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NWO: voglia di Ebola?

Luogocomune.net - Mer, 08/10/2014 - 15:10
In vista di un aggravarsi dell'epidemia di Ebola, che minaccia ora di estendersi anche in Europa, ripubblichiamo questo articolo del 2010, nel quale la "voglia di epidemia" traspare chiaramente dal documento della Rockefeller Foundation.

Il Nuovo Ordine Mondiale scopre le carte

La Rockefeller Foundation ha pubblicato un interessante documento, intitolato “Scenari per il futuro della tecnologia e dello sviluppo internazionale”, nel quale ipotizza quattro possibili situazioni in cui potrebbe venire a trovarsi il mondo intorno al 2025.

Naturalmente, in questo gioco “ad indovinare il futuro”, la linea fra quello che potrebbe accadere e quello che si vorrebbe veder accadere è sempre molto sottile, ed è questo che rende il documento particolarmente interessante.

L’elemento su cui si focalizza la ricerca è il progresso tecnologico, e la domanda centrale che si pone è la seguente: “Che effetto potrà avere la tecnologia nel superare gli ostacoli verso la stabilità e la giusta crescita nel mondo dei prossimi 15-20 anni?”

Per rispondere alla domanda gli autori hanno identificato due elementi variabili, che ritengono di fondamentale importanza nel determinare il futuro assetto del mondo. Queste variabili sono l’”allineamento politico-economico” delle varie nazioni, che potrà risultare “debole” o “forte”, e la “capacità adattiva” dei popoli che ne fanno parte, che potrà risultare “alta” o “bassa”.



Per capire bene cosa intendano gli autori con questi due termini, …

Il marxismo culturale è un ossimoro

Freedonia - Mer, 08/10/2014 - 10:13
La fama di Tom Piketty è ormai mondiale, poiché col suo ultimo libro è riuscito a fare strage di lettori e soldi. Sarà lecito per un marxista accumulare ricchezza? Non si sa, ma sta di fatto che questo manoscritto illeggibile ha avuto successo nonostante propagandasse idee confutate, morte e sepolte. Dopo che gli economisti marxisti sono diventati lo zimbello del mondo accademico a seguito del crollo dell'URSS nel 1991, la riesumazione di tali sciocchezze è un chiaro segno della disperazione in cui è finito questo movimento. Gli unici paesi che ancora continuano a sostenere una politica dichiaratamente comunista sono la Corea del Nord e Cuba. Sebbene quest'ultima stia ormai cedendo ad una visione dell'economia meno infastidita dallo stato, rimane solo il regime di Pyongyang a fare da alfiere. Fate una ricerca su Google nella categoria "Immagini" ed inserite queste parole chiave: "North Corea" e "Satellite". Una sola immagine varrà più di un trattato accademico. Ora Piketty vuole persuaderci che quelle stesse politiche che hanno portato paralisi economica e corruzione dilagante, possano magicamente invertire la stagnazione economica causata da banchieri centrali e politici amanti del keynesismo. Gli illusi e gli ingenui se la sono bevuta. Ciò che rimane dell'intellighenzia marxista se l'è bevuta. Fortunatamente per noi, l'esimio George Reisman s'è preso la briga di smontare, pezzo per pezzo, tutte le fallacie presenti nel libro di Piketty. Trovate la sua analisi qui.
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di Gary North


Uno spettro si aggira nel conservatorismo americano. E' lo spettro del marxismo culturale.

Spettro:

1. Immagine, visione soprannaturale di una persona morta che appare ai vivi per reclamare giustizia e vendetta o per minacciarli e spaventarli: vedere uno s.; essere perseguitato dagli s. delle proprie vittime; ad Amleto, nella tragedia scespiriana, appare lo s. del padre, morto assassinato. Come termine di confronto e in similitudini, persona dalla figura emaciata, che denota grave decadimento fisico e psichico: sembra uno s.; la malattia e le sofferenze l’hanno ridotta a uno spettro.

2. fig. Minaccia, pericolo imminente e previsto o temuto di un grave male, danno o disastro: popolazioni su cui incombe lo s. della carestia, della fame, del colera; la distensione internazionale ha allontanato lo s. di un conflitto nucleare.


CONFESSIONE, INFILTRAZIONE E SEPARAZIONE

Vorrei iniziare proponendovi uno scenario. Un gruppo di teologi all'interno di una denominazione protestante cominciò a predicare che il cristianesimo è vero, ad eccezione di due dottrine: in primo luogo Gesù non era divino, e in secondo luogo la Bibbia non è letteralmente vera. Come commentereste l'ortodossia di queste persone?

L'Occidente ha cominciato a sentire questi argomenti nelle università tedesche finanziate dallo stato nei primi anni del 1800, ma questo approccio per interpretare il cristianesimo e la Bibbia ebbe inizio a metà del XVII secolo in Inghilterra: il Tew Circle. Generalmente non è riconosciuto nel mondo accademico, ma lo sfondo storico è stato presentato in forma intellegibile oltre 30 anni fa in un libro intitolato The Authority of the Bible di H. G. Reventlow. Il libro e il suo autore sono praticamente sconosciuti agli studiosi, ma il libro è una monografia magistrale.

Questa prospettiva cominciò ad essere ampiamente accettata nei circoli accademici protestanti degli Stati Uniti nel 1875. Si diffuse molto rapidamente. Divenne nota come modernismo teologico, e nel 1930 si insinuò nella maggior parte delle chiese americane protestanti al di sopra della linea Mason-Dixon. L'eccezione principale fu il Missouri Synod Lutheranism, luogo in cui la battaglia continua.

I membri di quelle chiese non maggioritarie consideravano questa prospettiva come anti-cristiana. Il più famoso manifesto contro di essa fu il libro di J. Gresham [GRESSum] Machen [MAYchen], Christianity and Liberalism (1923). Aveva ragione.

Le chiese non maggioritarie cominciarono a crescere, ma tale crescita rallentò dopo il 1925. Intorno al 1960, anno in cui morì John D. Rockefeller, Jr., iniziarono a ridursi. Rockefeller, più di chiunque altro, aveva finanziato il modernismo teologico dopo il 1920, come si legge nel libro di Shenkel, The Rich Man and the Kingdom (1996). Questa regressione continua.

Avvenne un processo di infiltrazione/separazione simile all'interno del marxismo.



MARXISMO CULTURALE

Nel 1960 i marxisti in URSS erano tanto scettici nei confronti del marxismo culturale quanto i cristiani lo erano nei confronti del modernismo teologico. In altre parole, negavano che fosse marxismo.

Quando si abbandonano i principi fondamentali di una particolare ideologia, ma si tenta di mantenerne il nome perché ci sono un sacco di aderenti a quell'ideologia, si verrà considerati alla stregua di un invasore da coloro che difendono l'ideologia originale.

Il marxismo culturale sta al marxismo come il modernismo sta al cristianesimo. Chi considera il marxismo culturale come marxismo, non ha capito il marxismo. Eppure è cosa comune negli ambienti conservatori. In realtà è un errore strategico, perché è un errore concettuale.

Il cuore, la mente e l'anima del socialismo marxista è questa: il determinismo economico. Marx sosteneva che il socialismo è storicamente inevitabile a causa dell'inevitabile trasformazione del modo di produzione. Sosteneva che il modo di produzione è la sottostruttura della società e la cultura in generale è la sovrastruttura. Sosteneva che le persone possedessero una particolare visione delle leggi della società, dell'etica e della politica a causa del loro impegno verso un particolare modo di produzione. Il modo di produzione dominante nel 1850 era il capitalismo. Marx lo chiamò così, il nome è rimasto anche se il marxismo originale è culturalmente morto.

La posizione di Marx guadagnò supporto perché era puramente economico/materialista. Abbandonava ogni traccia di spiegazione storica che si basava sul fatto che le idee sono fondamentali per la trasformazione della società. Marx riteneva che l'arena decisiva della lotta di classe fosse il modo di produzione, non l'arena delle idee. Considerava le idee come escrescenze secondarie del modo di produzione. Il suo punto di vista era il seguente: le idee non hanno conseguenze significative. Senza questa affermazione il marxismo non è più marxismo.

Questo è il motivo per cui non cessa mai di stupirmi come gli analisti conservatori accettino l'idea del marxismo culturale. Si rivolgono agli scritti della Scuola di Francoforte per sfornare note a sostegno di questa idea. Gli analisti più nitidi si rifanno agli scritti della prigionia di Antonio Gramsci. Era ufficialmente comunista. Era italiano. Aveva trascorso del tempo in Unione Sovietica nel 1920, e credeva che la tradizione leninista non fosse corretta. L'Occidente aveva dimostrato di non essere un terreno fertile per il comunismo, proprio perché l'Occidente era cristiano. Comprese chiaramente che fino a quando il cristianesimo non fosse stato delegittimato agli occhi dell'Occidente, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione proletaria. La storia lo ha certamente confermato: non è mai arrivata.

Gramsci, e la Scuola di Francoforte seguì il suo esempio, sosteneva che il modo per trasformare l'Occidente era attraverso la rivoluzione culturale: il relativismo culturale. Aveva ragione, ma questa idea non era marxista. Era hegeliana. Significava mettere sotto sopra il marxismo, proprio come Marx aveva fatto con Hegel. L'idea del marxismo si basava sul rifiuto del lato spirituale dell'hegelismo. Collocava il modo di produzione al centro dell'analisi della cultura capitalista.

Ho scritto un libro su Marx nel 1968, quando la contro-cultura stava crescendo rapidamente. L'ho intitolato Marx's Religion of Revolution. È possibile scaricare l'edizione del 1988 qui: http://bit.ly/gnmror. Nel 1968 mi era chiaro come il marxismo fosse una religione della rivoluzione, una visione che risaliva alle feste di Cronos dell'antica Grecia. Il marxismo non rappresentava un'analisi scientifica della società, compresa la sua economia. Non ho speso tempo sul marxismo culturale. Sarebbe stato molto più facile mostrare il lato religioso del marxismo se avessi parlato dei marxisti culturali. Notarono giustamente che tali questioni culturali coinvolgevano la religione nella cultura occidentale, ovvero, il cristianesimo. Ma ciò avrebbe sminuito lo scopo del mio libro. Volevo mostrare come il marxismo originale fosse una religione. Focalizzarsi sul marxismo culturale avrebbe distratto i lettori. I marxisti culturali sarebbero stati obiettivi più facili, ma avrebbero indebolito la tesi nel mio libro.

I marxisti culturali divisero il campo marxista. Il loro attacco alla cultura può essere definitouna tattica, ma era molto di più; era una strategia. Era una strategia basata sull'abbandono del marxismo originale. Ho usato questa tesi nella mia critica al documentario, Agenda: http://johnnycloaca.blogspot.com/2013/01/agenda-un-video-fondamentalista-e.html

Possiamo discutere questa spaccatura nel marxismo riportando alla mente le vicende di una famiglia in particolare. Herbert Aptheker fu il difensore più importante dello stalinismo negli Stati Uniti durante gli anni '40 e '50. Sua figlia Bettina fu uno dei leader del Free Speech Movement, fondato nell'autunno del 1964 presso l'Università della California, Berkeley. Divenne molto più famosa di suo padre. Quell'evento lanciò la ribellione degli studenti e il movimento contro-culturale. Ma il termine stesso "contro-cultura" è indicativo del fatto che non è mai stato marxista. Era un tentativo di rovesciare la cultura dominante, ma Marx non avrebbe perso tempo su un tale concetto. Marx non era un hegeliano. Era un marxista.

Lei e suo padre si divisero nel 1968. Quando l'Unione Sovietica invase la Cecoslovacchia, lei si oppose. Il Partito Comunista degli Stati Uniti, nel quale suo padre era una figura importante, sostenne l'URSS.

Anni dopo, scrisse che suo padre aveva abusato sessualmente di lei dai 3 ai 13 anni. Nella visione del mondo di suo padre, egli stava conducendo la sua agenda gramsciana personale. Stava attaccando la cultura occidentale nella sua patria. Ma questo non influenzò l'ortodossia del suo marxismo. Influenzò sua figlia.

Bettina Aptheker è ora sul libro paga dell'University of California, e insegna studi culturali: il femminismo. Il movimento che ha lanciato a Berkeley con Mario Savio si estinse nei primi anni '70. E' ancora critica nei confronti del capitalismo, ma non si basa sugli scritti di Karl Marx. Né sulla contro-cultura.



LA CONTRO-CULTURA

Andiamo al sodo: Marx aveva torto. Gramsci aveva ragione. Ma il marxismo non era il primum movens della contro-cultura. Quest'ultima si basava sulla cultura. L'alleanza tra modernismo teologico e movimento progressista, stretta a metà 1880 ed incrinata intorno al 1920, fu il supporto teologico dei ruggenti anni Venti. Poi arrivò la Grande Depressione. Poi arrivò la seconda guerra mondiale. Quando i soldati tornarono a casa, dopo il 1918, non erano più in sintonia con il cristianesimo ortodosso. Quando i loro figli tornarono dalla seconda guerra mondiale, l'erosione culturale che aveva avuto luogo dopo la prima guerra mondiale era praticamente completa. Non aveva niente a che fare con il marxismo. Il marxismo era impegnato a difendere il cambiamento culturale che si basava sui cambiamenti nel modo di produzione. Ma non ci fu nessun cambiamento fondamentale nel modo di produzione nel 1945, oltre al sorgere di una gestione moderna, che ebbe luogo durante la seconda guerra mondiale. Questo consolidò il capitalismo; non lo indebolì.

Il problema è questo: i conservatori prendono troppo sul serio le affermazioni dei marxisti culturali, che di fatto non erano marxisti. Erano fondamentalmente progressisti e socialisti. Sarebbero stati i bersagli di Marx nel 1850. Trascorse gran parte della sua carriera ad attaccare gente come questa, e trascorse pochissimo tempo ad attaccare Adam Smith, o gli economisti classici. Non rispose mai agli economisti neoclassici e agli economisti della Scuola Austriaca che spuntarono nel 1870. Marx aveva un sacco di tempo per rispondere a queste persone, ma non lo fece mai. Trascorse gran parte della sua vita ad attaccare persone che oggi sarebbero definiti marxisti culturali. Li considerava nemici nel campo socialista. Li attaccò perché non basavano i loro attacchi contro il capitalismo seguendo la sua teoria del socialismo scientifico, che poggiava sul concetto del modo di produzione.

Gramsci capì chiaramente nel 1920 che se fosse rimasto in Unione Sovietica, sarebbe finito in un campo di concentramento sovietico. Rischiava anche di essere giustiziato. Si rese conto che Stalin probabilmente lo avrebbe ucciso. Così tornò in Italia, ben sapendo che sarebbe finito in un campo di concentramento italiano (cosa che accadde). I fascisti lo lasciarono leggere, lo lasciarono scrivere. In tal modo, indebolirono il comunismo marxista.

E' difficile rintracciare l'influenza storica della Scuola di Francoforte. Passare da una piccola setta alla cultura generale, richiede uno studio complesso sulla causazione. Lo spostamento verso il relativismo culturale ebbe inizio alla fine del 1880, ed i segni di questo spostamento facevano riferimento al modernismo teologico ed al movimento progressista. Anche la psicologia freudiana ne fece parte. Freud era la giustificazione per il relativismo; la Scuola di Francoforte venne dopo. Il modernismo teologico guadagnò più convertiti della Scuola di Francoforte.

La contro-cultura, che nacque dopo l'assassinio di Kennedy, era più il prodotto dei Rolling Stones che della Scuola di Francoforte. Sesso, droga e rock 'n roll a metà degli anni '60 sostituì sesso, birra e rock 'n roll degli anni '50. Era un motto potente. Non cercate di accostare la contro-cultura alla Scuola di Francoforte. E' meglio accostarla alla prima guerra mondiale, che sradicò le istituzioni dell'Occidente. Quello che succedeva sui sedili posteriori del Modello T dopo il 1918, aveva più a che fare con la contro-cultura che con gli scritti della Scuola di Francoforte.



CONCLUSIONE

Marx sosteneva che fosse il modo di produzione a rimodellare la cultura. La mia tesi è questa: quello che è accaduto ad una manciata di teologi protestanti a nord della linea Mason-Dixon a partire dal 1875, aveva più a che fare con la contro-cultura. Questo spinge la questione della cultura al luogo a cui appartiene, cioè, alla teologia, motivo per cui ho iniziato questa discussione con tale tema.

L'Occidente non è nemmeno arrivato vicino alla rivoluzione proletaria. Alla sinistra piace credere che lo abbia fatto. Alla sinistra piace sostenere che "Franklin Roosevelt ha salvato il capitalismo da sé stesso". Questo è un altro modo per dire che John Maynard Keynes ha salvato il capitalismo da sé stesso. Entrambi gli argomenti sono errati. Roosevelt e Keynes si incontrarono una sola volta. Roosevelt valutò correttamente Keynes come un matematico, non come un economista. Keynes si laureò in matematica, non in economia. Roosevelt fu la fonte di quello che chiamiamo keynesismo, 1933-1936, non Keynes, la cui General Theory apparve nel 1936. Ma agli studiosi piace credere che gli argomenti accademici plasmano il mondo. Non è così. Essi si conformano a ciò che ha già cominciato a mettere radici nel pensiero e nelle azioni del pubblico in generale.

Quando gli uomini decisero che "non rubare" significa "non rubare a meno che non hai la maggioranza dei voti", nacque la visione keynesiana. Oggi questa visione è predominante. Il marxismo è morto, così come il marxismo culturale.

Per vincere questa battaglia, dobbiamo persuadere gli uomini che "non rubare" significa questo: è immorale rubare, con o senza la maggioranza dei voti.

Questo non ha nulla a che fare con il modo di produzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Pena e proporzionalità – II parte

Von Mises Italia - Mer, 08/10/2014 - 08:00

[Questo articolo è tratto dal capitolo 13 di  The Ethics of Liberty.[1] È possibile ascoltare  questo articolo in MP3, letto da Jeff Riggenbach (in inglese). L’intero libro è in preparazione per podcast e download.]

Dovrebbe essere evidente che la nostra teoria della pena proporzionale – per cui le persone possono essere punite perdendo i loro diritti al punto in cui esse li hanno tolti agli altri – è una teoria della pena schiettamente punitiva, una teoria “dente (o due denti) per dente” [12]. La punizione gode di una cattiva reputazione presso i filosofi, che generalmente scartano velocemente il concetto etichettandolo come “primitivo” o “barbaro”, e poi vanno avanti portando la discussione su altre due principali teorie della pena: quella della deterrenza e quella della riabilitazione. Ma scartare un ragionamento solamente perché considerato “barbaro” difficilmente può essere sufficiente; dopo tutto, è possibile che in questo caso, i “barbari” insistano su un concetto che era superiore ai credi più moderni.

Il professor H.L.A. Hart descrive nel seguente modo la “forma più grezza” di proporzionalità, così come l’abbiamo sostenuta qui (la legge del taglione):

[Essa è] la nozione per cui ciò che il criminale ha fatto dovrebbe essere fatto a lui, e dovunque si pensi alla punizione come primitiva, come spesso è, questa idea si riafferma: l’assassino dovrebbe essere ucciso, l’assalitore violento dovrebbe essere picchiato.” [13]

Ma “primitiva” è una critica scarsamente valida e lo stesso Hart ammette che questa forma “grezza” mostra meno difficoltà che le versioni più “raffinate” delle tesi proporzionali-retributiva. La sua unica critica ragionata, che egli sembra pensare congedi il problema, è una citazione da Blackstone:

Ci sono un gran numero di crimini le cui pene, qualora seguissimo l’approccio punitivo, si manifesterebbero come assurde ed inique. Il furto non può essere punito col furto, la diffamazione con la diffamazione, la contraffazione con la contraffazione, l’adulterio con l’adulterio.”

Ma questi sono criticismi scarsamente convincenti. Furto e contraffazione costituiscono una rapina, ed il ladro può certamente essere obbligato a fornire alla vittima quanto sottratto e i danni proporzionali; in questo caso non c’è alcun problema concettuale. L’adulterio, nell’ottica libertaria, non è nemmeno un crimine, e neanche, come si vedrà più avanti, la “diffamazione”. [14]

Torniamo dunque alle due maggiori teorie moderne, e vediamo se esse forniscono un criterio per la pena che davvero incontri la nostra idea di giustizia, come la retribuzione sicuramente fornisce. [15] La deterrenza era il principio proposto dall’utilitarismo come parte integrante del suo aggressivo rigetto dei principi di giustizia e di legge naturale, e della sostituzione di questi cosiddetti principi metafisici con un severo pragmatismo. Lo scopo pratico della pena si supponeva fosse dissuadere ulteriori crimini, sia che tale dissuasione venisse dal criminale stesso, sia che venisse da altri membri della società. Ma questo criterio di deterrenza implica schemi di pena che pressoché tutti considererebbero enormemente ingiusti. Per esempio, se non ci fosse nessuna pena per nessun crimine, un grande numero di persone commetterebbe furti meschini, come rubare frutta da una bancarella. D’altro canto, la maggior parte delle persone ha incorporata in se stessa una più grande contrarietà a commettere un omicidio piuttosto che commettere qualche futile taccheggio, e sarebbe molto meno predisposta a commettere un grosso crimine. Dunque, se l’obiettivo della pena è quello di avere un effetto deterrente per il crimine, allora una pena assai maggiore dovrebbe essere richiesta per prevenire il taccheggio invece che prevenire gli omicidi, un sistema che va contro gli standard etici della maggior parte delle persone. Come risultato, adottando il criterio della deterrenza, ci dovrebbe essere una rigida pena capitale per furti trascurabili – per il ladro di caramelle – mentre gli assassini potrebbero incorrere solo in una pena di pochi mesi in galera. [16]

In modo simile, una classica critica al principio di deterrenza è che, se la deterrenza fosse il nostro solo criterio, sarebbe perfettamente appropriato per la polizia o la corte giustiziare pubblicamente per un crimine una persona che sanno essere innocente, ma della cui colpevolezza essi hanno convinto il pubblico. L’esecuzione concordata di un uomo innocente – tenuto conto, ovviamente, del fatto che l’accordo può essere tenuto segreto – eserciterebbe un effetto deterrente in modo tanto completo quanto l’esecuzione di un colpevole. E di nuovo, ovviamente, anche una tale politica va violentemente contro gli standard di giustizia di pressappoco chiunque.

Il fatto che circa chiunque considererebbe tali schemi di pena grotteschi, nonostante il loro adempimento del criterio di deterrenza, mostra che le persone sono interessate in qualcosa di più importante della deterrenza stessa. Cosa questo potrebbe essere è indicato dall’obiezione prevalente secondo cui queste scale di pena basate sulla deterrenza, o l’uccisione di un uomo innocente, invertono chiaramente la nostra solita visione di giustizia. Invece che avere una pena che “si adegui al crimine” commesso, viene in questo modo classificata in proporzione inversa alla sua gravità, o assegnata all’innocente piuttosto che al colpevole. In breve, il principio di deterrenza implica una clamorosa violazione del senso intuitivo secondo cui la giustizia presuppone una qualche forma di adeguamento e proporzionalità della pena alla parte colpevole, e ad essa soltanto.

Il più recente criterio di pena, e che si suppone essere il più “umanitario”, è quello della “riabilitazione” del criminale. Per la giustizia di vecchio stampo, l’argomentazione è a sostegno o del risarcimento o dello scoraggiare futuri crimini, concentrandosi sul punire il criminale; il nuovo criterio tenta umanamente di riformarlo e riabilitarlo. Ma facendo ulteriori considerazioni, il principio “umanitario” di riabilitazione non solo conduce ad ingiustizie palesi ed arbitrarie, ma pone anche un potere arbitrario ed enorme di decidere del destino degli uomini nelle mani di coloro che dispensano la pena. Così, supponiamo che Smith sia un genocida, mentre Jones abbia rubato un po’ di frutta da una bancarella. Invece che essere condannati in proporzione ai loro crimini, le loro sentenze sono ora indeterminate, con l’incarcerazione che terminerebbe nel momento in cui essi apparissero “riabilitati” con successo.

Ma questo conferisce nelle mani di un gruppo arbitrario di supposti riabilitatori il potere di determinare la vita dei prigionieri. Significherebbe che, invece che uguaglianza di fronte alla legge – un criterio basilare in giustizia – ovvero a crimini identici seguono uguali pene, un uomo potrebbe andare in prigione per poche settimane, se viene velocemente “riabilitato”, mentre un altro potrebbe rimanere in prigione indefinitamente. Così, nel nostro caso di Smith e Jones, supponiamo che il genocida Smith sia, secondo il nostro consiglio di “esperti”, rapidamente riabilitato. Egli sarebbe rilasciato in tre settimane, tra gli applausi dei supposti riformatori di successo. Nel frattempo, Jones, il ladro di frutta, persiste nell’essere incorreggibile e chiaramente non-riabilitabile, almeno agli occhi del consiglio di esperti. Seguendo la logica di tale principio, egli deve rimanere incarcerato indefinitamente, forse per il resto della sua vita: mentre il crimine era trascurabile, egli continuerebbe ad avere un cattivo ascendente sui suoi mentori “umanitari”.

Così, il Professor K.G. Armstrong scrive sul principio del metter sulla retta via:

Lo schema logico delle pene sarà quello di dare a ciascun criminale un trattamento di riabilitazione fino a che egli non sia sufficientemente cambiato per gli esperti al punto da certificarlo corretto. Su questa teoria, qualsiasi sentenza deve essere indeterminata – “essere determinata secondo il desiderio dello Psicologo”, forse – dato che non c’è più alcuna base per il principio considerato di dare un limite alla pena. “Hai rubato una pagnotta? Bene, dobbiamo correggerti, anche se prenderà il resto della tua vita”. Dal momento che è colpevole, il criminale perde i suoi diritti come essere umano. … Questa non è una forma di umanitarismo che desidero.” [17]

La tirannia e le palesi ingiustizie della teoria “umanitaria” della pena-come-correzione non sono mai state palesate in una maniera più scintillante di come abbia mostrato C.S. Lewis. Notando che i “riformatori” chiamano le azioni da loro proposte “guarigione” o “terapia” piuttosto che “pena”, Lewis aggiunge:

Ebbene, non facciamoci ingannare da un nome. Essere sottratto senza consenso alla mia casa e ai miei amici; perdere la mia libertà; subire tutte quelle aggressioni alla mia personalità che la moderna psicoterapia sa come portare a termine … sapere che questo processo non finirà mai fino a quando i miei carcerieri saranno riusciti nel loro intento o io sarò diventato abbastanza furbo da imbrogliarli facendo credere loro in un successo solo apparente – a chi importa se tutto ciò viene chiamato Pena o no? Che esso includa la gran parte degli elementi per cui qualsiasi pena viene temuta – vergogna, esilio, prigionia ed anni mangiato dalle locuste – è ovvio. Solo un’enorme immeritatezza potrebbe giustificare tutto ciò; ma la non meritatezza è proprio il concetto che la teoria Umanitaria ha gettato a mare.”

Lewis va avanti per dimostrare la tirannia particolarmente dura che probabilmente verrebbe imposta dagli “umanitari” che hanno intenzione di infliggere le loro “riforme” e “cure” alla popolazione:

Tra tutte le tirannie, una tirannia esercitata per il bene delle sue vittime può darsi che sia la più oppressiva. Potrebbe essere meglio vivere sotto baroni briganti piuttosto che sotto pii ficcanaso onnipotenti. La crudeltà del barone brigante potrebbe di tanto in tanto riposare, la sua cupidigia potrebbe ad un certo punto essere soddisfatta; ma quelli che ci tormentano per il nostro stesso bene ci tormenteranno senza fine in quanto loro lo stanno facendo con l’approvazione della loro stessa coscienza. Loro avrebbero più possibilità di accedere al Paradiso qualora rendessero allo stesso tempo più probabile la realizzazione dell’Inferno in terra. Questa grande gentilezza ferisce come un insulto intollerabile. Essere “curati” contro il proprio volere, e curati contro stati che potremmo non considerare malattie, deve essere messo al livello di quelli che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione o coloro che mai la raggiungeranno; essere messi in classe con gli infanti, gli imbecilli e gli animali domestici. Ma per essere puniti, comunque severamente, perché noi lo abbiamo meritato, perché noi “avremmo dovuto sapere meglio”, dobbiamo essere trattati come esseri umani fatti ad immagine e somiglianza di Dio.”

Inoltre, come dice Lewis, i legislatori possono usare il concetto di “malattia” come mezzo per etichettare qualsiasi azione che a loro non piace come “crimine” ed infliggere poi una legge totalitaria nel nome della terapia.

Se il crimine e la malattia devono essere trattati allo stesso modo, ne segue che qualsiasi stato mentale che i nostri padroni decidono di chiamare “malattia” può essere trattato come crimine; e curato in modo compulsivo. Sarebbe vano implorare che gli stati mentali che non piacciono al governo non debbano sempre coinvolgere depravazione morale e non debbano quindi sempre meritare la confisca della libertà. Per i nostri padroni non saranno usati concetti come Merito e Pena, ma quelli di malattia e cura… Non sarà persecuzione. Anche se il trattamento fosse doloroso, anche se fosse eterno, anche se fosse fatale, questo sarebbe solo un incidente increscioso; l’intenzione era puramente terapeutica. Persino nella medicina ordinaria ci sono operazioni dolorose ed operazioni fatali; così anche in questa. Ma siccome questi sono “trattamenti”, non pene, essi possono essere criticati solo da compagni-esperti, e su basi tecniche, e mai da uomini in quanto uomini e sul terreno della giustizia.” [18]

Così, vediamo che l’approccio curativo della pena tanto di moda può essere almeno tanto grottesco e molto più incerto ed arbitrario del principio di deterrenza. La punizione rimane la nostra unica teoria giusta e percorribile di pena, ed un trattamento uguale per crimini uguali è fondamentale per tale giustizia retributiva. La giustizia barbara risulta essere quella giusta, mentre quelle “moderna” ed “umanitaria” risultano essere delle parodie grottesche della giustizia.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[12] La retribuzione è stata interessantemente soprannominata “restituzione spirituale”. Vedi Schafer, Restitution to Victims of Crime, pp. 120–21. Vedi anche la difesa della pena capitale per l’omicidio di Robert Gahringer, “Punishment as Language,” Ethics (October 1960): 47–48:

Un attacco totale richiede un contrasto totale; ed uno dovrebbe bene comprendere che nella nostra situazione attuale la pena capitale è l’unico simbolo di contrasto totale. Cos’altro potrebbe esprimere l’enormità di un omicidio in un modo accessibile agli uomini per cui l’omicidio è un atto possibile? Sicuramente, una minor pena indicherebbe un crimine meno significativo (corsivo originale di Gahringer).

Sulla pena in generale come contrasto all’attacco contro un diritto, vedi anche F.H. Bradley, Ethical Studies, 2nd ed. (Oxford: Oxford University Press, 1927), ristampato in Ezorsky, ed., Philosophical Perspectives on Punishment, pp. 109–10:

Perché … merito la pena? È perché sono stato colpevole. Ho fatto qualcosa di “sbagliato” … la negazione di un “diritto”, l’asserzione di un non-diritto. … La cancellazione della colpa … è comunque un bene di per sé; e così, non perché una pura negazione sia buona, ma perché il rifiuto di una cosa sbagliata è l’affermazione di un diritto. … La pena è la negazione dell’errore tramite l’affermazione di un diritto.

Un influente argomento a favore del retributivismo è trovato in Herbert Morris, On Guilt and Innocence (Berkeley: University of California Press, 1976), pp. 31–58.

[13] Per un tentativo di costruire un codice legislativo che imponga pene proporzionali al crimine – così come la restituzione alla vittima – vedi Thomas Jefferson, “A Bill for Proportioning Crimes and Punishments” in The Writings of Thomas Jefferson, A. Lipscomb e A. Bergh, eds. (Washington, D.C.: Thomas Jefferson Memorial Assn., 1904), vol. 1, pp. 218–39.

[14] H.L.A. Hart, Punishment and Responsibility (New York: Oxford University Press, 1968), p. 161.

[15] Così, Webster’s definisce la “retribuzione” come “l’elargire o il ricevere una ricompensa o una pena in accordo con ciò che è meritato dall’individuo”.

[16] Nella sua critica al principio di deterrenza della pena, il Professor Armstrong, in “The Retributivist Hits Back,” pp. 32–33, chiede:

Perché fermarsi al minimo? Perché non stare dalla parte dei bottoni e penalizzare il criminale in un qualche modo alquanto spettacolare – ciò non avrebbe più probabilità di scoraggiare gli altri? Che sia frustato fino alla morte, ovviamente pubblicamente, per un divieto di sosta; ciò certamente avrebbe un effetto deterrente su di me dal parcheggiare in un posto riservato per il Vice-Cancelliere!

Similmente, D.J.B. Hawkins, in “Punishment and Moral Responsibility,” The Modem Law Review (November 1944), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, p. 14, scrive:

Se il motivo della deterrenza fosse da solo preso in considerazione, dovremmo punire più pesantemente quei reati che siamo molto tentati di commettere e che, non portandosi dietro una grande colpa morale, la gente commette piuttosto facilmente. I reati stradali forniscono un esempio famigliare.

[17] Armstrong, “The Retributivist Hits Back,” p. 33.

[18] C.S. Lewis, “The Humanitarian Theory of Punishment,” Twentieth Century (Autumn 1948–49), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, pp. 304–7. Vedi anche Francis A. Allen, “Criminal Justice, Legal Values, and the Rehabilitative Ideal,” in ibid., pp. 317–30.

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Le banche centrali non sono vostre amiche

Freedonia - Mar, 07/10/2014 - 10:16
Come dimostrerà questo l'articolo di oggi, il mercato azionario è drogato dal denaro fiat e in pesante bolla. Ma chi frequenta Freedonia regolarmente, già ne era a conoscenza. Quello che invece voglio trasmettervi con questa introduzione, è una breve lezione sul denaro che circola a Wall Street. Sin dall'inizio della Grande Recessione con l'evento Lehman, la FED non ha fatto altro che stimolare la base monetaria. Sebbene si possa affermare che quel denaro è rimasto principalmente confinato nel circuito finanziario e bancario, si tratta di un modo per velocizzare la rappresentazione di situazioni più complesse. Infatti il denaro non fluttua liberamente nell'aere, ma è sempre proprietà di qualcuno. In una forma o nell'altra, il suo possesso è rivendicato dagli individui. Visto che al giorno d'oggi le banche hanno un disperato bisogno sia di contanti (per coprire le falle dei loro bilanci disastrati) sia di rendimenti (per non chiudere l'anno in perdita e per evitare margin call), devono arabbattarsi in ogni modo per mungere le mucche a loro disposizione. Una di queste è il mercato azionario. Una volta che acquistano azioni, la maggior parte di quelle imprese che ricevono il nuovo denaro vedono aumentare la loro capitalizzazione di mercato. (es. Se una banca compra 1,000 azioni di una società che ha un totale di 1 milione di azioni le quali vengono tradate a 100x l'una, qualora il prezzo concordato dovesse essere di 120,000x quella società si ritroverebbe "per magia" una capitalizzazione del 20% in più! Dal nulla! Questo scenario può accadere perché i prezzi vengono sempre impostati al margine.) Con molta probabilità ridepositaranno il denaro in una banca, la quale mediante la riserva frazionaria potrà concedere credito a coloro necessitanti un prestito. Al giorno d'oggi chi può permetterselo? Soprattutto quei soggetti con grandi conti in banca, ovvero, le società quotate in borsa le quali ricompreranno tutte quelle azioni in possesso di nessuno facendone aumentare il valore di mercato, nonché la capitalizzazione della società stessa (dando una parvenza di salubrità al tutto). E poi il giro inizia di nuovo, ad un prezzo maggiore. La spiralizzazione di questa connivenza sta facendo degenerare la produttività e la creatività delle imprese, sta uccidendo un price discovery onesto e sta tenendo in piedi un sistema economica in cancrena. Guardate con sospetto tutte le notizie sensazionalistiche che arrivano dal settore azionario, il gigante che vi stanno facendo vedere ha i piedi d'argilla.
___________________________________________________________________________________


di David Stockman


Nel corso degli ultimi 64 mesi, "comprare durante i ribassi" si è dimostrata una strategia di successo. Come mostrato nel grafico del NASDAQ qui sotto, l'indice ha raggiunto di recente il suo picco di 4,000 dopo i minimi fatti registrare nel marzo 2009. Inoltre, sempre negli ultimi 64 mesi, sono avvenute cinque correzioni di mercato minori — le tre più grandi hanno riflettuto un ribasso del 7-8% rispetto alle performance precedenti. E mentre l'indice ha raggiunto le sue attuali altezze da brivido, i ribassi diventeranno sempre più profondi, il che significa che la ricompensa per l'acquisto durante le battute d'arresto avrà lassi di tempo veloci e stretti.

Quindi il calo del 2% di ieri sarà senza dubbio interpretato come l'ennesima opportunità di acquisto da parte delle foche ben addestrate e dagli algoritmi computerizzati che popolano il casinò di Wall Street. Ma questo potrebbe essere un errore fatale: L'esperimento monetario dietro questo grafico parabolico è nelle fasi finali del suo percorso verso l'auto-distruzione.




In realtà, l'impennata di questo indice riflette una delle bolle finanziarie più insostenibili, artificiali e pericolose che la FED abbia mai creato. E' solamente il prodotto di un meccanismo monetario completamente sballato. Il canale di trasmissione della politica monetaria è stato congelato sin dal primo giorno in cui ha avuto inizio l'enorme espansione monetaria di Bernanke, ma un anno dopo l'evento Lehman è andato alla velocità della luce in poche settimane.

Questa folle campagna monetaria è stata un errore madornale, perché non ha messo in conto l'immenso blocco stradale che nel corso degli ultimi decenni lo stimolo monetario tradizionale ha contribuito a cementificare — vale a dire, il "picco del debito" nel settore delle famiglie e delle imprese. Questo significa che l'allentamento monetario ed i drastici tagli dei tassi di interesse non hanno suscitato un'ondata di prestiti al consumo, di spesa in conto capitale aziendale e di assunzioni (come era invece accaduto durante gli ultimi cicli economici).

Invece l'intero tsunami monetario è passato nel canale del gioco d'azzardo di Wall Street, gonfiando drasticamente ogni classe di asset che poteva essere oggetto di trading, leverage o hypothecation. Detto in modo diverso, 68 mesi di tassi di interesse a zero non hanno praticamente avuto alcun impatto al di fuori dei canyon di Wall Street. Ma all'interno del casinò, hanno fornito denaro praticamente gratis per i carry trade, causando un'offerta infinita per gli asset finanziari.

Ma ora che il diluvio monetario ha raggiunto il suo apice, i valori degli asset finanziari sono rimasti appesi a mezz'aria come Wile E. Coyote. Sono palesemente esposti ad un redde rationem del mercato, ovvero, l'economia reale e gli utili societari non sono affatto quello che sembrano.

Che il canale dell'espansione monetaria sia morto e sepolto è palesemente evidente dai dati sul settore delle famiglie. Di seguito sono riportati sia il grafico del debito complessivo delle famiglie sin dal picco del dicembre 2007, sia quello della bolla immobiliare di Greenspan. Quest'ultima, a quanto pare, ha rappresentato l'ultimo uso trionfale dello "stimolo" keynesiano, vale a dire, un LBO irripetibile nei bilanci delle famiglie.

Durante i 78 mesi dopo l'ultimo picco, il credito alle famiglie si è ridotto del 5%. Nulla di simile è mai accaduto prima, neanche lontanamente vicino. E in verità il calo in questione è stato superiore, dal momento che il lieve rimbalzo dell'indebitamento mostrato nel grafico è dovuto all'esplosione del debito degli studenti. Per contro, la fonte tradizionale di finanziamento delle famiglie — prestiti, mutui e debiti delle carte di credito — è ancora sotto al suo picco di 7 anni fa.

Inutile dire che questo contrasta con il percorso durante i 78 mesi dopo il picco del ciclo del 2001. Durante la bolla immobiliare e del credito di Greenspan, l'indebitamento delle famiglie è salito di quasi il 90%, fornendo un robusto impulso, seppur temporaneo, alla componente dei consumi nel PIL.





C'è una ragione se il ciclo più recente è nettamente diverso: lo stimolo keynesiano è sempre stato un trucco economico, non un esercizio ripetibile a servizio di una gestione monetaria illuminata. In sintesi, i bilanci delle famiglie americane — misurati dall'outstanding credit market debt rispetto ai salari ed ai redditi — si sono esauriti nel corso dei decenni successivi all'abbuffata di debito iniziata nell'agosto del 1971.

Ora il rapporto di leva delle famiglie si è invertito e sta lentamente ritornando a livelli più bassi e più sani che prevalevano prima del 1971. In questo contesto, è quasi sicuro che la leva finanziaria delle famiglie continuerà a scendere — malgrado i tassi di interesse a zero — perché è una certezza demografica. I 10,000 baby boomer che andranno in pensione ogni giorno tra oggi ed il 2030 non saranno conteggiati nel debito delle famiglie; lo liquideranno.




Ciò significa che la forza motrice dell'espansione tradizionale keynesiana è bella che andata. La spesa al consumo delle famiglie ora non può crescere più velocemente del reddito delle famiglie e della produzione economica, e probabilmente si rivelerà più lenta di questi due parametri. L'incombente crisi dei finanziamenti dei diritti assistenziali sociali — Medicare e Previdenza Sociale — scuoterà sicuramente il popolo americano, facendogli comprendere che l'aumento del risparmio privato sarà essenziale per la sopravvivenza durante l'età pensionabile. Di conseguenza il tasso di risparmio delle famiglie dovrà, per forza di cose, crescere.




In ogni caso, non è un mistero il motivo per cui la spesa delle imprese rimane bloccata. Nel corso del trimestre più recente, la spesa reale per gli impianti e le attrezzature è ancora del 4% al di sotto del picco di fine 2007 — un risultato che non è nemmeno lontanamente paragonabile ai picchi del 10-25% che si sono verificati durante i cicli economici precedenti. Le imprese non stanno correndo sulle barricate per aggiungere capacità, perché è chiaramente evidente che la domanda dei consumatori non sta crescendo ai ritmi delle riprese economiche precedenti; e non accadrà mai, visti i vincoli del debito ed il ciclo dei pensionamenti dei baby boomer.

Come mostrato di seguito, infatti, gli investimenti netti reali per spese in conto capitale — al netto degli ammortamenti degli asset attualmente consumati — seguono un trend discendente. Non solo questo riflette il drastico calo nel potenziale della crescita economica degli Stati Uniti, ma sottolinea anche che gli attuali indici azionari stanno capitalizzando un futuro che è solamente una chimera.

Con utili del 19.5x, l'S&P 500 ha raggiunto la cima storica delle sue performance, punto dal quale è sempre incappato in una correzione profonda. Ma perché sarebbe razionale capitalizzare gli utili in un'economia che è chiaramente bloccata in modalità bassa/nessuna crescita? In realtà, il mercato dei multipli PE dovrebbe essere ben al di sotto della media storica registrata negli ultimi decenni, quando i politici keynesiani erano impegnati ad usare quasi continuamente i bilanci della nazione per stimolare una crescita alimentata dal credito.




Alla fine della giornata, anche i dati fortemente manipolati dagli statistici di Washington non possono nascondere questa realtà. Mettendo da parte le oscillazioni di breve periodo degli inventari che offuscano i numeri trimestrali del PIL, e che rappresentano quasi la metà di quel 4% riportato nel secondo trimestre, le vendite finali reali ci raccontano come stanno davvero le cose. Nonostante la massiccia espansione del bilancio della FED sin dal suo primo grande taglio dei tassi nell'agosto 2007 — cioè, da $800 miliardi a $4.4 bilioni — le vendite finali reali sono cresciute meno dell'1% CAGR sin da allora.

Un tasso di crescita tendenziale tiepido come questo, non è mai stato registrato nella storia moderna. Infatti, data la netta preferenza per la sottostima dell'inflazione nei deflatori BEA del PIL, è probabile che nel corso degli ultimi sette anni l'economia reale è cresciuta ad un tasso non lontano dallo zero.




Tutto questo significa che i mercati finanziari hanno drasticamente sovrastimato gli utili e sopravvalutato tutte le classi di asset. Così come la FED ed i suoi complici di tutto il mondo resteranno sempre più a corto di scuse per estendere gli esperimenti monetari dell'epoca attuale, anche i giocatori d'azzardo comprenderanno chi è davvero Wile E Coyote.

Poi ci sarà il panico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Gary North: revisionismo bellico

Luogocomune.net - Lun, 06/10/2014 - 17:41
di Giorgio Venzo

Vi sarà forse capitato, durante un dibattito su avvenimenti storici contemporanei, di leggere sul viso altrui quell’espressione di disagio per il fatto di doversi confrontare con chi sta contestando punti chiave dell’interpretazione storica più diffusa.

Chissà quale sarebbe invece la loro espressione nell’apprendere quanto sfrontate e sistematiche siano le fallacie logiche e le falsità contenute nella storia, soprattutto quella economica, da cui attingono per formare le proprie opinioni ed azioni. Appare addirittura disarmante la modalità esplicita e quasi infantile con cui quelle verità sono nascoste o piegate alle esigenze dell’attuale monopolista dell’istruzione pubblica.

Nel video in calce, sottotitolato in italiano, Gary North lancia un appello a favore di un sano processo di revisionismo storico portando, come esempio di quel processo di distorsione, un episodio che ancora oggi costituisce per il grande pubblico il maggior ostacolo alla comprensione di un fatto storico di importanza rilevante.


Fonte

Lettera di Andrea Avveduto

Luogocomune.net - Lun, 06/10/2014 - 10:20
Ho ricevuto questa lettera da Andrea Avveduto, il giornalista che ha partecipato con me al servizio del Tgcom sul caso Foley. La pubblico con il suo consenso, seguita dalla mia risposta.

Gentile Massimo Mazzucco,

sono Andrea Avveduto, ho partecipato con lei al dibattito su Tgcom24 circa il caso Foley, un mese fa. Ho seguito con interesse il dibattito sul forum che si è sviluppato dopo il nostro intervento. Non desidero entrare nel merito delle obiezioni che alcuni utenti hanno fatto circa il mio intervento. Ho espresso solo alcune opinioni, condivisibili o meno, e rimango aperto al dibattito. Anzi, alcune posizioni manifestate mi hanno interrogato molto rispetto alle mie convizioni. E di questo sono grato. Vorrei solo precisare una cosa, rispettto a un commento fatto dall'account della redazione: "Certo. Una volta capito il personaggio, era chiaro che bisognava stare alla larga dalle trappole". Non ho mai avuto intenzione di tendere una trappola: non è mai stato il mio stile, nè mia intenzione. Se il mio intervento ha suscitato questa impressione, mi dispiace. E non si preoccupi: nei miei tre anni di vita in Medio Oriente ho maturato una grande criticità rispetto al modus operandi americano. Nei miei articoli se ne trova ampia traccia. Colgo l'occasione per ringraziarla del suo lavoro e - nell'auspicio che questo dibattito possa continuare per arricchire le posizioni di entrambi - la saluto cordialmente.

Andrea Avveduto

***

Gentile Sig. Avveduto,

innanzittto vorrei scusarmi con lei per il modo poco elegante con cui mi sono riferito alla sua persona. Sappia però che il mio commento non conteneva nulla di polemico nei suoi confronti. Quando ho detto "una volta capito il personaggio" mi riferivo alla sua posizione rispetto al terrorismo islamico - che lei apparentemente considera genuino - e quindi, dicendo che "bisognava stare alla larga dalle trappole", intendevo dire che non sarebbe stato saggio per me, in quella situazione, aprire un confronto con lei sul merito (i tempi televisivi non lo permettono). Non ho mai voluto intendere che fosse lei, intenzionalmente, a tendere trappole a chicchessia.

Ciò detto, vorrei entrare nel merito della questione: quello che non ci è possibile discutere in TV, a causa dei tempi ristretti, è possibile farlo qui, con calma e con raziocinio. [...]

Tre “fiocchi di neve” che potrebbero innescare una valanga finanziaria

Freedonia - Lun, 06/10/2014 - 10:15




di James Rickards


Forse leggete i giornali ogni giorno e vi chiedete: "Cosa dovrei guardare?"

Vi darò tre cose su cui riflettere. Tutto ciò è probabile, a mio parere. Non sono ipotesi peregrine...


Crisi del Credito in Cina. La Cina, che ci crediate o no, ha una bolla del credito più grande di quella negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno un sacco di problemi, ma la Cina in realtà sta peggio.

Penso che siano un po' ingenui circa i risvolti che potranno incontrare lungo la via. Fanno troppo affidamento sulla capacità dei funzionari del Partito Comunista di tenere le cose sotto controllo. Non troppo tempo fa ho visitato la campagna a sud di Nanchino, recandomi in alcune di queste città fantasma. Ero insieme ad alcuni funzionari del Partito Comunista e funzionari provinciali, rei di aver dato vita a tutto ciò. Tutto quello che ho visto, edifici, centri commerciali, stazioni, erano tutti vuoti. Tutto quello che prima d'ora avevo visto solo in TV, potevo vederlo lì in prima persona.

Mi sono rivolto a questi tipi e ho detto: "Questo è tutto finanziamento a debito. E' tutto vuoto, quindi non ci sono entrate per ripagarlo. Allora come avete intenzione di ripagarlo?" Ed uno di loro ha replicato: "Oh, non possiamo. Ma Pechino ci tirerà fuori dai guai." Questo è quello che ha detto, quindi non c'è niente da supporre qui perché è sicuro che accadrà.

Ma Pechino ha i propri problemi, dunque che si tratti di prodotti legati al wealth management, al settore bancario ombra, alla finanza immobiliare, al capitalismo clientelare della peggiore specie, a capitali in fuga, ad oligarchi che prendono tutto quello che possono e lo trasferiscono a Vancouver e in Australia e Park Avenue, ecc. questo castello di carte crollerà. E non sono pronti per questo esito, e non sanno come affrontarlo.


Mancata Consegna di Oro. Penso che questo evento sia in arrivo. Gran parte del mercato dell'oro è costituito da "oro cartaceo". Quindi gran parte di questo mercato è manipolato, e non dobbiamo più preoccuparci di spiegare perché questa non è solamente una congettura. E' molto ben documentato. Ma il tutto poggia sull'oro fisico. Immaginate questo mercato come una piramide invertita il cui apice è costituito da oro fisico, mentre il resto è oro cartaceo.




La disponibilità di oro fisico è sempre più piccola. Potreste dire: "Accidenti, ci sono 2,000 tonnellate di produzione mineraria all'anno e l'oro che esiste non scompare, quindi perché quella piccola porzione non diventa più grande invece di assottigliarsi?" E la risposta è che bisogna distinguere tra l'offerta totale e "l'offerta fluttuante". L'offerta totale diventa più grande ogni anno di circa 2,000 tonnellate. Le persone non gettano oro sul fondo del mare. Non lo fanno saltare in aria con esplosivi. Lo accumulano. Quindi tutto questo oro è ancora in giro.

Quindi l'offerta complessiva cresce ogni anno e quando spostate i lingotti d'oro dallo stoccaggio nel GLD di Londra a quello di Shanghai, l'impatto sull'offerta totale è zero. Ma l'offerta fluttuante si restringe. Cosa intendo con offerta fluttuante? Intendo l'oro fisico che è disponibile per coprire le transazioni di carta.

Quando si prende l'oro dal GLD e lo si porta a Shanghai, non c'è alcun impatto sull'offerta totale, ma viene a ridursi l'offerta fluttuante. L'ho visto in prima persona. Ero in Svizzera, non molto tempo fa, e ho visitato Via Mat, una delle quattro imprese più importanti del mondo in quanto a “secure logistics”. Questi sono i tipi che gestiscono il metallo fisico.

Stanno costruendo caveau il più velocemente possibile, negoziando anche con l'esercito svizzero. Nel corso degli anni hanno scavato alcune delle montagne delle Alpi e hanno costruito ampi magazzini, impianti di stoccaggio e gallerie resistenti ad un attacco nucleare. Ma pensano di non averne bisogno in grandi quantità. Uno dei responsabili di Via Mat mi ha detto: "Stiamo costruendo spazi per il deposito il più velocemente possibile. Ma siamo a corto di capacità."

Ho replicato: "Da dove arriva l'oro?"

Lui ha risposto: "UBS, Deutsche Bank e Credit Suisse, ed i clienti lo stanno prendendo dalle banche e lo danno a noi." Ecco un altro esempio in cui l'offerta totale è invariata, ma l'offerta fluttuante si è ridotta perché Via Mat non ci sta facendo nulla.

Tengono in custodia il vostro oro. UBS, d'altra parte, prende l'oro e lo vende 10 volte sul London Bullion Market Association sfruttando i contratti a termine.

Come andrà a finire? Prima o poi qualcuno si presenterà e dirà: "Voglio il mio oro, per favore" ed il custode non sarà in grado di darglielo. Cosa succederebbe se un istituto importante, come l'hedge fund di John Paulson, denunciasse grandi dealer come HSBC o JPMorgan per una mancata consegna? Sarebbe uno shock. Scatenerebbe acquisti dettati dal panico, e le aspettative sull'inflazione andrebbero fuori controllo.


Una Scossa Geopolitica. La gente sbadiglia e sbotta: "Accidenti, ne abbiamo avuto abbastanza!" Ma potrebbe essere qualcosa di simile ad un assassinio, o qualcosa di molto più importante di quello che abbiamo visto finora. O una di queste cose potrebbero andare fuori controllo. Quando la Russia invade la Crimea, è un fiocco di neve. Quando lo Stato Islamico dichiara un califfato, è un fiocco di neve. Quando la Libia crolla ed il pompaggio di petrolio si ferma completamente, è un fiocco di neve.

Il punto è che un fiocco di neve può provocare una valanga, ma non tutti. Quindi possono cadere un sacco di fiocchi di neve senza nessun problema, poi cade quello fatidico e destabilizza il manto nevoso mandandolo fuori controllo. Le persone tendono a sottovalutare gli eventi minori definendoli insignificanti, mentre aspettano la grande cosa. In realtà questa non è una buona scienza.

Il modo di pensare alle cose grandi e alle cose piccole, in fondo, non è tanto dissimile. Si manifestano in modi diversi. La goccia che fa traboccare il vaso non è diversa da tutte le altre già cadute. Si arriva semplicemente ad un punto di rottura, e basta una sciocchezza per causare una catastrofe. Un fiocco di neve può causare una valanga.

La geopolitica sta vivendo una situazione simile: il sistema sta diventando sempre più instabile e probabilmente non potrebbe volerci molto prima che scoppi. Dopo quanto detto, un'invasione russa dell'Ucraina è un evento ormai scontato. Penso che, arrivati a questo punto, la gente rimarrebbe sorpresa se ​​Putin non invadesse l'Ucraina orientale. E la gente rimarrebbe sorpresa se ​​lo Stato Islamico non rimandasse i curdi ad Erbil.

Allora potreste dite: "Bene, quanto ancora può peggiorare?" Beh, rimanete sintonizzati perché può ancora andare peggio di così. Quindi mi sento di identificare tre fiocchi di neve: il collasso del credito cinese, la mancata consegna di oro e lo shock geopolitico. Ed uno di essi potrebbe scatenare la valanga che ho descritto.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Il cavallo che non beve e l’iperinflazione futura

Von Mises Italia - Lun, 06/10/2014 - 08:00

La Federal Reserve Bank di St. Louis gestisce un blog, On the Economy, dove scrivono – a titolo personale – i suoi economisti ed esperti. Il settembre, vi è apparso un pezzo di sicuro interesse: “What Does Money Velocity Tell Us about Low Inflation in the U.S.?”: le autrici, Yi Wen e Maria A. Arias, offrono una spiegazione di taglio monetarista all’assenza di impatto degli stimoli monetari sull’indice dei prezzi al consumo… e, aggiungono, anche sulla crescita del PIL nominale. Questo è il primo motivo di interesse; il secondo consiste nella critica esplicita alla politica di quantitative easing; il terzo, direi, proprio nell’assenza di tale eufemismo e nel dire pane al pane, parlando esplicitamente di incremento della base monetaria. Il quarto, nel fatto di costituire una buona base di partenza per un’analisi più articolata.

Le autrici, premessa una citazione di Friedman sulla natura monetaria dell’inflazione e richiamata l’equazione degli scambi, MV = PQ, osservano che “l’inflazione negli USA si sarebbe dovuta aggirare intorno al 31% annuo tra il 2008 e il 2013, quando l’offerta di moneta è cresciuta ad un tasso medio del 33% annuo e il prodotto [reale, Q] ad un andamento medio appena inferiore al 2%”. Spiegano, quindi, la differenza calcolando la velocità di circolazione, secondo la formula V = PQ/M = PIL nominale/M. Ne risulta che “Nel primo e nel secondo quadrimestre del 2014, la velocità della base monetaria [banconote e monete in circolazione, più riserve delle banche presso la Fed, N.dd.AA.] era a 4.4, il livello più basso nel periodo di riferimento [che comincia nel 1985, nota mia]. Questo vuol dire che, durante l’anno passato, ogni dollaro della base monetaria è stato speso, nell’economia, solo 4.4 volte, rispetto a 17.2 subito prima della recessione.”.

A questo punto, fermiamoci un attimo e ragioniamo.

Che da MV = PQ si passi a V = PQ/M non è solo algebra elementare, è pura tautologia.

In altri termini: assunta esplicitamente in ipotesi la proporzionalità diretta tra M e PQ, in costanza di V, non è un gran risultato appurare che questa proporzione manca perché V è cambiata. Non lo è, soprattutto, se il calcolo di V utilizza proprio gli altri due termini del quid explanandum.

In effetti, il problema di fondo dell’equazione degli scambi – meglio, uno dei suoi tanti problemi – sta nel fatto di presentare tre termini – M, V e P – che esprimono necessariamente grandezze monetarie, accomunandoli però a un quarto, Q, che dovrebbe avere, invece, natura reale (altrimenti, come distinguerlo da P?). Dopodiché, il ragionamento prosegue assumendo un rapporto di proporzionalità diretta tra grandezze disomogenee, MV e PQ.

Tuttavia, premesso questo rilievo di metodo, necessario per non cadere nella trappola delle misurazioni e recuperare un sano distacco dai grafici, occorre dire che, in sostanza, le due economiste hanno ragione: l’incremento della base monetaria dovrebbe tradursi in inflazione e quindi, automaticamente, in una crescita del PIL nominale (quello reale è altra faccenda); se questo non succede è perché “il cavallo non beve”, ossia i soldi non vengono spesi. Con tutti i loro limiti, calcoli e grafici possono indicare linee di tendenza; e ci dicono che M, globalmente considerata, viene spesa sempre di meno.

Questo implica” – prosegue immediatamente il testo – “che l’incremento senza precedenti della base monetaria, causato [driven] dalle massicce iniezioni di liquidità da parte della Fed attraverso i suoi programmi di acquisto di asset su vasta scala non è riuscito a cagionare nemmeno un incremento nel PIL nominale in proporzione 1:1. Così, è precisamente il drastico calo nella velocità che ha compensato il drastico incremento nell’offerta di moneta, portando alla variazione pressoché nulla del PIL nominale (sia di P sia di Q)”.

Sbaglierò, ma, ai miei occhi, questo assomiglia molto ad un attacco frontale alla politica espansiva.

Soprattutto visto il seguito dell’articolo.

Passando, infatti a chiedersi perché il cavallo non beva, le autrici indicano due cause: un’economia depressa dopo la crisi e… il taglio dei tassi di interesse.

Concentrandosi su quest’ultimo aspetto, spiegano, con molta semplicità, che, con i rendimenti quasi a zero – si potrebbe aggiungere: negativi in termini reali, perfino secondo l’indice ufficiale dei prezzi al consumo – i titoli di Stato non sono più il miglior “parcheggio” di breve termine per la liquidità, questo ruolo spetta alla moneta stessa.

Sotto questo profilo, la politica monetaria non convenzionale ha rafforzato la recessione, stimolando la domanda di moneta del settore privato tramite il perseguimento di un tasso di interesse troppo basso (cioè con la politica dei tassi a zero).”. Chissà se a Janet Yellen saranno fischiate le orecchie!

Fin qui le autrici, il cui rinvio al concetto di liquidity trap non aggiunge nulla di sostanziale. Ora pensiamo ad approfondire l’analisi.

Credo che l’articolo in commento meriti un elogio particolare perché – in maniera implicita, ma chiarissima – descrive la “tesaurizzazione” non come un comportamento assurdo o immorale, ma, al contrario, quale scelta perfettamente razionale che, rebus sic stantibus, è di fatto la più conveniente. Ne seguono due considerazioni: anzitutto, almeno hic et nunc, per favorire davvero la ripresa occorrerebbe alzare i tassi; ma soprattutto… nel momento in cui i tassi si alzeranno, la liquidità in sonno si muoverà. Anzi, comincerà a muoversi anche prima, non appena si potrà anticipare con un minimo di precisione l’incremento futuro. Adesso, tutti stanno attendendo la fine del tapering; i mercati continuano a salire, i prezzi dei beni rifugio a scendere. Ma le previsioni per il dopo ottobre sono, necessariamente, ribassiste; si tratterà solo di vedere se assisteremo ad un semplice ribasso oppure ad un crac, ossia quanto denaro muoveranno gli speculatori al ribasso. Ai bankster conviene sicuramente un crac: potranno sperare in un nuovo giro di stimoli. Attenzione, però: adesso come adesso, l’economia è in una glooming situation, scrivono giustamente le autrici. Una nuova crisi eliminerebbe molta incertezza: al buio ci si orienta meglio che nella nebbia. E quindi anche il denaro contante, nonché i depositi a vista si muoverebbero, presumibilmente verso i beni rifugio.

Resta da dire qualcosa sulle prospettive dell’economia reale. E qui occorrono, più che mai, lenti Austriache: non rimprovero alle autrici di aver trascurato il tema, dato che il loro obiettivo era – evidentemente – attaccare la politica monetaria con argomenti monetaristi; ma noi dobbiamo evitare l’errore di considerare “l’economia” un unico aggregato, uniformemente depresso. Anche se, indubbiamente, il grafico sulla stima di V può tornare utile come approssimazione del “dinamismo” economico (propensione al consumo o all’investimento); e ci dice che la recessione sta peggiorando. Meno i soldi vengono spesi, più alta, ceteris paribus, la paura per il futuro e peggiori le prospettive concrete.

Peraltro, il medesimo grafico mostra anche un trend di lungo periodo, assolutamente non considerato dalle autrici: dal 1985 ad oggi, V – tolto qualche breve periodo – scende sempre. Si mantiene sopra a 20 fino alla recessione del ’91/’92, balla poco sotto 17. fino ala fine del decennio, scende ancora quando scoppia la bolla delle dot.com, poi si riprende, tornando quasi a 17. subito prima della recessione attuale. Indi, il precipizio.

Questo mi fa pensare che, dopotutto, tali calcoli abbiano un’utilità reale, che mostrino, con una discreta approssimazione, il deterioramento di lungo periodo causato dai mezzi fiduciari e dai cattivi investimenti. Deterioramento che prosegue anche in assenza di recessioni conclamate. Se così fosse, il recupero di V dopo la recessione dei primi anni Duemila e fino al crac attuale potrebbe spiegarsi con gli straordinari guadagni in produttività apportati dall’informatizzazione; e la sua relativa modestia rispetto ad essi esprimere l’ammontare dei cattivi investimenti lanciati.

Se, però, abbandoniamo il quadro generale e scendiamo nel dettaglio, il quadro dell’economia USA si presenta assai meno monolitico. Accanto a settori come l’immobiliare, dove la liquidazione è stata impedita da una ripresa artificiale, ma si prospetta un nuovo crac, ve ne sono altri in piena espansione, come l’industria estrattiva (petrolio, shale gas), e quella che si chiamava new economy, quando non era ancora così integrata con la old, non ha affatto cessato di crescere. Al contrario: fin dalla loro nascita, informatica ed elettronica testimoniano che la previsione di prezzi finale in calo non costituisce affatto un freno per gli investimenti, fintantoché siano comunque assicurati i ritorni reali. L’ammontare di risorse umane e materiali che si è reindirizzato verso questi settori, in particolare verso l’industria estrattiva, è enorme, proporzionato solo ai profitti attesi. Semmai, si può pensare che la paura persistente abbia ridotto il volume degli investimenti, rispetto a quello che si sarebbe verificato se la recessione avesse avuto termine prima… ossia, se la Federal Reserve non avesse arrestato il processo di liquidazione delle bolle.

Beninteso, questo ci porta un passo più in là: probabilmente, le manipolazioni del mercato si sono spinte oltre i limiti stessi della loro efficacia. Mi spiego meglio: il mercato è un processo di coordinamento spontaneo attraverso cui si genera – anzitutto sotto forma di prezzi – l’informazione occorrente agli operatori economici per le scelte quotidiane; esso viene manipolato proprio nell’intento di influenzare tali scelte. Questo presuppone, però, che gli operatori continuino a trattare come attendibile l’informazione manipolata; il che non è più vero. Non lo è per gli investitori appena avvertiti, dal momento che di “droga monetaria” parla perfino il giornalismo economico corrente. E certamente non lo è per Main Street, che non vede miglioramenti tangibili e, quindi, giustamente diffida di tutti i discorsi sulla ripresa: annusa la fregatura in agguato e si regola di conseguenza. E’ vero, dunque, che il cavallo non beve per via dei tassi a zero; ma anche che la manipolazione dei mercati tramite la politica monetaria ha distrutto la fiducia nei prezzi e, più in generale, nelle informazioni che il mercato stesso dovrebbe fornire. La “trappola della liquidità” costituisce l’esito logico di un processo interventista che sega il ramo su cui è seduto; se ne può uscire abbandonando ogni intervento oppure – prospettiva più probabile – arrivando alla coercizione diretta, esplicita, su vasta scala.

Ma sarebbe ingenuo illudersi che, per questa singolare via, gli effetti distorsivi dei tassi a zero sulle politiche di investimento siano stati neutralizzati del tutto; al contrario, con ogni probabilità stiamo assistendo a un inedito, la proliferazione di cattivi investimenti pur in assenza di un boom (o meglio, in presenza di un boom quasi soltanto finanziario). Si pensi solo ai corsi di Borsa e a come il loro andamento abbia reso più agevole, per le società quotate, il lancio di nuovi progetti imprenditoriali; o, sia pure in misura minore, alla compressione dei rendimenti obbligazionari. E, si badi bene, non sto neppure considerando i prodotti strutturati.

Tutto questo ci riporta al problema dei tassi di interesse, ma da un’angolazione che definirei wickselliana: se crollano le aspettative sul rendimento reale – p.es. per il notevole timore di non riuscire a smerciare i prodotti, che dunque appaiono del tutto inutili se non gravosi – nessuna politica monetaria, per accomodante che sia, riuscirà a rilanciare gli investimenti, perché il prestito comporta pur sempre un costo certo, la cui utilità è, in tali circostanze, altamente incerta. Ludwig von Mises, nel 1912, ha donato al mondo la prima, embrionale formulazione della teoria del ciclo proprio completando questo spunto e asserendo che il mercato ristabilirà la coincidenza tra interesse naturale e monetario, rialzando quest’ultimo tramite una crisi. Se, come indubbiamente è, i cattivi investimenti sono in corso e superano l’entità fisiologica degli errori imprenditoriali, una nuova crisi è inevitabile e i tassi si alzeranno (poco importa quando, se dopo ottobre o più in là). La vera incognita consiste nel comportamento dei detentori di liquidità; ma, in qualunque direzione si muovano, saranno i veri market mover.

Il che significa che la politica monetaria avrà ucciso sé stessa: non più capace di controllare – sia pur indirettamente – il livello dei prezzi, potrà solo tentar di reagire agli eventi e cercar di escogitare qualche nuovo trucco (effcace o meno, è un altro discorso).

Ma gli apprendisti stregoni faran bene a pregare che, nel frattempo, l’acqua dell’iperinflazione non arrivi alla loro gola.

Per la precisione, la testata precisa “Views expressed are not necessarily those of the Federal Reserve Bank of St. Louis or of the Federal Reserve System.”. Non fornisce, però, criteri distintivi.

Il testo usa average pace in entrambi i casi, ma ho distinto “tasso medio” e “andamento medio”, perché, se vogliamo parlare di prodotto reale, Q, non possiamo computare tassi di incremento, che suppongono l’omogeneità dei beni o servizi prodotti. E’ quasi superfluo osservare che l’unico modo per renderli omogenei è valutarli in denaro; ma questo implica già un riferimento a P, termine che l’equazione vorrebbe mantenere ben distinto.

E qui non sto tenendo conto del fatto che V, proprio in quanto velocità, chiama in causa il tempo, mentre Q no: dopotutto, almeno questo difetto si può facilmente correggere, leggendo Q in senso dinamico (quantità prodotta nell’unità di tempo). Anche se P non è certo una grandezza statica.

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Commenti liberi

Luogocomune.net - Sab, 04/10/2014 - 20:13
Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

Revisionismo di guerrra

Freedonia - Sab, 04/10/2014 - 10:27
Gary North lancia un appello a favore di un sano processo di revisionismo storico portando, come esempio di quel processo di distorsione, un episodio che ancora oggi costituisce per il grande pubblico il maggior ostacolo alla comprensione di un fatto storico di importanza rilevante.





PS: Cliccate la seconda icona in basso a destra sulla schermata del video per attivare i sottotioli in italiano.


Cameron attacca il 9/11 Truth Movement

Luogocomune.net - Ven, 03/10/2014 - 19:25
26 settembre 2014: Alle Nazioni Unite il premier inglese David Cameron attacca coloro che mettono in dubbio la versione ufficiale del 9/11 e del 7/7, definendoli "estremisti non-violenti", paragonandoli a nazisti, razzisti e fondamentalisti di estrema destra, e dicendo che i governi devono agire contro di loro così come contro l'ISIS.



Traduzione dell'intervento:

La causa alla radice di questa minaccia terroristica è una ideologia velenosa di estremismo Islamico. Questo non ha nulla a che vedere con l'Islam, che è una religione pacifica che ispira innumerevoli atti di generosità ogni giorno. L'estremismo Islamico d'altra parte pensa di usare le forme più brutali di terrorismo per costringere la gente ad accettare una visione distorta del mondo e farla vivere in uno stato quasi medioevale. Per sconfiggere l'ISIS e le organizzazioni come quella noi dobbiamo sconfiggere questa ideologia in tutte le sue forme.

Come mostrano le prove che emergono dal passato di quelli accusati di crimini di terrorismo è chiaro che molti di loro sono stati inizialmente influenzati da predicatori ...

Il rovesciamento della piramide

Freedonia - Ven, 03/10/2014 - 10:06




di Francesco Simoncelli


“La politica è quell'arte che va alla ricerca di problemi, li trova ovunque, li analizza in modo sbagliato ed applica i rimedi errati.” -- Groucho Marx


Negli ultimi giorni mi sono ritrovato a riflettere su un'immagine che trasmette una certa emotività in colui che la osserva attentamente. E' facile lasciarsi spaventare di primo acchito, ma più la si guarda più si comprende come l'attuale situazione economica non sia altro che il folle risultato di una serie di decisioni che hanno colpevolmente tralasciato l'importanza del lungo termine. Qualcuno pagherà per questo errore, alcuni nomi sono noti altri verranno chiariti col tempo. Al momento le entità che pagheranno un caro prezzo per i loro errori sono lo stato ed il cartello delle banche centrali. L'origine della manipolazione dei mercati è tutta qui. Ma andiamo con ordine, prima l'immagine.




Sin dalla crisi della Lehman, le banche centrali del mondo si sono date da fare per salvaguardare gli interessi privilegiati di coloro che facevano parte del loro cartello. In particolare, il settore bancario commerciale. Purtroppo per la Lehman c'era Henry Paulson al Ministero del Tesoro e non Dick Fuld, quindi tale banca non è rientrata nella dicitura TBTF (a differenza di JP Morgan, Goldman Sachs, Citigroup, ecc.) che finora ha rappresentato un club esclusivo di istituti finanziari inspiegabilmente necessari alla tenuta dell'attuale sistema economico.

Dopo anni di ZIRP, nulla è cambiato ed ora la BCE si è spinta oltre implementando la NIRP. Di recente il tasso di deposito presso la Banca Centrale Europea è stato abbassato ulteriormente, dal -0.10% al - 0.20%. In questo modo si spera che le banche commerciali, nonostante i loro bilanci disastrati, riprendano a concedere prestiti ad imprese e privati cittadini e far ripartire l'economia stimolando la domanda. Le banche commerciali, già da qualche anno, hanno drenato la maggior parte della liquidità depositata lì mediante il ripagamento dei prestiti LTRO avvenuti tra il 2011 ed il 2012. Grazie all'aiuto della FED ed allo sfruttamento della sua unità di immagazzinamento, le banche commerciali estere che operano sul suolo americano sono state in grado di finanziarsi a buon mercato attraverso la generosità dello zio Ben. Non dimentichiamoci nemmeno il ricorso agli swap di valute.

Negli Stati Uniti, invece, le riserve in eccesso sono pagate ancora ad un tasso dello 0.25%.




Ora, sebbene le riserve non siano scese a zero, in Europa queste riserve ancora ci sono e rappresentano un onere per le banche commerciali. In un mondo in cui i rendimenti della maggior parte dei titoli sono calati, rendendo appetibile anche il pattume, le banche commerciali in cerca di profitti non possono permettersi il lusso di chiudere in negativo un anno commerciale. Quindi, come apprendiamo da Zerohedge, le banche commerciali potrebbero scaricare il peso dei tassi di interesse negativi sulle spalle dei loro depositanti e correntisti. Ecco la regola: ogni qual volta lo stato annuncia nuove normative o tasse sulle imprese, queste verranno trasferite inevitabilmente ai consumatori. Il nostro caso non diverge affatto da questa regola generale.

Questo significa che i correntisti si troveranno davanti ad un bivio: trattenere i loro soldi in banca ed essere tassati, spostarli in un'altra banca, ritirarli dal circuito bancario. Mentre la seconda opzione è deleteria per le finanze di una o una manciata di banche in particolare, la terza è deleteria per il sistema bancario nel suo complesso. Al giorno d'oggi noi abbiamo a che fare con banche commerciali dedite a concedere prestiti attraverso la riserva frazionaria, ovvero, a fronte di un dato numero di depositi vengono concessi prestiti ben oltre l'ammontare di denaro depositato.

Data la quantità di asset non performanti, crediti incagliati e prestiti in sofferenza, anche la seconda opzione è pericolosa perché scatenerebbe margin call a raffica dove ogni banca cercherebbe di restare a galla sfruttando le debolezze delle altre in condizioni palesemente peggiori e cercandone di acquisire gli asset (un po' quello che è successo con Bear Sterns). Dato il crescente panorama avverso alle tasse, credo che la seconda e la terza opzione saranno l'innesco alla prossima crisi finanziaria (ufficiale, perché l'attuale ciclo dura da circa 20 anni). La politica che in teoria dovrebbe aiutare l'economia europea finirebbe per ritorcersi contro coloro che l'hanno implementata. Questa è la lezione da imparare: "La strada per l'inferno è lastricata di tassi di interesse negativi".

E' per questo che la BCE si è offerta di reflazionare la base monetaria europea acquistando titoli cartolarizzati dalle banche commerciali: cerca di compensare eventuali perdite di depositi con nuovo denaro stampato ed inglobando nel suo bilancio asset di dubbia qualità. Anche stavolta, a quanto pare, si è semplicemente parlato senza pensare alle conseguenze -- strategia perseguita sin da quando è iniziata questa crisi europea, dove, nonostante tutti gli annunci, niente è stato risolto. Quale sarà il risultato di questa nuova ondata di inflazionismo monetario? Stavolta "più della stessa cosa" funzionerà? Credo proprio di no. In tutto il mondo i difetti di questo piano d'azione stanno emergendo prorompenti. Rimbambire per anni una persona affetta da gravi problemi psichici con anti-depressivi ed ogni sorta di farmaco allucinatorio e poi ammettere che il problema è risolto, non credo possa definirsi una soluzione. Non appena le dosi diminuiscono, la pazzia riemerge.

L'illusione della pseudo-stabilità di oggi è garantita da un bacino della ricchezza reale ancora capace di assorbire i colpi inferti dalla pianificazione centrale. Il continuo interventismo e l'incremento della sua portata non è positivo, perché esso porta con sé un carico maggiore di errori economici ed allocazioni errate delle risorse scarse, che intaccheranno ulteriormente la salute del bacino della ricchezza reale. Non appena la stagnazione colpirà tale bacino, o peggio una contrazione, la pianificazione centrale potrà dire addio a tutti i suoi piani. Non accadrà dall'oggi al domani, sarà un processo che si accumulerà nel tempo, silenzioso. Così come gli economisti mainstream non hanno visto arrivare la recessione del 2008, non vedranno arrivare neanche la prossima di maggiore portata. Le banche centrali pensano di poter aggiustare gli errori che hanno portato alla Grande Recessione, cercando di calciare il barattolo lungo la strada e sperare che i problemi si aggiustino da soli, prima di perdere totalmente il controllo sull'economia. Manipolando l'offerta di moneta e distorcendo i segnali di mercato (es. i prezzi), cercano di incanalare le scelte degli individui verso obiettivi predefiniti in modo da poter guadagnare un altro po' di tempo. Nonostante i loro sforzi, il libero mercato avrà sempre l'ultima parola.

Non c'è niente di assolutamente virtuoso nello stimolo monetario. L'inflazione dell'offerta di moneta consente ai primi ricevitori di tale denaro di effettuare scommesse sempre più rischiose, tentando di risanare i propri sbagli con sbagli più gravi. Essendo il settore bancario centrale un cartello, sta fornendo l'opportunità al proprio settore protetto (stato e banche commerciali) di riparare ai propri errori; ma questa è la stessa strategia che ha generato suddetti errori, poiché l'azzardo morale che deriva da questo comportamento è assolutamente scontato. Basta guardarsi intorno, e si noterà che tutto il denaro creato fino ad ora è servito semplicemente a reflazionare un ambiente economico che invece necessitava di una pulizia. Guardate tutte le bolle spuntate nei vari mercati: immobiliare, azionario, obbligazionario. I rendimenti di tutti questi "investimenti" pagano interessi ridicoli, e l'azzardo morale va alla ricerca di situazioni sempre più rischiose e potenzialmente remunerative per dare una parvenza di positività ai bilanci delle attività improduttive. L'inflazione dell'offerta monetaria, al momento, si è tradotta maggiormente in inflazione dei prezzi degli asset, influenzando solo marginalmente l'economia più ampia. Ma le conseguenze non intenzionali sono sempre dietro l'angolo. Paradossalmente, ma forse non tanto, la miccia per un'altra recessione potrebbe arrivare da uno dei mercati più sfruttati in quanto a leva e rischio di controparte alto: il mercato reverse repo.

La catena in cui ogni anello rappresenta un istituto finanziario diverso, non deve per forza spezzarsi all'apice; come per il 2008, basta il crollo di uno solo di questi anelli affinché tutto il baraccone crolli giù. Facciamo un esempio per capire di cosa stiamo parlando. Mettiamo conto che un certo istituto finanziario abbia tra le mani un bond statale; esso può raccogliere liquidità sottoscrivendo un contratto repo con una controparte (una banca), vendendo l'asset e ricomprandolo in una data futura. i prezzi di vendita e di riacquisto vengono concordati al momento della sottoscrizione di questo contratto. Il mercato per i bond statali è molto liquido al giorno d'oggi, soprattutto grazie alle regole di Basilea III. Ora, l'istituto che cede l'asset può anche assicurarsi contro eventi sfavorevoli in base alle fluttuazioni dei tassi di interesse sottoscrivendo contratti swap sui tassi di interesse. Queste pratiche hanno aumentato a dismisura il mercato dei derivati, anche perché le banche hanno sfruttato gli stessi bond statali per cederli in garanzia e spuntare occasioni favorevoli. In questo modo, il coacervo di contratti stipulati e cartolarizzazioni di asset fa perdere di vista chi è il possessore di cosa, rendendo il panorama finanziario del tutto nebuloso. Basta che solo una parte si rifiuti di elargire denaro o mancare di riconsegnare un certo asset, per scatenare un panico nella fiducia nei mercati finanziati. Sono talmente sottoposti a leva che tale probabilità cresce ogni giorno che passa.

O, come documentato da Zerohedge nel link precedente, ora la scarsità di bond statali utilizzati come collaterale può di nuovo bloccare le banche commerciali da svolgere il ruolo di intermediari paganti. Se il prezzo per ricomprare il bond aumenta, a causa della loro scarsità, riconsegnarlo al venditore originale rappresenta un onere non indifferente. Questo invoglierebbe di nuovo le banche a depositare il denaro ricevuto dai programmi di allentamento monetario presso le banche centrali stesse. Negli USA è ancora possibile, ma cosa succede in Europa che ora adotta tassi di interesse negativi sui depositi?



PER OGNI VINCITORE C'E' UN PERDENTE

L'economia più ampia ha assaggiato solo marginalmente la generosità monetaria delle banche centrali, ma questo non è coinciso con un miglioramento della situazione generale. Anzi... Se coloro che hanno ricevuto per primi il denaro di nuova creazione hanno beneficiato di un potere d'acquisto ancora avulso dall'influenza di questo denaro, coloro che lo riceveranno per ultimi sentiranno sulla loro pelle tutto il dolore economico che scaturisce da un potere d'acquisto diluito a causa di una svalutazione monetaria. La redistribuzione della ricchezza che ne consegue arricchisce indubbiamente coloro molto vicini alla banca centrale. Ciò significa un drenaggio costante di risorse dell'economia reale, verso quelle attività privilegiate artificialmente. I vincitori sono loro.

O almeno lo sono finché il flusso di denaro facile continua a fluire nelle loro tasche, ovvero, finché restano in campo politiche monetarie allentate e di distorsione dei tassi di interesse. L'unico stimolo che ha avuto successo è stato quello della creazione di più bolle. Una cosa di cui si sta accorgendo anche il FMI.




Seguendo la teoria Austriaca del ciclo economico, durante una recessione c'è una riallocazione delle risorse secondo i desideri reali degli individui, incanalandole verso quei progetti che nella loro opinione sono più urgenti da realizzare. Il dolore economico sopportato durante questi periodi è transitorio, poiché serve tempo per riaggiustare la struttura produttiva in base al capitale esistente e riallineare i segnali di mercato. Nello specifico le imprese tendono a licenziare personale, liquidando quelle posizioni che durante il boom si credeva fossero percorribili e le nuove attività che nascono impiegano prevalentemente computer e macchine poiché più a basso costo rispetto ad una forza lavoro più costosa a causa delle distorsioni artificiali di un boom insostenibile. La disoccupazione transitoria di questi periodi ed il calo dei saggi salariali, vengono compensati da una produzione in rapida crescita e da una contrazione monetaria, aiutando quelle persone senza posto di lavoro attraverso un aumento del potere d'acquisto del loro mezzo di scambio. E' possibile acquistare più beni con meno denaro.

Al giorno d'oggi, le banche centrali stanno tentando di tenere l'economia in uno stato di quasi-boom, sostenendo artificialmente entità decotte. Lo fanno abbassando al di sotto del livello di mercato il tasso di interesse e, di conseguenza, abbassando il costo dell'accesso ai finanziamenti (per chi se li può permettere, poiché non tutti posso accedere a nuovi prestiti date le garanzie stringenti imposte dalle banche commerciali). Il mercato continua a spingere per una recessione, mentre le banche centrali spingono per una reflazione delle bolle scoppiate. Queste due forze si scontreranno. E' un incidente annunciato.

Nello scenario distorto di oggi il costo del lavoro continua ad essere mantenuto alto, spronando le aziende a ricorrere alle macchine per svolgere i lavori. Ad esempio: a fronte dei costi coinvolti, nelle stazioni ferroviarie sarà più economico installare una macchina sforna biglietti piuttosto che assumere personale che lo faccia di persona. Gli imprenditori prendono queste decisioni seguendo l'andamento dei segnali di mercato, ed al giorno d'oggi i segnali sono distorti quindi non hanno altra scelta che adeguarsi. I costi burocratici e fiscali contribuiscono ad ingessare ulteriormente il mercato del lavoro, creando una campana di vetro attorno alle aziende privilegiate e lasciando le altre a marcire. Alle attività sostitutive è preclusa la nascita, quelle esistenti devono lottare con le unghie e con i denti contro il fisco ed il crowding out della spesa pubblica, e la disoccupazione rimane alta. Per sopravvivere un numero crescente si rivolge e si rivolgerà alla carità del governo.




Quanto è davvero percorribile e perseguibile questa strada? Finora non ha fatto altro che aumentare i problemi. Le allocazioni errate sono aumentate, la produzione non segue i desideri degli individui, le risorse scarse vengono sprecate, vengono attuate maggiori distorsioni per mascherare gli effetti nefasti della politica monetaria allentata (es. inflazione dei prezzi). La stagflazione odierna non è altro che il risultato di decisioni errate prese dai pianificatori centrali, per le quali Main Street sta pagando il prezzo più elevato (a differenza dei settori privilegiati). Siate consapevoli che la via che stiamo percorrendo è quella che conduce verso la schiavitù, ma la cosa pazzesca è che esistono intellettuali pronti a fornire all'establishment la giustificazione morale per questo scempio.



LA CHIAROVEGGENZA DELLA GILDA ACCADEMICA NON E' ALTRO CHE CIARLATANERIA

L'esempio più fulgido di questa cosa lo possiamo ritrovare in un articolo di Paul Krugman del febbraio dell'anno scorso. Per commentatori come Krugman l'importanza di modelli matematici con cui studiare la realtà è qualcosa di indissolubilmente necessario. I resoconti econometrici sono semplicemente fumo negli occhi; riempiendo la testa dei lettori con inutili numeri ed equazioni, si confondono le idee lasciando chi legge in preda ad uno smarrimento non indifferente. Qual è la teoria alla base? I numeri? La statistica? I numeri possono essere girati e rigirati.

La fede cieca del keynesismo nei numeri preclude loro la capacità di vedere le bolle, così come dimostra la Yellen quando parla di "valutazioni non allarmanti del mercato azionario". Quello di cui abbiamo veramente bisogno è che imprenditore e lavoratore possano incontrarsi e stabilire a che prezzo l'uno lavorerà per l'altro. Non c'è bisogno di intermediari, solo la volontà di concludere un affare ad un determinato prezzo. L'attuale panorama economico è infestato dal mantra di una produttività sempre crescente perché l'espansionismo monetario è andato ben oltre ogni qualsiasi immaginazione. Inoltre la produttività è martoriata da una pressione fiscale spropositata che ne indebolisce le prospettive e le potenzialità. A fronte di un'offerta monetaria fissa questi problemi non si porrebbero, e la produttività sarebbe legata alle fluttuazioni dell'inventiva e del capitale investito dagli imprenditori (oltre che dalle capacità dei lavoratori). Non ci si lamenterebbe più di una massimizzazione "a tutti i costi" della produzione dettata dall'urgenza di compensare le pianificazioni monetarie (con tanto di bolle e prodotti scadenti), invece ci si concentrerebbe sull'efficienza reale dei prodotti sfornati e sull'efficacia con cui andrebbero a soddisfare i desideri dei consumatori.

Traslare il modello delle scienze naturali a quello economico che è puramente sociale. Paul Samuelson, uno degli econometristi più apprezzati, è lo stesso che ha mosso la previsione più sballata della storia dell'economia: l'economia Russa avrebbe superato quella USA. Nel 1991 sappiamo tutti come è andata a finire. Prima di lui il primato lo deteneva Irving Fisher, il quale negli anni precedenti alla Grande Depressione affermò che il mercato azionario aveva ormai raggiunto un plateau permanente.

Tutti loro fondavano le loro teorie esclusivamente sui numeri. Tutti loro non avevano idea di cosa significasse causa/effetto in economia. E' per questo che si sono dimostrati, agli occhi della storia economica, dei ciarlatani.

Implementare il metodo delle scienze naturali quando si parla di economia significa permettere ad un gruppo "illuminato" di persone (in questo caso la gilda accademica) di avere a portata di mano soluzioni per qualsiasi inconveniente nel panorama economico. Questo da loro credito. Questo fornisce loro la giustificazione morale per consigliare "saggiamente" i pianificatori centrali. L'interventismo senza frontiere dei giorni nostri è figlio di questa concezione scriteriata dell'economia. Gli uomini sono essere razionali, non sono pedine su una scacchiera che possono essere mosse secondo i capricci di alcune persone che si presume "sappiano meglio di altre". Gli esperimenti econometrici sono assurdi in economia, proprio perché abbiamo a che fare con uno degli esseri più volubili che esistono: l'essere umano. Tali modelli non saranno mai in grado di inglobare tutta la conoscenza e le informazioni presenti nel panorama economico, proprio perché è impossibile. Ed è per questo che devono eliminare l'individuo e la sua preferenza temporale, riducendo l'attore economico ad una semplice comparsa.

Qui non abbiamo a che fare con topi di laboratorio. L'econometria prevede lo studio di fenomeni sociali attraverso un metodo utilizzato nelle scienze naturali. Si pensa erroneamente che sia possibile condurre qualsiasi esperimento, come in un laboratorio, il quale darà sempre gli stessi risultati. Come è possibile conciliare una metodologia rigida con una flessibile? Secondo i sostenitori della scienza econometrica, essa è in grado di prevedere i risultati di determinate politiche in modo da migliorare l'efficienza dello stato e può essere un ottimo strumento per avere indicazioni sul futuro. Ma come scrisse Mises nell'Azione Umana: "L'esperienza con cui deve fare sempre i conti la scienza dell'azione umana è costituita da fenomeni complessi. Nessun esperimento di laboratorio può essere concluso con successo quando abbiamo a che fare con l'azione umana."

Presupporre, quindi, che equazioni, numeri e costanti possano essere impiegati per incasellare le azioni degli uomini è quanto di più deleterio possa esistere nello studio della scienza economica. Non solo si cade in errore per spiegare determinate situazioni, ma si commette anche l'errore di sapere cosa può spingere le persone ad agire in certi modi. Se un attore economico ha come obiettivo il miglioramento della propria posizione o ricchezza, esso stilerà una serie di modi con cui raggiungere questo obiettivo. E' possibile dire a priori quale sarà il modo più efficace per raggiungere suddetto obiettivo? No, perché potrebbe non essere a conoscenza di tutte le informazioni di cui necessita per operare al meglio la sua scelta. In The Use of Knowledge in Society, Hayek rimarcava la differenza tra informazione e conoscenza e la loro importanza nei processi di mercato. Senza proprietà privata non esistono prezzi sani, e senza di essi non esiste informazione; la conoscenza, invece, è un concetto qualitativo (piuttosto che quantitativo come l'informazione, poiché essa può essere parziale). L'imprenditorialità è qualcosa che si impara attraverso la propria esperienza ed il proprio piglio creativo, e non può essere trasmesso o insegnato al primo che passa. La pianificazione centrale crede di poterli manipolare entrambi. Così facendo è come se creasse una macchina senza freni (imprenditori) ed una strada senza segnali (prezzi).

Pensate alla bolla immobiliare pre-2008. Le aziende edili erano floride, facevano piani a lungo termine seguendo un mercato pesantemente manipolato. Per un po' sono riuscite a rimanere sulla cresta dell'onda, ma una volta che l'illusione monetaria è finita, sono terminati anche i loro sogni di gloria. Pensate al Monte dei Paschi. Comprereste le azioni di questa banca al prezzo a cui sono vendute oggi? Non credo, sapendo cosa si cela dietro il più recente aumento di capitale. Non è possibile affidarsi completamente alla matematica nel campo economico e credere di avere in mano le chiavi di questa scienza, è necessaria come supporto, ma senza la logica non c'è scampo a finire in errore. Senza un nesso solido di causa/effetto, non c'è scampo di finire in errore. Senza una teoria solida, non c'è scampo di finire in errore.

Ciò che vale per la matematica, comunque, vale anche per la statistica e la probabilità. Ciò che osserviamo nell'ambiente economico, giorno dopo giorno, riguarda eventi unici e non ripetibili nello stesso modo in cui si sono verificati la prima volta, proprio perché abbiamo a che fare con comportamenti altamente mutevoli. Non c'è omogeneità nelle azioni umane. Quindi, come scrisse Mises nel libro The Ultimate Foundation of the Economic Science: "In quanto metodo di analisi economica, l'econometria rappresenta un futile gioco con i numeri che non contribuisce affatto alla spiegazione dei problemi della realtà economica." Tale affermazione potete verificarla pensando, ad esempio, a quante volte ormai sono state disattese tutte le stime sulla presunta crescita e sulle performance del PIL. Questo perché ragionare per aggregati, nenia tediante del pensiero keynesiano, fa perdere di vista il fattore più importante di tutti: l'azione propositiva dei singoli attori economici.



CONCLUSIONE

Il gearing dell'attuale sistema finanziario ha raggiunto picchi storici, costituendo uno dei più grandi investimenti improduttivi mai visti. E' paragonabile ad un treno in corsa senza freni.

Il mercato più ampio, o Main Street, ancora subisce gli effetti nefasti delle politiche monetarie allentate. Non si è ancora ripreso dall'orgia di errori esplosi con prorompenza sei anni fa. Oltre a soffrire del proprio deleveraging, deve sopportare anche quello imposto dai pianificatori centrali per salvaguardare gli interessi privilegiati. Inoltre, c'è una disperata ricerca di reflazionare gli errori che hanno portato al crash del 2008; come se la bolla dei prestiti studenteschi e di quelli automobilistici non fossero già abbastanza! Ma il criterio degli attori economici li forza a spingere ancora per una recessione, affinché abbia finalmente luogo una sana pulizia degli errori del passato. E' paragonabile ad un oggetto inamovibile.

Uno di questi giorni si scontreranno.


Gary North: revisionismo bellico

Von Mises Italia - Ven, 03/10/2014 - 07:00

Vi sarà forse capitato, durante un dibattito su avvenimenti storici contemporanei, di leggere sul viso altrui quell’espressione di disagio per il fatto di doversi confrontare con chi sta contestando punti chiave dell’interpretazione storica più diffusa.

Chissà quale sarebbe invece la loro espressione nell’apprendere quanto sfrontate e sistematiche siano le fallacie logiche e le falsità contenute nella storia, soprattutto quella economica, da cui attingono per formare le proprie opinioni ed azioni. Appare addirittura disarmante la modalità esplicita e quasi infantile con cui quelle verità sono nascoste o piegate alle esigenze dell’attuale monopolista dell’istruzione pubblica.

Nel video in calce, sottotitolato in italiano, Gary North lancia un appello a favore di un sano processo di revisionismo storico portando, come esempio di quel processo di distorsione, un episodio che ancora oggi costituisce per il grande pubblico il maggior ostacolo alla comprensione di un fatto storico di importanza rilevante.

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I profeti del "cambiamento"

Luogocomune.net - Gio, 02/10/2014 - 17:38
Quante volte, negli ultimi tempi, abbiamo sentito parlare di "necessità di un cambiamento"?

Di fatto, questa formula si ripropone ciclicamente, ogni volta che le condizioni sociali di una determinata nazione si avvicinino al livello dell'intollerabilità. Più quel limite si fa prossimo, più sentirete il politico di turno che si propone con urgenza alla guida del paese per portare un "cambiamento", un "rinnovamento", una "valida alternativa" al sistema vigente.

In realtà, la formula del "cambiamento" è una formula vuota già in partenza, indipendentemente dalla situazione o dal personaggio politico che cerchi di proporla. Non è infatti possibile imporre un qualunque "cambiamento" per decreto legge, o per semplice volontà politica: il cambiamento può essere soltanto la conseguenza di un processo evolutivo, non può esserne la causa stessa.

Non basta (vedi Stati uniti) fare una legge che "stabilisca la fine della discriminazione razziale", per porre effettivamente fine alla discriminazione razziale. Non basta (vedi Italia) creare un "ministero della pari opportunità" ...

Difficoltà tecniche

Freedonia - Gio, 02/10/2014 - 10:15
La pubblicazione di oggi è composta dalla fusione di due articoli (uno e due) dello stesso autore, e data la pertinenza di entrambi ho deciso che amalgamarli potesse produrre un risultato comprensivo superiore alla loro lettura separata. In realtà, è più un preludio all'articolo di domani. Una parte corposa della seguente lettura verterà sul mercato dell'oro pesantemente manipolato. Questa non è solamente una teoria, ma un fatto comprovato. Soprattutto se si pensa alle ultime performance di oro e argento, dove i volumi di trading sono elevati ma il prezzo cala inesorabilmente. Lo stesso vale per i mercati FX, anch'essi distorti e traviati da una ristretta cerchia di grandi banche. Non solo anche questo è un fatto provato, ma, come riporta Bloomberg, la manipolazione sta andando avanti nonostante le nuove regola della SEC. La conclusione dell'artioclo è accurata: "Queste riforme sono semplicemente foglie di fico." I regolatori non sono interessati alle accuse penali e pecuniarie. Non sono interessati a scoraggiare tali comportamenti. Sono interessati a prendere la loro parte ed a mandare avanti il gioco. E' uno sporco racket e siete voi che ne state pagando il prezzo.
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di Alasdair Macleod


Potreste pensare che il dollaro USA sia improvvisamente diventato forte, ed il grafico qui sotto conferma questa intuizione mettendolo a confronto con le altre tre principali valute.




Il dollaro USA è considerata una valuta priva di rischio nella contabilità internazionale, perché è la moneta su cui si basano tutte le altre. Ed è chiaro che tre mesi fa i tassi di cambio del dollaro rispetto alle valute indicate ha cominciato a rafforzarsi notevolmente.

Tuttavia, ciascuna delle monete nel grafico ha i suoi problemi specifici che la sta indebolendo. Lo yen è l'incarnazione di un kamikaze finanziario, con il governo Abe che la sta distruggendo attraverso la svalutazione per coprire un deficit di bilancio fuori controllo. La sterlina è stata abbattuta da una campagna per mantenere la Scozia nell'Unione, oltre ad un differimento delle aspettative sui tassi di interesse. Ed in Europa sono stati implementati tassi di deposito negativi nella convinzione che cureranno la stagnazione della zona Euro, che se sfuggirà al controllo minaccerà la stabilità delle banche europee.

Finora questa è risultata una corsa al ribasso, con il dollaro a bordo campo. L'economia statunitense, che è ufficialmente in ripresa (come è stato previsto ogni anno sin dal 2008), sembra che in realtà non stia andando da nessuna parte. Infatti se si applica un deflatore più realistico di quello che viene implementato ufficialmente, apprendiamo che gli Stati Uniti non si sono mai ripresi dopo la crisi Lehman.

Questo è il contesto in cui dobbiamo giudicare come se la stanno cavando le valute. E c'è una interpretazione che è molto preoccupante: potrebbe delinearsi una fuga dalle altre valute mondiali verso il dollaro. Questo è un rischio perché il complesso valutario globale è basato su un dollar standard fluttuante ed è stato così sin da quando il presidente Nixon ruppe l'accordo di Bretton Woods nel 1971. Questo evento ha scatenato un accumulo crescente di moneta e credito che alla fine potrebbe diventare instabile. Il rapporto tra il dollaro e le altre valute è catturato vividamente nella figura sottostante.




A seguito della rapida espansione del bilancio della FED negli ultimi anni, il gearing del denaro e del credito a livello mondiale è del 40x. Rispetto alla base monetaria della FED prima della crisi Lehman, il denaro mondiale ora ha un gearing di quasi 180x, cosa che lascia molto poco spazio per la stabilità.

Potrebbe essere troppo presto per dire se questa piramide inversa si stia ribaltando, perché non è ancora pienamente confermato dai flussi di denaro tra i mercati obbligazionari. Tuttavia, in questi ultimi giorni i rendimenti dei titoli di stato della zona Euro hanno iniziato ad aumentare. Per ora si può sostenere che sono sopravvalutati ed una correzione è in ritardo. Ma se questa nuova tendenza verrà alimentata da banche internazionali che liquidano posizioni obbligazionarie non statunitensi, sarà sicuramente un problema.

Possiamo essere sicuri che i banchieri centrali stanno seguendo da vicino la situazione. Sin dagli anni '30 quasi tutti i teorici economici e monetari si sono preoccupati di prevenire le contrazioni monetarie, che nei tempi attuali saranno segnalate da una fuga verso il dollaro. La cura per tutto questo è ovvia per loro: sfornare più dollari. Ciò può essere fatto facilmente estendendo swap di valute tra le varie banche centrali e coordinando gli interventi sulle valute, piuttosto che lanciare nuovi cicli di QE vecchio stile.

I trader sembrano affermare che il dollaro sia forte per motivi meno definiti, con conseguente calo dei prezzi delle materie prime chiave e dell'oro. Tuttavia bisogna tenere d'occhio il rapporto tra il dollaro, le valute ed i rendimenti obbligazionari in quanto potrebbe segnalare qualcosa di più serio.




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Ma nel frattempo dovremmo chiederci: se il mercato dell'oro è truccato, perché è importante?

Non ho alcun problema a fornire una risposta esaustiva basata su una solida analisi aprioristica di come i mercati manipolati distorcano la base del calcolo economico e perché un mercato dell'oro ben funzionante è fondamentale per tutti gli altri prezzi finanziari. La difficoltà sta nel rispondere alla domanda in termini comprensibili ai lettori, presupponendo che abbiano una comprensione molto bassa della finanza o dell'economia. E' nostro dovere, di coloro che sostengono il denaro sonante, cercare di rendere la risposta il più intelligibile possibile senza sembrare un capitalista sfegatato e un teorico della cospirazione.

Manipolare il prezzo dell'oro destabilizza il sistema finanziario perché esso rappresenta la più alta forma di denaro. Questo è il motivo per cui quasi tutte le banche centrali lo posseggono. Il fatto che non lo usiamo come denaro nella nostra attività quotidiana, non inficia tale caratteristica. L'oro è invece soggetto alla legge di Gresham, secondo cui la moneta cattiva scaccia quella buona. Preferiamo pagare con la cartamoneta emessa dallo stato e mettere da parte l'oro peri cosiddetti tempi brutti.

In quanto denaro, si trova dall'altra parte di tutti i prezzi degli asset. In altre parole, possiamo affermare che i prezzi delle azioni, delle obbligazioni e degli immobili aumentano quando il prezzo dell'oro scende e viceversa. Questa relazione è spesso confusa da altri fattori, il più evidente è la variazione della fiducia nelle valute cartacee. Tuttavia, con i rendimenti dei titoli statali ai minimi storici ed i titoli azionari a livelli record, questa relazione è più che mai evidente.

Un altro modo per descrivere questo rapporto è parlare del rischio. Le banche che dominano i mercati degli asset diventano compiacenti sul rischio perché sono avide di profitto. Questo porta le banche a competere tra di loro fino a quando non finiscono per ignorare del tutto il rischio. E' successo con la crisi bancaria americana di sei anni fa, finché i prezzi delle case non sono crollati improvvisamente e hanno miancciato di far colare a picco l'intero sistema finanziario. Come in tutte le altre bolle finanziarie, ognuno ha ignorato il rischio. La storia offre molti altri esempi.

Pertanto l'oro è diverso da qualsiasi altro asset perché un suo aumento di prezzo riflette una percezione crescente di rischi finanziari generali, generando una pressione al ribasso sui prezzi di altri asset finanziari. Così, mentre le grandi banche stanno facendo soldi facili ignorando i rischi nei mercati azionari ed obbligazionari, non vogliono che la loro festa venga rovinata da segnali preoccupanti provenienti da un aumento del prezzo dell'oro.

Ce ne vuole ancora per provare esaustivamente che il mercato dell'oro è manipolato, ma le grandi banche, e dobbiamo includere anche le banche centrali che sono ovviamente desiderose di conservare la fiducia finanziaria, hanno il movente ed i mezzi. E se ce li hanno, state certi che coglieranno l'occasione.




Allora perché è importante se il prezzo dell'oro è truccato? Un prezzo dell'oro senza manipolazioni è fondamentale per garantire che sia la realtà, e non le bolle finanziarie, a guidare le nostre attività economiche e finanziarie. Sopprimere il prezzo dell'oro è un po' come spegnere un allarme antincendio perché non si sopporta il rumore.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


La rovina del Giappone keynesiano: un monito per i nostri tempi

Freedonia - Mer, 01/10/2014 - 10:08




di David Stockman


Me la ricordo bene, la rettitudine fiscale del vecchio Giappone.

Nel 1981, mentre la Casa Bianca di Reagan preparava il suo piano fiscale — quello che il senatore Howard Baker definì una "scommessa" — ricevemmo la visita di una delegazione del ministero delle finanze giapponese (MOF). Non è esagerato dire che rimasero assolutamente scioccati dal piano dell'amministrazione Reagan di approvare una riduzione del 30% sulle imposte sul reddito e di raddoppiare il bilancio della difesa — prevedendo che tutto sarebbe tornato in equilibrio in seguito ad un'impennata immediata della crescita economica e ad una riduzione della spesa interna.

Gli uomini del MOF temevano il peggio — facendo notare educatamente la possibilità di una crescita economica insufficiente e di tagli alla spesa altrettanto insufficienti. Poi gli Stati Uniti avrebbero sperimentato un focolaio di grandi deficit fiscali — uno sviluppo senza precedenti in tempo di pace che avrebbe scosso il sistema finanziario globale. Nella loro apprensione, gli uomini del MOF avevano dannatamente ragione e non perché fossero dei chiaroveggenti.

A quei tempi, la rettitudine fiscale era un impegno ampiamente condiviso tra i funzionari del governo, tra cui i repubblicani del Congresso e le loro controparti all'estero e soprattutto in Giappone. I funzionari addetti alla politica economica conoscevano la pericolosità dei deficit e sapevano dell'inesistenza di pasti gratis fiscali. Infatti, nonostante il governo giapponese avesse impiegato 30 anni per ricostruire la sua economia dopo la devastazione della seconda guerra mondiale, nel 1980 il debito pubblico del Giappone si attestava al 50% del PIL.

Questo era allora. Oggi il debito pubblico del Giappone è 5 volte maggiore rispetto alle dimensioni della sua economia e punta al 250% del PIL. Questo è un rapporto esorbitante in relazione a tutte le altre grandi economie sviluppate e non ha paralleli nella storia. Nel frattempo il Giappone ha ceduto alla malattia dello stimolo keynesiano, scommettendo che dopo il suo tracollo finanziario durante i primi anni '90 avrebbe potuto prendere in prestito e stampare denaro per ritrovare quella magnifica prosperità conosciuta durante il periodo del suo dopoguerra.

Il grafico qui sotto rappresenta un ammonimento per tutti noi. In una generazione di leadership, la rettitudine fiscale del Giappone è andata persa del tutto. Come chiarito di seguito, il suo status fiscale è ormai al di là della redenzione. Sta cadendo inesorabilmente in un abisso finanziario che nel febbraio 1981 non sarebbe stato immaginabile dagli uomini del MOF in visita alla Casa Bianca.




Il pendio scivoloso che porta alla rovina keynesiana è iniziato con il boom post-bellico del Giappone, il quale non fu affatto un miracolo. Dalle rovine fumanti lasciate dall'assalto finale degli Alleati, l'economia giapponese si è rialzata appoggiandosi ad una baldoria di investimenti pubblici e privati e ad una politica mercantilista di sviluppo e promozione delle esportazioni industriali. La prima dipendeva da un tasso di risparmio delle famiglie straordinariamente alto e la seconda è stata alimentata da politiche protezionistiche che tenevano lontane le importazioni ed il tasso di cambio dello yen ben al di sotto del suo valore economico reale.

Inutile dire che qui di miracoloso non c'è proprio nulla. Verso la metà degli anni '80, i beni strumentali giapponesi ed i settori dell'esportazione erano enormemente sopravvalutati. Ciò significava che la crescita a due cifre degli investimenti di capitale fisso, che durante il dopoguerra hanno alimentato la crescita del PIL del Giappone, era destinata ad una brusca caduta. Allo stesso modo, le sue politiche di repressione dei tassi di cambio avrebbero innescato una risposta contro-protezionista di Washington: la sottovalutazione dello yen, che aveva alimentato le imponenti eccedenze nelle esportazioni giapponesi, si sarebbe invertita bruscamente.

Questo è esattamente quello che è successo nel 1985, quando un nuovo sceriffo finanziario arrivò al Tesoro degli Stati Uniti. James Baker non esitò ad interrompere il boom giapponese delle esportazioni attraverso gli Accordi del Plaza datati settembre 1985. Sotto la pressione della campagna globale di Baker indirizzata alle principali banche centrali affinché acquistassero yen, il tasso di cambio del Giappone negli anni successivi salì da circa 260 a 130 per dollaro.




Purtroppo il Giappone non ha usato questo assalto piuttosto brutale al suo modello economico mercantilista per riequilibrare e riformare la sua economia. Invece il governo ha iniziato a scendere lungo il pendio scivoloso dello stimolo keynesiano e della finanziarizzazione, che negli ultimi 30 anni hanno corroso le basi della sua prosperità post-guerra.

Innanzitutto, la BoJ tagliò i tassi di interesse nei primi mesi del 1986 per stimolare l'espansione interna, ma il problema del Giappone non era un costo del capitale troppo alto o un'insufficiente capacità industriale. In realtà, era già invaso da un eccesso di capacità di acciaio, automobili, macchinari, prodotti elettronici e molto altro.

Quello di cui necessitava il Giappone era tassi di interesse di mercato più alti per compensare e contrastare il suo eccesso di investimenti nella capacità delle esportazioni. Invece la politica ultra-espansionistica della BoJ sfociò nel settore finanziario, alimentando una bolla enorme nel settore immobiliare e nelle azioni ed obbligazioni societarie.




Questo primo giro di finanziarizzazione indusse le imprese ad espandere drasticamente i loro carichi di debito. Di conseguenza il debito non finanziario in Giappone quasi triplicò rispetto ai livelli dei primi anni '80. Come è ormai noto, questa impennata di debito finì in quella che era chiamata "zeitech" o ingegneria finanziaria. Quello che ha veramente prodotto è stata una speculazione dilagante nel settore immobiliare e finanziario – in particolare nelle azioni di quelle imprese all'interno dei gruppi Keiretsu, attorno ai quali lo stato giapponese ha organizzato il suo modello di sviluppo. Come mostrato di seguito, l'indice azionario Nikkei andò alle stelle, un aumento di quasi il 4x nel corso dei 50 mesi successivi agli Accordi del Plaza.





La bolla nel settore immobiliare fu particolarmente devastante. Ad un certo punto, il valore dei terreni a Tokyo era pari al totale di quegli negli Stati Uniti. In appena un decennio, i prezzi dei terreni nella città più grande del Giappone aumentarono di 5 volte prima del crollo degli anni '90. E non vi è alcun dubbio circa la causa: la BoJ scatenò una frenesia speculativa monumentale basata sul debito a buon mercato e la percezione che il Giappone era "diverso" perché la sua banca centrale era a guardia di tutti.




Inutile dire che la bolla scoppiò in modo spettacolare. Il Nikkei scese dell'80% ed i valori immobiliari anche di più. Ma la liquidazione dolorosa della bolla finanziaria nei primi anni '90 era solo il preludio. L'economia reale in Giappone attraversò un drastico calo nella sua capacità di crescita a causa di un tasso di cambio più realistico ed alla scomparsa inevitabile dei tassi di crescita a due cifre degli asset, i quali avevano accompagnato l'espansione del suo settore industriale durante il periodo di boom. Di conseguenza, il suo tasso tendenziale di crescita del PIL reale scese dal 4-8% negli anni del boom all'1% nel corso degli anni '90.

Questo rallentamento sgradito rifletteva le leggi dell'economia. L'economia interna del Giappone era inefficiente; i mercati esteri erano affollati da una forte concorrenza; ed era destinata a vivere un lungo periodo di investimenti di capitale e di sviluppo immobiliare sub-normali a causa dei grandi squilibri nella capacità durante gli anni del boom.

Purtroppo, i notabili che gestivano il Giappone non hanno capito che durante i bei tempi del dopoguerra non si è fatto altro che prendere in prestito tempo. Ciò significa che l'economia del Giappone, drasticamente squilibrata e satura di debito, sarebbe rimasta bloccata nel fango in assenza di uno smantellamento dei suoi mercati nazionali manipolati e delle politiche commerciali protezionistiche.

Ahimè, qui è dove si insinuò la malattia keynesiana e contagiò il partito in carica — LDP — che continuò ad insistere sul modello di sviluppo del dopoguerra. La macchina della politica del Giappone sfornava solamente costruzioni, credito e corruzione tra le circoscrizioni dell'LDP.

In tempi sereni tutto ciò generò strade e ponti, facilitando la crescita dei posti di lavoro, della produzione e dei mercati esteri — sebbene in modo inefficiente. Ma dopo il crollo post-Plaza, vennero sfornate strade e ponti verso il nulla. Pavimentando l'arcipelago con il cemento, i politici ed i burocrati del Giappone superarono addirittura Keynes. Invece di scavare buche e poi riempirle, producevano ghiaia e calcare e li trasformavano in pavimentazione.

Il grafico qui sotto mostra la catastrofe fiscale che ne risultò. Nel corso dei due decenni dopo il 1990, la spesa pubblica del Giappone è aumentata del 45%, mentre le entrate generali sono diminuite del 15-20%. Di conseguenza si è aperto un enorme divario fiscale che ha alimentato l'aumento parabolico del suo indice di indebitamento, come mostrato sopra. E non si trattava solo di dissolutezza fiscale. Come mostrato di seguito, durante gran parte di questo secolo, le entrate generali del Giappone non hanno nemmeno coperto il 50% delle sue spese.




I keynesiani potrebbero lamentarsi che il grafico qui sopra non rappresenta l'immagine di una "spesa fuori controllo", come denunciato dagli oratori repubblicani da tempo immemore. E no, non lo è. La crescita della spesa è stata in media meno del 3% l'anno sin dal 1990.

Tuttavia tale osservazione è irrilevante per la situazione del Giappone e non affronta il vero problema fiscale. Vale a dire, dopo 40 anni di boom e bust della BoJ, il Giappone aveva raggiunto il "picco del debito". Già nel 1990 il mercato del debito — pubblico e privato — superava il 350% del PIL, e ormai è salito oltre il 500%.

Questa condizione di saturazione del credito significa che la crescita del PIL nominale è bloccata e potrebbe essere sbloccata solo da una crescita dell'offerta e della produttività imprenditoriale, condizione quasi impossibile nella politica statalista del Giappone. Infatti il PIL nominale è cresciuto solo dell'1% l'anno sin dal 1990, riflettendo una forza lavoro stagnante (ed ora in restringimento) ed una tiepida crescita della produttività.

Inutile dire che l'1% di crescita dei redditi monetari non ha lasciato spazio per sgravi fiscali netti, e non ha potuto allontanare gli spasmi della spesa pubblica che hanno caratterizzato  la sconfitta keynesiana del Giappone post-1990. Eppure, spronato dai principali economisti nel governo degli Stati Uniti e nelle istituzioni internazionali, il Giappone ha smantellato la sua base imponibile in uno sforzo dopo l'altro per stimolare gli investimenti di breve termine. Di conseguenza le sue entrate nominali sono scese ininterrottamente per quasi due decenni. Non è mai accaduto nulla di simile nel mondo sviluppato.

Detto in modo diverso, i politici dell'LDP hanno incaricato di costruire ponti e gli economisti keynesiani hanno fornito la razionalizzazione per lo smantellamento della base imponibile. Non è immaginabile alcuna combinazione fiscale più letale.

Anche se... anche se il Giappone ha trovato il modo di superarsi abbracciando l'Abenomics ed un'espansione monetaria a tempo indeterminato. Basandosi sul parere deplorevole di Ben Bernanke e degli altri pompieri nel settore bancario centrale di stampo keynesiano, il Giappone ha abbracciato il mito della "deflazione" e l'idea distruttiva che la banca centrale debba tenere accesa la sua stampante monetaria fino a quando l'inflazione non torna al 2% o giù di lì — reflazionando così il PIL nominale, la domanda aggregata e la crescita della produzione e dei posti di lavoro.

Tanto per cominciare, il Giappone non ha affatto sofferto di deflazione. Per gran parte dei mesi scorsi, l'indice CPI del Giappone si è attestato a circa 100 — il luogo esatto in cui si trovava 21 anni fa all'inizio del 1993.

In realtà, l'unica "deflazione" di cui ha sofferto il Giappone è stata quella nel settore finanziario — immobiliare, prezzi azionari e prestiti privati. Le altezze raggiunte durante la bolla degli anni '80 erano del tutto artificiali, instabili e rappresentavano solamente un'enorme deformazione dei mercati dei capitali.

Tuttavia, nel 1999 il Giappone ha adottato la "ZIRP" e quindi la strategia d'azione keynesiana nel settore bancario centrale. Di conseguenza il bilancio della BoJ è esploso, passando da circa il 10% del PIL a quasi il 50% di oggi. Questo è quello che ci voleva (attraverso una massiccia monetizzazione degli asset finanziari) per portare a zero i tassi del mercato monetario del Giappone e per smuovere la sua curva dei rendimenti dal piattume in cui era finita.

Una repressione finanziaria sotto steroidi, ma è stata inutile. Nei 15 anni successivi all'inizio della ZIRP, il PIL reale del Giappone ha zoppicato lungo lo 0.9% l'anno. Questa cifra non è significativamente diversa dallo 0.7% sperimentato nel post-crash degli anni '90, prima che fosse lanciata questa campagna di stampa di denaro senza frontiere.

Ma la ZIRP ha avuto enormi e spiacevoli effetti collaterali, che nel loro insieme compongono la causa della catastrofe fiscale incombente sul Giappone. In primo luogo, il tasso di risparmio delle famiglie del Giappone — la caratteristica che durante il dopoguerra ha finanziato il boom del suo CapEx — è finito nella pattumiera della storia. Nel corso degli ultimi due decenni si è passati da alte percentuali in base al reddito disponibile ad un 3-4% in stile USA. Infatti, si è passati dal tasso più alto del mondo nei primi anni '80 a quello attuale più basso.




Questo crollo prematuro del tasso di risparmio si rivelerà particolarmente distruttivo per la colonia dei pensionati insita nel futuro demografico del Giappone. Gravato da imponenti debiti pubblici e dalla rapida contrazione della forza lavoro, il Giappone consumerà rapidamente i propri risparmi all'aumentare delle persone che andranno in pensione. Tra un decennio o due diventerà un paese povero.

Se ci arriverà. L'altro effetto collaterale della ZIRP è stato quello di nascondere una gigantesca menzogna fiscale. Vale a dire, l'illusione che gli enormi debiti pubblici del Giappone possano essere finanziati a costo zero indefinitamente. Dopo tutto, il decennale ora rende lo 0.51% — un tasso che è quasi gratis. Ma anche in questo caso, l'interesse del Giappone ha continuato a consumare un terzo delle sue entrate correnti.

Ecco perché la prospettiva di una "normalizzazione" dei tassi di interesse rappresenta un incubo fiscale. Se il Giappone avesse in qualche modo frenato la crescita inesorabile del suo debito pubblico, le entrate annuali sarebbero state consumate interamente dai pagamenti degli interessi (in uno scenario con tassi di interesse normalizzati).

E questo ci porta alla follia dell'Abenomics e dell'ultimo round di QE da parte della BoJ — una folle espansione monetaria che equivarrebbe a circa $250 miliardi al mese. A questo ritmo, la BoJ sta assorbendo quasi tutta l'offerta dei titoli di stato disponibili ed alcuni giorni ha lasciato a bocca asciutta il mercato privato. Sta monetizzando asset ad un ritmo talmente frenetico che ora è diventata un importante acquirente di ETF ed altri titoli di capitale. In effetti, la banca centrale del Giappone non gestisce più un casinò; è diventata il casinò.

Ma ha solo raggiunto un obiettivo: all'inizio dell'Abenomics i trader più veloci del mondo sono andati all-in e hanno spinto il suo indice di borsa da 8,000 a 16,000 nel giro di pochi mesi. Ma l'eccitazione è ormai finita, ed i risultati effettivi sono pietosi — anche per chi ritiene che stampare denaro possa creare una crescita della produzione sostenibile e guadagni di ricchezza reali.

Il fatto è che dopo la delusione dei numeri del PIL nel recente trimestre, il PIL reale del Giappone è solo lo 0.8% superiore a quanto fosse cinque trimestri fa, quando l'Abenomics era stata inaugurata dalla BoJ. E qui il futuro si fa spaventoso.

Se la BoJ raggiungesse e riuscisse a sostenere il suo obiettivo di inflazione al 2%, il mercato dei titoli di stato giapponesi o collasserebbe oppure necessiterebbe di rideterminare drasticamente i propri prezzi. Il primo caso è inequivocabilmente un disastro; il secondo comporterebbe il collasso fiscale, poiché le entrate del Giappone sarebbero presto divorate da un costo esorbitante di carry trade sul debito.

E qui arriviamo alla cenciosa scusa keynesiana che tutto andrà bene una volta che verrà digerito l'aumento dell'imposta sui consumi dal 5% all'8%. Ma ecco il problema: questo è solo l'inizio di un cammino senza fine verso l'alto, in cui il carico fiscale del Giappone dovrà aumentare il suo peso per chiudere il gap fiscale lasciato dopo l'attuale ciclo di innalzamenti delle tasse e per finanziare la sua crescente colonia di pensionati.

Quindi non vi è alcuna possibilità che l'Abenomics possa fornire al Giappone una via di fuga dalla sua enorme trappola fiscale. La crescita nominale e reale rimarranno inchiodate a causa del picco del debito, dei pensionamenti, di una base imponibile in contrazione e di un onere fiscale che salirà.

Chiamatela pure distopia keynesiana. Si tratta di un ammonimento per i nostri tempi. Ed il Giappone, purtroppo, è solo il paziente zero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Pena e proporzionalità – I parte

Von Mises Italia - Mer, 01/10/2014 - 08:00

[Questo articolo è tratto dal capitolo 13 di  The Ethics of Liberty.[1] È possibile ascoltare  questo articolo in MP3, letto da Jeff Riggenbach (in inglese). L’intero libro è in preparazione per podcast e download.]

Pochi aspetti della teoria politica libertaria vertono in uno stato meno soddisfacente rispetto alla teoria della pena. [2] Di solito, i libertari sono stati soddisfatti di asserire o sviluppare l’assioma per cui nessuno possa aggredire la persona o la proprietà altrui; quali sanzioni potrebbero essere prese contro un tale invasore sono state, in genere, scarsamente trattate. Abbiamo avanzato il punto di vista per cui il criminale perde i suoi diritti in misura uguale a quelli di cui priva un’altra persona: la teoria della “proporzionalità”. Ora dobbiamo fare ulteriori considerazioni su ciò che tale teoria della pena proporzionale potrebbe implicare.

In primo luogo, dovrebbe essere chiaro che il principio proporzionale è considerabile come una massima pena per il criminale, piuttosto che obbligatoria. Nella società libertaria ci sono, come abbiamo detto, solo due parti in una disputa o in un’azione legale: la vittima, o querelante, ed il presunto criminale, o imputato. È il querelante che fornisce capi d’accusa alla corte contro il malfattore. In un mondo libertario, non ci sarebbero crimini contro una mal definita “società” e, dunque, nemmeno una figura come il “procuratore distrettuale” che decide su di un’accusa e poi muove tali accuse contro un presunto criminale. La regola della proporzionalità ci dice quanto un querelante possa pretendere da un imputato colpevole e niente più; essa impone il limite massimo alla pena che può essere inflitta prima che colui che infligge la pena diventi egli stesso un criminale aggressore.

Così, dovrebbe essere piuttosto chiaro che, sotto la legge libertaria, la pena capitale dovrebbe essere limitata strettamente ai crimini di assassinio. Un criminale perderebbe il suo diritto alla vita solo se ha prima tolto ad una vittima lo stesso diritto. Non sarebbe permesso, dunque, ad un venditore a cui sono state rubate delle caramelle, di giustiziare il ladro di caramelle sorpreso in flagranza di reato. Se lo dovesse fare, allora egli, il venditore, sarebbe un assassino ingiustificato, che potrebbe essere portato alla sbarra della giustizia dagli eredi o designati del ladro di caramelle.

Ma, nella legge libertaria, non ci sarebbe alcuna costrizione sul querelante di esigere questa massima pena. Se il querelante o il suo erede, per esempio, non credesse nella pena capitale, per qualsivoglia ragione, egli potrebbe volontariamente perdonare il malfattore  di parte o tutte le sue pene. Se egli fosse un tolstoiano, e fosse contrario alle pene di qualsiasi genere, egli potrebbe semplicemente perdonare il criminale, e ciò sarebbe tutto.

Oppure – e questo ha una lunga ed onorabile tradizione nell’antica legge occidentale – la vittima o il suo erede potrebbe permettere al criminale di comprare la sua cancellazione di parte o di tutta la sua pena. Così, se la proporzionalità permettesse alla vittima di spedire il criminale in galera per dieci anni, il criminale potrebbe, se la vittima lo desiderasse, pagare la vittima per ridurre o eliminare questa sentenza. La teoria della proporzionalità fornisce solo il limite superiore alla pena – dato che ci dice quale livello della pena una vittima possa giustamente imporre.

Un problema potrebbe sorgere in caso di omicidio – dato che gli eredi di una vittima potrebbero mostrarsi meno che diligenti nel perseguire l’assassino, o potrebbero essere eccessivamente inclini a lasciare che l’omicida compri la sua libertà dalla pena. Questo problema può essere preso in considerazione semplicemente da persone che dichiarino nelle loro volontà quale pena vorrebbero infliggere ai loro possibili assassini. Colui che crede in una rigorosa retribuzione, così come il tolstoiano che si oppone a tutte le pene, potrebbero così vedere i loro desideri compiersi precisamente. Il deceduto, infatti, potrebbe, nel suo testamento, fornire una parte dei suoi beni in favore, diciamo, di una compagnia di assicurazione contro i crimini, a cui egli assegna il ruolo dell’accusa del suo possibile assassino.

Se, dunque, la proporzionalità fissa il limite superiore alla pena, come possiamo stabilire la stessa proporzionalità? Il primo punto è che l’enfasi nelle pena non deve essere sul pagare il proprio debito nei confronti della “società”, qualsiasi cosa ciò possa significare, ma sul pagare i propri “debiti” nei confronti della vittima. Certamente, la parte iniziale di tale debito è la restituzione. Questo funziona chiaramente in casi di furto. Se A ha rubato 15000$ a B, allora la prima parte, o iniziale, della pena di A deve essere ridare 15000$ nelle mani di B (più i danni, i costi di giudizio e polizia, e gli interessi perduti).

Supponiamo che, come in molti casi, il ladro abbia già speso i soldi. In tal caso, il primo passo di una giusta pena libertaria sarebbe forzare il ladro a lavorare, ed allocare il guadagno derivante alla vittima finché la vittima non venga ripagata. La situazione ideale, dunque, mette il criminale schiettamente in uno stato di schiavitù nei confronti della vittima, con il criminale che rimane in tale condizione di schiavitù fintanto che egli abbia rimediato al reclamo dell’uomo che ha offeso. [3]

Dobbiamo notare che l’enfasi della pena-restituzione è diametralmente opposta alla pratica corrente di pena. Ciò che avviene oggi è la seguente assurdità: A ruba 15000 $ a B. Il governo scova, sottopone a processo e condanna A, tutto a spese di B, come uno dei numerosi pagatori di tasse resi vittime in questo processo. Poi, il governo, invece di forzare A a ripagare B o lavorare ai lavori forzati finché quel debito non venga pagato, forza B, la vittima, a pagare le tasse per mantenere il criminale in prigione per un tempo di dieci o venti anni. In quale mondo questa è giustizia? La vittima non solo perde i suoi soldi, ma paga ulteriormente per il dubbioso brivido di catturare, condannare ed infine mantenere il criminale; ed il criminale è anche in questo caso reso schiavo, ma non per il buon fine di ricompensare la sua vittima.

L’idea della priorità della restituzione alla vittima ha grandi precedenti nella legge; infatti, è un antico principio di legge a cui è stato permesso di indebolirsi all’ingrandirsi dello Stato e del suo monopolio delle istituzioni di giustizia. Nell’Irlanda medievale, per esempio, un re non era il capo di Stato ma piuttosto un assicuratore contro il crimine; se qualcuno avesse commesso un crimine, la prima cosa che sarebbe successa sarebbe stato il pagamento da parte del re del benefit “assicurativo” alla vittima e, poi, egli avrebbe proceduto a forzare il criminale a rimborsarlo (avendo completamente derivato la restituzione alla compagnia assicurativa della vittima dall’idea di restituzione alla vittima).

In molte parti dell’America coloniale, che erano troppo povere per permettersi il dubbio lusso delle prigioni, il ladro era vincolato dalle corti alla sua vittima tramite un contratto, ed era obbligato a lavorare per la sua vittima fino a che il suo “debito” non fosse pagato. Questo non significa necessariamente che le prigioni scomparirebbero nella società libertaria, ma sicuramente cambierebbero drasticamente, dato che il loro obiettivo principale sarebbe di obbligare i criminali a fornire un risarcimento alle loro vittime. [4]

Di fatto, nel Medio Evo in generale, il risarcimento alla vittima era il concetto dominante di pena; solo quando lo Stato divenne più potente le autorità governative sconfinarono sempre più nel processo di risarcimento, confiscando una sempre più grande porzione della proprietà del criminale per loro stessi e lasciando sempre meno alla vittima sfortunata. Infatti, come l’enfasi si spostò dalla restituzione alla vittima, cioè dalla compensazione della vittima da parte del criminale, alla pena per presunti crimini commessi “contro lo Stato”, le pene pretese dallo Stato divennero sempre più severe. Come scrisse il criminologo dei primi anni del XX secolo, William Tallack:

Era primariamente dovuto alla violenta cupidigia dei baroni feudali e dei poteri ecclesiastici medievali il fatto che i diritti delle parti lese venissero gradualmente violati ed infine, su larga scala, fatti propri da quelle autorità, che pretendevano una doppia rivalsa. Una su colui che aveva arrecato l’offesa, accaparrandosi la sua proprietà per loro stessi invece che darla alla sua vittima e poi facendogli scontare una pena in sotterranei, con torture, impalandolo o mandandolo alla forca. Ma la vittima originale era praticamente ignorata.”

O, come ha riassunto il Professor Schafer: “Come lo Stato ha monopolizzato l’istituzione delle pene, così i diritti della parte lesa sono stati lentamente separati dalla legge penale.” [5]

Tuttavia, dopo una prima considerazione sulla pena, il risarcimento può difficilmente servire come criterio completo e sufficiente: se un uomo assale un altro, e non c’è alcun furto di proprietà, non c’è ovviamente alcun modo per il criminale di effettuare la restituzione. Nelle antiche forme di legge, erano spesso fissate tabelle per il risarcimento economico che il criminale avrebbe dovuto pagare alla vittima: una certa somma per un’aggressione, una cert’altra per la mutilazione, ecc. Ma tali tabelle sono chiaramente completamente arbitrarie e non hanno alcuna relazione con la natura del crimine stesso. Dobbiamo dunque ricorrere al punto di vista secondo cui il criterio deve essere il seguente: perdita di diritti da parte del criminale della stessa entità di quelli che egli ha sottratto.

Ma come dobbiamo calibrare la natura dell’entità? Torniamo al furto di 15000$. Anche qui, la semplice restituzione dei 15000$ è scarsamente sufficiente per coprire il crimine (anche se aggiungiamo danni, costi, interessi, ecc.). Innanzitutto, la mera perdita del denaro rubato ovviamente non ha alcuna funzione deterrente per crimini futuri dello stesso tipo (sebbene vedremo in séguito che la deterrenza di per sé è un criterio sbagliato per calibrare la pena).

Se, poi, diciamo che il criminale perde i suoi diritti in misura in cui ne toglie alla vittima, allora dobbiamo dire che il criminale non dovrebbe solo restituire i 15000$, ma che dovrebbe essere forzato a pagare alla vittima altri 15000$, così che egli, in cambio, perda quei diritti (di proprietà del valore di 15000$) che aveva preso dalla vittima. Nel caso di furto, dunque, dovremmo dire che il criminale deve pagare il doppio dell’entità del furto: una volta per restituire l’ammontare sottratto ed un’altra volta per la perdita di ciò di cui aveva privato un altro. [6]

Ma non abbiamo ancora finito di elaborare l’estensione della privazione di diritti coinvolta in un crimine. Innanzitutto, A non ha semplicemente rubato 15000$ a B, il che può essere rimediato ed una pena equivalente può essere imposta. Egli ha anche messo B in una condizione di paura ed incertezza, un’incertezza estesa fintanto che la privazione di B continui. Ma la pena imposta ad A è fissata in anticipo e certa, mettendo così A in una condizione di gran lunga migliore rispetto a quella in cui era la sua vittima originale. Così, affinché venga imposta una pena proporzionale dovremmo inoltre aggiungere più che il doppio per risarcire la vittima in qualche modo per gli aspetti legati all’incertezza e alla paura della sua particolare traversia [7]. È impossibile dire esattamente quale dovrebbe essere questo risarcimento extra, ma questo non assolve alcun sistema di pena razionale – includendo quello che si applicherebbe in una società libertaria – dal problema di risolverlo al meglio delle proprie possibilità.

Nella questione concernente un attacco fisico, dove la restituzione nemmeno si applica, possiamo di nuovo applicare il nostro criterio di pena proporzionale; cosicché se A viene picchiato da B in un certo modo, allora B ha il diritto di picchiare A (o farlo picchiare da un impiegato giudiziario) persino di più rispetto all’entità subita.

In questo caso, potrebbe essere introdotta la possibilità per il criminale di pagare una cauzione per non subire la pena, ma solo come contratto volontario con il querelante. Per esempio, supponiamo che A abbia picchiato gravemente B; B ora ha il diritto di picchiare A altrettanto gravemente, o un po’ di più, o di ingaggiare qualcuno o qualche organizzazione per eseguire il pestaggio per conto suo (che, in una società libertaria, potrebbero essere sceriffi assunti da corti private in competizione). Ma A, ovviamente, è libero di provare a comprarsi il suo buono uscita e pagare B per rinunciare al suo diritto di vedere il suo aggressore percosso.

La vittima, allora, ha il diritto di esigere la pena fino alla quantità proporzionale determinata dall’entità del crimine, ma è anche libera di permettere all’aggressore di comprare la sua rinuncia alla pena, o può anche perdonare parzialmente o completamente l’aggressore. Il livello proporzionale di pena fissa il diritto della vittima, il limite superiore ammesso per la pena; ma quanto o se la vittima decide di esercitare tale diritto spetta alla vittima stessa. Il Professor Armstrong la pone in questi termini:

Ci dovrebbe essere una proporzione tra la durezza del crimine e la durezza della pena. Essa fissa un limite superiore alla pena e suggerisce ciò che è dovuto. … La giustizia conferisce all’autorità appropriata [dal nostro punto di vista, alla vittima] il diritto di punire i delinquenti fino ad un certo limite, ma uno non è necessariamente ed invariabilmente obbligato a punire fino al limite imposto dalla giustizia. In modo simile, se presto denaro ad una persona, ho un diritto, secondo giustizia, di vederli tornare indietro, ma se decido di non prenderli indietro non ho fatto nulla di ingiusto. Non posso pretendere più di quanto mi sia dovuto, ma sono libero di pretendere meno, o persino nulla.” [8]

O, come afferma il Professor McCloskey: “Non ci comportiamo ingiustamente se, mossi da benevolenza, imponiamo meno rispetto a ciò che è richiesto dalla giustizia, ma c’è una grave ingiustizia se viene superata la pena meritata.” [9]

Molte persone, quando messe di fronte al sistema legale libertario, sono preoccupate da questo problema: a qualcuno sarebbe concesso “prendere la legge nelle sue mani”? Sarebbe permesso alla vittima, o ad un suo amico, di esercitare giustizia personalmente sul criminale?

La risposta è, ovviamente, sì, poiché tutti i diritti di pena derivano dal diritto della vittima di autodifesa. Comunque, nella società libertaria, puramente di libero mercato, la vittima troverà in genere più conveniente affidare il compito alla polizia o agli agenti giudiziari. [10]

Supponiamo, per esempio, che Hatfield1 uccida McCoy1. McCoy2, allora, decide di cercare ed uccidere Hatfield1 per conto suo. Questo va bene, a parte il fatto che, come nel caso della coercizione della polizia discussa nella precedente sezione, McCoy2 potrebbe dover affrontare la prospettiva di essere accusato di omicidio in una corte privata da Hatfield2. Il punto è che se le corti trovano che Hatfield1 era di fatto l’assassino, allora non succede niente a McCoy2 nel nostro schema se non la pubblica approvazione per la giustizia compiuta. Ma se risulta che non c’erano abbastanza prove per dichiarare colpevole Hatfield1 per l’omicidio iniziale, o se di fatto qualche altro Hatfield o qualche estraneo ha commesso il crimine, allora McCoy2 come nel caso delle invasioni della polizia menzionate poc’anzi, non può implorare alcuna sorta di immunità; egli così diventa un assassino soggetto ad essere giustiziato dalla corte alla richiesta ufficiale degli irati eredi di Hatfield1.

Dunque, proprio in una società libertaria, la polizia sarà molto attenta ad evitare invasioni nei diritti di qualsiasi sospettato a meno che non siano assolutamente convinti della sua colpa e siano disponibili a mettere i loro corpi in prima linea per questa convinzione, così anche poche persone “prenderanno la legge nelle loro mani” a meno che non siano convinti in modo simile. Inoltre, se Hatfield1 semplicemente percuote McCoy1, e se McCoy1, in cambio, lo uccide, anche questo metterebbe McCoy1 in condizione di essere punito come assassino. Così, l’inclinazione pressoché universale sarebbe di lasciare l’esecuzione della giustizia alle corti, le cui decisioni basate sulla regola delle prove, procedure di prova, ecc. simili a ciò che si può applicare ora, sarebbero accettate dalla società come oneste e come il meglio che si possa raggiungere. [11]

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Questo capitolo è apparso sostanzialmente nella stessa forma in “Punishment and Proportionality” di Murray N. Rothbard, in Assessing the Criminal: Restitution, Retribution, and the Legal Process, edizioni R. Barnett e J. Hagel (Cambridge, Mass,: Ballinger Publishing, 1977), pp. 259–70.

[2] Deve essere notato, comunque, che tutti i sistemi legali, che siano libertari o meno, devono elaborare una qualche teoria della pena, e che i sistemi esistenti sono almeno in uno stato tanto insoddisfacente quanto la teoria della pena libertaria.

[3] Significativamente, l’unica eccezione alla proibizione della servitù involontaria nel Tredicesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti è la “messa in schiavitù” dei criminali: “Né la schiavitù né la servitù involontaria, eccezion fatta per il caso in cui sia la pena per un crimine del quale la parte dovrebbe essere stata debitamente condannata, dovrebbe esistere negli Stati Uniti, o in qualsiasi altro luogo soggetto alla loro giurisdizione.”

[4] Sui principi della restituzione e “composizione” (per cui il criminale compra la vittima) in legge, vedi Stephen Schafer, Restitution to Victims of Crime (Chicago: Quadrangle Books, 1960).

[5] William Tallack, Reparation to the Injured and the Rights of the Victims of Crime to Compensation (London, 1900), pp. 11–12; Schafer, Restitution to Victims of Crime, pp. 7–8.

[6] Questo principio del raddoppio della pena libertario è stato descritto sommariamente dal Professor Walter Block come il principio dei “due denti per un dente”.

[7] Sono in debito con il Professor Robert Nozick dell’Università di Harvard per avermi fatto notare questo problema.

[8] K.G. Armstrong, “The Retributivist Hits Back,” Mind (1961), ristampato in Stanley E. Grupp, ed., Theories of Punishment (Bloomington: Indiana University Press, 1971), pp. 35–36.

[9] Dovremmo aggiungere che il “noi” qui dovrebbe stare per la vittima del crimine particolare. H.J. McCloskey, “A Non-Utilitarian Approach to Punishment,” Inquiry (1965), ristampato in Gertrude Ezorsky, ed., Philosophical Perspectives on Punishment (Albany: State University of New York Press, 1972), p. 132.

[10] Dal nostro punto di vista, il sistema libertario non sarebbe compatibile con il monopolio statale delle agenzie di difesa, come la polizia e le corti, che dovrebbero invece essere privatamente in competizione. Ad ogni modo, siccome questo è un trattato etico, non possiamo qui sviscerare la pragmatica questione del come precisamente un tale sistema “anarco-capitalista” di polizia e corti potrebbe funzionare in pratica. Per una trattazione di questo argomento, vedi Murray N. Rothbard, For a New Liberty, rev. ed. (New York: Macmillan, 1978), pp. 215–41.

[11] Tutto questo rievoca il brillante e acuto sistema di pena per i burocrati governativi ideato dal grande libertario H.L. Mencken. In A Mencken Crestomathy (New York: Alfred A. Knopf, 1949), pp. 386–87, egli propone che ogni cittadino,

che abbia esaminato gli atti di un dipendente e lo abbia trovato inadempiente può punirlo istantaneamente e sul posto, ed in qualsiasi maniera che gli sembri appropriata e conveniente – e che in caso la pena coinvolga un danneggiamento fisico del dipendente, la derivante inchiesta della gran giuria o del medico legale dovrebbero limitarsi semplicemente a rispondere alla questione se il dipendente abbia meritato ciò che ha ricevuto. In altre parole, propongo che non dovrebbe più essere malum in se per un cittadino prendere a pugni, nerbate, calci, storpiare, tagliare, ferire, colpire, mutilare, bruciare, prendere a mazzate, bastonate, scorticare o addirittura linciare un dipendente, e che dovrebbe essere malum prohibitum solo nel momento in cui la pena ecceda ciò che il dipendente si merita. L’ammontare di questo eccesso, se ve ne è alcuno, può essere determinato molto opportunamente da una giuria popolare, come altre questioni di colpa sono oggi determinate. Il giudice, o il parlamentare, o un altro dipendente, una volta dimessi dall’ospedale – o il suo principale erede in caso sia perito – si reca di fronte ad una gran giuria e mostra reclamo, e, se viene trovato un capo d’accusa, viene selezionata una giuria popolare, e tutte le prove sono mostrate ad essa. Se questa decide che il dipendente merita la pena che gli è stata inflitta, il cittadino che l’ha inflitta è assolto con onore. Se, al contrario, essa decide che la pena è stata eccessiva, allora il cittadino è giudicato colpevole di aggressione, di aver creato scompiglio, di omicidio, o qualsiasi cosa sia, ad un livello ripartito in base alla differenza tra ciò che il dipendente meritava e ciò che ha ricevuto, e la pena per tale eccesso segue il corso usuale.

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TTIP: cosa c'è dietro al nuovo Trattato Transatlantico?

Luogocomune.net - Mar, 30/09/2014 - 14:47
TTIP: il video che nessuno vi farà mai vedere.



Segue una analisi di Giulietto Chiesa sulle vere finalità del TTIP.


“S&P a 2000” è un miraggio generato dalla FED

Freedonia - Mar, 30/09/2014 - 10:19
Il panorama economico globale continua ancora a soffrire. I sintomi sono chiari: disoccupazione, carenze istruttive, salari bassi, problemi con la sanità pubblica, ecc. E cosa fanno i pianificatori centrali? Attaccano, scioccamente, i sintomi. Qual è la malattia? Un'economia stagnante. Sebbene sia la crescita economica quella che vorremmo tutti, lo stato e le banche centrali sono alla ricerca della crescita economica "a tutti i costi", ovvero, quell'ambiente in cui la popolazione vive bene ed i privilegiati possono continuare a fare ciò che vogliono. L'impossibilità di questa concezione è palese dal continuo peggioramento delle condizioni economiche, segnalanti una drastica riduzione dell'efficienza del bacino della ricchezza reale. La cecità dei pianificatori centrali li porterà a predare ulteriormente questa fonte, pensando di poter sopravvivere al breve termine prolungando l'arrivo del lungo termine. L'unico modo affinché le banche centrali e gli stati possano permettere la nascita di una potenziale ripresa, consiste nel seguire questa regola alla lettera: togliersi dai piedi.
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di David Stockman


La correzione di mercato del 4% a luglio, è stata rapida e praticamente indolore. Senza perdere un colpo dopo che il mercato aveva brevemente testato la fascia dei 1900, sono tornati a ruggire gli azionisti che comprano nei ribassi — puntando ai 2000 per quanto riguarda l'S&P 500, riponendo la loro fiducia nella tenacia dei long trader e nell'innocuità degli short trader. Inutile dire che lo zombie-box ha subito srotolato i suoi drappi trionfali per questa bolla.

Quando gli algoritmi hanno infine segnato il numero magico 2000, esso ha rappresentato un guadagno del 200% rispetto ai minimi del marzo 2009. E per completare la simmetria, negli ultimi dodici mesi l'S&P 500 ha timbrato il cartellino degli utili esattamente 20 volte.

I rialzisti hanno detto che non c'è nulla di cui preoccuparsi, perché le negoziazioni sono ancora "a buon mercato" — come lo sono sempre, fino a quando non lo sono più. Eppure ora più che mai è meglio mantenere il tappo sullo champagne. I grafici mostrano una puzza fuori misura, mentre i dati economici smentiscono completamente i guadagni frizzanti nei prezzi degli asset rischiosi che sono stati riportati nel corso degli ultimi 65 mesi.

Ancora più importante, i burattinai della FED che gestiscono il casinò di Wall Street hanno più o meno ammesso a Jackson Hole che sono totalmente ammaliati dal voodoo keynesiano. Per dirla con un certo garbo, il discorso della Yellen era una nuvola vaporosa avvolta da un gergo incoerente.

In questo contesto, Lance Roberts di STA Wealth Management di recente ha pubblicato un grafico azionario che mostra perché "l'S&P a 2000" non è altro che l'ennesimo segnale di un gigante incidente finanziario annunciato.

Sei anni fa il calo del 50% degli indici azionari provocò una crisi di fiducia nel casinò di Wall Street, innescata oltre due decenni prima da Greenspan e Bernanke.

Durante quel breve momento di trauma ed incredulità, risuonò fugacemente l'idea che la prosperità non potesse essere costruita su imponenti montagne di debiti e sulla manipolazione dei mercati finanziari da parte della banca centrale.

Ma poi iniziò la grande marea di espansione monetaria, con il professor Ben Bernanke a guidare la carica. Così facendo, affermò di dover lottare contro una Grande Depressione 2.0 in base alle critiche di Milton Friedman circa i presunti errori della FED nel 1930-1933.

Ho smontato queste leggende metropolitane nel mio libro, The Great Deformation. Basti dire che le migliaia di banche locali che chiusero i battenti nei primi anni '30 erano in realtà insolventi, e non le vittime della disattenzione della FED; e che la breve ed acuta recessione del 2008-09 ha comportato la liquidazione inevitabile degli inventari e dei posti di lavoro accumulati durante la bolla immobiliare, non un tuffo in un baratro depressivo.

Tuttavia, Bernanke ha raddoppiato il bilancio della FED da $850 miliardi (accumulati in oltre 94 anni) a $1.8 bilioni nelle sette settimane dopo l'evento Lehman; e tredici settimane dopo il dicembre 2008, l'aveva quasi triplicato a $2.3 bilioni.

Inoltre, una volta che il genio della stampa di denaro è uscito dalla lampada, non c'è voluto molto prima che venissero inventati pretesti per un quantitative easing. In un batter d'occhio il bilancio della FED è salito a $4.5 bilioni, schiacciando gli ultimi residui di un price discovery onesto a Wall Street.

Il grafico qui sotto è la pistola fumante che prova come l'S&P 500 sia una creatura alimentata completamente dalla liquidità e dalla manipolazione della banca centrale. Come un orologio, i ribassi sono diventati meno profondi ed i rimbalzi più resistenti. Data la natura vacillante della ripresa economica sin dal 2009 ed i venti contrari provenienti da tutti i punti dell'economia globale, non c'è possibilità che questo grafico possa essere stato generato dal libero mercato in risposta ad un price discovery onesto:




Basta semplicemente prendere in considerazione i dati economici più recenti. Anche prima dell'inevitabile battuta d'arresto del PIL nel secondo trimestre, le vendite finali reali hanno raggiunto solo un tiepido guadagno del 2% rispetto all'anno precedente. E' andata esattamente così anche l'anno passato (nel secondo trimestre del 2013): un lieve calo rispetto al 2.2% nel secondo trimestre del 2012.

Complessivamente, l'economia reale è stata bloccata nella zona 2% dopo che la Grande Recessione ha ufficialmente toccato il fondo nel giugno 2009. Mettendo da parte gli inventari trimestrali, nel corso del ultimi 60 mesi le vendite finali reali sono cresciute di appena l'1.7% all'anno.

Inutile dire che non c'è nulla di più debole nella storia finanziaria moderna. Ciò che ha portato in alto il mercato azionario è l'inarrestabile espansione e sovrastima pericolosa degli utili societari. Questi ultimi rappresentano un'aberrazione economica, raggiunta a causa delle politiche delle banche centrali che hanno reso artificialmente a buon mercato il debito ed eccessivamente costoso il lavoro.

I frutti di queste distorsioni sono evidenti in questi due grafici...





Un'economia che non sta creando posti di lavoro, guadagni nel reddito reale delle famiglie ed aumenti reali degli asset produttivi, non vale lontanamente gli utili esorbitanti che sta facendo registrare. E' solo una questione di tempo prima che un altro "cigno nero", come il fallimento della Lehman Brothers, vada a frantumare la fiducia nel gioco della FED, provocando le ondulazioni vertiginose nel grafico di Lance Roberts qui sopra.

A dire il vero, la FED è una macchina gonfia-bolle. Ma non può sfidare la gravità economica per sempre.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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