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La strada verso lo Zimbabwe è lastricata di buone intenzioni dei banchieri centrali

Freedonia - Mar, 02/12/2014 - 11:13


Oggi ci occuperemo della presunta lungimiranza dei banchieri centrali leggendo due articoli strettamente correlati. Uno di Bill Bonner che tratterà il tema da un punto di vista generale parlando di come Europa e Giappone stanno impostando il loro futuro economico, e l'altro di David Stockman che invece si scaglierà contro l'ultima follia partorita dall'establishment europeo: il piano Juncker.

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di Bill Bonner


Quando si parla di politica ed economia scopriamo di vivere in un mondo di fantasia.

I pianificatori centrali sostengono di poter migliorare la nostra economia. Fingiamo di crederci.

Una banca centrale ha mai contribuito con un solo centesimo, una peseta, uno zloty o una frazione di una qualsiasi valuta a migliorare la ricchezza del mondo?

Non che noi sappiamo.
Ma in tutto il mondo i banchieri centrali fingono di sudare e faticare a nome del genere umano — correggendo... aggiustando... annullando le decisioni di uomini e donne onesti che svolgono le loro attività quotidiane.

I tassi di interesse sono troppo alti! L'inflazione è troppo bassa! Non c'è abbastanza domanda! Troppo risparmio! Sono onniscienti e onnipotenti.

In Giappone — ora di nuovo in recessione — il primo ministro Shinzo Abe è decollato per una missione kamikaze. Vittoria o morte! O rilanciare l'economia nipponica... o la ucciderà!

Abe potrebbe riuscirci, ma siamo sicuri della nostra scommessa: non ce la farà.

Il nostro nuovo Commercio del Decennio — comprare azioni giapponesi e vendere titoli di stato giapponesi — punta a catturare il disastro.

Abe e il suo folle co-pilota presso la Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, si sono allacciati le cinture. Stanno per decollare... creando una quantità incredibile di nuova moneta e credito.

L'economia giapponese la desidera e vi dipende. Ma quando si sparge la voce che lo stato non è in grado di ripagare i propri debiti, è sicuro che dietro l'angolo ci siano guai.

Gli investitori scaricano titoli di stato giapponesi, lasciando la Banca del Giappone come l'unica fonte di finanziamento dei deficit statali.

Questo metterà il Giappone più o meno nella stessa situazione in cui si trovava lo Zimbabwe nei primi anni 2000... e l'Argentina negli anni '80. Le azioni saliranno, mentre gli investitori cercheranno sicurezza in asset produttivi. Le obbligazioni e lo yen crolleranno.

E in Europa Bloomberg riporta:

Mario Draghi ha rafforzato il suo impegno di stimolare l'area dell'Euro dicendo che la Banca Centrale Europea non può risparmiare colpi nella sua lotta per rilanciare l'economia.

"Faremo quello che dobbiamo per aumentare l'inflazione e le aspettative di inflazione il più velocemente possibile, come richiede il nostro duplice mandato", ha detto il presidente della BCE in una conferenza a Francoforte. Alcune aspettative di inflazione "sono in calo a livelli che riterrei troppo bassi", ha detto.

"Draghi sta inviando un chiaro segnale che è in arrivo un maggiore stimolo", ha detto Lena Komileva, capo economista presso G Plus Economics Ltd. a Londra. "Se le attuali misure della BCE si dimostrassero deludenti e le aspettative di inflazione non riusciranno a riprendersi, la BCE agirà per espandere il QE."
Nel Vecchio Mondo la gente si aspetta prezzi stabili.

"E cosa ci sarebbe di male?" sentiamo chiederci.

Ma è un problema, come dice il suo capo banchiere. "Eccessivamente bassa" è come Draghi descrive la paura della popolazione nei confronti dell'inflazione. Ha giurato di fare qualcosa al riguardo.

Cosa?

La stessa cosa che stanno facendo i giapponesi!

Nel Nuovo Mondo l'economia reale continua a peggiorare. Ma il mercato azionario va a gonfie vele come una mongolfiera in cartone animato per bambini.

La FED ha spento il gas al QE. Ma ha la mano sulla valvola, pronta ad attivare i getti non appena i prezzi scenderanno.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di David Stockman


La disperazione e la frode dell'apparato keynesiano diviene sempre più stupefacente di giorno in giorno. A quanto pare gli azzeccagarbugli di Bruxelles annunceranno presto un nuovo bazooka da $400 miliardi per svegliare l'economia europea dal suo letargo. Questo nuovo "stimolo" dovrebbe migliorare tutti i tipi di infrastrutture e di investimenti privati che presumibilmente sono rimasti bloccati per mancanza di capitali a basso costo nei mercati privati.

Stanno scherzando? Grazie al bluff di Draghi ("whatever it takes") e agli hedge fund (che sono andati all-in facendo front running alla campagna di acquisto di bond da patrte della BCE), da questa mattina il governo corrotto e fallito della Spagna può prendere in prestito tutti i soldi di cui potrebbe necessitare per le infrastrutture a quasi il 2.0% per dieci anni. E qualsiasi esportatore tedesco o costruttore di macchine potrà prendere in prestito ad un piccolo spread rispetto ai decennali tedeschi, che sono commerciati a 73 punti base. Qualunque sia l'intenzione o lo scopo, gli stati di ogni tipo e le imprese ragionevolmente sane in gran parte dell'Europa potranno accedere ai capitali ai tassi repressi dalle banche centrali, cosa che equivale a denaro gratuito.

E, tuttavia, questi stolti vogliono portare il carbone a Newcastle. Beh, la realtà è peggiore di così perché non solo Newcastle non ha bisogno di carbone, ma l'imminente "Piano Juncker" non porterà affatto nuovo carbone!

In realtà, non un centesimo dei $400 miliardi è in possesso dell'UE: è tutta leva finanziaria e gioco delle tre carte. Così, non avendo notato che la maggior parte degli stati che compongono l'Unione Europea è già in bancarotta, i burocrati di Bruxelles prevedono di evocare questo nuovo "stimolo" con un rapporto di 15:1. Vale a dire, l'attuale "capitale"di $375 miliardi in nuovi finanziamenti UE ammonta a soli $26 miliardi.

Ma aspettate. L'UE è evidentemente in bancarotta, quindi dove prenderebbe i $26 miliardi di "capitali"? Inutile dire che un Tesoro vuoto non ha mai fermato i burocrati keynesiane dal dispensare l'elisir magico dello "stimolo" monetario.

Così scopriamo che i $20 miliardi di "capitali" nel Piano Juncker saranno composti da "garanzie" degli stati membri, non contanti in mano. E i restanti $6 miliardi saranno composti da fondi già esistenti nella Banca Europea per gli Investimenti (BEI) — denaro che è disponibile nel bilancio della BEI perché "garantito" dagli stessi stati membri in bancarotta, i quali non hanno un centesimo da inviare a Bruxelles.

E' un cane che si morde la coda, e non porta a niente.

Secondo un articolo di Bloomberg i $400 miliardi di stimolo saranno utilizzati per "seminare gli investimenti nelle infrastrutture" e "condividere i rischi di nuovi progetti con gli investitori privati".

Vediamo. Davvero i burocrati doppiogiochisti di Bruxelles ritengono che il continente necessiti di ulteriori infrastrutture pubbliche e che questa mancanza spieghi la stagnazione in Europa? Dopo tutto, i paesi periferici non solo sono sepolti nel debito, ma negli ultimi due decenni sono stati inondati anche da ogni sorta di autostrade, trasporti pubblici e altre strutture pubbliche che i fondi comunitari e i loro bilanci pubblici gonfiati potevano acquistare.

La Spagna ha strade di prima classe che percorrono tutta la penisola, per esempio, ma il suo problema è la mancanza di camion carichi che le utilizzino. Lo stesso vale per l'Italia, che ha strade splendide, stazioni ferroviarie, aeroporti e porti marittimi dalle Alpi fino alla punta dello stivale, ma un'economia che è soffocata da tasse, burocrazia e corruzione. Né si può dire che il sistema ferroviario ad alta velocità francese, le autostrade della Germania o i canali e le dighe dell'Olanda sono stati trascurati.

In effetti, una parte sostanziale della crisi del debito sovrano in Europa è dovuta al fatto che l'apparato politico keynesiano è stato assolutamente dissoluto nella costruzione di infrastrutture di proprietà pubblica o sovvenzionate per favorire i capitalisti clientelari. Allora perché Bruxelles si sente costretto a lanciare un gigantesco gioco delle tre carte destinato a finanziare infrastrutture ancora più insostenibili?

La stessa domanda vale per gli investimenti privati. L'idea stessa che le economie europee soffrano di una capacità di produzione privata "sottotono" è davvero risibile. Quello che in realtà si è verificato dopo la metà degli anni '90, a seguito della piena attuazione del mercato unico e della moneta unica, è stato uno tsunami di prestiti e investimenti privati.

Tra il 1996 e il 2011, per esempio, i prestiti bancari al settore privato sono quasi triplicati, marciando ad un tasso composto del 7.0% e saltando dal 55% del PIL al 95% nel corso dello stesso periodo. Ciò, tra l'altro, non include le migliaia di miliardi supplementari (in euro e in dollari) che le imprese situate nella Comunità Europea hanno raccolto nei mercati mediante le obbligazioni.




Il plateau raggiunto sin da allora non è dovuto alla scarsità di capitale o ai mutuatari tenuti fuori dal mercato da tassi di interesse troppo alti. No, il problema è che ci sono pochi mutuatari degni di credito rimasti che abbiano effettivamente bisogno di fondi per progetti che genereranno ritorni redditizi.




In breve, il "Piano Juncker" è solo un altro capitolo della finanziarizzazione sponsorizzata dallo stato che ha effettivamente aggravato il malessere economico dell'Europa. Il vero problema è l'economia statalista — cioè, i sussidi dello stato sociale, il dirigismo e la finanziarizzazione.

L'Europa ha una disoccupazione alta, una crescita fuori dai radar e debiti travolgenti perché i costi del lavoro sono troppo elevati a causa di leggi statali assurde, livelli brutali di tassazione sui salari, sindacati e inattività sovvenzionata. Allo stesso modo, l'impresa, la produttività e l'innovazione sono vanificati da un triplo strato di interferenze burocratiche a livello locale, nazionale ed europeo... una cosa che farebbe addirittura impallidire i capitalisti rossi di Pechino.

Detto in altro modo, ciò che resta del capitalismo europeo deve essere liberato dalla mano oppressiva dello stato. Ma la crisi della crescita, dell'occupazione e del debito, generata da una fede cieca nell'economia keynesiana, sta spingendo la Comunità Europea a fare l'opposto di quello che dovrebbe fare. Invece di rimuovere gli ostacoli alla prosperità, le burocrazie di Bruxelles stanno aumentando la rigidità distruttiva della centralizzazione.

Inutile dire che quest'ultimo gioco delle tre carte da $400 miliardi è solo l'ennesimo monumento al feticismo keynesiano per i numeri, il quale corrode la prosperità capitalistica nel mondo. Quando lo stato cerca di microgestire l'economia attraverso le manovre fiscali e l'intervento della banca centrale, esso finisce per confondere la creazione sostenibile di ricchezza reale con i numeri inutili del PIL. In effetti, la prima non può essere affatto generata o controllata dallo stato; è impossibile da pianificare ed è il risultato di azioni di milioni di produttori, consumatori, risparmiatori, investitori, innovatori e imprenditori nell'economia reale.

Molto tempo fa Keynes stesso ricordò, forse involontariamente, la profonda differenza tra il PIL e la ricchezza. Se volessimo un numero più alto di PIL — che misura la spesa, e non la ricchezza — i governi dovrebbero distribuire cucchiai in modo che milioni di cittadini possano scavare buche e altri milioni possano riempirle. Sembrerebbe che gli uomini a Bruxelles stiano cercando di implementare la versione moderna di questa teoria.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Sulla scia dell'Hormegeddon

Freedonia - Lun, 01/12/2014 - 11:09




di Bill Bonner


L'hormegeddon (tale parola è stata creata da Bonner prendendo ispirazione da Horme, spirito dell'antica mitologia greca, NDT) è un fenomeno moderno. E' diventato una realtà solo dopo l'avvento della civiltà. Senza la civiltà, non ci sono masse. Senza le masse, non ci sono movimenti di massa, illusioni di massa, rivolte di massa ed epidemie di massa.

Tutti i fenomeni di massa funzionano in modo simile alla malattia. Passando da una persona all'altra in grandi gruppi, i batteri infettivi si moltiplicano e mutano. Quelli uccisi dagli antibiotici e dagli anticorpi naturali muoiono. Quelli che non sono uccisi continuano ad adeguarsi e continuano ad evolversi.

Senza il contatto frequente con il nemico, l'obiettivo diventa debole e vulnerabile. Nel corso del tempo, più le persone hanno successo nel difendersi — evitando le invasioni di batteri mortali — più diventano suscettibili al prossimo invasore.

All'indebolimento delle difese, il rapporto rischio/rendimento — per il potenziale invasore — migliora. Più il bersagio ha avuto successo a resistere all'invasione, più diventerà irresistibile per l'invasore.

Questa intuizione ci pone in una cornice mentale estremamente cinica e pessimista. Il progresso nella vita umana sembra impossibile. Più le persone diventano civili, più sono tentate dalla barbarie. Immaginate, per esempio, una comunità talmente civile da non avere serrature agli armadietti dei liquori e mercanti che lasciano i loro beni incustoditi sui marciapiedi, mentre i poliziotti nel pomeriggio si fanno una dormita. Chi potrebbe resistere alla tentazione di rubare?

E' vero che la cooperazione si basa sulla fiducia, e alti livelli di fiducia portano benefici ad una società: riducono i costi di transazione mentre incoraggiano la specializzazione e il commercio. Ma questo aumenta solo i premi per chi vorrebbe infrangere la legge. All'aumentare del rapporto rischio/rendimento, barare diventa più attraente.

Immaginate una città nel Medioevo, circondata da forti mura di pietra. Tale città poteva diventare ricca con lo scambio e col commercio — attività di cooperazione che producono un profitto da accumulare. Le pareti in pietra, presidiate da soldati esperti, avrebbero tenuto a bada i nemici.

Migliori erano le difese, più a lungo i commercianti e i produttori della città potevano portare avanti i loro affari senza essere molestati. E più ricchezza potevano accumulare. Ma questa crescita avrebbe potuto spronare i nemici. Il costo dell' attacco — armi, soldati mercenari, armature, vettovaglie e così via — poteva rimanere lo stesso, ma la ricompensa sarebbe aumentata sotto forma di un miglior ritorno sugli investimenti.

Allo stesso tempo, la città, non subendo attacchi da decenni, sarebbe diventata compiacente. Avrebbe potuto ignorare le sue difese e trascurare il pagamento dei propri soldati. "Perché sopportare il costo della protezione quando è chiaramente inutile?" si potevano chiedere i padri della città. Questo, naturalmente, avrebbe fatto abbassare il costo di un attacco ostile... e tentare ulteriormente il potenziale invasore.

Nel mondo sviluppato di oggi, possiamo osservare questa tentazione in forme molto meno minacciose — assistenza medica gratuita per gli anziani, pagamenti di invalidità per le persone obese, agenzie governative che fingono di "fare del bene", e così via. La possiamo osservare in forme meno benigne — droni, spionaggio, calpestamento dell'habeas corpus, guerre estere, ecc.

Il ciclo della civiltà lo possiamo ritrovare anche nel mercato obbligazionario. La cooperazione e la fiducia nel progreso della civiltà producono rendimenti positivi netti ... e il calo dei rendimenti dell'interesse. Non si tratta solo di speculazione.

Secondo “History of Interest Rates” di Sidney Homer e Richard Sylla, i tassi di interesse del XIV e XV oscillavano tra il 10% e il 25% nei Paesi Bassi e tra il 15% e il 20% in Francia. Al progredire della civiltà, i tassi di interesse sono scesi — nel XX secolo negli Stati Uniti oscillavano tra il 3% e il 4%.

Ma questo grande progresso, avendo fatto scendere i rendimenti degli interesse nel corso dei secoli, non era un affare a quote costanti. Era ciclico. Ogni volta che i tassi scendevano "troppo in basso", troppo denaro veniva prestato ad un numero eccessivo di mutuatari marginali.

La regola civile è semplice: quando si prende in prestito denaro, bisogna ripagarlo. Ma le famiglie andavano troppo oltre. I creditori trascuravano la debolezza dei bilanci dei loro debitori. I mutuatari tendevano a sopravvalutare la loro solidità finanziaria. Gli imprenditori intraprendevano progetti troppo ambiziosi. I mercanti ipervendevano. Le bancarotte aumentavano. E il tasso di rendimento reale scendeva non appena la fiducia cedeva il passo alla paura (di perdere denaro).

Alta cooperazione = alta tentazione. Al margine, dove si svolgono tutte le cose importanti della vita, gli standard di prestito lassisti portano i mutuatari a chiedere prestiti che non possono rimborsare. Il desiderio di ottenere privilegi, status e flussi di reddito travolge il rispetto dei protocolli di cooperazione che hanno portato a rendimenti positivi.

Appaiono nuovi "valori" che sembrano giustificare una deroga alle regole originali. Fiducia in sé stessi, tolleranza e indipendenza, per esempio, vengono sostituiti da equità, sicurezza e assistenza sanitaria universale. Tuttavia si noterà ancora una netta distinzione tra i vecchi valori e quelli nuovi.

Essi riflettono un cambiamento di atteggiamento: dall'assunzione di rischi all'evitare i rischi, dalla costruzione del patrimonio alla tutela del patrimonio e dal laissez-faire al controllo centralizzato. Possono anche essere espressi come diritti di diverso tipo. I primi sono i diritti di fare qualcosa per sé stessi. I secondi sono i diritti di costringere qualcun altro a fare qualcosa per voi. I primi richiedono cooperazione. I secondi richiedono solo paura e violenza.

Senza la cooperazione civile, l'hormegeddon non sarebbe possibile. Le imprese collettive su grande scala hanno bisogno della ricchezza e dell'organizzazione delle società civili. Tali società diventano civili perché evitano i benefici di breve termine della violenza favorendo, invece, i benefici di lungo termine della cooperazione.

Il loro successo genera il fallimento, la fiducia genera il parassitismo aggressivo e vediamo un ritorno alla violenza. Sotto la scure del rispetto dei nuovi diritti, il ritorno sugli investimenti scende. Poi l'élite-zombie diventa spietata nei suoi sforzi di proteggere i propri guadagni.

Lo stato è il giocatore chiave in questo processo. Come abbiamo visto, è sempre e ovunque un istituto reazionario che favorisce gli interessi del passato e del presente (che rappresentano un serbatoio di voti, cotributi, tradimenti) rispetto a quelli del futuro (non avvenuto, sconosciuto, impotente e innocuo). Ma sulla scia dell'hormegeddon, lo stato diventa un vero e proprio mostro.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


L’edizione italiana de L’Azione Umana di Ludwig von Mises: un caso editoriale da Paese arretrato

Von Mises Italia - Lun, 01/12/2014 - 08:00

In seguito alle numerose richieste inoltrate dai lettori per informarsi sull’esistenza di una versione in lingua italiana de L’Azione Umana, e data la rilevanza che il tema trattato detiene per l’associazione, riproponiamo con piacere l’ottimo studio comparativo del Prof. Alessandro Vitale, docente presso l’Università di Milano, sulla versione originale del capolavoro di Mises e le sfortunate vicende della trasposizione italiana. Il brano è stato publicato in anteprima venerdì scorso, sul sito del Movimento Libertario, ma era inizialmente inteso all’esposizione orale durante la conferenza di Interlibertarians tenutasi a Lugano nella giornata di ieri.

Come omaggio ai lettori e ringraziamento al Prof. Vitale, questo mercoledì 3 dicembre il Mises Italia pubblicherà anche la traduzione italiana del paragrafo mancante dal capitolo XXVII, a titolo La corruzione.

 

Premessa

Se qualcuno nutrisse ancora dubbi sul fatto che l’Italia è stata ed è ancora un Paese culturalmente arretrato, potrebbe fugarli definitivamente soffermandosi non solo sugli innumerevoli casi di opere scientifiche, letterarie, storiche, giuridiche, politiche ed economiche che sono state pubblicate con ritardi di trenta o quarant’anni – quando non di mezzo secolo – e spesso strappate all’emarginazione solo da valenti e coraggiosi studiosi (basterebbe pensare al caso emblematico di Bruno Leoni), ma soprattutto su quei casi (molto più frequenti di quanto non si creda) di testi di immenso valore, dati alle stampe svogliatamente, per coprire vuoti troppo macroscopici e poi lasciati languire nella loro obsolescenza, in polverosi scaffali inaccessibili di biblioteche invecchiate e raramente aggiornate.

In gran parte questo è accaduto nel Novecento non solo nei Paesi autoritari o totalitari, come quelli di socialismo reale – nei quali opere di notevole importanza, sfuggite alla censura e tradotte nella prima edizione, non venivano più aggiornate, finivano nel dimenticatoio e diventavano introvabili o, se ci si ricordava della loro esistenza, venivano confinate in armadi chiusi e inaccessibili nelle grandi biblioteche – ma anche nei Paesi occidentali più attardati e poco rispettosi dell’evoluzione culturale mondiale, soprattutto perché privi di una comunità scientifica degna di questo nome, che sappia dibattere e far progredire la conoscenza. Fra i primi e i secondi vi è stata solo una differenza di grado e spesso il risultato è stato pressoché identico.

L’Italia, presentata per decenni come Paese “garante della libera circolazione delle opere letterarie e scientifiche” – a differenza di quanto accadeva nel blocco politico-militare sovietizzato – nonostante le apparenze ha continuato a manifestare, dal secondo dopoguerra a oggi, caratteristiche inquietanti in tutto simili a quelle dei Paesi di socialismo reale. In questo Paese però, più che l’opera di burocrati e censori della cultura ha pesato, in termini di obsolescenza e di muffa intellettuale e accademica, quella delle case editrici e di una schiera sterminata di conformisti “intellettuali organici”, di partito o di movimenti politico-sociali.

Il destino della traduzione italiana (1959) del capolavoro di Ludwig von Mises (1881-1973), Human Action[1] (1949) è paradigmatico in questo senso, data la straordinaria importanza del Trattato. Pubblicata alla fine degli anni Quaranta, quest’opera era stata elaborata sulla base del precedente Nationalökonomie, Theorie des Handelns und Wirtschaftens (1940) – mantenendone, quasi dieci anni dopo, la struttura generale e riscrivendone il contenuto – da quello che può essere definito senza ombra di dubbio – alla luce di quanto accaduto nel corso dell’intero secolo scorso – il più grande economista del Novecento, ma al contempo anche uno dei più grandi scienziati sociali di tutti i tempi. Human Action è stata tradotta in italiano nel 1959 per i tipi della Utet di Torino e rimane ancora oggi, dopo una recente ristampa a bassa tiratura, a cura delle Edizioni Il Sole 24 ore (2010), l’unica traduzione disponibile in lingua italiana, di fatto solo nelle biblioteche universitarie – essendo ormai esaurita nelle librerie.

Come ormai noto, quest’opera nella sua originale formulazione in lingua inglese, è stata il primo trattato generale di qualsiasi tradizione economica – e non solo di quella Austriaca dell’economia dai tempi della Prima guerra mondiale – capace di racchiudere un sistema integrale di pensiero economico coerente, al punto da abbracciare l’intera teoria economica, sviluppata sulla base delle implicazioni logicamente stringenti, dedotte dagli stabili assiomi dell’azione dell’uomo che agisce con fini e obiettivi nel mondo reale. Un’opera di capitale importanza, nonostante gli innumerevoli detrattori, che ha subito in questo Paese un trattamento e un destino a dir poco scandalosi.

 

  1. L’edizione italiana de L’Azione umana: un prodotto editoriale distorto e obsoleto.

 

Da tempo si sa che l’edizione del 1959 de L’Azione Umana, l’unica disponibile in italiano, è una versione raffazzonata e quanto mai sciatta di quella pietra miliare delle scienze economiche e sociali. Quanto più l’originale consente di comprendere un’infinità di fenomeni cruciali per la nostra vita – dal crollo dei sistemi amministrati di socialismo reale, alle conseguenze distruttive dell’interventismo statale in economia, al ciclo economico e alle crisi – tanto più la traduzione si mostra del tutto inaffidabile, densa di errori e a tratti confusa e illeggibile. I termini usati, ad esempio, inducono spesso in errore. Per citare uno dei casi più gravi, government viene tradotto sempre con “governo” e non con “Stato”. Questo provoca confusione: da una parte fra la natura contingente e variabile delle azioni e delle decisioni politiche e, dall’altra, la realtà strutturale e permanente dell’azione dell’apparato statale e delle sue conseguenze nella pratica dilagante dell’interventismo. Soprattutto, però, essendo stata condotta sulla prima edizione, la traduzione del 1959 è priva delle aggiunte inserite nelle edizioni successive[2], alcune delle quali di capitale importanza, soprattutto per la vicenda di questo Paese.

La traduzione del 1959 è stata stampata a cura, con introduzione e traduzione di Tullio Bagiotti. Già la breve parte introduttiva di quell’economista dell’Università di Padova e assistente di Giovanni Demaria all’Università Bocconi di Milano, del tutto inadeguata (per usare un eufemismo) a questo capolavoro, presenta tratti riduttivi, superficiali e persino calunniosi. Non solo Bagiotti – spingendosi ben oltre la marginalizzazione di Mises e l’esclusione di quest’ultimo dall’economia mainstream – ironizza sul senso del titolo del Trattato, probabilmente non comprendendone il significato più profondo, ma lascia intendere che quell’opera, basata su una presunta metodologia fatta di certezze apodittiche intransigenti che conducono a una «perfetta circolarità», è figlia di una polemica politica innervata di ideologia anti-marxista che ne rispecchia l’impostazione di fondo, soltanto capovolgendola. Quella breve presentazione, sarcastica e a tratti sibillina, che sorvola allegramente, senza discuterlo, sul valore scientifico dell’opera di Mises[3], sembra riecheggiare, anche se in forma più garbata, le ben note denigratorie definizioni che Marx diede dell’opera e della figura di Frédéric Bastiat: entrambi giudizi risibili a fronte dell’evoluzione della teoria e della realtà economica, che si sono incaricate nel corso del tempo di dimostrare del tutto prive di fondamento anche le superficiali note introduttive del Bagiotti, che non facevano alcun cenno al significato pionieristico del lavoro misesiano sulla moneta, sulla teoria del ciclo economico, sulla teoria del capitale, sul lungo dibattito sull’economia di piano (e sull’impossibilità del calcolo economico nei sistemi socialisti), sulla devastazione prodotta da interventismo e statalismo integrale.[4] Su quella presentazione tuttavia non vale nemmeno la pena di soffermarsi. Quelle paginette rimarranno – per coloro che sono stati e saranno in grado di comprendere il valore scientifico di altezza siderale dell’opera di Mises – un classico esempio della serietà scientifica delle nostre Accademie e di come siano stati e continuino a essere trattati in questo Paese innumerevoli studiosi e scienziati di straordinario valore e di altezza siderale, troppo di frequente ridotti a caricature.

Fin qui nulla di nuovo o di poco noto. Quello che non è stato ancora notato adeguatamente è che la traduzione del 1949 in lingua italiana dell’opera di Mises è rimasta quella condotta sulla prima edizione, senza che nessuno (compresa la Casa Editrice) si accorgesse della necessità pubblicare gli aggiornamenti o di dare alle stampe edizioni successive che tenessero conto delle aggiunte, pubblicate in lingua inglese, in particolare nella Seconda e nella Terza Edizione del Trattato.

 

  1. Corruption: il “paragrafo mancante” del capitolo XXVII, Parte Sesta (The Hampered Market Economy – L’economia vincolata).

 

A parte le aggiunte di ampie sezioni in capitoli sparsi, piuttosto rilevanti[5], il vuoto più grave dell’edizione italiana del 1959 è rappresentato dall’intero sottoparagrafo intitolato Corruption, aggiunto nella Terza edizione del Trattato, in lingua inglese, alla fine del paragrafo 6 (Direct Government Interference with Consumption)[6] del capitolo XXVII (The Government and the Market)[7], della Parte sesta (The Hampered Market Economy).[8] Questo sottoparagrafo è stato aggiunto da Mises, in quanto, come da lui dichiarato proprio nelle prime righe di questa parte mancante nell’edizione italiana, l’analisi dell’interventismo statale non è completa senza quella della corruzione. Nel sottoparagrafo Mises sviluppa in modo tagliente la teoria, già delineata in particolare nel capitolo X di Human Action, nel quale aveva contrapposto la cooperazione basata sul contratto (relazione simmetrica) a quella “politica”, basata invece sul comando e sulla subordinazione (relazione asimmetrica)[9], dalla quale deriva la contrapposizione logica fra società basate sullo scambio volontario e società basate sui vincoli egemonici. Una contrapposizione di enorme importanza, delineata anche in Socialism[10], che coincide sia con la teoria di Buno Leoni della contrapposizione fra rapporto politico (egemonico, ossia di potere e “disproduttivo”) e rapporto economico-produttivo (basato su relazioni di complementarietà e di reciprocità)[11], sia con quella di Gianfranco Miglio, presa ripetutamente di mira da alcuni political scientist nostrani (senza riuscire a smontarla), della “doppia obbligazione”: “obbligazione politica” e “obbligazione contratto-scambio”.

Nelle società dominate dai vincoli egemonici, il ruolo dei politici e dei burocrati è destinata a dilagare e a diventare dominante. Parallelamente si sviluppa la corruzione, come insieme di tentativi di influire, in un crescente bellum omnium contra omnes, sulla decisione politica in modo da ottenere, in un gioco a somma zero[12], vantaggi e sovvenzioni, privilegi, concessioni e rendite politiche e per volgere a proprio vantaggio, usando mezzi politici (cioè “non-economici” o “anti-economici”) per acquisire ricchezze, vantaggi e benefici di ogni genere.[13] Queste azioni, derivanti proprio dal dilagare dei vincoli egemonici, comprese le interferenze statali nel consumo, vengono espulse da Mises dall’ambito della catallaxy, in quanto ad essa senza ombra di dubbio estranee (extraeconomiche). È evidente che se tutto dipende da chi detiene il potere, tenderà a dilagare anche una lotta senza quartiere per influenzare chi comanda.

L’analisi di Mises procede con estrema profondità, delineando, in quel brillante e sintetico sottoparagafo, una teoria stringente, costellata di deduzioni taglienti, quali: «Non ci sono azioni d’interferenza statale nel mercato che, considerate dal punto di vista dei cittadini interessati, non possano essere qualificate che come confische come doni». Oppure: «Non esiste un modo giusto ed equo di esercitare l’enorme potere che l’interventismo mette nelle mani del legislatore e del potere esecutivo». La discrezionalità nell’allocazione delle risorse (rendite politiche) con criteri politici arbitrari appare in questo paragrafo in tutta la sua crudezza e realtà.[14] Da questa deriva che il presunto “disinteresse” di politici, legislatori e burocrati nell’azione interventista legittimata dal mito del “bene pubblico” è una chimera, non corrisponde affatto a “una più alta e più nobile idea di giustizia” e paralizza invece gli effetti della cooperazione umana, assoggettando ad esproprio e a paralisi l’azione imprenditoriale, presentata come opera di “sfruttatori” contraria al commune bonum, visto come una forzata uguaglianza di ricchezze e di reddito quale “unica condizione naturale ed equa della società”. Mises in questa parte, mancante nel testo italiano, non solo smonta definitivamente la nozione corrente e infondata di “sfruttamento economico”, ma smaschera anche la pretesa di altruismo e di “socialità” dell’azione pervasiva dei governanti e dei loro aiutanti, che sono, come dice, sul libro paga dello Stato. Quello che va sotto tale pretesa, infatti, è un rovesciamento della realtà: partecipare al mercato e ottenere un profitto dipendente dalla capacità di soddisfare meglio di altri concorrenti il consumatore, è considerato “egoista” e “vergognoso” dall’ideologia della burocrazia, mentre solo coloro che fanno parte del vasto entourage degli uomini che impersonano lo Stato e che da questa organizzazione dipendono, sono considerati nobili e altruisti. La realtà è invece che proprio l’interventismo consente all’egoismo politico-burocratico il suo massimo dispiegamento. Non solo questo mira a generare, con le sue pretese paternalistiche di livellamento egualitario, continua conflittualità[15], ma è anche fonte di vantaggi in termini di risorse e di potere.

Il capolavoro di Mises contenuto in questo sottoparagrafo è infatti quello di mettere a nudo la realtà delle democrazie contemporanee, innervate di interventismo, per i vantaggi che ne traggono le classi politico-burocratiche. Favoritismo e rendite politiche, non guadagnate sul mercato, sono connaturate all’interventismo (e del protezionismo, della concessione di licenze governative, di favori, ecc.): lo sorreggono, in una spasmodica corsa ad essere tra i beneficiari (i tax-consumers) piuttosto che tra le vittime (tax-payers) della relazione di dominio.[16] La corruzione in tal modo è consustanziale all’interventismo statale nell’economia. Come scrive qui Mises, con realismo politico: «Corruption is a regular effect of interventionism».[17] Le licenze particolari date a persone dalle quali ci si aspetta rendano favori o servizi in cambio, finiscono legate a rendite materiali da corruzione e/o al voto di scambio. Politici e burocrati, infatti, cercheranno di servirsi di ogni occasione sicura per entrare in contatto con coloro per i quali le loro decisioni sono vantaggiose, sfruttandole a loro volta a proprio vantaggio. Tutta la cooperazione sociale di mercato finisce così per saltare. Infatti è evidente che in un prevalente rapporto egemonico la vita dei cittadini dipende sempre più dal potere politico e si trasformerà in lotta contro tutti gli altri per guadagnarne i favori e influenzare coloro che emettono i comandi nella forma di legislazione. Anziché dedicare i propri sforzi a sviluppare la propri creatività imprenditoriale (o la ricerca scientifica), così, volta a soddisfare al meglio possibile i bisogni degli altri, essi si impegneranno in un vasto processo corruttivo per influenzare gli ordini, le leggi e la distribuzione della ricchezza o anche, in casi estremi, per cercare di difendersi dall’interventismo e dalla dilagante legislazione, prodotta a catena da uomini che, pur non partecipando né al processo di produzione né a quello di scambio impongono tutto a coloro che di quello vivono. Corruzione, spesa pubblica, voto di scambio (in democrazie nelle quali per l’individuo o il piccolo gruppo non c’è alcuna possibilità di disobbedire alla volontà della maggioranza), devastante pervertimento del concetto stesso di “giustizia”[18], politiche redistributive e dilagare della burocrazia appaiono in questo sottoparagrafo di Human Action strettamente collegate, in una sintesi che non ha paragoni. I corollari di questo meccanismo sono innumerevoli: l’emergere di una società sbilanciata dal prevalere del rapporto “egemonico” (politico, di comando-obbedienza), nella quale contano solo le relazioni personali con chi comanda e in cui la corruzione è premiata, trasformando l’onestà e la vita del proprio lavoro in un martirio. Infatti, coloro che possono avere accesso alla rappresentanza politica (gruppi di pressione) o ai vertici della burocrazia per guadagnare favori al di fuori della competizione di mercato (e del merito oggettivamente riconosciuto), saranno stimolati a cercare di influenzarle, per non rimanere esclusi da un gioco del genere, a differenza di tutti gli altri che sono indotti a comportarsi in questo modo. Tuttavia, in una società siffatta, la proprietà sarà anche precaria, poiché sarà ottenuta grazie ai più forti; anche i più deboli non godranno di alcuna protezione in merito a questo diritto, che diventa una precaria attribuzione legale. Le basi della cooperazione sociale saranno così destinate a saltare.

 

  1. Un’edizione da macero e due paradossi.

 

L’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana, per quanto rappresenti una versione della prima edizione americana, è un testo che va sostituito al più presto con un’edizione completa e accurata nella traduzione (il più possibile fedele all’originale) e, cosa che non dovrebbe mai accadere ai libri, può essere tranquillamente mandata al macero. Questo caso editoriale, infatti, rappresenta con ogni evidenza un grave macigno nella cultura scientifica italiana. Generazioni di studenti che possono essere venuti in contatto, per un puro, fortunato caso (data l’esclusione sistematica delle opere della Scuola Austriaca dall’insegnamento mainstream nelle Accademie italiane fino a oggi – ma questa non rappresenta un’eccezione nel panorama europeo continentale), con quella traduzione de L’Azione umana, hanno potuto leggere l’opera in questa versione mal presentata, disastrata dal punto di vista linguistico e soprattutto non aggiornata, ignorando il fatto che le edizioni successive alla prima erano diverse, più ricche e dotate di sviluppi cruciali. Va anche considerato il fatto che, fino alla fine degli anni Novanta, ossia con l’avvento di internet e del mercato librario on-line (con la parziale, ancora timida ripresa di una “globalizzazione” post-guerra fredda), procurarsi i testi originali era molto difficile. Oggi la situazione è cambiata, ma rimangono ancora emblematici, a fronte di questa traduzione, due paradossi.

Il primo è che – dato che forse ancora pochi, a parte gli studiosi, hanno potuto leggere le aggiunte alla Seconda e Terza Edizione – il caso del sottoparagrafo mancante Corruption rappresenta un vuoto particolarmente grave per l’Italia. Oltre a fornire la descrizione e la spiegazione di una logica conseguenza dei sistemi di socialismo reale (a lungo descritti in questo Paese come portatori di una fantomatica “giustizia sociale”, ma finiti tutti nelle pastoie di una corruzione materiale e morale sconfinata e nella devastazione della cooperazione sociale, esistente invece in epoche precedenti alla statalizzazione integrale nei Paesi che li hanno sperimentati) [19], infatti, quella parte mancante va al cuore di uno dei principali problemi di questo Paese, che sta annegando a causa dell’interventismo: la corruzione e il dilagare delle rendite politiche, in uno scenario di lotta, sempre più all’ultimo sangue, fra bande parassitarie che si spartiscono il “bottino” derivante dalla tassazione e dalla regolamentazione e che aspirano a mettere le mani su settori sempre più ampi delle attività umane controllate e regolamentate dallo Stato e dalla sua debordante legislazione. Per non parlare della corruzione insita nel voto di scambio. Con l’ulteriore “sotto-paradosso” che in un momento di crisi dovuta soprattutto all’interventismo dello Stato, la gente continua a incolpare il mercato e a invocare ancor più interventi e regolamentazione, trasformando politici e burocrati in salvatori: una soluzione con ogni evidenza letale, delle cui conseguenze si finirà per accorgersi troppo tardi.

Il secondo paradosso, che sfiora l’umorismo, è il fatto che – contrariamente a questo vuoto tutto italiano – in Russia, il Paese europeo più devastato dallo statalismo integrale, dall’economia amministrata e dalle utopie criminali del Novecento e oggi in una fase di lampante restaurazione politica, accompagnata da un rigurgito di censura, esiste già dal 2005 un’eccellente traduzione[20] dell’opera principale di Mises, condotta sulla base della Terza Edizione americana. Il luogo di pubblicazione è la città di Cheljabinsk, in Siberia, nella quale sono stati pubblicati in traduzione russa un’infinità di testi della tradizione liberale classica, della Scuola Austriaca dell’economia e del libertarismo contemporaneo. La cosa non sorprende, in quanto Cheljabinsk è un’altamente dinamica città mercantile storica, che ebbe un rapido sviluppo nel primo decennio del Novecento – l’epoca di maggior fioritura dell’Impero Russo – e che si è sviluppata in forma simile ad alcune città americane: per questo è stata anche definita “la Chicago d’oltre Urali”. Quello siberiano in generale, del resto, è sempre stato un ambito culturale diverso (e più libero) rispetto a quello della Russia europea.[21] Nella bella edizione russa di Human Action figurano un accurato glossario dei termini, un repertorio dei giudizi più anticonformisti sull’opera di Mises, un dettagliato dizionario biografico e un minuzioso indice degli argomenti e dei sotto-argomenti. Inoltre, sul piano linguistico i termini-chiave sono tradotti correttamente (government con gosudarstvo; the hampered market economy con deformirovannaja rynochnaja ekonomika, ecc.) e vi figura anche l’importante sottoparagrafo korrupcija[22], di enorme rilevanza per un Paese che vede fra i suoi più gravi problemi, ereditati dal periodo sovietico, proprio quello della corruzione, che impedisce il ritorno a livelli che pur erano stati raggiunti dall’economia pre-rivoluzionaria. La traduzione della Terza Edizione americana (Contemporary Books, Chicago 1996) è condotta con accuratezza, dedizione, utilizzando al massimo l’infinita plasticità della lingua russa per rendere al meglio i termini scientifici originali, dimostrando con ogni evidenza un rispetto e un attaccamento quasi affettivo all’opera di Mises e rivitalizzando in tal modo una gloriosa tradizione prerivoluzionaria nello studio dell’economia, che aveva visto non a caso (accanto a quella, comunque la si consideri, di levatura mondiale dei Tugan-Baranovsky, Dmitrjev, Kondratjev, Slutskij, ecc.), l’eccezionale opera di Boris Brutzkus[23], l’economista che parallelamente e indipendentemente da Mises sviluppò la teoria dell’impossibilità del calcolo economico in un’“economia” socialista.

 

Conclusioni.

 

Senza un’edizione aggiornata e completa di uno dei maggiori capolavori di tutti i tempi della teoria economica e delle scienze sociali, appare molto difficile pensare a un Paese in grado di ragionare e di confrontarsi su questioni chiave, che soprattutto lo riguardano direttamente, come quelle omesse nell’edizione della Utet. Quella del 1959 era un’edizione stampata controvoglia, per coprire un vuoto che sarebbe apparso troppo macroscopico. In un’epoca nella quale sta maturando la rivolta[24] contro la chiusura dei programmi universitari e di dottorato verso scuole di pensiero censurate e/o considerate “inferiori” dal mainstream accademico – acritico e fondato su modelli di pensiero e di comportamento umano irrealistici, incapaci di spiegare fenomeni decisivi, in quanto arroccati su teorie sorpassate, statiche e amorfe – un’edizione come quella italiana di Human Action appare ancor più intollerabile. L’opera di Mises in salsa italiana potrebbe essere considerata come una delle tante incappate in una semplice disavventura editoriale. Il grave sta nel fatto che non si è trattato di questo. La vicenda di quell’edizione è invece dipesa da una pianificata e proterva politica culturale di marginalizzazione (come senza dubbio dimostrano le paginette introduttive), a tutto favore di programmi di ricerca dominanti, di un insegnamento ortodosso infarcito di stordenti e arcane formule matematiche e orientato da gruppi di “intellettuali di corte”, volto a frenare o a scoraggiare la possibilità di avvicinarsi seriamente e con una strumentazione adeguata a teorie differenti (e in grado di spiegare i fenomeni: basta pensare al collasso del socialismo reale o a quello dell’economia accademica di fronte alla crisi corrente) rispetto a quelle prevalenti. Quella traduzione dimostra che Mises ha subito un trattamento inaccettabile in questo Paese, non diversamente da quello di tanti altri scienziati (Leoni, Miglio, ecc.) e che rende inevitabilmente quanto mai attuale, particolarmente oggi e per quanto visto sopra, il monito di Frédéric Bastiat: «Quando la ragione pubblica smarrita onora ciò che è spregevole, disprezza ciò che è onorevole, punisce la virtù e ricompensa il vizio, incoraggia ciò che nuoce e scoraggia ciò che è utile, applaudisce alla menzogna e soffoca il vero sotto l’indifferenza o l’insulto, una nazione volge le spalle al progresso e non vi può essere ricondotta se non dalle terribili lezioni delle catastrofi».[25]

Alessandro Vitale

[1] L. von Mises, Human Action. A Treatise on Economics, New Heaven, Yale University Press, 1949.

[2] Per un quadro completo delle cancellature dalla prima edizione e delle importanti aggiunte alle edizioni successive a quella del 1949, si veda L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, pag. xxii.

[3] Come aveva notato nel 2003 Lorenzo Infantino, «È come se Bagiotti avesse voluto porre su Mises (e sulla stessa opera introdotta) una pietra tombale». L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, in: L. Infantino, N. Iannello (cur.), Ludwig von Mises e le scienze sociali nella grande Vienna, Rubbettino 2004, pp. 10-12.

[4] L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, cit., p.12.

[5] L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, Ibidem.

[6] Pag. 732 della Quarta Edizione (Wilkes & Fox, 1996), che riproduce la Terza Edizione (1966), pubblicata dalla Henry Regnery Company – Yale University Press.

[7] Pag. 716 della Quarta Edizione.

[8] Ibidem, pag. 716. The hampered market economy viene tradotto nell’edizione italiana, ricavata dalla prima edizione, con “L’economia vincolata”, mentre il senso dell’aggettivo andrebbe reso più correttamente con “intralciata”, “ostacolata”, “deformata”, “bloccata”, in quanto il termine inglese indica un vero e proprio impedimento al suo funzionamento, fino a trasformarla in qualcosa di diverso, ossia in un sistema “anti-economico” o “non-economico”. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of English Etymology, Oxford University Press, 1996.

[9] Per una rapida individuazione, si veda l’antologia di G. Vestuti (a cura di), Il realismo politico di Ludwig von Mises e di Friedrich von Hayek, Giuffré, Milano 1989, pp.159-162.

[10] «L’accrescimento delle richezze può essere ottenuto o attraverso lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalistica, o attraverso atti di violenza ed esplicite richieste, come in una società militaristica, dove il più forte ottiene con la forza, il più debole chiedendo». L. von Mises, Socialismo (1922), Rusconi, Milano 1989, p. 415.

[11] B. Leoni, Lezioni di dottrina dello Stato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pp.165-169 e soprattutto 260-267.

[12] Mises scrive: «As a rule, one individual or a group of individuals is enriched at the expenses of other individuals or groups of individuals. But in many cases, the harm done to some peoples does not correspond to any advantage for other people». Quarta Edizione di Human Action, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 734.

[13] Miglio ha introdotto negli anni Sessanta nella politologia scientifica il termine di “rendita politica”, che non è altro che una garanzia politica materiale di beni e vantaggi nella loro forma più concreta, fornendone una teoria e una tipologia (in gran parte corrispondente a quella di Mises) taglienti come un rasoio. Cfr. G. Miglio, Lezioni di Politica, vol. 2. Scienza della Politica, Il Mulino, Bologna 2011, pp. 320-361. Naturalmente la dinamica della corruzione coincide in larga parte con quella descritta da Mises.

[14] Nell’analisi di Miglio l’allocazione delle risorse occupa una parte centrale nell’analisi della rendita politica. È il titolare del potere che con atti arbitrari (che ostacolano la razionalità economica) è in grado di decidere sulla distribuzione del “bottino politico” conquistato al di fuori dell’uso di “mezzi economici” e addirittura di usarlo nella lotta politica. Quanto più il mercato sarà compresso, tanto più vi sarà spazio per la rendita politica. G. Miglio, Lezioni di politica, cit., p. 329.

[15] I costi delle rendite politiche saranno scaricati sui “cittadini vinti” in questa lotta di accaparramento di risorse pubbliche.

[16] C. Lottieri, Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, p. 239.

[17] Human Action, Quarta Edizione, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 736. Inutile aggiungere che questo coincide con e spiega anche cosa intendeva Bastiat con la famosa affermazione:«Lo Stato è la grande finzione in cui ognuno tenta di vivere alle spalle di tutti gli altri». Coincide inoltre con la scoperta di Leoni dell’analogia fra economia pianificata e legislazione e con la sua realistica constatazione che nell’ordine statuale e delle moderne democrazie sia inevitabile una guerra legale di tutti contro tutti, condotta per mezzo della legislazione e della rappresentanza politica. B. Leoni, Decisioni politiche e regole di maggioranza (1960), ora in: Idem, Scritti di scienza politica e teoria del diritto, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli 2009, pp. 123-137; B. Leoni, La libertà e la legge (1961), Rubbettino, Soveria Mannelli 1994, p. 23.

[18] Del resto, le politiche pubbliche finalizzate alla realizzazione della c.d. “giustizia sociale” devastano la sicurezza giuridica, provocando una corruzione dilagante.

[19] La spiegazione teorica di queste conseguenze era già presente, come noto, in L. von Mises, Die Gemeinwirtschaft (1932, 2a ed.) (Socialism: An Economic and Sociological Analysis, Liberty Fund, Indianapolis, 1981; trad, it.: Rusconi, Milano 1990).

[20] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’. Traktat po ekonomicheskoj teorii, Sozium, Cheljabinsk, 2005.

[21] Mi permetto di rimandare per questo a A. Vitale, Noi e l’Europa Orientale “extracomunitaria”: un incontro frenato e gli ostacoli alla libertà delle popolazioni europee. In: AA.VV., La nostra libertà e le altre culture. Scontro o incontro nell’Europa del futuro, Regione Friuli-Venezia Giulia, Associazione culturale Carlo Cattaneo, Pordenone 2004, pp. 53-93; A. Vitale, La “Slavia Ortodossa” e la politica internazionale. Questioni di geopolitica e di geocultura. In: AA.VV. I due polmoni dell’Europa. Est e Ovest alla prova dell’integrazione. Rimini 2001. (Atti dell’Università d’Estate – S. Marino) pp. 89-105.

[22] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’, cit, pp. 688-689.

[23] Su questo studioso si veda, oltre a B. Brutzkus, Economic Planning in Soviet Russia, Routledge, London 1935, anche, fra molti altri, D. R. Steele, From Marx to Mises, Post-capitalist Society and the Challenge of Economic Calculation, Open Court Publishing Company, La Salle, Illinois1992 e J.M. Kovács, M. Tardos, Reform and Transformation in Eastern Europe. Soviet Type Economics on the Threshold of Change, Routledge, London-New York 1992.

[24] Si veda ad es. l’autentica rivolta avvenuta fra studenti e docenti dell’Università di Manchester, ma anche in altre prestigiose istituzioni, contro una scienza economica che non ha avuto niente da dire in merito alla crisi mondiale attuale. Sebbene orientata anche al recupero del post-keynesismo e prevalentemente alla critica radicale del paradigma neoclassico, viene menzionata come scuola con la quale è necessario confrontarsi anche la Scuola Austriaca. Cfr. http://www.post-crasheconomics.com/

[25] F. Bastiat, Armonie economiche, Utet, Torino 1954, p. 595.

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Ohibò: il sale cura il cancro

Luogocomune.net - Dom, 30/11/2014 - 19:50
di Federico Giovannini

Se vi dicessero che con delle iniezioni di sale si può sconfiggere il cancro, ci credereste? Ovviamente no.

Invece un articolo del Daily Mail di oggi si intitola proprio così: "Iniezione di sale 'uccide le cellule cancerogene' portandole all'auto-distruzione."

L'articolo cita la ricerca del Professor Philip Gale, dell'Università di Southampton dove hanno condotto degli approfonditi studi in cui avrebbero dimostrato di poter uccidere le cellule tumorali con il sale da cucina.

"Abbiamo scoperto che possiamo indurre la morte della cellula con il sale", ha dichiarato il professore.

Secondo Gale, all'Università starebbero sviluppando una molecola in grado di circondare il sodio per farlo entrare nelle membrane cellulari in modo da innescare l'apoptosi cellulare, ovvero la morte della cellula tumorale.

Ma scusate - viene da chiedersi - perchè allora non fare delle infusioni di cloruro di sodio (sale da cucina) direttamente nei tumori? ...

Jim Willie: Strengthening US Dollar Killing Global Economy

Deep Politics Monitor - Sab, 29/11/2014 - 12:57
Published on Nov 28, 2014

Financial Terrorists On The Road—–Krugman And Rogoff Peddling Toxic Advice

Deep Politics Monitor - Sab, 29/11/2014 - 12:55
From Economic Policy Journal,  NOVEMBER 28, 2014 By David Stockman Here are a couple of reasons why Keynesian economists are truly a menace in today’s bubble ridden and debt-impaled world. It seems that both Harvard’s Kenneth Rogoff and Princeton’s Paul Krugman are on the global advice circuit, peddling what amounts to sheer snake oil to desperate politicians and policy-makers who have

Le politiche delle banche centrali e la possibilità di diventare insolventi

Freedonia - Ven, 28/11/2014 - 11:13
La pubblicazione di oggi è un esame approfondito di come e se le banche centrali possono diventare insolventi, senza tralasciare le eventuali conseguenze. Shostak, Howden e Murphy sono gli autori che si alternano in questo post. E ora che il programma di QE negli Stati Uniti è ufficialmente in "pausa", il Giappone e l'Europa stanno prendendo il sopravvento. Le principali banche centrali mondiali si stanno sincronizzando per darsi il cambio nel ruolo di "stampatori folli". Il feticcio è quello deflazione (uno spauracchio INESISTENTE, tra l'altro), con il quale si sta alimentando una bomba ad orologeria devastante. Ad ogni modo, finirà male.
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di Frank Shostak


La Federal Reserve può continuare a stimolare l'economia degli Stati Uniti perché l'inflazione è una minaccia incombente, questo è quanto ha detto il presidente della Federal Reserve Bank di Minneapolis, Kocherlakota. "Mi aspetto un tasso di inflazione al di sotto del 2% nei prossimi quattro anni, fino al 2018. Ciò significa che c'è più spazio per una politica monetaria allentata in modo da stimolare la domanda senza incappare nell'insidia di generare troppa inflazione."

Il tasso annuo di crescita dei prezzi al consumo (ICP) si è attestato all'1.7% ad agosto, rispetto al 2% di luglio. Secondo la nostra stima, il tasso annuale di crescita dell'ICP potrebbe chiudere all'1.4% a dicembre. Entro dicembre del prossimo anno prevediamo un tasso annuo di crescita dello 0.6%.




La Domanda Crea Più Offerta?

Il presidente della FED di Minneapolis sostiene che un aumento della domanda di beni e servizi mediante un pompaggio monetario aggiuntivo, possa rafforzare la crescita economica. Ritiene che attraverso il rafforzamento della domanda di beni e servizi, la loro produzione subirà un netto miglioramento. Ma perché?

Se per mezzo di un pompaggio monetario si può rafforzare la crescita economica, allora ciò implica che per mezzo del pompaggio monetario è possibile creare ricchezza reale e generare una prosperità economica eterna.

Ciò significherebbe anche che la povertà in tutto il mondo sarebbe dovuta sparire molto tempo fa, soprattutto se si pensa che la maggior parte dei paesi ha banche centrali che possiedono l'abilità di pompare denaro. Eppure la povertà nel mondo persiste ancora.

Nonostante il massiccio pompaggio monetario sin dal 2008 e il tasso di interesse intorno allo zero, i responsabili della FED sembrano infelici della cosiddetta ripresa economica. Si noti che il bilancio della FED, che si attestava a $0.86 bilioni nel gennaio 2007, è salito a $4.4 bilioni a settembre di quest'anno – un pompaggio monetario di quasi $4 bilioni.




La Produzione Precede la Domanda

Suggeriamo che non esiste una categoria indipendente chiamata domanda. Prima che un individuo possa esercitare la sua domanda per beni e servizi, lui/lei deve produrre altri beni e servizi utili. Una volta che questi beni e servizi vengono prodotti, gli individui possono esercitare la loro domanda per i prodotti che desiderano. Questo risultato è ottenuto attraverso lo scambio tra cose prodotte e denaro, che a sua volta può essere scambiato per altri beni. Si noti che il denaro serve come mezzo di scambio – non produce assolutamente nulla. Permette lo scambio di qualcosa con qualcos'altro. Qualsiasi politica che si traduce in pompaggio monetario, porta ad uno scambio di niente per qualcosa. Ciò equivale ad un indebolimento del bacino della ricchezza reale – e quindi prospettive ridotte per l'espansione di questo bacino.

Per stimolare la crescita economica – la produzione di ricchezza reale – è necessario rimuovere tutti quei fattori che indeboliscono il processo di generazione di ricchezza. Uno dei principali fattori negativi che indeboliscono la generazione di ricchezza reale è la politica monetaria espansiva della banca centrale, la quale aumenta la domanda senza una previa produzione di ricchezza. (Una volta che viene arrestata la creazione di denaro dal "nulla", si ferma la deviazione di risorse dai produttori di ricchezza reale verso attività non produttive. Ciò lascia più finanziamenti reali nelle mani dei produttori di ricchezza – consentendo loro di rafforzare il processo di generazione di ricchezza, cioè permette loro di far crescere l'economia.)



La Domanda Stimolata Artificialmente Distrugge la Ricchezza

Il rafforzamento artificiale della domanda mediante il pompaggio monetario, porta alla deplezione del bacino della ricchezza reale. Significa aumentare il numero di individui che attingono dal bacino della ricchezza reale senza che essi aggiungano nulla in cambio – un impoverimento economico.

Più a lungo dura la politica allentata della FED, più diventa difficile per i produttori di ricchezza creare ricchezza reale e impedire un restringimento del bacino della ricchezza reale.

Infine, il fatto che il tasso annuale di crescita dell'ICP sia in declino non significa che il pompaggio monetario della FED sarà innocuo. Indipendentemente dall'inflazione dei prezzi, il pompaggio monetario rappresenta uno scambio di niente per qualcosa (cioè, un impoverimento economico).


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di David Howden


Le autorità monetarie centrali godono di una posizione privilegiata nel sistema monetario. Le persone tendono a considerare gli economisti e i politici in queste istituzioni come dei semidei; individui che se in possesso di abbastanza risorse, possono garantire che l'economia continui su un sentiero di costante progresso economico. Tuttavia, a differenza dei semidei greci di un tempo, i banchieri centrali di oggi sono comuni mortali che devono lavorare entro i confini e i vincoli dell'istituzione che dirigono.

Mentre sfoderano un'aura di invincibilità, la verità è che l'efficacia delle loro politiche ha dei limiti severi.

Di norma una banca centrale persegue l'obiettivo della stabilità dei prezzi regolando l'offerta di moneta per alterare indirettamente il tasso di sconto, rendendo, di conseguenza, i prestiti più o meno attraenti. La recente crisi richiama l'attenzione su una funzione secondaria di queste banche — vale a dire, come prestatori di ultima istanza.

Dopo il crollo della Lehman Brothers nel settembre 2008, le banche centrali di tutto il mondo sono intervenute in uno sforzo congiunto per scambiare asset deteriorati e illiquidi del settore bancario privato con debito pubblico di qualità superiore. Mentre questo processo procede senza ostacoli nelle sue fasi iniziali, le banche centrali si ritrovano ben presto con un bilancio in carenza di debito di qualità superiore da scambiare. L'unico strumento rimasto loro per combattere la crisi di liquidità è stata un'espansione quantitativa — aumentare l'offerta di moneta e quindi mettere nuova liquidità a disposizione del sistema bancario per ripianare le sue passività.

Grazie a questa espansione qualitativa, le banche centrali sono state in grado di salvare i sistemi bancari interni che erano pesantemente indebitati in valuta nazionale. Tuttavia altre economie che facevano affidamento su finanziamenti esteri non sono state altrettanto fortunate. L'insolvenza della Banca Centrale d'Islanda alla fine dell'anno scorso, ha sollevato la questione; diverse banche centrali sono ancora a rischio.

Le banche centrali che sono solo in grado di gonfiare l'offerta di moneta nella propria valuta nazionale, devono affrontare sfide significative quando si trovano di fronte a sistemi bancari fortemente indebitati in passività monetarie denominate in valuta estera. Come ha dimostrato il recente esempio islandese, la possibilità di insolvenza della banca centrale crea l'opportunità di riformare veramente il sistema bancario.



Quando le Banche Centrali Vanno in Bancarotta

Murray Rothbard, nel suo libro The Case Against the Fed, sostiene che un settore bancario privato e libero è disciplinato dalla minaccia di una corsa agli sportelli, cosa che impedisce un accumulo eccessivo di ​​passivi rispetto agli attivi. Un sistema a riserva frazionaria non è sottoposto a tale vincolo. Il denaro fiat concede all'autorità monetaria centrale un vantaggio fondamentale: i propri passivi — in primo luogo la base monetaria — non saranno mai riscattati in qualcosa di diverso dalle stesse unità nominali in cui sono denominati.

Guido Hülsmann spiega questa particolarità con la sterlina britannica:

Fino al 1914, e poi tra il 1925 e il 1931, la Banca d'Inghilterra redimeva le sue banconote da £20 in una quantità di oro che fu chiamata "la somma di £20". Oggi redime queste banconote in altre banconote dello stesso tipo. Il punto è che in passato l'espressione "la somma di £20" aveva un significato giuridico diverso da quello che ha oggi. All'epoca dava accesso a circa cinque once d'oro. Oggi significa qualcosa di diverso. La sospensione dei pagamenti ha trasformato l'espressione "la somma di £20" in una tautologia autoreferenziale — ora corrisponde a £20 banconote di carta.[1]
Il risultato è che i passivi possono essere ritirati gonfiando l'offerta di moneta, e non attraverso il sacrificio di risparmi reali. La capacità della banca centrale di svalutare i passivi nazionali attraverso l'inflazione monetaria, ha dato luogo alla sua funzione spesso citata come prestatore di ultima istanza. Di conseguenza se le banche si trovassero di fronte ad una crisi di liquidità, gli imprenditori presumono che la banca centrale sia in grado di muoversi in fretta per espandere l'offerta di moneta e scongiurare una crisi.

Oggi i mercati monetari globali hanno assunto un tono più riservato, poiché la turbolenza economica ha fatto in modo che molte istituzioni finanziarie sperimentassero un problema di liquidità. Molte banche centrali hanno quindi assunto il ruolo di market maker in modo da garantire che la liquidità rimanesse abbastanza alta e impedire che le aziende di fronte a suddetto problema non finissero in bancarotta.

Ignoriamo per il momento se debbano essere sostenute artificialmente quelle aziende che hanno fatto un errore imprenditoriale in passato e che ora sono di fronte all'insolvenza. La domanda davvero interessante è questa: è possibile in tutti i casi, come affermano comunemente gli imprenditori?

Di recente la FED ha sfiorato l'insolvenza poiché ha usato i propri attivi per salvare un sistema finanziario vacillante. Mentre la FED ha scambiato debito pubblico di alta qualità per debito subprime di cui era gravato il settore bancario commerciale, la banca centrale ha esaurito una grande quantità dei suoi attivi e si è avvicinata al proprio vincolo di finanziamento.

A questo punto la FED ha adottato una soluzione semplice: ha ampliato l'offerta di denaro a disposizione del settore bancario commerciale, permettendo così di ritirare i suoi passivi denominati in dollari. Dal momento che le passività erano denominate in valuta nazionale, ha potuto ritirarle espandendo semplicemente l'offerta di moneta. In questo modo la FED ha evitato una crisi di liquidità senza difficoltà significative (lasciando da parte i danni nascosti associati a tutte le espansioni di denaro).



Un Problema Globale

Che cosa succede se un sistema bancario non è gravato da debito denominato in valuta nazionale, ma piuttosto da debito denominato in una valuta estera?

In questo caso l'autorità monetaria centrale è limitata nel suo ruolo di prestatore di ultima istanza. Può emanare modifiche normative che interessano obblighi di riserva, coefficienti di adeguatezza patrimoniale, ecc. Può perseguire operazioni di mercato aperto con le sue attività di bilancio per compensare le operazioni. In alternativa, può gonfiare la propria offerta di moneta. I suoi attivi posseduti in passività estere diventano il fulcro per conservare la solvibilità del sistema bancario in questione.

Quando la liquidità globale è seriamente ristretta, le economie fortemente denominate in valuta estera percepiscono rapidamente dolore economico. Il sistema bancario islandese è l'esempio più recente di questo problema. La Banca Centrale d'Islanda non poteva far altro che inflazionare la corona nazionale; di conseguenza il settore bancario islandese — che era fortemente indebitato in passività estere (principalmente yen giapponesi e franchi svizzeri) — ha ceduto all'insolvenza.

Mentre la liquidità evaporava nell'autunno 2008, le istituzioni globali, abituate a rinnovare continuamente i debiti, affrontavano la sfida del doverli ripagare. Tuttavia dovevano farlo senza poter compensare contemporaneamente le loro posizioni di debito (cioè, un prolungamento delle scadenze rinnovando il debito esistente). Tali passività erano dovute in valuta estera, e così il sistema bancario islandese non è stato in grado di adempiere ai propri obblighi.

La banca centrale ha provato a ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza, ma aveva poche opzioni. Mancava di asset esteri con cui finanziare il settore finanziario in difficoltà. Alla fine il sistema ha sfruttato currency swap e linee di credito da parte delle nazioni amiche per scongiurare un collasso finanziario devastante. Di conseguenza, nel XXI secolo la Banca Centrale d'Islanda è diventata la prima banca centrale di un paese sviluppato ad essere insolvente.[2]

L'Islanda aveva un rapporto debito/PIL tra il 60% e il 70% durante il picco del suo boom. Diversi paesi oggi sono caratterizzati da livelli simili, tra cui molti Paesi dell'Europa orientale — soprattutto Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania e Serbia — i quali devono affrontare rapporti di debito/PIL in denominazione estera superiori al 66%.

La maggior parte di questi paesi ha già ricevuto prestiti dal FMI per alleviare le pressioni causate da questi squilibri. Un nuovo scoppio di turbolenze finanziarie può aggravare il vincolo di liquidità generato da questo debito estero. Questi paesi possono divenire insolventi se i loro sistemi bancari risultano essere troppo esposti ad un debito estero troppo sottoposto a leva finanziaria.



Conclusione

Le banche centrali godono di una certa riverenza nelle discussioni sulle questioni monetarie. A loro disposizione hanno una serie apparentemente infinita di strumenti e armi pronte a correggere qualsiasi "squilibrio" di mercato che minaccia la stabilità economica. Tuttavia queste istituzioni sono tanto utili quanto gli asset che rappresentano. Le politiche monetarie espansive non possono risolvere tutti i problemi che una banca centrale deve affrontare. I Paesi i cui settori bancari sono fortemente indebitati in passività monetarie denominate in valuta estera, scopriranno alla fine che la banca centrale (che li ha attirati verso queste posizioni) è impotente.

Jésus Huerta de Soto dimostra, nella sua opera magistrale Money, Bank Credit, and Economic Cycles, che il sistema bancario attuale gode del privilegio giuridico di poter trattare i conti di deposito come se fossero prestiti. Il settore bancario centrale sostiene questo sistema a riserva frazionaria, assicurando che le banche commerciali illiquide otterranno liquidità in tempi di crisi.

La possibilità che una banca centrale vada in bancarotta supera la questione se essa stessa debba essere abolita, poiché in casi simili è come se si auto-abolisse. I sistemi fortemente indebitati in valuta estera sono particolarmente vulnerabili a questa possibilità, proprio perché le banche centrali sono solo in grado di salvare obbligazioni denominate in valuta interna.

Un noto adagio recita: "Non metterci le mani se funziona". Gli economisti hanno a lungo sostenuto che i pianificatori centrali sono necessari per garantire la stabilità economica. I loro fallimenti incombenti potrebbero finire per esporre la sterilità di questa stessa funzione.

Speriamo che una volta che queste autorità monetarie verranno riconosciute come inutili, saranno rimosse in funzione delle reali esigenze e richieste di un ordine economico prospero. Il free banking, che opera in base ai principi giuridici di una produzione privata di denaro, farà in modo che un settore bancario di dimensioni aberranti non si venga mai a creare. Né invocherà la fallacia di un'autorità monetaria centrale onnipotente sempre in guardia e pronta a salvare il capitalismo dai propri eccessi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[1] Jörg Guido Hülsmann, The Ethics of Money Production (Auburn: Ludwig von Mises Institute, 2008), p. 162.

[2] Nei Paesi in via di sviluppo possiamo trovare esempi di banche centrali andate in bancarotta. La Reserve Bank of Zimbabwe è un esempio calzante. Di recente anche la National Bank of Tajikistan si è ritrovata ad essere insolvente. Mentre quest'ultimo caso è stato causato dalla corruzione interna piuttosto che da condizioni economiche, esistono altri casi in cui la trappola dell'insolvenza scatta anche per le banche centrali.

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di Robert P. Murphy


Alla luce dei piani di Bernanke per l'acquisto di $600 miliardi di debito pubblico a lungo termine, molti economisti accademici stanno cominciando a preoccuparsi: la Federal Reserve può diventare insolvente? In questo articolo spiegherò queste paure e sosterrò come la FED, con la sua stampante monetaria, non può fallire nel modo in cui falliscono altre società.

Tuttavia se la FED dovesse diventare insolvente da un punto di vista contabile, sempre più persone inizierebbero a rendersi conto di quanto sia nichilista il sistema a denaro fiat della nostra banca centrale. In questo senso, ulteriori cicli di "quantitative easing"[3] sono davvero rischiosi per la FED.



Lo Stato Patrimoniale di una Banca Centrale

Per capire cosa sta succedendo con la Federal Reserve nella vita reale, è più facile lavorare con un esempio semplificato. Supponiamo che il seguente sia il bilancio di una banca centrale:

Hypothetical Central-Bank Balance Sheet, InitialASSETS
LIABILITIES + SHAREHOLDERS' EQUITY$1 trillion in one-year government bonds (with yield of 0.25%)
$500 billion in paper currency notes held by the public at large

$150 billion in paper currency notes held in commercial-bank vaults as reserves

$250 billion in commercial-bank electronic reserves on deposit with the central bank

$100 billion in shareholders' equitySum: $1 trillion
Sum: $1 trillion
Sul lato sinistro dello stato patrimoniale ci sono gli attivi della nostra ipotetica banca centrale. In particolare, la banca detiene $1 bilione (secondo l'attuale valutazione di mercato) in titoli di stato che maturano ad un anno. Il rendimento a scadenza di questi titoli è attualmente dello 0.25%.

Sul lato dei passivi, la banca centrale ha tre importanti elementi. In primo luogo ci sono $500 miliardi di pezzi di carta verdi posseduti dalla popolazione nei propri portafogli e portamonete, cassette di sicurezza, materassi.

In secondo luogo le banche commerciali in questo Paese ipotetico hanno $150 miliardi in moneta di carta immagazzinata nei loro bancomat e caveau. Quando i clienti delle banche commerciali si presentano, cercando di ritirare "contanti" dai loro conti correnti, questi $150 miliardi sono la prima linea di difesa.

In terzo luogo ci sono $250 miliardi di depositi presso la banca centrale. La banca centrale è una "banca della banca", per così dire. Proprio come Joe Smith può avere un conto corrente con Banca Acme, anche quest'ultima a sua volta può avere un conto corrente presso la banca centrale. La tabella qui sopra illustra che se si dovessero sommare tutte le voci elettroniche su quanto ogni banca commerciale ha in deposito presso la banca centrale, il totale sarebbe $250 miliardi.

E' importante rendersi conto che quest'ultima categoria di passività non corrisponde (attualmente) a moneta fisica. I $250 miliardi che Banca Acme et al. hanno in deposito presso la banca centrale, sono costituiti interamente da voci contabili elettroniche. A differenza di Banca Acme — che deve mantenere in cartamoneta parte del denaro "in riserva" al fine di soddisfare le richieste di prelievo dei clienti — la banca centrale non ha bisogno di accumulare una scorta di cartamoneta.

La ragione è molto semplice: la stampante del governo è a disposizione della banca centrale. Se, per esempio, la Banca Acme decide che vuole irrobustire le proprie dotazioni di cartamoneta, può dire alla banca centrale: "Vorremmo prelevare $1 miliardo da nostro conto con voi." In tal caso, la banca centrale sottrarrà $1 miliardo dal conto elettronico della Acme e farà sfornare al Bureau of Engraving and Printing $1 miliardo in nuove banconote.

(In questo semplice scenario — dove la Acme ha ritirato $1 miliardo dal suo conto — le passività della banca centrale cambierebbero, non nel totale, ma solamente nella composizione. Ora ci sarebbero $151 miliardi in riserve detenute come cartamoneta nei caveau delle banche, mentre ci sarebbero solo $249 miliardi in riserve elettroniche in deposito presso la banca centrale.)

Infine si noti che le tre passività raggiungono solo $900 miliardi. Poiché gli attivi della banca centrale sono $1 bilione, i restanti $100 miliardi rappresentano patrimonio netto. (E' importante ricordare che la Federal Reserve, anche se è una creatura del governo, è di proprietà di azionisti privati​​.) In termini di principio contabile, tale banca centrale ipotetica è solvibile; i suoi attivi superano le passività.



Un Giro di Quantitative Easing

Ora supponiamo che il capo della nostra ipotetica banca centrale voglia far uscire la sua economia da una recessione espandendo il bilancio di $600 miliardi. Normalmente si sarebbe impegnato in "operazioni di mercato aperto" e avrebbe acquistato titoli di stato a breve termine per abbassare i tassi di interesse a breve termine.

Purtroppo per il nostro stimolatore, i tassi a breve termine sono già a livelli bassissimi. Pertanto il banchiere centrale decide di acquistare obbligazioni dal suo governo che maturano a dieci anni (anziché ad uno).

Ecco come si presenterà il bilancio dopo il giro di quantitative easing:

Hypothetical Central-Bank Balance Sheet, After Q.E.ASSETS
LIABILITIES + SHAREHOLDERS' EQUITY$1 trillion in one-year government bonds (with yield of 0.25%)
$500 billion in paper currency notes held by the public at large$600 billion in ten-year government bonds (with yield of 2%)
$150 billion in paper currency notes held in commercial-bank vaults as reserves

$250$850 billion in commercial-bank electronic reserves on deposit with the central bank

$100 billion in shareholders' equitySum: $1.6 trillionSum: $1.6 trillion
Come è avvenuto questo processo nell'effettivo? E' stato abbastanza semplice. La banca centrale ha firmato assegni per acquistare dal mercato secondario $600 miliardi di titoli di stato a dieci anni.

Quando i bond dealer nel settore privato depositano questi assegni nei propri conti correnti con la Banca Acme, i saldi di quest'ultima con la banca centrale aumentano di conseguenza. Nella tabella qui sopra ho mostrato il cambiamento: le passività della banca centrale sotto forma di riserve bancarie elettroniche ammontano ora a $850 miliardi — rispetto ai precedenti $250 miliardi.

A questo punto gli azionisti della banca centrale hanno ancora lo stesso patrimonio netto. Ma ora la loro impresa è più sottoposta alla leva finanziaria, in quanto il rapporto tra passività e patrimonio netto è cresciuto da 9:1 a 15:1. In un certo senso — e questa è una descrizione che molti economisti hanno utilizzato ultimamente — la banca centrale ha "preso in prestito a breve termine" al fine di "prestare a lungo termine".

Cioè, la banca centrale ha indirettamente prestato denaro a lungo termine al governo (acquistando i titoli a dieci anni), prendendo in prestito denaro "a breve termine" dal sistema bancario/popolazione.[4]

Quali che siano i presunti benefici del nostro ipotetico acquisto di asset per $600 miliardi, pongono innegabilmente la banca centrale ad un rischio maggiore.



La Banca Centrale Va in Bancarotta?

Supponiamo che l'inflazione dei prezzi inizi a salire nel nostro mondo ipotetico, quindi i tassi di interesse ad un anno saliranno all'1% mentre i rendimenti decennali salteranno all'8%. Questo fa crollare il valore di mercato del portfolio obbligazionario della banca centrale. Ora il bilancio si presenterà così:

Hypothetical Central-Bank Balance Sheet, After Interest Rates SpikeASSETS
LIABILITIES + SHAREHOLDERS' EQUITY$993 billion in one-year government bonds (with yield of 1%)
$500 billion in paper currency notes held by the public at large$355 billion in ten-year government bonds (with yield of 8%)
$150 billion in paper currency notes held in commercial-bank vaults as reserves

$850 billion in commercial-bank electronic reserves on deposit with the central bank

($152 billion) in shareholders' equitySum: $1.3 trillion
Sum: $1.3 trillion
Come illustra la tabella, il picco dei tassi di interesse fa sì che la banca centrale perda $7 miliardi sui suoi asset a breve termine, ma $245 miliardi sulle sue obbligazioni a lungo termine. Poiché si è incautamente esposta a maggiori rischi sul tasso di interesse, la nostra ipotetica banca centrale è ora tecnicamente insolvente. Cioè, le sue passività superano l'attivo di circa $152 miliardi.



A Chi Importa?

Anche se la nostra banca centrale sembra essere insolvente, cosa potrebbe ostacolare il suo funzionamento in pratica? Le passività sono denominate in denaro fiat nazionale. Se qualcuno entra in una filiale della banca centrale, tira fuori una banconota da $20 e dice: "Voglio redimerla!", il cassiere può tranquillamente rispondere: "Vuole due banconote da $10, o quattro da $5?"

Le cose si fanno più complicate per una piccola banca centrale che ha passività denominate in altre valute. Ma per quanto riguarda la Federal Reserve — con passività denominate in dollari — è difficile vedere quali ostacoli effettivi si troverebbe ad affrontare se i suoi commercialisti dovessero annunciarne improvvisamente l'insolvenza. Anche se ci fosse una "corsa agli sportelli della FED", in cui tutte le banche commerciali vogliono ritirare nello stesso giorno le loro riserve elettroniche, i banchieri centrali non dovrebbero andare nel panico: possono ordinare al Tesoro di accendere la stampante per scambiare la cartamoneta in voci su libretti degli assegni elettronici. (Questo è un trucco disponibile per i soli banchieri commerciali.)

Tuttavia, se la banca centrale dovesse diventare davvero insolvente, sarebbe una cosa scandalosa. Il governo probabilmente dovrebbe "prenderne il controllo", a meno che non voglia che la popolazione si renda conto di come il sistema sia una gigante operazione di contraffazione legalizzata.

A mio parere, è questa la preoccupazione principale dei banchieri. A loro certamente non piace che migliaia di economisti scrivano sulla possibilità che la FED vada in bancarotta, perché sempre più persone vengono portate a riflettere sulla logica del nostro folle sistema bancario.



Conclusione

Ora sarà interessante guardare il dibattito accademico sul "QE2". Sebbene siano focalizzati sulla questione della solvibilità, economisti e altri analisti si stanno lentamente rendendo conto che la "exit strategy" di Bernanke potrebbe fallire se e quando i tassi di interesse saliranno bruscamente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[3] Dovrei evidenziare che alcuni osservatori attenti della FED, come Jeffrey Rogers Hummel, pensano che Bernanke non stia avviando un "QE2" e che non intende espandere il bilancio della FED.

[4] Specialmente se la banca centrale paga interessi alle banche commerciali affinché tengano le loro riserve ferme nei depositi (piuttosto che ritirarle in valuta); questo ragionamento ha una certa plausibilità.

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Il Regno Unito è una “Nazione per consenso?” – I Parte

Von Mises Italia - Ven, 28/11/2014 - 08:00

Premessa:
Lo scorso 18 Settembre in Scozia si è tenuto il referendum riguardo all’indipendenza dal Regno Unito.

Da un punto di vista libertario, le politiche che circondano entrambi gli schieramenti sono sospette. La classe mondialista dei banchieri, sempre preoccupata dal decentramento del potere, avverte di come la Scozia necessiti da Westminster di assistenza economica (leggi: welfare), forza militare e valuta. Al contempo, gli scozzesi – in larga misura socialisti – chiedono di vivere in una società più “egualitaria” amministrata da Holyrood (il quartiere di Edimburgo ove è sito il Parlamento Scozzese, ndr.) ed una nuova alleanza con i loro più illuminati “compagni di viaggio” di Bruxelles – lasciando un padrone per un altro.

Come sempre, un libertario dovrebbe concentrarsi sui primi princìpi. Il saggio del 1993 “Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale” di Murray Rothbard, fa esattamente questo.

Rothbard fa le domande giuste: cos’è una nazione? Cosa la rende davvero legittima? Gli Stati nazionali hanno bisogno di politiche di sicurezza comuni? Quando è permessa la secessione? Si dovrebbe permettere l’apertura dei confini e quella all’immigrazione? Come dovrebbero essere conferiti i diritti di voto e la cittadinanza? Come opererebbe, infine, un paese completamente privatizzato in maniera anarco-capitalista?

Queste sono le domande che dovremmo porci e a cui dovremmo rispondere quando dibattiamo contro lo Stato, le banche centrali e una classe politica mondiale sempre più corrotta.

Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale

I libertari tendono a focalizzarsi su due importanti unità d’analisi: l’individuo e lo Stato. Eppure, uno degli eventi più drammatici e significativi del nostro tempo è stato il riemergere – con forza – negli ultimi cinque anni di un terzo aspetto molto trascurato del mondo reale, la “nazione”. Quando si pensa alla “nazione” in toto, solitamente essa viene associata mentalmente allo Stato, come nel caso dell’espressione comune “Stato-nazione”, sebbene tale concetto prenda soltanto un particolare sviluppo dei secoli recenti, elaborandolo in una massima universale. Negli ultimi cinque anni, comunque, abbiamo visto come corollario del collasso comunista nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est una vivida ed impressionante rapida decomposizione dello Stato centralizzato, o del presunto Stato-Nazione, verso le sue nazionalità costituenti. La Nazione autentica, o nazionalità, ha fatto la sua drammatica ricomparsa sul palcoscenico mondiale.

I. Il Riemergere della Nazione

La “nazione”, ovviamente, non è la stessa cosa dello Stato, una differenza che i primi libertari ed i liberali classici come Ludwig von Mises ed Albert Jay Nock avevano ben in mente. I libertari contemporanei spesso affermano – erroneamente – che gli individui siano legati gli uni agli altri soltanto dagli scambi che avvengono nel mercato. Dimenticano che tutti nascono necessariamente in una famiglia, con una lingua ed una propria cultura. Ogni persona nasce in una o più comunità sovrapposte, solitamente relative ad un gruppo etnico con specifici valori, culture, credi religiosi e tradizioni. L’individuo nasce sempre in un determinato contesto spazio-temporale, implicando, dunque, un territorio ed i suoi dintorni.

Lo Stato-Nazione moderno europeo – la tipica “grande potenza” – non nasce affatto come nazione ma come conquista “imperialista” di una nazionalità – solitamente al “centro” del paese risultante e facente base nella futura capitale – su altre nazionalità periferiche. Dato che una “Nazione” è un complesso di sentimenti soggettivi di nazionalità basato su delle realtà oggettive, gli stati centrali imperialistici hanno avuto vari gradi di successo nel forgiare un senso di unità nazionale fra le nazionalità subordinate ad essi, forzando la sottomissione al centro imperialistico. In Gran Bretagna, gli inglesi non hanno mai davvero sradicato le aspirazioni nazionalistiche fra le sottomesse nazionalità celtiche come gli scozzesi e i gallesi, sebbene nel caso della Cornovaglia, tale sentimento sembri essere stato in gran parte soppresso. In Spagna, i conquistatori castigliani – di base a Madrid – non sono mai riusciti a cancellare il nazionalismo fra catalani, baschi o anche i galiziani e gli andalusi. I francesi, muovendosi dalla loro base a Parigi, non hanno mai del tutto domato i bretoni, i baschi o gli occitani.

È ormai ben noto che il collasso dell’Unione Sovietica imperialista e centralista ha sollevato il coperchio sulle dozzine di nazionalismi precedentemente soppressi all’interno della passata URSS e sta oramai risultando chiaro che la stessa Russia, o meglio la “Federazione Russa”, è semplicemente una edizione rimaneggiata della vecchia formazione imperialistica in cui i Russi, muovendosi da Mosca, incorporarono con la forza parecchie nazionalità come tartari, jakuti, ceceni e molte altre. Gran parte dell’URSS derivava dalla conquista imperiale russa nel diciannovesimo secolo, quando russi e britannici competevano per spartirsi gran parte dell’Asia centrale.

La “Nazione” non può essere definita precisamente. E’ una costellazione complessa e variabile di diverse forme di comunità, linguaggi, gruppi etnici e religioni. Alcune nazioni o nazionalità, come gli sloveni, hanno sia un gruppo etnico che un linguaggio ben definito; altre, come le fazioni in guerra fra di loro in Bosnia, appartengono allo stesso gruppo etnico con lo stesso linguaggio, ma che differisce nella forma dell’alfabeto e si scontra violentemente nella religione (serbi ortodossi dell’Est, croati cattolici e bosniaci musulmani, i quali complicano ulteriormente il quadro, in quanto originariamente sostenitori dell’eresia manichea bogomila).

La questione della nazionalità è resa più complessa dall’interazione fra la realtà oggettivamente esistente e le percezioni soggettive. In alcuni casi, come nelle nazionalità Est-europee sotto gli Asburgo o gli irlandesi sotto il dominio inglese, i nazionalismi – incluse le lingue sottomesse e talvolta morenti – venivano intenzionalmente preservati, generati ed espansi. Nel diciannovesimo secolo ciò fu fatto da élite intellettuali determinate a lottare per rianimare le periferie che vivevano – parzialmente assorbite – sotto l’impero centrale.

II. La Fallacia della “Sicurezza Comune”

Il problema della Nazione è stato aggravato nel ventesimo secolo dalla prevalente influenza del “Wilsonismo” (in riferimento a Woodrow Wilson, presidente americano dal ’13 al ’21, ndr.) nella politica estera statunitense e mondiale. Non mi riferisco all’idea dell’auto-determinazione nazionale, osservata soprattutto nell’apertura dopo la Prima Guerra Mondiale, ma alla “sicurezza comune contro le aggressioni”. Il difetto fatale che si cela dietro questo seducente concetto è che tratta gli Stati-Nazione analogamente ad aggressori individuali, con la “comunità internazionale” nelle vesti del tipico poliziotto di quartiere. Ad esempio: il poliziotto vede A che aggredisce o ruba la proprietà di B; egli naturalmente corre a difendere la proprietà privata di B, nella sua persona o nei suoi averi che siano. Allo stesso modo, si assume che le guerre fra due nazioni o stati abbiano lo stesso aspetto: lo Stato A invade o “aggredisce” lo Stato B; lo Stato A viene subito riconosciuto come “l’aggressore” dal “poliziotto internazionale” o dal suo presunto surrogato – sia la Società delle Nazioni, le Nazioni Unite, il Presidente o il Segretario di Stato degli Stati Uniti, o il giornalista editoriale del New York Times di agosto. Si suppone, poi, che le forze mondiali dell’ordine, qualunque esse siano, debbano agire subito per bloccare il “principio di aggressione” o per impedire che l’aggressore, sia esso Saddam Hussein o i guerriglieri serbi in Bosnia, realizzi il suo presunto obiettivo di nuotare attraverso l’Atlantico e assassinare tutti gli abitanti di New York o Washington D.C.

Una falla cruciale in questa linea di pensiero così popolare si nasconde più in profondità rispetto alla tipica discussione sulla possibilità effettiva che le truppe americane d’aria o di terra abbiano nello sradicare iracheni o serbi senza difficoltà. La falla consiste nella supposizione implicita dell’intera analisi: che ogni Stato-Nazione “possegga” la sua intera area geografica esattamente allo stesso modo in cui ogni individuo possessore di proprietà determini e goda della sua persona e della proprietà che ha ereditato, per cui ha lavorato o che abbia guadagnato tramite uno scambio volontario. I confini del tipico Stato-Nazione sono davvero così come quelli della tua o della mia abitazione, proprietà o fabbrica, oltre ogni ragionevole dubbio?

Mi sembra che non soltanto i classici liberali o i libertari, ma qualunque individuo dotato di buon senso che pensi al problema debba rispondere con un fragoroso “No”. È assurdo definire ogni Stato nazionale, con il proprio confine auto-proclamato in un certo periodo storico, come qualcosa di giusto e sacrosanto, ciascuno con la propria “integrità territoriale” da preservare immacolata ed integra come la tua o la mia persona fisica o come la proprietà privata. Inevitabilmente, com’è ovvio, questi confini sono stati acquisiti tramite la forza e la violenza, o tramite accordi fra stati fatti senza tenere in causa gli abitanti della zona, e altrettanto inevitabilmente questi confini cambiano notevolmente nel tempo rendendo i proclami di “integrità territoriale” davvero ridicoli.

Prendiamo, ad esempio, l’attuale caos in Bosnia. Soltanto un paio di anni fa, l’opinione della Classe Dirigente, l’opinione comunemente accettata di Sinistra, Destra o Centro, proclamava ad alta voce l’importanza di mantenere “l’integrità territoriale” della Jugoslavia e denunciava aspramente tutti i movimenti secessionisti. Adesso, dopo un breve lasso di tempo, la stessa Classe Dirigente, che soltanto di recente difendeva i serbi come i campioni della “nazione jugoslava” contro i feroci movimenti secessionisti che cercavano di distruggere quell’integrità, adesso vitupera e tenta di reprimere i serbi per “l’aggressione” contro “l’integrità territoriale” della “Bosnia” o della “Bosnia-Erzegovina”, una “nazione” creata di sana pianta che prima del 1991 esisteva esattamente quanto “la nazione del Nebraska”. Queste sono le fallacie in cui inevitabilmente cadiamo se rimaniamo intrappolati dalla mitologia dello “Stato-Nazione”, il cui confine in un determinato tempo t deve essere riconosciuto come un’entità posseduta con i suoi sacri ed inviolabili “diritti”. Un’analogia con i diritti di proprietà privata che è profondamente sbagliata.

Adottiamo un eccellente stratagemma di Ludwig von Mises nell’astrarsi dalle emozioni contemporanee: postuliamo due Stati-Nazione contigui, la “Ruritania” e la “Fredonia”. Poniamo che la Ruritania abbia improvvisamente invaso l’Est della Fredonia e lo dichiari come proprio. Dovremmo automaticamente condannare la Ruritania per il suo vile “atto di aggressione” contro la Fredonia e mandare truppe, sia letteralmente che metaforicamente, contro i brutali ruritaniani nell’interesse della “coraggiosa, piccola” Fredonia? Assolutamente no. Una possibile eventualità è che – diciamo due anni fa – la zona est della Fredonia sia stata parte della Ruritania, era quindi indubbiamente Ruritania ovest, e che i Ruri – gli abitanti del posto – abbiano gridato a gran voce per gli scorsi due anni contro l’oppressione della Fredonia. In breve, soprattutto nelle dispute internazionali, citiamo le immortali parole di W. S. Gibert:

Le cose raramente sono come sembrano:
il latte scremato si maschera da panna”.

L’amato poliziotto internazionale, che sia Boutros Boutros-Ghali, le truppe USA o l’editorialista del New York Times, avrebbe fatto meglio a pensarci più di due volte prima di balzare nella mischia. Gli americani sono particolarmente inappropriati per il loro auto-proclamato ruolo wilsoniano di moralizzatori e poliziotti del mondo. Il nazionalismo negli Stati Uniti è particolarmente recente, ed è più idealistico che effettivamente radicato in gruppi etnici o nazionali di vecchia data, o magari tramite battaglie. Aggiungiamo a questa letale combinazione il fatto che gli americani non hanno praticamente memoria storica e ciò li rende particolarmente inadatti a prendere le armi per intervenire nei Balcani, dove “chi si è alleato con quale schieramento ed in quale luogo nella guerra contro gli invasori turchi del quindicesimo secolo” è un concetto presente nella mente della maggior parte dei contendenti, molto più di cosa hanno mangiato ieri a cena.

I libertari ed i liberali classici, che sono particolarmente ben equipaggiati per ripensare l’intera confusa questione dello Stato nazionale e della politica estera, durante la Guerra Fredda sono stati troppo presi a combattere il comunismo e l’Unione Sovietica per dedicarsi a delle riflessioni fondamentali su tali questioni. Ora che l’Unione Sovietica è collassata e la Guerra Fredda è finita, forse i liberali classici si sentiranno più liberi di pensare in modo diverso a questi problemi così criticamente importanti.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Commenti liberi

Luogocomune.net - Gio, 27/11/2014 - 19:10
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AVVISO: il 29 novembre (sabato) a Vittorio Veneto: Conferenza di Gianni Lannes, organizzata da Francesca Salvador (Salusbellatrix).
QUI la locandina con tutte le info.

Un'opportunità d'oro per la Svizzera

Freedonia - Gio, 27/11/2014 - 11:09
Mancano ormai pochi giorni al fatidico referendum svizzero. Oggi dedicherò un articolo proprio su questo argomento, proprio per descrivere in cosa consisterà l'essenza di quello che voteranno gli svizzeri. Coloro interessati, ovviamente, potranno recarsi all'evento Interlibertarians a Lugano per approfondire le conseguenze dell'esito di tale referendum. Nel frattempo apprendiamo che alcuni stati stanno cercando di abbandonare silenziosamente la festa del denaro fiat, appropinquandosi verso le uscite. Germania, Olanda, Francia, Austria hanno chiesto il rimpatrio di parte del loro oro detenuto all'estero. Adesso si aggiunge anche la Svizzera. La prima domanda che potreste porvi è questa: "Che cambia? Perché preoccuparsi di un caveau rispetto ad un altro?" L'offerta totale di oro disponibile non cambierebbe. Ciò che cambierebbe, invece, è l'offerta d'oro fluttuante, ovvero, quell'oro posseduto dalle bullion bank le quali possono utilizzarlo più e più volte come garanzia in contratti diversi. Alzi la mano chi sta gridando ad alta voce "Riserva frazionaria!". Questi istituti, infatti, amano onorare i propri contratti con denaro fiat poiché non si aspettano che tutti i clienti si presentino a ritirare l'asset fisico nei contratti che stipulano: l'oro. Il mercato dei futures funziona così. Se il referendum svizzero dovesse avere successo, l'offerta di oro fluttuante si ridurrebbe mettendo più pressione su quelle bullion bank che giocano col mercato dell'oro cartaceo. Tempi interessanti ci attendono.
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di Thorsten Polleit


L'Iniziativa

Il referendum sul rimpatrio dell'oro svizzero avrà luogo il prossimo 30 novembre.[1] I punti che gli elettori si ritroveranno ad analizzare sono i seguenti:

  1. La Banca Nazionale Svizzera (BNS) non potrà vendere le sue riserve auree;

  2. Le riserve auree della Banca Nazionale Svizzera dovranno essere conservate in Svizzera; e

  3. La Banca Nazionale Svizzera dovrà conservare almeno il 20% del proprio patrimonio sotto forma di oro (cioè, la "regola del 20%").

Il bilancio della BNS ammonta attualmente a CHF522.3 miliardi (franchi svizzeri), con le sue riserve auree e i crediti relativi alle operazioni sull'oro pari a CHF39.4 miliardi. La quota di oro negli attivi della Banca Nazionale Svizzera è, quindi, circa il 7.5% — notevolmente inferiore a quella richiesta dall'iniziativa.

Se il referendum avrà successo, cioè, se l'iniziativa verrà adottata, la BNS dovrà aumentare le sue riserve auree rispetto al suo patrimonio complessivo. Ciò può essere fatto in due modi:

  1. Se il bilancio della BNS rimarrà quello attuale (a causa degli acquisti di valuta estera effettuati negli ultimi anni), la BNS dovrà comprare oro per un ammontare di circa CHF65 miliardi.

  2. La BNS potrà, in alternativa, ridurre il proprio bilancio (al livello che aveva alla fine del 2007) vendendo riserve di valuta estera fino a che le riserve auree non ammonteranno ad almeno il 20% del suo patrimonio. Ciò, tuttavia, sembra un'ipotesi improbabile e non verrà esaminata qui.[2]

Supponiamo che la BNS deciderà di comprare oro — e che ciò richiederà una quantità abbastanza considerevole di denaro. Come verranno finanziati questi acquisti? E quali saranno le conseguenze?



Finanziamento degli Acquisti di Oro

La BNS potrà finanziare i propri acquisti di oro scambiando le sue riserve di valuta estera — in gran parte costituite da euro, ma anche dollari USA, yen giapponesi e sterline inglesi. Questo percorso avrà tre effetti:

  • L'acquisto di oro in cambio di riserve estere lascerà invariata l'offerta di moneta svizzera; insomma non sarà una scelta inflazionistica, in quanto non influirà sulla quantità di denaro svizzera.
  • Le valute vendute dalla BNS per comprare oro tenderanno a svalutarsi nei confronti del franco svizzero; vedremo più da vicino questo aspetto qui sotto.
  • Gli acquisti della BNS tenderanno ad aumentare il prezzo dell'oro; naturalmente questo effetto non può essere quantificato con precisione.



Limitare la Creazione di Moneta

Se si dovrà conformare alla regola del 20%, la BNS potrà ancora aumentare la quantità di moneta nazionale: in particolare, se vorrà creare nuovi franchi svizzeri dovrà acquistare oro sul mercato e/o da privati (cittadini svizzeri o stranieri.[3]

Detto questo, l'iniziativa non farà ritornare la Svizzera ad un gold standard, in base al quale la Banca Nazionale Svizzera dovrà, per esempio, rimborsare i franchi in oro. Tuttavia, l'iniziativa sarà certamente foriera di alcune implicazioni molto positive.

In primo luogo, la regola del 20% renderà più difficoltosa una politica monetaria espansionistica. Per aumentare la quantità di moneta, la BNS dovrà comprare oro per coprire il 20% dell'importo di franchi emessi.

L'espansione del franco svizzero non sarà legata solo all'oro fisico — che è il mezzo ultimo di pagamento ed è scarso — ma tali operazioni saranno "visibili" e potranno essere più facilmente sanzionate dalla popolazione svizzera.

Inoltre la regola del 20% costringerà le banche ad adottare un approccio molto più cauto. La riserva frazionaria, per esempio, sarà molto meno attraente e praticabile, in quanto le banche non potranno più aspettarsi che la BNS intervenga in loro aiuto stampando nuova moneta fiat.

In ultimo, ma non meno importante, l'iniziativa renderà meno inflzionabile il franco svizzero, soprattutto perché scoraggerà notevolmente la creazione di moneta dal nulla da parte delle banche commerciali — che è anche la causa centrale dei cicli di boom/bust.



Sul Tasso di Cambio Minimo della BNS

Dallo scoppio della crisi finanziaria ed economica internazionale, la BNS ha combattuto contro l'apprezzamento del franco svizzero nei confronti dell'euro. A tal fine, la BNS ha comprato euro con l'emissione di nuovi franchi svizzeri.

Alla fine del 2008, le riserve in valuta estera della Banca Nazionale Svizzera ammontavano a soli CHF47.4 miliardi. Alla fine del 2011, erano già aumentate a CHF257.5 miliardi. Allo stesso modo, la base monetaria è passata da CHF99.1 miliardi a CHF137.7 miliardi.

Dal 6 settembre 2011 la Banca Nazionale Svizzera difende un "tasso di cambio minimo" di 1.20 franchi svizzeri per euro,[4] una politica in base alla quale le riserve estere della Banca Nazionale Svizzera sono salite costantemente fino ai CHF471.4 miliardi registrati lo scorso agosto; la base monetaria è aumentata a CHF373.5 miliardi.

Se la BNS sarà costretta a conformarsi alla regola del 20%, non potrà più continuare questo tipo di politica. Perché? L'iniziativa, se messa in pratica, renderà il franco svizzero ancora più attraente agli occhi degli investitori internazionali.

La valuta svizzera si apprezzerà, in particolare nei confronti dell'euro. Poiché la Banca Centrale Europea (BCE) potrebbe benissimo intraprendere una stampa di denaro su grande scala, metterebbe in moto un flusso considerevole di capitali dalla zona Euro alla Svizzera.




Secondo la regola del 20%, la politica della BNS, che prevedeva l'acquisto di euro attraverso l'emissione di nuovi franchi svizzeri, non sarà più possibile: i nuove franchi svizzeri potranno essere emessi solo se prima viene acquistato oro.

Un apprezzamento del tasso di cambio danneggerà economicamente la Svizzera? La risposta è no. Lo svizzero dovrà lavorare ed esportare di meno per importare le stesse quantità di prima. Le aziende potranno tagliare i prezzi e i salari, nel caso in cui avranno bisogno di aumentare la loro competitività.



La Svolta

Se messo in pratica, la Swiss Gold Initiative aumenterà le probabilità che la Svizzera possa proteggersi efficacemente contro le politiche distruttive che sono le attuali protagoniste nel mondo dalla cartamoneta scoperta.

Sembra che la BNS non possa, o non voglia, discostarsi dagli schemi monetari allentati perseguiti in tutte le principali aree valutarie. Solo il popolo svizzero può fermare una politica monetaria che prima o poi finirà con una svalutazione della loro moneta.

La regola del 20%, ovviamente, non rappresenta il punto di arrivo quando parliamo di un sistema e di una moenta perfettamente sonanti: libero mercato monetario, free banking e nessuna banca centrale. Tuttavia, se rispettata rigorosamente, la regola del 20% può rappresentare un punto di partenza molto promettente in un viaggio verso una moneta veramente sonante.

Se gli svizzeri adotteranno l'iniziativa in pratica, il mondo si renderà conto che esistono alternative all'odierna follia della cartamoneta scoperta. In questo senso, un'iniziativa di successo potrebbe essere un punto di svolta per un futuro migliore; per la Svizzera e anche per molti altri paesi del mondo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Note

[1] Per maggiori informazioni consultare: Swiss Gold Initiative.

[2] Per restringere il proprio bilancio, la BNS dovrebbe vendere valuta estera e ricevere in cambio franchi svizzeri. Per portare le riserve estere ai loro livelli "pre-crisi", la quantità di franchi svizzeri dovrebbe scendere di circa CHF420 miliardi. Tale cifra supererebbe la base monetaria svizzera (che attualmente ammonta a CHF373.5 miliardi) e ridurrebbe sostanzialmente anche l'aggregato monetario M1 (che attualmente ammonta a CHF566.4 miliardi, infatti lo spingerebbe al di sotto dei suoi livelli alla fine del 2007, ovvero, CHF268.9 miliardi). In altre parole, una contrazione del bilancio della BNS senza una grave deflazione è un'inevitabilità e questa non è un'opzione che la BNS prenderebbe in considerazione — e probabilmente non otterrebbe consenso politico.

[3] In senso stretto, l'incremento della quantità di franchi svizzeri sarà solo possibile se la BNS registrerà l'oro sul lato degli attivi del suo bilancio.

[4] Consultare il comunicato stampa della BNS datato 6 settembre 2011.

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Jim Willie: Stealth QE, Currency Wars, Dollar Demise, Gold Demand but No Supply

Deep Politics Monitor - Mer, 26/11/2014 - 20:31
Published on Nov 24, 2014 _____ Related: Gold: Four Major Global Breakdown Sites (Jim Willie)

Due concetti incompresi: la velocità del denaro e la deflazione

Freedonia - Mer, 26/11/2014 - 11:10
Oggi potremmo deliziare i nostri occhi non con uno, ma ben due articoli di Macleod (1 & 2) il quale ci condurrà ad esplorare il mondo dei miti duri a morire. Nel frattempo vorrei concentrarmi, in questa breve introduzione, su una breve analisi della situazione giapponese. Come dicevo in questo mio articolo dell'ottobre scorso riguardo le operazioni nel mercato repo, la FED stava creando una scarsità artificiale nel mercato obbligazionario statale distorcendone il relativo mark-to-market. Ora apprendiamo (per quanto paradossale possa sembrare) la possibilità che il QE sia terminato a causa di una scarsità eccessiva di T-bond a 10 anni. Questo, come ci mostra questo grafico di JP Morgan, pare non essere un problema per il Giappone. Ogni nuova emissione sarà prevalentemente fagocitata dalla BoJ, annientando ogni parvenza di onesto price discovery, di rischio legato ai rendimenti e di calcolo dell'inflazione. Tesi confermata anche da questo articolo della Reuters, in cui si afferma che la ripresa è troppo debole e si è scelto di ritardare l'introduzione di una nuova tassa. Ovvero, più della stessa cosa. La cosa da notare, comunque, è che la popolazione sta diventando pesantemente scontenta delle politiche folli di Abe, sentimento confermato da un calo ulteriore della fiducia dei consumatori ad ottobre (scesa a 38.9 rispetto al 39.9 del mese precedente). Quanto può essere sostenibile una pratica simile?
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di Alasdair Macleod


Se c'è un concetto che illustra la differenza tra un approccio macroeconomico top-down e la realtà della vita quotidiana, è la velocità di circolazione della moneta. Confrontate le seguenti frasi:

"Il crollo della velocità testimonia la sostanziale allocazione improduttiva del capitale causata da regimi monetari allentati degli ultimi 20 anni." Nota di ricerca di un broker rilasciata il settembre scorso

"Gli economisti matematici si rifiutano di iniziare le loro indagini dalla domanda dei vari individui nei confronti dell'offerta di denaro. Essi invece introducono il concetto spurio di velocità del circolante, seguendo il modello della meccanica." Ludwig von Mises, L'Azione Umana.

L'obiettivo di questo articolo non è sottolineare il disaccordo con la conclusione del broker; piuttosto è quello di esaminare la base su cui è costruita.

L'idea della velocità di circolazione è nata dalla teoria quantitativa della moneta, la quale collega le variazioni nella quantità di moneta alle variazioni del livello generale dei prezzi. Ciò è indicato nell'equazione dello scambio, in cui gli elementi di base sono il denaro, la velocità e la spesa totale, o PIL:

Quantità di Denaro x Velocità del Circolante = Spesa Totale (o PIL)

Supponendo di essere in grado di quantificare sia il denaro sia la spesa totale, otterremmo la velocità. Ma questo non ci dice perché la velocità varia: tutto quello che sappiamo è che deve variare al fine di bilanciare l'equazione. Si potrebbe ugualmente affermare che due grandezze completamente indipendenti possono essere messe in un'equazione matematica, fintanto che viene inclusa una variabile la cui unica funzione è quella di mantenere sempre in equilibrio l'equazione stessa. In altre parole, l'equazione non ci dice nulla di per sé.

Questo è un problema irrisolto data l'attuale dipendenza degli analisti da statistiche e modelli informatici. Il dubbio lasciato dalla statistica risiede nel suo progresso compiuto nel quantificare l'economia, tanto che alla London School of Economics una macchina chiamata MONIAC (monetary national income analogue computer) utilizzava la meccanica dei fluidi per modellare l'economia del Regno Unito. Questo e altri modelli informatici più recenti danno credito ingiustificato all'idea che l'economia possa essere modellata, che derivazioni come la velocità possano essere spiegate e che da tutto ciò possano essere tratte conclusioni valide.

La critica di Von Mises si basa sulla logica: l'economia è una scienza sociale e non una scienza fisica. Pertanto le relazioni matematiche devono limitarsi strettamente alla contabilità e non essere confuse con l'economia, o come diceva lui, con l'azione umana. Purtroppo il concetto di velocità è così radicato nel nostro modo di pensare, che di solito questo punto vitale ci sfugge. Infatti lo stesso vale per il PIL, o il lato destro dell'equazione.

Il PIL è solo una identità contabile: niente di più. Mette nello stesso calderone il gin con le palle da golf, riducendo entrambe le cose ad un valore monetario. Gli statistici selezionano ciò che viene incluso in modo che ci sia uno squilibrio in favore dei beni di consumo rispetto agli investimenti di capitale. Il PIL non ci dice nulla su un'economia mutevole composta da successi, fallimenti e desideri/necessità umane difficili da prevedere, che presi tutti insieme formano il progresso economico. E poiché è viziato nella sua composizione e non ci dice nulla circa il progresso, il valore di questa statistica è grossolanamente esagerato.

L'unica certezza apparente nell'equazione è la quantità di denaro, assumendo che sia tutto registrato. Nessuno sembra preoccuparsi del denaro non registrato, come quello nel settore bancario ombra, quindi dovremmo lasciar cadere qualsiasi dubbio su tale questione. Se il denaro fosse sonante, come lo era quando venne concepita la teoria quantitativa della moneta, si potrebbe supporre che un aumento della sua quantità tenderebbe ad aumentare i prezzi. Ciò venne sperimentato dopo l'importazione spagnola di oro e argento dal Nuovo Mondo nel XVI secolo, e dopo i boom minerari in California e Sud Africa. Ma mettere in relazione un aumento della quantità di oro con i prezzi in generale, è al massimo la somma di un certo numero di fattori diversi che determinano il rapporto di prezzo tra denaro e beni.

Oggi il denaro sonante, il cui potere d'acquisto era regolato dalle preferenze umane oltre i confini nazionali, non c'è più. Invece abbiamo valute fiat il cui potere d'acquisto è formalizzato in scambi con l'estero. Quando l'8 ottobre 2008 la corona islandese si dimezzò di valore, tale evento non ebbe niente a che fare con cambiamenti nella quantità di denaro o col PIL islandese. Ma se cercassimo di interpretare la velocità in questo caso, ci troveremmo di fronte ad un'eccezione poiché essa aumentava nonostante i prezzi sul mercato interno assorbivano lo shock impartito dagli scambi con l'estero.

Il collasso valutario dell'Islanda non è un evento isolato. Il potere d'acquisto di una moneta fiat varia continuamente, fino al punto di perderlo del tutto. La verità è che l'utilità di una moneta fiat dipende interamente dalle opinioni soggettive dei singoli individui espresse attraverso i mercati, e non ha nulla a che fare con un rapporto meccanico della quantità. A questo proposito, un limite al potenziale illimitato di emissione della valuta o un cambiamento nella percezione di stabilità finanziaria nei confronti di coloro che la emettono, come ha scoperto l'Islanda suo malgrado, possono essere sufficienti a destabilizzarla.

Secondo l'equazione, non è così che le cose dovrebbero funzionare. L'ordine degli eventi procede prima attraverso un aumento della quantità di moneta e poi attraverso un aumento dei prezzi, perché la logica monetarista afferma che i prezzi aumentano a causa di una spesa di denaro extra, e non per denaro ancora da spendere. Con una teoria meccanica, non ci può essere spazio per la soggettività.

E' quindi assurdo concludere che la velocità sia un segnale importante. Il monetarismo ci deve ancora arrivare, ma quando finalmente lo scoprirà, comprenderà che la velocità non è altro che un fattore per equilibrare la sua equazione. Sarebbe stato meglio se la citazione del broker si fosse limitata ai regimi monetari allentati degli ultimi 20 anni, i quali sono responsabili per la sostanziale cattiva allocazione del capitale, troncando totalmente la parte sulla velocità.

Forse un piccolo slittamento sulla via verso una conclusione sensata; ma è indicativo della falsa meccanizzazione del comportamento umano presupposto dai moderni macro-economisti. Tuttavia va anche notato che è impossibile far quadrare il concetto di velocità del circolante con un semplice fatto della vita di tutti i giorni: noi guadagniamo i nostri stipendi solo quando ce li abbiamo in mano e solo dopo li possiamo spendere. Questa è una velocità costante di circa uno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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Non c'è dubbio che i rischi di deflazione siano aumentati nelle ultime settimane, se non altro perché il dollaro è aumentato notevolmente rispetto alle altre valute.

Capire la natura effettiva di questo rischio, al contrario di quello che dicono le teste di legno, sarà fondamentale per la sopravvivenza finanziaria, in particolare per quella di coloro con un interesse nei metalli preziosi.

La struttura economica associa la deflazione, o il calo dei prezzi, ad una mancanza di domanda. Da ciò ne consegue che se viene lasciata sfogare, la deflazione porterà a fallimenti di imprese e, in definitiva, ad insolvenze bancarie a causa della contrazione del credito bancario. Pertanto, prosegue tale ragionamento, la domanda e la fiducia dei consumatori devono essere stimolate per assicurarci che questo non accada.

Dobbiamo tenere a mente tutto ciò quando dobbiamo giudicare la risposta agli eventi attuali. Per il momento possiamo notare l'esistenza di segni che preoccupano le banche centrali: l'economia giapponese sta implodendo nonostante l'espansione monetaria aggressiva; la zona Euro mostra gli stessi sintomi; il Regno Unito è fortemente dipendente dal commercio con la zona Euro e le sue ottime prestazioni si stanno raffreddando. Il grafico sottostante ci mostra come quanto detto qui sopra si sia riflesso nelle loro rispettive valute.




Particolarmente allarmante è stata la performance sin da metà ottobre, con lo yen che è letteralmente sprofondato. Dato l'effetto previsto sull'inflazione dei prezzi degli Stati Uniti, possiamo essere certi che se queste valute si indeboliranno ulteriormente la FED agirà.

Per comprendere la portata del problema bisogna osservare l'enormità dei flussi di capitali coinvolti. Il grafico seguente ci mostra la relazione tra le principali valute mondiali e il dollaro stesso.




Il rapporto di leva tra la base monetaria USA e quella globale è di oltre quaranta volte. Mentre il Giappone e la zona Euro affrontano una crisi profonda, i flussi di capitale ritornano nuovamente verso il dollaro, cosa che sembra stia accadendo proprio oggi. Gli economisti, che ancora aspettano una crescita economica per gli Stati Uniti, sembrano sembrano non aver ben compreso le implicazioni più ampie per l'economia degli Stati Uniti e il dollaro stesso.

La FED, che porta il peso della valuta di riserva mondiale, finirà sotto pressione affinché plachi la situazione: svilirà il dollaro. Finora la svalutazione del dollaro sembra aver riscosso scarso successo a livello di prezzi al consumo, cosa che potrebbe spronarla ad agire in modo più aggressivo. Ma è meglio fare attenzione: non si tratta di una semplice messa a punto.

Per il momento i mercati dei capitali sembrano adattarsi alla deflazione frammentaria. Gli analisti stanno rivedendo al ribasso le loro aspettative di crescita per il Giappone, l'Eurozona e la Cina, e suggeriscono di vendere le commodities. Devono ancora applicare la stessa logica alle azioni e valutarne l'effetto sulle finanze pubbliche: quando lo faranno, ci si potrà aspettare rendimenti dei titoli di stato in ascesa e un calo delle azioni.

Il calo del prezzo dell'oro è un fenomeno avulso dalla realtà economica. Mentre è superficialmente facile collegare un dollaro forte a un prezzo dell'oro debole, questa argomentazione non tiene conto degli inevitabili rischi sistemici e di cambio che derivano da una crisi economica. L'apparente mispricing di oro, azioni, obbligazioni e valute indica anche che sono tutti maturi per una correzione simultanea, guidata da ciò che l'establishment economico definisce deflazione, ma che più correttamente viene definita crollo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Grant Williams: The Consequences Of Economic Peace

Deep Politics Monitor - Mer, 26/11/2014 - 09:44
From ZeroHedge:  The following chart-heavy presentation from Grant Williams is among his best as he wends his way methodically from the 19th century to the present day (and into the future) examining "The Consequences of the Economic Peace." From Keynes to Kondratieff and from Napoleon to Nixon, Williams looks at the ramifications of several decades of easy credit and attempts to draw parallels

Böhm-Bawerk e la struttura intertemporale del capitale

Von Mises Italia - Mer, 26/11/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente su LaRibellioneDelleMasse]

Böhm-Bawerk accoglie il nuovo tipo di impostazione data da Menger alla teoria economica; da un lato riprende l’idea d’una produzione che si sviluppa nel tempo, dall’altro la differenza tra beni in grado di soddisfare in modo diretto i bisogni (beni di consumo, o beni del primo ordine) e beni in grado di soddisfarli in maniera indiretta (beni di capitale, o beni di ordine superiore); su questi costruisce la sua teoria del capitale.

Noi non esporremo la teoria di Böhm-Bawerk nella sua interezza, che in sé risulta una teoria economica compiuta in tutte le sue parti; ci limiteremo ad esporre due concetti, che Hayek riprende e su cui costruisce la teoria del ciclo economico: il periodo di produzione, e la cosiddetta legge della maggior produttività dei metodi di produzione indiretti (more roundabout method of production).

Böhm-Bawerk parte da una domanda: in quali modi l’uomo può utilizzare le forze produttive di base (lavoro e terra) al fine di realizzare dei beni? Fondamentalmente può combinarli in due modi. Il primo è di combinarle tra loro in modo che il bene sia il risultato immediato di questa combinazione.

Il secondo è usare una via indiretta (roundabout way) e, con quanto inizialmente a sua disposizione, realizzare un primo bene, e dopo, con l’ausilio di questo, ottenere il bene finale desiderato.

Tra i tanti esempi che ci fornisce Böhm-Bawerk c’è quello del pescatore: egli può procurarsi dei pesci in maniera diretta semplicemente pescando i pesci con le mani; può procedere in maniera indiretta, dotandosi prima d’una canna per pescare, e solo dopo cimentarsi nell’attività di pesca; oppure può procedere in maniera ancora più indiretta, costruendo una barca e una rete da pesca; in questo ultimo modo avrà la possibilità di aumentare ancora la resa del suo lavoro (la produttività), soprattutto a confronto del modo diretto.

A mano a mano che aumenta la distanza tra l’iniziale applicazione del lavoro e l’ottenimento dei beni desiderati, e quanto più aumentano i beni “intermedi”, tanto più le tecniche utilizzate si fanno capitalistiche:

L’adozione del metodo capitalistico di produzione produce due conseguenze, una positiva, l’altra negativa. Il lato positivo consiste nella più elevata produttività tecnica di questo metodo. Con un eguale impiego di forze produttive primarie si può produrre una quantità maggiore di beni (o la stessa quantità ma di qualità migliore) tramite un’accorta scelta del metodo capitalistico rispetto a quanto si può ottenere con la produzione diretta (non assistita). Il lato negativo è relativo al sacrificio di tempo. I metodi capitalistici o indiretti sono convenienti in termini di risultati ma sono lunghi; danno luogo a quantità maggiori (o identica quantità ma di migliore qualità) ma solo dopo un certo periodo di tempo”.1

Il processo è inteso, quindi, in senso direzionale: partendo dai fattori originari, lavoro e risorse naturali, si procede in avanti e, passando attraverso la realizzazione dei prodotti intermedi, si giunge ai beni di consumo. Tanto maggiore è la quantità di prodotti intermedi, tanto più numerosi sono gli stadi attraverso cui i beni devono transitare per arrivare alla stadio del consumo, tanto più tempo è necessario per la conclusione del processo produttivo; la struttura che ne risulta è allungata, e quindi a maggiore intensità capitalistica.

Il modo in cui Böhm-Bawerk cerca di misurare tale lunghezza della struttura produttiva è il periodo medio di produzione. Tale concetto sarà sottoposto ad innumerevoli critiche, a cominciare da quella classica del professor Knight. Lo stesso Wicksell, grande estimatore di Böhm-Bawerk, di cui riprenderà la teoria del capitale, sviluppandola e dandole una veste formale, mise in mostra che il periodo medio di produzione sarebbe potuto esser accettato come corretta unità di misurazione solo qualora si fossero dati come assunti: un unico fattore di produzione (ma lo stesso Bawerk ne individua due), l’inesistenza di preesistente capitale fisso (bisogna cioè intendere tutto il capitale come capitale circolante), e l’utilizzo di tassi di interessi semplici (e non composti).

Hayek utilizzò per qualche tempo la nozione di periodo medio di produzione (in Prezzi e Produzione, ad esempio, la utilizza largamente), per poi abbandonarla definitivamente nell’ultima sua vera e propria opera economica, The Pure Theory of Capital(1941).

In «The Mithology of Capital» Hayek definisce il periodo medio di produzione «un’astrazione senza senso che ha poco o nulla a che vedere col mondo reale».2

Ma procediamo con un esempio: si ponga l’esistenza d’un solo fattore produttivo, il lavoro: “In questo caso il periodo medio di produzione è calcolato nel seguente modo: ogni unità di lavoro utilizzata nel processo produttivo viene moltiplicata per il lasso di tempo che intercorre tra la sua iniziale applicazione ed il completamento del processo. Le unità di lavoro, così contabilizzate, sono poi sommate tra loro, ed il risultato diviso per il numero di unità di lavoro applicate. Se, per esempio, 3 unità lavorative sono applicate 2 unità periodali di tempo e 2 unità lavorative 1 unità periodale di tempo prima che il bene di consumo sia completato, allora il periodo medio di produzione si calcola [(3×2) + (2×1)]/ 5 = 1,6 “.3

E’ piuttosto chiaro che calcolando in questo modo, le unità più lontane nel tempo influenzano la lunghezza del periodo medio di più rispetto a quelle applicate per meno tempo.

Di fatto Böhm-Bawerk postula una proporzionalità diretta tra periodo medio di produzione e rendimento della produzione stessa: al crescere del periodo medio, aumenta anche il rendimento (seppur a tassi decrescenti). E’ questa la “legge del maggior rendimento dei processi produttivi più lunghi”.

Wicksell dedica una parte dei suoi “Saggi di Finanza Teorica” alla teoria del capitale di Böhm-Bawerk:

Il punto centrale della dottrina di Böhm-Bawerk risiede nella premessa, che un aumento della produttività media del lavoro impiegato è sempre possibile con una opportuna introduzione di lavoro preparatorio, ciò che equivale ad un allungamento del periodo medio di investimento (n.a. Wicksell preferisce parlare di periodo medio di investimento, mutuando l’espressione da Jevons, piuttosto che di periodo medio di produzione) del capitale impiegato.

Quest’affermazione era intesa naturalmente non soltanto nel senso che una quantità maggiore di lavoro produce di più, ma in quello più vasto che una medesima quantità di lavoro, ripartita uniformemente su di un maggior periodo di tempo, risulterà più produttiva di quanto non lo sia la medesima quantità di lavoro applicata ad un processo produttivo più breve del medesimo tipo, o addirittura ad una produzione immediata che non richieda capitali”4

La legge di Böhm-Bawerk cui sopra è valida per ogni punto di tempo. Non viene negata la possibilità del progresso tecnico, il cui effetto è di accorciare il periodo medio di produzione; ma considerando come dato il livello tecnico, in ogni istante dovranno esistere una serie di tecniche di produzione che, a causa della maggiore lunghezza, garantirebbero un rendimento maggiore di quelle in uso. In questo caso è il livello del tasso di interesse a determinare la convenienza ( e quindi l’applicazione) di una determinata tecnica a maggiore intensità capitalista. Böhm-Bawerkk ripete più volte che tale legge non può essere desunta logicamente da una serie di assunti; ed ammette anche l’impossibilità concreta di misurare il periodo di produzione. Pur non potendo dimostrare la validità della legge, nondimeno la suffraga con tutta una serie di esempi e di argomenti (per i quali rimandiamo all’opera originale di Böhm-Bawerk). Di questi argomenti uno ci interessa particolarmente, e lo troviamo nel quarto capitolo del secondo libro di “The Positive Theory of Capital”. Qui Böhm-Bawerk dice che la sua legge non è altro che una particolare interpretazione dell’invece generalmente accettata tesi secondo cui la produttività del lavoro aumenta quando aumenta il capitale con cui viene combinato. Per Böhm-Bawerk parlare di incremento di capitale per lavoratore equivale a dire che si adottano tecniche di produzione più lunghe, più indirette. Chiaramente non viene affermato che un incremento del 10% del capitale per lavoratore equivale ad un allungamento del 10%; più verosimilmente si richiede che quando aumenti il rapporto capitale per lavoratore, la lunghezza del periodo produttivo sociale (globalmente inteso) aumenti. Böhm-Bawerk giustifica questa affermazione con un’ analisi del processo di risparmio:

Con una forza lavoro data, il risparmio aumenta lo stock pro capite di capitale diminuendo la domanda di beni di consumo, e spostandola verso i beni di produzione. Il lavoro risulta così riallocato dalla produzione di beni di consumo verso stadi più lontani dal consumo, verso la produzione di beni capitale; il che non vuol dire niente altro che un allungamento del periodo medio di produzione”.5

Un aumento nel risparmio, al quale fa da contraltare la diminuzione del consumo, provoca una maggior disponibilità di fondi disponibili; data la domanda, il prezzo di questi (il tasso di interesse) tende a scendere. In Böhm-Bawerk v’è quindi un collegamento diretto tra il livello del tasso di interesse, e le tecniche produttive scelte; a seconda del livello del tasso di interesse, si modifica la convenienza ad adottare delle tecniche a maggiore o minore intensità capitalistica, si modifica la lunghezza del periodo medio di produzione.

Se indichiamo con y il prodotto in termini di beni di consumo per unità di lavoro e il periodo medio di produzione con τ, possiamo esprimere le scelte tecnologiche possibili sotto forma della seguente funzione di produzione temporale:

y = f ( τ) con dy / dt > 0 d2y/d2t < 0

funzione crescente a tassi decrescenti. Alla funzione di produzione è associata una relazione corrispondente tra saggio di salario reale, w, cioè salario espresso in unità del bene di consumo, e tasso d’interesse, r:

r=r(w) con: dw/dr <0

La relazione w-r, la curva salario-interesse, è rappresentata nella parte b della fig 1. Quello che si mette in evidenza qui è una relazione inversa tra saggio di salario reale e tasso di interesse; ed il che si spiega con l’idea che ogni diminuzione del saggio di interesse determina, ceteris paribus, un aumento relativo del saggio di salario (e viceversa), e quindi una convenienza a sostituire il lavoro con il capitale, ora meno costoso; cioè ad un allungamento della struttura produttiva.

Gabriele Manzo

 

Note

1 von Bohm Bawerk, E. 1889 Positive Theory of Capital pg 82 (traduzione dall’inglese)

2 Hayek, F, 1936, The Mithology of Capital, Quarterly Journal of Economics, 1936, vol. 50, n. 2, p. 200

3 Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 4 (traduzione dall’inglese)

4 Wicksell K, 1934, Saggi di Finanza teorica, pg 32

5 Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 9 (traduzione dall’inglese)

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Amici 5 Stelle: svegliatevi!

Luogocomune.net - Mar, 25/11/2014 - 23:00
Un paio di mesi fa avevo scritto un articolo intitolato "Salvini alternativa a Beppe Grillo?", nel quale dicevo che "se i 5 Stelle non si svegliano e non mettono a fuoco rapidamente i punti del loro programma, imparando ad esporli in modo chiaro e convincente per tutti, rischiano seriamente di venire sorpassati dalla Lega di Salvini."

Domenica scorsa questo è successo. In Emilia Romagna il partito di Salvini è arrivato al 20% dei voti, mentre il 5Stelle ha preso solo il 13%.

Ora ci saranno i soliti apologeti che vorranno spiegarmi come "le regionali sono un'altra cosa", oppure che "in fondo i 5 Stelle hanno raddoppiato i loro voti rispetto alle regionali del 2010".

Ma sono tutte giustificazioni inutili. La verità è lì, davanti agli occhi di tutti: la Lega vola, i 5 Stelle affondano.

Perchè? La risposta è semplice: Salvini è in televisione dal mattino alla sera, i 5 Stelle in Tv non ci sono.

In un altro articolo, poco tempo fa, avevo scritto: "Sta alle forze che vogliono opporsi a questo rischio di recuperare al più presto la propria voce e la propria identità, a livello mediatico. Non basta fare ogni tanto un proclama dal Parlamento, dicendo "noi siamo contrari per questo o per quel motivo". Bisogna andare ad affrontare l'avversario sul suo stesso terreno - quello dei media mainstream - perchè è quello il terreno, piaccia o non piaccia, sul quale si giocherà il futuro dell'Italia."

Ora i fatti mi stanno dando ragione: chi non va in TV, per la massa degli elettori semplicemente non esiste: questa è una realtà tanto dolorosa quanto inconfutabile.

Ma la cosa più fastidiosa, rispetto alla questione di andare o meno in TV, sono le scuse patetiche che alcuni 5 Stelle si inventano pur di giustificare il loro rifiuto a partecipare al confronto televisivo: [...]

Perché un ritorno al denaro sonante è quasi impossibile

Freedonia - Mar, 25/11/2014 - 11:11




di Ron Paul


Il mio interesse per il mondo della politica germogliò la domenica del 15 agosto 1971. Per decenni, io, come tutti gli americani, ho vissuto in un paese dove era illegale possedere oro. L'idea sembra assurda oggi, ma c'è stato un tempo in cui lo stato sequestrò l'oro di tutti i cittadini e lo mise fuori legge.

Da quel momento in poi, anche la cartamoneta in circolazione non fu più coperta da oro. Poi, in quella domenica del 1971, il presidente Nixon recise l'ultimo legame tra gli americani e il denaro sonante: chiuse la finestra internazionale dell'oro, la quale permetteva ai governi stranieri di scambiare 35 dollari di carta per un'oncia d'oro. Quello fu l'ultimo giorno in cui il denaro ebbe un qualche valore avulso dalla volontà del governo. E nessuno sembrò preoccuparsene.

Ero molto preoccupato per la cattiva gestione del denaro, per quello che avrebbe significato per l'economia degli Stati Uniti e per la nostra libertà. Iniziai a cercare modi per sensibilizzare di nuovo le persone al denaro sonante, o almeno consentire loro di possedere oro legalmente.

Mentre venivo sempre più coinvolto nel tentativo di legalizzare la proprietà dell'oro, ebbi l'opportunità di incontrare alcuni degli economisti più eminenti di libero mercato, tra cui Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Murray Rothbard. Incontrare e apprendere da queste menti brillanti fu illuminante, poiché non solo appresi una sana teoria economica, ma imparai anche a diffondere quel messaggio al popolo americano.

Quando il deputato locale si dimise a metà del suo mandato, decisi di correre per il suo posto, pensando che il peggio che mi potesse capitare fosse vincere. Fortuna volle che vincessi quell'elezione e altri tre termini, in un'epoca in cui l'America stava affrontando un'inflazione alta, tassi di interesse elevati e disoccupazione alta.

E non passò nemmeno un decennio prima che il dollaro fiat creato da Nixon causasse seri problemi economici. Gli americani erano alla ricerca di risposte, chiedendo perché il sistema economico propagandato come fautore di crescita economica e la liberazione dalle costrizioni dell'oro erano ora i responsabili di una delle crisi economiche più gravi e più lunghe sin dalla Grande Depressione.

Fin dall'inizio del mio servizio come membro del Congresso, ho cercato di usare il mio ufficio come una piattaforma educativa per rendere gli americani consapevoli delle intrusioni e delle depredazioni del governo federale. La politica monetaria è sempre stata un problema che mi ha profondamente preoccupato, data l'importanza del denaro sonante in una società libera.

Il mio coinvolgimento con la Scuola Austriaca ha rafforzato l'importanza del denaro sonante, visto che la teoria Austriaca del ciclo economico — i boom e bust — spiega con precisione le conseguenze disastrose del denaro fiat; conseguenze di cui stiamo soffrendo anche adesso. E così ho cercato di istruire il popolo americano sulle questioni monetarie.

Durante i miei primi anni al Congresso, ho ricoperto il ruolo di membro della House Banking Committee e della U.S. Gold Commission, dove ha cercato di condividere il mio punto di vista Austriaco piuttosto impopolare. In qualità di membro della Banking Committee (che poi è diventata la Financial Services Committee), ho cercato di portare alla luce gli effetti distruttivi del Federal Reserve System e della sua politica monetaria sul dollaro e sul tenore di vita della persone.

Come membro della Gold Commission, ho sostenuto il ritorno all'uso dell'oro come moneta. Insieme a Lew Lehrman presentai una relazione alla Commissione, un dissenso dal parere di maggioranza che poi fu poi trasformata nel libro The Case for Gold.

Dopo una lunga pausa, sono tornato al Congresso nel 1997 e più precisamente nella Banking Committee, ricoprendo nel 2011 il ruolo di presidente della Domestic Monetary Policy Subcommittee (DMP) — la sottocommissione con giusrisdizione sulla Federal Reserve e sul denaro della nazione. La presidenza di questa sottocommissione era l'unica posizione a Washington che avessi mai voluto, e per molti anni sembrava che non l'avrei mai raggiunta.

Quando sono tornato al Congresso nel 1997, i miei termini di servizio precedenti non mi furono riconosciuti e così dovetti ricominciare tutto da capo. Ogni volta che mi sembrava di essere ad un passo da quella presidenza, succedeva qualcosa e ne venivo allontanato. Una volta un membro più anziano si era unito alla sottocommissione, un'altra volta due sottocommissioni dovevano unirsi, ma il risultato era sempre lo stesso: venivo escluso.

Questa charade è andata avanti fino al 2007, quando Spencer Bachus passò di grado. Fu allora che divenni idoneo per la Domestic and International Monetary Policy Subcommittee. Quando Bachus divenne presidente della Financial Services Committee nel 112° Congresso, ciò mi permise di prendere la presidenza della sottocommissione DMP.

Ci sono alcuni che si aspettano che un singolo deputato possa fermare da solo una legge incostituzionale o riparare a tutto ciò che c'è sbagliato a Washington. Quando sono diventato presidente della DMP, probabilmente c'erano molti che si aspettavano che io avessi fermato in qualche modo la politica monetaria espansiva della Federal Reserve. Magari avessi potuto!

La realtà, però, è che un singolo membro del Congresso, un presidente di una sottocommissione o anche un presidente di una commissione, può fare poco per spostare il Congresso in una direzione che né capisce né trova politicamente appetibile.

Ci vogliono i numeri per raggiungere il successo legislativo, e i numeri non sono favorevoli al denaro sonante. Invece di concentrarsi su ciò che è bene per il paese, i membri del Congresso troppo spesso sono più interessati a segnare i punti politici, a gestire la loro immagine pubblica, o a conservare i loro buoni rapporti con la leadership del partito.

Alla luce di questi fatti, mi sono reso conto che un singolo membro del Congresso può fare ben poco (dal punto di vista legislativo) per promuovere la causa della libertà. Anche ricoprire la presidenza del DMP, la sottocommissione con un certo potere sulla Federal Reserve, significa avere poche possibilità di frenare la FED, soprattutto quando la Camera è contro di noi, per così dire.

Quello che la presidenza della DMP mi ha permesso di fare, è qualcosa che ho sempre pensato che fosse necessario: istruire. E' impossibile parlare di riforma quando le persone non sanno nulla circa il sistema che deve essere cambiato o le opzioni per cambiarlo. Quindi ho cercato di portare alla luce le questioni importanti riguardanti la moneta che per decenni non erano state discusse nelle sale del Congresso.

Nelle nostre audizioni abbiamo esaminato i problemi dell'attuale sistema monetario; il rapporto tra la Federal Reserve e il debito pubblico; l'impatto negativo dell'espansione moentaria sull'economia; la creazione del ciclo di espansione e contrazione; e la sofferenza causata dalla falsa prosperità del credito a basso costo.

Abbiamo esaminato i problemi del nostro sistema bancario a riserva frazionaria, gli impedimenti al denaro sonante che emergono dal mercato e persino l'abolizione della Federal Reserve. Attraverso il mio ufficio al Congresso, abbiamo invitato oratori per dare lezioni sulla storia e sul denaro allo staff di altri uffici — lezioni che sono state viste da centinaia di migliaia di persone su YouTube.

Anche con l'attenzione sull'istruzione, la sottocommissione non ha trascurato il suo dovere di sorvegliante, svolgendo un lavoro più attento rispetto ai tre mandati precedenti messi insieme.

Abbiamo tenuto audizioni sulle azioni della FED durante la crisi finanziaria, sulle sue linee di swap non garantite con le banche centrali estere e abbiamo sondato lo status delle riserve auree del governo degli Stati Uniti — che sono costituite per lo più da oro sequestrato ai cittadini americani quando ne venne bandito il possesso. (Le nostre indagini sembrano aver indotto la zecca degli Stati Uniti ad effettuare una verifica dell'oro detenuto presso la Federal Reserve Bank di New York, cosa che non è mai stata fatta da quando l'oro venne messo in quel caveau molti decenni fa.)

Certo, avremmo potuto fare molto di più ma purtroppo non è stato possibile, dato il nostro tempo e le risorse limitate. Per questo ci sarà sempre qualche rimpianto.

Il premio Nobel Friedrich Hayek disse che: "[...] Tutti coloro che vogliono fermare la deriva verso un controllo statale sempre più invadente, dovrebbero concentrare i loro sforzi sulla politica monetaria." Col mio tempo al Congresso, la mia breve presidenza della DMP e le mie altre iniziative varie ho sempre cercato di seguire questo consiglio.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Cause fear is strong and love’s for everyone

Tra cielo e terra - Mar, 25/11/2014 - 00:33

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un modo semplice per evitare errori madornali

Freedonia - Lun, 24/11/2014 - 11:13




di Bill Bonner


[Questo articolo è un breve estratto dall'ultimo libro di Bill Bonner, Hormegeddon: How Too Much Of A Good Thing Leads to Disaster.]


I grandi gruppi di persone commettono errori madornali di volta in volta.

I repubblicani possono guidare l'auto più o meno bene così come i democratici o i comunisti. Dei milioni di auto sulla strada, guidate dai rosacroce, dai rotariani, dagli ambientalisti e da ogni sorta di persone con un certo tipo di idee, gli incidenti sono relativamente pochi.

Prendendo le proprie decisioni circa la loro vita, le persone di ogni tipo vanno d'accordo piuttosto bene — anche quando guidano l'auto ad alte velocità con a fianco un individuo di idee opposte. Obbediscono semplicemente a delle regole generali — tenere la destra (o la sinistra)! — e decidono i dettagli minori per sé stessi.

Di solito vanno dove devono andare. Ma fidatevi di queste persone per quanto riguarda gli affari pubblici, e c'è una buona probabilità che finirete alla guida di carri armati che invadono la Polonia.

Il cervello umano è ben adattato quando si parla di guidare un auto e prendersi cura di sé stessi. Inconsciamente facciamo calcoli sulla vita e sulla morte nell'arco di secondi, e per la maggior parte delle volte sono corretti. Ma si è evoluto mentre viveva in piccoli gruppi, senza le astrazioni delle grandi dimensioni e della vita pubblica moderna.

La capacità di astrarre, o di capire le dinamiche dei grandi gruppi, non era necessaria. Questo probabilmente è il motivo per cui questa capacità di pensiero è così rara; il cervello non è attrezzato per strutturarla con successo. Chiedete al cervello umano di coordinare l'ordine di una pizza per cinque persone, e i risultati saranno eccezionali. Mettetelo al lavoro sull'Obamacare, sul monitoraggio dell'NSA, sul controllo delle armi da fuoco, o sulla finanza pubblica, e i risultati saranno sorprendentemente stupidi.

Le persone ambiziose fanno finta che non sia vero. Percepiscono che sia loro responsabilità leggere i giornali e cercare di decifrarne i titoli. Identificano l'eroe, il cattivo, l'amore e il conflitto. Fanno il tifo per il bravo ragazzo, maledicono il tizio in giacca e cravatta, e pregano che la loro squadra vinca.

Non possono immaginare una squadra senza un capitano o un esercito senza un generale o una guerra senza un vincitore. Hanno bisogno di pensare che qualcuno sia al comando — qualcuno che possa vincere la lotta contro un Destino incerto.

Poche persone possono digerire l'idea che la vita pubblica sia fuori dal controllo cosciente delle autorità in cui hanno riposto tanta fede. Deficitano di quello che Nietzsche definiva come un "amor fati"... una fede e un amore per il Fato. Alla gente non piace il Destino. Il Destino è quella roba cattiva che accade quando nessuno è al comando, quando regna il caos.

Invece credono nella capacità degli esperti benpensanti di "fare qualcosa" per generare un risultato migliore rispetto a quello che il Destino ha in serbo per loro. Vogliono un leader che uccida i loro nemici e porti a casa la vittoria. Vogliono che i funzionari pubblici forniscano piena occupazione, i soldi di qualcun altro, la Coppa America e birra gratis alla spina ventiquattro ore al giorno sette giorni la settimana.

Vogliono che qualcuno si sieda sul sedile del pilota e che li porti dove vogliono andare.

Ma dove vogliono andare? Non lo sanno. E la storia è in gran parte una sequela di parafanghi ammaccati, cadute e lamiere contorte — risultati che in realtà non avrebbero voluto in primo luogo.

La storia ignora le migliaia di miliardi di buone decisioni prese da privati ​​cittadini nella loro vita privata.

Noi non vediamo i calcoli dei barcaioli che portano le loro barche a riva. Difficilmente abbiamo notato l'arciere che scocca la sua freccia a pochi metri da un coniglio in corsa. Né la storia spende molto tempo sull'ausiliario del traffico che alle 11:07 fa attraversare la strada ai viaggiatori arrivati alla Pennsylvania Station di Baltimora da New York.

Ma la competenza di queste figure professionali ci fa sentire troppo sicuri di noi. Se siamo in grado di far fermare un treno esattamente al punto giusto, perché non un'economia? Se siamo in grado di imporre la nostra volontà, con la forza, su un coniglio... perché non sull'Alabama? Se siamo in grado di guidare una macchina, perché non tutta una società?

Sembra abbastanza ragionevole ed è in accordo con il nostro pregiudizio intellettuale — consolidato fin dai tempi di Aristotele e ristabilito nel Rinascimento — secondo cui siamo in grado di vedere, capire e dirigere il nostro futuro.

Ma se ciò fosse vero, la storia sarebbe molto meno variegata di quello che è. Quello che accade è che le persone stilano grandi progetti e falliscono miseramente.

Per esempio, gli abitanti della nazione X chiedono pane a buon mercato. Il governo assegna al progetto le sue menti migliori. Ben presto, le persone moriranno di fame.

La storia militare ci offre un sacco di esempi di errori di calcolo strategico, incomprensioni e avventatezza. Queste buffonerie appaiono nei documenti storici come semplici "errori", ma sono errori di un tipo particolare.

Sono quelli in cui si incappa quando si intraprendono progetti su larga scala nel mondo moderno, utilizzando cervelli evoluti e adattati per problemi molto più piccoli.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


Come sono guarito dal diabete

Luogocomune.net - Lun, 24/11/2014 - 10:10
Una interessante conferenza di Marcello Pamio che parla non solo del diabete, ma di tutti gli aspetti più importanti dell'alimentazione.

di Francesca Salvador

Ebbene sì, lo confesso. Il 13 settembre ho avuto un attimo di panico, e per un istante ho pensato "questa sera finisco al pronto soccorso". Ma che cosa stava succedendo?

Stavo accogliendo i partecipanti nella sala conferenze della biblioteca, quando è arrivato alla spiccolata un gruppo di persone visibilmente alterato. Una decina di loro mi ha fatto notare, in tono tutto sommato passabilmente gentile, che ho esagerato nel dichiarare sulle locandine della conferenza che si può guarire dal diabete, cosa che (secondo loro) tutti sanno impossibile. Improvvisamente mi sono trovata d'innanzi due persone, che con tono e postura minacciosi mi hanno apostrofata di brutto per le "bugie riportare nella locandina". Al che sono arretrata prudentemente di un passo. Ma nell'istante in cui stavano dicendo "lei NON può permettersi di scrivere queste falsità... è da delinquenti speculare sulla vita dei malati di diabete... (avevano forse letto i commenti del blog??) lo sanno tutti che NON si può guarire..." Lì, mi sono incazzata di brutto. [...]
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