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I Padroni del Clima - Episodio 1

Nel 2012, assieme ad un amico grafico, ci è stata offerta la possibilità di elaborare dei nuovi personaggi e una storia per "Il messaggero dei ragazzi"; nota rivista dei Frati Minori Conventuali di Padova e versione dedicata ai ragazzi del "messaggero di Sant'Antonio".

Creare dei nuovi personaggi è sempre un'esperienza appagante ma inizialmente c'era un pò di timore per alcune scelte che avevamo fatto nel tentativo di realizzare un prodotto di livello più elevato rispetto alla media di storie per ragazzi che avevamo visto in quel genere di pubblicazioni.

Un casco, un trattore e l'ordine di non ballare. Tre storielle di passaggio.

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Preso dallo sconforto generale di una realtà che sempre meno posso digerire e senza che essa nemmeno si prenda la briga di digerirmi, mi viene naturale svicolare verso temi particolari; meno grandi, meno importanti (almeno all'apparenza) sì da considerare le cose più vicine, quelle meno teoriche, meno astruse e che ogni tanto mi (ci?) toccano.

La riflessione è nata tra prati verdi e trattori rossi, grazie a una scampagnata fatta insieme ai miei questa primavera. Passando una giornata lieta ho potuto riscoprire il cosiddetto sapore di una genuinità tanto pregna di significato, quanto oggi sfuggente e quindi, mosso dal principio che le cose belle non bisogna perdere occasione di condividerle, sono a scriverne. Anche se, inevitabilmente, con la stessa forza vengono a dirmi cosa avrebbe bisogno di una revisione. 

Sensei arigatō

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Mi accingo a narrare una storia personale non per mettere i fatti miei in piazza, anzi, caratterialmente sono schivo dall’essere protagonista di alcunché. Tuttavia l’argomento che voglio trattare riguarda un uomo di cui ho molta stima e che per le traversie della vita avevo perso di vista, ciononostante mi è caro ringraziarlo pubblicamente per il bene che ho ricevuto nel frequentarlo.

Per esperienza so che il tempo cambia le cose e le persone e non tutti sono felici di sentirmi. La distanza non aiuta a cogliere le altrui sensibilità, e quindi ho in pratica tagliato tutti i ponti quando mi sono trasferito all’estero.

Il personaggio di cui voglio parlare, però, mi ha salvato la vita, qualche mese fa, anche se a sua insaputa e a mille miglia di distanza.

Sigmund Fraud e il tra-ditore

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Traduco a seguito un articolo scovato su un sito in italiano la cui traduzione mi ha fatto diventare una bestia assetata di sangue.  Questo sito chiaramente assimilabile al Gotha della farloccheide complottarda che ormai impesta il cyberspazio, ha tradotto l'originale in inglese in maniera evidentemente addomesticata alla sensibilità politicamente corretta con grappa e pregiudizi ideologici del traduttore.  Siccome al peggio non c'è limite, altri, non avendo dimestichezza con l'Inglese, l'hanno ripubblicato senza colpa.  

Inoltre, volutamente, l'autore si rivolge bruscamente al lettore con il tu, per responsabilizzarlo, mentre magicamente i farlocchi lo fanno diventare un noi, alla "Mal comune mezzo Claudio".  Se volete capire cosa dico andate su anticorpi.info per vedere la differenza 1.

Torino, una città inesistente

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E' alquanto sconcertante per il torinese rendersi conto che il posto che per lui è l'Ombelico del Mondo, per gli altri italiani è un posto di cui hanno sentito parlare solo per via della produzione di automobili FIAT (ora una ditta americana) o per una delle sue due squadre di calcio, la Juventus (che non è più una delle squadre della città da molto tempo).

Nessuno, se non per emigrarci negli anni '20 e '30 e poi ancora negli anni '50 e '60, ci si reca mai a meno che non sia francese (durante il festival della Cioccolata – una invenzione torinese - per le vie del centro si sente perlopiù parlare nella lingua transalpina), confermando il giudizio di Benito Mussolini, per il quale Torino, la Petite Paris, – ma per i torinesi è Parigi ad essere la Grand Turin – è “quella bastarda città francese”.

Eppure nel resto d'Europa usava essere rinomata: a turno “Il posto più salubre del mondo”, perché grazie alla bontà del progetto degli isolati e della fognatura napoleonica, quando era stata annessa alla Francia, era passata indenne alle epidemie di colera che colpivano tutta Europa (e fu il modello per la nuova Parigi di Napoleone III); “la città con la cucina migliore del mondo” (secondo Nietzsche); “la città più noiosa d'Europa, giustamente capitale della Prussia del Sud”, secondo Flaubert.

Segreti, bugie e l'e-mail di Snowden: perché sono stato costretto a chiudere Lavabit

Nella Locandina: Il fondatore di Lavabit, Ladar Levison

 

Ecco a voi una storia ambientata nella Terra della Libertà.  Ed un buon motivo per disertare ditte informatiche incorporate o con i servers in quella Terra.

Sebbene in teoria il sistema giudiziario americano sia uno dei più garantisti del mondo (e infinitamente più trasparente di quello italiano), in effetti lo è solo quando fa comodo al Governo americano, altrimenti le garanzie non funzionano più.  Inoltre, visto che il sovvenzionamento occulto tramite sgravi fiscali e finanziamenti indiretti delle startup informatiche da parte del Governo è unico al mondo per dimensioni e generosità, è solo naturale che quando il Governo chiede il conto (cioè informazioni), se gli si dice di no, esso ti scateni addosso tutta la forza dell'esecutivo.

Purtroppo, in America, credono veramente alla propaganda governativa, anche gente che si presumeva sveglia come Mr Levison... passami un lenzuolo per asciugarmi le lacrimette, Shingen!

Eccco di seguito cosa ci racconta sul Guardian di Londra:

Segreti, bugie e l'e-mail di Snowden: perché sono stato costretto a chiudere Lavabit 1

di Ladar Levison
 

  • 1. Secrets, lies and Snowden's email: why I was forced to shut down Lavabit:  http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/may/20/why-did-lavabit-shut-down-snowden-email 

Comunicazione di servizio...

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Sono impazzito.

Ho deciso, a sorpresa (sorprendendo prima di tutti il sottoscritto) di usare il FacciaLibro, seppure sotto pseudonimo (Pike Bishop), e non ho ancora ben capito perche'.

Propaganda Elettorale

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Anche qui, tristemente, facciamo propaganda elettorale:

 

 

 

Scalerò l'Everest, da solo! Parte Seconda: il Volo

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Link alla Parte Prima 

Wilson dovette modificare il suo piccolo aereo (assimilabile ad un ultraleggero dei nostri giorni) per intraprendere il viaggio dall'Inghilterra al Nepal.  La prima modifica assolutamente necessaria, benchè aggiungesse peso al velivolo, era un serbatoio supplementare.  Col serbatoio di serie avrebbe potuto viaggiare al massimo per 5 ore, cioè circa 400 miglia alla velocità di crociera di un'ottantina di miglia all'ora in condizioni perfette, che non era quel di cui necessitava per un viaggio in zone desolate e desertiche.

Tenete presente che stiamo parlando di un'epoca nella quale i trasporti aerei erano nella loro infanzia: uno dei problemi di chiunque si apprestasse ad un viaggio aereo era la rarità di aereoporti, persino in Europa, figurarsi altrove. E allorquando una pista fosse presente, non era garantita nessuna forma di assistenza e persino il rifornimento di carburante poteva essere un problema insormontabile: quando lo si trovava, spesso era di qualità scadente e proveniente da taniche arrugginite o contaminate con sostanze estranee.  Se si aggiunge a tutto questo la costante necessità di attenzioni e la delicatezza dell'impianto di carburazione dei motori aerei, in particolare quelli non all'avanguardia e risalenti alla decade precedente come quello di Wilson, si può capire in che razza di impresa si fosse cacciato, specie essendo un neofita del volo.  Imprese come quella che si apprestava a sostenere erano a quel tempo appannaggio di pochi piloti divenuti leggendari e immediatamente ascesi allo status di stelle di prima grandezza nel firmamento mondiale degli eroi popolari del periodo tra le due Guerre Mondiali: gente del calibro di Antoine de Saint-Exupery 1, Amelia Earhart 2 e Charles Lindbergh 3.  Di Maurice Wilson invece la stampa parlò solo in negativo, con scommesse sul fallimento della sua impresa: nessuno pensava che ce l'avrebbe fatta nemmeno sino al Mediterraneo e i più sostenevano che se fosse arrivato sulle Alpi, che a quell'epoca erano un ostacolo non da poco, si sarebbe comunque schiantato su quelle alte vette. 

Scalerò l'Everest, da solo! Parte prima.

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Se non l'aveste ancora visto vi invito a vedere quanto prima uno dei film fondamentali del cinema inglese (non le ultime versioni, bensi la prima delle due di Korda) Le Quattro Piume 1. Sembra un concentrato di luoghi comuni coloniali britannici, ma in realta non lo è.  E la storia che mi appresto a narrare - raccontata, per quanto sappia, in Italiano, solamente e brevemente da Messner in un suo vecchio libro 2 - è la storia di un uomo che come molti altri fu toccato personalmente dalla Prima Guerra Mondiale in più di un modo: e la Grande Guerra sigillò il suo fato in maniera inescapabile, proprio come la guerra in Sudan fece col protagonista del romanzo da cui il film sopra citato prende ispirazione. Maurice Wilson, questo il suo nome, non solo pagò la sua arditezza fisicamente, ma anche con l'applicazione di un intento quasi persecutorio verso di lui da parte dei suoi detrattori che ottennero che il suo spirito libero finisse per essere equiparato a follia maniacale e testarda idiozia, ostacolato costantemente nei suoi sforzi dall'autorita costituita.

10 cose che avrei voluto sapere ai tempi della scuola superiore

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da ReCraigslist1

 

Nella cultura di oggi, non ci si aspetta quasi nulla dai giovani; almeno finché non raggiungono l'età adulta, quel giorno glorioso atteso per anni, il giorno in cui si finisce l'università. E' il giorno in cui tutti i giovani smettono magicamente di sprecare tutto il loro tempo, di sprecare tutti i loro soldi, vanno a lavorare, iniziano a risparmiare per la pensione, iniziano a pagare la bolletta del telefono, l'assicurazione auto, l'assicurazione sanitaria, il cibo, l'affitto e iniziano a pagare questa piccola montagna di debito rappresentata dai prestiti studenteschi. Ci si aspetta un esito del genere da un lavoro perfetto che viene garantito dal conseguimento della laurea. Invece parecchi sono tornati a vivere con i loro genitori, indebitati fino al collo, disoccupati o sottoccupati, e completamente disillusi.

Se potessi tornare indietro e dare qualche consiglio ad un me stesso più giovane, queste sono dieci delle cose che vorrei dire.

Lucas

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Era più o meno il 1996 quando iniziai a scrivere l'ennesimo romanzo dopo almeno tre libri naufragati e questo nuovo nato che sarebbe naufragato in breve.

Il mio rapporto con la scrittura, nonostante i miei trascorsi da sceneggiatore di fumetti, è sempre stato conflittuale e mentre da una parte sentivo il profondo desiderio di cimentarmi con un romanzo, dall'altra provavo un timore reverenziale provocato sia dalla stima per quelli che consideravo "Veri Scrittori" come ad esempio: Italo Calvino, Iosif Brodskij e il mio maestro e mentore: Alberto Ongaro; sia per una feroce autocritica che mi impediva di considerarmi uno "Scrittore", specialmente davanti alla statura dei suddetti personaggi così come di molti altri.

In memoria di Cesco Ciapanna

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Questa mattina ho parlato con un amico che ancora legge Fotografare (o più correttamente Fotografare Novità 1) e ho ricevuto la notizia della dipartita di Cesco Ciapanna.

Avevo cominciato a comprare alla fine degli anni '70 il mensile fondato nel 1967 e diretto fino ad una dozzina di anni fa da Cesco Ciapanna .  Un mio amico lavorava in uno studio fotografico (ora come altri amici è passato prematuramente a miglior vita per un interesse troppo profondo e condiviso dalle persone più interessanti di quegli anni nell'alcool) e a casa aveva la collezione completa di Fotografare.  Erano gli anni in cui mi interessavo attivamente di fotografia, un hobby costoso che non mi potevo permettere, anche perché si sovrapponeva ad un'altra miriade di hobby costosi che già praticavo e per cui, incredibilmente, trovavo sempre il tempo (bella gioventù...) ma non i soldi.  Mi interessavo anche di iconografia ed altre stranezze varie ed assortite così che nella mia libreria costantemente in stato di ricompilazione per la vendita periodica dei libri allo scopo di finanziare qualche hobby - e per i miei frequentissimi traslochi traumatici - non mancavano fascicoli come quelli di Phototeca 2 e pubblicazioni alternative situazioniste underground sullo stile di Ma L'Amor Mio non Muore 3.  Il mio amico mi rivelò che il direttore, Ciapanna, che lui aveva incontrato in occasione di una mostra, era un personaggio singolarmente stimolante e che le sue imprese editoriali non si limitavano certo alla rivista di fotografia, anzi.  

  • 1. http://fotografare.com/ 
  • 2. Una pubblicazione trimestrale di genio che affrontava temi scabrosi quali la Storia Infame della Pornografia e la loro iconografia: impagabile, e ora materiale da collezionisti
  • 3. Una raccolta di documenti che ora si direbbero "antagonisti" che ormai e' diventata leggendaria.  Non ce l'ho piu', ma in rete probabilmente si trova qualcosa di piu' di quanto indicato nel mio link

"Siamo stati ingannati?" (Ma dai! Davvero?!)

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Nella Locandina: il tipico annunciatore del radiogiornale quotidiano.

 

Per i più tonti (ma anche per gli altri), una chiccha dalla trasmissione radiofonica Today della BBC 4, trasmessa il 2 gennaio scorso: l'intervento di John Pilger. Anche se per i più svegli si tratta di dati di fatto conosciuti, assimilati e persino ormai banali, è  bene che le parole dell'unico reporter rimasto al mondo (che con tutte le sue pie illusioni è pur sempre l'unico rimasto) abbiano eco sulla rete e magari colpiscano persone che potenzialmente tonte non sono, ma che sono invece solo ancora troppo giovani o ignoranti, con un ampio spazio nella loro cultura per il miglioramento personale e l'approfondimento. Butto semini, magari cresce qualcosa. Pilger comunque ha un fegato grosso come una portaerei ed anche chi gli fa dire queste cose in 'prime time' alla BBC, la radio piu' seguita al mondo. Purtroppo penso che anche questo faccia parte di una strategia mediatica, ahimè. In ogni caso beccatevi a seguito la mia traduzione di questo discorso che potete anche ascoltare (in Inglese) seguendo il link della nota. 1

 

Il fallimento è una possibilità

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di Andreas M. Antonopoulos1

Nel libero mercato, fallire è sempre una possibilità. Gli Stati Uniti hanno una cultura imprenditoriale molto fervida, dove milioni di persone avviano piccole attività, creano nuovi prodotti e inventano nuove tecnologie. Questa cultura, per le nuove imprese, comprende il concetto di poter fallire velocemente, in modo economico, facendo in modo che possa diventare utile, imparando dagli errori. Le culture che invece puniscono anche i fallimenti minori con vergogna, esclusione e disapprovazione non promuovono di certo l'imprenditoria perché impediscono la sperimentazione rendendola troppo rischiosa.

Ultimamente gli Stati Uniti sono stati infettati dal mantra "fallire non è contemplato", una fallacia arrogante spacciata per ovvietà, che sostiene l'idea che il rischio può essere rimosso dalla vita, che la sicurezza al 100% e il controllo al 100% siano qualità reali e addirittura desiderabili. Coloro che cercano di eliminare la possibilità di fallire, per rendere meno rischiosi i sistemi finanziari, portano conseguentemente ad un aumento della probabilità di fallimenti di proporzioni impressionanti. Eliminando la possibilità di fallire in modo rapido e poco doloroso, amplificano il rischio ed aprono le porte a fallimenti enormi e costosi su tutti i fronti.

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