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Come il 1936 ha consolidato il trionfo dei progressisti

Freedonia - Mar, 10/02/2015 - 11:10




di Gary North


In genere gli americani, conservatori e libertari, sono d'accordo sull'anno peggiore del XX secolo: 1913.

Nel 1913 ebbero luogo tre eventi importanti. In primo luogo, venne approvato un emendamento costituzionale che istituiva una tassa sul reddito. Era una bugia, non venne approvato. Ma il Procuratore Generale degli Stati Uniti lo disse lo stesso e così, tra la popolazione, si pensò che fosse stato davvero approvato.

In secondo luogo, venne modificata la Costituzione in modo che i membri del Senato potessero essere votati attraverso elezioni pubbliche. Questo fu per lo più un cambiamento simbolico. Oltre la metà degli stati aveva già adottato questa disposizione. Ma c'era la sensazione di una modifica sostanziale alla Costituzione degli Stati Uniti: la vecchia idea che il Senato fosse eletto dalle legislature statali, era ufficialmente defunta.

In terzo luogo, venne creato il Federal Reserve System alla fine di dicembre.

L'elezione del 1912 vide lo scontro di tre progressisti: Taft, Roosevelt e Wilson. L'elezione del 1904, in cui Alton B. Parker perse contro Teddy Roosevelt, rappresentò l'ultima volta in cui qualcuno in possesso di principi costituzionali ottenne la nomination da uno dei due principali partiti politici. Teddy Roosevelt lo distrusse alle urne. Dopo le elezioni, il radicale populista William Jennings Bryan annunciò che quella rappresentava la fine del "Clevelandismo". Aveva ragione.



1936

Io sostengo che il 1936 fu il secondo anno più disastroso del XX secolo. In quell'anno Franklin Roosevelt fu rieletto come presidente. Il New Deal sembrava aver avuto successo nel ridurre la disoccupazione e nel far riprendere l'economia. Invece fu l'espansione monetaria da parte della Federal Reserve, insieme alla creazione del FDIC nel 1934, che stimolò l'economia con un boom temporaneo.

Nel 1937 quel boom si trasformò in una grave recessione. Da quel momento il New Deal si mostrò per quello che era: incapace di sconfiggere la Grande Depressione. Quest'ultima venne attenuata nel 1940, con l'inizio degli acquisti militari da parte del governo britannico. Scomparve durante la seconda guerra mondiale a causa di controlli dei prezzi e inflazione monetaria di massa. Il governo tolse dalla forza lavoro 12 milioni di uomini, e poi ampliò l'economia con acquisti militari. Il controllo dei prezzi portò al razionamento. Il tasso di disoccupazione scese, con 405,000 morti americani che furono rimossi dalla categoria "alla ricerca attiva di occupazione". La Grande Depressione -- le risorse inattive -- scomparve perché i salari reali diminuirono drasticamente, il che è esattamente quello che sarebbe successo se il presidente Hoover e il presidente Roosevelt non avessero imposto controlli dei prezzi, cosa che invece ha impedito al mercato di pulire gli errori economici del passato.

L'altro grande evento del 1936 fu la pubblicazione del libro di John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money. Dopo sei anni di depressione, gli economisti standard, ad eccezione degli economisti della Scuola Austriaca, non riuscivano spiegare la Grande Depressione. Sarebbe dovuta scomparire nel 1933. Non accadde. Gli economisti accademici non avevano alcuna spiegazione, e gli economisti più giovani ne volevano una. Il libro di Keynes sembrò offrire una soluzione analitica e una soluzione pratica: spesa pubblica in deficit. Questo fu ciò che fecero gli stati sin dal 1930, ma il libro di Keynes battezzò la pratica e ne invocò una dose maggiore.

Quegli economisti che successivamente avrebbero criticato le tesi di Keynes, a quanto pare erano ciechi e sordomuti nel 1936 e nel 1937. Hayek non rispose in pubblico al libro, cosa che relegò la sua carriera dal 1936 al 1974 ad una sorta di critico dimenticato ai margini dell'analisi economica. Il mondo accademico lo abbandonò perché lui l'aveva abbandonato. Era il critico numero uno di Keynes nel 1936 e si rifiutò di rispondergli in merito al libro. Sembrava che fosse stato sconfitto intellettualmente. Sembrava che l'analisi economica di Keynes fosse immune alle critiche del membro più famoso della Scuola Austriaca.

Nel 1937 la McMillan, che aveva pubblicato il libro di Keynes e che aveva già pubblicato il libro del 1934 di Lionel Robbins, The Great Depression, pubblicò un libro di tre autori che trattava analiticamente le cause della Grande Depressione: Banking and the Business Cycle. Accusava le banche centrali. Ma questo libro non ebbe mai alcuna trazione, e rimane ancora oggi dimenticato. Per fortuna il Mises Institute lo mette a disposizione a titolo gratuito o in un formato facilmente stampabile, ma quasi nessuno se lo ricorda. Quasi nessuno nel 1937 sapeva che esistesse.

Keynes creò una rivoluzione intellettuale all'interno del mondo accademico e all'interno della comunità politica. Keynes sosteneva ciò che i politici volevano comunque fare. Viviamo all'ombra di Keynes perché gli economisti accademici vissero all'ombra della Grande Depressione nel 1936. Furono sconfitti intellettualmente, o nel caso di Hayek, rimasero muti. Questo fu sufficiente a trasferire a Keynes e ai suoi discepoli la leadership intellettuale in campo economico per il resto del XX secolo, e ancora oggi la loro tradizione è dominante. Non come lo era nel 1956, o nel 1965, ma è ancora dominante.



FARLA FRANCA

Ho invitato un qualunque giovane e brillante economista della Scuola Austriaca a dedicare i prossimi 20 anni ad una confutazione completa della General Theory di Keynes. Nessuno ha accettato la mia proposta. E' indicativo, ancora una volta, che Keynes se la cava a buon mercato.

Inoltre anche il New Deal se la cava a buon mercato. Siamo ancora in attesa di una confutazione completa dell'idea che Franklin Roosevelt abbia salvato la democrazia americana, che abbia salvato il sistema capitalista dall'autodistruzione e che fu attirato nella seconda guerra mondiale, non perché mise pressione al governo giapponese affinché attaccasse Pearl Harbor, ma perché l'Impero giapponese era miope e crudele. Se l'è cavata a buon mercato sin dal 1945, almeno nei libri di testo. La serie di Ken Burns sui Roosevelt è semplicemente l'ultimo esempio.

Esistono libri contro vari aspetti dell'amministrazione Roosevelt, ma non esiste un solo libro, scritto da uno storico esperto che comprenda anche l'economia della Scuola Austriaca, che critichi il New Deal come spinta verso una guerra contro il governo costituzionale, l'economia di mercato e la libertà personale. Franklin Roosevelt non viene visto come l'uomo che ha completato la distruzione della repubblica americana, un processo che era stato visibilmente inaugurato da Abraham Lincoln, garantito da Woodrow Wilson e terminato da Franklin Roosevelt. Nessuno che sostiene tale tesi potrebbe aspirare ad insegnare in una qualsiasi delle grandi università americane, e il libro non verrebbe pubblicato da una qualsiasi delle grandi case editrici americane. Quindi, nessuno storico tenta di scriverlo.

Thomas DiLorenzo potrebbe scrivere la parte economica del libro, ma non ha alcuna competenza nella letteratura revisionista della seconda guerra mondiale. Il libro dovrebbe essere un lavoro di due studiosi. Ma, ricordate, DiLorenzo non è uno storico certificato dal punto di vista professionale. Per scrivere il libro, lo storico che scriverebbe la sezione su Pearl Harbor dovrebbe ottenere il sostegno di un esperto al di fuori del dipartimento di economia. Anche in questo caso possiamo capire quanto sia messa male la situazione oggi, quasi 70 anni dopo la morte di Franklin Roosevelt.

Inoltre, per quanto ne so, nessuno storico americano ha vagliato tutto il materiale fornito dal revisionismo sulla seconda guerra mondiale, riportando alla luce i vecchi argomenti, pubblicando i documenti dalle fonti originali e dedicando almeno 20 anni ad uno studio dettagliato dell'evento. I grandi storici revisionisti restano quelli che hanno ricevuto la cattedra prima della seconda guerra mondiale e che hanno pubblicato i loro libri tra il 1946 e il 1953: Charles A. Beard e Charles C. Tansill. Dal punto di vista storiografico, la Fondazione Rockefeller e il Council on Foreign Relations hanno avuto successo sin dal 1946. Hanno ucciso il revisionismo della seconda guerra mondiale prima ancora che nascesse. Lo fecero con i soldi. Poi intervenne la comunità accademica, respingendo il revisionismo della seconda guerra mondiale e definendolo una cospirazione sostenuta da eccentrici. Ad oggi la situazione nelle aule accademiche non è cambiata.

Non è che non abbiamo avuto storici di primo piano che avrebbero potuto farlo. Non è che non abbiamo avuto economisti di primo piano che avrebbero potuto demolire il lavoro di Keynes. E' che non abbiamo avuto giovani disposti a dedicare tutta la loro carriera a quella che era chiaramente un'operazione kamikaze. Prima di dedicare la loro vita ad un compito apparentemente impossibile, avrebbero preferito che il mondo accademico avesse cambiato opinione. Non sono disposti a pagare il prezzo.



CONCLUSIONE

Fino a quando il mito di Keynes e il mito di Franklin Roosevelt, che sono strettamente intrecciati, non verranno confutati in una serie di materiali accademici esaustivi, e poi tradotti in materiali accessibili al grande pubblico e agli studenti nel ramo dell'homeschooling, il controllo dell'Establishment sarà schiacciante sui media e sul mondo accademico. Il World Wide Web offre un modo per aggirare il potere dell'Establishment, ma in questi due settori fondamentali della storia americana -- il New Deal e l'introduzione di Keynes al keynesismo -- non abbiamo ancora iniziato a combattere.

Le battaglie intellettuali sul New Deal e su Keynes facevano parte di una guerra continua. I conservatori e i libertari l'hanno persa nel 1936, ma non a causa delle presunte lacune nella loro teoria. Mises aveva fornito la base della risposta nel 1912 con The Theory of Money and Credit. Anche Hayek gettò le basi: Monetary Theory and the Trade Cycle (1933). Ma nel 1936 nessuno dei due si sedette a scrivere risposte definitive a Keynes. Nessuno di loro l'ha mai fatto. Mises scrisse un libro importante nel 1957: Theory and History. A quel punto Keynes aveva trionfato nel mondo accademico occidentale. L'ultimo libro di Hayek fu del 1988: The Fatal Conceit.

Bisogna combattere quando arriva la battaglia. Non basta essere ben armati. Bisogna difendersi e lottare.

Dobbiamo ancora lanciare un assalto in piena regola alla General Theory. Failure of the "New Economics" (1959) di Hazlitt era solo l'inizio, ma una confutazione in un volume quasi sconosciuto non è sufficiente. Ci deve essere un assalto in piena regola. Deve essere continuo. Deve iniziare con la General Theory e poi deve estendersi ad Economics di Samuelson: ogni edizione.

Per quanto riguarda FDR, The Roosevelt Myth (1948) di Flynn rimane l'unico volume che critica tutto il periodo della sua presidenza: politica interna e politica estera. Non fu scritto da uno storico esperto, ma da un vecchio giornalista. Non riuscì a fare breccia nell'opinione pubblica. Il mito di FDR è ancora universale.

Le due battaglie ancora infuriano. Stiamo ancora perdendo. Fino a quando non le vinceremo entrambe, continueremo a perdere la guerra.

Un Grande Default è in arrivo. A quel punto l'eredità di FDR e Keynes sarà vulnerabile ad una revisione. Il lavoro di revisione deve iniziare ora.

Doveva essere iniziato nel 1937.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Luogocomune.net - Lun, 09/02/2015 - 11:43
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Incombe una crisi fiscale senza fine

Freedonia - Lun, 09/02/2015 - 11:10




di David Stockman


A quell'epoca non esisteva affatto una scelta.

Non avreste trovato un solo economista keynesiano, o marxista, che avrebbe consigliato la via di un'enorme debito pubblico e della sua monetizzazione da parte della banca centrale (cosa che in realtà sarebbe accaduta tre decenni più tardi).

Allora Washington aveva barcollato fino alla cifra di $1 bilione. Nell'ottobre del 1981, con l'economia americana che stava scivolando in una recessione a doppio fondo, la matematica fiscale della Reaganomics stava già cominciando a strappare le cuciture del bilancio. Il "taglio fiscale di Reagan" aveva innescato una guerra monumentale a Capitol Hill tra le varie lobby di interessi particolari, e aveva finito per ridurre la base delle entrate permanenti di circa il 6.2% del PIL.

Allo stesso modo, il bilancio della difesa si prevedeva che dovesse crescere del 5% in termini reali per alcuni anni, ma il Pentagono aveva spaventato talmente tanto il nuovo presidente da fargli autorizzare un decennio di spese folli che a metà degli anni '80 avrebbero triplicato il budget della difesa (i neocon gli dissero che l'Impero del Male era prossimo alla vittoria militare, quando invece stava sprofondando in un baratro economico). Inutile dire che i modesti tagli nazionali approvati durante l'inizio dell'amministrazione Reagan non intaccarono minimamente questi eccessi monumentali sul fronte fiscale e della difesa.

Nell'autunno del 1981 non solo la Casa Bianca oltrepassò per la prima volta la soglia che conduceva oltre il bilione di debito pubblico; ma c'era la paura che grandi deficit permanenti sarebbero diventati la norma ed avrebbero condotto ad una crisi fiscale e, di conseguenza, alla rovina economica.

E in base agli standard del passato, sebbene si fosse tollerata l'infame politica "guns and butter" di Johnson che prevedeva un deficit pari al 2.5% del PIL, la prospettiva era terribile. Negli anni '80, infatti, la nazione arrivò ad avere un deficit del 6% del PIL.

E c'è un altro punto saliente. La banca centrale era gestita dal grande Paul Volcker, il quale era determinato a spezzare la schiena dell'inflazione a doppia cifra che i suoi predecessori, William Miller e Arthur Burns, avevano generato nel corso degli anni '70. Va da sé, quindi, che nessuno pensava che Volcker avrebbe monetizzato il debito federale per facilitare la vita ai politici spendaccioni.

Per l'ultima volta nella storia, Washington avrebbe dovuto stringere la cinghia.

Nei tre anni successivi, con le buone e le cattive, venne compensato circa il 40% del gigante taglio delle tasse di Reagan. Infatti nel 1983 venne aumentata di circa il 20% anche l'imposta sui salari per salvare dal fallimento il fondo fiduciario della Previdenza Sociale.

Nel complesso, queste misure di rigore fiscale non ebbero un effetto trascurabile. Misero un freno al deficit che altrimenti sarebbe andato fuori controllo a causa delle spese per la difesa, della riduzione delle imposte e della recessione economica che stava eruttando dall'inevitabile medicina monetaria di Volcker. Tuttavia, dal 1982 al 1986, il deficit federale era in media il 5% del PIL.

Niente del genere era mai stato immaginato prima, o perlomeno al di fuori di una guerra mondiale — nemmeno da professori come Samuelson, Heller, Tobin e altra marmaglia keynesiana. Durante il tempo di pace tra il 1954 e il 1964, ad esempio, il deficit federale era in media meno dell'1% del PIL e Eisenhower aveva effettivamente raggiunto diversi avanzi fiscali in quel periodo.

Fare ricorso a deficit massicci, nonostante gli sforzi di una ripresa nel 1982-84, non era minimamente preso in considerazione da tipi come Paul Krugman. All'epoca lui faceva parte dello staff economico di Reagan. Mai una volta aveva affermato che il debito nazionale al 33% del PIL era troppo piccolo e che fosse necessario uno "stimolo" a tempo indeterminato.

Poi arrivarono la vittoria di Volcker sull'inflazione, una forte ripresa economica e la campagna “morning in America” del 1984. Ai fini pratici, il lavoro di ripristinare completamente una rettitudine fiscale è rimasto incompiuto, come si è poi scoperto.

Il deficit strutturale aveva iniziato a ridursi in modo modesto grazie alla forte ripresa economica del 1983-1985 (quando la crescita del PIL raggiunse in media il 5% annuo), alle entrate di un triplice aumento delle tasse approvato da Reagan tra il 1982 e il 1984, e al massiccio aumento delle tasse sui salari nascosto dietro al cosiddetto salvataggio della Previdenza Sociale (1983).

Questo fu un punto di svolta storico. Infatti la riforma della Previdenza Sociale e del Medicare passò in secondo piano grazie al trucco dell'aumento delle tasse sui salari. Ciò fece registrare eccedenze di cassa nei fondi fiduciari e nei due decenni successivi permise un accumulo intra-governativo di IOU. Queste eccedenze servirono a spazzare sotto il tappeto il disastro fiscale dei cosiddetti "diritti intergenerazionali sociali", i quali incarnano proiezioni lunghe 75 anni che risultano sempre troppo ottimiste.

Dal gennaio 1985 qualsiasi altro aumento delle tasse o taglio al bilancio della difesa, sarebbe stato fuori discussione per la Casa Bianca. I politici di entrambi gli schieramenti, allergici a qualsiasi taglio della spesa, erano più che felici di accantonare eventuali riduzioni di spesa più significative.

Così dal 1985 la politica di bilancio è andata per i fatti suoi. La scritta sul muro era visibile ben prima della follia fiscale di George W. Bush scoppiata nel 2001. Durante i dodici anni delle amministrazioni Reagan-Bush, il debito pubblico avrebbe raggiunto $4.3 bilioni e sarebbe stato 4 volte superiore a quello che Jimmy Carter ci aveva lasciato.

Ironia della sorte, il flagello della spesa in deficit e il suo avversario primario (es. i repubblicani) avrebbero unito le forze per generare un deficit che in media sarebbe stato del 4.1% del PIL. Il ricorso dodecennale ad un deficit permanente non era dovuto ad un'economia debole o ad una crescita insufficiente del PIL, come i revisionisti di Reagan hanno sostenuto sin da allora. Infatti tra il 1982 e il 1993 la crescita del PIL è stata in media del 3.6% l'anno.

No, fu una scelta politica che cambiò per sempre la linea di politica. I deficit delle amministrazioni Reagan-Bush furono pari a 3 volte il deficit medio maturato in tempo di pace da FDR, Truman, Kennedy-Johnson e Jimmy Carter messi insieme. Di conseguenza i democratici non avrebbero mai più affrontato la grande paura di Tip O'Neill — ovverosia, che un giorno avrebbero perso la loro maggioranza al Congresso a causa di un attacco del GOP (come nel 1946) alla loro propensione per la spesa in deficit.

Ma c'è di più. Non c'è stata la rovina economica che sarebbe dovuta scaturire dai grandi deficit fiscali — almeno non nel lasso di tempo che ci si immaginava. Di conseguenza il GOP ha progressivamente abbracciato una dottrina anti-tasse che però ignorava i livelli abnormi del debito nazionale.

Nel frattempo, democratici e repubblicani cercarono di ristabilire (per l'ultima volta) una parvenza di rettitudine fiscale durante i primi tempi della presidenza Clinton. E sulla carta fecero notevoli progressi. In effetti, il bilancio federale fece registrare eccedenze tra il 1996 e il 1999; anche se insostenibili, a causa dei grandi guadagni inattesi della bolla dot-com di Greenspan.

Ma il problema fiscale strutturale non è stato mai risolto; è stato solo temporaneamente sepolto sotto tre illusioni.

La prima: la gigantesca macchina bellica di Reagan — che in realtà era una grande armata di forze terrestri, marittime e aeree ideali per guerre di invasione e occupazione — sarebbe dovuta andare in pensione quando finì la guerra fredda e l'Impero del Male crollò. Le cose non sono andate così.

Invece il complesso militare-industriale e i suoi propagandisti neoconservatori hanno costantemente mandato nel panico la nazione per un'inutile "guerra al terrorismo" dopo la tragedia del 9/11. In poco tempo il bilancio della difesa è raddoppiato, passando dal 3.0% del PIL nei primi anni post-guerra fredda a quasi il 6.0% del PIL dopo le campagne belliche di Bush.

Allo stesso modo, l'aumento delle tasse sui salari ha infine esaurito la sua capacità di compensazione. Di conseguenza nell'anno fiscale 2013 il Fondo AVS (pensione) ha registrato un deficit da $95 miliardi e il fondo DI (disabilità) ha registrato un ulteriore deficit da $45 miliardi. Ciò significa che il deficit complessivo è quasi di $140 miliardi l'anno e in rapida ascesa.

In effetti il cosiddetto surplus della previdenza sociale, che ha finanziato il deficit del fondo generale per più di due decenni, non solo è scomparso, ma è ormai entrato nella falsa contabilità del fondo fiduciario di Washington. Detto in modo diverso, oltre ai $3 bilioni di IOU rilasciati ai fondi fiduciari nei decenni precedenti, non c'è volontà di emetterne altri poiché ci si sta concentrando solamente sui redditi reali dei datori di lavoro e dei dipendenti.

Invece i fondi fiduciari sperano illusoriamente di intascare i proventi degli "interessi" intra-governativi sui bilanci precedenti, in modo da trasmettere un'immagine di apparente solvibilità. Ma anche secondo le proiezioni economiche dell'OMB, in cui la piena occupazione verrà raggiunta nel 2017 e rimarrà così per tempo immemore, il deficit del fondo fiduciario dovrebbe raggiungere i $190 miliardi l'anno entro il 2019.

Per quell'anno, però, il gioco contabile del fondo fiduciario sarà già stato esposto. In realtà le proiezioni dell'OMB mostrano solo $95 miliardi di falsi "interessi attivi" entro il 2019, il che significa che gli "attivi" del fondo fiduciario dovranno essere liquidati per $100 miliardi solo in quell'anno, e poi dovrebbero scomparire completamente nel decennio successivo.

Ciò significa che i $18 bilioni di debito pubblico rappresentano debito reale — non la comoda illusione spacciata da Washington e dagli economisti keynesiani secondo cui il debito "detenuto dal pubblico" è solo $13 bilioni e quindi il 75% del PIL.

No, il vero rapporto di leva della nazione è 106% del PIL. In trentatré anni l'onere del debito pubblico sul reddito nazionale è triplicato. E quando si aggiungono i $3 bilioni di debito statale e locale, il rapporto del debito pubblico totale è quasi il 120% del PIL.




E questo ci porta alla domanda finale. Come è possibile che al cospetto di cotanta dissolutezza fiscale siamo riusciti a cavarcela? La risposta breve è che non ce la siamo affatto cavata.

L'effetto crowding out e un'alta inflazione dei prezzi al consumo non si sono mai verificati perché la FED di Greenspan ha indirizzato l'intera economia mondiale lungo un sentiero di espansione del credito e massiccia finanziarizzazione — un processo insidioso ingegnerizzato dall'azione concertata di tutte le principali banche centrali. Questo convoglio di stampanti monetarie ha aperto le porte dei "caveau" delle banche centrali nei quali è stato temporaneamente parcheggiato il debito dello Zio Sam.

Il modello è come quello degli scarafaggi in casa: i bond statali entrano, ma non escono. Quello che è successo in termini pratici è che il credito fiat del settore bancario centrale si è sostituito al risparmio reale privato per quanto riguarda il finanziamento del debito pubblico.

Infatti, grazie alle economie mercantiliste dell'Asia e ai paesi esportatori di petrolio, quasi $5 bilioni di debito pubblico degli Stati Uniti sono stati assorbiti dalle banche centrali estere e dai fondi sovrani. Altri $3 bilioni sono finiti nella FED. E altri $5 bilioni, come indicato in precedenza, sono stati temporaneamente finanziati da fondi fiduciari inter-governativi che ora sono in procinto di immergersi in una modalità di liquidazione irreversibile.

Credo che ormai siano evidenti due cose. La prima è che la massiccia monetizzazione del debito pubblico non può andare avanti ancora a lungo, o il sistema monetario verrà distrutto. Questo è quello che significa essere bloccati dalla ZIRP. La follia monetaria in Giappone non è altro che il segno di come ci stiamo avvicinando alla fine dell'era della monetizzazione.

Nel caso del Giappone, il più grande debitore al mondo ha già distrutto il proprio mercato obbligazionario — la BOJ è l'unica che ancora acquista il decennale giapponese con un rendimento dello 0.4%. E la BOJ ora sta anche uccidendo rapidamente lo yen.

In secondo luogo, il PIL nominale degli Stati Uniti è cresciuto a meno del 4% l'anno negli ultimi dieci anni, e, in un mondo necessitante di deflazione, non c'è alcuna possibilità che si possa emancipare da tale "vincolo". Di conseguenza lo scenario ottimista proiettato dal CBO per il prossimo decennio, non ha la minima possibilità di realizzarsi. Invece degli $8 bilioni previsti dal CBO, l'attuale situazione politica di Washington — ormai in corso da 30 anni — genererà nel prossimo decennio (come minimo) $15 bilioni di nuovo debito pubblico.

Sì, aggiungeteli all'attuale montagna di debito pubblico della nazione e arriverete a $33 bilioni entro il 2024 o giù di lì. E poi non bisogna scordarsi la gigantesca bolla finanziaria e gli sconfinati investimenti improduttivi generati dalle banche centrali di tutto il mondo negli ultimi due decenni, i quali ci garantiscono un lungo periodo di deflazione globale.

Di conseguenza il PIL nominale degli Stati Uniti sarà fortunato se raggiungerà i $24 bilioni entro lo stesso anno. Il debito pubblico sarà pari al 140% del PIL. Questo significa che il futuro prospetta per questa nazione una crisi fiscale senza fine.

Questa è la fine dei giochi di una deplorevole dissolutezza fiscale senza precedenti vecchia di 33 anni.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Un’università costruita dalla mano invisibile

Von Mises Italia - Lun, 09/02/2015 - 08:30

L’articolo di oggi è particolarmente gradito poiché getta uno sguardo su una vicenda del passato italico sconosciuta ai più, ma riprova della fecondità di un periodo a torto descritto come oscuro e testimonianza di come un’istituzione tanto celebrata sia nientemeno che il prodotto di un processo spontaneo di mercato. Merito della scoperta di questa perla spetta a due nuove gradite presenze: Filippo Massari e Felice Rocchitelli, traduttore il primo e revisore il secondo. Nel ringraziarli per il contributo, vi presentiamo il loro primo brano per il Mises Italia.

* * *

La storia dell’Università di Bologna offre un esempio di come i meccanismi di ordine spontaneo quali associazioni di mutuo soccorso e giurisdizioni in competizione tra loro, a sottolineare la natura anarchica del mercato, possano funzionare in un contesto universitario.

Molte università medievali erano gestite dall’alto verso il basso. L’Università di Parigi, ad esempio, fu fondata, organizzata e finanziata dal governo e gli studenti sottostavano ai severi controlli e regolamenti della facoltà. Ma l’Università di Bologna era gestita dal basso verso l’alto, controllata e finanziata dagli studenti. Per quanto riguarda la sua fondazione, nessuno ha realmente creato l’Università di Bologna: essa è semplicemente sorta spontaneamente dalle interazioni tra individui intenti a realizzare qualcos’altro.

Nel XII secolo Bologna era al centro della vita intellettuale e culturale: gli studenti venivano a Bologna da ogni parte d’Europa per imparare da illustri studiosi che non erano originariamente organizzati in una università: ciascuno operava autonomamente, offrendo corsi per conto proprio e accettando qualsiasi tariffa che gli studenti fossero disposti a pagare. Se un professore si fosse rivelato un pessimo insegnante o avesse chiesto troppi soldi, i suoi studenti sarebbero passati a un altro docente; i professori dovevano competere per accaparrarsi gli studenti e venivano pagati solo se quest’ultimi trovavano i loro corsi all’altezza.

La città ben presto divenne affollata di studenti stranieri, ma essere uno straniero a Bologna aveva i suoi svantaggi; i forestieri erano soggetti a diverse forme di svantaggi legali. Ad esempio, venivano considerati responsabili per i debiti dei loro connazionali. Se infatti John, un mercante inglese, fosse stato in debito con Giovanni, un nativo bolognese, e John avesse lasciato la città, allora l’innocente passante James, qualora cittadino inglese, avrebbe potuto subire dalla legge bolognese l’obbligo di rimborsare a Giovanni la somma dovuta da John.

Gli studenti stranieri, per garantire la sicurezza e la protezione reciproca, incominciarono dunque a riunirsi  in associazioni chiamate “nazioni” a seconda della loro nazionalità; una “nazione” era ad esempio composta da tutti gli studenti inglesi, un’altra da quelli francesi e così via. Se qualche studente avesse avuto bisogno di assistenza (ad esempio, nel pagare i debiti di altre persone come richiesto dal governo), gli altri membri della sua “nazione” sarebbero intervenuti in aiuto. A tal fine ciascuno era disposto ad assumersi l’impegno di versare un contributo nella cassa comune, in cambio della certezza che egli stesso avrebbe potuto attingerne in caso di necessità.

Con il tempo, le diverse “nazioni” trovarono utile ripartire maggiormente il rischio unendosi tra loro in un’organizzazione più grande chiamata universitas. Questa non era ancora un’università nel suo significato moderno; l’equivalente letterario più vicino al latino universitas è “corporazione”. La universitas era essenzialmente una impresa cooperativa fondata da studenti; i professori non ne facevano parte. La universitas era organizzata democraticamente; le attività  abituali erano condotte da un comitato rappresentativo formato da due membri per ogni “nazione”, mentre le questioni importanti venivano decise a maggioranza attraverso il voto di un’assemblea composta da tutti i membri della universitas (la somiglianza con l’antico sistema ateniese è notevole). La universitas si pronunciava su dispute interne e forniva un’assistenza generale ai suoi membri.

Fondata la universitas, gli studenti avevano a disposizione un efficace strumento di contrattazione con il governo cittadino (abbastanza simile agli attuali sindacati). Gli studenti furono in grado di far leva in maniera considerevole per quel che riguardava le proprie dispute con la città, perché se gli studenti avessero deciso di entrare in “sciopero” lasciando la città, i professori avrebbero seguito i propri clienti e la città avrebbe perso un’importante fonte di entrate. Così la città si arrese, riconoscendo i diritti degli studenti stranieri e garantendo alla universitas una giurisdizione civile e penale su tutti i suoi membri. Anche se la universitas era un’organizzazione interamente privata, essa acquisì uno status legale indipendente interno, ancorché non del tutto subordinato, alla struttura del governo cittadino.

Come ha fatto la universitas di Bologna a trasformarsi nell’Università di Bologna? Dopotutto, questo efficace mezzo di contrattazione con la città poteva anche essere usato come mezzo efficace di contrattazione collettiva con i professori. Gli studenti, organizzati all’interno della universitas, potevano controllare i professori boicottando le lezioni e trattenendo i pagamenti. Questo diede alla universitas il potere di determinare la durata e la materia dei corsi, oltre alle le tariffe dei professori. Presto i professori si trovarono a propria volta assunti e licenziati dalla universitas stessa, anziché dai suoi singoli membri operanti a livello individuale. E’ a questo punto che la universitas diventa finalmente “Università”.

In qualità di dipendenti dell’Università gestita dagli studenti, i professori potevano essere multati se non cominciavano e finivano le lezioni in tempo, o se non fornivano tutto il materiale entro la fine del corso. Un comitato di studenti era incaricato di tenere d’occhio i professori e di riportare comportamenti scorretti; i membri di questo comitato erano ufficialmente chiamati Denunciatori dei Professori.

I professori non erano completamente privi di potere: formarono una propria associazione per le contrattazioni collettive, il Collegio degli Insegnanti, e ottennero il diritto di determinare sia le tariffe degli esami che i requisiti per il diploma. Dalla negoziazione emerse dunque un equilibrio di diritti: i doveri dei professori erano determinati dagli studenti, mentre i doveri degli studenti erano determinati dai professori. Si trattava di uno schema di condivisione del potere; gli studenti, comunque, continuavano ad essere la parte dominante poiché erano loro a pagare i clienti e collettivamente avevano più influenza.

Questa organizzazione semi anarchica fu alla fine smantellata quando il governo cittadino prese il controllo e cominciò a pagare i professori direttamente con i soldi derivanti dalle tasse, trasformando l’Università di Bologna in un’istituzione finanziata pubblicamente. In qualsiasi modo interpretiamo questa mossa, come altruismo di spirito pubblico o come una cinica presa di potere, il risultato fu che i professori divennero dipendenti dal governo cittadino anziché dagli studenti, i quali persero la propria leva iniziale quando il potere passò dal corpo studentesco ai politici bolognesi.

 

Fonte principale: Harold J. Berman, Law and Revolution: The Formation of the Western Legal Tradition. Harvard University Press, Cambridge, 1983.

The post Un’università costruita dalla mano invisibile appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Perchè la gente non reagisce davanti alle ingiustizie?

Luogocomune.net - Ven, 06/02/2015 - 21:40
di Byologik

Vi è mai capitato di vedere un film come “Shindler’s list” dove i prigionieri venivano sterminati a sangue freddo? Perchè la gente non reagiva? Vi siete mai chiesti perchè non tentavano di strappare la pistola dalle mani del loro assassino? Perchè anche davanti alla morte, la rassegnazione era talmente alta da non tentare nemmeno un ultima e disperata fuga? Perchè a volte l’uomo davanti alle ingiustizie si sente totalmente impotente e si rassegna? Come siamo arrivati a questa rassegnazione generale e a questa apatia, che consente ai poteri corporativi di manovrare la politica e l’economia in maniera così disumana?

Il termine “impotenza appresa” venne usato per la prima volta dallo psicologo Martin Seligman, che negli anni 70 studiando i fenomeni che causano la depressione, fece un esperimento (alquanto crudele) con due cani. Con delle scariche elettriche induceva l’impotenza appresa su uno dei due cani, fino al punto che, nonostante il cane avesse il modo di fermare le scariche, non lo faceva e le sopportava passivamente.

L’esperimento è spiegato nel video che segue. [...]

Gli alti sacerdoti del keynesismo

Freedonia - Ven, 06/02/2015 - 11:10




di Frank Shostak


Nel suo articolo del 18 novembre sul Financial Times, “The curse of weak global demand”, il giornalista Martin Wolf ha scritto che la malattia economica più importante di oggi è la sindrome cronica della domanda. Martin Wolf sostiene che nonostante il massiccio pompaggio monetario da parte delle banche centrali di Stati Uniti e UEM, e nonostante la riduzione dei tassi di interesse ufficiali a circa zero, le economie hanno continuato ad arrancare.

Dopo aver raggiunto 1.0526 nel primo trimestre 2006, il trend del PIL reale degli Stati Uniti è sceso a 0.966 nel terzo trimestre 2011. Nel terzo trimestre 2014 il trend era pari a 0.98. Il trend del PIL reale dell'UEM, dopo aver chiuso a 1.061 nel primo trimestre 2008, è sceso a 0.954 nel terzo trimestre 2014.




Martin Wolf ritiene necessario un aumento della domanda complessiva di beni e servizi al fine di rilanciare le economie. Sostiene, inoltre, l'impellente necessità di rilanciare la fiducia dei consumatori, fiaccata dal grave indebolimento del sistema finanziario.

Egli è anche del parere che le banche debbano concedere maggiori prestiti al fine di rilanciare la domanda, cosa che a sua volta, egli suggerisce, farà riprendere le economie in questione. Secondo lui il debito enorme di Stati Uniti e UEM è dovuto alle difficoltà economiche che stanno affrontando tali economie.

Martin Wolf considera l'attuale malattia economica come un fenomeno misterioso e complesso, cosa che secondo lui richiede rimedi complessi e non convenzionali.

Suggeriamo che l'essenza del ragionamento di Wolf è errata. Ecco perché.

Non esiste una cosa come la carenza di domanda che provoca difficoltà economiche. Il cuore della crescita economica è il processo di generazione di ricchezza reale.

Più è forte questo processo, più ricchezza reale verrà generata e più forte diventerà la cosiddetta crescita economica. Ciò che alimenta questo processo sono le infrastrutture, o gli strumenti e i macchinari. Con infrastrutture migliori può essere generata una qualità migliore e una quantità maggiore di beni e servizi, cioè ricchezza reale.

Prendete per esempio un fornaio che ha prodotto dieci pagnotte di pane. Di queste ne consuma una e le altre nove le risparmia.

Può scambiare il pane risparmiato per i servizi di un tecnico che migliorerà il forno. Con un forno migliorato, il panettiere potrà produrre venti pagnotte di pane. In questo modo potrà risparmiare di più e utilizzare un bacino dei risparmi più grande per investire ulteriormente nella sua infrastruttura, poiché acquistare altri strumenti aumenterà la produzione e la qualità del pane.

Si osservi che la chiave per la creazione di ricchezza è la capacità di generare ricchezza reale. Questo a sua volta dipende dall'allocazione di parte della ricchezza verso l'accumulo e il potenziamento delle infrastrutture.

Si noti inoltre che se il panettiere dovesse decidere di consumare tutta la sua produzione, cioè mantenere alta la sua domanda, allora non sarebbe in grado di espandere la produzione di pane (ricchezza reale).

Col passare del tempo la sua infrastruttura molto probabilmente si deteriorerebbe e la sua produzione diminuirebbe.

La convinzione che l'aumento della domanda di pane senza un corrispondente aumento delle infrastrutture possa "fare la magia", è un pio desiderio.

Suggeriamo che non esiste una cosa come una domanda scarsa. La maggior parte delle persone ha desideri illimitati per beni e servizi.

Per esempio, la maggior parte delle persone preferisce vivere in belle case piuttosto che in piccoli appartamenti.

La maggior parte delle persone vorrebbe avere auto di lusso ed essere in grado di cenare in ristoranti di buona qualità. Ciò che impedisce loro di raggiungere questi desideri è la scarsità dei mezzi.

Infatti allo stato attuale la maggior parte delle persone ha un sacco di desideri, cioè obiettivi, ma non abbastanza mezzi.

Purtroppo i mezzi non possono essere generati da uno stimolo della domanda. Ciò aumenterà solo gli obiettivi, ma non i mezzi.

Contrariamente al modo di pensare popolare possiamo concludere che la domanda non crea l'offerta, ma il contrario.

Come si è visto con la produzione di qualcosa di utile, cioè il pane, il panettiere può scambiarlo per i servizi di un tecnico e per rafforzare la sua infrastruttura.

Attraverso un'infrastruttura migliore il panettiere è in grado di generare più pane, cioè più mezzi che gli consentano di raggiungere altri obiettivi che in precedenza non erano raggiungibili.

Le attuali difficoltà economiche sono frutto di politiche monetarie e fiscali sconsiderate (passate e presenti) delle banche centrali e degli stati.

Va tenuto conto che né le banche centrali né gli stati sono entità che generano ricchezza. Tutto ciò che possono creare è un processo di redistribuzione della ricchezza, deviandola dai generatori di ricchezza verso attività che la sprecano.

Fino a quando il bacino della ricchezza reale è in espansione, la banca centrale e lo stato possono farla franca e spacciare la favoletta che le loro politiche possono far crescere l'economia.

Una volta che il bacino della ricchezza reale diventa stagnante o inizia a ridursi, va in frantumi l'illusione delle politiche salvifiche di banche centrali e stato.

Non è possibile espandere la ricchezza reale mentre il relativo bacino si sta restringendo. Un bacino della ricchezza reale in contrazione può solo supportare un'infrastruttura in contrazione e quindi una produzione ridotta di beni e servizi che le persone richiedono per conservare la loro vita e il loro benessere – ricchezza reale.

La via d'uscita dall'attuale caos economico prevede l'abbattimento di tutte quelle situazioni che distruggono la ricchezza. Questo significa tagliare severamente il coinvolgimento dello stato nell'economia. Inoltre, è necessaria la chiusura di tutte quelle scappatoie che favoriscono la creazione di denaro "dal nulla".

Limitate la capacità della banca centrale di aumentare il denaro "dal nulla", e arresterete il triste scambio di nulla per qualcosa. Questo lascerà più ricchezza reale nelle mani dei creatori di ricchezza e consentirà loro di migliorare ed espandere le loro infrastrutture.

Contrariamente a Martin Wolf, l'espansione dei prestiti bancari in quanto tale non rilancerà l'economia. Come abbiamo visto, la chiave per la ripresa economica è l'accumulo di infrastrutture in grado di supportare un bacino della ricchezza reale in espansione.

Le banche sono solo i facilitatori della canalizzazione della ricchezza reale. Tuttavia, esse stesse non generano ricchezza reale.

L'espansione del credito suggerita da Martin Wolf è associata al prestito a riserva frazionaria, cioè "dal nulla", e in questo senso è una cattiva notizia per l'economia – si mette in moto una deviazione di ricchezza reale dai creatori di ricchezza alle attività sperperatrici di ricchezza.

Possiamo concludere che più gli stati e le banche centrali inizieranno a non fare nulla, più presto avremo una ripresa economica. Siamo d'accordo con Martin Wolf quando dice che la situazione economica attuale è difficile; tuttavia non può essere migliorata aumentando artificialmente la domanda di beni e servizi.



Sintesi e Conclusioni

Alcuni esperti sono del parere che la malattia economica più importante di oggi sia la sindrome cronica della domanda: è a causa di questa carenza che le economie mondiali stanno ancora arrancando, nonostante il massiccio pompaggio monetario da parte delle banche centrali. Suggeriamo che questo modo di pensare è errato. Il problema chiave, oggi, è un indebolimento grave del processo di creazione di ricchezza causato dalle politiche monetarie e statali sconsiderate. Riteniamo che più le banche centrali e gli stati ricopriranno un ruolo passivo, prima arriverà la ripresa economica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di David Stockman


Semmai qualcuno volesse la prova che la stampa finanziaria è completamente imbambolata dal culto keynesiano, considerate l'articolo di Bloomberg sul recente calo degli utili industriali cinesi. Senza sbagliare nemmeno una virgola, l'inviato a Hong Kong (un certo Malcolm Scott) ha blaterato della solita cura, se così vogliamo chiamarla...... più denaro.

I profitti industriali in Cina sono ai minimi da due anni, evidenziando la necessità di condizioni monetarie più allentate poiché la seconda economia più grande del mondo sta rallentando.
Forse Bloomberg non sta usando più le unità di carbonio per pubblicare le sue notizie e si è rivolto a scrittori-robot che dilettano lettori-robot senza il fastidio o il costo dell'intercessione umana. Ma indipendentemente dal fatto che "Malcolm Scott" sia un'unità di carbonio o di silicio, l'articolo è chiaramente presentato come una novità e l'estratto qui sopra come una sentenza dichiarativa. Di conseguenza, secondo Bloomberg e il resto della stampa finanziaria mainstream che gli fa eco, è compito delle banche centrali stampare denaro per garantire che in nessun punto nel tempo i profitti — e quindi la loro capitalizzazione nel mercato azionario — possano scendere anche di un solo 2.1% rispetto all'anno precedente.

Giusto. Ad ottobre nella terra del capitalismo rosso, dove la contabilità aziendale e i report sono così avanzati che i risultati dei profitti sono pubblicati su base mensile, i numeri ritoccati per tutte le imprese industriali cinesi hanno fatto registrare un 2.1% in meno rispetto al numero immaginario dell'anno precedente.

Una volta anche i giornalisti capivano che gli utili contabili sono un residuo altalenante al netto dei costi fissi e variabili, e che in ogni economia capitalista i profitti sono ciclici. Ma ora, a quanto pare, una variazione del 2% nei risultati industriali truccati della Cina rappresenta una prova della necessità di "condizioni monetarie più allentate".

Beh, ecco il bilancio della PBoC. Sin dal 2000 l'ha ampliato di nove volte, alimentando così la più grande esplosione di credito nella storia. In realtà, il credito totale posseduto dalle famiglie cinesi, dalle imprese, dai settori finanziari e governativi è passato da $1 bilione a $25 bilioni nello stesso periodo. Cosa ci può essere di "più allentato"?




Inutile dire che questa immensa esplosione di credito non è scomparsa silenziosamente. Invece è andata a finanziare la più grande bolla immobiliare mai vista. Ecco perché la Cina ha prodotto 2.2 miliardi di tonnellate di cemento nel 2013, per esempio, o 29 volte i 77 milioni di tonnellate prodotti negli Stati Uniti l'anno scorso. O, cosa decisamente più drammatica, ha prodotto più cemento al giorno rispetto a quanto ha fatto il Regno Unito all'anno!

E' per questo che la Cina ha 1.1 miliardi di tonnellate di capacità produttiva di acciaio, ma una capacità di vendita di quasi 600 milioni di tonnellate. La differenza rappresenta la produzione mastodontica di acciaio per navi, rotaie e cemento armato per una vasta serie di edifici. Quest'ultimo settore, a sua volta, ha lasciato la Cina con 70 milioni di appartamenti vuoti, decine di città fantasma e torri di uffici sotto utilizzate, centri commerciali e altre strutture commerciali in lungo e in largo il paese.

In poche parole, la Cina assegna obiettivi di PIL e a cascata scivolano attraverso l'apparato di partito e di governo (essenzialmente la stessa cosa) fino alle unità regionali, provinciali e locali. Quest'ultime, a loro volta, raggiungono i loro obiettivi di PIL costruendo cose. Qualsiasi cosa.

Inutile dire che, dei tanti doni che l'Occidente ha fornito al Regno di Mezzo, sicuramente la contabilità keynesiana del PIL è tra i più sfortunati. Come è possibile che costruire piramidi possa aumentare la ricchezza di una società?

Il minimo che Simon Kuznets e la sua allegra banda di pionieri keynesiani hanno potuto fare 80 anni fa, è stato misurare la produzione economica annuale sulla base del valore di mercato di immobili, macchinari e strumenti realmente consumati durante l'anno — non la sola spesa per asset fissi che potrebbero non essere mai utilizzati.

In ogni caso, la Cina è inondata da un eccesso di capacità di tutto — cemento, acciaio, alluminio, pannelli solari a base di silicio, frigoriferi, automobili e ogni sorta di invenzione e macchinario industriale, come escavatori e gru edili; e anche una grande capacità in eccesso di beni e ninnoli esportati in tutto il mondo, tra cui tostapane, scarpe da ginnastica e calzini.

A meno che il boom immobiliare e degli asset fissi non venga alimentato da una quantità crescente di credito, il castello di carte conosciuto come capitalismo rosso finirà per crollare. E non importa se ciò avverrà tutto in una volta o più gradualmente, il risultato sarà il più grande svenimento deflazionistico che il mondo abbia mai conosciuto.

Si manifesterà dapprima in un calo dei prezzi industriali, come sta accadendo attualmente nel settore siderurgico, del carbone e del petrolio greggio.





La deflazione da questo crack-up boom si sposterà inesorabilmente da monte a valle, nei prezzi di ogni cosa costituita da questi prodotti. E, sì, si ridurrà anche la massa salariale di questa filiera sovradimensionata.

Detto in modo diverso, il "credito fiat" alimenta l'emersione di "salari fiat" e soprattutto di "profitti fiat" durante la fase di boom in cui ritroviamo un eccesso di investimenti e di cotruzioni. Di conseguenza, quando si esaurisce lo tsunami di credito — poiché anche i leader di Pechino sono ormai rassegnati — vengono liquidati i salari e i profitti fiat.

Infatti, durante la fase di bust ciò che viene colpito per primo è la contabilità residua, cioè, l'utile netto.

In breve, l'economia globale si sta raffreddando rapidamente e i profitti sono già in forte calo nel settore primario dell'estrazione mineraria e dell'energia. E questo è solo un assaggio delle cose che scenderanno giù lungo la catena alimentare industriale.

Ma, contrariamente allo scrittore-robot di Bloomberg, questo crollo dei profitti non è il risultato di troppo poco denaro; si tratta invece di troppo denaro negli ultimi dieci o venti anni — e non solo in Cina, ma in tutta l'economia mondiale.

Quindi Mises aveva ragione. "Più" credito fiat porta sempre ad un crack-up boom. E' meglio se qualcuno si prenda la briga di riprogrammare i robot.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte prima)

Von Mises Italia - Ven, 06/02/2015 - 09:00

Ecco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

Cominciamo dal nocciolo duro del sistema marxista:

- “La storia dell’umanità è la storia della lotta delle classi.” È la storia delle lotte tra una classe dirigente relativamente ristretta e una classe più ampia di sfruttati. La prima forma di sfruttamento è economica: la classe dirigente espropria una parte della produzione degli sfruttati o, come dicono i marxisti, “fa proprio un surplus sociale” e ne dispone per il proprio consumo.

- La classe dirigente è unita dal suo interesse comune a mantenere la sua posizione di sfruttatrice e  ad accrescere al massimo questo suo surplus. Non lascia mai di sua spontanea volontà il suo potere né la sua rendita da sfruttamento. Al contrario, possiamo farle perdere potere e rendita solo attraverso la lotta, il cui risultato dipende dalla coscienza di classe degli sfruttati, cioè dalla misura in cui questi sfruttati sono coscienti della loro condizione e sono coscientemente uniti con gli altri membri della loro classe in una opposizione comune al loro sfruttamento.

- La dominazione di classe si manifesta principalmente attraverso delle disposizioni particolari sulla assegnazione dei diritti di proprietà  o, nella terminologia marxista, attraverso delle “relazioni di produzione” particolari. Per proteggere queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe dirigente concepisce lo stato come l’apparato di assoggettamento  e di coercizione. Lo stato impone e contribuisce a riprodurre una struttura di classe data dall’amministrazione di un sistema di “giustizia di classe”, e favorisce la creazione e la conservazione di una superstruttura ideologica destinata a dare legittimità al sistema di dominazione di classe.

- All’interno, il processo di concorrenza in seno alla classe dirigente genera la tendenza a una concentrazione e a una centralizzazione crescenti. Un sistema di sfruttamento policentrico viene rimpiazzato progressivamente da un sistema oligarchico o monopolistico. Sempre meno centri di sfruttamento rimangono in funzione, e quelli che restano vengono sempre più integrati in un ordine gerarchico. All’esterno, cioè nel contesto del sistema internazionale, questo processo interno di centralizzazione porterà (tanto più intensamente quanto più sarà avanzato) a guerre imperialiste tra stati e all’espansione territoriale della dominazione sfruttatrice.

- Infine, avvicinandosi la centralizzazione e l’espansione della dominazione sfruttatrice al loro limite ultimo di dominazione mondiale, la dominazione di classe sarà sempre meno compatibile con l’ulteriore sviluppo e miglioramento delle “forze produttive”. La stagnazione economica e le crisi divengono sempre più caratteristiche e creano le “condizioni oggettive” per l’emergere di una coscienza di classe rivoluzionaria fra gli sfruttati. La situazione si fa matura per l’avvento di una società senza classi, per il “deperimento dello stato”, per rimpiazzare “il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose”, e ne risulta un’incredibile prosperità.

Tutte queste tesi possono essere perfettamente giustificate, come sto per dimostrare. Ma sfortunatamente, è il marxismo, il quale sottoscrive ognuna di esse, che ha fatto più di ogni sistema ideologico per screditarle, deducendole da una teoria dello sfruttamento la cui assurdità è lampante. In cosa consiste questa teoria marxista dello sfruttamento? Per Marx, dei sistemi sociali pre capitalisti quali lo schiavismo e il feudalesimo sono caratterizzati dallo sfruttamento. Fin qui, nessuna obiezione; dopo tutto, lo schiavo non è un lavoratore libero e non si può dire che abbia dei benefìcî ad essere ridotto in schiavitù. Al contrario, la sua soddisfazione ne è ridotta per accrescere la ricchezza del suo padrone. L’interesse dello schiavo e quello del suo padrone sono dunque a dir poco antagonisti. Lo stesso si può dire degli interessi del Signore feudale che esige dal vassallo un affitto per la terra che esso stesso (il vassallo) era stato il primo a mettere a frutto per proprio conto. Poiché ha rubato la sua terra e la sua libertà il guadagno del Signore è stata la perdita del vassallo. E non si può meno dubitare che la schiavitù così come il feudalesimo ostacolano lo sviluppo delle forze produttive. Né lo schiavo né il servo saranno mai tanto produttivi quanto lo sarebbero in assenza di schiavitù o di servitù.

No; l’unica idea nuova di Marx è che essenzialmente nulla cambia per quanto riguarda lo sfruttamento in un sistema capitalista, cioè quando lo schiavo diviene un lavoratore libero, o un vassallo decide di coltivare una terra che un altro è stato il primo a mettere a frutto, e paga un affitto in cambio del diritto di farlo. È vero che Marx, nel famoso capitolo 24 del primo tomo del suo Il Capitale, fa una descrizione della comparsa del capitalismo che intende dimostrare che una gran parte, se non la maggior parte della proprietà capitalista iniziale risulta dal furto, dall’accaparramento delle terre e dalla conquista. Allo stesso modo, nel capitolo 25 sulla “teoria moderna del colonialismo”, sottolinea pesantemente il ruolo della forza e della violenza nell’esportazione del sitema capitalista verso quello che noi chiameremmo il terzo mondo. Vediamo bene che tutto ciò è grossomodo esatto, e nella misura in cui lo è, non cercheremo contrasti con chiunque chiamasse “sfruttatore” quel capitalismo. Ciononostante, dobbiamo restare coscienti del fatto che qui Marx si abbandona a una manipolazione. Lanciandosi in tutte queste ricerche storiche per eccitare l’indignazione del lettore davanti alle brutalità commesse per costituire la maggior parte delle fortune capitaliste, tralascia in realtà la questione oggetto stesso del dibattito. Distoglie la nostra attenzione dal fatto che la sua tesi è essenzialmente diversa, sapendo che anche se avessimo un capitalismo “proprio”, cioè un capitalismo nel quale l’appropriazione originale risultasse da nient’altro che dalla prima messa a frutto del lavoro e del risparmio, il capitalista che ingaggiasse dei lavoratori con quel capitale non fosse considerato meno sfruttatore. Infatti, Marx considerava anche questa dimostrazione come il suo maggior contributo all’analisi economica. Qual’è dunque la sua famosa dimostrazione del carattere di sfruttamento di un capitalismo proprio?

Consiste nell’osservare che i prezzi dei fattori di produzione, e segnatamente i salari pagati ai lavoratori dai capitalisti, sono inferiori ai prezzi dei prodotti venduti. Il lavoratore, per esempio, riceve un salario corrispondente a beni di consumo che possono essere prodotti in tre giorni, ma per quel salario lavora in effetti cinque giorni, e produce quindi in beni di consumo più ricchezza di quella che riceve come remunerazione. La produzione di questi due giorni supplementari, il plusvalore in termini marxisti, è fatta propria dal capitalista. Conseguentemente, secondo Marx, c’è sfruttamento.

Cosa c’è che non va in quest’analisi? La risposta diviene evidente, quando ci si chiede perché mai il lavoratore accetti un tale scambio. Accetta perché il suo salario rappresenta dei prodotti attuali, mentre i servizi del suo lavoro rappresentano solo dei prodotti futuri, e perché  attribuisce più valore ai beni presenti. Dopo tutto, potrebbe decidere di non vendere le sue prestazioni al capitalista e recuperare egli stesso il valore totale del suo prodotto. Ma questo significherebbe sicuramente attendere più a lungo per accedere ai prodotti di consumo. Vendendo i servizi del suo lavoro, dimostra che preferisce ricevere meno prodotti di consumo oggi piuttosto di trarne eventualmente dei vantaggi domani. Da parte sua, perché il capitalista conclude l’affare col lavoratore? Perché accetta di anticipare prodotti attuali (in denaro) al lavoratore in cambio di servizi che frutteranno solo più avanti? Evidentemente non vorrebbe sborsare oggi 1000$ per riceverne in cambio la stessa somma dopo un anno. In questo caso, perché non tenersi la somma con il vantaggio di averla a disposizione per un anno intero? No, bisogna che si possa aspettare di ottenere più dei 1000$ nell’avvenire se deve lasciarli ora al lavoratore. Bisogna che ne abbia un utile, o più esattamente riceverne un interesse. D’altra parte è anche costretto in altro modo a questo scambio, perché colui che agisce preferisce sempre una soddisfazione immediata alla stessa nell’avvenire. Poiché si può ottenere una somma più consistene nell’avvenire quando la si abbandona nel presente, perché non risparmia più di quanto faccia? Perché non assume più lavoratori, se ognuno di loro gli consente una rendita da interesse supplementare? La risposta qui, è altrettanto evidente: perché il capitalista è anch’egli un consumatore, e non può evitare di esserlo. L’ammontare del suo risparmio e dei suoi investimenti è limitato necessariamente per il fatto che anche lui, come il lavoratore, ha bisogno di beni immediati “in tale misura da assicurare la copertura dei bisogni la cui soddisfazione durante l’attesa è giudicata più urgente dei vantaggi che porterebbe un allungamento supplementare del periodo di produzione”.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La contrazione del PIL alimenta la crescita economica

Freedonia - Gio, 05/02/2015 - 11:07




di Joseph Salerno


Di recente il Financial Times ha pubblicato un articolo contenente alcuni grafici che volevano mostrare una correlazione tra spesa pubblica e PIL reale.[1] Sulla base di queste correlazioni, l'autore di questo articolo, Matthew Klein, ha commentato: "Non è un segreto che tagli di spesa (e aumenti delle tasse) abbiano frenato la crescita degli Stati Uniti negli ultimi quattro anni." Poi ha continuato dicendo che da metà 2010 a metà 2011, la riduzione della spesa pubblica negli Stati Uniti ha ridotto dello 0.76% il tasso di crescita economica. Klein ha ipotizzato che questo rallentamento del tasso di crescita abbia causato un livello di PIL reale che oggi è dell'1.2% inferiore a quanto sarebbe stato in assenza di questa "austerità". Egli ha sottolineato, inoltre, che dal 2012 l'effetto depressivo dell'austerità sul PIL reale è stato il risultato della riduzione delle spese militari. Mentre parte di questa riduzione è stata benefica, Klein ha opinato: "In parte è stata una ferita auto-inflitta." Infatti può rappresentare una ferita auto-inflitta al governo federale, e in tal caso avvantaggia l'economia privata.

E' certamente vero che una riduzione della spesa pubblica reale provoca una riduzione del PIL reale, secondo come viene calcolato ufficialmente. Ma contrariamente a quanto sostiene Klein, la riduzione della spesa pubblica non ritarda la crescita della produzione di beni che vanno a soddisfare le esigenze dei consumatori, anzi molto probabilmente la accelera. Inoltre aumentano i redditi reali e il tenore di vita dei produttori/consumatori nel settore privato, come diretta conseguenza del calo della spesa pubblica. La ragione di questo presunto paradosso è da ritrovarsi nel metodo convenzionale utilizzato per calcolare la produzione reale nell'economia. Lasciate che io mi spieghi con un esempio semplice.



Il Problema col Calcolo del PIL

Ipotizziamo l'esistenza di un'economia semplice su un'isola, in cui il settore privato produce 1,000 mele all'anno. Supponiamo inoltre che il governo dell'isola tassi i produttori privati di 200 mele all'anno per sostenere il suo esercito e invadere un'isola vicina al fine di neutralizzare una "potenziale minaccia terroristica". Secondo il principio contabile del reddito nazionale, che è profondamente radicato nell'economia keynesiana, il PIL reale equivale a 1,200 mele: le 1,000 mele (al netto delle imposte) o consumate dai produttori, o investite per piantare nuovi alberi di mele e aumentare il consumo futuro, o pagate in tasse; le 200 mele spese in campo militare per sostenere il "bene pubblico" della difesa nazionale. In altre parole, il PIL reale[2] dell'isola comprende le 1,000 mele prodotte dal settore privato più il "valore" della difesa nazionale, che è valutato al suo costo di produzione, vale a dire, 200 mele delle entrate fiscali spese per conquistare l'isola adiacente.

Ora supponiamo che l'anno successivo ci sia una vittoria militare e l'isola dei terroristi sia stata pacificata. Il governo della nostra isola decide di tagliare le sue spese militari e riduce le tasse di 100 mele. A parità di condizioni, il PIL reale scende da 1,200 a 1,100 mele, dal momento che la difesa nazionale ora contribuisce al calcolo totale solo con 100 mele rispetto alle 1,000 prodotte dal settore privato. Ma c'è un problema. Le mele sono state prodotte volontariamente e di conseguenza erano valutate molto di più rispetto alle risorse (energia e tempo) utilizzate per la loro produzione. In netto contrasto a ciò, non vi è alcuna prova che i produttori/consumatori privati valutassero di più i servizi militari forniti dal governo rispetto al loro costo di produzione. Probabilmente non vi imputavano alcun valore. La ragione è questa: la spesa militare del governo è stata finanziata con la contribuzione coercitiva del settore privato, i cui membri non avevano scelta e quindi non hanno potuto esprimere alcuna valutazione in materia.



Non c'è Modo di Calcolare il Valore Reale dei Servizi Finanziati con le Tasse

La stessa conclusione vale per qualsiasi impresa finanziata in modo coercitivo, come la costruzione di un'infermeria sull'isola. In mancanza di produzione e scambio volontari, non c'è modo di accertare il valore dei beni e dei servizi. Gli investimenti e i servizi pubblici possono anche avere un qualche valore per i consumatori privati, ma non vi è alcun metodo scientifico oggettivo per misurarlo. Infatti, presupponendo che il governo sprechi almeno il 50% delle risorse spese, il beneficio netto per i consumatori sarebbe pari a zero.



Meglio Utilizzare il "Prodotto Privato Lordo"

Così, per queste e altre ragioni, il calcolo del reddito nazionale (in base a principi Austriaci) dovrebbe escludere la spesa pubblica nel calcolo della produzione totale dell'economia. Così nell'economia della nostra isola la produzione reale, o quello che gli Austriaci definiscono "Prodotto Privato Lordo" o "PPL"[3], è pari solo alle 1,000 mele prodotte dal settore privato ed esclude la spesa pubblica di 200 mele per la fornitura di servizi militari (o per l'infermeria).[4] Ma le 1,000 mele del PPL sopravvalutano le risorse lasciate a disposizione del settore privato, perché 200 mele sono state forzatamente dirottate dal consumo privato e da investimenti potenzialmente preziosi verso attività statali inutili (come giudicato dal punto di vista dei produttori iniziali di tali risorse). In questo senso le 200 mele pagate in tasse possono essere considerate come una "depredazione" nei confronti dell'economia privata, come misurata dal PPL.[5]

Compensando questa depredazione arriviamo quindi a quello che Rothbard chiamava "Prodotto Privato Rimasto in Mani Private" o PPR. In sostanza il PPR è uguale al PPL meno la depredazione totale (ossia, la spesa pubblica).[6] Nell'economia ipotetica della nostra isola, il PPR è quindi di 800 mele (1,000 mele – 200 mele). Quindi la spesa pubblica non dovrebbe essere aggiunta alla produzione privata, ma piuttosto sottratta, in modo da avere un'idea del tenore di vita delle persone private coinvolte nell'attività produttiva.[7]



Ridurre Tasse e Spesa Aumenta il Benessere

Sulla base dell'analisi di cui sopra, quando il governo dell'isola taglia la spesa militare di 100 mele, presumendo nessun'altra modifica, riduce il PIL reale da 1,200 a 1,100 mele. Tuttavia, dal punto di vista Austriaco, la produzione reale di beni resta costante a PPL = 1,000 mele, mentre la situazione economica dei produttori è notevolmente migliorata perché la depredazione sulla loro produzione scende di 100 mele causando una salita del PPR da 800 a 900 mele! Ma questo non è tutto. Una parte delle 100 mele sarà dedicata agli investimenti: semina di nuovi alberi. In questo modo aumenterà lo stock di capitale e la crescita economica nel corso del tempo.

Anche nel breve periodo è probabile che vi sia una crescita positiva del PPL grazie agli "effetti dal lato dell'offerta". Per esempio, il taglio delle tasse aumenta il costo di opportunità del tempo libero e spinge i produttori a lavorare più ore. La forza lavoro privata aumenta ulteriormente con l'afflusso degli ex-soldati. Così può accadere che il PPL aumenti da 1,000 a 1,075 mele (e, di conseguenza, il PPR da 800 a 975 mele). In questo scenario, il taglio della spesa pubblica sarebbe in parte compensato dalla crescita nel prodotto privato (75 mele) in modo che il PIL registrerebbe un calo più piccolo a quello calcolato in precedenza, da 1,200 a 1,175 mele. Nonostante il calo del PIL, però, il risultato sarebbe un vantaggio per l'economia privata, poiché migliorerebbero la produzione di mele, i redditi reali, il tenore di vita dei produttori di mele e la capacità futura di produrre mele.

Dal punto di vista Austriaco, quindi, per ritornare ad una crescita sostenibile di lungo termine c'è bisogno di massicci tagli fiscali e di spesa. Sì, questa è l'austerità — ma solo per il governo. Ridurre la depredazione politica sull'economia privata rilascerà una cornucopia di benefici presenti e futuri ai consumatori privati. E questi benefici sono praticamente a costo zero, perché le risorse consumate dal bilancio del governo sono quasi tutte uno spreco (soprattutto dal punto di vista dei produttori privati di tali risorse).

Un profondo taglio al bilancio del governo degli Stati Uniti, diciamo del 25%, non solo curerà il problema del deficit, ma invertirebbe rapidamente lo sprofondamento della classe media e stimolerebbe fortemente il tasso anemico della crescita economica statunitense. Infatti il vero problema non è la dimensione del deficit di per sé, ma piuttosto la depredazione della produzione privata lorda.[8] Quindi un budget degli Stati Uniti da $4 bilioni e un deficit da $500 miliardi rappresentano una depredazione maggiore e molto più dannosa per l'economia privata rispetto ad un budget da $3 bilioni finanziato in parte da un deficit da $1 bilione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[1] Un report sull'articolo che include alcuni dei grafici può essere visionato qui.

[2] Per semplicità, nel nostro esempio abbiamo ignorato il deprezzamento del capitale presupponendo che gli alberi di mele una volta piantati vivano per sempre senza aver mai bisogno di cure e di essere sostituiti. Quindi PIL = PIN.

[3] Vedi la nota 2.

[4] L'approccio Austriaco alla contabilità del prodotto interno è stata introdotta da Murray Rothbard, pp. 339–48 e Rothbard, pp. 1292–95.

[5] Sto usando il termine “depredazione” per dare l'idea di un qualcosa tolto con la forza. Ci sono dei precedenti nell'uso di questo termine nei vecchi codici di legge. Secondo la legge francese “depredazione” denotava “il saccheggio dei beni di un defunto.” Le vecchia legge scozzese definiva “depredazione” come “l'offesa (capitale) di rubare il bestiame mediante la forza armata” (Lesley Brown, ed., The New Shorter Oxford English Dictionary on Historical Principles, 4th ed. [New York: Oxford University Press, 1993], p. 639).

[6] La depredazione viene calcolata o come spesa del governo o come entrate tributarie, secondo qual è la più grande (Rothbard, p. 340). Ma dal momento che il governo degli Stati Uniti è raro che abbia avuto un surplus sin dalla seconda guerra mondiale, possiamo ignorare questa complicazione.

[7] Robert Batemarco usa l'approccio di Rothbard per calcolare il PPL, il PPR e il PPR/Occupazione (al di fuori del settore pubblico) dal 1947 al 1983 e tracciare il cambiamento degli standard di vita durante quegli anni.

[8] Per calcolare la depredazione totale sull'economia privata, devono essere conteggiate la spesa statale e quella municipale.

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Il complotto che affossò il Metodo Di Bella

Luogocomune.net - Mer, 04/02/2015 - 20:42
Giuseppe Di Bella racconta come fu fatta la sperimentazione che affossò agli occhi del pubblico il Metodo Di Bella.



[Chi avesse informazioni aggiuntive sui fatti descritti è pregato di postarle nei commenti].

2015: L'anno della crisi?

Freedonia - Mer, 04/02/2015 - 11:10




di Alasdair Macleod


Il 2014 si è chiuso con due sviluppi inquietanti: la forza del dollaro e un crollo dei prezzi delle materie prime.

Di solito li si considera come un unico evento, ma il continuo calo del prezzo del petrolio rivela che sono sequenziali: prima c'è stata una maggiore preferenza per i dollari rispetto alle altre valute, poi suddetta preferenza ha interessato tutte le valute tranne quelle più deboli, il tutto a scapito delle materie prime e dell'energia. Si tratta di due passi lungo un percorso che dovrebbe portare ad un crollo globale.

La forza del dollaro americano è stato il primo avvertimento: le cose si sono messe male; con conseguente aumento dei tassi di interesse in molte delle economie emergenti, poiché le loro banche centrali hanno cercato di controllare la fuga degli investimenti. Dal momento che il panorama economico attuale è figlio di un lungo periodo di espansione del credito, questi paesi sono entrati nella fase di bust del ciclo economico; per loro il 2015 significherà un crollo dell'attività economica, poiché gli investimenti improduttivi accumulati in passato continueranno ad essere liquidati. Secondo la banca dati del FMI, i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo costituiscono $30 bilioni del PIL mondiale, rispetto ai $47 bilioni delle economie avanzate. E' chiaro che un crollo delle prime avrà gravi ripercussioni anche sulle seconde.

Come valuta di riserva mondiale, il dollaro ricopre un ruolo fondamentale per il valore di scambio di tutte le altre valute. Questo nonostante i tentativi di Cina e Russia di commerciare senza di esso. Nel corso degli anni l'economia globale ha fatto un crescente affidamento sul dollaro, proprio perché è cresciuta in relazione agli Stati Uniti. Nel 2000 gli Stati Uniti ricoprivano un terzo del PIL mondiale; oggi ne ricoprono circa un quinto.

Il secondo sviluppo (es. un calo dei prezzi dell'energia e delle materie prime) è stato inizialmente guidato dagli stessi fattori che hanno rafforzato il dollaro, e conferma la crescente probabilità di un crollo globale. Se il calo dei prezzi fosse interamente dovuto ad una maggiore offerta di merci, potremmo gioirne. Tuttavia, mentre si è registrato un certo aumento dell'offerta di energia e delle materie prime, il messaggio è chiaro: la domanda ai prezzi correnti è diminuita in modo imprevisto e ora i prezzi stanno cercando di trovare un nuovo equilibrio. E poiché stiamo considerando la domanda mondiale, questo sviluppo è sfuggito o è stato frainteso dagli economisti che non hanno una prospettiva globale.

Il prezzo del petrolio si è dimezzato negli ultimi sei mesi. Il calo è stata attribuito ad una volontà dell'Occidente di voler mandare in bancarotta la Russia, o alla volontà dell'Arabia Saudita di mandare fuori dal mercato l'offerta di scisto americana. Questi punti di vista non prendono in considerazione il quadro generale: secondo lo Statistical Review 2014 di BP, agli inizi dello scorso anno il consumo mondiale di petrolio ha ampiamente superato l'offerta, 91.3 millioni di barili al giorno rispetto agli 86.8 milioni. Ciò indica che è cambiato qualcosa di fondamentale nel 2014, e quel qualcosa può essere solo un improvviso calo della domanda nel secondo semestre.

Negli ultimi sei mesi i prezzi del ferro si sono dimezzati, ma altri prodotti chiave, come il rame che è sceso solo dell'11% nel corso dello stesso periodo, sembra che non si siano ancora adeguati al crollo dei mercati emergenti. Ciò è conforme alla teoria del ciclo economico, perché nelle prime fasi di una crisi le imprese rimangono fedeli ai loro piani d'investimento nella vana speranza che le condizioni migliorino. Possiamo prevedere che il crollo della domanda di energia si intensificherà e si diffonderà ad altre materie prime industriali non appena i produttori inizieranno a gettare la spugna e i loro piani d'investimento verranno infine abbandonati.

Pertanto il contesto economico per l'economia globale non è incoraggiante. Né lo era all'inizio del 2014, quando era ovvio che sarebbe stato un anno difficile. La differenza un anno dopo è che le preoccupazioni per il futuro sono più cristallizzate. L'anno scorso scrissi di come ci stessimo dirigendo verso un secondo evento Lehman e che una crisi finanziaria e valutaria sarebbe potuta spuntare fuori in qualsiasi momento. Posso aggiungere solo che la crisi è iniziata e avrà molto da dire quest'anno. Questo è il contesto in cui considereremo brevemente alcune delle altre valute principali e i metalli preziosi.



Il Giappone e lo Yen

La compiacenza mainstream sulle scelte del Giappone è davvero incredibile. Il Giappone si è impegnato in un'operazione di inflazione monetaria che se continuata distruggerà lo yen. La Banca del Giappone sta finanziando il doppio del disavanzo pubblico (¥41 bilioni) mediante l'emissione di nuova moneta, parte della quale viene utilizzata per acquistare ETF giapponesi e REIT. Di conseguenza i prezzi di bond, azioni, e mercati immobiliari commerciali sono diventati irrilevanti. "L'Abenomics" consiste nel finanziare il governo e gestire i mercati con la scusante di stimolare l'economia e gli spiriti animali. In realtà con più di ¥1.2 trilioni di debito pubblico, il governo è finito in una trappola del debito da cui non c'è via d'uscita. L'Abenomics è stata inaugurata due anni fa, sin da allora lo yen è sceso da 75 a 120 rispetto al dollaro, o del 37%.

Invece di imparare dalle lezioni delle iperinflazioni precedenti, gli economisti mainstream seguono la linea ufficiale e ignorano i fatti: il Giappone è un gigantesco welfare state popolato da una popolazione di pensionati sempre maggiore e insostenibile. Rappresenta la nazione avanzata da cui stanno prendendo esempio le altre nazioni. Le previsioni secondo cui l'economia giapponese si riprenderà nel 2015 sono illusorie: in realtà il Giappone sta distruggendo la sua valuta e la ricchezza del suo settore privato.



L'Eurozona e L'Euro

Nel breve termine l'Eurozona dovrà fare i conti col suo problema greco. Se il prossimo governo greco smetterà di fare la voce grossa davanti agli altri membri della zona Euro e alla BCE, è ancora da vedere. I problemi dell'Eurozona hanno radici molto più profonde della Grecia, aggravate dai politici che sono stati riluttanti a utilizzare il tempo acquistato dalla BCE per affrontare le difficoltà strutturali dei loro Paesi. Il risultato è il blocco del nord più forte (Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Lussemburgo) che viene paralizzato dal peso degli stati del Mediterraneo, più Portogallo e Francia. Inoltre Germania e Finlandia hanno subito un ulteriore colpo dovuto alla perdita di preziose attività di esportazione in Russia.

Nei prossimi mesi la zona Euro affronterà molto probabilmente una carenza di gas dalla Russia attraverso il gasdotto trans-ucraino, e la deflazione dei prezzi dell'energia e di altre materie prime. La deflazione dei prezzi porta a considerare altri due punti, uno falso e l'altro vero: prezzi più bassi sono sinonimo di recessione (falso) e il calo dei prezzi aumenta il peso del debito reale (vero). La conseguenza è che la BCE sonderà vari modi per espandere l'offerta di moneta in modo da fermare il diffondersi di una crisi economica nella zona Euro. In breve, svilupperà probabilmente la propria versione dell'Abenomics, l'unica differenza è che il Giappone ha iniziato prima.



Stati Uniti e Regno Unito

Il Giappone e la zona Euro totalizzano $18.3 bilioni di PIL, poco più quello degli Stati Uniti, e in aggiunta a quello delle economie emergenti e in via di sviluppo otteniamo un totale di $48 bilioni, ovvero il 62% del PIL mondiale è costituito da nazioni che stanno conducendo il mondo verso un crollo economico. Così quando consideriamo le prospettive per gli Stati Uniti e il Regno Unito, che insieme producono $20.4 bilioni o il 26% del PIL mondiale, le prospettive non sono affatto buone. Il Regno Unito come nazione commerciale esposta alla zona Euro è a rischio, meno gli Stati Uniti che non sono così dipendenti dal commercio internazionale.



Metalli Preziosi

L'analisi svolta fin qui ha riguardato i driver economici primari su cui si basa tutto il resto. Il rischio di un crollo globale può essere definito un evento di primo ordine, mentre la possibilità di una crisi bancaria, di un default dei derivati o di un'altra dislocazione dei mercati causata da un crollo potrebbero essere definiti un evento di secondo ordine. E' inutile fare ipotesi circa la possibilità e la tempistica di quegli eventi di secondo ordine che potrebbero verificarsi nel 2015, perché essi dipendono in ultima analisi dalla performance dell'economia globale.

Tuttavia, quando agli investitori diventerà chiaro che l'economia globale starà entrando nell'ennesimo crollo, è sicuro che il rischio finanziario e sistemico degenereranno. Giudicare questa escalation monitorando i mercati sarà difficile perché le banche centrali, i fondi di stabilità dei cambi e i fondi sovrani intervengono sovente nei mercati, generando segnali di prezzo ingannevoli.

I metalli preziosi sono gli unici asset fuori dal controllo degli stati. Almeno nel lungo termine. Nel breve termine possono distorcere i mercati dei metalli preziosi espandendo la quantità di derivati, e vi è un nutrito corpo di prove che dimostra come questi metodi siano stati utilizzati negli ultimi anni. Gran parte di questa distorsione è arrivata dalle banche d'investimento e dalle bullion bank, le quali stanno festeggiando con bond, azioni e derivati, e per le quali l'oro è un asset trascurabile. Questo compiacimento verrà smorzato ad un certo punto, e il catalizzatore più probabile è una crisi economica globale.

I pericoli di valute inflazionate all'inverosimile sono chiaramente illustrati dalla Fiat Money Quantity, che ha continuato ad espandersi ad un ritmo allarmante come mostrato nel grafico qui sotto.




La FMQ misura la quantità di moneta fiat emessa in sostituzione dell'oro come denaro, quindi è una misura che tiene traccia di un'espansione monetaria scoperta. Arrivata a $13.52 bilioni lo scorso novembre, è $5.68 bilioni al di sopra del percorso di crescita pre-Lehman, prova evidente di una moneta in forte deprezzamento in termini monetari. Regolando il prezzo dell'oro a questo deprezzamento otteniamo un prezzo di $490 a quel tempo e a quella quantità, quindi l'oro si è all'incirca dimezzato in termini valutari reali dopo la crisi Lehman.



Conclusione

Ci sono prove convincenti che il 2015 vedrà un crollo dell'attività economica mondiale. Stando così le cose, i rischi finanziari e sistemici aumenteranno. Possiamo prevedere che suddetto crollo indebolirà le azioni, le proprietà e, infine, i mercati obbligazionari, asset che mostrano tutti un prezzo da stabilità economica. Anche se questi mercati sono sempre più controllati da un intervento delle banche centrali, è pericoloso presumere che questa presunta stabilità continuerà a persistere all'accumularsi di rischi finanziari e sistemici.

I metalli preziosi sono, in ultima analisi, avulsi da una manipolazione dei prezzi di lungo termine. Inoltre sono l'unica classe di asset che oggi è venduta ad un prezzo inferiore al dovuto, dato l'enorme aumento della quantità di moneta fiat dopo la crisi Lehman.

In breve, il 2015 si preannuncia un anno molto brutto per le valute fiat e molto bello per l'oro e l'argento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


La Scuola Austriaca: differenze interne – III parte

Von Mises Italia - Mer, 04/02/2015 - 09:00

2.3 Il ruolo dell’imprenditore

Il terzo punto di dissenso riguarda gli effetti che la teoria hayekiana della conoscenza ha sul ruolo dell’imprenditore. L’imprenditore di Kirzner[1] è un soggetto complessivamente passivo, che dipende dai “segnali” forniti dal sistema dei prezzi di mercato (tra cui profitti e perdite), e non assume rischi. Per Kirzner l’unica qualità dell’imprenditore è la “prontezza” (alertness), afferrare i segnali del mercato prima dei concorrenti, scoprire le opportunità ancora non percepite da altri[2]. L’azione umana come “finalizzata a uno scopo” (purposefulness), concetto che Kirzner considera ancora centrale, è ridefinita solo in termini di “prontezza” (mentre per Mises rappresenta la capacità di scegliere ed economizzare). L’uomo kirzneriano affronta solo il presente, non il futuro, dunque nel suo mondo non vi sono rischi o incertezza. Ma la prontezza è diversa dall’incertezza, e non elimina l’incertezza; una persona può essere pronta e cogliere un’opportunità, ma questo non garantisce che alla fine la sua azione produca un profitto. Esempio: un individuo si accorge che un medesimo bene è venduto a un prezzo in un luogo e ad un prezzo più alto in un altro luogo; allora acquista i beni nel primo luogo per venderli nel secondo (arbitraggio). Nel notare tale discrepanza di prezzo è stato pronto; ma nel periodo di tempo che passa dall’acquisto alla vendita potrebbero accadere degli eventi che non gli consentono di realizzare il profitto sperato, o addirittura che gli infliggono una perdita. Ad esempio, apre un nuovo negozio che vende il bene a un prezzo addirittura più basso del prezzo del primo luogo, oppure molte persone che abitano nel secondo luogo si trasferiscono in altre zone e così via. La prontezza non elimina l’incertezza. Con il criterio della prontezza si possono spiegare i profitti, ma non esiste un criterio per spiegare le perdite.

Nel mondo misesiano, invece, l’imprenditore è estremamente attivo. Per Mises, come si è visto nel paragrafo precedente, l’elemento che definisce l’azione umana è l’esser volta a uno scopo, e l’intero processo di mercato può essere dedotto dal fatto che la ragione guida il comportamento volto a degli scopi, ed esso consiste nella scelta (choice) e nella efficiente allocazione delle risorse scarse. Dunque per Mises l’aspetto cruciale dell’attività imprenditoriale è l’assunzione di rischi, e quindi l’imprenditore conseguirà profitti se avrà avuto una maggiore capacità di prevedere il futuro, e perdite se avrà avuto una capacità inferiore di previsione. L’imprenditore misesiano non è un passivo (sebbene pronto) recipiente di conoscenza fornita dal sistema dei prezzi, ma un soggetto attivo, che prevede, che valuta, che prende rischi. Kirzner trasforma l’homo agens (misesiano) in homo quaerens, un uomo che cerca perpetuamente e senza fine nuova conoscenza che però poi non trasforma in un conto economico al fine di migliorare il suo benessere. La propensione a scoprire nuove opportunità in sé, da sola, non è in grado di generare altre proposizioni sull’azione umana, e nemmeno sul processo di mercato. Non è la scoperta che guida i mercati, ma la massimizzazione dell’utilità[3].

2.4 Il “coordinamento” svolto dal mercato

È il quarto aspetto che divide le due correnti. Per Hayek il mercato svolge la funzione di “coordinamento dei piani individuali”. I misesiani replicano che tale concetto è legato a quello di equilibrio: se il mercato non può tendere verso un equilibrio definitivo, così anche i piani, che sono variabili e soggettivi, non saranno mai coordinati, o resi eguali. Esempio: il valore capitale di un’azienda, nella posizione di equilibrio finale, sarà di $ 100 milioni, in base ai rendimenti futuri e al tasso di interesse; quindi, date 100 milioni di azioni, il prezzo di equilibrio di ogni azione è pari a $100. Anche considerando i dati del mercato invariabili, non c’è ragione di considerare i piani di tutti i partecipanti al mercato “coordinati” per capire che il prezzo di equilibrio sarà di $100. Fino alla fine vi possono essere e vi saranno individui con varie aspettative, di rialzo o di ribasso, e con volatilità del prezzo delle azioni fino a quando non si raggiunge uno stato finale di quiete. In breve, mentre qualsiasi azione è per sua natura volta all’equilibrio, e, se i dati non variano, il mercato tende all’equilibrio, i piani soggettivi non saranno mai “coordinati” finché non si giunge all’equilibrio finale; ma poiché questo stato non si raggiunge mai definitivamente, l’intero concetto di “coordinamento dei piani” dovrebbe essere eliminato in quanto inutile, fuorviante e falso.

Questo non significa che il mercato non “coordina”: si può parlare di coordinamento nel mercato, ma ciò avviene attraverso il sistema dei prezzi. Nei mercati di ogni giorno (non nell’inesistente terra dell’equilibrio finale), i prezzi si muovono (coordinano) in modo che non vi siano carenze o sovrapproduzioni. Se i prezzi sono liberi di muoversi, si possono determinare cattive allocazioni delle risorse, ma mai penurie o sovrapproduzioni permanenti. Esempio: si supponga che durante una guerra si determini una cattiva allocazione delle risorse in agricoltura, perché le offerte provenienti da altri paesi si riducono, e dunque cresca la domanda di prodotti agricoli forniti all’interno del paese. I prezzi dei prodotti e delle fattorie crescono e cresce la produzione. Quando la guerra finisce, la produzione interna risulta eccessiva, e i prezzi del cibo e delle fattorie cadono, eliminando i beni invenduti. Dunque anche se la guerra ha determinato una cattiva allocazione delle risorse (troppa produzione interna di prodotti agricoli e quindi troppe risorse dedicate all’agricoltura), i prezzi hanno svolto con successo la loro funzione di coordinamento, perché hanno eguagliato domanda e offerta, eliminando le carenze o i surplus.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] I. Kirzner, Concorrenza e imprenditorialità, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 1997; ed. or. Competition and Entrepreneurship, University of Chicago Press, Chicago, 1973.

[2] Secondo la metafora utilizzata da Kirzner, una banconota da 10 dollari è in terra. Molte persone non vedono quella banconota; ma l’imprenditore è più pronto degli altri e così è il primo a vederla e ad afferrarla. La superiore prontezza, la prontezza rispetto alla realtà esterna, spiega i profitti dell’imprenditore.

[3] Un’altra differenza fra Kirzner e Rothbard riguarda un aspetto della teoria del valore: Kirzner utilizza il criterio neoclassico dei prezzi come una proxy per effettuare il calcolo dei valori delle utilità: I. Kirzner, Market Theory and the Price System, Van Nostrand, Princeton, NJ, 1963 (v. P. Vernaglione, Austriaci e Neoclassici, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-neoclassici.doc, 31 luglio 2009, punti 4 e 5).

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Tre cose che faranno le banche centrali per “salvare l'economia”

Freedonia - Mar, 03/02/2015 - 11:15




di Bill Bonner


Vogliamo parlare di quello che ancora non è successo.

Non che pretendiamo di sapere cosa accadrà domani o il giorno dopo, ma possiamo guardare al presente e ipotizzare dove ci potrebbe portare.

La scorsa settimana le classi medie — alias "gli elettori" — si sono espresse. Sono state usate e lo sanno.

Il più grande programma di creazione di denaro di tutti i tempi — il QE della FED — non ha fatto nulla per loro. Anzi, le ha danneggiate.

Gli investimenti nella nuova produzione sono colati a picco, i loro magri risparmi non producono ricavi e i "posti di lavoro di chi porta a casa il pane" sono scarsi.

Nonostante tutte le chiacchiere di un "mercato del lavoro in miglioramento", non ve n'è alcun segno nei salari. La famiglia tipo ha $5,000 di reddito in meno rispetto all'inizio del XXI secolo.

Nel frattempo Europa e Giappone sono al freddo, al buio e disperati. La scorsa settimana il capo della BCE Mario Draghi ha annunciato che la banca centrale avrebbe acquistato €1 bilione di bond per cercare di accendere un fuoco sotto l'economia della zona Euro.

E il governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, ha scoperto le sue carte la settimana prima, sostenendo un interventismo potenzialmente illimitato.

Gli Stati Uniti possono resistere al crollo di tutto il mondo?

Secondo noi è solo una questione di tempo prima che l'economia degli Stati Uniti o il mercato azionario statunitense cominci a traballare.

Potremmo veder scendere il Dow di 1,000 punti o più... o potremmo vedere una crescita negativa del PIL... o entrambe le cose.

E poi cosa potrebbe accadere?

Chi scommette che la Yellen interverrà ancora una volta — nella speranza di impedire ad un piccolo problema di diventare più grande — potrebbe azzeccarci.

Sin dagli anni '30 i banchieri centrali hanno imparato che non saranno quasi mai criticati per una loro reazione eccessiva. Ma se si siedono con le mani in mano, finiranno all'inferno.

E sin dalla "scommessa" di Alan Greenspan nel 1987, la FED ha sostenuto il mercato azionario con qualsiasi politica che riteneva opportuna.

Tassi più bassi? QE? Si farà "tutto il possibile".

Janet Yellen è consapevole del fatto che i due precedenti presidenti della FED sono stati acclamati per aver salvato l'economia dalla distruzione. Lei non vuole essere da meno.

Mentre stiamo facendo queste ipotesi, supponiamo anche che ogni sforzo di salvataggio sarà più costoso e meno efficace di quello precedente.

Questo è il modo in cui funziona lo "stimolo". E' come guardare a delle foto osè, le prime sono eccitanti e sexy. In seguito, sono solo noiose.

Una nuova risposta vigorosa da parte della FED produrrebbe probabilmente un altro aumento dei prezzi degli asset finanziari. E poi?

L'attivismo della banca centrale — stimolare la creazione di credito con tassi di interesse artificialmente bassi — funziona solo quando le persone vedono poco rischio di insolvenza o di tassi crescenti. Ma questo rischio non può essere ignorato per sempre.

Si chiama "ciclo del credito" per un motivo. L'aumento dei tassi arriverà prima o poi — spesso ferocemente — dopo un lungo periodo di stabilità apparente, eccesso di ottimismo, azioni troppo care e rendimenti artificialmente soppressi.

Quando ciò accade, le banche centrali perdono la loro capacità di mandare più in alto le azioni con tassi più bassi.

La FED ha interferito con il ciclo del credito negli ultimi 20 anni. Ma quando si convince di poter ribaltare il ciclo... diventa una grande perdente.

A quel punto, e potrebbero volerci mesi — o anni — ci sono alte probabilità che le banche centrali diventino più creative.

Che altro possono fare?

Saranno comunque pienamente impegnate a "salvare" l'economia. Quando i loro strumenti di politica falliscono, devono inventarsi qualcosa di diverso.

Cosa? Vediamo:

  1. Le banche centrali compreranno azioni. Il Giappone, come al solito, è l'avanguardia.

  2. Gli stati metteranno in campo grandi pacchetti di stimolo fiscale per "investimenti" nelle infrastrutture.

  3. Una qualche forma di finanziamento monetario, diretto dalle banche centrali, finanzierà questi pacchetti di stimolo. Le banche centrali "stamperanno" semplicemente i fondi necessari.

Tutte queste misure sono già in atto o molto discusse sui giornali finanziari più importanti.

Che cosa significherà tutto questo per le azioni, le obbligazioni e il dollaro?

Rimanete sintonizzati...

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Referendum dei 5 Stelle sull'Euro

Luogocomune.net - Lun, 02/02/2015 - 20:00
Quello che segue è il volantino con cui il Movimento 5 Stelle promuove il referendum sull'uscita dall'Euro. Chiediamo agli utenti di commentare sulla validità effettiva di questa proposta, punto per punto. Grazie. [M.M.]

Sovranità monetaria

Nel 2015 l’Italia pagherà presumibilmente 75 miliardi di interessi sul debito pubblico (ma il quadro potrebbe peggiorare). Quando Monti fu imposto al Paese perché avevamo interessi troppo alti, ne pagavamo 78. Il miglioramento in questi anni è stato praticamente nullo. Riprendiamoci la sovranità per stampare una moneta associata al valore della nostra economia ed evitare di essere strozzati dagli interessi alle banche private.

Più lavoro

Con l’euro siamo arrivati al record storico di di 3,41 milioni di disoccupati, erano 1.000.000 in meno nel 1997. Le imprese sono costrette a licenziare oppresse da una tassazione abnorme imposta per rimanere nei parametri dall’euro. Fuori dall’euro per liberare le imprese e creare più lavoro! [...]

Continua a sognare Herr Hatzius: Stai vivendo in un'enorme bolla pronta ad esplodere

Freedonia - Lun, 02/02/2015 - 11:01




di David Stockman


Quanto stupidi pensano che siamo?

Il plenipotenziario di Goldman alla FED di New York, William Dudley o B-Dud, è andato in giro a ripetere una nuova parola in codice, "paziente", piuttosto che ripresentare la solita, "tempo considerevole", per descrivere il piano di innalzamento dei tassi di interesse della FED. Poi ieri, proprio al momento giusto, il suo alter ego alla base centrale della Goldman, Herr Hatzius, ha distribuito alla clientela un fonema identico:

Nel 2003-2004 "tempo considerevole" ha lasciato il passo a "paziente", un segnale che denota l'avvicinarsi di un innalzamento, ed è interessante notare come le parole "paziente" o "pazienza" si siano susseguite con una certa frequenza negli ultimi discorsi della FED.
Infine, come un orologio, il portavoce ufficiale della FED, Jon Hilsenramp, ha consegnato il messaggio definitivo ai giocatori del casinò tramite lo zombie-box di Rupert Murdoch.

I funzionari della Federal Reserve stanno considerando seriamente un importante cambiamento nel tono del meeting della prossima settimana: assicurare che i tassi di interesse a breve termine rimangano vicino allo zero per un "periodo di tempo considerevole".......

Dudley — un personaggio nella cerchia ristretta dei consiglieri della Yellen — ha detto di recente che la FED potrebbe sostituire la "garanzia di tassi bassi per un periodo di tempo considerevole", poiché vuole essere più paziente prima di decidere cosa fare....... La FED ha già seguito questo approccio l'ultima volta che ha cercato di progettare un innalzamento dei tassi nel 2004.... (quando) assicurò che i tassi sarebbero rimasti bassi per un "periodo di tempo considerevole" e sarebbe stata paziente prima di ri-alzarli.
Sì, mentre cerca il coraggio di consentire ai tassi del mercato monetario di lasciare lo zero, la FED darà un largo preavviso precededuto dalla parola che inizia per "P" nella sua dichiarazione post-meeting di dicembre. E' una password segreta doppia, il che significa che il costo dei carry trade per gli speculatori può salire — diciamo di 25bps nei prossimi sei mesi. Non tanto presto.

E' mia intenzione deridere questi pagliacci e giovani delinquenti? Sì, certamente.

Le incongruenze e le stupidaggini sono da capogiro. Eppure, secondo una delle sempre memorabili menti vuote presso la FED, Dennis Lockhart, potrebbe essere troppo presto per cambiare la password nella sessione di dicembre. Lockhart di recente ha detto ai giornalisti che:

....."non c'è fretta di abbandonare" la frase "periodo di tempo considerevole". Vuole accertarsi che l'economia sia abbastanza forte da sopportare aumenti dei tassi prima di muoversi.
Cosa? Secondo la regola dei sei mesi, il primo accenno di un aumento dei tassi dovrebbe verificarsi a luglio 2015. Esattamente 78 mesi dopo il primo abbattimento dei tassi di interesse pressoché a zero. Troppo presto? Suvvia.




Secondo un altro reparto di Goldman Inc., l'S&P 500 si avvicinerà ai 2350 poco dopo. Questi tipi vogliono dire che anche se il mercato azionario sarà stato catapultato quattro volte più in alto durante il periodo senza fine della ZIRP — l'economia sarà ancora troppo debole per sopportare un blip di 25 bps sul tasso a breve?

Quando la riluttanza della gang Goldman/FED nel consentire anche un minimo aumento dei tassi si contrappone con i due grafici che seguono, il contrasto è semplicemente sbalorditivo. Queste persone sono così intontite dalle bolle che non riescono a separare la fantasia dalla realtà.





Beh, forse sì. Ma come Jim Carrey in The Truman Show, la realtà che analizzano, calibrano e progettano è tutta dentro una grande tenda — la bolla finanziaria mondiale che è stata alimentata dalle banche centrali per quasi due decenni. Di conseguenza la loro valutazione di ciò che sta accadendo ora, e ciò che accadrà, è in funzione di una fiducia assoluta nei folli stampatori monetari che gestiscono le banche centrali del mondo.

Detto in modo diverso, i venditori di "asset rischiosi" come Herr Hatzius non fanno analisi né fanno previsioni; seguono semplicemente i loro cosiddetti modelli economici per giustificare un mercato azionario sempre crescente. Dopo tutto, questo è ciò che sembra la bolla dall'interno.

Così, mentre avvisava i suoi clienti circa la modifica della "password", Hatzius ha tirato fuori la versione senza tempo di un'economia fiabesca, in cui i guadagni e i prezzi delle azioni saliranno per sempre:

Consideriamo l'accelerazione della crescita economica degli Stati Uniti nel 2014 come una prova contro l'idea che la debolezza dell'economia americana dopo il 2007 fosse "secolare"; e soprattutto la consideriamo una prova in favore del nostro punto di vista secondo cui suddetta debolezza è stata causata da un lungo ma temporaneo post-sbornia associato allo scoppio della bolla immobiliare e del credito. Questa sbornia è stato il motivo per cui ci sono voluti 5 anni per arrivare ad una crescita economica che tipicamente verrebbe raggiunta in 1-2 anni. Ma il rovescio della medaglia del lento progresso iniziale, è che l'espansione economica — e il rialzo dei tassi che in ultima analisi l'accompagnerà — ha una lunga strada da fare....... (quindi) la nostra visione di lungo periodo rimane ancorata ad una crescita del PIL di circa il 3%, non solo nel 2015 ma anche nel 2016-2017.
Vediamo. Negli ultimi 14 anni le vendite reali negli Stati Uniti sono cresciute ad un tasso annuo dell'1.6%; e negli ultimi 7 anni ad un CAGR a malapena dell'1.0%. E questa è la metrica giusta — anche Herr Hatzius sa che gli inventari nel PIL sono irregolari nel breve periodo, ma si stabilizzano nel tempo.

Molto probabilmente potrebbe anche riconoscere che ci sono stati alcuni "venti a favore" che hanno fornito benzina agli Stati Uniti e all'economia globale negli ultimi 15 anni, e questi venti potrebbero aver aggiunto qualche ottano ai CAGR limpidi che abbiamo osservato di recente — tassi di crescita che rappresentano un frazione del suo 3%.

Detto in modo diverso, è praticamente impossibile sostenere che il tasso di crescita degli Stati Uniti, inchiodato all'1.6% sin dal 2000, non sia stato appiattito da alcuni giganti ormai in ginocchio. Chiedete a Caterpillar, IBM, Exxon-Mobil, Macy o a tutto il resto della banda che aveva beneficiato dei mercati in forte espansione all'estero, grandi guadagni dalle conversioni e indebitamento folle in patria.

Questo è ciò che intendo per "venti a favore". Nel corso di questo secolo, un'enorme espansione monetaria e fiscale a livello mondiale ha alimentato la più grande era di espansione del credito e di crescita del debito che il pianeta abbia mai visto. Prendete ad esempio la Cina, dove il debito nel mercato del credito è passato da $1 bilione a $25 bilioni nel corso di suddetto periodo; o anche gli Stati Uniti, dove il debitoo pubblico e privato sono schizzati in alto da $26 bilioni a $60 bilioni; o il Giappone, dove circa $25 bilioni di debito gravano sulla schiena di una popolazione in rapido invecchiamento.

O se si preferisce un approccio settoriale, guardate all'esplosione delle spese in conto capitale nelle miniere di ferro; o ai container spediti per nave; o alle fabbriche di acciaio e alluminio; o alle industrie del petrolio, del gas e dell'energia; o ai fornitori di cemento e di macchine nei cantieri; e al settore immobiliare e commerciale da Shanghai a Istanbul e San Paolo.

E' possibile che tali "venti a favore" potrebbero non persistere. Dopo tutto, il boom degli investimenti di capitali (sopra descritto) non era organico — il risultato di popoli che improvvisamente diventavano più energici, ambiziosi e imprenditoriali. No, è stato quasi del tutto artificiale — un crack-up boom temporaneo a causa dell'inarrestabile espansione del credito fiat ingegnerizzato dalle banche centrali.

Ma ora che i loro bilanci combinati sono esplosi da circa $2 bilioni alla fine del secolo a oltre $16 bilioni di oggi, ci sono alcuni segni inconfondibili di una frenata incombente. I compagni del cpitalismo rosso a Pechino stanno cercando di comprimere la gigantesca bolla del credito — come sottolineato di nuovo ieri sera. Questo, tra le altre cose, è il motivo del "nein" tedesco, mentre Draghi affronta la sua imminente resa dei conti.

Tra l'altro è anche quello che intendono fare i capi della FED quando hanno deciso di cambiare la "password". E in Giappone la BOJ sta ancora stampando a tavoletta. Ciò significa che quando lo Yen infine si ritroverà in caduta libera — cosa possibile da un giorno all'altro — non ci sarà nulla da fare.

Quindi sarebbe meglio non contare sui "venti a favore". Meglio ancora, esiste la possibilità che i venti monetari degli ultimi 15 anni possano trasformarsi realmente in venti contrari; e il mito della crescita del 3% di Goldman potrebbe essere schiacciato dal contraccolpo globale di bolle che scoppiano e bombe ad orologeria finanziarie che esplodono.

Ad esempio, le corporazioni dei paesi emergenti e gli investitori obbligazionari hanno raccolto circa $9 bilioni nei mercati del debito off-shore. In un modo o nell'altro, gran parte dei Paesi emergenti è una colonia economica della Cina. Cosa succederà quando il castello di carte cinese continuerà a crollare — come preannunciavano gli ultimi mesi di calo delle importazioni — mentre il dollaro continuerà a salire, in quanto i mercati globali a corto di dollari si scapicolleranno per trovare finanziamenti?

Ci sarà una conflagrazione nel mercato del debito dei Paesi emergenti. Rappresenterà sicuramente il sub-prime dell'epoca attuale. La maggior parte di questi prestiti è finita in investimenti industriali e infrastrutturali che risulteranno improduttivi in un'epoca di raffreddamento globale, e ciò vaporizzerà le garanzie collaterali sottostanti come è accaduto durante l'ultima bolla immobiliare.

I tipi di Goldman credono davvero alla loro propaganda? Sulla crescita miracolosa dei BRICS? E che la grande pila di debito insostenibile e di immobili inutili nell'economia cinese possa essere smantellata tranquillamente dai compagni disperati di Pechino?

Cosa succederà quando lo yen finirà in caduta libera e tutta l'Asia orientale soccomberà sotto una tempesta di deprezzamento della moneta? Come se la caveranno in tale scenario le macchine, i beni capitali e gli esportatori di auto di lusso tedeschi — l'unica cosa che sta mantenendo a galla l'Eurozona? E quando la locomotiva tedesca inciamperà a causa del crollo della domanda proveniente da Russia e Cina, cosa succederà all'euro e a tutti gli speculatori che hanno solcato i mari del debito greco e italiano?

C'è almeno una possibilità che il decennale italiano, scambiato di recente al rendimento assurdo dell'1.95%, non sia altro che un grande incidente annunciato? Cosa accadrà quando i tipi di Wall Street venderanno le loro obbligazioni italiane e gli euro — smobilitando le loro posizioni short nei confronti del dollaro più rapidamente di quanto accaduto negli ultimi mesi o durante l'ultima crisi nel 2008?

Infatti la possibilità di una fuga massiccia verso il dollaro confuta da sola il mito del disaccoppiamento e il modello dell'economia chiusa offerto da Herr Hatzius e dal resto dei suoi compagni di viaggio a Wall Street. Il motivo per cui dicono ancora di acquistare durante i ribassi e di come la crescita al 3% sia prossima? I loro modelli non sono altro che una proiezione atta a raggiungere questi scopi. Il tutto finisce sempre con la piena occupazione keynesiana da raggiungere nei tre anni successivi. Un mondo senza fine.

Ma forse un dollaro in rialzo, un raffreddamento dell'economia globale e un prezzo del petrolio a $50 sballotterà l'economia statunitense. Il miracolo dell'olio di scisto finirà e i $ 500 miliardi di debito sottoposto a leva in questo settore andranno in malora come accaduto 7 anni fa ai mutui CDO.

E cosa succede al tasso delle spese in conto capitale in tale scenario — dato che una parte della tiepida ripresa dopo la crisi del 2008 è da attribuire al boom dell'energia e dell'olio di scisto?




E che dire del sogno di una crescita al 3%? Come mostrato di seguito, sin dal 2007 le esportazioni degli Stati Uniti sono aumentate solo ad un tasso nominale del 2.2%; e ciò con un dollaro debole e un boom nell'esportazione di materie prime e prodotti chimici. Questi ultimi sono aumentati del doppio rispetto al tasso delle esportazioni complessive, ma un raffreddamento dell'economia mondiale e un dollaro in rialzo metterà fine alla festa.





Sì, e pensate anche a qualcosa di così prosaico come i viaggi, il turismo, i parchi tematici e gli oggetti di lusso. A fronte di un dollaro molto più forte, l'industria del turismo, che è cresciuta ad un tasso annuo del 12% dal fondo nel 2009, è destinata a diventare molto meno "aspirazionale".

Disaccoppiamento? Non credo proprio.




Sì, la vita all'interno delle bolle è davvero buona. Magari fosse reale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Libertà e proprietà: i Livellatori e Locke

Von Mises Italia - Lun, 02/02/2015 - 08:30

[Estratto da An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, vol. 1, Economic Thought Before Adam Smith. Un file audio MP3 di questo articolo (in inglese), letto da Jeff Riggenbach, è disponibile per il download.]

* * *

Il tumulto della guerra civile inglese negli anni ’40 e ’50 del XVII secolo generò uno sconvolgimento politico ed istituzionale, e stimolò considerazioni radicali riguardo alla politica. Siccome la guerra civile venne combattuta per motivi religiosi e politici, gran parte delle nuove riflessioni si basarono su, o si ispirarono a, visioni e principi religiosi. Così, come vedremo più avanti nel capitolo riguardo alle radici del marxismo, sette comuniste millenarie saltarono fuori nuovamente per la prima volta dalla frenesia degli anabattisti dei primi del XVI secolo in Germania ed Olanda. Particolarmente importanti durante la frenesia della guerra civile di sinistra furono i Diggers, i Ranters e la setta dei Fifth Monarchists.[1]

Diametralmente opposti nei nuovi pensieri generati dalla guerra civile troviamo, nel mezzo delle forze della sinistra repubblicana maggiormente in voga, il primo consapevole movimento libertario di massa: i Livellatori. In una serie di considerevoli dibattiti all’interno dell’esercito repubblicano, specialmente tra i seguaci di Cromwell e i Livellatori, questi ultimi, guidati da John Lilburne, Richard Overton e William Walwyn, diedero vita ad una dottrina libertaria straordinariamente consistente, sostenendo i diritti di “proprietà di se stessi”, proprietà privata, libertà religiosa per l’individuo e minima interferenza governativa nella società. Inoltre, i diritti di ciascun individuo sulla sua persona e proprietà erano “naturali”, cioè derivati dalla natura dell’uomo e dell’universo, e dunque non dipendenvano dal governo né da esso potevano essere abrogati. Nonostante l’economia fosse tutt’altro che l’argomento primario per il Livellatori, il loro aderire ad un’economia di libero mercato era una semplice derivazione della loro enfasi messa sulla libertà ed i diritti di proprietà privata.

Per un po’ sembrò che i Livellatori potessero trionfare nella guerra civile, ma Cromwell decise di risolvere il dibattito nell’esercito usando la forza e stabilì la propria dittatura coercitiva, insieme ad una teocrazia puritana radicale, sbattendo il capo dei livellatori in prigione. La vittoria di Cromwell e dei suoi puritani sui Livellatori si dimostrò disastrosa per il corso della storia inglese. Infatti essa significò che “repubblicanesimo”, agli occhi degli inglesi, sarebbe per sempre stato associato al dominio  sanguinario dei santi di Cromwell, il regno del fanatismo religioso ed il saccheggio delle grandi cattedrali inglesi. Dunque, la morte di Cromwell condusse rapidamente alla restaurazione degli Stuart ed al discredito permanente della causa repubblicana. È probabile, d’altro canto, che uno stato di natura come asupicato dai Livellatori, una tolleranza religiosa ed un governo minimo sarebbero potuti risultare grosso modo accettabili per il popolo inglese, e avrebbero potuto assicurare in Inghilterra  un corso di gran lunga più libertario di quanto effettivamente si sia visto dopo la Restaurazione e l’insediamento dei Whig.[2]

La discussione storiografica sul grande teorico politico libertario John Locke (1632-1704), che salì alla ribalta dopo la guerra civile ed in particolare negli anni ’80 del XVII secolo, si è impantanata in un mucchio di intepretazioni l’una in conflitto con l’altra. Locke era un pensatore politico radicalmente individualista o uno scolastico protestante conservatore? Un individualista o un maggioritario? Un filosofo puro o un sobillatore? Un radicale messaggero della modernità o uno che si rifaceva alle virtù classiche o medievali?

Molte di queste interpretazioni sono, strano a dirsi, non molto contraddittorie. A questo punto dovremmo comprendere come gli scolastici, pur avendo  dominato le tradizioni medievale e post-medievale, furono pionieri ed elaboratori delle tradizioni della legge naturale e dei diritti naturali. La contrapposizione “tradizione” contro “modernità” è in gran parte un’antitesi artificiale. “Moderni” come Locke o forse persino Hobbes potrebbero essere stati individualisti e “giuristi”, ma erano anche immersi nella dottrina scolastica e della legge naturale. Locke potrebbe essere stato, e lo era davvero, un ardente protestante, ma era anche uno scolastico protestante, pesantemente influenzato dal fondatore della dottrina scolastica protestante, l’olandese Ugo Grozio, che d’altro canto era stato fortemente influenzato dagli spagnoli cattolici tardo scolastici. Come abbiamo già visto, questi grandi scolastici gesuiti spagnoli del tardo XVI secolo, come Suarez e Mariana, erano sostenitori del diritto naturale contrattuale. Mariana in particolare si dimostrò decisamente come precursore di Locke nel suo rimarcare il diritto delle persone a riprendersi i diritti di sovranità che avevano in precedenza riposto nel re. Mentre Locke sviluppò il pensiero libertario dei diritti naturali in modo più completo rispetto ai suoi predecessori, questo pensiero era ancora esattamente incorporato nella tradizione scolastica della legge naturale.[3]

Nemmeno John Pocock e i suoi seguaci risultano convincenti nel tentativo di collocare una distinzione artificiale e creare uno scontro tra gli interessi libertari di Locke o dei suoi futuri seguaci da un lato, e la devozione alla “virtù classica” dall’altro. Da questo punto di vista i libertari Lockeiani del XVIII secolo, da Cato a Jefferson, vengono magicamente trasformati da radicali individualisti e sostenitori del libero mercato a nostalgici reazionari che fanno riferimento alla “virtù classica” antica o rinascimentale. I seguaci di tale virtù in qualche modo diventano comunitari vecchio stile piuttosto che moderni individualisti. E, di nuovo, perché mai i libertari e gli oppositori dell’interventismo statale non possono anche opporsi alla “corruzione” e alla prodigalità dello Stato? Di fatto, i due vanno generalmente a braccetto. Appena comprendiamo che, generalmente, e certamente fino a Bentham, i devoti alla libertà, alla proprietà e al libero mercato sono stati di solito moralisti così come sostenitori di un’economia di libero mercato, l’antitesi proposta da Pocock comincia ad andare in pezzi. Per i libertari del XVII e del XVIII secolo, e di fatto per i libertari in più o meno tutte le epoche ed in qualsiasi luogo, gli attacchi all’interventismo statale e alla corruzione morale del governo vanno felicemente mano nella mano.[4]

Ci sono ancora anomalie nella carriera e nel pensiero di John Locke, ma possono essere spiegate dalla chiara discussione e dalle implicazioni dell’impressionante lavoro di Richard Ashcraft.[5] Essenzialmente, Ashcraft dimostra che la carriera di Locke può essere divisa in due parti. Il padre di Locke, un avvocato di campagna e figlio di un poco importante puritano di piccola nobiltà terriera, combattè nell’esercito di Cromwell e fu in grado di usare il traino politico del suo mentore, il colonnello Alexander Popham, che era un parlamentare, per inserire John nella promettente scuola di Westminster. A Westminster, e poi a Christ Church in Oxford, Locke ottenne una laurea breve e poi una specialistica nel 1658, passando poi a docente universitario di greco e retorica nel 1662; divenne quindi studente di medicina ed infine medico per poter stare ad Oxford senza dover far parte di un ordine religioso.

Nonostante, o forse a causa de, la formazione e le conoscenze puritane di Locke, egli rientrò chiaramente sotto l’influenza degli scienziati baconiani ad Oxford, Robert Boyle in particolare, e dunque tentò di adottare il punto di vista “scientifico”, empirico, velatamente assolutista dei suoi amici e mentori. Mentre erano ad Oxford, Locke e i suoi  colleghi accolsero entusiasticamente la restaurazione di Carlo II ed infatti lo stesso re ordinò all’università di tenere Locke come studente di medicina, senza farlo aderire ad un ordine religioso. Mentre era ad Oxford, Locke adottò la metodologia empirica e la filosofia dei sensi dei baconiani, il che lo condusse più tardi al suo Essay Concerning Human Understanding. Inoltre nel 1661 Locke, nonostante il successivo sostegno alla causa della tolleranza religiosa, scrisse due trattati condannandola a favore  dell’imposizione dell’ortodossia religiosa da parte di uno Stato assoluto. Nel 1668 Locke fu eletto alla Royal Society, raggiungendo i suoi compagni scienziati seguaci di Bacone.

Comunque, qualcosa accadde a John Locke nell’anno 1666, quando divenne un medico, e nell’anno seguente quando divenne segretario personale, consigliere, scrittore, teorico e amico intimo del grande Lord Ashley (Anthony Ashley Cooper), che nel 1672 fu nominato il primo Conte di Shaftesbury. Fu merito di Shafterbury se Locke, da quel momento in avanti, si tuffò nella filosofia politica ed economica nonché nel servizio pubblico così come negli intrighi rivoluzionari. Locke adottò in tutto e per tutto la mentalità dei liberali classici Whig grazie a Shaftesbury, e fu proprio questi a convertire Locke per l’intero corso della sua vita in un fermo sostenitore della tolleranza religiosa ed in un esponente libertario della proprietà di se stessi, dei diritti di proprietà e dell’economia di libero mercato. Fu Shaftesbury a trasformare Locke in un libertario e a stimolarlo nello sviluppo di una sua propria teoria libertaria.

John Locke, in breve, divenne rapidamente un sostenitore di Shaftersbury e dunque un liberale classico ed un libertario. Durante tutta la sua vita, anche dopo la morte di Shaftesbury nel 1683, Locke ebbe solo parole di ammirazione per il suo amico e mentore: l’epitaffio di Locke per Shaftesbury dichiarava come quest’ultimo fosse “un vigoroso ed indefesso sostenitore della libertà civile ed ecclesiastica”. Il revisore dell’edizione definitiva dei Two Treatises of Government di Locke ha giustamente scritto che “senza Shaftesbury, Locke non sarebbe stato affatto Locke”. Questa verità è stata nascosta troppo spesso dagli storici, i quali hanno  mostrato un’assurda repulsione verso quel clima in cui la teoria e filosofia politica spesso si sviluppano, vale a dire nell’arroventato clima della battaglia politica ed ideologica. Invece, molti sentirono il bisogno di nascondere questa relazione al fine di costruire un’immagine idealizzata di Locke, del filosofo puro e distaccato, separato dagli sporchi e mondani affari politici del mondo.[6]

Il professor Ashcraft mostra inoltre come Locke e Shaftesbury cominciarono a costruire, anche in modo consapevole, un movimento neo livellatore elaborando dottrine molto simili a quelle dei Livellatori. L’intera struttura di pensiero di Locke nel suo Two Treatises of Government, scritto negli anni 1681-1682 come canovaccio per giustificare l’imminente rivoluzione Whig contro gli Stuart, era un’elaborazione ed uno sviluppo creativo della dottrina dei Livellatori. Questo pensiero affondava le sue radici nella proprietà di se stessi, deducendo come corollario i diritti di proprietà e libero scambio, la giustificazione dello stato come strumento per proteggerli ed il diritto di rovesciare un qualsivoglia governo che tradisca o sovverta tale mandato. Uno dei capi dei precedenti Livellatori, il sindaco John Wildman, fu perfino vicino alla cerchia di Locke e Shaftesbury durante gli anni ’80 del XVII secolo.

La profonda affinità tra Locke ed il pensiero degli scolastici è stata oscurata dall’innegabile fatto che per Locke, Shaftesbury e i Whig il vero nemico della libertà civile e religiosa, il grande difensore dell’assolutismo monarchico durante il tardo XVII secolo e nel XVIII secolo era la chiesa cattolica. Allora, circa alla metà del XVII secolo, il cattolicesimo o “papismo” era identificato non con i diritti naturali né con i controlli sul despotismo regale del passato, ma con l’assolutismo della Francia di Luigi XIV, il maggior Stato assolutista d’Europa, e precedentemente con l’assolutista Spagna. In ciò la Riforma, dopo un secolo, era riuscita a rimuovere la tirannia monarchica nei paesi cattolici così come in quelli protestanti. Dall’inizio del XVII secolo, infatti, la chiesa cattolica in Francia, giansenista e fedele al re nello spirito, era stata più un agente per l’assolutismo regale che un freno ai suoi abusi. Di fatto, durante il XVII secolo, si poteva dire a buona ragione che il più prospero paese in Europa era la protestante Olanda, che era anche il più libero in termini economici e di libertà civili, con una politica decentralizzata  priva di avventurismi imperialisti.[7]

Così, fu facile per i Whig inglesi e per i liberali classici identificare l’assolutismo, la tassazione arbitraria, i controlli e le incessanti guerre degli Stuart con il cattolicesimo verso cui gli Stuart stavano muovendo non troppo segretamente, così come con lo spettro di Luigi XIV verso cui gli Stuart stavano altrettanto virando. Come risultato, la tradizione inglese e dei coloni americani, inclusa anche quella libertaria, si permeò di un fanatico anti cattolicesimo; l’idea di includere i malvagi cattolici nella lista delle religioni tollerate era raramente presa in considerazione.

Dobbiamo chiarire un errore che di solito si commette riguardo alla sistematica teoria sulla proprietà di Locke: quello sulla sua teoria del lavoro. Locke pone le radici della sua teoria dei diritti di proprietà naturali nel diritto di ciascuno alla proprietà di se stesso, di una “proprietà” sulla sua persona. Che cosa allora stabilisce l’originale diritto di qualcuno sulla materia, o sulla terra, o la proprietà di una risorsa naturale, oltre che della sua persona? Nella brillante e molto acuta teoria di Locke, la proprietà è condotta dai beni comuni, cioè dalla non proprietà, alla proprietà privata nello stesso modo in cui un uomo inizia ad usare una proprietà in disuso: “mescolando del lavoro suo proprio”, la sua personale energia, con una risorsa naturale prima non usata e non posseduta, convertendola così ad un uso produttivo e diventandone quindi il proprietario.

La proprietà privata di una risorsa materiale è stabilita dal primo uso. I due assiomi della proprietà del proprio corpo e del primo uso, o “proprietà del primo arrivato”, delle risorse naturali stabiliscono la “spontaneità”, la moralità e i diritti di proprietà che soggiacciono all’intera economia di libero mercato. Poiché se un uomo legittimamente detiene la proprietà materiale delle risorse su cui si è stabilito ed ha lavorato, allora per deduzione egli ha il diritto di scambiare tali titoli di proprietà per quelli su cui altri si sono stabiliti ed hanno lavorato. Per cui, se qualcuno detiene una certa proprietà, costui ha il diritto di scambiarla per la proprietà di qualcun altro, o di cederla a terzi consenzienti. Questa catena di deduzioni sta a fondamento del diritto di fare liberi scambi e di stipulare liberi contratti, così come del diritto di lasciare in eredità un bene, e dunque dell’intera struttura dei diritti di proprietà che distingue l’economia di mercato.

Molti storici, specialmente marxisti, hanno tratto soddisfazione nell’affermare che John Locke sia di fatto il fondatore della “teoria del valore-lavoro” marxista (che Marx avrebbe a propria volta preso da Smith e ancor più da Ricardo), ma quella di Locke è una teoria del lavoro basata sulla proprietà, ovvero una teoria di come la proprietà materiale giustamente divenga possesso per mezzo dello sforzo lavorativo o della ”unione” del lavoro alla materia. Questa teoria non ha assolutamente niente a che fare con ciò che determina il valore o il prezzo dei beni o dei servizi sul mercato, e quindi non ha niente a che fare con la successiva “teoria del valore-lavoro.”

Tradotto da Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giorgio Venzo

 

Note

[1] Ci fu un passaggio diretto di idee da Thomas  Müntzer e dai comunisti anabattisti all’ Inghilterra. Uno dei collaboratori di  Müntzer, Henry Niclaes, sopravvisse alla frattura degli anabattisti per trovare nel familismo, un credo panteistico che affermava che l’uomo è Dio ed invocava la creazione del regno di Dio (uomo) in Terra, l’unico posto in cui un tale regno potesse mai esistere. Le idee familiste furono portate in Inghilterra da un discepolo di Niclaes, Christopher Vittels, un carpentiere olandese, e il familismo si diffuse in Inghilterra durante il tardo XVI secolo. Un centro del familismo nei primi del XVII secolo in Inghilterra fu a Grindleton, nello Yorkshire. Là, nella decade dopo il 1615, i “grindletoniani” furono guidati dal curato anglicano di Grindleton, il reverendo Roger Brearly. Parte del fascino del familismo stava nel suo antinomianismo: l’idea secondo cui persone sinceramente devote a Dio, come loro stessi, per definizione non avrebbero mai potuto commettere un peccato. Gli antinomiani erano dunque soliti sfoggiare un comportamento generalmente considerato peccaminoso, al fine di dimostrare a tutti il loro status divino e “libero-dal-peccato”.

[2] I Livellatori hanno acquistato una colorazione di sinistra a causa del loro appellativo. Inoltre sono stati ammirati dagli storici marxisti, entusiasti del loro estremismo, e sono stati considerati come le figure più consistenti nella “rivoluzione borghese” dei secoli XVII e seguenti. I Livellatori, comunque, non erano in alcun modo egalitari, eccetto nel senso libertario del laissez-faire, ovvero per il fatto che si opponevano a privilegi speciali garantiti dallo Stato. Sui Livellatori, vedi specialmente Don M. Wolfe (ed.), Leveller Manifestoes of the Puritan Revolution (1944, New York: Humanities Press, 1967), compresa la lunga introduzione del revisore; vedi inoltre l’ultima collezione dei trattati dei Livellatori in A.L. Morton (ed.), Freedom in Arms: A Selection of Leveller Writings (London: Lawrence & Wishart, 1975). Vedi anche il classico H.N. Brailsford, The Levellers and the English Revolution (Stanford, Calif.: Stanford University Press, 1961). Uno dei migliori riassunti sulla dottrina dei Livellatori si trova in C.B. Macpherson, The Political Theory of Possessive Individualism: Hobbes to Locke (Oxford: Clarendon Press, 1962), pp. 137–59.

[3] Gran parte della confusione è dovuta all’interpretazione di Leo Strauss e dei suoi seguaci, secondo cui Locke fu un sostenitore dei diritti naturali in aperta rottura (seguendo Hobbes) con l’antica saggia tradizione della legge naturale. In realtà proprio Locke, il sostenitore dei diritti naturali, sviluppò la tradizione scolastica della legge naturale, e fu agli antipodi dell’apologia destrorsa di stampo groziano di Hobbes verso lo Stato assoluto. Su Hobbes, Locke ed il circolo Tew, vedi Richard Tuck, Natural Rights: Their Origin and Development (Cambridge: Cambridge University Press, 1979). L’interpretazione di Leo Strauss si trova nel suo Natural Right and History (Chicago: University of Chicago Press, 1953). Per una critica a Strauss, e per rimarcare che Locke non fu un hobbesiano ma si collocò invece nella tradizione della legge naturale, vedi Raghuveer Singh, “John Locke and the Theory of Natural Law,” Political Studies 9 (June 1961), pp. 105–18.

[4] Il locus classicus della tesi Pocockiana è J.G.A. Pocock, The Machiavellian Movement (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1975). In aggiunta alle contrastanti opere di Isaac Kramnick e Joyce Appleby, vedi in particolare la brillante confutazione dell’esempio centrale di Pocock: l’enfasi sulla presunta “virtù classica” delle Cato’s Letters di stampo profondamente lockeiano, le quali divennero la singola fonte libertaria di maggior influenza sui rivoluzionari americani. Ronald Hamowy, “Cato’s Letters: John Locke and the Republican Paradigm,” History of Political Thought 11 (1990), pp. 273–94.

[5] Richard Ashcraft, Revolutionary Politics and Locke’s Two Treatises on Government (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1986).

[6] Ibid., pp. 75–82, 370–71.

[7] Una più dettagliata analisi delle politiche olandesi del XVII secolo mostrerebbe, comunque, che il partito in favore del libero mercato, della decentralizzazione e della pace era quello dei repubblicani o arminiani, seguaci del teologo protestante Jacobus Arminius teologicamente vicino ai cattolici nel credere nel libero arbitrio ai fini della salvezza dell’anima. D’altro canto, il partito “calvinista” in Olanda favoriva la monarchia degli Orange, lo statalismo, il controllo sui mercati ed una politica straniera improntata alla guerra. (Vedi anche l’articolo http://vonmises.it/2014/07/16/il-cibo-e-larte-del-commercio/ – NdT)

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