la domanda ad un prezzo che è vantaggioso per l'azienda. Se un'azienda continuasse a produrre grandi quantità di merci che non potrebbero essere vendute con profitto, commetterebbe un errore terribile. Sprecherebbe risorse. A questo punto sarebbe meglio chiudere bottega. Andare a pesca. Fermare lo spreco.

L'economia di libero mercato, secondo Adam Smith, e anche secondo Ludwig von Mises, dovrebbe produrre beni al fine di soddisfare la domanda dei clienti. Il compito dell'economia di libero mercato non è quello di impiegare più persone possibili. Non è fare in modo che gli investitori ricevano un tasso di rendimento normale. Il compito dell'economia di libero mercato è quello di permettere ai consumatori di trovare tutto ciò di cui hanno bisogno ad un prezzo che sono disposti a pagare. Tale prezzo viene definito prezzo di compensazione. Il compito centrale degli imprenditori è quello di creare una produzione che sarà venduta con profitto ad un prezzo di compensazione.

Cos'è un prezzo di compensazione? E' il prezzo oltre il quale nessuno venderà l'oggetto e nessuno lo acquisterà, a meno che tale prezzo non cambi. Se un imprenditore è in grado di prevedere quale sarà questo prezzo, e quindi organizzerà la capacità produttiva al fine di soddisfare questa domanda ad un prezzo che produrrà un profitto, allora il denaro investito sarà stato ben speso e ne guadagnerà altro.

Il compito dell'imprenditore non è quello di capire quante persone dovrebbero essere impiegate, ad eccezione di un unico scopo: produrre qualcosa che il mercato comprerà. Non è compito dell'imprenditore servire i lavoratori. Il compito dell'imprenditore è servire gli acquirenti. Qualsiasi altro punto di vista porterà ad una qualche variante del mercantilismo. Adam Smith confutò tale posizione nel 1776, ma il mondo è pieno di mercantilisti che non hanno letto Smith, o che non capiscono Smith, o che non ritengono vantaggioso ammettere quanto affermato da Smith perché vogliono sbancare col mercantilismo. E, in fin dei conti, è proprio quello che fece Adam Smith. Un anno dopo aver scritto La Ricchezza delle Nazioni (1776), finì sul libro paga del governo come capo dell'ufficio doganale del ramo scozzese dell'Impero Britannico. Fece soldi riscuotendo i pagamenti tariffari che credeva fossero un male per l'economia.



PETROLIO MENO CARO

Sfregamenti di mani nervosi, lamenti e stridori di denti sono i protagonisti delle preoccupazioni odierne in cui il prezzo del petrolio scende e le compagnie petrolifere perderanno un sacco di soldi.

Alcune persone credono davvero che il compito numero uno dell'economia di libero mercato sia quello di fornire agli investitori tassi di rendimento alti. Poi, sempre secondo il loro punto di vista, quello successivo sarebbe la concessione di saggi salariali al di sopra di quelli di mercato. Solo alla fine queste persone si concentrano sul compito dell'imprenditore, e cioè equilibrare l'offerta e la domanda ad un prezzo che lo mantenga in affari.

La discesa del prezzo del petrolio è un male per quelle persone che hanno investito in titoli spazzatura emessi da un sacco di compagnie petrolifere, le cui azioni sono scese di circa il 60%. I loro bond stanno andando anche peggio. Ciò che è buono per il consumatore americano, e per ogni altro consumatore, è petrolio a basso costo che viene venduto a prezzi bassi. Ciò permette ai consumatori di raggiungere più efficacemente i loro obiettivi. Il fatto che un sacco di aziende in questo settore stiano andando in bancarotta poiché hanno preso in prestito troppo denaro, non è di alcun interesse per i consumatori. "Non è un nostro problema."

Se i produttori di petrolio vogliono vendere petrolio ad un prezzo particolare, e questo prezzo è vantaggioso sia nel breve sia nel lungo periodo (si pensi all'Arabia Saudita), è irrilevante se un sacco di compagnie petrolifere americane (che non avrebbero mai dovuto iniziate i loro progetti) ora scoprono di essere in bancarotta. Dovranno vendere i loro beni a quegli imprenditori che sono stati abbastanza intelligenti da rimanere fuori dal mercato dell'olio di scisto. Il petrolio sarà ancora nel terreno, ma gli investitori che hanno pagato l'attrezzatura per estrarlo hanno fatto un grosso errore. Non hanno visto quello che stava per succedere. Hanno perso il loro investimento. Questo è un loro problema, non dei consumatori. E non è nemmeno un problema del Federal Reserve System, del Dipartimento del Tesoro, o di chiunque altro voglia estrarre sangue da una rapa.

La disoccupazione salirà sicuramente nel North Dakota. Questo è un male per tale stato, ma al resto del Paese non importerà. Anche se portasse disoccupazione in Texas, varrebbe lo stesso principio. Qualcuno ha fatto un errore e il calo del prezzo del petrolio ha portato grandi perdite per quelle persone che l'hanno commesso. Questo è il sistema dei prezzi di libero mercato. Questo è il sistema profitti/perdite. Si tratta solo di trasmettere le informazioni ai partecipanti. Le informazioni che sta trasmettendo ai dirigenti delle aziende che hanno preso in prestito troppo denaro sono queste: "State per andare in bancarotta. Siete stati pesati sulla bilancia e siete stati trovati mancanti. Finirete fuori da questa linea di mercato. Qualcun altro vi sostiuirà."

Questa è esattamente l'informazione che deve essere trasmessa a queste persone. E' anche l'informazione che deve essere trasmessa alle persone che saranno in grado di comprare questi cattivi investimenti ad un prezzo ribassato. Poi saranno in grado di staccare degli utili una volta che il prezzo del petrolio risalirà.

Il prezzo del petrolio tornerà a salire. Nel febbraio 2009, West Texas Intermediate commerciava un barile di petrolio a $37.51. Alla fine di dicembre, il prezzo era arrivato a poco meno di $80 al barile. Ma quelle persone che hanno investito sul presupposto che non sarebbe ritornato a $37.51 al barile hanno perso. I loro investimenti costavano troppo. Avrebbero dovuto aspettare a comprare. Questa è l'imprenditorialità: perdite e profitti.

E' un bene avere un sacco di petrolio ad un prezzo economico. E' un male per quegli imprenditori nell'olio di scisto che non sono stati molto bravi a prevedere tale esito, ma questo non è un problema dei consumatori. Questo non è un problema del governo federale. Questo non dovrebbe essere un problema del Federal Reserve System.



MERCANTILISMO KEYNESIANO

Purtroppo il keynesismo è una forma di mercantilismo. Il keynesismo insegna che la ricchezza viene creata dall'investimento, in particolare dall'investimento degli stati che spendono a deficit. Il keynesismo ritiene fondamentale che l'investimento vada avanti, anche se la produzione non risultasse proficua. Il keynesismo è convinto che deficit pubblici e tassi di interesse abbassati dalle banche centrali, se combinati, generano occupazione. E' vero; creeranno occupazione. Poi, quando la domanda dei consumatori non conferma le decisioni prese dagli imprenditori keynesiani sovvenzionati dalle politiche statali, scopriamo che le loro iniziative erano fallimentari. Questa è una cosa buona. Quando un'impresa produce perdite, dovrebbe essere eliminata dal processo di mercato. Questo è ciò che accadrà a molte aziende che hanno scommesso sul fracking e che per rimanere redditizie hanno bisogno di un prezzo del petrolio a $80 al barile.

Il prezzo del petrolio potrebbe tornare anche a quella cifra. Nulla dice che debba rimanere al livello attuale, cosa che sta infliggendo enormi perdite ad imprenditori che non hanno previsto quanto sta accadendo. Ma questa non è una minaccia per l'economia americana o l'economia mondiale. Il fatto che gli imprenditori che hanno preso decisioni sbagliate subiscano perdite, è una cosa assolutamente buona. E' un bene per l'economia. Riduce gli sprechi. Espelle dal mercato quegli imprenditori che non hanno previsto con precisione la situazione attuale. Questa è la giustificazione tradizionale del sistema di libero mercato, e tale logica non è cambiata solo perché il prezzo del petrolio è sceso del 50% da giugno.

Non cessa mai di stupirmi come quelle persone che si professano sostenitrici del libero mercato, siano in realtà dei keynesiani. Credono davvero che sia un male per l'economia quando emerge la natura improduttiva di investimenti fatti da imprenditori mediocri e il loro valore cola a picco. Questo è ciò che sta accadendo oggi per quanto riguarda l'olio di scisto. I consumatori dovrebbero rispondere così: "Non è un nostro problema."



CONCLUSIONE

La produzione non è il grande vantaggio del capitalismo. La produzione che possiede una domanda ad un prezzo specifico, è il grande vantaggio del capitalismo. Il concetto chiave è il prezzo di compensazione. Non la produzione aggregata. Non l'occupazione aggregata. Non la stabilità dei prezzi aggregati. E' questo, e solo questo: la produzione che possiede una domanda ad un prezzo oltre il quale nessun altro comprerà o venderà. Questo è tutto. Questa è l'economia in una lezione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Parigi: Cherchez la femme?

Luogocomune.net - Mer, 07/01/2015 - 13:10
Se io fossi Marine Le Pen, mi augurerei di tutto cuore un attentato come quello che è successo oggi a Parigi. Due uomini incappucciati che hanno massacrato 11 persone mentre urlavano "vendicheremo il Profeta" mi tornerebbero estremamente utili per portare avanti la mia campagna elettorale, basata sulla xenofobia e sulla Islamofobia in particolare.

Se io fossi un sionista, mi augurerei di tutto cuore un attentato come quello che è successo oggi a Parigi. Due uomini incappucciati che hanno massacrato 11 persone mentre urlavano "vendicheremo il Profeta" mi tornerebbero certamente utili per riaffermare il concetto che l'Islam è una religione violenta, abominevole, e che per questo motivo tutti i musulmani sono dei nemici della pace e della democrazia.

Se io fossi Francois Hollande mi augurerei di tutto cuore ...

La soluzione monetaria russa

Freedonia - Mer, 07/01/2015 - 11:07




di Alasdair Macleod


L'ipotesi che segue, se attuata, è certo che avrà un effetto significativo sull'oro e sul rapporto tra oro e tutte le valute cartacee.

La ri-monetizzazione dell'oro da parte di una grande potenza come la Russia, richiamerebbe l'attenzione sui difetti delle valute fiat emesse da quegli stati incapaci o non disposti a fare lo stesso. Sarebbe uno scisma in un ordine monetario mondiale basato sul dollaro.

La Russia ha chiarito il suo preminente obiettivo monetario: farla finita con il dollaro statunitense per quanto riguarda il commercio estero, un'ambizione che condivide con la Cina e i suoi partner asiatici. Inoltre, nel breve termine, la debolezza del rublo sta indebolendo l'economia russa costringendo la Banca Centrale di Russia (BCR) ad imporre tassi di interesse alti per difendere la valuta e ad aumentare il peso del debito in valuta estera. Non c'è dubbio che uno degli obiettivi delle sanzioni economiche della NATO è quello di danneggiare l'economia russa, indebolendone la valuta, e questa politica sta funzionando poiché quest'anno il rublo è sceso del 30% nei confronti del dollaro (con la prospettiva di ulteriori cali).

La Russia si sta confrontando con la realtà: usare i dollari negli scambi esteri la mette in svantaggio nella guerra valutaria contro l'America e i suoi alleati della NATO. C'è una soluzione che è stata suggerita in un recente articolo di John Butler, ed è quella di collegare il rublo all'oro o, più correttamente, inaugurare un gold exchange standard.[1] Il professor Steve Hanke della John Hopkins University ha proposto in alternativa che la Russia stabilisca un comitato valutario per stabilizzare il rublo. Il professor Hanke sottolinea che nel 1918, dopo la rivoluzione bolscevica quando la Gran Bretagna e altre nazioni alleate invasero e controllarono brevemente la regione, la Russia settentrionale legò il rublo alla sterlina inglese. Quello che non ha detto è che all'epoca la sterlina sarebbe stata accettata come sostituto dell'oro, quindi un comitato valutario era l'equivalente di un gold exchange standard ma in terre straniere.

Nel corso degli anni il professor Hanke ha prestato il suo consiglio a diversi governi affinché introducessero un comitato valutario, ma probabilmente possiamo escluderla come opzione per la Russia a causa del suo desiderio di tagliare i ponti col dollaro. Tuttavia l'idea di Butler (Es. legare il rublo all'oro) è sicuramente fattibile. Il debito estero del settore pubblico russo ammonta a soli $378 miliardi in un'economia da $2 bilioni, le sue riserve di valuta estera ammontano a $429 miliardi di cui oltre $45 miliardi sono in oro fisico, e il deficit di bilancio di quest'anno è probabile che sarà di circa $10 miliardi, considerevolmente meno dell'1% del PIL. Questi rapporti suggeriscono che un gold exchange standard potrebbe funzionare fintanto che viene mantenuta una disciplina fiscale e viene moderata l'espansione del credito.

Una volta inaugurato, i russi non verrebbero limitati nell'acquisto e nella vendita di oro per conservare il tasso di cambio del metallo giallo. La BCR ha anche il potere di gestire la liquidità dei rubli, e come sottolinea John Butler, potrebbe emettere obbligazioni a cedola che sarebbero attraenti rispetto al possesso di rubli in contanti. Con l'emissione di questi titoli, al pubblico verrebbe offerto un rendimento superiore ai tassi di leasing con cui l'oro viene commerciato sul mercato di Londra. Pertanto, mentre si tornerebbe ad avere dimestichezza con il denaro sonante, la popolazione regolerebbe i propri affari finanziari ad un tasso di interesse notevolmente inferiore a quello attuale del 9.5%-10%, ma nel contesto di una moneta sonante verrebbe sempre rimborsato. Ovviamente la BCR dovrebbe monitorare l'espansione del credito bancario al fine di garantire che tassi di interesse più bassi non producano un pericoloso aumento dei prestiti bancari compromettendo tale organizzazione.

In breve, la banca centrale potrebbe facilmente contrastare qualsiasi tendenza al rimborso in oro dei rubli, ritirando questi ultimi dalla circolazione e limitando il credito. Inoltre bisognerebbe prendere in considerazione i rubli all'estero, ma la situazione attuale è favorevole. E' probabile che gli speculatori nei mercati dei cambi abbiano venduto rubli in cambio di dollari ed euro a causa della situazione ucraina e per sfruttare i prezzi del petrolio più bassi. L'annuncio di un gold-exchange standard potrebbe quindi portare ad una maggiore domanda estera di rubli nei mercati valutari, perché queste posizioni verrebbero chiuse quasi certamente. Poiché oggi vi è un basso appetito per l'oro fisico nei mercati dei capitali occidentali, sarebbe improbabile che i titolari esteri di rubli li possano scambiare per l'oro, preferendo di venderli in cambio di altre valute fiat. Ora potrebbe essere un buon momento per introdurre un gold-exchange standard.

La minaccia più grande ad una parità rublo-oro deriverebbe probabilmente dalle bullion bank di Londra e New York che acquisterebbero rubli da presentare alla BCR in cambio di lingotti, così da coprire le loro posizioni short. Ciò potrebbe essere eliminato da normative a restrizione di tali scambi, ma anche permettendo l'emissione di rubli per accordi non commerciali e non il contrario.

Possiamo constatare che la gestione di un gold-exchange standard è certamente possibile. Stando così le cose, il tasso di cambio potrebbe essere impostato vicino ai prezzi correnti, diciamo 60,000 rubli l'oncia. Invece di un intervento nei mercati valutari, la BCR dovrebbe utilizzare le sue riserve di valuta estera per costruire e conservare oro a sufficienza in modo da gestire comodamente il tasso di cambio rublo-oro.

Una volta stabilita la connessione rublo-oro, è probabile che il prezzo dell'oro si stabilizzerà rispetto alle altre valute, e probabilmente aumenterà qualora venga ri-monetizzato. Dopo tutto, la Russia ha circa $380 miliardi di riserve di valuta estera, la maggior parte delle quali può essere utilizzata per acquistare oro. Tale numero equivale a quasi 10,000 tonnellate di oro ai prezzi correnti, a cui possono essere aggiunti i ricavi futuri dall'esportazione di energia. E se altri Paesi cominciassero a seguire l'esempio della Russia, anch'essi si ritroverebbero a vendere dollari per l'oro.

Il costo della vita della popolazione russa dovrebbe iniziare a scendere non appena il rublo si stabilizzerà, in particolare per quei beni essenziali alla vita. Ciò ha implicazioni politiche fortemente positive rispetto al dolore attuale dell'inflazione dei prezzi alimentari all'11.5%. Nel corso del tempo il risparmio nazionale crescerebbe, stimolato da un welfare state ristretto, da una stabilità monetaria di lungo termine e da tasse basse. Questo è l'ambiente ideale per lo sviluppo di una forte base manifatturiera, come ha chiaramente dimostrato l'esperienza post-bellica della Germania, ma senza i suoi costi sociali e fiscali alti.

Gli economisti occidentali, istruiti nella gestione della domanda, penseranno che sia una follia imporre un gold-exchange standard e rinunciare alla possibilità di espandere la quantità di moneta fiat, ma ignorano l'evidenza empirica di una Gran Bretagna prospera che nel 1844 aveva un gold standard. Non capiscono che l'inflazione monetaria crea incertezza per gli investimenti di capitale e distrugge i risparmi reali necessari per finanziarli. Invece credono alla fallacia che il progresso economico possa essere gestito attraverso la svalutazione della valuta e la distruzione dei risparmi.

Essi danno per scontato che la Russia abbia bisogno di svalutare i suoi costi per rendere redditizi il settore energetico e minerario. Ancora una volta, questa è una fallacia esposta dall'esperienza del 1800, quando tutti gli interessi britannici oltremare, che fornivano le materie prime all'Impero, erano gestiti in base ad una sterlina d'oro. La Russia, infatti, per non essere gravata dai costi ingestibili dei debiti e del welfare, per mantenere i mercati del lavoro flessibili e poco regolamentati e per avere un bilancio in pareggio, può gettare le basi di un impero eurasiatico duraturo abbracciando un gold-exchange standard; come la Gran Bretagna dopo le guerre napoleoniche, il futuro della Russia giace nelle nuove opportunità e non nelle industrie e nelle istituzioni presenti.

In poche parole, è il caso che la Russia prenda in considerazione un passo del genere; se cogliesse questa opportunità di stabilire un gold-exchange standard, non ci saranno conseguenze per i suoi rapporti economici con il resto del mondo, lo stesso vale per le questioni geopolitiche.

Per le nazioni occidentali sarebbe difficile accusare la Russia di voler indebolire il sistema monetario globale basato sul dollaro. Dopo tutto, nel corso della riunione del G20 a Brisbane è stato detto al presidente Putin che la Russia non era la benvenuta come partecipante agli affari internazionali, e la linea ufficiale della FED afferma che l'oro non ha più un ruolo nella politica monetaria.

Tuttavia, se la Russia adottasse un gold-exchange standard è quasi certo che risveglierebbe questioni mai sparite all'interno delle altre nazioni del G20, soprattutto i tentativi di lunga data delle banche centrali di de-monetizzarlo. Potrebbe segnare l'inizio della fine per il sistema monetario internazionale basato sul dollaro, dividendo il mondo in due fazioni: quelli che vorrebbero seguire l'esempio della Russia e quelli che non potrebbero o non vorrebbero. Il discriminante potrebbe essere il livello di spesa pubblica e il livello delle passività di lungo termine del welfare state, perché gli stati che succhiano troppa ricchezza dalle loro popolazioni e devono affrontare costi sociali crescenti non saranno in grado di soddisfare le condizioni necessarie per ancorare le proprie valute all'oro. In questa categoria possiamo metterci quasi tutte le nazioni avanzate, le cui valute sono prevalentemente il dollaro, lo yen, l'euro e la sterlina. Altre nazioni senza questi oneri e che godono di tax rate più bassi, hanno la possibilità di impostare un gold-exchange standard se desiderano isolarsi da una futura crisi monetaria fiat.

Lo scopo di questo articolo è, inoltre, quello di esaminare lo stesso caso ma per altri paesi, come la Cina, la quale sta lavorando ad un obiettivo simile. Naturalmente la Russia potrebbe non contemplare attivamente un gold standard, ma ogni giorno che passa Vladimir Putin sta mostrando il desiderio di consolidare il controllo politico ed economico della Russia sulla regione eurasiatica, mentre si allontana da America ed Europa occidentale. L'istituzione dell'Unione Eurasiatica Economica, il dominio dell'Asia in partenariato con la Cina attraverso lo Shanghai Cooperation Organisation e i piani per istituire un'alternativa alla rete di pagamenti bancari SWIFT, sono tutte testimonianze del suddetto esito. Sarebbe quindi negligente escludere quella cosa che potrebbe mettere fine ai tentativi esteri di indebolire il rublo e l'economia russa: spostare la guerra valutaria lontano dagli scambi con l'estero e nel mercato dell'oro fisico, dove Russia e Cina hanno le carte migliori da giocare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[1] Dal punto di vista tecnico un gold standard è uno standard monetario in cui la merce di scambio è l'oro, i depositi e le banconote sono interamente garantiti da monete d'oro, e nell'economia circolano monete d'oro. Un gold exchange standard permette l'utilizzo di altri metalli come monete e l'emissione di valuta e credito senza la piena copertura di oro, purché la banca centrale possa convertirli in oro su richiesta.

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Fallimento del mercato o fallimento dell’interventismo pubblico?

Von Mises Italia - Mer, 07/01/2015 - 09:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

La crisi economico-finanziaria che tra il 2007 e il 2008 ha colpito tutto l’occidente industrializzato, è fenomeno così complesso da rendere semplicistico qualsiasi tentativo di spiegarla basandosi solo su alcuni semplici fattori causali. La stessa teoria austriaca, fin qui descritta nella versione datane da von Hayek, ben difficilmente può dirsi spiegazione univoca e completa del fenomeno. Ma tale problematica affligge, a prescindere dalla loro coerenza interna e dal loro potere esplicativo, tutte le teorie che riguardino un fenomeno sociale di queste dimensioni.

Il problema di fondo consiste nel fatto che, per quanto sulla carta si possa mostrare che, dato A segue B, non è possibile effettuare una reale controprova: eliminare, cioè, o modificare il fattore (o i fattori) indicato come causale, e verificare che effettivamente non segua più B; questo privilegio, riservato alle hard science, non è concesso alle scienze sociali, e quindi a quella economica; si possono certamente effettuare comparazioni tra fenomeni storici, che non saranno mai però perfettamente identici; o effettuare simulazioni di tipo econometrico; non però esperimenti paragonabili a quelli che si possono condurre, ad esempio, nella fisica sperimentale; una delle conseguenze è che non si riesce a falsificare (popperianamente parlando) un determinato tipo di ipotesi che quindi, per quanto screditate, possono sempre tornare a ripresentarsi, sotto vesti magari anche leggermente diverse.

Come mette in evidenza von Hayek nella prolusione tenuta in occasione della consegna del premio Nobel per l’economia:

“Diversamente dalla posizione che esiste nelle scienze fisiche, nell’economia e in altre discipline che si occupano di fenomeni essenzialmente complessi, gli aspetti degli eventi da spiegare di cui possiamo ottenere dati quantitativi sono necessariamente limitati e possono non includere quelli importanti. Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante, che determina gli eventi osservati, può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, potranno mai essere completamente conosciute o misurabili”.1

Senza contare, poi, quanto grande risulta l’influenza di impostazioni etiche di tipo differente nella scelta di un determinato tipo di lettura dei fenomeni economico-sociali; e quanto l’inconciliabilità di questi punti di vista renda difficoltoso il confronto, stante che la lettura di un certo fenomeno è determinata spesso a priori.

Ma lasciando da parte queste considerazioni metodologiche, quello che tenteremo di fare sarà allora di inquadrare, sulla scia dell’impostazione tracciata da Hayek e dai maestri austriaci, il complesso fenomeno di crisi del 2008; ci focalizzeremo innanzitutto sulle conseguenze di un certo tipo di politica monetaria espansionistica portata avanti dalla Fed, come Machlup fa notare: “La tesi fondamentale della teoria del ciclo economico di Hayek è che i fattori monetari costituiscono la causa del ciclo stesso, ma i fenomeni reali lo costituiscono”2 , vale a dire che il ciclo è determinato da fattori monetari, ma tali fattori monetari producono effetti reali sull’economia (il che si ricollega al discorso sulla non-neutralità della moneta che prima abbiamo svolto)

Quando si parla della crisi del 2008 è divenuto quasi un luogo comune descriverla come una crisi del libero mercato o del libero scambio

A sostenere questa linea di pensiero sono in tanti, dal presidente francese Sarkozy, che ha annunciato «la fine del Capitalismo Laissez-faire», all’economista Roubini, sino allo stesso New York Times, che non manca di ricordare come gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una mentalità laissez-faire e che negli ultimi 30 anni questo si sia tradotto in una politica di deregulation sempre più spinta.

Un importante economista come Lawrence Summers ha scritto, esprimendosi sull’ultima crisi “il pendolo sta tornando – e deve continuare a tornare- verso un rafforzamento del ruolo del governo al fine di salvare i mercati dai loro eccessi e dalle loro inadeguatezze”3.

Come fa notare Pascal Salin “[la crisi] spesso interpretata come conseguenza del comportamento di banchieri avidi e miopi che avrebbero approfittato dell’eccessiva libertà apportata da una deregolamentazione finanziaria senza limiti, finisce per essere considerata la prova d’una instabilità interna del capitalismo e della conseguente necessità di una maggiore regolamentazione statale”4

Tesi non troppo distante da quella sostenuta da Marx a metà dell’800, circa una fatale tendenza del sistema capitalistico alla crisi. Ancor più significativo è il giudizio di Alan Greenspan, capo della Federal Reserve per 18 anni, fino al gennaio del 2006.

Il 23 ottobre 2008, nel corso della sua audizione richiesta da parte d’un comitato della Camera dei Rappresentanti americana incaricato di determinare le cause del crollo della Borsa, Alan Greenspan ha, come scrive il New York Times, “ammesso di aver avuto torto nel fidarsi del mercato per regolare il sistema finanziario senza un controllo supplementare del Governo”. E continua dicendo: “Ho commesso un errore nel fare affidamento sull’interesse privato delle organizzazioni, principalmente del banchieri, per proteggere i loro azionisti. Quanti tra noi facevano affidamento sull’interesse degli istituti di credito per proteggere gli azionisti (io in particolare) sono in stato di shock ed incredulità. Ho trovato una faglia nell’ideologia capitalista. Non so fino a che punto sia significativa o duratura, ma questo mi ha fatto piombare in uno stato di grande smarrimento. La ragione per la quale sono scioccato è che l’ideologia del libero mercato ha funzionato per quarant’anni, ed anche eccezionalmente bene”5

Il problema però, nel sostenere una tesi di questo tipo, è che parlare di “libero mercato” in una situazione come quella pre-2008 è una forzatura; come scrive K. Dowd, professore di Financial Risk Management alla Nottingham Business School “l’argomento è privo di senso, perché non abbiamo un libero mercato. Piuttosto, i mercati operano all’interno di un contesto di intenso intervento statale; la nostra priorità deve essere d’investigare le condizioni e i parametri entro cui i mercati sono lasciati “liberi” di operare”6.

La tesi che sosterremo è, quindi, che la crisi non è il prodotto d’un fallimento del capitalismo o del libero mercato; ma, coerentemente a quanto esposto nel capitolo teorico sul ciclo economico austriaco, individueremo la causa principale nella politica monetaria condotta dalla Federal Reserve; sotto Alan Greenspan prima, ed ora Ben Bernanke, la Fed ha posto in essere un tipo di politica monetaria tale da favorire in modo massiccio l’azzardo morale tra gli investitori, in modo particolare nel settore immobiliare e nel settore dei prodotti finanziari.

Quello che Gary Gorton ha chiamato “il panico del 2007” è il risultato dell’agire da un lato della politica monetaria, dall’altro degli sforzi delle autorità statali di garantire l’accesso alla casa di proprietà per un numero il più elevato possibile di soggetti; tale impostazione ha favorito la crescita dei cosiddetti mutui sub-prime (n.a. anche se in realtà, al di là di mutui prime o subprime, sono stati i mutui a tasso variabile, quindi quelli che maggiormente risentono del livello dei federal funds rate, a subire il tracollo maggiore al momento dell’esplosione della bolla), ed il fiorire di un’impressionante mole di prodotti finanziari derivati al fine di sostenere tali prestiti.

Sempre secondo Gorton (2008), al fine di sostenere economicamente i mutui subprime, il sistema finanziario ha sviluppato una complessa serie di prodotti finanziari (interlinked securities, special purpose vehicles and derivatives) connessi ai mutui subprime. Il valore di queste securities risultò essere inusualmente sensibile al valore dei prezzi immobiliari sottostanti.

Quando però la Fed, preoccupata di derive inflazionistiche, decide di correggere la sua politica facendo virare verso l’alto il federal funds rate, che tocca il picco di 5.25% nel giugno 2006; e in contemporanea la crescita del prezzo degli immobili inizia a frenare per poi iniziare a flettere, i nodi vengono al pettine: gli effetti si ripercuotono sui prodotti derivati ed assicurativi, venendo amplificate dalla carenza di informazioni affidabili (complice l’estrema difficoltà nel calcolarlo) circa la valutazione del rischio implicito in tutti questi prodotti.

Procediamo dunque ad illustrare nel dettaglio la storia che, qui su, abbiamo solo abbozzato nelle sue linee di fondo.

Gabriele Manzo

Note

1 Von Hayek F, 1974, The Pretence of Knowledge

2 Machlup, F. (1974) “Friedrich von Hayek’s Contributions to Economics.”

3 Summers, L. 2008 “The pendulum swings towards regulation” Financial Times

4 Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg XXXIII

5 Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg 18

6 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 141, Cato Journal

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