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Tra cielo e terra

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Osservando ciò che è velato
Aggiornato: 2 giorni 17 ore fa

L’anomalo impatto del Covid-19 a livello nazionale

Gio, 21/01/2021 - 19:56


Per analizzare e comprendere l’effettivo impatto di una “pandemia” il primo metodo a nostra disposizione è quello di verificare l’incremento percentuale della mortalità generale della popolazione nel periodo di diffusione del morbo, rapportato alla media degli anni precedenti.
Il numero giornaliero dei positivi riscontrato mediante l’esito dei test del tampone non fornisce un dato valido, dal momento che la quasi totalità delle persone che vengono definite “infette” non presenta alcun sintomo, e risulta quindi una forzatura evidente il volerli ascrivere nella conta dei “malati”.
Così come il numero quotidiano dei morti annunciato dai mezzi di comunicazione è utile fino ad un certo punto, poichè nella conta dei deceduti a causa del Covid 19 sono comprese anche le persone morte per le più diverse patologie, e che in un momento della loro degenza in ospedale sono risultate positive al test del tampone, senza che questo possa fornire alcuna indicazione sulla effettiva incidenza del virus nello sviluppo delle patologie dei pazienti, e su quanto abbia effettivamente influito sui decessi degli stessi.

Una ricerca un po’ più approfondita del reale impatto della epidemia è possibile quindi analizzando i dati dei decessi avvenuti nel periodo di maggior virulenza del morbo, e rapportando tali dati con i numeri riferiti allo stesso periodo degli anni precedenti.

Nel blog mittdolcino.com è stata effettuata una analisi di tali dati, lettura estrememente interessante alla quale rimando; sono stati presi in esame i dati istat riferiti al numero dei decessi nel periodo cha va da Gennaio ad Ottobre del 2020 rapportati alla media dei decessi ferificatisi dal 2015 al 2019, nello stesso periodo temporale (Gennaio-Ottobre)

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I numeri del Covid

la vera e propria pandemia con un significativo aumento dei decessi [inizia] nei mesi di marzo e aprile come vediamo dalle tabelle sottostanti.

 Media 2015/2019 Marzo 2020 %Incremento    49.489 60.614 22,48% Aprile 2020  Media 2015/2019 2020 %Incremento    43.899 55.324 26,03%

Questi dati sono o meglio sembrano allarmanti, ma se osserviamo i dati stessi in un periodo più lungo (al 31/10/2020), notiamo che l’incremento è di grandezza completamente diversa.

01/2020 10/2020  Media 2015/2019 2020 %Incremento    536.025 588.331 9,76%

A prima vista l’incremento sembra grande, ma se lo confrontiamo con gli incrementi di anni precedenti notiamo che tra il 2014 e il 2015 si è verificato un aumento dell’8,67% e tra il 2016 e il 2017 l’aumento di mortalità è stato del 6,70% come vedete dalle tabelle successive.

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Vengono quindi nell’articolo riportati i dati riferiti alla mortalità complessiva nel paese e nelle singole province, rapportati agli anni precedenti, secondo i resoconti forniti dall’ISTAT, calcolando gli incrementi percentuali di mortalità che hanno avuto luogo.
Quello che emerge è una totale disparità tra le varie zone della penisola: laddove la Lombardia presenta un incremento superiore del 30%,, la quasi totalità delle regioni del centro Sud non ha sperimentato alcuna variazione significativa.
La provincia di Bergamo, un vero e proprio caso a parte, ha avuto un incremento nella mortalità maggiore del 70%.
Risulta  evidente che il Covid19 si è diffuso in maniera disomogenea sul territorio; non solo: gli incrementi eccezionali verificatesi in alcune province devono necessariamente avere avuto una causa ulteriore.
(ricordiamo infatti che il virus veniva descritto come altamente contagioso: non si spiega quindi come sia rimasto totalmente confinato entro alcune zone circoscritte, con un impatto totalmente sbilanciato in alcuni luoghi rispetto ad altri)
Questa causa, questo ulteriore fattore che ha agito in concomitanza col virus rimane a tuttoggi un enorme mistero.
Ma finchè tali aspetti non si chiariscono, tutte le azioni intraprese per contenere la diffusione del morbo risultano azzardate.
Tali misure, oltre che lesive alle basilari libertà della popolazione, hanno infatti portato l’economia del paese al collasso, in maniera ormai irrimediabile, laddove ormai è chiaro che il virus in sè nella maggioranza del territorio nazionale non ha avuto alcun impatto.

Nella cartina ricavata dai dati sopracitati si è provato a rendere graficamente questo diverso impatto del virus nel territorio.
Risulta immediatamente evidente a livello visivo come l’enorme asimmetria della diffusione del virus necessita di una spiegazione che al momento ancora ci manca.
(cliccare sulla cartina per visualizzare l’immagine a piena risoluzione)

Propaganda di E. L. Bernays, alle origini della Scienza della Persuasione

Mer, 20/01/2021 - 19:10

La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese.
Noi siamo in gran parte governati da uomini di cui ignoriamo tutto, ma che sono in grado di plasmare la nostra mentalità, orientare i nostri gusti, suggerirci cosa pensare.

Edward Louis Bernays, Propaganda, 1928

Se riletta oggi, l’opera fondamentale di Bernays appare in alcuni passaggi persino scontata, quasi banale.
Questo fatto, invece che sminuirne il valore, ne sottolinea la straordinaria importanza, dal momento che si tratta di un testo concepito quasi 100 anni fa, i cui concetti all’epoca rivoluzionari sono ormai totalmente introiettati nel nostro contemporaneo modo di pensare, sancendone in maniera definitiva il valore.
Edward Bernays fu uno di quei pensatori, forse poco noti, che ha contribuito a plasmare in maniera essenziale il mondo contemporaneo, e fu l’inventore della scienza delle pubbliche relazioni, scienza che oggi è praticata su larga scala ma che all’epoca rappresentava una totale novità.

Nipote del fondatore del movimento psicanalitico Sigmund Freud, Bernays cercò di applicare le teorie del celebre zio su vasta scala, analizzando la componente psicologica a livello sociale, sui gruppi invece che sui singoli.
Nel suo celebre libro Propaganda spiega con lucidità e professionalità il modo in cui l’opinione pubblica possa essere manipolata, e descrive come questa scienza possa essere sfruttata nel mondo del commercio e della politica.

In questa intuizione si manifesta l’originalità del pensiero di Bernays, se rapportato all’epoca in cui scriveva: occorre infatti ricordare che fino ad allora il mondo della pubblicità, a supporto della grande espansione della produzione capitalistica, era ancora in uno stato embrionale.
Pubblicizzare un prodotto all’epoca significava comprare uno spazio su di un quotidiano in cui si segnalava che il proprio prodotto semplicemente esisteva, e in modo conciso se ne descrivevano le caratteristiche :
L’azienda di Arnold Lewis di Brooklyn produce scarpe di ottima fattura che durano nel tempo. Ci trovate in via…

Bernays capì che per rendere appettibile un prodotto occorreva associarlo ad una “emozione”, occorreva collegarlo ad una sensazione positiva o ad uno status che il consumatore voleva raggiungere.
Teorizzò la necessità di associare il prodotto con dei modi agognati di vita, con delle situazioni mondane, affidandosi a personaggi celebri ed ammirati con cui un marchio potesse essere collegato (in qualche modo Bernays ideò il concetto di “testimonial“).

E’ rimasto paradigmatico, ad esempio, il modo in cui nel 1929, per conto dell’industria del tabacco, riusci a rendere appetibile il consumo delle sigarette anche alle donne -fino ad allora un tabù – ingaggiando alcune giovani ed appariscenti suffragette che si fecero vedere mentre fumavano in una grande parata di Broadway.
Bernays ebbe anche l’intuizione di usare le stesse tecniche non solo nel mondo del commercio, ma anche nella politica.
Considerando i vari candidati anche essi come dei “prodotti” da vendere al pubblico, organizzò con grande cura le campagne elettorali di chi lo ingaggiava, basandosi sui medesimi concetti usati nella pubblicità: il candidato non doveva più semplicemente presentarsi descrivendo in maniera meccanica e noiosa il programma che voleva attuare, ma doveva trasmettere sensazioni emotive, doveva associarsi a dei sentimenti positivi.
Il politico doveva quindi organizzare eventi di beneficenza, presenziare a feste, farsi vedere coinvolto nelle manifestazioni cittadine popolari.
Ancora una volta, situazioni che oggi a noi appaiono scontate – ogni campagna elettorale ripropone attualmente questi meccanismi – ma che all’epoca di Bernays rappresentavano delle grandi novità.

Un altro aspetto importante che emerge dalla sua opera è il suo teorizzare, in maniera diretta e sincera, il concetto secondo il quale le grandi masse hanno necessità di essere manipolate.
Per Bernays questo era un dato di fatto, e faceva parte del normale svolgimento di un sistema democratico.
Le masse dovevano essere indirizzate, occorreva dire loro cosa pensare, come muoversi, come agire, e questo compito spettava ad una élite che si sarebbe avvalsa della scienza della manipolazione per raggiungere il proprio obiettivo.
E la scienza della manipolazione funzionava, e funziona perfettamente ancora oggi.
La sua importanza, il suo contributo essenziale nello plasmare il mondo contemporaneo rimane tutt’oggi uno dei segreti-non-segreti meglio conservati.
Non si tratta di un segreto nel senso proprio del termine poiché chiunque oggi può procurarsi i testi di Bernays, di Le Bon, di tutti gli autori che trattano in maniera scientifica l’arte della manipolazione e del condizionamento delle masse.
Ma il grande punto di forza di questa scienza sta proprio nel fatto che nessuno si considera potenziale vittima della manipolazione: tutti sono convinti di pensare con la propria testa, di prendere le proprie decisioni in autonomia, e nessuno prende in considerazione la possibilità di essere una vittima della propaganda.
Ed è per questo motivo che la propaganda funziona ancora oggi alla perfezione, proprio perché tutti siamo convinti di esserne immuni.

La fede nell’Autorità

Lun, 18/01/2021 - 19:32


I diversi approcci delle persone riguardo la situazione epocale che stiamo vivendo originano da una basilare questione di fondo:
come ci si pone di fronte alla Autorità (maiuscola).
Tutto nasce da qui.
Non si tratta di mettere a confronto diverse opinioni, analizzare i dati, leggere gli articoli scientifici cercando di farsi una idea, portare alla luce tesi e controtesi, dimostrazioni, conferme e smentite.
Al contrario, la questione di fondo è una: chi da una parte si “fida” a prescindere dei governi e dei “comitati tecnici scientifici” e chi mette in discussione anche le “verità acquisite”, quando i fattori che non tornano iniziano ad essere troppi.

Da una parte c’è la convinzione che per quanto composti da uomini, per quanto nel loro piccolo corrotti ed opportunisti, di fronte ad una situazione grave i governanti non arrivino al punto di mentire in maniera tanto spudorata al popolo, ma perseguano sempre il bene delle masse.
Secondo questa visione, i governanti, le multinazionali, il complesso farmaceutico, per quanto “non immacolati”, di fronte ad una vera emergenza divengono umanitari, ed agiscono per il bene del popolo.
Chi mette in dubbio questa narrativa arriva a sostenere invece che questi soggetti possano perseguire altri scopi, e che siano capaci di sacrificare senza problemi il benessere dei loro sudditi.
Tutto il dibattito si riduce a questo, parte da qui e non si muove oltre.
Spostare la discussione sui dati , sui numeri, sui rapporti scientifici non ha alcuna utilità.
Chi non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi che i governanti e le multinazionali possano agire a danno di miliardi di persone, e che si disinteressino del loro bene, non accetterà alcun punto di vista discordante.
Ovviamente, ammettere che chi sta al potere possa agire a discapito di milioni di persone, in una situazione di emergenza generale, non è semplice: per molti questo significa rivedere totalmente l’immagine della società su cui la propria esistenza si fonda, la propria posizione nel mondo.
Significa rimettere in discussione l’idea secondo la quale si vive all’interno di una società civile, ordinata, con delle regole, una società guidata da governanti che, per quanto imperfetti e corruttibili, rappresentano delle “istituzioni” poste alla base del benessere di tutti.

Se invece, anche se solo per un istante, si prende in considerazione l’ipotesi che i governanti si disinteressino dei loro sottoposti, in combutta con le multinazionali e i grandi centri di potere finanziari, e che possano agire in una maniera priva di etica, a livelli impensabili per la persona comune, allora tutto quello che accade intorno a noi acquista un senso diverso.

Coloro che si ritrovano privi di qualsiasi forma di principi morali ragionano secondo schemi che sono totalmente diversi da quelli del resto della popolazione.
La loro impostazione mentale risponde solamente ad un processo dicotomico “vantaggioso-non vantaggioso”, laddove concetti quali “giusto-sbagliato” non entrano minimamente nei fattori presi in considerazione nel momento di prendere determinate decisioni.
Quando si è privi di moralità, per raggiungere il proprio scopo vi sono mille sentieri che l’uomo semplice non riesce nemmeno ad immaginare.
Ed è per questo che non potremmo mai appieno immaginare cosa ci attende nel futuro, perché i nostri schemi mentali sono diversi dai loro.
Ora, come non mai, occorre tenere a mente il monito biblico:
“Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”.

Si veda anche: Autorità, coscienza ed obbedienza

Due tipi di Demoni

Lun, 18/01/2021 - 19:15

Esistono due tipi di demoni.

Ci sono quelli che mentono – artisti della menzogna e dell’inganno – e ci sono poi quelli che dicono solo la verità, quella verità così tremenda risulta difficile da guardare negli occhi.

Ancora non so di che genere fosse il demone che venne a trovarmi in una notte insonne, ma ecco cosa mi disse:

“Io conosco i tuoi pensieri, so cosa ti tormenta.Ti chiedi perché tutto debba essere così difficile, il perché di tutto questo dolore, perché ogni cosa richieda fatica, e perché una coltre di miseria paia abbracciare ogni cosa.
La risposta è semplice, ma hai terrore anche solo di prenderla in considerazione.
La verità è che l’inferno che temi è già qui, ci stai già vivendo dentro.
Sì, questo mondo è l’inferno, forgiato col preciso scopo di portare dolore e sofferenza.
E la bellezza del creato, mi dirai?
Il sole e le stelle e i tramonti?
E l’amore, come potrebbe esistere l’amore dentro l’inferno, obietterai.
In verità non poteva esistere inferno senza amore, e quello che così chiamate quaggiù fu la creazione più ingegnosa e malvagia del mio Signore rinnegato.
Per far veramente soffrire, oltre ogni limite, occorre promettere.
Occorre offrire, far desiderare, far immaginare la beatitudine.
Per poi negarla.
Quanta sublime malvagità!
Non basta che vi sia la fame, occorre anche la vista del cibo a cui non si può accedere..
Non basta la miseria, serve anche la visione dell’abbondanza, inaccessibile .
Non basta la solitudine dell’anima, occorre anche l’illusione di una unione profonda.
E occorre anche farla assaporare, questa unione, per poco, alla lontana, così che poi la sua privazione rechi un tormento altrimenti nemmeno immaginabile.

Ecco perché non può esserci inferno senza amore, perché l’inferno è privazione, mancanza, ed è necessario che si abbia consapevolezza di quello che manca, e che non si potrà mai raggiungere, per poter soffrire perfettamente. ”

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Il ritorno del Demone

Fu così che il mio demone tornò a trovarmi, in un’altra delle mie notti insonni.
E come le altre volte, ancora non so se le sue parole furono vere, o se si mise di ingegno per inventare una storia fantasiosa.
In ogni caso, ecco cosa mi disse:

“Eccomi, – esordì – arrivo or ora da quell’altro mondo.
Noi demoni non ci andiamo spesso: è un viaggio raro, per noi; diciamo che abbiamo poca giurisdizione da quelle parti, per usare un’espressione a voi cara.
E a dirti il vero, nemmeno mi piace tanto recarmi di là: c’è così poco da fare, per noi…
Sai, in quel mondo vivono centinaia di miliardi di persone, forse molte di più (nessuno tiene il conto, perchè non esiste là l’ossesione per i numeri, i censimenti e i conteggi, come da voi), e quasi tutti sono felici.
D’altra parte come si fa a non essere felici quando ci si accontenta di poco, ed ognuno ottiene quanto gli basta per stare bene, senza bisogno di dover lavorare.
Già, perchè il concetto di lavoro là non c’è: al massimo la gente ha una vocazione.
Anche là ci sono imbianchini, maestri, bottegai, ma la loro idea di lavoro è assai diversa.
Per farti capire, il falegname più bravo e più famoso di quel mondo nella sua vita costruì una sola sedia.
Oh, era una sedia davvero bella, però!
Ci mise più di duecento anni per finirla (sì, vivono molto più a lungo di voi), e poi la lasciò fuori casa sua, lungo la strada, affinchè chi fosse stanco potesse riposarsi un attimo.
E’ ancora lì, e i gatti del quartiere l’hanno anche un po’ graffiata, ma nessuno se ne preoccupa troppo: in fondo, è solo una sedia.
Ma sto divagando…

Ti dicevo, noi demoni abbiamo poco da fare in quel mondo, perchè non ci sono guerre, non ci sono lotte, rivoluzioni, ingiustizie, e persino le malattie sono molto rare.
Non che non ci sia il male: esiste anche là, eccome, ma è davvero molto limitato, appannaggio di pochi, ed è lì che noi agiamo.
D’altra parte, così come non può esserci inferno senza amore, nemmeno l’esistenza di un mondo quasi perfetto sarebbe concepibile senza la presenza del male: come potrebbero, infatti, rendersi conto gli uomini di quanto sono benedetti, se non potessero sperimentare anche la sofferenza, di tanto in tanto?
E il male, da quelle parti, si presenta sostanzialmente sotto una precisa forma, la più terribile, la malvagità primigenia: l’invidia.
E’ così che scava nel cuore e nelle viscere dei più deboli, e li corrompe da dentro, scheggia dopo scheggia.
Quando qualcuno inizia a pensare che gli alberi del suo vicino producano frutti migliori, quando qualcun altro sente come un’ingiustizia il fatto che il suo amico abbia una moglie più bella, ecco che il verme dell’invidia inizia ad insinuarsi nella sua anima, e da lì in poi – amico mio – ti assicuro che parte un lungo precipizio.

Anche il mio Signore Rinnegato cominciò così la sua discesa.
Questo verme contagia pochi di loro, in verità, ma il loro destino è quasi sempre segnato.
Una volta morti, li aspetta infatti una tremenda condanna: sono destinati ad un mondo fatto di dolore e sofferenza, un mondo in cui regna l’ingiustizia e l’avidità, in cui la malvagità e la furbizia sono la norma.
Finiscono dritti all’Inferno.

Rinascono qui, nel vostro mondo.

Anche tu eri uno di loro, nell’altra vita, e chissà quale fu l’oggetto della tua invidia, e con quale bramosia lo desiderasti, per essere stato condannato a rinascere qui…
D’altra parte, vi è stato dato proprio quello che volevate: qui potete continuare ad invidiare quanto volete – e ce ne sono di cose da invidiare, in questo mondo, fatto di numeri, in cui tutto viene misurato, valutato, quantificato…
In ogni caso, sappi che oltre il vostro ce ne sono anche altri, di inferni, la discesa può essere ancora più profonda.
Ma di questo ti parlerò un’altra volta”


La maschera e il terrore

Gio, 14/01/2021 - 14:36


Una costante dei film dell’orrore, un vero e proprio cliché del genere, è quello del folle assassino che indossa una maschera.
Lo scopo di questo genere di film è ovviamente trasmettere paura allo spettatore, e quelli incentrati su un singolo personaggio devono di conseguenza presentarlo nel modo più cruento possibile, in modo che già la sua sola presenza generi inquietudine.
Si potrebbe quindi pensare che la maschera serva ad assegnare a questo genere di personaggi un aspetto minaccioso, e questo è scontato, ma vi è un aspetto ancora più sottile dietro a tale dinamica: la maschera infatti genera inquietudine non solo per le sue fattezze mostruose, ma prima ancora, e in misura maggiore, per il fatto che “cela” i lineamenti di chi la indossa.
Anche una semplice maschera neutra infatti trasmette inquietudine.
Questo fatto è facilmente comprensibile considerando le nostre caratteristiche umane, essendo noi uomini esseri sociali, abituati ad interagire con innumerevoli nostri simili.
Nel farlo, noi leggiamo il viso e le espressioni dei nostri vicini, ne interpretiamo le emozioni, le intenzioni.
Con un semplice sguardo sappiamo se chi ci sta accanto ha intenzioni amichevoli, neutre, o se invece potrebbe rappresentare per noi un pericolo.
E dopo tale interpretazione, siamo in grado di offrire la risposta adeguata a seconda di chi abbiamo vicino.
E’ una delle nostre qualità umane basilari.

Chi indossa la maschera invece cela le sue espressioni, e noi nell’osservare un volto nascosto entriamo immediatamente in uno stato inquieto.
Più che il timore di trovarsi di fronte ad un pericolo, infatti, la nostre psiche soffre la sensazione di incertezza, il non sapere cosa si deve effettivamente affrontare.
In quel caso, si genera in noi una profonda ansia, perchè non sappiamo quali contromisure dovremmo attuare, se possiamo stare rilassati, se dobbiamo stare all’erta.
E’ una sorta di tilt emozionale.
Per questo i personaggi mascherati generano tanta inquietudine, prima ancora che per le fattezze eventualmente mostruose del loro travestimento.
E per questo, detto di sfuggita, vivere in un ambiente in cui tutti i nostri simili portano una maschera, dove siamo impossibilitati a cogliere le fattezze e le espressioni di chi ci circonda, genera in noi una sorta di ansia soffusa permanente, che a livello psicologico e sociale genera danni non trascurabili.

Il vero costo della pandemia

Mer, 13/01/2021 - 13:15

«Io non ho mai avuto tanti accessi al pronto soccorso e tentativi di suicidio e di autolesionismo.

Abbiamo una quantità di richieste di aiuto che sono addirittura superiori alle nostre possibilità di accogliere»: queste le parole di Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria all’ospedale Bambino Gesù di Roma, a Rainews24. Molta la preoccupazione per la condizione di tanti adolescenti: «Tutto questo è assolutamente associato al periodo di chiusura, gli adolescenti vivono con grande preoccupazione questo periodo e quindi c’è una ripercussione sui loro vissuti particolarmente importante. Mi comincio a chiedere quando tutta questa emergenza sarà finita quello che dovremo gestire. Sarà un’onda lunga» ha poi concluso.

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Ci sono molte persone che credono che le misure imposte dal governo abbiano come fine il proteggere la popolazione. “Siamo nel mezzo di una emergenza sanitaria, occorre limitare le libertà per evitare migliaia di morti”. Se così fosse, i governi sarebbero altrettanto preoccupati della salute psicologica dei più fragili, a partire dagli adolescenti, che stanno vivendo questo periodo con enormi sofferenze, subendo privazioni e limitazioni che incideranno sul loro futuro sviluppo psico fisico, in una età in cui le interazioni sociali sono altrettanto importanti del cibo e dell’aria che si respira. Così come, se i governi tenessero alla popolazione, sarebbero impegnati ad evitare quelle misure che hanno portato e porteranno centinaia di migliaia di persone alla disperazione, causata dalla perdita del lavoro e della possibilità di sostentamento. In Giappone, dove si tiene un registro aggiornato della situazione psicologica della popolazione, si è appurato che le morti causate dai suicidi collegati a questo periodo di privazioni e limitazioni superano numericamente la quantità delle vittime del co*id. In Italia un conto aggiornato delle morti causate dai suicidi non c’è, ma basta una veloce ricerca tra gli articoli di cronaca per accertarsi del fatto che, per quanto riguarda la popolazione d’età inferiore ai 60 anni, i suicidi causati dalle conseguenze delle misure prese dal governo sono infinatemente superiori al numero dei morti per co*id. Questo è un dato di fatto. E sono tutte morti di cui il governo è direttamente responsabile. E occorre anche tenere conto che il peggio non è ancora arrivato. Dal punto di vista economico stiamo attualmente vivendo in un limbo, siamo in una spiaggia durante uno tsunami, e siamo nella fase in cui le acque si ritirano, prima di sperimentare la grande onda che si porterà via tutto. Nell’ultimo anno centinaia di migliaia di imprese sono sopravvissute dando fondo ai risparmi degli anni precedenti, usufruendo delle casse integrazione che non potranno essere eterne, ma la perpetuazione delle misure restrittive porterà queste aziende al fallimento prossimo. Il blocco dei licenziamenti è stato più volte prorogato, e quando inevitabilmente avrà termine altre centinaia di migliaia di famiglie si troveranno improvvisamente senza reddito. Questo tracollo è inevitabile, certo come l’arrivo a valle di una frana che al momento osserviamo staccarsi dalla cima della montagna. E sarà tutta colpa delle misure imposte dai governi, che per quanto inetti non possono non comprendere le conseguenze delle loro scelte totalitarie. Stanno consapevolemente condannando centinaia di migliaia di persone alla miseria, e stanno devastando psicologicamente, consciamente, milioni di persone. Per questo non vanno creduti nemmeno per un secondo quando asseriscono che tutto quanto si sta facendo è necessario per il bene dei cittadini.

L’arma del Diavolo

Mar, 12/01/2021 - 01:09

“Nessun arma è tanto potente nelle mani del Diavolo quanto la nostra disperazione.
Egli è ancora più contento quando ci disperiamo, rispetto a quando pecchiamo.
Per questo San Paolo temeva molto più la disperazione del peccato.
Così dopo aver detto a coloro che lo ascoltavano “mostrate chiaramente il vostro amore nei confronti di colui che ha peccato” aggiunse anche il motivo: “affinchè non lo inghiotta il Diavolo a causa della profonda disperazione che lo opprime.”

Ieormonaco Aghiorita Benedetto

Benedetti i nemici

Mar, 12/01/2021 - 01:04

“Non ti irritare se qualcuno parla in modo aggressivo o scopre sfacciatamente qualche tua debolezza, qualche tua passione di cui tu, nel tuo amor proprio, non sospettavi la cattiveria. […]
Spesso ce la prendiamo con persone franche e sincere perché svelano i nostri errori senza mezzi termini; dovremmo invece apprezzare costoro e ringraziarli per aver spezzato il nostro amor proprio con il loro linguaggio sfrontato.
Sono come i chirurghi che, con la parola tagliente, asportano la cancrena del cuore.”

s. Giovanni di Kronstadt

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“Signore, benedici i miei nemici! Anche io li benedico e non li maledico.

• Quando mi sono considerato saggio, mi hanno chiamato pazzo.

• Quando sono diventato più forte, hanno riso di me come di un nano.

• Quando ho voluto dirigere la gente mi hanno respinto indietro.

• Quando mi sono precipitato a diventare ricco, mi hanno strattonato con pugno di ferro.

• Quando ho pensato di dormire tranquillo, mi hanno risvegliato dal sonno.

• Quando ho costruito una casa per una vita lunga e tranquilla, l’hanno distrutta e mi hanno scacciato.

Invero i nemici mi hanno sciolto dal mondo e hanno esteso le mie mani fino alla tua veste.

Signore, benedici i miei nemici!”

s.Nikolaj Velimirovic

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I santi ortodossi rimarcano spesso un concetto fondamentale: occorre sciogliere i legami che ci tengono intrappolati in questo mondo.
E le catene più forti di questo legame sono fatte di vanità e di orgoglio.
La vita in terra va vissuta come una sorta di purificazione, uno scrollarsi di dosso tutti i falsi idoli con cui si alimenta la vanagloria.
Ecco quindi il motivo per cui i nemici, e coloro che senza pudore ci mettono di fronte alle nostre mancanze , sono i nostri principali alleati.
Col martello frantumano pezzo dopo pezzo il nostro orgoglio.
Un processo doloroso.
E noi, che probabilmente santi non siamo, invece di benedirli accumuliamo rancore, rabbia, tristezza.
Noi comuni mortali cerchiamo approvazione, validazione; vogliamo essere ammirati, benvoluti, amati.

(il mondo virtuale, social, non ha fatto altro che cavalcare, sfruttare e amplificare questo insaziabile bisogno condiviso: tutto è ostentazione, di bellezza, di corpi, ricchezze, benessere, successi, conoscenze, saggezza, tutto messo in mostra alla ricerca di approvazione.)

I santi padri invece ci dicono che prima di tutto abbiamo bisogno di mazzate.

Il Varco

Mar, 12/01/2021 - 00:57


Un attimo o poco prima di prendere sonno, in quel momento in cui il tempo resta sospeso e i minuti sono ore e viceversa, mi capita a volte di concentrarmi sul battito del mio cuore.
L’altra notte si faceva sentire più insistente del solito, secco e regolare, tanto che non riuscivo a pensare ad altro.
“Dai, adesso rallenta un po’ che ci addormentiamo”, gli chiedeva la mente, ma lui continuava imperterrito.
E fu in quel momento, in quella dimensione sospesa tra sonno e veglia che ebbi una piccola epifania: il mio cuore non risponde ai miei ordini, io non sono il suo padrone.

Grande scoperta, si dirà, il cuore è un organo il cui funzionamento non dipende dai comandi del cervello cosciente.
Il cuore batte e basta, per conto suo.
Ma un conto è saperlo, un conto realizzarlo profondamente, in uno stato che va oltre il campo razionale.
E le parole purtroppo servono poco nel descrivere epifanie simili.
“Se non io, chi ti ha ordinato di battere, e di non fermarti? Perchè ignori totalmente la mia, di voce?
E se non posso nemmeno ordinare al mio cuore di fermarsi, se non ho neanche questo controllo su me stesso, come posso dirmi libero, in qualsiasi modo?”
Ho avuto la potente sensazione di essere un ospite, la mia mente dentro un corpo disteso, separato da me, con un cuore che batteva disinteressandosi di me e dei miei pensieri.

Ora, si sa che i folli e i santi se visti dall’esterno sembrano avere molti punti in comune, ma c’è un aspetto essenziale che distingue nettamente i loro universi interiori:
i santi sanno di essere stati palsmati con diverse sostanze, percepiscono le loro diverse componenti, corporee, psichiche, spirituali, e sanno anche giungere in quel luogo in cui esse si fondono.
I folli al contrario sono dissociati, percepiscono le loro essenze come distinte e separate, in una costante lotta tra loro, senza dialogo tra le parti.
Personaggi diversi che si agitano sotto lo stesso tetto.
Santi o folli o semplicemente stolti, si può essere tante cose quando si tenta di regolare i battiti del cuore.
In ogni caso, in quell’attimo ho percepito anche qualcosa di prezioso.
Quel cuore che se ne va per conto suo è l’unica finestra possibile da cui si può intravedere l’altro.
E’ il varco, ed è per questo che non risponde totalmente ai nostri pensieri: il cuore in noi c’era ben prima di noi.

Schadenfreude, il piacere per la sfortuna altrui

Mar, 12/01/2021 - 00:44


La lingua tedesca, è noto, possiede alcuni termini che sintetizzano in maniera perfetta dei sentimenti e degli stati d’animo altrimenti non facilmente definibili.
Un esempio che si cita di solito è la parola “Schadenfreude”, traducibile con “il piacere che si prova per la sfortuna altrui”.
L’aspetto curioso non sta nel fatto che il tedesco abbia una parola che descrive tale sentimento, quanto piuttosto che le altre lingue, italiano compreso non ce l’abbiano.
Già, perché la Schadenfreude è un sentimento umano più diffuso dell’odio, dell’amore, dell’indifferenza.
E’ un sentimento stupido, prima che ignobile, dal momento che le disgrazie degli altri a noi non portano alcun giovamento concreto.
Eppure, per qualche arcano motivo, pochi di noi ne sono immuni, e prima di negare in noi tale sentire sarebbe più saggio riconoscerlo quando si manifesta e concentrarsi sulla sua idiozia.
Per quanto ci piaccia accettarlo o meno, gran parte della nostra felicità dipende dal nostro confrontarci con chi ci circonda (per essere più precisi, la nostra falsa aspirazione ad una falsa felicità dipende da quello).
Lo sanno bene gli esperti della pubblicità e i maghi del marketing: tutta la macchina produttiva della modernità si basa sul costante ricordarci delle cose che non abbiamo, e di come stiano bene coloro che invece quelle cose le posseggono.
Dai nostri primi passi ci viene insegnato che tutto è una gara, tutto una competizione, e che la nostra sfida sarà essere migliori “degli altri”.
Il nostro stesso benessere non è percepito rispetto a quello che possediamo, quello che siamo, ma in rapporto a quello che possiedono gli altri: nel paese in cui tutti vanno a piedi chi possiede una bicicletta si sente un re, nella città in cui tutti hanno una macchina sportiva chi va in giro con una vecchia utilitaria si sente un fallito.

Siamo proprio fatti male, e gli insegnamenti che riceviamo sin da bambini non fanno che peggiorare la nostra miseria.
Ecco allora che la Schadenfreude offre una grande consolazione: “sì, io non avrò combinato niente nella mia vita, ma guarda anche quello là come se la passa male”.
La stessa attività preferita degli esseri umani quando si ritrovano tra loro, il “pettegolezzo”, si basa esclusivamente su questo sentimento: si parla delle sfortune degli altri, e questo rende le nostre miserie un po’ più sopportabili.
Ed è un sentimento che pochi di noi confesserebbero di provare: occorrerebbe ammettere di essere meschini, infimi.
E rifuggiamo tanto da tale consapevolezza da non avere nemmeno una parola per esprimere questa parte di noi stessi.
E finché non le diamo nemmeno un nome, non potremmo mai nemmeno affrontarla e riconoscerla per quello che è: un sentire abietto, triste, inutile e deleterio.