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Acqua Alta

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Accadeva di Novembre, ed erano tempi lontani  dall'odierna percezione di velocità; un'epoca in cui Venezia amava ancora prendersi una pausa mentre le calli tornavano a respirare e le orde di turisti abbandonavano le selvagge sortite in attesa di un clima più favorevole. Non era raro, in quella sosta temporale, il privilegio di osservare l'unica piazza di questa città popolata da poche anime solitarie.

E nell'ora in cui la notte, con un improvviso colpo di mano, si portava via il pomeriggio, era possibile sentire i caldi venti di scirocco contrastare la gelida umidità avvertita nei giorni precedenti; raffiche che soffiavano la loro calura in faccia a chiunque approfittasse di quel deserto ombroso e scuro.
In quel ciclico paradosso di luce e temperature i tombini della piazza iniziavano a ribollire vomitando acqua.

Grazie alla complicità del sciroccale la calma massa verde scuro iniziava a salire coprendo la pavimentazione ed eliminando il confine tra calli calpestabili e canali navigabili, invadendo negozi, magazzini e appartamenti. E' il fenomeno “dell'acqua alta”, che i Veneziani di vecchia generazione in tempi più civili, sapevano prevedere senza l'ausilio della tecnologia, e che nonostante la convivenza quasi fraterna continua però ad intimorirli.

La marea non ha mai cessato il suo lento carosello di salite e discese; sei ore “cresce” e sei ore “cala”, ma gli anziani hanno smarrito la loro capacità divinatoria perché i segnali del mondo circostante non sono più riconoscibili e ciò che accadeva di Novembre, con i suoi venti di scirocco, sembra ormai essersi impossessato interamente delle quattro stagioni; L'Acqua alta porta a termine le sue invasioni approfittando di periodi e temperature improbabili, e i misteriosi fondatori dei giganti di pietra poggiati su foreste di alberi sommersi, così geniali nell'ideare una città protetta da paludi, barene e isolette, non potevano prevedere l'annientamento di queste difese naturali causato dal “progresso”: una parola che riempie di orgoglio uomini che poi dimenticano di aver creato abomini in suo nome.

Le antiche paure che tormentano l'animo dei Veneziani sono sincronizzate in un preciso spazio temporale del calendario: il 4 Novembre del 1966, quando le dighe cedettero, la mareggiata devastò le isole a protezione della laguna e la marea inizio a salire senza più scendere, raggiungendo il metro e novantaquattro centimetri in quella stessa piazza che offre lo spettacolo dei tombini rigurgitanti. E' facile rimanere rapiti dalla visione dell'acqua marina che inizia a conquistare porzioni sempre più ampie della città ma non è altrettanto semplice percepire in tutta la loro drammaticità le immagini evocate dai veci¹ che mantengono vivo il ricordo di quel novembre del 66: le migliaia di pantegane² e colombi³ affogati che la marea cullava sulle calli e sui campi Veneziani.

L'acqua alta in quei giorni di Novembre però, insinuava negli anziani anche altri ricordi non meno drammatici: le sirene che annunciavano la prossimità di una marea eccezionale erano le stesse che durante la guerra avvisavano la popolazione dell'imminenza di un bombardamento, e bastava incrociare lo sguardo di chi aveva attraversato i tempi bui della guerra, per afferrare il panico palpabile generato da quell'odioso ululato che si rinforzava via via, nell'avvio sequenziale di tutti i dispositivi sparsi per la città. Più a lungo suonavano le sirene, più alta sarebbe arrivata l'acqua.

In tempi recenti si pensò di sostituire l'urlo allarmistico in qualcosa di meno evocativo e più gentile per le orecchie; ma come spesso capita, l'ingegno degli esperti al servizio della politica, escogita soluzioni peggiori dei mali. Il risultato fu l'ideazione di un riverbero sonoro in quattro diverse tonalità crescenti decisamente fastidiose che avrebbe indicato il livello delle acque. Le nuove sonorità, vengono comunque precedute da un primo allarme dato con le vecchie sirene; un sottile messaggio del potere che mantiene in vita la paura nel cuore dei Veneziani.

In questi tempi di conformismo, capita a volte che gli odiosi riverberi sonori dei moderni allarmi provengano dalla suoneria di un cellulare adottata da un intraprendente cittadino che si  guadagna immediatamente le occhiate minacciose o i sorrisi denigratori dei passanti.

Ma osservando i figli di questa città, è facilmente intuibile che continueranno a non amare l'immersione del loro suolo pur sforzandosi di esibire una convivenza tollerante e quasi fraterna; i turisti invece considerano l'evento come un piacevole diversivo; convinti di trovarsi a Disneyland, dove ad ogni passo può accadere qualcosa di divertente. Culture talmente diverse rese compatibili soltanto dalla circolazione del vile denaro.

Anche nella sua esplicita e manifesta via Crucis, Venezia rimane una città invisibile: la sua sofferenza celata agli occhi dello straniero ma nascosta anche ai suoi abitanti che senza trasmettere una nuova coscienza per i posteri, tacciono ricacciando indietro paure e timori, nella speranza di non perdere un guadagno, di riempire un vuoto.

Chi prega per la città? Forse un vecchio barbone appartenente a una razza in crescita, che raccoglie le sue poche cose sistemandole alla meglio su una panca di marmo più alta del livello dell'acqua, sollevando i piedi per trovare riparo su quell'improvvisato rifugio mentre copre il volto rugoso con un vecchio cappotto, lasciando intravvedere soltanto due occhi colmi di tristezza nel contemplare uno spettacolo tanto curioso per altri. E l'acqua alta, spesso spietata con i negozi, mostra compassione per quel vecchio, risparmiando l'antica panca di marmo e gli oggetti di scarso valore che rappresentano però, tutta la vita del suo occupante.

1. Vecchi, saggi.
2. Grossi ratti
3. Piccioni

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Pippo

Ritratto di Pike Bishop

Come diceva Pippo, l'amico di Topolino:

"E' incredibile come le salite viste dall'alto somiglino a discese!!!".

Anche l'Acqua Alta somiglia incredibilmente a Venezia Bassa.

Un'altra citazione, dal film dei Monthy Python "Holy Grail":

Listen, lad, I built this kingdom up from nothing. All I had when I started was swamp ... other kings said I was daft to build a castle on a swamp, but I built it all the same ... just to show 'em. It sank into the swamp. So I built a another one ... that sank into the swamp. I built another one ... That fell over and THEN sank into the swamp .... So I built another ... and that stayed up. ... And that's what your gonna get, lad: the most powerful kingdom in this island.

Anche Venezia era cosi', probabilmente: quando un palazzo affondava ne costruivano un'altro immediatamente sopra, quando un piano sprofondava ne aggiungevano uno in cima.

Magari mi sbaglio, ma il problema di Venezia e' stato la Scoperta dell'America e, siccome i soldi finirono, non si pote' piu' aggiornare la citta', che rimase come era, tranne che nel frattempo per molti motivi, continua a sprofondare.  Non c'e' niente da fare: tutto passa e va, persino la cosa piu' cara che abbiamo, quel caro, caro tesoro di noi stessi medesimi.  Anche Venezia, e questo la rende ancora piu' attraente.

Ma naturalmente non tutti la pensano cosi': il piu' grande tabu' della nostra civilta' non e' la morte (una manifestazione), ma l'impermanenza stessa.  Ci sono passate altre civilta' dallo stesso tabu', basta vedere cosa resta di beni e cadaveri mummificati dei ricchi del passato. Venezia e' una mummia troppo grande per essere messa in una teca sotto condizioni climatiche controllate.  Per fortuna...

Dimenticavo

Ritratto di Pike Bishop

Fotografie eccezionali: solo un Veneziano puo' farle cosi'...

E' sempre un piacere leggerti

 

Ciao Music-Band's, da parte mia è sempre un piacere leggerti, non mi cimento in argomentazioni su realtà che non conosco, leggo e rileggo, e questo mi basta.

Se vuoi/se puoi scrivi di più, per me sarà ogni volta un grande piacere, e non lo dico per ruffianarmi...

Anche da parte mia complimenti per le foto testimonianze dei bei tempi andati (per la fotografia) quando prima si pensava e poi si scattava. Oggi prima si scatta e poi...magari si cancella. E così, pian piano, mi sto allontanando sempre più da quello che era una parte del mio piccolo Mondo.

Come si usava dire da noi (ma non solo!) Buona Salute a tutti.

" Non serve fotografare la vita. Certi scatti li porti nel cuore, il cuore non dimentica mai nulla" (cit)

amogaia

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