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Nodo senza consenso

Freedonia - 3 ore 9 min fa

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Joshua Stylman

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/nodo-senza-consenso)

«Il corpo umano non è più solo un'entità biologica: sta diventando una piattaforma in rete, dove cellule, neuroni e persino il DNA possono essere interfacciati con sistemi digitali, sollevando profondi interrogativi su chi controlla l'essenza della nostra esistenza.»

~ Ian F. Akyildiz

Immaginate di scoprire che i vostri neuroni, le cellule che vi rendono ciò che siete, potrebbero essere trasformati in punti dati in rete, ognuno monitorato e potenzialmente controllato da macchine microscopiche. Allo stesso tempo il vostro codice genetico, il vostro progetto biologico, viene acquistato, venduto e potenzialmente messo all'asta al miglior offerente in una procedura fallimentare. Non è fantascienza. Articoli di ricerca pubblicati su riviste scientifiche tradizionali stanno già mappando come connettere il cervello umano direttamente al cloud utilizzando “neuralnanorobot” iniettabili, mentre alla fine del 2024, 23andMe, un tempo un beniamino del settore biotech da $6 miliardi, ha dichiarato bancarotta, lasciando 15 milioni di campioni di DNA nel limbo come potenziali beni per i creditori.

Sebbene non rivendichi una profonda competenza tecnica in nanotecnologie o neuroscienze, la mia conoscenza di questi campi – analizzando documentazione tecnica, consultando ricercatori e monitorando gli sviluppi accademici – ha rivelato un panorama allarmante di tecnologie convergenti. La domanda fondamentale non è se questa tecnologia verrà sviluppata: è già in corso. La vera questione in gioco è se manterremo l'autonomia sulla nostra biologia man mano che queste tecnologie emergeranno.

Prendiamo in considerazione la traiettoria: prima portavamo i computer in tasca, poi li abbiamo indossati sul corpo. Ora i ricercatori stanno sviluppando modi per inserirli nel nostro cervello, mentre le aziende raccolgono il nostro DNA attraverso servizi per i consumatori commercializzati come innocue esplorazioni genealogiche. Ma a differenza di uno smartphone che potete spegnere o rimuovere, o persino di una password che potete cambiare dopo una violazione dei dati, i vostri dati biologici sono permanenti e unicamente vostri. Questo diventa particolarmente preoccupante se consideriamo le tecnologie progettate per interfacciarsi direttamente con il nostro apparato genetico. L'amministratore delegato di Moderna, Stéphane Bancel, ha descritto la tecnologia mRNA in termini che lasciano poco spazio al dubbio: “Poiché l'mRNA è una piattaforma basata sulle informazioni, funziona in modo simile al sistema operativo di un computer, consentendo ai ricercatori di inserire nuovo codice genetico da un virus, come aggiungere un'app, per creare rapidamente un nuovo vaccino”.

Ciò che è particolarmente degno di nota è come questa piattaforma sia stata posizionata come una priorità urgente poco prima del suo dispiegamento globale. Al Future of Health Summit del Milken Institute del 29 ottobre 2019, pochi mesi prima dell'emergere del COVID-19, il Dr. Anthony Fauci discusse della necessità di un approccio “completamente dirompente” allo sviluppo di vaccini, che non fosse “legato a vincoli e procedure burocratiche”. Descrisse uno scenario che ora appare spaventosamente profetico: “Non è poi così folle pensare che un'epidemia di un nuovo virus aviario possa verificarsi da qualche parte in Cina. Potremmo ottenere la sequenza di RNA, trasmetterla a diversi centri regionali [...] e stampare quei vaccini”. L'incredibile accuratezza di quella previsione, fornita poche settimane prima che diventasse realtà, ci fa chiedere: si è trattato di una lungimiranza straordinaria? O c'era un'intenzione più profonda dietro l'accelerazione di una tecnologia che, come ha ammesso lo stesso Fauci, normalmente “richiederebbe un decennio” per essere testata correttamente?

October 29th, 2019

Milken Institute: The Future of Health Summit

Anthony Fauci & Rick Bright discuss a “Universal Flu Vaccine” and a hypothetical scenario where a novel virus emerges from China.

Just over 4 months prior to that actually happening and 11 days after Event 201… pic.twitter.com/F4ryF0InQp

— Champagne Joshi (@JoshWalkos) November 4, 2023

Come ha descritto il pioniere delle bioreti Ian Akyildiz: “Questi mRNA non sono altro che macchine su piccola scala, su scala nanometrica. Sono programmati e iniettati”. Tali tecnologie potrebbero rappresentare il ponte perfetto tra codice digitale e funzione biologica, fungendo potenzialmente da interfaccia programmabile per la biologia umana.

Ciò a cui stiamo assistendo non è solo innovazione tecnologica, ma ciò che ho imparato a definire colonizzazione biometrica, dove i dati corporei vengono estratti e controllati con modalità che riecheggiano l'estrazione di risorse degli imperi coloniali. Non si tratta solo di privacy o sicurezza dei dati, sebbene queste preoccupazioni siano già abbastanza serie; si tratta della sovranità della vostra biologia. Quando i vostri neuroni possono essere monitorati in tempo reale, quando la vostra attività cerebrale può essere collegata al cloud, quando il vostro DNA è archiviato in database aziendali che possono essere venduti o hackerati, chi possiede veramente l'essenza della vostra esistenza? Il vostro DNA non è solo informazione: siete voi, la vostra identità genetica, le vostre predisposizioni alla salute, le caratteristiche legate alla vostra discendenza familiare. Non potete cambiarle come una password o annullarle come una carta di credito. È permanente, rivela segreti su di voi che potreste non conoscere nemmeno voi stessi.

Come osserva l'analista tecnologica Shoshana Zuboff nel suo lavoro sul capitalismo della sorveglianza: “Non siete più solo degli utenti; siete l'infrastruttura”. Questo cambiamento fondamentale trasforma il rapporto tra esseri umani e tecnologia. Non utilizziamo più solo strumenti: stiamo diventando il substrato attraverso cui questi strumenti operano.

Questa trasformazione era stata prevista decenni fa e si allinea con i modelli che ho documentato nel mio saggio, Il progetto tecnocratico. Microsoft ha persino ottenuto un brevetto per “sfruttare il potenziale di rete della pelle” (brevetto statunitense n. 6.754.472). Come riportato dal Guardian all'inizio degli anni 2000, Microsoft prevedeva di “utilizzare le proprietà conduttive della pelle umana per collegare una serie di dispositivi elettronici attorno al corpo”, trattando il corpo umano stesso come un mezzo di rete.

La recente esperienza con gli interventi medici globali ha insegnato a molti di noi l'importanza del consenso informato e dell'autonomia corporea. Ciononostante le tecnologie in fase di sviluppo farebbero apparire antiquati, al confronto, gli attuali dibattiti sulla libertà medica.

Gli scienziati stanno già sviluppando sistemi in grado di monitorare tutti gli 86 miliardi di neuroni del cervello, trasmettendo i dati al cloud a velocità di oltre 5 quadrilioni di bit al secondo. I ricercatori stanno persino modellando nanoreti basate sui segnali del sistema nervoso, con l'obiettivo di curare disturbi cerebrali o potenzialmente monitorarli in tempo reale. I benefici teorici di tale tecnologia sono spesso decantati, ma dobbiamo affrontare ciò che conta davvero: a quale costo per l'agire umano? Per l'autodeterminazione corporea? Per l'essenza stessa di ciò che ci rende umani?


Da frangia a norma: la realtà dell'integrazione biodigitale

Ciò che un tempo poteva essere liquidato come una teoria del complotto è ora apertamente discusso da istituzioni tradizionali come la RAND Corporation, la quale ha pubblicato articoli intitolati The Internet of Bodies Will Change Everything, for Better or Worse e Brain-Computer Interfaces Are Coming. Will We Be Ready?. Nel frattempo Popular Mechanics ci racconta di come gli scienziati vogliano usare le persone come antenne per alimentare il 6G e la CNBC produce segmenti che spiegano cos'è l'Internet dei corpi. Non si tratta di congetture teoriche, ma del riconoscimento aperto di una trasformazione tecnologica già in atto.

Questi sviluppi erano stati previsti con lungimiranza decenni fa. Nel 1993 Vernor Vinge pubblicò per la NASA, The Coming Technological Singularity: How to Survive in the Post-Human Era, prevedendo che un'intelligenza superiore a quella umana sarebbe emersa entro 30 anni (entro il 2023) e sottolineando il ruolo trasformativo della nanotecnologia. Sebbene la “singolarità” completa non si sia ancora materializzata come previsto da Vinge, la convergenza biodigitale a cui stiamo assistendo oggi rappresenta un passo avanti verso la trasformazione delle capacità e dell'esistenza umana da lui prevista.

Forse la cosa più preoccupante è l'evoluzione della “polvere intelligente”, dispositivi di dimensioni millimetriche dotati di sensori, capacità di elaborazione e di rete. Il concetto, finanziato dalla DARPA nel 1997, quando Kris Pister era professore all'Università della California, a Berkeley, si è evoluto da tecnologia di sorveglianza sul campo di battaglia a quello che il MIT Technology Review ora descrive come un mezzo per spiare il cervello. Forbes, Fast Company e Defense One parlano di questi sviluppi non come fantascienza, ma come la prossima frontiera dell'informatica ubiqua. Come ha affermato il MIT Technology Review nel 2013: “Particelle di polvere intelligenti incorporate nel cervello potrebbero formare una forma completamente nuova di interfaccia cervello-macchina”. Non si tratta solo di ricerca sperimentale, ma di applicazione clinica. Un articolo del 2024 sul Financial Times ha rivelato che “impianti cerebrali realizzati in grafene sono destinati a iniziare le sperimentazioni cliniche nel Regno Unito” a Manchester, utilizzando lo stesso “materiale delle meraviglie” documentato in questo saggio.

Questi minuscoli sensori, un tempo progettati per l'impiego esterno, sono ora in fase di sviluppo per l'impianto diretto nei tessuti umani. Il programma “Neural Dust” della DARPA mira esplicitamente alla registrazione wireless precisa dell'attività nervosa, con la possibilità di essere “inseriti chirurgicamente in muscoli e nervi”. Secondo i documenti della DARPA stessa, questa tecnologia “consente la registrazione wireless precisa dell'attività nervosa”, creando non solo un potenziale terapeutico, ma anche un accesso senza precedenti ai nostri segnali biologici più privati: gli impulsi elettromagnetici che compongono i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre funzioni fisiche. Nel 2019 il programma Next-Generation Nonsurgical Neurotechnology (N3) della DARPA ha iniziato a investire milioni di dollari in interfacce cervello-macchina non invasive progettate specificamente per i soldati normodotati. Queste tecnologie includono nanoparticelle magnetiche somministrate tramite spray nasale, virus che trasportano geni che inducono i neuroni a emettere luce infrarossa e interfacce neurali guidate da ultrasuoni. L'obiettivo dichiarato è consentire ai soldati di controllare mentalmente sciami di droni e sistemi d'arma con un tempo di risposta inferiore a 50 millisecondi.

L'architettura tecnologica per il monitoraggio, la mappatura e la potenziale manipolazione della biologia umana a livello cellulare non esiste solo in teoria, ma anche in programmi di ricerca finanziati, brevetti e prototipi. La teoria diventa pratica con una velocità allarmante. Nel luglio 2024 i ricercatori hanno svelato una tecnologia chiamata “Nano-MIND” che utilizza campi magnetici e nanotecnologie per attivare e controllare a distanza regioni cerebrali nei topi, modulando sia le emozioni che i comportamenti sociali. Quella che ieri era una “teoria del complotto” oggi è una ricerca pubblicata.


La promessa e il pericolo della convergenza biodigitale

È importante riconoscere i potenziali benefici di queste tecnologie. Le interfacce cervello-computer potrebbero ripristinare la funzionalità di individui paralizzati, consentendo loro di controllare arti robotici o di comunicare dopo lesioni devastanti. Il monitoraggio della salute in tempo reale potrebbe rilevare ictus o infarti prima che si verifichino, salvando potenzialmente milioni di vite. La medicina genetica personalizzata potrebbe indirizzare i trattamenti alla biologia unica di ogni individuo, riducendo gli effetti collaterali e aumentandone l'efficacia.

Queste tecnologie nascono da autentiche aspirazioni umane a curare le malattie, prolungare la durata della vita e superare i limiti biologici. Molti ricercatori in questi campi sono spinti dal nobile obiettivo di aiutare l'umanità. La sfida non riguarda le tecnologie di base in sé, ma il modo in cui vengono implementate, chi le controlla e se il nostro autogoverno biologico viene preservato nel processo.

Ciononostante quando condivido queste tecnologie documentate con gli amici, spesso sento reazioni negative: “La gente dice un sacco di cose folli, ma non significa che le possa effettivamente realizzare”. Devo continuamente fare riferimento agli articoli di ricerca, ai brevetti e ai prototipi funzionanti già esistenti. Non si tratta solo di possibilità teoriche, ma di tecnologie attivamente sviluppate con finanziamenti consistenti e sostegno istituzionale. L'arroganza spesso insita nell'implementazione tecnologica aggrava i rischi, amplificando i benefici e minimizzando le conseguenze indesiderate.

L'attuale traiettoria mostra che queste tecnologie si stanno rapidamente spostando dalle applicazioni terapeutiche a sistemi di sorveglianza, monetizzazione e controllo. Senza chiari confini etici e solide tutele per la sovranità individuale, la promessa di guarigione potrebbe facilmente trasformarsi in meccanismi di intrusione senza precedenti. La questione non è se sviluppare queste tecnologie, ma come garantire che siano al servizio dell'umanità anziché soggiogarla.


Sabrina Wallace: attraverso la sua lente nella realtà biodigitale

Nella mia esplorazione di questo panorama emergente, ho incontrato voci provenienti da ogni parte del mondo, da scienziati istituzionali di prestigiose università a ricercatori indipendenti che operano al di fuori dei paradigmi tradizionali. Tra questi, una figura si distingue sia per la sua competenza tecnica che per la straordinaria portata delle sue affermazioni: Sabrina Wallace. Incontrare Sabrina non ha solo ampliato la mia comprensione, ma ha fatto esplodere il mio senso di certezza. La sua padronanza tecnica delle reti wireless body area (WBAN) e degli standard IEEE 802.15.6 rivela una profonda comprensione dell'architettura di rete. Quando analizza questi sistemi, la sua padronanza sia del linguaggio tecnico che dei framework concettuali è innegabile. Eppure le sue affermazioni più azzardate – come essere la “Paziente Uno”, il primo soggetto della sperimentazione sulle interfacce neurali, o la sua affermazione che il personaggio “Sette” nella popolare serie Netflix Stranger Things sia stato ispirato dalle sue esperienze – mi fanno pensare a dove finisca la verità e inizi la speculazione, quando gli stessi segnali che stiamo cercando di interpretare potrebbero riscrivere le nostre cellule.

Ciò che la rende particolarmente interessante è la sua capacità di collegare elementi apparentemente non correlati, tracciando linee di connessione tra brevetti poco conosciuti, programmi militari, standard IEEE e processi biologici, gettando luce su modelli che altri non colgono. La sua interpretazione di “COVID-AI-19” come “sistema di coordinate e routing per nanoreti che collegano gli esseri umani alla simulazione del mondo senziente” rappresenta uno dei suoi framework più provocatori. Questo concetto si allinea in modo inquietante con i brevetti documentati per i sistemi di erogazione di ossido di grafene e suggerisce che quella che abbiamo vissuto come una crisi legata alla salute pubblica potrebbe aver avuto un duplice scopo: essere la fase finale di un processo di installazione di software per l'integrazione biodigitale.

Sarò il primo ad ammettere di non essere minimamente esperto abbastanza da valutare appieno se la Wallace sappia di cosa stia parlando. Potrebbe avere intuizioni uniche o avanzare affermazioni difficili da valutare per la maggior parte delle persone, ma questa incertezza stessa evidenzia una sfida cruciale del nostro tempo: come possiamo valutare affermazioni tecniche complesse quando pochi hanno le competenze interdisciplinari per farlo? Il suo lavoro mi ha costretto a confrontarmi con una verità più grande della sua storia: nell'era della biologia programmabile, la sola competenza non può garantire la certezza.

La voce di Sabrina, che sia profetica o provocatrice, sottolinea l'importanza del riconoscimento di schemi: nessun singolo esperto, nessun articolo sottoposto a revisione paritaria può mappare completamente questo territorio. Più che una profetessa, è un paradosso: la prova che in quest'era biodigitale la verità non è un fatto da scoprire, ma uno schema da inseguire. A prescindere dalla sua completezza narrativa, le tecnologie che descrive esistono indiscutibilmente in qualche forma, documentate in brevetti, articoli accademici e, sempre più spesso, nei resoconti della stampa generalista.


Oltre l'orizzonte

Oggi, mentre i ricercatori del MIT sviluppano computer in fibra che eseguono app direttamente all'interno dei nostri vestiti, mentre le interfacce neurali progrediscono, mentre i nanodispositivi iniettabili diventano realtà e mentre i database genetici si espandono, dobbiamo riconoscere che ciò che è in gioco è il nostro sistema nervoso, le nostre cellule, il nostro DNA, la nostra mente. Persino le pubblicazioni incentrate sulla tecnologia riconoscono le implicazioni più oscure di questi sviluppi. Un'analisi di Big Think ha avvertito che il mind-uploading non creerebbe l'immortalità, bensì “un doppelgänger digitale potenzialmente ostile” che “rivendicherebbe il nostro nome, i nostri ricordi e persino la nostra famiglia come propri”. Il confine tra potenziamento e sostituzione si fa sempre più labile.

Mentre molti potrebbero liquidare il concetto di biologia programmabile come fantascienza, importanti istituzioni accademiche in tutto il mondo stanno già insegnando e sviluppando queste tecnologie. Il cosiddetto Internet of Bio-Nano Things (IoBNT) – il framework per connettere i sistemi biologici alle reti digitali – è in fase di sviluppo attivo in prestigiose università, dal Maryland a Monaco di Baviera, da Cambridge a Lubecca.

Non si tratta di una ricerca oscura o marginale. In Europa e in America importanti istituzioni accademiche stanno attivamente insegnando l'architettura dell'IoBNT, creando una nuova generazione di ingegneri in grado di implementare questi sistemi. Attraverso programmi come PANACEA, collaborano allo sviluppo delle tecnologie necessarie per integrare i sistemi biologici nell'infrastruttura digitale. L'Università del Maryland collega la microelettronica ai sistemi biologici; l'Università Tecnica di Monaco forma gli studenti sulle interfacce bio-digitali; Cambridge si concentra sulle applicazioni pratiche; l'Università tedesca di Erlangen-Norimberga costruisce piattaforme che collegano nanodispositivi corporei a reti esterne, trasformando l'IoBNT in una realtà funzionale.

Sabrina sostiene che questi sforzi interagiscono potenzialmente con il biocampo umano, il campo elettromagnetico naturale del nostro corpo, utilizzando standard come IEEE 802.15.6 (essenzialmente un manuale di regole wireless) per collegare le nostre cellule all'Internet of Bio-Nano Things, spesso senza la consapevolezza della popolazione o il consenso informato. Mentre la scienza ufficiale sta ancora sviluppando una piena comprensione del concetto di biocampo, una crescente ricerca suggerisce che le interazioni elettromagnetiche con i sistemi biologici potrebbero essere più significative di quanto precedentemente riconosciuto. Le sue analisi tecniche delle reti wireless body area (WBAN) rivelano come questi sistemi siano progettati non solo per interagire con i nostri corpi, ma per trasformare i nostri biocampi in punti di accesso per sistemi digitali. Ciò che rende la prospettiva della Wallace particolarmente preziosa è la sua enfasi sull'infrastruttura tecnica che si sta costruendo attorno alla biologia umana, piuttosto che le semplici applicazioni commercializzate ai consumatori.

Ciò che colpisce è come questa ricerca si basi su decenni di lavoro preparatorio. Il 21st Century Nanotechnology Research and Development Act ha finanziato questi progetti per oltre 20 anni. Non si tratta di tecnologia effimera, ma del culmine di programmi di ricerca a lungo termine e ben finanziati da importanti istituzioni.

Allo stesso tempo i governi stanno attivamente sviluppando database genetici. Come ha rivelato candidamente il Primo Ministro israeliano Netanyahu in un discorso che Efrat Fenigson ha portato per prima alla mia attenzione: “Abbiamo un database, il 98% della nostra popolazione ha cartelle cliniche digitalizzate [...]. Intendo aggiungere a quel database di cartelle cliniche personali dell'intera popolazione un database genetico [...] datemi un campione di saliva [...] ora abbiamo una documentazione genetica su una cartella clinica di una popolazione numerosa [...] lasciate che le aziende farmaceutiche eseguano algoritmi su questo database”. Non è fantascienza: sta accadendo oggi.

????????????Digitized personal medical records of Israelis are already handed to Pfizer on a silver plate.
Now Bibi is adding a GENETIC DATABASE, trading our genome.
“Give me a saliva sample, and we have a genetic record over a medical record”.
There you have it,out of the horse’s mouth. pic.twitter.com/g2m5vGInYQ

— Efrat Fenigson (@efenigson) December 21, 2022

Le implicazioni sono sconcertanti. Proprio come lo sviluppo della tecnologia nucleare ha richiesto una vasta rete di ricercatori e istituzioni, la trasformazione della biologia umana in codice programmabile e set di dati commerciali sta emergendo attraverso canali accademici e di ricerca consolidati. Ma a differenza della tecnologia nucleare, che ci riguarda soprattutto esternamente, questi sviluppi mirano a colonizzare i nostri processi biologici interni.

Il consenso informato non è solo importante in questo caso, è essenziale. Quando le università insegnano agli studenti come implementare interfacce bio-informatiche per l'eHealth (sistemi che collegano processi biologici a reti digitali per applicazioni sanitarie), chi garantisce che gli esseri umani destinatari di queste tecnologie ne comprendano appieno le implicazioni? Quando le aziende raccolgono dati genetici mentre commercializzano referti genealogici, chi avverte i consumatori che il loro progetto biologico potrebbe essere venduto durante le procedure fallimentari? Dopo aver visto le autorità globali ignorare con disprezzo i principi del consenso informato durante i recenti interventi sanitari, l'idea che queste stesse istituzioni possano improvvisamente scoprire limiti etici per le interfacce neurali è comica. Difficilmente ci si può aspettare che le strutture di potere che hanno imposto iniezioni sperimentali sotto la minaccia dell'esclusione sociale esercitino moderazione. Quando si tratta di tecnologie che accedono ai nostri pensieri, i loro limiti etici si espandono in perfetta proporzione alle loro capacità tecnologiche.

Queste non sono preoccupazioni astratte per le generazioni future: l'infrastruttura per l'implementazione di queste tecnologie viene costruita oggi nelle università, nei laboratori di ricerca e nei database aziendali di tutto il mondo. Le stesse istituzioni che formano i nostri medici e scienziati stanno ora insegnando alla prossima generazione come trasformare la biologia umana in punti dati in rete. Prendiamo, ad esempio, il Center for Internet of Bodies della Purdue University, dove gli studenti imparano a fondere “connettività, sicurezza e intelligenza” con il corpo umano per “trasformare le vite”. Questi studenti si confrontano mai con le dimensioni morali del consenso e della sovranità, o vengono semplicemente formati come tecnici di un futuro predeterminato?


Dalla teoria all'infrastruttura

Fondamenti accademici

Mentre le università insegnano queste tecnologie, un'infrastruttura ancora più ampia viene costruita attraverso progetti internazionali coordinati. L'Unione Europea sta finanziando molteplici iniziative per sviluppare quelle che chiamano “nanoreti interne al corpo”, creando essenzialmente Internet all'interno del corpo umano. Progetti come ScaLeITN stanno sviluppando sistemi di comunicazione terahertz, praticamente frequenze wireless ultraveloci in grado di penetrare e trasmettere dati attraverso i tessuti biologici, inclusi carne e organi. Questo trasforma il vostro corpo in un router vivente: le vostre cellule potrebbero presto essere online, che lo vogliate o meno. Altri programmi si concentrano sulla creazione di “nanoreti autonome” per il cervello, fondendo sistemi biologici e digitali a livello cellulare.

Mentre i laboratori collegano le nostre cellule al 6G, brevetti come questo (US20210082583A1) suggeriscono cieli permeati di nanomateriali, forse grafene, che preparano l'atmosfera per la stessa rete. Sebbene questi sviluppi emergano da campi diversi, la loro corrispondenza suggerisce più di una semplice coincidenza. La progressione metodica attraverso diverse discipline e istituzioni indica un coordinamento deliberato piuttosto che un'innovazione parallela.

Standardizzazione globale

Non si tratta di casi isolati. L'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), l'agenzia delle Nazioni Unite responsabile degli standard di comunicazione globali, sta pubblicando numeri speciali su queste tecnologie. Il Parlamento europeo ne sta esaminando le implicazioni etiche. Policy Horizons Canada sta esplorando quella che definisce convergenza biodigitale: la fusione di sistemi biologici e digitali. Gli organismi internazionali di standardizzazione stanno sviluppando quadri di riferimento per questi sistemi attraverso la Commissione Elettrotecnica Internazionale (IEC).

Implementazione aziendale e governativa

La portata del coordinamento è impressionante. Con l'emergere di progetti per le reti 6G e 7G, non si tratta solo di telefoni più veloci, ma anche di connettere le cellule umane direttamente a Internet. Come ha dichiarato l'esperto di 6G, Josep Miquel Jornet: “Riuscite a immaginare le cellule del vostro corpo connesse a Internet?”. Questa non è una previsione, ma una promessa.

Ciò che è particolarmente preoccupante è il modo in cui questa colonizzazione biologica viene normalizzata attraverso un linguaggio tecnico e quadri istituzionali. Termini come teranostica (diagnostica terapeutica) e “nanoreti bio-ispirate” mascherano la realtà alla base: questi sistemi mirano a rendere la biologia umana parte dell'infrastruttura digitale. Sebbene l'attenzione sembri medica, le implicazioni vanno ben oltre l'assistenza sanitaria. Quando le cellule diventano punti dati interconnessi, chi controlla la rete? Chi possiede i dati? Chi governa i protocolli?

I pericoli in questo caso non sono solo teorici. All'Aspen Security Forum del 2022, il deputato Jason Crow ha avvertito: “Si stanno costruendo armi per colpire persone specifiche [...] prendere il loro DNA, il loro profilo sanitario e creare un germe per ucciderle o metterle in panchina”. Queste capacità rendono i nostri dati biologici “petrolio, oro e dinamite in uno” – immensamente preziosi e potenzialmente catastrofici nelle mani sbagliate.


Non siete inclusi, siete integrati

Dobbiamo comprendere la distinzione tra inclusione e integrazione. Quando si è inclusi in un sistema tecnologico si mantiene la propria autonomia e capacità di azione; quando si è integrati si diventa un componente: un nodo nella rete o una risorsa in un database. Come ha osservato Elon Musk: “Sembra proprio che l'umanità sia un bootloader biologico per una superintelligenza digitale”. Il termine “bootloader” è particolarmente rivelatore: in informatica un bootloader è semplicemente il codice iniziale che carica il sistema operativo. Non ha altra funzione se non quella di abilitare l'esecuzione di qualcos'altro.

As I mentioned several years ago, it increasingly appears that humanity is a biological bootloader for digital superintelligence

— Elon Musk (@elonmusk) April 2, 2025

Osserviamo le tecnologie specifiche già implementate:

Tutte si collegano per formare un circuito completo: dai nostri organi → al nostro dispositivo → al router → al cloud → a un server privato. Come descrive il professor Yoel Fink del MIT: “I nostri corpi trasmettono gigabyte di dati attraverso la pelle ogni secondo [...]. Non sarebbe fantastico se potessimo insegnare ai vestiti a catturare, analizzare, archiviare e comunicare queste importanti informazioni?”. Akyildiz ha anche sostenuto che questi dispositivi potrebbero trasformare la rilevazione delle malattie, ma a quale costo per il nostro controllo sulla nostra biologia?

I rischi vanno oltre il monitoraggio della salute. Uno studio del 2024 sulle reti wireless body area (WBAN), che utilizzano gli standard IEEE 802.15.6, rivela che questi sistemi, già impiegati in programmi militari come l'iniziativa “Strengthen” della DARPA per i soldati, sono vulnerabili agli attacchi informatici, con il 60% dei dispositivi a rischio. Incidenti come i rapporti del 2021 sulla Sindrome dell'Avana, in cui diplomatici statunitensi hanno sperimentato sintomi preoccupanti potenzialmente legati alle armi ad energia diretta, sottolineano la preoccupante possibilità che tecnologie simili possano essere utilizzate come armi contro i sistemi biologici. Mentre le cause esatte della Sindrome dell'Avana rimangono dibattute tra gli esperti, gli incidenti evidenziano la necessità di vigilanza sulle tecnologie bioelettromagnetiche emergenti.

Un account social chiamato AMUZED X dipinge un quadro preoccupante con il suo framework “Bio-Digital Grid”, descrivendo come tecnologie come Smart Dust – sensori microscopici che interagiscono con il corpo – e le interfacce neurali al grafene consentano una perfetta fusione tra biologia e sistemi digitali. Questa griglia, già in funzione grazie al programma ElectRx della DARPA e a più ampi sforzi di biosorveglianza, trasforma il corpo in una risorsa in rete: “Le Big Tech si sono già mosse DENTRO il corpo, senza che lo richiedeste”.

???? The #Silent Takeover of Your Body ????

???? Big Tech has already moved INSIDE your body—without your request.
Most people don’t realize that bio-digital #surveillance, neural networks, and nano-communication systems are already operating inside and around them. pic.twitter.com/WMS06i29PJ

— Witness Zero ~ The Broadcast (@FluxxState) February 13, 2025

Sabrina, attingendo alla sua esperienza tecnica nelle reti informatiche, sostiene che questi dispositivi facciano parte di una più ampia “Wireless Body Area Network” (rete wireless corporea), in cui la nanotecnologia trasforma di fatto i nostri corpi in nodi biohackerati in un sistema di controllo più ampio. Descrive dettagliatamente come le tecnologie originariamente sviluppate per applicazioni militari vengano riconfezionate come prodotti per la salute di consumo, creando un sistema molto più invasivo del semplice monitoraggio della salute. L'analisi della Wallace sulle interazioni delle frequenze elettromagnetiche con il biocampo umano suggerisce che queste tecnologie potrebbero non solo monitorare, ma influenzare i processi biologici attraverso frequenze calibrate con precisione. Questi aspetti più speculativi della sua analisi, pur fondati sulla sua comprensione tecnica dell'architettura di rete, rappresentano un'area emergente in cui scienza consolidata, possibilità teoriche e connessioni ipotetiche si intersecano. Le sue ipotesi invitano a ulteriori indagini da parte di ricercatori di diverse discipline. Ciò che è particolarmente preoccupante è il modo in cui questi sistemi vengono normalizzati attraverso applicazioni mediche e di benessere, oscurandone la piena capacità di sorveglianza.

Quando osserviamo i cambiamenti inspiegabili della nostra atmosfera, per i quali ho fornito una montagna di prove nel mio lavoro sulla geoingegneria, troviamo un altro potenziale tassello di questo puzzle. Le prove sono chiare: qualcosa viene spruzzato nei nostri cieli – confermato da brevetti, programmi governativi e osservazioni dirette – eppure lo scopo rimane avvolto nel mistero. Nonostante i nobili sforzi di organizzazioni come il Global Wellness Forum che mobilitano legislazioni in 32 stati per affrontare queste attività, il dibattito pubblico rimane sorprendentemente fiacco. La possibilità che queste operazioni atmosferiche possano creare un ambiente che facilita i sistemi biodigitali descritti in questo saggio deve essere presa in considerazione non come una verità definitiva, ma come un modello troppo importante per essere ignorato. Quando qualcosa influenza l'aria che ogni essere umano respira, ma rimane in gran parte inosservato, il silenzio stesso diventa parte del puzzle.

????????UPDATE: We Now Have 32 States Demanding Clear Skies! ????#TheClearSkiesMovement is unstoppable!

With the addition of Louisiana, we now have 32 states with proposed legislation (and in 1 state, a resolution) that requires the state to either disclose, prohibit or criminalize… pic.twitter.com/OHxppeV1XD

— Global Wellness Forum (@G_W_Forum) April 2, 2025

Prendiamo in considerazione lo schema: mentre le aziende aerospaziali conducono quella che chiamano “ricerca atmosferica”, le università sviluppano reti wireless per il corpo umano che richiedono specifici ambienti elettromagnetici; mentre i governi finanziano programmi di “gestione della radiazione solare”, emergono brevetti per la tecnologia al grafene; mentre le forze armate implementano operazioni di “inseminazione delle nuvole”, le aziende lavorano su tecnologie di interfaccia del campo bioelettrico. Queste possono sembrare attività scollegate, ma possono formare uno schema coerente se viste attraverso una lente più ampia.

Analogamente la spinta verso le valute digitali delle banche centrali (CBDC) sembra a prima vista separata dall'integrazione biodigitale. Eppure se esaminati come parte di un modello più ampio di sorveglianza, controllo e sviluppo infrastrutturale, questi sistemi potrebbero rappresentare percorsi convergenti verso una destinazione comune. La rete di controllo finanziario digitale in costruzione ora potrebbe alla fine essere amministrata non solo tramite smartphone e documenti d'identità digitali, ma potenzialmente attraverso le interfacce neurali e i sistemi biodigitali descritti in questo saggio. Potremmo assistere all'emergere di un mondo in cui le CBDC scorrono attraverso i nostri neuroni e i cieli vengono inseminati da una rete biodigitale affinché il nostro corpo sia un nesso tra denaro, aria e codice informatico? Sto identificando schemi, non rivendicando connessioni definitive. Collegando questi punti, lo schema potrebbe raccontare una storia, anche se le prove definitive rimangono sfuggenti. Le CBDC potrebbero ancora arrivare, ma non solo tramite app: attraverso i nostri neuroni, collegate in rete dagli stessi sistemi che spruzzano grafene nei cieli e inondano i nostri nervi di sensori intelligenti.

Sappiamo che qualcosa viene spruzzato nei nostri cieli – ho documentato centinaia di brevetti e programmi che lo confermano – eppure non è stata offerta alla popolazione alcuna spiegazione trasparente. Nel frattempo la ricerca sulle tecnologie basate sul grafene si è espansa notevolmente in diversi campi. Un articolo del 2021 su News Medical Life Sciences descriveva come “le nanoparticelle di ossido di grafene e argento [hanno dimostrato] di neutralizzare rapidamente i virus a RNA”, mentre il brevetto CN112220919 descrive esplicitamente un “vaccino ricombinante per il nano-coronavirus che utilizza l'ossido di grafene come vettore”. Ulteriori brevetti come US20110247265A1 descrivono sistemi di distribuzione atmosferica per nanomateriali, e la rivista ACS Nano ha pubblicato diversi studi sulle proprietà elettromagnetiche del grafene nei sistemi biologici.

Queste operazioni atmosferiche potrebbero creare un ambiente che facilita i sistemi biodigitali descritti in questo saggio? Le tecnologie delle nanoparticelle oggetto di ricerca per applicazioni biologiche potrebbero avere controparti atmosferiche? Se fosse in corso uno sforzo coordinato di questa portata, i responsabili lo annuncerebbero pubblicamente? La natura opaca di questi programmi non fa che aumentare la necessità di trasparenza su ciò che viene implementato nei nostri cieli e nei nostri corpi.

Ciò che viene presentato come comodità e monitoraggio della salute è in realtà un sistema di estrazione dati che trasforma il corpo umano in una fonte continua di informazioni preziose. Non si limitano a monitorare la salute: mappano, modellano e imitano la biologia umana per creare quella che alcuni ricercatori chiamano “l'Internet dei Gemelli Bio-Digitali”.

Un'altra figura fondamentale nel panorama biodigitale, Charles Lieber, ha fatto progredire l'aspetto hardware di questa convergenza. La sua rivoluzionaria tecnologia basata su transistor a nanofili, documentata nel suo articolo Tiny Probes Measure Signals Inside Cells sul MIT Technology Review, ha creato un percorso per l'interfacciamento elettronico diretto con i nostri meccanismi cellulari. L'articolo di Lieber su Nature Nanotechnology, Free-standing kinked nanowire transistor probes for targeted intracellular recording in three dimensions, e il lavoro più recente, Biochemically functionalized probes for cell-type–specific targeting and recording in the brain, hanno gettato le basi per tecnologie in grado di monitorare – e potenzialmente controllare – i processi biologici a livello cellulare.

L'infrastruttura tecnologica in fase di sviluppo oggi – attraverso finanziamenti per la ricerca, standard internazionali e programmi di sviluppo coordinati – non riguarda solo la cura delle malattie o la ricerca di antenati, si tratta di creare la capacità tecnica per trasformare la biologia umana in una piattaforma programmabile e in una risorsa commerciabile. Non si tratta di una tecnologia ipotetica in attesa di sviluppo: è già in fase di implementazione. Resta da vedere se saremo in grado di preservare l'autonomia sui nostri processi biologici man mano che questi sistemi entreranno in funzione.


Riconquistare la nostra autonomia biologica

Non si tratta solo di tecnologia, si tratta del diritto fondamentale di governare i propri processi biologici. Con l'avanzare di queste tecnologie, ci troviamo di fronte a un bivio che richiede non solo resistenza, ma una radicale rivisitazione del nostro rapporto con la tecnologia e la nostra biologia.

La strada da percorrere non consiste nel rifiutare l'innovazione, ma nel rivendicarne la proprietà, alle nostre condizioni, non alle loro. Immaginate comunità in cui individui biologicamente autonomi mantengano la sacralità dei loro percorsi neurali attraverso pratiche consapevoli; dove reti di conoscenza locali coltivino tecnologie di guarigione open source che funzionino senza sorveglianza; dove i bambini imparino a rafforzare i loro biocampi mentre imparano il codice informatico.

Ciò richiede impegno a tre livelli: fisico, intellettuale e spirituale. A livello fisico dobbiamo rivendicare la proprietà dei nostri corpi attraverso pratiche che rafforzino la nostra naturale integrità elettromagnetica. Ciò significa:

• Connettersi quotidianamente con il campo stabilizzatore della Terra: camminare a piedi nudi all'aperto per almeno 15 minuti;

• Creare rifugi a basso contenuto di campi elettromagnetici nelle nostre case, in particolare per dormire: testare la propria casa con un misuratore di campi elettromagnetici ($30 su Amazon), puntare a livelli inferiori a 1 mg nelle camere da letto e passare alla rete Ethernet cablata ove possibile;

• Adottare un'alimentazione che supporti la resilienza cellulare alle interferenze elettromagnetiche: cibi ricchi di antiossidanti, minerali come zinco e magnesio, e acqua pulita;

• Praticare regolarmente disintossicazioni digitali: designare giorni o weekend senza tecnologia per resettare il sistema nervoso;

• Supportare e utilizzare tecnologie che diano priorità alla privacy e al controllo locale piuttosto che alla connettività cloud.

A livello intellettuale dobbiamo sviluppare un discernimento che trascenda il falso binario tra “fidarsi della scienza” e “rifiutare la tecnologia”. Ciò significa coltivare la capacità di riconoscere modelli in domini diversi, mettere in discussione tecnologie che richiedono arrendersi piuttosto che emanciparsi, costruire reti di conoscenza indipendenti dai sistemi che traggono profitto dalla nostra mercificazione biologica, informarsi sui propri diritti in materia di dati e sostenere le organizzazioni che lottano per la privacy digitale, e imparare un termine tecnico a settimana – iniziando con “IEEE 802.15.6” o “Body Area Network” – e rintracciarlo attraverso brevetti o articoli accademici per costruire la propria mappa di questo mondo.

A livello spirituale l'indipendenza biologica richiede una connessione con ciò che trascende il misurabile:

• Meditare per 10 minuti al giorno, non per sfuggire alla realtà ma per percepire i ritmi naturali del proprio corpo, scollegati da reti esterne;

• Sviluppare pratiche che rafforzino la propria intuizione su quando una tecnologia supporta o diminuisce la propria sovranità;

• Connettersi con persone che la pensano come noi e che danno priorità all'integrità biologica rispetto alla comodità.

Non molto tempo fa, avrei liquidato concetti come “biocampi” come stravaganti – forse interessanti, ma privi di fondamento scientifico. Ma la mia ricerca sulle interazioni elettromagnetiche cellulari e gli studi di istituzioni come HeartMath mi hanno portato a riconsiderare questo scetticismo. Devo anche riconoscere che non vivo ancora pienamente secondo questi principi: le mie abitudini digitali e le mie scelte di vita spesso contraddicono ciò che sostengo qui. Ma man mano che ho studiato le interazioni elettromagnetiche cellulari e gli studi documentati di istituzioni come HeartMath, ho dovuto riconsiderare il mio scetticismo.

La presa di potere della formazione medica da parte dei Rockefeller, quasi un secolo fa, ha gravemente limitato la nostra comprensione della natura elettrica ed energetica del corpo, indirizzando la formazione medica verso interventi farmaceutici ed emarginando approcci più olistici e naturali alla biologia umana. Ciò che un tempo veniva liquidato come opinabile o pseudoscientifico è sempre più confermato dalla ricerca tradizionale.

A livello intellettuale dobbiamo sviluppare un discernimento che trascenda il falso binario tra “fidarsi della scienza” e “rifiutare la tecnologia”. Ciò significa coltivare la capacità di riconoscere schemi, mettere in discussione le tecnologie che richiedono arrendersi piuttosto che emanciparsi e costruire reti di conoscenza indipendenti dai sistemi che traggono profitto dalla nostra mercificazione biologica.

Ancora più importante, l'indipendenza spirituale diventa il fondamento dell'autonomia biologica. La nostra coscienza – quella qualità ineffabile che ci rende umani – non può essere ridotta a schemi neurali o codice digitale. Approfondendo la nostra connessione con ciò che trascende il misurabile, stabiliamo un'integrità interiore che nessuna tecnologia esterna può colonizzare.

Quando ci si trova di fronte a tecnologie che interagiscono con il corpo, bisogna andare oltre la semplice richiesta di un chiaro consenso informato: bisogna coltivare il tipo di consapevolezza che permette di percepire quando il consenso viene progettato anziché richiesto; sviluppare un'intuizione viscerale per capire quando le tecnologie servono la libertà e quando la erodono silenziosamente.

I prossimi decenni determineranno se l'umanità manterrà la sua autonomia biologica o la cederà a sistemi che vedono i nostri corpi come nodi di una rete, il nostro DNA come proprietà intellettuale, i nostri pensieri come dati raccoglibili. L'atto di indipendenza più potente non è semplicemente dire “no” al controllo esterno, ma coltivare un “sì” interiore così potente alla propria interezza intrinseca che i sistemi esterni non possano frammentarla. Sebbene le minacce tecnologiche possano sembrare schiaccianti, la nostra capacità di scelta consapevole rimane la nostra più grande forza.

Stiamo assistendo alla nascita di un nuovo paradigma che schiavizzerà o libererà il potenziale umano. Le tecnologie sono neutrali: è la consapevolezza con cui le affrontiamo che ne determina l'impatto. Scegliendo l'autonomia rispetto alla comodità, l'integrità rispetto all'integrazione e la connessione rispetto al controllo, possiamo garantire che il prossimo capitolo dell'evoluzione umana migliori, anziché peggiorare, ciò che ci rende umani.

Non si tratta di paura, si tratta di risvegliare il nostro potere. Non siamo solo corpi da progettare, geni da modificare, o cervelli da collegare in rete; siamo esseri coscienti con la capacità di plasmare il nostro destino. Ciò che conta di più non è ciò che queste tecnologie potrebbero farci, ma ciò che scegliamo attivamente di fare con esse.


La ricerca della verità nell'era biodigitale

Il mio percorso nella comprensione di queste tecnologie è stato profondamente personale e spesso disorientante. Quando ho iniziato a studiare il meccanismo e i danni delle tecnologie a mRNA, ho iniziato a chiedermi perché i nostri governi le stessero implementando, per non parlare di renderle obbligatorie. Come ha affermato il mio amico Mark Schiffer, un brillante scienziato: “Hackerare il nostro apparato genetico per creare la proteina Spike è come spararsi in faccia per ottenere l'immunità alle ferite da arma da fuoco [...] è l'idea più stupida di sempre. Sì, le persone che si sparano in faccia riferiscono di avere meno mal di testa. Ergo, spararsi in faccia cura il mal di testa”. Questo modo di pensare ha plasmato il mio pensiero.

Non riuscivo a dormire, ero ossessionato dal tentativo di capire cosa stesse succedendo. Ho visto i rapporti del VAERS e conoscevo persone colte da ictus, aventi problemi con coaguli di sangue e altri guai di salute documentati, eppure il silenzio collettivo era assordante. I miei colleghi mi hanno letteralmente chiesto di smettere di parlarne. Ero sbalordito che nessuno volesse guardare, o sembrasse importargliene. La dissonanza cognitiva può davvero essere così potente? Poi, scavando più a fondo, mi sono spostato verso l'analisi dei meccanismi finanziari alla base delle politiche pandemiche: come il COVID potrebbe inaugurare quella che Catherine Austin Fitts chiama giustamente “la griglia di controllo”, un sistema completo di valute digitali delle banche centrali (CBDC) concepito come obiettivo finale.

Dopo essermi immerso nelle tecnologie blockchain e nelle crittovalute, ho capito cosa rappresentassero veramente le CBDC: non innovazione, ma prigionia, di fatto un gulag digitale che avrebbe tracciato, limitato e controllato ogni transazione nelle nostre vite. Ciò che mi lasciava perplesso era come qualcuno potesse accettare di buon grado un sistema del genere. Quando i green pass sono emersi come concetto, la mia testa è quasi esplosa: quella era la rampa di lancio perfetta per un'infrastruttura di identità digitale che avrebbe reso le CBDC non solo possibili, ma inevitabili. E se le analisi di Sabrina sono vere, queste CBDC potrebbero alla fine arrivare non solo tramite smartphone, ma attraverso i neuroni stessi, con l'avanzare delle interfacce biodigitali. I pezzi del puzzle stavano andando al loro posto.

Proprio quando pensavo di aver compreso il quadro completo, l'incontro con il lavoro di Sabrina mi ha aperto la mente a possibilità ancora più sconvolgenti. E se l'intera pandemia – tutta la paura, le restrizioni e le “soluzioni” – avesse avuto un duplice scopo: preparare l'integrazione della biologia umana con i sistemi digitali? Questa prospettiva è stata tanto trasformativa da minimizzare le mie precedenti preoccupazioni.

Capisco come può sembrare; credetemi, lo so. Dal genocidio alla schiavitù finanziaria al dirottamento neurale: sembra la trama di un romanzo distopico. E forse è solo questo. Ma non posso ignorare le prove crescenti, i modelli convergenti in numerosi ambiti che suggeriscono che si sta verificando qualcosa di straordinario. Non si tratta tanto di prove in sé quanto di modelli. Tecnologia biodigitale, CBDC, cieli irrorati: non devono necessariamente concordare, basta che siano coerenti. La mia preoccupazione non è rivendicare la certezza assoluta, ma garantire che siamo abbastanza svegli da considerare possibilità che trasformerebbero l'essenza stessa dell'esistenza umana.


Affinare la pratica del riconoscimento degli schemi

Siamo entrati in un'epoca in cui la realtà non richiede più consenso, richiede solo coerenza. La convergenza biodigitale che ho delineato qui non sarà convalidata dalla revisione paritaria in tempi brevi, proprio come abbiamo visto durante il COVID, quando i medici che segnalavano protocolli di trattamento precoce efficaci hanno visto i loro video rimossi e gli articoli ritirati.

Questo saggio non è un articolo accademico o un report giornalistico; è un'esplorazione usando lo strumento del riconoscimento di schemi, identificando segnali coerenti in più ambiti che le competenze convenzionali, isolate, potrebbero non cogliere. Come scrive Schiffer: “Quando la stessa architettura appare in biologia, finanza, geopolitica e mito, allora è reale”. Sto applicando questo approccio alla convergenza biodigitale, dove le prove spaziano dagli standard IEEE, alle domande di brevetto, ai programmi militari e alle iniziative aziendali.

I quadri analitici convenzionali sono particolarmente inadeguati per qualcosa di così grandioso. La trasformazione in atto è così vasta, abbraccia così tante discipline e collega così tanti domini apparentemente non correlati che rimane in gran parte invisibile a meno che non la si cerchi specificamente. E chi ha le competenze per sapere cosa cercare? La maggior parte degli scienziati è specializzata in campi ristretti – neuroscienze, nanotecnologie, comunicazioni wireless, ingegneria genetica – ma quasi nessuno è preparato a vedere come questi pezzi si incastrano tra loro. Non sapete cosa state cercando finché non iniziate a riconoscere lo schema. Questa ricerca metodica di coerenza tra domini apparentemente non correlati non riguarda la dimostrazione di un'agenda nascosta, ma la rivelazione di schemi che emergono indipendentemente dalle intenzioni dei costruttori.

Ecco perché l'approccio basato sul riconoscimento degli schemi è essenziale: ci aiuta a guardare oltre i controlli istituzionali per identificare segnali convergenti in più domini, dagli standard IEEE ai brevetti, dai programmi militari alle iniziative aziendali. Quando le stesse strutture compaiono in riviste biomediche, standard di telecomunicazione, programmi di difesa e iniziative aziendali, stiamo assistendo a un modello coerente che trascende qualsiasi singolo campo di competenza.

Che il quadro completo della Wallace si dimostri accurato o meno, le prove dell'integrazione biodigitale sono innegabili. Stiamo assistendo alla creazione sistematica di sistemi progettati per collegare la biologia umana con le reti digitali. Non si tratta di speculazioni: è documentato in brevetti, articoli sottoposti a revisione paritaria e, sempre più, in pubblicazioni mainstream, dalla RAND a Popular Mechanics, che ora discutono apertamente dell'utilizzo degli esseri umani come antenne per le reti 6G.

Queste prove si collegano anche direttamente al quadro storico che ho delineato nel mio saggio, Il progetto tecnocratico, il quale ha tracciato come un progetto lungo un secolo – dal concetto di “cervello mondiale” di H. G. Wells alla visione di Brzezinski dell'“era tecnetronica” – abbia cercato di creare sistemi completi per monitorare, influenzare e potenzialmente controllare il comportamento umano. L'Internet dei corpi umani rappresenta l'estensione logica di questo progetto, passando dalla sorveglianza esterna al monitoraggio interno e persino alla programmazione dei processi biologici.

Ciò crea una sfida epistemologica di vasta portata che si collega ai temi che ho esplorato nel pezzo, La prigione delle certezze: come possiamo orientarci nella verità in un'epoca di percezione ingegnerizzata? Come ho scritto lì: “L'ostacolo più importante al cambiamento delle convinzioni potrebbe essere [...] la nostra capacità di compartimentare le informazioni in modo così efficace che le contraddizioni possano coesistere senza creare la dissonanza che potrebbe indurre a una riconsiderazione”. Ci troviamo ora in una posizione in cui la trasformazione tecnologica della biologia umana sta avvenendo in piena vista, eppure rimane in gran parte sconosciuta nel dibattito pubblico.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Se queste tecnologie raggiungessero la loro piena implementazione, non cambierebbero solo ciò che possiamo fare, ma trasformerebbero ciò che siamo. La fusione della coscienza umana con i sistemi digitali rappresenta un cambiamento evolutivo significativo quanto lo sviluppo del linguaggio o la rivoluzione agricola. Se questo cambiamento favorisca la prosperità umana o crei meccanismi di controllo senza precedenti dipende interamente dai quadri che stabiliamo ora.

Condivido queste riflessioni non per alimentare il panico, ma per incoraggiare un'indagine più approfondita. Non pretendo di avere certezza su ogni aspetto di questa evoluzione tecnologica, ma sto considerando possibilità che si allineano con prove documentate. Man mano che emergono sempre più prove su tecnologie un tempo liquidate come teorie del complotto – dalle origini di laboratorio dei virus ai sistemi di sorveglianza diffusi – abbiamo la responsabilità di affrontare questi sviluppi biodigitali con pensiero critico e mente aperta.

La battaglia che ci attende non è principalmente tecnologica, ma filosofica e politica. La scelta tra sovranità biologica e integrazione digitale potrebbe essere la decisione decisiva del nostro tempo. La risposta determinerà non solo il futuro della privacy o della sicurezza dei dati, ma la definizione stessa di dignità umana in un'era di esseri umani programmabili.

Se questi temi vi toccano nel vivo, condivideteli. Parlatene, fate domande più mirate. Il silenzio attorno a questi sistemi è il loro scudo più resistente – e la nostra attenzione è la prima crepa nella loro armatura. Parlateno con il vostro medico, il vostro ingegnere, il vostro consiglio comunale. Chiedete loro cosa sanno dell'Internet dei corpi umani. I loro sguardi vuoti o le loro risposte vaghe potrebbero dirvi tutto ciò che dovete sapere su quanto le nostre istituzioni siano impreparate ad affrontare ciò che è già in costruzione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La narrativa dell'“oro digitale” non rende giustizia a Bitcoin

Freedonia - Gio, 05/02/2026 - 11:09

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da Bitcoin Magazine

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-narrativa-delloro-digitale-non)

Gli esseri umani amano fare analogie per comprendere meglio le cose nuove. È perfettamente logico che ne cerchiamo una nel caso di Bitcoin. 

È un concetto nuovo per la maggior parte delle persone che ne sentono parlare per la prima volta, e può richiedere un grande sforzo per comprenderlo appieno. Usare l'espressione “oro digitale” per descrivere Bitcoin è incredibilmente appetibile, e anche se non si comprende il funzionamento della rete, si possono avere certezze: Bitcoin è raro, globale e una riserva di valore.

Questa narrazione ha funzionato bene, inaugurando l'adozione da parte di istituzioni e stati. La prima sezione dell'ordine esecutivo del presidente Donald Trump che istituisce la Riserva Strategica di Bitcoin afferma: “Grazie alla sua scarsità e sicurezza, Bitcoin è spesso definito ‘oro digitale’”.

Da un lato dovremmo celebrare questi incredibili traguardi raggiunti da Bitcoin. Abbiamo compiuto enormi progressi nell'adozione, promuovendo la narrativa dell'“oro digitale”, che non dovrebbe essere sottovalutata. Tuttavia, affinché Bitcoin raggiunga il suo vero potenziale, tale narrativa deve cambiare.

Bitcoin NON è “oro digitale”.

Etichettare Bitcoin così è un'errata interpretazione che riduce la forma di denaro più rivoluzionaria al mondo a una mera riserva di valore. I principi fondamentali di Bitcoin rendono completamente obsoleti anche gli attributi più desiderabili dell'oro, pur rappresentando al contempo un'alternativa più rapida, sicura e decentralizzata alle valute fiat.

Analizziamo nel dettaglio cosa differenzia Bitcoin dall'oro.


Scarsità & finitezza

Probabilmente il principale punto di forza dell'oro, e il motivo per cui è sopravvissuto come riserva di valore per migliaia di anni, è la sua scarsità. 

Si stima che negli ultimi 100 anni l'offerta di oro sia aumentata solo dell'1-2% annuo. Questo perché non esiste un reale incentivo economico ad aumentarne l'offerta attraverso l'attività mineraria. Oltre alla difficoltà di reperire nuovo oro, i costi di manodopera, attrezzature e conformità ambientale rendono il processo estremamente difficile da giustificare.

Per questo motivo l'oro ha mantenuto il suo valore nel corso della storia, con il suo status monetario che risale al 3000 a.C. Nel I secolo d.C., nell'antica Roma, si poteva acquistare una toga di alta qualità allo stesso prezzo in oro di un abito sartoriale di lusso oggi!

La scarsità dell'oro e l'impatto che ha avuto sulla società per migliaia di anni non possono essere sottovalutati. Tuttavia, nell'era di Bitcoin, continuare a misurare il valore economico in termini di un asset con un'offerta fluttuante è opinabile.

Bitcoin non è scarso, ma finito, con una disponibilità fissa di 21 milioni di unità. Non c'è una “corsa all'oro” per Bitcoin e, con il progresso tecnologico, non troveremo nuovi bitcoin su un asteroide.

Grazie ai progressi tecnologici e matematici, ora abbiamo la possibilità di acquistare e scambiare denaro contante con una quantità fissa. L'importanza di questa evoluzione non può essere paragonata all'“oro digitale”.


Microdivisibilità

Concordo sul fatto che l'oro sia tecnicamente “divisibile”, almeno se si ha a portata di mano un seghetto o un laser, oltre a una bilancia. Tuttavia “microdivisibile” non è un termine che descrive l'oro.

L'oro prospera nelle transazioni di grandi dimensioni, in cui vengono trasferiti beni e servizi costosi, ma quando si passa a transazioni più piccole, iniziano a sorgere problemi.

Qui a destra c'è l'immagine di 1 grammo d'oro che, al momento in cui scrivo, vale circa $108. Immaginate un mondo in cui prendete un panino da Subway e, in cambio, togliete l'angolo da un grammo d'oro...

Ciò non accadrà.

Le società più antiche nel corso della storia compresero questa limitazione dell'oro e agirono rapidamente per contrastarla, emettendo monete che rappresentavano una specifica concentrazione del metallo prezioso.

Sebbene possa essere difficile da stabilire con certezza, è possibile che la prima moneta con copertura aurea sia stato lo statere lidio del 600 a.C. Emesso in Lidia (l'odierna Turchia), la moneta fu inizialmente coniata con elettro (una lega di oro e argento) e con una composizione aurea di circa il 55%.

Nel 546 a.C. l'Impero Persiano conquistò la Lidia ed ereditò lo statere lidio. Sebbene i Cresi persiani inizialmente mantennero un'alta percentuale d'oro nelle monete, alla fine svalutarono la valuta aggiungendo metalli vili come il rame. Alla fine del V secolo a.C. lo statere lidio conteneva solo il 30-40% d'oro.

L'incapacità dell'oro di essere un bene microdivisibile è un difetto devastante, nonché la ragione per cui le società non sono mai state in grado di utilizzarlo realmente per un periodo di tempo significativo. Per effettuare piccole transazioni, i cittadini scelgono di consegnare il loro oro allo stato in cambio di monete 1:1, che, nel tempo, vengono inevitabilmente diluite e svalutate dalla classe dirigente, causando il collasso della società.

Non c'è un singolo esempio nella storia in cui un Paese che operava con un gold standard non abbia alla fine svalutato la propria moneta in cambio della microdivisibilità attraverso metalli vili e banconote. Questo, ancora una volta, è dovuto in gran parte al bisogno di piccole unità di conto per acquistare beni a basso costo.

Questo difetto fatale dell'oro viene infine risolto da Bitcoin. La più piccola unità di conto di bitcoin si chiama “satoshi” e rappresenta 1/100.000.000 di bitcoin. Oggi un satoshi equivale a circa $0,001, il che lo rende più microdivisibile del dollaro stesso!

Non c'è mai motivo di coinvolgere gli stati nelle transazioni Bitcoin, perché non c'è bisogno di un'unità di conto più piccola. Per questo motivo (tra molti altri), Bitcoin funziona perfettamente come moneta senza il coinvolgimento di alcun intermediario.

Considerando la divisibilità e le unità di conto di Bitcoin, è ridicolo anche solo paragonarlo all'oro, in qualsiasi forma o modo.


Verificabilità

Credo sia ragionevole supporre che, al momento della pubblicazione di questo articolo, la “verifica di Fort Knox” non si stata ancora avviata. Con la stessa rapidità con cui è diventata il titolo principale sui giornali, l'idea è scomparsa.

L'ultima verifica delle riserve auree degli Stati Uniti risale al 1974. Dopo decenni di teorie del complotto e speculazioni pubbliche, il presidente Gerald Ford decise di consentire ai giornalisti di entrare a Fort Knox. Le loro scoperte non destarono alcuna sorpresa e non si verificò alcuna perdita di oro nei locali.

Tuttavia questo accadeva 51 anni fa. Oggi ci troviamo in una situazione simile, con la curiosità del pubblico di nuovo stuzzicata.

Questa verifica pareva imminente, infatti Elon Musk avrebbe voluto trasmetterla in diretta streaming! Ora, però, inizia a sembrare l'elefante nella stanza di cui non dovremmo parlare.

A livestream of Fort Knox would be ????????
pic.twitter.com/hFJXMnEjvy

— Elon Musk (@elonmusk) February 20, 2025

A differenza delle verifiche dell'oro, che sono poco frequenti e manuali, la convalida di Bitcoin avviene automaticamente tramite il suo meccanismo di consenso Proof-of-work.

Circa ogni 10 minuti i miner aggiungono un nuovo blocco alla blockchain, verificando la legittimità delle transazioni, la fornitura totale di Bitcoin e il rispetto delle regole di consenso.

A differenza delle verifiche tradizionali, che si basano su intermediari terzi fidati, il processo decentralizzato di Bitcoin è trasparente e senza fiducia centralizzata, consentendo a chiunque di verificare in modo indipendente l'integrità della blockchain in tempo reale.

Non fidatevi, verificate.


Portabilità

Non ci vuole molto a sostenere che Bitcoin sia meglio “trasferibile” dell'oro. In parole povere l'oro in grandi quantità può essere estremamente pesante e richiedere navi e aerei specializzati per il trasporto transfrontaliero. Al contrario Bitcoin è conservato in un wallet che mantiene lo stesso peso fisico indipendentemente dalla quantità.

Tuttavia c'è una distinzione più ampia che non può passare inosservata: Bitcoin non ha bisogno di “spostarsi” fisicamente da nessuna parte.

La critica più comune a Bitcoin è che “non è reale” e “non può essere posseduto”. Tuttavia questo è uno dei maggiori difetti dell'oro. Per ricevere un pagamento consistente in oro, è necessario sostenere i costi necessari per trasportare materiali pesanti e di grande valore attraverso campi, oceani, o giungle.

Inoltre è necessario avere un elevato livello di fiducia nei confronti delle terze parti coinvolte. Durante le transazioni transfrontaliere di oro, si affida il proprio oro a:

  1. La terza parte che ha mediato la transazione;
  2. La squadra di consegna che porta l'oro alla stazione di esportazione;
  3. L'equipaggio dell'aereo o della nave che trasporta l'oro;
  4. L'altra squadra di consegna che porta l'oro;
  5. Chiunque si metta a capo della custodia e della manutenzione dell'oro.

Dall'altro lato Bitcoin consente di effettuare transazioni senza dover viaggiare o coinvolgere intermediari. Come discusso in precedenza, il protocollo di consenso della blockchain di Bitcoin permette agli utenti di inviare denaro oltre confine senza bisogno di una terza parte.

In questo modo non solo si eliminano i costi associati ai viaggi transfrontalieri e ai vari soggetti che potrebbero essere coinvolti, ma si elimina anche la possibilità di frodi, poiché tutte le transazioni sono pubbliche e on-chain, in modo che gli utenti possano vederle e verificarle.

Per la prima volta nella storia dell'umanità abbiamo il “denaro elettronico”. Conor Mulcahy di Bitcoin Magazine definisce il “denaro elettronico” come “una categoria di denaro che esiste esclusivamente in forma digitale e può essere utilizzata per facilitare le transazioni peer-to-peer elettronicamente. A differenza del denaro elettronico centralizzato, che in genere coinvolge intermediari come banche e processori di pagamento, il denaro elettronico decentralizzato è progettato per imitare le caratteristiche del denaro fisico, come l'anonimato e lo scambio diretto tra utenti”.

L'idea che una transazione peer-to-peer e senza intermediari potesse avvenire senza essere presenti di persona era solo una teoria prima della creazione di Bitcoin. I detrattori che liquidano questo progresso nelle capacità della nostra specie come “irreale perché non posso toccarlo” si renderanno presto conto di stare combattendo una battaglia persa in un mondo che diventa sempre più digitale.


Non tutta “l'adozione” di Bitcoin è uguale

Se il nostro unico obiettivo è far schizzare alle stelle il prezzo di Bitcoin, l'etichetta di “oro digitale” sarà sufficiente. Di certo, stati, enti sovrani, aziende e privati ​​continueranno ad affluire rapidamente e il loro numero continuerà a crescere.

Ma…

Se Bitcoin è la tecnologia di libertà trasformativa che crediamo sia, dobbiamo ripensare radicalmente al modo in cui la presentiamo e la condividiamo con il mondo. Per cogliere questa opportunità, dobbiamo dare priorità all'istruzione sulla novità di Bitcoin ed evitare analogie semplicistiche. Questo approccio consoliderà in ultima analisi il suo ruolo come pietra angolare della libertà finanziaria mondiale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Tante chiacchiere, nessuna strategia: l'indignazione della Germania per la linea di politica di Trump sulla Groenlandia

Freedonia - Mer, 04/02/2026 - 11:09

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tante-chiacchiere-nessuna-strategia)

La reazione provocatoria dell'élite politica e imprenditoriale tedesca riguardo i dazi di Donald Trump nel conflitto in Groenlandia rivela una notevole negazione della realtà. È sempre più chiaro che Bruxelles e Berlino sono più disposte ad accettare danni collaterali significativi in una disputa con gli Stati Uniti che a perseguire soluzioni razionali. È giunto il momento di riconoscere le proprie debolezze.

Alla fine la disputa sul futuro strategico della Groenlandia si è sviluppata come previsto. In risposta allo schieramento di un piccolo contingente di truppe europee sull'isola amministrata dalla Danimarca, Washington ha utilizzato un potere di leva sostanziale: i dazi. Questo strumento ormai consolidato è rivolto alle otto nazioni partecipanti all'azione, tra cui la Germania, che ha contribuito con soli 13 soldati a questa peculiare misura.

A partire dal 1° febbraio è entrato in vigore un ulteriore dazio del 10%. Se la situazione rimane invariata, salirà al 25% il 1° giugno. Se la controversia sulla Groenlandia dovesse degenerare in un casus belli commerciale, avrebbe un impatto diretto sull'economia europea nel suo complesso. Le economie fortemente orientate alle esportazioni, come la Germania, potrebbero vedere spazzato via fino allo 0,3% del loro PIL.


Rotte e risorse di spedizione

Di cosa si tratta realmente? L'interesse di Donald Trump per il controllo strategico della Groenlandia è duplice. Da un lato le ricche risorse naturali della Groenlandia, in particolare le terre rare, sono cruciali; dall'altro si tratta di controllare le principali rotte commerciali artiche. L'obiettivo di Washington è dominare il Passaggio a Nord-Est lungo la Russia e il Passaggio a Nord-Ovest lungo il Canada. Queste rotte che collegano Europa, Asia e Nord America potrebbero diventare strategicamente vitali in futuro. Anche lo Stretto di Davis, tra Groenlandia e Canada, svolge un ruolo chiave nel gioco di potere degli Stati Uniti, fornendo accesso a importanti zone ricche di risorse. La regione del Nord Atlantico è generalmente considerata essenziale per la sicurezza militare del governo statunitense.

Negli ultimi giorni Trump ha ripetutamente sottolineato che né la NATO, né l'Unione Europea hanno adottato misure politiche sostanziali in risposta alla crescente influenza della Cina e della Russia nella regione.

Ciò solleva l'inevitabile domanda: perché l'Europa è improvvisamente così interessata alla Groenlandia? Una soluzione chiara sarebbe senza dubbio un referendum sull'isola parzialmente autonoma. Resta da vedere come si svilupperà questo processo.


Provocazioni invece di una strategia

Le risposte politiche e imprenditoriali della Germania indicano la volontà di un'escalation retorica. I rappresentanti delle associazioni di categoria tedesche parlano di un'inversione di tendenza nella politica statunitense. Il presidente della VDMA, Bertram Kawlath, ha criticato i dazi definendoli un'arma politica e apostrofandoli come assurdi. Analogamente il presidente del DIW, Marcel Fratzscher, ha avvertito che la Germania e l'Europa non dovrebbero più lasciarsi estorcere dalla controversia commerciale con gli Stati Uniti.

Il presidente della BGA, Dirk Jandura, e la presidente della VDA, Hildegard Müller, hanno definito grotteschi i dazi annunciati. Rappresenterebbero un onere enorme per un'industria europea già pesantemente colpita. Entrambi hanno invitato Bruxelles ad agire con decisione e strategia.

In particolare, spicca l'appello di Fratzscher a una più stretta cooperazione con la Cina. Eppure solo poche settimane fa la disputa sulla fornitura delle terre rare con Pechino ha rischiato di degenerare, un player che fa valere i propri interessi con altrettanta spietatezza sfruttando la sua influenza sulle risorse.

C'è accordo sul fatto che Bruxelles debba ora raccogliere la sfida lanciata dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per un pacchetto di dazi di ritorsione che potrebbe colpire le imprese statunitensi in Europa fino a $93 miliardi. I segnali indicano una tempesta, ma non è ancora chiaro se l'amministrazione statunitense ne sarà impressionata.

Da una prospettiva europea emergono due opzioni principali: in primo luogo, il modello a lungo discusso di tassazione pesante sulle aziende tecnologiche americane – la cosiddetta tassa digitale – potrebbe finalmente essere implementato; in secondo luogo, i contro-dazi proposti dall'UE potrebbero essere utilizzati per esercitare pressione nei prossimi negoziati con l'amministrazione statunitense.

La domanda cruciale è: fino a che punto l'UE potrà giocare a questo gioco di potere prima che i costi economici diventino insostenibili? Bruxelles ha mostrato la tendenza, in conflitti come la guerra in Ucraina, ad attenersi a richieste massimaliste, accettando al contempo danni collaterali significativi. La stessa dinamica viene minacciata ora nella disputa commerciale con gli Stati Uniti: la retorica europea è forte, ma la sostanza economica è debole.

Analogamente allo scontro con la Russia, l'UE si trova ad affrontare una visibile asimmetria di potere rispetto all'economia statunitense, che è cresciuta del 5,5% annuo nell'ultimo trimestre, mentre la disoccupazione è scesa al 4,4%. La crescita è trainata principalmente dagli investimenti privati e da un massiccio aumento della produttività, la vera misura del successo economico sostenibile.

Al contrario l'UE – e in particolare le aree industriali della Germania – stanno sanguinando. Nonostante l'ingente indebitamento e gli ampi programmi di stimolo governativi, gli investimenti privati ​​e gli incrementi di produttività continuano a languire.


Asimmetria di potere

Sul conflitto commerciale in lenta escalation pende la spada di Damocle del conflitto ucraino e della conseguente crisi energetica tedesca. L'occasione persa mesi fa di risolvere un nodo gordiano con la mediazione statunitense ora esige il suo pedaggio. Passo dopo passo gli Stati Uniti potrebbero adeguare le proprie garanzie di sicurezza per l'Europa, esponendo le vulnerabilità economiche e militari dell'UE.

La nuova strategia di sicurezza di Washington, pubblicata a dicembre, chiarisce che l'UE non è più considerata un alleato strategico. Gli Stati Uniti sono invece pronti a perseguire i propri interessi con il pugno di ferro, se necessario.

Non si può negare che con l'attuale amministrazione Trump la realpolitik è tornata a farsi sentire nelle relazioni UE-USA. L'Europa deve riconoscere queste nuove realtà e affrontarle con una valutazione realistica della propria posizione e l'attuale situazione economica è tutt'altro che rosea.

L'atteggiamento morale nei confronti dei presunti “metodi da Far West” degli americani è ipocrita. Non è stata forse la Commissione Europea a costringere, per molti anni, i partner commerciali – più di recente i Paesi del Mercosur – al suo regime protezionista sul clima? Non è altrettanto problematico spingere la propria popolazione in un pantano economico solo per soddisfare fantasie di potere socialiste sul clima ed espandere il controllo politico?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Come l'unica influenza del Canada sull'America è scomparsa in un istante

Freedonia - Mar, 03/02/2026 - 11:10

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-lunica-influenza-del-canada)

Oggi vorrei parlare dei recenti eventi in Venezuela, in particolare dal punto di vista economico, e di chi sono i veri vincitori e vinti.

Cominciamo dall'ovvio. L'operazione Venezuela è una vittoria per l'America e per il popolo venezuelano. I consumatori e le aziende americane beneficeranno di prezzi più bassi, mentre le compagnie petrolifere avranno la possibilità di realizzare profitti maggiori.

Anche i venezuelani trarranno beneficio dall'aumento degli investimenti, dei posti di lavoro e dei profitti nel loro Paese. Ecco perché il loro mercato azionario è balzato del 50, 60, 70 e 80 percento dopo l'acquisizione da parte degli Stati Uniti.

E se ricordiamo che la sicurezza economica è sicurezza nazionale, allora il nuovo ordine in Sud America sostiene contemporaneamente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, minando al contempo il nostro più grande rivale, la Cina. In guerra un accesso affidabile al petrolio è importante quanto un accesso affidabile alle armi cinetiche.

L'accesso a flussi di petrolio abbondanti e affidabili rappresenta un interesse strategico fondamentale. Rimuovere uno di questi flussi dalla sfera d'influenza cinese e portarlo nella nostra rappresenta un enorme passo in avanti verso questo obiettivo. Ma il più grande perdente di tutti non sono la Cina o la Russia, bensì il Canada.

Il Canada occidentale invia oltre quattro milioni di barili al giorno di greggio pesante alle raffinerie americane, attrezzate per gestire questo tipo di petrolio. Ma ora, con l'accesso agli ingenti flussi di greggio venezuelano, simile a quello canadese, gli Stati Uniti non hanno più bisogno di fare affidamento sul Canada per mantenere le raffinerie del Golfo d'America operative a piena capacità.

Invece le spedizioni di petrolio che in precedenza erano dirette in Cina vengono già reindirizzate alle raffinerie americane: decine di milioni di barili per un valore di pochi giorni dopo la cattura di Maduro. E mentre gli Stati Uniti stanno pagando il prezzo di mercato per quel petrolio, non sorprendetevi se i prezzi dell'oro nero inizieranno a scendere a causa di questo reindirizzamento.

Dopotutto l'aumento dell'offerta esercita una pressione al ribasso sui prezzi. Con gli investimenti americani che ricostruiscono l'infrastruttura petrolifera venezuelana, gravemente trascurata, possiamo aspettarci che la produzione e le esportazioni verso gli Stati Uniti non faranno che aumentare, a vantaggio sia del popolo americano che di quello venezuelano.

Ecco perché si tratta di una vittoria economica importante per le famiglie e le imprese americane, le quali beneficeranno di prezzi più bassi, grazie a maggiori forniture di energia. E poiché l'energia influenza il prezzo di tutto il resto in un'economia, i prezzi più bassi per prodotti come la benzina eserciteranno una pressione al ribasso su innumerevoli altri prezzi, offrendo sollievo dopo quattro anni di inflazione durante l'amministrazione Biden.

Quando andate al supermercato, pensate a quanto il prezzo del cibo che acquistate dipenda dai prezzi dell'energia. Innanzitutto agricoltori e allevatori alimentano i loro trattori e altri veicoli con gasolio e benzina; utilizzano anche fertilizzanti sintetici creati con gas naturale.

Ma come hanno fatto un gallone di latte, un cartone di uova, o un sacchetto di pane ad arrivare al supermercato? Ci sono arrivati ​​su un rimorchio alimentato a petrolio. Quello che voglio dire è che sottovalutiamo seriamente quanto il prezzo dell'energia influisca su tutto ciò che facciamo e su tutto ciò che acquistiamo.

Abbassare i prezzi dell'energia significa esercitare una pressione al ribasso sui prezzi dell'intera economia. Questa è una vittoria sia per i consumatori che per le imprese americane.

E il controllo statunitense sul Venezuela rappresenta anche una seconda possibilità per le compagnie petrolifere americane di trarre nuovamente profitto da circa un quinto delle riserve petrolifere accertate del mondo.

Anni fa quelle stesse aziende riversarono investimenti in Venezuela per modernizzare l'intera industria locale. Queste compagnie petrolifere, però, si videro confiscare i loro beni materiali e copiare la loro proprietà intellettuale, mentre i comunisti “nazionalizzavano” il petrolio venezuelano.

Naturalmente il regime comunista s'è rivelato un disastro, come è successo ovunque, e l'industria petrolifera languì a causa del degrado delle infrastrutture, del calo degli investimenti e della produzione ben al di sotto del suo potenziale. Oggi il Venezuela pompa molto meno petrolio rispetto a venticinque anni fa, ma la situazione è destinata a invertirsi.

Il Venezuela riceverà sicuramente miliardi di dollari di investimenti dalle compagnie petrolifere americane, molte delle quali non vedono l'ora di riconquistare l'accesso alle più grandi riserve del mondo. Ciò significherà una manna dal cielo di posti di lavoro e reddito per il popolo venezuelano, che avrebbero potuto essere tutti del Canada e il che ci riporta alla storia del più grande perdente economico in tutta questa storia.

Non avrebbe dovuto essere così per il cinquantunesimo stato, ma invece di accogliere investimenti in petrolio e gas dagli Stati Uniti e costruire infrastrutture preziose come gli oleodotti, il Canada ha preferito dare priorità alle cause dell'estrema sinistra e a un programma anti-energetico.

Dopo i recenti eventi il Canada non solo sta perdendo il suo principale cliente di greggio, ma sta anche perdendo la sua unica vera leva nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti. Questa è una realtà economica che pochi esperti sembrano aver colto.

Per essere chiari, l'ondata di greggio venezuelano a basso costo non arriverà negli Stati Uniti dall'oggi al domani. Ci vorrà tempo, anni in realtà, per ricostruire l'infrastruttura petrolifera venezuelana e aumentare realmente la produzione e sostituire la maggior parte delle importazioni canadesi di greggio. Ma il destino è segnato.

Per una volta gli Stati Uniti sono saldamente al posto di guida e padroni del proprio destino (e del proprio emisfero).

La situazione economica qui va ben oltre il petrolio, sebbene sia questo ad aver attirato la maggior parte dell'attenzione. Il Venezuela è una vera e propria miniera d'oro di altre risorse naturali come terre rare, legname, bauxite (la principale fonte di alluminio), gas naturale e altro ancora. Il Canada ha appena perso non solo la sua influenza sul petrolio, ma anche quasi tutte le sue esportazioni.

Poiché l'economia canadese dipende molto di più dalle esportazioni rispetto a quella statunitense, e poiché quasi tutte le esportazioni canadesi sono dirette negli Stati Uniti, mentre relativamente poche delle nostre sono dirette in Canada, il rallentamento degli scambi commerciali tra i nostri due Paesi ha effetti molto diseguali.

In breve, si tratta di un danno gigantesco per il Canada e sarà devastante a lungo termine; qui in America, invece, è poco più di un ostacolo lungo il percorso.

Il presidente Donald Trump ha di fatto chiuso le porte al Canada, che avrà poche alternative all'apertura completa di tutti i suoi mercati alla libera e leale concorrenza.

Naturalmente il Canada può sempre scegliere di sprofondare ulteriormente nell'irrilevanza e nell'impoverimento economico continuando ostinatamente a snobbare i produttori, gli agricoltori e i lavoratori americani.

Vorrei concludere dicendo che se la Dottrina Monroe metteva in guardia gli europei dall'entrare nell'emisfero occidentale e il corollario di Roosevelt stabiliva l'intervento americano, allora il corollario di Trump ha posto un punto più sottile e più economico sulla questione, che può essere riassunto al meglio in cinque parole: l'America prima di tutto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Venezuela, argento e Groenlandia: come la divisione di potere tra Stati Uniti e Cina sta rimodellando il mondo

Freedonia - Lun, 02/02/2026 - 11:10

L'Europa chiacchiera di usare il suo “bazooka” commerciale, ma non lo farà. Non ha potere di leva: per quanto possa intaccare i bilanci delle società americane coinvolte, la percentuale è talmente bassa da non destare serie preoccupazioni. Provate a immaginare, invece, una Europa senza Google Maps o i server cloud di Amazon. La ritorsione americana sarebbe decisamente tremenda. Bisogna considerare tutto ciò quando si reagisce a titoli dei giornali come quello della Danimarca che invia truppe aggiuntive in Groenlandia. Se, cosa estremamente improbabile, gli Stati Uniti dovessero conquistare con la forza l'isola più grande del mondo, sarebbe finita nello stesso lasso di tempo impiegato per catturare Maduro in Venezuela. L'idea di una guerra cinetica UE-USA è ovviamente ridicola. Eppure lo sono anche tutte le altre “opzioni” geostrategiche dell'Europa. Raggiungerà un accordo di difesa con il Canada che non può difendersi da solo? Oppure si orienterà verso la Cina, il che implicherebbe ulteriore deindustrializzazione e abbandono dell'Ucraina/riaccettazione della Russia? Il primo caso irriterebbe notevolmente gli Stati Uniti, il secondo trasformerebbe gli Stati Uniti in un avversario dell'UE tale da far impallidire la Groenlandia. L'UE – a denti stretti – sarà costretta a cedere una volta che si potrà raggiungere un accordo che salvi la faccia. Wolfgang Munchau sostiene la stessa cosa: “Ecco la mia audace previsione: Trump vincerà la sua battaglia per la Groenlandia. Gli europei non lo fermeranno, perché sono deboli e divisi. L'ironia è che l'UE ha scelto questa debolezza militare e geostrategica”. Alcuni parlano di un'Europa che intensificherebbe i suoi sforzi verso l'autonomia strategica. Stefan Auer sostiene che il potere dell'UE debba essere trasferito a Bruxelles o restituito agli Stati membri, poiché l'attuale struttura non può reagire con sufficiente rapidità o decisione nel contesto geopolitico in evoluzione. Anche se uno dei due obiettivi fosse raggiunto, i costi economici dei cambiamenti richiesti sono impressionanti: neomercantilismo e un'economia di (quasi) guerra che parte già da ampi deficit di bilancio e un elevato debito pubblico. Anche se questi ostacoli venissero superati, tali passi causerebbero enormi attriti con gli Stati Uniti, i quali vogliono che l'Europa sia una parte subordinata del loro blocco neomercantilista, non indipendente. In breve, la via logica del percorso di minor resistenza, e del minor danno, passa ancora per la concessione. Per l'Europa il 2026 potrebbe essere visto dagli storici come un punto di chiusura simile al 1956. Allora Regno Unito e Francia cercarono di dimostrare di essere ancora grandi potenze inviando i loro eserciti in Egitto dopo che il presidente Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez. Gli Stati Uniti si opposero all'azione e, usando la loro strategia economica, causarono una forte corsa sia alla sterlina che al franco francese. Entrambi i Paesi furono costretti a ritirarsi e ad accettare di essere solo attori di supporto agli Stati Uniti sulla scena mondiale. Nel 2026 gli Stati Uniti si uniranno ad altre potenze nell'uso della realpolitik a vantaggio dei propri interessi nazionali, e questo fa assomigliare l'Europa all'Egitto di allora. Ciò manda in frantumi la visione che l'Europa ha di sé stessa come partner paritario, seppur subalterno, in un'impresa comune, non solo in Ucraina, ma a livello mondiale. Infatti alcuni ora usano i termini “vassallo” o “stati clienti”, mentre Bruxelles si aggrappa all'ordine mondiale “basato sulle regole” (dimenticandosi chi le ha fatte) come un naufrago si aggrappa a una tavola di legno in un mare in tempesta.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/venezuela-argento-e-groenlandia-come)

L'intervento americano in Venezuela ha lasciato sbigottito il mondo intero, incapace di trovare una risposta. L'acceso dibattito sul futuro della Groenlandia oscura il filo conduttore di un nuovo ordine mondiale emergente, il quale viene deciso tra Stati Uniti e Cina. L'Europa, per ora, è relegata al ruolo di spettatrice progressivamente ansiosa.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le speculazioni sui retroscena e le conseguenze dell'intervento statunitense in Venezuela. Commentatori politici e stampa generalista si concentrano principalmente sul ruolo e sul futuro del petrolio venezuelano. E hanno ragione: se gli Stati Uniti riuscissero a rilanciare le capacità produttive per lo più inutilizzate attraverso la propria industria di produzione nazionale – in particolare attraverso aziende come Chevron, ConocoPhillips ed Exxon – emergerebbe una leva geopolitica significativa.

Questa leva rimodellerebbe principalmente la matrice negoziale e le dinamiche tra Washington e Pechino. La Cina necessita di questo petrolio per la sua espansione marittima; gli Stati Uniti, a loro volta, per la capacità di raffinazione negli stati del sud, in particolare in Texas. Il controllo delle esportazioni verso la Cina potrebbe rafforzare la posizione negoziale americana sulle terre rare, un punto di pressione che la Cina ha ripetutamente esercitato, anche contro le aziende europee. Gli Stati Uniti potrebbero anche fare pressione su Pechino e frenare la macchina delle esportazioni cinesi. Questi sono temi sostanziali sulla strada verso la reindustrializzazione statunitense.

Allo stesso tempo le discussioni suggeriscono che l'obiettivo principale del governo statunitense sia quello di contrastare l'influenza cinese nei mercati chiave delle risorse sudamericane, facendo eco alla Dottrina Monroe. La risposta della Cina alla detenzione di Nicolás Maduro è stata sorprendentemente moderata. Oltre alle attese proteste diplomatiche, la visita del Primo Ministro canadese Mark Carney a Pechino ha attirato l'attenzione. Il Canada, in quanto gigante delle risorse, gioca sempre più il ruolo di contrappeso all'amministrazione di Donald Trump.


Alberta, Groenlandia e i sottili cambiamenti

Carney ha parlato con la leadership cinese su un nuovo ordine mondiale, un ordine globale multipolare non più incentrato sugli Stati Uniti. Per la Cina il punto era chiaro: il Canada viene di fatto escluso dal settore della raffinazione statunitense a causa della prevista riapertura dei giacimenti petroliferi venezuelani. Il petrolio canadese è di grande interesse per la Cina, che ora deve trovare mercati alternativi per contrastare la crescente pressione statunitense.

Una nota a piè di pagina merita attenzione: accanto alla frenesia mediatica sulla Groenlandia – un dibattito in Europa elevato a questione di sopravvivenza della NATO a causa delle risorse e delle vie d'acqua strategiche – un altro dibattito sta emergendo negli Stati Uniti e in Canada: il futuro dell'Alberta. Il Presidente Trump vi ha fatto ripetutamente riferimento, aprendo la porta a speculazioni su una sua secessione. Un referendum – ancora ipotetico – potrebbe comportare la perdita dell'accesso del Canada a una parte significativa delle sue risorse se gli abitanti dell'Alberta votassero per l'indipendenza? Questo dibattito merita un attento monitoraggio, poiché potrebbe offrire approfondimenti sui futuri mercati delle risorse e sul controllo geopolitico.


Metallo strategico: l'argento

La detenzione di Maduro apre agli Stati Uniti una potenziale prospettiva sulle relazioni commerciali tra il Sud America e la Cina, in particolare per quanto riguarda le risorse. Restano tuttavia interrogativi chiave: quali quantità sono state trasferite al di fuori delle bilance commerciali ufficiali, quali risorse in particolare e in che misura sono state eluse le sanzioni statunitensi? Questi fattori probabilmente giocheranno un ruolo decisivo nei prossimi anni, con il disaccoppiamento dell'economia globale.

Se si scoprisse che il Venezuela ha esportato in Cina risorse strategicamente importanti come l'argento, gli Stati Uniti potrebbero ora alterare radicalmente le dinamiche dell'ordine mondiale delle risorse. La domanda fondamentale è: l'intervento americano riguardava davvero solo il petrolio venezuelano?

L'estate scorsa gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato l'argento un metallo strategico. Da allora i prezzi sono aumentati vertiginosamente, confermando i sospetti che sia la Cina che gli Stati Uniti ne stiano accumulando ingenti quantità. L'argento è indispensabile per la costruzione di infrastrutture per data center di intelligenza artificiale e motori elettrici.

Esiste anche una dimensione monetaria: la crescente concentrazione di metalli strategici da parte di Stati Uniti e Cina aumenta la pressione sul sistema monetario europeo. Il mondo si sta orientando sempre più verso sistemi monetari basati sui metalli, con le banche centrali che ne accumulano per la stabilità dei loro bilanci. I metalli stanno acquisendo importanza a livello globale come base stabilizzante per l'economia e la finanza.

La Cina applica ora un regime di esportazione dell'argento relativamente rigido. Si prevede che la domanda industriale aumenterà notevolmente nei prossimi anni, rendendo cruciali gli interrogativi sugli effettivi flussi di risorse del Venezuela, i quali vanno ben oltre il petrolio.

Il controllo delle rotte marittime chiave, il sistematico spostamento della presenza cinese nel Canale di Panama e nei porti della costa occidentale degli Stati Uniti e la garanzia dell'accesso alle risorse strategiche, tra cui la Groenlandia, indipendentemente dalla posizione dell'Europa, sono elementi di una strategia più ampia. Gli Stati Uniti stanno forzando una biforcazione: una divisione geopolitica in due sfere di influenza, statunitense e cinese.

Questa frattura è in atto da decenni ormai, accelerata dall'ascesa della Cina. È difficile fermarla senza rischiare un grave conflitto militare. Il coordinamento tra Stati Uniti e Cina in questo disaccoppiamento economico è fondamentale per ridurre al minimo i conflitti.


Biforcazione dell'ordine mondiale

Gli Stati Uniti sono determinati a consolidare il proprio ruolo nell'emisfero occidentale e, probabilmente in coordinamento con Pechino e Mosca, a ritirarsi gradualmente nella propria zona di potere autodefinita. Questa non è debolezza, ma calcolo strategico in un ordine mondiale frammentato.

Per quanto riguarda la cosiddetta crisi della Groenlandia: l'UE non svolge alcun ruolo reale nella corsa alle risorse globali. Gli stati europei importano circa il 60% della loro energia. Il fallito tentativo di assicurarsi le risorse dalla Russia attraverso un cambio di governo e una sconfitta in Ucraina evidenziano l'impotenza geopolitica dell'UE.

L'invio di una piccola forza europea in Groenlandia per limitare l'influenza statunitense sottolinea le tensioni tra Europa e Stati Uniti. Trump ha risposto aumentando i dazi del 10%, minacciando il 25% se la posizione dell'Europa non fosse cambiata, rivelando la netta asimmetria di potere. Bruxelles è solo una tigre di carta.

Dato questo squilibrio, l'incapacità dell'Europa di creare un'alleanza politica per adottare un approccio cooperativo come quello statunitense è sconcertante. Bruxelles e Londra optano per lo scontro, una strada che probabilmente porterà a ulteriori perdite economiche. La forza dell'Europa risiede nell'allinearsi ai regimi di mercato statunitensi, abbandonando il protezionismo climatico e attivando il suo solido mercato interno. A livello geopolitico la battaglia è persa, recuperabile solo attraverso una politica economica sensata.

I tentativi, tramite il Mercosur, di garantire un margine di manovra commerciale in Sud America sono stati deludenti. Tale accordo applica in larga misura le normative di Bruxelles sul clima, le quali hanno già messo a dura prova le imprese europee, lasciando un libero scambio più lontano che mai.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Da qui in avanti il gioco diventa più pericoloso

Freedonia - Ven, 30/01/2026 - 11:01



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/da-qui-in-avanti-il-gioco-diventa)

Anche a costo di iper semplificare, quello a essere smantellato è il sistema basato sulle regole inglesi che ha caratterizzato il mondo sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tutti quei “ponti” residui della Guerra fredda tra russi e inglesi devono essere smantellati pezzo dopo pezzo dopo pezzo. Il Venezuela era uno di questi, così come Cuba, insieme a tutte le pacificazioni effettuate in Medio Oriente, in Asia e in Africa da parte dell'amministrazione Trump. L'arduo compito di sbrogliare il nodo gordiano creato dagli inglesi in giro per il mondo, ovvero situazioni di perenne conflitto in modo da essere sfruttate a proprio vantaggio, affinché sullo scacchiere geopolitico del mondo essi giocassero per vincere e gli americani giocassero per perdere. Nessuno vuol far passare i russi per i “buoni”, ma questa chiave di lettura ci permette di comprendere che le loro erano contromosse nei confronti del'emisfero occidentale, contro ciò che rimaneva dell'Impero inglese il quale agiva per tramite dell'Impero americano.

Qui il pensiero lineare va a morire. La stampa generalista, al soldo degli inglesi per la maggiore, è occupata a intorbidire le acque della comprensione facendo credere ai propri lettori che le cause che hanno portato al repulisti in Venezuela siano esclusivamente riconducibili al tema energetico. In parte, anche. Invece è una costellazione di ragioni che collegavano il Venezuela a una rete sotterranea di terrorismo internazionale, finanziamenti ombra tramite le banche canadesi, contrabbando di metalli preziosi, servizi di intelligence deviati, avamposto di destabilizzazione sociale all'estero, traffico di droga, traffico di esseri umani, ecc. Non ultima come piattaforma di sabotaggio indirizzata al superpotere americano: la difesa dei fossati oceanici, rivoltata contro gli USA generando un embargo de facto a livello commerciale. La bonifica del Golfo d'America è indirizzata a impedire un simile esito, il quale viene alimentato dai disordini sociali in precisi stati americani a guida Dem i quali hanno sbocchi marittimi e fluviali importanti. Ecco perché Trump “ha sguinzagliato” l'ICE in quei precisi stati.

Il guaio, se così lo vogliamo chiamare, è che il nemico adesso è in massima allerta dato che i canali mediante i quali controllava il mondo vengono chiusi o prosciugati a livello di finanziamenti facili. Parlo di nemico perché la distopia immaginata dai globalisti è di gran lunga peggiore rispetto al mondo immaginato dagli “isolazionisti” americani. Se questi ultimi riusciranno a portare a termine il loro obiettivo principale, ovvero fare gli interessi dell'America e chiudere i rubinetti del furto inglese ai danni della loro nazione, il resto del mondo ci guadagnerà in salute economica, sociale e geopolitica. E se una mossa è stata fatta, un'altra è già in cantiere. Per capire meglio questo gioco non dovete immaginare una partita di scacchi, ma una partita di GO.

La partita di GO tra Washington e Londra è un gioco di controllo delle aree, vengono conquistate aree del tabellone e rese quanto più stabili possibile. Osservando l'andamento del gioco, più le formazioni diventano stabili e, paradossalmente, più acquisiscono una instabilità latente, soprattutto quando si “attaccano” altre aree del tabellone di gioco. Di conseguenza gli USA hanno piazzato la loro pedina nera in Venezuela e tale mossa avrà ripercussioni su altre strutture in giro per il mondo che in precedenza erano sotto il controllo inglese e che, per reazione a catena, vengono destabilizzate. Londra, per la precisione la City di Londra, ha agganci sotterranei ovunque nel mondo e affinché Cina, Russia e Stati Uniti possano esprimere al massimo il loro “individualismo” internazionale, giocando singole partite di GO tra di essi, suddetti agganci e privilegi devono essere ridimensionati (se non smantellati in alcuni casi).

Il grande perdente qui è Londra. Infatti se prima essa controllava il flusso di finanziamenti che scorrevano da Caracas a Damasco, a Teheran, a Beirut, ecc. ora non più. Lo stesso vale per l'impostazione arbitraria dei prezzi dei metalli preziosi: il contrabbando di metalli preziosi fisici nelle petroliere venezuelane serviva a tenere credibile la LBMA. Man mano che i prezzi di tali metalli salgono, così se ne va la sua credibilità. Londra ha commesso fondamentalmente due errori.

Il primo è stato quello di mandare in onda un membro della Camera dei Lord il quale diceva di aver parlato con i suoi “amici” in Amerca, soprattutto nella comunità dell'intelligence, e che gli era stato assicurato che il National Security Strategy non avrebbe avuto seguito. In sintesi, presupponeva una forza dei legami inglesi con lo Stato profondo americano (ormai sulle barricate) tale da sovvertirlo. Non è andata così.

Il secondo errore è stato credere che Trump non avrebbe mai avviato un'operazione come quella di estrazione di Maduro, data la mole gigantesca di variabili che sarebbe potuta andare contro di lui (senza contare la presenza dell'MI6 sul campo). Le probabilità di vincere alla lotteria praticamente. Eppure, eppure... quello stesso giorno i sistemi di difesa russo e cinese hanno fatto cilecca nello stesso momento. Kill switch? Accordi sottobanco? Molto probabilmente la cosa ha a che fare con le “nuove armi a disposizione degli USA” di cui Trump ha accennato nel suo recente discorso a Davos, ma di cui non ha dato i dettagli. Se si combina il nuovo modo di fare guerra, entrato ormai nella quinta generazione, con la politica reale e una visione del mondo realistica, si ottiene la possibilità concreta di ridimensionare quell'appetito (inglese) vorace che ha cercato di schiavizzare il mondo tramite i suoi innumerevoli tentacoli. Non ci sarà mai alcuna City di Londra benevola e la cattura di Maduro ha rappresentato un passo in avanti verso un mondo migliore.

So benissimo che nessun governo è un governo benevolo, nemmeno quello Trump. Ciononostante è l'occasione concreta di cui approfittare per vivere una vita un gradino migliore rispetto all'alternativa immaginata dalla cricca di Davos. Se Trump userà il potere degli Stati Uniti per ricostruire non solo questi ultimi (come potenza regionale, non egemonica, e nemmeno colonizzatrice desiderosa invece di stringere accordi e instaurare partnership alla pari), sarà un bene per tutti: dal Canada all'Australia, dall'Africa al Medio Oriente fino al cuore dell'Asia. Lentamente, ma inesorabilmente, quell'infrastruttura estrattiva basata sul modello inglese potrà essere ridimensionata e minimizzata in tutto il mondo. Purtroppo non scomparirà del tutto, perché nel mondo ci sono persone malvagie e hanno ancora soldi a loro disposizione. E queste sono le stesse persone che hanno provato a scatenare una guerra mondiale spingendo la Russia ad attaccare per poi trasformare un conflitto regionale in uno internazionale. Le parole di Peskov, nel momento in cui la Russia è stata obtorto collo costretta a finire tra le braccia della Cina, erano significative a tal proposito. E qual è il modo migliore per disinnescare questa bomba a orologeria? Permettere alla Russia di diventare una vera economia. Come? Togliendo l'intermediazione dei contratti sul Brent crude a Londra.

Come si disinnesca la City di Londra?
Taglio dei flussi monetari pubblici (es. USAID)
Taglio dei flussi monetari privati (es. Venezuela)
Si costringe a mettere i suoi capitali in gioco (es. squeeze su oro/argento)
Il colpo fatale arriverà un volta disintermediato il Brent.

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 4, 2026

Mettiamo che il prezzo del petrolio crolli nel range dei $50 al barile. I costi di estrazione della Russia sono all'incirca di $9 al barile. Ecco il punto: il governo russo prende la sua parte dall'estrazione di petrolio in base al prezzo. Se quest'ultimo dovesse scivolare sotto i $40 al barile, le compagnie petrolifere non pagano tasse al governo. È il classico schema delle tasse progressive: più è alto il prezzo del petrolio, più suddette compagnie devono versare nelle casse dello stato. Dal punto di vista di Putin, se vuole uscire dall'economia di guerra in cui si trova adesso il Paese, deve per forza di cose smettere di usare le entrate della vendita di petrolio per tenere su l'intera economia. Questo significa altresì stringere accordi commerciali con gli Stati Uniti, perché in caso contrario la Russia rimarrà un satellite della Cina. E io sono pronto a scommettere che durante il vertice in Alaska Trump e Putin hanno discusso di come rendere l'Europa una satellite della Russia.

I $40 al barile saranno inizialmente difficili da gestire per la Russia, soprattutto per quanto riguarda il suo avanzo commerciale, ma la costringerà a diventare finalmente un vero Paese e uscire dall'economia di guerra in cui è stata costretta a finire. E qui si inserisce l'operazione Maduro, per quanto riguarda l'aspetto petrolifero: ora gli Stati Uniti sono in controllo del rubinetto dell'oro nero che in precedenza scorreva a prezzi scontati in Cina. Per quest'ultima l'unica altra fonte rimasta a prezzi scontati è la Russia. Et voilà! Si capovolgono le parti e la chiusura della guerra in Ucraina è un passo più vicina. Inoltre una volta che l'Arizona riuscirà a svilupparsi a livello di indsutrie dei semiconduttori e dei chip, e gli Stati Uniti saranno in grado di fare a meno di TSMC, cadrà anche l'annosa questione di Taiwan e sarà ceduta volentieri alla Cina in segno di buoni propositi commerciali futuri in chiave ARC.

Se uniamo tutti i puntini quindi, come ho fatto nell'ultimo pezzo a mia firma, il quadro che esce fuori è uno in cui gli USA stanno bonificando il loro lato del tabellone di gioco da tutte quelle influenze estere che li usavano come bancomat e poliziotti del mondo (Pax Americana). Questo, per estensione, fa saltare tutti quegli interessi che erano stati costruiti in precedenza nel sottobosco degli Stati profondi. E più saltano in aria questi agganci, più la risposta sarà virulenta e violenta. Da qui l'intensificarsi della guerra civile in stati come il Minnesota. Con il restringimento dei canali politici e finanziari da cui attingere, la destabilizzazione degli Stati Uniti diventa sempre più prioritaria affinché la cricca di Davos/City di Londra possano ancora avere voce in capitolo nel nuovo assetto mondiale che si sta configurando. Come discusso in precedenza, l'attivazione del cosidetto Piano Podesta va in questa direzione: fomentare caos in stati chiave Dem e isolare gli USA chiudendo gli accessi a porti e sbocchi marittimi/fluviali. Inutile aggiungere che più ci addentreremo nel 2026, più le cose diventeranno instabili.

Ora immaginate se la Rodriguez va a elezioni e viene confermata presidente. Successivamente approva una legge che prevede il rimpatrio dell'oro della nazione a Londra. Ancora meglio, il suo deposito in custodia a New York! Se accadesse, festa grande! ????https://t.co/WLoZVb5vax

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 12, 2026

C'è molto in gioco adesso e non è detto che il piano dell'amministrazione Trump proceda senza intoppi. Gli sarà lanciato contro di tutto; tutti gli asset e le cellule dormienti verranno attivate. La posta in gioco è molto alta. Si tratta di chi detterà le regole nel prossimo assetto mondiale e la cricca di Davos non vuole rinunciare a tutti i privilegi acquisiti finora. Peccato per essa che molti di questi passavano attraverso la spoliazione degli Stati Uniti.

Qual era il ruolo di Fannie Mae e Freddy Mac prima che Obama ne derubasse gli introiti e le usasse come trampolino di lancio per impedire alla classe media americana di accedere al credito al consumo? Stabilizzatori della parte lunga della curva dei rendimenti americana. Precluso questo ruolo, i player esteri le hanno sostituite controllando de facto i tassi a lungo termine negli Stati Uniti e per estensione i tassi dei mutui. Questo a sua volta ha estratto capitale e ricchezza reale dei proprietari di case. La IPO di Fannie/Freddy porrebbe fine a questa estrazione, ma a causa dello stato in cui versano attualmente devono essere ricapitalizzate. Ciò significa un loro uplisting sul NYSE e “informare” i mercati dei capitali a reddito fisso che faranno da cuscinetto a qualsiasi attacco proveniente da Europa e City di Londra (come hanno già minacciato di fare vendendo titoli di stato americani e riserve in valuta estera). Un altro passo verso suddetta ricapitalizzazione: permettere di apporre come garanzia ai mutui hard asset come oro, Bitcoin e altri metalli preziosi, cosa che semplifica la vita ai mutuatari. In questo modo la varietà di equity da posizionare come garanzia aumenta e il pericolo di perdere la casa viene minimizzato. Insieme a ciò la riforma dei mutui trentennali a tasso fisso agevola ulteriormente la vita delle giovani famiglie. Questi cambiamenti epocali nel settore immobiliare sono propedeutici a un mutamento più ampio che permetterebbe agli Stati Uniti di ottenere un controllo saldo sul back-end della curva dei rendimenti americani in un momento in cui la cricca di Davos/City di Londra li hanno minacciati apertamente con un attacco al mercato obbligazionario.

Affinché Trump potesse staccare i migliori accordi commerciali, i tassi d'interesse dovevano rimanere alti e bisognava perseguire una linea di politica incentrata su un dollaro debole. Il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro ha fatto rimanere a secco i player esteri, indebitati in dollari, e al contempo la debolezza della divisa americana ha fornito a Trump un grosso potere di leva commerciale. Qual è il problema? Chi legge analisi come le mie, conosce le criticità che rappresentano le banche centrali. Una stima a spanne sarebbe l'1% di chi si interessa di temi economici. Ecco il punto: immaginate Trump alla ricerca dell'optimum paretano (80/20) nei confronti della consapevolezza riguardo la FED in un contesto in cui la popolazione americana è spostata su uno spettro 99/1. In soldoni, al 99% della popolazione non interessa della FED o non vuole vederla riformata; senza contare la stampa finanziaria che vorrebbe la FED a capo del Paese in un ambiente post-Trump. Non si sognerebbe mai di dichiarare la banca centrale americana illegittima.

Se la scorsa estate, quando Trump ha per la prima volta portato all'attenzione del pubblico la questione Powell, egli si fosse dimesso e lasciato l'incarico alla sua vice (Lael Brainard, messa lì da Obama), allora sarebbe stato un agente dei globalisti come la Yellen e Bernanke prima di lui. Che fa Powell invece? Sta al gioco e poi va a Jackson Hole mettendo fine all'inflation targeting al 2% e dichiarando di attenzionare il mercato del lavoro per la linea di politica della FED (esattamente quello che Trump voleva). Il taglio dei tassi è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve FA' politica, diversamente da quanto dichiarato ufficialmente. Il focus sulla corruzione interna, sulla scia dello scandalo Minnesota e quindi sui costi extra non necessari per il nuovo edificio della FED, è lo strumento perfetto affinché Trump sposti la sopraccitata percentuale di persone che è consapevole della FED e stia dalla sua parte affinché venga riformata. La corruzione: la gente lo capisce questo.

Inoltre chi è stato cacciato: Powell o Lisa Cook? Questa è retorica inglese: sta usando le armi degli avversari a suo vantaggio. Puntando il dito contro il responsabile di facciata riesce a invischiare tutta l'istituzione contro cui si vuole scagliare. Powell è l'Emmanuel Goldstein del momento verso cui indirizzare la rabbia affinché Trump possa avere potere di leva politica necessaria per portare avanti la sua agenda di riforma. Questo significa ridimensionare i poteri della FED e liberarsi di tutta quella burocrazia bancaria ammassata sin dopo il 1935. In quest'ottica il destino della FED è quello di finire sotto la gestione del Dipartimento del Tesoro americano (per la precisione l'attuale intermediazione dei titoli di stato). Questa linea d'azione è la più efficace quando si tratta di portare a compimento nella pratica lo slogan “End the FED” senza che player ostili esteri sovvertano il Paese (leggi BCE o BOE).

Un tale spostamento macropolitico sarà fondamentale per muovere l'agenda dell'amministrazione Trump nella seconda parte del suo mandato. Continuerà a puntare il dito contro la radice della maggior parte dei problemi economici del Paese. E Powell, il cui mandato terminerà tra 4 mesi insieme a quello della Brainard, è la persona adatta per tirarsi addosso tutte queste attenzioni. Il ricambio incalzante presso il FOMC sarà tanto salutare quanto quello nella Corte Suprema durante il primo mandato di Trump.

Powell ha svolto un compito egregio durante gli anni di Biden, usando saggiamente la FED contro i globalisti. Il prossimo governatore avrà tutt'altro compito: abbassare i tassi internamente e tenere alti i costi del dollaro all'estero. Quest'ultimo punto significa negare ad attori ostili l'accesso alle linee di swap in dollari con la FED. Insieme a questa risorsa che verrà preclusa agli istituti bancari esteri, ce n'é anche un'altra: il mercato dei pronti contro termine. Non solo, ma essere accreditati ad accedervi significherà pagare comunque un tasso impostato a 50-75 punti base più in alto rispetto al tasso di riferimento della FED. Tolti questi due accessi ai dollari, l'unica cosa che rimane è la vendita di titoli di stato americani. Per quanto l'UE minacci di sbarazzarsene, insieme alle riserve in valuta estera delle proprie banche, il colpo derivante da una loro vendita in massa sarebbe temporaneo e, nonostante tutto, circoscritto (come vediamo dagli ultimi dati sui titoli di stato americani, ad esempio).

Foreign ownership of US debt rises to an all-time high.

via Bloomberg pic.twitter.com/5m6awVujIX

— Daniel Lacalle (@dlacalle_IA) January 22, 2026

Poi c'è laquestione Groenlandia. Al di là dello scopo strategico-militare (rispetto all'UE) e commerciale (rispetto alla Russia), la Groenlandia chiuderebbe a tenaglia uno stato “canaglia” che sin dalla Guerra d'indipendenza americana ha rappresentato asilo per l'impero inglese: il Canada. Oltre al vantaggio militare-commerciale che la Groenlandia rappresenterebbe per gli USA, vi siete chiesti il perché di tale feroce acrimonia dell'UE su questo tema? Perché verrebbe tagliata fuori dall'ultimo posto rimasto da cui prende risorse: il Canada. Il Canada è sostanzialmente una “corporazione” inglese, un'appendice della corona inglese. Il Canada è stata una creazione inglese dopo la Guerra d'indipendenza americana affinché fosse come il Pakistan per l'India. Una nazione ostile agli Stati Uniti e in grado di portare avanti (e finanziare) opere di destabilizzazione finanziaria nei loro confronti grazie alle innumerevoli risorse naturali che possiede. A nome di chi? Ovviamente della City di Londra, la quale, ancora oggi, ricopre un ruolo critico per i mercati finanziari e l'idraulica degli stessi. Essa genera un terzo del PIL inglese. L'Inghilterra da sola è un Paese del terzo mondo, ora anche dal punto di vista socioculturale. La City stipula contratti assicurativi e contratti sui futures, fa girare i soldi a livello internazionale nel mercato del Forex (la sterlina inglese salda circa il 12% degli scambi nei mercati monetari), ecc.

Qualunque cosa possa intaccare questo stato di cose DEVE essere distrutto. Non importa quindi che si tratti di nazioni o singoli individui o gruppi di essi: viene mobilitato, o ricattato, qualsiasi asset organico o inorganico affinché questo stato di cose non cambi. Ecco perché, ad esempio, il CLARITY Act ottiene una opposizione così violenta. Se il GENIUS e il CLARITY Act andassero a rinforzare il controllo della City di Londra sui mercati, sarebbero già passati. Avrebbero creato una normativa negli Stati Uniti atta a sostenere il suo controllo ombra sui mercati finanziari mondiali; vivremmo già in un mondo in cui la BRI controlla tutto a livello di facciata e una CBDC concreta per le mani. Invece la stampa generalista e i canali dell'informazione alternativa ci dicono che il GENIUS e il CLARITY Act sono l'anticamera delle CBDC, ignorando consapevolmente come in questo modo le stablecoin ancorate al dollaro saranno solamente un layer secondario in cima a hard asset come oro e Bitcoin.

Le due leggi sopraccitate sono una minaccia per la City di Londra, invece, perché oltre a esserci suoi sodali nel Congresso americano, il suo potere di “persuasione” non conosce limiti. Questo non significa automaticamente che Brian Armstrong, ad esempio, sia a bordo della City, ma che potrebbe essere benissimo stato raggiunto da un “suggerimento d'azione” affinché creasse una scusa e il Senato potesse bloccare l'attuale iter del CLARITY Act.

E, sempre a proposito di Canada, la sua unità è messa in discussione dalla recente petizione in Alberta che chiede un referendum per la secessione. A essa si uniranno la Columbia Britannica e il Saskatchewan. Che questa sia una contromossa da parte dei NY Boys in risposta al fermento negli stati americani a guida Dem è dir poco una certezza.


CONCLUSIONE

Il prossimo appuntamento critico sono le elezioni di medio termine statunitensi. Le azioni dell'amministrazione Trump, ora, nei confronti dei manifestanti sono prioritarie visto che l'inverno non aiuta le proteste di piazza. Così come gli interventi per isolare tutte quelle influenze che potrebbero destabilizzare le prossime elezioni, come accaduto nel 2020. E il Venezuela era invischiato nello scandalo Dominion. Perché se non si affrontano ora, entro marzo dell'anno prossimo ci ritroveremo un Trump incapacitato a livello politico e sottoposto a impeachment.

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e la seconda, come sottolineato da Trump a Davos, far entrare nel vivo l'inchiesta sulle frodi elettorali del 2020 (scandalo Dominion, le cui tracce portano anche in Venezuela). Tassello, quest'ultimo, fondamentale al prossimo giro elettorale.

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 25, 2026

È pacifico che l'UE voglia una guerra cinetica con gli Stati Uniti combattuta, però, per interposta persona. Ma vuole vincerla? No. Vuole un copione già visto durante la Prima e Seconda guerra mondiale: gente ammazzata e uno “zio ricco” che la sovvenziona per i successivi 80 anni. Questo è stato fatto alla Germania durante i due conflitti mondiali ed è quello che viene fatto oggi all'Ucraina. Quando si realizza che tutte le vecchie famiglie europee sono matrilineari, allora si capisce che si vuole combattere una “guerra guidata dagli estrogeni”. All'UE, alle fazioni alla base della stessa, non interessa vincere la guerra, vuole che quest'ultima causi abbastanza danni da ottenere un buon accordo quando le parti in conflitto si accordano.

La discendenza delle élite europee è matrilineare, una linearità addirittura vecchia di 900 anni in alcuni casi, e l'Europa è impostata su una base “femminile”. Per far capire meglio il punto, immaginate una donna per strada che dice fermamente no a un uomo presumibilmente insistente. La situazione attirerà l'attenzione dei passanti e ci sarà qualche coraggioso che affronterà l'uomo insistente per difendere la donna. Per secoli questo modello è stato riproposto: non si vuole la vittoria nella guerra, ma arrivare a un punto in cui l'altra parte, esausta, firmerà qualsiasi accordo pur di porre fine alle ostilità. Il problema con l'UE, però, è che non sarà mai abbastanza soddisfatta dei termini degli accordi e vorrà sempre di più... perché ormai è diventata incapace di fare qualsiasi cosa e può sopravvivere solo di sussidi.

Tutti quelli descritti in questo saggio sono i sintomi della fine dell'attuale ordine mondiale, che non significa solo la fine degli strumenti dell'OMC, bensì la fine di Westfalia, il trattato europeo del 1648 che stabiliva i principi della sovranità statale e avrebbe plasmato le relazioni internazionali fino ai tempi recenti. Ciò avrà enormi implicazioni per i mercati e non è positivo per i Paesi senza potere come l'UE, perché non esisterà più un sistema internazionale che li renderà credibili con delle regole ad hoc per loro. 


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Bitcoin è pronto per mandare in pensione l'oro?

Freedonia - Gio, 29/01/2026 - 11:11

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Walter Donway

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/bitcoin-e-pronto-per-mandare-in-pensione)

L'oro ha vinto la competizione – un plebiscito lungo quanto le civiltà consolidate – per essere incoronato come la scelta universale dell'umanità come riserva di valore e mezzo di scambio – come denaro vero e proprio. Ora, in meno di due decenni, è emerso un potenziale concorrente: Bitcoin, con il potenziale opinabile di rivaleggiare e persino superare l'oro.

L'amministratore delegato di MicroStrategy, Michael J. Saylor, afferma che Bitcoin “soppianta l'oro come riserva di valore non governativa" e lo descrive come “la proprietà suprema per la razza umana”. Per essere il più enfatico possibile, ha aggiunto: “Bitcoin è oro digitale. È un milione di volte migliore dell'oro e non c'è motivo per cui qualcuno non voglia usarlo come riserva di valore nel tempo”.

E in un brusco cambio di linea di politica, Donald Trump, fino a poco tempo fa apertamente scettico nei confronti delle crittovalute, ha firmato un ordine esecutivo che istituisce una riserva di Bitcoin negli Stati Uniti. Comprenderà circa 200.000 bitcoin confiscati in vari procedimenti penali, posizionandolo come una “Fort Knox digitale”, un passo verso l'elevazione di Bitcoin a risorsa strategica.

Per buona misura il Regno del Bhutan ha accolto Bitcoin tra le sue braccia, e “farà mining” utilizzando le sue abbondanti risorse idroelettriche. Di fatto il Bhutan trasformerà l'energia idrica in oro digitale, facendo meglio degli alchimisti, e diventando una delle prime nazioni ad adottare Bitcoin a livello nazionale. Entrambi gli sviluppi sottolineano un crescente riconoscimento del potenziale ruolo di Bitcoin come riserva di valore simile all'oro.

Il governo del presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha sostenuto la necessità di rendere Bitcoin una moneta a corso legale, sottintendendo che potrebbe funzionare come mezzo di scambio e “portare inclusione finanziaria, investimenti, turismo, innovazione e sviluppo economico al nostro Paese”.

Tyler Winklevoss, co-fondatore di Gemini Exchange, afferma: “Crediamo che Bitcoin stia rivoluzionando l'oro. Pensiamo che sia un oro migliore se si considerano le proprietà del denaro. E cosa rende l'oro, oro? La scarsità. Bitcoin ha un'offerta fissa, quindi è meglio della scarsità relativa [...]. È più portatile, più fungibile, più durevole. In un certo senso equivale a un oro migliore sotto tutti gli aspetti”.

Per migliaia di anni l'oro è stato il simbolo di bellezza e lusso, ricchezza, potere, gloria e affidabilità della civiltà. Le sue proprietà distintive – durevolezza, divisibilità, portabilità e valore intrinseco – hanno ottenuto il voto di fiducia duraturo della storia. Degna di nota è la naturale scarsità dell'oro in contrasto con la cartamoneta e i depositi bancari creati dai governi, i quali possono essere moltiplicati all'infinito e il cui valore è stampato sulle banconote. Molto prima dei moderni sistemi bancari, mercanti e governanti confidavano nel peso dell'oro come mezzo di scambio e di trasferimento di ricchezza oltre i confini.

Bitcoin è all'altezza di questo ruolo storico?


La carriera dell'oro: alcuni momenti salienti

Le prime monete d'oro, per quanto ne sappiamo, furono coniate dalla civiltà lidio intorno al 600 a.C. Oro e argento, naturalmente, erano moneta corrente, pura e semplice, nell'antico Egitto, in Persia, in Grecia e a Roma, tra gli altri imperi. Durante il tardo Medioevo l'oro divenne indispensabile per il commercio, in particolare nella vasta rete di fiere che collegava le economie europee in crescita. Queste fiere, che si tenevano in città come Champagne e Bruges, fungevano da centri in cui i mercanti di tutto il continente saldavano i debiti e negoziavano accordi commerciali a lunga distanza. Le monete d'oro e d'argento erano i principali strumenti di pagamento.

I mercanti di seta fiorentini che commerciavano con i produttori di tessuti fiamminghi non facevano affidamento sulle valute locali, soggette a svalutazione da parte dei monarchi desiderosi di finanziare le loro guerre. Portavano invece fiorini d'oro o ducati veneziani, unità di misura d'oro molto più riconosciute e accettate. Il commercio di lingotti sosteneva la finanza medievale, con importanti famiglie di banchieri come i Medici che garantivano che l'oro si muovesse in sicurezza tra le regioni attraverso le cambiali. Sebbene queste prime forme di strumenti bancari riducessero la necessità di trasferimenti fisici, in ultima analisi i saldi richiedevano ancora l'accesso all'oro fisico.

All'inizio dell'età moderna l'afflusso di oro e argento in Spagna e Portogallo dall'America Latina alimentò un'inflazione storicamente rara, ma anche il commercio globale, rafforzando l'importanza dei lingotti nelle reti commerciali che si estendevano dall'Europa alla Cina. Verso la fine del XVII secolo l'oro era diventato il fondamento dei sistemi monetari europei. La Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, si spinse molto oltre nella formalizzazione del gold standard, ancorando la sua valuta alle riserve auree, sebbene il parlamento si scontrò sui primi schemi per la cartamoneta e la riserva frazionaria.

Gli Stati Uniti, già formalmente basati su un sistema bimetallico (oro e argento), passarono all'oro de facto nel 1834 e de jure nel 1900, quando il Congresso approvò il Gold Standard Act. Il sistema garantiva che ogni dollaro in circolazione fosse garantito da una quantità fissa di oro, rafforzando la fiducia nella valuta. Il gold standard del diciannovesimo secolo istituzionalizzò ulteriormente la reputazione del metallo giallo come forza stabilizzatrice della finanza. Come osservò l'economista Milton Friedman, l'inflazione era praticamente inesistente durante quel periodo perché l'offerta di oro aumentava solo gradualmente, impedendo la creazione in eccesso di moneta. Questo quadro dominò il commercio e la politica economica globali fino alla Prima guerra mondiale, quando le esigenze belliche portarono molte nazioni ad abbandonare il gold standard a favore della moneta fiat.

Fu solo nel ventesimo secolo che i governi recisero il legame tra moneta e oro. Nel 1933 il presidente Franklin D. Roosevelt pose fine alla convertibilità diretta del dollaro in oro per i cittadini statunitensi. Il sistema di Bretton Woods, istituito dopo la Seconda guerra mondiale, mantenne un gold standard indiretto, con il dollaro statunitense ancorato all'oro e le altre principali valute ancorate al dollaro. Questo sistema durò fino al 1971, quando il presidente Richard Nixon chiuse la “finestra di scambio dell'oro”, recidendo l'ultimo legame ufficiale tra dollaro e oro. Da allora gli Stati Uniti (e gran parte del mondo) hanno fatto affidamento su valute fiat, coperte solo da decreti governativi, e l'inflazione è diventata permanente, dilagante e, a lungo termine, rovinosa. Nonostante questo cambiamento l'oro è rimasto un asset fondamentale per le banche centrali e gli investitori, a conferma della sua importanza duratura come riserva di valore.

Le stime suggeriscono che nel corso della storia siano state estratte circa 244.000 tonnellate d'oro, con una quota significativa dell'estrazione nel XX e XXI secolo, trainata dai progressi nella tecnologia mineraria e dall'aumento della domanda. Questa impennata nella produzione sottolinea la continua rilevanza dell'oro nelle economie moderne. Il presidente Trump ha promesso di visitare Fort Knox per verificare se l'oro sia davvero lì, in risposta alle persistenti voci contrarie.


Entra in scena Bitcoin: 2009

Bitcoin è apparso sulla scena in modo piuttosto misterioso nel 2009, introdotto in un white paper da Satoshi Nakamoto (un individuo o un gruppo). Bitcoin era concepito come una valuta digitale decentralizzata, un'alternativa alle tradizionali valute fiat [“moneta a corso legale” come dichiarato dalla legge]. Presenta un limite di offerta fisso di 21 milioni di “monete” e un “registro distribuito”, la blockchain, che registra tutte le transazioni in modo sicuro, trasparente e immutabile. A differenza dei sistemi finanziari centralizzati, in cui le banche agiscono da intermediari, le transazioni Bitcoin sono verificate da una rete di nodi decentralizzati (singoli utenti di computer) utilizzando un meccanismo di consenso noto come Proof-of-work (PoW). Questo processo coinvolge i “miner”, ovvero partecipanti che utilizzano un'enorme potenza di calcolo per risolvere complessi enigmi crittografici e quindi convalidare per consenso nuovi “blocchi” di transazioni. Una volta verificato, un blocco (unità definita di transazioni) viene aggiunto alla blockchain.

Il limite permanente dell'offerta di Bitcoin è regolata dal suo protocollo, che stabilisce che 21 milioni di bitcoin saranno il massimo che esisterà mai. Questa offerta fissa viene mantenuta attraverso un processo chiamato halving, il quale riduce la ricompensa per il mining di nuovi bitcoin ogni quattro anni circa, rallentando il tasso di nuova emissione. Questa scarsità è una caratteristica fondamentale che, secondo i sostenitori, rende Bitcoin simile all'oro nella sua natura deflazionistica.

La capitalizzazione di mercato di Bitcoin ha raggiunto livelli significativi, raggiungendo il massimo storico di oltre $1.800 miliardi. La seconda crittovaluta più grande, Ethereum, ha raggiunto la massima capitalizzazione di mercato di circa $228 miliardi. Ethereum non ha un'offerta massima fissa, consentendo l'emissione continua di nuovi token. Binance Coin, la terza crittovaluta più grande, ha raggiunto una capitalizzazione di mercato superiore a $90 miliardi nel 2021. Ha un'offerta massima iniziale di 200 milioni di token, con un meccanismo deflazionistico che brucia periodicamente i token per ridurne l'offerta totale, con l'obiettivo di raggiungere infine i 100 milioni di token. Domanda: Bitcoin è il contendente per sostituire l'oro o sono solo le crittovalute a competere tra di loro? Senza un limite all'offerta, Ethereum non sembra essere all'altezza.


Usi più ampi

È importante capire che Bitcoin, venduto oltre i $100.000, non è una “moneta” o una “banconota”; non è una valuta, sebbene sia un sistema di pagamento. Non può esistere o essere utilizzato al di fuori del cyberspazio. Un “wallet” Bitcoin è un'applicazione informatica ed è completamente diverso dall'oro o da qualsiasi altra valuta; le virtù di Bitcoin, infatti, non sono quelle di una valuta, sono quelle di un programma per computer, delle sue applicazioni e di una rete.

Sebbene inizialmente concepiti come un sistema di pagamento elettronico peer-to-peer (immediatamente utile, ad esempio, per le aziende di cannabis che non potevano avere conti in banca), Bitcoin e la tecnologia blockchain ora supportano una vasta gamma di applicazioni in diversi settori. Vengono utilizzati in ambito finanziario per transazioni transfrontaliere, rimesse e come protezione dall'inflazione nelle economie economicamente instabili. La tecnologia blockchain ha dato i natali alle piattaforme di finanza decentralizzata (DeFi) che consentono prestiti e trading senza intermediari finanziari tradizionali.

Nella gestione della supply chain, le aziende utilizzano la blockchain di Bitcoin per monitorare la provenienza dei beni, proteggendone l'autenticità dalla contraffazione. I marchi del lusso la utilizzano per contrastare tali contraffazioni e i fornitori di prodotti alimentari la utilizzano per tracciare le fonti di contaminazione. Uno dei primi utenti, l'industria farmaceutica, ha sfruttato la blockchain di Bitcoin per migliorare la tracciabilità dei farmaci, proteggendoli dalla contraffazione e garantendo la conformità normativa.

Bitcoin rimane l'applicazione più nota della tecnologia blockchain, ma quest'ultima ha aperto una moltitudine di possibilità, molte delle quali ancora in fase iniziale di adozione. Il suo ruolo nel plasmare il futuro delle transazioni digitali è innegabile. La capitalizzazione di mercato di Bitcoin ha registrato una crescita notevole, superando i mille miliardi di dollari nei periodi di picco. Perché?

Gli investitori vedono Bitcoin come una copertura, una protezione contro l'inflazione, che era il ruolo tradizionale dell'oro. Bitcoin è stato adottato da aziende e istituzioni finanziarie che aggiungendolo ai loro portafogli, gli conferiscono legittimità. MicroStrategy, ad esempio, ha investito miliardi su Bitcoin, riflettendo uno spostamento strategico verso gli asset digitali. La tecnologia blockchain sottostante a Bitcoin ha un forte appeal tecnologico, offrendo trasparenza e sicurezza e attraendo coloro che sono interessati all'innovazione finanziaria.

Pertanto i sostenitori di Bitcoin dicono che esso svolga oggi una funzione simile a quella dell'oro: un asset decentralizzato e senza confini, immune alla manipolazione statale. Il predominio storico dell'oro, tuttavia, era dovuto a ben più della semplice scarsità. Si trattava di fiducia, liquidità e permanenza fisica. A differenza di Bitcoin, che si basa su meccanismi di consenso digitale e integrità crittografica, il valore dell'oro è evidente e tangibile.


Distinguere Bitcoin dalla tecnologia blockchain in generale

Il valore di Bitcoin come “denaro” si basa sulla sua accettazione e sul suo utilizzo. Il suo valore dipende dalla convinzione collettiva. L'ascesa di Bitcoin da un concetto oscuro a un asset finanziario ampiamente accettato non poteva, quindi, essere immediata o automatica.

Il white paper di Bitcoin introdusse un'idea allora radicale: un sistema monetario decentralizzato e “trustless”. I primi utilizzatori, in particolare crittografi e programmatori, minarono Bitcoin principalmente per testare il sistema. La prima transazione Bitcoin nota, il 22 maggio 2010, fu il pagamento di 10.000 BTC per due pizze (del valore di $41 all'epoca, e di quasi un miliardo di dollari oggi): un caso d'uso reale!

Il Dark Web e i mercati marginali entrarono poi in scena. Bitcoin trovò un “caso d'uso” di nicchia in mercati come Silk Road, dove gli utenti apprezzavano il suo pseudoanonimato. Quel periodo mise alla prova anche la capacità di Bitcoin nel facilitare le transazioni al di fuori dei controlli bancari tradizionali. E alcune aziende con grandi investimenti tecnologici come Overstock, Tesla (per un breve periodo) e persino alcuni governi hanno riconosciuto Bitcoin come un asset valido. Successivamente grandi aziende come MicroStrategy e Tesla (di nuovo) hanno iniziato a detenere Bitcoin nelle loro tesorerie aziendali. Da allora i futures su Bitcoin e gli ETF hanno reso più facile l'acquisto per gli investitori tradizionali.

In realtà gran parte del valore di Bitcoin non è in quanto denaro in sé, ma come sistema in grado, ad esempio, di personalizzare programmi come l'effettuazione di pagamenti irrevocabili che vengono depositati fino al raggiungimento di determinate condizioni o risultati. Ancora meglio, la valutazione del rispetto delle condizioni è completamente digitale e automatica. Queste rientrano nella categoria delle transazioni sicure e irreversibili che non richiedono la fiducia di terze parti. Mentre Bitcoin ha una programmabilità limitata attraverso funzionalità come wallet multi-firma e timestamp, Ethereum, in particolare, è associato a questi “smart contract”, pagamenti non rilasciati fino al raggiungimento di determinate condizioni (il raggiungimento di una data futura concordata, l'ottenimento di firme multiple, o la verifica del completamento di un evento/progetto/consegna nel mondo reale).

Queste caratteristiche desiderabili non appartengono alla crittovaluta in sé; alcune, ad esempio, sono sostituti di servizi legali: deposito a garanzia programmabile e trasferimenti di eredità automatizzati. Queste caratteristiche non caratterizzano Bitcoin come valuta, proprio come banche, conti correnti e mutui non sono caratteristiche dell'oro, anche se l'oro ne garantisce la stabilità del valore.


Un vero successore dell'oro?

Bitcoin si è ritagliato in tempi relativamente rapidi una nicchia di mercato di tutto rispetto come strumento di speculazione, ma non come riserva di valore o copertura dall'inflazione. Non gode dell'accettazione universale di cui l'oro ha goduto nel corso della storia. In tempi di crisi gli investitori continuano a riversarsi sull'oro come bene rifugio, proprio come facevano i mercanti medievali quando si trovavano ad affrontare condizioni commerciali incerte. Diamo un'occhiata ad alcuni dettagli specifici:

  1. L'oro ha un valore intrinseco dovuto alle sue proprietà fisiche e ai suoi utilizzi, comprese le applicazioni in vari settori. Viene utilizzato in gioielleria, elettronica, odontoiatria e applicazioni industriali. Al contrario, in assenza di forma fisica, il valore di Bitcoin deriva dalla sua accettazione, dalla sua rete e dalle sue applicazioni online. In sintesi: l'oro ha consolidato la sua commerciabilità praticamente in ogni tempo e luogo. Ha un elevato valore unitario (come ogni bene di lusso), quindi la ricchezza è facile da trasportare. Così è stato gradualmente scelto come la migliore tra tutte le materie prime con cui scambiare qualsiasi cosa, sapendo che manteneva il suo valore e poteva sempre essere utilizzato per acquistare qualsiasi altra cosa. Bitcoin per il momento è solo “denaro” nel cyberspazio. Avrà più importanza nel nostro futuro digitale e tecnologico? Probabile, ma ancora non ci siamo.

  2. Entrambi gli asset sono considerati “scarsi”, ma la scarsità dell'oro è naturale. Estrarre l'oro è arduo e costoso, quindi l'offerta cresce a un ritmo lento e stabile, mentre la scarsità di Bitcoin è imposta algoritmicamente. A differenza dell'oro, che non ha sostituti, Bitcoin compete con migliaia di altre valute digitali. Non c'è garanzia che un'altra crittovaluta non lo supererà in futuro. Non abbiamo ancora raggiunto il punto di chiusura del mining di Bitcoin per vedere se davvero non potranno mai esserne creati altri, legalmente o illegalmente – e quale sarà il ruolo delle decine di altre crittovalute, come Ethereum, che non hanno limiti all'offerta?

  3. L'oro ha storicamente mostrato stabilità di prezzo, mantenendo il suo valore durante periodi di inflazione. Bitcoin, pur guadagnando consenso, rimane altamente volatile, il che può influire sulla sua efficacia come mezzo di scambio. Ma, cosa fondamentale, abbiamo osservato questa volatilità abbastanza a lungo da sapere se è correlata negativamente all'inflazione della moneta fiat, la prova del nove del “denaro reale”?

  4. L'oro è universalmente accettato, mentre lo status normativo di Bitcoin varia a livello globale, influenzandone adozione e integrazione nei sistemi finanziari tradizionali. Bitcoin richiede l'accesso a Internet e potenza di calcolo per funzionare, il che lo rende vulnerabile a guasti tecnologici o restrizioni imposte dagli stati. L'oro è sempre stato il “tesoro di guerra” di una nazione: Bitcoin può ricoprire questo ruolo?

  5. L'attrattiva dell'oro sul mercato rimane la stessa da millenni. Le vendite di oro sono fortemente correlate alle festività del Capodanno cinese, del Diwali in India e del Natale occidentale. Questo, insieme al suo diffuso utilizzo nella tecnologia (in particolare circuiti stampati, connettori e contatti di interruttori), gli conferisce il valore intrinseco che, nel corso della storia, gli ha permesso di essere scelto come riserva di valore e mezzo di scambio. L'afflusso di capitali in Bitcoin è guidato dagli investitori che cercano di diversificare i portafogli con asset immateriali non correlati ad altri mercati, dall'attrattiva degli aspetti innovativi della blockchain per molti investitori esperti di tecnologia e dal suo potenziale di rendimenti vertiginosi in un investimento speculativo con volatilità di mercato.

  6. Un punto di forza dell'oro, spesso trascurato, è evidenziato dal contrasto con Bitcoin. L'oro è quasi universalmente compreso: l'agricoltore in India e il banchiere di New York comprendono il valore dell'oro; Bitcoin, al contrario, rimane un concetto esoterico. Comprendere la tecnologia blockchain, la sicurezza crittografica e la gestione delle chiavi private è tutt'altro che intuitivo. Chiunque scriva su Bitcoin e blockchain, e io non faccio eccezione, sa, anche mentre scrive, che i suoi lettori non capiscono nessuno dei due. Scusate, cos'è un “blocco”? Cosa si intendete con “mining” di Bitcoin? Se il concetto di “denaro” diventa irrimediabilmente esoterico per l'elettore, allora il potere dei suoi governanti diventa illimitato.


Verso un sistema monetario digitale mondiale?

Oggi vari stati stanno esplorando o implementando valute digitali delle banche centrali (CBDC), orientandosi verso sistemi finanziari digitali. A marzo 2024 le banche centrali di 134 Paesi, che rappresentano il 98% del PIL mondiale, si trovavano in diverse fasi di valutazione o lancio di valute digitali nazionali. La Banca Popolare Cinese è stata in prima linea con il suo yuan digitale (e-CNY), conducendo ampi progetti pilota e segnalando transazioni per un totale di circa $987 miliardi. La Banca Centrale Europea (BCE), per non farsi da parte di fronte alla principale dittatura totalitaria del mondo, ha avviato un progetto pilota pluriennale per l'euro digitale, con l'obiettivo di rafforzare il ruolo dell'euro come valuta di riserva globale.

Gli Stati Uniti hanno mostrato interesse a partecipare a iniziative transfrontaliere di CBDC come il progetto mBridge. ​Forse con un residuo di conoscenze del passato, la Banca d'Inghilterra ha espresso scetticismo riguardo al lancio di una sterlina digitale (“Britcoin”) prima del 2030, citando la privacy degli utenti e i costi della tecnologia. Progetti come mBridge coinvolgono diverse banche centrali, tra cui Hong Kong, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Cina, che collaborano per migliorare i pagamenti transfrontalieri tramite CBDC.

La tendenza è indescrivibilmente pericolosa. Considerato il modo in cui i politici gestiscono il denaro – tassando, prendendo in prestito, spendendo – il denaro stesso diventerebbe un mistero per la maggior parte dei cittadini, mai nelle loro mani, esistendo per sempre in un mondo di cyberspazio?

Anche oggi molti sostenitori accaniti dell'oro (non molto tempo fa derisi come “goldbug”) credono che per svolgere il suo ruolo, l'oro debba essere in loro possesso fisico. Al contrario, quante persone (e includo coloro che hanno speculato sulle crittovalute) potrebbero spiegare con sicurezza cosa rende Bitcoin un “bene rifugio”?

Se l'“oro digitale” condivide qualità con l'oro classico, la sua esistenza non è ancora stata dimostrata a tutti gli effetti; infatti non ha ancora dimostrato il potenziale teorico di sostituirlo. La sua offerta fissa, l'indipendenza dagli stati e la decentralizzazione offrono una valida alternativa alle valute fiat soggette a inflazione, ma la sua mancanza di valore indipendente, la volatilità, la dipendenza da tecnologie avanzate e la famiglia di crittovalute concorrenti sollevano dubbi sulla sua sostenibilità a lungo termine come “moneta onesta”.

L'oro, per il momento, rimane la riserva di valore per eccellenza, come lo è stato per millenni.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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L'amministratore delegato di Evonik, Kullmann, chiede la fine del culto della CO₂: un campanello d'allarme per l'economia europea

Freedonia - Mer, 28/01/2026 - 11:14

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lamministratore-delegato-di-evonik)

Per lungo tempo l'economia tedesca è rimasta in silenzio di fronte agli obiettivi climatici dogmatici e al percorso politicamente distruttivo che ne consegue. Ora Christian Kullmann, amministratore delegato di Evonik, è il primo leader aziendale a parlare chiaro: è ora di seppellire il culto della CO₂.

Finalmente, si potrebbe dire, dopo anni di silenzio assordante da parte dell'industria tedesca, un amministratore delegato parla apertamente. Christian Kullmann, a capo del colosso chimico Evonik, è in prima linea nella lotta contro le normative climatiche sempre più severe imposte da Bruxelles e Berlino.

In vista del drastico inasprimento del sistema di scambio di quote di emissione previsto per il 2027, Kullmann non ha risparmiato parole in un'intervista alla FAZ: “La tassa sulla CO₂ in Europa deve essere abolita. Mette a rischio almeno 200.000 posti di lavoro industriali ben retribuiti in Germania”.


Crollo industriale

E questa è probabilmente una stima prudente. Attualmente l'economia è stata costretta a tagliare più di 10.000 posti di lavoro a settimana. Aziende come Bosch, con 22.000 tagli previsti, e ZF Friedrichshafen, che ne prevede 7.600 entro il 2030, stanno tagliando posti di lavoro su larga scala. Un'ondata di insolvenze sta travolgendo l'economia tedesca e si prevede che supererà ogni record con oltre 24.000 fallimenti entro la fine dell'anno.

La schietta affermazione di Kullmann potrebbe segnare l'inizio di un dibattito atteso da tempo sui costi reali della politica climatica europea per l'economia tedesca e per le famiglie pesantemente colpite.

Dal 2027 il sistema di scambio di quote di emissione di CO₂ minaccia la Germania con l'ennesimo tsunami di costi: il prezzo per tonnellata di CO₂ potrebbe salire fino a €200, con un drastico aumento per i costi di riscaldamento, carburante ed energia. Le famiglie potrebbero dover pagare €1.000 in più all'anno, mentre le aziende si troverebbero ad affrontare costi di produzione alle stelle, investimenti ridotti e tagli di posti di lavoro.

Dal punto di vista economico, questa misura radicale imporrebbe circa €40 miliardi in costi aggiuntivi all'anno su un consumo di 400 milioni di tonnellate, accelerando una deindustrializzazione pericolosa dal punto di vista sociale e politico.


L'UE: una faccenda costosa

Ciò che gli ideologi di sinistra e gli eco-socialisti hanno scatenato con il Green Deal si è trasformato in una frana socio-politica. Le burocrazie non si sono ancora rese conto che la loro campagna contro la società civile e le regole del mercato è già persa.

A Bruxelles, Berlino, Parigi e nelle altre capitali dell'Unione europea rispondono con ulteriori tasse per scongiurare il proprio collasso.

Le entrate derivanti dalla tassa sulla CO₂ vengono utilizzate quasi esclusivamente per stabilizzare i bilanci nazionali sovraccarichi: circa il 90% confluisce nelle casse nazionali, il resto nelle casse dell'UE di Ursula von der Leyen, che entro il 2034 inietterà circa €750 miliardi nei canali asciutti dell'economia clientelare verde.

E la megalomania di Bruxelles non conosce limiti. Ogni fonte di capitale viene sfruttata, dai dazi sull'acciaio alle tasse sul riciclaggio dei prodotti in plastica. L'UE è un costoso gioco ideologico. Ora è dovere etico dei leader aziendali resistere a questa campagna contro la ragione e i principi di mercato. In caso contrario si rischia uno scontro diretto sui mercati. Bruxelles sarà costretta a rifinanziarsi tramite i mercati obbligazionari, mascherati da Eurobond.

La Commissione europea si è posta a capo di un'unione del debito che soffoca il libero mercato con la sua economia clientelare ecologista, tentacolare e pianificata a livello centrale.


La Spagna come contro-esempio

È probabile che, dopo le critiche di Kullmann, si scateni un'ondata massiccia di contro-propaganda. Le ONG e i media affiliati allo stato mobiliteranno ogni risorsa per schierare gli europei a favore della presunta minaccia del cambiamento climatico causato dall'essere umano.

Gli scettici possono essere liquidati con un singolo esempio, a dimostrazione di quanto i funzionari di Bruxelles siano distaccati dalla realtà. Questo esempio viene dalla Spagna. Ufficialmente l'economia spagnola crescerà di circa il 2,5% nel 2025, con una quota statale del 48%, un debito totale del 109% e un nuovo debito netto del 3,5%.

Persino la tanto decantata Spagna non riesce a soddisfare i criteri di Maastricht, un tempo celebrati, proprio come la Germania. Guardando la situazione in modo realistico, l'industria privata si contrae di circa l'1%, nonostante l'imponente sostegno al credito di Bruxelles e programmi come NextGenerationEU.

Ma in nessun luogo i danni collaterali dell'ecosocialismo sono più evidenti che in Germania. Il drastico calo della produzione industriale da luglio ad agosto – del 4,3% in generale, del 18,5% nel settore automobilistico, di oltre il 10% nel settore farmaceutico – dovrebbe servire da monito anche al più convinto ideologo.

Ecco ciò che pianificatori centrali come Lars Klingbeil, Friedrich Merz e i burocrati a Bruxelles non riescono a comprendere: ogni euro che non circola nel libero mercato è un euro perso. Attraverso interventi massicci e programmi finanziati dal debito, gli stati limitano lo spazio di investimento del settore privato nel futuro, mettendo a repentaglio il motore della prosperità europea.

Le aziende e i loro dipendenti non tollereranno a lungo questo sviluppo. Non stiamo assistendo a una recessione ciclica, o a una recessione classica, ma a un vero e proprio collasso economico.


Utilizzare la crisi

Negli ultimi anni gli europei hanno intrapreso una crociata per il clima. Disavventure intellettuali ed etiche come questa prosperano solo grazie al successo economico delle generazioni precedenti, le quali hanno lasciato ai loro eredi un'illusione di crescita e la promessa di una prosperità senza sforzo.

Speriamo che la voce dell'amministratore delegato di Evonik apra la porta a critiche vere, un catalizzatore il cui impulso audace inneschi una reazione a catena di dibattito aperto e costruttivo.

Finora le critiche all'interno dell'industria tedesca sono rimaste intrappolate nel quadro politico. Le richieste di aiuti e sussidi, soprattutto per i costi energetici, hanno prevalso, ma questa non era una vera critica politica bensì una sottomissione al diktat ecologista.

È dovere etico dei leader aziendali tracciare i confini della politica. La posta in gioco è troppo alta per affidarla a un'ideologia infantile. Il suo tempo è finito, la crisi è inevitabile. Ma ora possiamo iniziare a ricostruire un codice di regole basato sul mercato e linee di politica sovraniste negli stati europei. Il compito di Bruxelles rimarrebbe la salvaguardia del mercato interno comune: una sfida impegnativa già di suo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La psicologia dietro l'illusione dell'assenza di rischio

Freedonia - Mar, 27/01/2026 - 11:05

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Lance Roberts

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-psicologia-dietro-lillusione-dellassenza)

Ogni ciclo di mercato finisce per modificare la psicologia degli investitori, portandoli a credere di aver sconfitto il rischio. Le storie possono cambiare, da “questa volta è diverso” a “la FED ci sostiene”, ma la psicologia rimane immutata. Quando i mercati salgono costantemente e la volatilità rimane bassa, gli investitori confondono la stabilità con la sicurezza. Questa è esattamente l'illusione che si sta formando sui mercati oggi. L'inarrestabile ascesa dell'indice S&P 500, abbinata a una volatilità contenuta e a un'ampia liquidità, ha dato l'impressione che il rischio sia stato in qualche modo eliminato dal sistema.

È qui che scatta la trappola. La finanza comportamentale ci dice che le persone rispondono più a “come” percepiscono il rischio piuttosto che a ciò che mostrano i dati. Quando gli investitori non si sentono più ansiosi, iniziano ad assumere rischi che altrimenti non tollererebbero. L'aumento dei prezzi rafforza l'ottimismo, l'ottimismo spinge a maggiori acquisti e il ciclo continua finché il minimo shock non infrange l'illusione. I contesti di bassa volatilità creano la psicologia dell'instabilità, sopprimendo le sane correzioni che di solito azzerano le aspettative degli investitori. Più a lungo dura la calma, più fragile diventa il mercato sotto la superficie.

Hyman Minsky sosteneva che i mercati finanziari presentassero un'instabilità intrinseca. Come abbiamo visto nel 2020-2021, i rischi asimmetrici aumentano nelle speculazioni di mercato durante un ciclo rialzista anormalmente lungo. Tali speculazioni alla fine si traducono in instabilità e crolli dei mercati. Possiamo visualizzare questi periodi di “instabilità” esaminando le oscillazioni giornaliere dei prezzi dell'indice S&P 500. Si noti che lunghi periodi di “stabilità” con regolarità portano a “instabilità”.

L'illusione di sicurezza non emerge spontaneamente; è alimentata dalla politica delle banche centrali. Per quasi quindici anni la Federal Reserve ha agito come stabilizzatore di ultima istanza, inondando il sistema di liquidità al primo segno di stress.

Sebbene la Federal Reserve abbia ritirato il suo supporto monetario, gli investitori continuano a credere che possa e voglia sempre prevenire le crisi. Negli ultimi tre anni gli investitori hanno spostato la loro attenzione dai fondamentali a ogni “riunione della FED” per individuare indizi su quando arriverà il successivo intervento monetario.

È di fondamentale importanza comprendere questo cambiamento nella psicologia.


La FED e il miraggio del controllo

La convinzione che la Federal Reserve possa sempre intervenire ha i suoi rischi: incoraggia comportamenti che presuppongono l'assenza di conseguenze. I mercati costruiti sulla fiducia piuttosto che sui fondamentali sono intrinsecamente instabili, per quanto calmi possano apparire.

Gli interventi benintenzionati della Federal Reserve hanno creato una delle distorsioni comportamentali più potenti della finanza moderna: la convinzione che esista sempre una rete di sicurezza. Dopo la crisi finanziaria globale, i tassi di interesse a zero e i ripetuti cicli di allentamento quantitativo hanno condizionato gli investitori ad aspettarsi che il sostegno politico sarebbe sempre tornato durante i periodi di volatilità. Col tempo questo condizionamento si è consolidato in un riflesso: comprare a ogni calo, perché la FED non permetterà ai mercati di crollare.

Questo è il concetto di “azzardo morale”.

Qual è esattamente la definizione di “azzardo morale”, però? Mancanza di incentivi a proteggersi dal rischio laddove si potrebbe essere protetti dalle sue conseguenze tramite, ad esempio, un'assicurazione.

Di seguito è riportato un buon esempio.

Per sopravvivere le aziende zombi dipendono da emissioni obbligazionarie in un clima di frenesia per gli investimenti. Come discusso nel pezzo, Le recessioni sono una cosa positiva:

Gli ‘zombi’ sono aziende i cui costi di servizio del debito sono superiori ai profitti, ma sono mantenute in vita da un incessante indebitamento. Questo è un problema macroeconomico. Le aziende zombi sono meno produttive e la loro esistenza riduce gli investimenti e l'occupazione nelle aziende più produttive. In breve, un effetto collaterale a lungo termine dei tassi bassi da parte delle banche centrali è che mantengono in vita le aziende improduttive. In definitiva ciò riduce il tasso di crescita a lungo termine dell'intera economia.

Osserviamo lo stesso “azzardo morale” anche nel differenziale tra “obbligazioni spazzatura” e titoli societari con rating A. Con un differenziale di appena l'1,9%, gli investitori non vengono “pagati” per il rischio di insolvenza che si assumono con le “obbligazioni spazzatura”. L'unica ragione per cui esistono questi differenziali è che gli investitori credono, con quasi assoluta certezza, che le aziende pagheranno i propri obblighi, se non da sole, almeno con l'aiuto della Federal Reserve.

Questa mentalità ha rimodellato anche il comportamento aziendale. Le aziende, fiduciose che il credito sarebbe rimasto conveniente e abbondante, hanno utilizzato il debito non per investire in modo produttivo, ma per riacquistare le proprie azioni, riducendo il flottante azionario e aumentando l'utile per azione. Questa ingegneria finanziaria, che attualmente procede a un ritmo record, contribuisce a far salire le valutazioni, rafforzando l'illusione di un miglioramento dei fondamentali. In realtà è la liquidità a fare il grosso del lavoro. L'assenza di correzioni significative ha offerto agli investitori una serie ininterrotta di rinforzi positivi, un circolo vizioso psicologico che ha fatto sembrare il rischio facoltativo.

Liquidità, tuttavia, non è sinonimo di stabilità. Maschera la fragilità come i mari calmi nascondono forti correnti sotterranee. Quando la liquidità diminuisce, anche le perturbazioni più modeste possono amplificarsi. Si pensi al “Volmageddon” del 2018, quando le strategie di shorting sulla volatilità che avevano generato profitti per anni sono implose in una sola seduta. Gli investitori hanno scambiato un mercato calmo per sicurezza, credendo che i loro modelli avessero domato l'incertezza. In realtà l'avevano solo soppressa.

Questa lezione è senza tempo: l'innovazione di ogni epoca prima o poi trova il suo limite quando la liquidità si esaurisce e l'illusione del controllo svanisce.


I pregiudizi comportamentali e il ritorno della paura

Se la FED e le condizioni di liquidità creano la struttura dell'illusione del “rischio zero”, la psicologia umana ne fornisce il carburante. La psicologia degli investimenti, in particolare, spiega perché gli investitori sottostimino il pericolo quando i mercati sono calmi. Tuttavia tale psicologia è la ragione più significativa delle sottoperformance degli investitori che operano sui mercati finanziari nel tempo. I pregiudizi comportamentali che portano a decisioni di investimento sbagliate sono il principale fattore che contribuisce alle sottoperformance nel tempo. Dalbar ha identificato nove dei pregiudizi comportamentali irrazionali nel mondo degli investimenti.

• Avversione alla perdita: la paura di perdere porta a ritirare il capitale nel momento peggiore possibile. Nota anche come “vendita dettata dal panico”.

• Inquadramento ristretto: prendere decisioni su una parte del portafoglio senza considerare gli effetti sul totale.

• Ancoraggio: il processo di rimanere concentrati sugli eventi precedenti e di non adattarsi a un mercato in continua evoluzione.

• Contabilità mentale: separare mentalmente le performance degli investimenti per giustificare il successo e il fallimento.

• Mancanza di diversificazione: credere che un portafoglio sia diversificato quando si tratta di un insieme di asset altamente correlati.

• Seguire passivamente: seguire ciò che fanno tutti gli altri porta a “comprare a un prezzo alto/vendere a un prezzo basso”.

• Rimorso: non compiere un'azione necessaria a causa del rimpianto per un fallimento precedente.

• Risposta della stampa: la stampa è orientata all'ottimismo per vendere i prodotti degli inserzionisti e attrarre spettatori/lettori.

 Ottimismo: le ipotesi eccessivamente ottimistiche portano a inversioni piuttosto drastiche quando si scontrano con la realtà.

Il bias di recenza ci porta anche a proiettare il passato recente nel futuro. Quando i mercati salgono per mesi, istintivamente diamo per scontato che continueranno a farlo. Più a lungo persiste un trend rialzista, più gli investitori vi si ancorano emotivamente, trattandolo come la nuova normalità. Il bias di conferma aggrava quindi il problema. Gli investitori rialzisti cercano informazioni che convalidino il loro ottimismo e ignorano i dati che lo mettono in discussione. La stampa finanziaria e i social network amplificano questa cassa di risonanza, soffocando le voci contrarie. Infine prende piede l'avversione inversa alla perdita, un'inversione della classica regola comportamentale. Quando i portafogli si gonfiano, gli investitori diventano meno sensibili al rischio perché il dolore di una potenziale perdita sembra astratto rispetto al piacere dei guadagni continui.

Come mostrato nel grafico qui sotto, questa tendenza comportamentale contraddice la regola di investimento “comprare a basso prezzo/vendere a prezzo alto”.

Questi modelli psicologici spiegano perché i crolli del mercato sembrano spesso arrivare “dal nulla”. In realtà i semi di ogni recessione vengono piantati nei periodi positivi, quando la cautela svanisce e la disciplina si erode. La mancanza di volatilità anestetizza gli investitori, smorzando il loro istinto di gestione del rischio. Quando arriva l'inevitabile inversione di tendenza, non sono solo i portafogli impreparati, anche gli atteggiamenti mentali ne soffrono. La velocità con cui l'ottimismo si trasforma in panico riflette quanto profondamente gli investitori avessero interiorizzato la convinzione che i mercati non potessero crollare.

In fin dei conti siamo solo esseri umani. Nonostante le migliori intenzioni, è quasi impossibile per un individuo essere privo di pregiudizi emotivi che inevitabilmente, nel tempo, portano a decisioni di investimento sbagliate. Ecco perché tutti i grandi investitori seguono rigide discipline di investimento per ridurre l'impatto delle emozioni umane.

Infine la storia ne offre infinite prove. La mania delle dot-com, la bolla immobiliare e la frenesia delle “meme stock” hanno condiviso lo stesso DNA comportamentale. La fiducia in sé stessi è diventata arroganza, la diversificazione ha lasciato il posto alla concentrazione dei titoli e il confine tra investimento e speculazione è svanito.

L'illusione di sicurezza è diventato il fattore di rischio più significativo per gli investitori.


Rompere l'illusione del rischio zero 

La sfida per gli investitori di oggi non è solo individuare il rischio, ma percepirlo di nuovo. In un mondo in cui le banche centrali hanno sfumato i confini tra i cicli di mercato, sviluppare un sano rispetto per l'incertezza è un vantaggio. Gli investitori di successo non cercano di eliminare la volatilità; si preparano ad affrontarla. Riconoscono che il rischio non è una variabile da evitare, ma una costante da gestire.

Tutto inizia con una riformulazione della consapevolezza del rischio. La calma dei mercati non dovrebbe essere una fonte di conforto, ma un segnale di allarme che il rischio è sottovalutato. Mantenere la liquidità attraverso strumenti a breve termine non è un atto di paura, ma di prontezza. La liquidità offre opzionalità: la capacità di agire quando si presenta un'opportunità e altri sono costretti a vendere. La diversificazione dovrebbe andare oltre il livello superficiale delle classi di asset; una diversificazione adeguata deriva dal possedere asset che reagiscono in modo diverso alle variazioni di inflazione, liquidità e aspettative sui tassi di interesse.

Ecco cinque passaggi pratici da mettere in pratica oggi prima che si verifichi il prossimo “evento”.

  1. Riconsiderare il rischio come una costante, non come una variabile: il rischio non scompare, ma migra da una parte all'altra del sistema. Se la volatilità è bassa, spesso viene immagazzinato altrove, in attesa di essere rilasciato. Bisogna considerare i periodi di calma come avvertimenti, non come rassicurazioni.

  2. Diversificare in base alla fonte di rendimento, non all'etichetta: non diversificare solo tra classi di asset; diversificare anche in base ai driver di rendimento. Possedere asset che reagiscono in modo diverso a inflazione, liquidità e shock politici. La vera diversificazione è comportamentale, non cosmetica.

  3. Mantenere la liquidità come optional: la liquidità non è spazzatura, è un'opportunità futura. Mantenere la liquidità durante l'euforia dei mercati offre agli investitori la flessibilità di agire quando gli altri vanno nel panico.

  4. Riconoscere che la FED non è onnipotente: la politica monetaria può influenzare la liquidità, ma non può interrompere il ciclo economico. Credere il contrario è il fondamento dell'illusione del rischio zero.

  5. Misurare il successo in base all'orizzonte temporale, non ai titoli: i migliori investitori ragionano in decenni, non in giorni. Il loro obiettivo non è battere il mercato ogni trimestre, è accumulare ricchezza attraverso cicli completi evitando perdite permanenti.

I mercati non puniscono l'avidità; puniscono l'autocompiacimento. La frase più pericolosa negli investimenti è ancora “questa volta è diverso”, e l'illusione di un mercato privo di rischi è solo l'ennesima versione di questa fallacia. Come investitori il nostro compito non è eliminare il rischio; è rispettarlo.

L'ironia dell'illusione del rischio zero è che prospera proprio quando i mercati sono più calmi. Cullati dal comfort, gli investitori smettono di proteggersi, di porsi domande e di prepararsi. Quando la volatilità torna inevitabilmente, la stessa psicologia che ha alimentato il rally ne diventa la rovina.

Altrettanto importante è riconoscere che la Federal Reserve non è onnipotente. La politica monetaria può influenzare i tempi, ma non le leggi dei cicli o delle valutazioni. Credere il contrario porta con sé lo stesso compiacimento che precede ogni correzione.

I mercati oscilleranno sempre tra paura e avidità. L'illusione del rischio zero è l'ultima iterazione di una vecchia storia comportamentale: la convinzione di aver superato il passato. Ma il rischio non scompare mai, si nasconde solo finché l'autocompiacimento non lo riporta alla luce.

Gli investitori migliori conoscono a fondo la psicologia: rimangono umili nei momenti positivi, scettici quando tutti gli altri sono euforici e disciplinati quando la massa dimentica cosa significhi il vero rischio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il crollo dell'industria siderurgica tedesca: la marcia verso il socialismo verde

Freedonia - Lun, 26/01/2026 - 11:05

Mentre le azioni dell'amministrazione Trump sono concrete e colpiscono nel vivo il putridume europeo, quest'ultimo vuole boicottare la coppa del mondo in risposta. L'UE conferma ancora una volta la sua natura ectoplasmatica e l'irrilevanza in cui continua a discendere. Non è solo per questo, comunque, leggiamo cosa scrive a tal proposito Eurointelligence nel pezzo “EU’s Slide Towards Irrelevance”: «[...] L'UE non ha alcuna possibilità di emergere come una potenza geopolitica come gli Stati Uniti o la Cina. L'autonomia strategica era solo uno slogan. È arrivata senza una strategia reale e, soprattutto, senza impegni finanziari. Il modo in cui i Paesi dell'UE stanno attualmente aumentando la spesa militare, principalmente attraverso il debito e senza un approvvigionamento comune, rafforzerà la loro dipendenza dagli Stati Uniti e dai mercati finanziari dominati dagli Stati Uniti stessi. L'UE non ha mai avuto una strategia finale concordata per l'Ucraina – qualcosa che va oltre le illusioni. Ma l'UE ha alcune risorse, purtroppo trascurate e mal usate: ha un'unione doganale, un mercato unico e una moneta unica. Non vincono le guerre, ma sono importanti come strumenti. Se l'UE non fosse rimasta indietro rispetto agli Stati Uniti in termini di crescita della produttività e se non avesse rinunciato alle tecnologie del XXI secolo, sarebbe stata un formidabile soft power. La minaccia di essere banditi dal più grande mercato unico del mondo sarebbe stata una vera e propria morsa. Lo scopo di politiche fiscali frugali non è quello di rendere omaggio a un'etica del lavoro protestante, ma di fornire un margine finanziario per agire durante le emergenze. Se si accetta, come tutti sembrano fare, che la modifica dei trattati sia impossibile, l'unica soluzione possibile è una strategia intelligente di soft power. Ma ciò avrebbe significato un abbassamento delle ambizioni: niente Green Deal, niente legislazione anti-tecnologia, il completamento dell'unione bancaria con l'obiettivo di porre fine al nesso banche-stati. In particolare avrebbe significato una maggiore integrazione. L'equilibrio tra allargamento e radicamento è ben lontano. Per i commentatori che svolazzano sulle nostre reti televisive e sui social media, è più cool parlare di politica estera invece. Ma per l'UE sarebbe meglio se la sua leadership si interessasse al lavoro dei comitati standard. Non dovrebbero invitare Zelensky alle riunioni del Consiglio europeo, ma i tre premi Nobel per l'economia, per una presentazione dell'importanza della tecnologia per la crescita economica. La morte strisciante del mercato unico è la vera crisi esistenziale dell'UE. Non è Trump. Se l'UE volesse acquisire hard power, ciò dovrebbe essere preceduto da riforme politiche: modifiche ai trattati per istituire l'UE come unione federale con poteri di imposizione fiscale ed emissione di debito, fondi per finanziare un esercito e una struttura di comando militare politicamente responsabile. Non si acquisisce hard power con le persone sedute attorno a un tavolo. La tragedia dell'UE è che ha abbandonato il necessario per cercare l'impossibile.»

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-crollo-dellindustria-siderurgica)

Alla vigilia di un vertice d'emergenza con l'industria siderurgica, i socialdemocratici tedeschi (SPD) al governo hanno presentato la loro “roadmap di crisi”. Se sussidi e protezionismo falliranno, il settore verrà nazionalizzato. Così, senza pensarci due volte.

Il settore siderurgico tedesco è diventato la parabola perfetta per descrivere lo stato pietoso in cui versa la base industriale del Paese. Il suo declino negli ultimi otto anni è pressoché senza precedenti nella storia economica moderna. La produzione è crollata di oltre il 30% sin dal 2018, con la sola prima metà dell'anno scorso che ha fatto registrare un brutale calo del 12% su base annua: un crollo che sta accelerando a grande velocità.

In numeri assoluti: la produzione di acciaio grezzo è scesa dal picco del 2018 di 42,4 milioni di tonnellate a soli 29 milioni di tonnellate l'anno scorso. È semplice: produrre in Germania non conviene più. Quindi i capitali si stanno spostando verso destinazioni più redditizie. La Cina – e ora sempre più gli Stati Uniti – sono il luogo in cui si fanno più affari.


Posizione non redditizia

L'esodo di capitali da produttori un tempo potenti come ThyssenKrupp e Salzgitter AG ha lasciato profonde cicatrici sociali: circa 30.000 dei 120.000 posti di lavoro nel settore siderurgico sono già scomparsi.

E la fuga di capitali non si limita all'acciaio, ma riguarda l'intero panorama industriale. Non sorprende, quindi, che la produzione di “acciaio verde”, particolarmente costosa e tecnicamente impegnativa – lo standard morale a zero emissioni di CO₂ – stia crollando con la stessa rapidità della produzione di acciaio convenzionale.

Dal punto di vista politico tutto questo potrebbe suscitare qualche “preoccupazione”, ma intellettualmente nessuno si muove. Ciò che i burocrati etichettano come “fallimento del mercato” viene risolto con l'ennesima tornata di sussidi. Sia Bruxelles che Berlino hanno già mobilitato nuovi miliardi sul mercato obbligazionario per inondare i canali inariditi di questa “economia pianificata verde”.

È notevole come la politica tedesca risolva la dissonanza cognitiva investendo sempre più denaro pubblico. Questo non ha nulla a che fare con la vera definizione delle linee di politica o con la definizione di un quadro normativo sostenibile per le imprese. È l'esecuzione rituale di un culto ambientalista.


Modalità “solo chiacchiere”

Questa evidente discrepanza con la realtà economica viene mascherata da un flusso continuo di “vertici”. I politici sembrano bloccati in una modalità di conversazione permanente, incontri che non cambiano nulla se non per apparire impegnati.

Ora si suppone che al recente vertice dell’industria automobilistica segua un “vertice sull’acciaio”.

In queste tavole rotonde l'industria chiede elettricità sovvenzionata, i sindacati chiedono garanzie occupazionali e programmi di cassa integrazione, e i politici promettono di ridurre la burocrazia: una frase vuota che è diventata grottesca alla luce del diluvio normativo da loro stessi creato.

Questi “incontri per chiacchierare” hanno un unico scopo: difendere lo status quo. Simulano riforme, proiettando “azione” e “consapevolezza” a un pubblico sempre più disinteressato.

Ma il crollo della base industriale tedesca non richiede altri vertici fasulli, richiede una nuova comprensione del ruolo dello stato nella società: solo uno stato minimo, che stabilisca regole chiare per un libero mercato e poi scompaia dalla vista, può consentire una vera soluzione dei problemi.


La SPD ha capito di non aver capito

La data del vertice sull'acciaio non è ancora stata fissata, ma visti i dati catastrofici, sarà presto all'ordine del giorno. Nella Renania Settentrionale-Vestfalia, un tempo cuore del carbone e dell'acciaio e roccaforte della SPD, il partito ha già lanciato un'operazione di pubbliche relazioni di facciata.

Con lo slogan, “Abbiamo capito”, i funzionari locali della SPD fingono di riallacciare i rapporti con le persone che hanno perso molto tempo fa.

Ora affermano di “concentrarsi sui veri problemi” e di “lottare per ogni incarico”. È la classica retorica socio-romantica, presa direttamente dal copione del partito del dopoguerra. Si potrebbe pensare che abbiano riesumato un vecchio discorso di Johannes Rau.


Il socialismo a piccoli passi

Ma la vera direzione è stata rivelata in un nuovo documento della SPD.

Il linguaggio è chiaro: in “casi eccezionali” lo stato dovrebbe acquisire partecipazioni azionarie nelle aziende siderurgiche in difficoltà. E poiché le crisi tendono a moltiplicarsi in questo contesto, le “eccezioni” diventeranno presto la norma.

Prima della nazionalizzazione vera e propria, ovviamente, la SPD vuole mettere in campo tutti gli strumenti possibili: sussidi, dazi e protezionismo... il solito, insomma. E se un intervento fallisce, la risposta è sempre la stessa: raddoppiare la posta in gioco.

Se non si smantella questo incubo eco-socialista, non ci sarà alcuna svolta per l'industria tedesca. E, come sempre, l'opposizione di centro-destra si adeguerà, offrendo critiche simboliche pur condividendo l'agenda della trasformazione verde. La rotta tracciata a Bruxelles sarà difesa a qualsiasi costo, contro ogni logica economica.

Stiamo assistendo alla costruzione graduale di un nuovo tipo di socialismo: questa volta è verde.


Le cause sono ovvie

Le cause del crollo industriale della Germania non sono certo un mistero: una crisi energetica autoinflitta, un'ossessione per la CO₂ che si è diffusa in ogni livello della politica dell'UE e il lento soffocamento della competitività.

Ancora più preoccupante è la profonda penetrazione di questa fede eco-socialista nella classe politica. Il dogma climatico è così profondamente radicato nella mentalità della popolazione che un rapido ritorno al pragmatismo economico in stile statunitense è quasi impensabile.

Nessuna pressione dalla base elettorale, nessun ripensamento ideologico.

Il completo smantellamento del complesso climatico, lo smantellamento deliberato di questa vasta economia clientelare, la fine delle tasse sulla CO₂, la bonifica della giungla normativa, spetterà a una generazione futura costretta a ripulire tutto questo pasticcio.

Non è una prospettiva piacevole, ma se l'obiettivo è una società prospera e libera, il ritorno ai principi di mercato e a uno stato minimo come garante della sicurezza – senza fardelli ideologici – è l'unico modo per liberare le forze necessarie al rinnovamento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Does Congress Even Exist Anymore? Whose Fault Is This?

Lew Rockwell Institute - Ven, 23/01/2026 - 18:32

We all grew up learning about the U.S. government’s supposed uniqueness; its built-in “checks and balances.” After all, the results of concentrated power without restraint are littered throughout all of human history. America was different…for awhile, at least. Congress was, in theory, the branch of government “closest to the people,” representing each state’s interests. Today? Congress comes around when it’s time to vote, and then you don’t see them again. They represent billionaires and crony corporations. They’re off in other countries, propagandizing the overthrow of foreign governments. They often don’t even bother reading the bills they vote on here at home. And worst of all, they allow the Executive Branch to get away with almost everything. No checks. No balances. What has happened to the republic?

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La crisi dei droni in Venezuela

Freedonia - Ven, 23/01/2026 - 11:00

Il pezzo di oggi l'ho tradotto nonostante abbia la volontà di spiegare completamente l'operazione dell'amministrazione Trump in Venezuela, però non la spiega affatto. È pacifico che Russia e Cina avessero un piede nel Paese per i propri traffici sotterranei e per esercitare pressione sugli USA in caso di necessità. Ma questa visione delle cose è riduttiva, perché tralascia una componente fondamentale e critica nel contesto geopolitico attuale: la City di Londra. È a dir poco curioso che nelle analisi geopolitiche, economiche e politiche questo player viene sempre estromesso. Infatti se sostituite la parola “Russia” con “Londra” in questo pezzo, secondo me diventa molto più chiaro. Infatti potremmo addirittura pensare, in base alle parti del mosaico che possiamo raccogliere in giro, che Cina e Russia possano essere state compensate affinché dessero il loro benestare agli Stati Uniti per l'esfiltrazione di Maduro. Non perché abbiano buon cuore, ma in prospettiva del modello ARC che continua a evolversi. Senza contare le connessioni con la CIA che da tempo immemore hanno sfruttato i proventi dei traffici illeciti in Venezuela per colmare il suo bilancio non sottoposto a revisione del Congresso. Senza contare il Piano Podesta di cui ho parlato nel pezzo della scorsa settimana in virtù di un blocco marittimo dei porti americani e quindi un loro isolamento militare e commerciale: il superpotere difensivo degli USA, gli oceani, verrebbe usato contro di essi. Tutti questi elementi non possono essere tralasciati quando si vuole inquadrare correttamente l'operazione Maduro.

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di Michael McNair

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dei-droni-in-venezuela)

L'amministrazione Trump presenta l'intensificarsi delle operazioni in Venezuela come una campagna antidroga estesa. Questo, però, non spiega del tutto la faccenda.

Non voliamo con gli F-35 a Porto Rico per i trafficanti di cocaina, non inviamo un gruppo d'attacco con portaerei nei Caraibi per un'interdizione di routine, non spostiamo un gruppo anfibio con un'unità dei Marines per i trafficanti di droga. Le operazioni antidroga tradizionali si basano su motovedette della Guardia Costiera e aerei da pattugliamento che individuano, tracciano e indirizzano le forze dell'ordine su piccole imbarcazioni.

Il pacchetto di forze indica cosa preoccupa i pianificatori. Un ARG/MEU è ciò che si schiera quando si vogliono Marines disponibili per rapide operazioni a terra; i caccia di quinta generazione sono ciò che si schiera quando si prevede uno spazio aereo conteso, o si hanno bisogno di opzioni di attacco di precisione contro obiettivi saldamente difesi. Un blocco dichiarato è un atto di coercizione contro uno stato, non uno strumento per catturare i trafficanti. Niente di tutto questo ha senso come campagna antidroga, tutto ha senso come preparazione per un'emergenza più ampia.

Se la lotta alla droga è una copertura, la domanda successiva è perché l'amministrazione Trump ne abbia bisogno. La risposta più probabile è che la vera preoccupazione è più difficile da discutere pubblicamente. Una grave vulnerabilità vicina a casa, che richiede questo tipo di atteggiamento per essere affrontata, non è qualcosa che si pubblicizza. Dirlo apertamente fa sembrare permeabile la difesa nazionale, invita una reazione pubblica che potrebbe restringere le opzioni e forzare l'escalation secondo un calendario politico piuttosto che strategico. Inoltre direbbe agli avversari esattamente cosa vi preoccupa e quanta influenza hanno.

La storia della droga evita tutto questo. Sostiene un importante atteggiamento militare nell'emisfero occidentale senza spiegare il vero motivo; fa guadagnare tempo per pressioni coercitive, canali discreti e accordi prima che qualcuno si blocchi su un'unica linea d'azione; mantiene il dibattito pubblico concentrato su un problema che gli americani già comprendono piuttosto che su uno che richiederebbe una spiegazione più lunga e potrebbe provocare panico o addirittura una guerra.

Ma la copertura vi dice solo che c'è qualcosa da nascondere, l'atteggiamento vi dice di cosa si tratta. In una campagna antidroga la misura del successo sono i sequestri. Il pacchetto di forze in Venezuela non è ottimizzato per questo, è ottimizzato per la coercizione e, se necessario, per l'azione contro obiettivi a terra. L'obiettivo è estorcere concessioni al regime di Maduro o, in caso di fallimento, essere pronti a smantellare qualsiasi capacità che gli Stati Uniti ritengano intollerabile.

La posizione è coerente con una minaccia vicina sufficientemente seria da giustificare il ritiro di risorse di alto livello da altri teatri. Questa prospettiva si adatta alle mosse visibili molto meglio delle navi da carico con dentro la cocaina. Si adatta anche al cambiamento di politica. La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 (NSS) della Casa Bianca pone l'enfasi sull'emisfero occidentale e richiede una maggiore presenza della Guardia Costiera e della Marina per controllare le rotte marittime e le principali rotte di transito. La patria ne esce fuori esposta in un modo che non era mai stato prima d'ora.


La contromossa

Il fattore più plausibile è la Russia.

Mosca ha bisogno di una leva contro gli Stati Uniti che non passi attraverso un'escalation nucleare e non richieda la sconfitta delle forze americane in uno scontro diretto. L'Ucraina è il centro di gravità, ma la pressione può essere esercitata altrove. Questo è un vecchio schema. Quando Washington si avvicina ai confini russi, Mosca cerca il modo di creare problemi vicino a quelli americani.

I Caraibi offrono questa contromossa e costringono gli Stati Uniti a investire attenzione e risorse vicino a casa. Creano anche una leva contrattuale in qualsiasi negoziazione sull'Ucraina. Mosca ottiene un modo per segnalare, implicitamente, che l'escalation in Europa incontrerà pressioni nelle Americhe.

La leva funziona solo se è credibile. Una minaccia alle rotte di navigazione e ai cavi sottomarini statunitensi vicino alla costa del Golfo sarebbe considerata tale. Una capacità che potrebbe interrompere il traffico commerciale, o persino creare sufficiente incertezza da far impennare i tassi assicurativi e deviare le navi, darebbe a Mosca qualcosa che attualmente le manca: un modo per imporre costi reali agli Stati Uniti senza uno scontro militare diretto. La domanda è se tale capacità esista e se il Venezuela possa ospitarla. La risposta a entrambe le domande è sì.

Il Venezuela si adatta a questo ruolo meglio di qualsiasi altro Paese della regione. Non è solo l'ennesimo governo anti-americano, è uno stato con porti, coste e istituzioni deboli in grado di assorbire consulenti, attrezzature e logistica clandestina stranieri senza una chiara attribuzione. Il regime di Maduro ha legami profondi con Mosca, risalenti alle reti della Guerra fredda in America Latina. È sopravvissuto per anni alla pressione delle sanzioni e ha costruito canali per spostare denaro e materiali al di fuori del sistema finanziario occidentale.

La posizione del Venezuela è ciò che lo rende utile. Si trova accanto ai punti di strozzatura che convogliano il traffico verso il mercato statunitense. Il Canale di Panama è evidente, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile, poiché tutto il traffico lì si muove solo attraverso due strette corsie. La vicinanza a questi canali, i cavi sottomarini e i sistemi di accesso tramite cavi sottomarini è ciò che trasforma una contromossa teorica in una contromossa operativa.

Le reti dei cartelli si occupano dell'aspetto pratico: spostano persone, denaro e merci attraverso i confini e i porti. Dispongono di violenza disciplinata, intelligence locale e accesso marittimo attraverso flotte che si integrano nel traffico di routine. Durante la Guerra fredda le operazioni segrete sovietiche in America Latina spesso passavano attraverso gruppi di insorti e reti criminali, a volte sovrapponendosi ai cartelli emersi negli anni '80. La versione moderna può passare attraverso i cartelli per le stesse ragioni: denaro, accesso e logistica negabile. Queste capacità possono destabilizzare e possono anche supportare azioni più deliberate.

Ciò non richiede sottomarini russi che stazionano al largo delle coste statunitensi, o una presenza militare visibile nell'emisfero. Il modello più plausibile è una capacità gestita localmente, abilitata da tecnologia, consulenti e finanziamenti stranieri che il Venezuela può gestire sotto la propria bandiera. Questo modello si adatta agli incentivi di Mosca: preserva la negabilità e spiega perché l'amministrazione Trump mantenga la notizia pubblica incentrata sulla droga, mentre elabora silenziosamente opzioni per qualcosa di più ampio.

Il Venezuela ha due scopi in questo contesto.

Il primo è la leva negoziale. Un problema caraibico offre a Mosca un modo per esercitare pressione senza un conflitto aperto. L'escalation in Ucraina può essere contrastata esercitando pressione più vicino alle coste statunitensi. Tale pressione non richiede una presenza navale russa visibile, può insinuarsi nell'ambiente permissivo del Venezuela e nelle reti criminali che già si muovono attraverso i confini e le rotte marittime. Questo aiuta anche a spiegare l'involucro antidroga. Se il Venezuela fa parte di un gioco di contrattazione con la Russia sull'Ucraina, che si tratti dei termini di un accordo di pace o del posizionamento di sistemi d'arma statunitensi come i missili Tomahawk, pubblicizzare tale fatto aumenta il prezzo della leva e riduce lo spazio per compromessi discreti.

Il secondo è un'opzione latente in tempo di guerra. Una capacità schierata in Venezuela non deve essere utilizzata in tempo di pace per avere importanza. Può rimanere latente e diventare decisiva se gli Stati Uniti entrano in una guerra aperta contro la Russia, o contro una coalizione che include Cina o Iran. Interruzioni in prossimità degli approcci statunitensi paralizzerebbero l'economia e costringerebbero l'esercito a dirottare risorse scarse per difendere il commercio e le infrastrutture costiere esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.

Ecco perché la questione deve essere affrontata ora. Una minaccia con base in Venezuela diventa più difficile da rimuovere nel momento in cui diventa più preziosa per un avversario. Aspettare che inizi un conflitto più ampio significa lottare per smantellare suddetta capacità nelle peggiori condizioni possibili, il che potrebbe richiedere un cambio di regime e una lunga campagna contro la resistenza (es. guerriglia) sostenuta dai cartelli, mentre si combatte contemporaneamente altrove. Un'amministrazione seria non può pianificare di risolvere questo problema dopo l'inizio degli scontri: deve essere risolto finché i costi sono ancora gestibili.


Anche Friedman la vede così

George Friedman, fondatore di Stratfor e Geopolitical Futures, è giunto a una conclusione simile.

Friedman ha inserito le azioni statunitensi in Venezuela nel contesto della Dottrina Monroe e della competizione della Guerra fredda nei Caraibi. Le attuali tensioni con la Russia, ha sostenuto, hanno spinto Mosca a rinnovare il suo interesse per l'emisfero occidentale come contrasto alle azioni statunitensi in Ucraina. Quando Washington esercita pressioni vicino ai confini russi, Mosca cerca una leva vicino a quelli americani.

Friedman ha anche sottolineato il legame con i cartelli, vedendo prendere forma una versione moderna delle operazioni per procura della Guerra fredda: la Russia che opera attraverso il regime di Maduro e l'infrastruttura dei cartelli per creare una leva contro Washington.

Ciò che Friedman identifica chiaramente è l'obiettivo: almeno la metà di tutte le importazioni ed esportazioni statunitensi transita attraverso i porti della costa del Golfo. Il Texas e la Louisiana rivestono un'importanza economica fondamentale e, se l'accesso fosse interrotto, i porti dell'Atlantico e del Pacifico farebbero fatica a compensare la carenza. Il Golfo è anche la porta d'accesso al sistema fluviale del Mississippi, la principale arteria interna del Paese per le merci e gli input industriali. Tutto il traffico del Golfo confluisce attraverso due sole uscite: lo Stretto della Florida e il Canale dello Yucatán. Lo Stretto si estende per soli 145 chilometri nel suo punto più stretto.

Il tema che Friedman non affronta è come un avversario potrebbe effettivamente minacciare quei corridoi senza far stazionare sottomarini, o stabilire una presenza militare visibile nell'emisfero. I veicoli sottomarini autonomi rispondono a questa domanda.


Veicoli sottomarini senza pilota e autonomi (UUV e AUV)

Ogni tanto emerge una nuova tecnologia che rompe l'equilibrio esistente. Le mitragliatrici hanno fatto crollare la logica della fanteria di massa; gli U-Boot hanno infranto l'assunto che le flotte di superficie controllassero i mari. I veicoli sottomarini autonomi appartengono a questa categoria.

L'intero sistema commerciale globalizzato si basa sul presupposto fondamentale che le merci possano circolare liberamente attraverso gli oceani del mondo. Per decenni il predominio navale degli Stati Uniti ha garantito le rotte di navigazione da cui dipendono catene di approvvigionamento sempre più tese. Abbiamo delocalizzato parti critiche della nostra base industriale e distribuito fattori di produzione chiave in tutto il mondo, dando per scontato che sarebbero sempre rimasti accessibili.

I veicoli sottomarini autonomi minacciano di infrangere questa convinzione. Sono economici, quasi impossibili da rilevare e una manciata di essi può bloccare intere rotte di navigazione. Possono recidere i cavi sottomarini, isolando i Paesi sia digitalmente che fisicamente. E non c'è quasi nulla che possiamo fare attualmente per neutralizzare la minaccia su larga scala. Il volume delle spedizioni globali oggi è di ordini di grandezza maggiore rispetto a un secolo fa. Durante la Prima guerra mondiale, la soluzione agli U-Boot erano le scorte navali e i convogli; oggi questa non è una strategia praticabile. Gli Stati Uniti non hanno la capacità di flotta per proteggere il traffico generato dalla globalizzazione.

Questa non è solo una minaccia per il commercio: mina direttamente la capacità di proiettare potere e sostenere operazioni militari. Una persistente minaccia di veicoli sottomarini autonomi in prossimità degli approcci statunitensi metterebbe a dura prova l'economia e costringerebbe le forze armate a difendere la patria esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.

Il 15 dicembre 2025 l'Ucraina ha aperto un nuovo capitolo nella guerra navale utilizzando un drone sottomarino per colpire un sottomarino russo nel porto difeso di Novorossijsk. Era la prima volta che un veicolo sottomarino autonomo veniva utilizzato in un attacco. L'obiettivo era un sottomarino di classe Kilo, del valore di circa $500 milioni, che era stato utilizzato per lanciare missili da crociera contro le città ucraine. L'attacco ha avuto successo in un porto ristretto dotato di pattugliamenti, barriere, sensori e accessi controllati. Se ciò può accadere in uno spazio appositamente costruito per la difesa, liberare un corridoio marittimo aperto che si estende per centinaia di chilometri è impossibile.

Due giorni dopo la Russia ha rivelato quanto sia indifesa contro questa minaccia. Il 17 dicembre 2025 la Marina russa ha affondato diverse chiatte all'ingresso del molo del porto di Novorossijsk per impedire l'ingresso di ulteriori droni ucraini. La Russia ha di fatto imprigionato la propria Flotta del Mar Nero perché non ha altro modo per difendersi dai droni autonomi a basso costo.

Le immagini satellitari del 17 dicembre 2025 mostrano chiatte affondate all'ingresso del porto navale russo di Novorossijsk per bloccare i droni sottomarini ucraini. Le difese tradizionali come le reti possono essere tagliate. Barricare il porto era l'unica opzione.

Per gran parte del periodo successivo alla Guerra fredda, una minaccia credibile di interdizione marittima in prossimità degli approcci statunitensi richiedeva un potere visibile. Significava sottomarini, mine navali, forze per le operazioni speciali e un treno logistico difficile da nascondere. Aveva anche una firma inequivocabile: l'arrivo di imbarcazioni russe nei Caraibi avrebbe significato un'attribuzione immediata e una rapida escalation.

I veicoli sottomarini autonomi cambiano questo calcolo. Lo stesso effetto strategico, che minaccia il trasporto commerciale e le operazioni navali in corridoi chiave, può ora essere ottenuto senza sottomarini russi in servizio. Un Paese ospitante, o un cartello, può lanciare e gestire i sistemi sotto la propria bandiera. Gli sponsor stranieri forniscono progetti, software, addestramento e carichi utili rimanendo sempre a un livello di distanza. Il risultato è una capacità in una zona grigia, più difficile da attribuire e da superare rispetto a qualsiasi altra cosa presente nel vecchio manuale. 

Ciò che rende i veicoli sottomarini autonomi difficili da contrastare è che le difese usuali non sono applicabili.

L'acqua salata annienta il modello standard di difesa dei droni. I segnali a radiofrequenza muoiono entro pochi centimetri nell'acqua di mare, quindi non c'è alcun collegamento con le interferenze. Il controllo è completamente autonomo, o trasmesso tramite un cavo in fibra ottica sottilissimo che può raggiungere una boa di superficie silenziosa a una distanza di cinquanta chilometri. Tagliare il cavo non pone fine alla minaccia, il veicolo può tornare in modalità autonoma e continuare a cacciare.

Il rilevamento è peggiore. Un piccolo drone aereo è visibile ai radar a lungo raggio. Un radar in banda Ka può identificare un drone delle dimensioni di un pallone da calcio da decine di chilometri. Un veicolo sottomarino autonomo da 100 chilogrammi alimentato a batteria che si muove lentamente tra i rifiuti costieri è praticamente impercettibile. Il sonar passivo ha difficoltà in acque basse e rumorose; il sonar attivo può rilevare di più, ma funziona solo a distanza ravvicinata. Bisogna essere quasi sopra il bersaglio per rilevarlo. Questo rende il sonar attivo lento e impossibile da scalare su centinaia di chilometri di rotte marittime.

La navigazione non è più il limite di una volta. I veicoli sottomarini non possono utilizzare il GPS, poiché i segnali non penetrano l'acqua di mare, ma la navigazione inerziale abbinata ai registri di velocità doppler ora consente a un veicolo di stazionare in un'area di ricerca con una deriva gestibile, il tutto senza emergere dalla superficie. Un veicolo sottomarino autonomo può rimanere in una zona di sicurezza designata per settimane, operando con regole di puntamento precaricate, richiedendo solo comunicazioni minime, mentre i segnali acustici criptati possono isolare gli scafi alleati.

Il novanta percento del commercio globale e la maggior parte dei cavi di comunicazione transoceanici passano attraverso un numero limitato di punti di strozzatura. Il Canale di Panama è un evidente collo di bottiglia, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile perché tutto il traffico del Golfo è incanalato attraverso due sole strette corsie. Una dozzina di questi “campi minati autonomi mobili” posizionati nello Stretto della Florida e nel Canale dello Yucatán potrebbero bloccare l'accesso al Golfo.

La curva dei costi è fortemente a sfavore della difesa. Un kit per sub-droni funzionante costa una frazione di quanto costa una petroliera, o una grande nave militare; un sistema di cavi a doppio percorso costa nell'ordine di centinaia di milioni di dollari. L'aspetto economico è nettamente a favore dell'attaccante perché gli obiettivi sono costosi e l'area difesa è vasta. Ogni miglio di acqua aggiuntivo aumenta il costo della difesa, mentre i costi per l'attaccante rimangono fissi. L'attaccante sceglie il momento e il luogo; il difensore deve dimostrare che l'acqua è pulita su ogni miglio di ogni corsia di transito.

L'effetto prolungato è ancora più significativo dei singoli attacchi. Secondo una relazione di Bloomberg del 18 dicembre 2025, le petroliere russe che attraversano il Mar Nero hanno iniziato a costeggiare le coste della Georgia e della Turchia anziché prendere la rotta diretta in mare aperto. Una deviazione che aggiunge 350 miglia, ovvero il 70%, al viaggio da Novorossijsk al Bosforo. Lo stanno facendo per ridurre l'esposizione ai droni marittimi ucraini. La minaccia da sola è stata sufficiente a modificare il comportamento, aumentare i costi e interrompere le normali operazioni. Questo è il modello del potere di leva. Non è necessario distruggere ogni nave, è necessario creare sufficiente incertezza da impedire che rotte, assicurazioni e programmazione funzionino normalmente. Il Mar Nero sta diventando un esempio concreto di ciò che una persistente minaccia di droni può causare al trasporto marittimo commerciale.

Anche la tempistica è degna di nota. L'Ucraina ha utilizzato droni aerei contro le forze russe fin dall'inizio della guerra, ma i droni marittimi sono uno sviluppo recente. Si tratta di sistemi molto più sofisticati. I droni aerei si basano su collegamenti a radiofrequenza che possono essere disturbati, o falsificati; i droni marittimi devono navigare autonomamente sott'acqua, senza GPS, o comunicazioni in tempo reale. Ciò richiede una navigazione inerziale avanzata, software di puntamento autonomo e un'ingegneria che l'Ucraina, combattendo una guerra terrestre estenuante con una capacità industriale limitata, farebbe fatica a sviluppare da zero. Gli Stati Uniti non hanno riconosciuto il trasferimento della tecnologia dei droni marittimi all'Ucraina, ma la capacità è apparsa proprio quando Washington ha iniziato a inviare forze verso il Venezuela. Se la tesi di questo articolo è corretta, ovvero che la Russia abbia abilitato una capacità di veicoli sottomarini autonomi in Venezuela, allora una risposta americana simmetrica avrebbe senso: dotare l'Ucraina degli strumenti per minacciare le navi russe nel Mar Nero, proprio come la Russia dota il Venezuela degli strumenti per minacciare le navi americane nei Caraibi. I due teatri diventano speculari l'uno dell'altro: gestiti per procura e progettati per creare una leva senza uno scontro diretto tra grandi potenze.

Se la risposta degli Stati Uniti al Venezuela fosse quella di dotare l'Ucraina di droni marittimi, ciò potrebbe paralizzare l'economia russa. L'escalation da lì è imprevedibile. Entrambe le parti potrebbero ora schierare un'arma da cui nessuna delle due può difendersi, in teatri in cui il commercio dell'altra è esposto. Una volta che il genio dei veicoli sottomarini autonomi è uscito dalla lampada, non può più essere rimesso dentro.


Perché il Venezuela è importante per i droni sottomarini 

Il principale limite dei veicoli sottomarini senza pilota è la durata della batteria. Un veicolo sottomarino autonomo può eseguire una missione unidirezionale su lunghe distanze, ma le missioni unidirezionali non creano una minaccia di negazione marittima prolungata. La leva deriva dalla persistenza: la capacità di mantenere le piattaforme in rotazione attraverso corridoi chiave settimana dopo settimana. Ciò richiede lancio, recupero, sostituzione delle batterie, manutenzione e ricarica del carico utile; richiede una base operativa avanzata vicina al bersaglio.

Il Venezuela fornisce questa base. La sua costa è sufficientemente vicina al Canale di Panama, alle rotte di navigazione del Golfo e agli accessi via cavo da consentire ai veicoli sottomarini autonomi di operare senza lunghi transiti che ne scarichino le batterie. Ma la manutenzione non deve necessariamente avvenire a terra. Pescherecci e narcotrafficanti possono prendere il largo, sostituire le batterie e recuperare le piattaforme senza mai riportarle in porto. Una grande nave madre è tecnicamente fattibile, ma poco pratica. Una nave cargo convertita è tracciabile, di alto valore e prevedibile. Se sospettata di fungere da piattaforma di lancio, attira la sorveglianza e in caso di crisi diventa un bersaglio legittimo. Il modello distribuito è molto più difficile da contrastare. Lanci e recuperi distribuiti su decine di piccole imbarcazioni che si fondono nel normale traffico costiero sono quasi impossibili da tracciare, figuriamoci da fermare.

Anche il Venezuela può gestire questi sistemi sotto la propria autorità. Gli sponsor stranieri forniscono la tecnologia, l'addestramento e i carichi utili, ma Caracas detiene la proprietà delle operazioni. Mosca farebbe nei Caraibi quello che Washington ha fatto in Ucraina: armare un proxy e mantenere una distanza appena sufficiente a complicare l'escalation.

L'interdizione in mare non può risolvere questo problema. Una marina può pattugliare, può scortare convogli e ispezionare il traffico. Ciò che non può fare è impedire a una costa di generare piattaforme. Finché le infrastrutture terrestri rimangono intatte, ovvero i porti, i nodi di manutenzione, il personale, le catene di approvvigionamento, la minaccia continuerebbe a incombere. L'unico modo per porre fine a una persistente campagna di veicoli sottomarini autonomi è negare l'ecosistema abilitante sulla terraferma. È per questo che gli Stati Uniti hanno assunto la loro attuale postura nei confronti del Venezuela.


Il Venezuela come base operativa avanzata

La questione non è se il Venezuela ospiterà capacità militari straniere... lo fa già.

Il caso più documentato è l'Iran. Il Venezuela è andato oltre l'importazione di droni iraniani, producendoli internamente. La fabbrica di armi CAVIM, situata vicino alla base aerea di El Libertador, produce il Mohajer-2 (conosciuto localmente come Arpia, o ANSU-100), e ingegneri venezuelani addestrati in Iran stanno sviluppando un progetto di ala rotante simile allo Shahed-171 dell'IRGC. Documenti statunitensi trapelati confermano che i funzionari venezuelani hanno coordinato le spedizioni di equipaggiamento militare dall'Iran e richiesto droni con una gittata di 1.000 chilometri, sufficiente a raggiungere le basi regionali statunitensi a Porto Rico e nei Caraibi orientali.

La cooperazione si estende oltre le cellule. Il Venezuela ha richiesto a Teheran disturbatori GPS e apparecchiature di rilevamento passivo. Il personale tecnico iraniano è presente sul territorio, contribuendo a ottimizzare la capacità del Venezuela di guerra elettronica e tattiche irregolari. Stabilendo la co-produzione sul suolo venezuelano, l'Iran ha creato un nodo avanzato sostenibile per la tecnologia militare asimmetrica nell'emisfero occidentale, che non dipende da spedizioni transatlantiche rischiose che potrebbero essere intercettate.

L'Iran ha anche dimostrato la capacità logistica necessaria per spostare le proprie capacità navali nell'Atlantico. Negli ultimi anni Teheran ha schierato la sua nave più grande, la Makran, insieme alla fregata missilistica Sahand, nell'Atlantico meridionale. Una nave base è ideale per il trasporto e lo schieramento di piattaforme specializzate più piccole, inclusi i veicoli sottomarini autonomi. Lo schieramento è un segnale sia di intenti che di fattibilità.

Il coinvolgimento pubblico della Russia opera a un livello superiore. Mosca e Caracas hanno ratificato un trattato di cooperazione strategica che copre difesa, energia e finanza. Il Vice Ministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che la Russia potrebbe aprire nuove strutture militari in Venezuela. Nel 2024 lo schieramento nei Caraibi del Kazan, un sottomarino missilistico a propulsione nucleare avanzato, ha dimostrato che il Venezuela è un valido teatro operativo per i sistemi d'arma strategici russi. Il Kazan trasporta missili guidati con una gittata di 1.000 miglia nautiche, rendendo le coste statunitensi raggiungibili da un lancio segreto di un sottomarino dalla regione.

La Cina fornisce il supporto finanziario e logistico che rende tutto questo sostenibile. Dal 2006 Pechino ha esportato in Venezuela circa $630 milioni in equipaggiamento militare, inclusi aerei, veicoli e radar per la difesa aerea. Gran parte di questo importo è stato finanziato attraverso il Fondo Congiunto Cina-Venezuela. Quando la pressione statunitense si è intensificata, Maduro ha scritto direttamente a Xi Jinping chiedendo un'accelerazione nella produzione di sistemi di rilevamento radar. La Cina ha risposto con espliciti avvertimenti contro un intervento militare statunitense, segnalando che la sua partnership con il Venezuela non è una convenienza temporanea, ma un impegno strategico.

L'architettura finanziaria che lega tutto questo si snoda attraverso reti di evasione delle sanzioni, società di facciata legate a Hezbollah e istituzioni statali venezuelane. Si stima che circa $3,13 miliardi siano stati dirottati dal Fondo Congiunto Cina-Venezuela per sostenere queste partnership. Le stesse reti che muovono denaro muovono anche narcotici. Il Cartel de los Soles e il Tren de Aragua collaborano con i rappresentanti di Hezbollah per generare entrate ed esercitare potere di leva.

Niente di tutto ciò dimostra che i veicoli sottomarini autonomi siano attualmente in Venezuela, ma spiega perché l'assenza di conferme pubbliche non ne sia la prova. I programmi di veicoli sottomarini autonomi sono più recenti e molto più sensibili della produzione di droni o dei trasferimenti di armi convenzionali. I governi non pubblicizzano capacità progettate per operazioni di negazione: se il Venezuela e i suoi partner stessero sviluppando una capacità di negazione marittima, si tratterebbe esattamente del tipo di programma tenuto fuori da documenti trapelati e cablogrammi diplomatici.

Anche la logica della partnership punta verso i veicoli sottomarini autonomi. Russia, Iran e Cina hanno già trasferito droni, missili antinave, sistemi di guerra elettronica e piattaforme navali strategiche al Venezuela. Hanno finanziato il regime, addestrato il suo personale e costruito impianti di coproduzione sul suolo venezuelano. Perché dovrebbero fermarsi prima dell'unica capacità che genera un vero potere di leva? Droni e missili complicano la vita degli Stati Uniti. Una minaccia di negazione marittima cambia completamente il calcolo strategico. Se Mosca cerca una risposta alla pressione statunitense in Ucraina, qualcosa che costringa Washington a difendere la patria piuttosto che proiettare potere all'estero, i veicoli sottomarini autonomi in mano al Venezuela sono la mossa più ovvia. Sono economici e devastanti. I partner hanno già dimostrato la volontà di trasferire sistemi meno influenti; un sistema più influente seguirebbe la stessa logica, non la contraddirebbe.

La domanda più significativa è perché la posizione degli Stati Uniti sia cambiata così radicalmente. Washington è a conoscenza da anni della cooperazione iraniana sui droni, degli schieramenti navali russi e delle vendite di armi cinesi. Nessuna di queste minacce ha innescato un gruppo d'attacco di portaerei, caccia di quinta generazione, o un blocco navale. Le altre amministrazioni hanno risposto a queste minacce con sanzioni, pressioni diplomatiche e la presenza militare di routine, non col più grande rafforzamento navale nei Caraibi sin dal 1962.

Qualcosa ha oltrepassato una linea rossa. Le minacce precedenti erano preoccupanti ma gestibili. I droni con una gittata di 1.000 chilometri possono complicare le operazioni regionali; i missili antinave sui Su-30 creano rischi per le navi militari che operano in prossimità delle acque venezuelane. Ma nessuna di queste capacità minaccia di paralizzare l'economia statunitense, o la logistica militare. Una minaccia concreta di negazione marittima sì, invece. I droni a guida autonoma, operanti nello Stretto della Florida e vicino al Canale di Panama, metterebbero a rischio le arterie commerciali che trasportano metà del commercio americano e le rotte marittime che sostengono la proiezione di potere militare. Questo è il tipo di minaccia che fa cambiare atteggiamento da un giorno all'altro.

Il Venezuela ha stabilito un modello di accettazione della produzione di droni, del supporto alla guerra elettronica e degli schieramenti navali strategici forniti da operatori stranieri. Il regime ha costruito le infrastrutture (es. porti, accesso costiero, logistica dei cartelli, canali per eludere le sanzioni) che supporterebbero un programma di veicoli sottomarini autonomi. Se Russia, Iran e Cina sono disposte a trasferire la capacità di produzione di droni e a schierare navi base marittime nell'Atlantico, il passaggio ai veicoli sottomarini autonomi non è un salto nel vuoto: è un'estensione di quanto già in corso ed è proprio questa estensione a spiegare perché Washington ha reagito nel modo che abbiamo visto.


Ipotesi alternativa: il petrolio

La spiegazione più diffusa per la posizione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è il petrolio. Questa teoria, però, non regge.

Il petrolio venezuelano è importante per il regime di Maduro. Finanzia il clientelismo, i servizi di sicurezza e le reti di elusione delle sanzioni. Non spiega perché gli Stati Uniti dovrebbero lanciare una costosa campagna militare in Sud America, però.

Una guerra caotica per un cambio di regime impedirebbe all'amministrazione Trump di raggiungere i suoi altri obiettivi, sia in patria che all'estero. Gli Stati Uniti non possono permettersi di distogliere l'attenzione militare da Cina e Russia e questo è esattamente quello che accadrebbe con una campagna venezuelana prolungata. Terrebbe occupate le forze militari, consumerebbe la larghezza di banda dei vertici e darebbe agli avversari esattamente ciò che vogliono: un'America distratta e sovraccaricata nel suo stesso cortile di casa. Questa, dopotutto, è la logica stessa dell'uso del Venezuela come contromossa; una guerra per il petrolio giocherebbe direttamente su questo.

Anche la tempistica è un problema. Qualsiasi serio tentativo di rilanciare la PDVSA e aumentare la produzione è un progetto pluriennale che richiede una governance stabile, capitali, attrezzature e sicurezza. E questo presuppone che l'infrastruttura sopravviva intatta. In una transizione forzata, il regime di Maduro o i suoi alleati avrebbero ogni incentivo a sabotare giacimenti petroliferi, raffinerie e oleodotti durante la transizione. Quando il Giappone invase le Indie Orientali Olandesi nel 1942, gli olandesi distrussero i propri impianti petroliferi piuttosto che lasciarli cadere in mani nemiche. Nonostante anni di sforzi, i giapponesi non riuscirono mai a ripristinare la produzione oltre la metà dei livelli prebellici. Non c'è motivo di aspettarsi che Maduro sia più generoso. Giacimenti e impianti non sono un premio se non possono essere gestiti. Anche una campagna di successo potrebbe compromettere la produzione per anni. I costi dell'azione militare si manifestano immediatamente: vittime, disordini, richieste di stabilizzazione a tempo indeterminato e un intenso controllo politico, mentre i benefici si manifesterebbero dopo la fine dell'incarico di Trump e rimarrebbero incerti.

Nemmeno i numeri supportano questa teoria. La produzione petrolifera venezuelana è inferiore all'1% della produzione mondiale. Gli Stati Uniti producono oltre quindici volte più petrolio del Venezuela e dispongono di ampie riserve nazionali. Esistono anche modi più semplici per aumentare l'offerta che non richiedono l'occupazione del Venezuela o la ricostruzione di uno stato fallito. Se l'obiettivo fossero i barili, una guerra per il petrolio venezuelano rappresenterebbe il peggior ritorno sull'investimento.

Il petrolio è ancora importante. La pressione sulle petroliere fa parte della campagna di coercizione, l'applicazione delle sanzioni mira alle entrate che mantengono a galla il regime, ma questi sono strumenti per esercitare una leva, non motivazioni per un'invasione. Spiegano perché le petroliere vengono sequestrate, non spiegano perché gli Stati Uniti abbiano radunato una forza d'invasione al largo delle coste venezuelane.


Una necessità strategica

Il dettaglio più rivelatore non sono le navi in ​​sé, ma il modo in cui è stata presa la decisione.

Secondo John Konrad la scintilla è nata nel dibattito politico con il Sottosegretario alla Guerra, Joseph Humire, che ha spiegato perché l'emisfero occidentale è importante in questo momento: gli avversari stanno sondando il fianco meridionale degli Stati Uniti ed essi devono confluire verso la fonte del pericolo. Tale argomentazione è stata poi esaminata e approvata dal Sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, l'unica persona al Pentagono con il mandato di determinare se un dispiegamento sia in linea con la strategia nazionale.

Quell'approvazione era il segnale. Colby, se dipendesse da lui, stanzierebbe tutte le portaerei nel Pacifico occidentale. Il suo quadro strategico dà priorità alla minaccia cinese sopra ogni altra cosa. Avendo approvato il dirottamento di risorse di alto livello verso i Caraibi, la valutazione della minaccia deve essere stata abbastanza seria da prevalere su quell'istinto. Non si è trattato di un gesto politico o di una reazione a un sequestro di droga, è molto di più.

Quando gli alleati si lamentano del ritiro di risorse navali dall'Europa o dal Pacifico, questo è il motivo. Non è una questione personale, non è nemmeno ideologica, è la politica che conclude che qualcosa negli approcci meridionali richiede questa risposta.


Conclusione

Il quadro antidroga spiega la versione pubblica, non spiega la reazione.

Gli Stati Uniti hanno schierato la più grande forza navale nei Caraibi sin dalla crisi missilistica cubana. Caccia di quinta generazione, un gruppo d'attacco di portaerei, un gruppo anfibio pronto con Marines imbarcati e un blocco navale dichiarato: non è così che si dà la caccia ai mercanti di cocaina. È così che ci si prepara a un eventuale sbarco contro uno stato avversario.

La tesi di questo saggio è che il Venezuela sia diventato una base operativa avanzata per la guerra asimmetrica promossa dalla Russia nell'emisfero occidentale. Il regime di Maduro offre una geografia permissiva e un governo amico; le reti dei cartelli forniscono una logistica negabile. L'obiettivo è il commercio marittimo statunitense, i porti della costa del Golfo che gestiscono metà delle importazioni ed esportazioni americane, i punti di strozzatura che incanalano tutto quel traffico attraverso due stretti corridoi e i cavi sottomarini che trasportano comunicazioni critiche.

I veicoli sottomarini autonomi sono il meccanismo che rende questa minaccia reale. Possono negare l'accesso alle rotte di navigazione senza richiedere la presenza di sottomarini russi; possono essere spostati, sottoposti a manutenzione e recuperati da pescherecci e narcotrafficanti che si mimetizzano nel traffico di routine; possono operare sotto bandiera venezuelana mentre gli sponsor stranieri rimangono a debita distanza. Il vincolo delle batterie che ne limita la gittata è risolto dalla vicinanza del Venezuela al bersaglio. Quella che un tempo era una vulnerabilità teorica è ora una possibilità operativa.

Niente di tutto ciò può essere dimostrato da fonti pubbliche: una capacità negabile, gestita per procura, è progettata per rimanere al di sotto della soglia di conferma pubblica. Questa tesi corrisponde agli incentivi, alla geografia, alla tecnologia e al modello di cooperazione militare estera che il Venezuela ha già stabilito con Iran, Russia e Cina.

L'amministrazione Trump ha concluso di non poter tollerare che una capacità di negazione marittima ostile, supportata da forze straniere, si radichi in prossimità degli approcci statunitensi. Se questa valutazione è corretta, la disponibilità a usare la forza militare per rimuoverla non potrà che aumentare. Il Venezuela e i veicoli sottomarini autonomi potrebbero rappresentare per la seconda Guerra fredda ciò che Cuba e i missili balistici rappresentarono per la prima.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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La legge di Gresham: Bitcoin salverà il mondo!

Freedonia - Gio, 22/01/2026 - 11:06

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Mark Thornton

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-legge-di-gresham-bitcoin-salvera)

Cosa spiega Bitcoin? Perché esiste e perché il presunto “niente” vale invece $90.000+ l'uno? Inoltre ci sono milioni di possessori di Bitcoin e altre crittovalute, eppure, relativamente parlando, avvengono poche transazioni reali. Che relazione c'è tra questo, lo status di riserva del petrodollaro e la guerra al denaro contante?

Il mio vero scopo qui è parlare della Legge di Gresham, uno dei principi più antichi e influenti della società umana moderna. Non è più insegnata nelle aule universitarie da quando i socialisti hanno preso il controllo dell'istruzione circa un secolo fa, ma è il fattore determinante più influente degli eventi socioeconomici, della geopolitica e dei libri di storia.

Parlerò sia dell'antichità di questa Legge sia di come si applica a Bitcoin e risolverò alcuni degli enigmi a esso correlati, ma prima parlerò della Legge stessa.

La Legge di Gresham si basa sul detto “la moneta cattiva scaccia quella buona”, con il tono anticapitalista che rimarca di come la concorrenza scaccia la “moneta buona” e promuove l'uso di quella “cattiva”, implicando che una corsa al ribasso sia una conseguenza del capitalismo stesso.

Niente di più lontano dalla verità. Si applica solo al controllo governativo sulla moneta. In genere si applica quando sia la moneta buona, ovvero l'oro, deve competere con quella cattiva, ovvero la cartamoneta, sia quando si crea un campo di gioco “livellato” in cui i commercianti sono tenuti ad accettare entrambe allo stesso prezzo per i loro prodotti. Ecco alcuni esempi, in ordine storico crescente, di incompetenza e malvagità statale:

  1. I dollari d'argento usurati scacciano i nuovi dollari d'argento, quindi ci si ritrova con denaro alterato e sottopeso in circolazione.

  2. Gli stati ci tassano in termini di peso pieno delle monete, ma poi le tosano per ricavarne monete extra, ma più leggere, da spendere; questo era uno dei trucchi preferiti dai governi prima della stampante monetaria, che ha portato alla produzione di monete più piccole e leggere. I bordi sfrangiati o rigati dei quarti erano il tentativo moderno da parte degli stati di dimostrare la qualità delle proprie monete, ovvero che non erano state smussate.

  3. Gli stati nel corso della storia hanno svalutato la monetazione e portato alla caduta di grandi imperi, come Roma. In questo caso venivano aggiunti metalli vili a basso costo alle monete d'oro e d'argento, e cacciato quelle buone, lasciando in circolazione solo le monete “cattive” e “annacquate”. Gli Stati Uniti fecero lo stesso nel 1965, cacciando dalla circolazione tutte le monete d'argento.

  4. Il presidente Franklin Roosevelt ritirò dalla circolazione le monete d'oro nel 1933, aumentando il prezzo dell'oro da $20 a $35 l'oncia e rendendo illegale il possesso di oro!

  5. Con nient'altro che cartamoneta inflazionistica da usare, gli americani ritirarono dalla circolazione tutti i penny di rame. Ora contengono tre centesimi di rame e sono stati ritirati dalla circolazione; persino gli attuali penny di zinco rivestiti di rame e i nickel in rame-nickel stanno uscendo dalla circolazione perché il metallo vale più delle monete stesse.

  6. Si applica anche alle valute fiat buone e cattive. Prima dell'euro, greci e italiani preferivano detenere marchi tedeschi e spendere le loro valute locali altamente inflazionistiche, la dracma e la lira. Le persone nei Paesi del Terzo Mondo preferiscono detenere dollari e spendere le loro valute locali.


Bitcoin e la Legge di Gresham

In un mondo di valute cartacee fiat, le persone si sono orientate verso il dollaro e l'euro. Le persone risparmiano la valuta più stabile e spendono quelle in deprezzamento, in conformità con La legge di Gresham.

È qui che entrano in gioco Bitcoin e altre crittovalute. Non solo il mondo era inondato di cartamoneta fiat, ma persino la migliore, come il dollaro, aveva la garanzia, da parte della sua banca centrale, la Federal Reserve, di deprezzarsi intorno al 2% annuo! Poi quando la crisi finanziaria e i massicci salvataggi bancari hanno fatto seguito alla Grande Crisi Finanziaria, sulla scia della bolla immobiliare, sono stati inventati e introdotti Bitcoin e le crittovalute.

Bitcoin è stato un enorme successo che ha travolto l'economia mondiale e vale migliaia di miliardi di dollari. Il suo successo come nuova moneta concorrente si basa sul fatto che viene prodotta sul libero mercato, come l'oro e l'argento. È costoso da estrarre e l'estrazione diventa più difficile nel tempo, proprio come in un gold standard. Ciò ha reso questa moneta più preziosa nel tempo e ha attratto un mercato mondiale sempre più ampio verso di esso.

La gente si lamenta del fatto che Bitcoin non sia denaro “reale”, ma d'altra parte, anche il dollaro e l'euro non sono denaro reale: sono un sostituto del denaro reale, imposto dallo stato, che può essere prodotto con arbitrio, non dal mercato.

La gente si lamenta del fatto che Bitcoin non venga utilizzato come denaro nelle transazioni quotidiane, ma sia più simile a un investimento e utilizzato nei trasferimenti di denaro. Tuttavia questo ignora la Legge di Gresham! Naturalmente le persone non spendono molto in crittovalute, preferiscono detenerle piuttosto che spenderle. Spendono prima il denaro inflazionistico. Questo È la Legge di Gresham!

Nel lungo termine Bitcoin è in lotta con il denaro fiat. I Paesi hanno combattuto guerre monetarie per mantenere quello che l'economista Barry Eichengreen ha definito il “privilegio esorbitante” degli Stati Uniti di stampare denaro che altri devono detenere e utilizzare. Al momento l'oro è in prima linea nella battaglia con il denaro fiat, ma in futuro una crittovaluta – probabilmente denominata in oro o argento – combatterà una battaglia epica contro gli stati e le loro banconote, e per il bene dell'umanità. Speriamo tutti che la moneta cattiva perda e che lo stato-leviatano venga distrutto per sempre.

Gresham stesso visse all'inizio del 1500, ma questa Legge monetaria era nota fin dai greci e dai romani, e il grande matematico polacco, Copernico, riconobbe e spiegò la Legge prima di Gresham stesso. L'eternità e la potenza di questa Legge mi dicono che la moneta buona è una buona scommessa per il nostro futuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Il tracollo economico della Germania: il 2025 in retrospettiva e cosa ci aspetta

Freedonia - Mer, 21/01/2026 - 11:15

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-tracollo-economico-della-germania)

L'economia tedesca ha vissuto un 2025 terribile e il governo del cancelliere Friedrich Merz ha tracciato la strada per un ulteriore declino quest'anno.

Se gli stipendi dei politici tedeschi fossero legati alla crescita del settore privato, i legislatori dovrebbero ridurre le loro buste paga del 2025, anno di profonda recessione, e risarcire i cittadini per l'inazione parlamentare e la follia ideologica.

Sebbene il termine “diät” derivi dal latino dieta, che significa sostanzialmente “compensazione”, nel contesto del collasso dell'industria tedesca riflette più accuratamente il significato tedesco: meritata frugalità e austerità materiale. Economicamente parlando, la Germania sta ora affrontando la fine dell'illusione di prosperità, conseguenza delle linee di politica catastrofiche del suo governo.


Il settore privato si riduce e l’onere statale aumenta

Dopo otto mesi sotto la guida del Cancelliere Merz, il bilancio non è solo misero, ma pietoso. Ipotizzando una quota statale del 50% e calcolando una crescita del PIL reale dello 0,2% con un nuovo debito netto superiore al 4%, il risultato per il 2025 è una contrazione del settore privato di circa il 3,8% rispetto all'anno precedente.

Ciò che a Berlino è poco noto – probabilmente una forma di esoterismo economico non insegnato nei seminari di partito o nei corsi sindacali – è che solo il settore privato produce i beni e i servizi che le persone effettivamente consumano. Non sorprende che una regolamentazione rigida e una tassazione schiacciante – la Germania è superata solo dal Belgio nell'OCSE per prelievo fiscale – strangolano l'impresa privata.

Gli investimenti sono scesi di circa il 6,5% rispetto alle medie di lungo periodo: un balzo in avanti nella direzione sbagliata, con un impatto profondo sui mercati del lavoro, sui bilanci pubblici e sulla previdenza sociale. Mentre il Ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, cerca di mascherare deficit ed esenzioni come semplici soluzioni di facciata, quest'anno i comuni si trovano ad affrontare un deficit di €35 miliardi.


La crisi diventa visibile

Ai livelli più bassi dell'apparato statale, nelle città e nei Paesi, il conto di decenni di cattiva gestione politica si sente più forte.

Il fattore scatenante è il crollo delle entrate fiscali delle imprese, conseguenza diretta di un numero record di fallimenti aziendali: nel 2025 saranno 24.000 le aziende uscite dal mercato.

L'apparente stabilità del mercato del lavoro è fuorviante. Centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nel settore pubblico e pensionamenti legati all'età mascherano il tracollo dell'economia reale nelle statistiche ufficiali. Merz ha rilasciato il freno al debito ad aprile, catapultando la Germania in una spirale di debito con un fondo speciale da €500 miliardi: una chiara indicazione che i politici hanno consapevolmente spinto l'economia contro un muro.

Né l'economia verde, né il settore militare, fortemente sovvenzionato, riusciranno a colmare la capacità industriale persa. Settori chiave come quello chimico operano solo al 70% della capacità, il 10% al di sotto del punto di pareggio: un chiaro segnale che la progressiva erosione della produttività e la depressione economica sin dal 2018 sono destinate a peggiorare, indipendentemente dal credito statale convogliato in sussidi pianificati a livello centrale.


Stato sociale e rifiuto di riformare

Berlino si è sottomessa completamente alla terribile dottrina del socialismo climatico di Bruxelles e ora si trova ad affrontare l'ardua sfida di nascondere il suo fallimento ideologico. Merz e il suo team proseguono la nota strategia politico-mediatica: come per le migrazioni, viene mantenuto un continuo camuffamento.

Quando si tratta di ingannare l'opinione pubblica, le sedi centrali del partito dimostrano una creatività notevole, non lasciando che nessuna menzogna sia troppo audace. Un volo di espulsione può essere inscenato per tenere in piedi le apparenze, mentre i confini rimangono aperti, viene promosso il ricongiungimento familiare e i passaporti tedeschi vengono distribuiti a profusione. L'obiettivo è coltivare nuove basi elettorali e applicare una strategia “divide et impera” per erodere la coesione sociale, culturale e tradizionale.

Si guadagna tempo e si mantiene la rotta, proprio come nella politica climatica. Le pseudo-riforme, come l'apparente fine dell'eliminazione graduale dei motori a combustione, servono solo a dare all'industria automobilistica in difficoltà un'illusione di apertura tecnologica, creando al contempo un nuovo mostro burocratico, realizzando in ultima analisi l'obiettivo di Bruxelles: fermare la produzione automobilistica tedesca.

Dal punto di vista degli eurocrati, i risultati sono impressionanti se l'obiettivo era la deindustrializzazione: circa 300.000 posti di lavoro nell'industria sono stati tagliati negli ultimi cinque anni. E quando una nazione perde il suo nucleo industriale, gran parte della sua creazione di valore scompare con essa.

Nel 2025 la produzione tedesca si è attestata a circa il 20% in meno rispetto al picco del 2018. Si profila una catastrofe economica e sociale, le cui conseguenze, in termini di coesione sociale, appaiono intellettualmente incomprensibili ai burocrati e alle élite ecologiste.


Collisione con la realtà

Se il 2025 è stato già catastrofico, quest'anno sarà probabilmente uno scontro con la realtà per molti tedeschi. I contributi previdenziali e le tasse devono aumentare drasticamente per sostenere la sicurezza sociale in un contesto di migrazione e pressioni demografiche.

Il governo Merz porta avanti l'eredità di Angela Merkel e Olaf Scholz: un pianificatore centralista verde eterodiretto a Bruxelles sotto le mentite spoglie del partito di Ludwig-Erhard, uno spaventapasseri politico dedito esclusivamente al consolidamento del potere a Bruxelles.

Il popolo tedesco, in particolare la classe media in estinzione, andrà incontro a un declino accelerato dopo un terribile 2025, che i giochetti mediatici del governo non potranno più nascondere.

L'illustre motto imprenditoriale “Made for Germany” di Merz era un falso; il “Made in Germany” appartiene sempre più al passato ormai. L'amara verità: la Germania è finita.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Capitalismo: la strada verso la ricchezza e la felicità

Freedonia - Mar, 20/01/2026 - 11:07

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Michael Lebowitz

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/capitalismo-la-strada-verso-la-ricchezza)

Il grafico qui sotto offre l'ennesima opportunità per rivisitare il modo in cui il capitalismo e la libertà economica che ne consegue portano alla prosperità.

Esso mostra l'intersezione dell'Indice di libertà economica del Fraser Institute con il PIL pro capite di 102 delle principali economie del mondo. Prima di analizzare il grafico e le sue implicazioni per il capitalismo, cerchiamo di comprendere meglio il suo asse X: l'Indice di libertà economica.


L'indice di libertà

Le politiche economiche, le leggi e i regolamenti di tutti i Paesi si collocano su spettri. A sua volta la posizione di un Paese su questi spettri contribuisce a definire il suo livello di libertà economica e politica.

• Lo spettro economico spazia dal capitalismo al comunismo, con il socialismo posizionato da qualche parte nel mezzo.

• Lo spettro politico spazia dal libertarismo all'autoritarismo.

Misurare la posizione di un Paese su ogni spettro è un compito molto arduo. Sebbene non sia perfetto, l'Indice di libertà economica del Fraser Institute è una fonte altamente stimata per questa misurazione. Il loro indice si basa su cinque fattori di libertà economica e politica, elencati di seguito.

• Dimensioni dello stato

• Sistema giuridico e diritti di proprietà

• Solidità monetaria

• Libertà di commercio internazionale

• Regolamentazione

Alla base di queste cinque ampie categorie ci sono 60 sottocomponenti. Ad esempio, le aliquote fiscali sono commisurate alle dimensioni dello stato, mentre l'applicazione legale dei contratti è parte integrante del sistema giuridico e dei diritti di proprietà.

Fatta questa premessa, esaminiamo alcuni grafici per vedere la relazione tra l'indice di libertà economica e il PIL, i redditi e l'uguaglianza dei redditi stessi.


PIL e redditi

Il primo grafico a dispersione qui sotto è quello che abbiamo utilizzato all'inizio di questo pezzo. Illustra la relazione tra l'Indice di libertà di ciascun Paese e il suo PIL pro capite. Il secondo, che include il reddito pro capite e l'Indice di libertà, fornisce una misura più precisa di come la ricchezza dei cittadini sia correlata alla libertà economica. Etichettare ogni punto con il nome del Paese corrispondente creerebbe confusione, di conseguenza etichettiamo solo un numero limitato di nazioni. L'Indice di libertà è calcolato per 165 Paesi, tuttavia i nostri grafici qui sotto includono solo le 102 nazioni che dispongono anche di dati affidabili su PIL e redditi.

Quando l'Indice di Libertà supera 7,0, esiste una correlazione positiva tra l'Indice, il PIL e il reddito pro capite. Tuttavia, al di sotto di 7,0, questa relazione è assente. Ad esempio, nel grafico del reddito pro capite, il valore di R-quadrato per i punti superiori a 7,0 è statisticamente significativo a 0,4731. Al contrario, al di sotto di 7,0, R-quadrato scende a 0,1007, che è statisticamente insignificante.

Non riusciamo a spiegare perché i vantaggi economici della libertà economica diventino evidenti solo quando un Paese raggiunge un punteggio relativamente alto nell'indice. Tuttavia i grafici confermano le nostre convinzioni: i Paesi con la maggiore libertà economica tendono a registrare la maggiore crescita economica e ad avere i redditi più elevati.

È interessante notare che non c'è molta differenza tra alcuni Paesi europei che tendono a politiche più socialiste e quelli considerati capitalisti, come Stati Uniti, Giappone e Svizzera. È possibile che le nostre percezioni o definizioni del funzionamento dei sistemi politici ed economici di questi Paesi siano sbagliate?


Distribuzione dei redditi

Sebbene la ricchezza e il PIL pro capite siano misure generali pratiche, non rivelano come la ricchezza sia distribuita tra i cittadini. La seguente serie di grafici sostituisce il reddito pro capite con le quote di reddito detenute dal 20% più povero, dal 20% intermedio e dal 20% più ricco della società.

Come indicano tutti e tre i grafici, non sembra esserci alcuna correlazione tra la distribuzione del reddito e l'Indice di libertà. Tuttavia possiamo utilizzare i dati per vedere come le economie bilanciano la distribuzione del reddito.

Ad esempio, il divario di ricchezza negli Stati Uniti è evidente in questi grafici. Il 20% dei percettori di redditi più alti negli Stati Uniti è al di sopra della media dei Paesi con un Indice di libertà pari o superiore a 7,0, mentre i gruppi medio e basso sono al di sotto della media.

I Paesi europei “socialisti” hanno una distribuzione del reddito più equa. In molti di questi Paesi il 20% dei redditi più alti è al di sotto della media, il 20% intermedio è generalmente al di sopra della media e i più bassi sono distribuiti intorno alla media.


Quali fattori di libertà sono più importanti?

Come abbiamo scritto in precedenza, l'Indice di libertà economica è suddiviso in cinque categorie principali, composte a loro volta da 60 sottocomponenti. Per quantificare meglio l'importanza di questi fattori, abbiamo calcolato i valori R-quadrato (significatività statistica) per ciascuno di essi in relazione al reddito pro capite.

Il primo grafico qui sotto mostra che la solidità del sistema giuridico di una nazione è la più strettamente correlata alla ricchezza. Seguono il livello di regolamentazione delle imprese e la libertà di commerciare e investire a livello internazionale. Una moneta solida e le dimensioni dello stato presentano correlazioni più deboli.

Il sottofattore con l'impatto più significativo sul reddito è l'imparzialità dei tribunali. Seguono i diritti di proprietà e l'indipendenza della magistratura. Tra i fattori meno correlati al reddito pro capite vi sono quelli legati alle politiche delle banche centrali, come la crescita dell'offerta di moneta e il controllo dei tassi di interesse.

Il grafico qui sotto illustra una forte correlazione tra l'Indice di libertà e la sua correlazione più significativa: l'imparzialità dei tribunali. È interessante notare che esso mostra una relazione positiva e costante tra tribunali imparziali e l'Indice di libertà lungo l'intero intervallo dell'Indice stesso. Come forse ricorderete, i grafici precedenti mostrano una scarsa correlazione tra l'Indice di libertà, i redditi e il PIL quando il primo è inferiore a 7, e una correlazione positiva quando supera tale livello.


Tendenze globali e negli Stati Uniti

Purtroppo, come condividiamo di seguito per gentile concessione del Fraser Institute, l'indice medio di libertà economica per tutte le nazioni è in calo dall'inizio della pandemia. Sulla base delle relazioni che abbiamo stabilito in precedenza, se questa tendenza continua, dovremmo aspettarci che il PIL e i redditi globali per la maggior parte dei principali Paesi sviluppati crescano a tassi più lenti o, in alcuni casi, diminuiscano.

Nel 2000 gli Stati Uniti si classificavano al quarto posto nell'Indice di libertà. Solo Hong Kong (1°), Svizzera (2°) e Nuova Zelanda (3°) si posizionavano più in alto. Gli Stati Uniti mantengono un'ottima posizione, al quinto posto, ma come vedremo più avanti, il loro punteggio complessivo è diminuito negli ultimi 20 anni. Singapore ha superato gli Stati Uniti, entrando nella top five.

Nel frattempo la Cina, che sta lentamente passando dal comunismo al capitalismo, ha visto il suo punteggio nell'Indice di libertà migliorare costantemente. Si noti che il grafico utilizza due assi, il che può essere un po' fuorviante. Gli Stati Uniti hanno ancora un punteggio nell'Indice di libertà molto più alto della Cina.

Hong Kong continua a vantare il punteggio più alto nell'Indice di libertà, nonostante la crescente ingerenza della Cina negli affari del suo governo.


La libertà economica promuove anche la felicità? 

Prima di riassumere questo articolo, saremmo negligenti se non determinassimo se esista una relazione tra felicità e libertà economica. L'indice che utilizziamo per quantificare la felicità proviene dal World Happiness Report. Il punteggio si basa su una singola domanda:

Immaginate una scala, con gradini numerati da 0, in basso, a 10, in alto. La cima della scala rappresenta la migliore vita possibile, mentre la base rappresenta la peggiore. Su quale gradino della scala vi sentite in questo momento?Il rapporto assegna quindi un punteggio a sei variabili per comprendere meglio quali abbiano l'impatto più significativo sulla felicità:

• Produzione economica

• Supporto sociale

• Aspettativa di vita

• Libertà

• Assenza di corruzione

• Generosità

Come illustra il grafico qui sotto, esiste una forte correlazione tra libertà economica e felicità. La libertà economica non solo rende un Paese più produttivo e ricco, ma può anche aumentare la felicità dei suoi cittadini. Statisticamente parlando, il capitalismo è una situazione vantaggiosa per tutti.


Riepilogo 

Nessun Paese opera interamente in regime di capitalismo puro. Né adotta un sistema strettamente socialista o comunista. Ad esempio, nazioni comuniste come Cina e Russia stanno gradualmente consentendo al capitalismo di entrare nelle loro economie. Pertanto, sebbene abbiamo delle idee su dove i Paesi potrebbero collocarsi nello spettro economico e politico, questi dati ci aiutano a quantificare meglio l'accuratezza di tali idee. Dal punto di vista degli investimenti, l'andamento dell'indice di una nazione ci aiuta a valutarne il potenziale di crescita futuro.

Collegando i puntini, abbiamo scoperto che il sistema giudiziario e il livello di giustizia di una nazione hanno l'impatto più significativo sul suo indice di libertà e, quindi, per estensione, sulla ricchezza e sulla felicità dei suoi cittadini.

Aristotele collegò queste idee più di 2000 anni fa quando affermò:

Una vita giusta è intrinsecamente felice.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Cloudflare contro l'Italia: la battaglia per la libertà digitale e la sovranità globale di Internet

Freedonia - Lun, 19/01/2026 - 11:10

L'Italia è la patria di uno degli Stati profondi più antichi in Europa. La sua formazione va indietro di centinaia di anni e questa piovra ha creato inevitabilmente legami nel sottobosco della politica, della burocrazia e della giustizia che servono come autopreservazione del suo potere. Non sorprende, quindi, che se la Meloni vira verso gli Stati Uniti, altri elementi della classe dirigente italiana virino nella direzione opposta. Era già evidente dalla stampa e da come dipingono l'attuale amministrazione Trump. Non bastano le basi militari americani per rendere l'Italia una “colonia a senso unico”. Così come nel resto del mondo, l'ascendente inglese è uno di quelli estremamente presenti sul suolo italico e il discorso alle Camere unite della scorsa estate da parte di Carlo III ne è una prova. La colonizzazione inglese ha perso quell'aspetto fisico di un tempo ed è diventata più sfumata, eterea: attraverso trame finanziarie e di “soft power”. Ciò include anche Bruxelles e lo stuolo di eurocrati che vedono nell'Italia il perno che può far vacillare fatalmente l'intero progetto europeo e farlo concludere all'istante in modo disordinato. Ci sarà inevitabilmente una frammentazione dell'UE, ma gli eurocrati vogliono riciclarsi nel nuovo sistema preservando tutti i privilegi e poteri che hanno acquisito finora. La loro strenue resistenza agli assalti dell'amministrazione Trump verte esclisvamente su questo punto. Così come una qualsiasi cosca mafiosa che si rispetti, devono essere portati “a più miti consigli” con i ricatti e la forza. I dazi americani, ad esempio, erano un primo avvertimento in tal senso e un cambio di passo nelle relazioni internazionali: “Power politics”. L'Italia si sta dimostrando terreno di scontro in un tal contesto: da un lato privilegiata dai mercati dei capitali nel comparto ogglicazionario per via della sua vicinanza agli USA, dall'altro strattonata dalla Commisione europea affinché ricordi dove si trova geograficamente, politicamente e burocraticamente.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/cloudflare-contro-litalia-la-battaglia)

Le autorità italiane stanno cercando di costringere il fornitore di servizi Internet, Cloudflare, a eliminare e bloccare alcuni servizi online. Cloudflare oppone resistenza e si è rivolta al governo degli Stati Uniti per chiedere supporto.

La lotta per un internet libero si sta intensificando.

La lotta per il controllo dell'informazione, la censura e il predominio economico nello spazio digitale sta diventando sempre più una questione legata al preservare ciò che rimane della civiltà e della decenza. Il fatto che l'Unione europea veda ora non solo la Commissione, ma anche i governi nazionali e gli apparati di sicurezza schierarsi a favore dei diktat dell'informazione, in contrasto con il principio fondamentale della libertà di parola, invia un segnale pericoloso al mondo: l'UE si è di fatto ritirata dalla cerchia degli attori statali atti a garantire lo stato di diritto.

In questo quadro si inserisce un recente accadimento dall'Italia. Un tweet del fondatore e amministratore delegato del fornitore di infrastrutture internet Cloudflare, Matthew Prince, ha suscitato scalpore.

Yesterday a quasi-judicial body in Italy fined @Cloudflare $17 million for failing to go along with their scheme to censor the Internet. The scheme, which even the EU has called concerning, required us within a mere 30 minutes of notification to fully censor from the Internet any… pic.twitter.com/qZf9UKEAY5

— Matthew Prince ???? (@eastdakota) January 9, 2026

Prince riferisce che Cloudflare è stata multata per $17 milioni da una – come la chiama lui – cricca clandestina in Italia. L'accusa: Cloudflare si è rifiutata di partecipare a un meccanismo di censura italiano su richiesta di suddetta cricca.


Una cabala di regolatori e corporazioni

Nello specifico si tratta di un sistema controllato dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) denominato “Scudo antipirateria”. Questo sistema di blocco è ufficialmente finalizzato a contrastare i servizi illegali di streaming sportivo e multimediale. I principali obiettivi sono gli interessi economici di importanti attori come la Lega Calcio di Serie A, Sky Italia, DAZN, Mediaset e altre grandi società europee di media e diritti.

All'interno di questo sistema, attori privati, i cosiddetti “Segnalatori attendibili” all'interno del quadro normativo del DSA e ormai ben noti in Germania, operano per conto del settore italiano delle comunicazioni. Segnalano siti web, indirizzi IP, o domini sospetti allo Scudo antipirateria. L'autorità obbliga quindi i provider di servizi Internet e i gestori di infrastrutture come Cloudflare a implementare i blocchi corrispondenti entro soli 30 minuti. Ogni minuto pubblicitario conta; la pirateria è infatti un fattore economico significativo. La domanda è: in che modo gli stati e le aziende interessate applicano il diritto d'autore? Operano nel rispetto dello stato di diritto ed evitano danni collaterali, come la censura statale indiretta?

Secondo Prince, tutto ciò avviene senza un ordine giudiziario o una revisione preventiva, aggirando completamente il normale iter legale. Le misure non solo colpiscono contenuti presumibilmente illegali, ma invadono anche profondamente l'infrastruttura tecnica di Internet.


Cloudflare come nodo infrastrutturale critico

Cloudflare ha annunciato che contesterà la multa. Essendo un'azienda statunitense che gestisce parti della sua infrastruttura in Europa, è prevedibile che questa resistenza si trasformi rapidamente in un conflitto politico. Prince ha già dichiarato che presenterà il suo caso a Washington. L'Italia dovrebbe prepararsi a uno scomodo confronto con il vicepresidente statunitense, J. D. Vance, noto per i suoi discorsi schietti sulla libertà di parola. Trucchi e manovre dei politici europei sono ben noti negli ambienti governativi statunitensi.

Per comprendere la portata di questa situazione, è necessario analizzare il modello di business di Cloudflare. L'azienda è uno dei pilastri centrali dell'infrastruttura Internet. Protegge milioni di siti web dagli attacchi informatici, accelera i flussi di dati e fornisce servizi fondamentali come il resolver DNS 1.1.1.1. Cloudflare non è un fornitore di contenuti tradizionale, ma uno scudo digitale e, proprio per questo, un bersaglio particolarmente vulnerabile per gli sforzi di censura statale.

L'attuale immunità di Cloudflare da tali interferenze è dovuta in gran parte alla sua sede centrale negli Stati Uniti. Lì, l'attuale governo statunitense sostiene esplicitamente la libertà di Internet, indipendentemente dalle critiche della stampa e della politica europea nei confronti di Donald Trump.


Censura al posto dello stato di diritto

La collaborazione tra le autorità di regolamentazione italiane e le potenti multinazionali dei media evidenzia un problema: invece di scegliere la via legale attraverso i tribunali – ad esempio, bloccando i flussi finanziari verso servizi illegali – gli attori ricorrono a blocchi immediati, imposti dall'esecutivo. Ciò crea un'infrastruttura che consente una censura di vasta portata, anche nei confronti degli oppositori politici. Due obiettivi sono al cuore di questa linea di politica: far rispettare gli interessi aziendali nazionali e posizionare l'apparato di sorveglianza italiano all'interno della più ampia traiettoria della politica europea, sempre più incentrata sul controllo e la regolamentazione di Internet.

L'amministratore delegato di Cloudflare ha chiarito che questa strategia potrebbe avere conseguenze immediate per l'Italia. Le risposte previste includono la sospensione dei servizi di sicurezza gratuiti per gli utenti italiani, la rimozione dei server dalle città italiane e il blocco di ulteriori investimenti nel Paese. Persino la protezione informatica pro bono per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina è ora in discussione.

L'Italia sta inviando segnali contrastanti. Il governo del Primo ministro, Giorgia Meloni, si schiera spesso contro la linea di Bruxelles: critico nei confronti della guerra in Ucraina, scettico nei confronti di ulteriori regolamentazioni sul clima e più restrittivo in materia di immigrazione. Che il Paese apra le porte all'arbitrarietà normativa in materia di libertà di parola digitale è particolarmente sconcertante in questo contesto.


Cloudflare come precedente

Cloudflare rappresenterebbe un precedente. È probabile che le autorità di regolamentazione europee ne esaminino attentamente le conseguenze legali. Per l'UE potrebbe diventare una leva per applicare le proprie misure di censura in modo più efficace, bloccando in ultima analisi piattaforme indesiderate – come X di Elon Musk – e restringendo ulteriormente la carreggiata del dibattito pubblico accettabile.

Tuttavia Cloudflare, con sede a San Francisco, è soggetta principalmente alla legge statunitense. Né l'Italia, né l'Unione Europea possono regolamentare a livello mondiale l'azienda, la quale protegge digitalmente circa il 20% del traffico internet globale. L'UE può esercitare pressioni solo all'interno del suo mercato, attraverso sanzioni, procedimenti contro le filiali europee, o un'espansione costante dei requisiti normativi.

Il fatto che un'escalation aperta non si sia ancora verificata è dovuto in gran parte al ruolo sistemico di Cloudflare per le imprese, la pubblica amministrazione e la sicurezza informatica europee. Un ritiro di Cloudflare dall'infrastruttura digitale europea comporterebbe rischi tecnici imprevedibili e, in un contesto di crescenti minacce hacker, un danno economico significativo.

Le attuali indicazioni suggeriscono che il governo degli Stati Uniti porrà nuovamente la sua mano protettiva su Cloudflare e quindi su elementi centrali della libertà di parola. L'Italia sarebbe quindi costretta ad affrontare lo streaming illegale e le sistematiche violazioni dei diritti di copyright attraverso mezzi legali, come la cooperazione con banche e fornitori di servizi di pagamento. La negoziazione, anziché brandire il martello normativo per calpestare i diritti fondamentali, diventerebbe l'approccio principe.

Le richieste di estendere la sorveglianza delle agenzie di sicurezza – ad esempio, il BND tedesco – mostrano che l'Europa sta scivolando ulteriormente verso un piano inclinato che conduce alla censura capillare. La libertà di parola rischia di perdere il suo status di diritto inalienabile, mentre sta tornando a essere un elemento centrale della civiltà negli Stati Uniti.

Anche Papa Leone XVI, nel suo discorso di Capodanno, ha messo in guardia contro l'erosione della libertà di parola nelle nazioni occidentali, un segnale di avvertimento definitivo contro la discesa nella barbarie della civiltà europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Discover the Shocking Truth Behind World War II that Still Impacts the World Today

Lew Rockwell Institute - Dom, 18/01/2026 - 20:08

HITLERS GOLD — THE REAL STORY, SWISS BANKS, THE BIS, DULLES AND THE AFTERMATH

 

Since the Second World War we have been talking of the horrors of war, the battles, tanks, the men and machines. But none of it could have happened if not for the international industrialists, bankers and law-firms and banking cartels.

In this very special episode, we will go over all these details and cover who these people were, where did what Gold come from and where did it go. The Bank of International Settlements, Sullivan and Cromwell, Allen Dulles, Hjalmar Schacht, Martin Bormann — Hitlers personal secretary and his Gold and stolen art deals.

And where did it all go after the war, and what happened to the businesses, industrialists and bankers. Who paid for it all and who did not. We will cover some of the controversies that came from the Nuremberg trials and lead us into the lessons we failed to learn and on to the new global organizations which seems funded and created similarly to the National Socialists.

The True Origin of WWII: What Historians Get Wrong

 

The story you were taught about World War II is incomplete.
History textbooks tell us WWII began when Hitler invaded Poland in 1939. But the real origins of the deadliest conflict in human history trace back to bankers, not generals. To boardrooms, not battlefields.
In this video, we expose the economic forces that mainstream narratives conveniently ignore:
→ How the Treaty of Versailles created a financial time bomb that destabilized Europe for two decades
→ The Dawes Plan: How Wall Street pumped billions into Germany, creating a fragile house of cards that collapsed in 1929
→ The exposed connection between the Great Depression and Hitler’s rise from fringe extremist to Chancellor
→ The uncomfortable truth about Ford, General Motors, IBM, and Standard Oil doing business with Nazi Germany—some even after war broke out
→ Why the Nazi economic model required conquest to survive
This isn’t conspiracy theory. This is documented history buried in archives, exposed at Nuremberg, and examined in Congressional investigations. The records exist. Most people just never look.
Understanding how economic forces create political monsters isn’t just about the past. It’s about recognizing the warning signs before the next catastrophe.

Sources and further reading:

John Maynard Keynes, “The Economic Consequences of the Peace” (1919)
Edwin Black, “IBM and the Holocaust” (2001)
US Holocaust Memorial Museum archives
Centre for Economic Policy Research studies on banking crises and extremism.

Hitler’s American Business Partners

 

A detailed, well-referenced, and chilling look at American multinational corporations who fueled and profited from the Nazi movement before and during the US involvement in WWII.

The Major Disturbing, Inconvenient Element Never Discussed in the Lead Up to the Beginning of the Second World War (World War II).

Tragically, Here Are Little Known Aspects of the Greatest Conflagration of World History Never Taught in an Academic Setting.

Edwin Black: IBM and the Holocaust

I saw noted author Edwin Black appear at Temple Israel synagogue in Tulsa on November 7, 2011, to present a powerful lecture titled “IBM and the Holocaust.” The event focused on his investigative research into how the corporation’s technology facilitated the logistics of the Nazi regime.

Here Black speaks in Endicott, NY, the birthplace and for many years the headquarters of IBM, on September 15, 2009. He is author of Nazi Nexus: America’s Corporate Connections to Hitler’s Holocaust, and IBM and the Holocaust: The Strategic Alliance Between Nazi Germany and America’s Most Powerful Corporation.

World War II: The Savage Aftermath

The True History of World War II, by Ron Unz

Ron Unz critically reassesses the established narrative of World War II, exploring overlooked historical evidence, scholarly purges, and contested interpretations that significantly redefine our understanding of the conflict.

The post Discover the Shocking Truth Behind World War II that Still Impacts the World Today appeared first on LewRockwell.

Price Controls Don’t Work — Not Even For President Trump

Lew Rockwell Institute - Ven, 16/01/2026 - 18:32

Basic economic logic and thousands of years of recorded history have verified that price controls take a bad economic circumstance and make it even worse. But alas, President Trump, who seems to be looking for a quick fix to pacify public anger for the results of his policies, is pushing for price controls. Whether it be interest rates, credit card rates, electricity rates … the more the government subsidizes and interferes with what’s left of market prices, the bigger and more numerous the problems become.

The post Price Controls Don’t Work — Not Even For President Trump appeared first on LewRockwell.

Il primo anno di Trump

Freedonia - Ven, 16/01/2026 - 11:00



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-primo-anno-di-trump)

Sto iniziando a maturare l'idea che il disastro del 2008 sia stato lasciato accadere, nonostante tutte le criticità accumulate dal sistema eurodollaro e che infine avrebbero portato a una inevitabile rottura. Il 2008 è stato un evento che distrutto la liquidità negli USA e il loro accesso al capitale produttivo a svantaggio delle banche americane rispetto al resto del mondo. L'introduzione della Supplemental Leverage Ratio, Basilea 3, il Dodd-Frank Act e la conservatorship di Fannie/Freddie, sulla scia della Grande crisi finanziaria, puntano vistosamente in tale direzione. Ecco perché sono propenso a credere che gli USA siano sulla soglia di un boom del credito, nonostante la riorganizzazione/reindustrializzazione abbiano bisogno di ulteriore tempo per guadagnare trazione. Anche perché basta guardarsi un attimo intorno: chi è in condizioni economiche migliori di quelle statunitensi? Non che quelle statunitensi siano ottime su tutta la linea, anzi. In termini nominali ci sarà un rally, ma in termini reali saranno necessari altri 4-6 anni per rimettersi in piedi prima di poter muovere passi concreti in avanti. Questo articolo è di 4 anni fa, ma dà l'idea dello sfascio presente nel mercato immobiliare americano. Il private equity, sulla scia dei tassi bassi e la normativa a ripetizione sfornata dopo il 2008, ha fatto spesa di immobili e poi se le sono rivendute tra di loro facendo aumentare i prezzi, impedendo alla classe media di possedere una casa, costruire una famiglia e, peggio di tutto, di accedere al credito al consumo.

Il private equity, che ha distrutto il mercato immobiliare e funto da proxy per la cricca di Davos per drenare la classe media americana, godrà di un pasto gratis tramite i cittadini di NYC prima che la IPO di Fannie/Freddie rompa il loro giocattolo.https://t.co/nBe0m3DXP9

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 31, 2025

La rinascita della classe media americana passa per forza di cose dal mercato immobiliare: aggiustare il mercato dei mutui trentennali a tasso fisso, con copertura di equity credibile come oro, Bitcoin, flussi di cassa aziendali e titoli di stato americani. Un passo in avanti significativo è stato fatto quando la CFTC ha dichiarato ammissibili come garanzia per i prestiti Bitcoin e Tether. I QE, la ZIRP, il Dodd-Frank Act e tutte le altre storture/deformazioni economiche partorite da una FED popolata da vandali, così come il Congresso e le precedenti amministrazioni presidenziali, erano direzionati a distruggere/sabotare la capacità di formazione di ricchezza generazionale negli Stati Uniti. Un sabotaggio consapevole, tutto per mantenere liquido il mercato degli eurodollari disfunzionale (es. leva finanziaria spropositata) a vantaggio di Regno Unito ed Europa principalmente. In cambio è stata venduta all'americano medio la favoletta dei pasti gratis come l'università gratis o il sistema sanitario gratis, un'utopia progettata per trarre in inganno gli sprovveduti e risucchiare ulteriormente capacità produttiva dagli USA. E non è un caso che, proprio la settimana scorsa, Trump abbia preso contromisure contro il private equity esattamente in questo settore.

L'economia americana adesso sta tirando grazie anche agli enormi investimenti che si stanno facendo nel settore dell'intelligenza artificiale e, sebbene non si possano sapere in anticipo la portata dei ritorni, non è una situazione analoga a quella della bolla delle dot-com. Allora quel tipo di aziende che navigavano quel mercato non avevano clienti e il loro modello era tutto da dimostrare; i fornitori odierni di servizi di intelligenza artificiale hanno già clienti per i loro servizi e stanno costruendo infrastrutture che andranno a fornire servizi aggiuntivi che sono già richiesti. Quindi c'è una dinamicità complessiva che potrebbe dare una spinta agli USA nei prossimi 3 anni. Inoltre c'è un altro fatto: la costruzione di centrali energetiche per alimentare questa richiesta crescente, per alimentare i data center e rifare buona parte della rete elettrica nazionale necessita di molti lavori nell'alta manovalanza in quelle aree industriali che erano state in precedenza accantonate. Ecco perché i numeri della disoccupazione americana non spaventano, dato che la contrazione la stanno subendo i settori pubblico e quello dei colletti bianchi. Questa è una buona notizia perché viene progressivamente minimizzato il crowding out delle risorse da parte di coloro che sottraggono ricchezza reale, potenziando invece coloro che la creano. Come? Permettendo loro di avere una famiglia, ad esempio, una casa accessibile, finanziamenti a basso costo, ecc.

In questo senso la legge sulle stablecoin è stata fondamentale. Sulla scia dell'avvio del SOFR le banche americane sono tornate a ponderare il rischio di credito in base alla salute dell'economia interna, non a quella esterna. Come ho documentato nel mio libro, Il Grande Default, i vari giri di quantitative easing che hanno caratterizzato l'azione della FED nel corso dei 12 anni dal 2009 al 2021, in particolar modo, non sono stati altro che uno svuotamento dell'economia americana dalla sua essenza produttiva per tenere vivo un sistema decadente e al collasso che risiedeva altrove: Londra e Bruxelles. In questo senso le banche americane si sono trincerate nella liquidità finanziaria e hanno abbandonato al suo destino Main Street. Con questo nuovo assetto a livello di tassi di interesse e la rottura della catena del rischio che, tramite il LIBOR, teneva ancorati gli Stati Uniti al resto dei guai economici altrui, le banche possono tornare a fidarsi dell'operosità della classe media americana.

Ed è qui che si inserisce la nuova terminologia che bisogna affibbiare alla stagflazione: sgonfiamento del settore finanziario (necessità critica dato lo stress che si legge in diversi indicatori chiave) ed estensione del settore industriale (riportando in patria lavori e fabbriche definite chiave e strategiche). L'illusione dei beni di consumo a basso prezzo provenienti dalla Cina o di beni durevoli provenienti dall'Europa, con relativo appalto della produzione industriale a questi due player, ha indebolito progressivamente la capacità americana di creare ricchezza reale. Il Paese, come dicevo sopra, è stato svuotato. L'eccessiva dipendenza dall'estero s'è rivelato un potente anestetico di quella che era in realtà una demolizione controllata dall'interno. Questo era il compito ereditato delle 3 amministrazioni Obama, se prendiamo come riferimento gli ultimi vent'anni.

I dazi di Trump hanno rappresentato un monumentale “basta!”: la strada verso la chiusura di quell'arbitraggio nella bilancia commerciale che ha sempre rifiutato di chiudersi (fenomeno innaturale, quindi voluto ad hoc) e che faceva volare dollari facili all'estero.


IL QUADRO GENERALE

Ormai è inutile nasconderlo: un reset è in corso, ma non è quel reset che originariamente era stato preparato dalla cricca di Davos. Per molti anni è stata questa cerchia di individui che ha fatto da segnapasso a un cambiamento distopico della società e ha guadagnato l'onere dei riflettori. Il suo picco massimo è stato quando Powell ha iniziato a drenare il mercato degli eurodollari nell'estate del 2021 rialzando di 5 miseri punti base i tassi nei mercati dei pronti contro termine intermediati dalla FED. L'amministrazione Biden (oppure dovremmo dire Obama 3.0), non avendo il controllo di tale istituzione, ha usato il Dipartimento del Tesoro americano come proxy attraverso cui tenere liquido (per i player oltreoceano) suddetto mercato: lo scandalo USAID, lo scandalo (partito) in Minnesota dei centri scuola somali, lo scandalo delle ONG, la crisi conseguente dell'accesso alla sanità e alla casa, la rottura delle supply chain, ecc. Questo copione, se avesse avuto successo fino in fondo, avrebbe visto Kamala Harris o Nikki Healey al comando del Paese con conseguente distruzione definitiva degli USA come nazione prospera, la legittimazione dell'UE come centro di comando mondiale e l'uso dell'esercito americano come “strumento di persuasione” contro la Russia affinché venisse cacciata dall'Ucraina.

USAID, reprised https://t.co/acTq6q08pI

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 30, 2025

Tutto questo sarebbe stata l'apoteosi del sogno inglese, 300 anni anziano ormai, di rompere e penetrare l'impero russo (desiderio messo nero su bianco da Mackinder quando elaborò la sua tesi dell'Isola del Mondo, il cui vero obiettivo era impedire una fusione commerciale tra USA e Russia). Ora, un anno dopo l'insediamento di Trump, il mondo è completamente diverso. Il 2025 è stato di una importanza immensa: tumulti sociali in estate disinnescati, esplosione al rialzo di oro e argento, sobrietà fiscale nei conti federali, difesa degli interessi americani nel commercio mondiale e il “Grande Reset” dell'intero sistema monetario lontano dalle mani della City di Londra. Fortunatamente l'amministrazione Trump è stata brava abbastanza da resistere alle rappresaglie della cricca di Davos e portare avanti la sua agenda di guarigione della nazione.

Ma questa gente non se ne sta ferma a guardare in attesa di vedere sgretolarsi la quantità di privilegi e potere accumulati nei decenni. La “rivoluzione colorata” negli Stati Uniti, la guerra civile sostanzialmente, non è affatto finita, anzi si sta metastatizzando in forme diverse: Mamdani che liquida la città di New York fornendo riparo al private equity nel settore immobiliare (come abbiamo visto sopra) e alimentando le proteste di strada, il sindaco di San Francisco che vuole dare $5 milioni in sussidi alle “comunità disagiate” (nonostante la città abbia un bilancio di $1 milione), il governatore del Minnesota che chiama in causa la Guarda Nazionale contro gli agenti dell'ICE per aver fatto il loro lavoro, Portland che dopo Minneapolis potrebbe diventare la prossima in linea in quanto a caos sociale, ecc. Il fil rouge che collega tutte questi eventi è la guida Dem delle città coinvolte e degli stati coinvolti, nonché covo di cellule Antifa, gruppi conniventi con tali cellule e attivisti di associazioni “no profit” di sinistra. Mi fa ridere, poi, che tutto questo liquame putrido abbia la sfacciataggine di definirsi “spontaneo” e “no profit”, quando invece ci sono le PROVE che ottengono fondi ombra e sono capillarmente organizzati/direzionati/ scatenati dall'alto. Ecco perché è stato cruciale togliere fondi a tutta quella costellazione di parassiti che hanno pasteggiato con soldi pubblici e hanno minato dall'interno gli Stati Uniti.

JUST IN: @MarcoRubio announces that NGOs are being *CUT OFF* and all foreign aid will now go straight to national governments.

"That is the model that we're breaking. We're not doing this anymore. We are not going to spend billions of dollars funding the NGO Industrial Complex."… pic.twitter.com/bsjrEkwdlL

— Kyle Becker (@kylenabecker) January 3, 2026

Inutile girarci intorno: quella a cui stiamo assistendo negli USA, adesso, è un tentativo di rivoluzione colorata attivata tramite i canali di sinistra.

Ma questo va ben oltre i Dem e la sinistra, perché sappiamo benissimo chi è l'artefice di questi cambi al vertice: gli inglesi. Quest'anno sarà cruciale per l'amministrazione Trump, in vista soprattutto delle elezioni di medio termine. Il sentimento popolare la farà da padrone ed ecco perché egli spesso aggiusta il tiro nelle sue dichiarazioni: deve portare lentamente gli americani dalla sua parte e far vedere ciò che vede lui nelle deformazioni che emergono dalle profondità dello Stato profondo. Esso è popolato da una serie di infiltrati che per decenni hanno remato contro gli USA. E fortunatamente gli americani sono recettivi e stanno rispondendo positivamente, nonostante i media generalisti vogliano far credere il contrario e spaccino la scemenza “Trump è all'angolo”.

Bonificare questa palude significa soprattutto disinnescare la rete di potere che i Dem hanno costruito nel tempo e che è una propaggine di Londra. Non sarà facile, dato che gli animi si fanno sempre più tesi man mano che la cricca di Davos è costretta a mettere sul tavolo i propri di capitali per far sopravvivere la rete di privilegi e potere che ha acquisito nel tempo. A scapito degli USA, ovviamente. Il rischio che corre Trump quest'anno in particolare è l'attivazione infine del cosiddetto “Piano Podesta”: guerra civile e chiusura dei canali di sbocco marittimo negli stati a guida Dem. Facciamo un passo indietro e spieghiamo cos'è questo piano. Quando Hillary Clinton venne sconfitta alle elezioni presidenziali del 2016, Podesta, consulente del Partito democratico, aveva elaborato un progetto secondo cui alcuni stati a gestione democratica avrebbero dovuto avviare una secessione, o minaccia della stessa, dagli Stati Uniti. Gli stati sarebbero dovuti essere quelli verso cui fluisce gran parte del traffico mercantile navale. Se questo dovesse accadere e si staccherebbe tutto il filone occidentale e una parte di quello orientale (e gli sforzi in tal senso sono incarnati dalle varie proteste e manifestazioni represse anche con l'intervento militare), gli stati repubblicani e che difendono Trump si troverebbero isolati. Per questo motivo l'amministrazione Trump ha bisogno del supporto del settore militare, sia perché deve far piazza pulita nel Pentagono (infiltratissimo da agenti esteri), sia perché vuole avere il tempo di costruire degli approdi commerciali alternativi in Texas e Florida principalmente... e da qui capite tutte queste attenzioni sul Golfo d'America, sul canale di Panama, sul Venezuela e sulla Groenlandia.

Perché si stanno intensificando proprio ora queste proteste? Il fatto che ci stiano finendo di mezzo gli agenti dell'ICE è solo la scusante del momento, dato che qualsiasi motivazione sarebbe stata buona se si comprende la causa di fondo che rende virulenta l'opposizione a Trump: il mercato dell'eurodollaro.

Ed ecco spiegato anche il motivo per cui le proteste di strada contro gli agenti dell'ICE (la scusa del momento) si stanno intensificando. Il minimo comun denominatore rimane sempre uno: eurodollaro. https://t.co/EuBJtqEKjH

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 9, 2026

L'inizio del 2026 ha portato anche un'ulteriore consapevolezza: la LBMA ha perso il controllo del prezzo dell'oro e dell'argento. E presto seguiranno a questi anche i prezzi di altre commodity intermediate dalla LME.


“IL GRANDE RESET”?

Le grandi potenze industriali del diciottesimo e diciannovesimo secolo erano Europa e Regno Unito. Quando erano tali avevano tutte le ragioni per impostare il meccanismo di prezzo di tutti gli input industriali. In quanto potenze industriali era la norma, potremmo aggiungere. Peccato solo che al giorno d'oggi non viviamo più in quel periodo storico. Gli Stati Uniti oggi sono la principale potenza industriale del mondo e le voci di una sua dipartita in tal senso (guarda caso provenienti dalla stampa inglese) sono estremamente esagerate. La disintermediazione del meccanismo di prezzo dei metalli preziosi innanzitutto e delle relative catene di approvvigionamento, per poi passare al resto degli altri metalli di base. Il pensiero strategico dell'amministrazione Trump si basa principalmente su questo modello: gli USA sono la potenza industriale del mondo, quindi dovrebbero essere loro a impostare i prezzi degli input. Se questa premessa è vera, allora il 2025 che ha visto Scott Bessent drenare la LBMA di metalli preziosi fisici acquista di senso compiuto.

Il dollaro è stato svalutato consapevolmente nella prima metà dell'anno scorso e con essi sono stati comprati lingotti fisici. Non solo, ma la debolezza del dollaro è stata perseguita anche per mettere pressione sull'UE affinché accettasse i termini del nuovo assetto commerciale mondiale e ingoiasse i dazi. Infatti, non appena la Commissione europea ha ceduto su tutta la linea, la svalutazione del dollaro si è arrestata. Gli USA non sono soli in questa linea di condotta, dato che la Cina si avvicenda a essi quando c'è bisogno di far continuare il deflusso di metalli preziosi dall'Inghilterra. Poi l'attenzione si sposterà sul rame e su tutte le altre principali commodity industriali.

A quanto pare i tempi sono maturi affinché anche il mainstream ne parli. Ma voi, cari lettori, avete appreso di queste dinamiche dal sottoscritto quando vi ho ripetutamente parlato del progetto ARC e sul mio libro "Il Grande Default".https://t.co/FNVS2j7qlg

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 1, 2025

Cos'è anche successo nella seconda metà dell'anno scorso? Quasi tutti gli occhi sono rimasti puntati sulla FED che non ha tagliato i tassi per 3/4 dell'anno scorso e ha buttato dalla finestra la pazzia dell'inflation targeting al 2%, mentre i proventi dei dazi sono fluiti nelle casse dello zio Sam e hanno abbassato i deficit commerciali. Cos'è passato in secondo piano? La fine della vecchia politica monetaria del Giappone. Questo evento storico non sarebbe potuto accadere se prima la FED non fosse riuscita a riprendere il pieno controllo della propria politica monetaria passando al SOFR. Ciò a sua volta ha significato il controllo del front-end della curva dei rendimenti americana e, con la fine prossima della conservatorship di Fannie/Freddie, anche il controllo sul back-end. Inutile dire che entrambi, prima, erano pesantemente influenzati dal LIBOR e quindi dalla City di Londra. Trump, nel frattempo, vola in Asia e pone fine alla guerra tra Cambogia e Thailandia, parla con Xi (e l'argento sale di prezzo) e infine fa visita al Giappone.

Prima di proseguire nel discorso un breve appunto sulla telefonata con Xi. Nel 2011, al top dell'argento di allora, due notizie segnarono la exit liquidity dei manipolatori: l'aumento dei requisiti di riserva da parte del COMEX e l'uccisione di Bin Laden. Se valessero anche oggi le stesse regole, dove Londra, New York e SLV/GLD gestivano il triangolo della rehypotecation dell'offerta sintetica dei metalli preziosi, oro e argento sarebbero stati abbattuti nel prezzo. Invece accade il contrario. Questo ci suggerisce che le azioni di Trump sono in opposizione al “vecchio sistema”. Il modo in cui si contiene la City di Londra, e la si costringe “a più miti consigli”, è attraverso la consegna di metallo fisico, fenomeno che si fa più preoccupante per gli inglesi dato che la sterlina intermedia ancora un parte importante del sistema finanziario mondiale. E con entrambi i metalli in backwardation, il leasing degli stessi per gonfiarne l'offerta fisica è improponibile. Anche la Cina fa parte di questo schema e l'ipotesi ARC (America, Cina, Russia) non è un'alleanza, bensì una collaborazione commerciale laddove si può collaborare e una competizione (vagamente antagonistica) laddove non ci saranno accordi. I BRICS non hanno niente in comune tra di essi e sono nati per creare un'alternativa a un Occidente “unito” sotto il vessillo della cricca di Davos, ovvero le “vecchie regole”.

Torniamo alla visita di Trump in Giappone. Il nuovo Primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, è una sovranista, così come lo è la Meloni, ed entrambe sono ben viste dall'amministrazione Trump. Il Giappone, sotto questi auspici, sta ricostruendo il suo esercito, vuole seriamente aprire un canale diplomatico con la Russia per porre fine alle sue ostilità con essa risalenti ancora alla Seconda guerra mondiale e abolire la Camera dei consiglieri (creata dagli alleati affinché avesse potere di veto su qualsiasi legge l'esecutivo volesse approvare... molto inglese come clausola). Non solo, ma anche Bessent è volato in Giappone per parlare con Ueda, governatore della BOJ, per dirgli di normalizzare la politica monetaria e affrontare le aspettative d'inflazione. In questo contesto Powell ha tagliato i tassi di 25 punti base lo scorso dicembre, mentre Ueda li ha rialzati dello stesso ammontare... l'unica banca centrale a rialzarli. In questo modo il famoso carry trade sullo yen viene smantellato pezzo dopo pezzo dopo pezzo.

È fondamentale che venga terminato perché anche se gli USA avevano introdotto il SOFR, coi tassi a zero lo yen poteva essere usato come mezzo indiretto per accedere alla liquidità in dollari e quindi tornare a influenzare il front- end della curva dei rendimenti americana. Questo è un reset enorme perché se il carry trade sullo yen finisce e finalmente arriva la IPO di Fannie/Freddie, che ricordiamolo è stata ritardata a causa dello shutdown voluto dai Democratici, l'indipendenza finanziaria americana da Londra sarà completa. Ciò che mi aspetto dal 2026 è una normalizzazione del debito americano e giapponese, man mano che il prossimo governatore della FED taglierà fino al 3% i tassi di riferimento e Ueda farà piccoli passi fino ad arrivare a una situazione in un cui il differenziale tra i due tassi di riferimento, quello americano e giapponese, sarà di una forchetta tra 25 e 50 punti base. Già adesso, con un rendimento intorno al 3%, il trentennale giapponese val la pena di essere comprato; lo stesso discorso vale per il decennale intorno al 2%. Finalmente stiamo parlando di ritorni reali! E che succede quando il decennale giapponese scavalcherà la sua controparte tedesca? I flussi di capitali voleranno in Giappone.

Sono ormai 3 anni che la Lagarde sta portando una yield curve control in Europa e ogni volta che succedono casini, si affretta a comprare i decennali tedeschi per impedire che i bund non vengano più considerati gli asset “più sicuri” in Europa. Ma ciò che si sta sviluppando nel sottobosco di questa linea di politica insostenibile nel lungo periodo, e che la farà emergere come fallimentare alla fine, è la pressione dei mercati dei capitali e la linea di politica della FED. C'è un grande avvicendamento in atto. Infatti se guardate al differenziale di rendimento tra il decennale tedesco e quello italiano siamo arrivati a 65 punti base di differenza. Solo 3 mesi fa era a 80. Tutti i bond di quelle nazioni che fomentano la guerra stanno finendo in difficoltà.

Il gioco della Meloni per il momento è solo quello di sopravvivere (non aspettatevi grandi riforme quindi) e questo a sua volta significa che i vandali in Italia al soldo della cricca di Davos, anche nel suo governo, si scateneranno.

Questa è la chiave di lettura per comprendere il delirio di onnipotenza dell'Agcom nella vicenda Cloudflare: https://t.co/6UGKydyAz9 https://t.co/TdPx4XvMUx

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 11, 2026

Se io fossi Scott Bessent non mi preoccuperei degli attacchi esteri contro il back-end della curva dei rendimenti americani arrivati a questo punto, perché per mantenere il differenziale di rendimento tra il debito americano e quello europeo, a cui è ancorato il 90% del mercato dell'eurodollaro, la BCE deve lasciar salire i rendimenti tedeschi. Per di più, chi sano di mente comprerebbe debito tedesco con la sua economia in caduta libera? E notate anche un'altra cosa: non c'è stato alcun “Lunedì nero” sulla scia dei rialzi dei tassi da parte della BOJ. Chi si è strappato i capelli finora annunciando la morte del Giappone se la BOJ avesse continuato lungo il suo percorso, era chi aveva preso in prestito debito giapponese per poi accedere alla liquidità in dollari e tutte le strade portano inevitabilmente alla City di Londra. Il Giappone non è affatto in pericolo.

Quella a cui stiamo assistendo è una liberazione, a livello finanziario, dalla colonizzazione inglese. Questo è il “reset” di Trump e dei NY Boys.


PROSCIUGARE GLI AFFLUENTI, BONIFICARE LA PALUDE

Questo significa altresì staccare la spina alle influenze ombra di Londra e Bruxelles che ancora oggi infestano il Congresso, portando quest'ultimo dalla parte di Trump. E porre l'occhio di bue sopra gli agenti ICE, così come la denuncia di tutte le frodi finora scoperchiate come quella somala in Minnesota, serve semplicemente a guadagnare consensi tra la popolazione affinché non si faccia fuorviare dai canali mediatici controllati principlamnete da Londra.

REMINDER. “To all ICE officers: You have federal immunity in the conduct of your duties. Anybody who lays a hand on you or tries to stop you or tries to obstruct you is committing a felony. You have immunity to perform your duties, and no one—no city official, no state official,… pic.twitter.com/xoWDjOctLe

— Homeland Security (@DHSgov) January 13, 2026

L'immigrazione illegale è importante perché ci si libera delle frodi e ci si libera di persone che hanno posto una tremenda pressione sotto forma di domanda su case, assistenza sanitaria, auto, cibo, ecc. L'immigrazione illegale era la porta sul retro che giustificava sussidi a pioggia a ONG e associazioni noprofit. Una volta che si rimuove suddetta pressione, la Legge dei rendimenti marginali decrescenti, la Legge della domanda/offerta e tutti gli altri dispositivi della teoria economica permettono di vedere chiaramente come i prezzi delle case fossero anelastici, ad esempio, in relazione alla domanda al margine. In luoghi come il Texas, la rimozione della sopraccitata pressione ha fatto scendere gli affitti per gli appartamenti da una media di $2.000 a circa $1.200.

Non solo in Minnesota, anche in Ohio. La piovra Dem, principale propaggine negli USA della cricca di Davos, ha usato tutti i sotterfugi possibili (tra cui la mafia delle ONG) per estorcere ricchezza reale dagli USA e trasferirla all'estero.https://t.co/XrWwEgkDHz https://t.co/6PIgySPugq

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 30, 2025

Per contrastare il ribilanciamento degli Stati Uniti, tutte le altre principali banche centrali del G7 (esclusa la BOJ) hanno tagliato i tassi più aggressivamente rispetto alla FED. In questo modo hanno stimolato la crescita del credito stampando le loro divise per comprare dollari, in un mondo in cui Powell ne sta prosciugando l'offerta ombra, mentre il Dipartimento del Tesoro americano ha usato parte dei proventi incamerati dagli accordi commerciali e dal Treasury General Account (gonfiato durante lo shutdown) per comprare oro e Bitcoin. I dollari “stampati” dalla FED, diversamente da quello che dicevano i media generalisti e la “controinformazione” online, sono stati sterilizzati.

Come si disinnesca la City di Londra?
Taglio dei flussi monetari pubblici (es. USAID)
Taglio dei flussi monetari privati (es. Venezuela)
Si costringe a mettere i suoi capitali in gioco (es. squeeze su oro/argento)
Il colpo fatale arriverà un volta disintermediato il Brent.

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 4, 2026

L'obiettivo principale della cricca di Davos/City di Londra è quello di collassare il sistema attuale delle democrazie liberali che hanno ordito a costruire negli ultimi 400 anni. L'immigrazione e la violenza incontrollate sono il segno distintivo. L'amministrazione Trump e gli oligarchi dietro di essa, le grandi banche commerciali americane, hanno deciso di intraprendere un approccio diverso: “salvare” le democrazie liberali e non cedere il passo al nazionalsocialismo/totalitarismo. Questo esito lo si ottiene minimizzando la violenza internamente e non operando “cambi di governo” all'estero (uno sport prettamente di stampo inglese) bensì smantellando quei network nel sottobosco degli stati che alimentano “rivoluzioni colorate”. Questo a sua volta significa che le persone possono ancora fidarsi delle istituzioni, soprattutto se possono essere “riformate”. In questa direzione va la più recente “incriminazione” di Powell, ad esempio. Gli Stati Uniti sono gli unici a poter contrastare e “correggere” i piani della cricca di Davos/City di Londra, in particolar modo perché oltre ad avere capitale sviluppato (liquidità in entrata) hanno anche quello “ancora da sviluppare” (input delle materie prime).

In questo contesto la cattura di Maduro potrebbe benissimo essere assimilabile all'ipotesi che il sopraccitato progetto ARC abbia anche tra i suoi obiettivi non solo lo smantellamento della rete d'influenza finanziaria della City di Londra, ma anche quella politico-sociale.

???? EXCLUSIVA | Zapatero figura entre los 64 investigados en un expediente judicial de Nueva York por colaborar con el régimen de Maduro

Por @iblascor https://t.co/nk7xbHrx5o

— Vozpópuli (@voz_populi) January 5, 2026

Il Venezuela è solo un tassello in un mosaico più grande. Il riciclaggio di denaro del narcotraffico passa soprattutto dalle banche canadesi. Il Canada è la nazione in cui gli inglesi si rifugiarono quando persero la guerra d'indipendenza. E chi lo guida ora? Inoltre ricordate il documento National Security Strategy del mese scorso? Uno dei punti trattati in esso era lo smantellamento dell'architettura di quei “poteri ostili” nel suo emisfero. Di primo acchito si poteva pensare a Iran, Cina e Russia. Invece l'obiettivo reale sono le banche ombra offshore, i centri in cui viene riciclato il denaro per finanziare operazioni ostili agli USA e la rete di contrabbando di droga/armi che alimenta “settori” deviati dell'intelligence americana. E con questa chiave di lettura si capisce anche perché Russia e Stati Uniti, ad esempio, si stanno avvicinando dal punto di vista commerciale e collaborano in sordina per minimizzare le eruzioni di tumulti sociali incontrollati che potrebbero sfociare in guerre.

In Iran c'è una guerra civile sotterranea tra colonizzatori: francesi e inglesi. L'IRGC, ad esempio, è sempre stata una creatura della City di Londra per controllare il Paese. In questo senso l'Ayatollah potrebbe essere il prossimo Maduro.https://t.co/uDbD56zuOC

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 4, 2026

Esfiltrare Maduro ha significato mettere sabbia negli ingranaggi dello Stato profondo internazionale che s'era sviluppato in Venezuela: riciclaggio di denaro, traffico di esseri umani, traffico di droga, manipolazione del prezzo delle commodity. Ma ecco un altro punto: significa anche il prosciugamento di finanziamenti ombra per i servizi segreti inglesi e (in parte) per la CIA (che non dimentichiamocelo è ancora infiltrata da agenti ostili esteri). Oltre a ciò l'estromissione della Machado, pedina della cricca di Davos. Alla luce di quanto detto finora credo sia chiaro che Trump non voleva affatto un cambio di governo in Venezuela, bensì estromettere Maduro dal sopraccitato network criminale, una pistola continuamente puntata indirettamente alla tempia degli Stati Uniti. E per lo stesso motivo Bessent ha elargito la linea di swap in dollari da $40 miliardi all'Argentina, così facendo si chiude a tenaglia il Brasile (palesemente schierato col WEF, altro che BRICS). Perché, quindi, Maduro ha accettato di essere esfiltrato? Perché adesso? Perché è consapevole che Trump sta avendo la meglio sui suoi avversari.

Florida, Louisiana, Mississippi e l'Alabama possono quindi respirare ora che il Golfo d'America viene messo in sicurezza e bonificato dalle ingerenze sotterranee che vorrebbero portare a compimento il Piano Podesta, destabilizzando per il proprio tornaconto e sopravvivenza gli Stati Uniti. Il mio compito, come avrete notato cari lettori, è quello di mettere insieme i vari pezzi del puzzle sparpagliati e fornirvi il quadro generale così come nessun altro riesce a proporlo. E vedendo le cose in questa ottica tutte le azioni, le minacce e le vicissitudini diventano chiare, logiche e coerenti, mentre restano un enigma per tutti coloro che seguono la stampa generalista o ascoltano canali d'informazione che vogliono trasmettere una visione del mondo di come dovrebbe essere piuttosto di come È. E sebbene le molte sfaccettature, il mio focus su quella inglese è determinata dalla volontà dell'attuale amministrazione Trump di ridimensionarne i tentacoli sotterranei dato che è diventata una questione esistenziale per Washington.

E chissà se la prossima esfiltrazione non sia l'attuale famiglia reale inglese durante i festeggiamenti dei 250 anni dalla Dichiarazione d'indipendenza americana. 


CONCLUSIONE

Il declino di Bruxelles e della City di Londra è inevitabile, e il primo anno di Trump ha messo in evidenza questa inevitabilità. L'Unione europea, in particolare, è partita con l'idea di essere un'unione commerciale; poi è arrivata l'unione monetaria che è stata completata a metà. La restante metà è stata presa in prestito da Stati Uniti (salvataggi tramite FED ed eurodollaro) e Giappone (carry trade sullo yen). Lo stallo dal punto di vista industriale non è altro che un accartocciamento dovuto all'uscita di scena di Washington e Tokyo in veste di “zii ricchi” da sfruttare. Il fatto che la digitalizzazione dell'economia e la ricerca tecnologica sia andata avanti principalmente negli USA e in Cina, ha svelato il segreto di Pulcinella: Bruxelles ha coltivato una linea di politica di estrazione dai territori che controllava direttamente e indirettamente (tramite la legislazione sul digitale, ad esempio). Puro e semplice colonialismo. Non è un caso che la cricca di Davos abbia come riferimento il Superstato dell'UE: sono locuste che invadono un determinato di territorio di capitali, fagocitano voracemente risorse e ricchezza reale, infine tirano fuori i capitali immessi fino a quel momento. Ora riserva tale trattamento alla popolazione autoctona, affinché la classe dirigente possa sopravvivere.

YIKES

China just posted a record-breaking $1.2 trillion global trade surplus. The EU's is up 18.1%. Germany's numbers are BONKERS - a staggering 108% surge in surplus, meaning that it now accounts for nearly a third of China's entire EU surplus.

The US has been aggressively… https://t.co/ikpiHIiADr

— Melissa Chen (@MsMelChen) January 14, 2026

L'Unione europea si trova in un cul de sac perché l'industria digitale, salvo sporadiche eccezioni che non fanno testo nel contesto mondiale, è indietro di 30 anni come minimo, senza contare che s'è tagliata fuori da risorse energetiche a buon mercato. L'UE sarà addirittura superata dai Paesi arabi. Inoltre senza un'unione fiscale e obbligazionaria l'euro è destinato al fallimento, i surrogati sotto forma di bond SURE sono un palliativo per calciare il proverbiale barattolo. Senza contare che già da un po' i singoli stati membri dell'UE stanno impostando le proprie linee di politica dal punto di vista monetario tramite le proprie banche centrali nazionali e i pronti contro termine. Gli Stati Uniti faranno accordi con i singoli stati e solo alcuni all'interno dell'UE; l'Italia è uno di questi, sia per la sua posizione strategica sul Mediterraneo, sia per la presenza della Città del Vaticano. Una frattura importante la si vedrà inevitabilmente nel mercato monetario dove a fronte di un euro digitale rimandato dalla BCE, e che a tutti gli effetti sarà una CBDC, emergerà nel frattempo la concorrenza (guarda caso sponsorizzata da Unicredit) e che, sebbene all'apparenza innocua nei confronti dell'euro fisico stesso, tale versione digitale rappresenterà quella spaccatura in due dell'UE di cui ho spesso parlato.

Anche dal punto di vista commerciale questa frattura è evidente, contando il fatto che il commercio mondiale si sta spostando sulle rotte dell'Oceano Pacifico e su quelle dell'Artico (da qui le attenzioni sulla Groenlandia da parte degli USA, oltre alla sua posizione strategica in termini militari). Il commercio mondiale passa principalmente attraverso le vie d'acqua, soprattutto perché le vie di terra sono facilmente sensibili al sabotaggio. Tra Stati Uniti e Russia ci sono discorsi di futura collaborazione economica e degli interessi reciproci. I russi hanno tutto l'interesse ad avere un'alternativa alla Cina ora che l'Europa è fuori gioco, perché per loro quest'ultima verrà ignorata per almeno una generazione; infatti la Russia è stata costretta a “finire tra le braccia della Cina”, come disse a suo tempo Peskov, a causa delle linee di politica scellerate dei governi americani ed europei quando la cricca di Davos aveva ancora il sopravvento su di essi. Russi e cinesi non hanno niente in comune.

Di conseguenza l'impianto geopolitico del futuro non saranno i BRICS (Brasile e Sud Africa sono a marchio WEF, mentre l'India è uno “swing state” oltre al fatto che gli USA stanno facendo più affari con il Pakistan riguardo le terre rare ad esempio), bensì il modello ARC: America, Russia e Cina. Tutti e tre, pur restando avversari in una certa misura, cercano di collaborare per riequilibrare le rispettive economie e anche per riequilibrare i rapporti militari reciproci. Il punto di convergenza, quindi, diventerebbe il Pacifico e l'Artico (il Giappone avrebbe un ruolo fondamentale in questo contesto). In questo nuovo assetto l'Europa avrebbe un ruolo marginale.

L'incubo degli inglesi sin da quando Mackinder ha formulato la sua tesi geopolitica dell'isola del mondo: un canale di connessione nello stretto di Bering tra USA e Russia, sabotato a più riprese da Londra nel corso della storia. pic.twitter.com/AvENqQR6Qu

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 12, 2026

Il declino inevitabile della City di Londra, invece, è marchiato a fuoco da ciò che succede nei mercati dei metalli preziosi. La soppressione dei prezzi dei metalli preziosi era un modo per colonizzare indirettamente le industrie minerarie situate nei luoghi ricchi di minerali da estrarre. In questo modo i trader a Londra erano gli unici a fare davvero i soldi vendendo le commodity, mentre le industrie minerarie ottenevano briciole. I consumatori, pur non ritrovandosi alla fine di questa catena del disvalore, erano intrappolati nelle grinfie dei trader londinesi. Questi “intermediari” nei mercati dei futures erano i soli a risultare i vincitori. È una novità? No, lo sappiamo da cento anni, come minimo.

Esempio: il nickel. Il prezzo all'ingrosso è 90 centesimi a libbra. Sul mercato viene venduto da Rio Tinto a $2.50. E questa istituzione è una delle più grandi al mondo e ha la base nella City di Londra. Senza contare tutte le relazioni/connessioni bancarie che ha con le industrie minerarie nel Sud-est asiatico, in Indonesia e in Australia: esse, infatti, devono rivolgersi a banche come Standard Chartered, HSBC, o Barclays per ottenere prestiti e avviare le loro operazioni. Anche qui: indovinate chi ci guadagna su questi prestiti e sui profitti della produzione delle industrie minerarie per i primi 5-7 anni? E poi c'è quella che io chiamo “la porcata”: nel momento in cui viene concesso il prestito, queste banche aprono posizioni short sui metalli! Questa è colonizzazione finanziaria tramite il sistema bancario inglese e i mercati dei futures intermediati a Londra.

I due più grandi manipolatori dei prezzi dei metalli, inutile dirlo con sede nella City di Londra, stanno cercando di reagire alla strategia di USA e Cina di rimodellare i mercati delle commodity e prezzarne gli input in accordo con offerta e supply chain.https://t.co/CqkmMKPoYy

— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 9, 2026

Uno dei motivi per cui i metalli preziosi, ultimamente, stanno esplodendo al rialzo è che questo circolo vizioso è stato progressivamente disinnescato. Grazie a compagnie come Franco Nevada, Wheaton Precious Metal, ecc. che hanno permesso il bypass del settore bancario per i finanziamenti in cambio di royalty su esplorazione e produzione (senza contare che sono molto più capaci nella valutazione del rischio delle compagnie minerarie). In questo modo le royalty vengono pagate solo quando si avvia la produzione, mentre non c'è il peso del servizio del debito durante le fasi di esplorazione. È un rischio d'investimento quello che corrono Franco Nevada et similia, ma almeno diventano partner ed è una situazione “win-win” per tutti dato che guadagnano dal flusso di cassa futuro una volta avviata la produzione. Diversamente dalle banche inglesi, il cui unico interesse è se l'azienda fallisce o meno, queste royalty company VOGLIONO che le aziende di cui sono partner abbiano successo.

Questo modello, sin dal 2005 circa, è cresciuto nel tempo e con il cambio di marcia intrapreso dagli USA negli ultimi 3 anni ha finalmente guadagnato trazione, emarginando gli intermediari e le relative connessioni bancarie a essi legati che avevano buttato in un fosso gli azionisti delle industrie minerarie, le industrie minerarie stesse e i dipendenti di queste. E diversamente da quello che raccontano i media generalisti, questo non è il classico schema “pump and dump”. Quando l'argento raggiunse il picco massimo precedente, a circa $50 l'oncia, quel fine settimana gli USA diedero l'annuncio di aver ucciso Osama Bin Laden e il COMEX annunciò un ampliamento dei margini di copertura per le posizioni long. Segnale, quello, che le bullion bank avrebbero protetto sé stesse e che avrebbero “ucciso” i long. Con quell'annuncio il prezzo crollò immediatamente di $5: vennero sentenziati a morte i prestiti a leva, mentre uno squeeze si portava via alcuni grossi player. Era il 2011 e sin da allora il COMEX, la LBMA e l'SLV hanno rappresentato un “triangolo della morte” per il prezzo dell'argento: il primo forniva il collaterale alla seconda affinché potesse avere la base attraverso cui supportare prestiti a leva e microgestire il prezzo dell'argento tramite un'offerta sintetica dello stesso. Almeno fino pochi mesi fa... cos'è cambiato? Cosa si è rotto? L'argento è in backwardation, c'è scarsità del metallo e i tassi di leasing a esso collegati sono schizzati in alto. Questa, come quella del 2011, è una battaglia tra giganti e le formiche devono fare attenzione a non essere schiacciate nel frattempo. È una questione di chi ha più soldi da gettare nel mercato per scavalcare gli avversari, soprattutto le posizioni short. E a questo giro, però, le scommesse e i contratti stipulati richiederanno la consegna dell'asset sottostante.

Sarà diverso stavolta? Dal punto di vista tecnico ce lo ha detto la soglia degli $83 l'oncia per l'argento. Dal punto di vista strategico le nuove soluzioni commerciali di Trump e le nuove soluzioni di collaterale per il dollaro di Bessent (metalli + Bitcoin) ce lo stanno dicendo, insieme anche a Cina, Russia e addirittura India. Non dimenticando, al contempo, che il mercato sintetico dell'argento è una fonte di introiti importante per la City di Londra.

Per ulteriori approfondimenti, poi, su questi temi a livello tecnico e orientativo, c'è sempre il servizio di consulenze del blog.


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Why Neocons Like Marco Rubio and Lindsey Graham are Responsible for the Minnesota Welfare Fraud Scandal

Lew Rockwell Institute - Gio, 15/01/2026 - 21:57

From Murray Rothbard’s 1994 essay, “Just War”:

“The Somalian intervention [by the U.S. military] was a perfect case study in the workings of [the] Wilsonian dream. We began the intervention by extolling a ‘new kind of army (a model army if you will, engaged in a new kind of high moral intervention: the U.S. soldier with a CARE package in one hand, and a gun in the other. The new “humanitarian” army, bringing food, peace, and democracy and human rights to the benighted peoples of Somalia, and doing it all the more nobly and altruistically because there was not a scrap of national interest in it for Americans. It was this prospect of a purely altruistic intervention — of universal love imposed by the bayonet — that swung almost the entire “antiwar” Left into the military intervention camp. Well, it did not take long for our actions to have consequences, and the end of the brief Somalian intervention provided a great lesson if we only heed it: the objects of our “humanitarianism” being shot down by American guns, and striking back by highly effective guerilla war against American troops, culminating in savaging the bodies of American soldiers. So much for “humanitarianism,” for a war to impose democracy and human rights; so much for the new model army.”

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