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The History of Santa Claus

Lew Rockwell Institute - Ven, 26/12/2025 - 06:16

“Santa Claus is a very strange figure when you think about it.  Where does he come from and why does he fly through the sky handing out presents at night? This episode traces the connection with an old Norse god and an Anatolian bishop from the 3rd century, and explores the gritty reality of life in the Roman empire for ordinary people.  You will never look at old Saint Nick the same way again.”

“Uncover the surprising origins of Santa Claus, tracing their evolution from ancient Germanic traditions to the modern icon. Explore the historical figure of St. Nicholas and their acts of charity. Journey through centuries of evolving legends and cultural interpretations.”

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Euforia degli investitori e anatomia di un crollo dei mercati

Freedonia - Mer, 24/12/2025 - 11:02

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Brent Johnson

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/euforia-degli-investitori-e-anatomia)

I mercati si muovono in cicli di innovazione e speculazione e l'attuale impennata per quanto riguarda l'intelligenza artificiale non fa eccezione.

L'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale presenta quasi tutte le caratteristiche che hanno caratterizzato le bolle speculative del passato: valutazioni alle stelle, flussi di capitale concentrati, sentiment euforico degli investitori e narrazioni mediatiche che rafforzano le aspettative di una crescita inarrestabile. Sotto molti aspetti i parallelismi vanno oltre la semplice somiglianza: il fervore speculativo attorno ai rivali dell'intelligenza artificiale supera per molti versi la bolla South Sea, la mania per le ferrovie degli anni '40 dell'Ottocento, il boom degli anni '20, l'era delle dot-com e la frenesia dei mutui subprime.

Al centro della tempesta si trova un mix infiammabile di autentiche promesse tecnologiche, abbondante liquidità e psicologia umana. Gli investitori intravedono il potenziale per una trasformazione che cambierà il mondo, il credito rimane sufficientemente accessibile da alimentare l'assunzione di rischi e la paura di perdere un'occasione spinge i comportamenti verso estremi.

Il risultato è un ambiente in cui sia le startup che le aziende consolidate vengono valutate come se un'esecuzione impeccabile, una crescita esponenziale e un'adozione di massa immediata fossero inevitabili.

Tali presupposti sono insostenibili.

Ogni bolla speculativa storica ha messo in luce il pericolo di aspettative troppo distanti dalla realtà. Alla fine degli anni '90 il mantra era che i profitti non contavano più; oggi molte aziende nel settore dell'intelligenza artificiale proiettano ricavi e margini sulla base di scenari non comprovati.

Quando il divario tra proiezioni e risultati effettivi si amplia, i rischi si aggravano. Le perdite finanziarie sono il risultato più evidente, ma la storia dimostra che spesso seguono comportamenti scorretti. Dal boom per le ferrovie del XIX secolo a Enron, WorldCom e ai più recenti eccessi sui mutui, periodi di estremo ottimismo hanno creato terreno fertile per contabilità creativa, false dichiarazioni e frodi.

I segnali d'allarme sono ben noti.

Valutazioni estreme rispetto agli utili tangibili, un'elevata concentrazione di capitale in una manciata di vincitori celebrati e la facile reperibilità di finanziamenti, o la leva finanziaria, aumentano il rischio sistemico. La proliferazione di prodotti finanziari complessi amplifica la fragilità, trasformando piccole interruzioni in eventi di stress a cascata.

E come sempre l'insistenza sul fatto che “questa volta è diverso” riecheggia forte sullo sfondo, incoraggiando il comportamento del gregge e scoraggiando un'analisi sobria.

Quando sia gli investitori al dettaglio che quelli istituzionali inseguono le dinamiche di mercato anziché i fondamentali, il sistema si avvicina sempre di più al punto di rottura.

Anche la storia offre una guida per orientarsi in questi ambienti.

Gli investitori che desiderano partecipare all'innovazione senza esserne travolti dagli eccessi devono applicare un quadro di riferimento disciplinato e storicamente fondato. Ciò significa mettere in discussione le ipotesi alla base delle valutazioni, analizzare attentamente le proiezioni di profitto, monitorare le condizioni di leva finanziaria e liquidità, e verificare se i modelli di business siano sufficientemente solidi da resistere agli shock.

Significa anche coltivare la consapevolezza comportamentale, riconoscendo che la paura di perdersi qualcosa, gli istinti del gregge e l'intossicazione narrativa possono sopraffare anche i decisori più esperti.

La cosa più importante di tutte: è essenziale vigilare contro una contabilità aggressiva o una guida irrealistica, poiché gli incentivi all'abbellimento diventano più forti nei picchi speculativi.

Questo studio non è scritto da una posizione di pessimismo. Si tratta di un'esplorazione generale dell'anatomia dei crolli del mercato, concepita per fornire un quadro di riferimento per comprendere perché si formano i cicli speculativi e come si esauriscono.

Allo stesso tempo è tempestivo. Le condizioni che osserviamo oggi suggeriscono che una brusca correzione non è una possibilità remota, ma un rischio a breve termine.

E il nostro obiettivo non è predicare la paura.

Piuttosto si tratta di aiutare a preparare i lettori alle onde anomale che la storia ci insegna si presentano proprio quando le acque sembrano più calme. Crediamo che emergeranno opportunità straordinarie una volta che gli eccessi saranno eliminati dal sistema, ma per coglierle, gli investitori devono prima sopravvivere alla volatilità che li attende.

Le sezioni che seguono si basano su queste fondamenta, a partire dal boom dell'intelligenza artificiale stessa. In quanto esempio attuale più vivido di innovazione che si scontra con la speculazione, fornisce un caso di studio concreto di come opportunità e rischio si intreccino, preparando il terreno sia per un crollo doloroso che per un rinnovamento duraturo.


Lo sfondo

I mercati finanziari hanno sempre oscillato tra paura e avidità, momenti di stabilità ed episodi di mania.

I crolli sono raramente il risultato di shock davvero imprevisti; spesso sono l'inevitabile risultato di lunghi periodi di euforia degli investitori. Queste fasi euforiche sono caratterizzate da un mix inebriante di estremo ottimismo, valutazioni in forte crescita, facile disponibilità di credito e la convinzione che un nuovo paradigma tecnologico, o economico, giustifichi l'abbandono delle lezioni della storia.

Col senno di poi i segnali di eccesso appaiono solitamente evidenti, ma sul momento investitori, istituzioni e persino autorità di regolamentazione si lasciano cullare da narrazioni persuasive e dall'apparente affidabilità di prezzi in costante aumento.

Questo saggio esamina l'anatomia di questi cicli euforici. Esplora le condizioni che permettono all'ottimismo di crescere incontrollato, i segnali che possono essere visti in tempo reale, le distorsioni che si rivelano solo dopo il crollo e gli insegnamenti duraturi che gli investitori possono trarre.

Esempi storici che spaziano dalla mania dei tulipani al boom delle dot-com fino alla frenesia delle SPAC del 2021, abbinati a dati su valutazioni, leva finanziaria, IPO e liquidità forniscono la lente attraverso cui analizzare come si sviluppano le manie, perché si esauriscono e come gli investitori disciplinati possono prepararsi alle loro conseguenze.

Condizioni che generano euforia

L'euforia tende ad essere alimentata da tre elementi principali:

  1. Valutazioni gonfiate;
  2. Credito abbondante;
  3. Una narrazione avvincente del progresso.

La valutazione è il segnale più immediato. Il CAPE ratio di Robert Shiller offre una panoramica lunga un secolo su come i multipli degli utili si espandono durante le ere speculative.

Nel 1929 il CAPE salì sopra quota 32 prima di crollare a 5 nel pieno della Grande Depressione. Nel 2000, al culmine della bolla delle dot-com, toccò quota 44, un record che resistette fino ai giorni nostri, quando il CAPE è tornato a superare quota 30.

Ogni picco fu seguito da anni, persino decenni, di rendimenti modesti.

Le valutazioni elevate potrebbero non innescare un crollo immediato, ma comprimono i rendimenti futuri a lungo termine, lasciando i mercati vulnerabili a improvvisi cambiamenti di sentiment.

La disponibilità di credito costituisce il secondo elemento motore.

La liquidità fornita da banche, istituti di credito ombra, o banche centrali, amplifica la speculazione. Il debito marginale ne è un esempio lampante: ha raggiunto i $278 miliardi nel marzo 2000, i $381 miliardi nel luglio 2007 e i $935 miliardi nell'ottobre 2021, prima di superare quota $1.000 miliardi nel ciclo attuale. Ogni impennata ha coinciso con un'ondata di assunzione di rischi; ogni ritracciamento ha amplificato le perdite, mentre le vendite forzate si sono riversate a cascata nel sistema.

Il terzo elemento motore è la narrazione.

Le bolle speculative raramente si costruiscono sul nulla; sono ancorate a cambiamenti concreti. Le ferrovie nel diciannovesimo secolo, l'elettrificazione e le automobili all'inizio del ventesimo, Internet negli anni Novanta e l'intelligenza artificiale e le crittovalute negli anni Venti del XX secolo hanno tutti offerto visioni credibili di crescita illimitata. Eppure i mercati hanno costantemente prezzato queste innovazioni con una velocità e una portata irrealistiche.

La frase “questa volta è diverso” riecheggia in ogni episodio euforico, utilizzata per razionalizzare valutazioni e livelli di leva finanziaria che in tempi più calmi sarebbero liquidati come sconsiderati.

Segnali visibili in tempo reale

Anche al culmine della mania, i segnali d'allarme sono visibili a chi è disposto a guardare.

L'impennata degli investitori al dettaglio è un indicatore comune. Negli anni '20 le famiglie speculavano nei bucket shop con scommesse a leva sulle azioni. Gli anni '90 hanno visto i day trader armati di broker online e consigli nelle chat room. Negli anni 2020 le app senza commissioni hanno alimentato la frenesia dei meme azionari, con milioni di persone che si sono riversate su GameStop, AMC e altre società speculative.

Quando l'investimento si trasforma in intrattenimento culturale, i mercati sono già immersi nella fase euforica.

L'emissione è un altro segnale.

Nel 1999 quasi 500 IPO hanno inondato i mercati, molte delle quali da parte di aziende non redditizie. Nel 2021 oltre 1.000 quotazioni, dominate dalle SPAC, hanno eclissato persino quell'ondata. Tali ondate dimostrano non solo l'interesse degli investitori, ma anche l'opportunismo di chi emette titoli che sfruttano valutazioni gonfiate.

Gli andamenti dei prezzi spesso forniscono una conferma. I movimenti parabolici, in cui i prezzi accelerano oltre la sostenibilità, sono il classico segnale. Il NASDAQ tra il 1998 e il 2000, Bitcoin nel 2017 e nel 2021, e alcuni titoli legati all'intelligenza artificiale nel 2023-2025 hanno tutti mostrato questo comportamento. La copertura mediatica, poi, segue l'esempio, spostandosi verso un'incessante positività, con storie di milionari dall'oggi al domani e testimonial di celebrità che rafforzano la frenesia.

La mania speculativa raggiunge il suo apice quando entra nella coscienza culturale dominante.

Le misure di liquidità aggiungono ulteriori prove.

Nel 2020 M2 degli Stati Uniti è aumentata di quasi il 25% su base annua, il ritmo più rapido sin dalla Seconda guerra mondiale, alimentato dagli stimoli fiscali, dai tassi di interesse bassissimi e dagli acquisti massicci di asset. Quell'impennata ha alimentato il boom di azioni, crittovalute e oggetti da collezione. Quando M2 si è contratto nel 2022, gli asset rischiosi sono crollati, rivelando quanto l'euforia dipenda dall'ondata di liquidità.

Segnali più chiari solo col senno di poi

Altre distorsioni emergono solo dopo il crollo.

Il capitale a basso costo favorisce investimenti sbagliati: le aziende dot-com bruciano denaro in marketing alla fine degli anni '90, le startup SPAC del 2020-2021 crollano una volta evaporati i finanziamenti facili. La leva finanziaria nascosta è un'altra rivelazione. Nel 2008 i titoli garantiti da ipoteca e i CDO nascondevano esposizioni sistemiche; nel 2022 i prestatori di crittovalute falliscono per ragioni simili.
Anche le narrazioni subiscono una svolta radicale.

Durante i periodi di boom l'attenzione è rivolta alla crescita senza limiti; dopo i crolli l'attenzione si sposta sulla governance, sull'economia di mercato e sulla sostenibilità. Il passaggio da “quanto può diventare grande?” a “può sopravvivere?” è il segno distintivo di un'inversione di tendenza.

Un altro problema è la falsa rappresentazione contabile.

Enron rimane l'archetipo: il finanziamento da parte dei fornitori, il riconoscimento anticipato dei ricavi e altri espedienti hanno prolungato l'illusione, fino a rendere il crollo inevitabile. Il crollo di Enron ha trascinato con sé anche Arthur Andersen, uno degli studi di revisione contabile più prestigiosi al mondo, a dimostrazione di quanto il danno possa estendersi.

Dinamiche comportamentali

Dietro questi modelli finanziari si celano forze psicologiche ricorrenti.

L'atteggiamento gregario spinge gli investitori a seguire la massa, rafforzando lo slancio. L'eccessiva sicurezza convince i trader che usciranno prima della recessione, anche se l'esposizione aumenta. Il pregiudizio narrativo attribuisce alle storie di trasformazione il primato sull'analisi sobria. La percezione del rischio si erode man mano che pratiche un tempo considerate sconsiderate diventano normali.

Questo ciclo di comportamento si ripete con una coerenza inquietante.


Casi di studio riguardo l'euforia

Le manie speculative nascono quando ottimismo, innovazione e ricchezza improvvisa convergono per accendere l'immaginario collettivo e quando il credito facile fornisce a tutti i mezzi per partecipare.

Ogni caso ha i suoi marcatori culturali: i tulipani nell'Olanda del XVII secolo, i progetti della South Sea in Inghilterra durante l'Illuminismo, la radio e le automobili nell'America degli anni '20, le startup di Internet all'inizio del millennio, i mutui cartolarizzati negli anni 2000 e le azioni meme durante l'era della pandemia.

Dietro queste differenze superficiali si nasconde un ciclo emotivo comune: eccitazione, entusiasmo, avidità e, infine, panico.

Tulipanomania (1637)

La mania dei tulipani del 1637 è spesso ricordata come la prima grande bolla finanziaria.

Non si è mai trattato semplicemente di un fiore. Nel Secolo d'Oro olandese Amsterdam era diventata il centro del commercio mondiale e mercanti, artigiani e artisti si arricchivano grazie al commercio mondiale. I tulipani, appena importati dall'Impero Ottomano, erano considerati beni di lusso, i loro colori vivaci e i motivi sorprendenti erano dovuti al virus del mosaico.

Possedere bulbi rari significava dimostrare sia il proprio gusto che la propria posizione sociale.

La domanda trasformò presto i tulipani da status symbol a beni speculativi. Ciò che rese l'episodio straordinario fu la sua profonda penetrazione nella società olandese. Agricoltori, artigiani e piccoli commercianti specularono, spesso attraverso contratti futures che consentivano di scommettere su bulbi mai effettivamente scambiati.

Nel periodo di massimo splendore, un singolo bulbo poteva essere venduto a un prezzo dieci volte superiore al salario annuo di un operaio specializzato, con aneddoti sui prezzi che rivaleggiavano con quelli delle ville in riva al canale.

Quando un'asta ordinaria non riuscì ad attrarre le offerte attese, la fiducia svanì quasi all'istante. I prezzi crollarono, i contratti persero valore e, mentre l'economia olandese assorbiva lo shock, l'episodio lasciò una lezione duratura: quando prestigio e speculazione si fondono, i mercati possono staccarsi dalla realtà.

Bolla della South Sea (1720)

La bolla South Sea del 1720 seguì una traiettoria simile, ma con un peso istituzionale maggiore.

All'inizio del XVIII secolo l'Inghilterra era gravata da debiti di guerra e la South Sea Company propose una soluzione elegante: si sarebbe fatta carico del debito nazionale in cambio di azioni e diritti di monopolio sul commercio con il Sud America spagnolo. Promosso dai politici e approvato come praticamente privo di rischi, il piano fece impennare le azioni.

Gli investitori spaziavano dall'aristocrazia ai cittadini comuni, con la partecipazione persino della famiglia reale. L'ottimismo dell'età dell'Illuminismo incoraggiava la fiducia in opportunità illimitate e gli opportunisti lanciarono decine di iniziative imitatrici, alcune delle quali ridicolmente vaghe, come “una società per realizzare un'impresa di grande vantaggio, ma nessuno che sappesse di cosa si trattasse”.

Quando divenne chiaro che le prospettive commerciali della South Sea erano illusorie e il suo modello di conversione del debito insostenibile, la bolla scoppiò.

Le famiglie persero le loro fortune, la rabbia pubblica divampò e il Parlamento fu costretto a indagare.

La lezione era più ampia della speculazione: sottolineava la pericolosa interazione tra appoggio statale, finanza e fiducia pubblica, un momento formativo nella storia finanziaria britannica.

Crollo del 1929

Il crollo di Wall Street del 1929 catturò l'euforico mix di innovazione tecnologica, esuberanza culturale e leva finanziaria.

Gli anni '20 furono un periodo di trasformazione: le automobili ampliarono la mobilità, le radio collegarono le case e gli elettrodomestici rivoluzionarono la vita quotidiana. Il jazz, il cinema e l'energia culturale del decennio rafforzarono la sensazione che una nuova era di prosperità fosse permanente. Gli utili aziendali aumentarono, la proprietà azionaria si ampliò e i prestiti al margine permisero agli investitori di acquistare azioni con fondi presi in prestito.

Giornali e personalità radiofoniche celebravano il mercato come un biglietto di sola andata verso la ricchezza.

Nel 1929 le valutazioni erano spinte all'estremo, ma la convinzione culturale nel progresso soffocò lo scetticismo. Con l'arrivo della recessione, le richieste di margine si trasformarono in vendite dettate dal panico. Il crollo segnò la brusca fine dei ruggenti Anni Venti, infranse la fiducia nei mercati e aprì la strada alle difficoltà della Grande Depressione.

Bolla delle dot-com (1999-2000)

La bolla delle dot-com della fine degli anni '90 e dell'inizio degli anni 2000 rappresenta uno dei parallelismi moderni più evidenti.

Internet rappresentò una vera e propria rivoluzione tecnologica, ma come in epoche precedenti, fu mitizzato come fondamento di una “nuova economia” in cui le vecchie regole di valutazione non erano più valide. Le startup divennero icone culturali, investite da capitali di rischio e introdotte sul mercato attraverso un'ondata di IPO.

Gli investitori al dettaglio, favoriti dalle società di intermediazione online, si unirono alla corsa. Tra i reperti culturali dell'epoca figuravano le pubblicità al Super Bowl di aziende non redditizie e le copertine di riviste che proclamavano la fine delle attività commerciali tradizionali. Gli analisti sostenevano che “gli occhi” e i “clic” contassero più dei profitti.

Il rapporto CAPE Shiller salì a 44, un valore storico estremo. Quando la bolla scoppiò, il NASDAQ perse quasi l'80% del suo valore in due anni, cancellando fortune e carriere. Eppure, come nel 1929, le innovazioni di base hanno resistito: Amazon, Google ed eBay alla fine hanno prosperato, proprio come avevano fatto prima di loro automobili e radio.

La lezione non è che l'innovazione non abbia valore, ma che la speculazione accelera le aspettative ben oltre ciò che la realtà può offrire.

Crisi finanziaria globale (2008)

La crisi finanziaria globale del 2008 ha esteso il modello di euforia ai mercati del credito.

A differenza del boom delle dot-com, non si trattò di una mania di famiglie che acquistavano azioni di internet, ma di istituzioni che costruivano torri di leva finanziaria sulle fondamenta del mercato immobiliare. Il contesto culturale era la convinzione che la proprietà della casa fosse il fondamento del sogno americano, unita alla convinzione che i prezzi delle case non sarebbero mai diminuiti a livello nazionale.

Le banche concedevano credito a mutuatari sempre meno qualificati.

Wall Street confezionò i mutui in titoli e obbligazioni garantite da garanzie reali, che le agenzie di rating premiavano con lo status di investment grade. Gli investitori istituzionali, avidi di rendimento, li acquistavano con entusiasmo.

Quando i prezzi delle case cominciarono a scendere nel 2006 e nel 2007, l'illusione crollò.

Bear Stearns, Lehman Brothers e altri colossi crollarono, i mercati del credito si bloccarono e la crisi sfociò nella peggiore recessione globale sin dagli anni '30. La narrazione di stabilità e sicurezza cedette il passo alla fragilità sistemica e alla sfiducia.

Boom delle SPAC e delle azioni Meme (2020-2021)

Il boom delle SPAC e delle azioni meme del 2020-2021 ha dimostrato la rapidità con cui l'euforia si adatta ai nuovi ambienti.

La pandemia ha inizialmente scatenato il panico, ma uno stimolo monetario e fiscale senza precedenti ha presto invertito la rotta. Con tassi di interesse prossimi allo zero, migliaia di miliardi di dollari in trasferimenti governativi e risparmi delle famiglie da record, gli investitori al dettaglio si sono ritrovati con capitali da investire.

Piattaforme come Robinhood hanno reso il trading gratuito e ludico, mentre le comunità online su Reddit e Twitter hanno forgiato una cultura di speculazione collettiva. Titoli meme come GameStop e AMC sono diventati simboli culturali, celebrati meno per i fondamentali che per il ruolo di veicoli di ribellione contro Wall Street. Allo stesso tempo le SPAC si sono moltiplicate, offrendo quotazioni rapide per aziende non ancora testate.

Solo nel 2021 oltre 600 SPAC hanno raccolto capitali, riflettendo sia l'entusiasmo degli investitori sia la convinzione culturale che il cambiamento fosse possibile. Nel 2022 l'inasprimento della politica monetaria e l'inflazione hanno smorzato il boom.

Le azioni meme, le SPAC e persino le crittovalute sono crollati, lasciandosi alle spalle un'altra lezione: liquidità, psicologia e cultura possono generare illusioni di permanenza che si dissolvono da un giorno all'altro.

Nel loro insieme questi vari episodi mostrano come le società si convincano ripetutamente di essere sull'orlo della trasformazione, che si tratti di fiori, commercio globale, industria, tecnologia, o piattaforme digitali.

L'espansione del credito, la narrazione culturale e la partecipazione di massa forniscono il carburante.

Il crollo porta distruzione, riforma e riflessione, ma anche resilienza.

In quasi tutti i casi, l'innovazione al centro della bolla – tulipani a parte – è sopravvissuta al crollo.

Ciò che resta è sia un racconto ammonitore che una base per il futuro.


Lezioni per gli investitori: un esame più approfondito

La lunga storia delle manie euforiche offre una serie coerente di insegnamenti per gli investitori disposti a guardare oltre i guadagni a breve termine e a concentrarsi sulla conservazione del capitale attraverso i cicli.

Questi insegnamenti non sono principi astratti, si basano su secoli di modelli ripetuti, dalla speculazione sui tulipani nel XVII secolo alle crittovalute fino alle meme stock del XXI.

Studiando queste dinamiche ricorrenti, gli investitori possono elaborare un quadro pratico che funzioni sia come sistema di allarme che come guida per un processo decisionale disciplinato.

La disciplina nelle valutazioni è importante 

Il segnale più chiaro di un eccesso speculativo è la valutazione. Quando i multipli prezzo/utili, il CAPE Shiller, o le allocazioni azionarie delle famiglie raggiungono estremi storici, gli investitori pagano premi straordinari per la promessa di rendimenti futuri. La storia dimostra costantemente che tali momenti raramente finiscono bene.

Alla fine degli anni '20 le valutazioni dei titoli industriali salirono ben oltre i valori storici. Alla fine degli anni '90 il CAPE ratio raggiunse quota 44, il livello più alto nella storia degli Stati Uniti. In tali momenti i rendimenti futuri si riducono drasticamente, mentre aumenta la probabilità di dolorosi drawdown.

Le valutazioni non possono individuare con precisione i tempi – i mercati possono sfidare la gravità per anni – ma stabiliscono i limiti di ciò che è possibile. Gli alberi non crescono fino al cielo e i mercati non possono sostenere multipli in continua crescita indefinitamente. La sensibilità ai segnali di valutazione consente agli investitori di moderare le aspettative ed evitare l'illusione di stabilità nei guadagni esponenziali dei prezzi.

La leva finanziaria amplifica la fragilità 

Se la valutazione si evidenzia quando le condizioni sono tese, la leva finanziaria determina la violenza del risultato. Il denaro preso in prestito amplifica sia i profitti che le perdite, trasformando quelle che avrebbero potuto essere correzioni ordinate in crisi a cascata.

Negli anni '20 l'uso diffuso di prestiti al margine consentiva agli investitori di controllare posizioni ingenti con un capitale minimo. Una volta che i prezzi scesero, le richieste di margine costrinsero le liquidazioni, accelerando il crollo fino al 1929. Nel 2008 il carburante per la crisi arrivò dal credito ipotecario. Famiglie, banche e istituzioni accumularono debiti su fondamenta deboli, mentre i titoli garantiti da ipoteca e le obbligazioni garantite da debito distribuivano l'esposizione in tutto il sistema. Con il calo dei prezzi delle case, la leva finanziaria esplose nei bilanci, minacciando lo stesso sistema bancario globale.

Più di recente l'implosione di Archegos Capital nel 2021 ha dimostrato come la leva finanziaria nascosta possa destabilizzare i mercati. Utilizzando i total return swap, Archegos ha costruito posizioni opache e altamente concentrate, invisibili alle autorità di regolamentazione e alle controparti... almeno fino al suo crollo.

La lezione è chiara: il debito marginale, la crescita del credito e i coefficienti di leva finanziaria devono essere monitorati sia a livello micro che sistemico. La leva finanziaria agisce come un moltiplicatore di forza, accelerando i guadagni nei periodi di congiuntura favorevole, ma garantendo che le recessioni siano più acute e distruttive.

Innovazione e speculazione devono essere separate 

Le bolle spesso coincidono con l'innovazione autentica.

La bolla della South Sea era legata alla promessa del commercio globale. Il boom degli anni '20 si dispiegò mentre radio, automobili ed elettricità rimodellavano la vita. Internet negli anni '90, le ferrovie negli anni '40 dell'Ottocento, la fibra ottica negli anni '90, le crittovalute e l'intelligenza artificiale più di recente – tutte tecnologie trasformative.

Ma i mercati confondono ripetutamente l'innovazione con il successo garantito degli investimenti.

Alla fine degli anni '90 le startup di Internet senza un percorso di profitto registravano valutazioni multimiliardarie. Negli anni '40 dell'Ottocento le azioni ferroviarie salirono alle stelle, solo per poi essere rovinate dalla sovraccapacità e dall'inganno degli investitori. In entrambi i casi le infrastrutture costruite nella frenesia – linee ferroviarie e reti digitali – sopravvissero e alla fine alimentarono decenni di crescita.

Il paradosso è chiaro: l'innovazione resiste, ma la speculazione distorce.

I vincitori di domani spesso emergono solo dopo che la mania si è placata, mentre chi ha acquistato durante i picchi di euforia si ritrova con delle perdite.

La lezione è la pazienza.

Gli investitori devono distinguere l'entusiasmo dalla durevolezza, riconoscendo che i reali benefici sociali dell'innovazione richiedono più tempo per materializzarsi di quanto i mercati siano disposti ad aspettare. Il pregiudizio della recenza e l'invidia spingono le persone a inseguire i rendimenti, ma una separazione disciplinata tra promessa e prezzo è fondamentale.

La consapevolezza comportamentale è fondamentale 

Charlie Munger ha spesso sottolineato che gli investitori devono riprogrammare i propri istinti, passando dalle reazioni alimentate dalle emozioni alla pazienza e alla razionalità. Valutazione e leva finanziaria sono importanti, ma senza consapevolezza della psicologia, gli investitori rimangono vulnerabili.

Pregiudizi come la paura di perdere un'occasione, la mentalità del gregge e l'eccessiva sicurezza allontanano ripetutamente i mercati dai fondamentali. Il boom delle dot-com rese popolare la frase “i profitti non contano”. La bolla immobiliare statunitense si basava sulla convinzione che i prezzi delle case non potessero scendere a livello nazionale. Il fenomeno delle meme-stock del 2020-21 si basava sulla convinzione che gli investitori al dettaglio potessero costantemente superare in astuzia Wall Street.

In ogni caso le narrazioni hanno prevalso sull'analisi dei fondamentali finché il crollo non ha messo in luce le debolezze.

Gli investitori possono contrastare questo fenomeno con l'umiltà e la struttura. Sviluppare una disciplina anticonformista, resistere alla mania quando l'ottimismo è estremo e prepararsi ad agire quando la disperazione domina. Stabilire limiti predefiniti, diversificare e creare sistemi per prevenire decisioni emotive.

La consapevolezza comportamentale non è solo difensiva, è un vantaggio offensivo. Ignorando il 20% massimo e minimo degli estremi di mercato, come suggerì una volta J. P. Morgan, gli investitori possono concentrarsi sul 60% intermedio, dove risiedono opportunità razionali.

Riconoscere e contrastare i pregiudizi fornisce un vantaggio duraturo nei mercati che invece prosperano sulla distorsione psicologica.

La liquidità alimenta i cicli 

La liquidità è la mano invisibile dietro i boom e le crisi del mercato.

Denaro facile, tassi bassi, credito abbondante e allentamento quantitativo influenzano i prezzi degli asset incoraggiando l'assunzione di rischi. La stretta monetaria inverte il processo, innescando liquidazioni forzate e correzioni improvvise.

Alla fine degli anni '20 il credito debole alimentò la speculazione azionaria fino a quando la Federal Reserve non adottò una stretta monetaria nel 1928-29, prosciugando la liquidità e innescando il crollo. Negli anni 2000 il lassismo nei prestiti e i tassi bassi alimentarono le bolle immobiliari e del credito, finché l'aumento dei default e l'inasprimento delle politiche monetarie non misero in luce la fragilità sistemica.

Il paragone di Warren Butett è appropriato: la liquidità è come l'ossigeno, passa inosservata quando è abbondante ma è l'unica cosa che conta quando scompare.

La “Greenspan Put”, introdotta nel 1987, aggiunse una nuova dimensione: la percezione che le banche centrali sarebbero sempre intervenute per attutire i ribassi. Questo azzardo morale incoraggiò l'assunzione di rischi, contribuendo alla bolla delle dot-com e all'impennata del mercato immobiliare. La liquidità dell'era pandemica mostrò la stessa dinamica: iniezioni straordinarie nel 2020-21 inflazionarono asset in ambito tecnologico, crittovalute e altro ancora.

Quando l'inflazione aumentò, un'aggressiva stretta monetaria nel 2022 stroncò il boom.

Per gli investitori monitorare la liquidità è indispensabile. La crescita dell'offerta di moneta, gli spread creditizi, i tassi reali e la comunicazione con le banche centrali forniscono indicatori anticipatori di rischio. La liquidità determina quando l'ottimismo prospera e quando le correzioni diventano inevitabili.

Segnali di illeciti contabili 

Ogni mania genera frodi. Quando il capitale è abbondante e lo scetticismo svanisce, l'inganno diventa sistemico. La frode non è un caso dei boom, è una caratteristica.

• La South Sea Company esagerava i privilegi per mantenere vivo l'entusiasmo, mentre gli opportunisti sponsorizzavano iniziative prive di significato.

• La mania ferroviaria degli anni '40 dell'Ottocento era costellata di proiezioni inflazionate e falsi bilanci.

• Negli anni '20 i fondi di investimento piramidavano gli asset per dare l'illusione di crescita.

• Enron e WorldCom alla fine degli anni '90 incarnarono l'interconnessione tra clamore dell'innovazione e abusi contabili. Enron contabilizzò profitti immaginari come reddito corrente e nascose debiti in entità speciali.

• WorldCom capitalizzò miliardi di dollari in spese di routine per falsificare i guadagni.

• La crisi finanziaria globale ripetè il ciclo su larga scala: dati sui redditi falsificati, titoli con valutazioni errate, strutture di bilancio fuori scala e rischi nascosti imperversarono fino al crollo del mercato immobiliare.

• Più di recente Wirecard ha falsificato €1,9 miliardi in contanti.

• FTX ha sottratto fondi ai clienti dietro una facciata di trasparenza.

• Nikola ha fatto rotolare un camion giù per una collina per simulare la sua funzionalità.

• Theranos ha ingannato pazienti e investitori con false promesse.

Le forme si ripetono: manipolazione dei bilanci, ricavi falsificati, passività nascoste, proiezioni esagerate, vere e proprie bugie e fallimenti da parte di revisori, autorità di regolamentazione e agenzie di rating.

Ogni volta la frode amplifica le perdite e mina la fiducia nei mercati stessi.

Gli investitori devono presumere che la frode sia presente durante le fasi di mania e proteggersi attraverso lo scetticismo, l'analisi forense e la resistenza alle narrazioni che scoraggiano il dubbio.

Sintesi: un quadro di riferimento per la disciplina

Le lezioni di valutazione, leva finanziaria, innovazione, psicologia, liquidità e frode sono importanti.

Nel loro insieme formano un quadro di riferimento duraturo per investimenti disciplinati.

Le valutazioni forniscono la bussola, segnalando aspettative eccessive. La leva finanziaria mostra dove la fragilità è maggiore. L'innovazione evidenzia le promesse, ma mette in guardia contro la contaminazione dei prezzi. La psicologia spiega perché i mercati oscillano troppo in entrambe le direzioni. La liquidità rappresenta il carburante per i cicli, mentre la frode rappresenta l'inevitabile ombra dell'esuberanza.

Integrare queste intuizioni consente agli investitori di costruire un sistema interno di allerta precoce.

Questo quadro di riferimento non richiede di evitare completamente il rischio: le bolle sono imprevedibili e partecipare all'innovazione è necessario per la crescita.

Al contrario, promuove la disciplina: ridurre le perdite quando valutazioni e leva finanziaria sono elevate, mettere in discussione le narrazioni ottimistiche, monitorare la liquidità e rimanere vigili sulle frodi.

La storia conferma la necessità di tutto questo.

Dallo schema South Sea all'eccesso delle dot-com, dal crollo del mercato immobiliare all'intelligenza artificiale e agli asset digitali di oggi, gli stessi fattori si ripetono. La tecnologia e i mercati si evolvono, ma la paura, l'avidità e l'istinto rimangono costanti. Interiorizzando queste lezioni, gli investitori acquisiscono la capacità di evitare le trappole dell'euforia, posizionandosi al contempo per cogliere le opportunità che si presenteranno in seguito.

Pazienza, adattabilità e pensiero anticonformista sono gli ingredienti finali. I mercati sono ciclici, spesso irrazionali e punteggiati da eccessi.

Un quadro di riferimento radicato nella storia e rafforzato dalla disciplina fornisce non solo protezione dalle turbolenze, ma anche la resilienza necessaria per sfruttare le riprese. Gli investitori che abbracciano questa mentalità trasformano la volatilità dei cicli da una minaccia in una piattaforma per la ricchezza a lungo termine.


Un nuovo fattore: la gestione passiva

Mentre la storia insegna che valutazioni, leva finanziaria, liquidità, innovazione, psicologia e frode hanno costantemente guidato i cicli euforici, l'era moderna ha introdotto una forza strutturale senza un vero precedente storico: l'ascesa esplosiva delle strategie di investimento passive.

A differenza delle dinamiche nei tulipani, nelle ferrovie, nelle dot-com, o nei mutui subprime, il predominio dei fondi indicizzati e degli exchange-traded fund (ETF) ha il potenziale per rimodellare radicalmente l'anatomia dei futuri crolli dei mercati.

La gestione passiva, per sua natura, non discrimina.

I flussi di capitale negli indici generali vengono allocati in base alle ponderazioni della capitalizzazione di mercato piuttosto che a giudizi su valutazione, qualità, o sostenibilità. Con il passaggio di migliaia di miliardi di dollari dalla selezione attiva dei titoli ai fondi indicizzati, si è creato un nuovo circolo vizioso: le società più grandi dell'indice ricevono i maggiori flussi di investimento spingendo i loro prezzi al rialzo, il che aumenta ulteriormente le loro ponderazioni nell'indice attraendo ulteriori flussi di investimento.

Questo meccanismo ha creato una tendenza strutturale alla concentrazione in una manciata di società a grande capitalizzazione.

E l'entità dei flussi passivi è senza precedenti.

Negli anni '80 le strategie passive rappresentavano una quota trascurabile dell'attività di mercato.

A metà degli anni '90 avevano acquisito una modesta trazione. Oggi oltre il 50% del patrimonio dei fondi azionari statunitensi è gestito passivamente, con i soli ETF che detengono migliaia di miliardi di dollari. Alcune stime suggeriscono che nei settori chiave degli indici, le negoziazioni giornaliere siano dominate da veicoli passivi. Questo cambiamento strutturale solleva interrogativi cruciali sul comportamento dei mercati in periodi di stress.

Una conseguenza è la riduzione della determinazione dei prezzi.

Storicamente i gestori attivi competevano per valutare utili, bilanci e flussi di cassa, premiando le società efficienti e penalizzando quelle deboli. In un mercato dominato dai flussi passivi, questo processo è attenuato.

L'allocazione del capitale non è guidata dall'analisi dei fondamentali, ma dall'inclusione in un indice. Le aziende deboli possono essere sostenute semplicemente dall'appartenenza a un benchmark, mentre le aziende forti possono essere sproporzionatamente incentivate, poiché i flussi passivi inseguono le dimensioni piuttosto che il valore.

Questa distorsione può esacerbare l'accumulo di fragilità durante le fasi euforiche.

Il vero pericolo emerge durante i periodi di inversione.

I fondi passivi sono strutturati per fornire liquidità su richiesta – gli investitori possono riscattare le quote dell'ETF in qualsiasi momento – ma gli asset sottostanti potrebbero non essere altrettanto liquidi. In mercati calmi questo disallineamento è nascosto.

In mercati stressati i riscatti dai veicoli passivi potrebbero innescare vendite indiscriminate su interi settori, o classi di asset. A differenza dei gestori attivi, che potrebbero quantomeno scaglionare le vendite o tentare liquidazioni selettive, le strutture passive possono liquidare ingenti panieri di titoli contemporaneamente, amplificando la spinta al ribasso.

E prendete in considerazione anche le implicazioni della concentrazione.

I titoli più grandi nell'indice S&P 500 – i cosiddetti “Magnificent Seven” nel 2020 – dominano le ponderazioni dell'indice. Se gli investitori escono dai fondi passivi durante una correzione, queste società potrebbero subire un'enorme pressione di vendita simultanea, non a causa dei loro fondamentali, bensì a causa della loro dimensione all'interno dei benchmark.

Di fatto i flussi passivi potrebbero trasformare i leader di mercato in acceleratori di flessioni più ampie. Gli stessi titoli che in passato hanno stabilizzato i portafogli potrebbero diventare motori di volatilità in futuro.

Le strategie passive possono anche rafforzare il comportamento gregario.

Quando gli investitori si riversano nei fondi indicizzati durante le fasi di boom, detengono tutti lo stesso insieme di titoli. Quando il sentiment cambia, escono altrettanto insieme.

Questo comportamento sincronizzato rischia di trasformare quelle che avrebbero potuto essere correzioni localizzate in eventi sistemici. In epoche precedenti la diversità delle strategie degli investitori e degli orizzonti temporali forniva alcune forze stabilizzatrici. Oggi l'omogeneità dei flussi potrebbe indebolire tale resilienza.

Un ulteriore livello di rischio risiede nell'ascesa degli ETF tematici e con leva finanziaria.

Questi strumenti offrono agli investitori un'esposizione a ristrette fette di mercato, dall'energia pulita all'intelligenza artificiale, spesso utilizzando derivati ​​per amplificare i rendimenti. Pur essendo commercializzati come strumenti efficienti per ottenere un'esposizione mirata, rappresentano anche punti di fragilità strutturali. In una fase di vendita le liquidazioni dei derivati ​​e le esposizioni concentrate potrebbero aggravare la volatilità, creando circoli viziosi che si estendono ben oltre i settori di nicchia che monitorano.

Gli scettici sostengono che i fondi passivi siano semplicemente un involucro, che detengono gli stessi titoli sottostanti dei gestori attivi e che quindi non possono modificare radicalmente le dinamiche di mercato.

Tuttavia questa visione sottovaluta l'importanza dei flussi e degli incentivi. I gestori attivi possono scegliere di trattenere il capitale, evitare asset sopravvalutati, o spostare l'esposizione verso titoli più sicuri. I veicoli passivi non possono. La loro rigidità è la loro caratteristica distintiva e, nei momenti di stress, la rigidità può essere pericolosa.

L'ascesa della gestione passiva non invalida i fattori eterni delle bolle. Le valutazioni continueranno ad aumentare, la leva finanziaria continuerà ad accumularsi, la liquidità continuerà a dettare i cicli e le frodi continueranno a emergere.

Ciò che è cambiato è l'idraulica dei mercati.

Poiché i fondi passivi detengono una quota dominante di asset, i meccanismi con cui il capitale entra ed esce dai mercati potrebbe esacerbare sia l'ascesa delle bolle sia la violenza del loro scoppio.

Per gli investitori la lezione non è quella di evitare del tutto le strategie passive. Offrono un'esposizione a basso costo, un'ampia diversificazione e benefici a lungo termine.

Piuttosto è importante comprendere i rischi sistemici insiti nella loro portata. Monitorare i flussi in entrata e in uscita dai veicoli passivi, riconoscere i rischi di concentrazione nei titoli fortemente indicizzati e tenere conto del disallineamento di liquidità tra gli ETF e i loro asset sottostanti sarà fondamentale per prevedere come potrebbero evolversi le future vendite.

In sintesi, gli investimenti passivi introducono un fattore strutturale che non esisteva nelle bolle del passato.

E questo ha cambiato l'architettura stessa dei mercati.

Mentre la storia insegna che ogni mania finisce allo stesso modo – ottimismo vanificato da leva finanziaria, liquidità e psicologia – il prossimo crollo potrebbe essere caratterizzato dal ruolo dei flussi passivi. La portata del loro impatto non sarà messa alla prova in una crisi conclamata.

Ciò che è chiaro è che la gestione passiva, nonostante la sua efficienza, ha creato nuove vulnerabilità che potrebbero rendere le future recessioni più brusche, rapide e sincronizzate rispetto a quelle del passato.

 

Parallelismi nell'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale

La rapida ascesa dell'intelligenza artificiale ha acceso l'entusiasmo degli investitori a livelli mai più visti sin dal boom delle dot-com della fine degli anni '90.

I capitali si stanno riversando nelle aziende dell'intelligenza artificiale e tecnologiche, molte delle quali vantano valutazioni elevate, svincolate dai tradizionali parametri di redditività o flussi di cassa.

La storia del potenziale trasformativo ha messo in ombra l'analisi dei fondamentali, mentre ingenti somme di denaro alimentano la convinzione che l'intelligenza artificiale rimodellerà interi settori dall'oggi al domani. Le impronte delle bolle del passato sono di nuovo visibili: valutazioni esorbitanti, credito abbondante, narrazioni seducenti, pratiche contabili discutibili e, ora, la forza aggiuntiva delle strutture di mercato passive.

Valutazioni e condizioni del credito 

Le valutazioni delle aziende legate all'intelligenza artificiale riflettono ipotesi pressoché perfette di adozione, redditività ed esecuzione.

Proprio come le aziende Internet alla fine degli anni '90 erano quotate in base a “occhi” e “clic” piuttosto che in base ai profitti, oggi le azioni nel settore dell'intelligenza artificiale sono spesso valutate in base a proiezioni di dominio totale nel settore stesso. Le valutazioni del mercato privato riflettono la stessa esuberanza, con miliardi di dollari raccolti fino a multipli disgiunti dai fondamentali.

Questi prezzi sono sostenuti non solo dall'ottimismo, ma anche da un'abbondante liquidità. Il capitale di rischio, i mercati del debito societario e i pool globali di capitali hanno reso il finanziamento straordinariamente facile, consentendo sia alle startup che agli operatori storici di espandersi in modo aggressivo.

Il ruolo del credito nell'amplificare la fragilità rimane centrale come lo era nel 1929, nel 2000, o nel 2008.

Narrazioni come acceleranti

Ogni mania storica è stata accompagnata da una grande storia di trasformazione.

Le ferrovie promettevano di unire intere nazioni: la South Sea Company prometteva ricchezze dal commercio, le dot-com promettevano di riscrivere le regole del business; l'intelligenza artificiale ora indossa la corona dell'inevitabilità, ovvero una tecnologia così potente che cambierà il commercio, la logistica, l'assistenza sanitaria, la finanza e persino la sicurezza nazionale.

Questa narrazione è stata amplificata dalla copertura mediatica, dai leader aziendali e dagli investitori desiderosi di non rimanere indietro. Lo scetticismo viene bollato come cecità verso il futuro, mentre la frase “questa volta è diverso” è implicita anche quando non pronunciata.

Pratiche contabili discutibili nel settore dell'intelligenza artificiale e tecnologico 

La storia ci insegna che quando le valutazioni si discostano dalla realtà, spesso le pratiche contabili seguono la stessa tendenza.

Per sostenere la crescita, le aziende adottano strategie finanziarie aggressive che estendono gli standard e minano la trasparenza. Le aziende odierne che operano nel campo dell'intelligenza artificiale e della tecnologia non fanno eccezione. Si distinguono diversi modelli:

  1. Riconoscimento aggressivo dei ricavi – Registrazione dei ricavi su contratti a lungo termine, o contingenti, che potrebbero non concretizzarsi mai.
  2. Capitalizzazione delle spese – Spostamento di ingenti costi di ricerca/sviluppo e infrastrutturali a bilancio, influendo negativamente sulla redditività a breve termine.
  3. Distorsione della remunerazione basata sulle azioni – Trattamento delle concessioni di capitale come irrilevanti, escludendole dagli utili rettificati.
  4. Abuso di metriche contabili non-GAAP – Eliminazione dei costi ricorrenti con il pretesto di rettifiche “una tantum”.
  5. Indebitamento di canale e integrazione di partnership – Registrazione dei ricavi derivanti da accordi con parti correlate o accordi non sostenibili.

Queste tattiche potrebbero non sempre costituire una vera e propria frode, ma creano un quadro distorto della salute finanziaria. Generano inoltre pressione sui concorrenti affinché adottino pratiche simili, diffondendo fragilità in tutto il settore.

I parallelismi storici sono inequivocabili: gli utili “pro forma” delle dot-com, le entità fuori bilancio di Enron, la capitalizzazione delle spese di WorldCom e il famigerato “EBITDA rettificato per la comunità” di WeWork. In ogni caso una contabilità discutibile riflette e alimenta la mania, finché la realtà non impone una resa dei conti.

Il ruolo delle strutture di mercato passive 

Come accennato in precedenza, ciò che rende unico il ciclo attuale è il predominio degli investimenti passivi.

Fondi indicizzati ed ETF ora indirizzano migliaia di miliardi di dollari nelle aziende più grandi semplicemente per il loro peso nei benchmark, non per la forza dei fondamentali.

Questo crea un circolo vizioso: i leader nel settore dell'intelligenza artificiale ricevono flussi di ingresso sproporzionati, i quali aumentano la loro capitalizzazione di mercato, che a sua volta attrae ancora più capitale passivo. Il risultato è un rischio di concentrazione e un rafforzamento automatico delle stesse valutazioni già tese dall'ottimismo.

Questa rigidità diventa pericolosa al contrario.

Quando il sentiment cambia, i riscatti dai veicoli passivi innescano vendite indiscriminate su interi indici. Le aziende più grandi, che hanno beneficiato maggiormente dei flussi passivi, possono diventare motori di volatilità nelle fasi di ribasso.

I meccanismi degli investimenti passivi, assenti nelle bolle precedenti, possono accelerare e sincronizzare le vendite future in modi che la storia non ha ancora testato.

Perché queste dinamiche preannunciano crolli

Il modello ricorrente è chiaro.

Valutazioni elevate creano fragilità, un credito abbondante amplifica il rischio, le narrazioni sospendono l'incredulità, contabilità discutibile alimenta illusioni di redditività, i ​​flussi passivi rafforzano la concentrazione.

E finché prevale l'ottimismo, queste condizioni persistono.

Ma quando la liquidità si restringe, i tassi di interesse salgono, o emerge uno scandalo di alto profilo, il cambiamento di sentiment è improvviso e implacabile. La fiducia si erode non solo in una singola azienda, ma in un intero settore, diffondendo il contagio tra i mercati.

La storia dimostra che lo smantellamento di queste illusioni non è mai graduale.

Il crollo di Enron gettò diffidenza nel settore energetico, i fallimenti delle dot-com screditarono la tecnologia in senso più ampio, lo scoppio della bolla immobiliare scosse la fiducia nell'intero sistema finanziario. L'intelligenza artificiale, ora integrata al centro degli indici di mercato, potrebbe innescare un simile shock sistemico se rivelazioni contabili, variazioni di liquidità, o azzeramenti delle valutazioni dovessero convergere.

Implicazioni per investitori e autorità di regolamentazione 

Per gli investitori, la lezione è la vigilanza.

I numeri riportati devono essere analizzati, con particolare attenzione ai flussi di cassa, all'integrità del bilancio e all'affidamento a rettifiche contabili non-GAAP. Le narrazioni dovrebbero essere soppesate rispetto ai fondamentali e i flussi passivi dovrebbero essere riconosciuti sia come fonte di stabilità nelle fasi di espansione che di fragilità nelle fasi di contrazione.

Per le autorità di regolamentazione, la sfida è far rispettare la disciplina contabile prima che i mercati la impongano.

La trasparenza nella rendicontazione e il controllo delle pratiche aggressive sono essenziali per preservare la fiducia.

Riepilogo 

Il boom nel settore dell'intelligenza artificiale non è un caso unico nella sua psicologia.

Segue il percorso ben collaudato delle manie speculative: valutazioni oltre ogni ragionevolezza, credito che scorre liberamente, narrazioni di crescita illimitata e pratiche contabili che offuscano la realtà.

La novità è la struttura dei mercati odierni, dove gli investimenti passivi amplificano la concentrazione e accelerano le inversioni di tendenza. Insieme, queste forze preparano il terreno per una fragilità su una scala non ancora testata. La storia ci suggerisce che ignorare questi segnali non farà scomparire il potenziale botto successivo.

Il crollo, quando arriverà, seguirà la consueta anatomia.

Solo che questa volta c'è un nuovo accelerante incorporato nel sistema stesso.


Perché è importante ORA 

Lo slancio è andato perso

Lo slancio nei principali indici e nei principali titoli tecnologici ha iniziato a cedere, nonostante i prezzi appaiano resilienti. Questa perdita di forza interna sia nei benchmark che nelle loro componenti principali è un segnale precoce che le basi del rally si stanno indebolendo.

Questo è importante perché il rally azionario dell'ultimo anno si è basato su una leadership sempre più ristretta.

Il Dow Jones, l'indice S&P 500 e il Nasdaq si trovano tutti vicino ai massimi del ciclo in termini di prezzo, ma sotto la superficie la situazione è meno rassicurante. Gli indicatori di forza relativa (RSI) per ciascun indice hanno raggiunto il picco più di un mese fa e sono poi tornati indietro, mentre lo slancio stocastico ha già iniziato a segnalare un esaurimento.

Questa divergenza, con il momentum che si indebolisce mentre i prezzi si muovono lentamente verso l'alto, è uno dei classici indicatori di un mercato in difficoltà.

La fragilità degli indici è ulteriormente aggravata dal visibile deterioramento delle principali componenti del mercato, i cosiddetti “Magnificent Seven”.

Nvidia (NVDA) ha già ceduto i massimi, con l'RSI che precipita in territorio di ipervenduto.

Microsoft (MSFT), un altro pilastro sia dell'indice S&P 500 che del Nasdaq, mostra una decisa perdita di momentum, con il prezzo che scivola sotto la media mobile a 50 giorni e la forza relativa in calo.

Tesla (TSLA) non è riuscita a recuperare i massimi di fine 2024, muovendosi invece lateralmente con momentum in calo. Persino Apple (AAPL), da tempo un barometro del sentiment generale, mostra segni di stanchezza nonostante il recente rimbalzo. L'RSI è elevato ma in calo, il che suggerisce che la forza dei prezzi non è confermata da convinzioni interne.

I semiconduttori, principali beneficiari del boom dell'intelligenza artificiale, mostrano un andamento simile: i prezzi rimangono elevati, ma il momentum si è interrotto.

Nel complesso questi andamenti suggeriscono che gli indici più ampi siano appesi a un filo.

I prezzi rimangono ai massimi o quasi, ma i titoli leader che hanno trainato i guadagni mostrano crepe visibili. Storicamente, quando i generali cadono, l'esercito li segue.

Con gli indici fortemente concentrati su questi pochi titoli, il crollo del momentum nei titoli MAG7 non è solo una curiosità tecnica. È un segnale di allarme di una potenziale debolezza sistemica del mercato.

Strutture passive: amplificatori del rischio 

La vulnerabilità è amplificata dall'attuale struttura del mercato. Le strategie passive – fondi indicizzati ed ETF – dominano la proprietà azionaria a un livello senza precedenti nella storia. Per come sono strutturati, questi veicoli allocano il capitale in base alla capitalizzazione di mercato.

Ciò significa che i titoli più grandi, in particolare le MAG7, hanno ricevuto una quota sproporzionata di flussi in entrata durante la fase di rialzo. Nvidia, Microsoft, Apple e Tesla non sono solo singole aziende; sono i pilastri su cui poggiano migliaia di miliardi di risparmi passivi.

Questa struttura funziona in modo riflessivo.

Con l'aumento dei prezzi, i flussi passivi li hanno spinti al rialzo, aumentando ulteriormente le valutazioni e rafforzando il loro predominio nei benchmark.

Ma lo stesso meccanismo funziona al contrario. Quando il momentum si interrompe e gli investitori escono dai veicoli passivi, questi ultimi sono costretti a vendere in proporzione al peso dell'indice. La pressione di vendita su Nvidia o Apple non rimane limitata a quei titoli; si riversa sull'intero indice, trascinando al ribasso ogni fondo e portafoglio legato al benchmark.

Ciò che rende critico il momento attuale è la convergenza di fragilità tecnica e strutturale.

Il momentum negli indici ha già raggiunto il picco, suggerendo un esaurimento interno. Le MAG7 nell'indice stanno capitolando una dopo l'altra, con NVDA e MSFT che mostrano un netto deterioramento del momentum.

L'allocazione passiva implica che la debolezza di questi titoli non sarà isolata, ma si propagherà all'intero sistema. Di fatto, il mercato ha creato un circolo vizioso in cui le vendite generano altre vendite, non perché i fondamentali siano cambiati, ma perché la struttura del mercato ora lo richiede.

Il rischio è che quella che inizia come una correzione tecnica in una manciata di titoli possa trasformarsi in un declino più ampio del mercato. Con valutazioni elevate, liquidità in calo e resoconti contabili discutibili già sotto esame, i flussi passivi che un tempo stabilizzavano i mercati ora minacciano di accelerare la volatilità.

Questo ci fa riflettere ulteriormente quando analizziamo le valutazioni attuali nel contesto storico più ampio.

Per non parlare del posizionamento. Dopotutto, se le strategie che seguono il trend sono all-in, cosa ci dice questo di quelle che invece si limitano a seguire ciecamente suddette strategie?

Per gli investitori l'implicazione è chiara: l'apparente stabilità del mercato è più fragile di quanto sembri e il crollo dei titoli leader potrebbe essere il catalizzatore che trasforma la forza passiva in una vulnerabilità sistemica.

Riepilogo 

Nessuna di queste analisi garantisce che un crollo sia imminente. I mercati possono rimanere sotto pressione più a lungo di quanto suggerisca la logica, e i periodi di divergenza tra prezzo e momentum possono durare settimane.

Ciò che i dati dimostrano è che il tavolo è perfettamente pronto per tutto questo.

E stiamo entrando in una stagione in cui i mercati tendono a diventare più instabili e il contesto di quest'anno include una serie di potenziali catalizzatori in vista: dati sull'inflazione che potrebbero sorprendere, riunioni delle banche centrali che potrebbero acuire le divisioni politiche e tensioni geopolitiche che possono verificarsi senza preavviso.

Politiche monetarie divergenti nelle principali economie aggiungono un ulteriore livello di incertezza. O forse non c'è affatto bisogno di uno shock esterno. A volte i mercati inciampano semplicemente perché non si presentano nuovi acquirenti.

Nel frattempo l'indice di volatilità si attesta a livelli insolitamente bassi, segno che gli investitori sono diventati compiacenti. Una bassa volatilità significa anche che il costo delle assicurazioni è basso.

In un contesto in cui la leadership vacilla, le dinamiche interne si stanno indebolendo e i potenziali catalizzatori incombono, la possibilità di assicurarsi una protezione a prezzi convenienti è un'opportunità che pochi cicli hanno offerto.

L'attuale situazione suggerisce che è improbabile che queste coperture rimangano a basso costo a lungo e, quando daranno i loro frutti, potrebbero farlo in modo spettacolare.

In ogni caso, le lezioni del passato sono molto chiare e in questo momento stanno urlando.

Ricordate, il momento migliore per prepararsi è prima della pioggia. Prima della pioggia


Conclusione 

Il boom alimentato dall'intelligenza artificiale dimostra perché le lezioni della storia finanziaria rimangono indispensabili.

Le forze che alimentano le bolle – ottimismo, credito, liquidità e psicologia – sono senza tempo. Ciò che cambia sono le forme che assumono. Proprio come i tulipani, le ferrovie, le startup dot-com e i mutui subprime un tempo indossavano il mantello del progresso, l'IA ora combina un potenziale trasformativo con straordinari flussi di capitale, fervore speculativo e slancio narrativo.

Il risultato di questo cocktail raramente è la stabilità.

A differenza delle precedenti bolle confinate a un settore, l'intelligenza artificiale promette di trasformare simultaneamente tanti settori: software e cloud computing, produzione e logistica, sanità e finanza. Questa ampia applicabilità attrae sia il capitale istituzionale in cerca di esposizione alla “prossima tecnologia multiuso”, sia gli investitori al dettaglio attratti da storie di adozione esponenziale.

La velocità del progresso tecnologico, abbinata a livelli di investimento senza precedenti, comprime gli orizzonti temporali, aumentando la probabilità che le valutazioni si stacchino rapidamente dalla realtà e si correggano con violenza.

I parallelismi storici sono evidenti.

Alla fine degli anni '90 le reti digitali furono annunciate come una rivoluzione istantanea, giustificando valutazioni estreme per aziende senza profitti. Negli anni 2000 il settore immobiliare era considerato permanentemente sicuro, consentendo un'enorme leva finanziaria nel sistema finanziario. Oggi le aziende basate sull'intelligenza artificiale sono quotate in base a proiezioni di esecuzione impeccabili, scalabilità immediata e rapida redditività. Quando queste ipotesi inevitabilmente vacillano, il divario tra aspettative e realtà può innescare brusche inversioni di tendenza, amplificate dalla leva finanziaria e dal calo dello slancio.

La psicologia amplifica questi rischi. Il comportamento umano – la FOMO, l'istinto di gregge, l'eccessiva sicurezza e la convinzione immutabile che “questa volta è diverso” – rimane più potente che mai. Gli investitori sono portati a inseguire storie di crescita illimitata, anche quando la disciplina avverte del contrario.

Il pericolo non è solo un ottimismo fuori luogo, ma anche l'inganno. La storia dimostra che i periodi di euforia invitano ad abbellimenti contabili, false dichiarazioni e frodi, mentre i team di gestione e i promotori si sforzano di soddisfare aspettative impossibili. L'ambiente motivato dall'hype riguardo l'intelligenza artificiale, con le sue promesse di rivoluzione in ogni settore, è terreno fertile per simili tentazioni.

Eppure, al di là di queste forze familiari, si cela qualcosa di nuovo: il predominio strutturale delle strategie di investimento passive. Nelle prime bolle speculative il capitale veniva allocato in gran parte da investitori attivi che esprimevano giudizi, per quanto consolidati, su valutazione, rischio e potenziale.

Oggi migliaia di miliardi di dollari affluiscono in fondi indicizzati ed ETF che li allocano automaticamente, premiando le dimensioni piuttosto che i fondamentali. Questo circolo vizioso, in cui le aziende più grandi attraggono la maggior parte dei flussi di investimento, semplicemente perché sono grandi, ha concentrato il rischio in una manciata di mega-cap.

Questi flussi passivi creano ora vulnerabilità uniche nelle fasi di recessione.

Quando gli investitori riscattano gli ETF in caso di eventi di stress, le vendite avvengono indiscriminatamente su tutti gli indici, indipendentemente dai fondamentali. Gli stessi colossi che hanno ancorato i portafogli potrebbero diventare acceleranti di volatilità, non a causa della debolezza del business, ma a causa delle loro ponderazioni negli indici. Gli squilibri di liquidità tra gli ETF e gli asset sottostanti aumentano ulteriormente il rischio di vendite forzate, in particolare nei settori meno liquidi. Gli ETF tematici e a leva aggravano la fragilità, amplificando le inversioni di tendenza in aree di nicchia e trasmettendo stress ai mercati.

Questo cambiamento strutturale, assente nelle precedenti manie, potrebbe accelerare la velocità e la sincronizzazione dei crolli futuri. I mercati sono più omogenei, poiché le strategie passive concentrano gli investitori sugli stessi titoli.

In una correzione i flussi provenienti dai veicoli passivi potrebbero creare un nuovo e potente ciclo di feedback, amplificando i fattori ciclici che la storia ha sempre mostrato. L'assetto dei mercati è cambiato e, con esso, il modo in cui le bolle si gonfiano e si sgonfiano.

Nel complesso le lezioni durature della storia e le nuove realtà degli investimenti passivi forniscono un quadro per la sopravvivenza.

Le valutazioni continuano a metterci in guardia quando le aspettative superano gli utili; la leva finanziaria determina ancora la violenza dei ribassi; la liquidità alimenta ancora i cicli e la psicologia distorce ancora il giudizio; le frodi emergono ancora quando l'analisi si affievolisce. Però, ora, l'architettura dei flussi passivi deve essere aggiunta al calcolo. Ignorare questo fattore moderno rischia di far sottovalutare la rapidità con cui le inversioni di tendenza possono intensificarsi.

Per gli investitori il quadro è chiaro: la storia ci prepara a riconoscere segnali familiari come valutazioni elevate, credito abbondante, narrazioni euforiche e frodi striscianti. La moderna struttura del mercato richiede di aggiungere i flussi passivi alla watchlist, monitorare come il capitale entra ed esce dagli indici e comprendere i rischi di concentrazione insiti nei benchmark.

Insieme queste intuizioni consentono un approccio disciplinato: ridimensionare l'esposizione quando l'esuberanza raggiunge il picco, ridurre la leva finanziaria in condizioni di turbolenza, analizzare narrazioni e dati finanziari e prepararsi ad agire quando i crolli creano opportunità generazionali.

I cicli di ottimismo e crollo sono vecchi quanto i mercati. Le tecnologie si evolvono, ma il comportamento umano e le dinamiche finanziarie rimangono costanti.

Ciò che è nuovo è l'infrastruttura attraverso cui si muove il capitale. L'intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi trasformativa, proprio come lo sono state le ferrovie, l'elettricità e Internet. L'investimento passivo può rimanere uno strumento a basso costo per i risparmiatori a lungo termine. Ma entrambi i fenomeni contengono anche i semi dell'instabilità.

Integrando le lezioni senza tempo della storia con la consapevolezza del cambiamento strutturale, gli investitori possono preservare il capitale durante le turbolenze e posizionarsi per cogliere le opportunità che inevitabilmente emergono quando la polvere della battaglia si posa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Why We Hate Thomas Hobbes

Lew Rockwell Institute - Mar, 23/12/2025 - 18:28

In this episode of Radio Rothbard, Ryan and Josh Mawhorter talk about how Thomas Hobbes, even nearly 400 years later, remains a popular spokesman for almost limitless state power. In fact, by Hobbes’s logic, the world should by ruled by a single global dictatorship.

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Why We Hate Thomas Hobbes

Lew Rockwell Institute - Mar, 23/12/2025 - 18:28

In this episode of Radio Rothbard, Ryan and Josh Mawhorter talk about how Thomas Hobbes, even nearly 400 years later, remains a popular spokesman for almost limitless state power. In fact, by Hobbes’s logic, the world should by ruled by a single global dictatorship.

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Il calendario delle vaccinazioni finalmente finisce sotto accusa

Freedonia - Mar, 23/12/2025 - 11:06

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di Jeffrey Tucker

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-calendario-delle-vaccinazioni)

Ebbene Donald Trump l'ha fatto: ha programmato una conferenza stampa sulla scienza dell'autismo, su ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, e l'ha gestita in modo magistrale. È profondamente consapevole che, come genitore e presidente degli Stati Uniti, può esprimere argomentazioni che invece i suoi consulenti scientifici non possono esternare per ragioni politiche, sociologiche e scientifiche.

Trump, tuttavia, sa che le future mamme e le famiglie devono ancora prendere delle decisioni e queste decisioni potrebbero influire sulla salute e il benessere dei loro figli per il resto della loro vita. Niente è più importante. Nel frattempo l'autismo è un'epidemia e qualcosa sta causando tutto questo.

Non esiste un'epidemia genetica, né è riconducibile a una diversa definizione del termine, altrimenti assisteremmo a una crescente diffusione anche tra gli adulti, cosa che non accade. Il direttore della FDA, Marty Makary, solitamente molto cauto nelle sue dichiarazioni, ha affermato una cosa semplice che nessuno ha mai affermato con altrettanta chiarezza: l'autismo è prevenibile.

Sebbene Robert F. Kennedy Jr., Jay Bhattacharya e Mehmet Oz fossero presenti e intervenuti, è stato Trump ad assumersi coraggiosamente l'onere di dire ciò che un gran numero di genitori e medici sospettano e sanno, ma che fino ad allora l'avevano relegato nel regno del pensiero proibito. Ha individuato due principali colpevoli: il Tylenol per le puerpere e i neonati e il fitto programma di vaccinazioni che colpisce i neonati con un cocktail di dosi i cui effetti combinati non sono mai stati studiati.

Trump è stato estremamente chiaro.

Non assumere Tylenol. Inoltre il calendario delle vaccinazioni dovrebbe essere modificato in modo che ogni iniezione sia un vaccino separato, distribuito su più anni. Inoltre alcune vaccinazioni, come quella contro l'epatite B, dovrebbero essere somministrate solo dopo i 12 anni, semmai dovessero essere effettuate. Questo significherebbe niente più vaccino MPR e tanto meno un vaccino MPRV che aggiunge la varicella al cocktail. Significherebbe una sola iniezione per il morbillo, una per la parotite, una per la rosolia e così via.

Al momento i prodotti non esistono in tale forma. L'intero percorso è stato quello di produrli in grandi quantità e questo è accaduto contemporaneamente a un'esplosione dei casi di autismo. Non è affatto azzardato ipotizzare una correlazione e Trump ha spiegato le storie di tante madri, più della metà di quelle citate, che segnalano cambiamenti comportamentali e cognitivi drammatici e immediati in seguito a un vaccino.

Queste persone sono state manipolate per 40 anni; sono state apostrofate con ogni sorta di epiteti orribili. Gli scienziati che hanno preso a cuore la loro causa sono stati esclusi dal mondo accademico, dalle associazioni professionali, dalle riviste e dichiarati non-persone, ma non hanno mai ceduto. Trump è personalmente d'accordo con loro da 20 anni; lui e Kennedy ne hanno a lungo discusso in privato.

L'intero campo è una mina vagante piena di pericoli, sia culturali che industriali. A un certo punto Trump si è reso conto che se qualcuno avesse potuto sbloccare la situazione su questo argomento, quello sarebbe stato lui. E così lo ha fatto, spingendosi molto più in là di quanto chiunque – e dico chiunque! – si aspettasse.

Ha sottolineato le folli aggiunte al programma delle vaccinazioni sin dal 1980. Da allora sono stati aggiunti i seguenti vaccini: HepB, Hib, PCV, RV, HepA, HPV, MenACWY, MenB e COVID-19. Questo porta le dosi da 12 a 35 e da 7 a 15 malattie. È una sorta di corsa all'oro innescata dallo scudo a livello di responsabilità civile introdotto nel 1986. Nel frattempo Trump ha fatto riferimento a “certi gruppi che non prendono vaccini o pillole e non hanno l'autismo”. Si è poi rivolto a Kennedy il quale ha detto tra i denti che alcuni studi hanno riguardato gli amish. Sì, ha detto Trump, “gli amish fondamentalmente non soffrono di autismo”.

Assistere a tutto questo in tempo reale è stata un'esperienza davvero incredibile. Sono tutti temi discussi in piccoli gruppi e organizzazioni di genitori di bambini autistici; essi hanno combattuto contro i produttori, ma con scarsi risultati a causa di tutte le tutele legali che circondano le aziende farmaceutiche.

Da una prospettiva più ampia, l'idea dei vaccini è presumibilmente quella di renderci più sani. È accaduto il contrario e questo ha sollevato una seria questione sulla complessità del sistema immunitario. Va bene debellare una malattia con un induttore immunitario, lo facciamo da centinaia di anni con gloriosi successi in particolare contro il vaiolo, ma questo successo ha anche dato origine a un'arroganza sconsiderata che ha immaginato che l'intero sistema immunitario potesse essere sostituito da esperimenti di laboratorio per superare in astuzia l'intero regno microbico.

L'industria farmaceutica è diventata così grande e potente da esercitare un enorme potere sul mondo accademico, sull'editoria accademica, sui governi e sui media generalisti attraverso il potere della pubblicità. La portata e l'influenza dell'industria delle vaccinazioni sono diventate così vaste che nel marzo 2020 hanno avuto un peso tale da spingere 195 governi in tutto il mondo a sospendere l'attività economica fino a quando non fosse stato possibile produrre e distribuire un antidoto per il COVID.

Il problema avrebbe dovuto essere ovvio anche per un lettore occasionale della letteratura medica. L'induzione dell'immunità tramite un'iniezione può avere un effetto sterilizzante su patogeni stabili come il vaiolo e il morbillo.

Diverso è il discorso per i virus respiratori, i quali mutano e si adattano in continuazione e possiedono anche un serbatoio zoonotico. Se un mammifero può essere portatore del nuovo ceppo, la vaccinazione sarà come un gioco di “Colpisci la talpa” senza fine. Nel frattempo la vaccinazione stessa può riprogrammare il sistema immunitario per resistere a un ceppo deprecato, esponendolo al contempo a nuove vulnerabilità provenienti da fonti inaspettate.

Tutto questo poteva essere previsto ed era noto. Hanno comunque proceduto. Poi c'è il problema di una nuova tecnologia chiamata mRNA modificata, somministrata tramite nanoparticelle che non controllano né il dosaggio né la distribuzione. Queste iniezioni sono state associate a quello che molti esperti definiscono un numero di lesioni e decessi senza precedenti, eppure le coperture di responsabilità civile hanno impedito qualsiasi contenzioso per il risarcimento dei danni.

Considerando questa situazione, sembra piuttosto ovvio che un momento di verità e responsabilità dovesse arrivare, in un modo o nell'altro. Trump rimane molto orgoglioso dell'Operazione Warp Speed, ma è profondamente incredulo riguardo al resto del programma per l'infanzia. La sua soluzione si articola in quattro punti:

  1. posticipare l'epatite B al dodicesimo anno;
  2. vaccinarsi contro una malattia alla volta;
  3. una dose per visita;
  4. niente mercurio nelle dosi dei vaccini.

Toby Rogers, il principale studioso di vaccini e autismo, afferma che queste misure porrebbero fine a tale epidemia.

Se avete qualche dubbio sul fatto che abbia ragione a essere scettico nei confronti del programma attuale, vi invito a leggere un nuovo libro dell'avvocato Aaron Siri intitolato, Vaccines, Amen. Di tutti i libri che ho letto sull'argomento, questo è il più avvincente e il più convincente. Documenta deposizioni, dati sulla sicurezza, se e in che misura queste pozioni siano mai state sottoposte a studi clinici controllati con placebo, e la vasta letteratura che è stata soppressa. Il libro vi stupirà, soprattutto per la sua ampia documentazione su come tutte le malattie contro cui ci vacciniamo fossero state ampiamente controllate prima ancora che il prodotto venisse immesso sul mercato.

Vorrei concludere con una nota personale, se mi è consentito: scrivo di pianificazione pandemica da 20 anni e in tutto questo lasso di tempo non sono riuscito a vedere, né tanto meno a comprendere, il ruolo dell'industria farmaceutica come mano nascosta dietro le quinte. Quando sono stati rilasciati i vaccini contro il COVID, non ho mai creduto che avrebbero funzionato nel senso normale del termine, ma non ero consapevole dei pericoli per la salute. Non avevo mai sentito il termine “no-vax” fino al 2021 e di certo non riuscivo ad articolare una giustificazione logica per questa opinione.

Non avrei mai immaginato di assistere e applaudire una conferenza stampa presidenziale che avrebbe sostanzialmente fatto saltare l'intera ortodossia che circondava il programma di studi per l'infanzia. Chiaramente la risposta alla pandemia di cinque anni fa ha aperto nuovi modi di pensare. I media generalisti stanno già urlando come se fosse la fine del mondo. Non lo è; invece è l'inizio della fine dell'indiscusso potere farmaceutico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Mike Benz — Epstein Origins Finally Solved

Lew Rockwell Institute - Mar, 23/12/2025 - 09:58

Full Jeffrey Epstein super stream this week, started as a readthrough and annotation of the New York Times investigation into Epstein, and evolved into finally cracking the origins of how Jeffrey Epstein got the exact clients from the exact places with the exact backgrounds he did, and how he did it so quickly. Skip to 4:05:18 if you just want that part.

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La burocrazia tedesca divora il 3% del PIL

Freedonia - Lun, 22/12/2025 - 11:09

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-burocrazia-tedesca-divora-il-3)

La giungla burocratica in Germania si sta espandendo senza freni. Secondo l'Ufficio federale di statistica tedesco, il numero di oneri per le imprese ha raggiunto quest'anno un nuovo record.

Nella vita privata la burocrazia è onnipresente. Che si tratti di presentare la dichiarazione dei redditi o di gestire le pratiche burocratiche dei proprietari di casa, lo stato arruola regolarmente i propri cittadini per svolgere il proprio lavoro amministrativo. In sostanza il cittadino svolge un lungo anno di servizio sociale nell'amministrazione pubblica, senza alcun compenso, sempre sotto la minaccia incombente di coercizioni giuridiche.


Burocrazia kafkiana

In economia la pubblica amministrazione ha assunto tratti kafkiani. Non è più necessario vagare per infiniti corridoi scarsamente illuminati per sopravvivere a una maratona amministrativa. La burocrazia moderna è ormai digitale, ma mantiene un carattere invasivo, lavorando a stretto contatto con la politica per ritagliarsi continuamente nuove aree di controllo.

I costi di questo sistema possono essere calcolati con una certa precisione in termini di ore che le aziende sono costrette a dedicare per conformarsi.

Secondo dati recenti dell'Ufficio Federale di Statistica, il “contributo” imposto alle aziende da parte dell'amministrazione pubblica tedesca ammonta ora a €64,2 miliardi all'anno. Questa cifra include obblighi di rendicontazione e comunicazione, documentazione e requisiti di conformità, che vanno dai report ambientali e dai fogli presenze dei dipendenti ai protocolli di sicurezza delle macchine e alle dichiarazioni obbligatorie presso le associazioni di categoria. La burocrazia sovraccarica il lavoro effettivo delle aziende in misura palesemente sproporzionata.

Gli statistici di Wiesbaden hanno fornito dettagli specifici: al 30 giugno 2025 le aziende tedesche erano soggette a 12.427 obblighi distinti di rendicontazione e documentazione, a seconda delle dimensioni e del settore. Solo nella prima metà del 2025 sono stati aggiunti altri 37 obblighi; dal 2018 sono state introdotte quasi mille nuove norme.


BSW come iniziatore

Sorprendentemente è stato il Sahra Wagenknecht Alliance (BSW), un partito di chiara impronta socialista, a criticare il sovraccarico di richieste amministrative obbligatorie sulle piccole e medie imprese. Ironicamente è stato proprio lo Stato sociale, questa macchina di redistribuzione fondamentalmente socialista, ad alimentare gran parte dell'espansione della burocrazia.

Imprenditori, liberi professionisti e lavoratori autonomi non hanno praticamente sostenitori politici. Nonostante una prolungata crisi economica e un'evidente ed eccessiva regolamentazione, la Germania rimane intrappolata in una mentalità statalista che alimenta indirettamente la burocrazia. Le imprese sono gravate da una palla la piede, mentre la burocrazia si sostiene espandendo la propria portata e i propri bilanci.

In Germania – e in generale nell'Unione Europea – questa espansione incontra scarsa resistenza politica; al contrario, si è fusa con la politica in un'unica struttura di potere.

Programmi come la “trasformazione verde” generano montagne di requisiti di documentazione, scaricati sulle aziende fino a far scoppiare gli schedari. Rasenta il grottesco che un'ideologia avulsa dalla realtà economica converta quasi il 2% del PIL in oneri burocratici, solo per forzare visioni sociali e politiche nel processo economico.


L'evergreen della “riduzione della burocrazia”

La burocrazia definisce con precisione il rapporto tra stato e cittadino e qui siamo bloccati in un vicolo cieco.

“Riduzione della burocrazia” è uno di quegli slogan politici ricorrenti durante le campagne elettorali per distogliere l'attenzione dal problema centrale. I politici di tutto lo spettro partitico – che da tempo hanno trasformato lo Stato amministrativo in un'estensione del proprio potere – proiettano un'immagine di attivismo e reattività, assicurandosi al contempo che non si verifichi mai una vera riforma.

È assurdo supporre, sullo sfondo di un mercato del lavoro in peggioramento, che i politici taglierebbero il settore pubblico. Oggi 5,5 milioni di persone sono impiegate nella pubblica amministrazione tedesca, 420.000 in più rispetto a prima dei lockdown. La burocrazia funge anche da cuscinetto politico per l'occupazione, isolando da un'imminente crisi occupazionale. Ironicamente questa espansione aggrava proprio la crisi che si cerca di nascondere. Il risultato: l'economia tedesca non registra alcuna crescita della produttività da anni.


Una svolta negli Stati Uniti

Nel frattempo, negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump è riuscito a invertire la rotta. A livello federale sono stati tagliati circa 100.000 posti di lavoro nel settore pubblico, un chiaro successo per una politica basata sulla deregolamentazione e sul libero mercato. Un risultato simile si può osservare in Argentina sotto la presidenza di Javier Milei, il quale ha innescato un boom economico attraverso la deregolamentazione e lo scatenamento delle forze di mercato.

I dati dell'Ufficio federale di statistica riflettono questa tendenza politica, sebbene rilevino solo i costi diretti derivanti dagli adempimenti amministrativi; i cosiddetti costi di opportunità – mancati profitti, investimenti persi e opportunità di mercato perse – rimangono fuori dal bilancio. Lo scorso anno l'istituto tedesco Ifo ha stimato questi costi indiretti in altri €80 miliardi. Con gli oneri amministrativi di base fissati a circa €66 miliardi, vi è consenso sulla loro entità.

Nel complesso la Germania deve affrontare circa €146 miliardi di costi burocratici diretti e indiretti. Di fatto lo stato brucia circa il 3% del PIL, a dimostrazione di una profonda cattiva gestione politica e amministrativa. Soprattutto è Bruxelles che continua a fare pressione sui legislatori nazionali con regimi normativi sempre più rigidi, imponendo ulteriori strati di burocrazia interna.


Debito e ancora debito

I crescenti costi della burocrazia vanno di pari passo con l'aumento del debito nazionale tedesco, che si prevede salirà dal 63% del PIL al 95% nei prossimi anni, sempre che Berlino riesca a collocare programmi di debito così ingenti sui mercati obbligazionari.

L'economia tedesca ha perso il suo vantaggio competitivo internazionale, spinta da un'ideologia politica che si traduce direttamente in costi normativi. A questo dirigismo si aggiunge una crisi energetica autoinflitta che sta paralizzando la base industriale tedesca.

Il declino dell'economia tedesca è l'inevitabile risultato di decenni trascorsi a rilanciare le idee socialiste – in questo caso il controllo eco-dirigista su settori chiave come l'energia e la mobilità. Il fallimento di questo esperimento avrebbe dovuto essere ovvio a chiunque avesse familiarità con la storia dei sistemi centralizzati, eppure, per molti tedeschi, questo fallimento sembra ancora una scoperta del tutto nuova.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La prigione delle certezze

Freedonia - Ven, 19/12/2025 - 11:02

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prigione-delle-certezze)

Nel saggio, La società degli algoritmi, ho esplorato come l'ordinamento algoritmico e la manipolazione delle informazioni abbiano creato realtà frammentate in cui non condividiamo più una comprensione comune dei fatti. Oggi approfondirò il rovescio della medaglia: perché le nostre menti si aggrappano alle convinzioni nonostante le prove di manipolazione.

Un detto, attribuito a Mark Twain, recita: “È più facile ingannare le persone che convincerle di essere state ingannate”. Vero o no, racchiude in sé una realtà psicologica: una volta che ci siamo affezionati a una convinzione, abbandonarla può sembrare quasi impossibile.

Nei miei lavori precedenti ho esplorato come il nostro panorama informativo sia sistematicamente progettato attraverso la divisione algoritmica (Ingegnerizzare la realtà), le narrazioni istituzionali (Leggere tra le bugie) e il rifiuto sistematico del riconoscimento degli schemi (Non può essere vero). Comprendere questi sistemi esterni è solo la prima metà dell'equazione, l'altra è dentro di noi: i meccanismi psicologici che ci rendono restii a cambiare idea anche di fronte a prove schiaccianti.


Perché sbagliare fa male

Di recente parlavo con un amico di eventi storici che non tornano. Quando gli ho suggerito di prendere in considerazione alcune prove che mettessero in dubbio la narrazione ufficiale sull'11 settembre, si è subito zittito, non perché sia ​​poco intelligente o poco curioso, ma perché “ha perso un amico quel giorno”. Il suo legame emotivo con l'evento ha creato una fortezza psicologica che nessuna prova può penetrare. Allo stesso modo molti di coloro che hanno difeso con zelo le politiche anti-COVID ora riconoscono che “sono stati commessi degli errori”, ma insistono sul fatto che “gli esperti avevano buone intenzioni”. Questa non è una resa dei conti; è una razionalizzazione.

Un articolo dell'Atlantic che ho appena letto, intitolato Perché il giudizio sul COVID è così unilaterale (versione non a pagamento), illustra perfettamente questa resistenza psicologica al cambiamento di convinzioni. Jonathan Chait, l'autore, critica i conservatori, dimostrando al contempo la stessa cecità cognitiva che sto descrivendo: liquidando gli “errori” dei progressisti come semplici errori in buona fede piuttosto che come fallimenti sistematici che hanno devastato vite umane. Da nessuna parte riconosce la censura che ha schiacciato il dissenso.

Questo si collega direttamente a quanto ho scritto sulle realtà parallele. La mia esperienza personale illustra questa divisione: quando mi sono espresso contro gli obblighi di vaccinazione, molti nella mia cerchia personale e professionale non sono riusciti a difendere le proprie posizioni con la scienza o la logica. Invece di impegnarsi hanno smesso di comunicare con me. Ora viviamo in linee temporali separate che ho descritto nel saggio citato all'inizio di questo pezzo. Non sono amareggiato, solo confuso dalla facilità con cui i legami umani si sono fratturati quando le convinzioni sono state messe in discussione. Provo compassione nel cuore, ma non dimenticherò la rapidità con cui le persone hanno rivelato le loro vere priorità quando il conformismo sociale è entrato in conflitto con l'indagine aperta.

Queste reazioni rivelano qualcosa di profondo sulla psicologia umana: ammettere di essere stati manipolati non è semplicemente una questione di elaborazione di nuove informazioni. Richiede di affrontare la possibilità che la nostra comprensione della realtà – e forse la nostra stessa identità – sia stata costruita sulla falsità.


Il costo dell'ammissione 

Si pensi ai vaccini a mRNA. Per i genitori che si sono precipitati a far vaccinare i propri figli, o per i medici che li hanno promossi con entusiasmo ai pazienti, riconoscere i potenziali danni non significa semplicemente aggiornare la propria valutazione del rischio; significherebbe affrontare l'insopportabile possibilità di aver danneggiato le persone che più amavano.

Gli operatori sanitari hanno avuto la priorità nella vaccinazione, coinvolgendoli fin da subito nella narrazione. Una volta somministrata l'iniezione e imposto il vaccino ai pazienti, la vostra identità – giudizio professionale, etica, immagine di voi stessi come medico – dipende dalla sua certezza. Il costo dell'ammissione di un errore diventa psicologicamente proibitivo.

Il costo diventa di gran lunga personale. Diversi amici ora portano i loro figli dai cardiologi per problemi sviluppati dopo la vaccinazione. Solo uno ha confidato in privato di credere che quelle iniezioni abbiano causato la condizione di suo figlio. Per gli altri, riconoscere questa possibilità significherebbe affrontare un senso di colpa insopportabile: quello di aver potuto danneggiare il proprio figlio seguendo quello che ritenevano essere un consiglio medico presumibilmente responsabile.

Questo spiega perché alcuni dei più convinti sostenitori di questi interventi siano spesso gli operatori sanitari che li hanno somministrati. Come hanno dimostrato lo psicologo Leon Festinger e i suoi colleghi nel loro studio del 1957, When Prophecy Fails, quando le prove contraddicono una convinzione fondamentale, molte persone non abbandonano la convinzione, ma la rafforzano, ignorando le prove.


La trappola dell'identità

Gli stessi meccanismi psicologici operano nel dibattito sui giovani transgender. I genitori che hanno supportato la transizione medica dei propri figli si trovano ad affrontare un ostacolo psicologico insormontabile al riconsiderare la propria decisione, indipendentemente dalle prove emergenti sui rischi o sui tassi di rimpianto.

Osservando gli amici che affrontano questo terreno con i propri figli, sono colpito dai parallelismi con altre forme di radicamento delle proprie convinzioni. I genitori che hanno dato il via libera alla transizione dei propri figli si trovano nella stessa trappola: riconsiderare il percorso rischia di comportare l'ammissione di una potenziale catastrofe.

Più pubblico è il loro sostegno, più alta è la posta in gioco. Una volta che avete annunciato con orgoglio la transizione di vostro figlio sui social, testimoniato davanti ai consigli scolastici sull'importanza dell'assistenza che conferma il genere, o siete stati celebrati come un “genitore modello”, la trappola dell'identità si chiude. Cambiare idea non significa semplicemente adattarsi a nuove informazioni: è una forma di suicidio sociale e psicologico.

L'aspetto del contagio sociale è impressionante. Un'amica mi ha di recente raccontato che nella classe di terza media di sua figlia, in un'esclusiva scuola privata di New York, quasi il 50% delle ragazze si identifica ora in qualcosa di diverso dal genere femminile. Ai miei tempi molte di quelle ragazze si sarebbero semplicemente laccate le unghie di nero e avrebbero detto di essere goth.

Prendendo le distanze dalla narrazione attuale, credo che ciò a cui stiamo assistendo sia una moda passeggera piuttosto che una rivelazione sulla natura umana, rimasta in qualche modo nascosta nel corso della storia fino ad oggi. Questa prospettiva non nega l'esperienza di nessuno, ma la colloca semplicemente nel contesto di come gli adolescenti hanno sempre navigato nelle acque turbolente della scoperta di sé.

Ciò che mi spezza il cuore è vedere questi ragazzi affrontare l'adolescenza, già di per sé difficile, con autentico dolore e confusione. Le loro difficoltà meritano di essere prese sul serio, ma temo che, invece di aiutarli a esplorare l'identità in modi che preservino le opzioni future, ci siamo affrettati a medicalizzare quelle che potrebbero essere fasi di sviluppo normali, spesso portando a interventi irreversibili prima che abbiano pienamente sviluppato il loro senso di sé.

Naturalmente la disforia di genere esiste, e chi ne soffre merita non solo compassione e dignità, ma anche il nostro incrollabile sostegno. La mia preoccupazione non riguarda l'affermazione delle identità, ma la tempistica e la permanenza delle decisioni mediche. Non permettiamo ai ragazzini di farsi tatuaggi, di arruolarsi nell'esercito, o di fare altre scelte che cambiano la vita proprio perché comprendiamo la psicologia dello sviluppo. Eppure, in questo ambito, la cautela ponderata viene etichettata come odio, rendendo quasi impossibili conversazioni significative.


Quando l'autorità acceca

Oltre all'identità, c'è anche la nostra fiducia nell'autorità: si pensi agli esperimenti di Milgram a Yale negli anni '60, i quali rivelarono la preoccupante tendenza dell'umanità a obbedire all'autorità anche quando ciò viola la nostra bussola morale. I partecipanti a quegli esperimenti continuarono a somministrare quelle che ritenevano essere dolorose scosse elettriche perché un tizio in camice da laboratorio li aveva rassicurati che era necessario.

Il nostro parallelo moderno è sorprendente: professionisti istruiti hanno sospeso il loro giudizio e le loro preoccupazioni etiche perché i funzionari della sanità pubblica in posizioni di autorità li hanno rassicurati sulla necessità di misure senza precedenti. Quando gli esperti hanno raccomandato politiche senza precedenti storici, o prove a supporto, molte persone istruite hanno aderito istintivamente, non per attenta valutazione, ma per rispetto verso l'autorità.

“Fidatevi della Scienza™” è diventato l'equivalente moderno de “L'esperimento deve continuare” di Milgram: una frase che mette fine al pensiero, concepita per annullare il giudizio individuale. Questa deferenza non era un segno di comprensione scientifica, ma il suo opposto: la sostituzione dell'autorità alle prove.


Lo scudo dello status

Nel saggio, L'illusione degli esperti, ho esplorato come la nostra classe di professionisti spesso confonda le credenziali con la saggezza. Questa dinamica crea un altro ostacolo al cambiamento delle convinzioni: la protezione dello status.

Per molti professionisti istruiti, il loro status sociale dipende dall'essere percepiti come informati e razionali. Ammettere di essersi sbagliati su questioni importanti minaccia non solo le loro convinzioni, ma anche il loro status. Se avete costruito la vostra identità basandovi sulle “prove”, o sul “seguire la scienza”, riconoscere di essere stati fuorviati mette in discussione il vostro concetto di voi stessi.

Questo spiega la veemenza con cui molti hanno difeso le politiche relative al COVID sempre più incoerenti. Il loro forte attaccamento non era alle politiche in sé, ma alla loro immagine di seguaci razionali di una guida esperta. Cambiare posizione non è stato semplicemente un aggiornamento dei fatti: ha significato perdere la faccia.


Come il nostro cervello combatte la verità

La ricerca in neuroscienze cognitive suggerisce un'intuizione intrigante: il nostro cervello elabora le sfide riguardo le nostre convinzioni fondamentali in modo simile a come elabora le minacce. Quando ci vengono presentate prove che contraddicono opinioni profondamente radicate, le persone spesso sperimentano una risposta fisiologica allo stress, non solo un disaccordo intellettuale. I nostri circuiti neurali sono progettati per proteggere la nostra visione del mondo con la stessa vigilanza della nostra sicurezza fisica.

Questo spiega perché presentare i fatti raramente cambia l'opinione pubblica su questioni cariche di emotività. Quando qualcuno risponde a prove contrarie con rabbia o rifiuto, non è testardo, ma sta vivendo una risposta neurologica di minaccia.

Il nostro cervello si è evoluto per dare priorità all'accettazione sociale rispetto alla verità oggettiva – un vantaggio per la sopravvivenza in contesti tribali, dove il rifiuto poteva significare la morte. Questo crea una vulnerabilità critica: siamo programmati per conformarci alle credenze del nostro gruppo sociale anche quando le prove suggeriscono che sono sbagliate.

Come possiamo quindi superare questo problema primordiale di cablaggio?


Spezzare l'incantesimo 

Se la psicologia umana crea una resistenza così forte al cambiamento delle convinzioni, come possiamo sperare di superarle? Il primo passo è la compassione: capire che questi meccanismi non sono segno di stupidità, ma di umanità.

Quando qualcuno si rifiuta di riconoscere anche prove schiaccianti che contraddicono le sue convinzioni, non è necessariamente disonesto o irrazionale. Si sta proteggendo da un danno psicologico che sembra reale quanto un pericolo fisico.

Per superare queste barriere è necessario:

Creare spazi sicuri per il dubbio: le persone hanno bisogno di ambienti in cui mettere in discussione non significhi un rifiuto immediato. Quanto più è socialmente costoso esprimere dubbi, tanto più le convinzioni diventano radicate.

Preservare la dignità: il cambiamento diventa possibile quando le persone riescono a salvare la faccia. Ciò significa concentrarsi sui sistemi piuttosto che sui fallimenti personali, consentendo alle persone di aggiornare le proprie convinzioni senza sentirsi stupide.

Costruire fiducia attraverso valori condivisi: prima di mettere in discussione le convinzioni di qualcuno, stabilite un terreno comune. Le persone sono più ricettive alle verità difficili provenienti da coloro che percepiscono che possano condividere i loro valori fondamentali.

Pazienza nel processo: il cambiamento di convinzione avviene in genere gradualmente, non con conversioni drastiche. Una persona potrebbe porsi domande in privato molto prima di cambiare posizione pubblicamente.

Iniziare con domande, non con affermazioni: il metodo socratico rimane il più efficace. Le domande che stimolano la riflessione spesso hanno successo laddove le sfide dirette falliscono.


Cosa c'è in gioco

Non si tratta solo di vincere le discussioni politiche o di avere ragione. I meccanismi psicologici che ci impediscono di aggiornare le false credenze creano vulnerabilità che si estendono a ogni aspetto della società.

Una popolazione incapace di riconoscere la manipolazione diventa sempre più suscettibile. Quando non riusciamo ad ammettere di aver sbagliato sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq, siamo vulnerabili alla prossima narrazione sulla guerra. Quando non riusciamo a riconsiderare i danni del lockdown, siamo pronti per la prossima risposta alle emergenze. Quando non riusciamo a mettere in discussione l'influenza dell'industria farmaceutica, siamo indifesi contro il prossimo intervento a loro vantaggio.

Come ho esplorato nel saggio, Gesti vuoti, questa resistenza psicologica è all'origine di alcuni dei nostri momenti più bui, periodi in cui persone altrimenti buone partecipano alla persecuzione, perché riconoscere la verità significherebbe confrontarsi con la propria complicità.


La mente compartimentata

L'ostacolo più profondo al cambiamento delle convinzioni potrebbe essere quello che ho descritto come la frammentazione della mente, ovvero la nostra capacità di compartimentare le informazioni in modo così efficace che le contraddizioni possono coesistere senza creare la dissonanza che potrebbe indurre a riconsiderare le cose.

La vera crescita richiede quella che ho definito “mente integra”: la capacità di gestire la complessità senza rifugiarsi in narrazioni semplicistiche, di riconoscere schemi senza soccombere alla paranoia, di mantenere i principi senza demonizzare chi non è d'accordo.

Questa integrità non è solo intellettuale, ma anche emotiva: imparare a tollerare il disagio dell'incertezza e il dolore di ammettere un errore. È una forma di maturità psicologica che il nostro attuale contesto informativo scoraggia attivamente.


Il coraggio di riconsiderare le cose

La questione non è se voi o io siamo stati manipolati: lo siamo stati tutti, in vari modi. Ho sicuramente creduto a narrazioni che poi si sono rivelate false e ho dovuto affrontare lo scomodo processo di riconsiderare posizioni profondamente radicate. La differenza non sta nella nostra immunità all'inganno, ma nella nostra volontà di riconoscerlo quando emergono le prove. Un segno di vera intelligenza non sono le credenziali che si possiedono, o la conoscenza che si possiede, ma la volontà di riconsiderare i propri punti di vista quando nuove informazioni vengono alla luce.

Coloro che sembrano più restii a cambiare idea sono spesso quelli che hanno investito di più nello status quo, sia a livello professionale, sociale, o psicologico. La loro resistenza non è prova di un'intelligenza inferiore, ma di un più profondo investimento nei sistemi che hanno plasmato il loro successo.

Nel frattempo coloro che hanno meno da perdere dal cambiamento del sistema – la classe operaia, gli emarginati, coloro che hanno assistito in prima persona al fallimento del sistema – spesso mostrano uno scetticismo più radicato nei confronti delle narrazioni istituzionali.

Comprendere queste barriere psicologiche non significa abbandonare la ricerca della verità; significa piuttosto avvicinarsi ad essa con maggiore compassione, riconoscendo che dietro ogni strenua difesa di una falsa narrazione si cela una paura profondamente umana di ciò che potrebbe costare cambiare idea.

Siamo stati tutti manipolati: è universale. La differenza sta nel saperci fare i conti. Una società che non ci riesce diventa sempre più vulnerabile. La verità richiede non solo sistemi migliori, ma anche consapevolezza di sé, rendendo la riconsiderazione delle cose un atto di coraggio, non di sconfitta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Cosa succederebbe se il prezzo di Bitcoin salisse all'infinito?

Freedonia - Gio, 18/12/2025 - 11:02

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joakim Book

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/cosa-succederebbe-se-il-prezzo-di)

C'è chi ce l'ha con Bitcoin.

Non hanno affatto apprezzato questa nuova moneta quando ne hanno sentito parlare per la prima volta. Più la studiano, meno apprezzano il modo in cui sta sfidando i monopoli della moneta fiat e, paradossalmente, ciò peggiora la loro prospettiva. E se siete un economista affermato presso una banca centrale, il vostro evidente conflitto di interessi offusca ancora di più il vostro giudizio.

Nel novembre 2022 Ulrich Bindseil e Jürgen Schaaf della Banca Centrale Europea si sono affrettati a gioire per il calo di Bitcoin. Dal suo massimo storico dell'anno precedente, Bitcoin ha subito quello che ha subito ogni altra classe di asset a causa dell'inasprimento delle condizioni monetarie. Se si aggiungono le esplosioni settoriali degli exchange e degli hedge fund legati alle crittovalute (FTX, Celsius, Three Arrows Capital ecc.), Bitcoin perse il 75% del suo valore rispetto al suo massimo in dollari. Bindseil e Schaaf dichiararono con sicurezza che quella era la fine di Bitcoin, la sua “ultima resistenza”. Era sempre stata una bolla e ora era scoppiata.

Due anni dopo, sono tornati, non con delle scuse, dato che Bitcoin ha raggiunto nuovi massimi storici e ha superato i prezzi pre-FTX, ma con un documento che indaga Le conseguenze distributive di Bitcoin.

Negli ultimi giorni l'articolo ha ricevuto molte critiche immeritate, soprattutto, credo, da parte di persone che hanno letto il titolo, letto velocemente l'abstract e, secondo il datore di lavoro di questi autori (la BCE), hanno concluso che doveva essere spazzatura.

Può anche essere spazzatura, ma non per le ragioni ipotizzate dai commentatori online.

5/ In all the years I've been monitoring the bitcoin space, this is by far the most aggressive paper to come from authorities. The gloves are off. It's clear that these central bank economists now see bitcoin as an existential threat, to be attacked with any means possible.

— Tuur Demeester (@TuurDemeester) October 19, 2024

 

Buttate le prime due sezioni fuori dalla finestra

Gli autori tentano – in modo orribile e senza successo – di descrivere cosa sia e cosa faccia Bitcoin. Giocano con i primi scritti di Satoshi Nakamoto e ridefiniscono i termini per discutere della mediazione nelle transazioni PayPal (?!). Citano importanti sostenitori di Bitcoin e cercano di collegarli alle campagne elettorali americane. Il saggio è pieno di errori e puzza di qualcuno che non ha mai effettuato una transazione Bitcoin.

Con aria seria, questi altrimenti stimati studiosi della moneta affermano: “Anche 16 anni dopo la sua nascita, i veri pagamenti in Bitcoin, ovvero ‘on chain’, sono ancora macchinosi, lenti e costosi”.

Una rapida occhiata a mempool.space mentre scrivo (5 sat/vbyte, ovvero circa $0,30 per una transazione standard) – o in qualsiasi momento negli ultimi mesi – avrebbe dissipato questa idea (per non parlare della rete Lightning che consente comodi pagamenti al dettaglio). Nessuno di questi metodi di trasferimento di valore può essere considerato “lento” o “macchinoso” rispetto al vecchio mosaico di pagamenti fiat: $5-25 per i pagamenti Automated Clearing House? Commissioni di bonifico internazionale? Avete provato a inviare denaro dalla banca durante il fine settimana?


Di cosa parla realmente il documento

Bindseil e Schaaf hanno scritto un'ottima panoramica dello stato della letteratura economica sulle bolle speculative. Ci viene anche offerto un interessante riassunto di due pagine del dibattito “lean” contro “clean” nella politica macroprudenziale.

Ma non è questo il punto. Quello che offrono è un modello semplice e facilmente comprensibile di ciò che accade alla distribuzione dei beni reali quando un asset si apprezza in modo indefinito.

Iniziano col presupporre che Bitcoin sia un asset in continua crescita senza apportare miglioramenti produttivi alla società, ovvero che la sua esistenza e il suo utilizzo non arricchiscano l'economia. In base a questa ipotesi – che ritengono “ragionevole”, a quanto pare insieme alla “maggior parte degli economisti” – un mondo basato su Bitcoin non migliora la situazione economica.

Diversamente dai lettori più attenti che non si erano lasciati scoraggiare dalle obiezioni errate nella prima metà dell'articolo, la maggior parte aveva ormai già smesso di leggere. Dopo anni di cattiva gestione monetaria da parte delle banche centrali, eccessi fiscali, tentativi di censura/de-banking e stampa di moneta che hanno portato l'“inflazione” in cima alle preoccupazioni dei consumatori, liquidare un sistema di politica monetaria non discrezionale e di moneta a offerta fissa e non censurabile come privo di qualsiasi scopo produttivo è un elaborato esercizio di giustificazione del ridicolo.

E basare l'intera tesi su questo presupposto, fa diventare banale anche la conclusione:

• Se il valore (reale) di un asset aumenta in modo permanente;

• se tale asset non migliora in qualche modo il funzionamento produttivo dell'economia;

• se l’autorità monetaria si oppone al vento per mitigare il consumo aggiuntivo alimentato dall’effetto ricchezza mediante il restringimento delle condizioni monetarie (“crowding in”).

La conclusione è chiara: la società ridistribuisce beni e servizi reali dai ritardatari e dai non possessori a coloro che hanno acquisito il bene per primi. Alcune persone vivono una vita agiata a spese di tutti gli altri.

Non abbiamo bisogno di modelli, affiliazioni alla BCE e nemmeno di un diploma di scuola superiore per capirlo. Se queste condizioni valgono per Bitcoin, allora l'apprezzamento del suo tasso di cambio equivale solo a una ridistribuzione della ricchezza.

Naturalmente questa ipotesi non regge: Bitcoin ha sicuramente un impatto positivo e concreto sulla produttività, ovunque, dalla sovranità del consumatore alla gestione della rete elettrica, dall'eliminazione degli addebiti all'eliminazione delle commissioni sulle carte di credito e dei trasferimenti bancari internazionali. Una moneta unificata a livello globale e istantaneamente liquidata che scavalca il mercato più antico del mondo, limita gli eccessi fiscali ed elimina praticamente la cattiva gestione monetaria.

Anche se chiudessi gli occhi, non riuscirei a vedere come tutto ciò non possa avere un impatto produttivo positivo sull'economia mondiale.

Inoltre la logica di questo modello giocattolo è un po' sospetta: come potrebbe, ad esempio, un asset aumentare di valore per sempre senza miglioramenti produttivi nel nostro modo di fare le cose? I ritardatari e i non detentori trasferiscono valore economico acquistando volontariamente l'asset o ricevendolo in pagamento, quindi epistemologicamente devono vedervi una qualche virtù – come minimo servizi monetari.

Cosa questo abbia a che fare specificamente con Bitcoin è un mistero. Gli autori hanno violato esplicitamente quella che ho definito la regola n°4 su come non attaccare Bitcoin (“assicuratevi che la proprietà di Bitcoin che state attaccando non sia peggiore nel sistema attuale”). Se un banchiere centrale ritiene che Bitcoin sia dannoso perché il suo apprezzamento viene ridistribuito da chi non lo possiede ancora a chi lo possiede – senza in qualche modo arricchire produttivamente il resto di noi – il sistema monetario fiat lo fa già su una base di mille miliardi di dollari.

Esempio: i mercati immobiliari disfunzionali nella maggior parte dei Paesi occidentali. Una combinazione di tendenze sociali, stampa di moneta, trattamento fiscale dei debiti e calo dei tassi di interesse sui mutui ha trasformato gli immobili in conti di risparmio della maggior parte delle famiglie. Eppure, per citare una frase di Bindseil e Schaaf su Bitcoin, il mercato immobiliare non “aumenta il potenziale produttivo dell'economia; le conseguenze del continuo aumento di valore sono essenzialmente ridistributive”.

Chi ha ottenuto prestiti a basso costo per accedere in anticipo al mercato immobiliare in continua espansione ha ricevuto un beneficio patrimoniale pagato da chi è arrivato dopo. Nella misura in cui regimi monetari infinitamente elastici e una popolazione mondiale in crescita possono mantenere in vita e in espansione questo premio monetario, ci troviamo ora nella stessa situazione da cui gli autori avevano temerariamente messo in guardia, con la loro ipotetica versione di uno standard Bitcoin.

Se, come sembrano insinuare gli autori, un Bitcoin dal valore reale in costante aumento è moralmente ingiusta – “problematica da una prospettiva sociale” – dovrebbero basarsi su argomentazioni morali anziché economiche. Anche partendo da presupposti inadeguati sul ruolo di Bitcoin nel sistema finanziario attuale e futuro, è difficile capire dove stia il “problema”.

Ciò che Bindseil e Schaaf non includono nella loro analisi è che lo status quo non è neutrale in termini di valore né, per quanto si possa immaginare, ideale. È un peccato che trascurino il caso più interessante (accurato, reale?) in cui Bitcoin ha implicazioni produttive per l'economia.

Capisco che sarebbe difficile per due ricercatori di una banca centrale, comprati e pagati dalla stampante monetaria, guardare oltre la magnificenza di quella creazione orribile.

Se qualcosa aumenta di valore senza migliorare la situazione di tutti noi, la società “cede” beni e servizi reali ai loro proprietari. Questo è banale. Ma se il bene migliora effettivamente il funzionamento delle nostre economie, i primi a beneficiarne sono coloro che c'hanno creduto per primi qualunque sia l'oggetto d'investimento in discussione.

Questa è una buona cosa e, in un certo senso, è così che dovrebbero funzionare le economie di mercato (finanziarie).


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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The Brown University Fundraising/Hedge Fund Racket

Lew Rockwell Institute - Mer, 17/12/2025 - 21:40

Despite sitting on an $8 billion endowment, Brown University apparently can’t afford even one security camera in or outside the engineering school building where two students studying for a final exam were murdered and nine others shot last week.

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Come l'UE paga i media generalisti per promuovere le sue narrazioni

Freedonia - Mer, 17/12/2025 - 11:11

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Robert Williams

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-lue-paga-i-media-generalisti)

La leadership non eletta dell'Unione Europea (UE), palesemente corrotta, sta ora pagando i media generalisti per promuovere i programmi delle sue “élite”. Secondo una relazione recente intitolata, Brusells' media machine: European media funding and the shaping of public discourse, di Thomas Fazi e pubblicata sul think tank europeo MCC Brussels, l'UE ha speso fino a €1 miliardo solo nell'ultimo decennio in questo processo.

Presentando i progetti come “lotta alla disinformazione” e “promozione dell'integrazione europea”, l'UE ha stanziato denaro dei contribuenti, stimato in modo prudente a €80 milioni all'anno, per “progetti mediatici”, senza includere i finanziamenti indiretti, come i contratti pubblicitari.

La relazione dimostra inoltre che l'UE gestisce un “complesso mediatico europeo” altamente sofisticato, attraverso il quale riesce a plasmare le narrazioni mediatiche su sé stessa e sui suoi programmi.

Secondo la relazione di Fazi:

La Commissione europea, solo attraverso il suo programma “Partnerariati giornalistici”, con un bilancio cumulativo che ad oggi si avvicina ai €50 milioni, supervisiona un vasto ecosistema di collaborazioni mediatiche nell'UE. Nel corso degli anni queste hanno incluso centinaia di progetti, che spaziano da campagne promozionali pro-UE a discutibili iniziative di “giornalismo investigativo” e ampi sforzi di “anti-fake news”. E questo si aggiunge alle campagne pubbliredazionali finanziate attraverso il programma “Misure di informazione per la politica di coesione dell'UE”, per un totale di €40 milioni finora [...].

Ancora più preoccupante è il ruolo centrale svolto dalle principali emittenti pubbliche europee in questo processo. Questi progetti dimostrano che non si tratta di collaborazioni isolate, ma piuttosto di un rapporto semi-strutturale in evoluzione tra le istituzioni dell'UE e le reti di media pubblici.

A quanto pare la Commissione europea ha letteralmente pagato quasi tutto e tutti nel mondo dei media, il che significa che tutti, dalle agenzie di stampa ai media generalisti, dalle emittenti pubbliche alle altre organizzazioni mediatiche, sono nelle mani della Commissione europea, in misura maggiore o minore.

Alcuni esempi.

Tra le agenzie di stampa, da cui dipendono praticamente tutti i mezzi di informazione per i loro servizi, la Commissione europea ha investito denaro in:

L'Agence France-Presse ha ricevuto €7 milioni dall'UE, l'ANSA (Italia) €5,6 milioni, la Deutsche Presse-Agentur (Germania) €3,2 milioni, l'Agencia EFE (Spagna) €2 milioni, l'Associated Press (AP) €1 milione, l'agenzia di stampa Lusa (Portogallo) €200.000, l'agenzia di stampa polacca €500.000 e l'agenzia di stampa di Atene €600.000.

Anche una selezione di organi di informazione è stata pagata dalla Commissione europea:

Euronews (paneuropeo) €230 milioni, ARTE (Francia) €26 milioni, Euractiv (paneuropeo) €6 milioni, Gazeta Wyborcza (Polonia) €105.000, 444.hu (Ungheria) €1,1 milioni, France TV (Francia) €400.000, GEDI Gruppo Editoriale (Italia) €190.000, ZDF (Germania) €500.000 e Bayerischer Rundfunk (Germania) €600.000.

Le emittenti pubbliche hanno ricevuto quanto segue:

Deutsche Welle (Germania) €35 milioni, France Médias Monde €16,5 milioni, France Télévisions €1 milione, RAI Radiotelevisione italiana (Italia) €2 milioni, RTBF (Belgio) €675.000, RTP (Portogallo) €1,5 milioni, Radiodiffusione pubblica estone ERR €1 milione, RTVE (Spagna) €770.000 e TV2 (Danimarca) €900.000.

Organizzazioni mediatiche come Reporters Without Borders (Francia) e Journalismfund Europe (Belgio) hanno ricevuto rispettivamente €5,7 milioni e €2,6 milioni. Un'organizzazione olandese che si definisce indipendente, Bellingcat, ha ricevuto €440.000.

Questi numerosi esempi di media e organizzazioni giornalistiche sono solo quelli interni all'UE. Quest'ultima, tuttavia, sta conducendo un'operazione di influenza su larga scala anche al di fuori dell'UE, ovviamente sotto la benevola formulazione propagandistica di “sostegno alla libertà e al pluralismo dei media” – come se l'UE sapesse tutto di libertà e pluralismo. I progetti si sono concentrati in particolare sui media in Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Russia, Bielorussia e nei Balcani occidentali.

Non c'è nulla di trasparente in nessuno di questi finanziamenti.

Secondo la relazione sono opachi e difficili da scoprire.

È logico, tuttavia, che l'UE cerchi di nascondere il più possibile la propria influenza.

La relazione conclude:

Il sistema di finanziamento dei media nell'UE [...] crea dipendenze finanziarie, incentiva il conformismo narrativo e promuove un ecosistema in cui le voci dissenzienti vengono emarginate, il tutto sotto le virtuose insegne di “combattere la disinformazione”, “promuovere i valori europei” e “costruire una sfera pubblica europea”.

La portata dell'interconnessione istituzionale tra gli organi dell'UE e i principali attori nei media – dalle emittenti pubbliche alle agenzie di stampa fino ai canali online – non può essere liquidata come innocua o accidentale. Costituisce un conflitto di interessi sistemico che compromette la capacità dei media di funzionare come pilastro indipendente della democrazia. Anche in assenza di un'interferenza editoriale diretta, la dipendenza strutturale da sovvenzioni e contratti dell'UE è sufficiente a esercitare un effetto dissuasivo sul giornalismo critico e a incoraggiare un allineamento di riflesso con le posizioni ufficiali dell'UE.

Purtroppo l'UE appare come un regime profondamente corrotto e antidemocratico, che si aggrappa disperatamente al potere attraverso il traffico di influenze e l'imposizione di una censura pesante.

Centinaia di milioni di europei continuano a subire queste tattiche. Quando si sveglieranno finalmente?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Trump potrebbe finire per innescare il “Grande Reset”?

Freedonia - Mar, 16/12/2025 - 11:06

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Brandon Smith

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-potrebbe-finire-per-innescare)

I notiziari sono stati in fermento durante l'incontro tra Russia, Cina e India nella città portuale cinese di Tianjin. Vladimir Putin, Xi Jinping e Narendra Modi si sono assicurati di presentare un fronte unito all'evento, almeno in termini economici, ed è chiaro che i legami militari tra Cina e Russia si stanno consolidando. Lo Shanghai Cooperation Gathering viene trattato dai media come un monito agli Stati Uniti di fronte all'acuirsi delle tensioni commerciali.

I giornalisti occidentali sembrano piuttosto euforici di fronte alla notizia, insinuando che le politiche tariffarie di Donald Trump stiano unendo i nemici dell'America e formando un asse anti-USA. La sinistra odia Trump a tal punto che non mi sorprenderei di vederla tifare per Putin e i BRICS tra un anno o due.

Notizia dell'ultimo minuto per chi non lo sapesse: i BRICS hanno formato la loro alleanza fin dall'era Obama. Non è una novità e non ha nulla a che fare con Trump.

Ho seguito la formazione dell'alleanza BRICS sin dal 2009 e la motivazione principale del blocco economico (in apparenza) è sempre stata quella di rompere con il dollaro come valuta di riserva mondiale. I leader dei BRICS chiedono da anni la fine del dollaro e l'introduzione di un nuovo sistema monetario globale. Tuttavia il piano non è incentrato sull'Oriente come molti pensano. In altre parole, se sperate che i BRICS “pongano fine alla globalizzazione” vi sbagliate di grosso.

Infatti nel 2009 sia la Russia che la Cina hanno proposto l'idea di una moneta globale gestita dall'FMI, un'organizzazione che molti ritengono controllata dagli Stati Uniti. La realtà è che è controllata dai globalisti e i globalisti non hanno alcuna lealtà verso alcuno stato nazionale; sono fedeli solo ai propri interessi.

Qualcuno potrebbe sostenere che la situazione sia cambiata radicalmente dal 2009, ma non sono d'accordo. La Cina è ormai inesorabilmente legata al paniere DSP dell'FMI e la Russia rimane un membro attivo dell'FMI nonostante la guerra in Ucraina. È importante capire che ci sono sempre due linee temporali diverse quando si tratta di eventi mondiali: c'è il teatro internazionale più pubblicizzato e poi ci sono le operazioni delle istituzioni globaliste che esistono al di fuori della geopolitica.

A mio avviso, i globalisti non sono necessariamente gli “ingegneri” dietro ogni conflitto o crisi, ma si posizionano per trarne vantaggio ogni volta che è possibile. E giocano su entrambi i fronti di ogni conflitto per trarne il massimo beneficio. In altre parole, gruppi come l'FMI, la Banca Mondiale, la BRI, il WEF e conglomerati da migliaia di miliardi di dollari come BlackRock e Vanguard corteggeranno i BRICS tanto quanto corteggiano l'Occidente quando si tratta di realizzare un'economia mondiale centralizzata.

Non è un segreto come dovrebbe apparire questo “nuovo ordine mondiale”. I partecipanti a Davos hanno discusso apertamente delle loro visioni per anni e durante la pandemia si sono tolti la maschera e si sono crogiolati nell'“inevitabile” attuazione del loro “Grande Reset”. In sintesi, ecco cosa vogliono le élite per l'economia futura: un sistema globale senza denaro contante; una valuta digitale mondiale costruita attorno a un paniere di CBDC; monitoraggio con l'IA di tutti i registri finanziari; una “sharing economy” in cui ogni proprietà privata è abolita; l'uso del “de-banking” per controllare il dibattito pubblico – il che significa che potete dire quello che volete, ma potreste perdere l'accesso ai vostri conti e forse persino al mercato del lavoro; controllo e riduzione della popolazione; neo-feudalesimo in cui le nazioni pagano tasse ai globalisti per “fermare il cambiamento climatico causato dall'essere umano” (che non esiste).

Queste tasse vengono poi ridistribuite tra le varie nazioni per incentivarne la cooperazione. E, in ultima analisi, l'introduzione del Reddito di Cittadinanza Universale come mezzo per rendere ogni individuo dipendente dal governo centralizzato per il proprio sostentamento, in modo che non pensiate mai di ribellarvi.

Questo è ciò che l'élite di Davos intende quando parla di “Grande Reset”. Tuttavia in articoli recenti ho notato che i globalisti sono rimasti stranamente in silenzio nell'ultimo anno. Non sono più così audaci nei loro discorsi come lo erano durante la pandemia e i loro piani sembrano davvero arenarsi.

Ho visto i media, diversi banchieri centrali e leader politici riferirsi a questo problema come al “reset economico” di Donald Trump e trovo questa narrazione intrigante. Di cosa stanno parlando esattamente? Sono in atto reset concorrenti e, in tal caso, significa che l'agenda globalista è stata fatta deragliare?


Il reset di Trump e la fine di Bretton Woods

Il reset di Trump, se così possiamo chiamarlo, sembra affondare le sue radici nell'inversione di tendenza degli accordi di Bretton Woods del secondo dopoguerra, in base ai quali gli Stati Uniti divennero di fatto il motore finanziario dell'economia globale. Fu allora che si consolidò lo status del dollaro come valuta di riserva mondiale, che l'America divenne il polo dei consumi per l'Occidente e che fu fondata la NATO.

Sembrava un affare allettante per gli americani, ma ricoprire questo ruolo è costoso. Sta lentamente ma inesorabilmente distruggendo la nostra economia attraverso debito e inflazione.

Molti presidenti hanno utilizzato dazi mirati sin dalla Seconda guerra mondiale, ma nessuno ha imposto dazi drastici come Trump. Spesso paragonati ai dazi Smoot-Hawley di Herbert Hoover, erroneamente attribuiti all'innesco della Grande Depressione (in realtà furono le banche internazionali e la Federal Reserve a causarla), i dazi sulle importazioni di Trump mettono i bastoni tra le ruote al commercio post-Bretton Woods e soffocano il globalismo, costringendo le grandi aziende a ridurre le esternalizzazioni all'estero.

Come ho già sottolineato più volte, le multinazionali NON sono entità di libero mercato, ma entità socialiste, costituite dai governi e protette da speciali privilegi giuridici ed economici. Se un'azienda è “troppo grande per fallire” e ha quindi diritto al denaro dei contribuenti attraverso salvataggi e QE, allora non è un meccanismo di libero mercato. Pertanto non dovremmo preoccuparci se vengono tassate tramite dazi.

Francamente, penso che il globalismo aziendale e l'interdipendenza economica dovrebbero essere aboliti, anche con la forza, se necessario.


Decentralizzazione legittima o caos controllato?

I dazi di Trump, insieme ai tagli ai sussidi esteri e ad altre politiche economiche, potrebbero, nel giro di pochi anni, sconvolgere completamente il globalismo così come lo conosciamo. Quindi, in un certo senso, si tratta effettivamente di una sorta di “reset economico”. Ma ecco il problema: gli sforzi di Trump potrebbero finire per accelerare il reset globalista anziché contrastarlo?

Come accennato in precedenza, la creazione di stretti legami tra i Paesi BRICS è in corso sin dal 2009 e il loro obiettivo principale è stato quello di porre fine alle strutture create dagli accordi di Bretton Woods. In passato hanno dichiarato di volere un nuovo sistema monetario gestito dall'FMI. Che i BRICS ne siano consapevoli o meno, i loro sforzi per sviluppare le CBDC e spodestare gli Stati Uniti si inseriscono direttamente nel piano globalista.

L'FMI e la BRI hanno lavorato diligentemente (e silenziosamente) per costruire un quadro transfrontaliero per le CBDC e l'FMI ha pianificato la propria valuta digitale globale basata sul paniere dei DSP. La BRI a volte si riferisce a questo sistema come “registro unificato”.

Le élite bancarie stanno elaborando un'alternativa al dollaro in preparazione di un imminente scontro tra Stati Uniti e BRICS? E il “reset” di Trump è un catalizzatore di questa crisi?

Sostengo i dazi di Trump per una serie di ragioni. Credo che il globalismo debba finire; credo che la produzione nazionale debba tornare negli Stati Uniti e che le aziende debbano pagare un prezzo per la loro esternalizzazione. Non credo che gli americani debbano fungere da principale polo di consumo per il mondo intero e non credo che sia nostro compito sovvenzionare il pianeta. Credo anche che nulla cambierà se non verranno adottate misure drastiche nel breve termine.

Ma comprendo anche la realtà: se gli Stati Uniti smettessero di svolgere il ruolo che hanno svolto sin dalla Seconda Guerra Mondiale, la maggior parte delle nazioni del pianeta si troverebbe ad affrontare una sconvolgente crisi. Gli Stati Uniti rappresentano circa il 30% del consumo globale, forniamo la stragrande maggioranza degli aiuti esteri globali (circa $70-100 miliardi all'anno), su cui molti Paesi hanno imparato a fare affidamento, siamo il principale mercato di esportazione per il mondo e non esiste un sostituto realistico, il dollaro e il sistema SWIFT sono i principali motori del commercio globale.

Il reset di Trump costringerebbe davvero la maggior parte delle nazioni a una situazione disperata? Una situazione che le costringerebbe a cercare una soluzione alternativa che altrimenti non accetterebbero? I globalisti sono in agguato per offrire quella soluzione sotto forma di un loro “Grande Reset” e di un sistema monetario digitale mondiale?

In un modo o nell'altro l'attuale interdipendenza economica deve scomparire. Le multinazionali devono fare i conti dopo decenni di protezione e trattamento speciale, la produzione deve tornare negli Stati Uniti, gli americani devono smettere di pagare per il resto del mondo attraverso gli aiuti esteri. Ma se intendiamo intraprendere questa strada, dobbiamo anche smantellare tutte le organizzazioni globaliste.

Credo che queste istituzioni intendano sfruttare l'instabilità causata dalla rottura degli Stati Uniti con gli accordi di Bretton Woods; credo che si siano posizionate, come sempre, per trarre vantaggio da qualsiasi potenziale conflitto che potrebbe derivarne. Non si può permettere loro di usare le nostre necessarie riforme come trampolino di lancio per realizzare i mali del loro Grande Reset.

Un vero “reset” richiederà che la distruzione delle istituzioni globaliste diventi una priorità. Altrimenti qualsiasi azione economica da noi intrapresa potrebbe in ultima analisi favorire la loro agenda.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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The Murder of Rob Reiner

Lew Rockwell Institute - Mar, 16/12/2025 - 08:22

The amazing Mark Groubert (aka Lordbuckly) is one of the most interesting men in the world! This legendary raconteur has known virtually everyone and been everywhere in his epic lifetime and eclectic careers in media, writing and editing, in magazines, tabloids, newspapers, television and radio, books, feature film and documentary screenwriter and producer. He is one of the great freelance journalists and survivors in the disparate competitive literary and artistic cultures of the late 20th century and early 21st centuries.

In this special edition podcast of Wassup With Lordbuckly? he addresses the brutal murder of mega-Hollywood star Rob Reiner and his wife Michelle Singer Reiner on last Sunday, December 14, 2025. Groubert, with his exceptional background and connections to the Hollywood elite, provides a unique insider’s prospective and revealing insights on this unfolding tragedy only he could elucidate. His breaking reporting of LAPD anomalies in the investigation is phenomenal!

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The Murder of Rob Reiner

Lew Rockwell Institute - Mar, 16/12/2025 - 05:00

The amazing Mark Groubert (aka Lordbuckly) is one of the most interesting men in the world! This legendary raconteur has known virtually everyone and been everywhere in his epic lifetime and eclectic careers in media, writing and editing, in magazines, tabloids, newspapers, television and radio, books, feature film and documentary screenwriter and producer. He is one of the great freelance journalists and survivors in the disparate competitive literary and artistic cultures of the late 20th century and early 21st centuries.

In this special edition podcast of Wassup With Lordbuckly? he addresses the brutal murder of mega-Hollywood star Rob Reiner and his wife Michelle Singer Reiner on last Sunday, December 14, 2025. Groubert, with his exceptional background and connections to the Hollywood elite, provides a unique insider’s prospective and revealing insights on this unfolding tragedy only he could elucidate. His breaking reporting of LAPD anomalies in the investigation is phenomenal!

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Australian PM: After Bondi Beach Massacre, We Need Tougher Gun Laws!

Lew Rockwell Institute - Lun, 15/12/2025 - 20:31

Typical politician.  When government fails, it’s all the more evidence that we need much more of it.

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Il caos nel governo francese segnala un crescente rischio per l'Eurozona

Freedonia - Lun, 15/12/2025 - 11:10

L'oro che sale di prezzo non è solo il ripudio del dollaro come valuta fiat. Per anni non è stato in un bull market primario perché faceva nuovi massimi in rapporto alla rupia, al rublo, al dong, al pèso... ma non alla valuta di riferimento mondiale. Quando l'oro rompe al rialzo rispetto al dollaro e a tutte le altre valute allora è una cosa diversa; in questo scenario possiamo avere sia l'oro che il DXY che salgono in tandem. Quindi, sì, il mondo sta correndo verso l'oro e i motivi, a mio giudizio, sono due. Sicuramente non è per l'inflazione, visto che gli USA si trovano in un ambiente in cui il credito si sta contraendo (l'IA non compenserà questo assetto). No, si tratta di rischio geopolitico e istituzionale. Le valute fiat stanno mostrando crepe strutturali, i mercati obbligazionari stanno mostrando crepe strutturali, la capacità di emettere nuovo debito in base al bacino fiscale sta mostrando crepe strutturali. Ci stiamo allontanando da un mondo globalizzato dove il commercio sarà propriamente valutato, scevro dalle distorsioni protezionistiche e monetarie alimentate da un sistema estorsivo/estrattivo piuttosto che produttivo. Più in profondità, lo spostamento dalla “consensus politics” di matrice anglo-francese alla “power politics” di matrice sino-russa-statunitense. Lo Stato profondo italiano è di gran lunga peggiore di quello americano dato che è più vecchio. La mera sopravvivenza politica della Meloni in questo ambiente, con colpi al cerchio e alle botte, è di per sé una vittoria. In questo caso particolare potremmo dire che l'Italia è un proxy di quello che si potrà vedere negli USA dove l'oro verrà rivalutato ai prezzi correnti (inizialmente) spostando finalmente il cartellino del prezzo dai ridicoli $42 l'oncia. Infatti così come Milei e l'Argentina sono stati un esperimento anticipato per quanto riguarda tagli e ridimensionamento dello stato nell'economia, la Meloni e l'Italia potrebbero essere l'esperimento in materia di aumento dell'equity. Per l'UE e la BCE è un anatema: sia dal punto di vista di bilancio che di credibilità dell'unione (a livello di facciata). L'incalzante censura europea altro non è che l'anticamera di un processo più ampio volto a impedire che i capitali (rimanenti) in Europa lascino il continente, soprattutto quando dovrà arrivare l'haircut sui debiti insostenibili europei. Potremmo definire la mossa sull'oro della Meloni come un messaggio mafioso indiretto degli USA all'UE. Soprattutto in chiave risolutiva del conflitto tra Russia e Ucraina. Comunque non bisogna farsi illusioni: sia l'amministrazione Trump che di riflesso quella Meloni non riusciranno a risolvere decenni di sconquassi durante i loro attuali termini di governo. Siamo ancora sulla soglia di una trasformazione, la quale richiederà come minimo 10 anni per essere portata a termine. E comunque meglio questa di prospettiva che il mondo distopico e tirannico della cricca di Davos & Co.

____________________________________________________________________________________


di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-caos-nel-governo-francese-segnala)

Il Primo Ministro francese François Bayrou non ha ottenuto la fiducia del Parlamento a settembre, ponendo fine al suo governo. Sebbene i mercati siano rimasti sostanzialmente calmi, ciò non significa che la crisi del debito francese sia stata rinviata.

Dopo soli nove mesi di mandato, il quarto governo del presidente Emmanuel Macron è crollato. Il Primo ministro, François Bayrou, ha perso il voto di fiducia sul suo bilancio incentrato sull'austerità con 364 voti a favore e 194 contrari. Bayrou ha poi annunciato le sue dimissioni.


Bayrou ha riconosciuto la gravità della situazione

Bayrou si era assunto la responsabilità della grave situazione delle finanze pubbliche francesi e ha tentato di imporre un programma di risanamento fiscale. Con un debito pubblico al 114% del PIL e una previsione di indebitamento netto del 5,4% per quest'anno, il piano includeva tagli alla spesa per €44 miliardi, il congelamento delle pensioni e la riduzione di due festività nazionali: misure pensate come un'ancora di salvezza per l'economia in difficoltà.

Sia la maggioranza parlamentare che ampi settori della società francese si sono opposti al programma di riforme. Gli scioperi generali sono fioccati.

Con le dimissioni di Bayrou, l'indeciso Emmanuel Macron si è ritrovato ad affrontare il compito di nominare un quinto Primo ministro in due anni. Fino alle prossime elezioni dell'aprile 2027 qualsiasi governo, indipendentemente dalla sua composizione, si troverà ad affrontare gli stessi problemi. Qualsiasi forma di consolidamento fiscale sarà affossata da fazioni politiche radicate. La Francia è bloccata in una situazione di stallo politico, cosa che rende il consolidamento del debito apparentemente impossibile.

 

La strada verso il disastro 

Questa bizzarra situazione rivela che l'élite politica francese – e sempre più in tutti gli stati dell'UE sotto pressione dei propri debiti – non riesce più a far prevalere le necessità economiche sulle divisioni ideologiche. Il mancato voto di fiducia è stato l'ennesimo chiodo nella bara dell'UE e presto si manifesterà sui mercati come un problema per l'Eurozona, man mano che gli investitori si renderanno conto dell'impotenza politica della Francia.

Prima delle sue dimissioni Bayrou ha apertamente criticato lo stile di vita francese, individuando nello Stato sociale un problema critico. Ora sperimenta in prima persona che chiunque metta in discussione i numerosi privilegi del sistema di welfare viene punito senza pietà dal punto di vista politico. La Francia difende la sua società fondata ormai sui trasferimenti sociali come una vacca sacra, anche se questa posizione conduce direttamente alla catastrofe fiscale.


Il rischio di contagio in Europa

Per i mercati finanziari gli eventi di Parigi non sono una buona notizia. Gli “OAT” francesi, i titoli del Tesoro, hanno mostrato scarsa reazione immediata al crollo del governo. Poi, però, sono stati sottoposti a crescenti pressioni a causa della crisi sovrana incombente. I rendimenti sono aumentati e lo spread rispetto ai Bund tedeschi, il benchmark europeo, si è ampliato fino a 90 punti base, segnalando un rischio crescente.

I titoli di Stato francesi sono ora scambiati con un premio di rischio significativo, molto simile al debito britannico. Il rischio di contagio incombe sull'Eurozona se i mercati si rivolgessero ad altre nazioni ad alto debito come Spagna, Italia, o Grecia, innescando una reazione a catena che ricorderebbe la precedente crisi del debito sovrano.

La Francia rimane in subbuglio e la attende un altro test cruciale: Fitch pubblicherà la sua valutazione del rating creditizio.

Sebbene un declassamento immediato sia improbabile – la Francia si attesta già su AA- con outlook negativo – un rientro nella categoria A è ora una possibilità concreta. Ciò costringerebbe gli investitori istituzionali a vendere obbligazioni francesi, aumentando ulteriormente i costi di rifinanziamento e aggravando la spirale del debito francese. Il Paese perderebbe gradualmente il suo status di benchmark “quasi privo di rischio” nell'Euroarea.

 

Valutazione dei rischi

Un andamento simile è emerso sui mercati monetari, dove l'euro ha addirittura guadagnato leggermente rispetto al dollaro. Segnali dell'imminente crisi del debito sovrano potrebbero provenire anche dai metalli preziosi: oro e argento hanno temporaneamente raggiunto massimi storici, confermando una costante tendenza al rialzo sostenuta dalla domanda delle banche centrali in tutto il mondo.

Gli investitori privati ​​e gli operatori istituzionali dovrebbero prendere nota: la consapevolezza delle imminenti crisi sovrane è aumentata dopo i gravi shock di mercato diciotto mesi fa. L'oro offre un rifugio sicuro senza rischio di controparte.

La BCE si trova di fronte a un difficile equilibrio: in caso di un nuovo intervento, dovrà bilanciare il controllo dell'inflazione con la stabilità finanziaria. L'aumento degli spread può distorcere la trasmissione della politica monetaria, costringendo a misure mirate di liquidità senza abbandonare del tutto la stretta monetaria. I commentatori di mercato avvertono di un “inverno nervoso” per gli spread dell'Eurozona.


Scontro inevitabile

La Banca Centrale Europea, ultimo baluardo dell'Eurozona in caso di vendite obbligazionarie dettate dal panico, è rimasta invisibile durante il caos francese. La calma degli scambi dopo il fallimento del voto di fiducia e i rendimenti stabili dei titoli di stato francesi e dell'euro suggeriscono che la BCE potrebbe essere intervenuta silenziosamente con acquisti di supporto selettivi. La conferma arriverà con il prossimo rapporto del TCI, che rivelerà le transazioni delle banche centrali.

Fino ad allora, le speculazioni continueranno, a meno che le fughe di notizie non vengano a galla prematuramente.

I cinici potrebbero sostenere che i mercati si sono abituati al dramma francese e stanno semplicemente aspettando il capitolo successivo, cosa che potrebbe riguardare problemi di liquidità. Nel complesso la graduale svendita del debito pubblico a lungo termine sui mercati globali continua. La Francia rimane sotto stretta osservazione a causa delle continue turbolenze politiche e delle sfide fiscali irrisolte.

La grande resa dei conti sul mercato obbligazionario incombe come una nube oscura e l'incessante accumulo di debito pubblico scatenerà prima o poi violente tempeste. L'architettura finanziaria globale poggia su fondamenta fragili: un sistema monetario fiat basato su debito sovrano che per essere “gestito” ha bisogno di dosi crescenti di inflazione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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It is Time to End the Ignorance, Obfuscation and Hypocrisy on the Middle East

Lew Rockwell Institute - Dom, 14/12/2025 - 08:08

In early 1975, I took an in-depth special course on the Middle East at the University of Tulsa by one of my favorite political science professors. It proved to be one of the most impactful intellectual experiences of my life, with ongoing consequences for decades.

The professor was Joseph R. Rudolph Jr.

I was, like most students I was acquainted with, as well as most other persons in my community, someone profoundly ignorant and unaware of the actual situation in the Middle East beyond the headlines and the propaganda from the establishment regime media.

Most of the other students in the course were from the region, particularly Saudis and one Israeli. It dramatically opened my eyes and mind to the historic and geopolitical reality and background to the century’s old conflicts in the area.

Simultaneous, something else in 1975 was happening at the UN.

The United Nations resolution that declared Zionism a form of racism was General Assembly Resolution 3379, passed in 1975, which stated, “Zionism is a form of racism and racial discrimination”. However, this controversial resolution was revoked in 1991 by General Assembly Resolution 46/86, with a vote of 111-25, effectively nullifying its original declaration.

Key Details:

Resolution 3379 (1975): Adopted by the UN General Assembly, it equated Zionism (the Jewish people’s national liberation movement) with racism and racial discrimination, influenced by Arab states, communist nations, and some developing countries.

Revocation in 1991: Following the end of the Cold War and shifting global politics, the UN General Assembly voted to repeal Resolution 3379, demonstrating a significant change in international consensus.

In essence, while the resolution existed and labeled Zionism as racism, it is no longer an active UN stance, having been officially rescinded.

It is truly time to end the ignorance, obfuscation and hypocrisy on the Middle East.

Both sides in the Middle East conflagration were founded and fueled by vicious terrorist entities who waged unspeakable violence on innocent populations.

There is blood on the hands of both the Zionists behind the State of Israel and the Arab and Muslim terrorists in Iran, Iraq, Saudi Arabia, Syria, Lebanon, and Egypt.

Terror Out of Zion: Irgun Zvai Leumi, LEHI, and the Palestine Underground, 1929-1949

Devil’s Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam — Book by Robert Dreyfus

 

.pdf format of this volume.

“The most clear and engaging history of the deadly, historic partnership between Western powers and political Islam.”—Salon.com

Devil’s Game is the first comprehensive account of America’s misguided efforts, stretching across decades, to dominate the strategically vital Middle East by courting and cultivating Islamic fundamentalism.

Drawing on extensive archival research and interviews with dozens of policy makers and CIA, Pentagon, and foreign service officials, Robert Dreyfuss follows the trail of American collusion from support for the Muslim Brotherhood in 1950s Egypt, to links with Khomeini and Afghani jihadists, to longstanding ties between radical Islamists and the leading banks of the West. The result is as tragic as it is paradoxical: originally deployed as pawns to foil nationalism and communism, extremist mullahs and ayatollahs now dominate the landscape, thundering against freedom of thought, science, women’s rights, secularism—and their former patron.

Chronicling a history of double-dealing, cynical exploitation, and humiliating embarrassment that continues to this day, Devil’s Game reveals a pattern that, far from furthering democracy or security, ensures a future of blunders and blowback.

The Time for Ignorance, Obfuscation and Hypocrisy on the Middle East is Over.

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It is Time to End the Obfuscation and Hypocrisy on the Middle East

Lew Rockwell Institute - Dom, 14/12/2025 - 07:00

In early 1975, I took an in-depth special course on the Middle East at the University of Tulsa by one of my favorite political science professors. It proved to be one of the most impactful intellectual experiences of my life, with ongoing consequences for decades.

The professor was Joseph R. Rudolph Jr.

I was, like most students I was acquainted with, as well as most other persons in my community, someone profoundly ignorant and unaware of the actual situation in the Middle East beyond the headlines and the propaganda from the establishment regime media.

Most of the other students in the course were from the region, particularly Saudis and one Israeli. It dramatically opened my eyes and mind to the historic and geopolitical reality and background to the century’s old conflicts in the area.

Simultaneous, something else in 1975 was happening at the UN.

The United Nations resolution that declared Zionism a form of racism was General Assembly Resolution 3379, passed in 1975, which stated, “Zionism is a form of racism and racial discrimination”. However, this controversial resolution was revoked in 1991 by General Assembly Resolution 46/86, with a vote of 111-25, effectively nullifying its original declaration.

Key Details:

Resolution 3379 (1975): Adopted by the UN General Assembly, it equated Zionism (the Jewish people’s national liberation movement) with racism and racial discrimination, influenced by Arab states, communist nations, and some developing countries.

Revocation in 1991: Following the end of the Cold War and shifting global politics, the UN General Assembly voted to repeal Resolution 3379, demonstrating a significant change in international consensus.

In essence, while the resolution existed and labeled Zionism as racism, it is no longer an active UN stance, having been officially rescinded.

It is truly time to end the obfuscation and hypocrisy.

Both sides in the Middle East conflagration were founded and fueled by vicious terrorist entities who waged unspeakable violence on innocent populations.

There is blood on the hands of both the Zionists behind the State of Israel and the Arab and Muslim terrorists in Iran, Iraq, Saudi Arabia, Syria, Lebanon, and Egypt.

Terror Out of Zion: Irgun Zvai Leumi, LEHI, and the Palestine Underground, 1929-1949

Devil’s Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam — Book by Robert Dreyfus

 

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“The most clear and engaging history of the deadly, historic partnership between Western powers and political Islam.”—Salon.com

Devil’s Game is the first comprehensive account of America’s misguided efforts, stretching across decades, to dominate the strategically vital Middle East by courting and cultivating Islamic fundamentalism.

Drawing on extensive archival research and interviews with dozens of policy makers and CIA, Pentagon, and foreign service officials, Robert Dreyfuss follows the trail of American collusion from support for the Muslim Brotherhood in 1950s Egypt, to links with Khomeini and Afghani jihadists, to longstanding ties between radical Islamists and the leading banks of the West. The result is as tragic as it is paradoxical: originally deployed as pawns to foil nationalism and communism, extremist mullahs and ayatollahs now dominate the landscape, thundering against freedom of thought, science, women’s rights, secularism—and their former patron.

Chronicling a history of double-dealing, cynical exploitation, and humiliating embarrassment that continues to this day, Devil’s Game reveals a pattern that, far from furthering democracy or security, ensures a future of blunders and blowback.

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Il drenaggio della LBMA e la ricapitalizzazione della classe media americana (Parte #2)

Freedonia - Ven, 12/12/2025 - 11:02

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-drenaggio-della-lbma-e-la-ricapitalizzazione-c3b)

Dall'anno scorso l'oro è salito del 100%. Le attenzioni sul metallo giallo abbracciano tutto lo spettro degli investimenti: dalle figure istituzionali fino giù ai semplici investitori al dettaglio. Per motivi di bilancio, certo, ricapitalizzare economie disastrate ha bisogno di collaterale credibile. Ma in particolar modo per motivi geopolitici, dato che dal 2022, come documentato nel mio ultimo libro Il Grande Default, gli Stati Uniti stanno iniziando a mettere ordine in uno dei mercati ombra più velenosi per la loro sopravvivenza in quanto nazione indipendente: quello degli eurodollari. L'assorbimento di tutta la leva finanziaria che negli anni è stata accumulata, ed è pronta a far nuotare nude le persone tanto per parafrasare Warren Buffett, richiede una facciata di credibilità e affidabilità con cui portare avanti un tal processo. A tal proposito l'amministrazione Trump ha un piano fattibile e inaugurare una nuova era di prosperità per l'America. La prima cosa che ha fatto è stata innescare una corsa agli sportelli della LBMA. Trump il debito lo conosce e sa come ristrutturare per uscire dalla bancarotta, l'ha fatto una mezza dozzina di volte nella sua vita. Sa cosa lo aspetta e ha un piano per rivedere il ruolo del dollaro nel commercio mondiale. Sarà di gran lunga la cosa più importante che accadrà al sistema monetario dal 15 agosto 1971, ma questa in realtà non è una storia sull'oro: è un segnale che qualcosa di enorme sta arrivando ed è molto più grande del semplice oro o del denaro.

L'oro non è un asset qualsiasi, il suo valore reale va oltre il mondo finanziario: è l'unico asset su cui tutti i governi concordano quando l'incertezza sistemica scuote i mercati mondiali. Come descritto nel mio libro un cambiamento epocale è in atto e le autorità hanno bisogno di placare possibili eruzioni di panico. E quello a Londra è significativo. A partire dallo scorso novembre, subito dopo la vittoria di Trump, l'oro ha iniziato a volare da Londra verso gli Stati Uniti. L'enorme quantità di oro richiesto in forma fisica ha fatto sì che la LBMA (London Bullion Market Association) dilatasse i tempi delle consegne, facendoli passare da due giorni a due mesi. E c'è un'altra cosa: quasi tutto l'oro che lasciava Londra era diretto a New York. Ciò significa che qualcuno ai vertici di Wall Street e del governo statunitense ha preso una decisione sulla politica economica di Trump.

Il grande acquirente statunitense ha preso in consegna quasi 30 milioni di once, ovvero oltre il 10% di tutto l'oro che si dice possiedano gli Stati Uniti. Ma ecco il punto: altre banche centrali stanno prendendo in consegna da anni ormai, come quella cinese ad esempio. Tra l'altro, l'acronimo per il futuro prossimo è ARC, ovvero partnership commerciale tra America, Russia e Cina. Schermaglie e attriti che leggete sui canali d'informazione principali non sono altro che rumore di fondo; è il trend primario quello che conta. Il fatto che l'UE non figuri in questo assetto in divenire è dovuto a una cosa sola: non esisterà più, tra l'altro già adesso non esiste più a livello informale per quanto voglia affermare la sua presenza attraverso una normazione socio-economica a raffica. L'amministrazione Trump non sta monetizzando l'oro solo perché altre banche centrali lo stanno acquistando, ha un piano per collateralizzare tutto e riportare gli Stati Uniti sulla strada della prosperità attraverso la produttività.

È una visione colossale e ambiziosa, tanto che i commentatori a tutti i livelli hanno dato per scontato che la politica monetaria e commerciale americana siano problemi irrisolvibili. È per questo che gli sprechi portati a galla dal DOGE ed Elon Musk sono solo la punta dell'iceberg. La differenza tra le amministrazioni precedenti e questa è che Trump ha un piano concreto per risanare il debito, cambiare la natura del denaro speso e riportare posti di lavoro in patria. Se ho ragione l'obiettivo finale di questo piano è ridisegnare la mappa delle catene di approvvigionamento statunitensi, il che sarà fantastico per gli investitori in un settore in difficoltà da 5 anni a questa parte. Senza contare che avrà un impatto enorme su chiunque abbia risparmi in dollari. Infatti il piano di Trump va oltre l'oro e affronta:

• L'insostenibile debito pubblico statunitense;

• La ricchezza strategica degli Stati Uniti;

• La mancanza di posti di lavoro buoni nel settore manifatturiero negli Stati Uniti;

• Gli elevati squilibri commerciali;

• Il difetto fatale del dollaro ancorato all'estero.

Rivalutare l'oro ai prezzi reali è solo la prima mossa e questo mi porta alle menti dietro questo riassetto degli Stati Uniti. Bessent è un uomo riservato, un miliardario che si è fatto da sé e non ha nulla da guadagnare dall'essere chiamato a ricoprire una carica pubblica. Per ora gli credo quando dice di voler sistemare qualcosa di profondamente imperfetto nel sistema americano. Forse Bessent si rivelerà l'ennesimo burocrate “chiacchiere e distintivo”, ma per ora sembra che sia sincero nel suo piano di sistemare gli Stati Uniti ed evitare che precipitino nell'abisso.

Se si vuole capire cosa sta succedendo, perché l'oro sta fuggendo da Londra e come tutto questo si collega, bisogna tornare a questo pezzo della Reuters dello scorso febbraio. Bessent non è uno stupido, sa che il modo più veloce per “monetizzare il lato degli attivi nel bilancio degli Stati Uniti” è rivalutare l'oro. Questa è la prima mossa del grande gioco a cui sta giocando l'amministrazione Trump. L'oro, che già fuggiva da Londra da novembre, ha iniziato a lasciare Londra per New York a un ritmo ancora più frenetico. Così tanto oro ha lasciato Londra e così velocemente che la gente si è spaventata, e i ritardi sono passati da due giorni a due mesi. Non ci sono dubbi: quando le nazioni richiedono la consegna fisica di oro tutto in una volta significa che sta succedendo qualcosa di grosso.

L'osservazione di Bessent, però, di “mettere a frutto gli asset” non riguarda solo l'oro, sta progettando un nuovo sistema monetario, qualcosa di simile a una Bretton Woods 3.0. Se il piano avrà successo, non solo “monetizzerà il lato degli attivi nel bilancio degli Stati Uniti”, libererà anche gli Stati Uniti dall'onere di detenere la valuta di riserva mondiale. Per avere successo Trump dovrà anche creare un Fondo Sovrano degli Stati Uniti. In una recente intervista Lutnik descrive esattamente cosa intende fare Trump con questo Fondo Sovrano.

In veste di amministratore delegato di Cantor Fitzgerald, Lutnik è un insider di Wall Street. Se c'è qualcuno che sa come monetizzare gli asset, sono Lutnik e i suoi collaboratori. Questo Fondo Sovrano monetizzerà non solo l'oro, ma ogni asset legato agli Stati Uniti: terreni, petrolio, diritti minerari... tutto. Tutto questo verrà aggiunto al bilancio statunitense nella colonna degli attivi. Il Fondo Sovrano cambia l'intero concetto di protezione del patrimonio nazionale statunitense.

Ecco come funzionerebbe.

Il giacimento petrolifero ANWAR è una sezione al largo della costa dell'Alaska, ha più riserve petrolifere comprovate dell'Arabia Saudita. Entra in gioco il Fondo Sovrano e produce royalties. Pensate se il governo degli Stati Uniti riscuotesse royalties su quel petrolio per sempre. Tra le innumerevoli altre risorse inutilizzate negli Stati Uniti c'è la miniera di Pebble nella baia di Bristol, in Alaska. Ci sono 80 miliardi di libbre di rame, 107 milioni di once d'oro e molti altri minerali importanti in attesa di essere messi in produzione. A questa grande risorsa americana è stata negata l'autorizzazione per timore che un fiume a 20 miglia di distanza, che alimenta una pesca al salmone, potesse essere influenzato dalle attività minerarie. E se, invece di concedere licenze minerarie, gli Stati Uniti si limitassero a percepire una percentuale sui profitti sui territori statunitensi? È un modello che non è mai stato sperimentato in America, ma che funziona già in altre parti del mondo per Paesi come l'Arabia Saudita, la Norvegia e la Cina.

Negli Stati Uniti c'è una quantità sorprendente di ricchezza disponibile, se si pensa a un modello in cui la burocrazia scompare e gli asset americani vengono finalmente sbloccati e messi a frutto. Al momento ci vogliono dieci anni o più per ottenere le licenze e i permessi necessari per estrarre o trivellare su terreni statunitensi. E se ci volessero poche settimane o mesi? Milioni di acri di terra negli Stati Uniti, un'abbondanza di ogni risorsa immaginabile, confluiranno nel Fondo Sovrano e saranno messi a frutto per gli americani. L'oro che esce da Londra è la prova che questo piano è già in atto.

Non è altro che un “riallineamento delle linee di politica” per gli Stati Uniti e il resto del mondo, un'iniziativa che ha il potenziale di scatenare una prosperità e una ricchezza inimmaginabili...m a non senza dolore. L'obiettivo finale del piano di Trump è quello di eliminare il peso che gli Stati Uniti hanno per avere la valuta di riserva mondiale. Ci viene sempre detto che avere la valuta di riserva mondiale è un privilegio esorbitante, ma quasi nessuno ne comprende il lato oscuro. Già nel 1959 Triffin affermò pubblicamente che l'unico modo in cui gli Stati Uniti avrebbero potuto continuare a godere di uno status di valuta di riserva mondiale sarebbe stato quello di accumulare deficit commerciali sempre maggiori. Questo è il grave peso che deriva dalla sua emissione. Qualunque Paese si trovi ad affrontarlo è destinato ad avere una valuta innaturalmente forte, il che può sembrare positivo, ma in realtà non lo è.

Qualunque vantaggio gli Stati Uniti abbiano ottenuto dall'emissione della valuta di riserva mondiale è ormai in gran parte svanito. Trump lo sa meglio della maggior parte dei politici: se non riuscite a produrre nulla da esportare, la vostra sicurezza e prosperità sono un'illusione. Stephen Miran, in A User's Guide to Restructuring the Global Trading System, individua il vero difetto che ha condotto gli Stati Uniti verso l'abisso.

• La domanda di asset di riserva denominati in dollari

• Porta a inevitabili squilibri commerciali e a un ambiente manifatturiero statunitense debole.

In altre parole, avere la valuta di riserva mondiale non è solo una benedizione è anche una maledizione. La domanda artificiale di dollari li mantiene perennemente e innaturalmente alti in valore rispetto a tutte le altre valute. Il motivo per cui questo è un problema per gli americani è che non possono produrre negli Stati Uniti beni che siano competitivi con altri Paesi. Un dollaro forte rende le esportazioni statunitensi incredibilmente costose, e non competitive. Questo è il vero problema che Trump sta cercando di risolvere. È la vera motivazione dietro l'arrivo dell'oro a New York, l'imminente cambio di sistema monetario, il Fondo Sovrano e le minacce di dazi.

Se volete una prova di questo svantaggio, guardate la Cina negli ultimi 30 anni e più... poi guardate gli Stati Uniti. La Cina ha compiuto il più grande miracolo nella storia economica, facendo uscire 800 milioni di cinesi dalla povertà in una sola generazione. Nel frattempo gli Stati Uniti sono stati devastati. Ci sono altre ragioni, ma una delle principali è che è diventato più economico inviare valuta fiat all'estero e far produrre beni altrove. Così posti di lavoro e macchinari industriali hanno lasciato gli Stati Uniti. Miran identifica il motore della rovina: ciò che deve essere smantellato affinché gli Stati Uniti possano riprendersi e riacquistare lustro e gloria attraverso la produttività. L'obiettivo è riportare posti di lavoro e capacità produttiva negli Stati Uniti, ma non si tratta solo di questo: il piano di Trump offre agli Stati Uniti anche una nuova ricchezza nel campo delle materie prime, ovvero le risorse necessarie per ricostruire le catene di approvvigionamento statunitensi. Ecco perché si parla tanto di Groenlandia.

Gli Stati Uniti devono quindi ricostruire le catene di approvvigionamento, ma ci sono delle conseguenze, una delle quali è un periodo di dolorosi aggiustamenti. Trump non vuole solo un dollaro più debole, vuole un dollaro radicalmente svalutato rispetto a tutte le altre valute del mondo; ma questio significa ri-dollarizzazione, non de-dollarizzazione. Una volta completata questa svalutazione, l'oro potrebbe addirittura superare i $20.000 l'oncia, il che equivarrebbe a una svalutazione del dollaro del 90%. Può sembrare orribile, ma è solo di poco inferiore alla svalutazione degli anni '70, quando il dollaro perse il 75% del suo potere d'acquisto. Tra l'altro è quello che sarebbe dovuto accadere all'indomani della Brexit affinché le esportazioni inglesi divenissero più economiche. Invece la sterlina è stata tenuta innaturalmente alta affinché l'UE non perisse sotto i colpi di uno svantaggio economico. Gli infiltrati della cricca di Davos non hanno lavorato solamente contro gli USA, ma anche contro Londra punendo la proverbiale “Little Britain” per aver scelto di schierarsi con le élite inglesi che vedevano un futuro diverso da quello di Bruxelles.

Con l'oro già in pancia e quello dreanto dalla LBMA, il debito pubblico statunitense verrebbe abbattuto drasticamente.

Questa tattica ha già funzionato due volte in passato: negli ultimi due cambi di sistema monetario. Nel 1985 il mondo si riunì per firmare gli Accordi del Plaza per svalutare un dollaro innaturalmente forte. All'epoca il Giappone era “il cattivo”. Leggete qualsiasi cosa di quell'epoca e vedrete le stesse accuse di concorrenza sleale rivolte al Giappone che oggi sentite rivolte alla Cina. Sotto la minaccia di dazi, il Giappone e gli altri partner commerciali degli USA si sedettero al tavolo delle trattative e accettarono di collaborare alla svalutazione del dollaro. Prima di allora c'era stato lo shock di Nixon e gli Accordi Smithsonian. Ora sarà il turno degli Accordi di Mar-a-Lago.

Trump non è stupido, vuole più di una semplice valuta debole: vuole cambiare la natura dell'economia statunitense copiando la Cina. La vera sfida è la necessità di una valuta che reindirizzi le catene di approvvigionamento. L'essenza del “miracolo cinese” non sta solo nel fatto che la Cina ha assorbito i posti di lavoro manifatturieri mondiali negli ultimi 30 anni: ha un modello di investimenti sostenuti dallo stato. È la politica industriale cinese che Trump desidera maggiormente emulare. In Cina le grandi aziende redditizie sono obbligate a reinvestire nel Paese, non possono delocalizzare tutti i loro profitti e pagare poche o nessuna tassa come fanno le élite e le corporazioni negli Stati Uniti. Il piano di Trump richiederà lo stesso alle aziende statunitensi ed è già in atto: Apple ha annunciato un investimento da $500 miliardi in America a fine febbraio. Non si tratta solo di tecnologia: due giorni dopo Lilly ha annunciato un piano da $27 miliardi per riportare la produzione farmaceutica negli Stati Uniti. Aspettatevi di vedere molti annunci come questi man mano che le aziende aderiranno al piano di Trump.

Per la prima volta da decenni le aziende hanno un incentivo a investire di nuovo nella produzione produttiva di beni reali, all'interno degli Stati Uniti. Qualsiasi vantaggio gli Stati Uniti abbiano ottenuto dall'esportazione di valuta fiat all'estero in cambio di elettronica e BMW... è finito. Non perché Trump voglia che finisca, ma perché deve finire; l'economia americana non può più permettersi questo privilegio. Per decenni la principale esportazione degli Stati Uniti è stata la valuta fiat. Questo debito insostenibile è in definitiva il risultato di uno squilibrio commerciale insostenibile con altre nazioni. Miran chiarisce che nulla di buono può accadere finché l'onere di avere la valuta di riserva non sarà condiviso con gli altri partner commerciali. Significa che il dollaro perderà il suo status? Probabilmente. Quindi cosa c'entra questo con la Cina, il prezzo dell'oro e il Fondo Sovrano?

I cinesi hanno risolto lo stesso problema creando essenzialmente un sistema monetario a due livelli: una valuta che circola all'esterno e una all'interno. La Cina considera le sue risorse naturali un bene da sfruttare a beneficio della nazione. Il governo cinese agisce come una società di venture capital, effettuando investimenti industriali chiave e concentrando il settore privato sulle priorità nazionali. Con il suo Fondo Sovrano l'America farà lo stesso. Amate il sistema cinese o odiatelo, non si può discutere sui progressi cinesi. Nel 1978 l'America produceva 18 milioni di auto all'anno, mentre la Cina solo 5.000-10.000. Facciamo un salto al 2024: la produzione automobilistica americana è scesa a soli 10 milioni di veicoli. E la Cina? È ora il più grande produttore di veicoli al mondo, con 30 milioni di auto prodotte l'anno scorso.

Anche l'industria automobilistica giapponese ha iniziato con debolezza, ma poi si è evoluta verso l'alta qualità con marchi noti per l'affidabilità come Toyota. Anche la Cina si è evoluta e ora produce ottime auto. Sono così buone e così economiche che probabilmente non le sarà mai permesso di venderle negli Stati Uniti; distruggerebbero qualsiasi industria automobilistica rimasta.

Il piano di Trump sfrutterà tutte le strategie efficaci che riuscirà a trovare per trasformare l'America di nuovo in un motore di creazione di ricchezza, soprattutto quelle che i suoi avversari hanno già dimostrato essere valide. Il Fondo Sovrano Americano è il luogo in cui migliaia di miliardi di dollari di valore saranno conservati e utilizzati internamente negli Stati Uniti. Ci sarà anche un sistema monetario statunitense a due livelli? Potete scommeterci: stablecoin interne emesse dalle banche commerciali e con riserve decise da istituto a istituto, e Tether che si interfaccerà con l'estero. È questo il motivo per cui si parla tanto della Groenlandia, del Canada come 51° stato e del Canale di Panama.


CONCLUSIONE

L'attuale sistema monetario mondiale ha bisogno di una correzione. Gli Stati Uniti si ritrovano un debito pubblico da $38.000 miliardi, centinaia di migliaia di dollari di altre passività e non possono più mantenere il sistema post-1971. Il lavoro costa troppo, tutto costa troppo. Quindi se gli Stati Uniti non riescono a riportare posti di lavoro in patria e a smettere di stampare/spendere denaro che non hanno, nulla cambierà. Ecco perché Trump sta prendendo una decisione drastica: sta agendo in previsione di ciò che il mondo intero sa che deve arrivare: un nuovo accordo monetario.

Che si tratti di un'ironia della storia o altro, Trump è il candidato ideale per il compito in questione, dato che ha più “esperienza” di qualsiasi altro leader mondiale nella ristrutturazione dopo una bancarotta. Ora userà la sua esperienza per creare un nuovo ruolo per il dollaro e porre fine al peso di essere la valuta di riserva mondiale, riportando gli Stati Uniti al vertice della piramide geopolitica per gli anni a venire. Ma la cosa più importante è lo smantellamento della finanziarizzazione dal mercato delle commodity di Londra, punto focale della strategia di drenaggio della LBMA. Infatti tale strategia mira al pieno controllo del mercato dei futures sulle commodity da parte di Washington affinché esso sia incentrato sulla consegna degli asset sottostanti dai produttori ai consumatori. Il modo più veloce per ricostruire le catene di approvvigionamento e intermediare in modo appropriato produzione, domanda e offerta nel tempo, creando altresì una curva affidabile dei prezzi nel tempo.

Per anni il COMEX e la LBMA hanno soppresso i prezzi di oro e argento tramite la creazione di offerta sintetica e hanno applicato lo stesso metodo anche ad altre commodity. Perché? L'oro ha visto crearsi attorno a sé un mercato dei futures per due motivi principalmente: per la sua funzione di coordinatore tra produzione/consumo nel tempo, per la sua funzione di speculazione sulle valute. L'introduzione di offerta sintetica nel metallo giallo ha scardinato la funzione primaria del mercato dei futures dal trading effettivo dell'oro: l'oro sintetico avrebbe impostato al margine il prezzo dell'oro fisico. Affinché si possa invertire questa deformazione non basta solo il COMEX che inverte la rotta, ma anche lo Shanghai Gold Exchange ad esempio. Infatti l'istituzione di questa entità ha creato nel tempo un arbitraggio che s'è rifiutato di chiudersi tra Londra e New York: l'oro fisico, mal prezzato in Occidente, è fluito verso Est. Poi sono entrati in gioco l'amministrazione Trump e Bessent che hanno iniziato a fare la stessa cosa nei confronti della LBMA, cambiando il ruolo del COMEX: esso si occuperà della consegna fisica, come lo Shanghai Gold Exchange, tornando a intermediare in modo corretto produzione/consumo nel tempo tramite i futures, mentre GLD e SLV si occuperanno della speculazione tra i metalli e le valute fiat.

Chi rimane col cerino in mano? Londra.

Ecco, sostanzialmente, cosa è successo al prezzo dell'oro finora e il motivo per cui continua a salire: è stata innescata una corsa alla consegna di metallo fisico, cosa che ha sconquassato il meccanismo di prestito/leasing di rivendicazioni sull'oro intermediato da Londra. Qui la verità è una sola: non è Washington a essere a corto di oro fisico, bensì Londra. Poi, con Trump che imposta un sistema di dazi nei confronti del resto del mondo, ciò rinforza ulteriormente la necessità delle altre nazioni di acquisire oro con cui garantire e pagare i propri deficit/avanzi commerciali. Ecco perché le banche centrali stanno continuando ad acquistare oro, perché era il momento esatto per scatenare un attacco contro la LBMA da parte di Bessent/Trump e perché il loro potenziale proxy nel cuore dell'UE, l'Italia, può far leva sul metallo giallo in presunto possesso della BCE per aggiungere ulteriore pressione su Londra, la cricca di Davos e Bruxelles.

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Lo Stato profondo italiano è di gran lunga peggiore di quello americano dato che è più vecchio. La mera sopravvivenza politica della Meloni in questo ambiente, con colpi al cerchio e alle botte, è di per sé una vittoria.https://t.co/Su9ojWwyfY

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 1, 2025

Ora passiamo all'argento. Questo metallo attualmente è in backwardation, ovvero il prezzo spot è più alto di quello tra un mese (cosa che non dovrebbe accadere in situazioni normali, infatti dovrebbe essere il contrario dato che esiste un costo per conservare l'asset fisico). Quando si viene a creare questo fenomeno significa che c'è un'enorme domanda nel presente, tale da far arrivare la backwardation al record di quasi $3. Attualmente abbiamo una backwardation di $1.50 fino al dicembre 2026/inizio 2027. Questa situazione ci suggerisce che la separazione tra funzione di coordinamento produzione/consumi e funzione di speculazione si sta ulteriormente diversificando tra oro e argento: oro che si prende la parte legata alla speculazione sulle valute fiat e l'argento che si prende, invece, quella legata al coordinamento della produzione/consumi. Infatti l'argento rimarrà sostanzialmente un metallo industriale; il rame sarà il prossimo sulla lista, seguito successivamente da alluminio, piombo, zinco, nickel e cobalto... tutti metalli trattati sulla London Metals Exchange. Anche perché se non si smantella la finanziarizzazione delle commodity a Londra, come possono pensare gli Stati Uniti di re-industrializzarsi se ne hanno il controllo tramite i futures?

Chiaramente non è possibile pronosticare ex-ante dove andranno i prezzi delle commodity, però ciò che conta davvero qui è che il meccanismo con cui si viene a formare il prezzo di asset strategici sta cambiando. Questo a sua volta comporterà lo sgonfiamento della finanziarizzazione degli asset e della leva monetaria e l'inflazione (dei prezzi) di quella porzione dell'economia globale influenzata dalle commodity; chiamatela anche l'evoluzione della stagflazione. In breve, deflazione di quegli asset basati sul credito e inflazione di quegli asset legati alle commodity in termini di prezzi di clearing.

Affinché si possa impedire al resto del mondo di andare nel panico, però, i prezzi degli asset finanziari (asset basati sul credito) devono rimanere ragionevolmente stabili. Ecco perché, a livello globale, un nuovo sistema commerciale sta emergendo tra America, Russia e Cina. I russi comprano yuan ed emettono bond denominati in yuan. I cinesi comprano dollari ed emettono bond denominati in dollari. Gli americani emetteranno un nuovo bond sovrano coperto dall'oro. All'improvviso avremo un sistema collateralizzato in cui tutti e tre i tipi di obbligazioni saranno coperte dall'oro. Tether è l'avanscoperta in questo senso, rappresentando l'interfaccia monetaria estera degli Stati Uniti con cui si dovranno confrontare tutti coloro che vorranno esporsi al biglietto verde. E il suo sarà un sistema alternativo all'eurodollaro collateralizzato dall'oro. A differenza dell'euro e di potenziali versioni digitali dello stesso...

Tutto bello... apparentemente... ma manca la parte più importante: qual è il collaterale? https://t.co/CIS16XJFpU

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 2, 2025

E indovinate un po' chi rimane, ancora una volta, col cerino in mano?

Negli Stati Uniti, nel frattempo, s'incanalano le risorse liberate verso la classe produttiva. Come discusso nella Prima Parte di questo saggio abbiamo:

• la IPO di Fannie/Freddie e il cambio di passo nella gestione dei mutui americani;

• le leggi sulle stablecoin che permettono alle banche regionali di tokenizzare i depositi e sovvenzionare i mutui a livello locale in modo che i profitti di tali prestiti rimangano sul posto e non vengano riciclati tramite il sistema del debito finendo nelle mani di creditori all'estero.

Ma come hanno fatto finora Londra e Bruxelles a rimanere a galla? La risposta è nel grafico qui sotto: comprando i titoli di stato più affidabili al mondo, ovvero quelli americani. Solo il mese scorso la Spagna ha aumentato del 15% le sue riserve di bond americani, mettendosi in testa alla carovana di coloro che devono comprare tale asset “alla luce del giorno” e possono usare molto meno i sotterfugi del mercato dell'eurodollaro o del sistema bancario ombra. Infatti il punto di raccordo per tenere in qualche modo vivi questi due meccanismi di accesso “facilitato” ai bond americani è il Canada. Sin dallo scorso marzo, e dall'insediamento di Carney, vi avevo messo in guardia che sarebbe stato svuotato della propria ricchezza per sostenere i suoi referenti all'estero: Londra e Bruxelles. Ogni mese le percentuali di possedimenti di titoli di stato americani posseduti dal Canada oscillano, perché se un mese compra quello successivo vende a Londra (e succursali) e Bruxelles a sconto tramite accordi di swap. Nel processo il Canada viene distrutto e liquidato.

L'oro che sale di prezzo e la backwardation dell'argento stanno segnalando che tutti gli attacchi scagliati da Londra e Bruxelles nei confronti degli USA e del SOFR, tramite il mercato obbligazionario americano, sono falliti. Presto si aggiungerà anche un altro barometro a segnalare questo e altri fallimenti: il rame. Freeport McMoRan, uno dei più grandi produttori di rame al mondo, ha fatto sapere che smetterà di seguire il meccanismo d'impostazione mondiale per il rame. Un altro modo per dire che hanno deciso di mandare al diavolo i futures sul rame sulla London Metals Exchange. Ma la vera rottura del giocattolo noto come finanziarizzazione si avrà quando anche il petrolio, l'asset fondamentale su cui gira la società moderna e che non può muoversi con una volatilità settimanale del 7% come accade ora, verrà depennato dalla lista dei futures intermediati a Londra. Il Brent Crude, il riferimento per eccellenza oggi quando si tratta di impostare un prezzo per l'asset fisico sottostante, è un contratto completamente finanziarizzato. Non esiste neanche un solo barile di petrolio consegnato come saldo del contratto. È solo speculazione finanziaria rispetto, invece, a Shanghai o al WTI presso il COMEX.

Gli inglesi ovviamente non sono stupidi e hanno un “Piano B” nel caso in cui non riuscissero nel loro intento di “dissuadere” la colonia scappata e ribelle. Il processo di liquidazione del Regno Unito altro non è che lo spostamento della City di Londra in un altro luogo, probabilmente Dubai. Anche l'amministrazione Trump l'ha capito ed è per questo che continua a pacificare quelle aree nel mondo in cui gli inglesi avevano forte ascendente (l'ultima in ordine cronologico il Rwanda). In questo modo li fa rimanere laddove stanno creando devastazione e li costringe, loro malgrado, a “godersi” i frutti velenosi del loro operato, erigendo al contempo un muro finanziario e commerciale intorno all'Europa intera, trasformandola nell'ultimo film di Soi Cheang e lasciando che chi è all'interno si scanni tra di loro.


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???? Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2025/12/il-drenaggio-della-lbma-e-la.html


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