The History of Santa Claus
“Santa Claus is a very strange figure when you think about it. Where does he come from and why does he fly through the sky handing out presents at night? This episode traces the connection with an old Norse god and an Anatolian bishop from the 3rd century, and explores the gritty reality of life in the Roman empire for ordinary people. You will never look at old Saint Nick the same way again.”
“Uncover the surprising origins of Santa Claus, tracing their evolution from ancient Germanic traditions to the modern icon. Explore the historical figure of St. Nicholas and their acts of charity. Journey through centuries of evolving legends and cultural interpretations.”
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Euforia degli investitori e anatomia di un crollo dei mercati
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/euforia-degli-investitori-e-anatomia)
I mercati si muovono in cicli di innovazione e speculazione e l'attuale impennata per quanto riguarda l'intelligenza artificiale non fa eccezione.
L'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale presenta quasi tutte le caratteristiche che hanno caratterizzato le bolle speculative del passato: valutazioni alle stelle, flussi di capitale concentrati, sentiment euforico degli investitori e narrazioni mediatiche che rafforzano le aspettative di una crescita inarrestabile. Sotto molti aspetti i parallelismi vanno oltre la semplice somiglianza: il fervore speculativo attorno ai rivali dell'intelligenza artificiale supera per molti versi la bolla South Sea, la mania per le ferrovie degli anni '40 dell'Ottocento, il boom degli anni '20, l'era delle dot-com e la frenesia dei mutui subprime.
Al centro della tempesta si trova un mix infiammabile di autentiche promesse tecnologiche, abbondante liquidità e psicologia umana. Gli investitori intravedono il potenziale per una trasformazione che cambierà il mondo, il credito rimane sufficientemente accessibile da alimentare l'assunzione di rischi e la paura di perdere un'occasione spinge i comportamenti verso estremi.
Il risultato è un ambiente in cui sia le startup che le aziende consolidate vengono valutate come se un'esecuzione impeccabile, una crescita esponenziale e un'adozione di massa immediata fossero inevitabili.
Tali presupposti sono insostenibili.
Ogni bolla speculativa storica ha messo in luce il pericolo di aspettative troppo distanti dalla realtà. Alla fine degli anni '90 il mantra era che i profitti non contavano più; oggi molte aziende nel settore dell'intelligenza artificiale proiettano ricavi e margini sulla base di scenari non comprovati.
Quando il divario tra proiezioni e risultati effettivi si amplia, i rischi si aggravano. Le perdite finanziarie sono il risultato più evidente, ma la storia dimostra che spesso seguono comportamenti scorretti. Dal boom per le ferrovie del XIX secolo a Enron, WorldCom e ai più recenti eccessi sui mutui, periodi di estremo ottimismo hanno creato terreno fertile per contabilità creativa, false dichiarazioni e frodi.
I segnali d'allarme sono ben noti.
Valutazioni estreme rispetto agli utili tangibili, un'elevata concentrazione di capitale in una manciata di vincitori celebrati e la facile reperibilità di finanziamenti, o la leva finanziaria, aumentano il rischio sistemico. La proliferazione di prodotti finanziari complessi amplifica la fragilità, trasformando piccole interruzioni in eventi di stress a cascata.
E come sempre l'insistenza sul fatto che “questa volta è diverso” riecheggia forte sullo sfondo, incoraggiando il comportamento del gregge e scoraggiando un'analisi sobria.
Quando sia gli investitori al dettaglio che quelli istituzionali inseguono le dinamiche di mercato anziché i fondamentali, il sistema si avvicina sempre di più al punto di rottura.
Anche la storia offre una guida per orientarsi in questi ambienti.
Gli investitori che desiderano partecipare all'innovazione senza esserne travolti dagli eccessi devono applicare un quadro di riferimento disciplinato e storicamente fondato. Ciò significa mettere in discussione le ipotesi alla base delle valutazioni, analizzare attentamente le proiezioni di profitto, monitorare le condizioni di leva finanziaria e liquidità, e verificare se i modelli di business siano sufficientemente solidi da resistere agli shock.
Significa anche coltivare la consapevolezza comportamentale, riconoscendo che la paura di perdersi qualcosa, gli istinti del gregge e l'intossicazione narrativa possono sopraffare anche i decisori più esperti.
La cosa più importante di tutte: è essenziale vigilare contro una contabilità aggressiva o una guida irrealistica, poiché gli incentivi all'abbellimento diventano più forti nei picchi speculativi.
Questo studio non è scritto da una posizione di pessimismo. Si tratta di un'esplorazione generale dell'anatomia dei crolli del mercato, concepita per fornire un quadro di riferimento per comprendere perché si formano i cicli speculativi e come si esauriscono.
Allo stesso tempo è tempestivo. Le condizioni che osserviamo oggi suggeriscono che una brusca correzione non è una possibilità remota, ma un rischio a breve termine.
E il nostro obiettivo non è predicare la paura.
Piuttosto si tratta di aiutare a preparare i lettori alle onde anomale che la storia ci insegna si presentano proprio quando le acque sembrano più calme. Crediamo che emergeranno opportunità straordinarie una volta che gli eccessi saranno eliminati dal sistema, ma per coglierle, gli investitori devono prima sopravvivere alla volatilità che li attende.
Le sezioni che seguono si basano su queste fondamenta, a partire dal boom dell'intelligenza artificiale stessa. In quanto esempio attuale più vivido di innovazione che si scontra con la speculazione, fornisce un caso di studio concreto di come opportunità e rischio si intreccino, preparando il terreno sia per un crollo doloroso che per un rinnovamento duraturo.
Lo sfondo
I mercati finanziari hanno sempre oscillato tra paura e avidità, momenti di stabilità ed episodi di mania.
I crolli sono raramente il risultato di shock davvero imprevisti; spesso sono l'inevitabile risultato di lunghi periodi di euforia degli investitori. Queste fasi euforiche sono caratterizzate da un mix inebriante di estremo ottimismo, valutazioni in forte crescita, facile disponibilità di credito e la convinzione che un nuovo paradigma tecnologico, o economico, giustifichi l'abbandono delle lezioni della storia.
Col senno di poi i segnali di eccesso appaiono solitamente evidenti, ma sul momento investitori, istituzioni e persino autorità di regolamentazione si lasciano cullare da narrazioni persuasive e dall'apparente affidabilità di prezzi in costante aumento.
Questo saggio esamina l'anatomia di questi cicli euforici. Esplora le condizioni che permettono all'ottimismo di crescere incontrollato, i segnali che possono essere visti in tempo reale, le distorsioni che si rivelano solo dopo il crollo e gli insegnamenti duraturi che gli investitori possono trarre.
Esempi storici che spaziano dalla mania dei tulipani al boom delle dot-com fino alla frenesia delle SPAC del 2021, abbinati a dati su valutazioni, leva finanziaria, IPO e liquidità forniscono la lente attraverso cui analizzare come si sviluppano le manie, perché si esauriscono e come gli investitori disciplinati possono prepararsi alle loro conseguenze.
Condizioni che generano euforia
L'euforia tende ad essere alimentata da tre elementi principali:
- Valutazioni gonfiate;
- Credito abbondante;
- Una narrazione avvincente del progresso.
La valutazione è il segnale più immediato. Il CAPE ratio di Robert Shiller offre una panoramica lunga un secolo su come i multipli degli utili si espandono durante le ere speculative.
Nel 1929 il CAPE salì sopra quota 32 prima di crollare a 5 nel pieno della Grande Depressione. Nel 2000, al culmine della bolla delle dot-com, toccò quota 44, un record che resistette fino ai giorni nostri, quando il CAPE è tornato a superare quota 30.
Ogni picco fu seguito da anni, persino decenni, di rendimenti modesti.
Le valutazioni elevate potrebbero non innescare un crollo immediato, ma comprimono i rendimenti futuri a lungo termine, lasciando i mercati vulnerabili a improvvisi cambiamenti di sentiment.
La disponibilità di credito costituisce il secondo elemento motore.
La liquidità fornita da banche, istituti di credito ombra, o banche centrali, amplifica la speculazione. Il debito marginale ne è un esempio lampante: ha raggiunto i $278 miliardi nel marzo 2000, i $381 miliardi nel luglio 2007 e i $935 miliardi nell'ottobre 2021, prima di superare quota $1.000 miliardi nel ciclo attuale. Ogni impennata ha coinciso con un'ondata di assunzione di rischi; ogni ritracciamento ha amplificato le perdite, mentre le vendite forzate si sono riversate a cascata nel sistema.
Il terzo elemento motore è la narrazione.
Le bolle speculative raramente si costruiscono sul nulla; sono ancorate a cambiamenti concreti. Le ferrovie nel diciannovesimo secolo, l'elettrificazione e le automobili all'inizio del ventesimo, Internet negli anni Novanta e l'intelligenza artificiale e le crittovalute negli anni Venti del XX secolo hanno tutti offerto visioni credibili di crescita illimitata. Eppure i mercati hanno costantemente prezzato queste innovazioni con una velocità e una portata irrealistiche.
La frase “questa volta è diverso” riecheggia in ogni episodio euforico, utilizzata per razionalizzare valutazioni e livelli di leva finanziaria che in tempi più calmi sarebbero liquidati come sconsiderati.
Segnali visibili in tempo reale
Anche al culmine della mania, i segnali d'allarme sono visibili a chi è disposto a guardare.
L'impennata degli investitori al dettaglio è un indicatore comune. Negli anni '20 le famiglie speculavano nei bucket shop con scommesse a leva sulle azioni. Gli anni '90 hanno visto i day trader armati di broker online e consigli nelle chat room. Negli anni 2020 le app senza commissioni hanno alimentato la frenesia dei meme azionari, con milioni di persone che si sono riversate su GameStop, AMC e altre società speculative.
Quando l'investimento si trasforma in intrattenimento culturale, i mercati sono già immersi nella fase euforica.
L'emissione è un altro segnale.
Nel 1999 quasi 500 IPO hanno inondato i mercati, molte delle quali da parte di aziende non redditizie. Nel 2021 oltre 1.000 quotazioni, dominate dalle SPAC, hanno eclissato persino quell'ondata. Tali ondate dimostrano non solo l'interesse degli investitori, ma anche l'opportunismo di chi emette titoli che sfruttano valutazioni gonfiate.
Gli andamenti dei prezzi spesso forniscono una conferma. I movimenti parabolici, in cui i prezzi accelerano oltre la sostenibilità, sono il classico segnale. Il NASDAQ tra il 1998 e il 2000, Bitcoin nel 2017 e nel 2021, e alcuni titoli legati all'intelligenza artificiale nel 2023-2025 hanno tutti mostrato questo comportamento. La copertura mediatica, poi, segue l'esempio, spostandosi verso un'incessante positività, con storie di milionari dall'oggi al domani e testimonial di celebrità che rafforzano la frenesia.
La mania speculativa raggiunge il suo apice quando entra nella coscienza culturale dominante.
Le misure di liquidità aggiungono ulteriori prove.
Nel 2020 M2 degli Stati Uniti è aumentata di quasi il 25% su base annua, il ritmo più rapido sin dalla Seconda guerra mondiale, alimentato dagli stimoli fiscali, dai tassi di interesse bassissimi e dagli acquisti massicci di asset. Quell'impennata ha alimentato il boom di azioni, crittovalute e oggetti da collezione. Quando M2 si è contratto nel 2022, gli asset rischiosi sono crollati, rivelando quanto l'euforia dipenda dall'ondata di liquidità.
Segnali più chiari solo col senno di poi
Altre distorsioni emergono solo dopo il crollo.
Il capitale a basso costo favorisce investimenti sbagliati: le aziende dot-com bruciano denaro in marketing alla fine degli anni '90, le startup SPAC del 2020-2021 crollano una volta evaporati i finanziamenti facili. La leva finanziaria nascosta è un'altra rivelazione. Nel 2008 i titoli garantiti da ipoteca e i CDO nascondevano esposizioni sistemiche; nel 2022 i prestatori di crittovalute falliscono per ragioni simili.
Anche le narrazioni subiscono una svolta radicale.
Durante i periodi di boom l'attenzione è rivolta alla crescita senza limiti; dopo i crolli l'attenzione si sposta sulla governance, sull'economia di mercato e sulla sostenibilità. Il passaggio da “quanto può diventare grande?” a “può sopravvivere?” è il segno distintivo di un'inversione di tendenza.
Un altro problema è la falsa rappresentazione contabile.
Enron rimane l'archetipo: il finanziamento da parte dei fornitori, il riconoscimento anticipato dei ricavi e altri espedienti hanno prolungato l'illusione, fino a rendere il crollo inevitabile. Il crollo di Enron ha trascinato con sé anche Arthur Andersen, uno degli studi di revisione contabile più prestigiosi al mondo, a dimostrazione di quanto il danno possa estendersi.
Dinamiche comportamentali
Dietro questi modelli finanziari si celano forze psicologiche ricorrenti.
L'atteggiamento gregario spinge gli investitori a seguire la massa, rafforzando lo slancio. L'eccessiva sicurezza convince i trader che usciranno prima della recessione, anche se l'esposizione aumenta. Il pregiudizio narrativo attribuisce alle storie di trasformazione il primato sull'analisi sobria. La percezione del rischio si erode man mano che pratiche un tempo considerate sconsiderate diventano normali.
Questo ciclo di comportamento si ripete con una coerenza inquietante.
Casi di studio riguardo l'euforia
Le manie speculative nascono quando ottimismo, innovazione e ricchezza improvvisa convergono per accendere l'immaginario collettivo e quando il credito facile fornisce a tutti i mezzi per partecipare.
Ogni caso ha i suoi marcatori culturali: i tulipani nell'Olanda del XVII secolo, i progetti della South Sea in Inghilterra durante l'Illuminismo, la radio e le automobili nell'America degli anni '20, le startup di Internet all'inizio del millennio, i mutui cartolarizzati negli anni 2000 e le azioni meme durante l'era della pandemia.
Dietro queste differenze superficiali si nasconde un ciclo emotivo comune: eccitazione, entusiasmo, avidità e, infine, panico.
Tulipanomania (1637)
La mania dei tulipani del 1637 è spesso ricordata come la prima grande bolla finanziaria.
Non si è mai trattato semplicemente di un fiore. Nel Secolo d'Oro olandese Amsterdam era diventata il centro del commercio mondiale e mercanti, artigiani e artisti si arricchivano grazie al commercio mondiale. I tulipani, appena importati dall'Impero Ottomano, erano considerati beni di lusso, i loro colori vivaci e i motivi sorprendenti erano dovuti al virus del mosaico.
Possedere bulbi rari significava dimostrare sia il proprio gusto che la propria posizione sociale.
La domanda trasformò presto i tulipani da status symbol a beni speculativi. Ciò che rese l'episodio straordinario fu la sua profonda penetrazione nella società olandese. Agricoltori, artigiani e piccoli commercianti specularono, spesso attraverso contratti futures che consentivano di scommettere su bulbi mai effettivamente scambiati.
Nel periodo di massimo splendore, un singolo bulbo poteva essere venduto a un prezzo dieci volte superiore al salario annuo di un operaio specializzato, con aneddoti sui prezzi che rivaleggiavano con quelli delle ville in riva al canale.
Quando un'asta ordinaria non riuscì ad attrarre le offerte attese, la fiducia svanì quasi all'istante. I prezzi crollarono, i contratti persero valore e, mentre l'economia olandese assorbiva lo shock, l'episodio lasciò una lezione duratura: quando prestigio e speculazione si fondono, i mercati possono staccarsi dalla realtà.
Bolla della South Sea (1720)
La bolla South Sea del 1720 seguì una traiettoria simile, ma con un peso istituzionale maggiore.
All'inizio del XVIII secolo l'Inghilterra era gravata da debiti di guerra e la South Sea Company propose una soluzione elegante: si sarebbe fatta carico del debito nazionale in cambio di azioni e diritti di monopolio sul commercio con il Sud America spagnolo. Promosso dai politici e approvato come praticamente privo di rischi, il piano fece impennare le azioni.
Gli investitori spaziavano dall'aristocrazia ai cittadini comuni, con la partecipazione persino della famiglia reale. L'ottimismo dell'età dell'Illuminismo incoraggiava la fiducia in opportunità illimitate e gli opportunisti lanciarono decine di iniziative imitatrici, alcune delle quali ridicolmente vaghe, come “una società per realizzare un'impresa di grande vantaggio, ma nessuno che sappesse di cosa si trattasse”.
Quando divenne chiaro che le prospettive commerciali della South Sea erano illusorie e il suo modello di conversione del debito insostenibile, la bolla scoppiò.
Le famiglie persero le loro fortune, la rabbia pubblica divampò e il Parlamento fu costretto a indagare.
La lezione era più ampia della speculazione: sottolineava la pericolosa interazione tra appoggio statale, finanza e fiducia pubblica, un momento formativo nella storia finanziaria britannica.
Crollo del 1929
Il crollo di Wall Street del 1929 catturò l'euforico mix di innovazione tecnologica, esuberanza culturale e leva finanziaria.
Gli anni '20 furono un periodo di trasformazione: le automobili ampliarono la mobilità, le radio collegarono le case e gli elettrodomestici rivoluzionarono la vita quotidiana. Il jazz, il cinema e l'energia culturale del decennio rafforzarono la sensazione che una nuova era di prosperità fosse permanente. Gli utili aziendali aumentarono, la proprietà azionaria si ampliò e i prestiti al margine permisero agli investitori di acquistare azioni con fondi presi in prestito.
Giornali e personalità radiofoniche celebravano il mercato come un biglietto di sola andata verso la ricchezza.
Nel 1929 le valutazioni erano spinte all'estremo, ma la convinzione culturale nel progresso soffocò lo scetticismo. Con l'arrivo della recessione, le richieste di margine si trasformarono in vendite dettate dal panico. Il crollo segnò la brusca fine dei ruggenti Anni Venti, infranse la fiducia nei mercati e aprì la strada alle difficoltà della Grande Depressione.
Bolla delle dot-com (1999-2000)
La bolla delle dot-com della fine degli anni '90 e dell'inizio degli anni 2000 rappresenta uno dei parallelismi moderni più evidenti.
Internet rappresentò una vera e propria rivoluzione tecnologica, ma come in epoche precedenti, fu mitizzato come fondamento di una “nuova economia” in cui le vecchie regole di valutazione non erano più valide. Le startup divennero icone culturali, investite da capitali di rischio e introdotte sul mercato attraverso un'ondata di IPO.
Gli investitori al dettaglio, favoriti dalle società di intermediazione online, si unirono alla corsa. Tra i reperti culturali dell'epoca figuravano le pubblicità al Super Bowl di aziende non redditizie e le copertine di riviste che proclamavano la fine delle attività commerciali tradizionali. Gli analisti sostenevano che “gli occhi” e i “clic” contassero più dei profitti.
Il rapporto CAPE Shiller salì a 44, un valore storico estremo. Quando la bolla scoppiò, il NASDAQ perse quasi l'80% del suo valore in due anni, cancellando fortune e carriere. Eppure, come nel 1929, le innovazioni di base hanno resistito: Amazon, Google ed eBay alla fine hanno prosperato, proprio come avevano fatto prima di loro automobili e radio.
La lezione non è che l'innovazione non abbia valore, ma che la speculazione accelera le aspettative ben oltre ciò che la realtà può offrire.
Crisi finanziaria globale (2008)
La crisi finanziaria globale del 2008 ha esteso il modello di euforia ai mercati del credito.
A differenza del boom delle dot-com, non si trattò di una mania di famiglie che acquistavano azioni di internet, ma di istituzioni che costruivano torri di leva finanziaria sulle fondamenta del mercato immobiliare. Il contesto culturale era la convinzione che la proprietà della casa fosse il fondamento del sogno americano, unita alla convinzione che i prezzi delle case non sarebbero mai diminuiti a livello nazionale.
Le banche concedevano credito a mutuatari sempre meno qualificati.
Wall Street confezionò i mutui in titoli e obbligazioni garantite da garanzie reali, che le agenzie di rating premiavano con lo status di investment grade. Gli investitori istituzionali, avidi di rendimento, li acquistavano con entusiasmo.
Quando i prezzi delle case cominciarono a scendere nel 2006 e nel 2007, l'illusione crollò.
Bear Stearns, Lehman Brothers e altri colossi crollarono, i mercati del credito si bloccarono e la crisi sfociò nella peggiore recessione globale sin dagli anni '30. La narrazione di stabilità e sicurezza cedette il passo alla fragilità sistemica e alla sfiducia.
Boom delle SPAC e delle azioni Meme (2020-2021)
Il boom delle SPAC e delle azioni meme del 2020-2021 ha dimostrato la rapidità con cui l'euforia si adatta ai nuovi ambienti.
La pandemia ha inizialmente scatenato il panico, ma uno stimolo monetario e fiscale senza precedenti ha presto invertito la rotta. Con tassi di interesse prossimi allo zero, migliaia di miliardi di dollari in trasferimenti governativi e risparmi delle famiglie da record, gli investitori al dettaglio si sono ritrovati con capitali da investire.
Piattaforme come Robinhood hanno reso il trading gratuito e ludico, mentre le comunità online su Reddit e Twitter hanno forgiato una cultura di speculazione collettiva. Titoli meme come GameStop e AMC sono diventati simboli culturali, celebrati meno per i fondamentali che per il ruolo di veicoli di ribellione contro Wall Street. Allo stesso tempo le SPAC si sono moltiplicate, offrendo quotazioni rapide per aziende non ancora testate.
Solo nel 2021 oltre 600 SPAC hanno raccolto capitali, riflettendo sia l'entusiasmo degli investitori sia la convinzione culturale che il cambiamento fosse possibile. Nel 2022 l'inasprimento della politica monetaria e l'inflazione hanno smorzato il boom.
Le azioni meme, le SPAC e persino le crittovalute sono crollati, lasciandosi alle spalle un'altra lezione: liquidità, psicologia e cultura possono generare illusioni di permanenza che si dissolvono da un giorno all'altro.
Nel loro insieme questi vari episodi mostrano come le società si convincano ripetutamente di essere sull'orlo della trasformazione, che si tratti di fiori, commercio globale, industria, tecnologia, o piattaforme digitali.
L'espansione del credito, la narrazione culturale e la partecipazione di massa forniscono il carburante.
Il crollo porta distruzione, riforma e riflessione, ma anche resilienza.
In quasi tutti i casi, l'innovazione al centro della bolla – tulipani a parte – è sopravvissuta al crollo.
Ciò che resta è sia un racconto ammonitore che una base per il futuro.
Lezioni per gli investitori: un esame più approfondito
La lunga storia delle manie euforiche offre una serie coerente di insegnamenti per gli investitori disposti a guardare oltre i guadagni a breve termine e a concentrarsi sulla conservazione del capitale attraverso i cicli.
Questi insegnamenti non sono principi astratti, si basano su secoli di modelli ripetuti, dalla speculazione sui tulipani nel XVII secolo alle crittovalute fino alle meme stock del XXI.
Studiando queste dinamiche ricorrenti, gli investitori possono elaborare un quadro pratico che funzioni sia come sistema di allarme che come guida per un processo decisionale disciplinato.
La disciplina nelle valutazioni è importante
Il segnale più chiaro di un eccesso speculativo è la valutazione. Quando i multipli prezzo/utili, il CAPE Shiller, o le allocazioni azionarie delle famiglie raggiungono estremi storici, gli investitori pagano premi straordinari per la promessa di rendimenti futuri. La storia dimostra costantemente che tali momenti raramente finiscono bene.
Alla fine degli anni '20 le valutazioni dei titoli industriali salirono ben oltre i valori storici. Alla fine degli anni '90 il CAPE ratio raggiunse quota 44, il livello più alto nella storia degli Stati Uniti. In tali momenti i rendimenti futuri si riducono drasticamente, mentre aumenta la probabilità di dolorosi drawdown.
Le valutazioni non possono individuare con precisione i tempi – i mercati possono sfidare la gravità per anni – ma stabiliscono i limiti di ciò che è possibile. Gli alberi non crescono fino al cielo e i mercati non possono sostenere multipli in continua crescita indefinitamente. La sensibilità ai segnali di valutazione consente agli investitori di moderare le aspettative ed evitare l'illusione di stabilità nei guadagni esponenziali dei prezzi.
La leva finanziaria amplifica la fragilità
Se la valutazione si evidenzia quando le condizioni sono tese, la leva finanziaria determina la violenza del risultato. Il denaro preso in prestito amplifica sia i profitti che le perdite, trasformando quelle che avrebbero potuto essere correzioni ordinate in crisi a cascata.
Negli anni '20 l'uso diffuso di prestiti al margine consentiva agli investitori di controllare posizioni ingenti con un capitale minimo. Una volta che i prezzi scesero, le richieste di margine costrinsero le liquidazioni, accelerando il crollo fino al 1929. Nel 2008 il carburante per la crisi arrivò dal credito ipotecario. Famiglie, banche e istituzioni accumularono debiti su fondamenta deboli, mentre i titoli garantiti da ipoteca e le obbligazioni garantite da debito distribuivano l'esposizione in tutto il sistema. Con il calo dei prezzi delle case, la leva finanziaria esplose nei bilanci, minacciando lo stesso sistema bancario globale.
Più di recente l'implosione di Archegos Capital nel 2021 ha dimostrato come la leva finanziaria nascosta possa destabilizzare i mercati. Utilizzando i total return swap, Archegos ha costruito posizioni opache e altamente concentrate, invisibili alle autorità di regolamentazione e alle controparti... almeno fino al suo crollo.
La lezione è chiara: il debito marginale, la crescita del credito e i coefficienti di leva finanziaria devono essere monitorati sia a livello micro che sistemico. La leva finanziaria agisce come un moltiplicatore di forza, accelerando i guadagni nei periodi di congiuntura favorevole, ma garantendo che le recessioni siano più acute e distruttive.
Innovazione e speculazione devono essere separate
Le bolle spesso coincidono con l'innovazione autentica.
La bolla della South Sea era legata alla promessa del commercio globale. Il boom degli anni '20 si dispiegò mentre radio, automobili ed elettricità rimodellavano la vita. Internet negli anni '90, le ferrovie negli anni '40 dell'Ottocento, la fibra ottica negli anni '90, le crittovalute e l'intelligenza artificiale più di recente – tutte tecnologie trasformative.
Ma i mercati confondono ripetutamente l'innovazione con il successo garantito degli investimenti.
Alla fine degli anni '90 le startup di Internet senza un percorso di profitto registravano valutazioni multimiliardarie. Negli anni '40 dell'Ottocento le azioni ferroviarie salirono alle stelle, solo per poi essere rovinate dalla sovraccapacità e dall'inganno degli investitori. In entrambi i casi le infrastrutture costruite nella frenesia – linee ferroviarie e reti digitali – sopravvissero e alla fine alimentarono decenni di crescita.
Il paradosso è chiaro: l'innovazione resiste, ma la speculazione distorce.
I vincitori di domani spesso emergono solo dopo che la mania si è placata, mentre chi ha acquistato durante i picchi di euforia si ritrova con delle perdite.
La lezione è la pazienza.
Gli investitori devono distinguere l'entusiasmo dalla durevolezza, riconoscendo che i reali benefici sociali dell'innovazione richiedono più tempo per materializzarsi di quanto i mercati siano disposti ad aspettare. Il pregiudizio della recenza e l'invidia spingono le persone a inseguire i rendimenti, ma una separazione disciplinata tra promessa e prezzo è fondamentale.
La consapevolezza comportamentale è fondamentale
Charlie Munger ha spesso sottolineato che gli investitori devono riprogrammare i propri istinti, passando dalle reazioni alimentate dalle emozioni alla pazienza e alla razionalità. Valutazione e leva finanziaria sono importanti, ma senza consapevolezza della psicologia, gli investitori rimangono vulnerabili.
Pregiudizi come la paura di perdere un'occasione, la mentalità del gregge e l'eccessiva sicurezza allontanano ripetutamente i mercati dai fondamentali. Il boom delle dot-com rese popolare la frase “i profitti non contano”. La bolla immobiliare statunitense si basava sulla convinzione che i prezzi delle case non potessero scendere a livello nazionale. Il fenomeno delle meme-stock del 2020-21 si basava sulla convinzione che gli investitori al dettaglio potessero costantemente superare in astuzia Wall Street.
In ogni caso le narrazioni hanno prevalso sull'analisi dei fondamentali finché il crollo non ha messo in luce le debolezze.
Gli investitori possono contrastare questo fenomeno con l'umiltà e la struttura. Sviluppare una disciplina anticonformista, resistere alla mania quando l'ottimismo è estremo e prepararsi ad agire quando la disperazione domina. Stabilire limiti predefiniti, diversificare e creare sistemi per prevenire decisioni emotive.
La consapevolezza comportamentale non è solo difensiva, è un vantaggio offensivo. Ignorando il 20% massimo e minimo degli estremi di mercato, come suggerì una volta J. P. Morgan, gli investitori possono concentrarsi sul 60% intermedio, dove risiedono opportunità razionali.
Riconoscere e contrastare i pregiudizi fornisce un vantaggio duraturo nei mercati che invece prosperano sulla distorsione psicologica.
La liquidità alimenta i cicli
La liquidità è la mano invisibile dietro i boom e le crisi del mercato.
Denaro facile, tassi bassi, credito abbondante e allentamento quantitativo influenzano i prezzi degli asset incoraggiando l'assunzione di rischi. La stretta monetaria inverte il processo, innescando liquidazioni forzate e correzioni improvvise.
Alla fine degli anni '20 il credito debole alimentò la speculazione azionaria fino a quando la Federal Reserve non adottò una stretta monetaria nel 1928-29, prosciugando la liquidità e innescando il crollo. Negli anni 2000 il lassismo nei prestiti e i tassi bassi alimentarono le bolle immobiliari e del credito, finché l'aumento dei default e l'inasprimento delle politiche monetarie non misero in luce la fragilità sistemica.
Il paragone di Warren Butett è appropriato: la liquidità è come l'ossigeno, passa inosservata quando è abbondante ma è l'unica cosa che conta quando scompare.
La “Greenspan Put”, introdotta nel 1987, aggiunse una nuova dimensione: la percezione che le banche centrali sarebbero sempre intervenute per attutire i ribassi. Questo azzardo morale incoraggiò l'assunzione di rischi, contribuendo alla bolla delle dot-com e all'impennata del mercato immobiliare. La liquidità dell'era pandemica mostrò la stessa dinamica: iniezioni straordinarie nel 2020-21 inflazionarono asset in ambito tecnologico, crittovalute e altro ancora.
Quando l'inflazione aumentò, un'aggressiva stretta monetaria nel 2022 stroncò il boom.
Per gli investitori monitorare la liquidità è indispensabile. La crescita dell'offerta di moneta, gli spread creditizi, i tassi reali e la comunicazione con le banche centrali forniscono indicatori anticipatori di rischio. La liquidità determina quando l'ottimismo prospera e quando le correzioni diventano inevitabili.
Segnali di illeciti contabili
Ogni mania genera frodi. Quando il capitale è abbondante e lo scetticismo svanisce, l'inganno diventa sistemico. La frode non è un caso dei boom, è una caratteristica.
• La South Sea Company esagerava i privilegi per mantenere vivo l'entusiasmo, mentre gli opportunisti sponsorizzavano iniziative prive di significato.
• La mania ferroviaria degli anni '40 dell'Ottocento era costellata di proiezioni inflazionate e falsi bilanci.
• Negli anni '20 i fondi di investimento piramidavano gli asset per dare l'illusione di crescita.
• Enron e WorldCom alla fine degli anni '90 incarnarono l'interconnessione tra clamore dell'innovazione e abusi contabili. Enron contabilizzò profitti immaginari come reddito corrente e nascose debiti in entità speciali.
• WorldCom capitalizzò miliardi di dollari in spese di routine per falsificare i guadagni.
• La crisi finanziaria globale ripetè il ciclo su larga scala: dati sui redditi falsificati, titoli con valutazioni errate, strutture di bilancio fuori scala e rischi nascosti imperversarono fino al crollo del mercato immobiliare.
• Più di recente Wirecard ha falsificato €1,9 miliardi in contanti.
• FTX ha sottratto fondi ai clienti dietro una facciata di trasparenza.
• Nikola ha fatto rotolare un camion giù per una collina per simulare la sua funzionalità.
• Theranos ha ingannato pazienti e investitori con false promesse.
Le forme si ripetono: manipolazione dei bilanci, ricavi falsificati, passività nascoste, proiezioni esagerate, vere e proprie bugie e fallimenti da parte di revisori, autorità di regolamentazione e agenzie di rating.
Ogni volta la frode amplifica le perdite e mina la fiducia nei mercati stessi.
Gli investitori devono presumere che la frode sia presente durante le fasi di mania e proteggersi attraverso lo scetticismo, l'analisi forense e la resistenza alle narrazioni che scoraggiano il dubbio.
Sintesi: un quadro di riferimento per la disciplina
Le lezioni di valutazione, leva finanziaria, innovazione, psicologia, liquidità e frode sono importanti.
Nel loro insieme formano un quadro di riferimento duraturo per investimenti disciplinati.
Le valutazioni forniscono la bussola, segnalando aspettative eccessive. La leva finanziaria mostra dove la fragilità è maggiore. L'innovazione evidenzia le promesse, ma mette in guardia contro la contaminazione dei prezzi. La psicologia spiega perché i mercati oscillano troppo in entrambe le direzioni. La liquidità rappresenta il carburante per i cicli, mentre la frode rappresenta l'inevitabile ombra dell'esuberanza.
Integrare queste intuizioni consente agli investitori di costruire un sistema interno di allerta precoce.
Questo quadro di riferimento non richiede di evitare completamente il rischio: le bolle sono imprevedibili e partecipare all'innovazione è necessario per la crescita.
Al contrario, promuove la disciplina: ridurre le perdite quando valutazioni e leva finanziaria sono elevate, mettere in discussione le narrazioni ottimistiche, monitorare la liquidità e rimanere vigili sulle frodi.
La storia conferma la necessità di tutto questo.
Dallo schema South Sea all'eccesso delle dot-com, dal crollo del mercato immobiliare all'intelligenza artificiale e agli asset digitali di oggi, gli stessi fattori si ripetono. La tecnologia e i mercati si evolvono, ma la paura, l'avidità e l'istinto rimangono costanti. Interiorizzando queste lezioni, gli investitori acquisiscono la capacità di evitare le trappole dell'euforia, posizionandosi al contempo per cogliere le opportunità che si presenteranno in seguito.
Pazienza, adattabilità e pensiero anticonformista sono gli ingredienti finali. I mercati sono ciclici, spesso irrazionali e punteggiati da eccessi.
Un quadro di riferimento radicato nella storia e rafforzato dalla disciplina fornisce non solo protezione dalle turbolenze, ma anche la resilienza necessaria per sfruttare le riprese. Gli investitori che abbracciano questa mentalità trasformano la volatilità dei cicli da una minaccia in una piattaforma per la ricchezza a lungo termine.
Un nuovo fattore: la gestione passiva
Mentre la storia insegna che valutazioni, leva finanziaria, liquidità, innovazione, psicologia e frode hanno costantemente guidato i cicli euforici, l'era moderna ha introdotto una forza strutturale senza un vero precedente storico: l'ascesa esplosiva delle strategie di investimento passive.
A differenza delle dinamiche nei tulipani, nelle ferrovie, nelle dot-com, o nei mutui subprime, il predominio dei fondi indicizzati e degli exchange-traded fund (ETF) ha il potenziale per rimodellare radicalmente l'anatomia dei futuri crolli dei mercati.
La gestione passiva, per sua natura, non discrimina.
I flussi di capitale negli indici generali vengono allocati in base alle ponderazioni della capitalizzazione di mercato piuttosto che a giudizi su valutazione, qualità, o sostenibilità. Con il passaggio di migliaia di miliardi di dollari dalla selezione attiva dei titoli ai fondi indicizzati, si è creato un nuovo circolo vizioso: le società più grandi dell'indice ricevono i maggiori flussi di investimento spingendo i loro prezzi al rialzo, il che aumenta ulteriormente le loro ponderazioni nell'indice attraendo ulteriori flussi di investimento.
Questo meccanismo ha creato una tendenza strutturale alla concentrazione in una manciata di società a grande capitalizzazione.
E l'entità dei flussi passivi è senza precedenti.
Negli anni '80 le strategie passive rappresentavano una quota trascurabile dell'attività di mercato.
A metà degli anni '90 avevano acquisito una modesta trazione. Oggi oltre il 50% del patrimonio dei fondi azionari statunitensi è gestito passivamente, con i soli ETF che detengono migliaia di miliardi di dollari. Alcune stime suggeriscono che nei settori chiave degli indici, le negoziazioni giornaliere siano dominate da veicoli passivi. Questo cambiamento strutturale solleva interrogativi cruciali sul comportamento dei mercati in periodi di stress.
Una conseguenza è la riduzione della determinazione dei prezzi.
Storicamente i gestori attivi competevano per valutare utili, bilanci e flussi di cassa, premiando le società efficienti e penalizzando quelle deboli. In un mercato dominato dai flussi passivi, questo processo è attenuato.
L'allocazione del capitale non è guidata dall'analisi dei fondamentali, ma dall'inclusione in un indice. Le aziende deboli possono essere sostenute semplicemente dall'appartenenza a un benchmark, mentre le aziende forti possono essere sproporzionatamente incentivate, poiché i flussi passivi inseguono le dimensioni piuttosto che il valore.
Questa distorsione può esacerbare l'accumulo di fragilità durante le fasi euforiche.
Il vero pericolo emerge durante i periodi di inversione.
I fondi passivi sono strutturati per fornire liquidità su richiesta – gli investitori possono riscattare le quote dell'ETF in qualsiasi momento – ma gli asset sottostanti potrebbero non essere altrettanto liquidi. In mercati calmi questo disallineamento è nascosto.
In mercati stressati i riscatti dai veicoli passivi potrebbero innescare vendite indiscriminate su interi settori, o classi di asset. A differenza dei gestori attivi, che potrebbero quantomeno scaglionare le vendite o tentare liquidazioni selettive, le strutture passive possono liquidare ingenti panieri di titoli contemporaneamente, amplificando la spinta al ribasso.
E prendete in considerazione anche le implicazioni della concentrazione.
I titoli più grandi nell'indice S&P 500 – i cosiddetti “Magnificent Seven” nel 2020 – dominano le ponderazioni dell'indice. Se gli investitori escono dai fondi passivi durante una correzione, queste società potrebbero subire un'enorme pressione di vendita simultanea, non a causa dei loro fondamentali, bensì a causa della loro dimensione all'interno dei benchmark.
Di fatto i flussi passivi potrebbero trasformare i leader di mercato in acceleratori di flessioni più ampie. Gli stessi titoli che in passato hanno stabilizzato i portafogli potrebbero diventare motori di volatilità in futuro.
Le strategie passive possono anche rafforzare il comportamento gregario.
Quando gli investitori si riversano nei fondi indicizzati durante le fasi di boom, detengono tutti lo stesso insieme di titoli. Quando il sentiment cambia, escono altrettanto insieme.
Questo comportamento sincronizzato rischia di trasformare quelle che avrebbero potuto essere correzioni localizzate in eventi sistemici. In epoche precedenti la diversità delle strategie degli investitori e degli orizzonti temporali forniva alcune forze stabilizzatrici. Oggi l'omogeneità dei flussi potrebbe indebolire tale resilienza.
Un ulteriore livello di rischio risiede nell'ascesa degli ETF tematici e con leva finanziaria.
Questi strumenti offrono agli investitori un'esposizione a ristrette fette di mercato, dall'energia pulita all'intelligenza artificiale, spesso utilizzando derivati per amplificare i rendimenti. Pur essendo commercializzati come strumenti efficienti per ottenere un'esposizione mirata, rappresentano anche punti di fragilità strutturali. In una fase di vendita le liquidazioni dei derivati e le esposizioni concentrate potrebbero aggravare la volatilità, creando circoli viziosi che si estendono ben oltre i settori di nicchia che monitorano.
Gli scettici sostengono che i fondi passivi siano semplicemente un involucro, che detengono gli stessi titoli sottostanti dei gestori attivi e che quindi non possono modificare radicalmente le dinamiche di mercato.
Tuttavia questa visione sottovaluta l'importanza dei flussi e degli incentivi. I gestori attivi possono scegliere di trattenere il capitale, evitare asset sopravvalutati, o spostare l'esposizione verso titoli più sicuri. I veicoli passivi non possono. La loro rigidità è la loro caratteristica distintiva e, nei momenti di stress, la rigidità può essere pericolosa.
L'ascesa della gestione passiva non invalida i fattori eterni delle bolle. Le valutazioni continueranno ad aumentare, la leva finanziaria continuerà ad accumularsi, la liquidità continuerà a dettare i cicli e le frodi continueranno a emergere.
Ciò che è cambiato è l'idraulica dei mercati.
Poiché i fondi passivi detengono una quota dominante di asset, i meccanismi con cui il capitale entra ed esce dai mercati potrebbe esacerbare sia l'ascesa delle bolle sia la violenza del loro scoppio.
Per gli investitori la lezione non è quella di evitare del tutto le strategie passive. Offrono un'esposizione a basso costo, un'ampia diversificazione e benefici a lungo termine.
Piuttosto è importante comprendere i rischi sistemici insiti nella loro portata. Monitorare i flussi in entrata e in uscita dai veicoli passivi, riconoscere i rischi di concentrazione nei titoli fortemente indicizzati e tenere conto del disallineamento di liquidità tra gli ETF e i loro asset sottostanti sarà fondamentale per prevedere come potrebbero evolversi le future vendite.
In sintesi, gli investimenti passivi introducono un fattore strutturale che non esisteva nelle bolle del passato.
E questo ha cambiato l'architettura stessa dei mercati.
Mentre la storia insegna che ogni mania finisce allo stesso modo – ottimismo vanificato da leva finanziaria, liquidità e psicologia – il prossimo crollo potrebbe essere caratterizzato dal ruolo dei flussi passivi. La portata del loro impatto non sarà messa alla prova in una crisi conclamata.
Ciò che è chiaro è che la gestione passiva, nonostante la sua efficienza, ha creato nuove vulnerabilità che potrebbero rendere le future recessioni più brusche, rapide e sincronizzate rispetto a quelle del passato.
Parallelismi nell'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale
La rapida ascesa dell'intelligenza artificiale ha acceso l'entusiasmo degli investitori a livelli mai più visti sin dal boom delle dot-com della fine degli anni '90.
I capitali si stanno riversando nelle aziende dell'intelligenza artificiale e tecnologiche, molte delle quali vantano valutazioni elevate, svincolate dai tradizionali parametri di redditività o flussi di cassa.
La storia del potenziale trasformativo ha messo in ombra l'analisi dei fondamentali, mentre ingenti somme di denaro alimentano la convinzione che l'intelligenza artificiale rimodellerà interi settori dall'oggi al domani. Le impronte delle bolle del passato sono di nuovo visibili: valutazioni esorbitanti, credito abbondante, narrazioni seducenti, pratiche contabili discutibili e, ora, la forza aggiuntiva delle strutture di mercato passive.
Valutazioni e condizioni del credito
Le valutazioni delle aziende legate all'intelligenza artificiale riflettono ipotesi pressoché perfette di adozione, redditività ed esecuzione.
Proprio come le aziende Internet alla fine degli anni '90 erano quotate in base a “occhi” e “clic” piuttosto che in base ai profitti, oggi le azioni nel settore dell'intelligenza artificiale sono spesso valutate in base a proiezioni di dominio totale nel settore stesso. Le valutazioni del mercato privato riflettono la stessa esuberanza, con miliardi di dollari raccolti fino a multipli disgiunti dai fondamentali.
Questi prezzi sono sostenuti non solo dall'ottimismo, ma anche da un'abbondante liquidità. Il capitale di rischio, i mercati del debito societario e i pool globali di capitali hanno reso il finanziamento straordinariamente facile, consentendo sia alle startup che agli operatori storici di espandersi in modo aggressivo.
Il ruolo del credito nell'amplificare la fragilità rimane centrale come lo era nel 1929, nel 2000, o nel 2008.
Narrazioni come acceleranti
Ogni mania storica è stata accompagnata da una grande storia di trasformazione.
Le ferrovie promettevano di unire intere nazioni: la South Sea Company prometteva ricchezze dal commercio, le dot-com promettevano di riscrivere le regole del business; l'intelligenza artificiale ora indossa la corona dell'inevitabilità, ovvero una tecnologia così potente che cambierà il commercio, la logistica, l'assistenza sanitaria, la finanza e persino la sicurezza nazionale.
Questa narrazione è stata amplificata dalla copertura mediatica, dai leader aziendali e dagli investitori desiderosi di non rimanere indietro. Lo scetticismo viene bollato come cecità verso il futuro, mentre la frase “questa volta è diverso” è implicita anche quando non pronunciata.
Pratiche contabili discutibili nel settore dell'intelligenza artificiale e tecnologico
La storia ci insegna che quando le valutazioni si discostano dalla realtà, spesso le pratiche contabili seguono la stessa tendenza.
Per sostenere la crescita, le aziende adottano strategie finanziarie aggressive che estendono gli standard e minano la trasparenza. Le aziende odierne che operano nel campo dell'intelligenza artificiale e della tecnologia non fanno eccezione. Si distinguono diversi modelli:
- Riconoscimento aggressivo dei ricavi – Registrazione dei ricavi su contratti a lungo termine, o contingenti, che potrebbero non concretizzarsi mai.
- Capitalizzazione delle spese – Spostamento di ingenti costi di ricerca/sviluppo e infrastrutturali a bilancio, influendo negativamente sulla redditività a breve termine.
- Distorsione della remunerazione basata sulle azioni – Trattamento delle concessioni di capitale come irrilevanti, escludendole dagli utili rettificati.
- Abuso di metriche contabili non-GAAP – Eliminazione dei costi ricorrenti con il pretesto di rettifiche “una tantum”.
- Indebitamento di canale e integrazione di partnership – Registrazione dei ricavi derivanti da accordi con parti correlate o accordi non sostenibili.
Queste tattiche potrebbero non sempre costituire una vera e propria frode, ma creano un quadro distorto della salute finanziaria. Generano inoltre pressione sui concorrenti affinché adottino pratiche simili, diffondendo fragilità in tutto il settore.
I parallelismi storici sono inequivocabili: gli utili “pro forma” delle dot-com, le entità fuori bilancio di Enron, la capitalizzazione delle spese di WorldCom e il famigerato “EBITDA rettificato per la comunità” di WeWork. In ogni caso una contabilità discutibile riflette e alimenta la mania, finché la realtà non impone una resa dei conti.
Il ruolo delle strutture di mercato passive
Come accennato in precedenza, ciò che rende unico il ciclo attuale è il predominio degli investimenti passivi.
Fondi indicizzati ed ETF ora indirizzano migliaia di miliardi di dollari nelle aziende più grandi semplicemente per il loro peso nei benchmark, non per la forza dei fondamentali.
Questo crea un circolo vizioso: i leader nel settore dell'intelligenza artificiale ricevono flussi di ingresso sproporzionati, i quali aumentano la loro capitalizzazione di mercato, che a sua volta attrae ancora più capitale passivo. Il risultato è un rischio di concentrazione e un rafforzamento automatico delle stesse valutazioni già tese dall'ottimismo.
Questa rigidità diventa pericolosa al contrario.
Quando il sentiment cambia, i riscatti dai veicoli passivi innescano vendite indiscriminate su interi indici. Le aziende più grandi, che hanno beneficiato maggiormente dei flussi passivi, possono diventare motori di volatilità nelle fasi di ribasso.
I meccanismi degli investimenti passivi, assenti nelle bolle precedenti, possono accelerare e sincronizzare le vendite future in modi che la storia non ha ancora testato.
Perché queste dinamiche preannunciano crolli
Il modello ricorrente è chiaro.
Valutazioni elevate creano fragilità, un credito abbondante amplifica il rischio, le narrazioni sospendono l'incredulità, contabilità discutibile alimenta illusioni di redditività, i flussi passivi rafforzano la concentrazione.
E finché prevale l'ottimismo, queste condizioni persistono.
Ma quando la liquidità si restringe, i tassi di interesse salgono, o emerge uno scandalo di alto profilo, il cambiamento di sentiment è improvviso e implacabile. La fiducia si erode non solo in una singola azienda, ma in un intero settore, diffondendo il contagio tra i mercati.
La storia dimostra che lo smantellamento di queste illusioni non è mai graduale.
Il crollo di Enron gettò diffidenza nel settore energetico, i fallimenti delle dot-com screditarono la tecnologia in senso più ampio, lo scoppio della bolla immobiliare scosse la fiducia nell'intero sistema finanziario. L'intelligenza artificiale, ora integrata al centro degli indici di mercato, potrebbe innescare un simile shock sistemico se rivelazioni contabili, variazioni di liquidità, o azzeramenti delle valutazioni dovessero convergere.
Implicazioni per investitori e autorità di regolamentazione
Per gli investitori, la lezione è la vigilanza.
I numeri riportati devono essere analizzati, con particolare attenzione ai flussi di cassa, all'integrità del bilancio e all'affidamento a rettifiche contabili non-GAAP. Le narrazioni dovrebbero essere soppesate rispetto ai fondamentali e i flussi passivi dovrebbero essere riconosciuti sia come fonte di stabilità nelle fasi di espansione che di fragilità nelle fasi di contrazione.
Per le autorità di regolamentazione, la sfida è far rispettare la disciplina contabile prima che i mercati la impongano.
La trasparenza nella rendicontazione e il controllo delle pratiche aggressive sono essenziali per preservare la fiducia.
Riepilogo
Il boom nel settore dell'intelligenza artificiale non è un caso unico nella sua psicologia.
Segue il percorso ben collaudato delle manie speculative: valutazioni oltre ogni ragionevolezza, credito che scorre liberamente, narrazioni di crescita illimitata e pratiche contabili che offuscano la realtà.
La novità è la struttura dei mercati odierni, dove gli investimenti passivi amplificano la concentrazione e accelerano le inversioni di tendenza. Insieme, queste forze preparano il terreno per una fragilità su una scala non ancora testata. La storia ci suggerisce che ignorare questi segnali non farà scomparire il potenziale botto successivo.
Il crollo, quando arriverà, seguirà la consueta anatomia.
Solo che questa volta c'è un nuovo accelerante incorporato nel sistema stesso.
Perché è importante ORA
Lo slancio è andato perso
Lo slancio nei principali indici e nei principali titoli tecnologici ha iniziato a cedere, nonostante i prezzi appaiano resilienti. Questa perdita di forza interna sia nei benchmark che nelle loro componenti principali è un segnale precoce che le basi del rally si stanno indebolendo.
Questo è importante perché il rally azionario dell'ultimo anno si è basato su una leadership sempre più ristretta.
Il Dow Jones, l'indice S&P 500 e il Nasdaq si trovano tutti vicino ai massimi del ciclo in termini di prezzo, ma sotto la superficie la situazione è meno rassicurante. Gli indicatori di forza relativa (RSI) per ciascun indice hanno raggiunto il picco più di un mese fa e sono poi tornati indietro, mentre lo slancio stocastico ha già iniziato a segnalare un esaurimento.
Questa divergenza, con il momentum che si indebolisce mentre i prezzi si muovono lentamente verso l'alto, è uno dei classici indicatori di un mercato in difficoltà.
La fragilità degli indici è ulteriormente aggravata dal visibile deterioramento delle principali componenti del mercato, i cosiddetti “Magnificent Seven”.
Nvidia (NVDA) ha già ceduto i massimi, con l'RSI che precipita in territorio di ipervenduto.
Microsoft (MSFT), un altro pilastro sia dell'indice S&P 500 che del Nasdaq, mostra una decisa perdita di momentum, con il prezzo che scivola sotto la media mobile a 50 giorni e la forza relativa in calo.
Tesla (TSLA) non è riuscita a recuperare i massimi di fine 2024, muovendosi invece lateralmente con momentum in calo. Persino Apple (AAPL), da tempo un barometro del sentiment generale, mostra segni di stanchezza nonostante il recente rimbalzo. L'RSI è elevato ma in calo, il che suggerisce che la forza dei prezzi non è confermata da convinzioni interne.
I semiconduttori, principali beneficiari del boom dell'intelligenza artificiale, mostrano un andamento simile: i prezzi rimangono elevati, ma il momentum si è interrotto.
Nel complesso questi andamenti suggeriscono che gli indici più ampi siano appesi a un filo.
I prezzi rimangono ai massimi o quasi, ma i titoli leader che hanno trainato i guadagni mostrano crepe visibili. Storicamente, quando i generali cadono, l'esercito li segue.
Con gli indici fortemente concentrati su questi pochi titoli, il crollo del momentum nei titoli MAG7 non è solo una curiosità tecnica. È un segnale di allarme di una potenziale debolezza sistemica del mercato.
Strutture passive: amplificatori del rischio
La vulnerabilità è amplificata dall'attuale struttura del mercato. Le strategie passive – fondi indicizzati ed ETF – dominano la proprietà azionaria a un livello senza precedenti nella storia. Per come sono strutturati, questi veicoli allocano il capitale in base alla capitalizzazione di mercato.
Ciò significa che i titoli più grandi, in particolare le MAG7, hanno ricevuto una quota sproporzionata di flussi in entrata durante la fase di rialzo. Nvidia, Microsoft, Apple e Tesla non sono solo singole aziende; sono i pilastri su cui poggiano migliaia di miliardi di risparmi passivi.
Questa struttura funziona in modo riflessivo.
Con l'aumento dei prezzi, i flussi passivi li hanno spinti al rialzo, aumentando ulteriormente le valutazioni e rafforzando il loro predominio nei benchmark.
Ma lo stesso meccanismo funziona al contrario. Quando il momentum si interrompe e gli investitori escono dai veicoli passivi, questi ultimi sono costretti a vendere in proporzione al peso dell'indice. La pressione di vendita su Nvidia o Apple non rimane limitata a quei titoli; si riversa sull'intero indice, trascinando al ribasso ogni fondo e portafoglio legato al benchmark.
Ciò che rende critico il momento attuale è la convergenza di fragilità tecnica e strutturale.
Il momentum negli indici ha già raggiunto il picco, suggerendo un esaurimento interno. Le MAG7 nell'indice stanno capitolando una dopo l'altra, con NVDA e MSFT che mostrano un netto deterioramento del momentum.
L'allocazione passiva implica che la debolezza di questi titoli non sarà isolata, ma si propagherà all'intero sistema. Di fatto, il mercato ha creato un circolo vizioso in cui le vendite generano altre vendite, non perché i fondamentali siano cambiati, ma perché la struttura del mercato ora lo richiede.
Il rischio è che quella che inizia come una correzione tecnica in una manciata di titoli possa trasformarsi in un declino più ampio del mercato. Con valutazioni elevate, liquidità in calo e resoconti contabili discutibili già sotto esame, i flussi passivi che un tempo stabilizzavano i mercati ora minacciano di accelerare la volatilità.
Questo ci fa riflettere ulteriormente quando analizziamo le valutazioni attuali nel contesto storico più ampio.
Per non parlare del posizionamento. Dopotutto, se le strategie che seguono il trend sono all-in, cosa ci dice questo di quelle che invece si limitano a seguire ciecamente suddette strategie?
Per gli investitori l'implicazione è chiara: l'apparente stabilità del mercato è più fragile di quanto sembri e il crollo dei titoli leader potrebbe essere il catalizzatore che trasforma la forza passiva in una vulnerabilità sistemica.
Riepilogo
Nessuna di queste analisi garantisce che un crollo sia imminente. I mercati possono rimanere sotto pressione più a lungo di quanto suggerisca la logica, e i periodi di divergenza tra prezzo e momentum possono durare settimane.
Ciò che i dati dimostrano è che il tavolo è perfettamente pronto per tutto questo.
E stiamo entrando in una stagione in cui i mercati tendono a diventare più instabili e il contesto di quest'anno include una serie di potenziali catalizzatori in vista: dati sull'inflazione che potrebbero sorprendere, riunioni delle banche centrali che potrebbero acuire le divisioni politiche e tensioni geopolitiche che possono verificarsi senza preavviso.
Politiche monetarie divergenti nelle principali economie aggiungono un ulteriore livello di incertezza. O forse non c'è affatto bisogno di uno shock esterno. A volte i mercati inciampano semplicemente perché non si presentano nuovi acquirenti.
Nel frattempo l'indice di volatilità si attesta a livelli insolitamente bassi, segno che gli investitori sono diventati compiacenti. Una bassa volatilità significa anche che il costo delle assicurazioni è basso.
In un contesto in cui la leadership vacilla, le dinamiche interne si stanno indebolendo e i potenziali catalizzatori incombono, la possibilità di assicurarsi una protezione a prezzi convenienti è un'opportunità che pochi cicli hanno offerto.
L'attuale situazione suggerisce che è improbabile che queste coperture rimangano a basso costo a lungo e, quando daranno i loro frutti, potrebbero farlo in modo spettacolare.
In ogni caso, le lezioni del passato sono molto chiare e in questo momento stanno urlando.
Ricordate, il momento migliore per prepararsi è prima della pioggia. Prima della pioggia…
Conclusione
Il boom alimentato dall'intelligenza artificiale dimostra perché le lezioni della storia finanziaria rimangono indispensabili.
Le forze che alimentano le bolle – ottimismo, credito, liquidità e psicologia – sono senza tempo. Ciò che cambia sono le forme che assumono. Proprio come i tulipani, le ferrovie, le startup dot-com e i mutui subprime un tempo indossavano il mantello del progresso, l'IA ora combina un potenziale trasformativo con straordinari flussi di capitale, fervore speculativo e slancio narrativo.
Il risultato di questo cocktail raramente è la stabilità.
A differenza delle precedenti bolle confinate a un settore, l'intelligenza artificiale promette di trasformare simultaneamente tanti settori: software e cloud computing, produzione e logistica, sanità e finanza. Questa ampia applicabilità attrae sia il capitale istituzionale in cerca di esposizione alla “prossima tecnologia multiuso”, sia gli investitori al dettaglio attratti da storie di adozione esponenziale.
La velocità del progresso tecnologico, abbinata a livelli di investimento senza precedenti, comprime gli orizzonti temporali, aumentando la probabilità che le valutazioni si stacchino rapidamente dalla realtà e si correggano con violenza.
I parallelismi storici sono evidenti.
Alla fine degli anni '90 le reti digitali furono annunciate come una rivoluzione istantanea, giustificando valutazioni estreme per aziende senza profitti. Negli anni 2000 il settore immobiliare era considerato permanentemente sicuro, consentendo un'enorme leva finanziaria nel sistema finanziario. Oggi le aziende basate sull'intelligenza artificiale sono quotate in base a proiezioni di esecuzione impeccabili, scalabilità immediata e rapida redditività. Quando queste ipotesi inevitabilmente vacillano, il divario tra aspettative e realtà può innescare brusche inversioni di tendenza, amplificate dalla leva finanziaria e dal calo dello slancio.
La psicologia amplifica questi rischi. Il comportamento umano – la FOMO, l'istinto di gregge, l'eccessiva sicurezza e la convinzione immutabile che “questa volta è diverso” – rimane più potente che mai. Gli investitori sono portati a inseguire storie di crescita illimitata, anche quando la disciplina avverte del contrario.
Il pericolo non è solo un ottimismo fuori luogo, ma anche l'inganno. La storia dimostra che i periodi di euforia invitano ad abbellimenti contabili, false dichiarazioni e frodi, mentre i team di gestione e i promotori si sforzano di soddisfare aspettative impossibili. L'ambiente motivato dall'hype riguardo l'intelligenza artificiale, con le sue promesse di rivoluzione in ogni settore, è terreno fertile per simili tentazioni.
Eppure, al di là di queste forze familiari, si cela qualcosa di nuovo: il predominio strutturale delle strategie di investimento passive. Nelle prime bolle speculative il capitale veniva allocato in gran parte da investitori attivi che esprimevano giudizi, per quanto consolidati, su valutazione, rischio e potenziale.
Oggi migliaia di miliardi di dollari affluiscono in fondi indicizzati ed ETF che li allocano automaticamente, premiando le dimensioni piuttosto che i fondamentali. Questo circolo vizioso, in cui le aziende più grandi attraggono la maggior parte dei flussi di investimento, semplicemente perché sono grandi, ha concentrato il rischio in una manciata di mega-cap.
Questi flussi passivi creano ora vulnerabilità uniche nelle fasi di recessione.
Quando gli investitori riscattano gli ETF in caso di eventi di stress, le vendite avvengono indiscriminatamente su tutti gli indici, indipendentemente dai fondamentali. Gli stessi colossi che hanno ancorato i portafogli potrebbero diventare acceleranti di volatilità, non a causa della debolezza del business, ma a causa delle loro ponderazioni negli indici. Gli squilibri di liquidità tra gli ETF e gli asset sottostanti aumentano ulteriormente il rischio di vendite forzate, in particolare nei settori meno liquidi. Gli ETF tematici e a leva aggravano la fragilità, amplificando le inversioni di tendenza in aree di nicchia e trasmettendo stress ai mercati.
Questo cambiamento strutturale, assente nelle precedenti manie, potrebbe accelerare la velocità e la sincronizzazione dei crolli futuri. I mercati sono più omogenei, poiché le strategie passive concentrano gli investitori sugli stessi titoli.
In una correzione i flussi provenienti dai veicoli passivi potrebbero creare un nuovo e potente ciclo di feedback, amplificando i fattori ciclici che la storia ha sempre mostrato. L'assetto dei mercati è cambiato e, con esso, il modo in cui le bolle si gonfiano e si sgonfiano.
Nel complesso le lezioni durature della storia e le nuove realtà degli investimenti passivi forniscono un quadro per la sopravvivenza.
Le valutazioni continuano a metterci in guardia quando le aspettative superano gli utili; la leva finanziaria determina ancora la violenza dei ribassi; la liquidità alimenta ancora i cicli e la psicologia distorce ancora il giudizio; le frodi emergono ancora quando l'analisi si affievolisce. Però, ora, l'architettura dei flussi passivi deve essere aggiunta al calcolo. Ignorare questo fattore moderno rischia di far sottovalutare la rapidità con cui le inversioni di tendenza possono intensificarsi.
Per gli investitori il quadro è chiaro: la storia ci prepara a riconoscere segnali familiari come valutazioni elevate, credito abbondante, narrazioni euforiche e frodi striscianti. La moderna struttura del mercato richiede di aggiungere i flussi passivi alla watchlist, monitorare come il capitale entra ed esce dagli indici e comprendere i rischi di concentrazione insiti nei benchmark.
Insieme queste intuizioni consentono un approccio disciplinato: ridimensionare l'esposizione quando l'esuberanza raggiunge il picco, ridurre la leva finanziaria in condizioni di turbolenza, analizzare narrazioni e dati finanziari e prepararsi ad agire quando i crolli creano opportunità generazionali.
I cicli di ottimismo e crollo sono vecchi quanto i mercati. Le tecnologie si evolvono, ma il comportamento umano e le dinamiche finanziarie rimangono costanti.
Ciò che è nuovo è l'infrastruttura attraverso cui si muove il capitale. L'intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi trasformativa, proprio come lo sono state le ferrovie, l'elettricità e Internet. L'investimento passivo può rimanere uno strumento a basso costo per i risparmiatori a lungo termine. Ma entrambi i fenomeni contengono anche i semi dell'instabilità.
Integrando le lezioni senza tempo della storia con la consapevolezza del cambiamento strutturale, gli investitori possono preservare il capitale durante le turbolenze e posizionarsi per cogliere le opportunità che inevitabilmente emergono quando la polvere della battaglia si posa.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
Why We Hate Thomas Hobbes
In this episode of Radio Rothbard, Ryan and Josh Mawhorter talk about how Thomas Hobbes, even nearly 400 years later, remains a popular spokesman for almost limitless state power. In fact, by Hobbes’s logic, the world should by ruled by a single global dictatorship.
The post Why We Hate Thomas Hobbes appeared first on LewRockwell.
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Il calendario delle vaccinazioni finalmente finisce sotto accusa
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-calendario-delle-vaccinazioni)
Ebbene Donald Trump l'ha fatto: ha programmato una conferenza stampa sulla scienza dell'autismo, su ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, e l'ha gestita in modo magistrale. È profondamente consapevole che, come genitore e presidente degli Stati Uniti, può esprimere argomentazioni che invece i suoi consulenti scientifici non possono esternare per ragioni politiche, sociologiche e scientifiche.
Trump, tuttavia, sa che le future mamme e le famiglie devono ancora prendere delle decisioni e queste decisioni potrebbero influire sulla salute e il benessere dei loro figli per il resto della loro vita. Niente è più importante. Nel frattempo l'autismo è un'epidemia e qualcosa sta causando tutto questo.
Non esiste un'epidemia genetica, né è riconducibile a una diversa definizione del termine, altrimenti assisteremmo a una crescente diffusione anche tra gli adulti, cosa che non accade. Il direttore della FDA, Marty Makary, solitamente molto cauto nelle sue dichiarazioni, ha affermato una cosa semplice che nessuno ha mai affermato con altrettanta chiarezza: l'autismo è prevenibile.
Sebbene Robert F. Kennedy Jr., Jay Bhattacharya e Mehmet Oz fossero presenti e intervenuti, è stato Trump ad assumersi coraggiosamente l'onere di dire ciò che un gran numero di genitori e medici sospettano e sanno, ma che fino ad allora l'avevano relegato nel regno del pensiero proibito. Ha individuato due principali colpevoli: il Tylenol per le puerpere e i neonati e il fitto programma di vaccinazioni che colpisce i neonati con un cocktail di dosi i cui effetti combinati non sono mai stati studiati.
Trump è stato estremamente chiaro.
Non assumere Tylenol. Inoltre il calendario delle vaccinazioni dovrebbe essere modificato in modo che ogni iniezione sia un vaccino separato, distribuito su più anni. Inoltre alcune vaccinazioni, come quella contro l'epatite B, dovrebbero essere somministrate solo dopo i 12 anni, semmai dovessero essere effettuate. Questo significherebbe niente più vaccino MPR e tanto meno un vaccino MPRV che aggiunge la varicella al cocktail. Significherebbe una sola iniezione per il morbillo, una per la parotite, una per la rosolia e così via.
Al momento i prodotti non esistono in tale forma. L'intero percorso è stato quello di produrli in grandi quantità e questo è accaduto contemporaneamente a un'esplosione dei casi di autismo. Non è affatto azzardato ipotizzare una correlazione e Trump ha spiegato le storie di tante madri, più della metà di quelle citate, che segnalano cambiamenti comportamentali e cognitivi drammatici e immediati in seguito a un vaccino.
Queste persone sono state manipolate per 40 anni; sono state apostrofate con ogni sorta di epiteti orribili. Gli scienziati che hanno preso a cuore la loro causa sono stati esclusi dal mondo accademico, dalle associazioni professionali, dalle riviste e dichiarati non-persone, ma non hanno mai ceduto. Trump è personalmente d'accordo con loro da 20 anni; lui e Kennedy ne hanno a lungo discusso in privato.
L'intero campo è una mina vagante piena di pericoli, sia culturali che industriali. A un certo punto Trump si è reso conto che se qualcuno avesse potuto sbloccare la situazione su questo argomento, quello sarebbe stato lui. E così lo ha fatto, spingendosi molto più in là di quanto chiunque – e dico chiunque! – si aspettasse.
Ha sottolineato le folli aggiunte al programma delle vaccinazioni sin dal 1980. Da allora sono stati aggiunti i seguenti vaccini: HepB, Hib, PCV, RV, HepA, HPV, MenACWY, MenB e COVID-19. Questo porta le dosi da 12 a 35 e da 7 a 15 malattie. È una sorta di corsa all'oro innescata dallo scudo a livello di responsabilità civile introdotto nel 1986. Nel frattempo Trump ha fatto riferimento a “certi gruppi che non prendono vaccini o pillole e non hanno l'autismo”. Si è poi rivolto a Kennedy il quale ha detto tra i denti che alcuni studi hanno riguardato gli amish. Sì, ha detto Trump, “gli amish fondamentalmente non soffrono di autismo”.
Assistere a tutto questo in tempo reale è stata un'esperienza davvero incredibile. Sono tutti temi discussi in piccoli gruppi e organizzazioni di genitori di bambini autistici; essi hanno combattuto contro i produttori, ma con scarsi risultati a causa di tutte le tutele legali che circondano le aziende farmaceutiche.
Da una prospettiva più ampia, l'idea dei vaccini è presumibilmente quella di renderci più sani. È accaduto il contrario e questo ha sollevato una seria questione sulla complessità del sistema immunitario. Va bene debellare una malattia con un induttore immunitario, lo facciamo da centinaia di anni con gloriosi successi in particolare contro il vaiolo, ma questo successo ha anche dato origine a un'arroganza sconsiderata che ha immaginato che l'intero sistema immunitario potesse essere sostituito da esperimenti di laboratorio per superare in astuzia l'intero regno microbico.
L'industria farmaceutica è diventata così grande e potente da esercitare un enorme potere sul mondo accademico, sull'editoria accademica, sui governi e sui media generalisti attraverso il potere della pubblicità. La portata e l'influenza dell'industria delle vaccinazioni sono diventate così vaste che nel marzo 2020 hanno avuto un peso tale da spingere 195 governi in tutto il mondo a sospendere l'attività economica fino a quando non fosse stato possibile produrre e distribuire un antidoto per il COVID.
Il problema avrebbe dovuto essere ovvio anche per un lettore occasionale della letteratura medica. L'induzione dell'immunità tramite un'iniezione può avere un effetto sterilizzante su patogeni stabili come il vaiolo e il morbillo.
Diverso è il discorso per i virus respiratori, i quali mutano e si adattano in continuazione e possiedono anche un serbatoio zoonotico. Se un mammifero può essere portatore del nuovo ceppo, la vaccinazione sarà come un gioco di “Colpisci la talpa” senza fine. Nel frattempo la vaccinazione stessa può riprogrammare il sistema immunitario per resistere a un ceppo deprecato, esponendolo al contempo a nuove vulnerabilità provenienti da fonti inaspettate.
Tutto questo poteva essere previsto ed era noto. Hanno comunque proceduto. Poi c'è il problema di una nuova tecnologia chiamata mRNA modificata, somministrata tramite nanoparticelle che non controllano né il dosaggio né la distribuzione. Queste iniezioni sono state associate a quello che molti esperti definiscono un numero di lesioni e decessi senza precedenti, eppure le coperture di responsabilità civile hanno impedito qualsiasi contenzioso per il risarcimento dei danni.
Considerando questa situazione, sembra piuttosto ovvio che un momento di verità e responsabilità dovesse arrivare, in un modo o nell'altro. Trump rimane molto orgoglioso dell'Operazione Warp Speed, ma è profondamente incredulo riguardo al resto del programma per l'infanzia. La sua soluzione si articola in quattro punti:
- posticipare l'epatite B al dodicesimo anno;
- vaccinarsi contro una malattia alla volta;
- una dose per visita;
- niente mercurio nelle dosi dei vaccini.
Toby Rogers, il principale studioso di vaccini e autismo, afferma che queste misure porrebbero fine a tale epidemia.
Se avete qualche dubbio sul fatto che abbia ragione a essere scettico nei confronti del programma attuale, vi invito a leggere un nuovo libro dell'avvocato Aaron Siri intitolato, Vaccines, Amen. Di tutti i libri che ho letto sull'argomento, questo è il più avvincente e il più convincente. Documenta deposizioni, dati sulla sicurezza, se e in che misura queste pozioni siano mai state sottoposte a studi clinici controllati con placebo, e la vasta letteratura che è stata soppressa. Il libro vi stupirà, soprattutto per la sua ampia documentazione su come tutte le malattie contro cui ci vacciniamo fossero state ampiamente controllate prima ancora che il prodotto venisse immesso sul mercato.
Vorrei concludere con una nota personale, se mi è consentito: scrivo di pianificazione pandemica da 20 anni e in tutto questo lasso di tempo non sono riuscito a vedere, né tanto meno a comprendere, il ruolo dell'industria farmaceutica come mano nascosta dietro le quinte. Quando sono stati rilasciati i vaccini contro il COVID, non ho mai creduto che avrebbero funzionato nel senso normale del termine, ma non ero consapevole dei pericoli per la salute. Non avevo mai sentito il termine “no-vax” fino al 2021 e di certo non riuscivo ad articolare una giustificazione logica per questa opinione.
Non avrei mai immaginato di assistere e applaudire una conferenza stampa presidenziale che avrebbe sostanzialmente fatto saltare l'intera ortodossia che circondava il programma di studi per l'infanzia. Chiaramente la risposta alla pandemia di cinque anni fa ha aperto nuovi modi di pensare. I media generalisti stanno già urlando come se fosse la fine del mondo. Non lo è; invece è l'inizio della fine dell'indiscusso potere farmaceutico.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Mike Benz — Epstein Origins Finally Solved
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La burocrazia tedesca divora il 3% del PIL
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-burocrazia-tedesca-divora-il-3)
La giungla burocratica in Germania si sta espandendo senza freni. Secondo l'Ufficio federale di statistica tedesco, il numero di oneri per le imprese ha raggiunto quest'anno un nuovo record.
Nella vita privata la burocrazia è onnipresente. Che si tratti di presentare la dichiarazione dei redditi o di gestire le pratiche burocratiche dei proprietari di casa, lo stato arruola regolarmente i propri cittadini per svolgere il proprio lavoro amministrativo. In sostanza il cittadino svolge un lungo anno di servizio sociale nell'amministrazione pubblica, senza alcun compenso, sempre sotto la minaccia incombente di coercizioni giuridiche.
Burocrazia kafkiana
In economia la pubblica amministrazione ha assunto tratti kafkiani. Non è più necessario vagare per infiniti corridoi scarsamente illuminati per sopravvivere a una maratona amministrativa. La burocrazia moderna è ormai digitale, ma mantiene un carattere invasivo, lavorando a stretto contatto con la politica per ritagliarsi continuamente nuove aree di controllo.
I costi di questo sistema possono essere calcolati con una certa precisione in termini di ore che le aziende sono costrette a dedicare per conformarsi.
Secondo dati recenti dell'Ufficio Federale di Statistica, il “contributo” imposto alle aziende da parte dell'amministrazione pubblica tedesca ammonta ora a €64,2 miliardi all'anno. Questa cifra include obblighi di rendicontazione e comunicazione, documentazione e requisiti di conformità, che vanno dai report ambientali e dai fogli presenze dei dipendenti ai protocolli di sicurezza delle macchine e alle dichiarazioni obbligatorie presso le associazioni di categoria. La burocrazia sovraccarica il lavoro effettivo delle aziende in misura palesemente sproporzionata.
Gli statistici di Wiesbaden hanno fornito dettagli specifici: al 30 giugno 2025 le aziende tedesche erano soggette a 12.427 obblighi distinti di rendicontazione e documentazione, a seconda delle dimensioni e del settore. Solo nella prima metà del 2025 sono stati aggiunti altri 37 obblighi; dal 2018 sono state introdotte quasi mille nuove norme.
BSW come iniziatore
Sorprendentemente è stato il Sahra Wagenknecht Alliance (BSW), un partito di chiara impronta socialista, a criticare il sovraccarico di richieste amministrative obbligatorie sulle piccole e medie imprese. Ironicamente è stato proprio lo Stato sociale, questa macchina di redistribuzione fondamentalmente socialista, ad alimentare gran parte dell'espansione della burocrazia.
Imprenditori, liberi professionisti e lavoratori autonomi non hanno praticamente sostenitori politici. Nonostante una prolungata crisi economica e un'evidente ed eccessiva regolamentazione, la Germania rimane intrappolata in una mentalità statalista che alimenta indirettamente la burocrazia. Le imprese sono gravate da una palla la piede, mentre la burocrazia si sostiene espandendo la propria portata e i propri bilanci.
In Germania – e in generale nell'Unione Europea – questa espansione incontra scarsa resistenza politica; al contrario, si è fusa con la politica in un'unica struttura di potere.
Programmi come la “trasformazione verde” generano montagne di requisiti di documentazione, scaricati sulle aziende fino a far scoppiare gli schedari. Rasenta il grottesco che un'ideologia avulsa dalla realtà economica converta quasi il 2% del PIL in oneri burocratici, solo per forzare visioni sociali e politiche nel processo economico.
L'evergreen della “riduzione della burocrazia”
La burocrazia definisce con precisione il rapporto tra stato e cittadino e qui siamo bloccati in un vicolo cieco.
“Riduzione della burocrazia” è uno di quegli slogan politici ricorrenti durante le campagne elettorali per distogliere l'attenzione dal problema centrale. I politici di tutto lo spettro partitico – che da tempo hanno trasformato lo Stato amministrativo in un'estensione del proprio potere – proiettano un'immagine di attivismo e reattività, assicurandosi al contempo che non si verifichi mai una vera riforma.
È assurdo supporre, sullo sfondo di un mercato del lavoro in peggioramento, che i politici taglierebbero il settore pubblico. Oggi 5,5 milioni di persone sono impiegate nella pubblica amministrazione tedesca, 420.000 in più rispetto a prima dei lockdown. La burocrazia funge anche da cuscinetto politico per l'occupazione, isolando da un'imminente crisi occupazionale. Ironicamente questa espansione aggrava proprio la crisi che si cerca di nascondere. Il risultato: l'economia tedesca non registra alcuna crescita della produttività da anni.
Una svolta negli Stati Uniti
Nel frattempo, negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump è riuscito a invertire la rotta. A livello federale sono stati tagliati circa 100.000 posti di lavoro nel settore pubblico, un chiaro successo per una politica basata sulla deregolamentazione e sul libero mercato. Un risultato simile si può osservare in Argentina sotto la presidenza di Javier Milei, il quale ha innescato un boom economico attraverso la deregolamentazione e lo scatenamento delle forze di mercato.
I dati dell'Ufficio federale di statistica riflettono questa tendenza politica, sebbene rilevino solo i costi diretti derivanti dagli adempimenti amministrativi; i cosiddetti costi di opportunità – mancati profitti, investimenti persi e opportunità di mercato perse – rimangono fuori dal bilancio. Lo scorso anno l'istituto tedesco Ifo ha stimato questi costi indiretti in altri €80 miliardi. Con gli oneri amministrativi di base fissati a circa €66 miliardi, vi è consenso sulla loro entità.
Nel complesso la Germania deve affrontare circa €146 miliardi di costi burocratici diretti e indiretti. Di fatto lo stato brucia circa il 3% del PIL, a dimostrazione di una profonda cattiva gestione politica e amministrativa. Soprattutto è Bruxelles che continua a fare pressione sui legislatori nazionali con regimi normativi sempre più rigidi, imponendo ulteriori strati di burocrazia interna.
Debito e ancora debito
I crescenti costi della burocrazia vanno di pari passo con l'aumento del debito nazionale tedesco, che si prevede salirà dal 63% del PIL al 95% nei prossimi anni, sempre che Berlino riesca a collocare programmi di debito così ingenti sui mercati obbligazionari.
L'economia tedesca ha perso il suo vantaggio competitivo internazionale, spinta da un'ideologia politica che si traduce direttamente in costi normativi. A questo dirigismo si aggiunge una crisi energetica autoinflitta che sta paralizzando la base industriale tedesca.
Il declino dell'economia tedesca è l'inevitabile risultato di decenni trascorsi a rilanciare le idee socialiste – in questo caso il controllo eco-dirigista su settori chiave come l'energia e la mobilità. Il fallimento di questo esperimento avrebbe dovuto essere ovvio a chiunque avesse familiarità con la storia dei sistemi centralizzati, eppure, per molti tedeschi, questo fallimento sembra ancora una scoperta del tutto nuova.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
La prigione delle certezze
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prigione-delle-certezze)
Nel saggio, La società degli algoritmi, ho esplorato come l'ordinamento algoritmico e la manipolazione delle informazioni abbiano creato realtà frammentate in cui non condividiamo più una comprensione comune dei fatti. Oggi approfondirò il rovescio della medaglia: perché le nostre menti si aggrappano alle convinzioni nonostante le prove di manipolazione.
Un detto, attribuito a Mark Twain, recita: “È più facile ingannare le persone che convincerle di essere state ingannate”. Vero o no, racchiude in sé una realtà psicologica: una volta che ci siamo affezionati a una convinzione, abbandonarla può sembrare quasi impossibile.
Nei miei lavori precedenti ho esplorato come il nostro panorama informativo sia sistematicamente progettato attraverso la divisione algoritmica (Ingegnerizzare la realtà), le narrazioni istituzionali (Leggere tra le bugie) e il rifiuto sistematico del riconoscimento degli schemi (Non può essere vero). Comprendere questi sistemi esterni è solo la prima metà dell'equazione, l'altra è dentro di noi: i meccanismi psicologici che ci rendono restii a cambiare idea anche di fronte a prove schiaccianti.
Perché sbagliare fa male
Di recente parlavo con un amico di eventi storici che non tornano. Quando gli ho suggerito di prendere in considerazione alcune prove che mettessero in dubbio la narrazione ufficiale sull'11 settembre, si è subito zittito, non perché sia poco intelligente o poco curioso, ma perché “ha perso un amico quel giorno”. Il suo legame emotivo con l'evento ha creato una fortezza psicologica che nessuna prova può penetrare. Allo stesso modo molti di coloro che hanno difeso con zelo le politiche anti-COVID ora riconoscono che “sono stati commessi degli errori”, ma insistono sul fatto che “gli esperti avevano buone intenzioni”. Questa non è una resa dei conti; è una razionalizzazione.
Un articolo dell'Atlantic che ho appena letto, intitolato Perché il giudizio sul COVID è così unilaterale (versione non a pagamento), illustra perfettamente questa resistenza psicologica al cambiamento di convinzioni. Jonathan Chait, l'autore, critica i conservatori, dimostrando al contempo la stessa cecità cognitiva che sto descrivendo: liquidando gli “errori” dei progressisti come semplici errori in buona fede piuttosto che come fallimenti sistematici che hanno devastato vite umane. Da nessuna parte riconosce la censura che ha schiacciato il dissenso.
Questo si collega direttamente a quanto ho scritto sulle realtà parallele. La mia esperienza personale illustra questa divisione: quando mi sono espresso contro gli obblighi di vaccinazione, molti nella mia cerchia personale e professionale non sono riusciti a difendere le proprie posizioni con la scienza o la logica. Invece di impegnarsi hanno smesso di comunicare con me. Ora viviamo in linee temporali separate che ho descritto nel saggio citato all'inizio di questo pezzo. Non sono amareggiato, solo confuso dalla facilità con cui i legami umani si sono fratturati quando le convinzioni sono state messe in discussione. Provo compassione nel cuore, ma non dimenticherò la rapidità con cui le persone hanno rivelato le loro vere priorità quando il conformismo sociale è entrato in conflitto con l'indagine aperta.
Queste reazioni rivelano qualcosa di profondo sulla psicologia umana: ammettere di essere stati manipolati non è semplicemente una questione di elaborazione di nuove informazioni. Richiede di affrontare la possibilità che la nostra comprensione della realtà – e forse la nostra stessa identità – sia stata costruita sulla falsità.
Il costo dell'ammissione
Si pensi ai vaccini a mRNA. Per i genitori che si sono precipitati a far vaccinare i propri figli, o per i medici che li hanno promossi con entusiasmo ai pazienti, riconoscere i potenziali danni non significa semplicemente aggiornare la propria valutazione del rischio; significherebbe affrontare l'insopportabile possibilità di aver danneggiato le persone che più amavano.
Gli operatori sanitari hanno avuto la priorità nella vaccinazione, coinvolgendoli fin da subito nella narrazione. Una volta somministrata l'iniezione e imposto il vaccino ai pazienti, la vostra identità – giudizio professionale, etica, immagine di voi stessi come medico – dipende dalla sua certezza. Il costo dell'ammissione di un errore diventa psicologicamente proibitivo.
Il costo diventa di gran lunga personale. Diversi amici ora portano i loro figli dai cardiologi per problemi sviluppati dopo la vaccinazione. Solo uno ha confidato in privato di credere che quelle iniezioni abbiano causato la condizione di suo figlio. Per gli altri, riconoscere questa possibilità significherebbe affrontare un senso di colpa insopportabile: quello di aver potuto danneggiare il proprio figlio seguendo quello che ritenevano essere un consiglio medico presumibilmente responsabile.
Questo spiega perché alcuni dei più convinti sostenitori di questi interventi siano spesso gli operatori sanitari che li hanno somministrati. Come hanno dimostrato lo psicologo Leon Festinger e i suoi colleghi nel loro studio del 1957, When Prophecy Fails, quando le prove contraddicono una convinzione fondamentale, molte persone non abbandonano la convinzione, ma la rafforzano, ignorando le prove.
La trappola dell'identità
Gli stessi meccanismi psicologici operano nel dibattito sui giovani transgender. I genitori che hanno supportato la transizione medica dei propri figli si trovano ad affrontare un ostacolo psicologico insormontabile al riconsiderare la propria decisione, indipendentemente dalle prove emergenti sui rischi o sui tassi di rimpianto.
Osservando gli amici che affrontano questo terreno con i propri figli, sono colpito dai parallelismi con altre forme di radicamento delle proprie convinzioni. I genitori che hanno dato il via libera alla transizione dei propri figli si trovano nella stessa trappola: riconsiderare il percorso rischia di comportare l'ammissione di una potenziale catastrofe.
Più pubblico è il loro sostegno, più alta è la posta in gioco. Una volta che avete annunciato con orgoglio la transizione di vostro figlio sui social, testimoniato davanti ai consigli scolastici sull'importanza dell'assistenza che conferma il genere, o siete stati celebrati come un “genitore modello”, la trappola dell'identità si chiude. Cambiare idea non significa semplicemente adattarsi a nuove informazioni: è una forma di suicidio sociale e psicologico.
L'aspetto del contagio sociale è impressionante. Un'amica mi ha di recente raccontato che nella classe di terza media di sua figlia, in un'esclusiva scuola privata di New York, quasi il 50% delle ragazze si identifica ora in qualcosa di diverso dal genere femminile. Ai miei tempi molte di quelle ragazze si sarebbero semplicemente laccate le unghie di nero e avrebbero detto di essere goth.
Prendendo le distanze dalla narrazione attuale, credo che ciò a cui stiamo assistendo sia una moda passeggera piuttosto che una rivelazione sulla natura umana, rimasta in qualche modo nascosta nel corso della storia fino ad oggi. Questa prospettiva non nega l'esperienza di nessuno, ma la colloca semplicemente nel contesto di come gli adolescenti hanno sempre navigato nelle acque turbolente della scoperta di sé.
Ciò che mi spezza il cuore è vedere questi ragazzi affrontare l'adolescenza, già di per sé difficile, con autentico dolore e confusione. Le loro difficoltà meritano di essere prese sul serio, ma temo che, invece di aiutarli a esplorare l'identità in modi che preservino le opzioni future, ci siamo affrettati a medicalizzare quelle che potrebbero essere fasi di sviluppo normali, spesso portando a interventi irreversibili prima che abbiano pienamente sviluppato il loro senso di sé.
Naturalmente la disforia di genere esiste, e chi ne soffre merita non solo compassione e dignità, ma anche il nostro incrollabile sostegno. La mia preoccupazione non riguarda l'affermazione delle identità, ma la tempistica e la permanenza delle decisioni mediche. Non permettiamo ai ragazzini di farsi tatuaggi, di arruolarsi nell'esercito, o di fare altre scelte che cambiano la vita proprio perché comprendiamo la psicologia dello sviluppo. Eppure, in questo ambito, la cautela ponderata viene etichettata come odio, rendendo quasi impossibili conversazioni significative.
Quando l'autorità acceca
Oltre all'identità, c'è anche la nostra fiducia nell'autorità: si pensi agli esperimenti di Milgram a Yale negli anni '60, i quali rivelarono la preoccupante tendenza dell'umanità a obbedire all'autorità anche quando ciò viola la nostra bussola morale. I partecipanti a quegli esperimenti continuarono a somministrare quelle che ritenevano essere dolorose scosse elettriche perché un tizio in camice da laboratorio li aveva rassicurati che era necessario.
Il nostro parallelo moderno è sorprendente: professionisti istruiti hanno sospeso il loro giudizio e le loro preoccupazioni etiche perché i funzionari della sanità pubblica in posizioni di autorità li hanno rassicurati sulla necessità di misure senza precedenti. Quando gli esperti hanno raccomandato politiche senza precedenti storici, o prove a supporto, molte persone istruite hanno aderito istintivamente, non per attenta valutazione, ma per rispetto verso l'autorità.
“Fidatevi della Scienza™” è diventato l'equivalente moderno de “L'esperimento deve continuare” di Milgram: una frase che mette fine al pensiero, concepita per annullare il giudizio individuale. Questa deferenza non era un segno di comprensione scientifica, ma il suo opposto: la sostituzione dell'autorità alle prove.
Lo scudo dello status
Nel saggio, L'illusione degli esperti, ho esplorato come la nostra classe di professionisti spesso confonda le credenziali con la saggezza. Questa dinamica crea un altro ostacolo al cambiamento delle convinzioni: la protezione dello status.
Per molti professionisti istruiti, il loro status sociale dipende dall'essere percepiti come informati e razionali. Ammettere di essersi sbagliati su questioni importanti minaccia non solo le loro convinzioni, ma anche il loro status. Se avete costruito la vostra identità basandovi sulle “prove”, o sul “seguire la scienza”, riconoscere di essere stati fuorviati mette in discussione il vostro concetto di voi stessi.
Questo spiega la veemenza con cui molti hanno difeso le politiche relative al COVID sempre più incoerenti. Il loro forte attaccamento non era alle politiche in sé, ma alla loro immagine di seguaci razionali di una guida esperta. Cambiare posizione non è stato semplicemente un aggiornamento dei fatti: ha significato perdere la faccia.
Come il nostro cervello combatte la verità
La ricerca in neuroscienze cognitive suggerisce un'intuizione intrigante: il nostro cervello elabora le sfide riguardo le nostre convinzioni fondamentali in modo simile a come elabora le minacce. Quando ci vengono presentate prove che contraddicono opinioni profondamente radicate, le persone spesso sperimentano una risposta fisiologica allo stress, non solo un disaccordo intellettuale. I nostri circuiti neurali sono progettati per proteggere la nostra visione del mondo con la stessa vigilanza della nostra sicurezza fisica.
Questo spiega perché presentare i fatti raramente cambia l'opinione pubblica su questioni cariche di emotività. Quando qualcuno risponde a prove contrarie con rabbia o rifiuto, non è testardo, ma sta vivendo una risposta neurologica di minaccia.
Il nostro cervello si è evoluto per dare priorità all'accettazione sociale rispetto alla verità oggettiva – un vantaggio per la sopravvivenza in contesti tribali, dove il rifiuto poteva significare la morte. Questo crea una vulnerabilità critica: siamo programmati per conformarci alle credenze del nostro gruppo sociale anche quando le prove suggeriscono che sono sbagliate.
Come possiamo quindi superare questo problema primordiale di cablaggio?
Spezzare l'incantesimo
Se la psicologia umana crea una resistenza così forte al cambiamento delle convinzioni, come possiamo sperare di superarle? Il primo passo è la compassione: capire che questi meccanismi non sono segno di stupidità, ma di umanità.
Quando qualcuno si rifiuta di riconoscere anche prove schiaccianti che contraddicono le sue convinzioni, non è necessariamente disonesto o irrazionale. Si sta proteggendo da un danno psicologico che sembra reale quanto un pericolo fisico.
Per superare queste barriere è necessario:
Creare spazi sicuri per il dubbio: le persone hanno bisogno di ambienti in cui mettere in discussione non significhi un rifiuto immediato. Quanto più è socialmente costoso esprimere dubbi, tanto più le convinzioni diventano radicate.
Preservare la dignità: il cambiamento diventa possibile quando le persone riescono a salvare la faccia. Ciò significa concentrarsi sui sistemi piuttosto che sui fallimenti personali, consentendo alle persone di aggiornare le proprie convinzioni senza sentirsi stupide.
Costruire fiducia attraverso valori condivisi: prima di mettere in discussione le convinzioni di qualcuno, stabilite un terreno comune. Le persone sono più ricettive alle verità difficili provenienti da coloro che percepiscono che possano condividere i loro valori fondamentali.
Pazienza nel processo: il cambiamento di convinzione avviene in genere gradualmente, non con conversioni drastiche. Una persona potrebbe porsi domande in privato molto prima di cambiare posizione pubblicamente.
Iniziare con domande, non con affermazioni: il metodo socratico rimane il più efficace. Le domande che stimolano la riflessione spesso hanno successo laddove le sfide dirette falliscono.
Cosa c'è in gioco
Non si tratta solo di vincere le discussioni politiche o di avere ragione. I meccanismi psicologici che ci impediscono di aggiornare le false credenze creano vulnerabilità che si estendono a ogni aspetto della società.
Una popolazione incapace di riconoscere la manipolazione diventa sempre più suscettibile. Quando non riusciamo ad ammettere di aver sbagliato sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq, siamo vulnerabili alla prossima narrazione sulla guerra. Quando non riusciamo a riconsiderare i danni del lockdown, siamo pronti per la prossima risposta alle emergenze. Quando non riusciamo a mettere in discussione l'influenza dell'industria farmaceutica, siamo indifesi contro il prossimo intervento a loro vantaggio.
Come ho esplorato nel saggio, Gesti vuoti, questa resistenza psicologica è all'origine di alcuni dei nostri momenti più bui, periodi in cui persone altrimenti buone partecipano alla persecuzione, perché riconoscere la verità significherebbe confrontarsi con la propria complicità.
La mente compartimentata
L'ostacolo più profondo al cambiamento delle convinzioni potrebbe essere quello che ho descritto come la frammentazione della mente, ovvero la nostra capacità di compartimentare le informazioni in modo così efficace che le contraddizioni possono coesistere senza creare la dissonanza che potrebbe indurre a riconsiderare le cose.
La vera crescita richiede quella che ho definito “mente integra”: la capacità di gestire la complessità senza rifugiarsi in narrazioni semplicistiche, di riconoscere schemi senza soccombere alla paranoia, di mantenere i principi senza demonizzare chi non è d'accordo.
Questa integrità non è solo intellettuale, ma anche emotiva: imparare a tollerare il disagio dell'incertezza e il dolore di ammettere un errore. È una forma di maturità psicologica che il nostro attuale contesto informativo scoraggia attivamente.
Il coraggio di riconsiderare le cose
La questione non è se voi o io siamo stati manipolati: lo siamo stati tutti, in vari modi. Ho sicuramente creduto a narrazioni che poi si sono rivelate false e ho dovuto affrontare lo scomodo processo di riconsiderare posizioni profondamente radicate. La differenza non sta nella nostra immunità all'inganno, ma nella nostra volontà di riconoscerlo quando emergono le prove. Un segno di vera intelligenza non sono le credenziali che si possiedono, o la conoscenza che si possiede, ma la volontà di riconsiderare i propri punti di vista quando nuove informazioni vengono alla luce.
Coloro che sembrano più restii a cambiare idea sono spesso quelli che hanno investito di più nello status quo, sia a livello professionale, sociale, o psicologico. La loro resistenza non è prova di un'intelligenza inferiore, ma di un più profondo investimento nei sistemi che hanno plasmato il loro successo.
Nel frattempo coloro che hanno meno da perdere dal cambiamento del sistema – la classe operaia, gli emarginati, coloro che hanno assistito in prima persona al fallimento del sistema – spesso mostrano uno scetticismo più radicato nei confronti delle narrazioni istituzionali.
Comprendere queste barriere psicologiche non significa abbandonare la ricerca della verità; significa piuttosto avvicinarsi ad essa con maggiore compassione, riconoscendo che dietro ogni strenua difesa di una falsa narrazione si cela una paura profondamente umana di ciò che potrebbe costare cambiare idea.
Siamo stati tutti manipolati: è universale. La differenza sta nel saperci fare i conti. Una società che non ci riesce diventa sempre più vulnerabile. La verità richiede non solo sistemi migliori, ma anche consapevolezza di sé, rendendo la riconsiderazione delle cose un atto di coraggio, non di sconfitta.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
Cosa succederebbe se il prezzo di Bitcoin salisse all'infinito?
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/cosa-succederebbe-se-il-prezzo-di)
C'è chi ce l'ha con Bitcoin.
Non hanno affatto apprezzato questa nuova moneta quando ne hanno sentito parlare per la prima volta. Più la studiano, meno apprezzano il modo in cui sta sfidando i monopoli della moneta fiat e, paradossalmente, ciò peggiora la loro prospettiva. E se siete un economista affermato presso una banca centrale, il vostro evidente conflitto di interessi offusca ancora di più il vostro giudizio.
Nel novembre 2022 Ulrich Bindseil e Jürgen Schaaf della Banca Centrale Europea si sono affrettati a gioire per il calo di Bitcoin. Dal suo massimo storico dell'anno precedente, Bitcoin ha subito quello che ha subito ogni altra classe di asset a causa dell'inasprimento delle condizioni monetarie. Se si aggiungono le esplosioni settoriali degli exchange e degli hedge fund legati alle crittovalute (FTX, Celsius, Three Arrows Capital ecc.), Bitcoin perse il 75% del suo valore rispetto al suo massimo in dollari. Bindseil e Schaaf dichiararono con sicurezza che quella era la fine di Bitcoin, la sua “ultima resistenza”. Era sempre stata una bolla e ora era scoppiata.
Due anni dopo, sono tornati, non con delle scuse, dato che Bitcoin ha raggiunto nuovi massimi storici e ha superato i prezzi pre-FTX, ma con un documento che indaga Le conseguenze distributive di Bitcoin.
Negli ultimi giorni l'articolo ha ricevuto molte critiche immeritate, soprattutto, credo, da parte di persone che hanno letto il titolo, letto velocemente l'abstract e, secondo il datore di lavoro di questi autori (la BCE), hanno concluso che doveva essere spazzatura.
Può anche essere spazzatura, ma non per le ragioni ipotizzate dai commentatori online.
5/ In all the years I've been monitoring the bitcoin space, this is by far the most aggressive paper to come from authorities. The gloves are off. It's clear that these central bank economists now see bitcoin as an existential threat, to be attacked with any means possible.
— Tuur Demeester (@TuurDemeester) October 19, 2024
Buttate le prime due sezioni fuori dalla finestra
Gli autori tentano – in modo orribile e senza successo – di descrivere cosa sia e cosa faccia Bitcoin. Giocano con i primi scritti di Satoshi Nakamoto e ridefiniscono i termini per discutere della mediazione nelle transazioni PayPal (?!). Citano importanti sostenitori di Bitcoin e cercano di collegarli alle campagne elettorali americane. Il saggio è pieno di errori e puzza di qualcuno che non ha mai effettuato una transazione Bitcoin.
Con aria seria, questi altrimenti stimati studiosi della moneta affermano: “Anche 16 anni dopo la sua nascita, i veri pagamenti in Bitcoin, ovvero ‘on chain’, sono ancora macchinosi, lenti e costosi”.
Una rapida occhiata a mempool.space mentre scrivo (5 sat/vbyte, ovvero circa $0,30 per una transazione standard) – o in qualsiasi momento negli ultimi mesi – avrebbe dissipato questa idea (per non parlare della rete Lightning che consente comodi pagamenti al dettaglio). Nessuno di questi metodi di trasferimento di valore può essere considerato “lento” o “macchinoso” rispetto al vecchio mosaico di pagamenti fiat: $5-25 per i pagamenti Automated Clearing House? Commissioni di bonifico internazionale? Avete provato a inviare denaro dalla banca durante il fine settimana?
Di cosa parla realmente il documento
Bindseil e Schaaf hanno scritto un'ottima panoramica dello stato della letteratura economica sulle bolle speculative. Ci viene anche offerto un interessante riassunto di due pagine del dibattito “lean” contro “clean” nella politica macroprudenziale.
Ma non è questo il punto. Quello che offrono è un modello semplice e facilmente comprensibile di ciò che accade alla distribuzione dei beni reali quando un asset si apprezza in modo indefinito.
Iniziano col presupporre che Bitcoin sia un asset in continua crescita senza apportare miglioramenti produttivi alla società, ovvero che la sua esistenza e il suo utilizzo non arricchiscano l'economia. In base a questa ipotesi – che ritengono “ragionevole”, a quanto pare insieme alla “maggior parte degli economisti” – un mondo basato su Bitcoin non migliora la situazione economica.
Diversamente dai lettori più attenti che non si erano lasciati scoraggiare dalle obiezioni errate nella prima metà dell'articolo, la maggior parte aveva ormai già smesso di leggere. Dopo anni di cattiva gestione monetaria da parte delle banche centrali, eccessi fiscali, tentativi di censura/de-banking e stampa di moneta che hanno portato l'“inflazione” in cima alle preoccupazioni dei consumatori, liquidare un sistema di politica monetaria non discrezionale e di moneta a offerta fissa e non censurabile come privo di qualsiasi scopo produttivo è un elaborato esercizio di giustificazione del ridicolo.
E basare l'intera tesi su questo presupposto, fa diventare banale anche la conclusione:
• Se il valore (reale) di un asset aumenta in modo permanente;
• se tale asset non migliora in qualche modo il funzionamento produttivo dell'economia;
• se l’autorità monetaria si oppone al vento per mitigare il consumo aggiuntivo alimentato dall’effetto ricchezza mediante il restringimento delle condizioni monetarie (“crowding in”).
La conclusione è chiara: la società ridistribuisce beni e servizi reali dai ritardatari e dai non possessori a coloro che hanno acquisito il bene per primi. Alcune persone vivono una vita agiata a spese di tutti gli altri.
Non abbiamo bisogno di modelli, affiliazioni alla BCE e nemmeno di un diploma di scuola superiore per capirlo. Se queste condizioni valgono per Bitcoin, allora l'apprezzamento del suo tasso di cambio equivale solo a una ridistribuzione della ricchezza.
Naturalmente questa ipotesi non regge: Bitcoin ha sicuramente un impatto positivo e concreto sulla produttività, ovunque, dalla sovranità del consumatore alla gestione della rete elettrica, dall'eliminazione degli addebiti all'eliminazione delle commissioni sulle carte di credito e dei trasferimenti bancari internazionali. Una moneta unificata a livello globale e istantaneamente liquidata che scavalca il mercato più antico del mondo, limita gli eccessi fiscali ed elimina praticamente la cattiva gestione monetaria.
Anche se chiudessi gli occhi, non riuscirei a vedere come tutto ciò non possa avere un impatto produttivo positivo sull'economia mondiale.
Inoltre la logica di questo modello giocattolo è un po' sospetta: come potrebbe, ad esempio, un asset aumentare di valore per sempre senza miglioramenti produttivi nel nostro modo di fare le cose? I ritardatari e i non detentori trasferiscono valore economico acquistando volontariamente l'asset o ricevendolo in pagamento, quindi epistemologicamente devono vedervi una qualche virtù – come minimo servizi monetari.
Cosa questo abbia a che fare specificamente con Bitcoin è un mistero. Gli autori hanno violato esplicitamente quella che ho definito la regola n°4 su come non attaccare Bitcoin (“assicuratevi che la proprietà di Bitcoin che state attaccando non sia peggiore nel sistema attuale”). Se un banchiere centrale ritiene che Bitcoin sia dannoso perché il suo apprezzamento viene ridistribuito da chi non lo possiede ancora a chi lo possiede – senza in qualche modo arricchire produttivamente il resto di noi – il sistema monetario fiat lo fa già su una base di mille miliardi di dollari.
Esempio: i mercati immobiliari disfunzionali nella maggior parte dei Paesi occidentali. Una combinazione di tendenze sociali, stampa di moneta, trattamento fiscale dei debiti e calo dei tassi di interesse sui mutui ha trasformato gli immobili in conti di risparmio della maggior parte delle famiglie. Eppure, per citare una frase di Bindseil e Schaaf su Bitcoin, il mercato immobiliare non “aumenta il potenziale produttivo dell'economia; le conseguenze del continuo aumento di valore sono essenzialmente ridistributive”.
Chi ha ottenuto prestiti a basso costo per accedere in anticipo al mercato immobiliare in continua espansione ha ricevuto un beneficio patrimoniale pagato da chi è arrivato dopo. Nella misura in cui regimi monetari infinitamente elastici e una popolazione mondiale in crescita possono mantenere in vita e in espansione questo premio monetario, ci troviamo ora nella stessa situazione da cui gli autori avevano temerariamente messo in guardia, con la loro ipotetica versione di uno standard Bitcoin.
Se, come sembrano insinuare gli autori, un Bitcoin dal valore reale in costante aumento è moralmente ingiusta – “problematica da una prospettiva sociale” – dovrebbero basarsi su argomentazioni morali anziché economiche. Anche partendo da presupposti inadeguati sul ruolo di Bitcoin nel sistema finanziario attuale e futuro, è difficile capire dove stia il “problema”.
Ciò che Bindseil e Schaaf non includono nella loro analisi è che lo status quo non è neutrale in termini di valore né, per quanto si possa immaginare, ideale. È un peccato che trascurino il caso più interessante (accurato, reale?) in cui Bitcoin ha implicazioni produttive per l'economia.
Capisco che sarebbe difficile per due ricercatori di una banca centrale, comprati e pagati dalla stampante monetaria, guardare oltre la magnificenza di quella creazione orribile.
Se qualcosa aumenta di valore senza migliorare la situazione di tutti noi, la società “cede” beni e servizi reali ai loro proprietari. Questo è banale. Ma se il bene migliora effettivamente il funzionamento delle nostre economie, i primi a beneficiarne sono coloro che c'hanno creduto per primi qualunque sia l'oggetto d'investimento in discussione.
Questa è una buona cosa e, in un certo senso, è così che dovrebbero funzionare le economie di mercato (finanziarie).
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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The Brown University Fundraising/Hedge Fund Racket
Despite sitting on an $8 billion endowment, Brown University apparently can’t afford even one security camera in or outside the engineering school building where two students studying for a final exam were murdered and nine others shot last week.
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Tucker Carlson Claims Trump Will Declare A New War Against Venezuela In His Address This Evening
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Come l'UE paga i media generalisti per promuovere le sue narrazioni
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-lue-paga-i-media-generalisti)
La leadership non eletta dell'Unione Europea (UE), palesemente corrotta, sta ora pagando i media generalisti per promuovere i programmi delle sue “élite”. Secondo una relazione recente intitolata, Brusells' media machine: European media funding and the shaping of public discourse, di Thomas Fazi e pubblicata sul think tank europeo MCC Brussels, l'UE ha speso fino a €1 miliardo solo nell'ultimo decennio in questo processo.
Presentando i progetti come “lotta alla disinformazione” e “promozione dell'integrazione europea”, l'UE ha stanziato denaro dei contribuenti, stimato in modo prudente a €80 milioni all'anno, per “progetti mediatici”, senza includere i finanziamenti indiretti, come i contratti pubblicitari.
La relazione dimostra inoltre che l'UE gestisce un “complesso mediatico europeo” altamente sofisticato, attraverso il quale riesce a plasmare le narrazioni mediatiche su sé stessa e sui suoi programmi.
Secondo la relazione di Fazi:
La Commissione europea, solo attraverso il suo programma “Partnerariati giornalistici”, con un bilancio cumulativo che ad oggi si avvicina ai €50 milioni, supervisiona un vasto ecosistema di collaborazioni mediatiche nell'UE. Nel corso degli anni queste hanno incluso centinaia di progetti, che spaziano da campagne promozionali pro-UE a discutibili iniziative di “giornalismo investigativo” e ampi sforzi di “anti-fake news”. E questo si aggiunge alle campagne pubbliredazionali finanziate attraverso il programma “Misure di informazione per la politica di coesione dell'UE”, per un totale di €40 milioni finora [...].
Ancora più preoccupante è il ruolo centrale svolto dalle principali emittenti pubbliche europee in questo processo. Questi progetti dimostrano che non si tratta di collaborazioni isolate, ma piuttosto di un rapporto semi-strutturale in evoluzione tra le istituzioni dell'UE e le reti di media pubblici.
A quanto pare la Commissione europea ha letteralmente pagato quasi tutto e tutti nel mondo dei media, il che significa che tutti, dalle agenzie di stampa ai media generalisti, dalle emittenti pubbliche alle altre organizzazioni mediatiche, sono nelle mani della Commissione europea, in misura maggiore o minore.
Alcuni esempi.
Tra le agenzie di stampa, da cui dipendono praticamente tutti i mezzi di informazione per i loro servizi, la Commissione europea ha investito denaro in:
L'Agence France-Presse ha ricevuto €7 milioni dall'UE, l'ANSA (Italia) €5,6 milioni, la Deutsche Presse-Agentur (Germania) €3,2 milioni, l'Agencia EFE (Spagna) €2 milioni, l'Associated Press (AP) €1 milione, l'agenzia di stampa Lusa (Portogallo) €200.000, l'agenzia di stampa polacca €500.000 e l'agenzia di stampa di Atene €600.000.Anche una selezione di organi di informazione è stata pagata dalla Commissione europea:
Euronews (paneuropeo) €230 milioni, ARTE (Francia) €26 milioni, Euractiv (paneuropeo) €6 milioni, Gazeta Wyborcza (Polonia) €105.000, 444.hu (Ungheria) €1,1 milioni, France TV (Francia) €400.000, GEDI Gruppo Editoriale (Italia) €190.000, ZDF (Germania) €500.000 e Bayerischer Rundfunk (Germania) €600.000.Le emittenti pubbliche hanno ricevuto quanto segue:
Deutsche Welle (Germania) €35 milioni, France Médias Monde €16,5 milioni, France Télévisions €1 milione, RAI Radiotelevisione italiana (Italia) €2 milioni, RTBF (Belgio) €675.000, RTP (Portogallo) €1,5 milioni, Radiodiffusione pubblica estone ERR €1 milione, RTVE (Spagna) €770.000 e TV2 (Danimarca) €900.000.
Organizzazioni mediatiche come Reporters Without Borders (Francia) e Journalismfund Europe (Belgio) hanno ricevuto rispettivamente €5,7 milioni e €2,6 milioni. Un'organizzazione olandese che si definisce indipendente, Bellingcat, ha ricevuto €440.000.
Questi numerosi esempi di media e organizzazioni giornalistiche sono solo quelli interni all'UE. Quest'ultima, tuttavia, sta conducendo un'operazione di influenza su larga scala anche al di fuori dell'UE, ovviamente sotto la benevola formulazione propagandistica di “sostegno alla libertà e al pluralismo dei media” – come se l'UE sapesse tutto di libertà e pluralismo. I progetti si sono concentrati in particolare sui media in Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Russia, Bielorussia e nei Balcani occidentali.
Non c'è nulla di trasparente in nessuno di questi finanziamenti.
Secondo la relazione sono opachi e difficili da scoprire.
È logico, tuttavia, che l'UE cerchi di nascondere il più possibile la propria influenza.
La relazione conclude:
Il sistema di finanziamento dei media nell'UE [...] crea dipendenze finanziarie, incentiva il conformismo narrativo e promuove un ecosistema in cui le voci dissenzienti vengono emarginate, il tutto sotto le virtuose insegne di “combattere la disinformazione”, “promuovere i valori europei” e “costruire una sfera pubblica europea”.
La portata dell'interconnessione istituzionale tra gli organi dell'UE e i principali attori nei media – dalle emittenti pubbliche alle agenzie di stampa fino ai canali online – non può essere liquidata come innocua o accidentale. Costituisce un conflitto di interessi sistemico che compromette la capacità dei media di funzionare come pilastro indipendente della democrazia. Anche in assenza di un'interferenza editoriale diretta, la dipendenza strutturale da sovvenzioni e contratti dell'UE è sufficiente a esercitare un effetto dissuasivo sul giornalismo critico e a incoraggiare un allineamento di riflesso con le posizioni ufficiali dell'UE.
Purtroppo l'UE appare come un regime profondamente corrotto e antidemocratico, che si aggrappa disperatamente al potere attraverso il traffico di influenze e l'imposizione di una censura pesante.
Centinaia di milioni di europei continuano a subire queste tattiche. Quando si sveglieranno finalmente?
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
Trump potrebbe finire per innescare il “Grande Reset”?
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-potrebbe-finire-per-innescare)
I notiziari sono stati in fermento durante l'incontro tra Russia, Cina e India nella città portuale cinese di Tianjin. Vladimir Putin, Xi Jinping e Narendra Modi si sono assicurati di presentare un fronte unito all'evento, almeno in termini economici, ed è chiaro che i legami militari tra Cina e Russia si stanno consolidando. Lo Shanghai Cooperation Gathering viene trattato dai media come un monito agli Stati Uniti di fronte all'acuirsi delle tensioni commerciali.
I giornalisti occidentali sembrano piuttosto euforici di fronte alla notizia, insinuando che le politiche tariffarie di Donald Trump stiano unendo i nemici dell'America e formando un asse anti-USA. La sinistra odia Trump a tal punto che non mi sorprenderei di vederla tifare per Putin e i BRICS tra un anno o due.
Notizia dell'ultimo minuto per chi non lo sapesse: i BRICS hanno formato la loro alleanza fin dall'era Obama. Non è una novità e non ha nulla a che fare con Trump.
Ho seguito la formazione dell'alleanza BRICS sin dal 2009 e la motivazione principale del blocco economico (in apparenza) è sempre stata quella di rompere con il dollaro come valuta di riserva mondiale. I leader dei BRICS chiedono da anni la fine del dollaro e l'introduzione di un nuovo sistema monetario globale. Tuttavia il piano non è incentrato sull'Oriente come molti pensano. In altre parole, se sperate che i BRICS “pongano fine alla globalizzazione” vi sbagliate di grosso.
Infatti nel 2009 sia la Russia che la Cina hanno proposto l'idea di una moneta globale gestita dall'FMI, un'organizzazione che molti ritengono controllata dagli Stati Uniti. La realtà è che è controllata dai globalisti e i globalisti non hanno alcuna lealtà verso alcuno stato nazionale; sono fedeli solo ai propri interessi.
Qualcuno potrebbe sostenere che la situazione sia cambiata radicalmente dal 2009, ma non sono d'accordo. La Cina è ormai inesorabilmente legata al paniere DSP dell'FMI e la Russia rimane un membro attivo dell'FMI nonostante la guerra in Ucraina. È importante capire che ci sono sempre due linee temporali diverse quando si tratta di eventi mondiali: c'è il teatro internazionale più pubblicizzato e poi ci sono le operazioni delle istituzioni globaliste che esistono al di fuori della geopolitica.
A mio avviso, i globalisti non sono necessariamente gli “ingegneri” dietro ogni conflitto o crisi, ma si posizionano per trarne vantaggio ogni volta che è possibile. E giocano su entrambi i fronti di ogni conflitto per trarne il massimo beneficio. In altre parole, gruppi come l'FMI, la Banca Mondiale, la BRI, il WEF e conglomerati da migliaia di miliardi di dollari come BlackRock e Vanguard corteggeranno i BRICS tanto quanto corteggiano l'Occidente quando si tratta di realizzare un'economia mondiale centralizzata.
Non è un segreto come dovrebbe apparire questo “nuovo ordine mondiale”. I partecipanti a Davos hanno discusso apertamente delle loro visioni per anni e durante la pandemia si sono tolti la maschera e si sono crogiolati nell'“inevitabile” attuazione del loro “Grande Reset”. In sintesi, ecco cosa vogliono le élite per l'economia futura: un sistema globale senza denaro contante; una valuta digitale mondiale costruita attorno a un paniere di CBDC; monitoraggio con l'IA di tutti i registri finanziari; una “sharing economy” in cui ogni proprietà privata è abolita; l'uso del “de-banking” per controllare il dibattito pubblico – il che significa che potete dire quello che volete, ma potreste perdere l'accesso ai vostri conti e forse persino al mercato del lavoro; controllo e riduzione della popolazione; neo-feudalesimo in cui le nazioni pagano tasse ai globalisti per “fermare il cambiamento climatico causato dall'essere umano” (che non esiste).
Queste tasse vengono poi ridistribuite tra le varie nazioni per incentivarne la cooperazione. E, in ultima analisi, l'introduzione del Reddito di Cittadinanza Universale come mezzo per rendere ogni individuo dipendente dal governo centralizzato per il proprio sostentamento, in modo che non pensiate mai di ribellarvi.
Questo è ciò che l'élite di Davos intende quando parla di “Grande Reset”. Tuttavia in articoli recenti ho notato che i globalisti sono rimasti stranamente in silenzio nell'ultimo anno. Non sono più così audaci nei loro discorsi come lo erano durante la pandemia e i loro piani sembrano davvero arenarsi.
Ho visto i media, diversi banchieri centrali e leader politici riferirsi a questo problema come al “reset economico” di Donald Trump e trovo questa narrazione intrigante. Di cosa stanno parlando esattamente? Sono in atto reset concorrenti e, in tal caso, significa che l'agenda globalista è stata fatta deragliare?
Il reset di Trump e la fine di Bretton Woods
Il reset di Trump, se così possiamo chiamarlo, sembra affondare le sue radici nell'inversione di tendenza degli accordi di Bretton Woods del secondo dopoguerra, in base ai quali gli Stati Uniti divennero di fatto il motore finanziario dell'economia globale. Fu allora che si consolidò lo status del dollaro come valuta di riserva mondiale, che l'America divenne il polo dei consumi per l'Occidente e che fu fondata la NATO.
Sembrava un affare allettante per gli americani, ma ricoprire questo ruolo è costoso. Sta lentamente ma inesorabilmente distruggendo la nostra economia attraverso debito e inflazione.
Molti presidenti hanno utilizzato dazi mirati sin dalla Seconda guerra mondiale, ma nessuno ha imposto dazi drastici come Trump. Spesso paragonati ai dazi Smoot-Hawley di Herbert Hoover, erroneamente attribuiti all'innesco della Grande Depressione (in realtà furono le banche internazionali e la Federal Reserve a causarla), i dazi sulle importazioni di Trump mettono i bastoni tra le ruote al commercio post-Bretton Woods e soffocano il globalismo, costringendo le grandi aziende a ridurre le esternalizzazioni all'estero.
Come ho già sottolineato più volte, le multinazionali NON sono entità di libero mercato, ma entità socialiste, costituite dai governi e protette da speciali privilegi giuridici ed economici. Se un'azienda è “troppo grande per fallire” e ha quindi diritto al denaro dei contribuenti attraverso salvataggi e QE, allora non è un meccanismo di libero mercato. Pertanto non dovremmo preoccuparci se vengono tassate tramite dazi.
Francamente, penso che il globalismo aziendale e l'interdipendenza economica dovrebbero essere aboliti, anche con la forza, se necessario.
Decentralizzazione legittima o caos controllato?
I dazi di Trump, insieme ai tagli ai sussidi esteri e ad altre politiche economiche, potrebbero, nel giro di pochi anni, sconvolgere completamente il globalismo così come lo conosciamo. Quindi, in un certo senso, si tratta effettivamente di una sorta di “reset economico”. Ma ecco il problema: gli sforzi di Trump potrebbero finire per accelerare il reset globalista anziché contrastarlo?
Come accennato in precedenza, la creazione di stretti legami tra i Paesi BRICS è in corso sin dal 2009 e il loro obiettivo principale è stato quello di porre fine alle strutture create dagli accordi di Bretton Woods. In passato hanno dichiarato di volere un nuovo sistema monetario gestito dall'FMI. Che i BRICS ne siano consapevoli o meno, i loro sforzi per sviluppare le CBDC e spodestare gli Stati Uniti si inseriscono direttamente nel piano globalista.
L'FMI e la BRI hanno lavorato diligentemente (e silenziosamente) per costruire un quadro transfrontaliero per le CBDC e l'FMI ha pianificato la propria valuta digitale globale basata sul paniere dei DSP. La BRI a volte si riferisce a questo sistema come “registro unificato”.
Le élite bancarie stanno elaborando un'alternativa al dollaro in preparazione di un imminente scontro tra Stati Uniti e BRICS? E il “reset” di Trump è un catalizzatore di questa crisi?
Sostengo i dazi di Trump per una serie di ragioni. Credo che il globalismo debba finire; credo che la produzione nazionale debba tornare negli Stati Uniti e che le aziende debbano pagare un prezzo per la loro esternalizzazione. Non credo che gli americani debbano fungere da principale polo di consumo per il mondo intero e non credo che sia nostro compito sovvenzionare il pianeta. Credo anche che nulla cambierà se non verranno adottate misure drastiche nel breve termine.
Ma comprendo anche la realtà: se gli Stati Uniti smettessero di svolgere il ruolo che hanno svolto sin dalla Seconda Guerra Mondiale, la maggior parte delle nazioni del pianeta si troverebbe ad affrontare una sconvolgente crisi. Gli Stati Uniti rappresentano circa il 30% del consumo globale, forniamo la stragrande maggioranza degli aiuti esteri globali (circa $70-100 miliardi all'anno), su cui molti Paesi hanno imparato a fare affidamento, siamo il principale mercato di esportazione per il mondo e non esiste un sostituto realistico, il dollaro e il sistema SWIFT sono i principali motori del commercio globale.
Il reset di Trump costringerebbe davvero la maggior parte delle nazioni a una situazione disperata? Una situazione che le costringerebbe a cercare una soluzione alternativa che altrimenti non accetterebbero? I globalisti sono in agguato per offrire quella soluzione sotto forma di un loro “Grande Reset” e di un sistema monetario digitale mondiale?
In un modo o nell'altro l'attuale interdipendenza economica deve scomparire. Le multinazionali devono fare i conti dopo decenni di protezione e trattamento speciale, la produzione deve tornare negli Stati Uniti, gli americani devono smettere di pagare per il resto del mondo attraverso gli aiuti esteri. Ma se intendiamo intraprendere questa strada, dobbiamo anche smantellare tutte le organizzazioni globaliste.
Credo che queste istituzioni intendano sfruttare l'instabilità causata dalla rottura degli Stati Uniti con gli accordi di Bretton Woods; credo che si siano posizionate, come sempre, per trarre vantaggio da qualsiasi potenziale conflitto che potrebbe derivarne. Non si può permettere loro di usare le nostre necessarie riforme come trampolino di lancio per realizzare i mali del loro Grande Reset.
Un vero “reset” richiederà che la distruzione delle istituzioni globaliste diventi una priorità. Altrimenti qualsiasi azione economica da noi intrapresa potrebbe in ultima analisi favorire la loro agenda.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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The Murder of Rob Reiner
The amazing Mark Groubert (aka Lordbuckly) is one of the most interesting men in the world! This legendary raconteur has known virtually everyone and been everywhere in his epic lifetime and eclectic careers in media, writing and editing, in magazines, tabloids, newspapers, television and radio, books, feature film and documentary screenwriter and producer. He is one of the great freelance journalists and survivors in the disparate competitive literary and artistic cultures of the late 20th century and early 21st centuries.
In this special edition podcast of Wassup With Lordbuckly? he addresses the brutal murder of mega-Hollywood star Rob Reiner and his wife Michelle Singer Reiner on last Sunday, December 14, 2025. Groubert, with his exceptional background and connections to the Hollywood elite, provides a unique insider’s prospective and revealing insights on this unfolding tragedy only he could elucidate. His breaking reporting of LAPD anomalies in the investigation is phenomenal!
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The Murder of Rob Reiner
The amazing Mark Groubert (aka Lordbuckly) is one of the most interesting men in the world! This legendary raconteur has known virtually everyone and been everywhere in his epic lifetime and eclectic careers in media, writing and editing, in magazines, tabloids, newspapers, television and radio, books, feature film and documentary screenwriter and producer. He is one of the great freelance journalists and survivors in the disparate competitive literary and artistic cultures of the late 20th century and early 21st centuries.
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Perché Israel Kirzner merita il premio Nobel
Nell’autunno del 2014 hanno iniziato a circolare le voci secondo le quali il professor Israel Meir Kirzner (classe 1930 economista, rabbino britannico naturalizzato statunitense ed esponente della scuola austriaca), insieme a William Baumol (classe 1922, economista statunitense, professore alla New York University e alla Princeton University), erano possibili candidati per il premio Nobel. La fonte del rumor era la Thomson-Reuters – la società di database scientifico – e alla base della voce erano i modelli di citazione. Anche se è un database diverso, ma solo per facilità di ricerca ai lettori di questo saggio, in modo che possano verificare la presenza di se stessi, una ricerca su Google Scholar sarà sufficiente a fornire una certa prospettiva sull’impatto scientifico in fase di registrazione da Baumol e Kirzner. I rilevanti contributi di Baumol sono i seguenti:
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“Entrepreneurship: Productive, Unproductive, and Destructive.” Journal of Political Economy 98(5) 1990: 893-921 con 4.641 citazioni;
- Contestable Markets and The Theory of Industry Structure. New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1982 (coauthored with John C. Panzar, and Robert D. Willig) con 6.454 citazioni;
- “Contestable Markets: An Uprising in the Theory of Industry Structure.” The American Economic Review 72(1) 1982: 1-15 con 2.455 citazioni;
- “Entrepreneurship in Economic Theory.” The American Economic Review 58(2) 1968: 64-71 con 1.581 citazioni.
I contributi rilevanti di Kirzner dovrebbero includere:
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Competition and Entrepreneurship. Chicago: University of Chicago Press, 1973 con 7.550 citazioni;
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“Entrepreneurial Discovery and the Competitive Market Process: An Austrian Approach.” Journal of Economic Literature 35(1) 1997: 60-85 con 3.273 citazioni;
- Perception, Opportunity, and Profit: Studies in the Theory of Entrepreneurship. Chicago: University of Chicago Press, 1979 con 2.604 citazioni. (1)
Confronta questi numeri con i precedenti premi Nobel, come F.A. Hayek, il cui “l’uso della conoscenza nella società” ha raccolto 13.935 citazioni e opere come La via della schiavitù e la costituzione della libertà, che sono stati citati più di 8.000 volte ciascuno. Al famoso “Il ruolo della politica monetaria” di Milton Friedman poco più di 7.000 citazioni e la sua Storia monetaria degli Stati Uniti (coautore con Anna Schwartz – 1915-2012 economista americana al National Bureau of Economic Research di New York City) appena sotto le 8.000. Di James Buchanan (1919-2013 economista statunitense) Il Calcolo del consenso (coautore con Gordon Tullock – 1922-2014 economista) è stato citato più di 10.000 volte, ma il suo saggio seguente più citato è: “La teoria economica dei clubs” che ha raccolto poco più di 3.800 citazioni.
Quindi le voci non erano incredibili sulla base dei criteri della Thomson-Reuters. E Baumol e Kirzner erano già stati riconosciuti in Svezia con il Premio Internazionale per l’Imprenditorialità e la Ricerca sulle piccole imprese e per il loro lavoro nel campo dell’imprenditoria. Così, ancora una volta, le voci erano (sono) plausibili, anche se, naturalmente, improbabili – soprattutto per quanto riguarda Kirzner, dato il suo status di outsider. Ahimè, né Baumol né Kirzner hanno ricevuto la telefonata quel giorno dell’ottobre nel 2014.
Ho intenzione di utilizzare questa occasione per fornire alcuni motivi per chiedere di avere, e speriamo, ricevere quel riconoscimento da parte della Svezia, in particolare perché i contributi di Israel Kirzner alla nostra comprensione del comportamento concorrenziale, della struttura industriale e del processo del mercato imprenditoriale dovrebbero essere riconosciuti. Vorrei anche dimostrare che il lavoro di Kirzner fornisce una piattaforma per la ricerca futura alla teoria dei prezzi ed al sistema di mercato più in generale. (2)
L’aspetto dei contributi che voglio sottolineare sono le intuizioni di Kirzner sulla naturale rivalità del comportamento concorrenziale e del processo di mercato. Egli ha sollevato le questioni fondamentali per l’analisi della teoria del mercato ed il funzionamento del sistema dei prezzi, che è alla base stessa della scienza economica. I suoi scritti sul comportamento economico, in tutta la loro varietà e complessità, esplorano l’ambiente istituzionale che consente una economia di mercato per realizzare i vantaggi reciproci dal commercio, per ritrovare continuamente i guadagni da innovazione, per produrre un sistema caratterizzato dalla crescita economica e per la creazione di ricchezza.
L’interesse personale e la Mano Invisibile
La scienza economica fin dalla sua nascita si compone di due affermazioni che devono essere conciliate l’uno con con l’altra: il postulato dell’interesse personale e la spiegazione della mano invisibile. Da Adam Smith in avanti molti hanno spiegato il rapporto del collassare, uno sull’altro, attraverso i rigorosi presupposti cognitivi e postulando un ambiente privo di attrito o hanno cercato di dimostrare l’impossibilità di far quadrare queste due affermazioni a causa di carenze cognitive o di una varietà di attriti supposti.
Così i dibattiti di economia politica sul ruolo del governo nell’economia tendevano, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad accendere ad un assioma dei mercati perfetti o la dimostrazione di deviazioni da quella ideale a causa di mercati imperfetti. Kirzner, fin dall’inizio della sua carriera, ha dovuto affrontare obiezioni alle spiegazioni della mano invisibile associate a domande riguardanti la razionalità umana, l’esistenza del potere del monopolio, la pervasività delle esternalità ed ad una varietà di deviazioni dal libro di testo ideale della concorrenza perfetta.
In due modi gli economisti hanno risposto alle critiche del funzionamento dell’economia di mercato: in primo luogo, la chiarezza concettuale, in cui il teorico insiste sull’illustrare le condizioni di base su cui si stanno facendo affermazioni sulla mano invisibile e dimostrando che le critiche si basavano su fondamenta sbagliate; in secondo luogo, dalla dimostrazione che le deviazioni dalla nozione dal manuale ideale della concorrenza perfetta, non necessariamente, impediscono al sistema dei prezzi, di fare il proprio lavoro, di coordinare l’attività produttiva di alcuni i modelli di consumo con degli altri e la spiegazione della teoria della mano invisibile del mercato risulta dalla ricerca del proprio interesse all’interno di un certo insieme di condizioni istituzionali. Tali condizioni istituzionali sono stabilite dalle leggi di proprietà e di contratto che sono fissate e applicate e che costituiranno il quadro in cui ha luogo l’interazione economica.
Nel lavoro di Kirzner esamineremo entrambe queste risposte alle critiche del mercato. In realtà ha intitolato un saggio relativamente tardi nella sua carriera “I limiti del mercato: il reale e l’immaginato” (1994). La chiarezza concettuale percorre un lungo cammino per correggere un libero pensiero legato alla razionalità umana, all’esternalità, al potere del monopolio, ecc. ed alla forza dei processi di mercato per fornire l’incentivo agli operatori economici di adeguare continuamente il loro comportamento e di adattarsi al mutare delle circostanze per gran parte del rimanente. Lontano dal ribadire una teoria del ricostruito mercato-perfetto, questo approccio Kirzneriano costringe l’analista a guardare con attenzione alle proprietà dinamiche del sistema in quanto è in continua evoluzione verso una soluzione ed il ruolo essenziale è svolto nel quadro della strutturazione del contesto economico.
L’“inefficienza” di oggi è l’opportunità di profitto di domani per l’individuo che è in grado di agire alla situazione e di spostare il sistema in una direzione meno “errata” di prima. E se l’attuale decisore critica e non fa il necessario aggiustamento, un altro lo farà per lui, le risorse saranno reindirizzate, ed un modello di scambio e di produzione emergerà meglio coordinato dai piani dei partecipanti al mercato. Il lavoro di Kirzner volge la nostra attenzione teorica lontano dagli esercizi di ottimizzazione contro il vincolo dei dati e verso gli attori umani attenti e creativi che scoprono continuamente strade per realizzare profitti dal commercio e guadagni dalla innovazione.
Kirzner e Mises
Ludwig von Mises ha stimolato la ricerca intellettuale di Kirzner. Nato in Inghilterra il 13 febbraio 1930, Kirzner e la sua famiglia si trasferirono in Sud Africa nel 1940. Nel 1947 ha frequentato l’Università di Città del Capo, ma poi si trasferì negli Stati Uniti alla fine dell’anno accademico. Dopo la laurea al Brooklyn College, nel 1954, Kirzner decise di conseguire la laurea in economia aziendale, con indirizzo in ragioneria, presso la New York University e nel 1955 ha conseguito il Master in Business Adomistradion. Mentre completava il corso per l’MBA, Kirzner ha cercato un corso più impegnativo, per sua scelta, così ha guardato nell’elenco della facoltà i professori che avevano pubblicato molti libri ed erano stati premiati con prestigiosi riconoscimenti. Capitò sul nome di Ludwig von Mises. Lui ha raccontato la sua storia innumerevoli volte; i compagni e gli amministratori lo avvertirono di non frequentare quel corso perché dicevano che Mises era vecchio e non più al passo con i tempi.
Ma Kirzner frequentò, comunque, il corso che ha cambiato la sua vita. Nello stesso semestre stava seguendo la teoria dei prezzi, utilizzando La teoria del prezzo di Stigler (1952) e imparando a distinguere fra la scelta entro i vincoli e la logica della concorrenza perfetta; nel seminario di Mises stava leggendo l’Azione umana (Human Action), portando a conoscenza l’agonia umana del processo decisionale in mezzo a un mare di incertezze e che il mercato non era un luogo o una cosa, ma un processo. Le idee di Mises lo incuriosivano e conciliando ciò che stava imparando da Stigler con quello che stava apprendendo da Mises hanno scatenato la sua immaginazione intellettuale. E’ cambiato il suo percorso: dalla carriera di contabile professionista a quella di economista accademico. In un primo momento Mises, che ha riconosciuto il potenziale di Kirzner, gli raccomanda di andare alla Johns Hopkins University e lavorare con il più giovane, il più professionale ed inserito tra gli economisti accademici contemporanei: Fritz Machlup (1902-1983 economista austriaco). Mises ha persino organizzato una borsa di studio per Kirzner. Ma Kirzner ha scelto di rimanere, fino alla fine, alla New York University sotto la direzione di Mises ed il suo dottorato di ricerca in economia è stato premiato nel 1957. In quel periodo ha ricevuto la nomina a professore di economia alla New York University e ha insegnato fino al suo pensionamento nel 2000.
Il primo libro di Kirzner è stato: Il punto di vista economico (1960), sviluppato dal suo dottorato di ricerca come tesi di laurea. Bettina Bien Greaves (classe 1917), della Fondazione per l’Educazione Economica, ha frequentato regolarmente il seminario di Mises alla New York University e ha preso accurati appunti nel corso degli anni. Un aspetto di quelle note erano le idee di ricerca che Mises avrebbe tirato fuori dal corso. La prima idea del genere la annotò il 9 novembre 1950 ed era: “Hai bisogno di un libro sull’evoluzione dell’economia, come scienza della ricchezza, ad una scienza dell’azione umana”. (3) Questo argomento è quello che Kirzner ha analizzato nella sua tesi e nel libro successivo. Il punto di vista economico attentamente e meticolosamente annotato nello sviluppo del pensiero economico, concentrandosi sul significato che gli economisti hanno annoverato nel loro soggetto: dai classici (scienza della ricchezza) ai moderni (scienza dell’azione umana). Il capitolo chiave del libro cerca di elaborare lo sviluppo della prasseologia di Mises.
L’importanza della prasseologia di Mises
Kirzner sostiene tutti i contributi unici di Mises nei vari campi della teoria economica, perché sono il risultato di uno sviluppo coerente della prospettiva prasseologica sulla natura della scienza economica. “Se la teoria economica, come la scienza dell’azione umana, è diventata un sistema per mano di Mises, essa è così perché la sua comprensione, del suo carattere prasseologico, impone le sue proposizioni in una logica epistemologica che di per sé crea questa unità ordinata” (Kirzner, il punto di vista economico, p. 160).
L’economia, come il ramo più sviluppato della prasseologia, deve iniziare con la riflessione sull’essenza dell’azione umana. “Lo scopo non è qualcosa che deve essere semplicemente ‘preso in considerazione’: esso fornisce l’unica base del concetto di azione umana” (ibid., p. 165) … I teoremi dell’economia, vale a dire, i concetti di utilità marginale, di costo dell’opportunità ed il principio della domanda e dell’offerta, sono tutti derivati dalla riflessione sulla finalità dell’azione umana. La teoria economica non rappresenta un insieme di ipotesi verificabili, ma piuttosto un insieme di strumenti concettuali che ci aiutano nella lettura del mondo empirico.
Ciò che rende unico delle scienze umane, in contrasto con le scienze fisiche, è che il punto essenziale del fenomeno, oggetto dello studio, sono gli scopi umani ed i programmi. Come studente di Mises, Fritz Machlup una volta ha posto la seguente domanda: “Se il soggetto potesse parlare, cosa direbbe?” Lo scienziato umano può attribuire il risultato ai fenomeni in discussione. In realtà egli deve assegnare lo scopo umano se vuole rendere tali fenomeni oggetto di indagine intelligibile. Possiamo capire che i pezzi di metallo e la carta cambiano la funzione alle mani, come il “denaro”, è causa delle finalità e dei piani che noi attribuiamo alle parti negoziali. Lo scienziato umano può e, anzi deve, basarsi sulla conoscenza delle tipizzazioni ideali di altri esseri umani.
Siamo in grado di capire il comportamento mirato dell’“altro”, perché noi stessi siamo umani. Questa conoscenza, denominata “conoscenza dal di dentro”, è unica per le scienze umane ed è stato un disastro totale cercare di eliminare il ricorso ad essa importando i metodi delle scienze naturali e delle scienze sociali per creare la “fisica sociale”. Gli scienziati hanno dimenticato che, mentre era opportuno eliminare l’antropomorfismo dallo studio della natura, sarebbe del tutto indesiderabile eliminare l’uomo, con i suoi scopi ed i suoi progetti, dallo studio dei fenomeni umani. Un tale esercizio comporta risultati nel “meccano-morfismo” delle scienze umane (dottrina in cui l’universo è completamente spiegabile in termini meccanicistici), vale a dire, attribuendo un comportamento meccanico ai soggetti umani creativi. In una situazione del genere si finisce per parlare del comportamento economico dei robot, non degli uomini. Ma questo è esattamente quello che è successo nel dopoguerra, quando l’“economia” è stata studiata come un meccanismo astratto in contrasto con l’arena in corso dove fuori si gioca l’impegno degli individui per migliorare la loro condizione.
Il processo di mercato ed il costante cambiamento
Come sottolineato da Mises, F.A. Hayek, Kirzner ed anche da James Buchanan, nel suo più famoso saggio “Cosa dovrebbero fare gli economisti? ” (1964), l’economia non ha alcuna teleologia in quanto tale, ma gli attori all’interno dell’economia, in effetti, hanno le loro teleologie individuali. E’ fondamentale per comprendere la natura dell’economia di mercato, dal momento che una diversità di obiettivi e di programmi sono perseguiti e soddisfatti da altri; potenziali conflitti sono riconciliati attraverso lo scambio e nuovi modi di perseguire e soddisfare sono costantemente scoperti da imprenditori creativi ed attenti. L’economia non ha un unico fine; non ha uno “scopo”. E’ invece solo un “mezzo-correlato”, un “nesso di scambi volontari”. Il mercato è sempre in sviluppo, sempre in evoluzione verso una soluzione e non in nello stato finale di rilassamento.
In misura considerevole, questo è quello che voleva dire Mises quando ha detto che il mercato non è un luogo o una cosa, ma un processo. E ciò che anima questo continuo processo di scambio e di produzione è l’intenzionale protagonista umano – con tutti le sue debolezze e le sue paure, così come la sua immaginazione ed il coraggio di progettare l’inesplorato. L’attore Misesiano non è né un animale puramente reattivo, né una macchina calcolatrice fredda, ma invece è tipicamente un protagonista umano, che ha obiettivi e che cerca di utilizzare in modo creativo, con i mezzi a disposizione, di conquistare questi obiettivi in un mondo di incertezza e di ignoranza ed è in grado di apprendere, attraverso il tempo, i passi falsi precedenti e le svolte sbagliate.
Il cambiamento è un tema costante negli scritti di Mises – i cambiamenti dei gusti, della tecnologia e della disponibilità delle risorse. L’aspetto meraviglioso del sistema dei prezzi è la sua capacità di assorbire il cambiamento: il ruolo guida dei prezzi relativi, il richiamo del puro profitto e la disciplina della perdita per reindirizzare i responsabili delle decisioni economiche, così che i loro piani di produzione e le loro richieste di consumo irretite dalla nuova realtà. E’ importante sottolineare che questo processo è in corso, o come Mises mise scrive nell’originale saggio del 1920, “Il calcolo economico nel Commonwealth socialista”, il sistema dei prezzi fornisce una guida in mezzo alla “massa sconcertante di prodotti intermedi e la potenzialità di produzione” (1975 [1920]: 103) e consente ai decisori economici di negoziare l’incessante “faticare e sgobbare” (lavorare sodo) (1975 [1920]: 106) dell’adeguamento costante del mercato e dell’adattamento al mutare delle circostanze.
Kirzner nel documento del 1967, “La metodologica dell’individualismo, l’equilibrio di mercato ed il processo di mercato”, persegue le implicazioni del senso di Hayek sull’esito dei problemi economici, come conseguenza del mutare delle circostanze. Come Kirzner dice: “Questo è il carattere fondamentale del processo di mercato messo in moto con l’esistenza di una situazione di disequilibrio. L’elemento cruciale è la scoperta dell’errore e la conseguente riconsiderazione, da parte degli operatori, della vera alternativa ora apertasi. Il processo di mercato procede per comunicare la conoscenza. Il presupposto importantissimo è che gli uomini imparano dalle loro esperienze di mercato “(il corsivo è originale, 1967: 795). Questa è una descrizione che può prima essere vista nel suo articolo “l’azione razionale e la teoria economica” nel Journal of Political Economy del 1962, ma in seguito più completamente sviluppato nel suo Competition & Entrepreneurship (1973). La sua insistenza in ognuna di queste opere è il decisore umano, che è più della pura massimizzazione dell’omo-economicus, ma una creatura homo-agens più aperta e quindi l’imprenditore creativo ed attento agisce sulle lacune del sistema che si riflettono nello stato di disequilibrio delle cose.
Kirzner ne: La teoria del mercato ed il sistema dei prezzi, afferma: “Abbiamo visto che se un mercato non è in equilibrio questo deve essere il rilevante risultato di impreparazione da parte degli operatori di informazioni sul mercato. Il processo di mercato, come sempre, svolge le sue funzioni incidendo su quelli che prendono decisioni, quegli articoli essenziali di conoscenza che sono sufficienti per guidarli a prendere decisioni come se possedessero la completa conoscenza alla base dei fatti”. (tratto dall’originale, 2011 [1962 ]: 240)
Kirzner Nel significato del processo di mercato, delineerebbe l’importante distinzione tra le variabili sottostanti del mercato (i gusti, la tecnologia e la disponibilità di risorse) e le variabili indotte del mercato (prezzi e utili/perdite contabili) e ha spiegato come il processo di mercato possa essere descritto come l’attività continua che deriva da individui su entrambi i versanti del mercato e che cercano di soddisfare i loro programmi per l’ottimizzazione (1992: 42). Quando i piani di produzione, di cui alcuni perfettamente a coda di rondine (che collimano), con i piani dei consumi degli altri e le variabili indotte e sottostanti sono coerenti tra loro. Se non esiste coerenza reciproca, avremo la continua attività economica perché sarà nell’interesse delle parti di proseguire nella ricerca di una situazione migliore di quanto non si stia attualmente realizzando.
I segnali di profitto e l’imprenditorialità
I prezzi relativi ci guidano nel processo decisionale; i profitti ci invogliano nelle nostre decisioni e le perdite puniscono le nostre decisioni. Questo è il modo in cui il sistema dei prezzi imprime su di noi gli elementi essenziali della richiesta di conoscenza per il coordinamento del programma. O, come Kirzner vorrebbe riassumere il senso nel Entrepreneurial Discovery and the Competitive Market Process” (La scoperta imprenditoriale ed il processo del mercato competitivo ndt): “Il processo imprenditoriale è così messo in moto ed è un processo che tende verso una migliore conoscenza reciproca tra i partecipanti al mercato. Il richiamo di puro profitto in questo modo imposta il processo attraverso il quale, il profitto puro, tende ad essere concorrente. La maggiore conoscenza reciproca, tramite il processo di rilevamento imprenditoriale, è la fonte della proprietà equilibrativa del mercato” (Kirzner 1997: 72).
Il contributo teorico di Kirzner offre una risposta ad una delle domande critiche della teoria economica pura – il percorso convergente all’equilibrio, guidato dalle variazioni di prezzo – un problema fastidioso e riconosciuto da Kenneth Arrow (1921-2017 economista, vincitore, assieme a John Hicks, del Nobel per l’economia nel 1972) nel suo saggio del 1959 sulla teoria dell’ aggiustamento dei prezzi, di Franklin Fisher nel Disequilibrium Foundations of Equilibrium Economics (1983) (I fondamenti del disquilibrio e dell’equilibrio in economia) e più recentemente da Avinash Dixit (classe 1944, economista) in Microeconomia: a Very Short Introduction, dove si afferma l’idea di base di analisi dell’offerta e domanda in un equilibrio di mercato: “il problema di questa risposta è che nella logica delle curve della domanda e dell’offerta ogni consumatore e produttore risponde al prezzo dominante, che è al di fuori del controllo di uno di essi. Allora, chi regola, verso l’equilibrio, il prezzo?” (2014: 51)
Kirzner risponde: è l’attenzione dell’imprenditore creativo che agisce sulle lacune dei prezzi e dei costi per realizzare i guadagni dal commercio e gli utili dalla innovazione, che regolano il comportamento del mercato dei partecipanti per coordinare i programmi di produzione con le richieste dei consumi. Il processo di mercato presenta questa tendenza per perseguire i guadagni dal commercio (efficienza di scambio), cercando di utilizzare le tecnologie meno costose nella produzione (efficienza produttiva) e soddisfare le esigenze dei consumatori (l’efficienza del prodotto-mix), ma non è così in modo da pre-conciliare tutti i programmi prima di rivelare un prezzo ed una grandezza vettoriale per liberare tutti i mercati, come in un modello walrasiano, irriducibile dall’equilibrio competitivo generale. Piuttosto lo fa attraverso il continuo processo di scambio e di produzione guidata da aggiustamenti dei prezzi relativi, il richiamo di puro profitto e la punizione della perdita, che conciliano i piani diversi, e spesso divergenti degli attori economici attraverso il processo del mercato stesso.
I mercati scendono sempre a breve dall‘idea astratta di allocazione “efficiente” (o l’ ottimo di Pareto ndt), ma il mercato stesso è adattivo efficiente ed in costante segnalazione per avvertire gli imprenditori di quali modifiche devono essere effettuate e premiare coloro che correttamente le regolano e penalizzare quelli che non lo fanno. I mercati possono ”fallire”, ma la risposta migliore è quella di consentire al mercato di fissare il “fallimento”. Gli sforzi per risolvere i guasti da parte degli attori esterni, al processo in corso di adeguamento del mercato e dell’adattamento, saranno senza aiuto da parte del sistema dei prezzi e, per definizione, la struttura di incentivi che forniscono i diritti di proprietà, la presenza di guida che i prezzi relativi offrono ed il processo di selezione reso possibile effettuata dal calcolo dei profitti e delle perdite.
Di conseguenza, le autorità di regolamentazione devono affrontare alcuni pericoli, come Kirzner ha sottolineato nel suo saggio: “I pericoli del regolamento” (1985 [1979]) correndo il rischio di generare modelli perversi di scambio e di produzione, dai principali imprenditori, in scoperte superflue, piuttosto che in scoperte che meglio coordinino i programmi degli attori economici e, in primo luogo, migliorino i conflitti che originariamente hanno motivato il desiderio di regolamentazione. L’interventismo non è solo controproducente, dal punto di vista dei suoi sostenitori, ma produce anche conseguenze involontarie e indesiderabili in tutto il sistema economico.
Il dinamismo di mercato ed i monopoli
Il lavoro di Kirzner è fondamentale per comprendere le dinamiche del mercato di oggi, come lo era quando gli economisti hanno studiato la prima struttura industriale ed il comportamento concorrenziale. Se si guarda alla struttura del mercato emergente che ha seguito Internet, potrebbe certamente riconoscere la posizione dominante, sul mercato, di Amazon, Apple e Netflix, ma si potrebbe anche avere riconosciuto il grande livello di soddisfazione dei consumatori cointeressati a queste imprese. Nonostante la loro quota di mercato dominante, queste aziende forniscono beni e servizi di qualità a prezzi bassi. E non vi è alcuna aspettativa che queste aziende continueranno ad adoperarsi per fornire prodotti di alta qualità al prezzo più basso. Questo perché si trovano a competere in un mercato contendibile (teoria di William J. Baumol del 1982 ndt).
Prendiamo in considerazione la guerra dei classici browser di una decina di anni fa, Netscape contro Microsoft Internet Explorer. Come può una società monopolistica comportarsi così se il suo prodotto può essere utilizzato per scaricare liberamente i prodotti della concorrenza? Il modello di libro di testo standard della concorrenza perfetta ed il paradigma struttura-condotta-performance, in economia industriale, è costruito su quel modello da manuale, come punto di riferimento, e semplicemente non è in grado di fornire una spiegazione pura per il mercato Internet. I leader di mercato si perdono per strada a meno che essi non continuino ad andare avanti più velocemente per soddisfare ulteriormente le preferenze dei consumatori.
E questo non è solo per il mercato Internet. Si tratta di ogni mercato, una volta che si esamina da vicino il funzionamento storico dei mercati. Questo è come funzionano i mercati, come inteso da Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Mises, Hayek e Kirzner, e penso che si potrebbe sostenere che in modo efficace fu compreso da Smith, Say ed anche Mill. Non è la dimensione delle imprese che conta di più per valutare l’esistenza del potere di monopolio, ma che contano sono le condizioni legali di ingresso. Forse, è importante sottolineare, ancora una volta, la chiarezza concettuale e la robustezza delle risposte alle richieste di fallimento del mercato sulla base del potere di monopolio.
Per quanto riguarda la chiarezza concettuale, in particolare nella tradizione austriaca rappresentata da Murray Rothbard, si sostiene che il potere di monopolio è una conseguenza di un contributo pubblico o di un privilegio. Tuttavia è vero che questa affermazione è la risposta alla robustezza-dei-mercati e potrebbe dimostrare che una società di grandi dimensioni può crescere e possedere una significativa posizione dominante sul mercato in qualsiasi momento, ma proprio perché si trova di fronte della minaccia (reale o immaginaria) dei concorrenti , sarà costretta a comportarsi in modo competitivo, piuttosto che come previsto dal modello di monopolio, se vuole avere qualche speranza di mantenere la sua posizione dominante sul mercato. Le due specie di risposte, ancora una volta, possono andare d’accordo, ma sono distinte. La teoria imprenditoriale del processo di mercato competitivo, di Kirzner, fa impiegare entrambe, ma sottolinea la robustezza del processo di mercato.
E, come riconosciuto dagli economisti classici, come Frank Knight (1885-1972 economista) e Joseph Schumpeter (1883-1950 economista), l’attore centrale nella gestione di questo processo di cambiamento delle circostanze e dell’adattamento a nuove opportunità è: l’imprenditore. La funzione centrale dell’imprenditore è quella di agire sulle opportunità finora non riconosciute per guadagno reciproco – se quelli sono disponibili in forma di opportunità di arbitraggio o di innovazioni tecnologiche che riducono i costi di produzione e di distribuzione o la scoperta di nuovi prodotti in grado di soddisfare la domanda dei consumatori. E’ l’azione imprenditoriale che mette in moto il processo del mercato competitivo e che si traduce negli adattamenti e negli adeguamenti al mutare delle condizioni, in modo che si ottiene il coordinamento complesso di piani economici, si crea ricchezza e si perpetua il progresso economico.
Conclusione
Per queste ragioni, e altro ancora, credo che Kirzner (insieme a Baumol, di cui ho accennato e a Harold Demsetz, che non ho incontrato) abbia fatto più di ogni altro economista moderno vivente per migliorare la nostra comprensione del comportamento concorrenziale e del funzionamento del sistema dei prezzi in una economia di mercato e merita quindi una seria considerazione per il premio Nobel per l’economia. Kirzner ha fornito le sfide fondamentali per l’ortodossia prevalente della concorrenza perfetta, da manuale, e le sue implicazioni non solo per la teoria economica, ma anche per la politica economica.
Il suo lavoro permette di comprendere, in profondità, la natura di come i mercati competitivi per coordinare i piani dei diversi attori economici e delle organizzazioni. Il ruolo fondamentale dei diritti di proprietà degli incentivi da strutturazione, dei prezzi relativi che guidano le decisioni della produzione e del consumo e dei profitti e perdite contabili, come vitali per il processo di calcolo economico, negli affari economici, hanno un posto centrale nel suo lavoro. Così il lavoro di Kirzner fornisce una base economica per la nostra indagine sul sistema politico ed economico più adatto per una società di individui liberi e responsabili.
Note finali
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(1) I contributi di Kirzner si trovano principalmente nella teoria economica corretta e non nel più vasto campo dell’economia politica e della filosofia sociale. Eppure, come spiegherò in conclusione, le intuizioni di Kirzner sul comportamento competitivo, struttura industriale ed il processo di mercato imprenditoriale hanno implicazioni per la politica economica di una società di individui liberi e responsabili. Questo ha portato Liberty Fund a pubblicare le sue opere complete in 10 volumi, e ho il privilegio, insieme al mio collega Frederic Sautet (classe 1968, economista francese), di servire come l’editor (redattore editoriale) di questi volumi. Fino ad oggi, sono stati pubblicati sei volumi su dieci ed il settimo volume è attualmente in produzione. Pubblicato nel momento in cui scriviamo: Il punto di vista economico (2009 [1960]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,
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vol. 1; Teoria del mercato e il sistema dei prezzi (2011 [1963]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,
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vol. 2; Saggi su capitale e interessi (2012 [1967]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,
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vol. 3; Concorrenza e imprenditorialità (2013 [1973]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,
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vol. 4; Il soggettivismo austriaco e l’emergere della teoria dell’imprenditorialità (2015) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,
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vol. 5; e Discovery, Capitalismo, e giustizia distributiva (2016 [1989]) come
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vol. 6. Le opere complete di Israel M. Kirzner.
Ulteriori quattro volumi sono previsti nei prossimi anni per completare il set di 10 volumi. La mia speranza è che questo saggio stimolerà gli studenti di economia e di politica economica per approfittare di questa iniziativa della Liberty Fund ed apprezzare il contributo di Kirzner a livello metodologico, analitico e ideologico.
(2) Il mio obiettivo è quello di Kirzner, ma per una panoramica e la mia valutazione dei contributi di Baumol alla teoria economica e alla economia politica vedasi il mio saggio con Ennio Piano (Laureato. MBA, con dottorato preso il Dipartimento di Economia alla George Mason University), “Imprenditorialità produttiva ed improduttiva di Baumol dopo 25 anni”, Journal of Entrepreneurship and Public Policy , 5 (2) 2016: 130-44.
(3) Cfr “Argomenti ricerca ha suggerito di Mises, 1950-1968”
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Carta da prestazione occasionale
Correva l’anno 2017 ed il Governo italiano, nel mese di marzo, abolì i voucher, in vista anche di un referendum che si doveva tenere nel mese di maggio dello stesso anno. La motivazione fu quella di non dividere il popolo italiano (?). Le scuse sono sempre di rigore. Certo politici, sindacati, aziende, privati, ma anche utilizzatori si trovarono concordi nell’“eccesso” di utilizzo dei voucher e non sempre in modo ortodosso. L’abolizione creò però un vuoto e ritornò imperante il LAVORO NERO (con tutte le conseguenze che conosciamo). Poi le cose cambiarono ed un bel giorno venne presentato un nuovo tipo di pagamento la:
CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE.
Di cosa si trattava? Era semplicemente una carta (di plastica) che si acquistava al Banco Posta, in banca o nelle tabaccherie e veniva rilasciata ad aziende, enti, privati ecc. I fruitori erano come sempre persone alla ricerca di un lavoro temporaneo “pagato” e che li mettesse in grado di poter soddisfare i bisogni più immediati. In pratica sostituiva i voucher. Come funzionava? Più o meno con le stesse modalità del voucher e come diceva il mio Professore di Ragioneria: “CAPITO IL CONCETTO CAPITO TUTTO!”. Ed ecco cosa sfornarono le nuove menti in relazione alla carta di ci sopra:
Ogni CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE può avere un valore di:
10, 20, 50, 100, 200 o 500 euro.
Considerando i vari tagli dettero un anche delle disposizioni:
al lavoratore il 75%:
all’ INAIL 7%, per l’assicurazione contro gli infortuni;
all’INPS 13%, destinati alla Gestione Separata contributi previdenziali:
al concessionario 5%.
Per l’acquisto della CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE occorreva aggiungere un importo all’erario.
10% scadenza 7 gg.
20% “ 30 “
30% “ 90 “
35% “ 120 “
… … … …
così facendo era possibile dare una datazione ai tempi di utilizzo.
Per far capire come funzionava fecero questo esempio:
“da tempo un amico che lavorava presso un’impresa edile era senza lavoro. Ora, essendo primavera era il momento giusto per dare una rinfrescata alla casa. Feci fare alcuni preventivi, ma non rientravano nel mio budget. Allora che fare? Mi misi d’accordo con il mio amico per pitturare l’appartamento. Io compro il colore e tu ci metti il resto. Tempo concordato 5 giorni. Prezzo € 500,00 tutto compreso. Con una stretta di mano siglammo l’accordo. Mi recai dal mio tabaccaio sotto casa e acquistai con € 550,00 una CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE. Diedi al tabaccaio la mia tessera sanitaria e l’importo. Il giorno dopo, quando il mio amico “pittore” si presentò a casa con gli attrezzi attivai la CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE. Alcuni giorni dopo, terminato il lavoro, il mio amico pittore si presentò al Banco Posta per la riscossione e per pagare alcune bollette. Fine della storia e dell’esempio”.
Che cosa ci ha insegnato questo racconto?
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Gli importi possono essere i più vari.
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I due soggetti acquirente e fruitore sono “tracciabili” e l’ente erogante, la carta, può controllare se è solo un fatto occasionale o se rientra in una assunzione mascherata.
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Il fruitore in caso di incidente è assicurato.
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Il fruitore ha i contributi previdenziali versati, anche se io non sono un’azienda.
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Gli Istituti previdenziali (INPS e INAIL) sono coinvolti.
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L’Erario ha introiti certi nel momento della emissione della CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE.
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Scadenza certa.
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Non c’è il LAVORO NERO (o se c’è è parziale), tutto è verificabile.
Non esiste la perfezione nelle cose, ma il buon senso può essere utilizzato per farne buon uso. Il periodo della carta durerà, probabilmente, sino a quando la pluriennale GRANDE RECESSIONE passerà.
LE CARTE DI CREDITO NON FANNO PARTE DELLA MASSA MONETARIA.
NON E’ POSSIBILE EMETTERE TITOLI CHE IMPLICHINO LA STAMPA DI MONETA, QUEST’ULTIMA E’ RISERVATA ALLA BANCA CENTRALE EUROPEA.
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Alla base della razionalità economica
Il problema economico delle società consiste principalmente nel rapido adattamento ai cambiamenti che intervengono nelle particolari circostanze di tempo e di luogo.
Di conseguenza, è sempre preferibile che le decisioni finali vengano prese da coloro che direttamente conoscono queste circostanze o comunque che vengano prese con la loro attiva collaborazione.
Di qui l’importanza fondamentale della proprietà privata dei mezzi di produzione, sia sulla propria persona che sulle proprie cose: se ciascun individuo non è effettivamente il proprietario di sé stesso e delle proprie cose diviene praticamente impossibile attivare ed utilizzare al meglio la conoscenza dispersa tra le persone.
Proprietà privata dei mezzi di produzione e decentramento decisionale sono quindi intimamente collegati: senza proprietà privata sui propri mezzi di produzione non possiamo avere alcun decentramento decisionale.
In questo contesto, dobbiamo inserire il sistema dei prezzi, ossia quella guida all’azione sociale, quell’informazione necessaria, che serve a coordinare le azioni separate di persone differenti, affinché una società possa essere non soltanto pacifica ma anche davvero produttiva.
Nel calcolo economico non si può evitare di utilizzare un sistema dei prezzi, ma per calcolare razionalmente il valore e dunque per coordinare in maniera tendenzialmente corretta le azioni separate di persone differenti, possiamo fare affidamento solamente sui prezzi di mercato e prezzi di mercato possono emergere soltanto attraverso lo scambio volontario di diritti di proprietà privata.
Di conseguenza, se si desidera orientare razionalmente l’allocazione delle risorse, vale a dire se si ambisce a favorire le opzioni superiori piuttosto che le opzioni inferiori, rispetto alle preferenze dei consumatori e alle capacità dei produttori, non si può rinunciare alla produzione che avviene in un mercato di scambi volontari di diritti di proprietà privata.
Qualora l’informazione necessaria fosse data non avremo bisogno di prezzi di mercato per orientare razionalmente l’allocazione delle risorse, ma poiché l’informazione necessaria nel mondo reale non è mai data vi è bisogno dei prezzi di mercato: solo mediante lo scambio volontario di diritti di proprietà privata, infatti, gli agenti economici possono esercitare la loro attività sempre inconclusa e parziale di creazione e scoperta dell’informazione necessaria che trova la sua rappresentazione codificata nei prezzi di mercato.
Prezzi di mercato significano un sistema di prezzi che nasce e si sviluppa in maniera decentralizzata, cioè che non è imposto da alcuna autorità centrale attraverso mandati coattivi.
Prezzi di mercato sono una caratteristica esclusiva di un sistema fondato sul primato della proprietà privata dei mezzi di produzione e non possono in alcun modo essere fatti propri né nei meccanismi né nei risultati da un sistema che ha abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Esiste spontaneamente un mutuo adattamento degli atti dell’agente economico a quelli di tutti gli altri agenti economici: l’agente si adatta ai prezzi di mercato comprando e vendendo ai prezzi di mercato; i prezzi di mercato si adattano all’agente incorporando nella catena dei prezzi le conseguenze delle sue scelte e delle sue decisioni – il locale agisce sul globale e il globale sul locale e ognuno dei due aspetti è, nel contempo, causa ed effetto dell’altro.
L’informazione necessaria quindi non solo non si può considerare data a livello centrale per il suo carattere soggettivo, pratico e disperso, ma nemmeno si genera a livello degli agenti economici individuali se a questi non è permesso di esercitare liberamente la loro attività imprenditoriale e per fare in modo che ciascuno possa esercitare liberamente questa attività occorre riconoscere concretamente come presupposto il diritto alla proprietà privata sui propri mezzi di produzione.
In tal senso, neanche lo sviluppo della programmazione matematica e del più potente dei calcolatori informatici possono sostituire il ruolo imprescindibile svolto dalla proprietà privata nell’implementare il processo sempre inconcluso e parziale di creazione e scoperta dei prezzi di mercato.
Dimostrare, infatti, che alcune equazioni astratte hanno alcune soluzioni altrettanto astratte non significa che queste siano anche di una qualche utilità pratica, in assenza di scambi volontari di diritti di proprietà privata e ciò equivale ad affermare che la pianificazione centralizzata non è in grado di creare e ricreare di continuo e in tempo reale alcuna coordinazione efficace delle azioni individuali.
Un’economia pianificata dunque non può riprodurre meccanismi e risultati dei prezzi di mercato, giacché costi e possibilità di produzione non sono dati e inalterabili nel futuro ma vanno costantemente creati e scoperti e soltanto con gli incentivi di un’economia di mercato si è in grado di mobilitare e di usare in modo funzionale le informazioni diffuse tra gli innumerevoli agenti economici.
Un’economia di mercato è poi tanto più orientata alla prosperità quanto più tutti al suo interno sono liberi di scegliere i propri piani, le proprie preferenze e le proprie azioni, ossia quanto meno la proprietà privata di ciascuno sui propri mezzi di produzione è sottoposta a priori a interferenze coercitive.
In conclusione, se il diritto, inteso come norme giuridiche generali atte a proteggere la proprietà esclusiva di ciascuno, ci offre una guida all’azione sociale che ci dice ciò che non bisogna fare se non vogliamo far esplodere conflitti, il sistema dei prezzi di mercato ci offre invece una guida all’azione sociale che ci dice ciò che bisogna fare per rispondere efficacemente ai bisogni reciproci di tutti gli agenti economici.
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Il protezionismo fa tornare povere le grandi nazioni
Poche le elezioni presidenziali americane avevano attirato tanto interesse e preoccupazione internazionali, come quella nel 2016. Sicuramente, chi viene eletto e si siede alla Casa Bianca a Washington, DC è importante per molte persone in tutto il mondo dal momento che l’America resta un colosso politico, economico e militare influenzando i maggiori ed i minori eventi in tutto il mondo.
Eppure, l’ansia circa la possibilità e quindi la realtà della elezione di Donald Trump quale 45° presidente degli Stati Uniti è unica, almeno nella mia vita. Il suo linguaggio impetuoso, la sua crudezza nell’espressione verbale, il suo rifiuto apparente, durante le primarie repubblicane, di giocare col galateo e le regole del gioco politico standard e poi attraverso la campagna presidenziale che porta al giorno delle elezioni nel novembre dello scorso anno molte persone sono andate fuori di testa, in America e altrove, chiedendosi cosa aspettarsi se Trump dovesse vincere.
Poi venne lo shock della realtà, vincere le elezioni anche dopo che i sondaggisti interpretavano le preferenze del pubblico e gli esperti pontificavano sulla “impossibilità” che l’America scegliesse Trump. Sono stati tutti smentiti la sera dell’8 novembre 2016. I voti sono stati conteggiati ed è subito parso chiaro che Donald Trump aveva vinto con i voti necessari nel Collegio Elettorale Americano (American Electoral College) rivendicando la vittoria, anche su Hillary Clinton, guadagnando quasi tre milioni di voti in più dei popolari.
La negazione e la rabbia al trionfo di Trump
Si dice che ci sono diverse fasi del dolore umano dopo una grande perdita personale. La negazione è la prima, seguita dalla rabbia che la tragedia fosse accaduta. In questo breve breve periodo di tempo dopo le elezioni di novembre e poi l’insediamento di Donald Trump come presidente il 20 gennaio 2017, coloro che non possono accettare il risultato elettorale, stanno ancora provando una combinazione di queste prime due fasi.
Ma il fatto è che Donald Trump ha vinto le elezioni e se qualche evento inaspettato dovesse accadere, lui sarà, comunque, il presidente degli Stati Uniti per almeno i prossimi quattro e/o forse anche per i prossimi otto anni. Quindi, a molti piaccia o no, è solo meglio passare alla ultima fase del processo di lutto – l’accettazione. Donald Trump è alla Casa Bianca e ci starà lì per un po’.
Quindi, che cosa significa una Amministrazione Trump per l’America e per il resto del mondo? Beh, in effetti, ci sono molto poche domande al riguardo, dal momento che Trump è stato esplicito e diretto sui problemi in generale e molte delle sue specifiche visioni del mondo e con quella visione del mondo guiderà le sue decisioni in politica nei prossimi anni. Abbiamo già intravisto il suo punto di vista in “ordini esecutivi” che ha emesso finora durante la sua presidenza.
I deliri della Sinistra a proposito di Donald Trump
Prima di arrivare a questo, forse è necessario mettere da parte alcune paure deliranti ed euforie fuori luogo. L’ascolto e la lettura di quanto quelli della “sinistra” hanno detto e scritto su una Amministrazione Trump, l’osservatore non informato in visita di Marte potrebbe pensare che l’America era già affondata in una dittatura fascista o qualcosa di simile in cui sono in fase di realizzazione campi di concentramento per gli indesiderabili della minoranza, dai mezzi di informazione minacciati di essere trasformati in una voce per una macchina di propaganda nazista e che i non credenti religiosi saranno presto costretti a frequentare la chiesa ed obbligati a versare la decima (decima parte -10% – su base volontaria o obbligatoria in denaro o natura ndt).
A mio parere, molti della sinistra politica hanno bevuto un Kool-Aid di loro intruglio (bevanda analcolica a base di vitamine ndt) ed ora credono alla loro stessa propaganda isterica, la campagna per la morte della libertà in America è dietro l’angolo. Altri della sinistra politica trovano questo immaginario apocalittico molto utile per manipolare le persone per marciare, dimostrare e rivoltarsi come un meccanismo per solidificare la loro conquista sulla loro base politica. Mantenere la frenesia serve anche ai fini di coloro che nell’opposizione già guardando alle prossime elezioni del Congresso e presidenziali di due e quattro anni da oggi.
Altri, della sinistra politica, trovano questo immaginario apocalittico molto utile per manipolare le persone invitandole a marciare, a dimostrare e ad insorgere come un meccanismo per compattare la presa sulla loro base politica. Mantenere la frenesia serve anche ai fini di coloro che nell’opposizione stanno già guardando alle prossime elezioni del Congresso fra due anni e alle presidenziali quattro anni a partire da oggi.
E ‘importante capire che molti dei timori espressi dai membri del Partito Democratico o della sinistra politica in generale sulle usurpazioni presidenziali del potere – reali o immaginarie – di Donald Trump sono tutti poco convincenti. Infine, sono tutti molto soddisfatti per l’uso delle stesse prerogative presidenziali di Barack Obama attraverso direttive ed i relativi poteri per aggirare un Congresso controllato dai Repubblicani durante sei dei suoi otto anni alla Casa Bianca.
E’ stato Obama a dire che aveva “un telefono e una penna” e con questi in mano, avrebbe fatto tutto quello che poteva per farla franca e se il Congresso o la maggioranza del popolo americano erano a favore o meno nella sua visione di “speranza e cambiamento” in America. Improvvisamente, da quando quella potente penna presidenziale è in mano a Trump, la sinistra è “scioccata, scioccata” perché il capo dell’esecutivo del governo degli Stati Uniti non può non aderire alla tradizione dei poteri limitati e divisi nel sistema politico americano.
Il loro unico problema, con quella penna presidenziale ed il potere esecutivo, è che è in mano a qualcuno che non piace, piuttosto che a qualcuno che si crede di essere la sola voce ed il vendicatore della causa della “giustizia sociale”, con una visione “progressista” per rifare l’America.
Le fantasie della destra di Donald Trump
Sulla destra politica, molti di coloro che si opponevano a Trump, durante le primarie repubblicane, nel vederlo come una frode politica imbarazzante ed un rozzo truffatore da reality show, ora hanno cambiato il loro punto di vista.
Anche se i repubblicani una volta accertata la vittoria di Trump alle primarie, ciò ha significato la sconfitta inevitabile, e, per quattro anni, una presidenza di Hillary Clinton, si sono via via chiusi i ranghi dietro Trump. Molti, tuttavia, desiderano chiaramente che il Presidente dovrebbe attenuare la sua retorica, fermare il suo flusso di consapevolezza nel tweeting (da Twettter il social network ndt) e cominciare ad agire in maniera più “presidenziale”.
Ma a dispetto di tutti i suoi hijinks (celebrazioni chiassose ndt) personali ed imbarazzanti, da rissa di strada della retorica permalosa, dopo tutto, lui non è Hillary Clinton. E se lui segue attraverso le sue promesse, molte politiche a lungo desiderate dai repubblicani e dal movimento conservatore, in particolare nel campo della politica economica interna, questo potrebbero giungere a buon fine.
Egli ha detto che le tasse personali e aziendali devono essere significativamente ridotte, tra cui la doppia imposizione degli utili delle società americane delle operazioni all’estero. Ha detto anche che i regolamenti federali sulle imprese saranno tagliati radicalmente e le aziende saranno libere di pianificare e di investire capitali.
Trump ha firmato per il completamento dell’oleodotto Keystone, che collega i campi petroliferi del Canada col Dakota, con le raffinerie di petrolio e le relative strutture nel sud americano. Ha sfidato la ossessione del riscaldamento ed il cambiamento climatico globale. Forse ancora più importante, ha corso ed insiste per l’abolizione e la sostituzione del Affordable Care Act (sistema sanitario) – ObamaCare – per ripristinare la scelta più personale sull’assicurazione sanitaria e le opzioni di assistenza medica.
Se Trump persegue con successo, attraverso queste politiche ed i programmi, molti repubblicani e conservatori perdoneranno a Trump la maggior parte dei suoi peccati e imbrogli. Specialmente nel caso in cui si assicuri il controllo repubblicano nelle legislature federali e statali nelle prossime elezioni.
Donald Trump è improbabile che sia il distruttore diabolico della società democratica e come “la sinistra” lo ritrae: essere una minaccia. Ma direi che non è lui il difensore del principio della libertà e della libera impresa che molti sulla speranza di “destra” lavorano su alcuni decisioni della politica economica che egli ha preso finora.
La visione del mondo di Donald Trump : nemici ovunque
Quello che penso si sia distinto maggiormente nel suo discorso inaugurale, il 20 gennaio 2017, è stata l’omissione di riferimenti a ”libertà” o di “governo limitato”. La stragrande maggioranza del messaggio si è focalizzato su una chiamata per un restauro della “grandezza nazionale”.
“ Da oggi in poi, una nuova visione governerà la nostra terra. Da questo momento in poi, essa sarà l’America First. Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione, sulla politica estera sarà fatto per beneficiare i lavoratori americani e le famiglie americane. Dobbiamo proteggere i nostri confini dai danni di altri paesi che fanno ai nostri prodotti, che sottraggono le nostre aziende e distruggono il nostro lavoro. La protezione porterà grande prosperità e forza …
L’America tornare a vincere, vincendo come mai prima. Porteremo di nuovo il nostro lavoro. Ci riprenderemo i nostri confini. Porteremo di nuovo la nostra ricchezza. E noi riporteremo i nostri sogni. Costruiremo nuove strade e autostrade e ponti e aeroporti e gallerie e ferrovie in tutta la nostra meravigliosa nazione …
Seguiremo due semplici regole: Comprare americano e assumere americani. Cercheremo l’amicizia e la buona volontà con le nazioni del mondo – ma lo facciamo con la consapevolezza che è un diritto di tutte le nazioni mettere al primo posto i propri interessi.
Il Presidente Trump ripetuto lo stesso messaggio nelle sue osservazioni proprio l’altro giorno, il 17 febbraio 2017, ad una presentazione del nuovo Boeing 787 Dreamliner a Charleston, Carolina del Sud:
“Come vostro Presidente, ho intenzione di fare tutto il possibile per liberare il potere dello spirito americano e di mettere la nostra gente di nuovo a lavoro. Questo è il nostro mantra: Acquistare americano e assumere americani.
Noi vogliamo prodotti realizzati in America, fatte da mani americane. Probabilmente, come avete visto di recente, ho approvato la pipeline Keystone in Dakota. E mi sto preparando a firmare il disegno di legge. Ho detto, in che modo viene fatta la conduttura? E mi hanno detto non qui. Ho detto, che questo è un bene – aggiungi un po’ alla frase che devi comprare acciaio americano. Ed ora sai cosa? E’ così com’è. E’ quello che sta per essere … Stiamo andando a combattere fino all’ultimo posto di lavoro per gli americani …
Ho fatto una campagna elettorale con la promessa, che farò tutto quanto in mio potere, per portare quei posti di lavoro di nuovo in America. Abbiamo voluto rendere più facile – e deve è molto più facile da produrre che nel nostro paese e molto più difficile da abbandonare. Non voglio che le società escano dal nostro Paese, fabbricando il loro prodotto e vendendolo di nuovo, senza alcuna tassa, niente di niente, alimentando tutti nel nostro paese.
Popolo, non lasciamo che accada più. Credimi. Ci sarà una sanzione molto consistente da pagare quando (le aziende) abbandonano la loro nazione e si spostano in un altro paese, fabbricando il prodotto e pensando che hanno intenzione di venderlo di nuovo in quello che sarà presto un confine molto, molto forte. Sarà una partita molto diversa. Sta per essere tutto molto diverso …
Per raggiungere questo obiettivo, stiamo andando a ridurre massicciamente i regolamenti che appiattiscono il lavoro già iniziato; lo avete visto che – mandano i nostri posti di lavoro in altri paesi. Abbiamo intenzione di abbassare le tasse sul business americano quindi sarà più economico e più facile produrre prodotti e cose belle, come gli aeroplani proprio qui in America … Lo avete sentito dire prima ed io lo ripeto: D’ora in poi, sarà America First. ”
A suo avviso, gli Stati Uniti sono stati sfruttati nei rapporti politici ed economici con il resto del mondo. Il mondo ha rubato posti di lavoro agli americani e distrutto le basi di produzione degli Stati Uniti, hanno lasciato la classe media americana con uno standard di vita indebolito e stagnante, provocato il caos con il sogno americano ed il diritto di nascita, di opportunità e di prosperità crescente.
Per Donald Trump, ogni accordo commerciale, ogni deficit commerciale ed ogni investimento d’affari all’estero, sono la prova della misura in cui l’America ha abusato nelle sue relazioni commerciali.
Questa visione del mondo è una rinascita della nozione mercantilista del XVII e XVIII secolo dove l’esistenza umana ha un conflitto senza fine ed inconciliabile, non solo o semplicemente con la natura, ma tra stati-nazione. Per il mercantilista, ogni stato-nazione dovrebbe proteggere il benessere economico dei propri sudditi e cittadini dalla perdizione del saccheggio di altri stati-nazione. Nella visione del mondo mercantilista, l’economia è un gioco a somma zero.
La liberazione classica del liberalismo dell’uomo da parte dello Stato
Le rivoluzioni intellettuali, politiche ed economiche liberali classiche della fine del XVIII e XIX secolo sono il rovescio dell’idea di monarchia assoluta, sostituendo entrambe le monarchie con un vincolo costituzionale o con forme repubblicane di governo. Si vuole, inoltre liberare l’individuo dalla potenza e dal controllo dello stato incontrollato. L’ideale di libertà individuale ed il diritto di ogni persona alla propria vita, alla libertà ed alla proprietà onestamente acquisita è l’importante trasformazione del rapporto tra l’individuo e lo Stato.
Secondo i classici liberali, il governo esiste per preservare il diritto dell’individuo di vivere nella sua tranquillità e nell’interesse personale, di non servire agli scopi dei re, dei principi, o maggioranze democratiche illimitate. Gli economisti del tempo, tra cui Adam Smith e molti altri dopo di lui, hanno sostenuto che il commercio non era un gioco a somma zero ed era sicuramente dannoso per le nazioni impegnate in rapporti commerciali.
Questi liberali hanno affermato che le persone sanno molto meglio come prendersi cura dei propri interessi rispetto a qualsiasi regolamentatore di governo che potrebbe anche ideare. Gli individui entrano solo in scambi con gli altri quando credono che ci sarà un risultato migliore nella transazione. Nessun individuo, nell’atto di libero scambio, dà mai via intenzionalmente qualcosa che ha un alto valore per qualcosa che valga molto meno. Infatti, è sempre il contrario.
Miglioramento da commercio contro la presunzione politica
Se vado giù al negozio all’angolo e acquistare una copia del giornale di oggi per un dollaro, è perché ritengo che le informazioni possibili che mi può fornire sono di maggior valore rispetto al prezzo mi viene chiesto. E, a sua volta, se il proprietario del negozio all’angolo mi vende la copia del giornale di oggi è perché ha più alto valore del dollaro che riceve da me per rinunciare a una delle copie in vendita. Ognuno di noi considera sé stesso, rispettivamente, migliore.
Ora è vero che dopo che ho comprato il giornale e l’ho letto, potrei dire, retrospettivamente, che non conteneva nulla di veramente nuovo o interessante e, quindi, col senno di poi, invece avrei potuto facilmente far passare il giorno senza acquistarlo e utilizzare quel dollaro per l’acquisto di qualcos’altro.
Nessuno ha la perfetta conoscenza. Noi tutti agiamo su ciò che sappiamo o che crediamo nel momento in cui effettuiamo una operazione. E, a volte, si può concludere che una cosa, dopo averla fatta, non era così vantaggiosa come speravamo o avremmo voluto fosse. Ma richiederebbe una grande quantità di arroganza da parte di chiunque altro presumere che sanno più di noi su ciò che è meglio per noi, nei nostri scambi di mercato di tutti i giorni. La conoscenza su cui il presuntuoso paternalismo politico afferma il diritto di controllare e di interferire è almeno altrettanto imperfetta e limitata quanto quella posseduta dal resto di noi.
La mentalità della pianificazione centrale di Trump
Mentre molti conservatori stanno salutando l’intenzione dichiarata da Donald Trump di ridurre la normativa in materia di business e contemporaneamente meno tasse sulle persone e le imprese private – sicuramente tutte cose buone in se stesse – dobbiamo capire, però la prospettiva ideologica per cui lo si sta facendo.
In nessun momento il presidente Trump ha detto che intende seguire queste politiche perché vuole avere più controllo sui i cittadini americani e sulle loro vite. Non ha mai sostenuto la riduzione degli oneri fiscali in modo che gli Americani possano mantenere un reddito e della ricchezza più alti e che si sono onestamente guadagnato come un obiettivo politico desiderabile per sé.
No, invece, il presidente Trump ha sostenuto queste politiche, come un pianificatore dell’economia centrale, sa dove le imprese americane dovrebbero investire e dovrebbero assumere e quali sono i prodotti che dovrebbero produrre.
Come è diverso dal “progressista” che desidera utilizzare la regolamentazione del governo per limitare l’uso dei combustibili fossili, utilizzando politiche di intervento per promuovere “energie alternative”?
Gli obiettivi e gli strumenti di regolamentazione possono differire, ma la premessa di base rimane la stessa: Che il governo sa, meglio dei singoli cittadini, come vivono la loro vita.
La saggezza duratura di Adam Smith
Per essere onesti, suscita la più profonda frustrazione, per un economista, il dover ripetere le parole scritte da Adam Smith più di 240 anni fa, nel suo famoso libro, La ricchezza delle nazioni:
“ “E’ il motto di ogni buon padre di famiglia, di non tentare di fare a casa quello che gli costerà di più che acquistarlo. Il sarto non tenta di fare le proprie scarpe, ma le compra dal ciabattino. Il calzolaio non cerca di fare i suoi vestiti, ma si avvale di un sarto. Il contadino non cerca di fare né l’uno né l’altro, ma si avvale di questi diversi artigiani …
“Quella che è la prudenza nella conduzione di ogni famiglia privata può essere la rara follia in quella di un grande regno. Se un paese straniero ci può fornire con un prodotto più conveniente, che noi stessi possiamo produrre, meglio comprarlo da loro con una parte dei prodotti della nostra industria, impiegata in un modo da averne qualche vantaggio …
“Non è certo impiegato per il massimo vantaggio quando si è indirizzati verso un oggetto che si può comprare più convenientemente e che può rendere … L’industria di un paese, di conseguenza, viene così rivolta ad altro, ad un lavoro meno vantaggioso ed il valore di scambio annuo dei suoi prodotti, invece di essere aumentato, secondo l’intenzione del legislatore, deve necessariamente essere diminuito per tutti da tale regolamentazione”.
Il Presidente Trump e quelli della sua amministrazione che condividono la sua visione negativa delle importazioni di beni meno costosi, senza dubbio, diciamo che può essere cosa buona e giusta, date le circostanze ad una “parità di condizioni” (ceteris paribus), ma le altre nazioni non giocano pulito. Altri governi sovvenzionano le loro esportazioni e tentano di ostacolare, a loro modo, l’importazione di merci americane nei loro paesi.
L’importazione di merci a poco prezzo è sempre quello più conveniente
Se le importazioni meno costose offerte negli Stati Uniti sono il risultato di un’efficienza dei costi basati sul mercato di in un altro paese o la sovvenzione del governo di alcune delle esportazioni verso un paese, dal punto di vista del consumatore americano, vi è la possibilità di un aumento del reddito reale. Una merce desiderata può essere acquistata per meno di prima, lasciando una somma di denaro nelle tasche degli acquirenti con la quale ora possono permettersi di acquistare ciò che prima non potevano.
Che dire di posti di lavoro persi nel mercato interno a causa delle importazioni straniere? Sempre di fronte a tutti i cambiamenti sono necessari aggiustamenti. In questo caso, sarà necessario il re-impiego, ma non c’è nulla, di per sé, che impedisce di trovare posti di lavoro alternativi. Dopo tutto, le importazioni devono essere pagate attraverso le esportazioni – il paese straniero non può dare i propri prodotti gratis. E, in aggiunta, i dollari risparmiati dall’acquisto del prodotto straniero, meno costoso, significheranno domanda aggiuntiva alla spesa per beni diversi dei consumatori che possono ora permettersi di comprare, offrendo opportunità di lavoro anche in questa direzione.
Il falso obiettivo dei “lavori” giusti
Questo diventa un altro punto cieco in agenda come dichiarato dal presidente Trump. Ripete, ancora e ancora, che il suo compito è quello di creare posti di lavoro per gli americani. Ma “posti di lavoro” non è un fine in sé. Mentre alcune cose sono piacevoli da fare per se stessi, il lavoro è un mezzo per un fine. Sia che si stia piantando colture in un campo o lavorando i prodotti in fabbrica o mettendo le reti da pesca nell’oceano, oppure offrendo un servizio come un taglio di capelli o un corso di aerobica, sono tutti i mezzi per raggiungere un fine – la produzione di beni che gli altri vogliono per la società come metodo per guadagnarsi da vivere e che ci consente di acquistare da quegli altri, ciò che hanno in vendita nel settore del lavoro che, a sua volta, è il desiderio di consumare.
Dovremmo desiderare, per tutti, di fare il loro lavoro al minor costo in termini di risorse e manodopera proprio in modo che possiamo ottenere la maggior parte dei beni e dei servizi che desideriamo con i mezzi a disposizione. Se i produttori di in un altro paese possono farlo meglio e meno costoso di quello che possiamo farlo in casa, dobbiamo approfittare di questo per massimizzare il nostro benessere materiale, piuttosto che lamentarci per la sua offerta.
Supponiamo che domani, attraverso qualche miracolo, i vestiti comincino a crescere gratis sui rami degli alberi e che tutti i posti di lavoro dell’economia nel settore tessile debbano scomparire. Dovremmo andare in disperazione per questo? Certamente, potremmo avere tutti i vestiti che avremmo potuto desiderare e si potrebbe, quindi dedicare tutto il lavoro liberato per produrre altre cose che anche noi desideriamo, ma che non si poteva precedentemente avere, perché gran parte della forza lavoro era legato a confezionare le nostre camicie, pantaloni e giacche.
Temendo di perdere quei “buoni posti di lavoro americani” nel settore tessile, dovremmo considerare meglio se tagliare i rami degli alberi che producono tutti quei vestiti in modo da mantenere tutti quei lavoratori che fanno i vestiti? Penso che la maggior parte di noi consideri ciò ridicolo. Il Presidente Trump, se lo prendiamo in parola, potrebbe voler imporre un dazio sulle importazioni e costruire un muro alto lungo il confine per mantenere tutti quei vestiti liberi fuori degli Stati Uniti, se si è scoperto che quei vestiti prodotti dagli alberi sono stati collocati in un Paese straniero.
Le ritorsioni al commercio esprimono il peggio del proprio paese
E per quanto riguarda gli altri paesi che impongono tariffe di importazione contro i nostri beni per “proteggere” i propri settori ed impieghi? Non dovremmo rispondere con tariffe di ritorsione e le relative restrizioni all’importazione per dare loro una lezione? Se lo facciamo possiamo solo ferire noi stessi, in modo da rispondere alle barriere commerciali erette da altri paesi.
Un economista britannico, Henry Dunning MacLeod (1821-1902), ha dato una risposta chiara sull’argomento di una tariffa di ritorsione, nel 1896. Egli ha detto:
“ “Con il metodo dei dazi di ritorsione, quando (un altro paese) ci percuote sulla guancia, dall’altra veniamo immediatamente colpiti da noi stessi con uno schiaffo estremamente duro. (L’altro paese impone suoi dazi all’importazione) fanno un danno e noi, e per ritorsione, immediatamente noi facciamo di più. Il vero modo per combattere le tariffe ostili è il libero commercio”.
La ritorsione con tariffe contrapposte rende le merci acquistate solo, in precedenza dal paese straniero, più costose per i consumatori del proprio paese, abbassando il loro livello di vita attraverso prezzi più elevati e una più ridotta varietà di prodotti tra cui scegliere. Riducendo le vendite conseguite dal produttore straniero nel proprio paese, ha meno entrate da cui partire per comprare le esportazioni del vostro paese, con un effetto negativo sui settori della propria economia.
Se, ora, che l’altro paese procede a imporre dazi contrapposti, in risposta alla rappresaglia del vostro paese, entrambi i paesi si troveranno di fronte a una spirale di morte del commercio per la diminuzione dei beni a disposizione dei consumatori di entrambi i paesi, i prezzi più elevati per i prodotti di entrambi che i cittadini dei paesi vogliono acquistare e ad una riduzione del sistema internazionale di divisione del lavoro diminuisce la produttività complessiva del mercato globale, il risultato finale sarà inferiore alla prosperità ed al progresso materiale per tutti.
Se il presidente Trump segue la realtà attraverso le sue proposte politiche protezionistiche, basate sulla sua somma zero, il concetto del commercio tra le nazioni ed il risultato finale può avere in gioco una somma negativa, in cui tutte le nazioni del mondo stanno peggio.
Falsa prosperità di Trump dietro i muri del commercio
Oh, sì, i lavoratori americani possono ora produrre i beni che in precedenza sono stati forniti dai lavoratori stranieri. Le industrie americane che erano diminuite, rispetto al loro numero, prima dell’intensificato commercio globalizzato, possono avere un ritorno dietro le barriere doganali del presidente Trump.
Ma dietro questo miraggio di restauro della “grandezza” americana, i lavoratori ed i consumatori americani saranno più poveri di quello che devono essere, la fabbricazione di beni a costi più elevati e con efficienza meno produttiva di una partecipazione libera e aperta in un mercato-centrico (tipico dei paesi come USA e GB, è basato sulla capacità dei mercati, di finanziare grossi progetti, per promuovere lo sviluppo economico ndt) dove la divisione globale ed il libero lavoro verrebbe offerti a tutti, in tutto il mondo, compresi quegli americani per il cui benessere economico il Presidente Trump sostiene di essere così preoccupato.
Donald Trump smentito da un Caroliniano del Sud – nel 1830!
Ho già citato delle osservazioni del presidente Trump durante la sua recente visita a Charleston, South Carolina. Permettetemi di citare un economista del South Carolina, Thomas Cooper (1759-1839), che ha pubblicato le seguenti parole nel 1830: Lezioni sugli elementi di economia politica (Lectures on the Elements of Political Economy), in quello che è diventato uno dei libri di testo economici più diffusi, a quel tempo, negli Stati Unit. Il Dr. Cooper è stato uno dei presidenti del South Carolina College e un professore di chimica ed economia politica. Disse:
“ “L’intero utilizzo del commercio estero è quello di importare le materie prime che occorrono, a costi inferiori, più di quanto non siano prodotti in casa. Questa è la base ed il carattere essenziale. Quindi, il principio di restrizioni e imposte (tariffe) proibitive, che vietano, in fase di introduzione dall’estero, un articolo perché può essere considerato più economico dall’estero – va alla distruzione totale di tutto il commercio estero …
“Infatti, il sistema restrittivo ci dice che non vi gioverà grandemente l’essere confinati come prigionieri all’interno delle nostre case, senza avere rapporti fuori di casa; questo è il dovere di lasciare il nostro vicino di arricchirsi sulla nostra credulità e convincerci a comprare da lui un articolo inferiore, ad un prezzo superiore …
Per (questo) principio adozione, dove è la fermata? Per parlare dopo di questo, del nostro essere la nazione più illuminata sulla terra, è una satira su di noi più amara che i nostri nemici hanno in loro potere di proferire. Per essere governati da tale ignoranza, è davvero una vergogna nazionale”.
Il pericoloso paternalismo protezionista di Donald Trump
Donald Trump non può essere né il diabolico aspirante dittatore che molti della sinistra politica hanno ritratto o per “dirla com’è”, l’angelo vendicatore per alcuni della destra politica ed avere qualcuno che sia in grado di ripristinare gloriosamente una grandezza americana perduta.
Quello che dovrebbe essere abbastanza chiaro è che dietro il mantra del presidente Trump di “America First” è un protezionismo paternalistico pericoloso che vede tagli fiscali e riduzioni di regolamentazioni del business di casa, non fini a se stesse, ma per ripristinare la libertà individuale e la libertà economica del popolo americano; invece, gli strumenti di politica fiscale ed interventista influenzano e manipolano la direzione e la forma dell’ attività economica negli Stati Uniti.
Altre nazioni non sono viste come partner globali e partecipanti in una ricerca in tutto il mondo per un generale miglioramento delle condizioni dell’umanità, tra cui il miglioramento del popolo americano. Il mondo non è visto come un’arena di cooperazione internazionale attraverso la competizione pacifica del mercato in cui ogni nazione e le persone trovano i modi migliori per guadagnare da vivere attraverso il progresso reciproco, di coloro, con i quali essi commerciano.
Invece, il presidente Trump vede il mondo come un luogo ostile in cui le altre nazioni sono fuori per migliorare loro stesse, rendendo l’America e gli americani più poveri, deboli e anche peggio. L’atteggiamento e la convinzione, se al momento dell’attuazione della politica economica estera americana, rischia di farne una profezia che si auto-avvera. Altre nazioni possono facilmente cadere ulteriormente nella stessa mentalità del collettivismo nazionalista, portando con sé tensioni economiche internazionali e conflitti commerciali ed eventualmente intensificarli, se non guerre commerciali odierne. Si tratta di una mentalità pericolosa e sta visibilmente crescendo oggi in un certo numero di paesi europei e in altri luoghi in tutto il mondo.
Le politiche di Donald Trump possono benissimo portare più prodotti recanti il marchio “Made in USA”, ma il suo significato reale e perverso non sarà una grandezza americana restaurata, ma il marchio di una prospettiva di politica economica che porta con sé l’idea di paternalismo protezionistico che, alla fine della giornata, non migliorerà né la condizione degli americani, né quella del resto del mondo.
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Il fenomeno migratorio in una società libera
Un ordine basato sulla libertà individuale di scelta, consiste in libertà di offrire e libertà di domandare ed in ciò è insito il fatto che ogni richiesta può essere gestita in piena autonomia ed essere tanto accolta quanto rifiutata o cadere nel vuoto.
La libertà è, infatti, assenza di impedimenti, ma questa condizione verrà realizzata solo se verrà rispettata la proprietà privata, sia su se stessi che sulle cose.
Rispettando la libertà di ciascuno non si è grado di imporre alla società concezioni artificiali frutto della presunta conoscenza privilegiata di qualcuno in particolare, e questo in seguito ci permette di dire che la libertà va difesa perché consente al più ampio numero possibile di individui di condurre vite ritenute significative dal proprio punto di vista.
Se la libertà, in quanto condizione generale, deve essere rispettata per lo scambio di beni e servizi lo deve essere anche per quanto riguarda il movimento delle persone; così come una merce per essere scambiata richiede l’accordo delle parti, in ogni unità privata l’accesso regolare di un’altra persona dipende sempre dalla volontà del proprietario dell’unità.
Trattasi quindi di cercare di trascinare coerentemente questo fatto evidente della proprietà privata all’interno della cosiddetta proprietà pubblica, cioè in quella proprietà dove vi è una cattiva definizione dei singoli diritti di proprietà privata che la compongono.
La proprietà pubblica è sempre mal definita e pertanto possiede una tendenza ad essere mal tutelata e/o mal sviluppata, giacché i prezzi esprimono un significato razionale solo quando emergono da scambi realizzati in cui ciascuno dispone effettivamente e solamente della sua proprietà.
Ebbene, per un puro ragionamento di tipo “consequenzialista”, quanto più i beni ed i servizi cessano di essere sottoposti a proprietà pubblica, minori sono le possibilità di pervenire ad un disordine sociale ed economico.
Parlare di proprietà pubblica significa parlare di Stato e dunque di un determinato gruppo sociale organizzato.
Non può esistere uno Stato senza territorio, vale a dire la sede su cui stabilmente risiede tale comunità organizzata.
Questa sede rappresenta l’ambito spaziale entro il quale lo Stato pretende di esercitare in modo effettivo, esclusivo ed indipendente la propria sovranità, ossia quel potere supremo dello Stato che riguarda da un lato i rapporti dello Stato con gli altri Stati e organizzazioni internazionali, dall’altro i rapporti dello Stato con i suoi contribuenti residenti e quanti transitano nel suo territorio.
Tutto il territorio dello Stato, sia che si tratti di zone abitate che di zone disabitate è sottoposto alla sovranità dello Stato.
Lo Stato si regge sull’imposizione tributaria che esso effettua su i suoi contribuenti-residenti, esso è quindi chiamato ad operare in nome di questi suoi contribuenti.
Uno Stato che afferma di rappresentare una società libera, non può che fondarsi sul primato del diritto alla proprietà privata – essendo la pretesa capace di soddisfare meglio la possibilità media di tutti – sia su se stessi che sulle cose, e su un sistema economico di libero mercato, perché questi due elementi, che sono l’uno la conseguenza dell’altro, forniscono ai suoi abitanti gli incentivi necessari per realizzare piani di azione liberamente scelti, con la garanzia di affrontare personalmente i rischi e le responsabilità delle attività che essi intraprendono.
Finché lo spostamento di una persona avviene dietro invito di un individuo, di un’associazione o di un’impresa residente che garantisce all’immigrato un alloggio per un periodo di tempo relativamente lungo, un minimo adeguato di sostentamento ed eventualmente anche un’occupazione, in linea di massima, lo Stato non può opporsi al trasferimento – in una società libera, un datore di lavoro deve avere la facoltà di assumere alle sue dipendenze chi vuole, compresi i residenti all’estero, così come il proprietario di un’abitazione deve avere la facoltà di affittare a chi vuole.
In linea di massima, poiché lo Stato, essendo l’istituzione responsabile della sicurezza di tutti i propri contribuenti, può sempre impedire l’ingresso a singoli individui che palesemente hanno espresso o esprimono comportamenti e/o pensieri che minacciano seriamente quel primato del diritto alla proprietà privata.
Tuttavia, spesso le persone si spostano da uno Stato all’altro in cerca di fortuna o nuova vita senza l’invito di qualcuno; in tal caso, sarà necessario, per poter in seguito stabilirsi legalmente, farsi prima concedere un apposito visto dallo Stato in cui si intende abitare o anche lavorare, tramite ambasciate o consolati – ovviamente, per tutti coloro che vanno all’estero per qualsiasi altro motivo si dovrà fare un discorso diverso.
Ambasciate e consolati locali potrebbero fungere anche da strutture che mettono sistematicamente in contatto domande ed offerte di inviti.
A chi dovrebbero essere rilasciati questi appositi visti?
Escludendo persone che palesemente hanno espresso o esprimono comportamenti e/o pensieri che minacciano seriamente quel primato del diritto alla proprietà privata, questi visti dovrebbero essere rilasciati soltanto a persone che possono far leva su un minimo sufficiente di capitali monetari.
Se ci si reca all’estero e si è già in grado di usufruire di un reddito che funge da mezzo di sostentamento permanente, non vi dovrebbero essere obiezioni ad accettare il trasferimento, ma se ci si reca all’estero per cercare o crearsi un lavoro, tale ricerca o creazione richiede nel frattempo che si possa fare affidamento a delle risorse per sostenere il quotidiano vivere.
Lo Stato dovrà stabilire l’ammontare di queste risorse confrontandosi con le condizioni attuali del mercato del lavoro.
Lo Stato può rilasciare questi visti per motivi umanitari anche a persone che non possono far leva su un minimo sufficiente di capitali monetari?
Qui il campo delle verità consequenzialiste, giuridiche ed economiche, deve fare i conti con il campo delle valutazioni etiche, ben sapendo però che il campo delle valutazioni etiche non potrà mai capovolgere con successo le verità consequenzialiste.
Concedere il permesso a soggiornare stabilmente nel proprio territorio a persone prive di invito e che non portano con sé mezzi per sopravvivere autonomamente, significa che queste persone, almeno nei primi tempi, graveranno forzosamente come spesa sull’intera collettività e ciò equivale a dire utilizzo di un welfare state coercitivo.
Senza fare inutili previsioni di natura deterministica, è chiaro che il welfare state coercitivo può essere ben sostenibile finché si tratta di piccoli numeri; all’estendersi, infatti, del welfare state coercitivo, aumentano i rischi per il mondo dell’allocazione economica delle risorse di essere soggiogato da quello dell’allocazione politica e del parassitismo.
In ultimo, lo Stato dovrà necessariamente procedere:
all’espulsione di qualunque soggetto che cercasse di stabilirsi nel proprio territorio sprovvisto di invito o di apposito visto;
a sanzioni amministrative e/o penali nei confronti di quei soggetti che si assumono la responsabilità dell’invito dello straniero ma che, in realtà, lo fanno solo sulla carta e non anche con i fatti;
impedire l’accesso a chi provasse ad entrare nel proprio territorio cercando di forzarne i confini.
Da valutare, invece, la posizione dello straniero nel momento in cui chi l’ha invitato rinunciasse ad ogni responsabilità precedentemente assunta e nessun altro soggetto privato residente accettasse di assumerla.
I fenomeni migratori sono antichi quanto la storia dell’uomo.
E’ uno di quei cambiamenti che hanno luogo di continuo pertanto non bisogna affrontare questo fenomeno come se non dovesse mai avvenire, ma semplicemente di istituzionalizzarlo con buon senso.
Asserito quanto, c’è da rilevare che tra un ordine liberale e migrazioni esiste senz’altro un rapporto ma questo rapporto è soprattutto fatto di “sostituibilità elastica” e non di “rigida esclusività”, vale a dire che tanto più riusciamo ad estendere l’ordine liberale quanto più vengono meno quelle necessità che spingono le persone ad abbandonare le proprie terre d’origine.
All’adozione di ordini maggiormente liberali in ogni parte del globo terrestre corrisponde, infatti, un incremento del benessere generalizzato a livello globale e tale incremento rende sicuramente minori le possibilità che possano generarsi masse notevolmente consistenti di persone che desiderano spostarsi da uno Stato all’altro o da una regione del pianeta ad un’altra.
Di conseguenza, divengono criticabili tutte quelle azioni che, direttamente o indirettamente, ostacolano l’adozione di ordini maggiormente liberali in ogni parte del globo terrestre.
Criticabile è il sistema degli aiuti internazionali ai paesi più poveri che alla fine si risolve in effetti più che altro controproducenti.
A seguito del processo di decolonizzazione, i paesi più ricchi hanno versato 135 milioni di dollari l’anno alla cosiddetta cooperazione internazionale, e questo denaro è stato versato tanto dai governi di questi paesi quanto dai loro singoli cittadini.
L’aiuto internazionale è gestito da agenzie, associazioni od enti collegabili alle Nazioni Unite i quali senza la motivazione dell’aiuto al prossimo non potrebbero mai sorreggersi.
Ognuna di queste associazioni, agenzie od enti ha delle spese, tra cui la voce stipendi, che finiscono per assorbire gran parte di quei fondi destinati ai paesi più poveri.
Da ciò si capisce che gli impiegati di queste strutture non possono avere un grande interesse a contrastare la povertà diffusa nel mondo, giacché per loro la povertà diffusa è fonte regolare di guadagno.
Certamente, non tutti i progetti che nascono a seguito degli aiuti internazionali falliscono miseramente, ciò nonostante si stima che circa l’80 per cento di quei 135 miliardi di dollari annui viene sprecato in costi di gestione di queste associazioni, agenzie od enti ed in investimenti tanto grandiosi quanto non redditizi.
Tuttavia, questi aiuti economici forniti in maniera sistematica sono soprattutto criticabili perché finiscono per imprimere nelle popolazioni dei paesi più poveri la mentalità del subordinato a scapito dell’assunzione individuale di responsabilità.
Il fattore determinante della creazione di ricchezza è la capacità di produrre merci, la quale cresce con l’incremento della frazione produttiva della popolazione e della divisione del lavoro, le quali a loro volta possono aumentare stabilmente solo con l’accumulazione di risparmio reale.
Se il risparmio reale aumenta, può diminuire senza controindicazioni l’interesse sul capitale reale prestato e rendere così relativamente più vantaggiosi quei rami di produzione che richiedono, in funzione delle loro condizioni tecniche, un periodo più lungo di produzione.
I governi dei paesi più ricchi piuttosto che fornire aiuti economici sistematici ai paesi più poveri, dovrebbero sostenere i governi e le popolazioni locali a costituire nei propri paesi un intorno istituzionale che protegga la proprietà privata e la garanzia che quello che si accumula possa essere preservato in futuro.
Criticabile è, inoltre, la posizione dei paesi più ricchi quando questi adottano misure di protezionismo commerciale non dando in questo modo la possibilità ai paesi più poveri di accedere con i loro prodotti ai mercati più abbienti.
Mancanza del suddetto intorno istituzionale ed assenza di responsabilità individuale nei paesi più poveri e protezionismo commerciale da parte dei paesi più ricchi pongono le basi, separatamente e sommandosi, per veder emergere grandi masse di popolazione localizzate nei paesi più poveri desiderose di spostarsi verso i paesi più ricchi.
Tale pressione esercitata da queste grandi masse va a stimolare un circolo vizioso a danno del primato del diritto alla proprietà privata e del sistema economico di libero mercato ed a favore dell’espansione della proprietà pubblica e dell’interventismo statale.
Infatti, così come ogni processo di espansione economica non coperto da risparmio reale è seguito da una fase di doloroso riassestamento che rappresenta il momento ideale per veder affiorare nuove richieste di ampliamento della proprietà pubblica e dell’interventismo statale, ogni massiccia pressione migratoria dai paesi più poveri a quelli più ricchi produce in questi ultimi un periodo di acute problematiche che, stressando il meccanismo della libertà di offrire e di domandare, rappresenta il momento ideale per veder affiorare le stesse richieste.
In conclusione, quando si parla di migrazioni non vi deve essere alcuna posizione pregiudiziale, né a favore né contro, ma bisogna sempre però avere l’onestà intellettuale di affrontare il fenomeno tenendo conto delle opportunità e dei rischi che concretamente include ogni suo caso specifico.
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