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Il panorama inflazionistico dell'Inghilterra

Freedonia - Gio, 20/02/2014 - 11:12
Oggi smontiamo un altro mito che aleggia con una certa persistenza in Europa. Ogni volta che sentite parlare di "ripresa" o "boom" di una determinata economia, o di come abbia "miracolosamente" sconfitto la disoccupazione, chiedetevi qual è stata la politica intrapresa dalla sua banca centrale. Così come con lo zio Sam, anche in Inghilterra è stata utilizzata la stessa retorica: "l'espansione monetaria sarà una condizione temporanea, sarà invertita." Negli USA non si parla più di una strategia d'uscita. Non esiste, a meno che non si voglia scatenare una nuova recessione. Ma dato l'ammontare di errori accumulati fino ad ora dal sistema bancario e statale, è molto probabile che i pianificatori centrali perderanno definitivamente il controllo. Quindi si va avanti brancolando nel buio. Così accadrà anche in Inghilterra. Le autorità monetarie dei vari paesi del mondo hanno inondato le proprie economie con masse abnormi di credito e denaro fiduciario, solo per salvaguardare il settore bancario e statale. Può funzionare? No, perché nonostante tutto il denaro lanciato verso il problema esso non viene risolto. La prova? L'avversità a qualsiasi ritiro di denaro presso una banca. Gli asset di buona qualità non saranno sufficienti a coprire le passività delle banche.
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di John Phelan


Di recente ho scritto un articolo per Save Our Savers tentando di inquadrare la massiccia espansione della base monetaria sin dal marzo 2009 in Inghilterra con il fatto che sin da giugno 2012 l'inflazione è ormai all'interno dell'obiettivo della Banca d'Inghilterra del 2% (+/- 1%). Quest'oggi mi piacerebbe espandere un po' l'argomento.

Sin dal marzo 2009 la base monetaria della Gran Bretagna, nota anche come moneta in senso stretto o M0, è aumentata del 321%. Possiamo vedere che la maggior parte di questo denaro è finito nelle riserve bancarie, in crescita del 642% sin dal marzo 2009.


Fonte: The Bank of England, series Notes in circulation – RPWB55A, and Reserve Balances – RPWB56A

Questo è proprio quello che ci aspettavamo di vedere in seguito al Quantitative Easing della Banca d'Inghilterra, dove quest'ultima crea nuovo denaro e lo utilizza per acquistare obbligazioni dalle banche commerciali -- ed è in questo modo che il nuovo denaro diventa riserva bancaria. Le banche commerciali sono sedute su quei soldi (non li utilizzano come base per creare nuovo credito e non finiscono in M4), motivo per cui mentre M0 è letteralmente esploso, l'offerta di moneta più ampia (M4) si è appena mossa, in aumento solo del 7.4% sin dal marzo 2009.


Fonte: The Bank of England, series Notes in circulation (RPWB55A) and Reserve Balances (RPWB56A) (M0), and Monthly amounts outstanding of M4 (monetary financial institutions’ sterling M4 liabilities to private sector) (in sterling millions) seasonally adjusted  (LPMAUYN) (M4)

Questa crescita contenuta di M4 spiega il livello moderato dell'inflazione. In fin dei conti non è un mistero il perché le banche commerciali vogliano avere più riserve, basti pensare al calo del valore dei loro asset ed ai loro bilanci disastrati. La questione chiave è cosa succederà dopo.




Il grafico qui sopra mostra il rapporto tra M0 a M4 sin dal maggio 2006; quante sterline nella misura monetaria più ristretta coprono quelle nella misura monetaria più ampia. Dal 25:1 tra il maggio 2006 ed il marzo 2009, è diminuito dopo i vari Quantitative Easing fino a circa 6:01 nel settembre 2012.

Da un lato le banche potrebbero attenersi a questo nuovo rapporto più basso. Castigate dalle loro esperienze con gli asset ipotecari, potrebbero desiderare una riserva permanetemente bassa in base al rapporto con gli asset e tutti i QE serviranno solo come una vasta ricapitalizzazione delle banche.

Dall'altro, qualora dovesse arrivare una "ripresa," potrebbero iniziare ad aumentare il loro rapporto asset/riserve. Potrebbero non ripercorrere le vette vertiginose raggiunte con il 25:1, ma moltiplicheranno partendo da una base monetaria che è triplicata. La base monetaria della Gran Bretagna è ora di £362 miliardi e M4 è circa sei volte di più, £2.2 bilioni. Ma se una fiducia rinnovata nel settore bancario vedesse le banche tornare a rapporti più elevati, le cifre di M4 sarebbero le seguenti:




Nonostante ciò ci viene detto che la Banca d'Inghilterra sarà in grado di "prosciugare" dal sistema questa liquidità. Lo farebbe invertendo il QE; vendita di bond alle banche ed eliminazione del denaro ricevuto in cambio. Ma un massiccio aumento dell'offerta di bond in relazione alla loro domanda ne abbasserà il prezzo. Ciò equivarrebbe all'aumentarne i rendimenti ed equivarrebbe ad un aumento dei tassi di interesse.

Vale la pena di riflettere per un attimo sulle vendite di tali bond e sul conseguente aumento dei tassi di interesse che potrebbe essere necessario per drenare questa base monetaria del sistema finanziario. Dobbiamo sperare che l'economia possa sopportare un tale scenario o che le banche continuino a rimanere sedute su tali riserve.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Lupacchiotti e Banche Centrali

Von Mises Italia - Gio, 20/02/2014 - 08:00

Ho visto recentemente “The Wolf of Wall Street”, un film che suscita sentimenti contrastanti non solo tra i vari spettatori, ma anche dentro se stessi. Non so ancora dire se mi è piaciuto; ho persino provato a leggere qualche recensione, ma nessuna mi dà quella lettura chiara di cui sento il bisogno. Proverò allora, scrivendo qui, a riordinare le mie idee.

Innanzitutto trovo che il film che narra l’ascesa e il declino del broker di borsa Jordan Belfort, pur soffermandosi a lungo sullo stile di vita eccessivo e parossistico dell’uomo, tratti in modo superficiale l’incriminazione per frode da parte della Sec.

L’aspetto giuridico della vicenda, invece, è interessante. Tralasciando per un attimo sesso, polverine e pasticchette, cose che eccitano tanto, vorrei capire bene in cosa sarebbe consistita la frode che Belfort avrebbe perpetrato: gonfiava prezzi di azioni che non rendevano quanto promesso al fine di aumentare la propria commissione? Ma non è questo il comportamento legittimo di molti venditori?

Oppure ha proprio venduto azioni materialmente false; nel qual caso parleremmo di vera e propria frode? Non conosco i dettagli del processo, dovrei leggere il libro da cui è tratto il film o gli articoli di giornale dell’epoca, ma non toccherebbe al regista Martin Scorsese offrire maggiori spiegazioni? I film “gialli”, di solito, sono molto più precisi circa la dinamica del delitto, l’arma e l’identità del colpevole ma quando si tratta di soldi, invece, le prove interessano meno: potrebbe quasi sembrare che l’essere un milionario dissoluto sia già prova sufficiente di una colpa da punire senza tante sottigliezze. Poi qualche legge per rovinargli la festa si trova (pensiamo al fisco italiano che si accanisce contro Valentino Rossi, Dolce & Gabbana, Maradona, Berlusconi, etc…; pochi ormai si chiedono se la persecuzione sia “giusta”, essendo l’invidia – che porta a godere delle disgrazie altrui – ormai sdoganata e istituzionalizzata da intellettuali e magistrati).

Ad ogni modo non dico che Belfort fosse innocente, per carità: dico solo che il metodo pump and dump, come lo si vede nel film, non sembra una vera e propria frode.

Ma la grave falsità trasmessa nella narrazione è un’altra e consiste nel prevedibile quadro (è sempre così nel cinema di Hollywood) di una Wall Street in cui uomini mossi da una avidità senza limite si cannibalizzano l’uno con l’altro. Anche Belfort, in un certo senso, si auto-condanna descrivendo la compravendita di azioni come un’attività tra il sadico e il sodomitico; per fortuna, però, interviene l’agenzia statale, antipatica, ma necessaria, a porre limiti a quest’orgia fuori controllo. Qui il messaggio del film cade davvero nel ridicolo.

Chi non sa oggi che la Federal Reserve inietta nel mercato azionario masse di liquidità enormi create dal nulla? È il monopolio di creazione di moneta il vero demonio che vampirizza la società delle sue risorse per trasferirle a banche protette. Con operazioni che una volta si chiamavano open market operations, oggi quantitative easing, operation twist o altri eufemismi simili, la Banca Centrale riversa con frequenza centinaia e migliaia di miliardi di dollari (rileggete, non sono i milioncini di Belfort) a fronte di titoli del Tesoro che certe banche commerciali le consegnano (per non parlare poi dei trillions che la Fed crea off-balance sheet, in maniera cioè non ufficiale). L’inflazione, cioè l’incremento della quantità di moneta e sostituti monetari, creata in questo modo ha l’effetto di un’enorme e subdola tassa che sottrae potere d’acquisto a coloro che vivono con redditi fissi o tramite risparmi per trasferirlo a chi opera “vicino” alla Fed (oltre a innescare cicli e alterare tutti i segnali dei prezzi).

Come se non bastasse, le banche che ricevono questa nuova moneta la prestano ad altre banche, moltiplicandola in misura molto maggiore, poiché godono del privilegio legale della riserva frazionaria. E questa marea di dollari contraffatti, ripetiamolo, tutta creata dallo Stato sostanzialmente, finisce nel mercato azionario. Per questo gli investitori di borsa non sanno letteralmente dove mettere i soldi (da qui anche il fenomeno abnorme dei titoli derivati).

Quindi il rapporto un po’ malato che, evidentemente, Jordan Belfort ha col denaro non è il risultato di un mercato “troppo libero”, come lascia intendere il film ma è la reazione di un piccolo pesciolino che si trova a nuotare in un lago artificiale di droga sintetizzata dai laboratori di Stato. Che il pesciolino si lasci un po’ prendere dall’eccitazione è comprensibile.

In un’economia di autentico libero mercato, invece, senza una Banca Centrale che altera la massa monetaria e manipola i tassi di interesse, gli investimenti non potrebbero superare risparmi (o potrebbero farlo ma in misura incomparabilmente minore: questo è da discutere). In una situazione di moneta scelta dal mercato in quantità immodificabile arbitrariamente, come l’oro, collocare adeguatamente il risparmio costituirebbe un’attività prudente e attenta che richiederebbe la conoscenza della qualità del prodotto di un’azienda, la salute dei suoi bilanci, etc. e un’attività che, in media, non renderebbe tanto più degli altri settori dell’economia.

Inoltre, come s’è detto, questa “cascata del Niagara” di soldi falsi sgorga dalla sorgente di titoli del governo americano. Come mette in chiaro in modo definitivo Murray Rothbard, i titoli di Stato rappresentano l’apoteosi della frode, obbligazioni invalide: il Tesoro vende alle banche debiti fruttiferi che dovranno essere restituiti con le imposte e le tasse da contribuenti ignari (o peggio, dai loro figli non ancora nati). Cioè, se Belfort è colpevole perché vende penny stock a prezzi gonfiati, cosa sono i governi che distruggono il futuro di una nazione condannandola a pagare un debito che non ha mai sottoscritto? In quest’ottica Belfort più che un lupo sembra un tenero cucciolo.

Poi Scorsese descrive giustamente gli ispettori della Sec e dell’Fbi come burocrati carichi di revanscismo sociale quali talora si dimostrano. Lascia però passare il messaggio, ultra – politically-correct, della necessità del loro ruolo; così lo spettatore tentato a simpatizzare per Belfort, corrotto, ma vitale e trascinante, si trova moralmente costretto a riconoscere che le agenzie governative, per quanto antipatiche e mortifere, per fortuna esistono. Ciò che invece non appare affatto è il ruolo del cartello di banche creatrici della Fed (Chase Manhattan Bank, Goldman Sachs, Rothschild, etc.), nascoste nell’ombra ad accumulare miliardi in silenzio ascetico e pronte a sguinzagliare la Sec per tenere lontani i piccoli competitori che provano a deviarne un po’ il flusso. Questo è corporativismo selvaggio, cioè fascismo economico; non ha nulla a che fare con il libero mercato.

Così gli spettatori, dopo essersi divertiti pazzamente a vedere J. B. e i suoi amici spappolarsi il cervello con le droghe, usciranno dal cinema pensando: “qui ci vogliono più controlli!”. Quando la soluzione, invece, imporrebbe la separazione dello Stato dall’economia. Abolendo le Banche Centrali e tornando a una moneta sana, perfino a Wall Street tornerebbero la normalità, la moderazione e il risparmio della vecchia etica borghese. Per capovolgere il messaggio di Keynes, sono gli animal spirits dello statalismo a dover essere frenati.

Ma non c’è nulla da fare. La flebile voce secondo cui il mercato costituisce l’unica modalità di relazione umana moralmente accettabile, perché rispettosa della volontà altrui, non passerà certo a Hollywood, roccaforte del conformismo liberal. Negli attuali regimi democratici, infatti, rispetto alle dittature monocratiche, la maggior libertà di espressione di cui godono intellettuali e artisti viene spontaneamente usata per adulare il potere, anche fingendo di non farlo.

Dunque, per riassumere il discorso, trovo “The Wolf of Wall Street” un film ben fatto su una simpatica canaglia “vittima” di un gioco immensamente più grande di lui, del quale il regista non vuole accorgersi.

Novello Papafava

 

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The beautiful basics of bitcoin

Deep Politics Monitor - Mer, 19/02/2014 - 22:44
From Cryptonomics by James Austin It was only in September of 2013 that I was finally introduced to bitcoin. A chance encounter would put me face to face with my now friend Sean – who was a bitcoin fanatic. His excitement failed to rub off on me and I continued my day to day business as usual.More time passed and more conversations centred on cryptocurrencies flowed. The concept was

"Il protezionismo rafforza la nazione"

Freedonia - Mer, 19/02/2014 - 11:17




di Gary North


Probabilmente l'errore concettuale più promosso dai difensori dei dazi è questo: "I dazi sono un bene per la nazione."

I dazi, essendo imposte sulle vendite, sono una manna per lo stato, ma non per la nazione. Nella migliore delle ipotesi sono meno peggio di una tassa progressiva sul reddito. Ma dal momento che entrambi sono in vigore, i dazi non sono un beneficio per la nazione.

Se i difensori delle imposte sulle vendite se ne uscissero con una frase simile, la gente probabilmente li liquiderebbe in una manciata di secondi: "Una tassa supplementare sulle vendite è un bene per la nazione." Certo, le persone che si considerano membri del Tea Party non vogliono un aumento delle tasse. Non considerano le tasse come un beneficio per la nazione.

Le persone che considerano i dazi una manna per la nazione, sono letteralmente incapaci di fare un ragionamento deduttivo dal punto di vista economico. Questa tesi è stata utilizzata dai mercantilisti fin dal tardo XVII secolo. The Wealth of Nations di Adam Smith è una confutazione della posizione mercantilista. Tuttavia, le persone che sono incapaci di seguire una linea di argomentazione economica, e che diventano patriottiche quando sentono la parola "nazione," puntano a promuovere i dazi. Pertanto, la combinazione di un patriottismo ignorante ed un'analisi economica ignorante produce la seguente affermazione: "Il protezionismo è un bene per la nazione."



PROTEGGERE L'INEFFICIENZA

I dazi sono una manna per i produttori nazionali che non sono in grado di competere con i produttori stranieri. Rifiutano profondamente la concorrenza, ma per loro è difficile fare in modo che il Congresso tassi i loro concorrenti nazionali. Quindi cercano di ottenere quello che possono: imposte sulle vendite di merci importate.

L'insidia dei dazi è che l'uomo medio non capisce che rappresentano imposte selettive sulle vendite. Inoltre, non capisce che rappresentano un costo per lui. Il principale beneficiario sarà un'impresa nazionale che ora può mantenere alti i suoi prezzi, in quanto non permette la concorrenza estera sui prezzi. E' un grande affare per il soggetto protetto, ma quest'ultimo impiega pochi lavoratori rispetto al numero complessivo di persone che devono pagare denaro aggiuntivo per comprare le merci importate a cui viene applicata un'imposta sulle vendite, o che devono pagare di più per beni prodotti in patria.

I difensori dei dazi credono che un uomo con un distintivo ed una pistola che minaccia il consumatore sia un bene per la nazione. E' un vantaggio per lo stato. E' un vantaggio per i burocrati che riscuotono l'imposta. E' un vantaggio per i capitalisti clientelari che eleggono i politici che a loro volta approvano i dazi. L'americano medio paga di più per quello che compra, ed è lui il perdente.



MOLTI PERDENTI, POCHI VINCITORI

Il problema è datato. Il costo della tassa coinvolge un gran numero di persone, ma il vantaggio si concentra su un piccolo numero di persone. Pertanto è nel loro interesse spingere i politici ad approvare una legge che vada a loro vantaggio, presumendo che la popolazione non capisca costa stia accadendo. Il prezzo di organizzarsi politicamente contro una specifica tassa è alto, perché chiunque si mobilita deve spiegare causa-effetto economico al cittadino medio (relazione non compresa dalla maggior parte della gente).

Il costo di istruire gli elettori è alto. Il costo della corruzione del Congresso è basso. "Tangente" = soldi pagati in anticipo per i servizi politici resi.

Questo è un vantaggio enorme per le aziende nei settori protetti, perché non capiscono causa-effetto in economia. Comprendono il vantaggio derivante da un'imposta sulle vendite perché possono mantenere alti i prezzi al dettaglio. Quindi, vi è una distribuzione asimmetrica delle informazioni. Le persone che ottengono benefici attraverso la coercizione statale comprendono il rapporto tra i dazi ed i loro profitti. Le persone su cui va a pesare la legislazione a favore dei dazi non capiscono la natura di causa-effetto in economia. Il costo è ampiamente distribuito su tutta la popolazione. Essa non percepisce la tassa, e quindi non vi si oppone.

La concorrenza sui prezzi è fondamentale per la libertà. Se due persone trovano un accordo ad un prezzo considerato reciprocamente vantaggioso, i venditori esclusi che vorrebbero entrare nell'affare, ma i cui prezzi sono troppo alti, scoprono che possono fermare l'affare se persuadono il governo nazionale affinché approvi dazi o quote d'importazione.

Le quote d'importazione non sono un bene per il governo. Non riscuote denaro. Una dazio avvantaggia il governo e anche quelle industrie che avrebbero dovuto affrontare la concorrenza estera.

I perdenti sono quelli che pagano di più i loro beni, per i quali avrebbero preferito pagare di meno. Ma qualcuno con un distintivo ed una pistola ha minacciato un importatore affinché pagasse l'imposta. Potrebbe trasferire l'aumento dei prezzi ai consumatori. I produttori nazionali sperano che lo faccia. Ciò significa che potranno a loro volta aumentare i prezzi, riempirsi le tasche e non essere incolpati di aver usato la coercizione per fermare un scambio volontario. Ma i consumatori possono decidere di non pagare il prezzo più alto. La persona che vende i beni importati accumulerà perdite. Anche questo piace ai produttori nazionali.



IL SUD NON COSI' INAMOVIBILE

Nel sud degli Stati Uniti, prima della guerra civile, i politici comprendevano cosa comportassero i dazi per il settore agricolo. In ogni caso, lo capirono dopo la Guerra del 1812. Prima di questa guerra, il principale uomo politico e teorico politico del sud, John C. Calhoun, era un grande sostenitore dei dazi -- un "nazionalista." Ma agli esportatori di cotone non piacevano i dazi, perché dovevano importare beni dalla Gran Bretagna. Dovevano pagare un prezzo supplementare per farlo. Calhoun fu un grande difensore del sud dopo il 1812. Fu un grande avversario dei dazi. Si oppose "all'abominio dei dazi" nel 1828.

A nord, i Whig e poi i repubblicani furono dei grandi sostenitori dei dazi. Pensavano dovessero proteggere le industrie nascenti, come ad esempio l'industria siderurgica avvolta nelle fasce della politica. Si assicurarono che i dazi fossero alti, perché comprendevano che a rimpinguare le casse del governo federale sarebbero stati gli agricoltori del sud.

Ciò che è assolutamente sorprendente è che ci sono persone che si considerano difensori della tradizione del sud, e che sono anche grandi sostenitori dei dazi. Sono sostenitori del sistema progettato da Alexander Hamilton, Henry Clay, William "Pig Iron" Kelly ed Abraham Lincoln per succhiare la ricchezza del sud. Come disse Lincoln nel suo primo discorso inaugurale: "Il potere a me affidato sarà utilizzato per contenere, occupare e possedere la proprietà ed i luoghi appartenenti al Governo e per riscuotere i dazi e le imposte; ma al di là di ciò che può essere necessario per raggiungere questi obiettivi, non ci sarà nessuna invasione, nessun uso della forza contro o tra la gente." Ma il sud disse di no -- no ai dazi. Lincoln lo invase. Prevalsero le pistole ed i distintivi. Questo fu il canto degli invasori: "Father Abraham has many guns. Many guns has Father Abraham. I have one of them, and so do you. So, let's march to the sea!"

Chi si butta politica si ritrova strani compagni di letto; anche chi ama il protezionismo.



CONCLUSIONE

Riflettete su questi slogan politici.

  1. Non esistono pasti gratis.
  2. Segui il denaro.
  3. Chi paga?
  4. Chi vince? Chi perde?
  5. Chi? Da chi?

I dazi sono imposte selettive sulle vendite di merci importate. Il cliente paga di più i beni importati ed i prodotti nazionali concorrenti. I dazi premiano i produttori di beni domestici che non possono offrire affari paragonabili a quelli offerti dagli importatori.

I perdenti spingono il Congresso a sgunizagliare persone con distintivi e pistole per minacciare gli importatori: "Sono qui in nome della nazione. Sgancia i soldi."

(Per le risposte ad altre difese altrettanto ridicole del protezionismo, cliccate qui: http://johnnycloaca.blogspot.it/search/label/WTO )


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Due tipi di individualismo

Von Mises Italia - Mer, 19/02/2014 - 08:00

Questa selezione è tratta da Individualismo ed Ordine Economico di F.A. Hayek, ora disponibile come e-book nel Mises Store. In questo brano, Hayek mette a confronto due tipi di individualismo: uno che conduce alla libertà e ad un ordine spontaneo, ed un altro che conduce al collettivismo e alle economie controllate.

Prima che spieghi cosa intendo per vero individualismo, potrebbe essere utile fornire alcune indicazioni riguardo alla tradizione intellettuale a cui appartiene. Il vero individualismo che cercherò di difendere cominciò il suo sviluppo moderno con John Locke, ed in particolare con Bernard Mandeville e David Hume. Raggiunse, poi, il suo stadio completo per la prima volta nei lavori di Josiah Tucker, Adam Ferguson, Adam Smith e nel lavoro del loro grande contemporaneo, Edmund Burke, l’uomo che Smith descrisse come l’unica persona che avesse mai incontrato che la pensava esattamente come lui riguardo ai temi economici, senza che alcuna precedente comunicazione fosse intercorsa tra di loro.

Ritengo che nel diciannovesimo secolo il concetto di vero individualismo sia stato espresso in modo ancor più pregevole nei lavori di due dei suoi più grandi storici e filosofi politici: Alexis de Tocqueville e Lord Acton. Mi sembra che questi due uomini abbiano sviluppato, con più successo di qualsiasi altro autore a me noto, quella che era la parte migliore della filosofia politica dei pensatori scozzesi, di Burke e dei Whigs inglesi; mentre gli economisti classici del diciannovesimo secolo, o almeno i seguaci della filosofia di Bentham o i filosofi radicali tra loro, si trovarono sempre più sotto l’influenza di un altro tipo di individualismo, di diversa origine.

Questo secondo (e completamente diverso) filone di pensiero, anch’esso noto sotto il nome di individualismo, è rappresentato principalmente dagli scrittori francesi e, più generalmente, dell’Europa continentale – un fatto che credo sia dovuto al ruolo dominante che il razionalismo di Cartesio gioca nella sua formazione. I più rilevanti rappresentanti di questa tradizione sono gli Enciclopedisti, Rousseau e i fisiocratici; e, per ragioni che fra poco menzionerò, questo individualismo razionalistico tende sempre a svilupparsi nell’opposto dell’individualismo, ovvero nel socialismo o collettivismo. Siccome solo il primo tipo di individualismo è consistente, io reclamo per esso il nome di vero individualismo, mentre il secondo tipo deve probabilmente essere trattato come una causa del moderno socialismo, tanto importante quanto le teorie collettiviste propriamente dette.

Non posso illustrare in miglior modo la dominante confusione che regna attualmente riguardo al significato di individualismo se non ricordando che l’uomo che mi sembra essere il miglior rappresentante del vero individualismo, Edmund Burke, viene comunemente (e giustamente) raffigurato come il principale oppositore del cosiddetto “individualismo” di Rousseau, del quale temeva le teorie, convinto che avrebbero rapidamente dissolto la società “nella cenere e polvere dell’individualismo”, e facendo presente, inoltre, che il termine stesso “individualismo” fu originariamente introdotto nella lingua inglese dalla traduzione di uno dei lavori di un altro dei grandi rappresentanti del vero individualismo, de Tocqueville, che adotta tale termine nel suo Democrazia in America per descrivere un’attitudine che lui condanna e rifiuta. Tuttavia, non c’è alcun dubbio riguardo al fatto che sia Burke sia de Tocqueville si trovino su tutti i punti fondamentali vicini ad Adam Smith, a cui nessuno negherà il titolo di individualista, e che l’“individualismo” a cui sono contrapposti è qualcosa di completamente diverso da quello di Smith…

Ad ogni modo, il passo successivo nell’analisi individualistica della società è diretto contro lo pseudo-individualismo razionalistico che conduce pure al collettivismo concreto.  La disputa nasce dal fatto che, seguendo gli effetti combinati delle azioni individuali, scopriamo come molte delle istituzioni su cui poggiano le conquiste dell’umanità, compaiono e funzionano senza che una mente le abbia pianificate o abbia dato loro istruzioni; ovvero, come espresso da Adam Ferguson, “le nazioni si imbattono nelle imprese, che sono, a dire il vero, il risultato dell’azione umana ma non della progettazione umana”; in aggiunta, la collaborazione spontanea tra uomini liberi spesso crea cose che sono superiori rispetto a ciò che le loro menti individualmente possano mai completamente comprendere. Questo è il grande argomento di Josiah Tucker e Adam Smith, di Adam Ferguson e Edmund Burke…

La differenza tra questo punto di vista, che spiega gran parte dell’ordine che troviamo negli affari umani come un risultato imprevisto delle azioni individuali, e il secondo, che riconduce tutto l’ordine scopribile ad un disegno ponderato, rappresenta il primo grande contrasto tra il vero individualismo dei pensatori britannici del diciottesimo secolo e il cosiddetto “individualismo” della scuola Cartesiana. Ma è solamente un aspetto di una ben più grande differenza tra un punto di vista che in genere considera di poco conto il ruolo che la ragione gioca nelle questioni umane, e che sostiene fermamente che l’uomo ha raggiunto ciò che ha nonostante il fatto che sia solo in parte guidato dalla ragione, e che la sua ragione individuale sia molto limitata ed imperfetta; ed un punto di vista che assume che la Ragione, con la R maiuscola, sia sempre completamente e ugualmente disponibile a tutti gli essere umani e che qualsiasi cosa che l’uomo abbia raggiunto sia soggetta al controllo della ragione individuale, essendone il risultato diretto.

L’approccio anti-razionalistico, che considera l’uomo non come un essere estremamente razionale ed intelligente, ma come un essere molto irrazionale e fallibile, i cui errori individuali sono corretti solo nel corso di un processo sociale, e che punta a tirare fuori il meglio da un materiale alquanto imperfetto, è probabilmente la caratteristica più peculiare dell’individualismo inglese…

Dunque, fatemi tornare, in conclusione, a ciò che ho detto all’inizio: l’atteggiamento fondamentale del vero individualismo è quello di umiltà verso i processi con cui l’umanità ha raggiunto cose che non sono state progettate o comprese da alcuna persona e che sono, in realtà, più grandi delle menti individuali. La domanda importante da farsi a questo punto è se sarà concesso alla mente dell’uomo di continuare a crescere come parte di questo processo o se la ragione umana si autoimporrà le catene del suo stesso operato. Ciò che l’individualismo ci insegna è che la società è più potente dell’individuo solo fintanto che è libera. Qualora dovesse essere controllata o diretta, sarà limitata dal potere delle menti individuali che la controllano o dirigono. Se l’arroganza della mente moderna, che non rispetterà nulla che non sia stato consapevolmente controllato dalla ragione individuale, non imparerà in tempo dove fermarsi, potremmo, come Edmund Burke ammonì, “essere ben certi che qualsiasi cosa che ci riguarda scemerà per gradi, fino a che, alla lunga, i nostri interessi saranno ristretti alle dimensioni delle nostre menti”.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Spiegatemi i Marò perfavore

Luogocomune.net - Mar, 18/02/2014 - 20:48
Non ho mai seguito da vicino la vicenda dei Marò italiani, e mi trovo ad affrontare una situazione sempre più confusa, man mano che passano i giorni.

Come è avvenuto che costoro, da probabili assassini (intenzionali o meno) stiano passando lentamente al rango di eroi nazionali?

Sono o non sono colpevoli della morte dei due pescatori? Se sì, perchè si dichiarano innocenti? Che cosa sappiamo di sicuro sui fatti accaduti? Quali sono i retroscema internazionali che sembrano condizionare ai massimi livelli il rapporto fra India e Italia?

Chi è informato voglia gentilmente aiutarmi a capire questa situazione, partendo ovviamente dai fatti accertati. Grazie.

M.M.

Europa: La calma prima della tempesta

Freedonia - Mar, 18/02/2014 - 11:06




di Andrew Cullen


La teoria Austriaca del ciclo economico ci spiega che la fase di "bust" viene creata dall'estensione di credito abbondante ed a buon mercato attraverso un sistema bancario a riserva frazionaria (FRB). Un sistema FRB è intrinsecamente fragile, soprattutto durante la fase di bust poiché il suo leverage (prestito di una percentuale del capitale proprio) espone le banche allo tsunami di crediti inesigibili e garanzie compromesse che sono le manifestazioni del cattivo investimento.

Eppure nel settore bancario protetto e regolamentato di oggi, la fase di "bust" è stata ritardata e distorta dall'ampio interventismo di regolatori, banche centrali e governi. La crisi nel settore bancario europeo ne è la prova. I suoi problemi di insolvenza sono irrisolti. La BCE è al centro degli sforzi interventisti per smorzare ed attenuare un collasso del settore bancario europeo che sembra sempre più probabile entro i prossimi 18 mesi.[1]

All'inizio di questo mese, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse invariati allo 0.25%. Il valore di cambio dell'euro è aumentato ed i media mainstream e gli esperti del settore finanziario si sono tutti lamentati dell'immobilismo di Draghi a fronte di un peggioramento della deflazione dei prezzi.[2] Come ho affermato nel mio articolo del novembre scorso, vi è una crescente pressione politica sulla BCE da parte dei governi del sud Europa affinché lanci un nuovo round di acquisti di obbligazioni sovrane dei membri dell'eurozona, anche perché i rapporti debito pubblico/PIL sono in aumento nei paesi della periferia.[3],[4]

Allora perché il presidente della BCE non ha sparato col bazooka, e la crisi bancaria europea è stata contenuta o è ancora pericolosamente a rischio?

Draghi si è diplomaticamente coperto le spalle nelle conferenze stampa, sostenendo che i dati disponibili non sono riusciti a dimostrare definitivamente una tendenza deflazionistica e che sebbene l'inflazione dei prezzi risulti ufficialmente allo 0.8% (inferiore all'obiettivo del 2% della Banca) non vi sono prove convincenti di una deflazione in stile Giappone nella zona euro.

Le parole di Draghi hanno lo scopo di guadagnare tempo, mentre davanti ai nostri occhi si dispiegano due processi connessi — uno politico, l'altro normativo.

Il processo politico è quello di determinare come i governi dell'Eurozona possano procedere a gestire le crisi gemelle: debiti sovrani crescenti e rischio di insolvenza sistemico del settore bancario. Il secondo processo è riassunto dalla sentenza della Corte Costituzionale tedesca della scorsa settimana, in cui afferma di non essere d'accordo che la BCE abbia agito nell'ambito del suo mandato quando ha condotto operazioni di monetizzazione del debito. Sebbene non abbia esplicitamente escluso che la BCE abbia infranto la Costituzione tedesca, ha preferito passare il testimone alla Corte di Giustizia Europea per una sentenza definitiva.

Queste sfide legali sono scaramucce che nascondono la vera guerra politica tra il blocco "teutonico" guidato dalla Germania e la periferia ("Club Med") che attualmente comprende anche la Francia.

Il Consiglio Direttivo della BCE è composto da una netta maggioranza della fazione "Club Med." Sapendo che questa maggioranza è pronta a votare per un nuovo round di acquisti di asset, Draghi sta allungando i tempi.

Con i tassi di riferimento della BCE già negativi in termini reali, è ben consapevole che un'ulteriore riduzione dei tassi nominali farà ben poco per favorire i prestiti bancari. Anche con un credito effettivamente "a costo zero," il prestito alle imprese è basso; come lo è quello interbancario. Questa mancanza di finanziamenti ha molteplici ragioni, ma quella fondamentale è proprio la continua lotta delle banche per rimanere solvibili. Qui è dove si inserisce il processo di regolamentazione più recente.

La BCE presto inaugurerà il cosiddetto controllo "macroprudenziale" del sistema bancario dell'Eurozona — un nuovo approccio interventista sostenuto dal G20, il FMI e la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) per ridurre i rischi di fallimento del settore bancario imponendo coefficienti patrimoniali più elevati.

Insieme ai piani della Commissione Europea per istituire un'Unione Bancaria (compreso un Meccanismo di Risoluzione Speciale — SRM — per il "bail-in" delle banche fallite) ed al lavoro della BIS nel rivedere e rafforzare le norme di Basilea sul capitale delle banche, la BCE è in procinto di avviare una serie di pesanti stress test su tutte le banche europee.[5]

La sfida a cui queste iniziative di regolamentazione tentano di indirizzarsi è l'enorme indebitamento del sistema bancario nel suo complesso. Le banche della zona euro sono le più vulnerabili, ma il problema è globale. Da qui il ruolo centrale della BIS nella definizione di un approccio comune.

Ciò di cui si deve davvero tener conto qui non è semplicemente la tradizionale attività di prestito delle banche (sebbene sia importante per comprendere le perdite effettive e potenziali), ma le loro esposizioni al settore bancario ombra; le loro perdite fuori bilancio; e le perdite probabili sui contratti futures FX e sugli swap dei tassi di interesse causate dalle vendite dei mercati emergenti.

I derivati ​​nel mercato FX e gli swap sui tassi di interesse sono impressionanti, ed il mercato dei derivati ​​complessivo è stimato intorno ai $700 bilioni. Tra le grandi banche europee, si dice che la Deutsche Bank sia quella che possieda sul suo bilancio €55 bilioni di esposizione lorda ai derivati. Questa cifra è circa il 200+% maggiore del PIL annuo della Germania![6] Queste non sono perdite, solo esposizioni. Tuttavia, basta che solo una piccola parte di questi contratti vada a male affinché l'intero capitale di base della Deutsche Bank finisca per essere spazzato via.

Il rapporto di leva definito dalla BIS mira a limitare la dipendenza dal debito delle banche, introducendo uno standard minimo per quanto capitale debbano tenere in percentuale di tutti gli attivi. Tuttavia, la BIS ha rilevato che "se il limite di leva fosse stato approvato alla fine del 2012, il giugno scorso un quarto dei grandi istituti di credito a livello mondiale non sarebbe riuscito a soddisfarlo."[7]

C'è quindi una tempesta perfetta che si sta avvicinando al settore bancario europeo.

In primo luogo, vi è la crescente probabilità che la BCE scateni un nuovo round di acquisti di asset dalle banche per inondarle di liquidità affinché possano comprare obbligazioni sovrane dei rispettivi governi nazionali, così da tenere bassi i rendimenti obbligazionari.

In secondo luogo, vi sarà una spinta legislativa a livello europeo per ricapitalizzare le banche, probabilmente sulla scia dei risultati degli stress test della BCE. In terzo luogo, cresce la probabilità di una profonda correzione del mercato azionario (questa estate). Tutti e tre, presi insieme, potrebbero innescare una crisi di fiducia nel settore bancario. Anche una crisi di insolvenza non dovrebbe essere esclusa nel caso in cui alcune grandi banche non riescano a riprendersi dalle loro ​​esposizioni sui derivati, soprattutto in un ambiente in cui la valuta, il tasso di interesse ed il mercato azionario diventano sempre più volatili.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note

[1] Usando l'analisi tecnica e la teoria economica Austriaca, è stato predetto che un “crack up boom” del mercato azionario possa arrivare ad un certo punto a Natale 2014, seguito da un collasso del denaro fiat. Prima di ciò, è prevista per questa estate una profonda correzione del mercato azionario. Vedi “The Globalisation Trap: full report.” Gordon T Long.com. 1 gennaio 2014.

[2] “Split ECB paralysed as deflation draws closer.” A. Evans Pritchard, DailyTelegraph.co.uk. 7 febbraio 2014.

[3] “Europeans Looking To Inflate Their Debts Away.” Mises Daily Article. Mises.org. 11 novembre 2013.

[4] Pochi giorni dopo che è stato pubblicato il mio articolo, il Wall Street Journal ha intervistato il membro del consiglio direttivo della BCE Peter Praet il quale ha fatto sapere ai mercati che le misure di stimolo erano sul menu. “ECB Bank Stress Tests: Catalyst Of The Final EU Crisis?” SeekingAlpha.com. 17 novembre 2013.

[5] Ibid.

[6] “On Death and Derivatives.” Golemxiv.co.uk. 29 gennaio 2014.

[7] “Basel Regulators Ease Leverage-Ratio for Banks.” Jim Brundsen. Bloomberg.com. 13 gennaio 2014.

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Globalists Unveil Socialist-backed New World Tax Regime

Deep Politics Monitor - Mar, 18/02/2014 - 07:43
From The New American,  17 February 2014 by  Alex Newman As various tax-funded international institutions explicitly outline plans to plunder humanity’s wealth to prop up governments drowning in odious debts, the Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) last week officially unveiled a new socialist-backed plot to create

L'importanza della legge di Say

Freedonia - Lun, 17/02/2014 - 11:08




di Alasdair Macleod


Immaginate i clienti di GoldMoney che si ritrovano a leggere commenti molto rilevanti su oro ed economia, e poi diano addosso alla legge di Say. La sua importanza potrebbe non essere immediatamente evidente.

Jean-Baptiste Say era un imprenditore ed economista francese ventenne quando la Bastiglia venne presa d'assalto e ne seguì la rivoluzione francese. Mentre il terrore scatenato dalla rivoluzione è ciò che ricordiamo dalle lezioni di storia, quello che è meno noto sono le difficoltà finanziarie che affrontò la Francia fino a quel fatidico anno: una combinazione di pesante debito pubblico e grande deficit finanziario. Negli anni che seguirono la Francia subì un inevitabile crollo della valuta.

È in questo contesto che Say concluse che per capire il commercio si dovrebbe ignorare il denaro, perché le persone fabbricano prodotti per acquisire altri prodotti, o "i prodotti sono pagati con i prodotti." E scrisse anche che "il denaro svolge solo una funzione temporanea in questo doppio scambio; e quando la transazione viene finalmente chiusa, ci sarà sempre quel tipo di prodotto che è stato scambiato per un altro."

Questa è stata la saggezza convenzionale fino alla depressione degli anni '30, quando Keynes contestò l'affermazione che "l'offerta crea la propria domanda." Keynes la liquidò dicendo che la legge di Say "è equivalente alla proposizione secondo cui non esiste alcun ostacolo alla piena occupazione" (General Theory). Ricordate, questo venne scritto dopo la disoccupazione di massa vissuta nella Grande Depressione. Keynes continuò scrivendo che il consumo dipendeva "dalla caratteristica psicologica della comunità, che chiameremo propensione al consumo." In altre parole, l'attività economica dipende dagli spiriti animali.

Si può immediatamente osservare un conflitto: Say, affermando che un'economia potesse funzionare con e senza denaro, sapeva che la vita sarebbe continuata anche senza denaro, sebbene l'assenza di una moenta affidabile sarebbe risultata scomoda. Per lui il denaro era solo un facilitatore delle transazioni. Per Keynes, il denaro era importante perché dà ai governi un mezzo per stimolare la domanda. La legge di Say è l'essenza del libero mercato, mentre il Keynesismo è la base su cui poggia l'intervento dello stato.

L'esperienza degli ultimi cinque anni con enormi deficit di bilancio e tassi di interesse a zero, ha dimostrato il fallimento dell'approccio Keynesiano: nessuno può affermare che tentare di far rivivere i nostri spiriti animali sia stato un successo. Ed un semplice secondo di ragionamento ci informa dell'illogicità di stimolare la domanda dei consumatori e ignorare la produzione.

Purtroppo tutta questa spesa per gli spiriti animali immateriali è andata avanti sin dal 1930, e ha portato ad un indebitamento soffocante dei governi e del settore privato. L'inflazione della moneta e del credito bancario è considerata sempre di più come il mezzo per rinviare una riconciliazione del debito che può portare solo a fallimenti diffusi. Seguendo politiche economiche che ignoravano la verità della legge di Say, molti governi ed i loro cittadini sono finiti in una trappola del debito da cui non c'è scampo.

La legge di Say verrà testata nuovamente se il valore della moenta colerà a picco, rispecchiando gli ultimi cinque anni di politiche monetarie. Dopo tutto, egli costruì la sua osservazione a seguito dell'iperinflazione francese del 1796. Ma se la legge di Say risulterà vera ancora una volta, potremmo almeno trarre conforto che c'è vita economica dopo la morte monetaria.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La Chiesa e il Mercato: capitolo 3, parte I

Von Mises Italia - Lun, 17/02/2014 - 07:00

Prima parte del capitolo 3 dell’opera La Chiesa e il Mercato: una Difesa Cattolica della Libera Economia, di Thomas E. Woods Jr., edito dalla Casa Editrice LiberiLibri.

* * *

III. Moneta e Banca

Nessun discorso sull’economia sarebbe completo se non prendesse in considerazione il denaro e il sistema bancario. L’argomento è particolarmente importante per i nostri scopi, non soltanto perché ovviamente il denaro è alla base di qualunque economia che sia progredita oltre il livello più primitivo, ma anche perché esiste molta confusione al proposito anche tra individui ragionevolmente istruiti. Malgrado i teologi tardoscolastici avessero ben afferrato i concetti di denaro e inflazione, alcuni scrittori cattolici più recenti, ancora oggi oggetto di ammirazione da parte di alcuni cattolici tradizionalisti, hanno presentato suggerimenti per una riforma monetaria che se venisse attuata avrebbe conseguenze devastanti. È molto probabile che sul tema della moneta siano state formulate teorie più eccentriche di quanto sia mai stato fatto per qualunque altro argomento economico.

Per l’introduzione del denaro non è stato necessario alcun intervento dello Stato né alcuna direttiva centralizzata. Il denaro esiste grazie all’intervento della ragione, che permette all’uomo di riconoscere i vantaggi che gli derivano quando un bene estremamente negoziabile diventa un mezzo di scambio: esso riduce considerevolmente gli ostacoli insiti in un sistema basato sul baratto che si frappongono a un commercio reciprocamente vantaggioso, facilitando così un’acquisizione molto più snella dei vari beni di cui si abbisogna.

Sono ben noti i limiti e le difficoltà di un’economia basata sul baratto – ossia di un’economia in cui i beni e i servizi vengono scambiati direttamente e non attraverso un mezzo di scambio. Nel sistema basato sul baratto, perché possa avvenire una qualunque transazione occorre quella che gli economisti definiscono una duplice coincidenza di bisogni. Una persona che cercasse due uova strapazzate ma fosse in grado di offrire in cambio soltanto un frisbee, dovrebbe trovare un’altra persona che non soltanto disponesse di due uova strapazzate, ma che desiderasse scambiarle con un frisbee.

Esistono inoltre molte transazioni che non possono proprio avvenire attraverso il baratto. Una persona che possedesse unicamente uno splendido castello avrebbe delle difficoltà ad acquistare una pagnotta di pane, a meno che non trovasse un fornaio disposto ad accettare in cambio una decimilionesima parte del castello.

Gli uomini che vivevano in un’economia basata sul baratto non ci misero molto a capire che le loro transazioni sarebbero state facilitate dall’introduzione di uno o più beni intermedi. Se la persona A sa che la persona B, che possiede la cosa che A vuole, è disposta ad accettare in cambio qualcosa che A può procurarsi, A può scambiare il suo bene intermedio e ottenere quello che vuole.

È seguendo questa linea di pensiero che alla fine è emerso un mezzo di scambio comune. Gli attori economici si sono resi conto che, individuando un bene pressoché universalmente ambìto dalla società, potevano effettuare le loro transazioni in maniera molto più efficiente e con maggior successo. Supponiamo che una determinata comunità stabilisca che quel bene è rappresentato dalle conchiglie. A questo punto, invece di avere un uomo senza guanti che possiede cinquanta matite alla vana ricerca di un altro uomo che non soltanto possiede un paio di guanti ma è disposto a scambiarli con cinquanta matite, il proprietario delle matite acquisterà conchiglie e le userà per comprare i guanti.

Quale sarà il bene che assumerà la funzione di denaro dipende in qualche misura dalle circostanze. È noto che nei campi di prigionia le sigarette sono state spesso usate spontaneamente come denaro, dal momento che in quelle situazioni esse soddisfacevano l’esigenza di avere un mezzo di scambio. In quel caso è decisamente evidente che la valuta non era stata imposta dallo Stato; è entrata in uso come conseguenza del fatto che i detenuti hanno razionalmente afferrato l’esigenza di disporre di un meccanismo in grado di migliorare il loro benessere materiale.

Nel mondo occidentale, come denaro sono stati utilizzati l’oro e l’argento.1 Questi metalli possiedono le qualità indispensabili a un mezzo di scambio: non si deteriorano, sono trasportabili, la loro unità di peso ha un certo valore (a differenza della spazzatura, ad esempio, o degli stuzzicadenti), e sono divisibili. Inoltre, sono anche universalmente molto ambìti.

Il termine moneta-merce si riferisce a un mezzo di scambio che è un bene commerciale o rappresenta un titolo per ottenere questo bene. Di conseguenza, se in un’economia di questo genere viene usata la cartamoneta, questa è convertibile su richiesta nel bene su cui la stessa cartamoneta si basa – ad esempio l’oro – e si limita a funzionare come un sostituto più pratico di questo stesso bene. Questo è un concetto molto importante: la cartamoneta non è denaro, ma un surrogato del denaro. Con il termine moneta a corso forzoso ci riferiamo invece a un mezzo di scambio che non è un bene o un prodotto di qualche genere, e non costituisce titolo per ottenere questo bene.2 Si tratta semplicemente di carta inconvertibile. (E naturalmente è questo il sistema attualmente vigente.)

Una volta che un determinato bene – in questo contesto ci riferiremo all’oro – ha acquisito la fisionomia di denaro, il sistema bancario non è lontano. Sono già state scritte eccellenti analisi del sistema bancario dal punto di vista della Scuola austriaca, quindi la presente trattazione sarà relativamente breve.3

Il sistema bancario

Inevitabilmente esisteranno individui che vorranno mettere al sicuro una parte di quanto possiedono. Ai fini della nostra trattazione immaginiamo che la banca sia stata all’origine un deposito di denaro, nata allo scopo di tenere al sicuro il denaro della gente. Il depositante affidava il suo oro al banchiere, e in cambio gli veniva rilasciata una ricevuta, o biglietto di banca, che in qualunque momento poteva riconvertire nell’oro da lui depositato. Col passare del tempo le persone hanno cominciato a rendersi conto che è più comodo usare i biglietti di banca come valuta invece di riconvertirli in oro ogni volta che vogliono fare un acquisto. Questi biglietti sono altrettanto buoni dell’oro, se così vogliamo dire, e sino a quando gli utenti avranno fiducia nella solidità della banca che li emette, circoleranno come contante. (Concettualmente sarebbe la stessa cosa se la banca, invece di rilasciare queste ricevute al depositante gli aprisse un conto corrente. In questo modo il depositante emetterebbe assegni sulla base dei suoi depositi presso la banca stessa.)4 Questi depositanti non otterrebbero gli interessi maturati sui loro conti correnti; al contrario, dovrebbero pagare al banchiere le spese di deposito.

Il tipo di banca che abbiamo appena descritto è completamente solvibile. È in grado di fare fronte a vista a tutti i suoi impegni. Se tutti i depositanti volessero ritirare contemporaneamente dalla banca il proprio oro, la banca non avrebbe difficoltà ad accontentarli.

La situazione cambia quando viene introdotta una pratica chiamata sistema bancario a riserve frazionarie.5 Quando le persone hanno cominciato a usare i biglietti di banca come denaro, per i banchieri è diventato molto facile cercare di guadagnare profitti illeciti stampando biglietti che non avevano alle spalle il corrispettivo in oro per poi darli in prestito, ricavando un guadagno nel momento in cui questi prestiti venivano rimborsati con gli interessi. Ovviamente le passività di queste banche sono assai superiori alle riserve auree di cui dispongono per soddisfare qualunque richiesta di conversione dovessero ricevere, ma questi istituti ritengono improbabile che tutti i depositanti facciano contemporaneamente richiesta di riavere indietro il loro oro. Accantonano quindi una riserva proporzionale d’oro per fare fronte alle modeste richieste di conversione che sembrano caratterizzare le normali situazioni commerciali.

In un sistema bancario libero e competitivo, l’ammontare dei profitti che una banca può guadagnare in questo modo è molto limitato. Supponiamo che la banca A inizi a praticare il sistema bancario a riserve frazionarie, emettendo più biglietti di quanti ne potrebbe convertire nell’oro depositato nei suoi sotterranei. Tra i clienti della banca A questi biglietti circolano liberamente come moneta (sino a quando la clientela continua ad avere fiducia nella fondamentale solidità della banca stessa.) Ma non appena un cliente della banca A acquista qualcosa dal cliente di un’altra banca, la banca A si trova potenzialmente in difficoltà. Quando la persona che ha ricevuto una banconota della banca A la deposita nella sua banca, la banca B, quest’ultima (che se ne fa ben poco di un pezzo di carta della banca A) si reca presso la banca A e chiede la conversione del biglietto in moneta metallica (moneta forte – ossia il metallo prezioso). Quanto più frequentemente questo si verifica, tanto più le riserve frazionarie auree della banca A cominceranno a scarseggiare e diminuirà la sua capacità di emettere biglietti di banca. Non appena la banca A si rivela incapace di convertire in oro uno dei suoi biglietti di banca, deve chiudere i battenti. È per questo motivo che, senza un sostegno governativo di qualche tipo, un sistema bancario a riserve frazionarie non può diventare troppo diffuso – continue richieste di conversione, assommate al timore di non essere capace di farvi fronte, scoraggerebbero una banca dal provare a inflazionare la sua emissione di banconote.

È a questo punto che entra in scena la Banca centrale. In precedenza, come abbiamo visto, le singole banche che praticavano il sistema a riserve frazionarie dovevano confrontarsi sia col problema di una possibile perdita di fiducia nella banca con conseguenti massicce richieste di conversione (il cosiddetto “assalto agli sportelli”), sia con le richieste presentate regolarmente da altre banche e dai clienti di altre banche per la conversione dei biglietti in moneta metallica. «Per superare questo ostacolo», spiega Hans-Hermann Hoppe, «nella fase successiva lo Stato deve monopolizzare il sistema bancario o costringere le banche in competizione tra loro ad aderire a un cartello sotto la tutela della sua Banca centrale. Una volta a capo di un sistema bancario monopolizzato o riunito in un cartello, lo Stato può mandare ad effetto quel processo coordinato e congiunto di contraffazione dell’intero sistema bancario che evita questo rischio.»6

La Banca centrale chiaramente gode del monopolio dell’emissione delle banconote: nessun altro istituto può più far circolare biglietti di banca. In un regime di sistema bancario centralizzato, quindi, le singole banche non sono autorizzate a far aumentare la massa monetaria emettendo i propri biglietti. Quello che possono ancora fare, invece, è aumentare la massa monetaria concedendo finanziamenti sotto forma di conti correnti sui quali chi contrae il prestito può emettere assegni. In questo modo le banche che intraprendono la strada delle riserve frazionarie concedono finanziamenti non sotto forma di contanti emessi al prestatore, ma sotto forma di conti correnti che la banca può creare a volontà. In conformità al principio del sistema bancario a riserve frazionarie, una frazione di questi depositi in conto corrente è coperta dalle banconote della Federal Reserve (ossia contanti) che la banca ha depositati sul suo conto presso la Federal Reserve; ma nella stragrande maggioranza dei casi non c’è alcuna copertura.

In un sistema di questo tipo non esiste il problema che una banca possa chiedere la conversione in oro dei biglietti di un’altra banca, dal momento che, tanto per cominciare, a nessuna singola banca viene consentito di emettere i propri biglietti. Tuttavia, sembra esistere un problema analogo, quello di una banca che chieda di convertire in contanti l’assegno di un’altra banca. (Il problema non esiste se un cliente della banca A compila un assegno e lo dà a un altro cliente della banca A, dal momento che quando quest’ultimo deposita l’assegno la banca A riequilibra la situazione dei conti dei due clienti.) Se un cliente della banca A emette un assegno, e il beneficiario di quell’assegno lo deposita nella banca B, quest’ultima banca naturalmente presenterà l’assegno alla banca A chiedendo il corrispettivo in contanti. (Non è positivo per la banca B tenere in giro un assegno della banca A.) Se questo succede con una certa frequenza, la banca A si trova nei guai.

Per vedere come questo problema viene risolto da un sistema basato sulla Banca centrale dobbiamo prima capire qualcosa del modo in cui la Federal Reserve e le banche che ne fanno parte interagiscono tra loro. La legge obbliga tutte le banche di credito ordinario a diventare membri della Federal Reserve. Oggi che non esiste più metallo prezioso a garantire la nostra moneta, i rapporti tra la Federal Reserve e le singole banche funzionano in questo modo: dal momento che la singola banca non è autorizzata a stampare moneta, quando si trova a dover far fronte a numerose richieste di conversione in contanti dei depositi di conto corrente deve rivolgersi alla Federal Reserve per avere il contante, e per ottenerlo deve attingere al suo saldo di conto presso la Reserve.7 (Richieste per importi non molto elevati possono essere soddisfatte attingendo al contante disponibile nel caveau della banca.) Inoltre la Federal Reserve stabilisce la quota di riserva obbligatoria per le singole banche, decidendo la percentuale minima di biglietti di banca della Federal Reserve che gli istituti debbono avere a disposizione per fare fronte alle richieste di contante da parte dei depositanti. Diciamo quindi che se il rapporto della riserva è il 10%, sul suo conto presso la Federal Reserve la banca in questione deve avere almeno un dollaro per ogni dieci dollari di passività create sotto forma di depositi di conto corrente. L’ammontare di questa riserva serve a determinare qual è il tasso a cui le banche provocherebbero un’inflazione, dal momento che la loro voglia di profitto generalmente le porterà a dare in prestito importi pari al limite loro consentito, tenendo di riserva soltanto la quota richiesta dalla Federal Reserve.

Torniamo ora alla banca A e alla banca B, e spieghiamo per quale motivo la presenza della Banca centrale serve fondamentalmente a eliminare il problema dell’interferenza di un banca con la politica inflazionistica di un altro istituto attraverso la richiesta di conversione in contante dei suoi assegni. La Banca centrale, pompando moneta nell’economia (argomento approfondito più avanti) consente all’intero sistema bancario di inflazionare insieme, usando le banconote della Federal Reserve come riserve frazionarie. Come spiega Rothbard:

In un sistema di free banking, l’inflazione prodotta da una qualsiasi banca conduce immediatamente a domande di conversione da parte delle altre banche, dal momento che la clientela di ciascuna banca è molto esigua. Ma la Banca centrale, trasferendo riserve in tutte le banche, fa in modo che esse possano espandere tutte insieme, e ad un tasso uniforme. Se tutte le banche espandono, allora non sussiste un problema di rimborso di una banca ad un’altra, e per ogni banca la propria clientela è realmente l’intero paese. In breve, i limiti all’espansione bancaria sono incommensurabilmente allargati, dalla clientela di ciascuna banca a quella dell’intero sistema bancario.8

In quale modo questo processo elimina il problema della richiesta di conversione da una banca a un’altra? Se tutte le banche vedranno aumentare le loro riserve frazionarie come risultato dell’immissione di moneta nell’economia da parte della Federal Reserve, inflazioneranno tutte questa nuova valuta allo stesso tasso (così come determinato dal requisito voluto dalla Federal Reserve).9 Come risultato, le varie conversioni in contanti tenderanno, al netto, ad annullarsi l’una con l’altra. Questo è uno dei motivi per cui una Banca centrale è tanto insidiosa: elimina quelle restrizioni che in un mercato libero contrasterebbero una sostanziale inflazione del credito da parte delle banche.

Questo significa naturalmente che nessuna banca può inflazionare a lungo oltre il tasso voluto dalla Federal Reserve, benché anche in questo caso sia disponibile un aiuto sotto forma di mercato dei fondi federali. Le banche che si trovano a dover affrontare difficoltà a breve termine possono ottenere un prestito dalle banche che hanno un surplus di riserve frazionarie. In casi estremi (soprattutto nel caso di grossi istituti), persino la Federal Reserve si farà avanti subentrando come “prestatore di ultima istanza” e fornendo riserve frazionarie alla banca in difficoltà, o attraverso un prestito di riserve frazionarie, o acquistando parte del suo attivo.10

Il problema ultimo da prendere in considerazione è come fa in primis la Federal Reserve ad aumentare l’emissione di moneta. Non lo fa stampando denaro contante e mettendolo in circolazione, ma soprattutto attraverso quelle che sono chiamate operazioni di mercato aperto, grazie alle quali la Federal Reserve acquista attività, di solito sotto forma di titoli di Stato. La cosa funziona in questo modo: la Federal Reserve acquista, diciamo, un miliardo di dollari di titoli di Stato da un operatore commerciale, come Goldman Sachs. Questo operatore commerciale, che entra così in possesso di un assegno per un miliardo di dollari emesso dalla Federal Reserve, deposita questo assegno nella propria banca. (Singoli individui e istituti diversi dalle banche non possono avere conti correnti presso la Federal Reserve, quindi l’assegno della Federal Reserve deve essere depositato in una banca di credito ordinario.)

Dal momento che nell’attuale regime monetario le banche possono beneficiare legalmente e senza correre rischi del sistema bancario a riserve frazionarie, la banca che riceve l’assegno da Goldman Sachs – che chiameremo banca A – non si limiterà a tenere presso di sé il denaro, ma depositerà l’assegno presso la Federal Reserve, facendo così salire di un miliardo di dollari il conto corrente che ha presso di essa. Di solito le banche non tengono di riserva più contante del quantitativo richiesto dalla Federal Reserve come quota di riserva bancaria, quindi la banca A, con questa fresca iniezione di riserve frazionarie, si troverà probabilmente ad avere riserve frazionarie superiori a quelle richieste dalla Federal Reserve. In questo caso essa userà il nuovo miliardo di dollari di riserve frazionarie come base su cui inflazionare ulteriormente.

Tanto per cominciare, dov’è che la Federal Reserve si procura il denaro per comprare il miliardo di dollari di titoli di Stato? Crea questo denaro dal nulla. Si limita a emettere un assegno su se stessa e lo spende.11 In questo modo le banche centrali diventano produttrici di denaro, e pertanto più simili a cercatori d’oro che non a istituti bancari nel senso stretto del termine.

La Federal Reserve, quindi, è in ogni senso un falsificatore legalmente privilegiato, e per giunta detiene il monopolio di questa falsificazione. E si è comportata proprio come la nostra conoscenza della natura umana ci avrebbe portato ad attenderci da un’istituzione dotata del privilegio monopolistico di falsificare: ha stampato una stupefacente quantità di denaro. Da quando è stata istituita la Federal Reserve nel 1913, il dollaro ha perso circa il 95% del suo valore.

Eppure la Federal Reserve riesce ancora a convincere l’opinione pubblica di essere un istituto importante nella lotta contro l’inflazione; invece, attraverso il suo massiccio incrementare l’emissione di moneta è proprio all’origine dell’erosione del valore del dollaro. È per questo motivo che gli economisti austriaci sono a favore sia dello standard aureo sia della totale abolizione del sistema della Federal Reserve. Ed è lo stesso motivo per cui molti esponenti della Scuola austriaca sono a favore di un sistema bancario con riserve frazionarie del 100%, in cui le banche debbano per legge garantire tutti i depositi a vista, dollaro su dollaro, con la moneta metallica conservata nei loro caveau. Quelle banche che violassero questo principio fondamentale di onestà sarebbero costrette a dichiarare bancarotta non appena non fossero più in grado di fare fronte a una legittima richiesta di conversione – proprio come avverrebbe a una lavanderia a secco che non potesse restituire su richiesta del cliente gli abiti che le sono stati consegnati, o il titolare di un deposito che non fosse in grado di restituire gli oggetti che gli sono stati affidati.

Dobbiamo introdurre un altro elemento nella nostra analisi degli aspetti economici e morali dei vari regimi monetari. Una delle grandi innovazioni della teoria monetaria di Mises è stata il suo cosiddetto teorema della regressione. (Ho relegato il teorema in una nota, perché alcuni lettori potrebbero trovarlo troppo tecnico.)12 Ciò che occorre rilevare in questo contesto sono le sue conseguenze, dal momento che il teorema della regressione di Mises contiene implicazioni importanti circa l’introduzione della valuta a corso forzoso. Uno dei principali concetti impliciti nel teorema è che un bene, per circolare come denaro, deve prima possedere valore d’uso. Ossia, a parte il suo valore come mezzo di scambio (in altre parole, il suo valore di scambio), deve avere valore in se stesso. (Il grande teologo scolastico Jean Buridan aveva già anticipato questo punto nel XIV secolo, sostenendo che a fungere da moneta doveva essere una materia prima utile sul mercato, che avesse originariamente valore per scopi non monetari.)13 Menger aveva già evidenziato come la moneta potesse essere costituita da una materia prima (le nostre precedenti analisi di questo processo si ispiravano effettivamente a Menger), ma Mises ha dimostrato che essa doveva svilupparsi in questo modo.

La conclusione che si può trarre da queste affermazioni è clamorosa: la valuta a corso forzoso non può essere introdotta volontariamente in un mercato veramente libero. Al contrario, essa deve essere introdotta con la coercizione, attraverso una massiccia azione di confisca da parte dello Stato delle scorte della materia prima per la quale la cartamoneta era servita come sostituto presso la popolazione. E in effetti la valuta a corso forzoso circolante negli Stati Uniti, dopo l’abbandono voluto da Franklin Roosevelt dello standard aureo nel 1933, è stata introdotta proprio attraverso quel genere di confisca che è implicito nel teorema della regressione. A quell’epoca, quando effettuavano normali transazioni, le persone si erano abituate alla comodità di usare come sostituto dell’oro la cartamoneta, che poteva essere riconvertita nel metallo prezioso in qualsiasi momento. La gente non accettava quindi la cartamoneta per il suo valore d’uso, che era inesistente, ma per il suo valore di scambio – in senso letterale la cartamoneta valeva come l’oro.

Una volta che la cartamoneta è entrata in circolazione come sostituto convertibile dell’oro, e la popolazione si è abituata a usarla, ecco creato lo scenario adatto per una confisca da parte dello Stato dell’oro detenuto dai privati, lasciando in circolazione soltanto cartamoneta a corso forzoso – che continua a circolare per forza d’abitudine ma che in quanto carta senza valore non sarebbe mai diventata all’origine un mezzo di scambio.14 Questo è quanto avvenne nel 1933, quando la popolazione fu costretta a consegnare il proprio oro. Da quel momento in poi, la valuta cartacea non sarebbe più stata convertibile in nulla.

(Vai all’introduzione, parte I)
(Vai all’introduzione, parte II)
(Vai all’introduzione, parte III)
(Vai al capitolo I, parte I)
(Vai al capitolo I, parte II)
(Vai al capitolo I, parte III)

NOTE:

1  Inutile dire che non è l’oro in sé che costituisce un’attrattiva per i sostenitori dello standard aureo; è piuttosto l’idea di una moneta-merce a risultare attraente. Sembra quasi superfluo puntualizzarlo, se non fosse che alcuni critici suggeriscono che i sostenitori dello standard aureo danno all’oro un valore di “feticcio”. Pertanto quando parlo dell’assoluta necessità di uno standard aureo o dell’oro come unica moneta onesta, non intendo essere preso alla lettera. Non sto escludendo la possibilità che qualche altro bene possa essere usato al posto dell’oro in circostanze diverse, né sto sostenendo che soltanto l’oro può essere una moneta onesta. Sto parlando dei pregi di un “commodity standard” in generale, che nella storia del moderno Occidente sembra essere stato quasi sempre sinonimo di oro.

2  Prendo in prestito questa definizione da Hans-Hermann Hoppe, «How Is Fiat Money Possible? – or, The Devolution of Money and Credit», in Review of Austrian Economics 7, 2, 1994, p. 49.

3  Vedere al riguardo: Murray N. Rothbard, The Mystery of Banking, Richardson & Snyder, New York 1983; idem, Lo Stato Falsario. Ecco cosa i governi hanno fatto ai nostri soldi, Leonardo Facco Editore, Treviglio 2005; idem, The Case against the Fed, Ludwig von Mises Institute, Auburn 1994; Hans-Hermann Hoppe, «Banking, Nation States, and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order», in The Economics and Ethics of Private Property, Kluwer Academic Publishers, Boston 1993, pp. 61-92.

4  Per importanti differenze tra le due, vedere M.N. Rothbard, The Case against the Fed, cit., pp.55-58.

5  Questa descrizione dell’evoluzione del sistema bancario è la base teorica che spiega la comparsa di numerosi fenomeni bancari moderni, e non un resoconto rigorosamente storico.

6  H.-H. Hoppe, The Economics and Ethics of Private Property, cit., p.72.

7  Quando lo standard aureo era ancora in vigore, veniva anche richiesto alle banche affiliate di immagazzinare le loro riserve frazionarie auree presso la Federal Reserve e di rimborsare i loro depositi a vista con biglietti della Federal Reserve. A loro volta questi biglietti erano teoricamente convertibili in oro, ma grazie al prestigio della copertura governativa, i vari vantaggi ad essi attribuiti (ad esempio il loro essere la moneta a corso legale), la richiesta di conversione in oro diminuiva sempre più. (E in ogni caso la Federal Reserve stessa praticava un sistema bancario a riserve frazionarie proporzionali, e non possedeva oro in quantità sufficiente ad onorare tutte le sue passività.)

8  M.N. Rothbard, Lo Stato falsario, cit., pp.60-61.

9  È importante comprendere che una banca in possesso di un assegno della Federal Reserve non estende immediatamente il credito nella misura consentita dal requisito voluto dalla riserva. Pertanto, se il rapporto della riserva è il 20%, la banca che lo riceve non trasforma immediatamente 1 miliardo di dollari di riserve frazionarie in 5 miliardi di dollari di nuovi prestiti (che equivarrebbe a tenere di riserva il 20% della nuova moneta). Invece di espandersi del 500%, come avverrebbe in questo caso, le banche si espandono di meno 1 rispetto a quanto richiesto dalla Riserva, ossia in questo caso dell’80%. Il risultato aggregato, tuttavia, dopo che questo credito aggiuntivo si è fatto strada attraverso il sistema bancario e le banche subentranti hanno prestato l’80% delle loro nuove riserve frazionarie, è che l’iniezione iniziale di 1 miliardo di dollari finisce per diventare un’espansione del credito pari a 5 miliardi di dollari. Al termine del processo, inoltre, le banche sono riuscite a riportare le loro riserve frazionarie a quel 20% richiesto dalla legge, quando vengono onorate, da una banca a un’altra e a un’altra ancora lungo il processo di espansione, le conversioni in contanti dell’80% della nuova moneta data in prestito. Per conoscere meglio questo processo, vedere M.N. Roth
bard, Lo Stato falsario, cit.

10  M.N. Rothbard, Mystery of Banking, cit., p.135.

11  L’intero processo viene spiegato con maggiore abbondan
za di dettagli in M.N. Rothbard, Mystery of Banking, cit., pp. 127-149, oltre che in Lo Stato falsario, cit., e in The Case against the Fed, cit., pp.29-69.

12  Il problema che Mises voleva risolvere era il seguente: la posizione occupata dal denaro nella scala dei valori di un individuo è determinata dal potere di acquisto che aveva ieri; ma quel potere d’acquisto è a sua volta determinato dal valore del denaro. Mises spiegò il modo di interrompere questo circolo vizioso. Anche se il valore che oggi ha il denaro dipende dal valore che aveva ieri, e il valore di ieri dipendeva dal valore del giorno prima, l’andare indietro nel tempo non è un processo senza fine. Termina l’ultimo giorno dell’economia di baratto, l’ultimo giorno in cui il valore del bene che veniva usato come moneta venne valutato esclusivamente per l’uso che se ne poteva fare e non per il suo valore di scambio. (Naturalmente, i termini “ieri” e “ultimo giorno” non vanno intesi come periodi di 24 ore; ogni volta che vengono usati, essi si riferiscono all’unità temporale interessata che è prasseologicamente rilevante.) Il teorema della regressione viene spiegato da Ludwig von Mises in La teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, trad.it. L. Berti, ESI, Napoli 1999; vedere anche M.N. Rothbard, Man, Economy, and State, cit., pp.231-237.

13  Lo scolastico del XV secolo Gabriel Biel sosteneva la stessa cosa. M.N. Rothbard, An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, vol.1, Economic Thought before Adam Smith, cit., pp.73-74, 89-90.

14  Vedere M.N. Rothbard, Lo Stato falsario, cit. Il libro di Rothbard, un vero classico, merita di essere letto attentamente. Qui mi riferisco semplicemente alla sua osservazione fondamentale (p. 74) secondo cui l’introduzione della cartamoneta come sostituto del denaro convertibile in oro, se da un lato è teoricamente ineccepibile, nella pratica prepara il terreno all’abbandono del “commodity standard” abituando il pubblico ad usare la cartamoneta e disabituandolo progressivamente all’interazione diretta con il metallo prezioso.

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MORE ON THE EPIDEMIC OF “SUICIDED” BANKSTERS…

Deep Politics Monitor - Dom, 16/02/2014 - 14:29
by Joseph P. Farrell, February 16, 2014  Well it was bound to happen sooner or later folks… one simply cannot have a “suicide” of five bankers (and rumors of a suspicious death of a reporter as well)in as many weeks – one by “nail gun” – without people eventually catching another whiff of that foul odor emanating from the granite halls and green topped-tabled boardrooms of crony crapitalism

NSA Inks Landmark Deal to Share Information With Central Banks

Deep Politics Monitor - Sab, 15/02/2014 - 17:55
From MarketOracle, Dec 09, 2013 By: David Hague   Dear reader put away your charts and graphs. Forget about fundamental and technical analysis. Ignore financial statements and trends. The extraordinary agreement to share information between the National Security Agency [NSA], a host of European, Russian, Canadian and Chinese spy agencies and the world's Central

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Luogocomune.net - Sab, 15/02/2014 - 11:22
Commenti e segnalazioni degli utenti sulle notizie più recenti.

L'epico scoppio della bolla obbligazionaria

Freedonia - Ven, 14/02/2014 - 11:10
Dopo Alessandria, Napoli si avvicina al default. Nonostante continuino imperterrite le voci che vogliono una fievole ripresa quest'anno, la maggior parte degli indicatori economici segnalano il contrario. Differentemente dalla  tragica situazione in cui languono i PIIGS, i rendimenti obbligazionari di tali nazioni perseguono nella loro discesa ed il settore bancario pare addirittura stabilizzato. Quanto sono credibili? Poco, data la possibilità di manipolarli. Quando il pattume nascosto sotto il tappeto eploderà in faccia agli Eurocrati, coloro in possesso di bond dei PIIGS si ritroveranno per le mani grandi perdite. Chi li detiene in maggior parte? Il settore bancario europeo. Cinque anni di recessione e nulla è cambiato, solo rimandato nel tempo. L'Irlanda ha spostato i suoi fardelli sul settore pubblico, facendo leva sul settore dell'export pompato da USA e Inghilterra. La Grecia ha tirato un sospiro di sollievo per il settore turitistico, il quale è rimasto a galla "grazie" ai tumulti in Egitto e Tunisia; ma dall'altra parte le importazioni sono crollate e la disoccupazione è alta. L'economia greca si è contratta del 25% e pare che tale processo non voglia arrestarsi. E il Portogallo? Vi sembrano queste le misure da adottare con una presunta ripresa dietro l'angolo? E con la Francia a crescita zero, chiudono il sipario Spagna e Italia con un tasso di disoccupazione mostruoso e cifre legate all'emigrazione fuori controllo (meta preferita l'Inghilterra). E' questa la solvibilità di cui si fanno forti gli Eurocrati? I problemi di debito sono irrisolvibili... se non attraverso un default. Questo significa che le promesse verranno infrante e gli investitori/contribuenti pagheranno un prezzo davvero salato.
___________________________________________________________________________________


di Graham Summers


Negli anni '60 ogni nuovo $1 di debito acquistava quasi $1 in crescita del PIL. Negli anni '70 questa statistica è iniziata a diminuire mentre il debito continuava a salire. Quando siamo arrivati negli anni '80 e '90, ogni nuovo $1 di debito acquistava solo $0.30-$0.50 in crescita del PIL. E oggi, ogni nuovo $1 di debito compra solo $0.10 in crescita del PIL (al meglio).

In altre parole, la crescita degli ultimi tre decenni, ma soprattutto degli ultimi 5-10 anni, è stata guidata da una quantità di debito sempre maggiore. Questo è il motivo per cui la FED è così preoccupata per i tassi di interesse.

Potete vederlo dal grafico qui sotto. Ci mostra il mercato del credito totale diviso il PIL. Come si può vedere a partire dai primi anni '80, l'ammontare di debito nel sistema è aumentato vertiginosamente. Abbiamo avuto solo un breve periodo di deleveraging, durante il 2007-2009.




Bernanke non ha avuto lo stomaco per questo tipo di deleveraging. Il motivo è semplice: coloro che hanno accumulato grandi ricchezze grazie a questo sistema, sono molto incentivati ad andare avanti.

Bernanke non parla di voi o di me, ma di Goldman Sachs o JP Morgan e della maggior parte della ricchezza di Wall Street degli ultimi 30 anni (crescita del credito). Eliminate la leva finanziaria e la politica monetaria facile, ed un sacco di persone molto "ricche" improvvisamente non saranno così ricche.

Lasciatemene parlare in termini di crescita di posti di lavoro reali (creati dalle start-up) rispetto alla "crescita dei posti di lavoro" negli ultimi cinque anni.

Secondo il National Bureau of Economic Research, le start-up rappresentano quasi tutta la creazione di occupazione negli Stati Uniti (lavori totali guadagnati meno i lavori totali persi). E le start-up più piccole hanno una prospettiva molto diversa riguardo al debito rispetto alle grandi imprese più consolidate.

Il motivo è abbastanza semplice. Quando un piccolo imprenditore accende un prestito, di solito pone il patrimonio personale come garanzia (una casa, un'auto o qualche altra cosa). Di conseguenza il peso del debito porta con sé la possibilità reale di perdere qualcosa di grande valore. E così il debito viene visto con sospetto.

Questo è in netto contrasto con una grande impresa, che può impegnare le garanzie in possesso dell'azienda stessa (non beni personali) e sentirsi quindi più propensa ad utilizzare l'indebitamento con la leva finanziaria. In questo modo il QE e le altre politiche monetarie accomodanti della FED favoriscono le imprese più grandi piuttosto che i veri motori della creazione dei posti di lavoro: le piccole imprese e le start-up.

Per questo motivo le politiche della FED, non importa quale sia la retorica utilizzata, sono a favore del mercato azionario piuttosto che per quello dell'economia reale. Vale a dire, vanno a vantaggio di quelle imprese che possono accedere più facilmente alle finestre di credito con tassi di interesse vicini allo zero rispetto a quelle aziende che hanno più probabilità di generare posti di lavoro: le piccole imprese e le start-up.

Questo è il motivo per cui la crescita dei posti di lavoro rimane anemica, mentre il mercato azionario ha raggiunto nuovi massimi storici. Questo è il motivo per cui in un primo momento i grandi investitori come Bill Gross hanno applaudito le politiche della FED (quando il deleveraging stava per spazzarlo via nel 2008), ma poi vi si sono rivoltati contro negli ultimi anni (es. mossa politica). Questo è il motivo per cui il QE è così pericoloso, perché aumenta la concentrazione della ricchezza e distrugge la classe media.

Tipi come Warren Buffett e Larry Ellison di Oracle possono usufruire dei tassi di interesse bassi per sfruttare la leva finanziaria, acquisendo più asset (che possono produrre reddito) ponendo quelli in loro possesso come garanzia (Ellison comunemente "presta" azioni di Oracle alle banche in cambio di prestiti bancari).

Il debito a buon mercato è utile per loro perché il rischio marginale è piccolo rispetto a quello di un normale investitore che dovrebbe porre un asset necessario (es. la sua casa) come garanzia per un prestito.

Questo sistema funzionerà fino a quando il debito rimarrà a buon mercato. Tuttavia, negli ultimi 12 mesi la FED ha definitivamente superato il punto di non ritorno con le sue politiche. E' solo una questione di tempo prima che questa bolla del debito scoppi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


I genitori o lo Stato?

Von Mises Italia - Ven, 14/02/2014 - 08:00

Il problema principale nel settore dell’istruzione (soprattutto quello obbligatorio, ma anche vale per molti altri ambiti) – come suggerisce il titolo – ruota intorno alla domanda: chi dovrebbe decidere, in ultima istanza, se, cosa, quanto, con quali mezzi, sotto la guida di chi, ecc. dovrebbero studiare i bambini? La risposta oggi in voga è piuttosto chiara: lo Stato. Se qualche genitore si sente offeso da quello che dico, lo invito a provare ad apportare cambiamenti nei curricula delle materie che i bambini studiano a scuola, o addirittura a ritirare il bambino dal sistema pubblico di istruzione per educarlo esclusivamente per conto proprio. Se nel primo caso non farà altro che sbattere contro il vero decisore (lo Stato), tramite l’organo competente (Ministero della Pubblica Istruzione) – che, al massimo, può tentare di influenzare -, nel secondo caso potrebbe benissimo finire in prigione o perdere la potestà sui bambini per negligenza.

L’opinione dominante dimostra che, di fatto, solo nell’illegalità i genitori possono ancora riparare i danni causati dal settore pubblico. Altrimenti, l’aspetto peggiore è che sono costretti a far passare i loro bambini attraverso le forche caudine degli esami imposti con decreto, necessarie per accedere legalmente ai più alti livelli di privilegi salariali o di monopolio in rami tipici come quelli degli avvocati, notai, ufficiali dello stato civile, ecc.

Dietro l’indignazione degli uomini per bene, i quali potrebbero rispondere aspramente che mi dimentico dei bambini poveri, senza alcuna opportunità e possibilità, penso si nasconda una fiducia incomprensibile nelle buone intenzioni e nella piena responsabilità delle autorità pubbliche. Potrei chiamare questa la “visione dello Stato angelico e infallibile”. O meglio: statolatria. Le stesse persone che, quando agiscono privatamente, si considerano non responsabili e non abbastanza competenti per risolvere i problemi nell’educare i propri figli (ed eventualmente anche quelli degli altri), diventano magicamente – con il semplice passaggio al servizio dello Stato – degli angeli onniscienti e onnipotenti. Ciò che mi irrita di più è il fatto che la differenza specifica tra i due casi sembra essere fondamentalmente la capacità di usare la forza senza conseguenze per colui che la usa. Non importa se sei un genitore, magari sei inadeguato ed irresponsabile; non importa se sei un imprenditore privato nel settore dell’istruzione, magari sei avido o ti rivolgi solo ai ricchi che possono permettersi l’istruzione più costosa; non importa se sei un’azienda privata che certifica la qualità dell’istruzione, magari non sei imparziale, sei corrotta o “corruttibile”; non importa se sei un insegnante privato, magari insegni solo cose insensate o sei interessato solo ai soldi; ma se sei un ministro dell’istruzione, un ispettore o occupi altre posizioni simili a queste, “pubbliche”, quindi onorevoli, per te tutto è possibile, “tutto quello che vuoi tu ed il tuo buon Signore (Dio)”.

Trovo strano che ogni volta che chiedo a qualcuno come è apparsa l’istruzione pubblica e “gratuita”, mi trovo di fronte un esercizio di storia a priori attraverso il quale il mio interlocutore, guidato da buone intenzioni, cerca di immaginare quali sarebbero state le ragioni per le quali sarebbe  ricorso a tale soluzione, esponendo argomenti quali l’uguaglianza di opportunità, l’alfabetizzazione , ecc. D’altro canto, tuttavia, una precisa ricostruzione storica sfaterebbe rapidamente il mito: originariamente l’istruzione pubblica era, quasi ovunque (in Prussia, Francia, USA, Inghilterra o in Italia), un programma volto alla creazione di buoni “cittadini”. Cioè fedeli allo Stato, contribuenti che paghino le tasse, pronti al martirio per i leader delle forze armate, docili etc. Penso spesso che una qualsiasi donna per bene di ieri o di oggi, che dovrebbe essere sgravata dal sistema pubblico di istruzione dal difficile compito (per il quale non è in grado) di educare la prole, avrebbe cacciato fuori di casa con la scopa pedagogisti come Dewey o Horace Mann, non appena avesse  sentito le loro idee progressiste, dal  sapore protestante, su come i bambini dovrebbero essere educati in gruppo.

Cosa fare? Penso che gli unici che possano essere ragionevolmente ed autenticamente interessati al bene dei bambini siano i loro genitori. Quindi è a loro che deve essere restituita la piena sovranità in materia di istruzione. Non al parlamento, non al ministero, né a nessun comitato o a vari ispettori. E questo equivale certamente alla libertà d’impresa nel settore dell’istruzione (scuole private, imprenditori, insegnanti e certificatori privati ​​in concorso). Per i poveri, scuole di fondazioni caritatevoli o umanitarie (private), chiese e monasteri.

Immagino già la preoccupazione dei gradualisti pragmatici che si chiedono cosa si possa fare “qui e adesso” per migliorare la qualità dell’istruzione. Non è che da domani smantelliamo il Ministero della Pubblica Instruzione! Parafrasando William Lloyd Garrison, feroce avversario della schiavitù nell’ America del XIX secolo, non dico che verrà abolito un domani, ma che dovrebbe sparire già oggi. Ora – tenendo sempre a mente l’obiettivo principale, l’autentica privatizzazione dell’istruzione – ci sono passi più corti che possono essere compiuti: ad esempio, la libertà di educare i giovani a casa (homeschooling, nel mondo anglosassone), ovviamente con relativa esenzione dalle tasse (non utilizzo il sistema pubblico, quindi non pago più quella frazione di imposte). Tuttavia l’elemento più importante di qualsiasi strategia di riforma dell’istruzione rimane l’istituzione di una vera alternativa al di fuori del sistema pubblico. Perché invano si dà via libera alla scuola privata, se si richiede la certificazione presso un ente pubblico. Un po’ più sottile, ma sempre istruzione pubblica è.

Traduzione di Nicolai Suhaci

Adattamento a cura di Tommaso Segre

Articolo originale di Vlad Topan, tradotto e adattato da http://mises.ro/405/.

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Il "miracolo" di Matteo Renzi

Luogocomune.net - Gio, 13/02/2014 - 19:40
Matteo Renzi è riuscito a compiere un miracolo: è riuscito a farmi restare simpatico persino Enrico Letta.

E guardate che ce ne vuole! Eppure di fronte alla arroganza, alla presunzione e alla pomposeria di questo imbonitore da circo la misura e la regolatezza di Enrico Letta diventano addirittura accattivanti.

Ma Renzi rappresenta qualcosa di più di uno sbruffone che fa goal a porta vuota: rappresenta la nuova dimensione della politica-linguaggio, l'ultimo stadio della cancrena che sta portando l'Italia dritto nella tomba: Renzi ha capito che non basta più fare soltanto finta di voler cambiare le cose, per restare a galla, ma che è molto più efficace - oggi - fare finta di lamentarsi perchè altri fanno soltanto finta di voler cambiare le cose.

In altre parole, di fronte ad una classe politica logora e spenta, che continua a ripetere le solite formule vuote di sempre, ...

Europe Considers Wholesale Savings Confiscation, Enforced Redistribution

Deep Politics Monitor - Gio, 13/02/2014 - 17:05
From ZeroHedge, 02/12/2014 At first we thought Reuters had been punk'd in its article titled "EU executive sees personal savings used to plug long-term financing gap" which disclosed the latest leaked proposal by the European Commission, but after several hours without a retraction, we realized that the story is sadly true. Sadly, because everything that we warned about in "There May Be Only

Guerra valutaria = Suicidio valutario

Freedonia - Gio, 13/02/2014 - 11:21




di Patrick Barron


Quella che i media chiamano una "guerra valutaria," quando le nazioni si impegnano in svalutazioni monetarie competitive al fine di aumentare le esportazioni, rappresenta davvero un "suicidio valutario." Sono convinte erroneamente che indebolire la propria moneta migliorerà la competitività dei prodotti sui mercati mondiali e porterà ad una ripresa guidata dalle esportazioni. Mentre si interviene per fornire quantità crescenti della propria valuta in cambio di quella degli stranieri, un paese si aspetta che le sue industrie esportatrici beneficieranno di un aumento delle vendite, le quali stimoleranno il resto dell'economia. E' per questo motivo che ci capita spesso di leggere di come un paese cerchi di "stimolare l'export per crescere."

Gli economisti mainstream di tutto il mondo ritengono che questa tattica esporti anche la disoccupazione ai propri partner commerciali, inondandoli di merci a basso costo e distruggendo la produzione interna e l'occupazione. Pertanto chiedono ai loro paesi di impegnarsi in misure reciproche. Di recente Martin Wolfe sul Financial Times di Londra e Paul Krugman sul New York Times, hanno accusato i partner commerciali dei loro rispettivi paesi di impegnarsi in questa politica denominata "frega il prossimo" e raccomandano che l'Inghilterra e gli Stati Uniti entrino in questa cosiddetta "guerra valutaria" per indebolire ulteriormente la sterlina e il dollaro.

Sono colpito dalla somiglianza di questa tesi delle guerra valutaria con quella di accordi commerciali reciproci. Questi ultimi presuppongono che le barriere commerciali nei confronti di merci straniere siano una manna per i produttori nazionali. Pertanto bisogna negoziare una riduzione delle barriere commerciali, altrimenti il paese che si rifiuta di abbassarle ne risulterà avvantaggiato: aumenterà le esportazioni verso quei paesi che riducono le loro barriere commerciali (senza accettare un aumento delle importazioni che potrebbero minacciare le industrie nazionali ed i posti di lavoro). Questa teoria mercantilista non muore mai, proprio perché ci sono sempre industrie e lavoratori che cercano favori speciali dal governo a spese del resto della società. Gli economisti la chiamano "ricerca di rendita."



Un Trasferimento di Ricchezza ed una Sovvenzione agli Stranieri

Come ho spiegato in Davvero la Soluzione è Svalutare?, inflazionare la propria valuta trasferisce semplicemente la ricchezza all'interno del paese da settori non connessi all'esportazione a settori connessi all'esportazione, fornendo sussidi agli acquirenti stranieri.

Si prega di notare una cosa: è impossibile fare in modo che gli stranieri paghino contro la loro volontà per la ripresa economica di un'altra nazione. Al contrario, svalutare la propria moneta è una manna per gli stranieri che acquistano beni meno costosi. Gli stranieri avranno più soldi dei loro partner commerciali, trasformando in un vero affare quei beni che in precedenza erano costosi, almeno fino a quando i prezzi non aumenteranno.

Col tempo la nazione che indebolisce la propria moneta scoprirà di avere "inflazione importata" piuttosto che disoccupazione esportata, da qui si capisce l'espressione "fregare il prossimo" di Wolfe e Krugman.

All'inizio della svalutazione monetaria il settore delle esportazioni sarà in grado di acquistare i fattori di produzione ai prezzi attuali, quindi aspettatevi che i suoi membri favoriscano la svalutazione della moneta. Alla fine la valuta percolerà nell'economia più ampia e causerà un aumento dei prezzi. A questo punto il settore delle esportazioni sarà costretto ad aumentare i prezzi. Aspettatevi che invochi un altro giro di interventi monetari sui mercati delle valute estere per portare la moneta ad un nuovo minimo rispetto a quelle dei suoi partner commerciali.

Naturalmente, se un paese può intervenire per abbassare il valore della sua moneta, altri paesi possono fare lo stesso. Così la Banca Centrale Europea vuole abbassare il valore dell'euro rispetto al dollaro, dal momento che la FED si è impegnata in diversi programmi di quantitative easing. La scorsa estate gli svizzeri hanno ceduto alla svalutazione monetaria, poiché la loro moneta solida era molto richiesta e tale domanda ne aveva spinto in alto il valore (rendendo di conseguenza più costose le esportazioni). Ultimamente il capo della banca centrale australiana ha fatto capire che il settore minerario del paese ha bisogno di un dollaro australiano più economico per aumentare le esportazioni. Benvenuti nella versione moderna della guerra valutaria, ovvero, del suicidio valutario.



La Germania Può Sventare il Suicidio Valutario

C'è un paese che parla contro questa follia -- la Germania. Ma la Germania non ha il controllo della propria moneta. Ha dato via il suo amato marco per l'euro, una condizione presumibilmente richiesta dai francesi per approvare la riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino. Le preoccupazioni della Germania sulle conseguenze dell'inflazione sono più che giustificate. La grande iperinflazione nei primi anni del 1920 ha distrutto la classe media ed è vista come un importante contributo alla nascita del fascismo.

Come paese sovrano, la Germania ha tutto il diritto di lasciare l'Unione Monetaria Europea e ripristinare il marco. Preferirei che facesse un ulteriore passo in avanti e legasse il nuovo marco alle sue riserve auree. Se dovesse accadere una cosa simile, il mondo monetario cambierebbe molto rapidamente... per il meglio. Altri paesi dell'UME probabilmente adotterebbero il marco come moneta legale, piuttosto che ripristinare le proprie valute, aumentando così il fascino del marco come valuta di riserva.

All'aumentare della domanda per il marco, la domanda per il dollaro e l'euro diminuirebbe. La FED e la BCE sarebbero costrette ad abbandonare le loro politiche inflazionistiche per evitare il massiccio rimpatrio di dollari ed euro, cosa che causerebbe aumenti dei prezzi inaccettabili.

In altre parole, un marco sonante potrebbe innescare una cascata di azioni virtuose: questa Occasione d'Oro non dovrebbee essere sprecata. Può essere l'unico mezzo non coercitivo per impedire il collasso totale della principali valute del mondo a causa delle svalutazioni competitive definite guerre valutarie, o per meglio dire, suicidi valutari.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Jim Willie Bombshell Interview

Deep Politics Monitor - Mer, 12/02/2014 - 22:12
Will Lehr of https://www.perpetualassets.com/ is joined by Jim Willie of http://www.goldenjackass.com/In this hour and a half interview we discuss Current Events, International Monetary Analysis, Capital Controls, Asset Confiscation and more…
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