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Le interferenze coercitive – I parte

Von Mises Italia - Lun, 13/10/2014 - 08:00

L’intervento dello Stato

I tipi di intervento coercitivo in generale (di cui grande parte è l’intervento statale) possono essere classificati in tre grandi categorie:

1)     intervento autistico, quando il soggetto aggressore comanda ad alcuni individui di fare o non fare determinate cose. In questo tipo di intervento viene ristretto l’uso che l’individuo può fare di se stesso e della sua proprietà, non gli scambi con altri (ecco perché autistico). Esempi: omicidio, divieto di esprimere il proprio pensiero, o la propria fede religiosa, non poter costruire su un proprio terreno a causa di vincoli urbanistici.

2)     intervento binario, in cui chi interviene costringe l’individuo a scambiare con lui o a trasferirgli unilateralmente una risorsa. Es: servizi pubblici in monopolio, tassazione, coscrizione, manipolazione della moneta e del credito.

3)    intervento triangolare, in cui l’interveniente costringe o vieta a due individui di effettuare uno scambio. Esso può assumere due forme: controlli sui prezzi e controlli sui beni (e servizi). Es.: controlli di prezzo, licenze, controlli sui prodotti (divieto di commerciare alcuni beni, come gli stupefacenti), quote nelle assunzioni, limiti all’orario di lavoro, limiti minimi all’età lavorativa, divieto di licenziamento, fissazione degli orari degli esercizi commerciali, norme per l’accesso alle professioni, limiti alle commistioni fra banche e imprese, vigilanza sui mercati finanziari, controlli di qualità sui beni di consumo, norme per la sicurezza e la salubrità dei luoghi di lavoro, norme antinquinamento.

Tutti questi sono esempi di relazione egemonica, alternativa a quella volontaria.

 Una classificazione di tipo funzionale, basata sugli scopi dell’intervento, è invece la seguente: prelievo, efficienza, redistribuzione del reddito, stabilizzazione macroeconomica. Per una maggiore organicità e compattezza espositive (pur perdendo qualcosa in termini di rigore concettuale) di seguito verrà seguita questa classificazione.

La tassazione

La tassazione è il primo scalino nella sequenza prelievo-spesa operata dallo Stato.

I tributi sono il prelievo forzoso effettuato dallo Stato. Sono costituiti da imposte, tasse e contributi.

L’imposta è un prelievo connesso alla capacità contributiva, indipendente dal fatto che il contribuente richieda o utilizzi un determinato servizio prodotto dallo Stato o da un ente pubblico. Invece la tassa si paga a fronte di una controprestazione specifica dell’amministrazione dello Stato: es. tasse scolastiche, t. per la raccolta dei rifiuti, t. per la patente, concessioni, autorizzazioni, t. portuali.

I contributi sono pagamenti volti a provvedere a evenienze future: es. previdenziali, sanitari[1].

 Imposte dirette   }  sul reddito, sul patrimonio  } proporzionali, progressive, in somma fissa

Imposte indirette } sugli scambi, sui consumi

Imposte dirette: colpiscono manifestazioni immediate della capacità contributiva (della ricchezza): reddito e patrimonio.

Imposta sul reddito – È quella che colpisce i redditi netti, cioè salari, rendite della terra, interessi e profitti (e anche i guadagni di capitale, che sono redditi assimilabili ai profitti)[2]. Il reddito dunque può derivare, oltre che dal lavoro, anche dai patrimoni.

Difficoltà nella definizione del concetto di reddito: esistono tipi di reddito impossibili da quantificare, ad es. la rendita derivante dall’alloggio nella propria casa, i servizi prodotti dalle casalinghe, i beni ottenuti in regalo (non si determina il prezzo sul mercato).

Effetti

L’effetto principale è il disincentivo. Riducendo il reddito, cioè l’utilità marginale del lavoro, l’imposta spinge alla riduzione del lavoro e quindi della produzione. Se un lavoratore ritiene che un’ora di lavoro in più gli fa conseguire un reddito incrementale che, decurtato dall’imposta, ora gli apporta un’utilità inferiore alla disutilità del lavoro, allora ridurrà la quantità di lavoro. L’imposta non può essere trasferita (v. infra), e dunque l’effetto finale è la riduzione del reddito, nominale e reale, del soggetto. Lo stesso ragionamento vale per l’imprenditore (imposta sui profitti): se si perde l’intero euro quando si perde (quando l’investimento va male), mentre si guadagna solo una frazione di euro quando si vince (a causa dell’imposta), la disponibilità ad assumersi il rischio dell’investimento crolla; l’effetto è una riduzione degli investimenti a vantaggio del consumo presente.[3]

Anche se la reazione all’imposta fosse di segno contrario, e cioè un aumento della quantità di lavoro per ripristinare lo stesso reddito conseguito prima dell’imposta, il benessere si è comunque ridotto: infatti si è ridotto il tenore di vita dell’individuo, perché egli rinuncia, a parità di reddito, a maggiori quantità di riposo (che è un bene di consumo).

Il fatto che la tassazione riduce il benessere dell’individuo può essere dimostrato attraverso il criterio delle “preferenze rivelate”. Se il contribuente desiderasse dare allo Stato parte del suo reddito, lo farebbe volontariamente, cioè rivelerebbe la sua preferenza attraverso l’azione del trasferimento; se non lo fa vuol dire che la sua preferenza è di trattenere preso di sé il proprio reddito, e dunque la sottrazione forzata da parte dello stato riduce il suo benessere.

Quando tale imposta colpisce le società (le persone giuridiche in generale) si ha una duplicazione dell’imposta sui proprietari, che subiscono il prelievo una prima volta sul reddito netto prodotto dalla società e una seconda volta sul reddito residuo distribuito a ciascuno di essi.[4]

 Imposta sul patrimonio (capitale) – Colpisce il valore del patrimonio accumulato. Che può essere costituito da beni fisici – appartamenti, edifici, terreni – o da denaro o titoli. Un tipico esempio di imposta patrimoniale è quella che colpisce l’eredità e le donazioni. È sul singolo cespite anziché sulla persona.

L’imposta sul patrimonio è caratterizzata da un elemento di contraddittorietà e iniquità: per pagarla bisogna attingere al reddito, cioè a una fonte di ricchezza diversa dal patrimonio, e che è stata già tassata separatamente[5]. Oppure, se l’imposta è troppo onerosa, si perviene al paradosso di esser costretti a vendere il patrimonio per poter pagare l’imposta su di esso.

Il valore (prezzo) del patrimonio è conoscibile solo nel momento in cui è oggetto di compravendita, non in astratto; dunque, essendo impossibile stabilire a priori il valore della base imponibile, di fatto l’imposta è arbitraria.

 Imposte indirette – Colpiscono manifestazioni mediate della capacità contributiva, cioè presuppongono il possesso di risorse: si dividono in i. sugli scambi e i. sul consumo. Esempi delle prime sono l’Iva[6], l’i. di registro e di bollo; esempi delle seconde sono le i. di fabbricazione (su benzina, alcolici), sui tabacchi, i dazi doganali.

Effetti: distorcono i prezzi, che sono segnali per il calcolo economico.

 Struttura dei tributi

Imposta proporzionale – L’aliquota (percentuale di reddito sottratto) è unica.

Imposta progressiva – All’aumentare del reddito aumenta l’aliquota [7].

Imposta regressiva – All’aumentare del reddito si riduce l’aliquota; un tipico esempio è l’imposta in somma fissa (o eguale, o head tax o poll tax): ogni individuo paga la stessa somma in termini assoluti, dunque calcolata come percentuale sul reddito, tale somma si riduce all’aumentare del reddito[8].

Limiti – Disincentiva la produzione[9]. In presenza di inflazione l’imposta progressiva determina il fenomeno del “drenaggio fiscale”: l’aumento solamente nominale dei redditi fa slittare questi nello scaglione superiore, determinando un maggior prelievo fiscale nonostante il reddito reale sia rimasto immutato; il reddito netto reale è inferiore a quello precedente allo slittamento.

Dal punto di vista del contribuente, non è detto che la progressività sia peggiore della proporzionalità: bisogna considerare il livello complessivo della tassazione: un’aliquota unica del 50% è più gravosa di due aliquote progressive del 5% e del 10%.[10]

L’imposta neutrale – Un’imposta neutrale è un’imposta che non devia il funzionamento del mercato dalle linee in cui si svilupperebbe in assenza di qualsiasi tassazione. Imposta neutrale non significa che la distribuzione del reddito resta invariata, ma che la distribuzione del reddito e tutti gli altri aspetti dell’economia vengono modificati dall’imposta nello stesso modo in cui sarebbero modificati da un prezzo di libero mercato.

Nessuna imposta è neutrale. Ciò è vero innanzi tutto per una considerazione di ordine generale: una comunità in cui esiste lo Stato è inevitabilmente divisa in pagatori di tasse e consumatori di tasse; questi ultimi, al di là delle finzioni formali, di fatto non pagano tasse. Un dipendente pubblico che guadagna $10.000 e paga $2000 di tasse di fatto guadagna $8000 raccolti dalle tasse altrui, e non paga tasse.

Inoltre, qualsiasi imposta riduce il consumo dei beni che i tassati avrebbero liberamente acquistato e aumenta la domanda dei beni che lo Stato acquista con le risorse raccolte; facendo spostare i fattori da alcune produzioni ad altre; e facendo aumentare i prezzi dei beni da esso domandati.

Entrando nel dettaglio, non è neutrale né l’imposta pro-capite (una somma uguale per tutti indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza) né quella proporzionale o progressiva. La prima, ad esempio, riduce la produzione dei beni consumati dai ceti a redditi bassi più della produzione dei beni consumati dagli individui più abbienti. L’imposta proporzionale lascia immutati i rapporti reciproci fra tutti i redditi. Ma non basta questa condizione per dire che è neutrale; infatti, come detto, un’imposta neutrale è un’imposta che influenza l’economia come se essa fosse un prezzo di libero mercato; ma questo è impossibile, perché i prezzi di mercato non sono proporzionali al reddito o alla ricchezza dell’acquirente (un miliardario non paga un chilo di pane diecimila volte di più di un acquirente dal reddito medio). L’imposta progressiva accentua questo aspetto, quindi è ancora più lontana dalla neutralità. Le alte imposte sui redditi alti riducono il risparmio.

Oggi comunque a nessuno interessa la neutralità della tassazione bensì che realizzi la giustizia sociale; dunque si vuole che la tassazione non sia neutrale.[11]

La traslazione e incidenza dell’imposta – È l’aumento di prezzo del bene o del servizio di un ammontare pari all’imposta, in modo tale da scaricare l’imposta sul consumatore.

Nessuna imposta, né sul reddito né sui beni, può essere trasferita totalmente in avanti, perché la determinazione del prezzo di un prodotto è condizionata in maniera decisiva dalle schede di domanda dei consumatori. Costi più alti o tasse più alte non modificano quelle schede. Dunque, se il produttore aumenta il prezzo, la domanda si riduce ed egli vende meno unità del bene; se invece mantiene lo stesso prezzo, parte del ricavo è sottratto dallo Stato. In conclusione, l’introduzione di un tributo sicuramente ridurrà i guadagni del produttore, che dunque è il soggetto inciso.

La traslazione è molto più probabile che avvenga all’indietro anziché in avanti, cioè influenza più rapidamente i fattori di produzione che i consumatori. Se un’imposta colpisce un solo settore (es. i liquori), i fattori lasciano il settore tassato e 1) o restano disoccupati o 2) si dirigono verso i settori non tassati.

La stessa cosa avviene, per lo stesso motivo, anche nel caso di un’imposta sulle vendite generale: l’effetto è una riduzione dei guadagni delle imprese e successivamente dei loro fattori produttivi (meno domandati), e non un aumento dei prezzi. Dunque si può dire che, di fatto, l’imposta sulle vendite si traduce, anche se in maniera erratica, in un’imposta sul reddito perché, come abbiamo visto, alla fine colpisce il reddito dei fattori.

La traslazione in avanti è possibile solo se c’è un parallelo aumento nella quantità di moneta, perché in tal modo gli aumenti di prezzo possono essere assorbiti dai consumatori.

L’imposta totale – E’ quella che toglie tutto il reddito a tutti (e con il cui ricavato si dà a tutti la stessa somma), oppure che toglie a ciascuno una somma tale per cui tutti abbiano lo stesso reddito netto. Con una tale imposta gli imprenditori diventano indifferenti riguardo ai diversi modi di condotta, in quanto non derivano più alcun reddito dall’impiego dei mezzi di produzione.

Principi di ripartizione dei tributi

Gli economisti si sono spesi molto per individuare “canoni di giustizia” nel prelievo fiscale, introducendo criteri etici nel discorso economico.

1) Adam Smith: 3 criteri: i costi della raccolta devono essere minimi; il pagamento comodo[12]; il tributo certo e non arbitrario, così che i contribuenti sappiano in anticipo quanto dovranno pagare.

2) Uniformità di trattamento – I principi individuati per realizzare tale uniformità sono stati due:

a) principio della capacità contributiva – sul piano teorico sono stati proposti tre criteri basati sul sacrificio. Il presupposto di tale criterio è l’utilità, nonché la comparazione interpersonale delle utilità e l’ipotesi che gli individui hanno la stessa scheda di utilità della moneta (e dunque soffre degli stessi limiti logici). Sacrificio uguale (J.S. Mill): l’imposta deve sottrarre a ogni contribuente una quantità uguale di utilità. Sacrificio proporzionale (olandesi): l’imposta deve sottrarre una quantità di utilità proporzionale all’utilità totale. Sacrificio minimo (Pigou, Edgeworth): il sacrificio totale (dell’intera collettività) provocato dal prelievo deve essere minimo. Tali criteri possono essere soddisfatti da imposte sia regressive sia proporzionali sia progressive. La giustificazione delle ultime due è stata la seguente: poiché l’utilità marginale è decrescente, l’ultimo dollaro del ricco apporta meno utilità dell’ultimo dollaro del povero, dunque per sottrarre la stessa utilità bisogna prelevare più dollari al ricco. Sul piano storico, in un primo momento si è ritenuto che il criterio della capacità contributiva fosse soddisfatto dalla tassazione proporzionale; nella seconda metà dell’800 si è affermata l’interpretazione secondo cui la capacità contributiva cresce più che proporzionalmente al crescere del reddito.

Ognuna di queste soluzioni è arbitraria, l’“eguale capacità” fra due (o più) individui non può essere mai dimostrata, perché le schede di utilità delle persone non sono uguali.

b) principio del beneficio – il tributo è pari al beneficio conseguito dal servizio pubblico con esso attivato. I tributi attivati secondo questo criterio della controprestazione sono denominati tasse (v. supra). Per le imposte, che oggi sono redistributive, questo criterio è inapplicato. E inapplicabile, perché il beneficio è soggettivo, non misurabile, non comparabile, e si può rilevare solo sul mercato; quando gli individui, scambiando volontariamente, dimostrano qual è il beneficio che vogliono conseguire.

Le difficoltà logiche cui vanno incontro i diversi criteri ha fatto dire genericamente che l’uguaglianza di trattamento suggerisce di realizzare tendenzialmente l’uguaglianza di fronte alla legge, redditi uguali devono essere trattati in maniera uguale. Ma ciò è concettualmente impossibile; ad esempio, la rende tale la divisione in pagatori e consumatori di tributi.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] La pressione fiscale è la somma delle imposte dirette e indirette e dei contributi sociali in percentuale rispetto al pil. La pressione tributaria invece è la somma di imposte dirette e indirette (quindi senza i contributi) rispetto al pil. In Italia nel 2012 la pressione fiscale è stata pari al 45,2%. Questo dato, che è quello in genere diffuso dai mezzi di informazione, è ricavato tenendo conto della quota di economia sommersa, pari al 17,5% del pil, che ovviamente evade le imposte e i contributi. Calcolando il dato solo relativamente alle attività economiche emerse, la percentuale raggiunge il 55%. Tuttavia, se si considerano tutti i prelievi forzosi sui redditi e sugli acquisti degli individui, e cioè imposte (dirette e indirette, locali o nazionali), tasse, contributi (previdenziali e sanitari), accise (carburanti, energia) e canoni, la quota raggiunge i due terzi del reddito. Per quanto riguarda la ripartizione fra imposte dirette e indirette, si equivalgono: il 34,3% del gettito è rappresentato da imposte dirette, il 34,9% da imposte indirette. Per quanto riguarda la pressione fiscale in altri paesi: Stati Uniti 26,3%, Regno Unito 38,1%, Germania 40,4%, Francia 46,3%, Danimarca 47,4% [Elaborazione dati Confcommercio 2012].

[2] Esempi di imposte di questo tipo in Italia sono l’Irpef e l’Irpeg.

[3] Si aggiungano anche i costi – monetari, di tempo e di fatica – sopportati dal contribuente, come il mantenimento della contabilità, il ricorso a commercialisti o consulenti, la compilazione di moduli, la numerosità degli adempimenti; tutte risorse sottratte alla produzione di beni o servizi utili.

[4] Un esempio di distorsione provocata da un’imposta sul reddito è la differente aliquota introdotta sugli interessi di diverse attività finanziarie. Spesso i titoli pubblici sono favoriti rispetto alle obbligazioni di società private.

[5] Questa illogicità persiste sia se il patrimonio non frutta reddito sia se lo frutta. Nel primo caso, ad esempio l’appartamento in cui si vive o un appartamento in cui vive un figlio, il soggetto inciso non consegue alcun reddito, mentre è costretto a intaccare un proprio reddito derivante da altra fonte per il pagamento dell’imposta. Nel secondo caso, ad esempio un appartamento affittato, il reddito che si consegue viene già tassato separatamente, in quanto reddito.

[6] L’Imposta sul Valore Aggiunto è così chiamata perché colpisce il valore aggiunto al bene da ogni fase del processo di produzione e commercializzazione. In Italia le aliquote sono tre: 20%, che è quella ordinaria; 10%, aliquota ridotta applicata ai servizi turistici, 4% sui beni di prima necessità (alimentari, prima casa).

[7] La progressività può modificarsi, cioè essere accentuata o attenuata, attraverso le deduzioni (sgravio dall’imponibile di alcune spese, es. sanitarie) e le detrazioni (riduzione della somma dovuta al fisco). Sul piano storico, l’ingresso ufficiale nei sistemi fiscali moderni delle aliquote progressive avviene nel 1910 in Gran Bretagna: su proposta del Cancelliere dello Scacchiere Lloyd George, il parlamento introduce una soprattassa sull’imposta sul reddito.

[8] Per la sua regressività l’imposta in somma fissa è giudicata particolarmente odiosa. Se la somma non è elevata, dunque se non grava in maniera significativa sui redditi bassi, diventa tollerabile. Nel 1989 in Gran Bretagna il governo Thatcher sostituì, per gli enti locali, l’imposta proporzionale sulla proprietà (casa) con una “poll tax” su ogni adulto residente. Le proteste derivarono dal fatto che i comuni mantennero elevato il livello della tassazione, aumentandolo anche di un terzo rispetto al livello precedente la riforma. M.N. Rothbard, Mrs. Thatcher’s Poll Tax, in «The Free Market», giugno 1990, pp. 1, 3.

[9] Negli Stati Uniti (dati 2005) il 53,7% delle imposte sul reddito sono state pagate dai contribuenti con un reddito superiore ai 200.000 dollari; l’82% dai percettori di redditi superiori a 100.000 dollari, che rappresentano il 19% della popolazione. Dunque gran parte delle imposte sono pagate dai soggetti a reddito alto o molto alto, in genere quelli più produttivi.

[10] Sull’imposta proporzionale, o flat tax, v. M.N. Rothbard, The Case Against the Flat Tax, in L.H. Rockwell Jr. (a cura di), The Free Market Reader, L. von Mises Institute, Auburn, 1988.

[11] M.N. Rothbard, The Myth of Neutral Taxation, in «The Cato Journal» 1, no. 2, autunno 1981, pp. 519-564; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 56-108.

[12] Oggi tale principio è violato in maniera clamorosa: la complessità delle norme fiscali, il numero di adempimenti e le difficoltà di compilazione sono tali da aver generato una professione specifica, il commercialista.

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Commenti e testimonianze sul disastro di Genova.

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"Troppi cinque corpi di polizia". Renzi prepara la rinuncia di sovranità più importante.

di Cesare Sacchetti

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Questo passaggio è avvenuto nel 2007 a Velsen, piccola municipalità dei Paesi Bassi, dove è stato firmato un trattato congiuntamente a Francia, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo che istituisce la gendarmeria europea, l'Eurogendfor, che andrà ad esautorare le Forze dell'Ordine nella gestione dell'ordine pubblico.

Uno scenario irrealistico, ma che è stato messo nero su bianco con la Legge di Ratifica N.84 del 14 maggio 2010, ...

La depressione dimenticata del 1920

Freedonia - Ven, 10/10/2014 - 10:08




di Thomas E. Woods, Jr.


[Questo articolo è stato dapprima pubblicato su The Intercollegiate Review nell'autunno del 2009.]


E' un luogo comune pensare che se non studiamo il passato siamo condannati a ripeterlo. E' quasi altrettanto certo, però, che se ci sono lezioni da imparare da un episodio storico, la classe politica ripeterà tutti gli errori — e spesso volutamente.

Avulsi da una visione del passato come potenziale fonte di sapienza e intelligenza, i governi politici hanno l'abitudine di impiegare la storia come un'arma ideologica, distorcendola e manipolandola a servizio delle ambizioni attuali. Questo è ciò che Winston Churchill intendeva quando definì "imprevedibile" la storia dell'Unione Sovietica.

Quindi non dovremmo sorprenderci se i nostri leader politici hanno fatto un uso ideologico del passato dopo che la crisi finanziaria ha investito gli Stati Uniti alla fine del 2007. Secondo la saggezza convenzionale, la Grande Depressione degli anni '30 è stato il risultato del capitalismo selvaggio, e solo gli interventi saggi dei politici progressisti hanno ripristinato la prosperità.

Chi sostiene che i programmi del New Deal non sono riusciti a risollevare il paese dalla depressione, tendono a suggerire che ci sia riuscita l'enorme spesa pubblica durante la seconda guerra mondiale.[1] (Tra cui anche alcuni sedicenti sostenitori del libero mercato, i quali reputano necessario uno stimolo fiscale.)

Il collegamento tra questa versione della storia e gli eventi di oggi è abbastanza ovvia: ancora una volta il capitalismo selvaggio ha creato scompiglio, e l'unica cosa che ci puo' salvare è l'accoppiata stimolo fiscale e stimolo monetario.

Per fare in modo che questa versione degli eventi regga, non viene mai fatta menzione della depressione del 1920-1921. E non c'è da stupirsi — quell'esperienza storica sgonfia le ambizioni di coloro che ci promettono soluzioni politiche agli squilibri reali.

La saggezza convenzionale sostiene che, in assenza di una politica anticiclica del governo, ossia, o uno stimolo fiscale o uno monetaria (o entrambi), non possiamo aspettarci una ripresa economica — almeno non senza un ritardo intollerabile. Eppure durante la depressione del 1920-1921 vennero perseguite politiche opposte, e la ripresa non tardò ad arrivare.

La situazione economica nel 1920 era triste. In quell'anno la disoccupazione era salita dal 4% a quasi il 12%, e il PNL era diminuito del 17%. Non c'è da stupirsi, quindi, se il Segretario del Commercio Herbert Hoover — erroneamente definito come sostenitore del laissez-faire — avesse esortato il presidente Harding a prendere in considerazione una serie di interventi per stimolare l'economia. Hoover venne ignorato.

Invece dello "stimolo fiscale", Harding tagliò il bilancio dello stato di quasi la metà tra il 1920 e il 1922. L'approccio di Harding era orientato al laissez-faire. Le aliquote fiscali vennero tagliate per tutte le fasce di reddito. Il debito nazionale venne ridotto di un terzo.

L'attività della Federal Reserve, inoltre, fu quasi impercettibile. Come lo descrive uno storico dell'economia: "Nonostante la gravità della contrazione, la FED non usò i suoi poteri per intervenire sull'offerta di moneta e combattere la contrazione."[2] Alla fine dell'estate del 1921, i segnali di ripresa erano già visibili. L'anno successivo, la disoccupazione era di nuovo tornata al 6.7% e al 2.4% nel 1923.

E' istruttivo confrontare la risposta americana in questo periodo con quella del Giappone. Nel 1920 il governo giapponese introdusse i fondamenti di un'economia pianificata con l'obiettivo di mantenere i prezzi artificialmente alti. Secondo l'economista Benjamin Anderson:

Si riunirono le grandi banche, le industrie e il governo e distrussero la libertà dei mercati, fermarono il calo dei prezzi delle materie prime e per sette anni mantennero il livello dei prezzi al di sopra di quello mondiale. In quegli anni il Giappone sopportò una stagnazione industriale cronica e alla fine, nel 1927, sperimentò una crisi bancaria di una tale gravità che crollarono molti grandi sistemi bancari, così come molte industrie. Fu una linea politica stupida. Nel tentativo di evitare le perdite sulle scorte della produzione di un anno, il Giappone perse sette anni.[3]
Gli Stati Uniti, al contrario, permisero alla loro economia di aggiustarsi. "Nel 1920-21," scrive Anderson:

abbiamo avuto le nostre perdite, abbiamo riadattato la nostra struttura finanziaria, abbiamo sopportato la nostra depressione e nell'agosto 1921 siamo ripartiti [...]. Il rally nella produzione delle imprese e nell'occupazione che iniziò nell'agosto 1921, si basò profondamente su una drastica pulizia delle debolezze del credito, una drastica riduzione dei costi di produzione e sulla libera azione dell'impresa privata. Non si basò su una politica governativa pianificata.
Il governo federale non fece quello che gli economisti keynesiani avrebbero invitato a fare: avere bilanci squilibrati e pompare l'economia attraverso l'aumento delle spese. Prevalse piuttosto la visione antiquata che lo stato avrebbe dovuto mantenere una tassazione e una spesa bassi, e avrebbe dovuto ridurre il debito pubblico.[4]

Quelli erano i temi economici della presidenza di Warren Harding. Pochi presidenti sono stati sottoposti al grado di sbeffeggiamento a cui venne sottoposto Warren Harding durante la sua vita e aanche dopo la sua morte. Ma i pregiudizi riguardo Harding sono sbagliati: anche la presunta "corruzione" della sua amministrazione era un fatto minore rispetto alle trasgressioni presidenziali che da allora abbiamo dato per scontato.

Nel suo discorso di accettazione alla nomination presidenziale repubblicana del 1920, Harding dichiarò:

Perseguiremo una deflazione intelligente e coraggiosa, e colpiremo il debito pubblico che rappresenta un male, e attaccheremo i costi elevati dello stato con ogni energia che ci resta. Vi promettiamo conforto, il quale scaturirà dalla fine degli sprechi e della stravaganza, e il rinnovamento dell'economia pubblica, non solo perché sarà alleviata dagli oneri fiscali, ma anche perché sarà un esempio per stimolare il risparmio e la parsimonia nella vita privata.

Facciamo appello a tutte le persone affinché risparmino e siano parsimoniose, affinché facciano qualche sacrificio se necessario, affinché si schierino contro la stravaganza ed il lusso, affinché riscoprano le gioie di una vita semplice, affinché riscoprano le gioie della prudenza che è la salute della repubblica. Non c'è mai stata una ripresa dallo spreco e dalle anomalie della guerra se non attraverso il lavoro e il risparmio, attraverso l'industria, mentre la spesa inutile e la stravaganza incurante hanno segnato ogni decadimento nella storia delle nazioni.
E' il caso di sottolineare che il discorso di Harding — tenuto durante un convegno politico — è l'opposto di quello che i presunti esperti di oggi ci spingono a fare. Inflazione, aumento della spesa pubblica, assalti al risparmio privato in combinazione con richieste di dissolutezza dei consumatori: tale è il programma per la "ripresa" nel XXI secolo.

Non sorprende che molti economisti moderni che hanno studiato la depressione del 1920-1921, non siano stati in grado di spiegare come la ripresa potesse essere così rapida ed efficace sebbene il governo federale e la Federal Reserve evitarono di impiegare uno qualsiasi degli strumenti macroeconomici — spesa per lavori pubblici, deficit pubblici e politica monetaria inflazionistica — che la saggezza convenzionale ora raccomanda come soluzione al rallentamento economico. L'economista keynesiano Robert A. Gordon ha ammesso che "lo stato non intervenne quasi per niente per moderare la depressione e velocizzare la ripresa. Le autorità della Federal Reserve rimasero in gran parte passive [...]. Nonostante l'assenza di una politica di stimolo, non tardò ad arrivare una ripresa."[5]

Un altro storico dell'economia ha ammesso che "l'economia rimbalzò rapidamente dopo la depressione 1920-1921 ed entrò in un periodo di crescita molto vigorosa," ma ha scelto di non commentare ulteriormente questo sviluppo.[6] "Questo accadde nel 1921," scrive il condiscendente Kenneth Weiher, "molto prima che il concetto di politica anticiclica venisse accettato o anche capito."[7] Possono non aver "capito" la politica anticiclica, ma la ripresa è arrivata comunque — e rapidamente.

Uno dei trattamenti più perversi dell'argomento arriva per mano di due storici della presidenza Harding, i quali affermano che senza la confisca di gran parte del reddito dei ricchi, l'economia americana non sarà mai stabile:

I tagli fiscali, insieme all'enfasi sul rimborso del debito pubblico ed una riduzione delle spese federali, vanno a vantaggio dei ricchi. Molti economisti concordarono sul fatto che una delle principali cause della Grande Depressione del 1929 fu la distribuzione ineguale della ricchezza, che sembrò accelerare nel corso degli anni '20 e che rappresentò il risultato del ritorno alla normalità. Nel 1929 il 5% della popolazione aveva più del 33% della ricchezza della nazione. Questo gruppo non è riuscito ad usare la sua ricchezza responsabilmente [...]. Invece ha alimentato una speculazione malsana nel mercato azionario, così come una crescita economica irregolare.[8]
Se questa teoria assurda fosse corretta, il mondo sarebbe in un costante stato di depressione. Non c'era nulla di insolito nello schema della ricchezza americana degli anni '20. Sono esistite disparità più gravi in innumerevoli luoghi e tempi senza che siano sfociate nel caos.

In realtà, negli Stati Uniti la Grande Depressione arrivò nel mezzo di un trend che portò all'aumento della quota di reddito nazionale destinata ai salari e agli stipendi — e un trend al ribasso riguardo la quota destinata ad interessi, dividendi e reddito da impresa.[9] Grazie al cielo non abbiamo bisogno dell'espropriazione violenta di ogni americano per raggiungere la prosperità.

Tuttavia non è sufficiente a dimostrare che la prosperità sia una cosneguenza dell'assenza di uno stimolo fiscale o monetario. Dobbiamo capire perché questo risultato è prevedibile — in altre parole, perché il ripristino della prosperità in assenza di rimedi centrali non sia una curiosità irrilevante o il risultato di una mera casualità.

In primo luogo, dobbiamo considerare il motivo per cui l'economia di mercato è afflitta dal ciclo boom-bust. L'economista britannico Lionel Robbins se lo chiese nel suo libro del 1934 La Grande Depressione: perché gli imprenditori cadrebbero in una "serie improvvisa di errori"?

Dato che il mercato, attraverso il sistema profitti/perdite, scarta gli imprenditori meno competenti, perché quelli relativamente più qualificati che il mercato ha premiato con i profitti e il controllo sulle risorse aggiuntive dovrebbero improvvisamente commettere gravi errori — e tutti nella stessa direzione? Questo fenomeno potrebbe essere spiegato da qualcosa al di fuori dell'economia di mercato piuttosto che al suo interno?

Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek puntarono il dito contro l'espansione artificiale del credito, normalmente nelle mani di una banca centrale autorizzata dallo stato. (Hayek vinse il premio Nobel nel 1974 per il suo lavoro sulla cosiddetta teoria austriaca del ciclo economico.) Quando la banca centrale espande l'offerta di moneta — per esempio, quando acquista titoli di stato — crea denaro dal nulla.

Questo denaro o finisce direttamente nelle banche commerciali o, se i titoli sono stati acquistati da una banca d'investimento, ci finisce indirettamente quando le banche d'investimento depositano gli assegni della FED presso le banche commerciali. Allo stesso modo in cui il prezzo di qualsiasi bene tende a diminuire con l'aumento dell'offerta, l'afflusso di nuovi capitali porta ad una diminuzione dei tassi di interesse, dal momento che le banche sperimentano un aumento dei fondi mutuabili.

Tassi di interesse più bassi stimolano gli investimenti in progetti a lungo termine, i quali sono molto più sensibili al cambiemnto nei tassi di interesse rispetto a quelli a più breve termine. (Confrontate l'interesse mensile pagato su un mutuo trentennale con l'interesse pagato su un mutuo a due anni — un piccolo calo dei tassi di interesse avrà un impatto sostanziale sul primo, ma un impatto trascurabile sul secondo.) Investimenti supplementari, per esempio, nel settore della ricerca e sviluppo (R&S), che possono richiedere molti anni per vederne i frutti, sembrano improvvisamente redditizi (cosa impossibile senza costi di finanziamento più bassi causati da tassi di interesse più bassi).

Il settore R&S appartiene ad uno stadio della produzione "superiore" rispetto a quello della vendita al dettaglio, dato che i beni di quest'ultima sono immediatamente disponibili consumatore, mentre i risultati commercial della R&S saranno disponibili dopo un periodo di tempo relativamente lungo. Quanto più una fase della produzione è vicina al bene di consumo finito, più basso è lo stadio che occupa.

In un libero mercato i tassi di interesse coordinano la produzione nel tempo. Assicurano che la struttura della produzione sia configurata in modo conforme alle preferenze dei consumatori. Se i consumatori vogliono più beni esistenti, si espandono le fasi della produzione di ordine inferiore. Se, invece, sono disposti a rinviare il consumo nel presente, i tassi d'interesse incoraggiano gli imprenditori ad utilizzare questa opportunità per dedicare i fattori di produzione a progetti non orientati verso la soddisfazione immediata dei consumatori, ma che, una volta terminati, produrranno una maggiore offerta di beni di consumo.

Se nel nostro esempio i tassi di interesse più bassi fossero stati il risultato di un risparmio volontario da parte della popolazione (invece che di un intervento della banca centrale), la relativa diminuzione della spesa per consumi avrebbe liberato risorse da poter utilizzare nelle fasi della produzione di ordine superiore. In altre parole, in caso di risparmio genuino la domanda di beni di consumo subisce una diminuzione relativa; le persone risparmiano di più e spendono di meno rispetto al passato.

Le industrie produttrici di beni di consumo, a loro volta, subiscono una contrazione in risposta alla diminuzione della loro domanda. I fattori di produzione usati da queste industrie — servizi di autotrasporto, per esempio — vengono rilasciati affinché possano essere usati nelle fasi superiori della struttura della produzione. Stesso discorso per manodopera, acciaio e altri input non specifici.

Quando viene manomessa la struttura dei tassi di interesse, questa funzione di coordinamento viene interrotta. L'aumento degli investimenti nelle fasi della produzione di ordine superiore avviene in un momento in cui la domanda di beni di consumo non è rallentata. La struttura temporale della produzione è distorta a tal punto che non coincide più con le modalità temporali relative alla domanda dei consumatori. I consumatori chiedono prodotti nel presente in un momento in cui vengono intrapresi investimenti nella produzione futura.

Quando tassi di interesse più bassi sono il risultato della politica della banca centrale piuttosto che di un vero e proprio risparmio, la domanda dei consumatori non cambia. (Se non altro, tassi più bassi rendono le persone ancora più propense a spendere rispetto a prima.) In questo caso, le risorse non vengono rilasciate affinché possano essere utilizzate nelle fasi di ordine superiore. L'economia, invece, si trova in un braccio di ferro tra le tappe superiori ed inferiori della produzione.

Data la scarsità delle risorse, il conseguente aumento dei costi minaccia la redditività dei progetti di ordine superiore. La banca centrale può espandere ulteriormente il credito, al fine di rafforzare la posizione delle fasi di ordine superiore in questo braccio di ferro, ma si limiterebbe solamente a rinviare l'inevitabile.

Se la volontà espressa dalla popolazione attraverso il risparmio e il consumo non sosterrà la deviazione di risorse verso le fasi di ordine superiore, ma spingerà le risorse verso quelle aziende che si occupano direttamente dei beni di consumo finiti, allora la banca centrale finirà in guerra contro la realtà. E alla fine dovrà decidere se è pronta ad espandere il credito ad un ritmo maggiore (in modo da sostenere artificialmente la produzione di ordine superiore) e rischiare di distruggere del tutto la moneta, o se invece dovrà rallentare o abbandonare la sua espansione e lasciare che l'economia si aggiusti alle condizioni reali.

È importante notare che il problema non è una carenza di spesa al consumo, come recita la credenza popolare; semmai il problema viene da una spesa eccessiva per i consumi, e di conseguenza troppo poca canalizzazione dei fondi verso altri tipi di spesa — vale a dire, l'espansione delle fasi della produzione di ordine superiore non poò essere completata con profitto perché le risorse necessarie vengono sottratte proprio dalla forte (ed inaspettata) domanda di beni di consumo. Stimolare la spesa al consumo può solo peggiorare le cose, intensificando la pressione sulla redditività già traballante degli investimenti nelle fasi della produzione di ordine superiore.

Si noti inoltre che il fattore scatenante del ciclo economico non è un fenomeno intrinseco al libero mercato. E' un intervento sul mercato che genera il ciclo di crescita insostenibile e di inevitabile bust.[10] Come dice il teorico del ciclo economico Roger Garrison: "Il risparmio ci porta una crescita genuina; l'espansione del credito ci porta il boom e il bust."[11]

Questo fenomeno ha preceduto tutti i boom/bust della storia americana, tra cui il bust del 2007 e la contrazione del 1920-1921. Gli anni precedenti al 1920 furono caratterizzati da un massiccio aumento dell'offerta di moneta attraverso il sistema bancario, con gli obblighi di riserva che furono dimezzati dal Federal Reserve Act del 1913 e poi con una notevole espansione del credito da parte delle banche stesse.

I depositi bancari totali raddoppiarono tra il gennaio 1914, quando la FED aprì i battenti, ed il gennaio 1920. Tale creazione artificiale del credito mise in moto il ciclo boom/bust. Inoltre la FED mantenne basso il tasso di sconto (il tasso a cui presta direttamente alle banche) durante tutta la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) e per un breve periodo in seguito. La FED cominciò a restringere la sua posizione alla fine del 1919.

L'economista Gene Smiley, autore di The American Economy in the Twentieth Century, osserva che "la visione più comune è che la politica monetaria della FED sia stata la principale causa della fine dell'espansione, dell'inflazione, dell'inizio della successiva contrazione e della grave deflazione."[12] Una volta che il credito iniziò a contrarsi, gli attori del mercato cominciarono improvvisamente a rendersi conto che la struttura di produzione doveva essere riorganizzata e che le linee di produzione dipendenti dal credito facile erano state un errore e dovevano essere liquidate.

Siamo ora in grado di valutare quelle proposte perennemente alla moda come lo "stimolo fiscale" e le sue varianti. Pensate alla condizione dell'economia a seguito di un boom artificiale. E' gravata da squilibri. Troppe risorse sono state impiegate nelle fasi della produzione di ordine superiore e troppo poche negli stadi di ordine inferiore.

Questi squilibri devono essere corretti da imprenditori che, allettati da alti tassi di profitto nelle fasi di ordine inferiore, facciano offerte per quelle risorse negli stadi che si sono espansi troppo e le allochino in quegli stadi di ordine inferiore dove sono più richieste. La libertà assoluta di oscillamento di prezzi e salari è indispensabile per l'adempimento di questo compito, dal momento che rappresentano ingredienti indispensabili per la valutazione imprenditoriale.

Alla luce di questa descrizione dell'economia post-boom, possiamo vedere come siano inutili, addirittura irrilevanti, i tentativi di stimolo fiscale. Il mero atto dello stato di spendere soldi su progetti scelti arbitrariamente, non fa nulla per correggere gli squilibri che hanno portato alla crisi.

Non è un calo della "spesa" di per sé che ha causato il problema. È la mancata corrispondenza tra il tipo di produzione da un lato e il modello di domanda dei consumatori dall'altro.

E non è ingiusto far riferimento ai destinatari dello stimolo fiscale come progetti arbitrari. Dal momento che lo stato deficita di un meccanismo di profitti/perdite e può acquisire risorse supplementari tramite l'esproprio, non ha modo di sapere se sta effettivamente soddisfacendo la domanda dei consumatori (se davvero dovesse preoccuparsene) o se sta sprecando risorse. Nonostante la retorica popolare, lo stato non può essere gestito come un'azienda.[13]

Nemmeno lo stimolo monetario è di qualche aiuto. Al contrario, intensifica solamente il problema. Nell'Azione Umana, Mises ha confrontato un'economia sotto l'influenza dell'espansione artificiale del credito ed un capomastro incaricato di costruire una casa che (a sua insaputa) manca di mattoni sufficienti per essere completata. Prima scoprirà il suo errore, meglio sarà. Più a lungo persisterà in questo progetto insostenibile, più risorse, tempo e lavoro sperpererà irrimediabilmente.

Lo stimolo monetario si limita a sollecitare gli imprenditori affinché persistano lungo le loro traiettorie di produzione non sostenibile; è come se invece di allertare il capomastro per il suo errore, ci si limitasse ad incitare il suo lavoro impedendogli di scoprire la verità. Ma tali misure non rendono il bust meno inevitabile — solo più doloroso.

Se il punto di vista vista austriaco è corretto — e credo che l'evidenza teorica ed empirica indichi fortemente che lo sia — allora l'approccio migliore per spronare una ripresa sarebbe quello di agire facendo l'opposto di queste strategie keynesiane. Il bilancio dello stato deve essere tagliato, non aumentato, liberando in tal modo risorse che gli attori privati ​​possano utilizzare per riallineare la struttura del capitale .

L'offerta di moneta non deve essere aumentata. I salvataggi congelano semplicemente gli errori imprenditoriali, invece di consentire la ridistribuzione delle risorse nelle mani di quelle parti capaci di prevedere le esigenze dei consumatori alla luce delle condizioni reali. I prestiti di emergenza alle imprese in difficoltà perpetuano la cattiva allocazione delle risorse e rappresentano un privilegio per quelle imprese impegnate in attività non sostenibili (a scapito delle imprese sane pronte ad usare tali risorse in maniera più appropriata).

Questa ricetta di austerità è precisamente ciò che Harding chiese nel suo discorso inaugurale del 1921:

Dobbiamo affrontare questa cupa necessità, sapendo che dobbiamo adempiere ai nostri compiti e che nessuno statuto promulgato dall'uomo può abrogare le leggi inesorabili della natura. La nostra tendenza più pericolosa è quella di aspettarci un intervento dello stato, una grande interferenza che farebbe ben poco. Contempliamo il compito immediato di sistemare la nostra casa pubblica. Abbiamo bisogno di un'economia solida e in salute, in combinazione con una giustizia fiscale ed una prudenza individuale, assistite entrambe dalla parsimonia; questi sono elementi essenziali per affrontare il futuro in modo sereno [...].

Il meccanismo economico è complicato e le sue parti sono interdipendenti, e ha sofferto la crisi e lo scombussolamento scaturito da una domanda anomala, insufflazioni di credito e sconvolgimenti di prezzo. I saldi, una volta normali, ora sono compromessi; i canali di distribuzione sono intasati; i rapporti tra lavoro e la sua gestione sono tesi. Dobbiamo cercare il riaggiustamento con cura e coraggio [...]. Tutte le sanzioni di questo mondo non rappresenteranno una soluzione, né potranno essere distribuite uniformemente. Non c'è modo che possano esserlo. Non vi è alcun passaggio immediato dal disordine all'ordine. Dobbiamo affrontare la triste realtà, accettare le nostre perdite e ricominciare da capo. E' la più antica lezione della civiltà. Vorrei che lo stato potesse fare tutto il possibile per mitigare questa situazione; poi, con la comprensione, con la reciprocità degli interessi, con la sollecitudine per il bene comune, i nostri compiti verranno risolti. Nessun sistema alterato funzionerà per miracolo. Ogni esperimento aggiungerà solo confusione. La nostra migliore garanzia risiede nella gestione efficiente del nostro sistema.
Fra i presidenti americani del XX secolo è davvero raro che qualcuno abbia compreso, come fece Harding, quello che stava accadendo e perché i piani interventisti avrebbero ritardato solamente la ripresa. Che sia stato oggetto di uno scherno incessante da parte degli storici, al punto che nessuno ha speso una parola in suo favore per paura di essere buttato fuori dal mondo accademico, la dice lunga sulle loro capacità.

L'esperienza del 1920-1921 rafforza la tesi dei veri economisti di libero mercato, secondo i quali l'intervento dello stato è un ostacolo alla ripresa economica. La depressione 1920-1921 venne scongiurata rapidamente grazie all'assenza di stimoli fiscali e monetari. La prossima volta che verremo solennemente avvertiti di ricordare le lezioni della storia affinché la nostra economia non peggiori, dovremo fare riferimento a questo episodio — osservando con quanta velocità i nostri detrattori cercheranno di cambiare argomento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note


[1] Sulla fallacia della "prosperità in tempo di guerra" durante la seconda guerra mondiale, vedi Robert Higgs, Depression, War, and Cold War (New York: Oxford University Press, 2006).

[2] Kenneth E. Weiher, America's Search for Economic Stability: Monetary and Fiscal Policy Since 1913 (New York: Twayne, 1992), p. 35.

[3] Sul Giappone, vedi Benjamin M. Anderson, Economics and the Public Welfare: A Financial and Economic History of the United States, 1914–1946 (Indianapolis: Liberty Press, 1979 [1949]), pp. 88–89, 90.

[4] Ibid., p. 92.

[5] Robert Aaron Gordon, Economic Instability and Growth: The American Record (New York: Harper and Row, 1974), pp. 21–22, citato in Joseph T. Salerno, "An Austrian Taxonomy of Deflation — With Applications to the U.S.," Quarterly Journal of Austrian Economics 6 (Inverno 2003): 89.

[6] Robert A. Degen, The American Monetary System: A Concise Survey of Its Evolution Since 1896 (Lexington, MA: D. C. Heath, 1987), p. 41.

[7] Weiher, America's Search for Economic Stability, p. 36.

[8] Eugene P. Trani e David L. Wilson, The Presidency of Warren G. Harding (Lawrence, KS: University Press of Kansas, 1977), p. 72.

[9] C. A. Phillips, T. F. McManus, e R. W. Nelson, Banking and the Business Cycle: A Study of the Great Depression in the United States (New York: Macmillan, 1937), p. 76.

[10] La teoria austriaca si applica anche a quei casi in cui non esiste una banca centrale e l'espansione artificiale del credito prende vita attraverso altri modi. L'intervento statale è altrettanto distorsivo anche in questi casi. Vedi Jesús Huerta de Soto, Money, Bank Credit, and Economic Cycles, trad. Melinda A. Stroup (Auburn, AL: Ludwig von Mises Institute, 2006).

[11] Roger W. Garrison, "The Austrian Theory: A Summary," in The Austrian Theory of the Trade Cycle and Other Essays, comp. Richard M. Ebeling (Auburn, AL: Ludwig von Mises Institute, 1996), p. 99.

[12] Gene Smiley, "The U.S. Economy in the 1920s," EH.Net Encyclopedia, ed. Robert Whaples, 26 marzo 2008.

[13] Ludwig von Mises, Bureaucracy (New Haven, CT: Yale University Press, 1944).

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Domani, quando la fine ebbe inizio

Von Mises Italia - Ven, 10/10/2014 - 08:00

Offro qui ai lettori, in traduzione, una parte dell’Introduction di J. Rickards, The Death of Money. The Coming Collapse of the International Monetary System (Portflolio/Penguin). Credo che il contenuto basterà a spiegare il titolo scelto per l’articolo; ma sono stato influenzato anche da un romanzo piuttosto celebre: J. Marsden, Tomorrow, When The War Began. L’analogia bellica – che spero non diventi profezia – non ha certo bisogno di essere illustrata e mi sembra particolarmente calzante, perché Rickards ha pubblicato anche un best-seller intitolato Currency Wars. Il versetto dell’Apocalisse, invece, è posto dall’A. in esergo all’intero libro, però credo si attagli molto bene anche a quest’excerptum.

Scrivi, dunque, le cose che hai visto

e le cose che stanno accadendo

e le cose che devono accadere tra breve

(Ap 1,19 – traduzione mia)

Ai giorni nostri, pochi Americani ricordano che il dollaro ha quasi smesso di fungere da valuta di riserva mondiale nel 1978. In quell’anno, l’indice di valore del dollaro (dollar index) della Federal Reserve1 scese ad un livello allarmante e il Tesoro degli Stati Uniti fu costretto a emettere titoli di Stato denominati in franchi svizzeri. I creditori stranieri non nutrivano più fiducia nel dollaro USA come riserva di valore. Il dollaro stava perdendo potere d’acquisto, che si è dimezzato tra il 1977 e il 1981; negli Stati Uniti, l’inflazione ha superato il 50% nell’arco di questi cinque anni. A partire dal 1979, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) non ha avuto altra scelta che mobilitare le proprie risorse per emettere valuta mondiale (dritti speciali di prelievo, o DSP). Inondò il mercato con 12,1 miliardi in DSP per fornire liquidità mentre la fiducia del mondo nel dollaro calava.

Faremmo bene a richiamare alla mente quei giorni oscuri. Il prezzo dell’oro crebbe del 500% dal 1977 al 1980.2 Quella che era cominciata come una svalutazione controllata del dollaro, con l’abbandono della convertibilità in oro da parte del Presidente Richard Nixon nel 1971, divenne una rotta in piena regola prima che il decennio finisse. La catastrofe del dollaro penetrò perfino nella cultura popolare. Rollover, film del 1981 interpretato da Jane Fonda, riguardava un piano segreto dei Paesi produttori di petrolio per speculare al ribasso sul dollaro e comprare oro; finiva con il collasso del sistema bancario, il panico sui mercati finanziari e rivolte in tutto il mondo. Si trattava di fiction, ma davvero potente, forse preveggente.

Anche se il panico sul dollaro montò in crescendo verso la fine degli anni Settanta, la perdita di fiducia si fece sentire già ad agosto 1971, subito dopo che Nixon abbandonò la copertura aurea del dollaro stesso. La scrittrice Janet Tavakoli descrive la situazione in cui si ritrovarono gli Americani che erano all’estero il giorno in cui gli spasmi dell’agonia del dollaro si manifestarono in tutta la loro gravità: “All’improvviso, gli Americani in viaggio all’estero scoprirono che ristoranti, alberghi e negozianti non volevano accollarsi il rischio del cambio fluttuante che ora i loro dollari comportavano. A Ferragosto, le banche a Roma erano chiuse e gli Americani colti di sorpresa senza contanti si trovarono in difficoltà.

Il direttore dell’albergo chiedeva ai clienti in partenza: ‘Avete oro? Perché, guardate un po’ cos’ha combinato, il vostro Presidente americano!’. Parlava seriamente, riguardo all’oro: lo avrebbe accettato in pagamento. …

Io ho subito chiesto di pagare il mio conto in anticipo e in lire. … Il direttore applaudì per la gioia. Egl e il resto dello staff mi trattarono come se appartenessi ad una stirpe regale. Non ero come quegli altri Americani con i loro stupidi dollari. Per il resto del mio soggiorno, nessun negoziante o ristorante volle avere a che fare con me, finché non dimostravo di poter pagare in lire.”.

In seguito, gli sforzi di Paul Walker, presidente della Fed, e del neo-eletto Ronald Reagan avrebbero salvato il dollaro. Volcker alzò i tassi al 19% nel 1981 per tagliare le gambe all’inflazione e rendere il dollaro una scelta attraente per i capitali stranieri. A partire dal 1981, Reagan tagliò tasse e regole, il che ripristinò la fiducia degli imprenditori e trasformò gli Stati Uniti in una calamita per gli investimenti esteri. A marzo 1985, l’indice di valore del dollaro era risalito del 50% dal suo picco negativo a ottobre 1978 e i prezzi dell’oro erano scesi del 60% dal proprio picco positivo nel 1980. Il tasso d’inflazione negli Stati Uniti calò dal 13,5% nel 1980 all’1,9% nel 1986. Le buone notizie fecero sì che Hollywood non producesse alcun Rollover 2. A metà degli anni Ottanta, l’incendio era spento e l’era del Re Dollaro era iniziata. Il dollaro non era scomparso, come valuta di riserva mondiale, dopo il 1978, ma c’era andato molto vicino.

Adesso il mondo vive un ritorno al futuro.

Oggi, nell’economia mondiale, si può osservare una costellazione di sintomi simile a quella del 1978. A luglio 2011, l’indice di valore del dollaro della Federal Reserve ha toccato un minimo storico, inferiore di oltre il 4% a livello da panico dell’ottobre 1978. Ad agosto 2009, il FMI ha nuovamente agito come unità di pronto intervento monetario (monetary first responder)3 e si è lanciato al soccorso con una nuova emissione di DSP equivalente a 310 miliardi di dollari, incrementando dell’850% il volume di DSP in circolazione. All’inizio di settembre, i prezzi dell’oro hanno raggiunto un massimo storico, vicino a 1900 dollari l’oncia, oltre il 200% in pi del prezzo medio del 2006, subito prima che cominciasse la nuova depressione. La cultura popolare del ventunesimo secolo si è goduta la sua versione di Rollover, un racconto televisivo di crisi finanziaria intitolato Too Big To Fail.

I paralleli tra il 1978 e gli eventi degli ultimi tempi sono inquietanti, ma imperfetti. Allora, per il mondo imperversava un elemento che oggi non si fa vedere. E’ il cane che non ha abbaiato: l’inflazione. Ma il fatto che il cane non si senta non vuol dire che non costituisca una minaccia. Metodi comunemente seguiti per misurare l’inflazione del dollaro, come l’indice dei prezzi al consumo, si sono mossi a malapena dal 2008 in qua; anzi, in alcuni mesi è emersa una leggera deflazione. L’inflazione ha fatto capolino in Cina, dove il governo ha rivalutato la moneta per soffocarla, e in Brasile, dove gli aumenti tariffari in servizi di base come i biglietti dell’autobus hanno innescato rivolte. L’inflazione nei prezzi del cibo è stata anche un fattore che ha contributo alle proteste, nei momenti iniziali della “primavera araba”. Eppure, l’inflazione del dollaro USA è rimasta sottotono.

Guardando più da vicino, scopriamo un vero e proprio artigianato che calcola gli indici dei prezzi USA impiegando i metodi anteriori al 1990 e panieri alternativi di beni e servizi, più rappresentativi, a suo dire, dell’inflazione che gli Americani debbono affrontare davvero. Esso lancia segnali d’allarme, perché i metodi alternativi danno l’inflazione USA, nell’ipotesi peggiore, intorno al 9% annuo, anziché il 2% che si legge nelle misure governative ufficiali. Chiunque acquisti latte, pane o benzina sarebbe certamente d’accordo con la stima più alta. Ma, per quanto rivelatrici possano essere, queste statistiche non ufficiali hanno scarso impatto sui mercati valutari internazionali o sulla politica della Federal Reserve. Per comprendere le minacce al dollaro e le possibili risposte della Fed in termini di politica monetaria, è necessario vedere il dollaro attraverso gli occhi della Fed. Da quella prospettiva, l’inflazione non è un problema; anzi, un’inflazione più alta è la risposta della Fed alla crisi del debito e, nello stesso tempo, un obiettivo politico.

Questa politica inflazionista è un invito al disastro, anche se alcuni critici della Fed si grattano la testa, perplessi dall’apparente assenza di inflazione a petto di una stampa di denaro senza precedenti da parte della Federal Reserve e delle altre maggiori banche centrali. Molti si chiedono come sia possibile che la Fed abbia incrementato la base monetaria del 400% dal 2008, praticamente senza inflazione. Ma due spiegazioni sono fin troppo immediate.. e predicono il potenziale collasso. La prima è che l’economia USA è danneggiata in modo strutturale, tanto che non si può impiegare utilmente il denaro facile. La seconda è che l’inflazione sta arrivando. Entrambe le spiegazioni sono vere: l’economia è in pezzi e l’inflazione in cammino.

[…]

Anche se la parola collasso, se applicata al dollaro, ha un suono apocalittico, il suo significato è perfettamente pragmatico. Il collasso è semplicemente la perdita di fiducia, da parte di cittadini e banche centrali, nel futuro potere d’acquisto del dollaro. Il risultato è che i detentori di dollari li buttano via, vuoi spendendoli più in fretta, vuoi comprando beni rifugio. Il rapido mutamento nei comportamenti conduce dapprima a tassi di interesse più alti, maggior inflazione, e alla distruzione del processo di formazione del capitale. Il risultato finale può essere deflazione (analogamente agli anni Trenta) o inflazione (analogamente agli anni Settanta) o entrambe.

[…]

Via via che il circolo vizioso dell’inflazione acquisterà forza, si prospetterà una ripetizione della fine degli anni Settanta. Prezzi dell’oro alle stelle e il dollaro alle stalle, due facce della stessa medaglia, faran presto ad apparire. La differenza tra il prossimo episodio di inflazione fuori controllo e l’ultimo è che la Russia, la Cina e il FMI saranno pronti con oro e DSP, non con dollari, per fornire nuovi attivi da portare a riserva. La prossima volta che il dollaro cadrà dalla corda tesa, non ci sarà rete di salvataggio.

Guido Ferro Canale

Note

1Introdotto nel 1973, indica il valore del dollaro rispetto ad un paniere di valute e, quindi, un suo calo segnala il deprezzamento relativo della divisa statunitense rispetto alle altre monete-segno (e ad un valore iniziale di 100). Un paniere più ampio e coefficienti ponderali teoricamente meglio allineati ai flussi commerciali contraddistinguono, invece, l’affine broad index o trade-weighted dollar index. [N.d.T.]

2Nel 1977, ormai certo che la convertibilità del dollaro non sarebbe stata ripristinata, il Congresso abrogò le norme volute da Roosevelt, che impedivano a qualsiasi privato cittadino di concludere contratti con clausole oro. [N.d.T.]

3First responder, nel gergo medico ospedaliero USA, è la prima persona con addestramento medico che arriva sul luogo dell’intervento [N.d.T.].

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Jim Willie: The Economic ENDGAME Has Arrived

Deep Politics Monitor - Ven, 10/10/2014 - 06:35
Published on Oct 9, 2014

Rashomon - di Akira Kurosawa

Luogocomune.net - Gio, 09/10/2014 - 16:46
Un capolavoro assoluto della storia del Cinema. Da tenere sempre presente, per tutti coloro che si dedicano alla ricerca della verità.


L'indicatore per scovare le bolle finanziarie: l'incompetenza della FED

Freedonia - Gio, 09/10/2014 - 10:12
Create un nuovo file .txt ed appuntatevi questo link: http://www.federalreserve.gov/pubs/bulletin/2014/pdf/scf14.pdf
Esso è un report della FED su come i poveri siano diventati più poveri, mentre i ricchi sono diventati più ricchi. Il periodo analizzato è il 2010-2013, ma ci sono ampi riferimenti anche agli anni precedenti. E' necessario che voi salviate questo collegamento web perché rappresenta una confessione di colpevolezza da parte dell'Eccles Building. Sebbene sia necessario "leggere tra le righe", si ammette che il boom artificiale pre-2007 ha favorito i ricchi, il successivo bust li ha danneggiati e l'impennata della base monetaria (2009-2013) li ha favoriti di nuovo a scapito di coloro che non hanno i loro mezzi. Gli Austriaci hanno sempre messo in guardia da questo esito, spiegando come i boom artificiali favoriscano coloro che entrano in possesso per primi del nuovo denaro stampato a scapito di coloro che lo ricevono più tardi o per niente. Una volta che la banca centrale rallenta il ritmo del pompaggio monetario, quegli asset che hanno subito uno stimolo artificiiale finiscono sotto pressione andando a danneggiare coloro che vi hanno investito su (es. i ricchi, durante l'ultimo scoppio del mercato azionario, sono rimasti fortemente scottati). E' per questo che le banche centrali non vedono l'ora di reflazionare le bolle scoppiate. Boom & bust, boom & bust, boom & bust, è sempre stata questa la strategia delle banche centrali; oltre a quella di essere un cartello per le grandi banche commerciali ed i loro clienti. I media non approfondiscono mai questi concetti, né lo fanno i libri di testo mainstream sull'economia.
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di Bill Bonner


La speculazione è il gioco più affascinante del mondo. Ma non è un gioco per stupidi, pigri, persone con uno scarso equilibrio emotivo o per l'avventuriero finanziario del fine settimana. Moriranno poveri. – Jesse Livermore, How to Trade in Stocks


Il problema con i guardiani del capitalismo è che non hanno alcun rispetto.

I mercati esistono da almeno 2,000 anni. Sin da allora si sono evoluti in molte direzioni, con tecniche sofisticate e di fantasia... sistemi elaborati e strumenti complicati che richiedono un dottorato di ricerca per capirli.

Nonostante possiate impiegare tutto il vostro potere celebrale per capirli, i mercati vi sorprenderanno sempre, vi confonderanno e vi faranno arrovellare la testa. Non esiste ancora una formula per prevedere i movimenti del mercato. Ed anche i trader più intelligenti e più esperti spesso restano spaesati.

Potreste pensare che Janet Yellen ed altri banchieri centrali debbano fare un passo indietro e restare sbalorditi. Come gli astronomi che guardando il cielo, ci si aspetta che studino i buchi neri e le supernove che esplodono. O almeno cerchino segni di vita intelligente.

Invece, Yellen et al ignorano i meccanismi intricati che esistono tra domanda e offerta; vogliono costringere le persone a chiedere di più. Non hanno alcun interesse in un price discovery onesto; vogliono imporre i propri prezzi. E si preoccupano di meno di quello che ha da dire Mr. Market; sentono solo le loro voci.

Più guardie che guardiani, credono di poter migliorare i mercati... controllarli... frustarli affinché restino in forma... e costringerli a proporre le loro offerte.

Gli dei, a quanto pare, camminano nei corridoi accademici.

"Non c'è bisogno di alzare i tassi per frenare il rischio, sostiene la Yellen" è come il Financial Times ha riportato la sua posizione la scorsa settimana.

Qualcuno deve averle detto che i prezzi delle case, delle opere d'arte, delle obbligazioni, dei titoli azionari e di altri asset sono tutti sempre più vicini a bollalandia.

Alla fine, le ville stanno facendo registrare ancora una volta prezzi record. I quadri di nessun interesse raccattano milioni di dollari nelle aste. E le azioni statunitensi sono a livelli mai visti prima.

Nel frattempo, i livelli di debito sono più alti rispetto al 2007, con le corporazioni americane che accendono prestiti ad un ritmo record — di gran lunga superiori rispetto alla crescita dei profitti.

Ad esempio, Bank of America ha preso in prestito $7.6 miliardi quest'anno. Oracle ha preso in prestito $10 miliardi. E Cisco ha preso in prestito $8 miliardi.

Alan Greenspan ha affermato che non avrebbe riconosciuto una bolla a meno che non gli fosse esplosa in faccia. Invece, una volta fatto il danno, lui ed i suoi colleghi sarebbero tornati al lavoro facendo miracoli.

La Yellen non le sta nemmeno cercando le bolle. Pensa che lei e le altre guardie possano implementare alcune "politiche macro-prudenziali" che allontaneranno il rischio. Quindi le bolle non sono un problema.

Davvero?

Questa è la stessa donna che ricopriva la carica di presidente della FED di San Francisco durante l'ultima bolla esplosa sei anni fa.

Non l'ha vista arrivare. Non ha sentito nulla. Non ha imparato nulla. Non ha idea di come funzionano i mercati. Ma è sicura che può gestirli e renderli più "resistenti".

Paradiso ed inferno sono pieni di persone che pensavano di poter togliere il rischio dal mercato. Alcuni sono andati in rovina. Alcuni hanno perso la testa. Ad alcuni, come Jesse Livermore, sono accadute entrambe le cose.

Livermore accumulò una fortuna... e la perse. Perse la sua prima fortuna nella negoziazione del cotone nel 1907. Nel 1929 superò facilmente il panico, apparentemente senza perdite. Più tardi i soldi gli scivolarono via dalle mani, così velocemente che non se ne rese conto.

Alcuni perdono i loro soldi perché sono stupidi. Alcuni finiscono in un fosso perché non prestano attenzione... o perché prestano troppa attenzione. Alcuni sono troppo prudenti. Altri sono troppo avventati. Alcuni sono arroganti. Alcuni sono rovinati dalla timidezza. Altri dall'orgoglio.

Qualunque sia la vostra debolezza, Mr. Market la scoverà. Vi incoraggerà a scavare in voi stessi sempre più in profondità... Poi riempirà il buco!

Gli investitori prenderanno l'altro lato del vostro commercio. Troveranno la fragilità... il difetto... la piccola frattura nella vostra teoria.

Ora il Wall Street Journal riporta che i trader stanno facendo bene a fare trading sugli annunci politici della FED. Comprano azioni il giorno prima di un annuncio e le vendono una settimana più tardi, acquistandole di nuovo la settimana successiva.

Il sistema è folle dal punto di vista dei fondamentali. Le aziende non diventano più proficue o meno proficue grazie agli annunci della FED.

Ma funziona! Un portfolio gestito in questo modo avrebbe reso il 650% sin dal 1994. L'S&P 500 ha reso solo la metà.

Gli investitori hanno ancora fiducia nella Yellen. Comprano azioni ed obbligazioni, sicuri che lei li spingerà più in alto.

Ma le si rivolteranno contro, prima o poi. Inizieranno a vendere i suoi asset preferiti... e, se lei sarà ancora al suo posto, la rovineranno.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


CIA Asset & Reporter Spills the Beans, Confessing: All MAINSTREAM NEWS IS FAKE!

Deep Politics Monitor - Mer, 08/10/2014 - 19:23
from RT, via Before Its News: A top German Journalist and Editor Dr. Udo Ulfkatte has just gone public with some shocking admissions.  He basically admitted what all of us who read the alternative media have known for a long time – the entire mainstream media is totally FAKE! He went into a very detailed talk in this video and spilled the beans about everything!  He talked about how the CIA

Former CIA spy: Sandy Hook and Boston Bombing were false flags

Deep Politics Monitor - Mer, 08/10/2014 - 19:07
via Fellowship of the Minds Robert David Steele, 62, is a former CIA clandestine services case officer known for his promotion of open source intelligence. He was a candidate for the Reform Party‘s nomination for President of the United States in the 2012 presidential election. (Click here for his bibliography and media appearances.) Steele is the founder and publisher of Public Intelligence

NWO: voglia di Ebola?

Luogocomune.net - Mer, 08/10/2014 - 15:10
In vista di un aggravarsi dell'epidemia di Ebola, che minaccia ora di estendersi anche in Europa, ripubblichiamo questo articolo del 2010, nel quale la "voglia di epidemia" traspare chiaramente dal documento della Rockefeller Foundation.

Il Nuovo Ordine Mondiale scopre le carte

La Rockefeller Foundation ha pubblicato un interessante documento, intitolato “Scenari per il futuro della tecnologia e dello sviluppo internazionale”, nel quale ipotizza quattro possibili situazioni in cui potrebbe venire a trovarsi il mondo intorno al 2025.

Naturalmente, in questo gioco “ad indovinare il futuro”, la linea fra quello che potrebbe accadere e quello che si vorrebbe veder accadere è sempre molto sottile, ed è questo che rende il documento particolarmente interessante.

L’elemento su cui si focalizza la ricerca è il progresso tecnologico, e la domanda centrale che si pone è la seguente: “Che effetto potrà avere la tecnologia nel superare gli ostacoli verso la stabilità e la giusta crescita nel mondo dei prossimi 15-20 anni?”

Per rispondere alla domanda gli autori hanno identificato due elementi variabili, che ritengono di fondamentale importanza nel determinare il futuro assetto del mondo. Queste variabili sono l’”allineamento politico-economico” delle varie nazioni, che potrà risultare “debole” o “forte”, e la “capacità adattiva” dei popoli che ne fanno parte, che potrà risultare “alta” o “bassa”.



Per capire bene cosa intendano gli autori con questi due termini, …

Il marxismo culturale è un ossimoro

Freedonia - Mer, 08/10/2014 - 10:13
La fama di Tom Piketty è ormai mondiale, poiché col suo ultimo libro è riuscito a fare strage di lettori e soldi. Sarà lecito per un marxista accumulare ricchezza? Non si sa, ma sta di fatto che questo manoscritto illeggibile ha avuto successo nonostante propagandasse idee confutate, morte e sepolte. Dopo che gli economisti marxisti sono diventati lo zimbello del mondo accademico a seguito del crollo dell'URSS nel 1991, la riesumazione di tali sciocchezze è un chiaro segno della disperazione in cui è finito questo movimento. Gli unici paesi che ancora continuano a sostenere una politica dichiaratamente comunista sono la Corea del Nord e Cuba. Sebbene quest'ultima stia ormai cedendo ad una visione dell'economia meno infastidita dallo stato, rimane solo il regime di Pyongyang a fare da alfiere. Fate una ricerca su Google nella categoria "Immagini" ed inserite queste parole chiave: "North Corea" e "Satellite". Una sola immagine varrà più di un trattato accademico. Ora Piketty vuole persuaderci che quelle stesse politiche che hanno portato paralisi economica e corruzione dilagante, possano magicamente invertire la stagnazione economica causata da banchieri centrali e politici amanti del keynesismo. Gli illusi e gli ingenui se la sono bevuta. Ciò che rimane dell'intellighenzia marxista se l'è bevuta. Fortunatamente per noi, l'esimio George Reisman s'è preso la briga di smontare, pezzo per pezzo, tutte le fallacie presenti nel libro di Piketty. Trovate la sua analisi qui.
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di Gary North


Uno spettro si aggira nel conservatorismo americano. E' lo spettro del marxismo culturale.

Spettro:

1. Immagine, visione soprannaturale di una persona morta che appare ai vivi per reclamare giustizia e vendetta o per minacciarli e spaventarli: vedere uno s.; essere perseguitato dagli s. delle proprie vittime; ad Amleto, nella tragedia scespiriana, appare lo s. del padre, morto assassinato. Come termine di confronto e in similitudini, persona dalla figura emaciata, che denota grave decadimento fisico e psichico: sembra uno s.; la malattia e le sofferenze l’hanno ridotta a uno spettro.

2. fig. Minaccia, pericolo imminente e previsto o temuto di un grave male, danno o disastro: popolazioni su cui incombe lo s. della carestia, della fame, del colera; la distensione internazionale ha allontanato lo s. di un conflitto nucleare.


CONFESSIONE, INFILTRAZIONE E SEPARAZIONE

Vorrei iniziare proponendovi uno scenario. Un gruppo di teologi all'interno di una denominazione protestante cominciò a predicare che il cristianesimo è vero, ad eccezione di due dottrine: in primo luogo Gesù non era divino, e in secondo luogo la Bibbia non è letteralmente vera. Come commentereste l'ortodossia di queste persone?

L'Occidente ha cominciato a sentire questi argomenti nelle università tedesche finanziate dallo stato nei primi anni del 1800, ma questo approccio per interpretare il cristianesimo e la Bibbia ebbe inizio a metà del XVII secolo in Inghilterra: il Tew Circle. Generalmente non è riconosciuto nel mondo accademico, ma lo sfondo storico è stato presentato in forma intellegibile oltre 30 anni fa in un libro intitolato The Authority of the Bible di H. G. Reventlow. Il libro e il suo autore sono praticamente sconosciuti agli studiosi, ma il libro è una monografia magistrale.

Questa prospettiva cominciò ad essere ampiamente accettata nei circoli accademici protestanti degli Stati Uniti nel 1875. Si diffuse molto rapidamente. Divenne nota come modernismo teologico, e nel 1930 si insinuò nella maggior parte delle chiese americane protestanti al di sopra della linea Mason-Dixon. L'eccezione principale fu il Missouri Synod Lutheranism, luogo in cui la battaglia continua.

I membri di quelle chiese non maggioritarie consideravano questa prospettiva come anti-cristiana. Il più famoso manifesto contro di essa fu il libro di J. Gresham [GRESSum] Machen [MAYchen], Christianity and Liberalism (1923). Aveva ragione.

Le chiese non maggioritarie cominciarono a crescere, ma tale crescita rallentò dopo il 1925. Intorno al 1960, anno in cui morì John D. Rockefeller, Jr., iniziarono a ridursi. Rockefeller, più di chiunque altro, aveva finanziato il modernismo teologico dopo il 1920, come si legge nel libro di Shenkel, The Rich Man and the Kingdom (1996). Questa regressione continua.

Avvenne un processo di infiltrazione/separazione simile all'interno del marxismo.



MARXISMO CULTURALE

Nel 1960 i marxisti in URSS erano tanto scettici nei confronti del marxismo culturale quanto i cristiani lo erano nei confronti del modernismo teologico. In altre parole, negavano che fosse marxismo.

Quando si abbandonano i principi fondamentali di una particolare ideologia, ma si tenta di mantenerne il nome perché ci sono un sacco di aderenti a quell'ideologia, si verrà considerati alla stregua di un invasore da coloro che difendono l'ideologia originale.

Il marxismo culturale sta al marxismo come il modernismo sta al cristianesimo. Chi considera il marxismo culturale come marxismo, non ha capito il marxismo. Eppure è cosa comune negli ambienti conservatori. In realtà è un errore strategico, perché è un errore concettuale.

Il cuore, la mente e l'anima del socialismo marxista è questa: il determinismo economico. Marx sosteneva che il socialismo è storicamente inevitabile a causa dell'inevitabile trasformazione del modo di produzione. Sosteneva che il modo di produzione è la sottostruttura della società e la cultura in generale è la sovrastruttura. Sosteneva che le persone possedessero una particolare visione delle leggi della società, dell'etica e della politica a causa del loro impegno verso un particolare modo di produzione. Il modo di produzione dominante nel 1850 era il capitalismo. Marx lo chiamò così, il nome è rimasto anche se il marxismo originale è culturalmente morto.

La posizione di Marx guadagnò supporto perché era puramente economico/materialista. Abbandonava ogni traccia di spiegazione storica che si basava sul fatto che le idee sono fondamentali per la trasformazione della società. Marx riteneva che l'arena decisiva della lotta di classe fosse il modo di produzione, non l'arena delle idee. Considerava le idee come escrescenze secondarie del modo di produzione. Il suo punto di vista era il seguente: le idee non hanno conseguenze significative. Senza questa affermazione il marxismo non è più marxismo.

Questo è il motivo per cui non cessa mai di stupirmi come gli analisti conservatori accettino l'idea del marxismo culturale. Si rivolgono agli scritti della Scuola di Francoforte per sfornare note a sostegno di questa idea. Gli analisti più nitidi si rifanno agli scritti della prigionia di Antonio Gramsci. Era ufficialmente comunista. Era italiano. Aveva trascorso del tempo in Unione Sovietica nel 1920, e credeva che la tradizione leninista non fosse corretta. L'Occidente aveva dimostrato di non essere un terreno fertile per il comunismo, proprio perché l'Occidente era cristiano. Comprese chiaramente che fino a quando il cristianesimo non fosse stato delegittimato agli occhi dell'Occidente, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione proletaria. La storia lo ha certamente confermato: non è mai arrivata.

Gramsci, e la Scuola di Francoforte seguì il suo esempio, sosteneva che il modo per trasformare l'Occidente era attraverso la rivoluzione culturale: il relativismo culturale. Aveva ragione, ma questa idea non era marxista. Era hegeliana. Significava mettere sotto sopra il marxismo, proprio come Marx aveva fatto con Hegel. L'idea del marxismo si basava sul rifiuto del lato spirituale dell'hegelismo. Collocava il modo di produzione al centro dell'analisi della cultura capitalista.

Ho scritto un libro su Marx nel 1968, quando la contro-cultura stava crescendo rapidamente. L'ho intitolato Marx's Religion of Revolution. È possibile scaricare l'edizione del 1988 qui: http://bit.ly/gnmror. Nel 1968 mi era chiaro come il marxismo fosse una religione della rivoluzione, una visione che risaliva alle feste di Cronos dell'antica Grecia. Il marxismo non rappresentava un'analisi scientifica della società, compresa la sua economia. Non ho speso tempo sul marxismo culturale. Sarebbe stato molto più facile mostrare il lato religioso del marxismo se avessi parlato dei marxisti culturali. Notarono giustamente che tali questioni culturali coinvolgevano la religione nella cultura occidentale, ovvero, il cristianesimo. Ma ciò avrebbe sminuito lo scopo del mio libro. Volevo mostrare come il marxismo originale fosse una religione. Focalizzarsi sul marxismo culturale avrebbe distratto i lettori. I marxisti culturali sarebbero stati obiettivi più facili, ma avrebbero indebolito la tesi nel mio libro.

I marxisti culturali divisero il campo marxista. Il loro attacco alla cultura può essere definitouna tattica, ma era molto di più; era una strategia. Era una strategia basata sull'abbandono del marxismo originale. Ho usato questa tesi nella mia critica al documentario, Agenda: http://johnnycloaca.blogspot.com/2013/01/agenda-un-video-fondamentalista-e.html

Possiamo discutere questa spaccatura nel marxismo riportando alla mente le vicende di una famiglia in particolare. Herbert Aptheker fu il difensore più importante dello stalinismo negli Stati Uniti durante gli anni '40 e '50. Sua figlia Bettina fu uno dei leader del Free Speech Movement, fondato nell'autunno del 1964 presso l'Università della California, Berkeley. Divenne molto più famosa di suo padre. Quell'evento lanciò la ribellione degli studenti e il movimento contro-culturale. Ma il termine stesso "contro-cultura" è indicativo del fatto che non è mai stato marxista. Era un tentativo di rovesciare la cultura dominante, ma Marx non avrebbe perso tempo su un tale concetto. Marx non era un hegeliano. Era un marxista.

Lei e suo padre si divisero nel 1968. Quando l'Unione Sovietica invase la Cecoslovacchia, lei si oppose. Il Partito Comunista degli Stati Uniti, nel quale suo padre era una figura importante, sostenne l'URSS.

Anni dopo, scrisse che suo padre aveva abusato sessualmente di lei dai 3 ai 13 anni. Nella visione del mondo di suo padre, egli stava conducendo la sua agenda gramsciana personale. Stava attaccando la cultura occidentale nella sua patria. Ma questo non influenzò l'ortodossia del suo marxismo. Influenzò sua figlia.

Bettina Aptheker è ora sul libro paga dell'University of California, e insegna studi culturali: il femminismo. Il movimento che ha lanciato a Berkeley con Mario Savio si estinse nei primi anni '70. E' ancora critica nei confronti del capitalismo, ma non si basa sugli scritti di Karl Marx. Né sulla contro-cultura.



LA CONTRO-CULTURA

Andiamo al sodo: Marx aveva torto. Gramsci aveva ragione. Ma il marxismo non era il primum movens della contro-cultura. Quest'ultima si basava sulla cultura. L'alleanza tra modernismo teologico e movimento progressista, stretta a metà 1880 ed incrinata intorno al 1920, fu il supporto teologico dei ruggenti anni Venti. Poi arrivò la Grande Depressione. Poi arrivò la seconda guerra mondiale. Quando i soldati tornarono a casa, dopo il 1918, non erano più in sintonia con il cristianesimo ortodosso. Quando i loro figli tornarono dalla seconda guerra mondiale, l'erosione culturale che aveva avuto luogo dopo la prima guerra mondiale era praticamente completa. Non aveva niente a che fare con il marxismo. Il marxismo era impegnato a difendere il cambiamento culturale che si basava sui cambiamenti nel modo di produzione. Ma non ci fu nessun cambiamento fondamentale nel modo di produzione nel 1945, oltre al sorgere di una gestione moderna, che ebbe luogo durante la seconda guerra mondiale. Questo consolidò il capitalismo; non lo indebolì.

Il problema è questo: i conservatori prendono troppo sul serio le affermazioni dei marxisti culturali, che di fatto non erano marxisti. Erano fondamentalmente progressisti e socialisti. Sarebbero stati i bersagli di Marx nel 1850. Trascorse gran parte della sua carriera ad attaccare gente come questa, e trascorse pochissimo tempo ad attaccare Adam Smith, o gli economisti classici. Non rispose mai agli economisti neoclassici e agli economisti della Scuola Austriaca che spuntarono nel 1870. Marx aveva un sacco di tempo per rispondere a queste persone, ma non lo fece mai. Trascorse gran parte della sua vita ad attaccare persone che oggi sarebbero definiti marxisti culturali. Li considerava nemici nel campo socialista. Li attaccò perché non basavano i loro attacchi contro il capitalismo seguendo la sua teoria del socialismo scientifico, che poggiava sul concetto del modo di produzione.

Gramsci capì chiaramente nel 1920 che se fosse rimasto in Unione Sovietica, sarebbe finito in un campo di concentramento sovietico. Rischiava anche di essere giustiziato. Si rese conto che Stalin probabilmente lo avrebbe ucciso. Così tornò in Italia, ben sapendo che sarebbe finito in un campo di concentramento italiano (cosa che accadde). I fascisti lo lasciarono leggere, lo lasciarono scrivere. In tal modo, indebolirono il comunismo marxista.

E' difficile rintracciare l'influenza storica della Scuola di Francoforte. Passare da una piccola setta alla cultura generale, richiede uno studio complesso sulla causazione. Lo spostamento verso il relativismo culturale ebbe inizio alla fine del 1880, ed i segni di questo spostamento facevano riferimento al modernismo teologico ed al movimento progressista. Anche la psicologia freudiana ne fece parte. Freud era la giustificazione per il relativismo; la Scuola di Francoforte venne dopo. Il modernismo teologico guadagnò più convertiti della Scuola di Francoforte.

La contro-cultura, che nacque dopo l'assassinio di Kennedy, era più il prodotto dei Rolling Stones che della Scuola di Francoforte. Sesso, droga e rock 'n roll a metà degli anni '60 sostituì sesso, birra e rock 'n roll degli anni '50. Era un motto potente. Non cercate di accostare la contro-cultura alla Scuola di Francoforte. E' meglio accostarla alla prima guerra mondiale, che sradicò le istituzioni dell'Occidente. Quello che succedeva sui sedili posteriori del Modello T dopo il 1918, aveva più a che fare con la contro-cultura che con gli scritti della Scuola di Francoforte.



CONCLUSIONE

Marx sosteneva che fosse il modo di produzione a rimodellare la cultura. La mia tesi è questa: quello che è accaduto ad una manciata di teologi protestanti a nord della linea Mason-Dixon a partire dal 1875, aveva più a che fare con la contro-cultura. Questo spinge la questione della cultura al luogo a cui appartiene, cioè, alla teologia, motivo per cui ho iniziato questa discussione con tale tema.

L'Occidente non è nemmeno arrivato vicino alla rivoluzione proletaria. Alla sinistra piace credere che lo abbia fatto. Alla sinistra piace sostenere che "Franklin Roosevelt ha salvato il capitalismo da sé stesso". Questo è un altro modo per dire che John Maynard Keynes ha salvato il capitalismo da sé stesso. Entrambi gli argomenti sono errati. Roosevelt e Keynes si incontrarono una sola volta. Roosevelt valutò correttamente Keynes come un matematico, non come un economista. Keynes si laureò in matematica, non in economia. Roosevelt fu la fonte di quello che chiamiamo keynesismo, 1933-1936, non Keynes, la cui General Theory apparve nel 1936. Ma agli studiosi piace credere che gli argomenti accademici plasmano il mondo. Non è così. Essi si conformano a ciò che ha già cominciato a mettere radici nel pensiero e nelle azioni del pubblico in generale.

Quando gli uomini decisero che "non rubare" significa "non rubare a meno che non hai la maggioranza dei voti", nacque la visione keynesiana. Oggi questa visione è predominante. Il marxismo è morto, così come il marxismo culturale.

Per vincere questa battaglia, dobbiamo persuadere gli uomini che "non rubare" significa questo: è immorale rubare, con o senza la maggioranza dei voti.

Questo non ha nulla a che fare con il modo di produzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Pena e proporzionalità – II parte

Von Mises Italia - Mer, 08/10/2014 - 08:00

[Questo articolo è tratto dal capitolo 13 di  The Ethics of Liberty.[1] È possibile ascoltare  questo articolo in MP3, letto da Jeff Riggenbach (in inglese). L’intero libro è in preparazione per podcast e download.]

Dovrebbe essere evidente che la nostra teoria della pena proporzionale – per cui le persone possono essere punite perdendo i loro diritti al punto in cui esse li hanno tolti agli altri – è una teoria della pena schiettamente punitiva, una teoria “dente (o due denti) per dente” [12]. La punizione gode di una cattiva reputazione presso i filosofi, che generalmente scartano velocemente il concetto etichettandolo come “primitivo” o “barbaro”, e poi vanno avanti portando la discussione su altre due principali teorie della pena: quella della deterrenza e quella della riabilitazione. Ma scartare un ragionamento solamente perché considerato “barbaro” difficilmente può essere sufficiente; dopo tutto, è possibile che in questo caso, i “barbari” insistano su un concetto che era superiore ai credi più moderni.

Il professor H.L.A. Hart descrive nel seguente modo la “forma più grezza” di proporzionalità, così come l’abbiamo sostenuta qui (la legge del taglione):

[Essa è] la nozione per cui ciò che il criminale ha fatto dovrebbe essere fatto a lui, e dovunque si pensi alla punizione come primitiva, come spesso è, questa idea si riafferma: l’assassino dovrebbe essere ucciso, l’assalitore violento dovrebbe essere picchiato.” [13]

Ma “primitiva” è una critica scarsamente valida e lo stesso Hart ammette che questa forma “grezza” mostra meno difficoltà che le versioni più “raffinate” delle tesi proporzionali-retributiva. La sua unica critica ragionata, che egli sembra pensare congedi il problema, è una citazione da Blackstone:

Ci sono un gran numero di crimini le cui pene, qualora seguissimo l’approccio punitivo, si manifesterebbero come assurde ed inique. Il furto non può essere punito col furto, la diffamazione con la diffamazione, la contraffazione con la contraffazione, l’adulterio con l’adulterio.”

Ma questi sono criticismi scarsamente convincenti. Furto e contraffazione costituiscono una rapina, ed il ladro può certamente essere obbligato a fornire alla vittima quanto sottratto e i danni proporzionali; in questo caso non c’è alcun problema concettuale. L’adulterio, nell’ottica libertaria, non è nemmeno un crimine, e neanche, come si vedrà più avanti, la “diffamazione”. [14]

Torniamo dunque alle due maggiori teorie moderne, e vediamo se esse forniscono un criterio per la pena che davvero incontri la nostra idea di giustizia, come la retribuzione sicuramente fornisce. [15] La deterrenza era il principio proposto dall’utilitarismo come parte integrante del suo aggressivo rigetto dei principi di giustizia e di legge naturale, e della sostituzione di questi cosiddetti principi metafisici con un severo pragmatismo. Lo scopo pratico della pena si supponeva fosse dissuadere ulteriori crimini, sia che tale dissuasione venisse dal criminale stesso, sia che venisse da altri membri della società. Ma questo criterio di deterrenza implica schemi di pena che pressoché tutti considererebbero enormemente ingiusti. Per esempio, se non ci fosse nessuna pena per nessun crimine, un grande numero di persone commetterebbe furti meschini, come rubare frutta da una bancarella. D’altro canto, la maggior parte delle persone ha incorporata in se stessa una più grande contrarietà a commettere un omicidio piuttosto che commettere qualche futile taccheggio, e sarebbe molto meno predisposta a commettere un grosso crimine. Dunque, se l’obiettivo della pena è quello di avere un effetto deterrente per il crimine, allora una pena assai maggiore dovrebbe essere richiesta per prevenire il taccheggio invece che prevenire gli omicidi, un sistema che va contro gli standard etici della maggior parte delle persone. Come risultato, adottando il criterio della deterrenza, ci dovrebbe essere una rigida pena capitale per furti trascurabili – per il ladro di caramelle – mentre gli assassini potrebbero incorrere solo in una pena di pochi mesi in galera. [16]

In modo simile, una classica critica al principio di deterrenza è che, se la deterrenza fosse il nostro solo criterio, sarebbe perfettamente appropriato per la polizia o la corte giustiziare pubblicamente per un crimine una persona che sanno essere innocente, ma della cui colpevolezza essi hanno convinto il pubblico. L’esecuzione concordata di un uomo innocente – tenuto conto, ovviamente, del fatto che l’accordo può essere tenuto segreto – eserciterebbe un effetto deterrente in modo tanto completo quanto l’esecuzione di un colpevole. E di nuovo, ovviamente, anche una tale politica va violentemente contro gli standard di giustizia di pressappoco chiunque.

Il fatto che circa chiunque considererebbe tali schemi di pena grotteschi, nonostante il loro adempimento del criterio di deterrenza, mostra che le persone sono interessate in qualcosa di più importante della deterrenza stessa. Cosa questo potrebbe essere è indicato dall’obiezione prevalente secondo cui queste scale di pena basate sulla deterrenza, o l’uccisione di un uomo innocente, invertono chiaramente la nostra solita visione di giustizia. Invece che avere una pena che “si adegui al crimine” commesso, viene in questo modo classificata in proporzione inversa alla sua gravità, o assegnata all’innocente piuttosto che al colpevole. In breve, il principio di deterrenza implica una clamorosa violazione del senso intuitivo secondo cui la giustizia presuppone una qualche forma di adeguamento e proporzionalità della pena alla parte colpevole, e ad essa soltanto.

Il più recente criterio di pena, e che si suppone essere il più “umanitario”, è quello della “riabilitazione” del criminale. Per la giustizia di vecchio stampo, l’argomentazione è a sostegno o del risarcimento o dello scoraggiare futuri crimini, concentrandosi sul punire il criminale; il nuovo criterio tenta umanamente di riformarlo e riabilitarlo. Ma facendo ulteriori considerazioni, il principio “umanitario” di riabilitazione non solo conduce ad ingiustizie palesi ed arbitrarie, ma pone anche un potere arbitrario ed enorme di decidere del destino degli uomini nelle mani di coloro che dispensano la pena. Così, supponiamo che Smith sia un genocida, mentre Jones abbia rubato un po’ di frutta da una bancarella. Invece che essere condannati in proporzione ai loro crimini, le loro sentenze sono ora indeterminate, con l’incarcerazione che terminerebbe nel momento in cui essi apparissero “riabilitati” con successo.

Ma questo conferisce nelle mani di un gruppo arbitrario di supposti riabilitatori il potere di determinare la vita dei prigionieri. Significherebbe che, invece che uguaglianza di fronte alla legge – un criterio basilare in giustizia – ovvero a crimini identici seguono uguali pene, un uomo potrebbe andare in prigione per poche settimane, se viene velocemente “riabilitato”, mentre un altro potrebbe rimanere in prigione indefinitamente. Così, nel nostro caso di Smith e Jones, supponiamo che il genocida Smith sia, secondo il nostro consiglio di “esperti”, rapidamente riabilitato. Egli sarebbe rilasciato in tre settimane, tra gli applausi dei supposti riformatori di successo. Nel frattempo, Jones, il ladro di frutta, persiste nell’essere incorreggibile e chiaramente non-riabilitabile, almeno agli occhi del consiglio di esperti. Seguendo la logica di tale principio, egli deve rimanere incarcerato indefinitamente, forse per il resto della sua vita: mentre il crimine era trascurabile, egli continuerebbe ad avere un cattivo ascendente sui suoi mentori “umanitari”.

Così, il Professor K.G. Armstrong scrive sul principio del metter sulla retta via:

Lo schema logico delle pene sarà quello di dare a ciascun criminale un trattamento di riabilitazione fino a che egli non sia sufficientemente cambiato per gli esperti al punto da certificarlo corretto. Su questa teoria, qualsiasi sentenza deve essere indeterminata – “essere determinata secondo il desiderio dello Psicologo”, forse – dato che non c’è più alcuna base per il principio considerato di dare un limite alla pena. “Hai rubato una pagnotta? Bene, dobbiamo correggerti, anche se prenderà il resto della tua vita”. Dal momento che è colpevole, il criminale perde i suoi diritti come essere umano. … Questa non è una forma di umanitarismo che desidero.” [17]

La tirannia e le palesi ingiustizie della teoria “umanitaria” della pena-come-correzione non sono mai state palesate in una maniera più scintillante di come abbia mostrato C.S. Lewis. Notando che i “riformatori” chiamano le azioni da loro proposte “guarigione” o “terapia” piuttosto che “pena”, Lewis aggiunge:

Ebbene, non facciamoci ingannare da un nome. Essere sottratto senza consenso alla mia casa e ai miei amici; perdere la mia libertà; subire tutte quelle aggressioni alla mia personalità che la moderna psicoterapia sa come portare a termine … sapere che questo processo non finirà mai fino a quando i miei carcerieri saranno riusciti nel loro intento o io sarò diventato abbastanza furbo da imbrogliarli facendo credere loro in un successo solo apparente – a chi importa se tutto ciò viene chiamato Pena o no? Che esso includa la gran parte degli elementi per cui qualsiasi pena viene temuta – vergogna, esilio, prigionia ed anni mangiato dalle locuste – è ovvio. Solo un’enorme immeritatezza potrebbe giustificare tutto ciò; ma la non meritatezza è proprio il concetto che la teoria Umanitaria ha gettato a mare.”

Lewis va avanti per dimostrare la tirannia particolarmente dura che probabilmente verrebbe imposta dagli “umanitari” che hanno intenzione di infliggere le loro “riforme” e “cure” alla popolazione:

Tra tutte le tirannie, una tirannia esercitata per il bene delle sue vittime può darsi che sia la più oppressiva. Potrebbe essere meglio vivere sotto baroni briganti piuttosto che sotto pii ficcanaso onnipotenti. La crudeltà del barone brigante potrebbe di tanto in tanto riposare, la sua cupidigia potrebbe ad un certo punto essere soddisfatta; ma quelli che ci tormentano per il nostro stesso bene ci tormenteranno senza fine in quanto loro lo stanno facendo con l’approvazione della loro stessa coscienza. Loro avrebbero più possibilità di accedere al Paradiso qualora rendessero allo stesso tempo più probabile la realizzazione dell’Inferno in terra. Questa grande gentilezza ferisce come un insulto intollerabile. Essere “curati” contro il proprio volere, e curati contro stati che potremmo non considerare malattie, deve essere messo al livello di quelli che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione o coloro che mai la raggiungeranno; essere messi in classe con gli infanti, gli imbecilli e gli animali domestici. Ma per essere puniti, comunque severamente, perché noi lo abbiamo meritato, perché noi “avremmo dovuto sapere meglio”, dobbiamo essere trattati come esseri umani fatti ad immagine e somiglianza di Dio.”

Inoltre, come dice Lewis, i legislatori possono usare il concetto di “malattia” come mezzo per etichettare qualsiasi azione che a loro non piace come “crimine” ed infliggere poi una legge totalitaria nel nome della terapia.

Se il crimine e la malattia devono essere trattati allo stesso modo, ne segue che qualsiasi stato mentale che i nostri padroni decidono di chiamare “malattia” può essere trattato come crimine; e curato in modo compulsivo. Sarebbe vano implorare che gli stati mentali che non piacciono al governo non debbano sempre coinvolgere depravazione morale e non debbano quindi sempre meritare la confisca della libertà. Per i nostri padroni non saranno usati concetti come Merito e Pena, ma quelli di malattia e cura… Non sarà persecuzione. Anche se il trattamento fosse doloroso, anche se fosse eterno, anche se fosse fatale, questo sarebbe solo un incidente increscioso; l’intenzione era puramente terapeutica. Persino nella medicina ordinaria ci sono operazioni dolorose ed operazioni fatali; così anche in questa. Ma siccome questi sono “trattamenti”, non pene, essi possono essere criticati solo da compagni-esperti, e su basi tecniche, e mai da uomini in quanto uomini e sul terreno della giustizia.” [18]

Così, vediamo che l’approccio curativo della pena tanto di moda può essere almeno tanto grottesco e molto più incerto ed arbitrario del principio di deterrenza. La punizione rimane la nostra unica teoria giusta e percorribile di pena, ed un trattamento uguale per crimini uguali è fondamentale per tale giustizia retributiva. La giustizia barbara risulta essere quella giusta, mentre quelle “moderna” ed “umanitaria” risultano essere delle parodie grottesche della giustizia.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[12] La retribuzione è stata interessantemente soprannominata “restituzione spirituale”. Vedi Schafer, Restitution to Victims of Crime, pp. 120–21. Vedi anche la difesa della pena capitale per l’omicidio di Robert Gahringer, “Punishment as Language,” Ethics (October 1960): 47–48:

Un attacco totale richiede un contrasto totale; ed uno dovrebbe bene comprendere che nella nostra situazione attuale la pena capitale è l’unico simbolo di contrasto totale. Cos’altro potrebbe esprimere l’enormità di un omicidio in un modo accessibile agli uomini per cui l’omicidio è un atto possibile? Sicuramente, una minor pena indicherebbe un crimine meno significativo (corsivo originale di Gahringer).

Sulla pena in generale come contrasto all’attacco contro un diritto, vedi anche F.H. Bradley, Ethical Studies, 2nd ed. (Oxford: Oxford University Press, 1927), ristampato in Ezorsky, ed., Philosophical Perspectives on Punishment, pp. 109–10:

Perché … merito la pena? È perché sono stato colpevole. Ho fatto qualcosa di “sbagliato” … la negazione di un “diritto”, l’asserzione di un non-diritto. … La cancellazione della colpa … è comunque un bene di per sé; e così, non perché una pura negazione sia buona, ma perché il rifiuto di una cosa sbagliata è l’affermazione di un diritto. … La pena è la negazione dell’errore tramite l’affermazione di un diritto.

Un influente argomento a favore del retributivismo è trovato in Herbert Morris, On Guilt and Innocence (Berkeley: University of California Press, 1976), pp. 31–58.

[13] Per un tentativo di costruire un codice legislativo che imponga pene proporzionali al crimine – così come la restituzione alla vittima – vedi Thomas Jefferson, “A Bill for Proportioning Crimes and Punishments” in The Writings of Thomas Jefferson, A. Lipscomb e A. Bergh, eds. (Washington, D.C.: Thomas Jefferson Memorial Assn., 1904), vol. 1, pp. 218–39.

[14] H.L.A. Hart, Punishment and Responsibility (New York: Oxford University Press, 1968), p. 161.

[15] Così, Webster’s definisce la “retribuzione” come “l’elargire o il ricevere una ricompensa o una pena in accordo con ciò che è meritato dall’individuo”.

[16] Nella sua critica al principio di deterrenza della pena, il Professor Armstrong, in “The Retributivist Hits Back,” pp. 32–33, chiede:

Perché fermarsi al minimo? Perché non stare dalla parte dei bottoni e penalizzare il criminale in un qualche modo alquanto spettacolare – ciò non avrebbe più probabilità di scoraggiare gli altri? Che sia frustato fino alla morte, ovviamente pubblicamente, per un divieto di sosta; ciò certamente avrebbe un effetto deterrente su di me dal parcheggiare in un posto riservato per il Vice-Cancelliere!

Similmente, D.J.B. Hawkins, in “Punishment and Moral Responsibility,” The Modem Law Review (November 1944), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, p. 14, scrive:

Se il motivo della deterrenza fosse da solo preso in considerazione, dovremmo punire più pesantemente quei reati che siamo molto tentati di commettere e che, non portandosi dietro una grande colpa morale, la gente commette piuttosto facilmente. I reati stradali forniscono un esempio famigliare.

[17] Armstrong, “The Retributivist Hits Back,” p. 33.

[18] C.S. Lewis, “The Humanitarian Theory of Punishment,” Twentieth Century (Autumn 1948–49), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, pp. 304–7. Vedi anche Francis A. Allen, “Criminal Justice, Legal Values, and the Rehabilitative Ideal,” in ibid., pp. 317–30.

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Le banche centrali non sono vostre amiche

Freedonia - Mar, 07/10/2014 - 10:16
Come dimostrerà questo l'articolo di oggi, il mercato azionario è drogato dal denaro fiat e in pesante bolla. Ma chi frequenta Freedonia regolarmente, già ne era a conoscenza. Quello che invece voglio trasmettervi con questa introduzione, è una breve lezione sul denaro che circola a Wall Street. Sin dall'inizio della Grande Recessione con l'evento Lehman, la FED non ha fatto altro che stimolare la base monetaria. Sebbene si possa affermare che quel denaro è rimasto principalmente confinato nel circuito finanziario e bancario, si tratta di un modo per velocizzare la rappresentazione di situazioni più complesse. Infatti il denaro non fluttua liberamente nell'aere, ma è sempre proprietà di qualcuno. In una forma o nell'altra, il suo possesso è rivendicato dagli individui. Visto che al giorno d'oggi le banche hanno un disperato bisogno sia di contanti (per coprire le falle dei loro bilanci disastrati) sia di rendimenti (per non chiudere l'anno in perdita e per evitare margin call), devono arabbattarsi in ogni modo per mungere le mucche a loro disposizione. Una di queste è il mercato azionario. Una volta che acquistano azioni, la maggior parte di quelle imprese che ricevono il nuovo denaro vedono aumentare la loro capitalizzazione di mercato. (es. Se una banca compra 1,000 azioni di una società che ha un totale di 1 milione di azioni le quali vengono tradate a 100x l'una, qualora il prezzo concordato dovesse essere di 120,000x quella società si ritroverebbe "per magia" una capitalizzazione del 20% in più! Dal nulla! Questo scenario può accadere perché i prezzi vengono sempre impostati al margine.) Con molta probabilità ridepositaranno il denaro in una banca, la quale mediante la riserva frazionaria potrà concedere credito a coloro necessitanti un prestito. Al giorno d'oggi chi può permetterselo? Soprattutto quei soggetti con grandi conti in banca, ovvero, le società quotate in borsa le quali ricompreranno tutte quelle azioni in possesso di nessuno facendone aumentare il valore di mercato, nonché la capitalizzazione della società stessa (dando una parvenza di salubrità al tutto). E poi il giro inizia di nuovo, ad un prezzo maggiore. La spiralizzazione di questa connivenza sta facendo degenerare la produttività e la creatività delle imprese, sta uccidendo un price discovery onesto e sta tenendo in piedi un sistema economica in cancrena. Guardate con sospetto tutte le notizie sensazionalistiche che arrivano dal settore azionario, il gigante che vi stanno facendo vedere ha i piedi d'argilla.
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di David Stockman


Nel corso degli ultimi 64 mesi, "comprare durante i ribassi" si è dimostrata una strategia di successo. Come mostrato nel grafico del NASDAQ qui sotto, l'indice ha raggiunto di recente il suo picco di 4,000 dopo i minimi fatti registrare nel marzo 2009. Inoltre, sempre negli ultimi 64 mesi, sono avvenute cinque correzioni di mercato minori — le tre più grandi hanno riflettuto un ribasso del 7-8% rispetto alle performance precedenti. E mentre l'indice ha raggiunto le sue attuali altezze da brivido, i ribassi diventeranno sempre più profondi, il che significa che la ricompensa per l'acquisto durante le battute d'arresto avrà lassi di tempo veloci e stretti.

Quindi il calo del 2% di ieri sarà senza dubbio interpretato come l'ennesima opportunità di acquisto da parte delle foche ben addestrate e dagli algoritmi computerizzati che popolano il casinò di Wall Street. Ma questo potrebbe essere un errore fatale: L'esperimento monetario dietro questo grafico parabolico è nelle fasi finali del suo percorso verso l'auto-distruzione.




In realtà, l'impennata di questo indice riflette una delle bolle finanziarie più insostenibili, artificiali e pericolose che la FED abbia mai creato. E' solamente il prodotto di un meccanismo monetario completamente sballato. Il canale di trasmissione della politica monetaria è stato congelato sin dal primo giorno in cui ha avuto inizio l'enorme espansione monetaria di Bernanke, ma un anno dopo l'evento Lehman è andato alla velocità della luce in poche settimane.

Questa folle campagna monetaria è stata un errore madornale, perché non ha messo in conto l'immenso blocco stradale che nel corso degli ultimi decenni lo stimolo monetario tradizionale ha contribuito a cementificare — vale a dire, il "picco del debito" nel settore delle famiglie e delle imprese. Questo significa che l'allentamento monetario ed i drastici tagli dei tassi di interesse non hanno suscitato un'ondata di prestiti al consumo, di spesa in conto capitale aziendale e di assunzioni (come era invece accaduto durante gli ultimi cicli economici).

Invece l'intero tsunami monetario è passato nel canale del gioco d'azzardo di Wall Street, gonfiando drasticamente ogni classe di asset che poteva essere oggetto di trading, leverage o hypothecation. Detto in modo diverso, 68 mesi di tassi di interesse a zero non hanno praticamente avuto alcun impatto al di fuori dei canyon di Wall Street. Ma all'interno del casinò, hanno fornito denaro praticamente gratis per i carry trade, causando un'offerta infinita per gli asset finanziari.

Ma ora che il diluvio monetario ha raggiunto il suo apice, i valori degli asset finanziari sono rimasti appesi a mezz'aria come Wile E. Coyote. Sono palesemente esposti ad un redde rationem del mercato, ovvero, l'economia reale e gli utili societari non sono affatto quello che sembrano.

Che il canale dell'espansione monetaria sia morto e sepolto è palesemente evidente dai dati sul settore delle famiglie. Di seguito sono riportati sia il grafico del debito complessivo delle famiglie sin dal picco del dicembre 2007, sia quello della bolla immobiliare di Greenspan. Quest'ultima, a quanto pare, ha rappresentato l'ultimo uso trionfale dello "stimolo" keynesiano, vale a dire, un LBO irripetibile nei bilanci delle famiglie.

Durante i 78 mesi dopo l'ultimo picco, il credito alle famiglie si è ridotto del 5%. Nulla di simile è mai accaduto prima, neanche lontanamente vicino. E in verità il calo in questione è stato superiore, dal momento che il lieve rimbalzo dell'indebitamento mostrato nel grafico è dovuto all'esplosione del debito degli studenti. Per contro, la fonte tradizionale di finanziamento delle famiglie — prestiti, mutui e debiti delle carte di credito — è ancora sotto al suo picco di 7 anni fa.

Inutile dire che questo contrasta con il percorso durante i 78 mesi dopo il picco del ciclo del 2001. Durante la bolla immobiliare e del credito di Greenspan, l'indebitamento delle famiglie è salito di quasi il 90%, fornendo un robusto impulso, seppur temporaneo, alla componente dei consumi nel PIL.





C'è una ragione se il ciclo più recente è nettamente diverso: lo stimolo keynesiano è sempre stato un trucco economico, non un esercizio ripetibile a servizio di una gestione monetaria illuminata. In sintesi, i bilanci delle famiglie americane — misurati dall'outstanding credit market debt rispetto ai salari ed ai redditi — si sono esauriti nel corso dei decenni successivi all'abbuffata di debito iniziata nell'agosto del 1971.

Ora il rapporto di leva delle famiglie si è invertito e sta lentamente ritornando a livelli più bassi e più sani che prevalevano prima del 1971. In questo contesto, è quasi sicuro che la leva finanziaria delle famiglie continuerà a scendere — malgrado i tassi di interesse a zero — perché è una certezza demografica. I 10,000 baby boomer che andranno in pensione ogni giorno tra oggi ed il 2030 non saranno conteggiati nel debito delle famiglie; lo liquideranno.




Ciò significa che la forza motrice dell'espansione tradizionale keynesiana è bella che andata. La spesa al consumo delle famiglie ora non può crescere più velocemente del reddito delle famiglie e della produzione economica, e probabilmente si rivelerà più lenta di questi due parametri. L'incombente crisi dei finanziamenti dei diritti assistenziali sociali — Medicare e Previdenza Sociale — scuoterà sicuramente il popolo americano, facendogli comprendere che l'aumento del risparmio privato sarà essenziale per la sopravvivenza durante l'età pensionabile. Di conseguenza il tasso di risparmio delle famiglie dovrà, per forza di cose, crescere.




In ogni caso, non è un mistero il motivo per cui la spesa delle imprese rimane bloccata. Nel corso del trimestre più recente, la spesa reale per gli impianti e le attrezzature è ancora del 4% al di sotto del picco di fine 2007 — un risultato che non è nemmeno lontanamente paragonabile ai picchi del 10-25% che si sono verificati durante i cicli economici precedenti. Le imprese non stanno correndo sulle barricate per aggiungere capacità, perché è chiaramente evidente che la domanda dei consumatori non sta crescendo ai ritmi delle riprese economiche precedenti; e non accadrà mai, visti i vincoli del debito ed il ciclo dei pensionamenti dei baby boomer.

Come mostrato di seguito, infatti, gli investimenti netti reali per spese in conto capitale — al netto degli ammortamenti degli asset attualmente consumati — seguono un trend discendente. Non solo questo riflette il drastico calo nel potenziale della crescita economica degli Stati Uniti, ma sottolinea anche che gli attuali indici azionari stanno capitalizzando un futuro che è solamente una chimera.

Con utili del 19.5x, l'S&P 500 ha raggiunto la cima storica delle sue performance, punto dal quale è sempre incappato in una correzione profonda. Ma perché sarebbe razionale capitalizzare gli utili in un'economia che è chiaramente bloccata in modalità bassa/nessuna crescita? In realtà, il mercato dei multipli PE dovrebbe essere ben al di sotto della media storica registrata negli ultimi decenni, quando i politici keynesiani erano impegnati ad usare quasi continuamente i bilanci della nazione per stimolare una crescita alimentata dal credito.




Alla fine della giornata, anche i dati fortemente manipolati dagli statistici di Washington non possono nascondere questa realtà. Mettendo da parte le oscillazioni di breve periodo degli inventari che offuscano i numeri trimestrali del PIL, e che rappresentano quasi la metà di quel 4% riportato nel secondo trimestre, le vendite finali reali ci raccontano come stanno davvero le cose. Nonostante la massiccia espansione del bilancio della FED sin dal suo primo grande taglio dei tassi nell'agosto 2007 — cioè, da $800 miliardi a $4.4 bilioni — le vendite finali reali sono cresciute meno dell'1% CAGR sin da allora.

Un tasso di crescita tendenziale tiepido come questo, non è mai stato registrato nella storia moderna. Infatti, data la netta preferenza per la sottostima dell'inflazione nei deflatori BEA del PIL, è probabile che nel corso degli ultimi sette anni l'economia reale è cresciuta ad un tasso non lontano dallo zero.




Tutto questo significa che i mercati finanziari hanno drasticamente sovrastimato gli utili e sopravvalutato tutte le classi di asset. Così come la FED ed i suoi complici di tutto il mondo resteranno sempre più a corto di scuse per estendere gli esperimenti monetari dell'epoca attuale, anche i giocatori d'azzardo comprenderanno chi è davvero Wile E Coyote.

Poi ci sarà il panico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Gary North: revisionismo bellico

Luogocomune.net - Lun, 06/10/2014 - 17:41
di Giorgio Venzo

Vi sarà forse capitato, durante un dibattito su avvenimenti storici contemporanei, di leggere sul viso altrui quell’espressione di disagio per il fatto di doversi confrontare con chi sta contestando punti chiave dell’interpretazione storica più diffusa.

Chissà quale sarebbe invece la loro espressione nell’apprendere quanto sfrontate e sistematiche siano le fallacie logiche e le falsità contenute nella storia, soprattutto quella economica, da cui attingono per formare le proprie opinioni ed azioni. Appare addirittura disarmante la modalità esplicita e quasi infantile con cui quelle verità sono nascoste o piegate alle esigenze dell’attuale monopolista dell’istruzione pubblica.

Nel video in calce, sottotitolato in italiano, Gary North lancia un appello a favore di un sano processo di revisionismo storico portando, come esempio di quel processo di distorsione, un episodio che ancora oggi costituisce per il grande pubblico il maggior ostacolo alla comprensione di un fatto storico di importanza rilevante.


Fonte
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