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Valute digitali delle banche centrali e la guerra al contante

Freedonia - Lun, 28/12/2020 - 11:07

 

 

di Kristoffer Mousten Hansen

Il 2020 è stato un anno dominato da cattive notizie. Mentre i governi di tutto il mondo hanno imposto restrizioni estremamente distruttive sulla vita economica e hanno permesso un "Grande Reset" che equivale ad un grande balzo in avanti nel futuro socialista, i banchieri centrali hanno piani avanzati per l'implementazione delle valute digitali del sistema bancario centrale (CBDC). Potrebbero arrivare già nel prossimo anno, ma qual è la motivazione dietro questa innovazione? Le relazioni recenti pubblicate dalla Banca dei regolamenti internazionali[1] e dalla Banca Centrale Europea[2] ci forniscono una parte della risposta. Queste pubblicazioni forniscono una visione affascinante delle teorie e delle ideologie che guidano i banchieri centrali nella loro ricerca delle CBDC.


Politica monetaria? Moi?

Un tema interessante in entrambe le relazioni è il disconoscimento di qualsiasi politica monetaria alla base dei piani per l'introduzione delle CBDC. La relazione della BRI afferma che "[la politica monetaria] non sarà la motivazione principale per l'emissione delle CBDC" (p. 8) e la relazione della BCE osserva che "non è identificato in questo rapporto un possibile ruolo dell'euro digitale come strumento per rafforzare la politica monetaria" (p. 3). Si potrebbe supporre che l'introduzione di una nuova forma di moneta equivalga per definizione ad una nuova politica monetaria, almeno in senso lato, e in secondo luogo forse sarebbe un po' strano se istituzioni dedite alla ricerca e all'attuazione della politica monetaria non prendano in considerazione i potenziali effetti di una nuova forma di denaro su tale politica. Ma ciò che colpisce davvero è che entrambe le relazioni, e in particolare quella pubblicata dalla BCE, descrive nel dettaglio le implicazioni delle CBDC per la politica monetaria. È vero, direttamente dicono di no, ma guardate oltre il sommario e prestate attenzione a ciò che è scritto nella relazione stessa: l'affermazione iniziale viene smentita.

Per vederlo, dobbiamo solo guardare alle caratteristiche chiave che i banchieri centrali identificano come desiderabili in una CBDC: dovrebbe essere fruttifera e dovrebbe essere possibile limitare quanto ogni individuo possa detenerne. Entrambe le misure mirano chiaramente a sostenere la politica monetaria. Il limite massimo al possesso obbliga le persone a spendere i propri soldi, determinando inflazione dei prezzi o investimenti in asset finanziari; e rendendo le CBDC fruttifere (o remunerate come dice la BCE), esse diventano uno strumento per impostare e trasferire le modifiche nella politica monetaria, compresi i tassi d'interesse negativi.

La relazione della BCE si dilunga molto sulla necessità di limitare o disincentivare “l'uso su larga scala dell'euro digitale come investimento” (p. 28). Il ragionamento alla base di questa posizione è chiarissimo: poiché la politica monetaria ha portato i tassi d'interesse in territorio negativo, la BCE non dovrebbe consentire la detenzione su larga scala di euro digitali dal momento che gli investitori abbandonerebbero quindi le loro posizioni in obbligazioni a rendimento negativo e cercherebbero un rifugio sicuro negli euro digitali. Allo stesso modo, la BCE è contraria a consentire alle persone di convertire i propri depositi bancari in euro digitali (p. 16), i quali verrebbero spostati nei loro portafogli individuali piuttosto che in un conto bancario. Infatti ciò che le relazioni della BRI e della BCE chiamano "disintermediazione finanziaria" è una vecchia preoccupazione dei banchieri centrali: se le persone tengono i loro soldi fuori dalle banche, quest'ultime avranno meno soldi da prestare, aumentando così i costi del prestito. La BRI è preoccupata che

una CBDC potrebbe rendere tali eventi [es. corse agli sportelli] più frequenti consentendo "corse digitali" nei confronti della banca centrale con una velocità e dimensioni senza precedenti. Più in generale, se nel tempo le banche iniziano a perdere depositi a favore della CBDC, potrebbero fare più affidamento sui finanziamenti wholesale e possibilmente limitare l'offerta di credito nell'economia con potenziali impatti sulla crescita economica. (p. 8)

Naturalmente gli economisti Austriaci, sin dai tempi di Ludwig von Mises[3], capiscono che la "disintermediazione finanziaria" può davvero essere una benedizione. Nel contesto dell'euro digitale, tutto ciò che significa è che le persone terrebbero la quantità di denaro che ritengono desiderabile al di fuori delle banche. Effettuerebbero solo veri depositi di risparmio nelle banche, cioè consegnerebbero loro solo denaro a cui non desiderano avere un accesso immediato. In tali circostanze, le banche non sarebbero in grado di espandere il credito emettendo denaro scoperto; potrebbero concedere prestiti solo con i fondi che i loro clienti metterebbero loro a disposizione per tale scopo. Ciò non solo si tradurrebbe in un sistema finanziario più snello o più solido, ma eviterebbe anche i problemi del ciclo economico perennemente ricorrente. E contrariamente a quanto temono i banchieri centrali, l'offerta di credito non sarebbe limitata, sarebbe semplicemente costretta a corrispondere all'offerta di risparmi reali nell'economia. Questa, sfortunatamente, è una comprensione dell'economia completamente estranea ai banchieri centrali.


Tassi d'interesse negativi

Uno degli obiettivi nell'introduzione delle CBDC, solo accennato però, è la possibilità di imporre tassi d'interesse negativi ancora più bassi. Negli ultimi anni gli economisti[4] hanno discusso sempre di più il problema dello “zero lower bound” sui tassi d'interesse: il fatto che è impossibile fissare un interesse negativo poiché i depositanti in quel caso passerebbero semplicemente a detenere contanti fisici. Quando la manipolazione del tasso d'interesse è il principale strumento delle banche centrali, questo è ovviamente un problema: come possono far funzionare il loro elisir e garantire uno spread accettabile tra i tassi ufficiali di riferimento e il tasso d'interesse di mercato quando i tassi sono già molto bassi? Considerando il costo di detenzione di contanti fisici, il -0,5% sembra essere il più basso possibile.

Con una valuta digitale controllata centralmente questo problema scomparirebbe. La banca centrale potrebbe fissare un limite a quanto ogni persona e azienda potrebbe detenere gratuitamente e, al di sopra di questo limite, bisognerebbe pagare un tasso d'interesse negativo (o "remunerazione" come insiste nel definirla la BCE) consono con la linea di politica della banca centrale. In questo modo, detenere liquidità non ostacolerebbe la politica monetaria, poiché le disponibilità liquide sarebbero completamente sotto il controllo del sistema bancario centrale.

C'è solo un problema con l'utilizzo di una CBDC in questo modo: funziona solo se il denaro fisico viene messo fuorilegge. Altrimenti quest'ultimo continuerebbe a ricoprire il ruolo che svolge oggi, ovvero il modo più semplice e meno rischioso di detenere la propria ricchezza e di evitare tassi d'interesse negativi. La relazione della BRI identifica chiaramente questo problema (p. 8n7), così come la BCE (p. 12n18): una CBDC potrebbe aiutare ad eliminare lo "zero bound lower" sui tassi d'interesse, ma solo se la liquidità fisica scomparisse. Finché il denaro fisico rimane in uso, lo "zero bound lower" non può essere violato.


Ma è la gente a richiederlo!

Tuttavia le persone potrebbero di propria iniziativa venire in soccorso delle banche centrali, almeno secondo Benoît Coeuré, capo del BIS Innovation Hub (il gruppo incaricato della ricerca sulle CBDC): molte persone vogliono una valuta digitale del sistema bancario centrale. La BCE vede anche il calo dell'uso del contante fisico a favore di altri mezzi di pagamento come uno dei principali scenari che richiederebbero l'emissione di un euro digitale (p. 10).

Mentre ad alcune persone potrebbero piacere le CBDC, non c'è alcun motivo di credere, nonostante le prove aneddotiche di Coeuré, che ci sia una domanda diffusa di CBDC. La BCE lo ammette quando scrive che il contante fisico è ancora il mezzo di pagamento dominante nell'area Euro, rappresentando oltre la metà del valore di tutti i pagamenti al dettaglio (p. 7). Ma Coeuré non ha bisogno di andare lontano per vedere la continua rilevanza del contante: nel 2018 i ricercatori della stessa BRI hanno concluso che il contante, lungi dal diminuire d'importanza, era ancora la forma di pagamento dominante.[5] Più di recente uno studio sull'International Journal of Central Banking ha mostrato che l'utilizzo di contante non solo non è in calo, ma sta addirittura aumentando di importanza.[6]

Comunque sia, i banchieri centrali hanno sicuramente ragione sul fatto che c'è una maggiore domanda di soluzioni di pagamento digitali e attraverso le criptovalute. Tuttavia è errato concludere da ciò che c'è una domanda preponderante per le CBDC. La domanda di una soluzione di pagamento non è la stessa di una domanda di un nuovo tipo di denaro. Significa semplicemente che le persone richiedono servizi di pagamento che consentano loro di effettuare transazioni più economiche. Tali servizi sono forniti in abbondanza da società come Visa, Mastercard, Paypal, banche e chi più ne ha più ne metta. Non c'è motivo di credere che le banche centrali debbano fornire questo servizio, né che potrebbero farlo meglio delle società private e delle banche, ed è semplicemente un errore equiparare la domanda per tali servizi con la domanda di denaro.

L'errore nel caso delle criptovalute è ancora più eclatante. Quando le persone detengono Bitcoin o un'altra criptovaluta, non è perché la loro domanda per una CBDC rimane ancora insoddisfatta e questa è la loro alternativa più vicina. Al contrario, le persone vogliono possedere Bitcoin proprio in modo da poter evitare gli interessi negativi imposti al sistema bancario ed i rischi di detenere moneta fiat inflazionistica. L'introduzione di una CBDC non attenuerebbe tali rischi, ma piuttosto li aggraverebbe, poiché la banca centrale assumerebbe il controllo totale dell'offerta di moneta attraverso di essa e la conseguente abolizione del contante fisico. Il sentito bisogno di coperture contro l'inflazione e il desiderio di sfuggire al controllo del sistema bancario centrale, compresi i tassi d'interesse negativi ed i massimali sulla quantità di liquidità che si potrebbe detenere, non farebbero che aumentare.


Si tratta di controllo

Alla fine, le valute digitali del sistema bancario centrale sono tutte incentrate sul controllo, non sul soddisfare la domanda dei consumatori. La BCE lo ammette in diversi punti della sua relazione. Ecco solo un esempio: se le persone chiedono davvero un euro digitale, perché dovrebbe essergli assegnato lo status di moneta a corso legale per essere accettato, come affermano chiaramente gli autori (p. 33)? L'unico scenario in cui l'introduzione di una CBDC ha senso è quello di eliminare gradualmente l'uso di contanti fisici per poter imporre qualsiasi tasso d'interesse negativo che i banchieri centrali ritengano necessario. Il proverbiale "helicopter money", le restrizioni sulla detenzione di liquidità ed i tassi d'interesse negativi fanno tutti parte del pacchetto di politiche desiderabili che possono essere raggiunte solo, o più facilmente, con le valute digitali completamente controllate dalle banche centrali.

Ironia della sorte, lungi dal rafforzare il ruolo delle banche centrali e della moneta fiat, imporre una CBDC potrebbe avere l'effetto completamente opposto. Sostituire il denaro fisico con una CBDC rafforzerebbe solo le qualità indesiderabili del denaro fiat e ostacolerebbe ulteriormente il libero mercato nel campo monetario e dei servizi finanziari, aumentando la domanda di alternative come l'oro e Bitcoin.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Banca del Canada, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone, Riksbank svedese, Banca Nazionale Svizzera, Banca d'Inghilterra, Consiglio dei Governatori della Federal Reserve e Banca dei Regolamenti Internazionali, CBDC: Central Bank Digital Currencies: Foundational Principles and Core Features (N.p: Banca dei Regolamenti Internazionali, 2020): https://www.bis.org/publ/othp33.htm.

[2] Banca Centrale Europea, Report on a Digital Euro (Frankfurt am Main: European Central Bank, ottobre 2020): https://www.ecb.europa.eu/euro/html/digitaleuro-report.en.html.

[3] Ludwig von Mises, The Theory of Money and Credit, trad. H. E. Batson (New Haven, CT: Yale University Press, 1953), p. 261ff.

[4] Si veda, e.d., Marvin Goodfriend, "Overcoming the Zero Bound on Interest Rate Policy," Journal of Money, Credit and Banking 32, no. 4 (2000): 1007–35.

[5] Morten Bech, Umar Faruqui, Frederik Ougaard e Cristina Picillo,"Payments Are A-Changin’ but Cash Still Rules," BIS Quarterly Review (mazo 2018): 67–80.

[6] Jonathan Ashworth e Charles A.E. Goodhart, "The Surprising Recovery of Currency Usage," International Journal of Central Banking 16, no. 3 (2020): 239–77.

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Prospettive per l'Inghilterra e la sterlina

Freedonia - Gio, 24/12/2020 - 11:08

Come abbiamo visto nell'articolo di ieri, di fronte a noi ci si para davanti un decennio che non sarà affatto facile. Soprattutto se si considera l'illusione di proprietà che la maggior parte delle persone ha nei confronti di ciò che possiede e in base a tale illusione cercherà di conformarsi ai dettami dell'establishment. Non importa quanto tirannici, l'importante è salvaguardare i sacrifici di una vita. Inutile dire che non è così, perché oltre ad essere derubati della dignità e della libertà, ciò che ci possiede viene altrettanto portato via in modo silenzioso. Occorre quindi un manifesto teorico e pratico da cui ripartire per avere una visione della vita quanto più scevra possibile dalle meccaniche della propaganda statale. Ho pensato quindi di fornirlo io attraverso il mio ultimo libro "La fine delle fallacie economiche", strutturando un percorso di studio in grado di filtrare tutto il rumore di suddetta propaganda in quell'ambito settoriale più importante di tutti. E, perché no, dato il giorno un'idea regalo formante e originale. Detto questo, auguro a tutti i lettori e lettrici del blog un buon Natale e buone feste, il vostro piacere quotidiano nel leggere le mie pubblicazioni è motivo di orgoglio per me e fonte di continui ringraziamenti per voi.

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di Alasdair Macleod

Questo articolo valuta la probabilità che la sterlina segua il dollaro verso un'iperinflazione monetaria. Tra marzo e settembre il governo degli Stati Uniti ha finanziato il doppio della sua spesa mediante la vendita di obbligazioni, principalmente attraverso il QE, rispetto alle entrate fiscali. E c'è molta più inflazione monetaria in arrivo.

Un dollaro iperinflazionato è ora lo sfondo internazionale per tutte le valute, compresa la sterlina.

Ad oggi l'aritmetica di bilancio del Regno Unito è meno allarmante di quella degli Stati Uniti. In teoria, il governo del Regno Unito ha un piano attuabile per trasformare il Regno Unito in un business globale. Tuttavia se, come sta diventando sempre più certo, il dollaro cadrà pesantemente rispetto alle valute estere nei prossimi mesi, i tassi d'interesse americani saliranno così come quelli inglesi; fenomeni catastrofici per le finanze pubbliche e il futuro delle società zombi cariche di debiti. Inoltre, con l'esposizione di controparte alle banche insolventi dell'Eurozona e l'escalation di insolvenze legate alla crisi sanitaria, le banche britanniche non sono abbastanza forti per resistere ad una contrazione del credito innescata da una salita dei tassi americani.

Con la massima urgenza, il Tesoro britannico dovrebbe ricostruire le riserve auree della nazione, segretamente se necessario, in modo che il governo possa stabilizzare la sterlina sostenendola con l'oro al momento opportuno. C'è quindi una via d'uscita da questo pasticcio, ma il governo britannico la prenderà?


Introduzione

Vivendo nel Regno Unito si è fin troppo consapevoli dei danni visibili che il lockdown sta facendo all'economia. Hotel, pub e ristoranti sono stati portati alla bancarotta e sopravviveranno solo coloro i cui proprietari hanno una ricchezza immagazzinata sufficiente per pagare i conti, in un momento storico in cui esiste scarso o nessun reddito. Molti rivenditori i cui margini erano esigui dopo aver pagato l'affitto, le bollette e le tasse hanno chiuso per sempre. In una certa misura questi problemi sono stati rimandati attraverso ferie retribuite e programmi di permessi, ma resta il fatto che le strade principali delle città sono ormai pressoché deserte.

Le principali catene di vendita al dettaglio stanno fallendo. Se solo il governo lo ammettesse, i cambiamenti che vediamo oggi sarebbero avvenuti comunque; ma invece di un processo evolutivo, è stato determinato all'improvviso dalla crisi sanitaria e dalla sua ancella, una crisi bancaria a seguire. Il processo di distruzione creativa di Schumpeter è stato imbottigliato per dieci anni prima di essere scatenato.

Se non ostacolato, il nuovo mondo che attira il Regno Unito sarà composto da strade principali che combinano abitazioni, negozi e tutte le altre strutture che gli esseri umani decidono che sono necessarie e desiderate, e non quelle imposte dalle leggi sulla pianificazione e dal governo locale. L'industria dei viaggi ha subito un enorme danno, con i viaggi aerei che probabilmente sono passati di moda: perché non restare a casa nove volte su dieci e guardare documentari sui luoghi che altrimenti avreste visitato?

Si potrebbe continuare, ma il punto è che la Gran Bretagna non tornerà alla vecchia normalità. Ed i principali ostacoli al cambiamento sono il governo centrale e le autorità locali. Attraverso massicce ondate di inflazione monetaria, il governo centrale sta supportando il mondo di un tempo, quello composto da società zombie. E poiché stanno perdendo entrate, le autorità locali stanno resistendo al cambio di destinazione d'uso degli immobili (dal commerciale all'abitativo). Infatti se abbracciassero questa evoluzione nelle città, gran parte della "crisi abitativa" di cui tutti parlano scomparirebbe senza la necessità di cementificare gran parte dell'Inghilterra rurale.

Ad essere onesti, i politici vengono sempre eletti non tanto per i loro programmi, ma per mantenere lo status quo. Nessuno vota per l'evoluzione, si vota invece per nuove imprese, energia verde e tutto il resto a condizione che le attività e posti di lavoro esistenti vadano avanti non influenzati dal cambiamento. E in un mondo keynesiano, dove il capitale monetario può in qualche modo essere creato dal nulla, agli occhi di tutti sembra decisamente possibile. E data la situazione in quasi tutte le economie avanzate, le politiche del governo britannico sostenute dall'inflazione monetaria hanno resistito al cambiamento, promuovendo il capitalismo clientelare, il protezionismo normativo e le imprese zombie.

L'attuale governo del Regno Unito ed i suoi ministri di gabinetto devono essere estremamente frustrati dalla difficile situazione in cui si trovano. Hanno iniziato il loro corso più orientati al libero mercato di qualsiasi amministrazione del dopoguerra. Ora, però, questo intento è stato messo da parte e sono costretti a ritirarsi nelle solite vecchie politiche pasticciate: perpetuare le attività di ieri e sostenere i fallimenti di oggi.

Questo articolo esamina la specifica situazione economica e monetaria affrontata dal Regno Unito. C'è un'eventuale via d'uscita dalla trappola sanitaria, ma non può essere imboccata se si continua a fare affidamento sull'intervento burocratico e ad ignorare gli sviluppi monetari ed economici altrove.


Il problema della spesa pubblica

La seguente Tabella è tratta dall'Office for Budget Responsibility's Economic and Fiscal Outlook del Regno Unito, pubblicato a novembre.

Probabilmente è vero che nelle poche settimane da quando è stata pubblicata questa previsione le cose sono peggiorate, in particolare perché è ora improbabile che le restrizioni Covid cessino prima della fine del primo trimestre del 2021. Con quasi quattro mesi ancora all'orizzonte, la stima dell'indebitamento netto del settore pubblico per l'anno fiscale in corso dovrebbe essere rivista al rialzo da £393,5 miliardi a ben oltre £400 miliardi. E la stima che scenderà poi a £164,2 miliardi nel 2021-22 appare utopisticamente ottimistica. In altre parti del documento, l'OBR ammette di aver preso come riferimento il World Economic Outlook dell'FMI, pubblicato ad ottobre: "[le cui] proiezioni sono state compilate prima che la forza della seconda ondata in Europa e negli Stati Uniti diventasse evidente".

Come di consueto per tutte le agenzie governative, l'OBR sembra ignaro di ciò che effettivamente rappresenta il PIL. La loro analisi si basa sul fatto che il PIL rappresenti l'attività economica, quando, in realtà, si limita a registrare il valore monetario delle transazioni incluse e registrate, un valore che riflette solo l'aggiunta della moneta da parte della banca centrale e del credito bancario nel periodo coperto. Il modo più semplice per raggiungere l'obiettivo di un numero di PIL nominale è stampare moneta, che è esattamente ciò che la Banca d'Inghilterra ha fatto sin dal fallimento della Lehman. Il quantitative easing tra il 2008 e il 2019 ha prodotto £645 miliardi in più in valuta circolante, periodo durante il quale il PIL nominale è aumentato di £625 miliardi, una differenza di solo il 3,2% che potrebbe essere facilmente attribuita ad altri fattori. Nel 2020 il QE extra per affrontare il virus è stato di £250 miliardi, un ulteriore 13,8% dell'offerta di moneta M1, e questo senza prendere in considerazione i programmi di prestito supplementare della BOE attraverso le banche commerciali.

La pretesa che il finanziamento inflazionistico sia vantaggioso nasce solo da ciò che si vede: la magia del denaro fiat distribuito per il bene comune. Ciò che non si vede è la svalutazione dei risparmi, dei beni, dei guadagni e delle pensioni di tutti a beneficio delle finanze statali. Il trasferimento di ricchezza rappresenta un danno per la maggior parte delle persone, una volta che l'economia ha assorbito il denaro fiat extra. Il vantaggio è visibile, mentre il costo è nascosto e non può essere facilmente quantificato. E ogni volta che la banca centrale implementa il QE trasferisce ancora più ricchezza dall'economia produttiva allo stato. È una politica che finisce per mandare in bancarotta la nazione e distruggere la valuta.

Come le altre banche centrali, la Banca d'Inghilterra nega che la ricchezza venga trasferita, o almeno se suddetto trasferimento è limitato all'obiettivo d'inflazione del 2%, che in qualche modo dovrebbe essere “stimolante”. Ma i cambiamenti nell'IPC come misura del livello generale dei prezzi sono diventati fuorvianti e privi di significato, poiché l'imperativo statistico ormai è quello di sopprimere tale cifra per nascondere gli effetti dannosi delle politiche monetarie sconsiderate. Non esiste una stima indipendente dell'aumento del livello dei prezzi nel Regno Unito, ma sappiamo dagli Stati Uniti che calcoli indipendenti collocano il tasso d'inflazione dei prezzi più vicino al dieci per cento ogni anno negli ultimi dieci anni (es. Shadowstat e Chapwood Index), mentre l'IPC si è appena discostato dal suo obiettivo del 2%, lo stesso di quello della Banca d'Inghilterra.

L'evidenza è che le statistiche ufficiali sono diventate così manipolate che devono essere ignorate se si vuole compilare un'analisi corretta della situazione. L'espansione della quantità di denaro è la storia rilevante da seguire. Dopo il fallimento della Lehman, l'offerta di moneta M4 nel Regno Unito è aumentata di circa il 50%, diluendo di conseguenza il valore monetario del PIL, un processo che probabilmente accelererà ancora più velocemente in futuro a causa del Covid.

Piuttosto che seguire le ipotesi dell'OBR sul PIL futuro, dovremmo accettare che sia una cifra priva di significato, inutile per stimare il progresso economico e il suo corso futuro. Ed essendo la base di tutti i modelli economici dei dipartimenti governativi, anche i loro modelli dovrebbero essere rifiutati. Inoltre le proiezioni future dell'OBR sembrano stranamente simili alle congetture del Congressional Budget Office degli Stati Uniti.

Nessuna delle due agenzie può avere la più pallida idea dell'attività economica futura. È inconoscibile. Come ha affermato Ludwig von Mises, il presupposto è di un'economia ciclica uniforme, in cui l'azione umana che guida il progresso economico viene ignorata. Ma non comprendere la differenza tra progresso e totale contabile porta inevitabilmente ad un errore: il sostegno delle imprese di ieri che sono meno rilevanti per il futuro e che consumano capitale invece di aggiungere valore richiesto dai consumatori. La prova del sostegno politico a questi zombi si trova nel Term Funding Scheme (TFS) della BOE e negli incentivi per le banche commerciali a prestare alle piccole imprese, portando a £56 miliardi i prestiti concessi nell'ambito di questi schemi sin dallo scorso marzo.

Nello stretto contesto dell'indebitamento del settore pubblico, la situazione non è affatto preoccupante, come mostra il seguente grafico (es. debito pubblico/PIL)..

L'entità dell'indebitamento pubblico non è il cuore dell'attuale problema. La Gran Bretagna ha tollerato livelli molto più elevati di debito pubblico in passato ed è riuscita a ridurlo nel tempo. Inoltre, emettendo Gilt senza data, è possibile finanziare la spesa pubblica senza che il capitale debba mai essere rimborsato. Probabilmente la situazione attuale potrebbe presentare una simile opportunità.

I problemi economici del Regno Unito sono analoghi a quelli nella metà degli anni '70, quando il debito pubblico/PIL era la metà del livello attuale. Ma con un governo socialista deciso a distruggere la ricchezza del settore privato, industrie nazionalizzate che dominano l'economia e sindacati che evirano imprese di ogni tipo, l'allora Cancelliere dello Scacchiere, Denis Healey, fu costretto nel 1976 a rivolgersi al FMI per un prestito di salvataggio.

La situazione oggi ha contenuti diversi, ma somiglianze in termini di effetto complessivo. Le imposte sul reddito e sulle società sono più basse per i creatori di ricchezza, ma invece di essere ostacolate dal sindacalismo dilagante, le imprese sono state gravate da debiti improduttivi sin da prima della crisi della Lehman. Insieme ad una regolamentazione sempre più onerosa, l'economia del Regno Unito è stata come un aereo sovraccarico che fa fatica ad atterrare. Il debito del settore privato alla fine del 2019 era di £3.429 miliardi, circa 1,6 volte il PIL. Era salito a tale cifra dai £2.965 miliardi alla fine del 2008. L'aumento dell'indebitamento del settore privato rispetto al PIL è avvenuto prima della crisi finanziaria, passando dal 94% nel 2000 fino ai livelli attuali, mentre in termini keynesiani l'economia da allora è semplicemente rimasta ferma.

Per la Gran Bretagna la crisi finanziaria del 2008 ha rappresentato una correzione di un credito bancario eccessivo e da allora le politiche dei successivi governi britannici si sono concentrate sulla prevenzione dei fallimenti aziendali. Di conseguenza l'economia britannica è diventata sempre più dipendente dal continuo sostegno delle politiche monetarie e dall'estensione di quel debito. Il problema, quindi, è stato che lo stato e la BOE hanno sostenuto un settore privato vulnerabile.

Infatti l'attuale Cancelliere sta facendo il possibile per sostenere le società zombi di oggi. E sta diventando chiaro che sarà necessario ancora più aiuto da parte sua per finanziare il settore privato attraverso l'intera epidemia Covid. Tranne che, al margine, si possono escludere aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica, il che pone tutta l'enfasi sul denaro fiat. E nessuno ancora parla di un mondo post-epidemia, presumendo semplicemente che ci sarà un ritorno alla normalità suggerita dai modelli economici del governo, dove i consumatori saranno pienamente impiegati, pagheranno le tasse e spenderanno i loro soldi per gli stessi articoli del passato.

A queste incertezze si aggiunge la Brexit. Al momento in cui scriviamo, i termini commerciali con l'UE non sono ancora stati concordati. Ma se non c'è accordo, senza dubbio il governo inglese annuncerà nuove misure per sostenere l'industria attraverso i cambiamenti necessari, finanziati, ovviamente, da un'ulteriore inflazione monetaria. Ma dopo ciò, la Gran Bretagna dovrà diventare più che l'ennesimo porto commerciale, e questo è effettivamente previsto con una serie di porti franchi. Ma affinché tale politica abbia successo, sarà necessario che il governo inglese lasci che tutte le risorse di capitale vengano mobilitate verso nuove imprese, cosa che può accadere solo se gli zombi vengono abbandonati al loro destino.


Le sfide che dovrà affrontare la sterlina

Gli errori delle politiche monetarie e statali sopra descritti non riescono ad anticipare tre problemi che sono destinati a farli deragliare. Il primo è l'aumento dei tassi d'interesse, di cui parlerò più avanti. Il secondo è una crisi bancaria che coinvolgerà le banche britanniche, anch'esso affrontato in seguito. E il terzo, di cui discuteremo ora, ovvero la proprietà estera delle sterlina che può indebolire la valuta stessa.

A causa dei continui deficit commerciali, la bilancia dei pagamenti britannica ha portato ad un flusso e riflusso della proprietà estera degli investimenti finanziari britannici, comprese le azioni statali. L'elemento liquido è la proprietà dei depositi bancari, che riflette gli impegni nei mercati monetari e nei saldi delle banche corrispondenti. La proprietà estera di asset non finanziari e azioni quotate è stimata a circa £4.000 miliardi, non lontano dal doppio del PIL.

Se il governo inglese permetterà all'economia di evolversi da sola, allora la Gran Bretagna dovrebbe trarne vantaggio. Inoltre un vantaggio collaterale del Covid è che i deficit di bilancio, in particolare quelli degli Stati Uniti, stanno portando ad un aumento dei deficit commerciali. Sebbene i mercati interni possano essere in fase di esaurimento, le attività di esportazione negli Stati Uniti e in altre economie alimentate dal consumo sono destinate a crescere il prossimo anno, offrendo notevoli opportunità alle imprese britanniche, molte delle quali sono di proprietà internazionale. Affinché ciò funzioni in modo efficace, l'intera struttura dell'economia deve evolversi, con lo stato che riduce il proprio peso sull'economia. Ma ciò può accadere solo dopo l'attuale crisi, argomento che affronterò alla fine di questo saggio. Nel frattempo dobbiamo valutare la posizione degli investimenti esteri più liquidi in sterline.

Gli investimenti esteri in Gilt sono stimati a £560 miliardi, ma la sterlina è ancora una parte sostanziale delle riserve di valuta estera per le banche centrali e anche le compagnie assicurative offshore detengono la loro liquidità in sterline. È probabile che questi saldi vengano mantenuti, poiché se ci sarà una pressione sulla sterlina, è probabile che proverrà dai depositi in sterline nelle banche britanniche associati ai non residenti, che secondo il database della Banca d'Inghilterra ammontavano a £537 miliardi a fine ottobre. Se non ci saranno accordi commerciali con l'UE, è ragionevole presumere che parte di questo saldo sarà venduto, spingendo la sterlina al ribasso dai suoi recenti massimi contro il dollaro USA. Ma questo di per sé è improbabile che sia sufficiente a destabilizzare la sterlina oltre la sua normale volatilità.


Banche britanniche

Il rischio sistemico è stranamente assente nell'attenzione pubblica, ma come mostra la Tabella 1 di seguito, le cinque grandi banche britanniche sono altamente indebitate, in particolare quando si tiene conto dello sconto di mercato sul valore contabile.

Insieme ai prezzi delle azioni delle banche nell'UE, le banche britanniche hanno registrato un forte rally da metà settembre, ma nella maggior parte dei casi le loro capitalizzazioni di mercato sono ancora inferiori alla metà del loro patrimonio di bilancio. Più preoccupante è la posizione di molte banche dell'Eurozona, con cui Londra presenta significativi rischi di controparte. Inoltre sia HSBC che Standard Chartered hanno un'esposizione sostanziale alla Cina e ad Hong Kong, il che implica che ci saranno anche rischi geopolitici e di controparte provenienti da quella regione. Il sistema bancario britannico non è adeguatamente capitalizzato per uno shock economico, come l'accumulo di crediti inesigibili o una crisi bancaria in un'altra giurisdizione.

Dobbiamo notare che il ciclo globale del credito bancario è passato da un'espansione decennale ad una forte contrazione nel settembre 2019, quando il mercato dei pronti contro termine statunitense ha indicato che il sistema bancario basato sul dollaro aveva esaurito la capacità di bilancio. Ciò avvenne circa un anno dopo che divenne chiaro che la guerra dei dazi commerciali tra Stati Uniti e Cina aveva destabilizzato il commercio internazionale e circa dieci anni dopo l'inizio della fase espansiva. Ci sono prove sufficienti, anche dal diciannovesimo secolo, che la fase espansiva del credito bancario, quando i banchieri passano dalla cautela all'aumento della fiducia nel prestito, di solito dura circa dieci anni.

Come abbiamo visto con la crisi della Lehman, l'espansione del credito bancario aveva portato a speculazioni, investimenti sbagliati e tassi d'interesse in aumento, una ricetta per una crisi imminente che si conclude con il fallimento delle banche. Quelle dell'Eurozona sono in una condizione molto più fragile oggi rispetto a quelle negli Stati Uniti, dove si è verificata la crisi di liquidità nel settembre 2019; è altamente probabile che questo sia il punto più debole del sistema bancario globale. E dato che gli squilibri TARGET2 nascondono crediti inesigibili in accumulo, fallimenti aziendali e una contrazione del credito globale, quasi certamente porteranno ad un collasso del sistema bancario dell'Eurozona, forse in pochi mesi o addirittura settimane.

Il Tesoro britannico dovrà quindi nazionalizzare l'intero sistema bancario britannico, o almeno sottoscriverne l'intero bilancio, pari a circa £5.400 miliardi, più del doppio del PIL del Regno Unito. A quel punto la Banca d'Inghilterra, in comune con altre grandi banche centrali, dovrà affrontare un crollo dell'economia e la sua risposta keynesiana sarà quasi certamente quella di inondare il sistema con ulteriore denaro nel tentativo di stabilizzarlo. L'altro suo strumento, i tassi d'interesse, è sempre stato inutile.


L'errore quando si sceglie di sopprimere i tassi d'interesse

La Banca d'Inghilterra ritiene che i tassi d'interesse siano il costo del denaro e che abbassandoli si possa stimolare l'attività economica. Il fatto che i suoi programmatori politici lo credano ancora di fronte ai continui fallimenti nel raggiungere i loro obiettivi politici è un trionfo della speranza sull'esperienza, e certamente non è nemmeno confermato dalla teoria.

Nel diciannovesimo secolo Thomas Tooke notò che il tasso d'interesse e il livello generale dei prezzi erano positivamente correlati, un'osservazione ripetuta nel 1923 da Arthur Gibson in un articolo per Banker’s Magazine. Keynes lo definì il Paradosso di Gibson nella sua pubblicazione del 1930, A Treatise on Money. Keynes disse che si trattava di "uno dei fatti empirici più certi nell'intero campo dell'economia quantitativa". Successivamente scelse di ignorarlo.

Il punto è che la correlazione è tra aumento dei tassi d'interesse e aumento dei prezzi, e non tra calo dei tassi d'interesse e aumento dei prezzi. In altre parole, il tasso d'inflazione dei prezzi non può essere gestito rialzando i tassi d'interesse.

I fatti economici ed empirici alla base del rapporto tra tassi d'interesse e prezzi assumono una nuova importanza, perché la Banca d'Inghilterra sta aprendo la strada ai tassi d'interesse negativi. Anche in questo caso, la BOE si scontra con l'esperienza, perché i tassi d'interesse negativi nell'Eurozona e in Giappone non sono riusciti a stimolare i prezzi, e la ragione di questo fallimento è spiegata dal Paradosso di Gibson. Ma esperimenti mal giudicati con i tassi d'interesse possono persistere solo finché il potere d'acquisto delle valute fiat non crolla.

Il rischio di un tale collasso ora è serio. Anche se non è ancora il caso della sterlina, non c'è dubbio che il dollaro è indirizzato verso l'iperinflazione monetaria. Tra marzo e settembre (la seconda metà dell'anno fiscale degli Stati Uniti) un terzo della spesa del governo degli Stati Uniti è stata finanziata dalle tasse e due terzi dalle vendite di buoni del Tesoro USA, principalmente attraverso il QE (inflazione monetaria). E non finisce qui: ci sarà un secondo giro, una volta che le elezioni presidenziali saranno finalmente risolte e il governo degli Stati Uniti dovrà affrontare la necessità di finanziare le proprie spese attraverso l'inflazione monetaria piuttosto  che con il gettito fiscale. In breve, senza tagli sostanziali alla spesa di bilancio, il potere d'acquisto del dollaro crollerà.

Il primo colpo al dollaro è stato inferto dai proprietari esteri che lo stanno vendendo. La proprietà estera di asset finanziari statunitensi ammonta a $28.500 miliardi, o circa il 150% del PIL degli Stati Uniti, e $6.000 miliardi di questi sono in depositi bancari e bond a breve termine. Sarà solo una questione di tempo prima che i creditori si rendano conto che si ritroveranno a subire perdite se non terranno conto dei valori futuri dei prestiti in dollari nei loro calcoli del tasso d'interesse. La vendita di dollari è destinata ad aumentare e quindi i tassi d'interesse saliranno. Le finanze pubbliche saranno gravemente indebolite e i tassi a termine, che sono la base della valutazione comparativa per le azioni, rischiano di crollare.

Il processo è già iniziato, evidenziato dal calo dell'indice ponderato commerciale del dollaro e dall'aumento del rendimento dei titoli del Tesoro a dieci anni. L'aumento dei tassi sul dollaro porterà alla fine dei tassi negativi in ​​altre valute, come per la sterlina ad esempio. L'ombra di Denis Healey tornerà ad aleggiare sulle nostre teste, ma questa volta non sarà disponibile alcun salvataggio del FMI. Altri eventi esogeni potranno in qualche modo distrarre l'attenzione sulla sterlina, come ad esempio un crollo del sistema bancario dell'Eurozona o un crollo degli asset finanziari denominati in dollari.


Una strategia per il futuro

Poniamo due ipotesi: l'attuale governo inglese rimane al potere per tutto il suo mandato ed il Primo Ministro e altri ministri di alto livello mantengono la loro fiducia. Stando così le cose, dovrebbe essere possibile ricostruire l'economia del Regno Unito su linee migliori, seguendo le seguenti otto fasi.

  1. Ripristinare il più presto possibile le scorte di lingotti d'oro nel Tesoro inglese, soprattutto ora che sta diventando chiaro che il dollaro scende e la sterlina è a rischio.

  2. Lasciar scivolare la sterlina con il dollaro e le altre valute legali. La distruzione della moneta fiat è una condizione preliminare per la riforma, la quale non può essere realizzata senza che l'elettorato si renda conto di quanto sia ingombrante il welfare state e che l'intervento statale debba essere abbandonato. E in ogni caso, i tentativi di supportare sterline scoperte falliranno.

  3. Prima che la sterlina perda del tutto il suo valore, renderla convertibile in oro al tasso ora prevalente. Lo scopo del denaro cartaceo e digitale non sarà più quello di agire come moneta statale, ma di agire come un meccanismo per la distribuzione dell'oro monetario tramite la valuta che funge da sostituto dell'oro. Le monete d'oro come sovrane e mezze sovrane devono poter circolare insieme ai sostituti dell'oro ed essere redimibili su richiesta.

  4. La capacità del governo inglese di pagare e fornire qualsiasi servizio di assistenza sociale e istruzione sarà terminato, così come la sua capacità di regolamentare il settore privato. Il governo inglese deve ridimensionarsi per fornire solo difesa, polizia e sistema legale. Tutto il resto deve essere lasciato al libero mercato, e anche se sarà doloroso, una moneta senza valore renderà evidente all'elettorato che non c'è alternativa a tagli sostanziali alla spesa pubblica e ad una riduzione della portata delle sue attività.

  5. Le comunità locali dovrebbero essere incoraggiate a prendere in carico la gestione di scuole, ospedali e servizi sanitari su base caritatevole. La creazione di sound money renderà tutto ciò possibile subito dopo l'interruzione iniziale.

  6. Il settore bancario deve essere riformato. Le banche che sopravvivono dovrebbero essere obbligate per legge ad avere responsabilità illimitate per amministratori e azionisti affinché il ciclo del credito possa essere domato, pur mantenendo una certa flessibilità per i fattori di finanziamento stagionali.

  7. Man mano che l'economia viene ricostruita, il governo inglese deve perseguire politiche monetarie solide e consentire al settore privato di recuperare la ricchezza nazionale senza un onere eccessivo da parte dello stato. Le persone devono imparare a prendersi cura di sé stesse e ad assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

  8. Mai più lo stato deve considerarsi al di sopra del popolo.

Dopo la fine della sterlina fiat, non dovrebbero essere necessari più di un anno o due prima che ritorni la stabilità economica, il consumatore torni a guidare la concorrenza e riemerga una tendenza al progresso umano.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Niente privacy, né diritti di proprietà: Il mondo nel 2030 secondo il WEF

Freedonia - Mer, 23/12/2020 - 11:07

 

 

di Antony P. Mueller

Il World Economic Forum (WEF) è stato fondato cinquant'anni fa. Ha acquisito sempre più importanza nel corso dei decenni ed è diventata una delle principali piattaforme di pensiero e pianificazione futuristica. In quanto luogo d'incontro dell'élite globale, il WEF riunisce i leader del mondo degli affari e della politica oltre ad alcuni intellettuali selezionati. L'obiettivo principale del forum è il controllo globale. Il libero mercato e la scelta individuale non sono i valori massimi a cui aspirare, bensì l'interventismo e il collettivismo statale. La libertà individuale e la proprietà privata scompariranno da questo pianeta entro il 2030 secondo le proiezioni e gli scenari provenienti dal World Economic Forum.


Otto previsioni

La libertà individuale è di nuovo a rischio. Ciò che potrebbe accadere è stato previsto nel novembre 2016, quando il WEF ha pubblicato "8 Predictions for the World in 2030". Secondo lo scenario del WEF, il mondo diventerà un posto completamente diverso da ora perché il modo in cui le persone lavorano e vivono subirà un profondo cambiamento. Lo scenario per il mondo nel 2030 è più di una semplice previsione, si tratta di un piano la cui attuazione ha subito un'accelerazione drastica con l'annuncio di una pandemia ed i conseguenti lockdown.

Secondo le proiezioni del "Global Future Councils" del WEF, la proprietà privata e la privacy saranno abolite nel prossimo decennio. L'imminente esproprio andrebbe addirittura oltre la richiesta comunista di abolire la proprietà sui beni di produzione lasciando però spazio ai beni privati. La proiezione del WEF afferma che anche i beni di consumo non sarebbero più proprietà privata.

Se la proiezione del WEF dovesse avverarsi, le persone dovrebbero affittare e prendere in prestito le loro necessità dallo stato, il quale sarebbe l'unico proprietario di tutti i beni. L'offerta di beni sarebbe razionata in linea con un sistema di credito sociale. Lo shopping in senso tradizionale scomparirebbe insieme agli acquisti privati ​​di merci. Ogni movimento personale sarebbe monitorato elettronicamente e tutta la produzione sarebbe soggetta ai requisiti di energia pulita e di un ambiente sostenibile.

Per ottenere "un'agricoltura sostenibile", l'approvvigionamento alimentare sarà principalmente vegetariano. Nella nuova economia dei servizi totalitari, lo stato fornirà alloggi di base, cibo e trasporti, mentre il resto dovrà essere preso in prestito dallo stato stesso. L'uso delle risorse naturali sarà ridotto al minimo. In collaborazione con i pochi Paesi chiave, un'agenzia globale fisserebbe il prezzo delle emissioni di CO2 ad un livello estremamente alto per disincentivarne l'uso.

In un video promozionale, il World Economic Forum riassume le otto previsioni nelle seguenti dichiarazioni:

  1. Le persone non possiederanno nulla. Le merci sono gratuite o devono essere prestate dallo stato.
  2. Gli Stati Uniti non saranno più la superpotenza principale, ma domineranno una manciata di Paesi.
  3. Gli organi non verranno trapiantati, ma stampati.
  4. Il consumo di carne sarà ridotto al minimo.
  5. Si verificherà un massiccio sfollamento di persone con miliardi di rifugiati.
  6. Per limitare l'emissione di anidride carbonica, verrà fissato un prezzo globale ad un livello esorbitante.
  7. Le persone possono prepararsi per andare su Marte e iniziare un viaggio alla ricerca della vita aliena.
  8. I valori occidentali saranno testati fino al punto di rottura.


Oltre la privacy e la proprietà

In una pubblicazione per il World Economic Forum, l'ecoattivista danese Ida Auken, che era stata ministro dell'ambiente del suo Paese dal 2011 al 2014 ed è tuttora membro del parlamento danese (il Folketing), ha elaborato uno scenario di un mondo senza privacy o proprietà. In "Welcome to 2030" immagina un mondo in cui "non possiedo nulla, non ho privacy e la vita non è mai stata migliore". Entro il 2030, così dice il suo scenario, lo shopping e il possesso sono diventati obsoleti, perché tutto ciò che una volta era un prodotto ora è un servizio.

In questo suo nuovo mondo idilliaco, le persone hanno libero accesso a mezzi di trasporto, alloggi, cibo "e tutte le cose di cui abbiamo bisogno nella nostra vita quotidiana". Dato che queste cose diventeranno gratuite, "non ha senso che noi possediamo granché". Non ci sarebbe la proprietà privata per le case né qualcuno pagherebbe l'affitto, "perché qualcun altro userà il nostro spazio libero ogni volta che non ne avremo bisogno". Il soggiorno di una persona, ad esempio, verrà utilizzato per riunioni di lavoro quando si è assenti. Preoccupazioni come "malattie legate allo stile di vita, cambiamento climatico, crisi dei rifugiati, degrado ambientale, città completamente congestionate, inquinamento dell'acqua, inquinamento atmosferico, disordini sociali e disoccupazione" saranno cose del passato. L'autore prevede che le persone saranno felici di godersi una vita così bella che sarà molto migliore "rispetto al percorso su cui siamo adesso, dove è diventato chiaro che non possiamo continuare con lo stesso modello di crescita".


Paradiso ecologico

Nel suo contributo del 2019 all'incontro annuale del Global Future Councils, Ida Auken predice come il mondo potrebbe apparire in futuro "se vinciamo la guerra contro il cambiamento climatico". Entro il 2030, quando le emissioni di CO2 saranno notevolmente ridotte, le persone vivranno in un mondo in cui la carne sul piatto "sarà una cosa rara" mentre l'acqua e l'aria saranno molto più pulite di oggi. Passando dall'acquistare beni all'utilizzare i servizi, la necessità di avere denaro svanirà, perché le persone spenderanno sempre meno in beni. Il tempo di lavoro si ridurrà e il tempo libero aumenterà.

Per il futuro la Auken immagina una città in cui le auto elettriche avranno sostituito i veicoli a combustione convenzionale. La maggior parte delle strade e dei parcheggi saranno diventati parchi verdi e zone pedonali. Entro il 2030 l'agricoltura offrirà principalmente alternative vegetali all'approvvigionamento alimentare, anziché carne e latticini. L'uso della terra per produrre mangime per animali diminuirà notevolmente e la natura si diffonderà di nuovo in tutto il mondo.


Fabbricazione del consenso sociale

Come si può portare le persone ad accettare un tale sistema? L'esca per attirare le masse è l'assicurazione di un'assistenza sanitaria completa ed un reddito di base garantito. I promotori del Grande Reset promettono un mondo senza malattie. Grazie agli organi prodotti biotecnologicamente e ai trattamenti medici personalizzati basati sulla genetica, si dice che sia possibile un'aspettativa di vita drasticamente aumentata e persino l'immortalità. L'intelligenza artificiale sradicherà la morte ed eliminerà malattie e mortalità. La corsa tra le aziende biotecnologiche è aperta per trovare la chiave per la vita eterna.

Insieme alla promessa di trasformare qualsiasi persona comune in un superuomo divino, la promessa di un "reddito di base universale" è molto allettante, in particolare per coloro che non troveranno più un lavoro nella nuova economia digitale. Ottenere un reddito di base senza dover passare attraverso il tapis roulant e la vergogna di richiedere assistenza sociale rappresenta la classica esca per assicurarsi il sostegno da parte dei poveri.

Per renderlo economicamente sostenibile, la garanzia di un reddito di base richiederà il livellamento delle differenze salariali. Le procedure tecniche del trasferimento di denaro verranno utilizzate per promuovere una società senza contanti. Con la digitalizzazione di tutte le transazioni monetarie, ogni singolo acquisto verrà registrato e di conseguenza le autorità statali avranno accesso illimitato per controllare in dettaglio come le singole persone spenderanno i loro soldi. Un reddito di base universale in una società senza contanti fornirà le condizioni per imporre un sistema di credito sociale e un meccanismo per sanzionare comportamenti indesiderabili, oltre ad identificare il superfluo e il non necessario.


Chi saranno i governanti?

Il World Economic Forum tace sulla questione di chi governerà in questo nuovo mondo.

Non c'è motivo di aspettarsi che i nuovi detentori del potere siano benevoli. Anche se i massimi responsabili delle decisioni del nuovo governo mondiale non fossero meschini ma solo tecnocrati, quale motivo avrebbe una tecnocrazia amministrativa per andare avanti con gli indesiderabili? Che senso ha per un'élite tecnocratica trasformare l'uomo comune in un superuomo? Perché condividere i vantaggi dell'intelligenza artificiale con le masse e non mantenere la ricchezza per pochi eletti?

Senza lasciarsi affascinare da queste promesse utopiche, una valutazione sobria dei piani sopraccitati deve giungere alla conclusione che in questo nuovo mondo non ci sarà posto per la persona media, la quale sarà invece messa da parte insieme ai "disoccupati", ai "deboli di mente" ed ai "nati male". Dietro il vangelo progressivo della giustizia sociale professato dai promotori del Grande Reset e dell'istituzione di un nuovo ordine mondiale, si cela il sinistro progetto dell'eugenetica (ora chiamata "ingegneria genetica") e del movimento chiamato "transumanesimo" (un termine coniato da Julian Huxley, il primo direttore dell'UNESCO).

I promotori del progetto tacciono su chi saranno i governanti in questo nuovo mondo. La natura distopica e collettivista di queste proiezioni e piani è il risultato del rifiuto del capitalismo. Stabilire un mondo migliore attraverso una dittatura è una contraddizione in termini. Una maggiore prosperità economica è la risposta ai problemi attuali, non una minore, e pertanto abbiamo bisogno di mercati più liberi e meno pianificazione statale. Il mondo sta diventando più verde ed è già in corso un calo del tasso di crescita della popolazione mondiale. Queste tendenze sono la naturale conseguenza della creazione di ricchezza attraverso il libero mercato.


Conclusione

Il World Economic Forum e le sue istituzioni correlate, in combinazione con una manciata di stati e alcune aziende high-tech, vogliono guidare il mondo verso una nuova era senza proprietà o privacy. Sono in gioco valori come l'individualismo, la libertà e la ricerca della felicità, che secondo questa gente sono da ripudiare a favore del collettivismo e dell'imposizione di un “bene comune” definito dall'autoproclamata élite di tecnocrati. Ciò che viene venduto alla popolazione in generale come promessa di uguaglianza e sostenibilità ecologica è in realtà un brutale assalto alla dignità umana e alla libertà. Invece di utilizzare le nuove tecnologie come strumento di miglioramento, il Grande Reset cerca di utilizzare le possibilità tecnologiche come strumento di schiavitù. In questo nuovo ordine mondiale, lo stato è l'unico proprietario di tutto, mentre viene lasciato alla nostra immaginazione capire chi programmerà gli algoritmi e gestirà la distribuzione dei beni e dei servizi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Le politiche sul cambiamento climatico non valgono il loro alto costo

Freedonia - Mar, 22/12/2020 - 11:05

 

 

di Lipton Matthews

Numerosi leader concordano sul fatto che il cambiamento climatico è la questione principale del ventunesimo secolo. Per ottenere un ampio sostegno alla loro causa, gli attivisti spesso rappresentano il cambiamento climatico come un rischio esistenziale. Ci viene ripetutamente detto che ci sono prove incontrovertibili che gli esseri umani sono la causa principale del cambiamento climatico e che i suoi effetti sono catastrofici. Il mancato rispetto di una qualsiasi di queste posizioni può causare gravi danni alla reputazione di esperti e studiosi. A causa della paura di rappresaglia, molti scelgono di rimanere in silenzio. Rivisitare la storia del cambiamento climatico, tuttavia, mitigherebbe l'isteria riguardo l'allarmismo isterico sul clima. Il cambiamento climatico non è un fenomeno nuovo e non è nemmeno sinonimo di disastri. Mostrando che la posizione dominante sul cambiamento climatico è fuorviante, dimostreremo che le raccomandazioni radicali sono ingiustificate e quindi hanno maggiori probabilità di infliggere danni piuttosto che portare prosperità.

Il primo errore eclatante commesso dagli esperti è quello id affermare che il cambiamento climatico sia un problema del ventunesimo secolo. In realtà, il cambiamento climatico è un evento naturale che può verificarsi indipendentemente dalla nostra esistenza. A causa della sua variabilità, il clima è sempre soggetto a cambiamenti. La piccola era glaciale insieme al successivo periodo caldo medievale sono esempi di cambiamento climatico. È evidente che gli attivisti per il clima non sono in grado di capire la relazione tra precedenti variazioni cicliche e cambiamento climatico. Se fosse stato così, avrebbero riconosciuto che per secoli gli esseri umani sono stati consapevoli dei cambiamenti climatici e quindi hanno intrapreso strategie ingegnose che hanno consentito l'adattabilità alle nuove circostanze. Uno studio del 2020 pubblicato sul National Science Review ci descrive le risposte ai cambiamenti climatici nel bacino di Nihewan in Cina durante il Pleistocene: "Le condizioni ambientali instabili all'inizio della transizione climatica del Pleistocene medio forniscono un buon esempio della versatilità adattativa degli ominidi in Cina durante il Pleistocene inferiore, in contrasto con la nozione di comportamenti conservatori di lunga durata e tecnologie indifferenziate in tutto il Pleistocene". L'ingegnosità umana può evitare possibili svantaggi derivanti dal cambiamento climatico. Inoltre gli individui contemporanei, come i loro antenati, hanno un'immensa capacità di innovare. Ad esempio, scienziati della Purdue University in America ed i loro omologhi nell'Australian National University esplorano costantemente nuovi modi per ridurre le implicazioni della siccità. Il cambiamento climatico non è uno scenario nuovo che dovrebbe spaventarci fino al disfattismo. L'unica costante è il cambiamento e gli esseri umani non mancano mai di illustrare la loro abilità nella gestione dei processi dirompenti.

Inoltre, come gli esseri umani, altre specie hanno mostrato un'impressionante capacità di adattarsi al cambiamento climatico e ai suoi effetti. Sebbene le ingiurie degli attivisti lasciano presagire oscurità, analisi rigorose indicano che la biodiversità prospera nei periodi caldi. In uno studio del 2009 pubblicato sul Journal of Forest Ecology and Management, gli autori contraddicono l'assunto secondo cui il riscaldamento globale sia dannoso per la salute delle specie vegetali, scrivendo che "gli aumenti delle temperature future potrebbero portare alla crescita della produttività delle foreste nel Pacifico nord-occidentale, in particolare a Washington". Una relazione del 2012, scritta da ecologisti su PLOS ONE, è ancora più critica nei confronti della tesi secondo cui il cambiamento climatico impoverisca la fauna selvatica: "Si prevede che gli ecosistemi artici e sub-artici siano particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici. Di conseguenza, le specie alle alte latitudini dovrebbero essere particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici, probabilmente sperimentando significative contrazioni della gamma. Contrariamente a queste aspettative, la nostra modellizzazione della distribuzione delle specie suggerisce che il cambiamento climatico previsto fino al 2080 favorirà la maggior parte dei mammiferi che attualmente popolano l'Europa sub-artica. Assumendo la piena capacità di dispersione, la maggior parte delle specie trarrà vantaggio dal cambiamento climatico, ad eccezione di pochi specialisti del clima freddo". Le specie non umane fanno affidamento su una vasta gamma di strategie per affrontare il cambiamento climatico. Ciò è chiarito anche da ricerche di altri ricercatori: "Il fatto che le specie esistenti siano sopravvissute a repentini cambiamenti climatici storici potrebbe essere, almeno in parte, una buona notizia. Ciò suggerisce che la capacità delle specie di sopravvivere a cambiamenti climatici drastici è maggiore di quanto finora riconosciuto, forse a causa della variabilità fenotipica delle popolazioni o della loro capacità di sopravvivere in sacche microclimatiche in un paesaggio eterogeneo".

Finora abbiamo dedotto che il cambiamento climatico è un processo normale con implicazioni positive che vanno dal miglioramento della vegetazione ad ecosistemi dinamici. Ora dobbiamo stabilire se la CO2 stia davvero causando il riscaldamento globale. Sulla base dell'ortodossia dei "riscaldatori globali", l'aumento dei livelli di CO2 può innescare il processo di riscaldamento, ma c'è una montagna di prove che affermano il contrario. Ad esempio, nello studio peer-reviewed intitolato "On the Existence of a 'Tropical Hot Spot' and the Validity of EPA's CO2 Endangerment Finding", gli autori scrivono: "Arrivati a questo punto non ci sono prove statisticamente valide che i passati aumenti dei livelli di CO2 atmosferica abbiano causato l'aumento ufficialmente segnalato, persino dichiarato, di temperature da record". Inoltre diversi ricercatori attribuiscono il riscaldamento ai cicli oceanici. Come spiega il professore di scienze dell'atmosfera Anastasios Tsonis: "Il ciclo di oscillazione di El Niño e dei suoi 'cugini' non ci dicono nulla sui contributi umani al cambiamento climatico. Tuttavia sottolineano l'importanza della variabilità naturale nel cambiamento climatico. Mentre gli esseri umani possono svolgere un ruolo nel cambiamento climatico, anche altre forze naturali come gli oceani e le influenze extraterrestri, come il sole ed i raggi cosmici, possono svolgere un ruolo importante". In assenza di un consenso diretto sul fatto che la CO2 stia alimentando le temperature globali, ha senso perseguire politiche che hanno come scopo la sua eliminazione?

Molte di queste proposte richiedono il disinvestimento dai combustibili fossili e in altri casi la deindustrializzazione su vasta scala. Tuttavia l'incertezza che circonda il ruolo della CO2 nell'attivazione del riscaldamento globale non ispira fiducia in tali azioni. La ricerca è piuttosto schiacciante sulla capacità delle misure anti-CO2 di migliorare la prosperità. Matt McGrath della BBC commenta una ricerca in cui si sostiene che le tecnologie anti-CO2 possono stimolare un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari:

Le tecnologie in grado di rimuovere l'anidride carbonica dall'aria potrebbero avere enormi implicazioni per i prezzi alimentari futuri, secondo una nuova ricerca [...]. Una delle idee su come ottenere questo risultato si chiama BECCS, bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio. Significa coltivare colture che assorbono CO2, quindi bruciarle per produrre elettricità mentre catturano e smaltiscono il carbonio prodotto [...]. I critici dicono che questa idea richiederebbe lo spiegamento di enormi quantità di terra che ridurrebbe la quantità di quella disponibile per l'agricoltura in un momento in cui assistiamo ad un aumento della popolazione globale [...]. Un'altra tecnologia che ha suscitato molto interesse è chiamata Direct Air Capture (DAC), dove le macchine estraggono CO2 direttamente dall'atmosfera [...]. Ciò richiederebbe energia pari al 115% dell'attuale consumo globale di gas naturale.

Contrariamente alla sfortunata rappresentazione della CO2 come inquinante, il suo effetto di fertilizzazione è ampiamente riconosciuto dagli scienziati. Commentando questo processo nel Journal of Environmental and Experimental Botany, gli  scienziati affermano che "un'elevata concentrazione di CO2 aumenta la crescita delle piante e la fotosintesi delle foglie, anche in condizioni di stress idrico". Sebbene l'analisi reale ci informi che questo gas ha alcuni effetti benefici, gli esperti tradizionali persistono nell'informare male la cittadinanza. A meno che non affrontiamo i loro errori, la guerra al biossido di carbonio riuscirà a peggiorare la situazione dell'umanità.

Inoltre non possiamo concludere una discussione sul cambiamento climatico senza confrontare il riscaldamento globale con il raffreddamento. Sentiamo tante lamentele riguardo il riscaldamento globale, quando invece il raffreddamento è meno favorevole alla prosperità. Ecco un estratto da uno studio che documenta la relazione tra clima e sviluppo nel corridoio cinese Hexi negli ultimi due millenni: "I risultati hanno rilevato che la temperatura ricostruita della regione era fortemente accoppiata con le dinamiche delle precipitazioni, ovvero un clima caldo era associato ad umidità, mentre un periodo di raffreddamento è stato associato ad una siccità più frequente. Un periodo freddo prolungato tendeva a coincidere con l'instabilità sociale [...]. Al contrario, un periodo caldo prolungato coincideva con un rapido sviluppo". Un altro articolo riguardante la Cina arriva ad una conclusione simile: "Gli impatti complessivi del clima sono stati negativi nei periodi freddi e positivi nei periodi caldi". Come abbiamo evidenziato in precedenza, il riscaldamento è compatibile con la vegetazione in crescita e la diversità ecologica, quindi il calo della produttività agricola nei periodi più freddi può essere un possibile contributo al conflitto e alla sofferenza economica. Ad esempio, Murat Iyigun, Nathan Nunn e Nancy Qian (2017) nella valutazione dei conflitti in Europa, Nord Africa e Vicino Oriente dal 1400 al 1900 hanno osservato che i periodi più freddi erano caratterizzati da guerre: "Dimostriamo che il raffreddamento è associato ad un aumento dei conflitti. Quando permettiamo che gli effetti del raffreddamento per un periodo di cinquant'anni dipendano dall'entità del raffreddamento durante il periodo precedente, l'effetto sui conflitti è maggiore nei luoghi che hanno subito un raffreddamento precedente".

È evidente che sebbene il cambiamento climatico sia un problema reale, diverse affermazioni postulate dagli attivisti per il clima sono sopravvalutate e non supportate da prove scientifiche. Il cambiamento climatico è un processo dinamico che è al di fuori del nostro controllo e con effetti diversi. Il mantra apocalittico degli attivisti per il clima è guidato dall'antiumanesimo e dal desiderio di controllo. Una tale visione del mondo non indurrà la prosperità umana e deve essere rispedita al mittente. Insomma, proposte radicali e costose come il Green New Deal non sono giustificate dal fenomeno del cambiamento climatico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Privacy, potere, politica fiscale, poveri: quattro ragioni per temere le CBDC

Freedonia - Lun, 21/12/2020 - 11:06

 

 

di Wolf von Laer

È ormai chiaro che le valute digitali delle banche centrali, o CBDC, faranno parte del nostro futuro e la tecnologia cambierà radicalmente l'uso del denaro e il sistema economico nel suo complesso.

Le più grandi economie del mondo e le loro banche centrali hanno annunciato che stanno lavorando alle CBDC: la Federal Reserve, la Bank of Canada e la Banca Centrale Europea sono in coda dietro la People's Bank of China che sta già testando la sua CBDC con più di cinquantamila cittadini. Le Bahamas hanno emesso la loro valuta digitale, il "sand dollar", ad ottobre.

Le CBDC promettono transazioni più rapide, maggiore sicurezza, facilità d'uso, implementazione immediata della politica monetaria (se la si considera un miglioramento) e costi di transazione inferiori rispetto al contante. In futuro questi vantaggi saranno sottolineati fino alla nausea da esperti e politici per rendere la tecnologia appetibile a tutta la popolazione.

Sebbene tutti i vantaggi siano veri, è anche fondamentale riflettere sulle implicazioni di tale tecnologia e su come potrebbe influire negativamente sull'economia e sulla cittadinanza. Esistono diversi tipi di CBDC con diversi gradi di rischio ed è importante comprendere le sottigliezze di questi sistemi. Tuttavia tutte le CBDC devono essere centralizzate e manipolabili in una certa misura, perché altrimenti la politica monetaria non sarebbe possibile.

Al contrario, Bitcoin è in forte espansione grazie alle sue proprietà decentralizzate, aperte, pubbliche, senza confini, neutre e resistenti a manomissioni e censura. A seconda del tipo, le CBDC possono diventare l'esatto opposto, soprattutto se le banche centrali offrono conti al pubblico, implementando quello che è noto come un modello diretto di CBDC.

Questo articolo delinea quattro scenari di come le CBDC possono indebolire la stabilità economica e sradicare la privacy.


Centralizzare il potere nel sistema economico

Gli stati sono fallibili. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, pensate al lancio di healthcare.gov o le violazioni a livello federale e statale che hanno coinvolto dati sensibili in oltre 300 milioni di casi negli ultimi dieci anni. Con le CBDC l'intero sistema economico potrebbe essere portato sull'orlo di aggiornamenti errati o perdite di dati dal registro centralizzato, visto che non saranno protetti dalla Proof of Work come invece accade con Bitcoin. Quest'ultimo ha impiegato un decennio per costruire una robusta potenza di calcolo decentralizzata per assicurare l'integrità della blockchain. Gli stati non si spingeranno a tanto e dovranno fare affidamento su modi diversi e più fragili per proteggere il registro centralizzato.


CBDC = Un incubo distopico

Il sistema statale tende a raccogliere quanti più dati sui suoi cittadini e può farla franca. Ciò avviene con il pretesto della sicurezza, come nel decreto del governatore dello stato del Michigan (catalogare le informazioni personali di ogni cliente per contenere la diffusione del Covid-19), o con il pretesto di spingere le persone a diventare cittadini modello nel caso della Cina. Immaginate un sistema di punteggio del credito sociale abbinato ad una CBDC. Tutte le tue decisioni di acquisto potrebbero influenzare il vostro punteggio, dal quale dipendete per tutto. Volete fare una donazione all'organizzazione no profit "sbagliata" come WikiLeaks? Spiacente, non potete più acquistare i biglietti del treno. Avete comprato dei giocattoli per adulti per il vostro coniuge? Oh no, il vostro punteggio di credito potrebbe diminuire o la vostra domanda per un lavoro statale non venire accettata.

Quello che sembra un incubo distopico è già una realtà in Cina. Se uscite con le amicizie sbagliate, il vostro punteggio di cittadino, che è fondamentale per gli acquisti, il lavoro, i viaggi e molto altro, ne risente. Abbinate questo livello di sorveglianza alla possibilità di tenere traccia di qualsiasi decisione di acquisto che prendete e avrete la ricetta perfetta per il Grande Fratello sotto steroidi.


Fine dell'economia informale

Oltre il 60% di tutti i posti di lavoro nel mondo opera nell'economia informale. Ciò deriva dalla mancanza di istituzioni di libero mercato come lo stato di diritto, i diritti di proprietà e il denaro stabile in molti Paesi in via di sviluppo. Ma anche nei Paesi sviluppati, come gli Stati Uniti, l'economia informale gioca un ruolo enorme. Qui l' Organizzazione internazionale del lavoro stima che ci siano almeno 30 milioni di posti di lavoro che dipendono dal mercato informale. Sono molti i mezzi di sussistenza minacciati dalle CBDC. L'economia informale include cose innocue come pagare il vostro vicino per aggiustare il tetto, o pagare un adolescente per prendersi cura del vostro giardino.

Molte attività in cui tutti ci impegniamo rientrano nell'economia informale e sono efficienti. Semplificano la vita, superano la burocrazia inutile e fanno risparmiare denaro. Allo stato questo non piace, perché non può incamerare entrate fiscali. Avere un registro governativo che tenga traccia di ogni transazione renderebbe praticamente impossibile fare qualsiasi cosa all'interno dell'economia informale e una parte enorme dei 30 milioni di posti di lavoro svanirebbe. Una CBDC apre la strada ad una società senza contanti, il che è nell'interesse dell'apparato statale. Pertanto potrebbe essere la fine dei mercati informali, che spesso sono un rifugio sicuro per molte persone alla luce di uno stato normativo in continua espansione.


Banche centrali e politica fiscale

Certo, l'epidemia del virus C ha praticamente intonato il lavoro delle banche centrali con la politica fiscale. I governi “stimolano” l'economia come mai prima d'ora e, in questo modo, i deficit corrono liberi. A causa dell'abbassamento dei tassi d'interesse, i rendimenti obbligazionari sono storicamente bassi e la domanda di obbligazioni è bassa. Normalmente cosa succede? I governi non emetterebbero tanto debito, ma ovviamente non devono preoccuparsi se c'è una domanda infinita prodotta premendo un semplice pulsante. La FED acquista prevalentemente tutto il nuovo debito e poi parte di quello nei mercati secondari. Questa è una monetizzazione indiretta del debito pubblico.

Ora le CBDC potrebbero eliminare completamente la politica fiscale. Le banche centrali potrebbero immediatamente generare liquidità e distribuirla alle piccole e medie imprese. Le persone con maggiori risparmi potrebbero ottenere tassi d'interesse più elevati rispetto a coloro che non risparmiano. Uno stimolo fiscale e un approccio basato sul tasso d'interesse multilivello sono del tutto possibili quando lo stato dispone di tutti i vostri dati finanziari. Gli stati sosterranno che ciò è estremamente vantaggioso, ignorando il pericolo di manipolazione, cattiva gestione economica e una monetizzazione ancora più rapida del debito pubblico, il cui costo lo paghiamo tutti dal momento che utilizziamo denaro il cui potere d'acquisto viene eroso progressivamente.

Ci sono molti altri motivi per diffidare delle CBDC, ma spero che questo articolo vi incoraggi a riflettere sugli effetti di questa tecnologia e su cosa significa per voi e per il vostro futuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


L'insostenibile ignoranza del socialismo

Freedonia - Ven, 18/12/2020 - 11:04

 

 

di Francesco Simoncelli

È stato esattamente ieri, lunedì 14 dicembre, che ho drizzato le orecchie perché sta iniziando ad emergere con una certa insistenza non solo una forma mentis prona ad accettare una insinuazione crescente del sistema statale nella proprietà degli individui, ma addirittura che esso possa prenderne il controllo totale. Il discorso riguardava gli sfratti in questo periodo "difficile". Innanzitutto non si realizzava che la difficoltà del periodo è stata resa tale dal totalitarismo sanitario insieme ad una incessante crescita della burocrazia. La volontà di volere ammazzare il piccolo commercio, in particolar modo in Italia, è palese quando tutti i dati puntano ad una sola ed inequivocabile verità: i luoghi di "contagio" non sono i luoghi comuni di aggregazione. In questo contesto, quindi, diviene praticamente ovvio il motivo per cui ci sono stati e ci sono lockdown generalizzati e la spasmodica necessità di controllo da parte dei pianificatori centrali. La transizione verso un sistema distopico e totalitario è la ragione della follia generalizzata, vista la data di scadenza raggiunta da quello attuale.

E badate bene, questo esito è stato stimolato anche dai cosiddetti "esperti" e ricercatori nel campo scientifico, i quali col loro lavoro hanno avallato tutta questa serie di scelleratezze che stanno portando miseria, sofferenza e povertà. È così che il socialismo genera il suo consenso.

Quando i modelli statistici vi rassicurano sul fatto che esiste un'inflazione dei prezzi intorno al 2%, mentre le vostre percezioni vi dicono il contrario, chi è che vuole nascondere l'operato truffaldino delle autorità? Quando i modelli statistici vi rassicurano sulla solidità del sistema bancario centrale ma avanzano qualche timida critica nei confronti di chi le guida, chi è che vuole nascondere la natura predatrice delle autorità? L'ancella prediletta dello status quo è proprio la figura dello scienziato che fa ricerca, celebrandone il ruolo quando è allineato e relegandolo nelle tenebre quando non lo è. Non conta più la validità e il ragionamento alla base della ricerca, ma il modo attraverso il quale torturare i dati a disposizione fino a fargli dire ciò che si vuole. Quindi ecco che un Friedman viene ascoltato quando propone obbrobri come il sostituto d'imposta o una crescita dell'offerta di moneta tra il 3-5%, mentre su qualsiasi altro argomento concernente una maggiore libertà dal punto di vista sociale e commerciale viene ignorato.

Allo status quo, al sistema statale e al sistema bancario centrale, serve un trampolino di lancio. Una giustificazione accademica agli occhi della popolazione affinché possa dire di aver ottenuto l'approvazione "scientifica". Sin dai tempi di Keynes va avanti questa pratica. Non importa quanto siano assurde le ipotesi di partenza, o se i dati inseriti sono irreali, l'importante è la conclusione che vada a giustificare un interventismo continuo all'interno dell'ambiente di mercato. Senza la povertà diffusa il socialismo non ottiene consensi, ma questa è allo stesso tempo la sua spada di Damocle visto che una povertà diffusa significa meno ricchezza reale da predare. È l'apodittismo delle leggi economiche nella sua forma più visibile.

E da qui ne consegue una maggiore necessità di controllo. Alla luce di questo background, non sorprende se osserviamo affermazioni come quelle del Papa riguardo la proprietà privata.


IL TALLONE D'ACHILLE DEL SOCIALISMO: IL CALCOLO ECONOMICO

La critica migliore e più specifica che è stata mossa al socialismo proviene dalla mente di Ludwig von Mises quando mise su carta Economic Calculation in the Socialist Commonwealth. In quel saggio del 1920 espresse l'inevitabile fine che avrebbero fatte tutte quelle economie strizzanti l'occhio ad un tale sistema. L'impossibilità di un calcolo economico in accordo con i desideri degli individui e la negazione della scarsità sono i principali temi affrontati. Nonostante la masnada di giovani russi mandati negli Stati Uniti a studiare affinché, una volta tornati in patria, avrebbero potuto trovare il modo di mimare la borsa americana ed i relativi successi, nonostante "intellettuali" occidentali del calibro di Paul Samuelson sostenessero la presunta superiorità di economie socialiste su quelle libere, alla fine è arrivato il 1991 e con esso la caduta sotto gli occhi di tutti dei sogni di gloria socialisti.

Judy Shelton nel 1984 fu la prima a farsi venire qualche dubbio, ma il merito per questa "previsione" venne giustamente dato a Mises sulle pagine del New Yorker da parte di Richard Heilbroner. Tanti bei calcoli matematici, statistiche e modelli tutti finiti nella pattumiera della storia, il loro regno ideale quando si ha a che fare con la macroeconomia. Sia ben chiaro, non che questo strumento sia inutile, ma quando lo si sostituisce al ragionamento logico-deduttivo l'inganno e le distorsioni sono sempre dietro l'angolo. Come disse George Canning, posso provare tutto con la statistica, tranne la verità.

Per forza di cose l'essere umano deve essere ridotto ad una macchietta, con i bisogni dati o relegati esclusivamente alla sfera biologica. Per la filosofia marxista e attualmente per la teoria economica mainstream, gli individui sono solo dei robot in cui in base a degli input (biologici, chimici, psicologici) si muovono per massimizzare l'output. Non si pongono due domande fondamentali: come e perché? Il mezzo, o i mezzi, attraverso i quali soddisfare le proprie necessità e bisogni (ovvero, tornare ad uno stato di quiete temporaneo prima di passare al successivo stato di irrequietezza/insoddisfazione) sono scarsi mentre i desideri degli esseri umani sono infiniti, e ciò per forza di cose presuppone una scelta ponderata in base allo scopo e al bacino di possibilità. Su quest'ultimo aspetto, è importante ricordare che alcune devono essere lasciate indietro. Quali? Non esiste modello matematico o teoria sociale che possa rispondere a questa domanda, ma solo il riconoscimento che esiste e bisogna subordinare eventuali autorità a questa decisione.

Altrimenti? Altrimenti a cascata si vanno a perturbare le dinamiche di mercato che spingono gli individui verso questa o quell'altra preferenza. Tale perturbazione ha un costo, perché significa imposizione di un corso determinato da un gruppo ristretto di individui che, facendo affidamento sulla teoria secondo cui gli individui hanno da soddisfare esclusivamente bisogni biologici, sono ciechi di fronte all'implicazione che ha il tempo nel lungo termine. Questo a sua volta introduce forzatamente un'obsolescenza tecnologica e produttiva che si sedimenta su un gruppo ristretto di attori di mercato, facendo in modo che sopravvivano a tutti i costi ed erigendo barriere all'ingresso.

Inevitabilmente questo porta alla sovrapproduzione di alcune merci e alla sottoproduzione di altre, portando troppo spesso a carestie diffuse: nell'Unione Sovietica dal 1921-22 e 1946-1947, in Ucraina (1932-1934), Cina (1958-1962), Cambogia (1979), Etiopia (1983-1985) e in Corea del Nord (1995-1999). L'Unione Sovietica ha dimostrato, ad esempio, che non è possibile pianificare a livello centrale il grano. Per produrlo tutto ciò di cui si ha bisogno è un buon terreno, pioggia e sole; poi basta mettere i semi nel terreno e aspettare. Il grano è un prodotto semplice e ha un ciclo prevedibile di un anno. Eppure i sovietici fallirono in modo talmente eclatante che milioni di persone morirono di malnutrizione.

Ma nel momento in cui sono di fronte all'illogicità delle loro tesi, i socialisti scartano tutti questi ragionamento come "non scientifici". Proviamo quindi a percorrere un semplice esempio, proprio quello del grano.


GRANO, PANE E PIETRE

Immaginiamo un libero mercato e in un certo momento nel tempo lo stato impone un prezzo minimo al grano, stando quindi pronto a comprare tutte le eccedenze per sostenere tale assetto. Per gli agricoltori è letteralmente una manna dal cielo, perché questo significa non dover più contrastare l'incertezza del mercato e festeggiano per i prezzi più alti che possono chiedere. Infatti questo "stimolo" spinge gli agricoltori ad aumentare la produzione per guadagnare di più, a fronte, però, di una domanda che rimane pressoché costante. Di conseguenza all'aumentare dell'offerta il prezzo percepito dagli attori di mercato che acquistano diminuisce, poiché al margine la loro necessità di grano era ed è soddisfatta con una produzione minore. Allo stesso tempo, i costi di produzione del grano aumentano visto che se ne vuole creare di più e il prezzo effettivo deve per forza di cose salire.

Più risorse scarse vengono impiegate per coltivare e grano e più attori di mercato vengono attirati in questo mercato visto il prezzo minimo impostato dallo stato. Data questa capacità maggiorata lo stato ricompra le eccedenze per stabilizzare il prezzo al minimo impostato, ma il quesito sorge spontanea: come fa a comprarle? Ovviamente imponendo più tasse. Non è necessario scomodare Laffer qui per intuire che qualsiasi tassa rappresenta uno strumento distruttivo a livello di ricchezza reale. Infatti imporre nuove tasse significa ampliare la capacità dell'apparato statale di riscuoterle e a sua volta ciò significa un'espansione della burocrazia: più regolamenti, più norme, più non discrezionalità.

Gli accademici sventolano il feticcio del moltiplicatore keynesiano, ma dimenticano che esistono gli incentivi economici e lo "stimolo" attraverso questo artificio accademico presuppone una distruzione (raccolta tasse) per finanziare una serie di attività scelte arbitrariamente da un gruppo ristretto di individui che si suppone sappiano meglio degli altri. Quest'ultimo aspetto è quello che Hayek definiva "pretesa di sapere", visto che chi interviene nell'economia di mercato lo fa con l'arrogante presupposto di essere a conoscenza di cose che altri non sanno. In realtà, è impossibile che una cosa del genere possa essere vera data l'imprevedibilità degli individui alla prova del tempo e dei loro desideri infiniti scanditi da una priorità ordinale.

Ora abbiamo, quindi, un prezzo del grano che tende a salire e una popolazione che viene tassata progressivamente per mantenere in piedi il prezzo minimo (senza contare l'effetto crowding out su altre industrie che vedono sottrarsi risorse scarse). Un problema che subito dovrebbe saltare agli occhi, visto che parliamo di socialisti, è quello dei poveri: sono loro i primi a soffrire delle politiche interventiste dello stato, nonostante sia in nome loro che spesso e volentieri vengono promosse. Inutile dire che esiste un programma per ridistribuire il reddito: tassare i ricchi. E cosa significa a sua volta questo? Più tasse, più barriere, più regolamenti. Non solo, ma dovendo le persone spendere di più per il grano e avendo meno a causa delle tasse, non possono comprare altri beni e servizi come sarebbe accaduto altrimenti (ceteris paribus) se non ci fosse stato alcun interventismo centrale. Le industrie legate a tali beni e servizi ne soffrono e a loro volta chiedono un intervento per i loro beni specifici, generando un nuovo ciclo di interventi come quello elaborato finora.

Inutile dire che questo esempio semplificato al massimo tiene conto delle principali distorsioni all'interno dell'ambiente di mercato, visto che ce ne sarebbero così tante e talmente impreviste che è impossibile prenderle in considerazione tutte quante. L'approccio Austriaco, infatti, è predittivo nei mercati ostacolati proprio perché espone la criticità ineluttabile che ha questa strategia d'azione. Si finisce inevitabilmente in una spirale di interventi per sostenere quello iniziale, facendo collassare su sé stessa la struttura della produzione. La misallocation dei beni capitali finisce per far emergere una crisi (senza contare che qui non abbiamo preso per niente in considerazione l'effetto del credito facile).

Mises concluse correttamente che non esiste alcun paradiso socialista perché alla fine i costi insostenibili, e che gli interventisti ignorano (presupponendo arrogantemente che il loro intervento è giustificato), si accumulano a tal punto da richiedere una correzione. Per l'URSS arrivò nel 1989 e infine nel 1991. I sogni marxisti di un'economia pianificata centralmente si infransero contro un muro di mattoni. Ciò è altrettanto vero per le economie "miste" al giorno d'oggi, dove un grado maggiore di libertà permette al bacino dei risparmi reali di avere meno pressioni. Ciononostante gli eventi sotto i nostri occhi ci suggeriscono che tale realtà è cambiata e la spasmodica ricerca del controllo da parte dei pianificatori centrali è un segno evidente del fine corsa.

Non solo per l'economia nel suo complesso che è stata gravata da una mole indescrivibile di errori economici da correggere, ma anche per la professione economica dove uno stuolo di accademici non ha fatto altro che starsene zitta o suggerire giustificazioni su giustificazioni ad una classe dirigente corrotta e intenzionata a mantenere in piedi questo teatro Kabuki a tutti i costi. Cari lettori, sta venendo chiamata in causa la teoria keynesiana dello stimolo della domanda e la teoria monetarista del denaro. I limiti di questi due approcci sono ormai evidenti, perché avallando il gigantesco aumento dell'offerta di denaro delle varie banche centrali più importanti del mondo si sono messi nella stessa posizione degli intellettuali marxisti nel 1991: diventeranno lo zimbello della professione economica.

La loro affermazione che le banche centrali possono trasformare le pietre in pane gli si sta rivoltando contro. Il credito facile abbassa artificialmente i costi dei mutui, ma rialza i prezzi delle abitazioni. Il credito facile semplifica l'accesso al credito, ma distrugge il bacino dei risparmi. Il credito facile salva alcune imprese, ma permette loro di assorbire e sprecare risorse scarse.


IL MIRACOLO CINESE?

Le argomentazioni fin qui esposte non valgono solo per l'Occidente, ma anche per l'Oriente dove l'economia keynesiana sotto steroidi per eccellenza è quella cinese. Non pensate affatto che le cifre miracolose sventolate dal governo cinese siano la formula magica socialista verso il paradiso. Tutt'altro... Leggiamo infatti quello che ci dice Daniel Lacalle:

[...] In un recente studio ("A Forensic Examination of China's National Accounts" [2019]) gli autori hanno concluso che il PIL cinese è stato ingigantito di circa il 2% all'anno tra il 2008 e il 2016, dimostrando che il PIL reale della Cina è probabilmente il 18% inferiore alla cifra ufficiale. Il PIL cinese non viene mai rivisto e il dato di dicembre è valido senza che nessuno avanzi qualche dubbio. Questo è un fattore importante che le autorità cinesi hanno cercato di correggere con maggiore trasparenza e aggiustamenti da parte dell'NBS (National Bureau of Statistics). Il problema è che le province hanno accelerato la corsa nel tentativo di fornire cifre spettacolari e l'entità delle correzioni dell'ufficio nazionale non compensa queste "esagerazioni".

Un altro problema è che le revisioni annuali calcolano la crescita ma non vengono riviste in base alla cifra del PIL. La base di calcolo è ridotta. Ad esempio, secondo la società di consulenza indipendente China Beige Book, la formazione di capitale lordo per il terzo trimestre del 2019 è stata rivista al ribasso di ¥2.300 miliardi. Con il calo della cifra nel 2019, la crescita sugli stessi dati per il 2020 sembra spettacolare. La stessa revisione è stata fatta con il dato delle vendite al dettaglio: quelli di agosto 2019 sono stati rivisti al ribasso di ¥50 miliardi e il dato di crescita per il 2020 sembra miracoloso. Tuttavia una revisione di tale profondità nel calcolo di base dei dati per il 2019 non ha generato una revisione al ribasso del PIL per quell'anno.

Questi problemi metodologici si aggiungono all'indagine utilizzata per il calcolo. Il governo cinese utilizza un elenco di società che generano un importo minimo di entrate. Tale elenco cresce e si restringe creando problemi di omogeneità a cui l'NBS cerca di adeguarsi.

Chi ci vede il futuro nella Cina, non ha ben chiaro cosa rappresenta in realtà l'economia cinese.


COME RENDERE DAVVERO INVIOLABILE LA PROPRIETÀ PRIVATA

A dimostrazione che l'essere umano non è un automa che reagisce meccanicisticamente agli stimoli esterni, e invece ha scopi, abbiamo sotto gli occhi la miglior prova empirica di ciò: Bitcoin. Esso infatti rappresenta uno degli strumenti migliori nel contesto attuale per emanciparsi dal furto operato attraverso l'inflazione del sistema bancario centrale e la riserva frazionaria del sistema bancario commerciale. Non solo, ma rappresenta altresì una piattaforma di sviluppo su cui imbastire il futuro dei rapporti sociali complessi. La potenza di calcolo, la crittografia, la rete P2P sono le caratteristiche principali di un mezzo attraverso il quale preservare privacy e proprietà privata.

Un ambiente in cui i soggetti al suo interno cooperano e danno vita ad un ordine spontaneo come teorizzato da Menger in Principi di Economia, fondatore della Scuola Austriaca e della relativa epistemologia. Ma c'è chi si azzarda addirittura a dire che Bitcoin è "la vittoria del socialismo perché promuove la libertà secondo canoni marxisti". Prestate attenzione a questa gente, perché vi sta mentendo. Innanzitutto Bitcoin è un sistema che fa della decentralizzazione il suo cavallo di battaglia, basti pensare, oltre alla rete P2P, anche alla validazione delle transazioni (autorizzate correttamente) da parte dei nodi. Non solo, ma accostare libertà a marxismo è un ossimoro: lo stesso Marx nel suo Manifesto affermava che sarebbe dovuta esistere una banca nazionale con un monopolio sia sul credito che sull'emissione del denaro.

E se la moneta cattiva scaccia la moneta buona (Legge di Gresham), il capitale cattivo distrugge il capitale buono (Legge di Simoncelli). Il capitale è ciò che rappresenta ricchezza reale. Sono i risultati di ieri: risparmio, fabbriche, negozi, macchine, autostrade, conoscenze, competenze, infrastrutture, depositi, ecc. Il capitale è ciò che rende ricco un Paese e un altro povero; e il capitale è ciò che i geni nel sistema bancario centrale stanno ora distruggendo per mantenere in piedi un'illusione di stabilità. La disconnessione tra i mercati finanziari ed i fondamentali economici rappresentati da Main Street è talmente ampia da aver generato benessere per una piccola cerchia di investitori mentre ha spostato il peso delle perdite e del dolore economico sul resto della società. Ma i primi non sono esenti da correzioni, perché sta esplodendo la quantità di asset a rendimento negativo. Praticamente si sta spingendo questa situazione fino al suo inevitabile punto di rottura.

I rischi di inversione, infatti, sono anche rappresentati dalla scelta di rifugiarsi in un asset che permetta agli individui non solo di condurre i propri affari in accordo con i loro scopi, ma anche di essere sicuri di conservarne la proprietà nel tempo. Cosa ci può essere di più stabile a questo mondo di un sistema che garantisca in ogni momento la sicurezza del proprio titolo di proprietà su un determinato bene?


Il “Grande Reset” e il piano per una guerra totale al risparmio

Freedonia - Gio, 17/12/2020 - 11:10

 

 

di Daniel Lacalle

Secondo l'Institute of International Finance, il debito globale dovrebbe salire a $277.000 miliardi entro la fine dell'anno. Il debito totale dei mercati sviluppati – governo, imprese e famiglie – è balzato al 432% del PIL nel terzo trimestre. Il rapporto debito/PIL dei mercati emergenti ha raggiunto quasi il 250% nel terzo trimestre, con la Cina al 335% e secondo l'IIF dovrebbe raggiungere circa il 365% del PIL globale entro la fine dell'anno. La maggior parte di questo massiccio aumento ($15.000 miliardi) in un solo anno proviene dalla risposta degli stati e delle imprese all'epidemia. Tuttavia, dobbiamo ricordare che il debito totale aveva già raggiunto livelli record nel 2019, prima di qualsiasi epidemia e in un periodo di crescita.

Il problema principale è che la maggior parte di questo debito è improduttivo. I vari stati stanno utilizzando lo spazio fiscale per perpetuare spesa corrente gonfiata, la quale non genera alcun ritorno economico reale, quindi il risultato è un debito che continuerà a crescere anche dopo la fine della crisi sanitaria e che il livello di crescita e produttività raggiunti non sarà sufficiente a ridurre l'onere finanziario sui conti pubblici.

In questo contesto il World Economic Forum ha presentato una tabella di marcia per quello che è stato chiamato "il grande reset". Si tratta di un piano che mira a cogliere l'attuale opportunità per "dare forma ad una ripresa economica e alla direzione futura delle relazioni, delle economie e delle priorità globali". Secondo il World Economic Forum, il mondo deve anche adattarsi alla realtà attuale "dirigendo il mercato verso risultati più equi, assicurando che gli investimenti siano finalizzati al progresso reciproco, compresa l'accelerazione degli investimenti ecologici e [avviando] una quarta rivoluzione industriale, creazione di infrastrutture economiche e pubbliche digitali". Questi obiettivi sono ovviamente condivisi da tutti noi e la realtà mostra che il settore privato sta già implementando queste idee, poiché vediamo tecnologia, investimenti rinnovabili e piani di sostenibilità fiorire in tutto il mondo.

Stiamo assistendo in tempo reale alla prova che le imprese si adattano rapidamente e forniscono beni e servizi migliori a prezzi accessibili per tutti, raggiungendo un livello di progresso e benessere nella sfera ambientale che sarebbe impensabile se fossero gli stati al comando.

Questa crisi mostra che il mondo è sfuggito al rischio di scarsità e iperinflazione grazie ad un settore privato che ha superato tutte le aspettative in una crisi apparentemente insormontabile.

Il messaggio del WEF sembra promettente, solo tre parole rovinano tutto: "dirigere il mercato". Il rischio che gli stati prendano queste idee per promuovere un gigantesco interventismo, non è affatto piccolo. L'idea del Grande Reset è stata rapidamente abbracciata dalle economie più burocratiche ed interventiste, a riprova del crescente coinvolgimento del settore pubblico nell'economia. Tuttavia, questo è sbagliato.

L'idea che gli stati promuoveranno un sistema economico che riduce l'inflazione, migliora la concorrenza e dà potere ai cittadini è inverosimile. Il World Economic Forum non può ignorare il rischio di un interventismo centrale all'interno della sua idea, anche perché è già in atto da anni.

Tecnologia, concorrenza e mercati aperti faranno di più per la sostenibilità, il benessere sociale e l'ambiente rispetto all'azione dello stato, perché anche quelli con le migliori intenzioni cercheranno di difendere ad ogni costo tre cose che vanno contro i messaggi ben intenzionati del WEF: infatti gli stati continueranno a difendere i loro campioni nazionali, l'inflazione in aumento ed un maggiore controllo dell'economia. Queste tre cose vanno contro l'idea di un nuovo mondo con beni e servizi migliori e più accessibili per tutti, con un benessere migliore, una minore disoccupazione ed un fiorente settore privato ad alta produttività.

Dovremmo sempre preoccuparci di quelle idee ben intenzionate quando i primi ad accoglierle sono coloro che sono contro la libertà e la concorrenza.

C'è una parte ancora più oscura. Molti interventisti hanno accolto questa proposta come un'opportunità per cancellare il debito. Sembra tutto rosa e fiori, finché non capiamo cosa comporta veramente: gli stati utilizzeranno la scusa di cancellare parte del loro debito per cancellare gran parte dei nostri risparmi. Dobbiamo ricordare che questa non è affatto una teoria. La maggior parte dei fautori della MMT afferma che i deficit statali sono compensati dai risparmi delle famiglie e del settore privato, quindi non ci sono problemi... l'unico problemino (notate l'ironia) è far corrispondere il proprio debito con i risparmi degli altri. Se comprendiamo il sistema monetario globale, allora capiremo che cancellare migliaia di miliardi di debito pubblico significherebbe anche cancellare migliaia di miliardi di risparmi dei cittadini.

L'idea di un sistema economico più sostenibile, più pulito e sociale non è nuova e non c'è bisogno che gli stati la impongano. Viene già applicata mentre parliamo, grazie alla concorrenza e alla tecnologia. Agli stati non dovrebbe essere consentito di ridurre e limitare la libertà, i risparmi ed i salari reali dei cittadini, anche se in ballo c'è una promessa ben intenzionata. Il modo migliore per garantire che stati o grandi imprese non utilizzino questa scusa per eliminare la libertà ed i diritti individuali è promuovere il libero mercato ed una maggiore concorrenza. Investimenti lungimiranti e idee a favore del benessere generale non devono essere proposte o imposte; i consumatori stanno già facendo in modo che le aziende di tutto il mondo attuino politiche sempre più sostenibili e rispettose dell'ambiente. Questo approccio orientato al mercato ha più successo dell'interventismo e dell'ingerenza statale, perché una volta provati è quasi impossibile fermarli.

Se vogliamo un mondo più sostenibile, dobbiamo difendere politiche monetarie responsabili e un minore interventismo centrale. I mercati liberi, non gli stati, renderanno questo mondo migliore.

Infatti è stato proprio l'interventismo statale che ci ha portato nelle misere condizioni in cui ci troviamo e una dose maggiore di certo non ce ne farà uscire.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Perché Israel Kirzner merita il premio Nobel

Von Mises Italia - Ven, 07/04/2017 - 08:36

Nell’autunno del 2014 hanno iniziato a circolare le voci secondo le quali il professor Israel Meir Kirzner (classe 1930 economista, rabbino britannico naturalizzato statunitense ed esponente della scuola austriaca), insieme a William Baumol (classe 1922, economista statunitense, professore alla New York University e alla Princeton University), erano possibili candidati per il premio Nobel. La fonte del rumor era la Thomson-Reuters la società di database scientifico – e alla base della voce erano i modelli di citazione. Anche se è un database diverso, ma solo per facilità di ricerca ai lettori di questo saggio, in modo che possano verificare la presenza di se stessi, una ricerca su Google Scholar sarà sufficiente a fornire una certa prospettiva sull’impatto scientifico in fase di registrazione da Baumol e Kirzner. I rilevanti contributi di Baumol sono i seguenti:

  • “Entrepreneurship: Productive, Unproductive, and Destructive.” Journal of Political Economy 98(5) 1990: 893-921 con 4.641 citazioni;

  • Contestable Markets and The Theory of Industry Structure. New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1982 (coauthored with John C. Panzar, and Robert D. Willig) con 6.454 citazioni;
  • “Contestable Markets: An Uprising in the Theory of Industry Structure.” The American Economic Review 72(1) 1982: 1-15 con 2.455 citazioni;
  • “Entrepreneurship in Economic Theory.” The American Economic Review 58(2) 1968: 64-71 con 1.581 citazioni.

I contributi rilevanti di Kirzner dovrebbero includere:

  • Competition and Entrepreneurship. Chicago: University of Chicago Press, 1973 con 7.550 citazioni;

  • “Entrepreneurial Discovery and the Competitive Market Process: An Austrian Approach.” Journal of Economic Literature 35(1) 1997: 60-85 con 3.273 citazioni;

  • Perception, Opportunity, and Profit: Studies in the Theory of Entrepreneurship. Chicago: University of Chicago Press, 1979 con 2.604 citazioni. (1)

Confronta questi numeri con i precedenti premi Nobel, come F.A. Hayek, il cui “l’uso della conoscenza nella società” ha raccolto 13.935 citazioni e opere come La via della schiavitù e la costituzione della libertà, che sono stati citati più di 8.000 volte ciascuno. Al famoso “Il ruolo della politica monetaria” di Milton Friedman poco più di 7.000 citazioni e la sua Storia monetaria degli Stati Uniti (coautore con Anna Schwartz – 1915-2012 economista americana al National Bureau of Economic Research di New York City) appena sotto le 8.000. Di James Buchanan (1919-2013 economista statunitense) Il Calcolo del consenso (coautore con Gordon Tullock – 1922-2014 economista) è stato citato più di 10.000 volte, ma il suo saggio seguente più citato è: “La teoria economica dei clubs” che ha raccolto poco più di 3.800 citazioni.

Quindi le voci non erano incredibili sulla base dei criteri della Thomson-Reuters. E Baumol e Kirzner erano già stati riconosciuti in Svezia con il Premio Internazionale per l’Imprenditorialità e la Ricerca sulle piccole imprese e per il loro lavoro nel campo dell’imprenditoria. Così, ancora una volta, le voci erano (sono) plausibili, anche se, naturalmente, improbabili – soprattutto per quanto riguarda Kirzner, dato il suo status di outsider. Ahimè, né Baumol né Kirzner hanno ricevuto la telefonata quel giorno dell’ottobre nel 2014.

Ho intenzione di utilizzare questa occasione per fornire alcuni motivi per chiedere di avere, e speriamo, ricevere quel riconoscimento da parte della Svezia, in particolare perché i contributi di Israel Kirzner alla nostra comprensione del comportamento concorrenziale, della struttura industriale e del processo del mercato imprenditoriale dovrebbero essere riconosciuti. Vorrei anche dimostrare che il lavoro di Kirzner fornisce una piattaforma per la ricerca futura alla teoria dei prezzi ed al sistema di mercato più in generale. (2)

L’aspetto dei contributi che voglio sottolineare sono le intuizioni di Kirzner sulla naturale rivalità del comportamento concorrenziale e del processo di mercato. Egli ha sollevato le questioni fondamentali per l’analisi della teoria del mercato ed il funzionamento del sistema dei prezzi, che è alla base stessa della scienza economica. I suoi scritti sul comportamento economico, in tutta la loro varietà e complessità, esplorano l’ambiente istituzionale che consente una economia di mercato per realizzare i vantaggi reciproci dal commercio, per ritrovare continuamente i guadagni da innovazione, per produrre un sistema caratterizzato dalla crescita economica e per la creazione di ricchezza.

L’interesse personale e la Mano Invisibile

La scienza economica fin dalla sua nascita si compone di due affermazioni che devono essere conciliate l’uno con con l’altra: il postulato dell’interesse personale e la spiegazione della mano invisibile. Da Adam Smith in avanti molti hanno spiegato il rapporto del collassare, uno sull’altro, attraverso i rigorosi presupposti cognitivi e postulando un ambiente privo di attrito o hanno cercato di dimostrare l’impossibilità di far quadrare queste due affermazioni a causa di carenze cognitive o di una varietà di attriti supposti.

Così i dibattiti di economia politica sul ruolo del governo nell’economia tendevano, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad accendere ad un assioma dei mercati perfetti o la dimostrazione di deviazioni da quella ideale a causa di mercati imperfetti. Kirzner, fin dall’inizio della sua carriera, ha dovuto affrontare obiezioni alle spiegazioni della mano invisibile associate a domande riguardanti la razionalità umana, l’esistenza del potere del monopolio, la pervasività delle esternalità ed ad una varietà di deviazioni dal libro di testo ideale della concorrenza perfetta.

In due modi gli economisti hanno risposto alle critiche del funzionamento dell’economia di mercato: in primo luogo, la chiarezza concettuale, in cui il teorico insiste sull’illustrare le condizioni di base su cui si stanno facendo affermazioni sulla mano invisibile e dimostrando che le critiche si basavano su fondamenta sbagliate; in secondo luogo, dalla dimostrazione che le deviazioni dalla nozione dal manuale ideale della concorrenza perfetta, non necessariamente, impediscono al sistema dei prezzi, di fare il proprio lavoro, di coordinare l’attività produttiva di alcuni i modelli di consumo con degli altri e la spiegazione della teoria della mano invisibile del mercato risulta dalla ricerca del proprio interesse all’interno di un certo insieme di condizioni istituzionali. Tali condizioni istituzionali sono stabilite dalle leggi di proprietà e di contratto che sono fissate e applicate e che costituiranno il quadro in cui ha luogo l’interazione economica.

Nel lavoro di Kirzner esamineremo entrambe queste risposte alle critiche del mercato. In realtà ha intitolato un saggio relativamente tardi nella sua carriera “I limiti del mercato: il reale e l’immaginato” (1994). La chiarezza concettuale percorre un lungo cammino per correggere un libero pensiero legato alla razionalità umana, all’esternalità, al potere del monopolio, ecc. ed alla forza dei processi di mercato per fornire l’incentivo agli operatori economici di adeguare continuamente il loro comportamento e di adattarsi al mutare delle circostanze per gran parte del rimanente. Lontano dal ribadire una teoria del ricostruito mercato-perfetto, questo approccio Kirzneriano costringe l’analista a guardare con attenzione alle proprietà dinamiche del sistema in quanto è in continua evoluzione verso una soluzione ed il ruolo essenziale è svolto nel quadro della strutturazione del contesto economico.

L’“inefficienza” di oggi è l’opportunità di profitto di domani per l’individuo che è in grado di agire alla situazione e di spostare il sistema in una direzione meno “errata” di prima. E se l’attuale decisore critica e non fa il necessario aggiustamento, un altro lo farà per lui, le risorse saranno reindirizzate, ed un modello di scambio e di produzione emergerà meglio coordinato dai piani dei partecipanti al mercato. Il lavoro di Kirzner volge la nostra attenzione teorica lontano dagli esercizi di ottimizzazione contro il vincolo dei dati e verso gli attori umani attenti e creativi che scoprono continuamente strade per realizzare profitti dal commercio e guadagni dalla innovazione.

Kirzner e Mises

Ludwig von Mises ha stimolato la ricerca intellettuale di Kirzner. Nato in Inghilterra il 13 febbraio 1930, Kirzner e la sua famiglia si trasferirono in Sud Africa nel 1940. Nel 1947 ha frequentato l’Università di Città del Capo, ma poi si trasferì negli Stati Uniti alla fine dell’anno accademico. Dopo la laurea al Brooklyn College, nel 1954, Kirzner decise di conseguire la laurea in economia aziendale, con indirizzo in ragioneria, presso la New York University e nel 1955 ha conseguito il Master in Business Adomistradion. Mentre completava il corso per l’MBA, Kirzner ha cercato un corso più impegnativo, per sua scelta, così ha guardato nell’elenco della facoltà i professori che avevano pubblicato molti libri ed erano stati premiati con prestigiosi riconoscimenti. Capitò sul nome di Ludwig von Mises. Lui ha raccontato la sua storia innumerevoli volte; i compagni e gli amministratori lo avvertirono di non frequentare quel corso perché dicevano che Mises era vecchio e non più al passo con i tempi.

Ma Kirzner frequentò, comunque, il corso che ha cambiato la sua vita. Nello stesso semestre stava seguendo la teoria dei prezzi, utilizzando La teoria del prezzo di Stigler (1952) e imparando a distinguere fra la scelta entro i vincoli e la logica della concorrenza perfetta; nel seminario di Mises stava leggendo l’Azione umana (Human Action), portando a conoscenza l’agonia umana del processo decisionale in mezzo a un mare di incertezze e che il mercato non era un luogo o una cosa, ma un processo. Le idee di Mises lo incuriosivano e conciliando ciò che stava imparando da Stigler con quello che stava apprendendo da Mises hanno scatenato la sua immaginazione intellettuale. E’ cambiato il suo percorso: dalla carriera di contabile professionista a quella di economista accademico. In un primo momento Mises, che ha riconosciuto il potenziale di Kirzner, gli raccomanda di andare alla Johns Hopkins University e lavorare con il più giovane, il più professionale ed inserito tra gli economisti accademici contemporanei: Fritz Machlup (1902-1983 economista austriaco). Mises ha persino organizzato una borsa di studio per Kirzner. Ma Kirzner ha scelto di rimanere, fino alla fine, alla New York University sotto la direzione di Mises ed il suo dottorato di ricerca in economia è stato premiato nel 1957. In quel periodo ha ricevuto la nomina a professore di economia alla New York University e ha insegnato fino al suo pensionamento nel 2000.

Il primo libro di Kirzner è stato: Il punto di vista economico (1960), sviluppato dal suo dottorato di ricerca come tesi di laurea. Bettina Bien Greaves (classe 1917), della Fondazione per l’Educazione Economica, ha frequentato regolarmente il seminario di Mises alla New York University e ha preso accurati appunti nel corso degli anni. Un aspetto di quelle note erano le idee di ricerca che Mises avrebbe tirato fuori dal corso. La prima idea del genere la annotò il 9 novembre 1950 ed era: “Hai bisogno di un libro sull’evoluzione dell’economia, come scienza della ricchezza, ad una scienza dell’azione umana”. (3) Questo argomento è quello che Kirzner ha analizzato nella sua tesi e nel libro successivo. Il punto di vista economico attentamente e meticolosamente annotato nello sviluppo del pensiero economico, concentrandosi sul significato che gli economisti hanno annoverato nel loro soggetto: dai classici (scienza della ricchezza) ai moderni (scienza dell’azione umana). Il capitolo chiave del libro cerca di elaborare lo sviluppo della prasseologia di Mises.

L’importanza della prasseologia di Mises

Kirzner sostiene tutti i contributi unici di Mises nei vari campi della teoria economica, perché sono il risultato di uno sviluppo coerente della prospettiva prasseologica sulla natura della scienza economica. “Se la teoria economica, come la scienza dell’azione umana, è diventata un sistema per mano di Mises, essa è così perché la sua comprensione, del suo carattere prasseologico, impone le sue proposizioni in una logica epistemologica che di per sé crea questa unità ordinata” (Kirzner, il punto di vista economico, p. 160).

L’economia, come il ramo più sviluppato della prasseologia, deve iniziare con la riflessione sull’essenza dell’azione umana. “Lo scopo non è qualcosa che deve essere semplicemente ‘preso in considerazione’: esso fornisce l’unica base del concetto di azione umana” (ibid., p. 165) … I teoremi dell’economia, vale a dire, i concetti di utilità marginale, di costo dell’opportunità ed il principio della domanda e dell’offerta, sono tutti derivati dalla riflessione sulla finalità dell’azione umana. La teoria economica non rappresenta un insieme di ipotesi verificabili, ma piuttosto un insieme di strumenti concettuali che ci aiutano nella lettura del mondo empirico.

Ciò che rende unico delle scienze umane, in contrasto con le scienze fisiche, è che il punto essenziale del fenomeno, oggetto dello studio, sono gli scopi umani ed i programmi. Come studente di Mises, Fritz Machlup una volta ha posto la seguente domanda: “Se il soggetto potesse parlare, cosa direbbe?” Lo scienziato umano può attribuire il risultato ai fenomeni in discussione. In realtà egli deve assegnare lo scopo umano se vuole rendere tali fenomeni oggetto di indagine intelligibile. Possiamo capire che i pezzi di metallo e la carta cambiano la funzione alle mani, come il “denaro”, è causa delle finalità e dei piani che noi attribuiamo alle parti negoziali. Lo scienziato umano può e, anzi deve, basarsi sulla conoscenza delle tipizzazioni ideali di altri esseri umani.

Siamo in grado di capire il comportamento mirato dell’“altro”, perché noi stessi siamo umani. Questa conoscenza, denominata “conoscenza dal di dentro”, è unica per le scienze umane ed è stato un disastro totale cercare di eliminare il ricorso ad essa importando i metodi delle scienze naturali e delle scienze sociali per creare la “fisica sociale”. Gli scienziati hanno dimenticato che, mentre era opportuno eliminare l’antropomorfismo dallo studio della natura, sarebbe del tutto indesiderabile eliminare l’uomo, con i suoi scopi ed i suoi progetti, dallo studio dei fenomeni umani. Un tale esercizio comporta risultati nel “meccano-morfismo” delle scienze umane (dottrina in cui l’universo è completamente spiegabile in termini meccanicistici), vale a dire, attribuendo un comportamento meccanico ai soggetti umani creativi. In una situazione del genere si finisce per parlare del comportamento economico dei robot, non degli uomini. Ma questo è esattamente quello che è successo nel dopoguerra, quando l’“economia” è stata studiata come un meccanismo astratto in contrasto con l’arena in corso dove fuori si gioca l’impegno degli individui per migliorare la loro condizione.

Il processo di mercato ed il costante cambiamento

Come sottolineato da Mises, F.A. Hayek, Kirzner ed anche da James Buchanan, nel suo più famoso saggio “Cosa dovrebbero fare gli economisti? ” (1964), l’economia non ha alcuna teleologia in quanto tale, ma gli attori all’interno dell’economia, in effetti, hanno le loro teleologie individuali. E’ fondamentale per comprendere la natura dell’economia di mercato, dal momento che una diversità di obiettivi e di programmi sono perseguiti e soddisfatti da altri; potenziali conflitti sono riconciliati attraverso lo scambio e nuovi modi di perseguire e soddisfare sono costantemente scoperti da imprenditori creativi ed attenti. L’economia non ha un unico fine; non ha uno “scopo”. E’ invece solo un “mezzo-correlato”, un “nesso di scambi volontari”. Il mercato è sempre in sviluppo, sempre in evoluzione verso una soluzione e non in nello stato finale di rilassamento.

In misura considerevole, questo è quello che voleva dire Mises quando ha detto che il mercato non è un luogo o una cosa, ma un processo. E ciò che anima questo continuo processo di scambio e di produzione è l’intenzionale protagonista umano – con tutti le sue debolezze e le sue paure, così come la sua immaginazione ed il coraggio di progettare l’inesplorato. L’attore Misesiano non è né un animale puramente reattivo, né una macchina calcolatrice fredda, ma invece è tipicamente un protagonista umano, che ha obiettivi e che cerca di utilizzare in modo creativo, con i mezzi a disposizione, di conquistare questi obiettivi in un mondo di incertezza e di ignoranza ed è in grado di apprendere, attraverso il tempo, i passi falsi precedenti e le svolte sbagliate.

Il cambiamento è un tema costante negli scritti di Mises – i cambiamenti dei gusti, della tecnologia e della disponibilità delle risorse. L’aspetto meraviglioso del sistema dei prezzi è la sua capacità di assorbire il cambiamento: il ruolo guida dei prezzi relativi, il richiamo del puro profitto e la disciplina della perdita per reindirizzare i responsabili delle decisioni economiche, così che i loro piani di produzione e le loro richieste di consumo irretite dalla nuova realtà. E’ importante sottolineare che questo processo è in corso, o come Mises mise scrive nell’originale saggio del 1920, “Il calcolo economico nel Commonwealth socialista”, il sistema dei prezzi fornisce una guida in mezzo alla “massa sconcertante di prodotti intermedi e la potenzialità di produzione” (1975 [1920]: 103) e consente ai decisori economici di negoziare l’incessante “faticare e sgobbare” (lavorare sodo) (1975 [1920]: 106) dell’adeguamento costante del mercato e dell’adattamento al mutare delle circostanze.

Kirzner nel documento del 1967, “La metodologica dell’individualismo, l’equilibrio di mercato ed il processo di mercato”, persegue le implicazioni del senso di Hayek sull’esito dei problemi economici, come conseguenza del mutare delle circostanze. Come Kirzner dice: “Questo è il carattere fondamentale del processo di mercato messo in moto con l’esistenza di una situazione di disequilibrio. L’elemento cruciale è la scoperta dell’errore e la conseguente riconsiderazione, da parte degli operatori, della vera alternativa ora apertasi. Il processo di mercato procede per comunicare la conoscenza. Il presupposto importantissimo è che gli uomini imparano dalle loro esperienze di mercato “(il corsivo è originale, 1967: 795). Questa è una descrizione che può prima essere vista nel suo articolo “l’azione razionale e la teoria economica” nel Journal of Political Economy del 1962, ma in seguito più completamente sviluppato nel suo Competition & Entrepreneurship (1973). La sua insistenza in ognuna di queste opere è il decisore umano, che è più della pura massimizzazione dell’omo-economicus, ma una creatura homo-agens più aperta e quindi l’imprenditore creativo ed attento agisce sulle lacune del sistema che si riflettono nello stato di disequilibrio delle cose.

Kirzner ne: La teoria del mercato ed il sistema dei prezzi, afferma: “Abbiamo visto che se un mercato non è in equilibrio questo deve essere il rilevante risultato di impreparazione da parte degli operatori di informazioni sul mercato. Il processo di mercato, come sempre, svolge le sue funzioni incidendo su quelli che prendono decisioni, quegli articoli essenziali di conoscenza che sono sufficienti per guidarli a prendere decisioni come se possedessero la completa conoscenza alla base dei fatti”. (tratto dall’originale, 2011 [1962 ]: 240)

Kirzner Nel significato del processo di mercato, delineerebbe l’importante distinzione tra le variabili sottostanti del mercato (i gusti, la tecnologia e la disponibilità di risorse) e le variabili indotte del mercato (prezzi e utili/perdite contabili) e ha spiegato come il processo di mercato possa essere descritto come l’attività continua che deriva da individui su entrambi i versanti del mercato e che cercano di soddisfare i loro programmi per l’ottimizzazione (1992: 42). Quando i piani di produzione, di cui alcuni perfettamente a coda di rondine (che collimano), con i piani dei consumi degli altri e le variabili indotte e sottostanti sono coerenti tra loro. Se non esiste coerenza reciproca, avremo la continua attività economica perché sarà nell’interesse delle parti di proseguire nella ricerca di una situazione migliore di quanto non si stia attualmente realizzando.

I segnali di profitto e l’imprenditorialità

I prezzi relativi ci guidano nel processo decisionale; i profitti ci invogliano nelle nostre decisioni e le perdite puniscono le nostre decisioni. Questo è il modo in cui il sistema dei prezzi imprime su di noi gli elementi essenziali della richiesta di conoscenza per il coordinamento del programma. O, come Kirzner vorrebbe riassumere il senso nel Entrepreneurial Discovery and the Competitive Market Process” (La scoperta imprenditoriale ed il processo del mercato competitivo ndt): “Il processo imprenditoriale è così messo in moto ed è un processo che tende verso una migliore conoscenza reciproca tra i partecipanti al mercato. Il richiamo di puro profitto in questo modo imposta il processo attraverso il quale, il profitto puro, tende ad essere concorrente. La maggiore conoscenza reciproca, tramite il processo di rilevamento imprenditoriale, è la fonte della proprietà equilibrativa del mercato” (Kirzner 1997: 72).

Il contributo teorico di Kirzner offre una risposta ad una delle domande critiche della teoria economica pura – il percorso convergente all’equilibrio, guidato dalle variazioni di prezzo – un problema fastidioso e riconosciuto da Kenneth Arrow (1921-2017 economista, vincitore, assieme a John Hicks, del Nobel per l’economia nel 1972) nel suo saggio del 1959 sulla teoria dell’ aggiustamento dei prezzi, di Franklin Fisher nel Disequilibrium Foundations of Equilibrium Economics (1983) (I fondamenti del disquilibrio e dell’equilibrio in economia) e più recentemente da Avinash Dixit (classe 1944, economista) in Microeconomia: a Very Short Introduction, dove si afferma l’idea di base di analisi dell’offerta e domanda in un equilibrio di mercato: “il problema di questa risposta è che nella logica delle curve della domanda e dell’offerta ogni consumatore e produttore risponde al prezzo dominante, che è al di fuori del controllo di uno di essi. Allora, chi regola, verso l’equilibrio, il prezzo?” (2014: 51)

Kirzner risponde: è l’attenzione dell’imprenditore creativo che agisce sulle lacune dei prezzi e dei costi per realizzare i guadagni dal commercio e gli utili dalla innovazione, che regolano il comportamento del mercato dei partecipanti per coordinare i programmi di produzione con le richieste dei consumi. Il processo di mercato presenta questa tendenza per perseguire i guadagni dal commercio (efficienza di scambio), cercando di utilizzare le tecnologie meno costose nella produzione (efficienza produttiva) e soddisfare le esigenze dei consumatori (l’efficienza del prodotto-mix), ma non è così in modo da pre-conciliare tutti i programmi prima di rivelare un prezzo ed una grandezza vettoriale per liberare tutti i mercati, come in un modello walrasiano, irriducibile dall’equilibrio competitivo generale. Piuttosto lo fa attraverso il continuo processo di scambio e di produzione guidata da aggiustamenti dei prezzi relativi, il richiamo di puro profitto e la punizione della perdita, che conciliano i piani diversi, e spesso divergenti degli attori economici attraverso il processo del mercato stesso.

I mercati scendono sempre a breve dall‘idea astratta di allocazione “efficiente” (o l’ ottimo di Pareto ndt), ma il mercato stesso è adattivo efficiente ed in costante segnalazione per avvertire gli imprenditori di quali modifiche devono essere effettuate e premiare coloro che correttamente le regolano e penalizzare quelli che non lo fanno. I mercati possono ”fallire”, ma la risposta migliore è quella di consentire al mercato di fissare il “fallimento”. Gli sforzi per risolvere i guasti da parte degli attori esterni, al processo in corso di adeguamento del mercato e dell’adattamento, saranno senza aiuto da parte del sistema dei prezzi e, per definizione, la struttura di incentivi che forniscono i diritti di proprietà, la presenza di guida che i prezzi relativi offrono ed il processo di selezione reso possibile effettuata dal calcolo dei profitti e delle perdite.

Di conseguenza, le autorità di regolamentazione devono affrontare alcuni pericoli, come Kirzner ha sottolineato nel suo saggio: “I pericoli del regolamento” (1985 [1979]) correndo il rischio di generare modelli perversi di scambio e di produzione, dai principali imprenditori, in scoperte superflue, piuttosto che in scoperte che meglio coordinino i programmi degli attori economici e, in primo luogo, migliorino i conflitti che originariamente hanno motivato il desiderio di regolamentazione. L’interventismo non è solo controproducente, dal punto di vista dei suoi sostenitori, ma produce anche conseguenze involontarie e indesiderabili in tutto il sistema economico.

Il dinamismo di mercato ed i monopoli

Il lavoro di Kirzner è fondamentale per comprendere le dinamiche del mercato di oggi, come lo era quando gli economisti hanno studiato la prima struttura industriale ed il comportamento concorrenziale. Se si guarda alla struttura del mercato emergente che ha seguito Internet, potrebbe certamente riconoscere la posizione dominante, sul mercato, di Amazon, Apple e Netflix, ma si potrebbe anche avere riconosciuto il grande livello di soddisfazione dei consumatori cointeressati a queste imprese. Nonostante la loro quota di mercato dominante, queste aziende forniscono beni e servizi di qualità a prezzi bassi. E non vi è alcuna aspettativa che queste aziende continueranno ad adoperarsi per fornire prodotti di alta qualità al prezzo più basso. Questo perché si trovano a competere in un mercato contendibile (teoria di William J. Baumol del 1982 ndt).

Prendiamo in considerazione la guerra dei classici browser di una decina di anni fa, Netscape contro Microsoft Internet Explorer. Come può una società monopolistica comportarsi così se il suo prodotto può essere utilizzato per scaricare liberamente i prodotti della concorrenza? Il modello di libro di testo standard della concorrenza perfetta ed il paradigma struttura-condotta-performance, in economia industriale, è costruito su quel modello da manuale, come punto di riferimento, e semplicemente non è in grado di fornire una spiegazione pura per il mercato Internet. I leader di mercato si perdono per strada a meno che essi non continuino ad andare avanti più velocemente per soddisfare ulteriormente le preferenze dei consumatori.

E questo non è solo per il mercato Internet. Si tratta di ogni mercato, una volta che si esamina da vicino il funzionamento storico dei mercati. Questo è come funzionano i mercati, come inteso da Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Mises, Hayek e Kirzner, e penso che si potrebbe sostenere che in modo efficace fu compreso da Smith, Say ed anche Mill. Non è la dimensione delle imprese che conta di più per valutare l’esistenza del potere di monopolio, ma che contano sono le condizioni legali di ingresso. Forse, è importante sottolineare, ancora una volta, la chiarezza concettuale e la robustezza delle risposte alle richieste di fallimento del mercato sulla base del potere di monopolio.

Per quanto riguarda la chiarezza concettuale, in particolare nella tradizione austriaca rappresentata da Murray Rothbard, si sostiene che il potere di monopolio è una conseguenza di un contributo pubblico o di un privilegio. Tuttavia è vero che questa affermazione è la risposta alla robustezza-dei-mercati e potrebbe dimostrare che una società di grandi dimensioni può crescere e possedere una significativa posizione dominante sul mercato in qualsiasi momento, ma proprio perché si trova di fronte della minaccia (reale o immaginaria) dei concorrenti , sarà costretta a comportarsi in modo competitivo, piuttosto che come previsto dal modello di monopolio, se vuole avere qualche speranza di mantenere la sua posizione dominante sul mercato. Le due specie di risposte, ancora una volta, possono andare d’accordo, ma sono distinte. La teoria imprenditoriale del processo di mercato competitivo, di Kirzner, fa impiegare entrambe, ma sottolinea la robustezza del processo di mercato.

E, come riconosciuto dagli economisti classici, come Frank Knight (1885-1972 economista) e Joseph Schumpeter (1883-1950 economista), l’attore centrale nella gestione di questo processo di cambiamento delle circostanze e dell’adattamento a nuove opportunità è: l’imprenditore. La funzione centrale dell’imprenditore è quella di agire sulle opportunità finora non riconosciute per guadagno reciproco – se quelli sono disponibili in forma di opportunità di arbitraggio o di innovazioni tecnologiche che riducono i costi di produzione e di distribuzione o la scoperta di nuovi prodotti in grado di soddisfare la domanda dei consumatori. E’ l’azione imprenditoriale che mette in moto il processo del mercato competitivo e che si traduce negli adattamenti e negli adeguamenti al mutare delle condizioni, in modo che si ottiene il coordinamento complesso di piani economici, si crea ricchezza e si perpetua il progresso economico.

Conclusione

Per queste ragioni, e altro ancora, credo che Kirzner (insieme a Baumol, di cui ho accennato e a Harold Demsetz, che non ho incontrato) abbia fatto più di ogni altro economista moderno vivente per migliorare la nostra comprensione del comportamento concorrenziale e del funzionamento del sistema dei prezzi in una economia di mercato e merita quindi una seria considerazione per il premio Nobel per l’economia. Kirzner ha fornito le sfide fondamentali per l’ortodossia prevalente della concorrenza perfetta, da manuale, e le sue implicazioni non solo per la teoria economica, ma anche per la politica economica.

Il suo lavoro permette di comprendere, in profondità, la natura di come i mercati competitivi per coordinare i piani dei diversi attori economici e delle organizzazioni. Il ruolo fondamentale dei diritti di proprietà degli incentivi da strutturazione, dei prezzi relativi che guidano le decisioni della produzione e del consumo e dei profitti e perdite contabili, come vitali per il processo di calcolo economico, negli affari economici, hanno un posto centrale nel suo lavoro. Così il lavoro di Kirzner fornisce una base economica per la nostra indagine sul sistema politico ed economico più adatto per una società di individui liberi e responsabili.

Note finali

  • (1) I contributi di Kirzner si trovano principalmente nella teoria economica corretta e non nel più vasto campo dell’economia politica e della filosofia sociale. Eppure, come spiegherò in conclusione, le intuizioni di Kirzner sul comportamento competitivo, struttura industriale ed il processo di mercato imprenditoriale hanno implicazioni per la politica economica di una società di individui liberi e responsabili. Questo ha portato Liberty Fund a pubblicare le sue opere complete in 10 volumi, e ho il privilegio, insieme al mio collega Frederic Sautet (classe 1968, economista francese), di servire come l’editor (redattore editoriale) di questi volumi. Fino ad oggi, sono stati pubblicati sei volumi su dieci ed il settimo volume è attualmente in produzione. Pubblicato nel momento in cui scriviamo: Il punto di vista economico (2009 [1960]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,

  • vol. 1; Teoria del mercato e il sistema dei prezzi (2011 [1963]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,

  • vol. 2; Saggi su capitale e interessi (2012 [1967]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,

  • vol. 3; Concorrenza e imprenditorialità (2013 [1973]) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,

  • vol. 4; Il soggettivismo austriaco e l’emergere della teoria dell’imprenditorialità (2015) come Le opere complete di Israel M. Kirzner,

  • vol. 5; e Discovery, Capitalismo, e giustizia distributiva (2016 [1989]) come

  • vol. 6. Le opere complete di Israel M. Kirzner.

Ulteriori quattro volumi sono previsti nei prossimi anni per completare il set di 10 volumi. La mia speranza è che questo saggio stimolerà gli studenti di economia e di politica economica per approfittare di questa iniziativa della Liberty Fund ed apprezzare il contributo di Kirzner a livello metodologico, analitico e ideologico.

(2) Il mio obiettivo è quello di Kirzner, ma per una panoramica e la mia valutazione dei contributi di Baumol alla teoria economica e alla economia politica vedasi il mio saggio con Ennio Piano (Laureato. MBA, con dottorato preso il Dipartimento di Economia alla George Mason University), “Imprenditorialità produttiva ed improduttiva di Baumol dopo 25 anni”, Journal of Entrepreneurship and Public Policy , 5 (2) 2016: 130-44.

(3) Cfr “Argomenti ricerca ha suggerito di Mises, 1950-1968”

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Carta da prestazione occasionale

Von Mises Italia - Mer, 05/04/2017 - 08:26

Correva l’anno 2017 ed il Governo italiano, nel mese di marzo, abolì i voucher, in vista anche di un referendum che si doveva tenere nel mese di maggio dello stesso anno. La motivazione fu quella di non dividere il popolo italiano (?). Le scuse sono sempre di rigore. Certo politici, sindacati, aziende, privati, ma anche utilizzatori si trovarono concordi nell’“eccesso” di utilizzo dei voucher e non sempre in modo ortodosso. L’abolizione creò però un vuoto e ritornò imperante il LAVORO NERO (con tutte le conseguenze che conosciamo). Poi le cose cambiarono ed un bel giorno venne presentato un nuovo tipo di pagamento la:

CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE.

Di cosa si trattava? Era semplicemente una carta (di plastica) che si acquistava al Banco Posta, in banca o nelle tabaccherie e veniva rilasciata ad aziende, enti, privati ecc. I fruitori erano come sempre persone alla ricerca di un lavoro temporaneo “pagato” e che li mettesse in grado di poter soddisfare i bisogni più immediati. In pratica sostituiva i voucher. Come funzionava? Più o meno con le stesse modalità del voucher e come diceva il mio Professore di Ragioneria: “CAPITO IL CONCETTO CAPITO TUTTO!”. Ed ecco cosa sfornarono le nuove menti in relazione alla carta di ci sopra:

Ogni CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE può avere un valore di:

10, 20, 50, 100, 200 o 500 euro.

Considerando i vari tagli dettero un anche delle disposizioni:

al lavoratore il 75%:

all’ INAIL 7%, per l’assicurazione contro gli infortuni;

all’INPS 13%, destinati alla Gestione Separata contributi previdenziali:

al concessionario 5%.


Per l’acquisto della CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE occorreva aggiungere un importo all’erario.

10% scadenza 7 gg.

20% “ 30 “

30% “ 90 “

35% “ 120 “

… … … …

così facendo era possibile dare una datazione ai tempi di utilizzo.

Per far capire come funzionava fecero questo esempio:

“da tempo un amico che lavorava presso un’impresa edile era senza lavoro. Ora, essendo primavera era il momento giusto per dare una rinfrescata alla casa. Feci fare alcuni preventivi, ma non rientravano nel mio budget. Allora che fare? Mi misi d’accordo con il mio amico per pitturare l’appartamento. Io compro il colore e tu ci metti il resto. Tempo concordato 5 giorni. Prezzo € 500,00 tutto compreso. Con una stretta di mano siglammo l’accordo. Mi recai dal mio tabaccaio sotto casa e acquistai con € 550,00 una CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE. Diedi al tabaccaio la mia tessera sanitaria e l’importo. Il giorno dopo, quando il mio amico “pittore” si presentò a casa con gli attrezzi attivai la CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE. Alcuni giorni dopo, terminato il lavoro, il mio amico pittore si presentò al Banco Posta per la riscossione e per pagare alcune bollette. Fine della storia e dell’esempio”.

Che cosa ci ha insegnato questo racconto?

  1. Gli importi possono essere i più vari.

  2. I due soggetti acquirente e fruitore sono “tracciabili” e l’ente erogante, la carta, può controllare se è solo un fatto occasionale o se rientra in una assunzione mascherata.

  3. Il fruitore in caso di incidente è assicurato.

  4. Il fruitore ha i contributi previdenziali versati, anche se io non sono un’azienda.

  5. Gli Istituti previdenziali (INPS e INAIL) sono coinvolti.

  6. L’Erario ha introiti certi nel momento della emissione della CARTA DA PRESTAZIONE OCCASIONALE.

  7. Scadenza certa.

  8. Non c’è il LAVORO NERO (o se c’è è parziale), tutto è verificabile.

Non esiste la perfezione nelle cose, ma il buon senso può essere utilizzato per farne buon uso. Il periodo della carta durerà, probabilmente, sino a quando la pluriennale GRANDE RECESSIONE passerà.

LE CARTE DI CREDITO NON FANNO PARTE DELLA MASSA MONETARIA.

NON E’ POSSIBILE EMETTERE TITOLI CHE IMPLICHINO LA STAMPA DI MONETA, QUEST’ULTIMA E’ RISERVATA ALLA BANCA CENTRALE EUROPEA.

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Alla base della razionalità economica

Von Mises Italia - Lun, 03/04/2017 - 08:21

Il problema economico delle società consiste principalmente nel rapido adattamento ai cambiamenti che intervengono nelle particolari circostanze di tempo e di luogo.

Di conseguenza, è sempre preferibile che le decisioni finali vengano prese da coloro che direttamente conoscono queste circostanze o comunque che vengano prese con la loro attiva collaborazione.

Di qui l’importanza fondamentale della proprietà privata dei mezzi di produzione, sia sulla propria persona che sulle proprie cose: se ciascun individuo non è effettivamente il proprietario di sé stesso e delle proprie cose diviene praticamente impossibile attivare ed utilizzare al meglio la conoscenza dispersa tra le persone.

Proprietà privata dei mezzi di produzione e decentramento decisionale sono quindi intimamente collegati: senza proprietà privata sui propri mezzi di produzione non possiamo avere alcun decentramento decisionale.

In questo contesto, dobbiamo inserire il sistema dei prezzi, ossia quella guida all’azione sociale, quell’informazione necessaria, che serve a coordinare le azioni separate di persone differenti, affinché una società possa essere non soltanto pacifica ma anche davvero produttiva.

Nel calcolo economico non si può evitare di utilizzare un sistema dei prezzi, ma per calcolare razionalmente il valore e dunque per coordinare in maniera tendenzialmente corretta le azioni separate di persone differenti, possiamo fare affidamento solamente sui prezzi di mercato e prezzi di mercato possono emergere soltanto attraverso lo scambio volontario di diritti di proprietà privata.

Di conseguenza, se si desidera orientare razionalmente l’allocazione delle risorse, vale a dire se si ambisce a favorire le opzioni superiori piuttosto che le opzioni inferiori, rispetto alle preferenze dei consumatori e alle capacità dei produttori, non si può rinunciare alla produzione che avviene in un mercato di scambi volontari di diritti di proprietà privata.

Qualora l’informazione necessaria fosse data non avremo bisogno di prezzi di mercato per orientare razionalmente l’allocazione delle risorse, ma poiché l’informazione necessaria nel mondo reale non è mai data vi è bisogno dei prezzi di mercato: solo mediante lo scambio volontario di diritti di proprietà privata, infatti, gli agenti economici possono esercitare la loro attività sempre inconclusa e parziale di creazione e scoperta dell’informazione necessaria che trova la sua rappresentazione codificata nei prezzi di mercato.

Prezzi di mercato significano un sistema di prezzi che nasce e si sviluppa in maniera decentralizzata, cioè che non è imposto da alcuna autorità centrale attraverso mandati coattivi.

Prezzi di mercato sono una caratteristica esclusiva di un sistema fondato sul primato della proprietà privata dei mezzi di produzione e non possono in alcun modo essere fatti propri né nei meccanismi né nei risultati da un sistema che ha abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Esiste spontaneamente un mutuo adattamento degli atti dell’agente economico a quelli di tutti gli altri agenti economici: l’agente si adatta ai prezzi di mercato comprando e vendendo ai prezzi di mercato; i prezzi di mercato si adattano all’agente incorporando nella catena dei prezzi le conseguenze delle sue scelte e delle sue decisioni – il locale agisce sul globale e il globale sul locale e ognuno dei due aspetti è, nel contempo, causa ed effetto dell’altro.

L’informazione necessaria quindi non solo non si può considerare data a livello centrale per il suo carattere soggettivo, pratico e disperso, ma nemmeno si genera a livello degli agenti economici individuali se a questi non è permesso di esercitare liberamente la loro attività imprenditoriale e per fare in modo che ciascuno possa esercitare liberamente questa attività occorre riconoscere concretamente come presupposto il diritto alla proprietà privata sui propri mezzi di produzione.

In tal senso, neanche lo sviluppo della programmazione matematica e del più potente dei calcolatori informatici possono sostituire il ruolo imprescindibile svolto dalla proprietà privata nell’implementare il processo sempre inconcluso e parziale di creazione e scoperta dei prezzi di mercato.

Dimostrare, infatti, che alcune equazioni astratte hanno alcune soluzioni altrettanto astratte non significa che queste siano anche di una qualche utilità pratica, in assenza di scambi volontari di diritti di proprietà privata e ciò equivale ad affermare che la pianificazione centralizzata non è in grado di creare e ricreare di continuo e in tempo reale alcuna coordinazione efficace delle azioni individuali.

Un’economia pianificata dunque non può riprodurre meccanismi e risultati dei prezzi di mercato, giacché costi e possibilità di produzione non sono dati e inalterabili nel futuro ma vanno costantemente creati e scoperti e soltanto con gli incentivi di un’economia di mercato si è in grado di mobilitare e di usare in modo funzionale le informazioni diffuse tra gli innumerevoli agenti economici.

Un’economia di mercato è poi tanto più orientata alla prosperità quanto più tutti al suo interno sono liberi di scegliere i propri piani, le proprie preferenze e le proprie azioni, ossia quanto meno la proprietà privata di ciascuno sui propri mezzi di produzione è sottoposta a priori a interferenze coercitive.

In conclusione, se il diritto, inteso come norme giuridiche generali atte a proteggere la proprietà esclusiva di ciascuno, ci offre una guida all’azione sociale che ci dice ciò che non bisogna fare se non vogliamo far esplodere conflitti, il sistema dei prezzi di mercato ci offre invece una guida all’azione sociale che ci dice ciò che bisogna fare per rispondere efficacemente ai bisogni reciproci di tutti gli agenti economici.

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Il protezionismo fa tornare povere le grandi nazioni

Von Mises Italia - Ven, 31/03/2017 - 08:45

Poche le elezioni presidenziali americane avevano attirato tanto interesse e preoccupazione internazionali, come quella nel 2016. Sicuramente, chi viene eletto e si siede alla Casa Bianca a Washington, DC è importante per molte persone in tutto il mondo dal momento che l’America resta un colosso politico, economico e militare influenzando i maggiori ed i minori eventi in tutto il mondo.

Eppure, l’ansia circa la possibilità e quindi la realtà della elezione di Donald Trump quale 45° presidente degli Stati Uniti è unica, almeno nella mia vita. Il suo linguaggio impetuoso, la sua crudezza nell’espressione verbale, il suo rifiuto apparente, durante le primarie repubblicane, di giocare col galateo e le regole del gioco politico standard e poi attraverso la campagna presidenziale che porta al giorno delle elezioni nel novembre dello scorso anno molte persone sono andate fuori di testa, in America e altrove, chiedendosi cosa aspettarsi se Trump dovesse vincere.

Poi venne lo shock della realtà, vincere le elezioni anche dopo che i sondaggisti interpretavano le preferenze del pubblico e gli esperti pontificavano sulla “impossibilità” che l’America scegliesse Trump. Sono stati tutti smentiti la sera dell’8 novembre 2016. I voti sono stati conteggiati ed è subito parso chiaro che Donald Trump aveva vinto con i voti necessari nel Collegio Elettorale Americano (American Electoral College) rivendicando la vittoria, anche su Hillary Clinton, guadagnando quasi tre milioni di voti in più dei popolari.

La negazione e la rabbia al trionfo di Trump

Si dice che ci sono diverse fasi del dolore umano dopo una grande perdita personale. La negazione è la prima, seguita dalla rabbia che la tragedia fosse accaduta. In questo breve breve periodo di tempo dopo le elezioni di novembre e poi l’insediamento di Donald Trump come presidente il 20 gennaio 2017, coloro che non possono accettare il risultato elettorale, stanno ancora provando una combinazione di queste prime due fasi.

Ma il fatto è che Donald Trump ha vinto le elezioni e se qualche evento inaspettato dovesse accadere, lui sarà, comunque, il presidente degli Stati Uniti per almeno i prossimi quattro e/o forse anche per i prossimi otto anni. Quindi, a molti piaccia o no, è solo meglio passare alla ultima fase del processo di lutto – l’accettazione. Donald Trump è alla Casa Bianca e ci starà lì per un po’.

Quindi, che cosa significa una Amministrazione Trump per l’America e per il resto del mondo? Beh, in effetti, ci sono molto poche domande al riguardo, dal momento che Trump è stato esplicito e diretto sui problemi in generale e molte delle sue specifiche visioni del mondo e con quella visione del mondo guiderà le sue decisioni in politica nei prossimi anni. Abbiamo già intravisto il suo punto di vista in “ordini esecutivi” che ha emesso finora durante la sua presidenza.

I deliri della Sinistra a proposito di Donald Trump

Prima di arrivare a questo, forse è necessario mettere da parte alcune paure deliranti ed euforie fuori luogo. L’ascolto e la lettura di quanto quelli della “sinistra” hanno detto e scritto su una Amministrazione Trump, l’osservatore non informato in visita di Marte potrebbe pensare che l’America era già affondata in una dittatura fascista o qualcosa di simile in cui sono in fase di realizzazione campi di concentramento per gli indesiderabili della minoranza, dai mezzi di informazione minacciati di essere trasformati in una voce per una macchina di propaganda nazista e che i non credenti religiosi saranno presto costretti a frequentare la chiesa ed obbligati a versare la decima (decima parte -10% – su base volontaria o obbligatoria in denaro o natura ndt).

A mio parere, molti della sinistra politica hanno bevuto un Kool-Aid di loro intruglio (bevanda analcolica a base di vitamine ndt) ed ora credono alla loro stessa propaganda isterica, la campagna per la morte della libertà in America è dietro l’angolo. Altri della sinistra politica trovano questo immaginario apocalittico molto utile per manipolare le persone per marciare, dimostrare e rivoltarsi come un meccanismo per solidificare la loro conquista sulla loro base politica. Mantenere la frenesia serve anche ai fini di coloro che nell’opposizione già guardando alle prossime elezioni del Congresso e presidenziali di due e quattro anni da oggi.

Altri, della sinistra politica, trovano questo immaginario apocalittico molto utile per manipolare le persone invitandole a marciare, a dimostrare e ad insorgere come un meccanismo per compattare la presa sulla loro base politica. Mantenere la frenesia serve anche ai fini di coloro che nell’opposizione stanno già guardando alle prossime elezioni del Congresso fra due anni e alle presidenziali quattro anni a partire da oggi.

E ‘importante capire che molti dei timori espressi dai membri del Partito Democratico o della sinistra politica in generale sulle usurpazioni presidenziali del potere – reali o immaginarie – di Donald Trump sono tutti poco convincenti. Infine, sono tutti molto soddisfatti per l’uso delle stesse prerogative presidenziali di Barack Obama attraverso direttive ed i relativi poteri per aggirare un Congresso controllato dai Repubblicani durante sei dei suoi otto anni alla Casa Bianca.

E’ stato Obama a dire che aveva “un telefono e una penna” e con questi in mano, avrebbe fatto tutto quello che poteva per farla franca e se il Congresso o la maggioranza del popolo americano erano a favore o meno nella sua visione di “speranza e cambiamento” in America. Improvvisamente, da quando quella potente penna presidenziale è in mano a Trump, la sinistra è “scioccata, scioccata” perché il capo dell’esecutivo del governo degli Stati Uniti non può non aderire alla tradizione dei poteri limitati e divisi nel sistema politico americano.

Il loro unico problema, con quella penna presidenziale ed il potere esecutivo, è che è in mano a qualcuno che non piace, piuttosto che a qualcuno che si crede di essere la sola voce ed il vendicatore della causa della “giustizia sociale”, con una visione “progressista” per rifare l’America.

Le fantasie della destra di Donald Trump

Sulla destra politica, molti di coloro che si opponevano a Trump, durante le primarie repubblicane, nel vederlo come una frode politica imbarazzante ed un rozzo truffatore da reality show, ora hanno cambiato il loro punto di vista.

Anche se i repubblicani una volta accertata la vittoria di Trump alle primarie, ciò ha significato la sconfitta inevitabile, e, per quattro anni, una presidenza di Hillary Clinton, si sono via via chiusi i ranghi dietro Trump. Molti, tuttavia, desiderano chiaramente che il Presidente dovrebbe attenuare la sua retorica, fermare il suo flusso di consapevolezza nel tweeting (da Twettter il social network ndt) e cominciare ad agire in maniera più “presidenziale”.

Ma a dispetto di tutti i suoi hijinks (celebrazioni chiassose ndt) personali ed imbarazzanti, da rissa di strada della retorica permalosa, dopo tutto, lui non è Hillary Clinton. E se lui segue attraverso le sue promesse, molte politiche a lungo desiderate dai repubblicani e dal movimento conservatore, in particolare nel campo della politica economica interna, questo potrebbero giungere a buon fine.

Egli ha detto che le tasse personali e aziendali devono essere significativamente ridotte, tra cui la doppia imposizione degli utili delle società americane delle operazioni all’estero. Ha detto anche che i regolamenti federali sulle imprese saranno tagliati radicalmente e le aziende saranno libere di pianificare e di investire capitali.

Trump ha firmato per il completamento dell’oleodotto Keystone, che collega i campi petroliferi del Canada col Dakota, con le raffinerie di petrolio e le relative strutture nel sud americano. Ha sfidato la ossessione del riscaldamento ed il cambiamento climatico globale. Forse ancora più importante, ha corso ed insiste per l’abolizione e la sostituzione del Affordable Care Act (sistema sanitario) – ObamaCare – per ripristinare la scelta più personale sull’assicurazione sanitaria e le opzioni di assistenza medica.

Se Trump persegue con successo, attraverso queste politiche ed i programmi, molti repubblicani e conservatori perdoneranno a Trump la maggior parte dei suoi peccati e imbrogli. Specialmente nel caso in cui si assicuri il controllo repubblicano nelle legislature federali e statali nelle prossime elezioni.

Donald Trump è improbabile che sia il distruttore diabolico della società democratica e come “la sinistra” lo ritrae: essere una minaccia. Ma direi che non è lui il difensore del principio della libertà e della libera impresa che molti sulla speranza di “destra” lavorano su alcuni decisioni della politica economica che egli ha preso finora.

La visione del mondo di Donald Trump : nemici ovunque

Quello che penso si sia distinto maggiormente nel suo discorso inaugurale, il 20 gennaio 2017, è stata l’omissione di riferimenti a ”libertà” o di “governo limitato”. La stragrande maggioranza del messaggio si è focalizzato su una chiamata per un restauro della “grandezza nazionale”.

“ Da oggi in poi, una nuova visione governerà la nostra terra. Da questo momento in poi, essa sarà l’America First. Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione, sulla politica estera sarà fatto per beneficiare i lavoratori americani e le famiglie americane. Dobbiamo proteggere i nostri confini dai danni di altri paesi che fanno ai nostri prodotti, che sottraggono le nostre aziende e distruggono il nostro lavoro. La protezione porterà grande prosperità e forza …

L’America tornare a vincere, vincendo come mai prima. Porteremo di nuovo il nostro lavoro. Ci riprenderemo i nostri confini. Porteremo di nuovo la nostra ricchezza. E noi riporteremo i nostri sogni. Costruiremo nuove strade e autostrade e ponti e aeroporti e gallerie e ferrovie in tutta la nostra meravigliosa nazione …

Seguiremo due semplici regole: Comprare americano e assumere americani. Cercheremo l’amicizia e la buona volontà con le nazioni del mondo – ma lo facciamo con la consapevolezza che è un diritto di tutte le nazioni mettere al primo posto i propri interessi.

Il Presidente Trump ripetuto lo stesso messaggio nelle sue osservazioni proprio l’altro giorno, il 17 febbraio 2017, ad una presentazione del nuovo Boeing 787 Dreamliner a Charleston, Carolina del Sud:

“Come vostro Presidente, ho intenzione di fare tutto il possibile per liberare il potere dello spirito americano e di mettere la nostra gente di nuovo a lavoro. Questo è il nostro mantra: Acquistare americano e assumere americani.

Noi vogliamo prodotti realizzati in America, fatte da mani americane. Probabilmente, come avete visto di recente, ho approvato la pipeline Keystone in Dakota. E mi sto preparando a firmare il disegno di legge. Ho detto, in che modo viene fatta la conduttura? E mi hanno detto non qui. Ho detto, che questo è un bene – aggiungi un po’ alla frase che devi comprare acciaio americano. Ed ora sai cosa? E’ così com’è. E’ quello che sta per essere … Stiamo andando a combattere fino all’ultimo posto di lavoro per gli americani …

Ho fatto una campagna elettorale con la promessa, che farò tutto quanto in mio potere, per portare quei posti di lavoro di nuovo in America. Abbiamo voluto rendere più facile – e deve è molto più facile da produrre che nel nostro paese e molto più difficile da abbandonare. Non voglio che le società escano dal nostro Paese, fabbricando il loro prodotto e vendendolo di nuovo, senza alcuna tassa, niente di niente, alimentando tutti nel nostro paese.

Popolo, non lasciamo che accada più. Credimi. Ci sarà una sanzione molto consistente da pagare quando (le aziende) abbandonano la loro nazione e si spostano in un altro paese, fabbricando il prodotto e pensando che hanno intenzione di venderlo di nuovo in quello che sarà presto un confine molto, molto forte. Sarà una partita molto diversa. Sta per essere tutto molto diverso …

Per raggiungere questo obiettivo, stiamo andando a ridurre massicciamente i regolamenti che appiattiscono il lavoro già iniziato; lo avete visto che – mandano i nostri posti di lavoro in altri paesi. Abbiamo intenzione di abbassare le tasse sul business americano quindi sarà più economico e più facile produrre prodotti e cose belle, come gli aeroplani proprio qui in America … Lo avete sentito dire prima ed io lo ripeto: D’ora in poi, sarà America First.

A suo avviso, gli Stati Uniti sono stati sfruttati nei rapporti politici ed economici con il resto del mondo. Il mondo ha rubato posti di lavoro agli americani e distrutto le basi di produzione degli Stati Uniti, hanno lasciato la classe media americana con uno standard di vita indebolito e stagnante, provocato il caos con il sogno americano ed il diritto di nascita, di opportunità e di prosperità crescente.

Per Donald Trump, ogni accordo commerciale, ogni deficit commerciale ed ogni investimento d’affari all’estero, sono la prova della misura in cui l’America ha abusato nelle sue relazioni commerciali.

Questa visione del mondo è una rinascita della nozione mercantilista del XVII e XVIII secolo dove l’esistenza umana ha un conflitto senza fine ed inconciliabile, non solo o semplicemente con la natura, ma tra stati-nazione. Per il mercantilista, ogni stato-nazione dovrebbe proteggere il benessere economico dei propri sudditi e cittadini dalla perdizione del saccheggio di altri stati-nazione. Nella visione del mondo mercantilista, l’economia è un gioco a somma zero.

La liberazione classica del liberalismo dell’uomo da parte dello Stato

Le rivoluzioni intellettuali, politiche ed economiche liberali classiche della fine del XVIII e XIX secolo sono il rovescio dell’idea di monarchia assoluta, sostituendo entrambe le monarchie con un vincolo costituzionale o con forme repubblicane di governo. Si vuole, inoltre liberare l’individuo dalla potenza e dal controllo dello stato incontrollato. L’ideale di libertà individuale ed il diritto di ogni persona alla propria vita, alla libertà ed alla proprietà onestamente acquisita è l’importante trasformazione del rapporto tra l’individuo e lo Stato.

Secondo i classici liberali, il governo esiste per preservare il diritto dell’individuo di vivere nella sua tranquillità e nell’interesse personale, di non servire agli scopi dei re, dei principi, o maggioranze democratiche illimitate. Gli economisti del tempo, tra cui Adam Smith e molti altri dopo di lui, hanno sostenuto che il commercio non era un gioco a somma zero ed era sicuramente dannoso per le nazioni impegnate in rapporti commerciali.

Questi liberali hanno affermato che le persone sanno molto meglio come prendersi cura dei propri interessi rispetto a qualsiasi regolamentatore di governo che potrebbe anche ideare. Gli individui entrano solo in scambi con gli altri quando credono che ci sarà un risultato migliore nella transazione. Nessun individuo, nell’atto di libero scambio, dà mai via intenzionalmente qualcosa che ha un alto valore per qualcosa che valga molto meno. Infatti, è sempre il contrario.

Miglioramento da commercio contro la presunzione politica

Se vado giù al negozio all’angolo e acquistare una copia del giornale di oggi per un dollaro, è perché ritengo che le informazioni possibili che mi può fornire sono di maggior valore rispetto al prezzo mi viene chiesto. E, a sua volta, se il proprietario del negozio all’angolo mi vende la copia del giornale di oggi è perché ha più alto valore del dollaro che riceve da me per rinunciare a una delle copie in vendita. Ognuno di noi considera sé stesso, rispettivamente, migliore.

Ora è vero che dopo che ho comprato il giornale e l’ho letto, potrei dire, retrospettivamente, che non conteneva nulla di veramente nuovo o interessante e, quindi, col senno di poi, invece avrei potuto facilmente far passare il giorno senza acquistarlo e utilizzare quel dollaro per l’acquisto di qualcos’altro.

Nessuno ha la perfetta conoscenza. Noi tutti agiamo su ciò che sappiamo o che crediamo nel momento in cui effettuiamo una operazione. E, a volte, si può concludere che una cosa, dopo averla fatta, non era così vantaggiosa come speravamo o avremmo voluto fosse. Ma richiederebbe una grande quantità di arroganza da parte di chiunque altro presumere che sanno più di noi su ciò che è meglio per noi, nei nostri scambi di mercato di tutti i giorni. La conoscenza su cui il presuntuoso paternalismo politico afferma il diritto di controllare e di interferire è almeno altrettanto imperfetta e limitata quanto quella posseduta dal resto di noi.

La mentalità della pianificazione centrale di Trump

Mentre molti conservatori stanno salutando l’intenzione dichiarata da Donald Trump di ridurre la normativa in materia di business e contemporaneamente meno tasse sulle persone e le imprese private – sicuramente tutte cose buone in se stesse – dobbiamo capire, però la prospettiva ideologica per cui lo si sta facendo.

In nessun momento il presidente Trump ha detto che intende seguire queste politiche perché vuole avere più controllo sui i cittadini americani e sulle loro vite. Non ha mai sostenuto la riduzione degli oneri fiscali in modo che gli Americani possano mantenere un reddito e della ricchezza più alti e che si sono onestamente guadagnato come un obiettivo politico desiderabile per sé.

No, invece, il presidente Trump ha sostenuto queste politiche, come un pianificatore dell’economia centrale, sa dove le imprese americane dovrebbero investire e dovrebbero assumere e quali sono i prodotti che dovrebbero produrre.

Come è diverso dal “progressista” che desidera utilizzare la regolamentazione del governo per limitare l’uso dei combustibili fossili, utilizzando politiche di intervento per promuovere “energie alternative”?

Gli obiettivi e gli strumenti di regolamentazione possono differire, ma la premessa di base rimane la stessa: Che il governo sa, meglio dei singoli cittadini, come vivono la loro vita.

La saggezza duratura di Adam Smith

Per essere onesti, suscita la più profonda frustrazione, per un economista, il dover ripetere le parole scritte da Adam Smith più di 240 anni fa, nel suo famoso libro, La ricchezza delle nazioni:

“E’ il motto di ogni buon padre di famiglia, di non tentare di fare a casa quello che gli costerà di più che acquistarlo. Il sarto non tenta di fare le proprie scarpe, ma le compra dal ciabattino. Il calzolaio non cerca di fare i suoi vestiti, ma si avvale di un sarto. Il contadino non cerca di fare né l’uno né l’altro, ma si avvale di questi diversi artigiani …

“Quella che è la prudenza nella conduzione di ogni famiglia privata può essere la rara follia in quella di un grande regno. Se un paese straniero ci può fornire con un prodotto più conveniente, che noi stessi possiamo produrre, meglio comprarlo da loro con una parte dei prodotti della nostra industria, impiegata in un modo da averne qualche vantaggio …

“Non è certo impiegato per il massimo vantaggio quando si è indirizzati verso un oggetto che si può comprare più convenientemente e che può rendere … L’industria di un paese, di conseguenza, viene così rivolta ad altro, ad un lavoro meno vantaggioso ed il valore di scambio annuo dei suoi prodotti, invece di essere aumentato, secondo l’intenzione del legislatore, deve necessariamente essere diminuito per tutti da tale regolamentazione”.

Il Presidente Trump e quelli della sua amministrazione che condividono la sua visione negativa delle importazioni di beni meno costosi, senza dubbio, diciamo che può essere cosa buona e giusta, date le circostanze ad una “parità di condizioni” (ceteris paribus), ma le altre nazioni non giocano pulito. Altri governi sovvenzionano le loro esportazioni e tentano di ostacolare, a loro modo, l’importazione di merci americane nei loro paesi.

L’importazione di merci a poco prezzo è sempre quello più conveniente

Se le importazioni meno costose offerte negli Stati Uniti sono il risultato di un’efficienza dei costi basati sul mercato di in un altro paese o la sovvenzione del governo di alcune delle esportazioni verso un paese, dal punto di vista del consumatore americano, vi è la possibilità di un aumento del reddito reale. Una merce desiderata può essere acquistata per meno di prima, lasciando una somma di denaro nelle tasche degli acquirenti con la quale ora possono permettersi di acquistare ciò che prima non potevano.

Che dire di posti di lavoro persi nel mercato interno a causa delle importazioni straniere? Sempre di fronte a tutti i cambiamenti sono necessari aggiustamenti. In questo caso, sarà necessario il re-impiego, ma non c’è nulla, di per sé, che impedisce di trovare posti di lavoro alternativi. Dopo tutto, le importazioni devono essere pagate attraverso le esportazioni – il paese straniero non può dare i propri prodotti gratis. E, in aggiunta, i dollari risparmiati dall’acquisto del prodotto straniero, meno costoso, significheranno domanda aggiuntiva alla spesa per beni diversi dei consumatori che possono ora permettersi di comprare, offrendo opportunità di lavoro anche in questa direzione.

Il falso obiettivo dei “lavori” giusti

Questo diventa un altro punto cieco in agenda come dichiarato dal presidente Trump. Ripete, ancora e ancora, che il suo compito è quello di creare posti di lavoro per gli americani. Ma “posti di lavoro” non è un fine in sé. Mentre alcune cose sono piacevoli da fare per se stessi, il lavoro è un mezzo per un fine. Sia che si stia piantando colture in un campo o lavorando i prodotti in fabbrica o mettendo le reti da pesca nell’oceano, oppure offrendo un servizio come un taglio di capelli o un corso di aerobica, sono tutti i mezzi per raggiungere un fine – la produzione di beni che gli altri vogliono per la società come metodo per guadagnarsi da vivere e che ci consente di acquistare da quegli altri, ciò che hanno in vendita nel settore del lavoro che, a sua volta, è il desiderio di consumare.

Dovremmo desiderare, per tutti, di fare il loro lavoro al minor costo in termini di risorse e manodopera proprio in modo che possiamo ottenere la maggior parte dei beni e dei servizi che desideriamo con i mezzi a disposizione. Se i produttori di in un altro paese possono farlo meglio e meno costoso di quello che possiamo farlo in casa, dobbiamo approfittare di questo per massimizzare il nostro benessere materiale, piuttosto che lamentarci per la sua offerta.

Supponiamo che domani, attraverso qualche miracolo, i vestiti comincino a crescere gratis sui rami degli alberi e che tutti i posti di lavoro dell’economia nel settore tessile debbano scomparire. Dovremmo andare in disperazione per questo? Certamente, potremmo avere tutti i vestiti che avremmo potuto desiderare e si potrebbe, quindi dedicare tutto il lavoro liberato per produrre altre cose che anche noi desideriamo, ma che non si poteva precedentemente avere, perché gran parte della forza lavoro era legato a confezionare le nostre camicie, pantaloni e giacche.

Temendo di perdere quei “buoni posti di lavoro americani” nel settore tessile, dovremmo considerare meglio se tagliare i rami degli alberi che producono tutti quei vestiti in modo da mantenere tutti quei lavoratori che fanno i vestiti? Penso che la maggior parte di noi consideri ciò ridicolo. Il Presidente Trump, se lo prendiamo in parola, potrebbe voler imporre un dazio sulle importazioni e costruire un muro alto lungo il confine per mantenere tutti quei vestiti liberi fuori degli Stati Uniti, se si è scoperto che quei vestiti prodotti dagli alberi sono stati collocati in un Paese straniero.

Le ritorsioni al commercio esprimono il peggio del proprio paese

E per quanto riguarda gli altri paesi che impongono tariffe di importazione contro i nostri beni per “proteggere” i propri settori ed impieghi? Non dovremmo rispondere con tariffe di ritorsione e le relative restrizioni all’importazione per dare loro una lezione? Se lo facciamo possiamo solo ferire noi stessi, in modo da rispondere alle barriere commerciali erette da altri paesi.

Un economista britannico, Henry Dunning MacLeod (1821-1902), ha dato una risposta chiara sull’argomento di una tariffa di ritorsione, nel 1896. Egli ha detto:

“ “Con il metodo dei dazi di ritorsione, quando (un altro paese) ci percuote sulla guancia, dall’altra veniamo immediatamente colpiti da noi stessi con uno schiaffo estremamente duro. (L’altro paese impone suoi dazi all’importazione) fanno un danno e noi, e per ritorsione, immediatamente noi facciamo di più. Il vero modo per combattere le tariffe ostili è il libero commercio”.

La ritorsione con tariffe contrapposte rende le merci acquistate solo, in precedenza dal paese straniero, più costose per i consumatori del proprio paese, abbassando il loro livello di vita attraverso prezzi più elevati e una più ridotta varietà di prodotti tra cui scegliere. Riducendo le vendite conseguite dal produttore straniero nel proprio paese, ha meno entrate da cui partire per comprare le esportazioni del vostro paese, con un effetto negativo sui settori della propria economia.

Se, ora, che l’altro paese procede a imporre dazi contrapposti, in risposta alla rappresaglia del vostro paese, entrambi i paesi si troveranno di fronte a una spirale di morte del commercio per la diminuzione dei beni a disposizione dei consumatori di entrambi i paesi, i prezzi più elevati per i prodotti di entrambi che i cittadini dei paesi vogliono acquistare e ad una riduzione del sistema internazionale di divisione del lavoro diminuisce la produttività complessiva del mercato globale, il risultato finale sarà inferiore alla prosperità ed al progresso materiale per tutti.

Se il presidente Trump segue la realtà attraverso le sue proposte politiche protezionistiche, basate sulla sua somma zero, il concetto del commercio tra le nazioni ed il risultato finale può avere in gioco una somma negativa, in cui tutte le nazioni del mondo stanno peggio.

Falsa prosperità di Trump dietro i muri del commercio

Oh, sì, i lavoratori americani possono ora produrre i beni che in precedenza sono stati forniti dai lavoratori stranieri. Le industrie americane che erano diminuite, rispetto al loro numero, prima dell’intensificato commercio globalizzato, possono avere un ritorno dietro le barriere doganali del presidente Trump.

Ma dietro questo miraggio di restauro della “grandezza” americana, i lavoratori ed i consumatori americani saranno più poveri di quello che devono essere, la fabbricazione di beni a costi più elevati e con efficienza meno produttiva di una partecipazione libera e aperta in un mercato-centrico (tipico dei paesi come USA e GB, è basato sulla capacità dei mercati, di finanziare grossi progetti, per promuovere lo sviluppo economico ndt) dove la divisione globale ed il libero lavoro verrebbe offerti a tutti, in tutto il mondo, compresi quegli americani per il cui benessere economico il Presidente Trump sostiene di essere così preoccupato.

Donald Trump smentito da un Caroliniano del Sud – nel 1830!

Ho già citato delle osservazioni del presidente Trump durante la sua recente visita a Charleston, South Carolina. Permettetemi di citare un economista del South Carolina, Thomas Cooper (1759-1839), che ha pubblicato le seguenti parole nel 1830: Lezioni sugli elementi di economia politica (Lectures on the Elements of Political Economy), in quello che è diventato uno dei libri di testo economici più diffusi, a quel tempo, negli Stati Unit. Il Dr. Cooper è stato uno dei presidenti del South Carolina College e un professore di chimica ed economia politica. Disse:

“ “L’intero utilizzo del commercio estero è quello di importare le materie prime che occorrono, a costi inferiori, più di quanto non siano prodotti in casa. Questa è la base ed il carattere essenziale. Quindi, il principio di restrizioni e imposte (tariffe) proibitive, che vietano, in fase di introduzione dall’estero, un articolo perché può essere considerato più economico dall’estero – va alla distruzione totale di tutto il commercio estero …

“Infatti, il sistema restrittivo ci dice che non vi gioverà grandemente l’essere confinati come prigionieri all’interno delle nostre case, senza avere rapporti fuori di casa; questo è il dovere di lasciare il nostro vicino di arricchirsi sulla nostra credulità e convincerci a comprare da lui un articolo inferiore, ad un prezzo superiore …

Per (questo) principio adozione, dove è la fermata? Per parlare dopo di questo, del nostro essere la nazione più illuminata sulla terra, è una satira su di noi più amara che i nostri nemici hanno in loro potere di proferire. Per essere governati da tale ignoranza, è davvero una vergogna nazionale”.

Il pericoloso paternalismo protezionista di Donald Trump

Donald Trump non può essere né il diabolico aspirante dittatore che molti della sinistra politica hanno ritratto o per “dirla com’è”, l’angelo vendicatore per alcuni della destra politica ed avere qualcuno che sia in grado di ripristinare gloriosamente una grandezza americana perduta.

Quello che dovrebbe essere abbastanza chiaro è che dietro il mantra del presidente Trump di “America First” è un protezionismo paternalistico pericoloso che vede tagli fiscali e riduzioni di regolamentazioni del business di casa, non fini a se stesse, ma per ripristinare la libertà individuale e la libertà economica del popolo americano; invece, gli strumenti di politica fiscale ed interventista influenzano e manipolano la direzione e la forma dell’ attività economica negli Stati Uniti.

Altre nazioni non sono viste come partner globali e partecipanti in una ricerca in tutto il mondo per un generale miglioramento delle condizioni dell’umanità, tra cui il miglioramento del popolo americano. Il mondo non è visto come un’arena di cooperazione internazionale attraverso la competizione pacifica del mercato in cui ogni nazione e le persone trovano i modi migliori per guadagnare da vivere attraverso il progresso reciproco, di coloro, con i quali essi commerciano.

Invece, il presidente Trump vede il mondo come un luogo ostile in cui le altre nazioni sono fuori per migliorare loro stesse, rendendo l’America e gli americani più poveri, deboli e anche peggio. L’atteggiamento e la convinzione, se al momento dell’attuazione della politica economica estera americana, rischia di farne una profezia che si auto-avvera. Altre nazioni possono facilmente cadere ulteriormente nella stessa mentalità del collettivismo nazionalista, portando con sé tensioni economiche internazionali e conflitti commerciali ed eventualmente intensificarli, se non guerre commerciali odierne. Si tratta di una mentalità pericolosa e sta visibilmente crescendo oggi in un certo numero di paesi europei e in altri luoghi in tutto il mondo.

Le politiche di Donald Trump possono benissimo portare più prodotti recanti il marchio “Made in USA”, ma il suo significato reale e perverso non sarà una grandezza americana restaurata, ma il marchio di una prospettiva di politica economica che porta con sé l’idea di paternalismo protezionistico che, alla fine della giornata, non migliorerà né la condizione degli americani, né quella del resto del mondo.

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Il fenomeno migratorio in una società libera

Von Mises Italia - Mer, 29/03/2017 - 08:52

Un ordine basato sulla libertà individuale di scelta, consiste in libertà di offrire e libertà di domandare ed in ciò è insito il fatto che ogni richiesta può essere gestita in piena autonomia ed essere tanto accolta quanto rifiutata o cadere nel vuoto.

La libertà è, infatti, assenza di impedimenti, ma questa condizione verrà realizzata solo se verrà rispettata la proprietà privata, sia su se stessi che sulle cose.

Rispettando la libertà di ciascuno non si è grado di imporre alla società concezioni artificiali frutto della presunta conoscenza privilegiata di qualcuno in particolare, e questo in seguito ci permette di dire che la libertà va difesa perché consente al più ampio numero possibile di individui di condurre vite ritenute significative dal proprio punto di vista.

Se la libertà, in quanto condizione generale, deve essere rispettata per lo scambio di beni e servizi lo deve essere anche per quanto riguarda il movimento delle persone; così come una merce per essere scambiata richiede l’accordo delle parti, in ogni unità privata l’accesso regolare di un’altra persona dipende sempre dalla volontà del proprietario dell’unità.

Trattasi quindi di cercare di trascinare coerentemente questo fatto evidente della proprietà privata all’interno della cosiddetta proprietà pubblica, cioè in quella proprietà dove vi è una cattiva definizione dei singoli diritti di proprietà privata che la compongono.

La proprietà pubblica è sempre mal definita e pertanto possiede una tendenza ad essere mal tutelata e/o mal sviluppata, giacché i prezzi esprimono un significato razionale solo quando emergono da scambi realizzati in cui ciascuno dispone effettivamente e solamente della sua proprietà.

Ebbene, per un puro ragionamento di tipo “consequenzialista”, quanto più i beni ed i servizi cessano di essere sottoposti a proprietà pubblica, minori sono le possibilità di pervenire ad un disordine sociale ed economico.

Parlare di proprietà pubblica significa parlare di Stato e dunque di un determinato gruppo sociale organizzato.

Non può esistere uno Stato senza territorio, vale a dire la sede su cui stabilmente risiede tale comunità organizzata.

Questa sede rappresenta l’ambito spaziale entro il quale lo Stato pretende di esercitare in modo effettivo, esclusivo ed indipendente la propria sovranità, ossia quel potere supremo dello Stato che riguarda da un lato i rapporti dello Stato con gli altri Stati e organizzazioni internazionali, dall’altro i rapporti dello Stato con i suoi contribuenti residenti e quanti transitano nel suo territorio.

Tutto il territorio dello Stato, sia che si tratti di zone abitate che di zone disabitate è sottoposto alla sovranità dello Stato.

Lo Stato si regge sull’imposizione tributaria che esso effettua su i suoi contribuenti-residenti,  esso è quindi chiamato ad operare in nome di questi suoi contribuenti.

Uno Stato che afferma di rappresentare una società libera, non può che fondarsi sul primato del diritto alla proprietà privata – essendo la pretesa capace di soddisfare meglio la possibilità media di tutti – sia su se stessi che sulle cose, e su un sistema economico di libero mercato, perché questi due elementi, che sono l’uno la conseguenza dell’altro, forniscono ai suoi abitanti gli incentivi necessari per realizzare piani di azione liberamente scelti, con la garanzia di affrontare personalmente i rischi e le responsabilità delle attività che essi intraprendono.

Finché lo spostamento di una persona avviene dietro invito di un individuo, di un’associazione o di un’impresa residente che garantisce all’immigrato un alloggio per un periodo di tempo relativamente lungo, un minimo adeguato di sostentamento ed eventualmente anche un’occupazione, in linea di massima, lo Stato non può opporsi al trasferimento – in una società libera, un datore di lavoro deve avere la facoltà di assumere alle sue dipendenze chi vuole, compresi i residenti all’estero, così come il proprietario di un’abitazione deve avere la facoltà di affittare a chi vuole.

In linea di massima, poiché lo Stato, essendo l’istituzione responsabile della sicurezza di tutti i propri contribuenti, può sempre impedire l’ingresso a singoli individui che palesemente hanno espresso o esprimono comportamenti e/o pensieri che minacciano seriamente quel primato del diritto alla proprietà privata.

Tuttavia, spesso le persone si spostano da uno Stato all’altro in cerca di fortuna o nuova vita senza l’invito di qualcuno; in tal caso, sarà necessario, per poter in seguito stabilirsi legalmente, farsi prima concedere un apposito visto dallo Stato in cui si intende abitare o anche lavorare, tramite ambasciate o consolati – ovviamente, per tutti coloro che vanno all’estero per qualsiasi altro motivo si dovrà fare un discorso diverso.

Ambasciate e consolati locali potrebbero fungere anche da strutture che mettono sistematicamente in contatto domande ed offerte di inviti.

A chi dovrebbero essere rilasciati questi appositi visti?

Escludendo persone che palesemente hanno espresso o esprimono comportamenti e/o pensieri che minacciano seriamente quel primato del diritto alla proprietà privata, questi visti dovrebbero essere rilasciati soltanto a persone che possono far leva su un minimo sufficiente di capitali monetari.

Se ci si reca all’estero e si è già in grado di usufruire di un reddito che funge da mezzo di sostentamento permanente, non vi dovrebbero essere obiezioni ad accettare il trasferimento, ma se ci si reca all’estero per cercare o crearsi un lavoro, tale ricerca o creazione richiede nel frattempo che si possa fare affidamento a delle risorse per sostenere il quotidiano vivere.

Lo Stato dovrà stabilire l’ammontare di queste risorse confrontandosi con le condizioni attuali del mercato del lavoro.

Lo Stato può rilasciare questi visti per motivi umanitari anche a persone che non possono far leva su un minimo sufficiente di capitali monetari?

Qui il campo delle verità consequenzialiste, giuridiche ed economiche, deve fare i conti con il campo delle valutazioni etiche, ben sapendo però che il campo delle valutazioni etiche non potrà mai capovolgere con successo le verità consequenzialiste.

Concedere il permesso a soggiornare stabilmente nel proprio territorio a persone prive di invito e che non portano con sé mezzi per sopravvivere autonomamente, significa che queste persone, almeno nei primi tempi, graveranno forzosamente come spesa sull’intera collettività e ciò equivale a dire utilizzo di un welfare state coercitivo.

Senza fare inutili previsioni di natura deterministica, è chiaro che il welfare state coercitivo può essere ben sostenibile finché si tratta di piccoli numeri; all’estendersi, infatti, del welfare state coercitivo, aumentano i rischi per il mondo dell’allocazione economica delle risorse di essere soggiogato da quello dell’allocazione politica e del parassitismo.

In ultimo, lo Stato dovrà necessariamente procedere:

all’espulsione di qualunque soggetto che cercasse di stabilirsi nel proprio territorio sprovvisto di invito o di apposito visto;

a sanzioni amministrative e/o penali nei confronti di quei soggetti che si assumono la responsabilità dell’invito dello straniero ma che, in realtà, lo fanno solo sulla carta e non anche con i fatti;

impedire l’accesso a chi provasse ad entrare nel proprio territorio cercando di forzarne i confini.

Da valutare, invece, la posizione dello straniero nel momento in cui chi l’ha invitato rinunciasse ad ogni responsabilità precedentemente assunta e nessun altro soggetto privato residente accettasse di assumerla.

I fenomeni migratori sono antichi quanto la storia dell’uomo.

E’ uno di quei cambiamenti che hanno luogo di continuo pertanto non bisogna affrontare questo fenomeno come se non dovesse mai avvenire, ma semplicemente di istituzionalizzarlo con buon senso.

Asserito quanto, c’è da rilevare che tra un ordine liberale e migrazioni esiste senz’altro un rapporto ma questo rapporto è soprattutto fatto di “sostituibilità elastica” e non di “rigida esclusività”, vale a dire che tanto più riusciamo ad estendere l’ordine liberale quanto più vengono meno quelle necessità che spingono le persone ad abbandonare le proprie terre d’origine.

All’adozione di ordini maggiormente liberali in ogni parte del globo terrestre corrisponde, infatti, un incremento del benessere generalizzato a livello globale e tale incremento rende sicuramente minori le possibilità che possano generarsi masse notevolmente consistenti di persone che desiderano spostarsi da uno Stato all’altro o da una regione del pianeta ad un’altra.

Di conseguenza, divengono criticabili tutte quelle azioni che, direttamente o indirettamente, ostacolano l’adozione di ordini maggiormente liberali in ogni parte del globo terrestre.

Criticabile è il sistema degli aiuti internazionali ai paesi più poveri che alla fine si risolve in effetti più che altro controproducenti.

A seguito del processo di decolonizzazione, i paesi più ricchi hanno versato 135 milioni di dollari l’anno alla cosiddetta cooperazione internazionale, e questo denaro è stato versato tanto dai governi di questi paesi quanto dai loro singoli cittadini.

L’aiuto internazionale è gestito da agenzie, associazioni od enti collegabili alle Nazioni Unite i quali senza la motivazione dell’aiuto al prossimo non potrebbero mai sorreggersi.

Ognuna di queste associazioni, agenzie od enti ha delle spese, tra cui la voce stipendi, che finiscono per assorbire gran parte di quei fondi destinati ai paesi più poveri.

Da ciò si capisce che gli impiegati di queste strutture non possono avere un grande interesse a contrastare la povertà diffusa nel mondo, giacché per loro la povertà diffusa è fonte regolare di guadagno.

Certamente, non tutti i progetti che nascono a seguito degli aiuti internazionali falliscono miseramente, ciò nonostante si stima che circa l’80 per cento di quei 135 miliardi di dollari annui viene sprecato in costi di gestione di queste associazioni, agenzie od enti ed in investimenti tanto grandiosi quanto non redditizi.

Tuttavia, questi aiuti economici forniti in maniera sistematica sono soprattutto criticabili perché finiscono per imprimere nelle popolazioni dei paesi più poveri la mentalità del subordinato a scapito dell’assunzione individuale di responsabilità.

Il fattore determinante della creazione di ricchezza è la capacità di produrre merci, la quale cresce con l’incremento della frazione produttiva della popolazione e della divisione del lavoro, le quali a loro volta possono aumentare stabilmente solo con l’accumulazione di risparmio reale.

Se il risparmio reale aumenta, può diminuire senza controindicazioni l’interesse sul capitale reale prestato e rendere così relativamente più vantaggiosi quei rami di produzione che richiedono, in funzione delle loro condizioni tecniche, un periodo più lungo di produzione.

I governi dei paesi più ricchi piuttosto che fornire aiuti economici sistematici ai paesi più poveri, dovrebbero sostenere i governi e le popolazioni locali a costituire nei propri paesi un intorno istituzionale che protegga la proprietà privata e la garanzia che quello che si accumula possa essere preservato in futuro.

Criticabile è, inoltre, la posizione dei paesi più ricchi quando questi adottano misure di protezionismo commerciale non dando in questo modo la possibilità ai paesi più poveri di accedere con i loro prodotti ai mercati più abbienti.

Mancanza del suddetto intorno istituzionale ed assenza di responsabilità individuale nei paesi più poveri e protezionismo commerciale da parte dei paesi più ricchi pongono le basi, separatamente e sommandosi, per veder emergere grandi masse di popolazione localizzate nei paesi più poveri desiderose di spostarsi verso i paesi più ricchi.

Tale pressione esercitata da queste grandi masse va a stimolare un circolo vizioso a danno del primato del diritto alla proprietà privata e del sistema economico di libero mercato ed a favore dell’espansione della proprietà pubblica e dell’interventismo statale.

Infatti, così come ogni processo di espansione economica non coperto da risparmio reale è seguito da una fase di doloroso riassestamento che rappresenta il momento ideale per veder affiorare nuove richieste di ampliamento della proprietà pubblica e dell’interventismo statale, ogni massiccia pressione migratoria dai paesi più poveri a quelli più ricchi produce in questi ultimi un periodo di acute problematiche che, stressando il meccanismo della libertà di offrire e di domandare, rappresenta il momento ideale per veder affiorare le stesse richieste.

In conclusione, quando si parla di migrazioni non vi deve essere alcuna posizione pregiudiziale, né a favore né contro, ma bisogna sempre però avere l’onestà intellettuale di affrontare il fenomeno tenendo conto delle opportunità e dei rischi che concretamente include ogni suo caso specifico.

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Decrescita felice?

Von Mises Italia - Lun, 27/03/2017 - 08:01

Tutte le critiche (negative) all’ordine di libero mercato possono essere descritte come il frutto di un eccessivo razionalismo (come avrebbe sostenuto von Hayek) oppure come il frutto di una rivolta contro la ragione (come invece avrebbe sostenuto von Mises).

Quello che in ogni caso c’è di univoco è che il libero mercato ha dovuto praticamente da sempre scontrarsi con opposizioni scientificamente insostenibili.

In tal senso, è doveroso ricordare che l’economia è una scienza, ma in quanto appartenente al mondo delle scienze dell’azione umana e non al mondo delle scienze naturali il suo procedimento d’indagine non può essere lo stesso di questo secondo mondo.

Una delle critiche più recenti all’ordine di libero mercato è quella che va sotto il nome di “decrescita felice”.

La prima apparizione di questo termine viene fatta risalire alla pubblicazione in lingua francese, nel 1979, di una raccolta di saggi dell’economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen, ma è solo con l’arrivo del ventunesimo secolo che la decrescita prende l’aspetto di una corrente di pensiero ed inizia costantemente ad entrare nel dibattito pubblico.

A portare sotto le luci della ribalta la decrescita, attraverso una vera e propria elaborazione del concetto, è stato il professore francese Serge Latouche, da considerarsi il deus ex machina di questa corrente di pensiero.

Latouche espone la decrescita come serena e conviviale, mentre il più celebre aggettivo felice è stato introdotto dal saggista italiano ed anch’esso teorico della decrescita Maurizio Pallante.

Quella della decrescita è una scuola di pensiero senz’altro non totalmente uniforme al suo interno, ma comunque i suoi autori presentano molti punti in comune.

I maggiori punti in comune riscontrabili sono una disapprovazione per l’esistenza di un’autonoma dimensione economica della vita umana ed appunto un’avversione nei confronti dell’ordine di libero mercato.

Prendendo in esame in particolar modo il pensiero di Latouche, iniziamo con il dire che questo autore descrive la modernità come un enorme processo di economicizzazione della vita umana e di occidentalizzazione del mondo e dedica una monografia all’invenzione dell’economia, definita come culturale e storica.

Per Latouche, l’economia, come ambito autonomo della vita umana, nasce tra il sedicesimo ed il diciassettesimo secolo e con la sua nascita l’essere umano si riduce progressivamente ad homo oeconomicus, vale a dire ad essere capace solamente di far proprie quelle motivazioni legate alla massimizzazione della sua ricchezza materiale in virtù di un utilitarismo unidimensionale.

Latouche comprime tutta l’economia dentro una scienza degli aspetti “strettamente economici” dell’azione umana, una teoria della sola ricchezza materiale.

L’avversione di Latouche al libero mercato avviene soltanto in seconda battuta rispetto a questa critica verso l’economia così inquadrata dallo stesso autore.

Questa visione di tutta l’economia porta Latouche a considerare libero mercato e socialismo reale come due varianti dello stesso fenomeno da condannare, ossia “la società della crescita”, ma nel libero mercato Latouche vede, in aggiunta, un ordine che finisce per distruggere il pianeta – libero mercato visto come sistema di dilapidazione irreversibile dell’ambiente e delle risorse – così come la società e tutto ciò che collettivo – libero mercato visto come sistema di distruzione antropologica degli esseri umani ridotti in bestie produttrici e consumatrici.

Ora, nel continuare ad analizzare il pensiero di Latouche e la società della decrescita, iniziamo anche smontarne i ragionamenti ed a vedere “l’incongruenza” tra metodi scelti e fini (cioè serenità, convivialità e felicità) cercati.

Latouche si scaglia contro l’occidentalizzazione del mondo, ma qui Latouche sembra proprio confondere la parola occidente con imperialismo, vale a dire con l’atto (o il propugnare tale atto) deliberato di acquisire e conservare il controllo politico, diretto od indiretto, da parte di uno Stato su qualsiasi altro territorio abitato.

L’imperialismo pertanto è un fenomeno da stigmatizzare in quanto incentrato sull’uso e sulla minaccia d’uso della forza a priori, ma sicuramente questo fenomeno non può essere associato come prerogativa esclusiva dell’occidente, bensì è prerogativa che può essere fatta propria da ogni potere politico, non importa a quale influenza culturale sia sottoposto.

Il mondo è la storia hanno, infatti, conosciuto e continua a conoscere imperialismi di ogni genere e solo alcuni di essi possono essere collegati all’occidente inteso come area storico-culturale-geografica.

Se poi ci sono beni e servizi tipicamente occidentali particolarmente apprezzati in tutto il mondo questo certamente non può essere considerato per l’occidente un peccato, giacché piacere ed essere ammirati non può essere una colpa ed il libero mercato non impone niente a nessuno.

L’economia, come ambito autonomo della vita umana, nasce come interazione sociale non programmata e non come risultato di una volontà comune diretta alla sua costituzione come ci vuol far credere Latouche.

L’economia è innanzitutto una conoscenza tacita, e tale conoscenza diviene consapevole, analizzata e strutturata teoricamente soltanto negli stadi successivi della storia dell’umanità, dunque una società dell’economia non è una tardo-invenzione dell’essere umano, ma è un qualcosa che ha accompagnato l’umanità sin dagli inizi del suo agire.

Inoltre, la dimensione economica della vita non ha come fondamento ultimo il desiderio di ricchezza materiale, bensì la condizione umana di scarsità: economici sono i mezzi e non anche i fini ultimi dell’azione.

Siamo quindi costantemente chiamati ad economizzare i mezzi della nostra azione e se non fosse stato per questa capacità dell’essere umano di economizzare non saremmo mai riusciti a risolvere problemi complessi.

L’essere umano è soprattutto un produttore creativo e non un dilapidatore di risorse, o meglio “è un produttore creativo fintanto che si circonda di istituzioni capaci di favorire la creatività umana”.

Pur agendo in condizione di scarsità, la capacità umana di economizzare è in grado, infatti, di “trasformare l’entità delle risorse disponibili da limitate ad incerte”, poiché la risorsa fondamentale per mezzo della quale possono in seguito trovare utilizzo tutte le altre risorse è la mente umana.

La storia dell’umanità dimostra che l’uomo, mediante le sue invenzioni ed innovazioni tecnologiche, è riuscito non solo a spostare sempre un po’ più in là la frontiera delle possibilità produttive ed a scoprire nuove risorse nonché a sfruttare meglio quelle già conosciute, ma, allo stesso tempo, è riuscito ad affrontare e risolvere gradualmente le problematiche ambientali che di volta in volta si ponevano.

Di conseguenza, dichiarare che l’essere umano è un dilapidatore irreversibile di ambiente e risorse è un’affermazione ottusa e disapprovare l’esistenza di un’autonoma dimensione economica della vita non ha alcun senso se non quello di porre l’essere umano dinanzi alla sua auto-distruzione.

Con ciò non si vuole, nel contempo, sostenere che l’essere umano sia capace di massimizzare in senso stretto e che la sua vita si esaurisca nell’idealtipo dell’homo oeconomicus.

Non siamo in grado di massimizzare in senso stretto niente, dal momento che non possiamo accedere alla conoscenza di tutti i dati rilevanti: non si può dire, infatti, del processo di competizione e cooperazione che esso porti alla massimizzazione di un qualche risultato misurabile, ma soltanto all’uso, in condizioni favorevoli, di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura.

L’essere umano non può esaurirsi nel soggetto idealtipico dell’homo oeconomicus, il cui scopo è solo la ricerca della massimizzazione della ricchezza materiale, perché questo modello è scorretto in quanto parziale: tale soggetto, infatti, non tiene in conto quelle preferenze che possono emergere diverse dal guadagno materiale, come, ad esempio, il valore affettivo che una persona può conferire ad un determinato bene.

Se l’essere umano non può esaurirsi nell’homo oeconomicus, allora si deve dedurre che il concetto di utilitarismo non può essere unidimensionale.

Una corretta visione della scienza economica, infatti, tratta dell’azione umana non solo nella misura in cui questa è attuata da ciò che viene descritto come motivo del guadano materiale.

I problemi “strettamente economici” devono essere inseriti in una scienza più generale, quella della scelta umana, e non possono essere scissi da questa.

L’economia pertanto possiede da sempre un ambito di autonomia, ma in quanto scelta tra mezzi scarsi per poter raggiungere un determinato fine e non e come mera scienza degli aspetti “strettamente economici”.

Il libero mercato, fondandosi sulla soggettività del valore, va al di là dell’orizzonte degli sforzi umani e della lotta dell’uomo per i beni ed il miglioramento della sua ricchezza materiale e conseguentemente l’idea che esso distrugga tutto ciò che è collettivo è inaccettabile.

Il libero mercato, semmai, rappresenta l’organizzazione della vita collettiva più efficiente perché in esso le possibilità di scambio sono le più numerose possibili.

Latouche, con una chiusura mentale imbarazzante, condanna la società della crescita dato che in questa scorge un’amplificazione delle disuguaglianze materiali tra esseri umani.

Chiusura mentale imbarazzante per due motivi: senza crescita economica non avremmo mai avuto l’allungamento delle aspettative di vita, il crollo della mortalità infantile, la diffusione di condizioni igieniche accettabili, cure mediche all’avanguardia, etc.; il problema a monte non concerne una corretta distribuzione della ricchezza ma quello di assicurare la migliore contribuzione possibile al processo di creazione della ricchezza.

Latouche, concentrandosi sul tema delle disuguaglianze materiali, ammette che la povertà diffusa può essere un problema ma, a questo riguardo, il suo obiettivo non è quello di tendere ad ottimizzare la possibilità media di tutti, bensì di limitare uniformemente le energie produttive di tutti.

Certo, lo sviluppo economico non dovrebbe abitualmente prodursi a colpi ricorrenti di boom e crisi, ma se l’andamento economico mostra un comportamento che potremmo definire come “maniaco-depressivo” le cause vanno ricercate in una produzione e gestione del denaro fondamentalmente sottratta al meccanismo impersonale del libero mercato, e non nel libero mercato.

Latouche, per giungere nel lungo periodo alla sua società della decrescita, articola un programma politico in dieci punti:

  1. Ridurre l’impatto ecologico, tornando alla produzione materiale anni ’60 – ’70;
  2. Ridurre i trasporti internazionalizzandone i costi attraverso ecotasse;
  3. Rilocalizzare le attività;
  4. Ristabilire l’agricoltura contadina;
  5. Trasformare l’aumento di produttività in riduzione del tempo di lavoro e creazione di impieghi;
  6. Rilanciare la produzione di beni relazionali;
  7. Ridurre lo spreco di energia di un fattore 4;
  8. Penalizzare le spese di pubblicità;
  9. Decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica;
  10. Riappropiarsi del denaro.

Latouche possiede anche un programma per far fronte alle sfide di breve periodo, e qui ci viene suggerito: reddito di cittadinanza, limite legale ai redditi più alti, imposte dirette progressive (sopra il reddito massimo legale anche del 100 per cento), imposte indirette sui beni di lusso, tassa patrimoniale e ricorso immediato alla monetizzazione in caso di deficit pubblico.

Insomma, ce n’è abbastanza per affermare che Latouche altro non è che un ennesimo grande nemico della società libera (sulla scia di Platone, Hegel e Marx) e la decrescita felice solo un altro modo per instillare lo statalismo nelle menti delle persone, ossia l’aggressione sistematica ed istituzionale contro la libera funzione imprenditoriale.

Infondo, è lo stesso Latouche a dircelo:

La concezione di società della decrescita (…) non significa un impossibile ritorno al passato, né un accomodamento con il capitalismo, ma un “superamento” (se possibile armonioso) della modernità. La decrescita è necessariamente contro il capitalismo (…) non si può pensare a una società della decrescita senza uscire dal capitalismo[1].

Latouche è quindi più vicino a Karl Marx di quanto egli stesso forse non pensi.

In aggiunta, la società della decrescita condanna il consumismo definito come “dimensione di costrizione”.

Su quest’ultimo punto c’è da mettersi preventivamente d’accordo.

Se per consumismo s’intende quelle interferenze politiche ai danni della libertà individuale di scelta atte a stimolare artificialmente il consumo ai danni del risparmio e della tesaurizzazione, ad indurci in maniera aggregata a spendere per consumi come se non ci fosse un domani perché tanto, ormai, utilizzare il proprio reddito in modo diverso è diventato istituzionalmente sconveniente se non impraticabile, allora è legittimo condannare il consumismo, poiché violazione dell’ordine di libero mercato e di una possibilità di progresso futuro.

Ma se condannare il consumismo significa condannare l’uomo comune come consumatore sovrano la cui decisione di comprare od astenersi dal comprare in ultima analisi determina quello che deve essere prodotto, allora la decrescita felice si dimostra ancora una volta di essere teoria al servizio della violenza organizzata e non vi sono sostanzialmente dubbi che i teorici della decrescita felice intendano, se non altro soprattutto, colpire l’uomo comune come consumatore sovrano.

Per Pallante la parola consumatore indica:

una mutazione antropologica degradante sia dal punto di vista dell’intelligenza, sia dal punto di vista della morale[2].

In definitiva, i teorici della decrescita non diffondono generalmente alcunché di sereno, conviviale e felice, ma solamente aggressione sistematica ed istituzionale che intende nascondersi dietro la maschera di un’etica frugale e l’illusione di avvicinarsi all’Eden attraverso una nuova civiltà basata sull’agricoltura biologica.

Essi si sentono i detentori di un punto di vista privilegiato sul mondo e soffrono di quel vizio filosofico che consiste nella presunzione di poter dirigere centralisticamente la società.

Essi ci raccontano che la società delle decrescita da loro ipotizzata, qualora fosse pienamente attuata, genererà una varietà imprecisabile di alternative ed esperimenti sociali, ma l’oggettività della realtà invece ci racconterebbe tutt’altro.

Come andrebbe a finire se queste teorie prendessero concretamente e pienamente il soppravvento lo si può esplicitare nella maniera seguente:

prima il controllo dei prezzi, poi la vendita forzosa, quindi il razionamento, poi ancora le norme tassative sulla regolamentazione della produzione e della distribuzione, e infine i tentativi di assumere la direzione pianificata dell’intero sistema produttivo e distributivo[3].

E si aggiunga pure, se non fosse già sufficientemente sottointeso, l’emergere di una povertà diffusa e l’annichilimento della libertà individuale di scelta.

D’altronde, quando si vagheggia un mondo dove la proprietà privata dei mezzi di produzione, i rapporti salariali e l’accumulazione di capitale sono un ostacolo e dove i prezzi dei fattori di produzione devono essere sottratti, nella loro determinazione, a qualsiasi influenza di libero mercato, non può che finire così.

Quando i lupi vengono a noi travestiti da agnelli.

 

[1] Latouche S., La scommessa della decrescita, trad. it., Feltrinelli, Milano, 2009, pp. 121-122

[2] Pallante M., La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2012³, p. 91

[3] von Mises L., I fallimenti dello Stato interventista, trad. it., Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1997, p. 214

Riferimenti Bibliografici

Nicola Iannello, «Crescita, decrescita e libertà di scelta», in Idee di Libertà: economia, diritto, società, a cura di Nicola Iannello e Lorenzo Infantino, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2015, pp. 33-41

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Come pensare da economisti

Von Mises Italia - Ven, 24/03/2017 - 08:21

Prasseologia è la metodologia distintiva della scuola austriaca (prasseologia: teoria che si occupa dell’agire umano). Il termine è stato applicato prima al metodo austriaco di Ludwig von Mises, che non era solo il principale architetto ed elaboratore di questa metodologia, ma anche l’economista che più pienamente e con successo si è applicato alla costruzione della teoria economica.

  1. Mentre il metodo prasseologico è, a dir poco, di moda in economia contemporanea, così come nelle scienze sociali in generale e nella filosofia della scienza è stato il metodo di base della scuola austriaca prima ed anche di un notevole segmento della più vecchia scuola classica, in particolare di Jean-Baptiste Say (1767-1832 economista francese) e Nassau William Senior (1790 -1864 economista inglese).

  2. La prasseologia poggia sullo assioma fondamentale che il singolo atto degli esseri umani, ossia sul fatto primordiale che gli individui si impegnano in azioni coscienti verso obiettivi scelti. Questo concetto di azione si contrappone a quello puramente riflessivo o istintivo, di un comportamento che non è diretto verso gli obiettivi. Il metodo prasseologico ruota al di fuori per deduzione verbale alle implicazioni logiche di questo fatto primordiale. In breve, l’economia prasseologica è la struttura di implicazioni logiche del fatto che gli individui agiscono. Questa struttura è costruita sullo assioma fondamentale di azione e ha un paio di assiomi controllati, come quelli individuali che variano e che gli esseri umani, per quanto riguarda il tempo libero, lo ritengono un bene prezioso. A tal riguardo qualsiasi scettico lo dedurrebbe come una semplice base per un intero sistema di economia, mi riferisco a: Human Action di Mises. Inoltre, dal momento che prasseologia inizia con un vero assioma, A, tutte le proposizioni che possono essere dedotte da questo assioma devono anche essere vere. Infatti, se A implica B ed A è vero, allora anche B deve essere vero. Prendiamo in considerazione alcune delle implicazioni immediate dello assioma dell’azione. L’azione implica che il comportamento dello individuo è intenzionale, insomma, è indirizzato verso gli obiettivi. Inoltre, il fatto della sua azione implica che egli abbia scelto, consapevolmente, determinati mezzi per raggiungere i suoi obiettivi. Dal momento che egli vuole raggiungere questi obiettivi, devono essere preziosi per lui; di conseguenza deve avere valori che governano le sue scelte. L’individuo impiega mezzi e ciò implica che egli crede di avere le conoscenze tecnologiche che certi mezzi saranno in grado di fargli raggiungere gli scopi desiderati. Notiamo che ella prasseologia non si presume che la scelta di una persona i valori o gli obiettivi sia saggia o appropriata o che ha scelta del metodo tecnologicamente corretto di raggiungerli. Tutto ciò che afferma la prasseologia è che l’attore individuo adotta obiettivi e ritiene, sia erroneamente sia correttamente, che può arrivare a loro mediante l’impiego di alcuni mezzi. Inoltre, tutte le azioni nel mondo reale devono avvenire attraverso il tempo; ogni azione avviene in alcuni momenti ed è diretta verso il futuro (immediato o remoto) per il raggiungimento di un fine. Se tutti i desideri di una persona potessero essere realizzati istantaneamente, non ci sarebbe alcun motivo di agire.

  3. Oltre a ciò, un uomo, da come si comporta, implica che egli ritiene che l’azione farà la differenza; in altre parole, egli preferirà lo stato di cose in forza di una azione a quello da nessuna azione. L’azione implica, pertanto, che l’uomo non ha la conoscenza onnisciente del futuro; per se ha una certa conoscenza e nessuna azione non avrebbe fatto alcuna differenza. Quindi, l’azione implica che viviamo in un mondo di incertezza o non completamente certo, il futuro. Di conseguenza, possiamo modificare la nostra analisi di azione per dire che un uomo sceglie di impiegare mezzi, secondo un piano tecnologico, nel presente perché si aspetta di arrivare ai suoi obiettivi in un momento futuro. Il fatto che le persone agiscono, necessariamente, implica che i mezzi utilizzati sono scarsi in relazione agli scopi perseguiti; se tutti i mezzi non sono scarsi, ma sovrabbondanti, gli obiettivi dovrebbero essere già stati raggiunti e non ci sarebbe necessità di un intervento. Detto in altro modo, le risorse che sono sovrabbondanti funzioneranno più come mezzo, perché non ci sono più oggetti di azione. Quindi, l’aria è indispensabile per la vita ed al raggiungimento degli obiettivi; tuttavia, l’aria essendo sovrabbondante, non è un oggetto di azione e pertanto non può essere considerata un mezzo, Mises ha chiamato ciò: “condizione generale di benessere umano”. Dove l’aria non è sovrabbondante, può diventare un oggetto di azione, ad esempio, dove è desiderata l’aria fredda, l’aria calda viene trasformata dall’aria condizionata. Anche con l’avvento assurdamente improbabile di Eden (o quello che qualche anno fa era considerato in alcuni ambienti di essere un mondo imminente “post-scarsità”), in cui tutti i desideri possono essere soddisfatti istantaneamente, ci sarebbe ancora almeno un mezzo tramite: il tempo dell’individuo, ogni unità di cui, se attribuito ad uno scopo non è necessariamente assegnato a qualche altro obiettivo.

  4. Queste sono alcune delle implicazioni immediate dello assioma di azione. Siamo arrivati a loro deducendo le implicazioni logiche del fatto esistente dell’azione umana e quindi dedotte le conclusioni vere da un vero assioma. A parte il fatto che queste considerazioni non possono essere “testate” mediante dati storici o statistici, non c’è bisogno di testare la loro verità dal momento che la loro verità è già stata stabilita. Il fatto storico entra in queste conclusioni solo per determinare quale ramo della teoria è applicabile in ogni caso particolare. Così, per Crusoe e Venerdì, sulla loro isola deserta, la teoria prasseologica di denaro è solo accademica, piuttosto che un interesse attualmente applicabile. Un’analisi più completa del rapporto tra teoria e la storia nel quadro prasseologico sarà considerato più sotto. Poi, ci sono due parti di questo metodo assiomatico-deduttivo: il processo di deduzione e lo statuto epistemologico degli assiomi stessi. In primo luogo, vi è il processo di deduzione: perché lo sono i mezzi verbali piuttosto che la logica matematica?

  5. Senza esporre completamente il caso austriaco contro l’economia matematica, il punto può essere fatto immediatamente: lasciare che il lettore prenda le implicazioni del concetto di azione come si sono state sviluppate finora in questo documento e cercare di metterlo in forma matematica. Anche se questo potesse essere fatto, cosa avemmo compiuto, tranne una perdita drastica di ciò che si intende per ogni fase del processo deduttivo? La logica matematica è adeguata alla fisica – la scienza che è diventata il modello di scienza e che i positivisti moderni e gli empiristi ritengono che tutte le altre scienze sociali e fisiche dovrebbero emulare. In fisica gli assiomi e di conseguenza le deduzioni sono di per sé puramente formali ed il solo acquisire significa “operativamente” nella misura in cui si possono spiegare e predire i dati di fatto. Al contrario, in prasseologia, nell’analisi dell’azione umana, gli assiomi stessi sono noti per essere veri e significativi. Come risultato, ogni deduzione verbale, passo dopo passo, è anche vero e significativo; perché è la grande qualità di proposizioni verbali che per ognuno è significativa, mentre i simboli matematici non lo sono significativi per se stessi. Così Lord Keynes, a malapena un austriaco, e lui stesso un matematico degno di nota, uniformata la seguente critica al simbolismo matematico in economia: vi è un grande difetto di metodi di pseudo-matematica simbolica nel formalizzare un sistema di analisi economica, che assumono esplicitamente rigorosa indipendenza tra i fattori coinvolti e perdono tutta la loro efficacia e autorità, se questa ipotesi non è consentita: considerando che, nel discorso ordinario, dove non stiamo manipolando alla cieca, ma abbiamo tutto il tempo per conoscere quello che stiamo facendo ed il significato delle parole che siamo in grado di mantenere “nella parte posteriore delle nostre teste” (significa che: una voce nella nostra mente ci ha spinto in una certa direzione ndt), le riserve e le qualifiche necessarie e gli adeguamenti che dobbiamo fare in seguito, in un modo in che non possiamo mantenere complesse differenziali parziali “nella parte posteriore” (della mente) delle diverse pagine di algebra che si attribuiscono e che tutte spariscono. Una percentuale troppo grande della recente “matematica” per l’economia sono semplici intrugli, imprecisi come le ipotesi iniziali sulle quali si poggiano e che consentono all’autore di perdere di vista la complessità e le interdipendenze del mondo reale in un labirinto di simboli pretenziosi e inutili.

  6. Peraltro, anche se a parole l’economia potesse essere tradotta con successo in simboli matematici e poi ritradotta in inglese, in modo da spiegare le conclusioni, il processo non ha senso e vìola il grande principio scientifico del rasoio di Occam (attribuito al francescano inglese Guglielmo di Ockham, 1287-1347, legge della parsimonia ndt): evitando l’inutile moltiplicazione delle entità.

  7. Inoltre, come il politologo Bruno Leoni ed il matematico Eugenio Frola hanno sottolineato: Si è spesso sostenuto che la definizione di tale concetto come il massimo da un ordinario in linguaggio matematico, comporta un miglioramento della precisione logica del concetto, così come le opportunità più ampie per il suo utilizzo. Ma la mancanza di precisione matematica nel linguaggio comune, riflette con precisione il comportamento dei singoli esseri umani nel mondo reale … Si potrebbe sospettare che la traduzione in linguaggio matematico, di per sé, implica una trasformazione suggerita dagli operatori economici umani ai robot virtuali.

  8. Allo stesso modo, uno dei primi metodologi in economia, Jean-Baptiste Say, accusò gli economisti matematici: non sono stati in grado di enunciare queste domande in linguaggio analitico, senza separarsi dalle loro complicazione naturali, mediante semplificazioni e soppressioni arbitrarie, le cui conseguenze, non correttamente stimate e sempre sostanzialmente modificando la condizione del problema ed alterando tutti i suoi risultati.

  9. Più recentemente, Boris Ischboldin ha sottolineato la differenza tra il verbale, o “linguaggio” logico (“l’analisi reale del pensiero, indicato nel linguaggio espressivo della realtà come colto nella comune esperienza”) e “costruire” la logica, che è “l’applicazione di dati quantitativi (economici) a disposizione della matematica e della logica simbolica che costruisce e che può o non può avere equivalenti reali.”

  10. Karl Menger (1902-1985) anch’egli economista e matematico, figlio del matematico ed economista Carl Menger (1840-1921) ha scritto una critica tagliente dell’idea che la presentazione matematica in economia è necessariamente più precisa del linguaggio ordinario: Si consideri, ad esempio, le dichiarazioni (2) ad un prezzo più alto di un bene, corrisponde una più bassa (o comunque non superiore) richiesta. (2′) Se p indica il prezzo di e q la richiesta di un bene, allora

    q = f (p) e dq / dp = f ‘(p) ≤ 0 Coloro che considerano la formula (2′) come più precisa o “più matematica” della frase (2) sono sotto un completo equivoco … l’unica differenza tra (2) e (2′) presente è: dal (2′) è limitata a funzioni che sono differenziabili ed i cui grafici, hanno tangenti (che da un punto di vista economico non sono più accettabili di curvatura), la frase (2) è più generale, ma non è affatto meno precisa: è della stessa precisione matematica come (2′).

  11. Passando dal processo di detrazione per gli assiomi stessi, qual è il loro status epistemologico? Qui i problemi sono offuscati da una differenza di parere nel campo prasseologico, particolarmente sulla natura dello assioma fondamentale dell’azione. Ludwig von Mises, come aderente di epistemologia kantiana, ha affermato che: il concetto di azione è a priori di tutte le esperienze, perché come la legge di causa ed effetto, fa parte del “carattere essenziale e necessita della struttura logica della mente umana”.

  12. Senza scavare troppo a fondo nelle acque torbide dell’epistemologia, mi verrebbe negato, come un aristotelico e neo-tomista, tali presunte “leggi della struttura logica” che la mente umana impone necessariamente sulla struttura caotica della realtà. Invece, chiamerei tali leggi: “leggi della realtà”, che la mente apprende per indagare e la fascicolazione (contrazione spontanea ndt) dei fatti del mondo reale. La mia opinione è che gli assiomi e le controllate dei fondamentali degli assiomi sono derivati dalla esperienza della realtà e sono quindi, in senso lato, sperimentali. Sono d’accordo con la visione realista aristotelica, la sua dottrina è radicalmente empirica, molto più di quanto l’empirismo post-humeano è dominante nella filosofia moderna. Così, John Wild (1902-1972 filosofo americano) ha scritto: è impossibile ridurre l’esperienza ad un insieme di impressioni isolate e unità atomiche (che formano un sistema di unità naturali). La struttura relazionale è data anche con uguale evidenza e certezza. I dati immediati sono pieni di struttura determinata ed è facilmente estratta dalla mente e colta come sostanza o possibilità universale.

  13. Inoltre, uno dei dati pervasivi, di tutta l’esperienza umana, è l’esistenza; un altro è la coscienza o la consapevolezza. In contrasto con la visione kantiana, Harmon Chapman ha scritto che: la concezione è una sorta di consapevolezza, un modo di apprendere le cose o la loro comprensione e non una presunta manipolazione personale delle cosiddette generalità o universalità solo “mentali” o “logiche” della loro provenienza e non nella natura conoscitiva. Per arrivare a conoscere così i dati di senso e la concezione che sintetizza anche questi dati è evidente. Ma la sintesi qui coinvolta, a differenza della sintesi di Kant, non è una condizione preliminare della percezione, un processo anteriore che costituisce la percezione ed il suo oggetto, ma piuttosto una sintesi cognitiva nella preoccupazione, cioè una unione o “includere”, che è lo stesso di apprendere. In altre parole, la percezione e l’esperienza non sono i risultati o i prodotti finali di un processo sintetico a priori, ma sono essi stessi sintetici o una angoscia globale in cui l’unità strutturata è prescritta esclusivamente dalla natura del reale ed è, per gli scopi specificati nel loro Insieme e non dalla coscienza stessa cui (cognitivo) per natura è quello di comprendere il vero – come è.

  14. Se, in senso lato, gli assiomi di prasseologia sono radicalmente empirici, sono ben lungi dall’essere l’empirismo post-humeano che pervade la metodologia moderna delle scienze sociali. Oltre alle considerazioni che precedono, (1) sono così ampiamente basate in comune con l’esperienza umana che, una volta enunciate, diventano auto-evidenti e quindi non soddisfano il criterio di moda di “falsificabilità” (possibilità di confutazione, Karl Popper 1902-1994 filosofo espistemologo austriaco ndt); (2) rimangono in particolare lo assioma azione, sull’esperienza interiore universale, nonché sull’esperienza esterna, cioè la prova è riflessiva piuttosto che puramente fisica e (3) sono, quindi a monte delle complesse vicende storiche a cui l’empirismo moderno limita il concetto di “esperienza”.

  15. J. B. Say, forse il primo prasseologista, ha spiegato la derivazione degli assiomi della teoria economica come segue: : Da qui il vantaggio goduto da tutti coloro che, dall’osservazione distinta e precisa, sono in grado di stabilire l’esistenza di questi fatti generali, dimostrando la loro connessione e dedurre le loro conseguenze. Certamente, essi procedono nella natura delle cose, come le leggi del mondo materiale. Non li immaginiamo; sono risultati comunicati a noi dall’analisi e dell’osservazione assennata … L’economia politica … è composta da alcuni principi fondamentali e da un gran numero di corollari o conclusioni, tratti da questi principi … che può essere ammessa per rispecchiarsi in ogni mente.

  16. Friedrich A. Hayek pungentemente descrive il metodo prasseologico in contrasto con la metodologia delle scienze fisiche e ha anche sottolineato la natura largamente empirica degli assiomi prasseologici: La posizione dell’uomo … fa sì che i fatti di base essenziali, di cui abbiamo bisogno per la spiegazione dei fenomeni sociali, sono parte della comune esperienza, che fa parte (a sua volta) delle cose del nostro pensiero. Nelle scienze sociali sono gli elementi dei fenomeni complessi che sono là conosciuti dalla possibilità di contestazione. Nelle scienze naturali, nella migliore delle ipotesi, possono essere solo ipotizzati. L’esistenza di questi elementi è molto più certa di qualsiasi regolarità dei fenomeni complessi a cui danno origine e sono loro che costituiscono il fattore veramente empirico nelle scienze sociali. Ci sono pochi dubbi che sia questa posizione diversa dal fattore empirico nel processo di ragionamento nei due gruppi di discipline e ciò è alla radice di molta della confusione in relazione al loro carattere logico. La differenza essenziale è che nelle scienze naturali il processo di deduzione deve partire da alcune ipotesi che sono il risultato di generalizzazioni induttive, mentre nelle scienze sociali inizia direttamente da elementi empirici noti e sono utilizzati per individuare le regolarità dei fenomeni complessi, che osservazioni dirette non possono stabilire. Essi sono, per così dire, empiricamente scienze deduttive, procedendo dagli elementi noti per le regolarità dei fenomeni complessi che non possono essere stabiliti direttamente.

  17. Allo stesso modo, John Elliott Cairnes (1823 -1875 economista irlandese) ha scritto: L’economista inizia con una conoscenza delle cause ultime. Egli è già, in via preliminare della sua impresa, nella posizione che il fisico raggiunge solo dopo secoli di ricerca laboriosa … Per la scoperta di tali premesse non è necessario alcun processo elaborato di induzione … è per questa ragione, che abbiamo o possiamo avere, di avere scelto di rivolgere la nostra attenzione al tema, la conoscenza diretta di queste cause nella nostra coscienza di ciò che passa nella nostra mente e le informazioni che ci trasmettono i nostri sensi … i fatti esterni.

  18. Nassau W. Senior si espresse così: Le scienze fisiche, essendo solo secondariamente in dimestichezza con la mente, traggono le loro premesse quasi esclusivamente da osservazioni o ipotesi … D’altra parte, le scienze e le arti mentali traggono le loro premesse principalmente dalla coscienza. I soggetti cui essi sono maggiormente in confidenza, sono i meccanismi della mente umana. (Queste premesse sono) pochissime proposizioni generali e sono il risultato dell’osservazione o della coscienza e come quasi ogni uomo, appena le ascolta, ammette, essere familiare al suo pensiero, o almeno, contenuta nella sua precedente cognizione.

  19. Commentando il suo completo accordo con questo passaggio, Mises ha scritto che queste “proposizioni immediatamente evidenti” sono “di derivazione aprioristica … a meno che non si voglia chiamare aprioristica la cognizione dell’esperienza interiore”.

  20. Al che Marian Bowley (1911-2002 è stata una economista e storica del pensiero economico), il biografo di Senior, giustamente commenta: L’unica differenza fondamentale tra atteggiamento generale di Mises e le bugie di Senior nell’apparente negazione di Mises sulla possibilità di utilizzare tutti i dati empirici generali, vale a dire, i fatti di osservazione generale, come premesse iniziali. Questa differenza, comunque, gira sulle idee di base di Mises nella natura del pensiero ed anche se di interesse filosofico generale, ha scarsa rilevanza particolare per il metodo economico in quanto tale.

  21. Bisogna notare che per Mises è solo lo assioma fondamentale dell’azione che è a priori; egli ha ammesso che gli assiomi sussidiari della diversità del genere umano, della natura e del tempo libero, come dei consumatori di merci, sono largamente empiriche. La moderna filosofia post-kantiana ha avuto una grande quantità di problemi che comprende evidenti difficoltà e sono contrassegnate appunto dalla loro forte ed evidente verità, piuttosto che essere ipotesi verificabili sono, secondo la moda corrente, considerate “falsificabili”. A volte sembra che gli empiristi utilizzino la dicotomia analitico-sintetica alla moda, come quella a carico del filosofo Hao Wang (1921-1995 logico, filosofo, matematico), di disporre di teorie che difficilmente trovano smentita respingendo loro come necessariamente sia le definizioni dissimulate o le ipotesi discutibili ed incerte.

  22. Ma cosa succede se sottoponiamo ad analisi le decantate “prove” dei positivisti moderni e degli empiristi? Che cos’è? Troviamo che ci sono due tipi di tale prova, per entrambi, da confermare o confutare in proposizione: (1) se vìola le leggi della logica, per esempio, implica che A = -A o (2) se è confermato dai fatti empirici (come in un laboratorio) e possono essere controllati da molte persone. Ma qual è la natura di tali “prove”, ma la proposizione, con vari mezzi, di proposte finora nuvolose e oscure in vista chiara ed evidente, cioè, evidente agli osservatori scientifici? In breve, i processi logici o di laboratorio servono a rendere evidenti a “se stessi” dai vari osservatori che le proposizioni sono confermate o confutate o, per usare una terminologia fuori moda, vere o false. Ma in questo caso le proposizioni che sono immediatamente evidenti agli stessi osservatori hanno almeno un minimo di buono stato scientifico come gli altri e attualmente una più accettabile forma di evidenza. O, come il filosofo tomista John J. Toohey ha posto, la dimostrazione con mezzi per rendere evidente qualcosa che non è evidente. Se una verità o proposizione è evidente, è inutile cercare di dimostrarlo; tentare di provarlo sarebbe tentare di rendere evidente qualcosa che è già evidente.

  23. In particolare, l’assioma di azione dovrebbe essere, secondo la filosofia aristotelica, insindacabile ed evidente dal momento che il critico che tenta di confutare i riscontri che deve usare nel processo di presunta confutazione. Così, l’assioma dell’esistenza della coscienza umana è dimostrato come ovvio per il fatto che l’atto di negare l’esistenza della coscienza deve essa stessa essere eseguita da un essere cosciente. Il filosofo RP Phillips ha chiamato questo attributo di un assioma evidente un “principio boomerang”, dal momento che “anche se lo lanciamo via da noi, ritorna nuovamente a noi”.

  24. Ad una simile contraddizione si trova di fronte l’uomo che tenta di confutare l’assioma dell’azione umana. Perché in questo modo, è ipso facto una persona che effettua una scelta consapevole dei mezzi nel tentativo di arrivare a un fine adottato: in questo caso con il fine o l’obiettivo di cercare di confutare l’assioma di azione. Si impiega azione nel tentativo di confutare il concetto di azione. Naturalmente, una persona può dire che nega l’esistenza di principi evidenti o di altre verità consolidate del mondo reale, ma questo semplice detto non ha alcuna validità epistemologica. Come Toohey ha sottolineato: Un uomo può dire che nulla gli piace, ma non può pensare o fare quello che vuole. Egli può dire di aver visto una piazza rotonda, ma non può pensare di aver visto una piazza rotonda. Egli può dire, se gli piace, che vide un cavallo a cavallo di un cavallo, ma sapremo cosa pensare di lui se lo dice.

  25. La metodologia del positivismo moderno e dell’empirismo arriva al insuccesso anche nelle scienze fisiche, per cui è molto più adatta rispetto alle scienze dell’azione umana; anzi non particolarmente dove i due tipi di discipline interconnettono. Così, il fenomenologo Alfred Schütz (1899-1959 filosofo), allievo di Mises a Vienna, pioniere nell’applicare la fenomenologia alle scienze sociali, ha sottolineato la contraddizione nell’insistenza degli empiristi sul principio di verificabilità empirica nel campo della scienza, mentre allo stesso tempo nega l’esistenza di “altre menti” come non verificabile. Ma chi dovrebbe fare la verifica di laboratorio, se non queste stesse “altre menti” degli scienziati riuniti? Schütz ha scritto: E’ … non comprensibile che gli stessi autori che sono convinti che nessuna verifica sia possibile per l’intelligenza degli altri esseri umani abbiano una tale fiducia nel principio di verificabilità di sé che può essere realizzata solo attraverso la cooperazione con gli altri.

  26. In questo modo, gli empiristi moderni ignorano i presupposti necessari del metodo campione molto scientifico. Per Schütz, la conoscenza di tali presupposti è “empirica” nel senso più ampio, a condizione che non ci limitiamo a questo termine nelle percezioni sensoriali degli oggetti ed eventi nel mondo esterno, ma includiamo la forma empirica, per cui il pensare, con buon senso, nella vita quotidiana comprende le azioni umane ed il loro esito in termini di motivi di fondo e gli obiettivi.

  27. Dopo aver affrontato con la natura della prasseologia, le sue procedure, i suoi assiomi e le sue basi filosofiche, prendiamo ora in considerazione che cosa è la relazione tra prasseologia e le altre discipline che studiano l’azione umana. In particolare, quali sono le differenze tra la prasseologia e la tecnologia, la psicologia, la storia e l’etica – che sono tutte in qualche modo interessate con l’azione umana? Riassumendo, la prasseologia è costituita dalle implicazioni logiche del fatto formale universale, le persone agiscono, impiegano mezzi per cercare di raggiungere fini scelti. Offerte di tecnologia con il problema di come raggiungere i contenutistici per i fini di adozione dei mezzi. La psicologia si occupa della questione del perché le persone adottano i vari fini e come si muovono relativamente alla loro adozione. L’etica si occupa della questione di ciò che finisce o i valori che le persone dovrebbero adottare. E si occupa di storia con conclusioni adottate in passato e quali mezzi sono stati utilizzati per cercare di raggiungerli e quali sono state le conseguenze di queste azioni. La prasseologia o la teoria economica, in particolare, è dunque una disciplina unica all’interno delle scienze sociali; a differenza di altre, non si occupa del contenuto dei valori degli uomini, gli obiettivi e le azioni – non con quello che hanno fatto o come hanno agito o come dovrebbero agire – bensì solamente con il fatto che hanno obiettivi e agiscono per raggiungerli. Le leggi di utilità, domanda, offerta, ed il prezzo si applicano a prescindere dal tipo di beni e servizi desiderati o prodotti. Come Joseph Dorfman ha scritto su di Herbert J. Davenport (1861-1931 economista statunitense) Lineamenti di teoria economica (1896): Il carattere etico dei desideri non è stata una parte fondamentale della sua inchiesta. Gli uomini lavoravano e sono stati sottoposti a privazioni per “whisky, sigari e piedi di porco per i ladri”, ha detto “così come per il cibo o la collezione di statue o i macchinari per la raccolta”. Fino a quando gli uomini saranno disposti a comprare e vendere “la stoltezza ed il male” le ex “materie prime” (commodities) sarebbero fattori economici con la condizione di mercato, per l’utilità, come un termine economico che significava semplicemente l’adattabilità ai desideri umani. Fino a quando gli uomini li desideravano, hanno soddisfatto un bisogno e sono stati motivo di produzione. Quindi le scienze economiche non avevano bisogno di indagare sull’origine delle scelte.

  28. La prasseologia, così come gli aspetti sonori delle altre scienze sociali, poggia sull’individualismo metodologico, sul fatto che solo gli individui percepiscono, il valore, il pensare e l’agire. L’individualismo è sempre stato accusato dai suoi critici – e sempre in modo non corretto – con il presupposto che ogni individuo è un ermeticamente chiuso nello “atomo”, tagliato via e non influenzato da altre persone. Questo assurdo fraintendimento dell’individualismo metodologico è alla radice della manifestazione trionfante di John Kenneth Galbraith (1908-2006 economista) in Società del benessere (Boston: Houghton Mifflin, 1958), i valori e le scelte degli individui sono influenzati da altre persone e quindi si suppone che la teoria economica non è valida. Galbraith ha anche concluso, nella sua dimostrazione, che queste scelte, poiché influenzate, sono artificiali e illegittime. Il fatto che la teoria economica prasseologica si basi sul fatto universale dei valori, delle scelte individuali e dei mezzi, per ripetere la sintesi di Dorfman del pensiero di Davenport, la teoria economica non “ha bisogno di indagare l’origine delle scelte”. La teoria economica non si basa sul presupposto assurdo che ogni individuo arriva ai suoi valori e scelte nell’assoluto isolamento, isolato dall’influenza umana. Ovviamente, gli individui stanno continuamente imparando e si influenzano a vicenda. Come ha scritto giustamente Friedrich August von Hayek (1899-1992 economista e filosofo austriaco) nella sua famosa critica di Galbraith: “The Non Sequitur dell’effetto della dipendenza”: la tesi del professor Galbraith potrebbe essere facilmente utilizzata, senza alcun cambiamento dei termini essenziali, per dimostrare l’inutilità della letteratura o di qualsiasi altra forma d’arte. Sicuramente, il desiderio di un individuo per la letteratura non è originale con se stesso, nel senso che avrebbe esperienza se la letteratura non fosse stata prodotta. Questo allora significa che la produzione della letteratura non può essere difesa per soddisfare una richiesta solo perché è la produzione che provoca la domanda?

  29. Che la scuola di economia austriaca poggi saldamente dall’inizio sull’analisi del fatto di singoli valori soggettivi e le scelte, purtroppo hanno portato i primi Austriaci ad adottare il termine scuola psicologica. Il risultato è stato una serie di critiche e di indirizzi sbagliati e quindi le ultime scoperte della psicologia non erano state incorporate nella teoria economica. E’ stata anche portata a idee sbagliate come ad esempio: la legge dell’utilità marginale decrescente poggiata su qualche legge psicologica nella pienezza dei bisogni. In realtà, come Mises ha fermamente sottolineato: la legge è prasseologica piuttosto che psicologica e non ha nulla a che fare con il contenuto dei bisogni, per esempio: il decimo cucchiaio di gelato può essere gustato meno piacevolmente rispetto al nono cucchiaio. Invece, è una verità prasseologica, derivata dalla natura dell’azione, che la prima unità di bene sarà destinata al suo uso più prezioso, l’unità successiva al successivo più prezioso, e così via.

  30. Su un punto, e su un solo punto, però la prasseologia e le relative scienze dell’azione umana prendono una posizione nella psicologia filosofica: sulla proposta che la mente, la coscienza e la soggettività umana esistono e quindi esiste l’azione. In questo, si oppone alla base filosofica del comportamentismo e alle relative dottrine ed è così è unito a tutti i rami della filosofia classica con la fenomenologia. Su tutte le altre questioni, tuttavia, la prasseologia e la psicologia sono discipline distinte e separate.

  31. Una questione particolarmente importante è il rapporto tra la teoria economica e la storia. Anche in questo caso, come in molti altri settori dell’economia austriaca, Ludwig von Mises ha dato un contributo eccezionale, soprattutto nella sua Teoria e storia.

  32. È particolarmente curioso che Mises e altri prasseologisti, come un presunto “priorista” (nell’antica Firenze era un manoscritto in cui si annotavano eventi, elenchi di persone e liste varie ndt) e sono stati comunemente accusati di essere “nemici” della storia. Infatti, Mises ha ritenuto non solo che la teoria economica non ha bisogno di essere “testata” da fatti storici, ma che non può essere testato in alcun modo. Per il fatto di essere utilizzabile per testare teorie, deve esserci un semplice fatto, omogeneo con altri fatti in classi accessibili e ripetibili. In breve, la teoria che un atomo di rame, un atomo di zolfo e quattro atomi di ossigeno si combinino per formare un’entità riconoscibile, chiamato solfato di rame, con proprietà note, è facilmente testabile in laboratorio. Ciascuno di questi atomi è omogeneo e quindi il test è ripetibile all’infinito. Ma ogni evento storico, come Mises ha sottolineato, non è semplice e ripetibile; ogni evento è una risultante complessa di uno spostamento da varietà di cause multiple, nessuna delle quali rimane sempre in rapporti costanti con le altre. Ogni evento storico è quindi eterogeneo e la conseguenza degli eventi storici non può essere utilizzata per testare o costruire leggi della storia, quantitativamente o in altro modo. Siamo in grado di porre ogni atomo di rame in una classe omogenea di atomi di rame; non siamo in grado di farlo con gli eventi della storia umana. Naturalmente, questo non significa che non vi sono somiglianze tra eventi storici. Ci sono molte somiglianze, ma non omogeneità. Quindi, ci sono state molte somiglianze tra le elezioni presidenziali del 1968 e quella del 1972, ma erano gli eventi a malapena omogenei dal momento che sono stati caratterizzati da importanti differenze ineludibili. Né le prossime elezioni saranno un evento ripetibile da inserire in una classe omogenea di “elezioni”. Quindi, non scientifiche e di certo non quantitative, le leggi possono derivare da questi eventi. L’opposizione radicale fondamentale di Mises all’econometria ora diventa chiara. Econometria non solo tenta di scimmiottare le scienze naturali utilizzando complessi fatti storici eterogenei come se fossero ripetibili e omogenei fatti in laboratorio; si stringe anche la complessità qualitativa di ogni evento in un numero quantitativo e quindi aggrava l’errore agendo come se queste relazioni quantitative rimanessero costanti nella storia umana. In netto contrasto con le scienze fisiche, che poggiano sulla scoperta empirica di costanti quantitative, l’econometria, come Mises più volte ha sottolineato, non è riuscita a scoprire una sola costante nella storia umana. E date le mutevoli condizioni della volontà umana, la conoscenza, i valori e le differenze tra gli uomini, è inconcepibile e l’econometria non potrà mai farlo. Lungi dall’essere in contrasto con la storia, la prasseologia e non i presunti ammiratori della storia, (Mises) ha un profondo rispetto per i fatti irriducibili e unici della storia umana. Inoltre, è il prasseologista a riconoscere che i singoli esseri umani non possono essere legittimamente trattati con lo scienziato sociale, come se non fossero uomini che hanno la mente e agiscono sui loro valori e le loro aspettative, ma le pietre o molecole il cui percorso può essere scientificamente monitorato con presunte costanti o leggi quantitative. Inoltre, a coronamento dell’ironia, è il prasseologista è veramente empirico, perché riconosce la natura unica ed eterogenea dei fatti storici; è l’auto-proclamato “empirista” che vìola gravemente i fatti della storia tentando di ridurli a leggi quantitative. Mises ha scritto così sugli econometrici e altre forme di “economisti quantitativi”: Ci sono, nel campo dell’economia, relazioni non costanti e di conseguenza nessuna misura è possibile. Se uno statistico determina che un aumento del 10 per cento nella fornitura di patate ad Atlantis in un momento preciso e poi seguito da un calo dell’8 per cento nel prezzo, non stabilisce nulla di ciò che è accaduto o potrebbe accadere con una variazione dell’offerta di patate in un altro paese o in un altro tempo. Non ha “misurato” la “elasticità della domanda” di patate, ha solo stabilito un fatto storico individuale ed unico. Nessun uomo intelligente può dubitare che il comportamento degli uomini per quanto riguarda le patate e ogni altra merce è variabile. Diversi individui apprezzano le stesse cose in modo diverso e le valutazioni cambiano con le stesse persone in condizioni mutevoli. … L’impossibilità di misurazione non è dovuta alla mancanza di metodi e tecniche per la costituzione della misura. È dovuta all’assenza di rapporti costanti. … L’economia non è come … i positivisti ripetono più volte, in ritardo perché non è “quantitativa”. Non è quantitativa e non misura perché non ci sono costanti. I dati statistici si riferiscono a eventi economici e sono dati storici. Ci dicono quello che è successo in un caso storico e non ripetibile. Gli eventi fisici possono essere interpretati sulla base della nostra conoscenza e sulle relazioni costanti stabilite da esperimenti. Gli eventi storici non sono aperti a tale interpretazione. … L’esperienza della storia economica è sempre esperienza di fenomeni complessi. Non si può mai trasmettere conoscenza del tipo sperimentale a prescinde da un esperimento di laboratorio. La statistica è un metodo per la presentazione dei fatti storici. … Le statistiche dei prezzi sono storia economica. L’intuizione che, ceteris paribus (a parità di tutte le altre circostanze o ferme restando le altre condizioni ndt), un aumento della domanda deve tradursi in un aumento dei prezzi non deriva dall’esperienza. Nessuno mai ha fatto o sarà in grado di osservare un cambiamento in uno dei ceteris paribus dei dati di mercato. Non esiste una cosa come l’economia quantitativa. Tutte le quantità economiche che conosciamo sono i dati della storia economica … Nessuno è così audace da sostenere che l’aumento di un punto percentuale nella fornitura di qualsiasi merce deve sempre – in ogni paese e in ogni momento – essere il risultato della caduta di B per cento nel prezzo; come nessun economista quantitativo ha mai osato definire con precisione, sul terreno dell’esperienza statistica, delle condizioni particolari che producono una deviazione definita dal rapporto A:B e quindi l’inutilità dei suoi sforzi è manifesta.

  33. Sviluppando la sua critica di costanti Mises ha aggiunto: Le quantità che osserviamo nel campo dell’azione umana … sono manifestamente variabili. I cambiamenti che si verificano in essi influenzano chiaramente il risultato delle nostre azioni. Ogni quantità che possiamo osservare è un evento storico, un fatto che non può essere completamente descritto senza specificare l’ora ed il luogo geografico. L’econometrico non è in grado di smentire questo fatto, che toglie il terreno sotto il suo ragionamento. Nè può aiutare ad ammettere che non ci sono “costanti di comportamento”. Ciò nonostante, si vuole introdurre alcuni numeri, arbitrariamente scelti sulla base del fatto storico, come “costanti comportamentali sconosciute”. L’unica scusa che si può esprimere è che le sue ipotesi sono “da enunciare solo se questi numeri sconosciuti rimangono ragionevolmente costanti attraverso un lungo periodo di anni”.

  34. Ora se tale periodo di presunta costanza di un numero definito è ancora duratura o se un cambiamento del numero si è già verificato e/o può essere stabilito solo in seguito. A posteriori può essere possibile, anche se solo in rari casi e dichiarare che più di un (periodo, probabilmente, piuttosto breve) periodo di un rapporto stabile, che l’econometrico sceglie di chiamare un “ragionevole” rapporto costante prevalente tra i valori numerici di due fattori. Ma questo è qualcosa di fondamentalmente diverso dalle costanti della fisica. E’ l’affermazione di un fatto storico, non di una costante, che può essere invocata nel tentativo di predire gli eventi futuri.

  35. Le equazioni sono molto apprezzate, nella misura in cui si applicano al futuro, più semplicemente le equazioni in cui tutte le quantità sono sconosciute.

  36. Nel trattamento matematico, della fisica della distinzione tra costanti e variabili, ha un senso; è essenziale in ogni caso la computazione tecnologica. In economia non ci sono rapporti costanti tra le varie grandezze. Di conseguenza, tutti i dati accertabili sono variabili o, che è lo stesso, anche i dati storici. Gli economisti matematici ribadiscono che la situazione dell’economia matematica consiste nel fatto che ci sono un gran numero di variabili. La verità è che ci sono solo le variabili e non le costanti. E ‘inutile parlare di variabili dove non ci sono invarianti.

  37. Allora, qual è il corretto rapporto tra teoria economica e storia economica o, più precisamente, la storia in generale? La funzione dello storico è quello di cercare di spiegare i fatti storici unici che sono di sua competenza; per farlo in modo adeguato deve impiegare tutte le teorie rilevanti provenienti da tutte le varie discipline in relazione al suo problema. I fatti storici sono le risultanti complesse di una miriade di cause derivanti da differenti aspetti della condizione umana. Così, lo storico deve essere pronto ad usare non solo la teoria prasseologica economica, ma anche le intuizioni della fisica, la psicologia, la tecnologia e la strategia militare insieme ad una comprensione interpretativa dei motivi e degli obiettivi degli individui. Egli deve utilizzare questi strumenti per comprendere sia gli obiettivi delle varie azioni della storia sia le conseguenze di tali azioni. Perché è coinvolta la comprensione di diversi individui e delle loro interazioni, nonché il contesto storico, lo storico utilizzando gli strumenti delle risorse naturali e delle scienze sociali è, in ultima analisi, un “artista” e quindi non c’è nessuna garanzia o anche probabilità che uno qualsiasi dei due storici verranno giudicare una situazione esattamente allo stesso modo. Mentre possono accordarsi su una serie di fattori per spiegare la genesi e le conseguenze di un evento, è improbabile che possano essere d’accordo sul peso preciso da dare ogni fattore causale. Nell’impiegare le varie teorie scientifiche, devono prendere decisioni di rilevanza sulle teorie applicate in ogni singolo caso; per citare un esempio utilizzato in precedenza in questo documento, uno storico di Robinson Crusoe difficilmente impiegherebbe la teoria dei soldi in una spiegazione storica delle sue azioni su un’isola deserta. Per lo storico economico, la legge economica non è né confermata né testata da fatti storici; invece, la legge, se del caso, si applica per aiutare a spiegare i fatti. I fatti dimostrano in tal modo il funzionamento della legge. Il rapporto tra la teoria economica prasseologica e la comprensione della storia economica è stata sottilmente riassunta da Alfred Schütz (1899-1959 filosofo e sociologo austriaco): Nessun atto economico è immaginabile senza qualche riferimento ad un attore economico, ma quest’ultimo è assolutamente anonimo; non sei tu, né io, né un imprenditore e nemmeno un “uomo economico”, in quanto tale, ma un puro universale “uno”. Questo è il motivo per cui le proposizioni di economia teorica hanno proprio questa “validità universale”, che dà loro l’idealità della “e così via” e “posso farlo di nuovo”. Tuttavia, si può studiare l’attore economico in quanto tale e cercare di scoprire che cosa sta succedendo nella sua mente; naturalmente, non si è quindi impegnati in economia teorica, ma nella storia economica o sociologia economica. … Tuttavia, le dichiarazioni di queste scienze non possono rivendicare alcuna validità universale, perché trattano sia con i sentimenti economici di particolari individui storici sia con tipi di attività economica per la quale gli atti economici in questione ne sono la dimostrazione. … A nostro avviso, l’economia pura è un perfetto esempio di un obiettivo dal significato complesso, più o meno soggettivo, significato-complessi, in altre parole, una configurazione di significato oggettiva che preveda le tipiche e invarianti esperienze soggettive di chi agisce all’interno di un quadro economico … Escluso da tale schema non dovrebbe avere alcuna considerazione degli usi a cui i “beni” sono da utilizzare dopo che sono stati acquisitati. Ma una volta che lo facciamo, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al significato personale di un vero e proprio individuo, lasciando dietro l’anonimo “chiunque”, poi, naturalmente, ha senso parlare di comportamento che è atipico. … A dire il vero, tale comportamento è irrilevante dal punto di vista dell’economia ed è in questo senso che i principi economici sono, nelle parole di Mises: “Non una dichiarazione di quanto accade di solito, ma di ciò che necessariamente deve accadere”.

LEGENDA

1.See in particular Ludwig von Mises, Human Action: A Treatise on Economics (New Haven: Yale University Press, 1949); also see Mises, Epistemological Problems of Economics, George Reisman, trans. (Princeton, NJ: Van Nostrand, 1960).

2.See Murray N. Rothbard, “Praxeology as the Method of the Social Sciences,” in Phenomenology and the Social Sciences, Maurice Natanson, ed., 2 vols. (Evanston: Northwestern University Press, 1973), 2 pp. 323–35 [reprinted in Logic of Action One, pp. 29–58]; also see Marian Bowley, Nassau Senior and Classical Economics (New York: Augustus M. Kelley, 1949), pp. 27–65; and Terence W. Hutchinson, “Some Themes from Investigations into Method,” in Carl Menger and the Austrian School of Economics, J.R. Hicks and Wilhelm Weber, eds. (Oxford: Clarendon Press, 1973), pp. 15–31.

3.In answer to the criticism that not all action is directed to some future point of time, see Walter Block, “A Comment on ‘The Extraordinary Claim of Praxeology’ by Professor Gutierrez,” Theory and Decision 3 (1973): 381–82.

4.See Mises, Human Action, pp. 101–2; and esp., Block, “Comment,” p. 383.

5.For a typical criticism of praxeology for not using mathematical logic, see George. J. Schuller, “Rejoinder,” American Economic Review 41 (March 1951): 188.

6.John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money (New York Harcourt, Brace, 1936), pp. 297–98.

7.See Murray N. Rothbard, “Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics,” in On Freedom and Free Enterprise, Mary Sennhoz, ed. (Princeton, NJ: D. Van Nostrand, 1956), p. 227 [and reprinted in Logic of Action One]; Rothbard, Man, Economy, and State, 2 vols. (Princeton: D Van Nostrand, 1962), 1:65–66. On mathematical logic as being subordinate to verbal logic, see Rene Poirier, “Logique,” in Vocabulaire technique et critique de la philosophie, Andre Lalande, ed., 6th ed. Rev. (Paris: Presses Universitaires de France, 1951), pp. 574–75.

8.Bruno Leoni and Eugenio Frola, “On Mathematical Thinking in Economics” (unpublished manuscript privately distributed), pp. 23–24; the Italian version of this articles is “Possibilita di applicazione della matematiche alle discipline economiche,” Il Politico 20 (1995).

9.Jean-Baptiste Say, A Treatise on Political Economy (New York: Augustus M. Kelley, 1964), p. xxvi n.

10.Boris Ischboldin, “a Critique of Econometrics,” Review of Social Economy 18, no. 2 (September 1960): 11 N; Ischboldin’s discussion is based on the construction of I.M. Bochenski, “Scholastic and Aristotelian Logic,” Proceedings of the American Catholic Philosophical Association 30 (1956): 112–17.

11.Karl Menger, “Austrian Marginalism and Mathematical Economics,” in Carl Menger, p. 41.

12.Mises, Human Action, p. 34.

13.John Wild, “Phenomenology and Metaphysics,” in The Return to Reason: Essays in Realistic Philosophy, John Wild, ed. (Chicago: Henrey Regnery, 1953), pp. 48, 37–57.

14.Harmon M. Chapman, “Realism and Phenomenology,” in Return to Reason, p. 29. On the interrelated functions of sense and reason and their respective roles in human cognition of reality, see Francis H. Parker, “Realistic Epistemology,” ibid., pp. 167–69.

15.See Murray N. Rothbard, “In Defense of ‘Extreme Apriorism,’” Southern Economic Journal 23 (January 1957): 315–18 [reprinted as Volume 1, Chapter 6]. It should be clear from the current paper that the term extreme apriorism is a misnomer for praxeology.

16.Say, A Treatise on Political Economy, pp. xxv–xxvi, xlv.

17.Friedrich A. Hayek, “The Nature and History of the Problem,” in Collectivist Economic Planning, F.A. Hayek, ed. (London: George Routledge and Sons, 1935), p 11.

18.John Elliott Cairnes, The Character and Logical Method of Political Economy, 2nd ed. (London: Macmillan, 1875), pp. 87–88; italics in the original.

19.Bowley, Nassau Senior, pp. 43, 56.

20.Mises, Epistemological Problems, p. 19.

21.Bowley, Nassau Senior, pp. 64–65.

22.Hao Wang, “Notes on the Analytic-Synthetic Distinction,” Theoria 21 (1995); 158; see also John Wild and J.L. Cobitz, “On the Distinction between the Analytic and Synthetic,” Philosophy and Phenomenological Research 8 (June 1948): 651–67.

23.John J. Toohey, Notes on Epistemology, rev. ed. (Washington D.C.: Georgetown University, 1937), p. 36.; italics in the original.

24.R.P. Phillips, Modern Thomistic Philosophy (Westminster, Maryland: Newman Bookshop, 1934–35), 2, pp. 36–37; see also Murray N. Rothbard, “The Mantle of Science,” in Scientism and Values, Helmut Schoeck and James W. Wiggins, ed., (Princeton, NJ: D Van Nostrand, 1960), pp. 162–65.

25.Toohey, Notes on Epistemology, p. 10. Italics in the original.

26.Alfred Schütz, Collected Papers of Alfred Schütz, vol. 2, Studies in Social Theory, A. Brodersen, ed. (The Hague: Nijhoff, 1964), p. 4; see also Mises, Human Action, p. 24.

27.Alfred Schütz, Collected Papers of Alfred Schütz, vol. 1, The Problem of Social Reality, A. Brodersen, ed. (the Hague, Nijhoff), 1964, p. 65. On the philosophical presuppositions of science, see Andrew G. Van Melsen, The Philosophy of Nature (Pittsburgh: Duquesne University Press, 1953), pp. 6–29. On common sense as the groundwork of philosophy, see Toohey, Notes on Epistemology, pp. 74, 106–13. On the application of a similar point of view to the methodology of economics, see Frank H Knight, “‘What is Truth’ in Economics,” in On the History and Method of Economics (Chicago: University of Chicago Press, 1956), pp. 151–78.

28.Joseph Dorfman, The Economic Mind in American Civilization 5 vols. (New York: Viking Press, 1949), 3, p. 376.

29.Friedrich A. Hayek, “The Non Sequitur of the ‘Dependence Effect,’” in Friedrich A. Hayek, Studies in Philosophy, Politics, and Economics (Chicago: University of Chicago Press, 1967), pp. 314–15.

30.Mises, Human Action, p. 124.

31.See Rothbard, “Toward a Reconstruction,” pp. 230–31.

32.Ludwig von Mises, Theory and History (New Haven: Yale University Press, 1957).

33.Mises, Human Action, pp. 55–56, 348.

34.Cowles Commission for Research in Economics, Report for the Period, January 1, 1948–June 30, 1949 (Chicago: University of Chicago Press, 1949), p. 7, quoted in Mises, Theory and History, pp. 10–11.

35.Ibid., pp. 10–11.

36.Ludwig von Mises, “Comments about the Mathematical Treatment of Economic Problems” (Cited as “unpublished manuscript”; published as ” The Equations of Mathematical Economics” in the Quarterly Journal of Austrian Economics, vol. 3, no. 1 (Spring 2000), 27–32.

37.Mises, Theory and History, pp. 11–12; see also Leoni and Frola, “On Mathematical Thinking,” pp. 1–8; and Leland B. Yeager, “Measurement as Scientific Method in Economics,” American Journal of Economics and Sociology 16 (July 1957): 337–46.

38.Alfred Schütz, The Phenomenology of the Social World (Evanston, Ill.: Northwestern University Press, 1967), pp. 137, 245; also see Ludwig M. Lachmann, The Legacy of Max Weber (Berkeley, California: Clendessary Press, 1971), pp. 17–48.

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Euro lettera

Von Mises Italia - Mer, 22/03/2017 - 08:20

Cara Euro,

sono passati 16 anni da quando sei venuta a convivere nel nostro condominio. E’ tempo di fare un po’ di bilanci come in tutte le famiglie che si rispettino. Nel 2001 la nostra convivenza è partita con una grande euforia ed una grande aspettativa per il futuro. Mano a mano che il tempo passava abbiamo avuto interventi, forse anche troppo insistenti, per riformare le abitudini condominiali. Molto spesso abbiamo delegato i nostri rappresentanti, riponendo la massima fiducia nel loro operato, per apportare quelle ”modifiche” ritenute essenziali per il buon vivere “in comune”. Supinamente e/o per molte altre motivazioni, abbiamo accettato di buon grado di adattarci a quello che ci veniva detto essere un ottimo rimedio per oggi e per il futuro. Abbiamo cambiato alcune parti della Costituzione, ci siamo adattati a nuovi stili di vita, ci siamo sacrificati per vedere realizzati principi di buona coabitazione e per un futuro migliore. Ci siamo fidati degli Amministratori del condominio i quali, forse troppo solertemente, ci hanno sempre ripetuto … domani andrà meglio. Prima di concludere vorrei allegarti alcuni dati e poi se vorrai li potrai condividere.

I dati sono in Lire italiane (Lire/Euro 1936,27):

16 ANNI FA 31.12.2000 31.12.2016 (var. %)

Debito Pubblico 2.517.810.745.300 4.340.730.086.000 +72,40

P.I.L. 2.400.507.771 3.188.020,729 +13,25

benzina 2.071,81 2.755,31 +32.99

COMIT 100 1972 1.916,36 1.124,16 -58.66

disoccupazione* 9,10 11,90 +30,77

*il 40% è quella giovanile. (S. E. & O.)

L’anno scorso ha lasciato il nostro condominio un importante rappresentante, anche se questi aveva ancora la sua moneta. Non so se sia un bene, ma tanto di cappello per la scelta. Ora, molti altri condomini stanno facendo un pensiero in tal senso ed una delle tante motivazioni addotte è: troppo caro, too expensive, zu teuer, trop cher, muito caro, πάρα πολύ ακριβό … Probabilmente è così. Basti solo pensare alla nostra tazzina di caffè che è passata velocemente nel 2001 da Lire 900/1000 a 1936,27 (1€) con una variazione di circa il 115%. Come hai potuto notare sopra, anche a noi è costato moltissimo, però quello che più dispiace è che chi amministra sia un po’ sordo e forse anche un po’ miope a tutti i segnali mandati (leggi elezioni e referendum). Non è bello interrompere un matrimonio, ma troppi Amministratori fungono da “padroni” ed interferiscono nel quotidiano. Adesso che abbiamo sacrificato una parte del nostro futuro e purtroppo anche quello dei nostri figli, mi pare il momento che anche tu tragga delle conclusioni e, a mio avviso, potremmo presentare il seguente ordine del giorno:

  • usare il buon senso e continuare;

  • riprendere una nuova via per ri-costruire il futuro;

  • rivedere il ruolo degli Amministratori;

  • lasciare che i “condomini” facciano le scelte che ritengono più opportune;

  • cessare la nostra esperienza.

Il mio desiderio sarebbe quello di poter rimanere nel condominio con te, ma molto dipende anche da una tua risposta che attendo a breve giro di posta. Grazie.

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Essere pronti ad un’inversione impetuosa della FED

Von Mises Italia - Lun, 20/03/2017 - 08:58

Le prospettive per i tassi hanno preso, quello che io chiamo, una inversione a U. Ci sono pochi dubbi che la Fed sia sulla buona strada per aumentare i tassi. Questa prospettiva non è in risposta a qualsiasi particolare figura dei dati economici e del quadro economico generale. In realtà ci sono un sacco di argomenti perché la Fed non dovrebbe aumentare i tassi sulla base dei fondamentali economici.

Tuttavia, essi hanno un ordine del giorno separato che la Fed ha raccomandato, quello che io penso sarà visto col senno di poi, come un errore storico della mancata possibilità di aumentare i tassi negli anni 2010, 2011 e 2012. Questo è stato quando l’economia era in crescita, non fortemente, ma erano le prime fasi di espansione.

L’economia stava crescendo abbastanza bene per giustificare aumenti dei tassi. Nel 2011-2012 se si fosse voluto normalizzare i tassi, tra il 2 ed il 2,5%, oggi saremmo in una buona posizione per tagliare i tassi, se necessario, e per combattere una recessione. Purtroppo non hanno fatto questo. Hanno perso un intero ciclo, mentre la sperimentazione di Ben Shalom Bernanke (economista, già Presidente della Federal Reserve) dell’allentamento quantitativo, che col senno di poi si rivelerà essere un vero e proprio errore da parte della Fed.

Ora, sono in grado di muoversi con i tassi dopo l’ottavo anno di ripresa. Anche se questa è stata una debole ripresa e le persone sono ancora alle prese con il lavoro a tempo parziale (part time) o non riesce a rilanciare la carriera per altre difficoltà, questo recupero, tecnicamente, è iniziato nel giugno del 2009. Questo produce un tempo di recessione molto lungo per gli standard storici. Più del doppio dall’espansione media dalla Seconda Guerra Mondiale e paragonabile alle lunghissime espansioni che abbiamo avuto dal 1980.

Siamo più vicini alla fine di questo ciclo che all’inizio. La Fed è preoccupata del fatto che, se una nuova recessione inizia domani (e non sto dicendo che ci sarà, ma potrebbe) non avrebbe alcuna possibilità di tagliare i tassi.

Sebbene attualmente abbia i tassi a 50 punti base, la Fed potrebbe fare solo due tagli fino a quando non è tornata a zero. Questa decisione costringerebbe ad iniziare a parlare di tassi di interesse negativi. La leadership della Fed vuole ottenere tassi fino al 2 o 3% prima che inizi qualsiasi recessione potenziale ed è il solo modo che possano tagliare.

Il problema è: come si fa ad aumentare i tassi a questo punto? Come si fa ad aumentare i tassi e portarli al 2 o 3% senza provocare una recessione che si sta cercando di evitare? Questo è ciò che io chiamo enigma della Fed e questo è esattamente dove la Fed è ora. E’ questo un buon momento per alzare i tassi? Probabilmente no, ma ci sono lavori in corso per cercare di farlo comunque.

La Fed ha detto che sono sulla buona strada per aumentarli tre volte quest’anno. Il mercato non ci crede. Il mercato conta su un massimo di due rialzi dei tassi, ma non tre. La mia aspettativa in questo momento è che la Fed alzerà i tassi a marzo.

In primo luogo, hanno una propensione per aumentare i tassi. La Fed non è neutrale. La soglia è piuttosto bassa. Essi ritengono che si tratta di “missione compiuta” sul fronte del lavoro; la disoccupazione è al 4,7% e stiamo continuando a creare oltre 100.000 posti di lavoro al mese. Questi non sono i 2 o 300.000 posti di lavoro che stavamo creando in un anno, un anno e mezzo fa. lo sviluppo del lavoro è ancora positivo, con la bassa disoccupazione e questo tasso di espansione è “abbastanza buono”.

In secondo luogo, la Fed è preoccupata per l’inflazione. La Fed ritiene che la politica monetaria agisca con un certo ritardo. Questo significa che si pensa sia in arrivo l’inflazione e le aspettative sono in aumento, quindi è necessario alzare i tassi ora, perché ci vuole circa un anno agli aumenti per avere un impatto. Non vogliono arrivare dietro la curva (in questo caso ci si riferisce alla curva di Phillips che in macroeconomia: è una relazione inversa fra il tasso di inflazione ed il tasso di disoccupazione) (Alban William Phillips economista neozelandese 1914-1975).

Mentre la disoccupazione è bassa, insieme ad altri fattori, la Fed si applica quello che si chiama curva di Phillips per l’analisi . Anche se io personalmente non credo molto nella curva di Phillips, vale la pena di analizzare per capire che cosa la Fed fa al fine di prevedere la politica. Se la Fed ritiene che le politiche di Donald Trump saranno stimolanti, mentre il tasso di disoccupazione del 4,7%, una curva di Phillips standard per l’analisi avrebbe detto loro che l’inflazione sta arrivando alla fine di quest’anno. Questo indica che dovrebbero alzare i tassi ora per stare al passo.

La Fed ha un motivo macroeconomico convenzionale per alzare i tassi e si basa sullo stimolo di Trump. Hanno anche una tendenza verso l’aumento i tassi perché dovevano sospenderli cinque anni fa e non l’hanno fatto. Per queste ragioni, li ho messi sulla buona strada per aumentare i tassi ora, nel mese di marzo.

Ora il mercato non si aspetta questo o almeno non gli dà molto peso. La probabilità basata sui Fed Funds a termine (fondi di riserva imposti alle banche commerciali) è inferiore al 50%, in modo che la Fed cercherà di fare nel prossimo mese o nell’immediato, sia quello di orientarne le aspettative. Questo loro modo di fare è una fuga di notizie, di discorsi e di commenti. Si aspettano di essere fuori dai giochi nel prossimo mese, più o meno, cercando di avere le aspettative dal momento in cui il rialzo dei tassi non sia uno shock.

Ecco cosa c’entra la inversione a U. La Fed alza i tassi in marzo, cioè quello che mi aspetto in questo momento, anche se l’economia è fondamentalmente debole.

Qui la Fed sta cercando di appoggiarsi ad uno stimolo ed è sbilanciata in favore di aumenti dei tassi a scenari più avanzati per l’economia. Lo stimolo potrebbe non essere così interessante. Si potrebbe avere una combinazione di innalzamento dei tassi della Fed se il piano di Trump non produce più di tanto e così la Fed alzandoli, per debolezza, porterebbe l’economia in recessione.

Se ciò accade, il mercato azionario “cade fuori dal letto” (avrà un brutto risveglio). Questo non accadrà domani, tra l’altro; questa è una cosa che mi aspettavo di vedere più avanti, nel corso del tempo.

La Fed dovrà invertire la rotta, come ha fatto otto volte dal 2013. Si tratta di un criterio di ricorrenza. Si parlerà aspramente di alzare i tassi ed il mercato cadrà, la Fed farà marcia indietro, per diventare colomba (tenere i tassi bassi) e quindi adottare la direzione in avanti. Si ottiene così un modello di inversione a U per il mercato azionario, per i mercati dei tassi d’interesse, ecc.

La mia aspettativa di breve termine è che la Fed alzi i tassi a marzo. La mia aspettativa a medio termine è che il mercato stia per essere deluso dallo stimolo e che l’inasprimento della Fed, al momento, sia sbagliato, il mercato sta andando verso la intitolazione: “cadere dal letto”, mentre l’economia sta rallentando e la Fed dovrà tenere bassi i tassi.

A questo punto stiamo andando a vedere il rally delle obbligazioni, il rally dell’oro e un calo del mercato azionario. Al momento abbiamo l’opposto di questo. L’oro ha un sacco di vento contrario, le obbligazioni hanno un sacco di venti contrari ed il mercato azionario, ovviamente, è in piena espansione dopo le elezioni, ma tutto questo potrebbe ribaltarsi.

Abbiamo già visto questo film.

Cordiali saluti,

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La ricetta Austriaca

Von Mises Italia - Ven, 17/03/2017 - 08:07

Al principio di ogni anno, per un’ormai vecchia consuetudine, noi opinionisti siamo soliti offrire uno o due tipi di previsione.

La prima assume la forma di un genuino tentativo, benché in ultimo destinato al fallimento, di sollevare uno sbrindellato angolo dello spesso velo dell’ignoto che separa l’oggi dal domani.

Il secondo invece combina la futilità con il malizioso tentativo di associare il proprio nome alla previsione di un evento. Ossia quando ci si imbatte casualmente in qualcosa che, successivamente, verrà strombazzato come l’ispirata previsione di un evento ritenuto altamente improbabile.

In questo caso il trucco del falso profeta consiste nel mettersi contestualmente al riparo dal possibile imbarazzo che si accompagna al fallimento delle previsioni, presentandole come Black Swans (n.d.t. Cigni Neri ossia eventi inusuali ed imprevedibili per definizione). Si noti che questa pratica ignora eroicamente il fatto che essendo i Black Swan imprevedibili per definizione, quindi se la previsione dovesse in qualche modo cogliere il bersaglio, le penne del cigno verrebbero immediatamente, ancorché retroattivamente, imbiancate.

Forse che un simile esercizio temerario dovrebbe, magari per scherzo, essere azzardato da un gruppo di chiromanti da fiera così incapaci di prevedere che non solo la stragrande maggioranza tra loro “non ci becca mai” ma che si spinge anche a celebrare la propria collettiva incapacità con quel meta-indicatore di incompetenza detto “economic surprise index”? Probabilmente no. Ma tale giustificabile reticenza farebbe ben poco per riempire le colonne sui giornali, così questa mascherata, questa simulazione di conoscenza, nonostante tutto prosegue.

Con questo in mente , tutto quello che il vostro autore si propone qui di “prevedere” è che gli eventi, molto probabilmente, non si svolgeranno nel modo previsto dal gregge e, nonostante ciò, non mancheranno le favole preparate per spiegarci, col senno del poi, l’inevitabilità di tali sorprese.

Se i politici, compresi quelli che dirigono le banche centrali, potranno reagire in modo tale da aggravare le nostre sofferenze e ridurre le nostre gioie, lo faranno con piacere. Ciononostante le leggi basilari dell’economia non verranno violate in quanto la loro esposizione viene vergognosamente storpiata da questi “Detentori della Fiamma”.

Così, con spirito determinato ad evitare imprudenze, ciò che mi propongo di fare è esaminare, piuttosto che prevedere, i trend e le tendenze in atto negli Stati Uniti, al fine di meglio comprendere le condizioni alle quali dovremo sottostare per provare ad interpretare ciò che, qualunque cosa sia, questo imprevedibile nuovo governo deciderà di fare allorché il suo uomo avrà prestato giuramento il mese prossimo.

Lungi dall’essere poco originale, il mio disaccordo dipende dalla circostanza che questo sguardo all’indietro trae il suo valore dal fatto che troppo di ciò che è considerato saggezza comune, ed anche il dissenso da ciò, è troppo spesso sbagliato o inconsistente quando non entrambe le cose. Dopotutto nessuno può trovare la strada da prendere se non è in grado di localizzare la sua presenza su una mappa, oppure se, avendolo fatto, non sa dove si trovano il nord e il sud.

L’importanza del Capitale

Come sempre quest’analisi si colloca nell’ambito di una prospettiva di chiaramente “austriaca” ciò perché prima di immergersi nei dati di dettaglio, vale la pena di avere presente lo schema generale di ciò che questo comporta.

Dal punto di vista filosofico noi “austriaci” crediamo nell’idea che ogni e ciascun essere umano sia nella migliore condizione per conoscere le priorità e l’intensità di ciò che vuole. Riteniamo anche che il ricco ordine dell’economia emerga grazie agli sforzi di ciascuno per soddisfare i propri bisogni attraverso quella che, di solito, è una reciproca ed arricchente interazione con gli altri, a loro volta interessati a soddisfare i propri.

L’economia non deve essere pensata come l’emergere di un disegno che viene dall’alto e nemmeno come un insieme di aggregati incorporei che agisce in modo invisibile, ancorché quasi meccanico, indipendentemente dalle azioni della miriade di individui coinvolti. Affermiamo che mentre il consumo è l’obiettivo finale dell’attività economica, ciò non significa che esso sia, di per sé, la parte più significativa del processo economico. Riteniamo che una maggiore attenzione dovrebbe essere rivolta all’attività frenetica, ancorché nascosta, che si svolge dietro le quinte, invece che agli attori che incedono e si agitano vicino alle luci della ribalta ricevendo le maggiori attenzioni.

Affermando ciò tentiamo dunque di occuparci della struttura produttiva come di un tutto di cui molto è stato allegramente cancellato dalla macroeconomia ortodossa e ciò per timore della cosiddetta “doppia contabilizzazione”, un po’ come un motorista che sin quando la sua auto si mette in moto al mattino non presta alcuna attenzione a ciò che succede sotto il cofano.

Piuttosto che accontentarsi del cosiddetto “flusso circolare del reddito” assecondando la banalità dominante, noi insistiamo nella necessità di pensare il capitale, sebbene lo stesso termine capitale sia parola ormai tristemente abusata, in tutte le sue forme. Ciò perche tale termine assume significati diversi per persone diverse così come cose diverse per le stesse persone in contesti diversi.

Dobbiamo dunque essere consapevoli che ci troviamo qui di fronte ad una abbondante fonte di confusione e malintesi, anche per le menti più dotate.

Dunque il capitale, sotto molti aspetti, può essere considerato lo Schleswig-Holstein dell’economia, del cui groviglio inestricabile il diplomatico del XIX secolo Lord Palmerston (n.d.t. Henry John Temple, terzo visconte Palmerston 1784-1865, politico inglese, Segretario di Sato e Primo Ministro) ebbe a dire: “Solamente tre persone hanno realmente compreso la…faccenda, il Principe Consorte che è morto, un professore tedesco che è impazzito ed io, che ho dimenticato tutto”.

Detto ciò, nonostante tutta la sua complessità, non possiamo permetterci di trascurare la sua singolare importanza per un’economia come quella attuale, suddivisa in modo complesso, interattivo e con funzioni complementari. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che ciò che rende qualcosa un bene capitale è spesso dipendente da qual è la funzione che lo rende tale e non meramente le sue effettive costituenti fisiche.

Una questione di interesse

Ritenendo che il valore di un bene sia soggettivamente stabilito da ciascuno di noi in quanto individuo che vuole soddisfare un bisogno, teniamo anche conto del fatto che i prezzi che si formano come espressione delle nostre preferenze allorché interagiamo gli uni con gli altri negli scambi, esprimo pacchetti della più pura informazione concepibile circa ciò che è più urgentemente richiesto sul mercato. In altri termini di ciò che è più scarso, così come di ciò che è meno urgente. Questa informazione è decisiva per stabilire quali mezzi debbano essere utilizzati per conseguire tale fine in ogni dato momento.

L’uomo che ha l’intuizione per prevedere e l’energia manageriale per organizzare le modalità in cui egli può prendere elementi di ciò che è disponibile, ma ancora inutilizzato, e poi trasformare tali elementi combinandoli tra loro, oppure semplicemente trasportandoli così come sono altrove, è verosimile che debba essere ricompensato con il profitto così ottenuto. Facendo la sua piccola parte per ridurre gli errori di priorità, grazie al perseguimento del proprio interesse, ha beneficato gli altri attorno a lui.

In quanto imprenditore il conseguimento del profitto non è segno di volgare sfruttamento, ma piuttosto la conferma che un tentativo per soddisfare un’istanza di scarsità evitabile, per riallocare risorse, riordinare la matrice produttiva, reimmaginare il modo di fare le cose al fine di ottenere un migliore e più abbondante stato di cose, di cui tutti in qualche modo godono, ha avuto successo.

Affinché i prezzi possano generare le informazioni necessarie, essi debbono essere composti dal maggior numero possibile di segnali e, per converso, dal minimo di interferenze. Ciò per timore che queste ultime possano essere confuse con le informazioni ed il vantaggioso arbitraggio del nostro imprenditore trasformato in un’accozzaglia di costosi sprechi.

Dunque noi “austriaci” aborriamo tutte le forme di manipolazione monetaria, specialmente quelle di tipo inflazionistico. Esse tendono infatti contemporaneamente ad amplificare ed a propagare gli errori iniziali in un modo che quelle di tipo opposto non fanno.

Similmente, nella piena consapevolezza dell’assioma secondo cui la produzione è un’attività che richiede tempo per dare frutto, guardiamo a tutti i tentativi volti a manipolare il prezzo del tempo, ossia il tasso di interesse, come un’ulteriore abominazione.

Il sistema bancario è una realtà che vediamo con parecchio sospetto, visto che ha largamente, quando non universalmente, rimpiazzato i capricci dei Principi come principale strumento di corruzione delle informazioni. Ciò è specialmente vero nella presente forma istituzionale caratterizzata da una concezione fondamentalmente viziata nei suoi metodi e nei suoi obiettivi e da una perniciosa fragilità delle sue strutture.

Un vero e proprio vespaio di incentivi perversi e responsabilità di cui facilmente ci si libera, sovrastato dall’arroganza dei re filosofi Platonici che governano i sostegni delle proprie banche centrali, minaccia ormai la struttura stessa dell’ordine borghese.

Detto ciò la teoria Austriaca del ciclo economico è dunque una teoria bancaria e monetaria. Le cose cominciano ad andare male quando viene creato ulteriore nuovo credito senza che vi sia del risparmio reale, ossia ex ante nel gergo degli economisti. L’atto del risparmiare non indica solamente la volontà di rinunciare a beni attuali per beni futuri, ma fa sì che i beni attuali rimangano disponibili per qualcun altro, magari per scopi diversi, e soprattutto fa sì che si formi il capitale.

Nel ragionamento “austriaco” il prezzo di un mezzo di produzione, sia esso un machete o una macchina utensile, un forno a micro onde o un microchip, deriva in ultimo dal prezzo dei beni di consumo (la cui supremazia in tal proposito è incontestabile) la cui produzione è il vero scopo dei primi.

Ciò implica che possiamo considerare i mezzi di produzione come precursori funzionali della nostra successiva soddisfazione, ponendo una particolare enfasi posta sul termine successiva. Dunque il loro prezzo non solo deve riflettere il valore dei beni di consumo che essi consentiranno di produrre, ma anche il tempo che sarà necessario per maturarne il valore finale. Si tratta di fattore grandemente amplificato allorché consideriamo che molti fattori produttivi raggiungono il culmine di tale valore in serie, ossia dopo le molte interazioni dei processi produttivi.

Dunque, essenzialmente, il rapporto tra i beni di consumo finali e l’insieme di beni e servizi che li hanno originati deve riflettere il tasso di interesse prevalente. In realtà, a nostro modo di pensare, è più di un semplice riflesso, esso costituisce effettivamente il tasso di interesse.

Vivere nel tempo preso a prestito.

Abbiate pazienza per un momento. La decisione di un potenziale cliente finale di astenersi dal consumare, non solo rende ancora disponibile il bene ma, potenzialmente, ne riduce il prezzo . Ciò evidenzia che i beni lasciati a disposizione per usi alternativi, lo sono in un modo “riproduttivo” piuttosto che esaustivo.

Chi si astiene dal consumo rinuncia ai suddetti beni ed il denaro così risparmiato rimane naturalmente a disposizione per essere preso in prestito, così che questa pronta alternativa può essere implementata.

Come abbiamo visto, il rapporto tra i prezzi del produttore e quelli del consumatore incorpora il pagamento della tediosa attesa che ha luogo durante il tempo necessario per completare il lavoro di trasformazione dall’uno all’altro. Dunque, se il desiderio di immediato consumo decresce e, di conseguenza, anche i prezzi dei beni di consumo si riducono, anche il suddetto rapporto si ridurrà. Ciò significa che, riducendosi l’insistenza per un immediato consumo, ossia cambiando la preferenza temporale dei consumatori, il tasso naturale di interesse diminuirà.

Anche in questo caso vediamo all’opera una meravigliosa coerenza, la maggiore disponibilità di capitale, ossia i risparmi, spingeranno al ribasso il tasso di interesse, ossia nella stessa direzione del tasso intrinseco alla interrelazione dei prezzi nel mondo delle risorse reali.

Questo significa che iniziative di maggiore durata potranno ora essere avviate in quanto saranno, allo stesso tempo, sia sostenibili dal punto di vista monetario (un minor tasso di interesse per un più lungo periodo di tempo, aiuta le vendite a raggiungere il break even coprendo i costi di produzione) e che saranno disponibili sufficienti fondi reali con cui finanziare il processo produttivo, se non altro retribuendo i lavoratori in esso coinvolti e ciò molto prima che il loro lavoro produca i suoi frutti.

Proprio come accade nel più familiare mondo dell’aritmetica dei titoli a reddito fisso, dove uno spostamento verso il basso dei tassi di interesse causa in parallelo la variazione più forte sui prezzi dei titoli a scadenza più lontana e con le cedole più basse (n.d.t: cioè con duration maggiore), così anche la preferenza temporale di cui sopra comporta i maggiori effetti sui beni durevoli (i quali tendono ad avere il più elevato rapporto tra prezzo di acquisizione e flusso incrementale di reddito e sono dunque paragonabili ai titoli con le cedole più basse) ed anche su quei beni che verranno impiegati nelle ultime fasi del processo produttivo e che saranno gli ultimi ad essere prelevati dagli scaffali (e sono quindi paragonabili ai titoli obbligazionari con le scadenze più lontane). Queste due tipologie di beni sono, nel loro genere, tra le più lentamente ammortizzabili.

Per giunta, l’emergere di un maggiore grado di “sazietà” rispetto ad alcuni beni di consumo, incoraggia gli imprenditori ad innovare in modo da trarne profitto, non solamente incrementando l’efficacia dell’attività già in essere, ma anche inventando nuovi prodotti da aggiungere alla gamma già a disposizione dei consumatori. In questo modo verrà compensata la diminuita intensità della domanda dei beni esistenti.

Invece, si tenta di risolvere forzatamente questo problema (il rallentamento della domanda n.d.t.) creando credito dal nulla, dunque indipendentemente da qualsivoglia cambiamento nelle preferenze temporali dei consumatori, e si riducono artificialmente i tassi di interesse, (o si evita che essi aumentino, come accadrebbe se vi fossero soggetti che si contendono ansiosamente dei risparmi reali, ossia disponibili ex ante). Inoltre i tassi artificialmente bassi incentivano l’allungamento del processo produttivo (per renderlo più “roundabout” come diciamo noi Austriaci). Da notare che tutto ciò avviene nonostante non esista affatto una maggiore quantità di risorse finanziarie accantonate e con cui lavorare durante il lungo periodo che precede la maturazione e rimborso dell’investimento.

Il pericolo sorge quando questa situazione innesca una guerra di offerte tra i produttori-imprenditori, incoraggiati dagli incentivi, per accaparrarsi manodopera e mezzi produttivi e la massa dei consumatori il cui desiderio di gratificazione resta in gran parte insoddisfatto. In questa situazione ciascuno cerca di affermare le proprie pretese sullo stesso quantitativo di risorse e nello stesso tempo.

Quando i potenziali consumatori con riluttanza si riducono dopo l’evento, forse dissuasi da un iniziale incremento dei prezzi, si parla di risparmio forzato, una ricetta per il conflitto economico, come pure segno di crescente instabilità.

Invece se i consumatori, nonostante tutto, decidono di pagare e se il loro baccano per comprare viene a turno rafforzato dai nuovi addetti, dai produttori concorrenti oppure da coloro da cui, a loro volta, essi ordinano materie prime e componenti, avrà presto inizio la classica spirale inflazionistica.

Da principio, ciò potrebbe perfino apparire come il trionfo di una visione imprenditoriale poiché l’aumento dei prezzi, precedendo l’aggiustamento dei costi, si rifletterà sui profitti.

Ad ogni modo, a meno che il ciclo espansivo del credito non si ripeta, questo dimostrerà comunque di essere una falsa resa dei conti e la redditività delle imprese scenderà, allorché sia i fornitori che i dipendenti inizieranno a reclamare maggiori entrate ormai necessarie per mantenere il loro standard di vita.

Ad un certo punto, la trazione esercitata su entrambe le estremità della struttura produttiva, inizierà a mettere alla prova le connessioni al centro. Un’accresciuta scarsità di componenti chiave, di manodopera qualificata, o semplicemente di tempo per evadere gli ordini, o ancora per eseguire la necessaria manutenzione o limitati incrementi della capacità produttiva inevitabilmente presenteranno il conto.

Si manifesterà la mancanza di coordinamento ed emergerà l’incoerenza dello schema.

Il calcolo economico sarà ampiamente ostacolato e gli orizzonti inizieranno a contrarsi. La fame di finanziamenti a breve termine con cui alimentare profitti netti decrescenti e mantenere in vita le aziende in difficoltà per il tempo di un nuovo tiro di dadi, configurerà una situazione in cui, per dirla con Hayek (F.A. von Hayek 1889-1992), “l’investimento fa aumentare la domanda di capitale”.

A questo punto la curva del rendimento, se il nuovo credito sarà insufficiente a soddisfare il più incessante degli appetiti, tenderà ad invertirsi così confermando lo status di “uccello del malaugurio” di tale fenomeno, e tutto in assenza di goffi eccessi da parte della banca centrale. Nel caso classico, ciò con cui si confrontano i decision makers è la possibilità che se il vortice inflazionario viene lasciato senza controllo inizierà ad autoalimentarsi, fino al punto in cui il denaro perderà tutto il suo valore (il classico crollo finale o fuga verso il valore reale misesiani).

Senza giungere a tale estremo, quella che inevitabilmente è diventata una voragine nella bilancia dei pagamenti, non può più essere facilmente finanziata da volenterosi finanziatori e da fornitori esteri. Infatti a questo punto essi temeranno per la sicurezza dei propri investimenti e così, l’improvvisa riduzione del flusso dei capitali, farà precipitare la crisi.

La sgradevole alternativa a queste due possibilità, consiste in un tardivo sforzo per tenere a freno gli eccessi. Sia che esso venga attuato dalle banche commerciali allarmate che dalle pesanti banche centrali sovrane, esso metterà allo scoperto le linee di rottura nascoste nella struttura e porterà con sé una valanga di fratture, verosimilmente fino al punto di un catastrofico fallimento sistemico. Fra l’altro saranno le stesse banche che tramite la revoca dei finanziamenti ed i pignoramenti amplificheranno lo stress e daranno inizio alla cosiddetta depressione secondaria.

Simple Simon Says (n.d.t. popolare gioco infantile)

In una tale e in qualche modo apocalittica situazione la normale narrativa cessa di esistere, dobbiamo tuttavia riconoscere che questo schema, per quanto convincente e coerente dal punto di vista logico, fu formulato in circostanze istituzionali molto diverse circa 100 anni orsono. Esso necessità dunque di un piccolo adattamento per poter servire come modello analitico per noi, qui nel XXI° secolo.

Prima di tutto, a quel tempo la maggior parte degli stati aveva, almeno a livello formale, qualche forma di convertibilità della propria valuta, se non in oro, almeno in alcune delle più solide valute di riserva che ufficialmente erano a loro volta convertibili in oro (Gold Exchange Standard). Inoltre i governi erano ancora relativamente “piccoli” e con molti meno beneficiari dei loro sempre più generosi sussidi, mentre i lamentosi eserciti di passacarte e “timbratori” erano solo una misera ombra delle possenti legioni odierne.

Si pensi che durante l’amministrazione di Roosevelt (F.D. Roosevelt 1882-1945) vi fu un’espansione della spesa pubblica senza precedenti che vide raddoppiata, in tempo di pace, la propria percentuale sul Prodotto Interno Lordo, ebbene nonostante ciò il peso del Leviatano era appena la metà di quello odierno.

In terzo luogo, in questo modello è insita la tacita supposizione che la maggior parte dell’indebitamento gravi sulle imprese mentre i proprietari di case siano puri e semplici risparmiatori. Oggi naturalmente, sia i mutui immobiliari che il credito al consumo esercitano una potente influenza sul sistema e ciò, nonostante la loro recente riduzione in termini di percentuale dei redditi verificatasi nel periodo post Crash.

Secondo la diagnosi “austriaca” i più pericolosi quanto meno facilmente risolvibili effetti dell’introduzione di eccessivo credito senza garanzie (troppo capitale fittizio, per usare un altamente istruttivo termine vittoriano) si verificano allorché essi ingannano i produttori alterando l’effettiva distribuzione dei capitali nel sistema. Specialmente quando essi assumono la forma di impianti, macchinari e competenze professionali altamente specializzate (oppure come diciamo “favorendo cattivi investimenti”).

Dobbiamo provare a “filtrare” dai finanziamenti quelli contratti da individui e governi al solo scopo di permettere il godimento di una maggiore quantità di beni di consumo rispetto a quanto i redditi dei primi e gli espropri dei secondi avrebbero consentito. Quest’ultima forma di credito rappresenta non tanto una fonte pervasiva di cattivi investimenti quanto piuttosto una manifestazione di “semplice” inflazione.

Certamente se mi indebito con la carta di credito per acquistare un nuovo paio di jeans, il loro produttore vedrà da principio un maggiore volume d’affari che, in ultima analisi, può sembrare sostenibile. Egli, ingannato da questo falso segnale, potrebbe assumere troppi addetti alla cucitura, acquistare troppa stoffa o perfino installare nuovi macchinari nella sua azienda.

Tuttavia ogni eventuale insuccesso sarà concentrato come sempre nella parte più breve così come generalmente su quella più intercambiabile di quella grande multisettoriale linea di montaggio avvolta e riavvolta su se stessa che costituisce l’economia moderna.

In teoria l’insuccesso dovrebbe essere limitato nella sua capacità di trasmettere le sofferenze troppo ampiamente lungo la catena. La liquidazione delle attività, le ristrutturazioni ed il successivo reimpiego delle risorse umane e materiali impiegate dall’impresa fallita dovrebbero di conseguenza essere molto meno problematiche. Fortunatamente vi è spesso meno capitale immobilizzato (e meno capitale operativo specifico) coinvolto sia nelle aziende stesse che nel minor numero di intermediari connessi e il cui compito consiste nell’assicurare che i beni dei contendenti avanzino lungo la linea.

Trattandosi di beni di consumo, la maggiore quantità disponibile ad un prezzo relativamente inferiore può anche stimolare un’attività di compensazione a monte della catena produttiva mentre il tasso di interesse naturale scende a causa dell’altrimenti sfortunato surplus aprendo la strada a nuovi investimenti sia in campi nuovi sia semplicemente allo scopo di ridurre il costo di produzione per adattarsi alla nuova realtà (della domanda n.d.t.).

Detto ciò è innegabile che questa inflazione “semplice” potrebbe anche esercitare un’influenza più maligna se dovesse colpire un grande produttore di beni durevoli di consumo, ossia di quel “servizio di ricovero continuo” che chiamiamo comunemente casa. Ciò è dovuto al fatto che lo stesso mucchio di mattoni e malta spesso non è solamente una casa in cui vivere, ma bensì il mezzo più facilmente accessibile e facilmente comprensibile a disposizione dell’uomo comune che, grazie ad esso, può essere coinvolto in una continua rivalutazione del capitale, soggetta ad una sorta di effetto leva finanziario, incentivante la speculazione. Si tratta di possibilità che altri mercati riservano esclusivamente a soggetti residenti alle isole Cayman ed ai possessori di un conto alla Goldman, Sachs.

In quanto speculazione essa non solamente attira vari tipi di attività secondarie il cui compito consiste nel rifinire ed arredare i muri nudi delle nuove abitazioni, ma con la possibilità di dare in garanzia gli immobili spendendo i guadagni derivanti dall’aumento del capitale nozionale (n.d.t. dunque fittizio), molto prima che questi siano effettivamente realizzati, va ad alimentare il turbine inflazionistico. Intanto la completa dimensione del coinvolgimento si verifica quando si arriva a pensare che qualsiasi lotto di terreno da 100 mq. edificabile contenga una Sutter’s Mill (n.d.t. segheria situata in California dove nel 1848 furono rinvenute le prime pepite che avviarono la corsa all’oro).

Questa situazione può facilmente sconvolgere le intrinsecamente instabili finanze del nostro sistema di Banche commerciali basate sulla riserva frazionaria, incestuosamente finanziate all’ingrosso e scarsamente capitalizzate. Come abbiamo visto, con questa nuova svolta, questa storiella familiare conosce la sua ultima eroica ripetizione. Questa febbre può anche essere abbastanza contagiosa da porre termine anche alle più prestigiose tra le pseudo sofisticate e quotate Banche di Investimento, che sono state trascinate nell’abisso quando hanno permesso ai loro intelligenti gruppi interni di Dottor Faust di tenersi di gran lunga troppo rischio sottostante allorché affettavano e spezzettavano i prestiti riducendoli in complessi pacchetti di titoli.

Naturalmente i pericoli intrinseci si sono grandemente amplificati quando le nostre strapotenti banche centrali non hanno permesso che la prodigiosa forza fisica del nostre classi imprenditoriali apportasse una benefica riduzione dei prezzi finali, etichettando erroneamente tale segno di abbondanza creativa come il risveglio dello spirito malvagio della deflazione. Ciò non solo deruba i lavoratori, come recita l’indimenticabile frase di Dennis Robertson (n.d.t. Dennis Robertson 1890-1963 economista inglese) “negando loro un meritato incremento dei salari reali”, ma li induce spesso a compensare la percepita riduzione del credito.

Se un soggetto si indebita quotidianamente per fare la spesa in modo eccessivo, è probabile che la banca centrale reagisca prima che la cosa scappi di mano. Però se questo sceglie di avvalersi della “property card” come sistema per mettersi in pari, la loro prevalente e cieca ortodossia di mirare all’Indice dei Prezzi al Consumo condanna i nostri presunti guardiani monetari ad un ostinato rifiuto nel riconoscere che la rapida crescita dei prezzi immobiliari è semplicemente una deviazione verso un molto più pericoloso ambiente di quella stessa inflazione causata direttamente dal loro non necessario intervento.

Tenere gli occhi aperti

Quando analizziamo i dati che ci stanno di fronte dobbiamo sempre tenere presente che è difficile separarli dettagliatamente e che è impossibile costringerli in un modello o in un algoritmo. Soprattutto durante i momenti di ripresa dobbiamo cercare i segnali di un eccesso di prestiti e poi l’evidenza di sacche di investimento anormalmente elevate mentre, al contrario, nei momenti di recessione occorre ricercare istanze di ripudio del debito e rimborsi di emergenza, fenomeni che possono caratterizzare un livello di investimenti abnormemente basso.

Redditi, profitti e flussi di cassa sono dunque importanti, ma attività, passività e bilanci lo sono altrettanto.

Le valutazioni assegnate ai mercati dei titoli possono dirci molto sulle fasi di crescita e di rallentamento della crescita in quanto essa può essere alimentata o dalla volontà dei prestatoti commerciali, o dall’ottusa macro idiozia delle cattive favole delle banche centrali che forniscono agli acquirenti creduloni che nutrono tali speranze indotte, dei mezzi necessari per realizzare le loro illusioni autoalimentate.

Non ogni cella convettiva che si eleva sulla terra cotta dal sole si trasforma in tempesta e molte meno in tornado F5. Tuttavia quando, durante un’escursione estiva, vediamo quella prima nuvola “non più grande della mano di un uomo” è utile essere consapevoli che le condizioni metereologi sono le più favorevoli ad un pericoloso sviluppo che sta prendendo forma in alto nel cielo sopra di noi.

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